Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sullo sbarco di Giuseppe Garibaldi a Sapri, avvenuto il 3 settembre 1860. Prima di Garibaldi, il 2 settembre 1860 sbarcarono centinaia di garibaldini che Turr portava da Paola via mare. Insieme a Turr arrivarono a Sapri anche alcuni agenti di Cavour. Il Risorgimento italiano è comunemente ricordato dalla maggioranza delle persone soprattutto per l’opera di personaggi come Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II. Tuttavia, insieme ad essi, operarono migliaia di giovani che affrontarono sacrifici e pericoli per la libertà; tra loro i fratelli Magnoni ed i volontari delle brigate destinate agli Stati Pontifici, Parmensi, Milanesi, Bolognesi ed Emiliani, che parteciparono da volontari alla marcia verso la Capitale del Regno borbonico. Le loro vicende personali s’intrecciarono con i più importanti avvenimenti che caratterizzarono l’epopea popolare. Il lettore può così conoscere attraverso quanti rischi e privazioni quella generazione abbia realizzato l’evento più importante della storia italiana: l’Unità d’Italia.
PREMESSA
Le cose qui narrate sono già note nella loro
generalità , ma ignorate o mal conosciute in molti
particolari , perchè non sempre concordi furono i testimoni
ed attori che primi le narrarono, nè gli storici
che le raccolsero. Io sono risalito alle sorgenti
prime, ed ho riletto le corrispondenze di alcuni volontari
di quell ‘ epoca gloriosa , ed ho discusso con
alcuno di quei compagni i punti controversi , e mi
valsi di appunti e di impressioni rimaste incise nella
mia memoria ; e finalmente ho confrontato con scrupolosa
cura la bibliografia , giustificando, interpretando
e correggendo le differenze che in essa si riscontrano .
Nel corso della narrazione mi astenni da qualsiasi
controversia.

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La Spedizione dei Mille
La spedizione dei Mille fu uno degli episodi cruciali del Risorgimento. Si svolse dal 1860 al 1861 quando un migliaio di volontari, al comando di Giuseppe Garibaldi, partì nella notte tra il 5 e il 6 maggio da Quarto (borgo di Genova e allora Regno di Sardegna), alla volta della Sicilia, che faceva parte del Regno delle Due Sicilie. Lo scopo della spedizione era di rovesciare il governo borbonico e appoggiare le rivolte scoppiate sull’isola. I garibaldini sbarcarono l’11 maggio presso Marsala e, con il contributo di volontari meridionali e a rinforzi alla spedizione, aumentarono di numero, creando l’Esercito meridionale. Dopo una campagna di pochi mesi con alcune battaglie vittoriose contro l’esercito borbonico, i Mille e il neonato esercito meridionale riuscirono a conquistare tutto il Regno delle Due Sicilie, permettendone l’annessione al nascente Regno d’Italia. I Mille sono la più nota delle formazioni garibaldine della campagna nell’Italia meridionale comandata da Giuseppe Garibaldi, durante la Spedizione dei Mille. Furono il primo nucleo dell’Esercito meridionale, che conquistò il Regno delle Due Sicilie per unirlo al Regno di Sardegna, tramite annessione, mediante proclamazione del Regno d’Italia sotto la dinastia di Casa Savoia. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella “Prefazione”, a p. 5, in proposito scriveva: “….”Sapri preannuncia Marsala, il sacrificio ha aperto la strada al trionfo. I venti furono poscia Mille e poscia Legioni. Il sole di Marsala, di Calatafimi, di Palermo, di Milazzo, di Napoli, sorse all’alba di Sapri”. Così i patrioti meridionali, nel 1864, intesero e sentirono il nesso fra le due rivoluzioni, quella di Pisacane, fallita nel ’57, e quella vittoriosa di Garibaldi. Ma quel nesso che essi avevano stabilito era dettato, certamente, più dal sentimento che dalla verità storica. Infatti, a distanza di decenni da quegli avvenimenti, rasserenatesi le passioni, è emersa in piena luce la provvisorietà di quella sintesi, e si è imposto il problema di capire meglio, storicamente, quei fatti; e assieme al problema, naturalmente, le diverse soluzioni. Secondo una nota tesi, che si deve ad Aldo Romano, quella democrazia meridionale che aveva dato luogo all’impresa di Sapri, ed era ispirata alla dottrina rivoluzionaria di Pisacane, non si dissolse dopo il ’57. Essa sostenne compatta la rivoluzione garibaldina del ’60; ma tradita dai troppi compromessi coi moderati, affidò alle nascenti forze socialiste l’eredità del pensiero di Pisacane.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 262, nella nota (84) riferendosi alla “Spedizione di Sapri”, di Carlo Pisacane, del 1857, postillava che: “(84) Si disse meno preparata della garibaldina di Marsala. Ma può dirsi preparata la spedizione di Sicilia, dove pare che Garibaldi non volesse andare ? Il generale pensava a Roma. Si lasciò convincere dal telegramma mostratogli dal Crispi. Comunque non può dirsi preparata una spedizione che contava un migliaio di fucili, 500 sciabole, sei casse di scarpe, ventidue scatole di consommè, un cesto di vermicelli, una cassa di proclami, una bella bandiera, 94 mila lire, 1088 uomini e una donna (la moglie di Crispi). A Genova non si riuscì a trovare nemmeno una carta topografica della Sicilia! Eppure, tremila picciotti si unirono al generale che prometteva terre e libertà.”. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p……, in proposito scriveva che: “I. La Sicilia e i Borboni. L’Italia deve l’emancipazione dal dominio straniero, l’indipendenza, l’unità e la libertà allo spirito d’abnegazione e di sagrificio del suo popolo, all ‘ indomito coraggio de ‘ suoi martiri, al valore de ‘ suoi soldati , al genio de ‘ suoi eroi , al senno de’ suoi uomini di Stato, all’ acuta preveggenza e al patriottico fervore dei principi che or ne moderano i destini. Ma forse più tarda e più lunga sarebbe tornata l’opera della sua redenzione, senza la tristizia incomparabile, la codarda ferocia, l’inettitudine fenomenale, la lurca libidine d’assoluto potere di coloro che per tanto tempo la tennero mancipia e divisa e la conculcarono ignobilmente. I Borboni di Napoli ebbero, coll ‘ Austria e dall’Austria sorretti, il tristo privilegio, di primeggiare fra gli oppressori del bel paese….”. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 95, postillava in nota che: “Questo diario fu scritto giorno per giorno. La parte politica e militare era, dopo la partenza, spedita man mano a Londra al seguente indirizzo: << Mr Freeman , 1 Malden Terrace, Haverstock Hill, N. W. London . ».”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the Thousand = Garibaldi e i Mille”, a pp. 88-90, in proposito scriveva che: “Il Mazzini peraltro trovò la tempra d’uomo necessaria al suo scopo nel Napoletano Carlo Pisacane, nel calabrese Giovanni Nicotera e nel siciliano Rosolino Pilo (1). Il 25 giugno 1857, Pisacane e Nicotera salparono da Genova, in un vaporetto chiamato Cagliari, etc…Il Pisacane perciò sbarcò invece nella prossima isola-ergastolo di Ponza impadronendosene con la sua piccola forza, per mezzo di un abile colpo di mano. Il Pisacane liberò e imbarcò con lui sul ‘Cagliari’ 200 galeotti comuni, oltre una dozzina di condannati politici e un centinaio di soldati della guerra di liberazione (3). Fu con queste forze equivoche che sbarcarono a Sapri. Alcuni liberali dei paraggi tentarono di spargere il grido di ‘Viva Murat’, ma il grido degli invasori era ‘Viva l’Italia, Viva la Repubblica’ (4).”. Treveljan, nella traduzione della Dobelli, a p. 88, nella nota (4) postillava che: “(4) Sapri, 195; Nicotera, 15.”. Treveljan, per “Sapri”, intendeva il testo: “Sapri = Bilotti (P.E.), La Spedizione di Sapri (da Genova a Sanza). 1907” e per “Nicotera” intendeva il testo di: “Nicotera = Mauro (M.), Biografia di Giovanni Nicotera.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “L’anno 1860 fu l’anno glorioso per la nostra Italia, specialmente per il meridione. L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi (1807-1882) capo della famosa “Spedizione dei Mille”, partito da Quarto (Genova) il 5 maggio con due navi, il Piemonte e il Lombardo, era sbarcato l’11 dello stesso mese a Marsala, in Sicilia, per conquistare il Regno di Napoli. Il re Francesco II tentò invano di fare opposizione per tre motivi: l’astuzia di Garibaldi nell’accerchiare il nemico o nell’evitarlo, senza toccare lo stretto di Messina e sbarcando a Melito di Portosalvo in Calabria; la dissoluzione dello Stato e la debolezza del re e l’abbandono dei soldati; il terreno infuocato della rivoluzione, repressa, ma accesa dall’eroismo dei martiri, tra cui il Carducci e il Pisacane, degni precursori del Garibaldi. Questo eroe camminò di vittoria in vittoria finché il I° ottobre, colla battaglia del Volturno, consegnò il Reame di Napoli a Vittorio Emanuele II, Re d’Italia. Francesco II, rifugiatosi nella fortezza di Gaeta, morì nel 1894.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a p. 78, in proposito scriveva che: “Questi ed altri avvenimenti si leggono nei volumi: – Michele Lacava: Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860, Nap. 1895; Raffaele Riviello: Cronaca Potentina dal 1799 al 1882, Potenza, 1891; Mariano D’Ajala: Memorie 1808-1877, Roma, 1877; Sergio De Pilato: Il brigantaggio di Basilicata.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patriotti”. Il testo di De Cesare è “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, dove però il De Cesare, sebbene il testo sia interessante per i tanti documenti trascritti, non parla affatto della marcia di Garibaldi da Paola verso Sapri e, per quella parte, si rifà quasi integralmente al testo di Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 379-380 e ssg., liquida così in poche brevi parole la sua marcia per le Calabrie, Basilicata e Salernitano: “La nostra marcia lungo le Calabrie fu un vero e splendido trionfo, progredendo celeremente tra marziali e fervidissime popolazioni, una gran parte delle quali già in armi contro l’oppressore borbonico. A Soveria mise giù le armi la divisione Vial, forte di circa ottomila uomini, dandoci un materiale immenso in cannoni, moschetti e munizioni. La brigata Caldarelli capitolò colla colonna calabrese di Morelli a Cosenza. Infine dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le mie colonne che non potevan raggiungermi per quanto procedessero a marcie forzate, io giunsi nella bella Partenope.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 187, in proposito scriveva che: “Molto si è ricamato sul portento della conquista di mezzo regno in diciotto giorni. Sempre questo reame fu facile a conquistare, e difficile a tenere: Enrico VI etc…, e ora dopo il ’60; chè le popolazioni si gittano su’ monti alla brigantesca contro il dominio straniero.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 186, in proposito scriveva che: “La fine del Regno Borbonico. Alla fine del settembre 1860, sotto l’azione congiunta dei due eserciti esterni, quello garibaldino e quello regolare sardo, il secolare regno di Napoli si sfasciò, grazie anche all’adesione del paese in ogni suo strato. La storiografia ha dato la spiegazione del perchè il processo unificatore, durante la risalita garibaldina verso Napoli, apparve una vera e propria improvvisazione: ed è che, fin quando era vissuto Ferdinando II, egli, nella coscienza della sua indipendenza e nel suo ostinato isolamento, aveva mostrato di saper controllare il vecchio apparato amministrativo del regno, facendo credere che l’ancien regime potesse protrarsi nel tempo. Negli ultimi anni di regno di Ferdinando II, la vita intellettuale e morale espressa nel Mezzogiorno d’Italia fu orientata verso l’esterno e contro la dinastia borbonica. Quanto di vivo vi era nella classe dirigente meridionale venne infatti orientato sia verso la condanna dei Borboni, sia verso il ripudio di ogni autonomia del Mezzogiorno, scegliendo la via piemontese all’Unità…(p. 189 Il Mezzogiorno portò tuttavia nell’Italia unita, le insufficienze ed i profondi squilibri della sua economia, che la politica dell’assolutismo borbonico non aveva risolto.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 74, in proposito scriveva: “La II° Guerra dell’Indipendenza d’Italia (1859) portò l’annessione della Lombardia al Piemonte; le popolazioni della Toscana, della Romagna, delle Marche, con plebiscito, proclamarono l’annessione delle proprie regioni al regno d’Italia con a capo Vittorio Emanuele II. Mancava il regno delle Due Sicilie che era ancora feudo del Borbone. Giuseppe Garibaldi ruppe ogni indugio e col tacito consenso del Ministro Cavour, e invitato dai patrioti siciliani, il 5 maggio 1860, …salpò da Quarto (Genova) e sbarcò in Sicilia a Marsala con le sue Camicie Rosse.”. Andrea Gulielmini (….), nel suo, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877, a p. 11, in proposito scriveva: “I pericoli, gli ostacoli, anzi la quasi impossibilità di quel titanico ardimento, lo fanno più glorioso, perchè attestano la serena premeditazione del martirio. Quei prodi andarono a morire per svegliare i dormienti.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nella “Prefazione”, a p. V scriveva: “Ai primi del 1860, gli esuli siciliani del 1849, R. Pilo, G. La Masa, F. Crispi, tentarono di convincere Garibaldi a mettersi a capo di una impresa extra legale, della liberazione della Sicilia, e riuscirono ancche a persuadere il re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, di consentire che la spedizione fosse preparata in territorio piemontese. Così, non ostante le esitazioni di Garibaldi, desideroso di non allungare la lista dei tentativi mazziniani falliti, e l’opposizione del Cavour, che non si sentiva di compromettere l’opera fino allora perseguita, l’impresa venne deliberata. Un migliaio di volontari, in parte reduci dalla guerra del 1859, in parte stranieri, irregolari della lunga lotta che da anni si combatteva in Europa, per il trionfo dei principi della libertà e della nazionalità, la mattina del 5 maggio 1860, s’imbarcavano clandestinamente a Quarto, non lntano da Genova, e sei giorni dopo sbarcavano sulla costa occidentale della Sicilia, a Marsala…..Il successo ridonò al governo piemontese e al Cavour l’ardire di cui poco prima essi avevano mancato: non soltanto i volontari accorrono numerosi, ma la loro partenza è favorita, organizzata dal governo di Torino. Rinforzato da questi aiuti, due mesi più tardi, Garibaldi, dopo aver spezzato tutte le resistenze borboniche, valicava lo Stretto e metteva piede sulla parte continentale del paese. Da questo momento ha principio l’incredibile collasso interno del regno, che farà di questa seconda fase dell’impresa quasi una passeggiata militare.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nella “Prefazione”, a p. VI, in proposito scriveva: “Rinforzato da questi aiuti, due mesi più tardi, Garibaldi, dopo aver spezzato tutte le resistenze borboniche, valicava lo Stretto e metteva piede sulla parte continentale del paese. Da questo momento ha principio l’incredibile collasso interno del regno, che farà di questa seconda fase dell’impresa quasi una passeggiata militare….Quali le cause dell’improvviso crollo del più antico e maggiore stato d’Italia ? Come si spiega la rapida sconfitta di uno dei più numerosi eserciti degli stati italiani ? C’erano particolari forze che travagliavano da più tempo la società napoletana, e che l’avevano corrosa e minata? C’era stata una trasformazione della compagine dello stato, che aveva alimentato il vecchio equilibrio sociale, senza riuscire a crearne uno nuovo, e che a lungo andare ne aveva reso vacillante la struttura? A queste e altrettanti domande tenta di rispondere il presente lavoro.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), soli in grado di porre un freno ai tumulti, e in Garibaldi vedono l’unico uomo che in quel momento possa far rispettare la proprietà e mettere fine ai disordini. Così, contadini e proprietari, popolo minuto e borghesi, operai e professionisti, per motivi diversi e talora opposti, associano al nome di Garibaldi l’idea della ‘liberazione’: affrancamento della servitù per gli uni, restaurazione dell’ordine per gli altri. E, accorrono, “nobili e plebei, proprietari e commercianti”, a combattere pel “riscatto della patria”(93).”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) A Potenza, il 19 agosto, si era formato un governo prodittatoriale (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc…, cit., p. 120; A. Romano-Manebrini, Documenti sulla rivoluzione di Napoli, ecc.., cit., p. 60). Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; e la narrazione di A. de Meo, in A. Alfieri d’Evandro, Della insurrezione nazionale del Salernitano, ecc..ecc.., cit., pp. 58-66). Ad Altamura, il 30 Agosto, è proclamato il governo provvisorio (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc.ecc.., cit., pp. 168-169).”. Demarco, a p. 183, nella nota (93) postillava: “(93) Dal preambolo dell’ordine del giorno del gen. T. De Dominicis, Vallo, 4 settembre 1860 (Il Garibaldi, n. 14, 6 settembre 1860, p. 54; v. anche la corrispondenza da Altamura ne ‘La opinione nazionale’, n. I, n. 34, 4 settembre 1860, p. 136).”. Demarco, continuando il suo racconto scriveva: “Le province aiutavano in tal modo la marcia dell’esercito garibaldino. Ai primi di settembre del ’60, nel Cilento, in casa del barone Mazziotti, si proclamava la decadenza di Francesco II. E nella capitale “la rivoluzione non attendeva che il segnale per manifestarsi” (94). Imbarcandosi per Gaeta, il 6 settembre, il sovrano denunziava in un proclama di protesta ai potenti d’Europa l’occupazione del regno da parte di un “ardito condotttiero” con tutte le “forze” di cui disponeva l’Europa “rivoluzionaria”, invocando il nome di un sovrano d’Italia”(95). In questo tramonto rossoreggiante di ambizioni, di speranze, di odi, di furore, di desideri, di paure, si chiude il regno dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie. Ma “scacciare un re dal trono non è rivolzione; la rivoluzione si compie quando le istituzioni, gli interessi, su cui quel trono si poggiava, si cangiano”(96).”. Demarco, a p. 184, nella nota (94) postillava: “(94) N. Nisco, Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860, ecc.., cit., libro III, p. 112.”. Demarco, a p. 184, nella nota (96) postillava: “(96) C. Pisacane, Saggio su la rivoluzione, ecc..ecc…, p. 233”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 177-178, in proposito scriveva: “Nel periodo che dalla restaurazione va al 1860 (71), le forze della borghesia fondiaria, etc…”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), etc…”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; “. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che avevo redatto per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), a p……, in proposito scrivevo che: “…………”. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: “…
I VOLONTARI GARIBALDINI DEL CILENTO
Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel secolo XIX – Considerazioni storiche ed economico-sociali nel centenario dell’Impresa dei Mille”, Istituto Meridionale di Cultura, Portici, Arti Grafiche, 1961, a p. 83, in proposito scriveva che: “La spedizione di Sapri era così finita per incomprensione di popolo, per tradimento di uomini responsabili, per un non giustificato comportamento dei responsabili di certi orientamenti politici, per concezioni dottrinarie e forse anche per un eccessivo entusiasmo dei capi della spedizione. Nel regno borbonico ancora una volta era fallita la rivoluzione, ma per coloro che vegliavano sui destini della Patria avvenire e sognavano la libertà del popolo italiano nell’unità dell’Italia lo sbarco di Sapri e il combattimento di Padula furono esempio luminoso di fede e di dedizione al dovere, compiuto da una schiera insigne di patrioti.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 385, in proposito scriveva che: “Mentre a Milazzo cadeva eroicamente Vincenzo Padula di Padula e a Palermo moriva combattendo Michele del Mastro di Agropoli, ed un altro pugno di eroici salernitani – Giuseppe Pessolani, Ovidio Serino, Antonio Santelmo, Leonino Vinciprova, Michele Magnoni, Francesco Paolo del Mastro e Filippo Patella – seguiva la bandiera folgorante dell’Eroe nazionale; mentre i patrioti rimasti in provincia, uniti intorno al Comitato popolare, approdavano, come si è detto, armi ed armati, gli elementi borghesi etc…”. Giovanni Giociano (….), in storie Camerotane, Edizione dell’Ippogrifo, Sarno, 1985, a p. 133, in proposito scriveva che: “Il Cilento è già insorto, quando Garibaldi arriva a Sapri il 3 settembre 1860. Da Lentiscosa partono tre giovani Sabato Marotta, Gaetano D’Onofrio e Antonio Cernicchiaro, e si uniscono ai garibaldini, mentre i galantuomini non si espongono: etc..”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo “C. Chizzolini di Capitello”, ma egli errava perchè non si tratta di “Capitello”, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel secolo XIX – Considerazioni storiche ed economico-sociali nel centenario dell’Impresa dei Mille”, Istituto Meridionale di Cultura, Portici, Arti Grafiche, 1961, a p. 87, in proposito scriveva che: “Colonne di patrioti, intanto, da tutti i Comuni della regione si erano messe in marcia e si dirigevano celermente o verso Corleto o verso Potenza. In quasi tutti i Comuni della Basilicata verso la metà di Agosto le municipalità borboniche erano state sostituite con le municipalità rivoluzionarie e ovunque con il tricolore di Italia erano stati esposti i ritratti di Vittorio Emanuele e di Giuseppe Garibaldi. A Trecchina, dove già da tempo era sorto un Comitato rivoluzionario prima carbonaro e poi mazziniano e di cui facevano parte Gennaro Schettini, l’avv. Domenico Vita, il notaio Federico Schettini, l’avv. Francesco Schettini, il 10 agosto 1860 il sacerdote Raffaele Schettini rivolse ai popoli dell’Italia meridionale, “ai fratelli di tante memorie”, ai fratelli di tanti dolori e di tante speranze, un’ode per incitare i Campani e i Lucani, i Pugliesi e i Sanniti a prendere le armi per mettere in fuga l’odiato tiranno.”. Guida, a p. 89, in proposito aggiungeva: “Movimenti insurrezionali si ebbero in quasi tutti i paesi del Lagonegrese, dove da tempo operavano Sottocentri dei Comitati rivoluzionari. Nei vari Comuni erano stati poi costituiti Comitati Municipali, composti di professionisti, di sacerdoti e di operai. A Trecchina troviamo: Presidente il sacerdote Raffaele Schettini e membri il sac. Vincenzo Maimone, il notaio Federico Schettini, l’avv. Domenico Vita, l’avv. Francesco Schettini, Giuseppe Alagia, Angelo Vitarella e Giuseppe Larocca….A Lauria etc…”.
FONTI BIBLIOGRAFICHE
Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta di un saggio di Antonio Emilio Parisi, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, (Roma, a. 1957, fasc. I-II; anno XXIX, 1960, fasc. I; e 1960, fasc. II pp. 117-135), in cui il Parisi pubblicò il manoscritto di Francesco De Fiore (….), “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”. Il saggio del Parisi è interessante ma riguarda i fatti di Reggio e di Soveria. Benedetto Croce (….), nel suoStoria del Regno di Napoli, ed. Laterza & Figli, Bari, 19….. condannò le opere “patriottarde e umanistiche” di Pietro Colletta, Carlo Botta e Vincenzo Cuoco, in quanto storicamente incongruenti e non imparziali, pur avendo esse propugnato idee moderne quali l’anticlericalismo, la libertà e l’uguaglianza e avendo in tal modo contribuito al progresso. Francois Lenormant (….), nel 1866 fu in Italia allo scopo di studiare le antichità della Lucania e della Puglia, soprattutto l’antica Terra d’Otranto. A Lecce e in provincia, guidato da Filippo Bacile, rilevò e disegnò alcuni trulli o truddhri salentini, conosciuti come pajare. Nel 1879 visitò la Calabria partendo da Taranto; nel 1882 attraversò la Basilicata partendo da Catanzaro con destinazione Napoli. I suoi viaggi nel sud Italia sono descritti nei suoi reportage di viaggio, À travers l’Apulie et la Lucanie e La Grande Grèce. Quest’ultima opera ne ispirò almeno altre due: “Sulla riva dello Jonio” di George Gissing e “Old Calabria” di Norman Douglas. Sia Gissing sia Douglas ripercorsero infatti lo stesso itinerario di Lenormant, alla ricerca dei luoghi e dei personaggi descritti dall’archeologo francese. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg. Il testo di George Gissing (….) è George Gissing, By the Ionian sea : notes of a ramble in Southern Italy, London, Chapman and Hall, 1901 e Norman Douglas, Old Calabria, London, Secker, 1915. Oltre ai seguenti autori, Luigi Rossi (….), nel suo “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di…, ed. Plectica, Salerno, tip. Cava de Tirreni, 2005. F. Franco, La rivoluzione garibaldina del 1860 nel Salernitano, Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959. R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-8. L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabria dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, e a quelli che io stesso ivi citerò, sono stati consultati i seguenti: Mario Menghini, “La Spedizione garibaldina in Sicilia e di Napoli”, 1907; Maxime Du Camp, “La Spedizione delle due Sicilie”; Giuseppe Cesare Abba, “Storia dei Mille” e“Da Quato al Volturno”; John Witehead Peard, Journal, etc…Un’altro testo di cui consiglierei la lettura è Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”. Nella prefazione Raffaele De Cesare ci parla di un “Memor” un suo amico ma nel testo di Treveljan tradotto dall Dobelli, a p. 424 si postillava: “De Cesare, F. di P. = De Cesare (R.) – Una famiglia di patriotti. 1889. E’ la miglior narrazione, attinta alle fonti locali, della marcia di Garibaldi da Reggio a Napoli, e dell’insurrezione calabrese.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Infatti, Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 138 e ssg., in proposito scriveva che: “……..”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc….”. Raffaele De Cesare (….), nel suo“La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 880, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Di tutti i componenti non ricordo i nomi ma sono tutti registrati nella ‘Cronistoria’ di Michele Lacava, miniera di notizie e documenti di quel tempo, e nel libro di Racioppi sui moti di Basilicata.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a p. 78, in proposito scriveva che: “Questi ed altri avvenimenti si leggono nei volumi: – Michele Lacava: Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860, Nap. 1895; Raffaele Riviello: Cronaca Potentina dal 1799 al 1882, Potenza, 1891; Mariano D’Ajala: Memorie 1808-1877, Roma, 1877; Sergio De Pilato: Il brigantaggio di Basilicata.”. White Mario Jessie, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra; Garibaldi e i suoi tempi, illustrazioni di Edoardo Matania, Treves, Milano, 1884; White Mario Jessie, In memoria di Giovanni Nicotera, ed………..La White attinse all’archivio privato di Agostino Bertani, di cui le carte gran parte oggi si trovano conservate per donazione del Bertani al Comune di Milano. Si veda anche Pizzolorusso Antonio, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885 (vedi ed. Ripostes), Salerno, 2001. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 449, in proposito scriveva che: “Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata, con documenti nuovi e importanti, in un libro , dedicato alla famiglia Morelli, che tanta parte ebbe in quegli avvenimenti.”. De Cesare, a p. 449, nella nota (I) postillava: “(1) R. De Cesare, op. cit.”. Si tratta del testo: “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, Roma, ed. Forzani, 1889. Francesca Bellavigna (….), nel suo“I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891)”, stà in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, Napoli, ed. 2004, vol. CXXII, nella sua Introduzione, a pp. 605-606, in proposito scriveva: “In questo filone di ricerca si collocano i ventisei Diari di Eleonora Ludolf Pianell che fanno parte del Fondo Manoscritti del Gen. Pianell, presente presso la Società Napoletana di Storia Patria. Nel 1901 infatti Eleonora, vedova del Generale, donava alla Società le carte ufficiali appartenute al marito riguardanti la sua carriera militare nell’esercito borbonico. Nel 1906, con una seconda donazione, consegnava alla stessa Società i suoi ventisei Diari, che vanno dal 1863 al 1891. Non furono donati alla Società Napoletana i Diari degli anni precedenti….la stessa Eleonora nel 1902 pubblicò alcune pagine scelte dei Diari unitamente ad alcune lettere del marito con il titolo: Il generale Pianell, memorie (1859-1892), Firenze, Barbèra, 1902….I Diari di Eleonora Ludolf Pianell sono ventisei semplici quaderni, scritti fitti fitti,….Nei Diari di Eleonora Ludolf Pianell si ha come una parziale continuazione della vita del Gen. Pianell. Fino al 1860 sono i documenti ufficiali militari che ci rimandano la figura dello stratega ed anche nelle pagine dei Diari si registra spesso l’assenza del generale, che preferiva trovarsi in mezzo ai suoi soldati in guerra o ai campi militari, etc..”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “……..”. Renato Dentoni Litta (….), nel suo “Echi garibaldini nell’Archivio di Stato di Salerno”, nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a pp. 298-299, in proposito scriveva che: “La documentazione di un altro ufficio, il Governatorato, che nasceva proprio con un decreto di Garibaldi, quale dittatore delle Due Sicilie, fornisce altre utili indicazioni: un primo decreto del 12 settembre 1860 dichiara i Governatori delle provincie “le prime autorità civili e amministrative con cessazione delle funzioni degli Intendenti”….Etc…L’attività di questi primi giorni del governatorato fu certamente convulsa, come testimoniano alcuni dei primi documenti che recano ancora il sigillo borbonico frettolosamente annullato con un tratto di penna.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 576, in proposito scriveva: “Chiudiamo qui la presente opera senza avventurarci a sperare di avere con essa data una storia completa della guerra per l’indipendenza e l’unità d’Italia. Se non siamo riesciti a trovare e narrare la verità in tutti i punti, abbiamo almeno sempre inteso a non fare omaggio che ad essa.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 133, in proposito scriveva che: “Consultando un qualsiasi testo scolastico, delle medie superiori o delle superiori, in cui viene proposto l’iter fatto da Garibaldi durante la “Spedizione dei Mille”, si noterà che non è riportato il suo passaggio dal golfo di Policastro. Perché questa deficienza ? Una scorciatoia ? Una cosa ininfluente? Una dimenticanza ? Un errore ? Oppure un’ignoranza ? Chi lo sa ! Un tassello, questo, che alla maggioranza manca, ma non per colpa di ciascuno, bensì per colpa della scuola, dei suoi programmi e dei suoi testi.”. Alla corretta riflessione del Policicchio, devo aggiungere che, purtroppo, le notizie storiche sul “passaggio di Garibaldi dal Golfo di Policastro”, non solo, a mio avviso, è poco corretto parlare di “golfo di Policastro”, bensì di Sapri, Vibonati e Torraca, ma, le notizie storiche non solo non appaiono e vengono censurate sui “testi scolastici, delle medie superiori o delle superiori”, ma il passaggio di Garibaldi e delle truppe garibaldine trasportate da Paola a Sapri da Turr e da Rustow non vengono menzionate dai maggiori testi di storia attuali. Anche i più recenti studi e testi pubblicati a stampa si occupano poco o niente di questi eventi, forse giudicandoli marginali, ma come ha giustamente notato Policicchio:“…il passaggio dal golfo di Policastro fu la mossa più astuta, anche se senza combattimento, messa in atto da Garibaldi durante l’intera Spedizione.”. Policicchio ha ragione anche quando scrive che:“Perché questa deficienza ? Una scorciatoia ? Una cosa ininfluente? Una dimenticanza ? Un errore ? Oppure un’ignoranza ? Chi lo sa ! Un tassello, questo, che alla maggioranza manca, ma non per colpa di ciascuno, bensì per colpa della scuola, dei suoi programmi e dei suoi testi.”. Ricordiamoci l’importanza di questi fatti accaduti con Pisacane e con Garibaldi, prodromici per l’Unità d’Italia, non vengono a mio avviso celebrati doverosamente dalle istituzioni e vengono poco trattati dagli stessi Insegnanti di Storia negli Istituti Superiori, giacché i nostri ragazzi, i ragazzi del Cilento, conoscono molto poco questi fatti. A queste considerazioni devo aggiungere che recentemente sono fiorite alcune pubblicazioni che poco anno a che fare con la Storia e con i fatti. Ad esempio, il testo di Riccardo Finelli, e del suo“150 anni dopo ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”, che, sulla scorta del tortorese Michelangelo Pucci (….), ci fa un racconto distorto di quei convulsi giorni.
L’ARCHIVIO PRIVATO DELLA FAMIGLIA MAGNONI
In seguito alle note vicende della Spedizione dei “Mille”, alcuni protagonisti hanno conservato presso i loro Archivi privati, interessantissimi documenti che svelano alcune notizie storiche non ancora del tutto chiarite. E’ il caso dell’Archivio privato della famiglia Cilentana dei Magnoni, originari di Rutino, un casale cilentano. Solo recentemente sono stati catalogati e riordinati alcuni fondi dell’archivio dei Magnoni. E’ solo attraverso alcuni di questi documenti che oggi possiamo svelare alcuni fatti non del tutto ancora chiariti. Anna Sole, nel suo saggio citava l’“Archivio privato Magnoni”, per il quale abbiamo trovato scritto diverse cose. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “La “Nazione Armata”. Cambio di regime e tradizione politica nel salernitano del 1860”, in “Garibaldi – Il mito e l’antimito” a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), ed. Plecta s.a.s, Salerno, a p. 128, in proposito scriveva che: “Vicende politiche cui militeranno da protagonisti tutti o quasi i politici e i militari dell’estate del ’60. La Rivoluzione salernitana invece si chiudeva con gli ordini del giorno di saluto ai volontari, redatti e distribuiti dai comandati di battaglione, da Fabrizi e da Sirtori, al comando dell’Esercito Meridionale.”. Dunque, Pinto cita dei documenti “Ordini del giorno di saluto ai volontari” redatti e distribuiti dai comandanti di battaglione. Molti di questi documenti non sono stati del tutto studiati e catalogati. Molti di essi furono pubblicati dall’Alfieri D’Evandro (…), nel suo opuscolo. Ma molti di questi, redatti e distribuiti ad esempio dal comandante Teodosio De Dominicis pare siano conservati nell’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 80, in proposito scriveva che: “2. La raccolta di lettere, proclami, documenti militari conservati dalla Famiglia Magnoni, è stata l’ultima disponibile in ordine di tempo. Per Ruggero Moscati, fu il nucleo di una vera e propria embrionale tradizione politica nel Mezzogiorno (5).”. Pinto, a p. 80, nella nota (5) postillava: “(5) Moscati R., Il Vallo di Diano nel 60, in “Rassegna Storica Salernitana”, XXI, 1960, pp. 49-50.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 79, in proposito scriveva che: “(1) Un ringraziamento particolare per aver potuto consultare i documenti dell’Archivio Privato Magnoni va all’Avv. Teresa Magnoni ed ai suoi familiari. Inoltre agli amici Rosario Salvatore etc…, per l’aiuto nel riordino dei documenti. Per le abbreviazioni ASS Archivio di Stato di Salerno; ACS Archivio Centrale dello Stato; ASN Archivio di Stato di Napoli; APM, Archivio Privato Magnoni.”. Dunque, per “Archivio privato Magnoni” si intende un fondo di carte e documento appartenente alla Famiglia Mgnoni e non distinguibile rispetto ai Fondi degli Archivi citati. Come scrive Pinto, questo Fondo privato è stato in parte riordinato dallo stesso con l’aiuto di alcuni amici. Pare che oggi, l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni faccia capo all’Avv. Teresa Magnoni. Cerchiamo di saperne di più. Pinto, a p. 81, in proposito scriveva che: “Michele era il più conosciuto della famiglia…E’ possibile ricostruire la prima parte della sua attività politica,….Le Fonti sono quelle conservate nell’Archivio di Stato di Salerno per i processi tra il ’48 e il ’59, il materiale del Comitato Segreto di Napoli e l’Archivio Privato degli Eredi.”. Dunque, l’Archivio Privato Magnoni è un archivio in mano agli Eredi della famiglia Magnoni. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara. Esiste una discreta documentazione utile a comprendere il ruolo dei Magnoni e il rituale rivoluzionario (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 84, nella nota (21) postillava: “(21) L’originale di tale incarico, come gli estratti dei documenti esistenti nel Grande Archivio di Napoli, le notizie attestate dal Municipio di Rutino, il discorso del Mirabelli, i giornali del 1860, sono stati messi a mia disposizione da Teresita Magnoni, discendente dai patrioti.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che il documento originale dell’incarico dato da Garibaldi a Michele Magnoni si trova conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli (ex Grande Archivio). Riguardo i documenti del de Dominicis segnalati dalla Sole e conservati presso l’Archivio della Famiglia Magnoni devo segnalare ciò che scriveva Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: “che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo. Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo“Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”.
L’ESERCITO MERIDIONALE
Da Wikipedia leggiamo che dopo la presa di Palermo (30 maggio), i Mille si erano ridotti a 600 unità, ma a giugno cominciarono ad arrivare via mare anche i rinforzi dall’Italia del nord: i primi furono quelli della spedizione Agnetta, arrivati a Marsala il 1 giugno; seguirono i 2.500 uomini al comando di Giacomo Medici; altri volontari, poi aggregati alla divisione di Enrico Cosenz, furono gli 800 partiti da Genova col vapore “Washington” il 2 luglio 1860 e sbarcati il 5 luglio a Palermo. Le file si ingrossarono nella battaglia di Milazzo, mentre il 16 luglio un’altra colonna, tra cui molti mantovani, partì da Genova, al comando di Gaetano Sacchi.[4] Via, via giunsero nel meridione altri contingenti. Nell’armata garibaldina erano presenti numerosi altri volontari partiti da Genova e in parte da Livorno. Con un decreto del 2 luglio il governo dittatoriale di Garibaldi, “Comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia”, emanava “l’organico dell’Esercito siciliano”, composto da due divisioni, XV e XVI, comandate rispettivamente da Stefano Turr e da Giuseppe Paternò, per complessive cinque brigate. Con un ulteriore decreto del giorno successivo si emanava l’organico della “Marina militare siciliana”. Il 14 luglio fu istituito il Corpo dei Carabinieri di Sicilia. Sul viaggio degli 800 partiti sul Washington vedi la lettera del garibaldino Ignazio Invernizzi. Negli anni 2000 l’archivio di Stato di Torino ha avviato un progetto “Alla ricerca dei garibaldini scomparsi” con lo scopo di fare un censimento dei garibaldini che parteciparono all’impresa, ricercandone i nominativi e altre informazioni tra la documentazione che è stato possibile reperire al riguardo e relativa alla costituzione di uno dei più grandi eserciti volontari della storia d’Italia. Infatti in passato la storia ha concentrato quasi sempre tutta la sua attenzione sui nomi dei circa primi 1.000 volontari garibaldini, anche se alla fine della campagna Garibaldi aveva ai suoi ordini circa 50.000 volontari, che costituivano l’Esercito dell’Italia Meridionale. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: “XXI. Nè gli eventi del distaccamento di Talamone, nè la decisione del Medici e del Malenchini di portare le loro truppe in Sicilia estinsero il concetto della diversione nell’Umbria, nelle Marche, e negli Abbruzzi. In quegli stessi giorni nei quali Medici e Malenchini partivano per la Sicilia, il Comitato Centrale aveva già iniziata un’ altra grande raccolta di uomini e di armi per la diversione. Spegnevasi col mese di maggio l’eco dell’episodio di Talamone e coi primi di giugno si iniziava la spedizione di Medici -Malenchini la quale si compì fra l’8 ed il 10 giugno; ma prima che Medici movesse, ecco in preparazione un’altra spedizione destinata alla diversione. Etc…”. Sempre da Wikipedia leggiamo che nella notte tra l’8 ed il 9 giugno partì l’avanguardia della Spedizione Medici, il gruppo Corte costituito dalle navi Utile, con circa 60 volontari e Charles and Jane, con circa 900 volontari; questa avanguardia fu però intercettata dalla nave borbonica Fulminante, che condusse le due navi a Gaeta, dove i volontari furono internati. Successivamente rilasciati, torneranno in Sicilia il 15 luglio con la nave Amazon. Il gruppo principale delle Spedizione Medici, con altri 2 500 volontari, partì nella notte tra il 9 e 10 giugno con tre navi, che salparono due da Genova ed una da Livorno; le navi erano state acquistate da una compagnia francese nominalmente da parte di un certo De Rohan, un cittadino statunitense sostenitore della causa italiana, e successivamente ribattezzate Washington (nave del Medici), Oregon (nave di Caldesi) e Franklin (nave di Malenchini da Livorno); quindi a Genova il console degli Stati Uniti, accompagnato da Peard, “l’inglese di Garibaldi” e suo “sosia”, salì a bordo del Washington ed issò la bandiera a stelle e strisce. Sul Washington si trovavano anche il polesano Alberto Mario, che al sud sarà tra i più importanti luogotenenti del Generale, e la moglie Jessie M. White, che presterà servizio nell’ambulanza di Pietro Ripari.
I RINFORZI ALL’ESERCITO MERIDIONALE
LE PARTENZE DELLE TRUPPE DA GENOVA E LA SPEZIA
Nel 17 luglio 1860, a Palermo l’arrivo dei volontari garibaldini del colonnello GAETANO SACCHI
Da Wikiedia leggiamo che le file si ingrossarono nella battaglia di Milazzo, mentre il 16 luglio un’altra colonna, tra cui molti mantovani, partì da Genova, al comando di Gaetano Sacchi. Via, via giunsero nel meridione altri contingenti. Nell’armata garibaldina erano presenti numerosi altri volontari partiti da Genova e in parte da Livorno. Wikipidia rimanda alla nota (4) e scrive: “Sul viaggio degli 800 partiti sul Washington vedi la lettera del garibaldino Ignazio Invernizzi.“. La lettera del garibaldino Ignazio Invernizzi è una fonte storica nota che fornisce dettagli sul viaggio degli 800 volontari a bordo del piroscafo a vapore americano Washington. Questo viaggio, avvenuto successivamente allo sbarco dei Mille a Marsala, fu cruciale per portare rinforzi in Sicilia. Da Wikipedia leggiamo che il colonnello Gaetano Sacchi, nella guerra del 1859 si arruolò nei Cacciatori delle Alpi, con il grado di maggiore. Passato nell’esercito regolare piemontese come comandante del 46º reggimento di linea, non poté seguire Garibaldi con i Mille nella spedizione in Sicilia, ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: “Il colonnello Sacchi che noi abbiamo lasciato al Comando del 46º Fanteria, infrenato dalla volontà di Garibaldi e da una serie di considerazioni politiche e militari, sbuffava come il generoso cavallo di battaglia al suono della tromba, quando udiva i racconti dei miracoli dei suoi amici in Sicilia. Attorno a lui fremeva una nobile schiera di giovani animati dai più generosi sentimenti di patriottismo, di abnegazione, di virtù civili e militari; la più parte di questi giovani appartenenti alle provincie Venete e vincolati per 18 mesi al servizio militare. L’indirizzo del Generale Garibaldi a tutte le forze degl ‘ Italiani bastò a rompere le dighe che conteneano quei generosi; i riguardi politici tacquero, e il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul Torino la sera del 14 luglio. Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionato del 46° per attendere all ‘ imbarco di altra gente appartenente alla spedizione. Tre giorni dopo arrivavano a Palermo dove Sacchi organizzò subito una brigata di 4 battaglioni, e li addestrò nelle manovre coadiuvato dai suoi bravi compagni. Non potè partire subito per poter raggiungere Garibaldi perchè gli mancavano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto. Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”. Dunque, Sòriga scriveva che “…il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul Torino la sera del 14 luglio.”. Il Pecorini scriveva che il 14 luglio 1860 2000 soldati volontari garibaldini si imbarcarono con lui a Genova diretti in Sicilia dove arrivarono il 17 luglio 1860 e dove dove già vi era Garibaldi. Sòriga scriveva pure che, il colonnello Gaetano Sacchi, il 14 luglio 1860 lasciò a Genova l’attivo e energico PELLEGRINI. Pecorini scriveva pure che a Palermo, il colonnello Sacchi partì da Palermo per Messina nella notte tra il 24 ed il 30 luglio 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 118, in proposito aggiungeva: “La notte del 24 al 30 luglio, il brigadiere Sacchi partì da Palermo per Messina con 5 sole compagnie per mancanza di trasporti; lasciò ivi il maggiore Pellegrini con l’ordine di raggiungerlo al più presto. Sbarcato al Faro gli fu dato stringere la mano a Garibaldi; e presentargli la sua truppa: il Dittatore gli comunicò che la sua Brigata era chiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che egli aveva stabilito di lasciarla al di lui esclusivo comando per dipendere direttamente dal Quartier generale principale: Sacchi gli fu grato di tanta deferenza. Questo corpo fu accantonato al Faro superiore, paese di Montagna, salubre ed abitato da gente cordiale. Sette giorni dopo arrivava al Faro superiore il maggiore Pellegrini col rimanente della Brigata, meno il maggiore Chiassi che dal Pro-Dittatore Depretis era stato inviato con due compagnie a Monreale per ristabilirvi l’ordine turbato da alcuni briganti e reazionarî. Restituito l’ordine il Chiassi tornò a Palermo, da dove imbarcate sul Franklin le sue due compagnie, volse per l’estremo oriente dell’Isola, circuendo il lato ovest e sud per le coste di Trapani, Marsala, Girgenti, Siracusa, Catania, e pervenne in Giardini proprio in un felice momento per unire le sue forze a quelle di Bixio, rinforzare con queste la spedizione in Calabria e fornire il Franklin allo imbarco già preparato.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, si può concludere che l’ultima delle cifre indicate rappresenta esattamente il lavoro del Comitato, che fornì per tal modo circa 1200 volontari.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo“Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ ideata impresa…..Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che, sul finire del mese di Luglio e ai primi di Agosto, dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Della “Brigata Sacchi” abbiamo le memorie del colonnello Gaetano Sacchi pubblicate da Renato Sòriga. Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. I volontari della “Brigata Sacchi” furono a Sapri, dove si imbarcarono per Napoli, il giorno 10 settembre 1860. Renato Sòriga (….), scrisse anche “La Brigala Sacchi e la prima spedizione garibaldina, in Calabria”, in Rivista d’Italia, luglio , 1912 (vol. IV, 1904). Inoltre, nella “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicata in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913, da Renato Sòriga (….), il colonnello Sacchi, a p. 85, in proposito scriveva: “Questo indirizzo più che tutto giovò a persuadere i soldati ed io potei senza tema di disordini nel Reggimento chiedere la dimissione dal servizio con altri ufficiali e riunire in Genova 2 mila e più uomini che forniti di tutto il necessario si d’armi che di vestiario ed altro occorrente dal Bertani, s’imbarcarono a bordo del piroscafo il Torino, la sera del 19 luglio. Lasciavo in Genova l’attivo ed energico Pellegrini, pure Capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco daltra gente appartenente alla spedizione. Arrivo a Palermo il 22 luglio, organizzo subito una Brigata di 4 Battaglioni, l’addestro nelle manovre dai miei bravi compagni del 46°. Non parto subito per raggiungere Garibaldi, ..Il primo Battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per Capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Ocari.”. Su Amos Ocari, su Wikipedia leggiamo che Nel 1860 partecipò alla campagna nell’Italia meridionale come capitano nella spedizione di Gaetano Sacchi del 19 luglio. Promosso maggiore combatté il 19 settembre sul Volturno a Caiazzo e il 1º ottobre a S. Angelo a Capua, ove per il valore dimostrato fu decorato con la medaglia d’argento al Valor militare. Sempre il Sacchi, nelle sue “Memorie”, a p. 92, in proposito scriveva pure che si trovava a Rogliano con la sua Brigata, e “Alle tre ant. ( 1 settembre ) del mattino riunisco tutta la Brigata in Rogliano e la fo’ accampare fuori paese. Un consiglio di guerra fa condannare alla fucilazione il Caporale tromba Canepa Luigi , confesso e convinto di furto di diciotto ducati e maltrattamenti a carico di una povera vecchia del paese ; la sentenza viene eseguita pochi momenti prima della partenza da Rogliano alla presenza di tutta la Brigata schierata in battaglia sulla strada. Dolorosa necessità ma pure salutare esempio ai tristi ! Nella Brigata non uscì una voce chiedente grazia! malgrado che i soldati ricordassero altra occasione in cui le loro istanze valsero la grazia ad altro individuo convinto di furto. Si parte alle 4 pom. e si arriva a Cosenza alle 10 etc..”. Nella “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicata in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913, da Renato Sòriga (….), il colonnello Sacchi, a p. 92, in proposito scriveva pure che si trovava a Rogliano con la sua Brigata, e “Alle tre ant. ( 1 settembre ) del mattino riunisco tutta la Brigata in Rogliano e la fo’ accampare fuori paese. Un consiglio di guerra fa condannare alla fucilazione il Caporale tromba Canepa Luigi , confesso e convinto di furto di diciotto ducati e maltrattamenti a carico di una povera vecchia del paese; la sentenza viene eseguita pochi momenti prima della partenza da Rogliano alla presenza di tutta la Brigata schierata in battaglia sulla strada. Dolorosa necessità ma pure salutare esempio ai tristi ! Nella Brigata non uscì una voce chiedente grazia! malgrado che i soldati ricordassero altra occasione in cui le loro istanze valsero la grazia ad altro individuo convinto di furto. Si parte alle 4 pom. e si arriva a Cosenza alle 10. Si resta in Cosenza per dare riposo ai soldati (2 settembre) e provvedere scarpe ed altro indispensabile….Alle 2 ant. si parte per Tarsia….(3 settembre). A Tarsia si accampa in un boschetto d’uliveti….alle cinque pomeri. per Camerata e Spezzano Albanese…. “. Sòriga proseguendo il racconto di Sacchi scriveva che il 7 settembre 1860 la Brigata Sacchi arriva a Lauria.
Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 82, riferendosi alla Calabria, a Soveria, in proposito scriveva che: “Sacchi colla sua brigata era in capo a tutti e la condusse in ordine ovunque era mestieri d’armi. – Aveva militi avvezzi a disagi, subordinati , e dico giusto affermandone l’eccellenza. Vecchio all’armi in America combattè per la libertà e alle guerre del Salto, di S. Antonio, raccolse onori e ferite. – Fra noi , a Roma e in altre pugne fu distinto ed ammirato; e sempre dietro ai regi, ne seguiva a corsa le traccie, e a Soveria pervenne, inaspettato, il primo. Ben conosce il guerreggiare di Garibaldi , fu secolui a lungo, ed è condottiero accorto e di sperienza. – Non conobbi uomo più di lui modesto e riservato , e Garibaldi l’ha in concetto e l’ama. E in casi tristi, di lutto per la patria, lo udii deplorare e far voti di concordia. Senza pena di alcuno, in omaggio a verità, assevero che di cuori siffatti v’ha penuria, ma penuria estrema.”.
LE TRUPPE DELLA SPEDIZIONE BERTANI-PIANCIANI
Nei primi di Giugno 1860, l’organizzazione per la creazione delle truppe della “Spedizione BERTANI-PIANCIANI”, le truppe preparate da Agostino BERTANI per invadere lo Stato Pontificio. I Cacciatori di Bologna, la brigata “PARMA poi SPINAZZI” e la Brigata BOLOGNA poi “PUPPI”
Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani, esule in Francia e a Londra collaborò alle iniziative mazziniane. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. La spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d ‘ una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’ altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani, vuotati e rivuotati i suoi arsenali e magazzini per la Sicilia soddisfacendo ad ogni richiesta di Garibaldi, aveva allestita una legione di seimila uomini, armi, munizioni e sufficienti mezzi di trasporto. Mancavagli un capo noto per prendere il supremo comando; Medici, Bixio, Cosenz, Sacchi e altre stelle minori erano con Garibaldi. Il colonnello Charras, francese , aveva fatto un magnifico piano d’invasione, ma a lui non bastava il cuore a cozzare coi suoi compatrioti. ‘ Garibaldi aveva suggerito Brignone, generale piemontese, ma l’idea sola fece venire la pelle d’oca a Fanti e a Cavour , sicchè Bertani persuase il colonnello Pianciani ad accettare il comando provvisorio , col Rustow, bravo ufficiale tedesco, per capo di stato maggiore.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Incominciò il Cavour con l’opporsi risolutamente l’azione del partito più avanzato, quello mazziniano, rappresentato in Genova dal Bertani. Costui stava da tempo organizzando una grande spedizione per attuare il suo piano di uno sbarco nel Pontificio e per muovere attraverso questo Stato incontro a Garibaldi. L’esercito napoletano si sarebbe trovato così tra due fuochi. Verso la fine di luglio egli ormai aveva ultimato i suoi preparativi. Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia – che aveva rinvenuto nella zecca di Palermo con gran quantità di numerario in argento messo fuori corso dal governo borbonico per essere fuso e coniato di nuovo – , ai quali s’erano aggiunte altre 850 mila lire incassate dai diversi sottocomitati costituiti dal Bertani stesso in una ventina di città dell’Italia settentrionale e centrale, – grazie, dicevo, a questa somma, il Bertani, d’accordo col Mazzini, aveva radunati circa 9 mila uomini, li aveva armati e organizzati alla megli assai di quanto non fossero stati quelli di tutte le altre spedizioni precedenti, che la nuova superava anche e di gran lunga nel numero dei volontari. Lo storico tedesco Guglielmo Rustow ci dà, al riguardo, particolari minuti e precisi. Egli era giunto il 1° luglio a Genova ed era stato fatto Capo di Stato maggiore del Corpo che si stava formando, del quale era comandante il colonnello Luigi Pianciani, uomo non di guerra ma di saldi principi mazziniani e che, come il Maestro, faceva in tale occasione tacere le sue idee repubblicane. Costui pubblicò in quello stesso 1860 una storia della prima parte della sua spedizione – Dell’andamento delle cose in Italia – che con quanto ne scrisse il Rustow forma la fonte principale al riguardo particolari minuti e precisi.“. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 260 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione comprendeva 7720 uomini di linea organizzato su 24 Battaglioni, organizzato su 24 Battaglioni, più un Battaglione di Cacciatori con 580 uomini, 120 Guide, 220 uomini del Genio e 180 d’Artiglieria, che con 120 addetti all’Intendenza ed al Servizio Sanitario, oltre ai Comandi di Stato Maggiore di Brigata, formavano un totale di 8940 uomini. Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; le prime due, ch’erano in Toscana, avrebbero invaso gli Stati pontifici ed attirato le truppe papali comandate da Lamoricière. Tale compito era affidato specialmente alla Brigata Abruzzi che sarebbe entrata nelle Marche al comando di Caucci. La brigata ‘Toscana’ comandata dal Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia. Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. Etc…”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 261, in proposito scriveva che: “I vapori della spedizione erano otto, e due di essi avevano a rimorchio due velieri, sì che formavano una squadra di dieci legni in tutto. Se n’era dato il comando supremo al colonnello Pianciani perché coloro sui quali si er contato dapprima, Medici, Cosenz, Sacchi, erano già partiti per l’Isola. Anche un colonnello Charras francese s’era limitato a suggerire un piano che non pare fosse disposto a metter personalmente in atto. Dell’essere venuti a mancare questi capi, il Mazzini si lagnava col Crispi in una lettera del 18 luglio: “….Eravamo già pronti due o tre volte quando cenni imperiosi di Garibaldi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Restavano le ultime due Brigate nell’Italia centrale – la ‘Toscana’ e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa, non solo per evitare grossi guai, ma perché ormai Cavour s’era deciso a compier egli stesso quell’impresa. Il Nicotera s’era presentato l’8 luglio al Comitato Bertani di Firenze, insieme col dottor Achille Sacchi, munito d’una lettera del Bertani stesso da cui appariva incaricato “di provvedere a quanto occorre per l’invasione dele finitime provincie delle Marche e dell’Umbria”. Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”. Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Poi, a p. 325 riferendosi al Bertani aggiunge che: “Non avrebbe certo accettato di toccare la Sicilia e avrebbe evitato così i malumori e le proteste, di cui s’erano fatti interpreti il Nicotera, Achille Sacchi, e lo stesso Mazzini, il quale etc….Il Bertani, impressionato da tali avvertimenti, nell’atto di partire aveva messo in guardia il Pianciani, e aveva creduto bastasse, con queste parole: “Colonnello – I volontari tutti uniti aspetteranno nel Golfo Aranci. Voi arriverete ultimo con lo Stato Maggiore. etc…”.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore. Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Secondo il piano prefissato, le truppe del Pianciani dovevano dirigersi all’isola di Montecristo e gettarsi poi sulla costa di Montalto, etc…Per cui lo stesso Cavour telegrafò il 15 agosto all’ammiraglio Persano di inviare il ‘Monzambano’ ed il ‘Tripoli’ in crociera sulle coste pontificie per impedire qualunque sbarco di volontari. Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia.“. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. …..corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Sulle truppe organizzate dal Bertani ha scritto Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 161, in proposito scriveva della Spedizione Pianciani: “Un proposito siffatto piaceva grandemente a Giuseppe Mazzini, il quale fu sollecito ad offrirsi a Garibaldi come aiutatore nella impresa. Garibaldi accettò la cooperazione di Mazzini, senza pensare lì per lì al rischio in cui si metteva col pigliare a chius’occhi un tal cooperatore; e dette incarico a Giovanni Nicotera di recarsi subito (come già narrai) in Toscana, per mettere insieme una legione di volontari. Mentre il Nicotera facea gente in Toscana, altri corpi di volontari si formavano altrove, sotto il comando supremo del conte Luigi Pianciani, il quale facendo calcolo d’avere sotto i suoi ordini ottomila uomini e anche più, si disponeva ad assalire lo Stato del papa, per terra e per mare. Etc…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani. Quest’accolta di milizie avea per pubblici propositi di venirne in Sicilia; ma lo intento segreto dei capi era invece di metterli in terra pontificia: ove schivando di affrontarsi nei francesi, si ripromettevano d’impellere nei popoli della centrale Italia quel moto medesimo, che Garibaldi aveva suscitato vittorioso all’estremo della penisola. Il governo sardo diede ausilii, come alle altre, e più che alle altre spedizioni, anche a questa di Terranova, e per questi fu voce si accontasse in Genova col Bertani il Farini ministro; il quale volle promesso, e invigilava attentamente, che si eseguisse davvero lo sbarco non ad altre spiagge che in Sicilia.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni, 5 compagnie di Bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: “In quel tempo, poiché l’esercito riunito in Sicilia sotto gli ordini diretti del generale Garibaldi veniva giudicato sufficiente per invadere il regno di Napoli e cacciare i Borboni, era stato messo insieme un corpo di seimila uomini che, sotto gli ordini del colonnello Pianciani, avrebbe dovuto successivamente concentrarsi sull’isola di Sardegna, per lanciarsi di là, al momento opportuno, negli Stati pontifici ed attaccare le truppe incaricate di difenderli…..Etc…(pp. 28-29). Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; essa componevasi di sei brigate: Intendenza, Ambulanza, Cacciatori, Guide, Genio, Artiglieria, in tutto 8940 uomini compresi gli uffiziali; tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Carlo Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano ai soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre machie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 126, nella nota (1) postillava: “(1) Significava la nuova terra da aggiungersi alle già fatte italiane.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….era costretto ad opporsi alla Spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare sotto il suo comando quel forte corpo di volontari che con tanta cura era stato organizzato militarmente dal colonnello Pianciani coadiuvato da Rustow, mentre l’organizzazione amministrativa era devoluta all’intelligente lavoro dell’Intendente Sanni, coll’assistenza del Commissario di guerra Francesco della Lucia. Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. Etc..”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: “Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: “I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Dallolio aggiunge pure che: “la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: della 6° da formarsi nelle Romagne era stato nominato comandante il colonnello Caucci Molara, commilitone di Garibaldi nella difesa di Roma.”. Dunque, la 5° Brigata si stava organizzando in Toscana al comando di Giovanni Nicotera. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Fra le carte del Comitato etc…Un quarto “Repertorio al ruolo generale dei volontari spediti dal Comitato di provvedimento di Bologna al generale Garibaldi” ha un riepilogo dal quale risulta un numero di 1060, ma 229 di essi sono indicati come duplicati, cosicchè il numero esatto rimarrebbe di 831. Finalmente nel rendiconto finale si parla di 1208 volontari. Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, si può concludere che l’ultima delle cifre indicate rappresenta esattamente il lavoro del Comitato, che fornì per tal modo circa 1200 volontari.”. Dallolio continuando il suo racconto, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta “Terranova”, “….non partecipano a tutta la prima parte della campagna, poichè quasi tutti arrivarono quando Garibaldi stava per passare, od era già passato, sul continente, nel quale non ebbe per verità gran che a combattere fino a Napoli: ma furono impegnati nei combattimenti successivi: il battaglione comandato dal Cattabeni ebbe parte precipua nel disgraziato fatto d’arme a Caiazzo.”, e poi aggiunge che: “I volontari spediti dal Comitato bolognese avevano assunto il nome di ‘Cacciatori di Bologna’, e furono ordinati in quattro battaglioni, più o meno completi. Il primo, come ho detto, fu comandato dal maggiore Cattabeni: il secondo dal maggiore Luigi Bossi: il terzo dal maggiore Ferdinando Ferracini: il quarto dal capitano ff. di maggiore Giambattista Pantotti, che prima apparteneva al secondo battaglione. Il 1° battaglione, secondo il ruolo che si conserva, aveva la forza di 381 uomini, dei quali 20 ufficiali, 26 sottoufficiali, 31 caporali, 6 trombettieri e 298 cacciatori. Il secondo, come risulta da un ruolo datato da Milazzo, 22 agosto, aveva 16 ufficiali, 21 sottufficiali, 27 caporali, 3 trombettieri e 195 cacciatori: totale 262 uomini. Il terzo, conforme al ruolo datato pure da Milazzo 25 agosto, contava 271 uomini, di cui 8 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori. Il quarto, pure da un ruolo datato da Milazzo, 25 agosto, risulta composto da 11 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori: totale 274 uomini. Ciò darebbe una forza complessiva di 1188 uomini, che corrisponderebbe quasi esattamente a quella dianzi indicata. I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Dunque, Dallolio scriveva che tra i volontari spediti da Genova nel golfo degli Aranci vi erano i “Cacciatori di Bologna”, i quali arrivati a Palermo diventarono la “Brigata Bologna”, che era composta da quattro battaglioni che in Sardegna erano al comando del colonnello Puppi di Siena, che poi, in seguito morì a Capua. Nel golfo degli Aranci, la brigata Bologna era comandata dal colonnello Pianciani e fece parte della cosiddetta “spedizione Bertani del golfo degli Aranci” ma quando arrivò a Palermo, Garibaldi, la tolse al comando del Pianciani, che si dimise e, l’aggregò e la incorporò alla “Divisione Turr”. La brigata Bologna, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”. Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Il testo di Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909, ci parla di questi eroi garibaldini. Da Wikiepdia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado ditenente colonnello. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giambattista Cattabeni, a a Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6° degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Il testo di Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909, ci parla di questi eroi garibaldini. Da Wikiepdia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado ditenente colonnello. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giambattista Cattabeni, a a Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Quella Abruzzi, al comando del Caucci, avrebbe dovuto varcare il confine marchigiano, entrare nel Montefeltro, mentre quella Toscana passare nell’Umbria e puntare su Perugia. Per questa spedizione il Mazzini aveva detto al Bertani che “2000 in Toscana, 500 in Romagna erano più che sufficienti; egli contava sull’insurrezione della popolazione etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera , già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci, aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata ; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia , ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia ; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo ; ma aspettandosi la venia da Torino , si spillo la cosa; il battaglione fu mutato , e in Viterbo si fecero arresti. La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni ; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare , volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Garibaldi risolse di servirsi di questo mezzo, ed aumentare la sua azione col diffondere le voci più diverse ed erronee. Come questo mezzo abbia ottenuto un successo sul quale lo stesso Garibaldi appena poteva far conto , lo vedremo quanto prima. Garibaldi non poteva sapere in anticipazione fin dove sarebbe riescito, e per quanto si figurasse ogni circostanza favorevole, doveva sempre desiderare un rinforzo di quella parte delle sue truppe, delle quali poteva immediatamente e con sicurezza disporre. Al principio di agosto un tale rinforzo potè essere a disposizione di Gariballi. Era quella piccola, armata che alla sua partenza dall ‘ alta Italia assunse il nome di divisione o spedizione di Terranova. La spedizione di Terranova era stata organizzata dall’attività di Mazzini e del dottor Bertani, lasciato a Genova come rappresentante di Garibaldi allo scopo di agire contro gli Stati della Chiesa. Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione. La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate. Le quattro prime brigate, secondo il piano stabilito prima degli ostacoli sorti in processo di tempo , partendo da Genova e dalla Spezia, dovevano anzi tutto raccogliersi presso Montecristo e di là sbarcare presso Montalto sulle coste pontificie, indi, evitando uno scontro coi francesi, spingersi nella direzione di Viterbo o di Montefiascone contro l’ala sinistra dell’armata di Lamoricière, disperdendo le forze che trovassero isolate , evitando però i corpi di truppa riuniti e prevalenti di numero; la quinta brigata, formata in Toscana, doveva di là, avanzando per terra, impadronirsi della città di Perugia, e poi operare in unione alle brigate sbarcate presso Montalto. La sesta brigata, formata nella Romagna, doveva alcuni giorni prima dello sbarco gettarsi nelle Marche, attirandosi l’attenzione di Lamoricière , ed in tal guisa agevolare le operazioni dello sbarco e quelle su Perugia.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 259, in proposito scriveva: “Da questo luogo di ritrovo la spedizione fu detta spedizione di Terranova, al che non era estraneo il pensiero nascosto, non essere destinata per la Sicilia ma per altra nuova terra.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 264, in proposito scriveva: “Avendo egli fatto vela senza lasciarsi addietro alcuna notizia , la cosa destò dell’inquietudine fra gli uomini della seconda brigata, Tharrena (Parma) , che intanto era arrivata.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 291-292, in proposito scriveva: “La spedizione Terranova era stata organizzata mercè l’attività di Mazzini e del dott. Bertani rimasto a Genova, quale rappresentante di Garibaldi, per fare qualche intrapresa nello stato pontificio. Comandante in capo ne era il colonnello Pianciani, capo dello stato maggiore generale il colonnello W. Rüstow, i quali due ne avevano curato l’organizzazione. La forza di quella spedizione ascendeva a circa 9000 uomini, divisi in sei piccole brigate. Le quattro prime brigate dovevano (secondo il piano fissato definitivamente prima degli ostacoli sorvenuti ) movendo da Genova e dalla Spezia raccogliersi da prima a Monte Cristo e di là sbarcare presso Montalto nello stato pontificio , avanzando quindi, per evitare qualsiasi conflitto coi francesi, alla volta di Viterbo o Montefiascone verso l’ala sinistra dell’armata di Lamoriciére, respingendo le forze isolate, ma evitando quelle che fossero concentrate e superiori di numero; la quinta brigata formata in Toscana doveva avanzarsi di là per terra onde impadronirsi della città di Perugia e quindi operare di concerto colle brigate sbarcate a Montalto. La sesta brigata organizzata nella Romagna doveva qualche giorno prima dello sbarco irrompere nelle Marche attirando sopra di sè l’attenzione di Lamoriciére, facilitando in tal guisa l’operazioni dello sbarco e l’attacco di Perugia. Quel piccolo corpo doveva da ultimo entrare per gli Abruzzi nel regno di Napoli , formando la sua unione coll’esercito principale di Garibaldi.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: “Ai due estremi dell’Italia meridionale ardeva il fuoco rivoluzionario. La Sicilia era libera ‘meno il forte di Messina: bande armate percorrevano le provincie del Regno aspettando Garibaldi per dargli mano. Gli Stati rimasti al Papa erano allora debolmente difesi. Concentrate erano in Roma le poche truppe francesi, con le quali nessuno sognava venire alle mani calcolando che, accerchiata Roma dal fuoco rivoluzionario, Napoleone si sarebbe risolto a ritirare la sua protezione dal Papa, che allo stesso tempo lo sfidava e lo motteggiava. Era il quarto d’ora propizio, e chi aveva tempo non aspettava tempo. Bertani, vuotati e rivuotati i suoi arsenali e magazzini per la Sicilia soddisfacendo ad ogni richiesta di Garibaldi, aveva allestita una legione di seimila uomini, armi, munizioni e sufficienti mezzi di trasporto. Mancavagli un capo noto per prendere il supremo comando; Medici, Bixio, Cosenz, Sacchi e altre stelle minori erano con Garibaldi. Il colonnello Charras, francese , aveva fatto un magnifico piano d’invasione, ma a lui non bastava il cuore a cozzare coi suoi compatrioti. ‘ Garibaldi aveva suggerito Brignone, generale piemontese, ma l’idea sola fece venire la pelle d’oca a Fanti e a Cavour, sicchè Bertani persuase il colonnello Pianciani ad accettare il comando provvisorio , col Rustow, bravo ufficiale tedesco, per capo di stato maggiore.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: “Della convenzione col Farini, il Bertani così informava Garibaldi: “Genova, 3 agosto 1860. Caro Generale – Voi mi lasciate senza una parola circa la condotta da tenere etc…”. Già il Bertani prevedeva, si direbbe, l’intenzione di Garibaldi di trattenere la spedizione nell’Isola o di condurla altrove. Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia avrebbero poi potuto raggiungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni. Quanto all’altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e con Farini combinato ogni cosa al riguardo. Il che non impedisce al Cavour di diffidare anche di lui. Pochi giorni dopo infatti egli scrive: “Sono inquieto su Ricasoli. I successi di Garibaldi l’hanno esaltato etc…”. L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.“. Sull’opera incessante del Bertani e sulla costituzione della Spedizione, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola. A leggere l’immenso volume di 496 pagine, intitolato ‘Storia della 15ma divisione Turr, si direbbe che tutto fece lui e senza di lui nulla si fece. Egli invece dal 2 luglio, quando lasciò Palermo per incomodi di salute, non ebbe comando attivo se non dopo il 7 settembre per domare la reazione in Ariano; poi il 19, disgraziatamente, sul Volturno, nell’assenza di Garibaldi che era a Palermo….Da un’altra parte Rustow nella sua storia scritta in tedesco, poi tradotta in italiano (1), parla “del suo lavoro, il cui tema consisteva nella organizzazione di un piccolo esercito per combattere Lamorcière.” Ma stabilito altrimenti nei decreti della provvidenza, Rustow lo condusse in salvo e, secondo lui, a lui solo si devono le gesta della legione sul Volturno. Bertani non è nominato neppure una volta. Ora la verità è che tutti i comitati di provvedimenti aiutarono; Giacomo Sani intendente assiduo ed esperto contribuì assai; Bertani e sotto i suoi ordini Rustow ordinarono militarmente le brigate, e sul Volturno Rustow e i valorosi che le componevano fecero il loro dovere. Ma Bertani, il quale non leva mai a nessuno il suo merito, anzi fregiò molti col proprio, fu quello che creò, spedì o condusse a Garibaldi le legioni. E l’aver ordinato la rivoluzione nel Regno e nel Pontificio è pur lavoro suo, nè Domeneddio può togliergli quella gloria.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo, com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’ intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d ‘ esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata. spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi. Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari , mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 184-185 e ssg., in proposito scriveva che: “Io mi proponeva, subito che fossi arrivato al Golfo degli Aranci, e avessi trovata riunita la spedizione come doveva essere, di mandare immediatamente un piccolo vapore a Livorno con le istruzioni necessarie per Caucci e Nicotera, indicando il giorno nel quale ciascuno di loro dovesse passare il confine; a ciò , come ho già avvertito, ero autorizzato, obbligato vorrei dire, dagli ordini di Garibaldi……I legni che facevano parte di quella spedizione erano il Bizantino, il Torino, l’Ammazzone , l’Isère, il Garibaldi, il Calatafimi, il Veasel , il Veloce ( che doveva partire da Genova il di dopo quello nel quale io era partito ), e tutti questi vapori; a vela avevamo lo Sheaperd clipper americano rimorchiato dal Garibaldi, un’altro clipper che avrebbe rimorchiato il Veloce. Dieci legni fra tutti. I comandanti dei legni avevano dal Comitato l’ordine di riconoscermi come comandante in capo della spedizione, ed uniformarsi alle mie istruzioni (doc . lettera K). Alcuni di loro sapevano di che si trattasse, tutti dovevano immaginarlo, e credo avrebbero generalmente eseguito quanto io avessi ordinato. Se taluno, prevenuto forse dal Ministero, avesse voluto fare diversamente , avrei saputo costringerlo a fare quello che voleva io , e per questo fine aveva collocato sui diversi bordi uomini capaci di prendere, quando occorresse, il comando del bastimento.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze , 22 agosto : “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Eliseo Porro (…..) che era: “Sergente nei Bersaglieri della Brigata Milano”, dunque diretto testimone degli avvenimenti di cui parlo, nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), le sue Memorie sulla Campagna d’Italia nel 1860 scriveva che: “Per voi, cari commilitoni, m’accinsi alla traduzione del presente racconto , dal suo originale alemanno che un fortuito azzardo mi pose fra le mani e ciò prima che l’originale stesso fosse pubblicato; però le mie cognizioni nella lingua tedesca essendo limitate, abbisognai dell’ajuto di benevoli amici.”, e poi ancora: “Nel mentre che vi presento il racconto dei fatti ai quali avemmo l’onore di prender parte, mi permetto di ricordarvi che noi siamo i figli non indegni dei nostri padri che con gloria sostennero sempre il vessillo della Civiltà; del che come non ci scordammo nella scorsa campagna, non dovremmo giammai scordarcene ogni volta il nostro illustre Capo in nome della Patria ci richiami intorno al sacro Tricolore.”. Porro, a p. 5, in proposito scriveva: “I comitati dell’Italia settentrionale incaricati di adunare gli elementi per la nostra organizzazione, avevano lavorato indefessamente, senza risparmio di fatiche, e per quanto era comportato dalle circostanze, non lasciarono neppur mancare il denaro. Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni; 5 compagnie di bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quale si diede il nome dei paesi dov ‘ erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione. Così la 1.ª Brigata si chiamò Genova ; la 2.ª Parma; la 3.ª Milano; la 4. Bologna; la 5. Toscana; la 6. degli Abruzzi. II colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello stato maggiore e comandante in secondo.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 122-123, in proposito scriveva che: “XXI. Nè gli eventi del distaccamento di Talamone, nè la decisione del Medici e del Malenchini di portare le loro truppe in Sicilia estinsero il concetto della diversione nell’Umbria, nelle Marche, e negli Abbruzzi. In quegli stessi giorni nei quali Medici e Malenchini partivano per la Sicilia, il Comitato Centrale aveva già iniziata un’ altra grande raccolta di uomini e di armi per la diversione. Spegnevasi col mese di maggio l’eco dell’episodio di Talamone e coi primi di giugno si iniziava la spedizione di Medici -Malenchini la quale si compì fra l’8 ed il 10 giugno; ma prima che Medici movesse, ecco in preparazione un’altra spedizione destinata alla diversione. Infatti il 29 dello stesso maggio, appena Garibaldi era entrato in Palermo, Mazzini scriveva da Genova al Dolfi: << Il centro dei pericoli per la Sicilia ora che Garibaldi vi è, non è in Sicilia; è in Napoli nel Regno. È là che bisogna vibrare tutti i colpi; là si salva la Sicilia per sempre e si fa l’Italia. Conquistando al moto il terreno pontificio ed il regno, si fa atto di solidarietà italiana. Garibaldi intende perfettamente questo; e lasciò detto, e replicava in una lettera scritta pochi giorni or sono da Salemi a Bertani, che bisogna invadere gli Stati pontifici ed andare oltre. Serbate, ed organizzate in nome d’Italia gli elementi per questo. Sapete che è lo scopo di Bertani e mio. » p . 94. Ed il 19 giugno, in una risposta diretta a Palermo a Nicotera, Mosto è Savi , scriveva : « Stiamo etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “XXII. Alla fine di luglio la divisione era allestita e preparata ad eseguire il suo piano. Ma appunto la fine di luglio, segna il momento storico culminante di suprema crisi politico-militare nella memoranda rivoluzione del 1860. Infatti: La Sicilia è libera meno la fortezza di Messina, ma intorbidata da faccendieri. Il passaggio di Garibaldi sul continente appare ed è difficilissimo. La costituzione data a Napoli, aveva scatenato tutte le passioni estreme. Il ritorno degli esiliati, audacissimi, suscitava conflitti che tenevano gli animi in sussulto. Etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate , denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini. a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri, due squadroni guide, due compagnie del genio, due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini, ma vi era sicurezza di aumentarli, ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini. Questo ordinamento delle truppe era giustificato dallo scopo al quale erano destinate. L’invasione dell’Umbria e delle Marche doveva effettuarsi per mare e per terra contemporaneamente. Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo. La 5ª brigata dalla Toscana doveva sorprendere Perugia e poi operare d’accordo colle quattro sbarcate a Montalto. La 6ª brigata, dalla Romagna precedendo di qualche giorno le altre doveva invadere le Marche per l’Alto Appennino, manovrando fra Urbino e Gubbio, richiamare l’attenzione del nemico da quella parte per facilitare l’operazione principale, operare insomma una diversione della diversione, come scrisse il Pianciani.”.
LUIGI PIANCIANI
Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani, esule in Francia e a Londra collaborò alle iniziative mazziniane. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. La spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d ‘ una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Egli era giunto il 1° luglio a Genova ed era stato fatto Capo di Stato maggiore del Corpo che si stava formando, del quale era comandante il colonnello Luigi Pianciani, uomo non di guerra ma di saldi principi mazziniani e che, come il Maestro, faceva in tale occasione tacere le sue idee repubblicane. Costui pubblicò in quello stesso 1860 una storia della prima parte della sua spedizione – Dell’andamento delle cose in Italia – che con quanto ne scrisse il Rustow forma la fonte principale al riguardo particolari minuti e precisi.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 261, in proposito scriveva che: “I vapori della spedizione erano otto, e due di essi avevano a rimorchio due velieri, sì che formavano una squadra di dieci legni in tutto. Se n’era dato il comando supremo al colonnello Pianciani perché coloro sui quali si er contato dapprima, Medici, Cosenz, Sacchi, erano già partiti per l’Isola. Anche un colonnello Charras francese s’era limitato a suggerire un piano che non pare fosse disposto a metter personalmente in atto. Dell’essere venuti a mancare questi capi, il Mazzini si lagnava col Crispi in una lettera del 18 luglio: “….Eravamo già pronti due o tre volte quando cenni imperiosi di Garibaldi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: “Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia, avrebbero poi potuto raggungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore.”. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani era figlio primogenito del Conte Vincenzo Pianciani e di Amalia Ruspoli, figlia del Principe Ruspoli di Cerveteri. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 161, in proposito scriveva della Spedizione Pianciani: “Mentre il Nicotera facea gente in Toscana, altri corpi di volontari si formavano altrove, sotto il comando supremo del conte Luigi Pianciani, il quale facendo calcolo d’avere sotto i suoi ordini ottomila uomini e anche più, si disponeva ad assalire lo Stato del papa, per terra e per mare. Etc…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, in proposito scriveva: “Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “….così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Pianciani,….L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.“. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 291-292, in proposito scriveva: “Comandante in capo ne era il colonnello Pianciani, capo dello stato maggiore generale il colonnello W. Rüstow, i quali due ne avevano curato l’organizzazione.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani, vuotati e rivuotati i suoi arsenali e magazzini per la Sicilia soddisfacendo ad ogni richiesta di Garibaldi, aveva allestita una legione di seimila uomini, armi, munizioni e sufficienti mezzi di trasporto. Mancavagli un capo noto per prendere il supremo comando; Medici, Bixio, Cosenz, Sacchi e altre stelle minori erano con Garibaldi. Il colonnello Charras, francese , aveva fatto un magnifico piano d’invasione, ma a lui non bastava il cuore a cozzare coi suoi compatrioti. ‘ Garibaldi aveva suggerito Brignone, generale piemontese, ma l’idea sola fece venire la pelle d’oca a Fanti e a Cavour , sicchè Bertani persuase il colonnello Pianciani ad accettare il comando provvisorio , col Rustow, bravo ufficiale tedesco, per capo di stato maggiore.”. Eliseo Porro (…..) che era: “Sergente nei Bersaglieri della Brigata Milano”, dunque diretto testimone degli avvenimenti di cui parlo, nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), le sue Memorie sulla Campagna d’Italia nel 1860, a p. 5, in proposito scriveva: “II colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello stato maggiore e comandante in secondo.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127, in proposito scriveva che: “Il Comitato allora affidò il comando della diversione al colonnello Pianciani, il quale già funzionava da capo di stato maggiore della spedizione sin da quando se ne era iniziata l’organizzazione, più volte ridotta e ricompletata dopo le spedizioni di Medici, di Malenchini, di Cosenz e di Sacchi per la Sicilia. Il Pianciani patriota illustre, liberale a tutta prova sin dalla sua giovinezza; colonnello sin dal 1848; passato a Venezia ove aveva reso importanti servizii ; comandante della divisione di Ancona nel 1849, dove compì difficilissime operazioni, era indicatissimo per tale importante missione. Appartenente a cospicua famiglia titolata dell’Umbria, conosceva minuziosamente lo scacchiere della spedizione.”.
Nell’8 agosto 1860, da Genova e La Spezia, le partenze delle truppe della “Spedizione BERTANI-PIANCIANI”, le truppe preparate da Agostino BERTANI per invadere lo Stato Pontificio che, da Garibaldi, invece saranno dirottate in Sicilia
Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: “Ma nei decreti della Provvidenza era stabilito altrimenti, e Garibaldi si trovò costretto a variare la esecuzione dei nostri piani, abbisognando egli stesso di attirare a sè delle nuove forze per appoggiare l’ideato suo passaggio dalla Sicilia alle coste di Calabria. A Genova nella notte dal 7 all’8 agosto incominciò l’imbarco delle nostre truppe, le quali veleggiarono dapprima verso il romito golfo di Terranova sulla costa settentrionale della Sardegna, dove le prime quattro brigate dovevano riunirsi, riposarsi alcuni giorni, addestrarsi un poco agli esercizi, per dirigersi poi verso il continente. Il 15, al molo vecchio di Genova sul vapore francese il Byzantin, furono imbarcate le ultime truppe delle quali potevasi disporre, e con esse lo stato maggiore.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: “Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: “I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Secondo il piano prefissato, le truppe del Pianciani dovevano dirigersi all’isola di Montecristo e gettarsi poi sulla costa di Montalto, etc…Per cui lo stesso Cavour telegrafò il 15 agosto all’ammiraglio Persano di inviare il ‘Monzambano’ ed il ‘Tripoli’ in crociera sulle coste pontificie per impedire qualunque sbarco di volontari. Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia.“. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: “Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “….allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; etc..”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, etc…”. Dunque, secondo il Dallolio, i volontari della Spedizione Sacchi, che furono i primi ad arrivare a Palermo, in Sicilia, erano stati mandati prima a Genova, il 17 luglio 1860. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Maraldi, parlando della Brigata Emilia, comandata dal Puppi, era composta da 4 battaglioni, uno dei quali era comandato dal marchigiano CATTABENI. Maraldi scriveva che la Brigata Emilia, poi PUPPI, fu inviata a Golfo Aranci per far parte della Spedizione Pianciani-Bertani. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, …..La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare, volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate. Le quattro prime brigate, secondo il piano stabilito prima degli ostacoli sorti in processo di tempo, partendo da Genova e dalla Spezia, dovevano anzi tutto raccogliersi presso Montecristo e di là sbarcare presso Montalto sulle coste pontificie, etc…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 291-292, in proposito scriveva: “La spedizione Terranova era stata organizzata mercè l’attività di Mazzini e del dott. Bertani rimasto a Genova, quale rappresentante di Garibaldi, per fare qualche intrapresa nello stato pontificio.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: “Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, n cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: “…a Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo.”.
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 207 e ssg., in proposito scriveva che: “Sgombra per la capitolazione di Messina del 28 di luglio l’ultima spanna di siciliana terra, il General Garibaldi e sul Faro per venirne in terra ferma a compimento di sua operosa epopea. Numerate sue schiere ai primi giorni di agosto, gli pare non potesse fare a fidanza che non soli ottomila uomini atti a venirne, con fortuna di animo pronto, a nuove venture; oltre a quattromila, o nuovi del tutto, o quasi nuovi ai cimenti di guerra, giovanotti siciliani (1). Pochi e deboli forze, chi faccia ragione, che restava ormai da affrontare tutto il nerbo del napoletano esercito; il quale avea già raccolti in tre corpi trentamila uomini nelle sole Calabrie, e potuto avrebbe contrapporgli in un solo punto ben cinquantamila soldati. Era pertanto evidente necessità del Dittatore così di accrescere il nerbo de’ suoi combattenti, come di svigorirne l’avversario mercè di parziali sollevamenti, che ne arrestassero i passi o sparpagliassero le forze. A questo secondo intento, oltre alle molte promesse che gli venivano dai comitati di terra ferma, egli dava a quanti di suoi soldati nel richiedessero, licenza o mandato di venirne in patria a capitanarvi o infocolarvi le insurrezioni; e al 6 dell’agosto fece sbarcare alle spiagge calabresi di Cannitello, di Altafiumana e di Bianco, manipoli di suoi soldati, condotti da un giovane e ardimentoso capo, il Missori; etc…”.
Nell’8 agosto 1860, da Genova, la partenza della BRIGATA GENOVA (EBERHARDT, comandata dal colonnello EBERHARD, sul vapore TORINO
Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 260 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione….La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; …etc…..Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. Etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 140, in proposito scriveva che: “Intanto l’invio dei vapori sul luogo di concentramento era già incominciato. Prima a partire è stata la Brigata Genova Eberhard, che mosse il giorno 8 agosto imbarcata sul Torino. Poco dopo partì la Brigata Parma Tharrena, imbarcata sui vapori Amazone ed Isère.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: “La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt.; a. 2° Brigata Tharrena. Etc..”. Dunque, la Brigata Eberhardt, la seconda Brigata dell’ex spedizione Pianciani-Bertani, non era più a golfo Aranci, il 14 agosto 1860, quando arrivò Garibaldi perchè essa era stata fatta partire per Palermo. Sulla Brigata “Eberhrardt” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: “Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo.“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Eberhard al suo arrivo in Palermo ricevette il comando di far vela intorno alla costa orientale e meridionale dell’ isola; e gli venne aggiunto il Franklin con alcune centinaja d’ uomini. Questi corpi di truppe dovevano poscia unirsi alla divisione Bixio, già stanziata sulla costa orientale della Sicilia ed occupavasi anche nel giorno 13 a soffoccare l’agitazione in Bronte distretto dell’ Etna. La congiunzione ebbe luogo a Taormina e la divisione Bixio fu portata con questo rinforzo a circa 4500 uomini. La brigata Tharrena fu trattenuta a Palermo ed in essa manifestossi, più che altrove, un certo spirito d’insubordinazione.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: “Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, n cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova.
Nell’8 agosto 1860, da Genova, la partenza della BRIGATA PARMA (o THARRENA, comandata dal colonnello THARRENA (poi in seguito SPINAZZI), imbarcatasi sul vapore AMAZZONE e ISERE
Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 260 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione….La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; …etc…..Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. Etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 140, in proposito scriveva che: “Intanto l’invio dei vapori sul luogo di concentramento era già incominciato. Prima a partire è stata la Brigata Genova Eberhard, che mosse il giorno 8 agosto imbarcata sul Torino. Poco dopo partì la Brigata Parma Tharrena, imbarcata sui vapori Amazone ed Isère.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt.; a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. Etc..”. Sulla Brigata “Tharrena” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: “L’invasione dell’Umbria e delle Marche doveva effettuarsi per mare e per terra contemporaneamente. Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo.“. Dunque, la Brigata Parma o Tharrena, la seconda Brigata dell’ex spedizione Pianciani-Bertani. Sulla Brigata “Tharrena” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: “Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo.“. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: “La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: “Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, riferendosi alle ue Brigate Eberard e Tharena, arrivate subito a Palermo, in proposito scriveva: “Questi corpi di truppe dovevano poscia unirsi alla divisione Bixio, già stanziata sulla costa orientale della Sicilia ed occupavasi anche nel giorno 13 a soffoccare l’agitazione in Bronte distretto dell’ Etna. La congiunzione ebbe luogo a Taormina e la divisione Bixio fu portata con questo rinforzo a circa 4500 uomini. La brigata Tharrena fu trattenuta a Palermo ed in essa manifestossi, più che altrove, un certo spirito d’insubordinazione.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: “Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, n cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..“. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 332, in proposito scriveva che: “..con lui se ne va Tharrena e qualche altro.”.
BERTANI SI RECA A GENOVA
Nei primi di agosto 1860, il Governo Piemontese, Cavour e l’invio della nave GULNARA
Da Wikipedia leggiamo che tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Il governo sardo diede ausilii, come alle altre, e più che alle altre spedizioni, anche a questa di Terranova, e per questi fu voce si accontasse in Genova col Bertani il Farini ministro; il quale volle promesso, e invigilava attentamente, che si eseguisse davvero lo sbarco non ad altre spiagge che in Sicilia.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 25 luglio fu fatto intendere a Bertani che il governo si opporrebbe a viva forza a qualsiasi tentativo di sbarco negli Stati pontifici. Fu poi gentilmente invitato a Torino. Non se ne diede per inteso, non si mosse.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle nove ant. del 1° agosto, Bertani andò all’Albergo. Il colloquio fu sostenuto : Farini conciliante, Bertani rigido.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 152 e ssg., in proposito scriveva che: “In quel colloquio fu combinata una specie di convenzione, della quale non abbiamo la copia e appena qualche nota in mano di Bertani. Il Saffi scrive: etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: “Il Bertani dovette chinare il capo e venire a trattative col Governo piemontese. Il conte Guido Borromeo, segretario del Farini ministro dell’interno di Torino, si recava a Genova il 1° di agosto e poco dopo vi si recava lo stesso Farini, con cui il Bertani, presenti anche Aurelio Saffi e il Pianciani, conveniva che la spedizione sarebbe partita da punti diversi della riviera ligure per scaglioni, con metà Golfo Aranci dove si sarebbe riunita. Di là, si sarebbe diretta in Sicilia, e non altrove, secondo il volere del Re. Della convenzione col Farini, il Bertani così informava Garibaldi: “Genova, 3 agosto 1860, …etc…”. Già il Bertani prevedeva, si direbbe, l’intenzione di Garibaldi di trattenere la spedizione nell’Isola o di condurla altrove. Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia, avrebbero poi potuto raggungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni. Quando alle altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarrebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e Farini combinato ogni cosa al riguardo.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: “Il Bertani dovette chinare il capo e venire a trattative col Governo piemontese. Il conte Guido Borromeo, segretario del Farini ministro dell’interno di Torino, si recava a Genova il 1° di agosto e poco dopo vi si recava lo stesso Farini, con cui il Bertani, presenti anche Aurelio Saffi e il Pianciani, conveniva che la spedizione sarebbe partita da punti diversi della riviera ligure per scaglioni, con metà Golfo Aranci dove si sarebbe riunita. Di là, si sarebbe diretta in Sicilia, e non altrove, secondo il volere del Re. Della convenzione col Farini, il Bertani così informava Garibaldi: “Genova, 3 agosto 1860, …etc…”. Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia, avrebbero poi potuto raggungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni. Quando alle altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarrebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e Farini combinato ogni cosa al riguardo. Il che non impedisce al Cavour di diffidare anche di lui. Pochi giorni dopo infatti egli scrive: “Sono inquieto su Ricasoli. I successi di Garibaldi l’hanno esaltato etc…”. L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.“. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 264, in proposito scriveva che: “L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci. Ma il Rustow dice che la partenza a scaglioni rese più facile al Cavour l’impedire quel concentramento, inviando le navi in Sicilia di mano in mano che arrivavano. Il Cavour aveva posto in azione a Golfo Aranci la Gulnara, nave da guerra sarda, la quale obbligava subito a ripartire ogni vapore del Bertani, senza attendere gli altri. La cosa era tanto più agevole in quanto il Bertani era partito da Genova per Palermo il 7 agosto e non v’era quindi pericolo ch’egli potesse opporsi all’infrazione evidente degli accordi. Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure proprio alla forza ricorse il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovata la ‘Gulnara’ che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava così ragione al Mazzini e agli altri che non lo credevano in buona fede nelle trattative col Bertani, i cui vapori avevano pieno diritto di restare a Golfo Aranci finché a loro piacesse. Etc..”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: “Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 163 e ssg., in proposito scriveva che: “Che Bertani sospettasse qualche tranello, si vede dalle sue istruzioni a Pianciani ; ma, avendo fatto quanto era umanamente possibile per isventarlo, e oltremodo impensierito di non aver da dieci giorni ricevuto lettera alcuna di Garibaldi, l’8 agosto lasciava Genova per raggiungerlo in Sicilia.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure proprio alla forza ricorse il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovata la ‘Gulnara’ che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava così ragione al Mazzini e agli altri che non lo credevano in buona fede nelle trattative col Bertani, i cui vapori avevano pieno diritto di restare a Golfo Aranci finché a loro piacesse. Etc..”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo , com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’ intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d ‘ esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata. spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi. Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze, 22 agosto : “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna.”.
Nel 10 agosto 1860, a Palermo, l’arrivo del BERTANI da Genova e l’11 l’ incontro con il DEPRETIS
Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Ma i legami posti da Farini, ed il sospetto che
questi avrebbe definitivamente impedita qualsiasi operazione negli Stati pontifici, spinsero Bertani a cercare un appoggio al suo intento, e decise di partire subito egli solo per la Sicilia, per riferire ogni cosa al generale Garibaldi, affinchè Egli, qual giudice supremo, decidesse sull’impiego delle truppe accorse ed arruolate in suo nome, le quali intanto si sarebbero riunite a Terranova. Bertani partendo per la Sicilia in cerca del dittatore, delegò le sue funzioni di capo del Comitato a Mauro Macchi e G. Brambilla. Al comandante lasciò scritto: « Colonnello Piancianciani etc….”.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Partito il Bertani l’8 agosto, ecco che invece il 13 arriva la tanta attesa lettera di Garibaldi con la quale lo avvertiva “che sperava di passare sul continente prima del 15. Fate ogni sforzo per mandarmi qui i fucili a Messina, a Torre del Faro prima dell’epoca. Circa le operazioni negli Stati Pontifici e napoletani spingete a tutta oltranza”(2). Se questa lettera fosse pervenuta per tempo, il Bertani certamente avrebbe resistito alle intimazioni del Farini, non sarebbe partito da Genova e la spedizione, lui presente, forse non sarebbe si sbandata come avvenne. Il 10 agosto il Bertani sbarcava a Palermo ricevuto con effetto dal Depretis, l’11 sul vapore Elba arrivava a Torre del Faro e in quel momento era la seguente: nello Stretto la flotta borbonica vigilava etc….Garibaldi, udito il racconto particolareggiato del Bertani circa la approntata grossa spedizione, le difficoltà, anzi le opposizioni fatte dal Governo al compimento del programma, “in un lampo, senza discussione, senza manifestare i suoi progetti”(1) decise di partire per Terranova. Nessuno sapeva di questa decisione e della partenza, tranne il Sirtori a cui aveva scritto: “Sig. Generale Sirtori, io lascio a voi il comando dell’esercito e della marina, dovendo assentarmi qualche giorno. G. Garibaldi”(2).”. Maraldi, a p. 96, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 135-146”. Maraldi, a p. 96, nella sua nota (2) postillava: “(2) Archivio Bertani, Elenco 2°, plico 1°.”. Maraldi, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 141”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 264, in proposito scriveva che: “La cosa era tanto più agevole in quanto il Bertani era partito da Genova per Palermo il 7 agosto e non v’era quindi pericolo ch’egli potesse opporsi all’infrazione evidente degli accordi. Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, fors’anche nella speranza, non solo di indurlo a lasciar partire i sui per il Pontificio, ma di convincerlo a condurveli egli stesso. Egli giungeva nella sera del 10 nella capitale dell’Isola, e ne ripartiva poche ore dopo per arrivare nella notte sul 12 al Faro.“. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 323, in proposito scriveva che: “Garibaldi, a dir il vero, non poteva immaginare che cosa fosse successo per giustificare quel viaggio imprevisto del Bertani, né poteva sapere che cosa gli venisse a dirgli e ad offrirgli, né tanto meno, a quali contrarietà si volesse riferire nella sua lettera. Che io mi sappia, il Bertani non gli aveva mai scritto nulla in proposito. Che cos’era avvenuto ? Comunque, egli non poteva che attendere il Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antogini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo. Per togliere ogni dubbio, ecco questi due documenti dell’archivio Sirtori: “Palermo, 10 agosto ore 7,30 pom. Al Dittatore, Faro – E’ giunto Bertani, solo. Parte stasera per Messina. DEPRETIS”. E il secondo: “Palermo 10 agosto ore 9,30 pom. Il segretario di Stato alla Marina al generale Sirtori – Sta per partire pel Faro il vapore Elba col signor Bertani e 200 soldati. L’Elba inoltre rimorchia un brigantino carico di materiale.”. Nella notte fra l’11 ed il 12, dopo circa 24 ore di navigazione, il Bertani arriva al Faro. E su questo, sono d’accordo tutti: per cui non si spiega come il Comandini e gli altri non si siano accorti ch’essi riducevano a tre o quattr’ore la durata di un viaggio per mare di circa 20 chilometri, con la velocità delle navi d’allora e per di più con un brigantino carico a rimorchio. Al Faro il Bertani era sbarcato quasi a mezzanotte e poiché etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: “…Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova….Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivano obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedevano Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poiché da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonché di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, cui Garibaldi, tornato dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 136 e ssg., in proposito scriveva che: “Per spiegare questo telegramma bisogna ritornare a Genova, ove Bertani, mentre dirigeva l’azione sul Napoletano e mandava armi e volontari a Garibaldi in Sicilia , aveva allestito finalmente la spedizione per l’Umbria e le Marche.”.
Nel 30 luglio 1860, a Messina, Garibaldi scrisse a Bertani
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 163 e ssg., in proposito scriveva che: “Che Bertani sospettasse qualche tranello, si vede dalle sue istruzioni a Pianciani; ma, avendo fatto quanto era umanamente possibile per isventarlo, e oltremodo impensierito di non aver da dieci giorni ricevuto lettera alcuna di Garibaldi, l’8 agosto lasciava Genova per raggiungerlo in Sicilia. Soltanto il giorno 13 agosto giungeva in Genova la seguente lettera di Garibaldi, spedita il 30 luglio da Messina: Comando generale dell’ esercito nazionale in Sicilia. Caro Bertani, Io spero di passare sul continente napoletano prima del 15. Fate ogni sforzo per mandarmi dei fucili qui, a Messina, a Torre del Faro , prima di quell’epoca. Circa alle operazioni negli Stati pontifici e napoletani spingetele a tutta oltranza. Vostro G. Garibaldi.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “Garibaldi a Messina volendo approfittare della partenza per Genova del sig. Sisto Vinciguerra romano , scriveva di suo pugno in presenza di questo la seguente lettere da consegnare a Bertani. « Messina 30 luglio 1860. Caro BERTANI, << Io spero di passare sul continente napolitano prima del 15. << Fate ogni sforzo per mandarmi dei fucili qui a Messina, a Torre del Faro, prima di quell’epoca. << Circa alle operazioni negli Stati Pontifici e Napolitani spingete a tutta oltranza. << Vostro G. GARIBALDI . ».”. Pittaluga aggiunse a p. 139 che: “La lettera viaggiava da Messina a Genova, mentre Bertani viaggiava in senso opposto, mentre Farini disponeva a ritroso dell’una e dell’altro . La lettera fu rimessa al comitato in Genova soltanto il 13 agosto mattina, e Macchi in persona subito andò col Vinciguerra a casa di Pianciani per leggerla assieme , salvo a trasmettergliene copia in tutta forma, come poi fece.
Nell’11 agosto 1860, al Faro di Messina, l’arrivo di BERTANI che cerca e incontra Garibaldi
Agostino Bertani, che era stato a Genova per discutere col Governo Sardo la questione dei volontari da lui organizzati per gli Stati Pontifici, lasciò l’8 agosto 1860 Genova per arrivare il 10 a Palermo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; etc…”. Dunque, il Guerzoni scriveva che Bertani, arrivato a Palermo (da Genova) cercava Garibaldi per dirgli dell’avvenuto “compromesso” o patto stabilito con il Farini e col Governo Sardo. Guezoni scriveva che arrivato a Palermo “poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; etc…”. Ciò che Guerzoni chiama “compromesso” sarà detta dagli storici “Diversione” (del Cavour). Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 157 proseguendo il suo racconto sul viaggio di Garibaldi per Golfo Aranci scriveva: “Toccata con mano, dopo quindici giorni di vani sperimenti, la difficoltà del passaggio dello Stretto, misurata l’esiguità delle proprie forze e persuaso che in essa stava il maggior ostacolo all’impresa ; udito dal Bertani che in Sardegna stava aspettando una bella ed agguerrita legione di circa ottomila armati, co’ quali poteva d’un colpo solo addoppiare il suo esercito; convinto anche più che la spedizione romana, utile un tempo, era divenuta intempestiva e che a Roma si poteva marciar più spediti e sicuramente per la via di Napoli , delibera, quasi all’improvviso, di correre egli stesso nel Golfo degli Aranci a prendere quel prezioso soccorso e portarselo seco in Sicilia…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, fors’anche nella speranza, non solo di indurlo a lasciar partire i suoi per il Pontificio, ma di convincerlo a condurveli egli stesso. Egli giungeva nella sera del 10 nella capitale dell’Isola, e ne ripartiva poche ore dopo per arrivare nella notte sul 12 al Faro.”. Dunque, Bertani, proveniente da Genova giunge a Palermo il 10 settembre e il 12 settembre 1860 giunge al Faro nella speranza di poter incontrare Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 323, in proposito scriveva che: “Garibaldi, a dir il vero, non poteva immaginare che cosa fosse successo per giustificare quel viaggio imprevisto del Bertani, né poteva sapere che cosa egli venisse a dirgli e ad offrirgli, etc…Che cos’era avvenuto ? Comunque egli non poteva che attendere il Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Poi, a p. 325 riferendosi al Bertani aggiunge che: “Non avrebbe certo accettato di toccare la Sicilia e avrebbe evitato così i malumori e le proteste, di cui s’erano fatti interpreti il Nicotera, Achille Sacchi, e lo stesso Mazzini, il quale etc….Il Bertani, impressionato da tali avvertimenti, nell’atto di partire aveva messo in guardia il Pianciani, e aveva creduto bastasse, con queste parole: “Colonnello – I volontari tutti uniti aspetteranno nel Golfo Aranci. Voi arriverete ultimo con lo Stato Maggiore. etc…”.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a p. 324, in proposito scriveva che: “Nella notte fra l’11 ed il 12, dopo circa 24 ore di navigazione, il Bertani arriva al Faro….Al Faro, il Bertani era sbarcato quasi a mezzanotte etc…”. Agrati prosegue il suo racconto e giunge alla partenza di Bertani e di Garibaldi per la Sardegna, verso Golfo Aranci, dove erano state raccolte le truppe. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: “…Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova..”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 326-327, in proposito scriveva che: “Ma, il Bertani dice chiaro che alle 8 del mattino egli era già con lui a bordo del ‘Washington’, e lo conferma una corrispondenza della ‘Gazzetta di Genova’: “Il Bertani giunse al mattino e poco dopo ripartì col Generale”. Essi, quindi, lasciarono il Faro nella ferma convinzione di trovare a Golfo Aranci tutta la gente del Pianciani. La decisione di prtire era stata improvvisa. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 165 e ssg., riferendosi al taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Poi nota: 10 agosto. Arrivo a Palermo. Depretis m’accoglie con affetto, promette che le cambiali verranno tutte pagate. È seccato dagli annessionisti venuti a sciami. Non crede attuabile la spedizione nel Pontificio. Alla sera m’imbarco sull’Elba. Veggo Milazzo, il forte, ricordo Migliavacca. ‘ Si vedono i vapori in crociera. Alle undici si vede il Faro, le coste di Calabria a ridosso. A mezzanotte innanzi al Faro. Cannoneggiamento la notte dalla punta di Capo-Passero, il forte e la fregata incrociano. Minaccie a noi da terra. Sbarco; incontro Castiglia, Caldesi, Stagnetti. Mi corico sulla sabbia bella scena di quella spiaggia sabbiosa. All’alba del 12 veggo Cosenz: andiamo assieme dal generale nel suo quartier generale sull’alto della Torre del Faro. Ora è difficile a dirsi chi fu più sorpreso: Garibaldi a veder comparire Bertani nel suo nido d’aquila, o questi di sentire che il generale fin dal 30 luglio gli aveva scritto di spingere le operazioni nello Stato pontificio a tutta oltranza. Baciato e abbracciato il fido amico, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Il 10 agosto il Bertani sbarcava a Palermo ricevuto con effetto dal Depretis, l’11 sul vapore Elba arrivava a Torre del Faro e in quel momento era la seguente: nello Stretto la flotta borbonica vigilava etc….Garibaldi, udito il racconto particolareggiato del Bertani circa la approntata grossa spedizione, le difficoltà, anzi le opposizioni fatte dal Governo al compimento del programma, “in un lampo, senza discussione, senza manifestare i suoi progetti”(1) decise di partire per Terranova. Nessuno sapeva di questa decisione e della partenza, tranne il Sirtori a cui aveva scritto: “Sig. Generale Sirtori, io lascio a voi il comando dell’esercito e della marina, dovendo assentarmi qualche giorno. G. Garibaldi”(2).”. Maraldi, a p. 96, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 135-146”. Maraldi, a p. 96, nella sua nota (2) postillava: “(2) Archivio Bertani, Elenco 2°, plico 1°.”. Maraldi, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 141”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec., senza disapprovare le spedizioni nostre nell’Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all ‘ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori , mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 140-141, in proposito scriveva che: “Mentre questa flotta di dieci bastimenti naviga a scaglioni distanziati, coll’ intento di concentrarsi a Terranova, conviene trasportarci al Faro di Messina, ove nella notte dell’11 al 12 giungeva Bertani in cerca di Garibaldi. Il generale dormiva nella Torre del Faro. All’alba ricevette Bertani; ed appena appresa la situazione, in un lampo, senza discussione, senza manifestare i suoi progetti , senza assentire esplicitamente ai concetti altrui, senza far conoscere l’esame delle probabili conseguenze, decise di partire al più presto per Terranova sul Whashington già pronto a sua disposizione. Silenziosamente l’alma terra vivifica nel suo grembo fecondo i germi multiformi destinati a risplendere alla luce del sole: nella mente del Grande capitano del popolo, che in quindici giorni dall’11 al 27 maggio, da Marsala a Palermo aveva conquistato la Sicilia, silenziosamente germogliavano il 12 agosto le più complesse concezioni politico-militari, i più inconciliabili conflitti di cose, di persone e di elementi, colla visione chiara della migliore risultante per il bene d’Italia, con la riserva dei ripieghi per le mille immancabili contrarietà. Fatto chiamare il generale Sirtori suo capo di stato maggiore, riaffermò i suoi intendimenti per lo sbarco in Calabria e le direttive per compierlo; e gli rimise con apposito ordine il comando dell’esercito meridionale, dovendo temporaneamente assentarsi.”.
Nell’11 agosto 1860, a Golfo Aranci in Sardegna l’arrivo delle truppe della Spedizione Bertani-Pianciani. Partendo da Genova e La Spezia arrivarono in Sardegna le prime due Brigate: GENOVA (comandata dal colonnello EBERHARDT) sul vapore TORINO e PARMA (comandata dal colonnelo THARRENA, poi SPINAZZI), sui vapori AMAZONE e ISERE, che furono subito dirottate in Sicilia, dalla nave piemontese GULNARA
Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 133, riferendosi alla Convenzione stipulata tra il ministro Farini ed il Bertani, in proposito scriveva che: “…I volontari devono partire non da un solo porto, ma da punti diversi; i volontari devono partire in più convogli di uno od al più due vapori, coll’intervallo di uno o due giorni l’uno dall’altro; il governo permette alla spedizione di concentrarsi nel porto di Terranova per ordinarsi, armarsi, equipaggiarsi. È da questo punto di prestabilito concentramento, che tutta la spedizione prese ufficialmente il nome di Spedizione di Terranova, adottato nei posti e nella corrispondenza, coll’intendimento di alludere con quel nome alla Terranova da congiungere a quella già redenta, cioè alle terre soggette al Papa.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 140, in proposito scriveva che: “Intanto l’invio dei vapori sul luogo di concentramento era già incominciato. Prima a partire è stata la Brigata Genova Eberhard, che mosse il giorno 8 agosto imbarcata sul Torino. Poco dopo partì la Brigata Parma Tharrena, imbarcata sui vapori Amazone ed Isère. Vi fu poi un intervallo di tre giorni a causa di ostacoli di varia natura frapposti dal governo il quale tendeva in tutti i modi a far fallire il convenuto concentramento a Terranova. Nei giorni 11 e 12 partirono poi sui vapori Garibaldi, Calatafimi e Weasel e sul clipper Sheaperd, le Brigate Milano (Gandini ) e Bologna (Puppi). E finalmente nel pomeriggio del giorno 13 partì lo stato maggiore sul Bisantino. Non rimase a Genova che qualche centinaio di uomini , ed una parte del materiale, che dovevano partire il 14 sul vapore Veloce rimorchiante un altro clipper americano. Mentre questa flotta di dieci bastimenti naviga a scaglioni distanziati, coll’ intento di concentrarsi a Terranova, conviene trasportarci al Faro di Messina, ove nella notte dell’11 al 12 giungeva Bertani in cerca di Garibaldi.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: “Adunque contemporaneamente dal Faro e da Genova, convergevano nel Golfo degli Aranci la mente e le braccia, il Comandante ed i soldati. Ma vi era anche un altro elemento marittimo che aveva diretto la sua prora al Golfo degli Aranci Il compromesso sottoscritto da Bertani e da Farini non rassicurava quest’ultimo nè il governo sulla sua esecuzione, e lo lasciava nel dubbio che Bertani l’avrebbe eluso, quando avesse potuto far movere ordinati uniti e compatti dal Golfo degli Aranci i seimila uomini colà concentrati. Trovando giustificazione nelle supreme necessità politiche, si adoperò perchè fallisse ilconcentramento, facendo in modo che i bastimenti, i quali dovevano arrivare separati ad uno ad uno, appena giungessero al convegno, fossero avviati a Palermo. A tale intento, d’accordo col ministro della marina Cavour, e con quello della guerra Fanti, incaricò una nave da guerra, la Gulnara, comandata da un capitano di corvetta molto adatto al compito che gli si affidava, di recarsi nelle acque del Golfo degli Aranci ad attendere ciascun legno carico di garibaldini man mano che arrivava, e presentandosi al comandante adoperarsi in guisa da indurlo a nome del governo colla intimazione e colla persuasione a proseguire per Palermo, dove doveva farsi il concentramento. La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute , quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnar a aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni , finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”.
Nell’12 agosto 1860, a Palermo l’arrivo delle truppe della Spedizione Bertani-Pianciani che dovettero ripartire da Golfo Aranci in Sardegna: le prime due Brigate: GENOVA (comandate dal colonnello EBERHARDT) sul vapore TORINO e la PARMA (comandata dal colonnelo THARRENA, poi SPINAZZI), sui vapori AMAZONE e ISERE, che furono subito dirottate in Sicilia, dalla nave piemontese GULNARA
L’11 e il 12 arrivarono a Palermo, dove vi era il Depretis, due Brigate della Spedizione Bertani-Pianciani che, la nave sarda “Gulnara”, a Golfo Aranci aveva intimato la partenza per Palermo. Le due Brigate organizzate dal Bertani erano la Tharrena e la Eberhardt, che viaggiarono sui vapori Franklin e Torino. Sebbene tra grandi difficoltà, il generale Sirtori, decise di sua iniziativa di spostarle da Palermo a Taormina, dove poi, il 19 agosto 1860 potettero imbarcarsi le truppe del Bixio con Garibaldi al seguito, che parrarono lo Stretto e per sbarcare in Calabria. Fu il primo sbarco di successo dell’Esercito Meridionale di Garibaldi. Ci aveva provato prima Musolino. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Dunque, il Guerzoni racconta che arrivati a Golfo Aranci in Sardegna, alcune Brigate della Spedizione “Terranova”, così denominate dal Bertani, vennero indotte dal Governo Sardo ad imbarcarsi sul vapore Sardo GULNARA, che li dirottò a Palermo, su volere del Cavour. Si trattava delle due Brigate EBERHARD e THARRENA, circa 2000 uomini che dovettero imbarcarsi il 13 agosto 1860 sui vapori Franklin e Torino. Infatti, arrivando a Golfo Aranci, Garibaldi e Bertani non li trovarono. Secondo il Guerzoni, le due Brigate Eberhard e Tharrena si mossero subito da Genova ed il 13 agosto 1860 arrivarono a Golfo Aranci in Sardegna dove però trovarono la “Gulnara”, che li obbligò a ripartire per Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 264, in proposito scriveva che: “L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci. Ma il Rustow dice che la partenza a scaglioni rese più facile al Cavour l’impedire quel concentramento, inviando le navi in Sicilia di mano in mano che arrivavano. Il Cavour aveva posto in azione a Golfo Aranci la Gulnara, nave da guerra sarda, la quale obbligava subito a ripartire ogni vapore del Bertani, senza attendere gli altri. La cosa era tanto più agevole in quanto il Bertani era partito da Genova per Palermo il 7 agosto e non v’era quindi pericolo ch’egli potesse opporsi all’infrazione evidente degli accordi. Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure proprio alla forza ricorse il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovata la ‘Gulnara’ che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava così ragione al Mazzini e agli altri che non lo credevano in buona fede nelle trattative col Bertani, i cui vapori avevano pieno diritto di restare a Golfo Aranci finché a loro piacesse. Etc..”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva……il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi…..Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “…Pianciani…Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo.”. La White-Mario, traendo dal taccuino del Bertani scriveva che Garibaldi, arrivato a Golfo Aranci con Bertani trovò solo 4000 uomini invece di 6000. Garibaldi non trovò il vapore Torino e l’Amazzone che si erano partiti per Palermo, indotti dalla nave da guerra Piemontese “Gulnara”, condotti dal colonnello Eberhard. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 186 e ssg., in proposito scriveva che: “Si è detto che legni da guerra Sardi si sarebbero opposti alla esecuzione del nostro disegno. lo posso dichiarare che da Genova in Sardegna, sulle coste di quell’Isola, e poi da Cagliari a Palermo, non ho mai incontrato, non ho mai potuto neppure, malgrado le ricerche non interrotte, scorgere in lontananza un bastimento qualunque, che potesse sospettarsi fosse un legno da guerra della marina Sarda: il ministero confidava assai più nell’intrigo, di quello che nella violenza per impedire che la nostra spedizione avesse effetto. Non dico io già di credere incapace il ministero Piemontese di usare violenza contro noi; dico solo non averlo fatto in sino allora per quanto sapessi io, e ciò per prudenza forse meglio che per men tristo volere. Alla violenza avrebbe forse ricorso quando fosse stato certo che l’intrigo non poteva riuscirgli, ma ciò diveniva men facile non essendo stati i nostri legni nè scortati , nè sorvegliati, malgrado quanto erasi vociferato di voler fare.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure, proprio alla forza ricorre il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovato la Gulnara che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava, così, ragione al Mazzini…etc…Certo si è che che né le navi né i volontari poterono più trovarsi più riuniti. Lo stesso Treveljan s’inganna quando afferma che ciò avvenne pochi giorni dopo a Palermo. Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Il Depretis si affrettava a a telegrafare, credendo ancora Garibaldi al Faro: “Palermo 12, ore 2,20 pom. Al Dittatore, Faro – E’ arrivato il Torino col colonnello Ebehardt e 1500 uomini disarmati, proveniente da Golfo Aranci. Il comandante dice che un vapore da guerra sardo ha ordinato loro di proseguire la rotta etc…”. Insomma, nel porto di Palermo, il 12 agosto 1860, il Depretis si ritrovò in modo inatteso i due vapori del Bertani, il Torino e l’Amazon e le truppe delle due Brigate Tharrena (1500 uomini) e l’Amazon con 2500 uomini disarmati ed affamati. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare e non risponde al Depretis, né subito né per tutto il giorno seguente, il 13, forse nella speranza che Garibaldi si faccia vivo e gli dica in qualche modo come deve comportarsi. Garibaldi, invece, è in mare e fino alla sera del 13 non giunge a Golfo Aranci, né vi è modo alcuno di fargli sapere l’inattesa novità.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328). E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sirtori.“. Agrati, riferendosi a Garibaldi, da Cagliari, a p. 344 scriveva che Garibaldi: “ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”. Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: “Il 14 alle quattro dopo mezzodì, volsimo verso la baja degli Aranci onde scoprire se ivi si trovasse qualcuno dei nostri legni, ma non se ne rinvenne. Allora piegammo verso il golfo di Terranova; ma ivi pure a nostra ingrata sorpresa non ne trovammo veruna traccia. Dalle notizie raccolte però, ebbimo sentore che i legni giunti poco prima, erano ripartiti verso il sud; etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Agostino Depretis, Prodittatore della Sicilia, e il generale Sirtori, in asssenza di istruzioni di Garibaldi, che non sapeva nulla, avevano difficoltà ad accoglierle nel porto di Palermo in quanto non si poteva far fronte alle esigenze di vitto e alloggio decoroso. In quelle giornate, Bertani aveva noleggiato il vapore Garibaldi per andare in Sardegna e portare le truppe da egli organizzate in Sicilia. Agrati quì parla anche del passaggio in Calabria. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: “Trovando giustificazione nelle supreme necessità politiche, si adoperò perchè fallisse il concentramento, facendo in modo che i bastimenti, i quali dovevano arrivare separati ad uno ad uno, appena giungessero al convegno, fossero avviati a Palermo. A tale intento, d’accordo col ministro della marina Cavour, e con quello della guerra Fanti, incaricò una nave da guerra, la Gulnara, comandata da un capitano di corvetta molto adatto al compito che gli si affidava, di recarsi nelle acque del Golfo degli Aranci ad attendere ciascun legno carico di garibaldini man mano che arrivava, e presentandosi al comandante adoperarsi in guisa da indurlo a nome del governo colla intimazione e colla persuasione a proseguire per Palermo, dove doveva farsi il concentramento. La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute , quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo , quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnara aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni , finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà , e da insistenti sollecitazioni, finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”.
Nell’12 agosto 1860, a Palermo, l’arrivo delle truppe della Spedizione Bertani-Pianciani che dovettero ripartire da Golfo Aranci in Sardegna: le prime due Brigate: GENOVA (comandate dal colonnello EBERHARDT) sul vapore TORINO e PARMA (comandata dal colonnelo THARRENA, poi SPINAZZI), sui vapori AMAZONE e ISERE, che furono subito dirottate in Sicilia, dalla nave piemontese GULNARA
L’11 e il 12 arrivarono a Palermo, dove vi era il Depretis, due Brigate della Spedizione Bertani-Pianciani che, la nave sarda “Gulnara”, a Golfo Aranci aveva intimato la partenza per Palermo. Le due Brigate organizzate dal Bertani erano la Tharrena e la Eberhardt, che viaggiarono sui vapori Franklin e Torino. Sebbene tra grandi difficoltà, il generale Sirtori, decise di sua iniziativa di spostarle da Palermo a Taormina, dove poi, il 19 agosto 1860 potettero imbarcarsi le truppe del Bixio con Garibaldi al seguito, che parrarono lo Stretto e per sbarcare in Calabria. Fu il primo sbarco di successo dell’Esercito Meridionale di Garibaldi. Ci aveva provato prima Musolino. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “….dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure proprio alla forza ricorse il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovata la ‘Gulnara’ che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava così ragione al Mazzini e agli altri che non lo credevano in buona fede nelle trattative col Bertani, i cui vapori avevano pieno diritto di restare a Golfo Aranci finché a loro piacesse. Etc..”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “….Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata Parma (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, Milano (Gandini) e Bologna (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, riferendosi alla Brigata di Castel Pucci, in proposito scriveva che: “Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. Etc..”. Però devo dire che in questo pssaggio il Maraldi scrive delle date che forse sono sbagliate. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – etc…”. Dunque, a Palermo, prima che fossero arrivati i volontariportati da Garibaldi, ovvero intorno al 12 o 13 agosto 1860, vi era una truppa di 2500 volontari garibaldini dirottati dal Governo Sardo. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo.”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “…..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; ….etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata , Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: “La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto.”. Dunque, Rustow, nella traduzione di Bizzozero dice che la Brigata Eberhard e la Brigata Tharrena erano già partiti dal Golfo Aranci per Palermo. Infatti Garibaldi a Golfo Aranci trovò solo le due Brigate Gandini e Puppi, ovvero la Milano e la Bologna. Rustow, continuando il suo racconto scriveva pure che: “La brigata Eberhard (Genova) arrivata per la prima nel golfo degli aranci a bordo del Torino, fu tosto attaccata dal Gulnara e persuasa a far vela verso Palermo senza attendere l’arrivo di altri navigli o di altre truppe. Senza opporre grande resistenza e contro il preciso tenore delle istruzioni avute, Eberhard si lasciò indurre a partire. Il vederlo fare vela, senza lasciar alcun avviso, rese inquiete le truppe della seconda brigata Tharrena (Parma) che frattanto era arrivata. La Gulnara ed alcuni, che si spacciavano per plenipotenziarii di Garibaldi, calmarono quella inquietudine, approfittando anche della circostanza che erasi fatta sentire una certa carestia di viveri, cui non potevasi riparare così presto in quel povero paese. Ed in questo modo anche Tharrena si lasciò indurre a proseguire il viaggio verso Palermo; “. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: “Ma il Rustow dice che la partenza a scaglioni rese più facile al Cavour l’impedire quel concentramento, inviando le navi in Sicilia di mano in mano che arrivavano. Il Cavour aveva posto di stazione a Golfo Aranci la ‘Gulnara’, nave da guerra sarda, la quale obbligava subito a ripartire ogni vapore del Bertani, senza attendere gli altri. La cosa era tanto più agevole in quanto il Bertani era partito da Genova per Palermo il 7 agosto e non v’era quindi pericolo ch’egli potesse opporsi all’infrazione evidente degli accordi. Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, etc…”. Dunque, Agrati scriveva che i primi volontari della spedizione Bertani, comandati da Pianciani e Capo di Stato Maggiore Rustow partirono da Genova il 7 agosto e gli ultimi arrivarono il 13 agosto 1860 a Golfo degli Aranci in Sardegna. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: “Appena giunto a Golfo degli Aranci, Garibaldi…. Ma invano avevano cercato il ‘Torino e l’Amazon, che, a quello che si disse loro, erano partiti per Palermo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; Etc..”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi il Medici con 2500, poi il Cosenz.con 1600, e il Sacchi con 1500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia, Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada accorrenti sulle terre nostre. Sembra su ‘ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri ; su ‘ Siciliani , benchè fossero migliaia facea poco conto; etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari, mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Guerzoni, a p. 157, riferendosi a Garibaldi scriveva: “Lasciato nella notte del 12 il Faro, …..Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; etc…”. Dunque, il Guerzoni racconta che arrivati a Golfo Aranci in Sardegna, alcune Brigate della Spedizione “Terranova”, così denominate dal Bertani, vennero indotte dal Governo Sardo ad imbarcarsi sul vapore Sardo GULNARA, che li dirottò a Palermo, su volere del Cavour. Si trattava delle due Brigate EBERHARD e THARRENA, circa 2000 uomini che dovettero imbarcarsi il 13 agosto 1860 sui vapori Franklin e Torino. Infatti, arrivando a Golfo Aranci, Garibaldi e Bertani non li trovarono. Secondo il Guerzoni, le due Brigate Eberhard e Tharrena si mossero subito da Genova ed il 13 agosto 1860 arrivarono a Golfo Aranci in Sardegna dove però trovarono la “Gulnara”, che li obbligò a ripartire per Palermo. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo. Pianciani collo stato maggiore non era ancora giunto. Bertani ritorna sul Washington e riferisce; prega il generale di mostrarsi ai volontari, insospettiti della vicinanza del vapore che temono venuto per parte del governo a disperdere anche loro. Garibaldi è furioso per la partenza dei due vapori, ma sale sul Clipper, e alla vista dell’amato volto gli evviva rintuonano e riecheggiano nel golfo. Non un sorriso però illumina la faccia del generale: ogni occasione per eseguire un grosso sbarco sopra Napoli o sul littorale del Pontificio era scomparsa, e il duce si crucciava per il tempo perduto, per il Faro abbandonato, per i pionieri asserragliati. Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: < Si va dove , quando , come Garibaldi ordinerà . E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo.”. La White-Mario, traendo dal taccuino del Bertani scriveva che Garibaldi, arrivato a Golfo Aranci con Bertani trovò solo 4000 uomini invece di 6000. Garibaldi non trovò il vapore Torino e l’Amazzone che si erano partiti per Palermo, indotti dalla nave da guerra Piemontese “Gulnara”, condotti dal colonnello Eberhard. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: “Trovando giustificazione nelle supreme necessità politiche, si adoperò perchè fallisse il concentramento, facendo in modo che i bastimenti, i quali dovevano arrivare separati ad uno ad uno, appena giungessero al convegno, fossero avviati a Palermo. A tale intento, d’accordo col ministro della marina Cavour, e con quello della guerra Fanti, incaricò una nave da guerra, la Gulnara, comandata da un capitano di corvetta molto adatto al compito che gli si affidava, di recarsi nelle acque del Golfo degli Aranci ad attendere ciascun legno carico di garibaldini man mano che arrivava, e presentandosi al comandante adoperarsi in guisa da indurlo a nome del governo colla intimazione e colla persuasione a proseguire per Palermo, dove doveva farsi il concentramento. La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute , quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo , quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnara a aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni , finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”.
Nel 12 agosto 1860, l’arrivo a Palermo della Brigata GENOVA (EBERHARDT, comandata dal colonnello EBERHARD, sul vapore TORINO
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo.”. La White-Mario, traendo dal taccuino del Bertani scriveva che Garibaldi, arrivato a Golfo Aranci con Bertani trovò solo 4000 uomini invece di 6000. Garibaldi non trovò il vapore Torino e l’Amazzone che si erano partiti per Palermo, indotti dalla nave da guerra Piemontese “Gulnara”, condotti dal colonnello Eberhard. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: “La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute, quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Eberhard al suo arrivo in Palermo ricevette il comando di far vela intorno alla costa orientale e meridionale dell’ isola; e gli venne aggiunto il Franklin con alcune centinaja d’ uomini. Questi corpi di truppe dovevano poscia unirsi alla divisione Bixio, già stanziata sulla costa orientale della Sicilia ed occupavasi anche nel giorno 13 a soffoccare l’agitazione in Bronte distretto dell’ Etna. La congiunzione ebbe luogo a Taormina e la divisione Bixio fu portata con questo rinforzo a circa 4500 uomini. La brigata Tharrena fu trattenuta a Palermo ed in essa manifestossi, più che altrove, un certo spirito d’insubordinazione.”. Infatti, nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “…..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Dunque, la Brigata Eberhard, la seconda Brigata dell’ex spedizione Pianciani-Bertani, non era più a golfo Aranci, il 14 agosto 1860, quando arrivò Garibaldi perchè essa era stata fatta partire per Palermo. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt.; a. 2° Brigata Tharrena. Etc..”. Sulla Brigata “Eberhrardt” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: “L’invasione dell’Umbria e delle Marche doveva effettuarsi per mare e per terra contemporaneamente. Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo.“.
Nel 12 agosto 1860, l’arrivo a Palermo della la Brigata PARMA (comandata dal colonnello THARRENA (poi dal colonnello SPINAZZI) sui vapori AMAZZONE e ISIRE
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo.”. Dunque, la White scriveva che il vapore Amazzone era ripartito da Golfo Aranci, sollecitato dalla nave sarda Gulnara con la Brigata PARMA ed il suo comandante Tharrena. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà , e da insistenti sollecitazioni, finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: “Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnara a aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni, finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: “Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “…..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Dunque, la Brigata Tharrena, la seconda Brigata dell’ex spedizione Pianciani-Bertani, non era più a golfo Aranci, il 14 agosto 1860, quando arrivò Garibaldi perchè essa era stata fatta partire per Palermo. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, riferendosi alle ue Brigate Eberard e Tharena, arrivate subito a Palermo, in proposito scriveva: “Questi corpi di truppe dovevano poscia unirsi alla divisione Bixio, già stanziata sulla costa orientale della Sicilia ed occupavasi anche nel giorno 13 a soffoccare l’agitazione in Bronte distretto dell’ Etna. La congiunzione ebbe luogo a Taormina e la divisione Bixio fu portata con questo rinforzo a circa 4500 uomini. La brigata Tharrena fu trattenuta a Palermo ed in essa manifestossi, più che altrove, un certo spirito d’insubordinazione.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “….Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate , denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt.; a. 2° Brigata Tharrena. Etc..”. Sulla Brigata “Tharrena” aggiungeva che la Brigata era una delle 4 Brigate che: “L’invasione dell’Umbria e delle Marche doveva effettuarsi per mare e per terra contemporaneamente. Le quattro prime brigate partendo da Genova e Spezia, dovevano sbarcare col comandante della Divisione a Montalto, portarsi a Toscanella, e di qui marciare su Orvieto per la via di Montefiascone e per quella di Viterbo.“.
Nel 13 agosto 1860, i maneggi di CAVOUR e la CIRCOLARE FARINI del GOVERNO SARDO che bloccava i volontari organizzati dal Bertani e dal Nicotera
Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 132-133, in proposito scriveva che: “XXIII. Il governo di Torino, conscio della situazione generale, delle intenzioni e del piano della spedizione Pianciani determina di impedirla ed a tal uopo, proprio alla fine di luglio, il ministro dell’interno Farini si reca a Genova per indurre il comitato centrale a rinunziarvi. Fa conoscere a Bertani ed a Saffi del Comitato centrale che desidera vederli all’Albergo d’Italia dove alloggiava, e quivi, previe proteste di stima ed altri complimenti, espone che per incarico del ministero doveva occuparsi della spedizione Pianciani la quale, per le generali condizioni politiche non poteva effettuarsi direttamente dai porti del regno italiano alle spiaggie pontificie. Che era perfettamente d’accordo sulla necessità di liberare le province ancora soggette al Papa; che però non si poteva precipitare; che il governo stesso loavrebbe fatto colle truppe regolari e soggiungeva: fra pochi giorni daremo fiato alle nostre trombe» . Che perciò era deciso intendimento del governo di impedire che la spedizione Pianciani eseguisse la diversione coll’invadere gli Stati del
papa, e che soltanto avrebbe permesso che fosse partita per la Sicilia, dove Garibaldi ne avrebbe disposto a suo talento. Alle varie osservazioni di Bertani il Farini rispose sempre con fermezza, sino a conchiudere che il governo avrebbe impedita a qualunque costo, anche colla forza, l’attuazione della progettata spedizione. Ma poichè l’autorità in politica non consiste soltanto nell’impiego della forza, il quale può anche produrre dolorose e disastrose conseguenze, si finì per convenire in una transazione, formulata in una convenzione scritta in duplice copia, firmata da Farini e Bertani che stabiliva: I volontari devono partire non da un solo porto, ma da punti diversi; i volontari devono partire in più convogli di uno od al più due vapori, coll’intervallo di uno o due giorni l’uno dall’altro; il governo permette alla spedizione di concentrarsi nel porto di Terranova per ordinarsi, armarsi , equipaggiarsi. È da questo punto di prestabilito concentramento, che tutta la spedizione prese ufficialmente il nome di Spedizione di Terranova , adottato nei posti e nella corrispondenza, coll’intendimento di alludere con quel nome alla Terranova da congiungere a quella già redenta , cioè alle terre soggette al Papa.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 145-146-147, in proposito scriveva che: “Trovando giustificazione nelle supreme necessità politiche, si adoperò perchè fallisse il concentramento, facendo in modo che i bastimenti, i quali dovevano arrivare separati ad uno ad uno, appena giungessero al convegno, fossero avviati a Palermo. A tale intento, d’accordo col ministro della marina Cavour, e con quello della guerra Fanti, incaricò una nave da guerra, la Gulnara, comandata da un capitano di corvetta molto adatto al compito che gli si affidava, di recarsi nelle acque del Golfo degli Aranci ad attendere ciascun legno carico di garibaldini man mano che arrivava, e presentandosi al comandante adoperarsi in guisa da indurlo a nome del governo colla intimazione e colla persuasione a proseguire per Palermo, dove doveva farsi il concentramento. La brigata Genova prima partita da Genova il giorno 8, come abbiamo visto, giunta al Golfo degli Aranci fu subito avvicinata dalla Gulnara, il cui comandante presentatosi al colonnello Eberhardt gli espose che per mutate condizioni politico-militari, la spedizione doveva andare a Palermo; avere egli formale mandato di ordinare a nome del Governo che i legni coi volontari man mano che arrivavano al Golfo degli Aranci dovessero immediatamente continuare per la Sicilia senza attendere quelli che dovevano seguire. Eseguendo con molta abilità e grande impegno le istruzioni ricevute , quel comandante lasciò capire che il ministro della guerra Fanti lo aveva incaricato di parlare direttamente a nome suo al valoroso colonnello Eberhardt. In pari tempo l’equipaggio della Gulnara abilmente preparato si adoperava nello stesso senso presso i garibaldini del Torino. Tutto questo maneggio convinse abbastanza facilmente il comandante del primo scaglione della spedizione a girare di bordo, ed a proseguire per Palermo; a fare cioè diversamente, anzi a fare l’opposto di quello che doveva, di quello che gli prescrivevano tassative istruzioni personali dei suoi superiori diretti, illustrate e rafforzate dai precedenti della spedizione ad esso ben noti. La nave Gulnara sedusse Eberhardt, più che la fiamma dell’odalisca omonima abbia affascinato Corrado. Il Torino aveva ripreso la navigazione, e la sua prora era già sulla rotta di Palermo, quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci l’Amazone e l’Isera, portanti la brigata Parma (Tharrena). Questa vedendo allontanarsi dal luogo del concentramento la brigata che per la prima ivi era giunta, sentì una scossa deleteria. Nacquero subito incertezze e mormorii. Ma Tharrena fece dirigere le sue navi al luogo designato. Qui il comandante e l’equipaggio della Gulnara avevano miglior gioco alla loro manovra basandosi sul precedente della partenza di Eberhardt. Oltre all’ordine formale del Governo, fu aggiunto che da notizie ed informazioni private risultava che tutta la spedizione dovesse andare da Genova e da Livorno direttamente in Sicilia, dove già eransi recati prima Bertani e poi Pianciani stesso. Fra gli ufficiali di questa brigata ve ne fu uno proveniente dall’esercito regolare, il quale in buona o mala fede, per istinto di obbedienza al Governo, o per subdolo incarico avutone, audacemente propugnava l’obbligo di obbedire all’ordine che il comandante della Gulnara a aveva intimato, e ciò in odio alle prescrizioni del comandante della spedizione. Aggiungasi che a Terranova non erano ancora giunti i viveri ordinati per le due prime brigate che già avrebbero dovuto trovarvisi, e che giunsero in realtà alcune ore dopo. Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi. Ma turbato da dubbi, premuto da difficoltà, e da insistenti sollecitazioni , finì per decidersi a recarsi egli pure a Palermo.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “…; mentre Garibaldi molto scontento sia di Cavour sia di Bertani, dové ritornare al suo primitivo progetto di avanzare da Messina attraverso la Calabria. Bertani, dal canto suo, si affrettò a condurre il rimanente dei suoi uomini a sud, per unirsi a Garibaldi. Un ultimo tentativo fu compiuto dai radicali del Nord. Appena Cavour ebbe riacquistato un saldo controllo su Genova, Mazzini si spostò su un terreno più compromettente, più vicino al confine dello Stato pontificio. A Genova il suo giornale era stato censurato e confiscato sempre più di frequente via via che i moderati riconquistavano le loro posizioni (1); così, verso la metà di agosto, egli abbandonò il suo nascondiglio e si recò in Toscana, dove c’era una notevole corrente di malcontento contro il regime piemontese (2). Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera. Il governatore della Toscana.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Che una siffatta impresa non potesse essere tollerata dal Governo di Vittorio Emanuele, s’intende da sè. Ogni istituzione vive della logica sua. La Monarchia non poteva abbandonare il Papato alle mani della rivoluzione senza esporsi o ad esautorare sè stessa, se la rivoluzione trionfava, o a rovinare l’ Italia, se la rivoluzione soccombeva. Oltre di che era da cansare il pericolo sommo che la rivoluzione trascorrendo, com’è natura sua, andasse a dar di cozzo contro Roma, scatenando dalle violate mura la collera della Francia, e i fulmini dell’ intera Cattolicità. Importava dunque che una siffatta spedizione fosse comunque impedita, e il Gabinetto di Torino deliberò che la fosse ad ogni costo. Diverso però, secondo la diversa mente degli esecutori, il metodo d ‘ esecuzione. Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. In sulle prime il delegato di Garibaldi resistette; ma il Ministro di re Vittorio avendo alla fine smascherato il suo fermo proposito d’impedire la divisata. spedizione anche colla forza, le due parti vennero pelminor male ad un compromesso, mercè del quale tutte le truppe predisposte all’impresa di Roma s’imbarcherebbero in più riprese per la baia di Terranova, nell’isola di Sardegna, e di là non appena radunate continuerebbero per Sicilia, onde mettersi quivi agli ordini di Garibaldi. Fino a qual punto però un siffatto componimento fosse sincero, sarebbe prudente non scandagliare. Certo nessuno de’ due contraenti svelò chiaramente il suo pensiero: vecchi cospiratori entrambi, entrambi convinti di giovare alla patria, facevano probabilmente a chi meglio gabbava l’altro. Il Farini intanto che concedeva la radunata in Sardegna, spiccava bastimenti da guerra perchè obbligassero i volontari , mano mano che arrivavano al convegno, a continuare per la Sicilia; il Bertani, mentre s’era impegnato a proseguire per Palermo, faceva intendere ai Comandanti la mèta vera della spedizione esser sempre le coste romane, verso le quali appena radunato il naviglio dovevano essere drizzate le prue. Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a pp. 149-150 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Governo di Torino era sempre più preoccupato delle influenze mazziniane presso Garibaldi e specialmente ora che il Generale di tanto in tanto accennava a voler compiere l’unità d’Italia senza sostare; mentre Mazzini, sempre in Italia, con Bertani lavorava per organizzare la grande spedizione nello Stato Pontificio, da lui ideata e che ormai appareva imminente; se questa avveniva era la rovina. A scongiurare tale pericolo, il 13 agosto Farini diramò a tutti i Governi e agli intendenti generali la seguente circolare: “Sollevati, or son tre mesi, i Siciliani allo acquisto della libertà, ed accorsi in aiuto etc…E perchè il sottoscritto deve compiere l’ordinamento della Guardia nazionale mobile e preparare la formazione dei corpi composti di volontari della Guardia Nazionale che la legge abilita, non vuolsi altrimenti permettere che altri faccia incetta e raccolta di soldati volontari (I).”. Nazari, a p. 150, nella nota (I) postillava che: “(I) Su questo punto specialmente insistendo, venne pubblicata nel ‘Monitore Toscano’ del 20 settembre successivo una circolare di Ricasoli, in data 18 settembre, diretta ai Prefetti della Toscana. Dichiara che si devono impedire gli arruolamenti di volontari, sieno fatti da Comitati speciali o da individui, senza legale mandato.”. Dunque, la Nazari richiama alla Circolare Farini che vietava nuovi arruolamenti di volontari a discapito di Garibaldi e la conseguente attività di Ricasoli contro Nicotera e la Brigata Toscana. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Rottura di Cavour con Garibaldi”, a pp. 282-283, riferendosi ai mesi autunnali, in proposito scriveva che: “Cavour si era preparato per tale eventualità almeno fin dalla metà d’agosto; e il primo indubitabile passo da lui compiuto in tal senso era costituito dalla circolare del 13 agosto, che vietava l’arruolamento di volontari. Etc…(p. 283). In Toscana i volontari di Nicotera, che avevano ricevuto il permesso ed anche l’incoraggiamento per concentravisi prima di tale mutamento di politica (3), furono dispersi, nonostante le violente proteste di Ricasoli. La forzata dispersione dei volontari genovesi già avvenuta in precedenza in quel mese era stata effettuata a causa dell’avversione della Francia a violazioni del territorio pontificio; invece, lo scioglimento dei volontari radunatisi in Toscana era conseguente alla risoluzione di Cavour di invadere lui stesso quel territorio. L’aiuto dei volontari gli sarebbe stato utile; ma c’erano ragioni politiche perché l’esercito regio ed il governo del re dovessero riservare per sé soli quel tanto di prestigio che sarebbe derivato da quest’ardita impresa. Per abbindolare Nicotera sino a convincerlo a recarsi ai primi di settembre nella remota Sicilia, occorsero insieme tatto, fermezza ed astuzia (4); e si riuscì così appena in tempo a compiere questa delicata mossa (5).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (3) postillava che: “(3) Ricasoli a Cavour, 23 agosto (B. Ricasoli, Lettere, a cura di Tabarrini, V, p. 213); Ricasoli a Farini, 26 agosto (BR ASF, b, T, f. P).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (4) postillava: “(4) Protesta di Nicotera al governatore di Livorno, 31 agosto (BP, ASF, b. A, f. P).”. Carlo Agrati sulla faccenda che vide il Governo Piemontese, Cavour e Ricasoli e Nicotera con forti contrasti, ha scritto a pp. 333 e ssg. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 334, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “…, mentre assegnava il quartiere di Castel Pucci ai volontari che s’andavano arruolando; cosicché si poteva ben dire che se Cavour teneva a Salvare le apparenze, il Ricasoli non si preoccupava neanche di quelle;….Ma ecco da Torino il veto Reale…..Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Per tal modo tutte le forze raccolte dal Bertani a danno del Papa, più di 8000 uomini in tutto, finirono con l’andare ad accrescere le file di Garibaldi, rendendogli servizi indispensabili nell’opera di occupazione e poi di difesa di Napoli. Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a fare osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. La Dobelli, a p. 155, in proposito aggiungeva: “Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a far osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni di massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Dobelli, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. milit., II, 179; F. O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che, Garibaldi, dalla Sardegna dove si era recato con Bertani: “Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta.”. Sempre la White, sulla scorta del Diario del Bertani, aggiunge che, Bertani, arrivato di nuovo in Sicilia: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Bertani, a Milazzo, intendo a ricongiungersi con Garibaldi, da poco sbarcato in Calabria, con il contingente delle truppe ex Spedizione Pianciani (circa 4000 uomini affidati da Garibaldi, al colonnello Rustow), “….aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo dfacendola anzi scortare da Livorno” e, aveva letto la circolare di Farini (indotta da Cavour) del blocco degli arruolamenti di volontari. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 335-336, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida: “…Il Governo etc…”. Inutile dire gli strilli e le ire dei mazziniani contro queste parole del Farini, che si vollero non a torto dirette anche contro Garibaldi; certo, lo erano contro il Bertani e il Nicotera ed erano un chiaro monito per il Ricasoli, il quale aveva dovuto mutar contegno nei suoi rapporti coi volontari ed opporsi alla progettata invasione da parte loro degli Stati della Chiesa.”. Argomento che tratterò innanzi (31 agosto 1860). Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Quì però ho dei dubbi su ciò che scriveva il Maraldi in quanto, scrivendo che: “Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”, credo vi sia un errore perchè si tratta del settembre e non agosto. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow racconta che a Milazzo, in attesa di nuove disposizioni faceva esercitare il suo piccolo esercito e scrive che però non vi erano i volontari della prima Brigata Genova. Poi agiunge che nelle pagine seguenti parlerà della 5° e 6° Brigata che erano rimaste in Toscana. Rustow si riferiva alla metà del mese di Agosto mentre era arrivato a Milazzo. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 102, in proposito aggiungeva che: “Passando in tal modo, secondo l’ordine di Garibaldi, la legione alle dipendenze del Generale Turr, la diversione nel Pontificio, per la quale il Bertani aveva operato con tanta pertinacia, con tanto entusiasmo, era ormai messa definitivamente da parte. Il Governo aveva così raggiunto il suo intento: sconvolta prima, e poi fatta fallire completamente la spedizione Pianciani.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lotta che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: “aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lotta che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 227, in proposito scriveva che: “Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.“. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci , aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia, ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia ; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo ; ma aspettandosi la venia da Torino, si spillo la cosa; il battaglione fu mutato, e in Viterbo si fecero arresti. La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni ; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna ; e lasciato un Antonnini a reclutare, volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti; dove gli rinfacciò: « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 137-138 e ssg., in proposito scriveva che: “La colonna toscana fu ordinata da Dolfi, Achille Sacchi e Nicotera; il quale, uscito da Favignana e avuto l’offerta da Garibaldi del comando di una brigata per passare in Calabria, disse francamente al dittatore che preferiva raggiungere Mazzini e prendere parte alla liberazione dell’Italia centrale. Il generale acconsentì, ma non gli diede incarico formale, perchè non potendo capitanare egli stesso la spedizione ne lasciava a loro la responsabilità. Sembrami che nella mente di Garibaldi fosse il pensiero, che soli capitani possibili per tale spedizione fossero Medici o lui . — Che il duce dovesse capitanare quella spedizione in persona fu la speranza accarezzata da Bertani . Al quale intanto fu da Mazzini presentato Nicotera, chè in quel momento Beppe Dolfi aveva scritto domandando un capo per ordinare le forze rivoluzionarie della Toscana. Questi aveva aiutato Malenchini per la sua spedizione siciliana, ed ora era tutto intento a quella per il Centro. In risposta a certi quesiti di Bertani, Dolfi risponde: con Ricasoli sono sempre in buone relazioni. Non ostante la mia dichiarazione che con La Farina non ci sono mai stato, non ci sono nè ci sarò , egli mi mantiene la sua fiducia, perchè sa che quando gli ho detto – sono con loro lo sono di fatto, e quando non lo sono glielo dico francamente, ed allora non lo sono: nell’ un caso e nell’ altro ho tenuto sempre la parola; la lealtà è con noi. Rapporto a impedire ogni manifestazione politica che non sia il grido e il programma di Garibaldi, siate certo che non succede, e credo che non vi voglia molta fatica: mi darebbe pensiero se dovessi fare il contrario. Nicotera andò a Firenze con lettera di presentazione di Bertani, in data del 16 giugno, ove si legge: Il Nicotera accetta il programma del general Garibaldi, e ne vuole la più energica e pronta esplicazione. Ha fede nell’azione, e massime oggi crede indispensabile alla presente e futura salvezza dell’Italia la propagazione della rivoluzione a tutti i punti del continente italiano tuttora etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 25 luglio fu fatto intendere a Bertani che il governo si opporrebbe a viva forza a qualsiasi tentativo di sbarco negli Stati pontifici. Fu poi gentilmente invitato a Torino. Non se ne diede per inteso, non si mosse.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle nove ant. del 1 ° agosto, Bertani andò all’Albergo. Il colloquio fu sostenuto: Farini conciliante, Bertani rigido.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 152 e ssg., in proposito scriveva che: “In quel colloquio fu combinata una specie di convenzione, della quale non abbiamo la copia e appena qualche nota in mano di Bertani. Il Saffi scrive: etc…”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “A mio fratello da Firenze , 22 agosto : “Fui a Livorno, ed onorato d’invito a pranzo dal Principe di Carignano. Me ne ha contate delle belle. Bertani e Pianciani avevano organizzata una spedizione in aiuto di Garibaldi coi fondi avuti dalla Società Nazionale, ma quando erano in procinto di partire si seppe che avvece della Sicilia tendewano alle provincie romane. Farini non perdette tempo per far rispettare questa volta la sua circolare, e portatosi a Genova, si combinò che la partenza si facesse dalla Sardegna. Intanto Garibaldi informato della cosa è giunto inaspettatamente in Sardegna e col suo ascendente, appoggiato da un nostro bastimento da guerra spedito appositamente colà, deve avere cambiati i capi, e si spera che porterà seco in Sicilia tutta la banda. Il Principe mi disse che se avessero sbarcato in Toscana, Ricasoli aveva già tutto disposto per fermarli. Il Principe ha scritto per avere un bastimento da guerra onde impedire uno sbarco ed evitare una collisione.”. Quest’assenza segreta di Garibaldi durata più di una settimana eccitò commozione, ma cessò quando apparve e preparò il passaggio dello stretto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Ma i legami posti da Farini, ed il sospetto che questi avrebbe definitivamente impedita qualsiasi operazione negli Stati pontifici, spinsero Bertani a cercare un appoggio al suo intento, e decise di partire subito egli solo per la Sicilia, per riferire ogni cosa al generale Garibaldi, affinchè Egli, qual giudice supremo, decidesse sull’impiego delle truppe accorse ed arruolate in suo nome, le quali intanto si sarebbero riunite a Terranova. Bertani partendo per la Sicilia in cerca del dittatore, delegò le sue funzioni di capo del Comitato a Mauro Macchi e G. Brambilla. Al comandante lasciò scritto: « Colonnello Piancianciani etc….”.”.
Nel 13 agosto 1860, a Palermo, DEPRETIS, SIRTORI e le difficoltà logistiche per l’arrivo improvviso dei volontari, raccolti in Sardegna, dirottati dal Governo Sardo a Palermo
Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare e non risponde al Depretis, né subito né per tutto il giorno seguente, il 13, forse nella speranza che Garibaldi si faccia vivo e gli dica in qualche modo come deve comportarsi. Garibaldi, invece, è in mare e fino alla sera del 13 non giunge a Golfo Aranci, né vi è modo alcuno di fargli sapere l’inattesa novità.”. Poi, a p. 344, l’Agrati continuando il suo racconto scriveva che Garibaldi: “ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”. Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgnitissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Agostino Depretis, Prodittatore della Sicilia, e il generale Sirtori, in asssenza di istruzioni di Garibaldi, che non sapeva nulla, avevano difficoltà ad accoglierle nel porto di Palermo in quanto non si poteva far fronte alle esigenze di vitto e alloggio decoroso. In quelle giornate, Bertani aveva noleggiato il vapore Garibaldi per andare in Sardegna e portare le truppe da egli organizzate in Sicilia. Agrati quì parla anche del passaggio in Calabria. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori, Faro – sono giunti i due vapori Torino e Amazon con 2500 uomini. L’Isère restò a Golfo Aranci con l’equipaggio in completa insubordinazione. Fornisco le navi di viveri per 5 giorni e sto trattando il nolo per farle tornare al loro posto. etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328)…..E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sartori.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 199, in proposito scriveva che: “Col Bertani il Sirtori aveva avuto anche un grave incidente a proposito del vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava. Garibaldi aveva ordinato al Sirtori di requisire detto vapore per il passaggio delle sue truppe in Calabria e il Sirtori trasmise l’ordine al Bertani. Ma questi non tenne in nessun conto la proibizione permettendo che il vapore se ne andasse. Il Sirtori irritato, che al suo ordine il Bertani così apertamente disobbedisse, telegrafò senz’altro al Depretis che lo arrestasse nel caso egli avesse ad approdare a Palermo.”. Agrati, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Ma il Bertani non si fermò a Palermo allora, e fu ventura che si evitasse così un grave e doloroso incidente: il rapido succedersi degli eventi impedì poi che l’ordine venisse mai eseguito. Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi il Medici con 2500, poi il Cosenz.con 1600, e il Sacchi con 1500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia, Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada accorrenti sulle terre nostre. Sembra su ‘ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su ‘ Siciliani, benchè fossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria , non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fè pensiero sù novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittare nel Romanesco, statuì ad andare egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello Stretto, e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove s’organava il corpo di Spedizione, coll’aiuto de’ legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino, per rispondere a voce a quel Re sull’assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’ 12 agosto.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: “M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 141-142, in proposito scriveva che: “L’inopinata partenza di Garibaldi per ignota destinazione, suscitò mille voci , mille sospetti, mille supposizioni. Abba registrò quel giorno la seguente noterella: « Si sente da tutti come qualchecosa sia venuta meno nell’aria, nella natura, in noi». Ma Egli partiva fidente. Dove il suo spirito presiedeva, dove Sirtori disponeva, Bixio eseguiva, i fattori del successo rimanevano tuttora saldi e potenti.”.
Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Eppure, proprio alla forza ricorre il Governo sardo. Il Torino, la prima delle navi del Bertani, arrivato al Golfo Aranci vi aveva trovato la Gulnara che l’aveva costretto a ripartire subito per Palermo. E’ innegabile che in questo modo il Governo di Torino compiva un sopruso e non si teneva ai patti. Esso dava, così, ragione al Mazzini…etc…Certo si è che che né le navi né i volontari poterono più trovarsi più riuniti. Lo stesso Treveljan s’inganna quando afferma che ciò avvenne pochi giorni dopo a Palermo. Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Il Depretis si affrettava a a telegrafare, credendo ancora Garibaldi al Faro: “Palermo 12, ore 2,20 pom. Al Dittatore, Faro – E’ arrivato il Torino col colonnello Eberhardt e 1500 uomini disarmati, proveniente da Golfo Aranci. Il comandante dice che un vapore da guerra sardo ha ordinato loro di proseguire la rotta etc…”.
SIRTORI ORDINA LA PARTENZA DEI VAPORI FRANKLIN E TORINO PER TAORMINA
Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a pp. 157, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda. Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Il Depretis si affrettava a a telegrafare, credendo ancora Garibaldi al Faro: “Palermo 12, ore 2,20 pom. Al Dittatore, Faro – E’ arrivato il Torino col colonnello Eberhardt e 1500 uomini disarmati, proveniente da Golfo Aranci. Il comandante dice che un vapore da guerra sardo ha ordinato loro di proseguire la rotta etc…”. Insomma, nel porto di Palermo, il 12 agosto 1860, il Depretis si ritrovò in modo inatteso i due vapori del Bertani, il Torino e l’Amazon e le truppe delle due Brigate Tharrena (1500 uomini) e l’Amazon con 2500 uomini disarmati ed affamati. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani. Quest’eventualità né Garibaldi né il Sirtori l’avevano preveduta: tanto meno il Depretis, prodittatore laggiù, il quale si affretta a chiedere istruzioni al Faro. Ma Garibaldi è già lontano e il Sirtori non sa che cosa fare e non risponde al Depretis, né subito né per tutto il giorno seguente, il 13, forse nella speranza che Garibaldi si faccia vivo e gli dica in qualche modo come deve comportarsi. Garibaldi, invece, è in mare e fino alla sera del 13 non giunge a Golfo Aranci, né vi è modo alcuno di fargli sapere l’inattesa novità.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328). E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sirtori.“. Agrati, riferendosi a Garibaldi, da Cagliari, a p. 344 scriveva che Garibaldi: “ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”. Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a p. 329, in proposito scriveva che: “A Trapani, poi, i due vapori non s’erano potuti fermare: erano già passati al largo innanzi alla città e avevano proseguito così indisturbati sino alla mèta che il Sirtori aveva loro fissata.”. Insomma, accadde che Sirtori, spazientito della mancata risposta di Garibaldi prese di sua iniziativa la saggia decisione di spostare subito le truppe del Bertani. Garibaldi, nelle sue “Memorie” lodò le sagge decisioni di Sirtori che, in sua assenza, prese delle importanti decisioni che si rivelarono utili per lo sbarco in Calabria. L’11 e il 12 erano arrivate a Palermo, dove vi era il Depretis, due Brigate della Spedizione Bertani-Pianciani che, la nave sarda “Gulnara”, a Golfo Aranci aveva intimato la partenza per Palermo. Le due Brigate organizzate dal Bertani erano la Tharrena e la …………., che viaggiarono sui vapori Franklin e Torino. Sebbene tra grandi difficoltà, il generale Sirtori, decise di sua iniziativa di spostarle da Palermo a Taormina, dove poi, il 19 agosto 1860 potettero imbarcarsi le truppe del Bixio con Garibaldi al seguito, che parrarono lo Stretto e per sbarcare in Calabria. Fu il primo sbarco di successo dell’Esercito Meridionale di Garibaldi. Ci aveva provato prima Musolino. Sulla risoluzione adottata dal Sirtori, Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “…..passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria.”. Dunque, il generale Sirtori, nominato da Garibaldi, Capo di Stato Maggiore ad interim, di sua iniziativa decide di far spostare le truppe a Giardini, ai piedi di Taormina, verso l’estrema punta della Sicilia, pronti per passare lo Stretto di Messina e poter sbarcare sul Continente (in Calabria). A questo punto del racconto l’Agrati scrive della lodi che Garibaldi, nelle sue “Memorie” fece a Sirtori per la felice organizzazione delle truppe di Bixio che fece trovare pronte a Garibaldi a Giardini. (si veda pp. 342 etc.. o p. 345). Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Dunque, Agrati scriveva che il 14 settembre 1860, a Palermo arrivavano in continuazione volontari garibaldini ivi portati da un vapore Sardo (Gulnara) che li aveva obbligati a partire dalla Sardegna (golfo Aranci e Cagliari), per Palermo. Agostino Depretis, Prodittatore della Sicilia, e il generale Sirtori, in asssenza di istruzioni di Garibaldi, che non sapeva nulla, avevano difficoltà ad accoglierle nel porto di Palermo in quanto non si poteva far fronte alle esigenze di vitto e alloggio decoroso. In quelle giornate, Bertani aveva noleggiato il vapore Garibaldi per andare in Sardegna e portare le truppe da egli organizzate in Sicilia. Agrati quì parla anche del passaggio in Calabria. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina.“. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “…..e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”.
Nel 12 agosto 1860, da Palermo, la partenza di GARIBALDI e BERTANI, in incognito vanno in Sardegna
Arrivato a Torre del Faro di Messina, Agostino Bertani incontra Garibaldi e gli riferisce del piccolo esercito che attendeva a Golfo Aranci. Garibaldi convintosi dell’opportunità di avere con sè quel piccolo esercito organizzato dal Bertani, decise con lui di partire in incognita recandosi in Sardegna. Partiranno al mattino presto, alle 8 da Torre di Faro. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: “In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec. , senza disapprovare le spedizioni nostre nell ‘ Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all’ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori, mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli. M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, in cui, sconfessate tutte le passate spedizioni, vietava le presenti e le future, e proclamava l’Italia dover essere degl’Italiani, non delle sètte; una cannoniera della marina sarda, la Gulnara, navigava per Terranova onde aspettarvi al varco i volontari e forzarli a proseguire per Palermo; le due brigate infine, nominate dai loro comandanti Eberhardt e Tharrena, grosse non più che di duemila uomini ciascuna imbarcati sui due piroscafi il Franklin e il Torino, approdavano nel pomeriggio del 13 agosto nel Golfo degli Aranci, dove però, trovata la Gulnara e da essa ricevuta l’ intimazione di continuare la rotta, volenti o nolenti, mormoranti o rassegnati, ubbidirono. Ed ecco la cagione della scomparsa di Garibaldi dal Faro. Etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 154, in proposito scriveva che: “Quando infatti vide i Borbonici ben bene sprofondati nell’ illusione, e fu certo ormai che tutti i loro sguardi e tutte le loro forze erano converse all’unico punto del Faro, Garibaldi commette al Sirtori il comando supremo dell’esercito, gli raccomanda di continuare come prima in quelle finte e in quegli apparecchi che avevano tanto giovato fino allora, e la notte del 12 scompare. Dov’ era andato ? Etc…”. Guerzoni, a p. 157 proseguendo il suo racconto sul viaggio di Garibaldi per Golfo Aranci scriveva: “Toccata con mano, dopo quindici giorni di vani sperimenti, la difficoltà del passaggio dello Stretto, misurata l’esiguità delle proprie forze e persuaso che in essa stava il maggior ostacolo all’impresa ; udito dal Bertani che in Sardegna stava aspettando una bella ed agguerrita legione di circa ottomila armati, co’ quali poteva d’un colpo solo addoppiare il suo esercito; convinto anche più che la spedizione romana, utile un tempo, era divenuta intempestiva e che a Roma si poteva marciar più spediti e sicuramente per la via di Napoli , delibera, quasi all’improvviso, di correre egli stesso nel Golfo degli Aranci a prendere quel prezioso soccorso e portarselo seco in Sicilia…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il Bertani, infatti, privo di notizie di Garibaldi, aveva deciso di recarsi da lui, fors’anche nella speranza, non solo di indurlo a lasciar partire i suoi per il Pontificio, ma di convincerlo a condurveli egli stesso. Egli giungeva nella sera del 10 nella capitale dell’Isola, e ne ripartiva poche ore dopo per arrivare nella notte sul 12 al Faro.”. Dunque, Bertani, proveniente da Genova giunge a Palermo il 10 settembre e il 12 settembre 1860 giunge al Faro nella speranza di poter incontrare Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 323, in proposito scriveva che: “Garibaldi, a dir il vero, non poteva immaginare che cosa fosse successo per giustificare quel viaggio imprevisto del Bertani, né poteva sapere che cosa egli venisse a dirgli e ad offrirgli, etc…Che cos’era avvenuto ? Comunque egli non poteva che attendere il Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Poi, a p. 325 riferendosi al Bertani aggiunge che: “Non avrebbe certo accettato di toccare la Sicilia e avrebbe evitato così i malumori e le proteste, di cui s’erano fatti interpreti il Nicotera, Achille Sacchi, e lo stesso Mazzini, il quale etc….Il Bertani, impressionato da tali avvertimenti, nell’atto di partire aveva messo in guardia il Pianciani, e aveva creduto bastasse, con queste parole: “Colonnello – I volontari tutti uniti aspetteranno nel Golfo Aranci. Voi arriverete ultimo con lo Stato Maggiore. etc…”.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a p. 324, in proposito scriveva che: “Nella notte fra l’11 ed il 12, dopo circa 24 ore di navigazione, il Bertani arriva al Faro….Al Faro, il Bertani era sbarcato quasi a mezzanotte etc…”. Agrati prosegue il suo racconto e giunge alla partenza di Bertani e di Garibaldi per la Sardegna, verso Golfo Aranci, dove erano state raccolte le truppe. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: “…Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova..”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 326-327, in proposito scriveva che: “Ma, il Bertani dice chiaro che alle 8 del mattino egli era già con lui a bordo del ‘Washington’, e lo conferma una corrispondenza della ‘Gazzetta di Genova’: “Il Bertani giunse al mattino e poco dopo ripartì col Generale”. Essi, quindi, lasciarono il Faro nella ferma convinzione di trovare a Golfo Aranci tutta la gente del Pianciani. La decisione di prtire era stata improvvisa. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 165 e ssg., riferendosi al taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Poi nota: 10 agosto. Arrivo a Palermo. Depretis m’accoglie con affetto, promette che le cambiali verranno tutte pagate. È seccato dagli annessionisti venuti a sciami. Non crede attuabile la spedizione nel Pontificio. Alla sera m’imbarco sull’Elba. Veggo Milazzo, il forte , ricordo Migliavacca. ‘ Si vedono i vapori in crociera. Alle undici si vede il Faro, le coste di Calabria a ridosso. A mezzanotte innanzi al Faro. Cannoneggiamento la notte dalla punta di Capo-Passero, il forte e la fregata incrociano. Minaccie a noi da terra. Sbarco; incontro Castiglia, Caldesi, Stagnetti. Mi corico sulla sabbia bella scena di quella spiaggia sabbiosa. All’alba del 12 veggo Cosenz: andiamo assieme dal generale nel suo quartier generale sull’alto della Torre del Faro. Ora è difficile a dirsi chi fu più sorpreso: Garibaldi a veder comparire Bertani nel suo nido d’aquila, o questi di sentire che il generale fin dal 30 luglio gli aveva scritto di spingere le operazioni nello Stato pontificio a tutta oltranza . Baciato e abbracciato il fido amico, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 167 e ssg., in proposito scriveva che: “Le notizie dunque portate da Bertani arrivarono in buon punto; onde, dati gli ordini a Sirtori e Cosenz di dividere le forze e confondere le idee dei regi con finti passaggi e continui allarmi, disse a Bertani: « Partiamo per il golfo sul Washington e subito . Alle otto e mezzo salparono ; e Bertani a bordo del Washington scrive alla marchesa Ernesta Cambiaso: Ho meco Garibaldi a bordo e con lui navigo al golfo degli Aranci . Ho avuto una felice ispirazione di venire. Alle dodici e mezza della notte sabato-domenica fummo innanzi alla Torre del Faro di Messina.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Garibaldi risolse di servirsi di questo mezzo, ed aumentare la sua azione col diffondere le voci più diverse ed erronee. Come questo mezzo abbia ottenuto un successo sul quale lo stesso Garibaldi appena poteva far conto, lo vedremo quanto prima. Garibaldi non poteva sapere in anticipazione fin dove sarebbe riescito, e per quanto si figurasse ogni circostanza favorevole, doveva sempre desiderare un rinforzo di quella parte delle sue truppe, delle quali poteva immediatamente e con sicurezza disporre. Al principio di agosto un tale rinforzo potè essere a disposizione di Garibaldi. Era quella piccola, armata che alla sua partenza dall ‘ alta Italia assunse il nome di divisione o spedizione di Terranova. La spedizione di Terranova era stata organizzata dall’attività di Mazzini e del dottor Bertani, lasciato a Genova come rappresentante di Garibaldi allo scopo di agire contro gli Stati della Chiesa. Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 259, in proposito scriveva: “Da questo luogo di ritrovo la spedizione fu detta spedizione di Terranova, al che non era estraneo il pensiero nascosto, non essere destinata per la Sicilia ma per altra nuova terra.”. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19….,riferendosi a Garibaldi, a p. 162, in proposito scriveva che: “Per tale scopo, partì segretamente e di nottetempo, senza curarsi del rischio che correva, nel pigliar il mare in luogo tanto vegliato dalle navi borboniche; e quando ci accorgemmo della sua assenza, egli era già nel golfo degli Aranci.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….era costretto ad opporsi alla Spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare etc….Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. Etc..”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani. Quest’accolta di milizie avea per pubblici propositi di venirne in Sicilia; ma lo intento segreto dei capi era invece di metterli in terra pontificia: ove schivando di affrontarsi nei francesi, si ripromettevano d’impellere nei popoli della centrale Italia quel moto medesimo, che Garibaldi aveva suscitato vittorioso all’estremo della penisola. Il governo sardo diede ausilii, come alle altre, e più che alle altre spedizioni, anche a questa di Terranova, e per questi fu voce si accontasse in Genova col Bertani il Farini ministro; il quale volle promesso, e invigilava attentamente, che si eseguisse davvero lo sbarco non ad altre spiagge che in Sicilia. Ma a mutare i reconditi, quanto audaci disegni sulla Stato papalino, non essendo punto disposti nè il Bertani, ne molto meno il Pianciani, non parevano essi gran fatto proclivi alle sollecitazioni di Garibaldi che li chiamava in Sicilia; parendo loro di venirne troppo morbidi ai cenni di un’odiata diplomazia, laddove quelle forze riuscirebbero alla Sicilia superflue, alle sorti d’Italia disutili. “. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 209, in proposito scriveva che: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Il 10 agosto il Bertani sbarcava a Palermo ricevuto con effetto dal Depretis, l’11 sul vapore Elba arrivava a Torre del Faro e in quel momento era la seguente: nello Stretto la flotta borbonica vigilava etc….Garibaldi, udito il racconto particolareggiato del Bertani circa la approntata grossa spedizione, le difficoltà, anzi le opposizioni fatte dal Governo al compimento del programma, “in un lampo, senza discussione, senza manifestare i suoi progetti”(1) decise di partire per Terranova. Nessuno sapeva di questa decisione e della partenza, tranne il Sirtori a cui aveva scritto: “Sig. Generale Sirtori, io lascio a voi il comando dell’esercito e della marina, dovendo assentarmi qualche giorno. G. Garibaldi”(2).”. Maraldi, a p. 96, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 135-146”. Maraldi, a p. 96, nella sua nota (2) postillava: “(2) Archivio Bertani, Elenco 2°, plico 1°.”. Maraldi, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 141”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 97, in proposito scriveva che: “Nelle sue Memorie (3) così egli spiega quella sua risoluzione: “Bertani mi annunciò che dovevano riuniirsi agli Aranci circa 5000 uomini dei nostri. Tale determinazione di formare codesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che come Mazzini, Nicotera, ecc.. senza disapprovare la spedizione nostra nel meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato Pontificio, su Napoli, o forse anche repugnavano di sottomettersi alla obbedienza della dittatura. Per non urtare intieramente con le idee strategiche di quei signori mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso quei cinquemila uomini e con essi tentare un colpo di mano su Napoli (4).”. Maraldi, a p. 97, nella nota (3) postillava: “(3) G. Pittaluga, op. cit., p. 141”. Maraldi, a p. 97, nella sua nota (3) postillava: “(2) C. Agrati, da Palermo al Volturno, p. 327”. Maraldi, a p. 97, nella nota (3) postillava: “(3) Stese quando il dissenso con Mazzini era divenuto acutissimo.”. Maraldi, a p. 97, nella nota (4) postillava: “(4) G. Garibaldi, Memorie, Barbera, p. 374.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Garibaldi, dopo le disposizioni date al suo Capo di Stato Maggiore, il giorno 12 alle ore 8,30 s’imbarcava con il Bertani sul Washington per approdare in Sardegna e per raggiungere gli uomini concentrati al Golfo degli Aranci.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi il Medici con 2500, poi il Cosenz.con 1600, e il Sacchi con 1500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia, Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada accorrenti sulle terre nostre. Sembra su ‘ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su ‘ Siciliani, benchè fossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria, non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fè pensiero sù novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittare nel Romanesco, statuì ad andare egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello Stretto, e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove s’organava il corpo di Spedizione, coll’aiuto de’ legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino, per rispondere a voce a quel Re sull’assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’ 12 agosto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: “Durante la traversata Bertani scrisse la seguente lettera ad un amico da far recapitare da Terranova: << A bordo del Whashington, 12 agosto 1860. << Ho meco Garibaldi a bordo, e con lui navigo al Golfo degli Aranci per piombare di là inaspettato sullo Stato romano e rimettere la quistione italiana sulla vera base ed aprire i varchi alle correnti di gioventù italiana che verrà a fare di Roma la capitale della nostra Italia. « Ho avuto una felice ispirazione di venire. Alle 12 e mezzo della notte sabato-domenica, fummo innanzi alla Torre del Faro di Messina. Si cannoneggiava dall’estrema Calabria: un tentativo fatto poche ore prima da 200 uomini sembra fallito. Scesi di bordo e ascesi alla Torre del Faro, passando in mezzo a varie sentinelle e uomini sdraiati per ogni dove su quella spiaggia sabbiosa, vastissima.”, poi, a p. 143 aggiungeva: “A quella ringhiera ho vissuto mezz’ora di vita hi patriottica italiana; Garibaldi ha aderito al mio progetto. « Parmi di aver sciolto il problema di cui appena osavo immaginare la spiegazione. Egli si decise in un momento a capitanare la spedizione, diede gli ordini al Washington immediatamente, ed alle otto e mezza eravamo già a bordo».”.
A GOLFO ARANCI IN SARDEGNA
Nel 13 agosto 1860, a GOLFO ARANCI (Sardegna), l’arrivo di Garibaldi e Bertani, che dalla Sicilia, in tutto segreto si erano recati in Sardegna a prendere le truppe della “Spedizione Bertani-Pianciani”, le truppe preparate dal Bertani per invadere lo Stato Pontificio e dirottarle in Sicilia
Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: “In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec. , senza disapprovare le spedizioni nostre nell ‘ Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all’ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori, mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli. M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, etc…”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: “Appena giunto a Golfo degli Aranci, Garibaldi aveva scritto al Nicotera ch’egli andava con le altre Brigate in Sicilia e che le forze di cui esso Nicotera disponeva erano più che sufficienti per l’impresa negli Stati papali. Il che, prova che già era tornato al primitivo progetto. Riprendendo la narrazione dei fatti, Garibaldi e Bertani, sul ‘Washngton’, erano entrati nel Golfo degli Aranci sulla sera del 13 agosto senza aver incontrate navi nemiche, poiché queste erano ormai concentrate tutte nello Stretto, e vi avevano trovato l’Isère, il Calatafimi, il Garibaldi col brigantino Shepeard, e avevano saputo che con questi era anche il ‘Wessel’, il quale, però, al momento si trovava a Terranova per Carbone. Ma invano avevano cercato il ‘Torino e l’Amazon, che, a quello che si disse loro, erano partiti per Palermo. Garibaldi era salito sul ‘Shepeard tra i volontari, che, già in agitazione e tumulto, si erano placati come per incanto alla sua vista e, ascoltate le sue parole, non avevano fatto opposizione alcuna al suo ordine di partire per Palermo. Il Bertani era rimasto, invece, assai male e aveva voluto quell’ordine per iscritto. Garibaldi lo aveva accontentato subito, dopo di che aveva scritto al Nicotera nel senso che ho detto. Mentre quei legni facevano i preparativi per la partenza, egli, imbarcati sul ‘Waschington’ 400 volontari affinché gli altri avessero a stare meno pigiati sui rispettivi vapori, s’era diretto alla Maddalena per provvedersi a sua volta di carbone. Questa, almeno, è la ragione indicata dal Mario, ma, evidentemente, non era la sola, perché, in tal caso, Garibaldi si sarebbe diretto alla più vicina Terranova. Altra, e forse più forte ragione era che con quel più lungo tragitto, Garibaldi s’accostava alla sua diletta Caprera, alla quale, infatti, fece una rapida visita mentre il ‘Washington imbarcava il carbone. Il Treveljan, narrando di queste poche ore passate dal Dittatore nella pace silenziosa dei suoi campi e delle sue rocce, etc…Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….era costretto ad opporsi alla Spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare etc….Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; Etc..”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: “Questo progetto, maturato in segreto dagli uomini della fazione estremista, era stato comunicato a Garibaldi, secondo quanto ho motivo di credere, solo all’ultimo momento. Garibaldi, con quel raro buon senso pratico che lo distingue, vi si oppose; si recò personalmente in Sardegna, con una sola parola dislocò la spedizione e la fece dirigere verso la Sicilia sotto il comando dei suoi principali capi, escluso il colonnello Pianciani, che, avendo impegnato la sua parola per l’invasione degli Stati pontifici, credette di doversi ritirare quando si vide in contrasto col generale in capo dell’esercito meridionale (1)….Etc…(p. 30). Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 39, riferendosi al colonnello Ludovico Frapolli, in proposito scriveva che: “..ma, alle cinque di mattina fui svegliato da un ufficiale il quale veniva ad avvertirmi che Garibaldi, sbarcato verso mezzanotte a Palermo, sarebbe ripartito per Messina in mattinata ed a noi erano stati riservati dei posti sul suo piroscafo. Infatti, mentre ognuno faceva andare Garibaldi, secondo la sua immaginazione, in uno o in un altro luogo, egli si era recato in Sardegna per sciogliere la spedizione progettata dal colonnello Pianciani; poi, al momento di ritornare in Sicilia, sentendosi così vicino al suo isolotto di Caprera, non aveva resistito e vi aveva condotto gli amici che l’accompagnavano.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 41 rcconta della partenza sua e delle truppe dal Golfo degli Aranci per andare in Sicilia e scriveva: “Un’ora dopo essere stati avvertiti, ci trovammo a bordo dell’Amazon, un vaporetto inglese, il cui comandante, un tipo allegro ed energico, era fuori di sé dalla gioia perché aveva l’onore di trasportare Garibaldi, ‘the lion of the day (1). Quando arrivammo, una parte dello stato maggiore del generale era già riunito sul cassero, e potei vedere alcuni degli uomini la cui illuminata devozione non è tra i meriti meno gloriosi del dittatore: Vecchi, prima di tutti, grande proprietario di miniere di rame, storico, poeta, il quale ama Garibali, etc…Froscianti, uno sfratato; non abbandona mai Garibaldi; nella vita quotidiana, obbedisce ai suoi ordini; etc…”. Durante la Spedizione dei Mille fu costantemente al fianco di Garibaldi, del quale divenne amico e confidente al punto che, dopo la Terza Guerra di Indipendenza, venne chiamato a Caprera per amministrare i beni del Generale. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a pp. 152-156, in proposito scriveva che: “Prima di narrare il passaggio della spedizione Bixio nel continente, vediamo quali altri avvenimenti si maturavano in quei giorni…..Etc…Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia. Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “Garibaldi invece, senza dar libero sfogo allo sdegno del momento, riabbracciò subito il partito contemplato tre giorni avanti, di servirsi degli uomini del Pianciani per forzarsi il passaggio sullo Stretto (3). Intanto giacchè il caso lo aveva spinto a portata della sua diletta Caprera (4), egli elesse di prendervi un riposo di qualche ora, aggirandosi qua e là in mezzo ai cespugli fragranti e ai massi granitici, chiamando per nome le sue mucche favorite e facendole mangiare nel cavo della propria mano, con tutto lo slancio di gioia e d’affetto con cui un collegiale in vacanza per un giorno a metà trimestre, saluta la sua casa (1). Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini.”. Dobelli (Treveljan), a p. 153, nella nota (3) postillava: “(3) Mem., 374; Ciàmpoli, 175.”. Dobelli (Treveljan), a p. 153, nella nota (4) postillava: “(4) Il bisogno di carbone l’aveva fatto fermare alla Maddalena. Mem., 374.“. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Mem., 374; Ciàmpoli, 175.”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (1) postillava: “(1) Guerzoni, II, 159; Du Champ, 19-20; Bertani, II, 169-170; Durand Brager, 164-165.“. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “…; mentre Garibaldi molto scontento sia di Cavour sia di Bertani, dové ritornare al suo primitivo progetto di avanzare da Messina attraverso la Calabria. Bertani, dal canto suo, si affrettò a condurre il rimanente dei suoi uomini a sud, per unirsi a Garibaldi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Arrivato il giorno 13 il Pianciani con lo Stato Maggiore a Golfo Aranci, non trovò nessuno con sua grande sorpresa e disappunto; fece allora dirigere il piroscafo a Cagliari sperando di avere colà precise notizie e, mentre stava per entrare in porto, una lancia gli si avvicinò e riconobbe in essa Garibaldi, il quale, dopo essere stato col Washinngton alla Maddalena per fare carbone, aveva fatto sosta nel porto per tornare a Palermo seguito dai vapori delle due brigate. Garibaldi domandò al Pianciani quanti uomini aveva nella sua spedizione e saputolo e assicuratosi che a bordo vi era sufficiente acqua e carbone gli disse: “Colonnello, partirete subito per Palermo” e al capitano della nave ordinò ad alta voce “a Palermo, e facciamo di arrivare il più presto possibile” (1). Il Pianciani, disorientato e scoraggiato, ubbidì, ma, appena giunto a Palermo, volle incontrarsi col Dittatore, fermo come era sempre nel voler portare la spedizione nelle terre pontificie. Etc…”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) L. Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pittaluga, op. cit., p. 157, 158.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “…e fè pensiero sù novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittare nel Romanesco, statuì ad andare egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello Stretto, e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove s’organava il corpo di Spedizione, coll’aiuto de’ legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino, per rispondere a voce a quel Re sull’assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’ 12 agosto.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri. Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnava, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno ; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo. Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti ; dove gli rinfacciò : « Mi prometteste : Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: “Occupammo dunque lo Stretto di Messina dal Faro a quella città; frattanto le colonne Bixio ed Eber (1) ci raggiungevano per le vie di Girgenti e Caltanissetta, e si formava una quarta divisione Cosenz. Dimodochè ci trovammo ben presto con una forza imponente per noi assuefatti ad averne ben pоса. Nello Stretto di Messina. Giunti allo Stretto bisognava passarlo. Sicilia reintegrata nella grande famiglia italiana era certo un bellissimo acquisto ! Ma che ? Dovevamo noi, per compiacere alla diplomazia, lasciare incompleta, monca, la patria nostra ? E le Calabrie e Napoli che ci aspettavano a braccia aperte ? Ed il resto d’ Italia ancora servo dello straniero o del prete ? Bisognava dunque passare lo Stretto, a dispetto della vigilanza somma dei Borbonici, e di chi per loro ! Un giorno si potè per mezzo d’ un Calabrese, parteggiante nostro, aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza d’ Alta Fiumara, molto importante punto della costa orientale dello Stretto. Incaricai i colonnelli Missori e Musolino di passare con dugento uomini nella notte, e procurare d’ impadronirsi del forte suddetto. Ma sia per difetto d’accordi, per paura della guida, o per altri motivi, l’impresa fallì ! La gente sbarcata s’incontrò con una pattuglia nemica, che fu sconfitta, ma che dette l’allarme, sicchè i nostri furono obbligati di prendere la montagna. Il preludio dell’ impresa non era favorevole, e convenne abbandonare il progetto di passare lo Stretto a Faro, cercando di eseguire il passaggio in altra parte. In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec. , senza disapprovare le spedizioni nostre nell ‘ Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all’ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori, mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli. M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata , Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: “La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina , venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti. Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale, Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “Lasciato nella notte del 12 il Faro, delude prodigiosamente la crociera borbonica e dà fondo, sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo. Pianciani collo stato maggiore non era ancora giunto. Bertani ritorna sul Washington e riferisce; prega il generale di mostrarsi ai volontari, insospettiti della vicinanza del vapore che temono venuto per parte del governo a disperdere anche loro. Garibaldi è furioso per la partenza dei due vapori, ma sale sul Clipper, e alla vista dell’amato volto gli evviva rintuonano e riecheggiano nel golfo. Non un sorriso però illumina la faccia del generale: ogni occasione per eseguire un grosso sbarco sopra Napoli o sul littorale del Pontificio era scomparsa, e il duce si crucciava per il tempo perduto, per il Faro abbandonato, per i pionieri asserragliati. Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: < Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 148-149-150, in proposito scriveva che: “Le altre due brigate Milano (Gandini) e Bologna (Puppi), per gli ostacoli già accennati, giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafimi e col clipper Sheaperd. Il comandante della Gulnara disponevasi a persuaderle a proseguire anch’esse per Palermo, quando il Whasington giungeva esso pure a Terranova. Nella relazione ai rappresentanti dei Comitati di provvedimenti, Bertani ha scritto : « Ricorderò il vivissimo dolore del generale Garibaldi ed il mio, quando giunti dal Faro di Messina al Golfo degli Aranci la sera del 13 agosto ultimo giorno per il fissato convegno non vi trovammo tutta la gente ivi diretta da Genova, e che io aveva promesso al generale. Fu allora necessità fatale il desistere dall’ardita impresa che il generale voleva compiere. Scrisse Garibaldi nelle sue memorie. « Giunti in quel porto trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a punta di Faro (374). La successione dei fatti fu la seguente : Chiarito che la spedizione era già per metà a Palermo, Garibaldi decise di portare colà anche il rimanente. Ma siccome il Washington abbisognava di carbone, ordinò alle brigate Gandini e Puppi (Milano e Bologna) di recarsi ad aspettarlo a Cagliari.’ La Gulnara, trionfante del suo successo, accompagnò da lontano quei bastimenti. Il Dittatore sul Washington si recò a far carbone alla Maddalena. Mentre il bastimento caricava il combustibile, Egli si recò a visitare la sua diletta casa alla vicina Caprera, e tornato a bordo raggiunse a Cagliari le due brigate.”.
Nel 13 agosto 1860, a Golfo Aranci, l’arrivo di GARIBALDI e BERTANI, ed i volontari garibaldini ivi raccolti: le Brigate della Spedizione TERRANOVA, con una parte della Brigata BOLOGNA o PUPPI ed una parte della Brigata MILANO o GANDINI (forse vi erano già il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia e l’ex brigata BOLOGNA, divenuta Brigata PUPPI, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI)
Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “….al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “…..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Dunque, Rustow racconta che a Golfo Aranci, Garibaldi trovò solo una parte della Spedizione “Terranova” (così battezzata dal Bertani che ‘avva organizzata). Garibaldi “vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159, riferendosi a Garibaldi in Sardegna, a Golfo Aranci, quando ……..scriveva: “Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, etc…” e, prima di partire per Palermo, “…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Guerzoni scriveva che Garibadi, dopo aver fatto una escursione a Caprera comanda i volontari di seguirlo a Cagliari e di là andare a Palermo. Secondo il Guerzoni, Garibaldi arriverà con queste truppe il 17 agosto 1860. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri. Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 331, riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: “Mentre quei legni facevano i preparativi per la partenza, egli, imbarcati sul ‘Waschington’ 400 volontari affinché gli altri avessero a stare meno pigiati sui rispettivi vapori, s’era diretto alla Maddalena per provvedersi a sua volta di carbone. Questa, almeno, è la ragione indicata dal Mario, ma, evidentemente, non era la sola, perché, in tal caso, Garibaldi si sarebbe diretto alla più vicina Terranova. Altra, e forse più forte ragione era che con quel più lungo tragitto, Garibaldi s’accostava alla sua diletta Caprera, alla quale, infatti, fece una rapida visita mentre il ‘Washington imbarcava il carbone. Il Treveljan, narrando di queste poche ore passate dal Dittatore nella pace silenziosa dei suoi campi e delle sue rocce, etc…Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore.”. Proseguendo la narrazione, l’Agrati, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Bertani era con Garibaldi, e con egli da Caprera era arrivato a Cagliari ?. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washngton’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripertito per Palermo. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Garibaldi già era partito per Trapani dopo essere giunto a Palermo e Bertani non lo trova. Bertani arrva dalla Sadegna ma non trova Garibaldi a Palermo. Agrati, a p. 332, riferendosi al Pianciani e a Rustow, in proposito scriveva: “Il 16 sera giunge a Palermo, e mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, l’Agrati scrive che Garibaldi e quindi pure il Bertani erano già arrivati a Palermo, prima che arrivasse la nave con il Pianciani. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., in proposito scriveva che: “Si entrò nel golfo: Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi ; il Weasel era andato a Terranova per carbone . In tutto quattro, invece di seimila uomini; i cavalli e le armi tutto in regola. Ma il Torino e l’Amazzone con gli altri duemila ? Erano partiti per Palermo condottivi da Eberhard, che docilmente aveva obbedito alle intimazioni del Gulnara, vapore di guerra sardo. Pianciani collo stato maggiore non era ancora giunto. Bertani ritorna sul Washington e riferisce; prega il generale di mostrarsi ai volontari, insospettiti della vicinanza del vapore che temono venuto per parte del governo a disperdere anche loro. Garibaldi è furioso per la partenza dei due vapori, ma sale sul Clipper, e alla vista dell’amato volto gli evviva rintuonano e riecheggiano nel golfo. Non un sorriso però illumina la faccia del generale: ogni occasione per eseguire un grosso sbarco sopra Napoli o sul littorale del Pontificio era scomparsa, e il duce si crucciava per il tempo perduto, per il Faro abbandonato, per i pionieri asserragliati. Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: < Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Il Garibaldi…a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno ; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia , cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.“. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini. Una volta là, il Bertani rinnovò i suoi scongiuri per persuaderlo a far vela verso lo Stato Pontificio, ma il Dittatore era ormai assorto nel problema del passaggio dello Stretto. Il Pianciani allora, presentate le sue dimissioni, riprese la via del ritorno. Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II; Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: “La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, etc…”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo.“. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava e comandava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera si evince che il vapore “Garibaldi” rimorchiava “un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna.”. Dunque, dalla lettera del Bertoni si evinche che il 14 agosto 1860, a Cagliari, la Brigata Puppi (la 4° della spedizione Pianciani), veniva rimorchiata, su un grosso Clipper americano chiamato “Shepherd” dal vapore Garbaldi. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: “Riprendendo la narrazione dei fatti, Garibaldi e Bertani, sul Washington, erano entrati nel Golfo Aranci sulla sera del 13 agosto senza aver incontrate navi nemiche, poiché queste ormai erano concentrate tutte nello Stretto, e vi avevano trovato l’Isère, il Calatafimi, il Garibaldi col brigantino Shepeard, e avevano saputo che con questi vi era anche il Wessel, il quale, però al momento si trovava a Terranova per carbone….Garibaldi era salito sul Shepeard tra i volontari, che, già in agitazione e tumulto, si erano placati come per incanto alla sua vista e, ascoltate le sue parole, non avevano fatto opposizione alcuna al suo ordine di partire per Palermo. Il Bertani era rimasto, invece assai male e aveva voluto quell’ordine per iscritto. Garibaldi lo aveva accontentato subito, ….”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Agrati scriveva che Garibaldi e Bertani, arrivati a Golfo Aranci, il 13 agosto di sera “avevano trovato l’Isère, il Calatafimi, il Garibaldi col brigantino Shepeard, e avevano saputo che con questi vi era anche il Wessel, il quale, però al momento si trovava a Terranova per carbone”. Agrati scriveva che Garibaldi era salito sul “Shepeard”, tra i volontari e dare l’ordine di seguirli a Palermo. Abbiamo visto che sul “grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd'”, vi erano i volontari della 4° Brigata PUPPI. Agrati continuando e riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: “Mentre quei legni facevano i preparativi per la partenza, egli, imbarcati sul ‘Washington 400 volontari affinché gli altri avessero a stare meno pigiati sui rispettivi vapori, s’era diretto alla Maddalena per provvedersi a sua volta di carbone….Poi, calata la sera, il Washington riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari over trova, insieme con gli altri vapori che vi stanno a provvedersi di combustibile, anche il ‘Bysantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo stato maggiore.”. Agrati scriveva che Bertani imbarcò sul Washington 400 volontari per meglio distribuirli visto che erano parecchi e gli altri vapori non bastavano. Arrivato il Washington con Garibaldi a Cagliari, dove fa sosta e, Garibaldi trova tutti gli altri vapori, con i volontari.
Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 148-149-150, in proposito scriveva che: “Le altre due brigate Milano (Gandini) e Bologna (Puppi), per gli ostacoli già accennati, giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafimi e col clipper Sheaperd. Il comandante della Gulnara disponevasi a persuaderle a proseguire anch’esse per Palermo, quando il Whasington giungeva esso pure a Terranova. Nella relazione ai rappresentanti dei Comitati di provvedimenti, Bertani ha scritto : « Ricorderò il vivissimo dolore del generale Garibaldi ed il mio, quando giunti dal Faro di Messina al Golfo degli Aranci la sera del 13 agosto ultimo giorno per il fissato convegno non vi trovammo tutta la gente ivi diretta da Genova, e che io aveva promesso al generale. Fu allora necessità fatale il desistere dall’ardita impresa che il generale voleva compiere. Scrisse Garibaldi nelle sue memorie. « Giunti
in quel porto trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a punta di Faro (374). La successione dei fatti fu la seguente : Chiarito che la spedizione era già per metà a Palermo, Garibaldi decise di portare colà anche il rimanente. Ma siccome il Washington abbisognava di carbone, ordinò alle brigate Gandini e Puppi (Milano e Bologna) di recarsi ad aspettarlo a Cagliari.’ La Gulnara, trionfante del suo successo, accompagnò da lontano quei bastimenti. Il Dittatore sul Washington si recò a far carbone alla Maddalena. Mentre il bastimento caricava il combustibile, Egli si recò a visitare la sua diletta casa alla vicina Caprera, e tornato a bordo raggiunse a Cagliari le due brigate.”.
Nel 14 agosto 1860, a Golfo Aranci, da Genova, l’arrivo del vapore BYZANTIN con lo Stato Maggiore della Spedizione TERRANOVA: il colonnello PIANCIANI, il colonnello RUSTOW, con una parte della Brigata BOLOGNA o PUPPI ed una parte della Brigata MILANO o GANDINI, il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia e l’ex brigata BOLOGNA, divenuta Brigata PUPPI, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI (da rivedere)
Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: “Il 15, al molo vecchio di Genova sul vapore francese il Byzantin, furono imbarcate le ultime truppe delle quali potevasi disporre, e con esse lo stato maggiore. Il tempo alquanto torbido, quando il Byzantin levò l’áncora, ossia verso mezzogiorno, si rischiarò per lasciar luogo al più splendido cielo che mai possa esser veduto in Italia. Il 14 alle quattro dopo mezzodì, volsimo verso la baja degli Aranci onde scoprire se ivi si trovasse qualcuno dei nostri legni, ma non se ne rinvenne. Allora piegammo verso il golfo di Terranova; ma ivi pure a nostra ingrata sorpresa non ne trovammo veruna traccia. Dalle notizie raccolte però, ebbimo sentore che i legni giunti poco prima, erano ripartiti verso il sud; e si decise allora che il Byzantin dovesse dirigersi a Cagliari, dove giunsimo nelle ore pomeridiane del 15. Qui incontrammo infatti la maggior parte dei legni che facevano parte della spedizione di Terranova. Non si tosto ebbimo gettato l’ancora e spedito in ricognizione per essere informati dei motivi che avevano prodotto la divergenza dalle prestabilite disposizioni , quando apparve una lancia che ci recò a bordo la persona stessa di Garibaldi . Il giubilo con cui l’incomparabile Generale fu accolto dai nostri soldati è cosa indescrivibile.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “…..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Rustow, continuando il suo racconto scriveva che: “Il Bizantino, che aveva a bordo una parte della brigata Gandini e Puppi e tutto lo Stato maggiore, sebbene tutte le truppe fossero imbarcate fino dalle otto della mattina, era però rimasto a Genova fino al pomeriggio del 13 in seguito alle meschine mano. E così il Bizantino non arrivò che verso la sera del 14 nel golfo degli aranci e quindi nel seno di Terranova. Ma Garibaldi non avendovi trovato nella mattina del 14 che una gran parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi ( Bologna ), le aveva condotte subito con sè a Cagliari. Anche il Bizantino si diresse tosto a quella volta, non avendo Pianciani trovato nel seno di Terranova gli altri navigli e non avendo ottenuto precise notizie sullo stato delle cose. Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo , dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Dunque, a Golfo Aranci Garibaldi trovò una parte delle due Brigate Milano e Puppi ed un’altra parte venne a Golfo Aranci, partendo da Genova, il 13 agosto 1860, con il colonnello Pianciani e lo stato maggiore dell’ex spedizione Bertani-Pianciani. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri. Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Dunque, De Sivo scriveva che Pianciani, ultimo ad arrivare nella Baia di Terranova in Sardegna, si era partito da Genova, “dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo;”. De Sivo scrive che Pianciani, non avendo trovato nessuno alla Baia di Terranova (a Golfo Aranci), in Sardegna, dove era arrivato a tarda sera del 14 agosto 1860, con il vapore “Byzantino”, si reca a Cagliari dove incontrò Garibaldi che gli parlò e lo comandò di andare a Palermo con le due Brigate che portava, la MILANO e la BOLOGNA (PUPPI). Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: “Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Maraldi, parlando della Brigata Emilia, comandata dal Puppi, era composta da 4 battaglioni, uno dei quali era comandato dal marchigiano CATTABENI. Maraldi scriveva che la Brigata Emilia, poi PUPPI, fu inviata a Golfo Aranci per far parte della Spedizione Pianciani-Bertani. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: “Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, in cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto sul viaggio di Garibaldi per Golfo Aranci scriveva: “III. ….sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Etc…”. Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159, riferendosi a Garibaldi in Sardegna, a Golfo Aranci, quando ……..scriveva: “Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, etc…” e, prima di partire per Palermo, “…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Guerzoni scriveva che Garibadi, dopo aver fatto una escursione a Caprera comanda i volontari di seguirlo a Cagliari e di là andare a Palermo. Secondo il Guerzoni, Garibaldi arriverà con queste truppe il 17 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 331, riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: “….Garibaldi s’accostava alla sua diletta Caprera, alla quale, infatti, fece una rapida visita mentre il ‘Washington imbarcava il carbone…..Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: “L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.“. Dunque, Agrati scriveva che al ritorno da Caprera, Garibaldi va con il vapore Washington a Cagliari, dove ritrova il Bertani con gli altri vapori e gli altri volontari intenti a far rifornimento di combustibile. A Cagliari, il 15 agosto 1860, arriva anche il vapore “Byzantin”, che partitosi da Genova, portava con se il colonnello Pianciani ed il suo Stato Maggiore (dell’x spedizione per gli Stati Papali), dunque anche il Rustow ed una parte della brigata Bologna (la 4° Brigata), detta poi Puppi. Il vapore Byzantin era arrivato a Golfo Aranci ma non aveva trovato nessuno. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 332, in proposito scriveva che: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Bertani era con Garibaldi, e con egli da Caprera era arrivato a Cagliari ?. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: “La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti. Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale, Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi , Pianciani , che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 188 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel Golfo degli Aranci non trovai un legno neppure di quelli che dovevano esservi; sperai in un male inteso per il nome appunto che la nostra spedizione portava, e che i nostri bastimenti, tratti pure dalla maggior comodità degli approvigionamenti, fossero nel Golfo di Terranova. Quei due Golfi può realmente dirsi formarne uno solo, fra loro è Ponticello promontorio che poco sporge nel mare , ed è quella parte del Golfo che prende più precisamente il nome di Terranuova la più meridionale, si addentra nelle terre in sino alla città, è al coperto di tutti i venti formando un porto naturale dei più sicuri. Ciò pure mi faceva sperare che ivi fossero i nostri legni, e tanto più che dei colpi di vento avevano avuto luogo nei giorni precedenti. Colà pertanto mi condussi col Bisantino; ma inutilmente, là neppure trovai quelli che avrebbero dovuto aspettarmi; seppi da alcune barche pescareccie ancorate nel Golfo, che si erano veduti vapori ad entrarvi ma che poi n’erano partiti. Andai io stesso alla città per tentare di raccogliere maggiori notizie, ivi trovai due ufficiali e qualche soldato dei nostri che mi dissero essere stati autorizzati di scendere a terra, ma che quando avevano voluto tornare a bordo, non trovarono più i bastimenti; essi furono imbarcati sul Bisantino. In Terranova erano ancora buoi ed altre provvisioni destinate alla truppa, altre se ne aspettavano dall’ interno dell’ Isola; spedii colà perchè non venissero, e di quelle che v’erano prési meco quanto poteva, ordinando si vendesse il rimanente e mandasse il prodotto al comitato di Genova; ringraziai quei buoni abitanti dell’ interesse grandissimo del quale avevano dato pruova perchè la spedizione di nulla mancasse, e tornai a bordo ordinando che si partisse subito per Cagliari.”. Dunque, Pianciani, racconta che arrivato a Golfo Aranci, in Sardegna, nella Baia di Terranova, con il suo vapore “Bizantino”, si recò personalmente nella piccola cittadina “Andai io stesso alla città per tentare di raccogliere maggiori notizie, ivi trovai due ufficiali e qualche soldato dei nostri che mi dissero essere stati autorizzati di scendere a terra, ma che quando avevano voluto tornare a bordo, non trovarono più i bastimenti; essi furono imbarcati sul Bisantino.”. Pianciani racconta che fece salire sul suo vapore due ufficiali e qualche soldato della Spedizione a cui avevano vietato di imbarcarsi in quanto i loro bastimenti erano già ripartiti. Presumo fossero i bastimenti Torino e Amazzone che avevano portato a Palermo le due Brigate Eberhard e Tharrena. Tuttavia, Pianciani partitosi da Genova con Rustow portava una parte della Brigata MILANO ed una parte della Brigata PUPPI. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: “In quei giorni giunse da Genova il dottor Bertani, e mi annunciò che dovevano riunirsi agli Aranci, sulla costa orientale della Sardegna, circa cinquemila dei nostri, da lui riuniti a Genova e spediti a quella via prima della sua partenza di là. Tale determinazione di formare cotesta gente agli Aranci aveva origine da coloro che, come Mazzini, Bertani, Nicotera, ec. , senza disapprovare le spedizioni nostre nell ‘ Italia meridionale, opinavano doversi fare diversioni nello Stato pontificio o su Napoli ! o forse ancora repugnavano di sottomettersi all’ ubbidienza della Dittatura. Per non urtare intieramente coll’ idea strategica di quei signori, mi nacque il pensiero di raggiungere io stesso cotesti cinquemila uomini, e con essi tentare un colpo di mano su Napoli. M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, in proposito scriveva che: “Intanto il comandante Pianciani col suo stato maggiore partito nel pomeriggio del 13 da Genova sul Bisantino, a sua volta giungeva nel pomeriggio del 14 a Terranova pieno di speranze, confortato da lungo studio, da meditate combinazioni. Ma quale fu la sua delusione, il suo rammarico, non scorgendo nell’ampia distesa del golfo, nè in alcuna parte recondita di esso la menoma traccia delle sue truppe ! Soltanto una battaglia perduta può stendere tanta tristezza sull’animo di un comandante. Finalmente alcune barche peschereccie riferirono che erano bensì giunti alcuni vapori, ma che ne erano ripartiti ; afflitto dalla dura realtà, ma desideroso di penetrarne i particolari, Pianciani scese a Terranova, e vi trovò due suoi ufficiali ed alcuni soldati che dissero essere stati autorizzati a scendere, ma che quando avevano voluto risalire a bordo , non trovarono più i vapori. Pianciani li portò seco sul Bisantino, ordinando di navigare a tutto vapore per Cagliari, ove forse avrebbe trovato notizie, od almeno per mezzo del telegrafo avrebbe potuto comunicare con Genova e colla Sicilia. Avvicinandosi al porto di Cagliari il capitano del Bisantino avvertì che eranvi dei bastimenti che riteneva quelli di cui si andava in cerca. Pianciani sentì rinascere la sua speranza; ma avanzando ed osservando meglio riconobbe che mancavano il Torino, l’Amazone e l’Isera portanti le due prime brigate. Prima ancora che il Bisantino entrasse in porto, da un piroscafo in rada si staccò una lancia che venivagli incontro e che facevagli segnali perchè si fermasse. Poco dopo parve di riconoscere nella lancia il generale Garibaldi , e subito la visione divenne certezza con commozione di quanti erano a bordo, con maraviglia grande, perchè mentre da tutti si credeva che Egli fosse affaccendato in Sicilia, appariva in Sardegna. I volontari esaltati scoppiarono in calorosi evviva. Mentre Pianciani disponeva che si abbassasse la scala, il Dittatore, senza aspettare, si aggrappò alle parasartie e, con ammirabile agilità si arrampicò sul parapetto della nave, ove volle rimanere, scusandosi di non voler disturbare nessuno; poi (è Pianciani stesso che scrive tutto questo) domandato a Pianciani quanti uomini aveva nella sua spedizione, disse : « Sta bene ; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini; e comincia ad essere qualche cosa » . Assicuratosi poi che a bordo vi era sufficiente acqua e carbone , « ebbene colonnello partirete subito per Palermo » ; e stringendogli amichevolmente la mano: << State di buon animo colonnello; tutto va bene ; ci parleremo a Palermo dove io vi seguirò. » Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo, tutto va bene » .
A CAGLIARI
Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, l’arrivo del vapore BYZANTIN con lo Stato Maggiore della Spedizione TERRANOVA: il colonnello PIANCIANI, il colonnello RUSTOW, con una parte della Brigata BOLOGNA o PUPPI ed una parte della Brigata MILANO o GANDINI, il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia e l’ex brigata BOLOGNA, divenuta Brigata PUPPI, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI
Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: “M’ imbarcai dunque con Agostino Bertani a bordo del Washington, dirigendoci al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: “Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore. Costui, giusta l’ordine avuto, era partito ultimo da Genova persuaso di trovare tuttti gli altri che l’avevano preceduto, fermi per attenderlo a Golfo degli Aranci, dove invece non aveva trovato nessuno. Solo quel giorno – 13 luglio – a lui sarebbe stata rimessa la lettera diretta da Garibaldi al Bertani sin dal 30 giugno etc…In seguito all’ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto, nel pomeriggio del 15, allorché era apparso il ‘Waschington’ col Dittatore reduce da Caprera.“. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: “Il 15, al molo vecchio di Genova sul vapore francese il Byzantin, furono imbarcate le ultime truppe delle quali potevasi disporre, e con esse lo stato maggiore. Il tempo alquanto torbido, quando il Byzantin levò l’áncora, ossia verso mezzogiorno, si rischiarò per lasciar luogo al più splendido cielo che mai possa esser veduto in Italia. Il 14 alle quattro dopo mezzodì , volsimo verso la baja degli Aranci onde scoprire se ivi si trovasse qualcuno dei nostri legni, ma non se ne rinvenne. Allora piegammo verso il golfo di Terranova; ma ivi pure a nostra ingrata sorpresa non ne trovammo veruna traccia. Dalle notizie raccolte però, ebbimo sentore che i legni giunti poco prima, erano ripartiti verso il sud; e si decise allora che il Byzantin dovesse dirigersi a Cagliari, dove giunsimo nelle ore pomeridiane del 15. Qui incontrammo infatti la maggior parte dei legni che facevano parte della spedizione di Terranova. Non si tosto ebbimo gettato l’ancora e spedito in ricognizione per essere informati dei motivi che avevano prodotto la divergenza dalle prestabilite disposizioni , quando apparve una lancia che ci recò a bordo la persona stessa di Garibaldi . Il giubilo con cui l’incomparabile Generale fu accolto dai nostri soldati è cosa indescrivibile.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “…..Nella mattina del 14 Garibaldi fu nel golfo degli aranci, ma non vi trovò che la più parte della terza e della quarta brigata. Gandini e Puppi, della divisione Terranova, avendo la prima e seconda brigata Eberhard e Tharrena già lasciato il golfo e fatto vela verso Palermo; e non essendo ancora arrivato il resto della terza e della quarta brigata collo stato maggiore delle truppe suddette. Rüstow.”. Rustow, continuando il suo racconto scriveva che: “Il Bizantino, che aveva a bordo una parte della brigata Gandini e Puppi e tutto lo Stato maggiore, sebbene tutte le truppe fossero imbarcate fino dalle otto della mattina, era però rimasto a Genova fino al pomeriggio del 13 in seguito alle meschine mano. E così il Bizantino non arrivò che verso la sera del 14 nel golfo degli aranci e quindi nel seno di Terranova. Ma Garibaldi non avendovi trovato nella mattina del 14 che una gran parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi ( Bologna ), le aveva condotte subito con sè a Cagliari. Anche il Bizantino si diresse tosto a quella volta, non avendo Pianciani trovato nel seno di Terranova gli altri navigli e non avendo ottenuto precise notizie sullo stato delle cose. Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo , dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Dunque, a Golfo Aranci Garibaldi trovò una parte delle due Brigate Milano e Puppi ed un’altra parte venne a Golfo Aranci, partendo da Genova, il 13 agosto 1860, con il colonnello Pianciani e lo stato maggiore dell’ex spedizione Bertani-Pianciani. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri. Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Dunque, De Sivo scriveva che Pianciani, ultimo ad arrivare nella Baia di Terranova in Sardegna, si era partito da Genova, “dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo;”. De Sivo scrive che Pianciani, non avendo trovato nessuno alla Baia di Terranova (a Golfo Aranci), in Sardegna, dove era arrivato a tarda sera del 14 agosto 1860, con il vapore “Byzantino”, si reca a Cagliari dove incontrò Garibaldi che gli parlò e lo comandò di andare a Palermo con le due Brigate che portava, la MILANO e la BOLOGNA (PUPPI). Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: “Per quanto fossero stati segreti i preparativi che avevano presieduto a quella spedizione, il ministero piemontese ne avea avuto sentore, e si era mostrato fermamente deciso ad opporvisi, anche a costo di ricorrere alla forza; così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Maraldi, parlando della Brigata Emilia, comandata dal Puppi, era composta da 4 battaglioni, uno dei quali era comandato dal marchigiano CATTABENI. Maraldi scriveva che la Brigata Emilia, poi PUPPI, fu inviata a Golfo Aranci per far parte della Spedizione Pianciani-Bertani. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: “Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno. Un piroscafo era stato messo a nostra disposizione. A sera dunque, verso le dieci, senza uniforme, il generale Turr, il conte Sandor Téléki, il colonnello Frappolli ed io prendemmo la strada della Marina (1). Una barca ci aspettava. La notte era splendida, senza luna e scintillante di stelle. Passammo attraverso le navi addormentate, e con poche remate raggiungemmo la scaletta della ‘Provence’. Ciascuno si recò a vedere la cabina che gli era stata assegnata, poi salimmo sul ponte, ci sedemmo, e senza parlare contemplammo il cielo, in cui la luce del faro di Genova spiccava come in’immensa meteora.”. Questo è il racconto della partenza da Genova. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto sul viaggio di Garibaldi per Golfo Aranci scriveva: “III. ….sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Etc…”. Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159, riferendosi a Garibaldi in Sardegna, a Golfo Aranci, quando ……..scriveva: “Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, etc…” e, prima di partire per Palermo, “…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Guerzoni scriveva che Garibadi, dopo aver fatto una escursione a Caprera comanda i volontari di seguirlo a Cagliari e di là andare a Palermo. Secondo il Guerzoni, Garibaldi arriverà con queste truppe il 17 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 331, riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: “….Garibaldi s’accostava alla sua diletta Caprera, alla quale, infatti, fece una rapida visita mentre il ‘Washington imbarcava il carbone…..Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, a pp. 263-264, in proposito scriveva che: “L’imbarco a Genova cominciò il 7 agosto: gli ultimi volontari col Pianciani e il Rustow partirono il 13 sul ‘Byzantin’. L’accordo era di concentrarsi tutti a Golfo Aranci.“. Dunque, Agrati scriveva che al ritorno da Caprera, Garibaldi va con il vapore Washington a Cagliari, dove ritrova il Bertani con gli altri vapori e gli altri volontari intenti a far rifornimento di combustibile. A Cagliari, il 15 agosto 1860, arriva anche il vapore “Byzantin”, che partitosi da Genova, portava con se il colonnello Pianciani ed il suo Stato Maggiore (dell’x spedizione per gli Stati Papali), dunque anche il Rustow ed una parte della brigata Bologna (la 4° Brigata), detta poi Puppi. Il vapore Byzantin era arrivato a Golfo Aranci ma non aveva trovato nessuno. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 332, in proposito scriveva che: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Bertani era con Garibaldi, e con egli da Caprera era arrivato a Cagliari ?. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: “La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti. Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale, Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari. Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi , Pianciani , che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.“. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 188 e ssg., in proposito scriveva che: “….ringraziai quei buoni abitanti dell’ interesse grandissimo del quale avevano dato pruova perchè la spedizione di nulla mancasse , e tornai a bordo ordinando che si partisse subito per Cagliari. Se ivi non avessi trovato i bastimenti avrei potuto almeno e più facilmente che altrove averne notizia. Avrei potuto a mezzo del Telegrafo comunicare con Genova, pormi direttamente in corrispondenza colla Sicilia, ricevere istruzioni: sollecitai per questo il Capitano del bastimento onde arrivasse a Cagliari tanto prima quanto più avesse potuto. Profitto della circostanza per rendere testimonianza di riconoscenza al Capitano del Bisantino, del quale sono dolente di non ricordare il nome; egli non solo in quella circostanza, ma sempre durante tutto il viaggio, mi diede prove di sua premura nel secondarmi dell’ opera sua e dei suoi, in tutto ciò che io volessi. Egli aveva un contratto è vero, ma sono ben lontano dal volere attribuire a ciò principalmente lo zelo che mostrava per noi; era perchè amava l’Italia nostra e quella causa che noi difendevamo; rispetto, ammirazione grandissima nudriva per Garibaldi, e noi sapeva volerlo coadjuvare nel miglior modo che per noi si potesse a poter mantenere quanto agli Italiani aveva promesso; ed infine, mi sia permesso pensare, perchè per me aveva pure concepito una qualche affezione: in dieciotto ore noi giungemmo a Cagliari. Avvicinandoci a quel porto fu il Capitano che il primo mi disse vedervi dei bastimenti, che credeva poter essere quelli della nostra spedizione, e quanto di quella notizia io fossi contento è facile imaginare; se nou che meglio in seguito osservando io stesso potei riconoscere che tutti non v’erano; mancava il Torino, l’Ammazzone e l’Isère. Mentre ci preparavamo ad entrare nel porto, da un piroscafo che era nella rada vedemmo staccarsi una lancia dalla quale si facevano segnali perchè ci fermassimo; dissi che si aspettasse. Etc…”. Dunque, Pianciani, racconta che arrivato a Golfo Aranci, in Sardegna, nella Baia di Terranova, con il suo vapore “Bizantino”, si recò personalmente nella piccola cittadina “Andai io stesso alla città per tentare di raccogliere maggiori notizie, ivi trovai due ufficiali e qualche soldato dei nostri che mi dissero essere stati autorizzati di scendere a terra, ma che quando avevano voluto tornare a bordo, non trovarono più i bastimenti; essi furono imbarcati sul Bisantino.”. Pianciani racconta che fece salire sul suo vapore due ufficiali e qualche soldato della Spedizione a cui avevano vietato di imbarcarsi in quanto i loro bastimenti erano già ripartiti. Presumo fossero i bastimenti Torino e Amazzone che avevano portato a Palermo le due Brigate Eberhard e Tharrena. Tuttavia, Pianciani partitosi da Genova con Rustow portava una parte della Brigata MILANO ed una parte della Brigata PUPPI. Dei soldati volontari garibaldini che Pianciani portava sul vapore Byzanti, da Genova ne parla quando racconta dell’incontro con Garibaldi a Cagliari. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi mi dimandava per prima cosa, quanti uomini avessi con me, e alla mia risposta replicava sta bene; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini, comincia ad essere qualche cosa, e subito dopo quant’ acqua e quanto carbone vi rimane ? per rispondere a questo chiamai il capitano, e quando ne fu informato Ebbene Colonnello, soggiunse, partirete subito per Palermo. Etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 150, in proposito scriveva che: “Imbarcammo parte della gente sul Washington perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a punta di Faro (374). La successione dei fatti fu la seguente: Chiarito che la spedizione era già per metà a Palermo, Garibaldi decise di portare colà anche il rimanente. Ma siccome il Washington abbisognava di carbone, ordinò alle brigate Gandini e Puppi (Milano e Bologna) di recarsi ad aspettarlo a Cagliari.’ La Gulnara, trionfante del suo successo, accompagnò da lontano quei bastimenti. Il Dittatore sul Washington si recò a far carbone alla Maddalena. Mentre il bastimento caricava il combustibile, Egli si recò a visitare la sua diletta casa alla vicina Caprera, e tornato a bordo raggiunse a Cagliari le due brigate.”.
Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, in proposito scriveva che: “Intanto il comandante Pianciani col suo stato maggiore partito nel pomeriggio del 13 da Genova sul Bisantino, a sua volta giungeva nel pomeriggio del 14 a Terranova pieno di speranze, confortato da lungo studio, da meditate combinazioni. Ma quale fu la sua delusione, il suo rammarico, non scorgendo nell’ampia distesa del golfo, nè in alcuna parte recondita di esso la menoma traccia delle sue truppe ! Soltanto una battaglia perduta può stendere tanta tristezza sull’animo di un comandante. Finalmente alcune barche peschereccie riferirono che erano bensì giunti alcuni vapori, ma che ne erano ripartiti ; afflitto dalla dura realtà, ma desideroso di penetrarne i particolari, Pianciani scese a Terranova, e vi trovò due suoi ufficiali ed alcuni soldati che dissero essere stati autorizzati a scendere, ma che quando avevano voluto risalire a bordo , non trovarono più i vapori. Pianciani li portò seco sul Bisantino, ordinando di navigare a tutto vapore per Cagliari, ove forse avrebbe trovato notizie, od almeno per mezzo del telegrafo avrebbe potuto comunicare con Genova e colla Sicilia. Avvicinandosi al porto di Cagliari il capitano del Bisantino avvertì che eranvi dei bastimenti che riteneva quelli di cui si andava in cerca. Pianciani sentì rinascere la sua speranza; ma avanzando ed osservando meglio riconobbe che mancavano il Torino, l’Amazone e l’Isera portanti le due prime brigate. Prima ancora che il Bisantino entrasse in porto, da un piroscafo in rada si staccò una lancia che venivagli incontro e che facevagli segnali perchè si fermasse. Poco dopo parve di riconoscere nella lancia il generale Garibaldi , e subito la visione divenne certezza con commozione di quanti erano a bordo, con maraviglia grande, perchè mentre da tutti si credeva che Egli fosse affaccendato in Sicilia, appariva in Sardegna. I volontari esaltati scoppiarono in calorosi evviva. Mentre Pianciani disponeva che si abbassasse la scala, il Dittatore, senza aspettare, si aggrappò alle parasartie e, con ammirabile agilità si arrampicò sul parapetto della nave, ove volle rimanere, scusandosi di non voler disturbare nessuno; poi (è Pianciani stesso che scrive tutto questo) domandato a Pianciani quanti uomini aveva nella sua spedizione, disse: « Sta bene ; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini; e comincia ad essere qualche cosa ». Assicuratosi poi che a bordo vi era sufficiente acqua e carbone , « ebbene colonnello partirete subito per Palermo »; e stringendogli amichevolmente la mano: << State di buon animo colonnello; tutto va bene ; ci parleremo a Palermo dove io vi seguirò. » Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene » .
Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, l’incontro tra GARIBALDI ed il colonnello PIANCIANI, che era con RUSTOW ed una parte delle due Brigate MILANO e della Brigata PUPPI
Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina.”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 7-8, in proposito scriveva che: “Allora piegammo verso il golfo di Terranova; ma ivi pure a nostra ingrata sorpresa non ne trovammo veruna traccia. Dalle notizie raccolte però, ebbimo sentore che i legni giunti poco prima, erano ripartiti verso il sud; e si decise allora che il Byzantin dovesse dirigersi a Cagliari, dove giunsimo nelle ore pomeridiane del 15. Qui incontrammo infatti la maggior parte dei legni che facevano parte della spedizione di Terranova. Non si tosto ebbimo gettato l’ancora e spedito in ricognizione per essere informati dei motivi che avevano prodotto la divergenza dalle prestabilite disposizioni , quando apparve una lancia che ci recò a bordo la persona stessa di Garibaldi . Il giubilo con cui l’incomparabile Generale fu accolto dai nostri soldati è cosa indescrivibile. Garibaldi ingiunse a Pianciani di partire immediatamente per Palermo, ed ai bastimenti che al momento si trovavano sprovveduti di carbone, di seguire al più presto la medesima direzione.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: “II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: “Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore. Costui, giusta l’ordine avuto, era partito ultimo da Genova persuaso di trovare tuttti gli altri che l’avevano preceduto, fermi per attenderlo a Golfo degli Aranci, dove invece non aveva trovato nessuno. Solo quel giorno – 13 luglio – a lui sarebbe stata rimessa la lettera diretta da Garibaldi al Bertani sin dal 30 giugno etc…“. Dunque, Agrati scriveva che, dopo la breve sosta a Caprera, il vapore Washington e Garibaldi, il 15 agosto 1860, arrivano a Cagliari dove, nel pomeriggio era arrivato anche la nave “Byzantin” che portava tutto lo Stato Maggiore della Spedizione “Terranova” (così battezzata dal Bertani). Agrati scriveva pure che: “In seguito all’ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto, nel pomeriggio del 15, allorché era apparso il ‘Waschington’ col Dittatore reduce da Caprera.“. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Dunque, Agrati scriveva che al ritorno da Caprera, Garibaldi va con il vapore Washington a Cagliari, dove ritrova il Bertani con gli altri vapori e gli altri volontari intenti a far rifornimento di combustibile. A Cagliari, il 15 agosto 1860, arriva anche il vapore “Byzantin”, che partitosi da Genova, portava con se il colonnello Pianciani ed il suo Stato Maggiore (dell’x spedizione per gli Stati Papali), dunque anche il Rustow ed una parte della brigata Bologna (la 4° Brigata), detta poi Puppi. Il vapore Byzantin era arrivato a Golfo Aranci ma non aveva trovato nessuno. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Proseguendo la narrazione, l’Agrati, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.“. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Anche il Bizantino si diresse tosto a quella volta, non avendo Pianciani trovato nel seno di Terranova gli altri navigli e non avendo ottenuto precise notizie sullo stato delle cose. Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi impartì tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “….però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnava, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Griunservi la sera del 17; etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; etc…”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., in proposito scriveva che: “Avvicinandoci a quel porto fu il Capitano che il primo mi disse vedervi dei bastimenti, che credeva poter essere quelli della nostra spedizione, e quanto di quella notizia io fossi contento è facile imaginare; se nou che meglio in seguito osservando io stesso potei riconoscere che tutti non v’erano; mancava il Torino, l’Ammazzone e l’Isère. Mentre ci preparavamo ad entrare nel porto, da un piroscafo che era nella rada vedemmo staccarsi una lancia dalla quale si facevano segnali perchè ci fermassimo; dissi che si aspettasse. Era in quella imbarcazione un marinajo che remigava e due uomini dalle camicie rosse, uno dei quali teneva il timone. Mia moglie, che pur mai di persona aveva veduto il Garibaldi, ma che molti ritratti ne aveva osservati, fu la prima a dire sul nostro bordo è il Generale. Aveva ragione; e a quelle parole potete credere qual fosse il tumulto che seguiva. Il Generale ripetevano i volontari, e gli evviva all’ Italia, a Garibaldi cominciavano. Garibaldi viene con noi, molti pensavano e dicevano ; ed io pure ho per un momento sperato che avesse risoluto di prendere egli stesso il comando della spedizione. Il Generale intanto arrivava a basso bordo del bastimento, io mi avvicinava là dove la barca era , e avrei voluto far discendere una scala, ma egli non aspettava, e aggrappandosi ai rivestimenti saliva sul parapetto della nave; io credeva sarebbe sceso sul ponte , e i volontari, che si affollavano per essergli più vicini, pregava si ritirassero per lasciarli almeno un posto ove scendere: e ciò essi, docili come sempre, facevano ; ma il Generale mi diceva non disturbassi nessuno, che sarebbe restato là come era, fra due corde, all’una delle quali si sosteneva. – Garibaldi mi dimandava per prima cosa, quanti uomini avessi con me, e alla mia risposta replicava sta bene; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini, comincia ad essere qualche cosa, e subito dopo quant’ acqua e quanto carbone vi rimane ? per rispondere a questo chiamai il capitano, e quando ne fu informato Ebbene Colonnello, soggiunse, partirete subito per Palermo. – Quella parola distrusse ad un tratto tutte le speranze delle quali in quegli ultimi giorni mi era pasciuto; taluni ufficiali, che erano poco distanti, dissero che io aveva impallidito, e ciò dovette esser vero, e il Generale avvedersene pure, giacchè, stringendomi amichevolmente la mano, soggiungeva: State di buon animo, Colonnello, tutto va bene, ci parleremo a Palermo, io vi seguirò, e così dicendo scendeva nella sua barchetta; io volli dimandare dove fosse il Bertani. A bordo con me, rispose: se volete parlar con lui venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io; del resto egli pure viene a Palermo e là in ogni caso lo vedrete. L’insistere mi sarebbe sembrato indiscreto; sicchè volgendomi al capitano: A Palermo replica ad alta voce perchè tutti i volontari sentissero e facciamo di arrivare il più presto possibile Garibaldi che già si allontanava credo sentisse egli pure, e mi parve udire che salutandomi dicesse , bravo, colonnello, che non si perda tempo.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, in proposito scriveva che: “Intanto il comandante Pianciani col suo stato maggiore partito nel pomeriggio del 13 da Genova sul Bisantino, a sua volta giungeva nel pomeriggio del 14 a Terranova pieno di speranze, confortato da lungo studio, da meditate combinazioni. Ma quale fu la sua delusione, il suo rammarico, non scorgendo nell’ampia distesa del golfo, nè in alcuna parte recondita di esso la menoma traccia delle sue truppe ! Soltanto una battaglia perduta può stendere tanta tristezza sull’animo di un comandante. Finalmente alcune barche peschereccie riferirono che erano bensì giunti alcuni vapori, ma che ne erano ripartiti ; afflitto dalla dura realtà, ma desideroso di penetrarne i particolari, Pianciani scese a Terranova, e vi trovò due suoi ufficiali ed alcuni soldati che dissero essere stati autorizzati a scendere, ma che quando avevano voluto risalire a bordo , non trovarono più i vapori. Pianciani li portò seco sul Bisantino, ordinando di navigare a tutto vapore per Cagliari, ove forse avrebbe trovato notizie, od almeno per mezzo del telegrafo avrebbe potuto comunicare con Genova e colla Sicilia. Avvicinandosi al porto di Cagliari il capitano del Bisantino avvertì che eranvi dei bastimenti che riteneva quelli di cui si andava in cerca. Pianciani sentì rinascere la sua speranza; ma avanzando ed osservando meglio riconobbe che mancavano il Torino, l’Amazone e l’Isera portanti le due prime brigate. Prima ancora che il Bisantino entrasse in porto, da un piroscafo in rada si staccò una lancia che venivagli incontro e che facevagli segnali perchè si fermasse. Poco dopo parve di riconoscere nella lancia il generale Garibaldi , e subito la visione divenne certezza con commozione di quanti erano a bordo, con maraviglia grande, perchè mentre da tutti si credeva che Egli fosse affaccendato in Sicilia, appariva in Sardegna. I volontari esaltati scoppiarono in calorosi evviva. Mentre Pianciani disponeva che si abbassasse la scala, il Dittatore, senza aspettare, si aggrappò alle parasartie e, con ammirabile agilità si arrampicò sul parapetto della nave, ove volle rimanere, scusandosi di non voler disturbare nessuno; poi (è Pianciani stesso che scrive tutto questo) domandato a Pianciani quanti uomini aveva nella sua spedizione, disse : « Sta bene ; colla vostra spedizione il nostro esercito sommerà a 30000 uomini; e comincia ad essere qualche cosa » . Assicuratosi poi che a bordo vi era sufficiente acqua e carbone , « ebbene colonnello partirete subito per Palermo » ; e stringendogli amichevolmente la mano: << State di buon animo colonnello; tutto va bene ; ci parleremo a Palermo dove io vi seguirò. » Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo, tutto va bene ».” .
Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, la partenza di GARIBALDI, sul vapore Washington con i volontari garibaldini diretti a Palermo
Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: “II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washington’ vi era Garibaldi e Bertani che ripartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “………..“. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi impartì tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo , domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: Esercito Meridionale. Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.“. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto ; il generale era arrivato poche ore prima di noi; etc…”. Dunque, Garibaldi, si partì da Cagliari il giorno 15 agosto 1860, sul Washington che arrivò a Palermo verso le ore 20,00 del giorno 17 agosto 1860. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 191 e ssg., in proposito scriveva che: “….indiscreto; sicchè volgendomi al capitano: A Palermo replica ad alta voce perchè tutti i volontari sentissero e facciamo di arrivare il più presto possibile Garibaldi che già si allontanava credo sentisse egli pure, e mi parve udire che salutandomi dicesse, bravo, colonnello, che non si perda tempo. – Potevo , dovevo io fare altrimenti ? Noi tutti avevamo promesso di seguire Garibaldi in quella magnanima impresa sua, per condurla al termine che le aveva prefisso, la completa liberazione, l’Unità dell’Italia . Quelle stesse ragioni che mi avevano determinato , dietro i suoi ordini, a spingere le operazioni sullo Stato Romano a tutta oltranza malgrado qualunque opposizione, qualunque ostacolo che avessi potuto superare , quelle stesse ragioni io dico, mi facevano allora una legge di andare a Palermo, comunque fossi convinto che la discesa sullo Stato Romano della nostra spedizione non avrebbe avuto più luogo. A che dunque parlare col Bertani ? avrebbe egli voluto dare ordini in opposizione di quelli del Generale ? sono……”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 150, riferendosi a Garibaldi a ciò che scrisse nelle sue “Memorie”, in proposito scriveva che: “Imbarcammo parte della gente sul Washington perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a punta di Faro (374). La successione dei fatti fu la seguente : Chiarito che la spedizione era già per metà a Palermo, Garibaldi decise di portare colà anche il rimanente. Ma siccome il Washington abbisognava di carbone, ordinò alle brigate Gandini e Puppi (Milano e Bologna) di recarsi ad aspettarlo a Cagliari.’ La Gulnara, trionfante del suo successo, accompagnò da lontano quei bastimenti. Il Dittatore sul Washington si recò a far carbone alla Maddalena. Mentre il bastimento caricava il combustibile, Egli si recò a visitare la sua diletta casa alla vicina Caprera, e tornato a bordo raggiunse a Cagliari le due brigate.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 150-151-152, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo, tutto va bene » .
Nel 15 agosto 1860, a Cagliari, la partenza del colonnello PIANCIANI, di RUSTOW sul vapore Byzantin
Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Garibaldi ingiunse a Pianciani di partire immediatamente per Palermo, ed ai bastimenti che al momento si trovavano sprovveduti di carbone, di seguire al più presto la medesima direzione. Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, etc…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi impartì tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Pianciani, ….e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnava, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Griunservi la sera del 17;….“. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo , domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: Esercito Meridionale. Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto ; il generale era arrivato poche ore prima di noi; etc…”. Dunque, Garibaldi, si partì da Cagliari il giorno 15 agosto 1860, sul Washington che arrivò a Palermo verso le ore 20,00 del giorno 17 agosto 1860. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: “E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa ; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore ; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene ».” . Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi , gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti, gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata. Mentre si svolgevano tutte queste cose in Sardegna, avveniva, nella notte del 13 al 14 agosto il tentativo di rapimento nel porto di Napoli, del vascello il Monarca. La coincidenza di questo fatto coll’assenza inopinata di Garibaldi dalla Sicilia , fecero attribuire a Garibaldi stesso il fallito tentativo tanto che lo affermarono nelle loro pregiate storie il RUSTow (p . 252 ) ; DE SIVO ( 138) ; PIGORINI-TURR ( 128 ); DELLI FRANCI ( 86). Ma non è vero affatto, come risulta dal racconto delle cose qui ora esposte, avvenute in Sardegna. La notte del 13 al 14 agosto, Garibaldi era nel Golfo di Terranova. Sul tentato rapimento, vedasi nel cenno biografico di Sgarallino Andrea.”.
Nel 16 agosto 1860, nel porto di Palermo l’arrivo di Garibaldi ed i volontari della Spedizione battezzata dal Bertani TERRANOVA, (le truppe di volontari dell’ex ‘Spedizione BERTANI-PIANCIANI: la Brigata BOLOGNA, che diventerà Brigata PUPPI, il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia, divenuta Brigata PUPPI, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI
Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “….al Golfo degli Aranci. Giunti in quel porto, trovammo soltanto una parte della spedizione, essendosi il maggior numero già diretto per Palermo. Tale circostanza mi fece cambiar d’ opinione sul progetto per Napoli. Imbarcammo parte della gente sul Washington, perchè fosse più comoda, passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: “II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “Lasciato nella notte del 12 il Faro, delude prodigiosamente la crociera borbonica e dà fondo, sul mattino del 14, nel Golfo degli Aranci. Colà ode che le due brigate (quella Eberhardt e Tharrena, di cui dicemmo) son già in viaggio per Palermo; ma ci trova invece il grosso di altre due (Gandini e Puppi) raggiunte nella giornata stessa dai loro distaccamenti e dall’intero Stato Maggiore della spedizione col Pianciani in persona. Allora si presenta improvviso a quella gioventù già devota a lui più che non volesse parere; vince col fascino della parola e anche più dell’aspetto gli scrupoli degli uni, la repugnanza degli altri, e preso, colla sicurezza di chi non teme di vederselo contrastato, il bastone del comando, fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Dunque, il Guerzoni racconta che Garibaldi arrivato a Golfo degli Aranci in Sardegna vi trova solo due compagnie dell’ex Spedizione per gli Stati Pontifici, erano le due compagnie comandate dal Gandini e dal Puppi. Vi era pure Pianciani e Rustow con loro. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 159 proseguendo il suo racconto scriveva: “….fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Dunque, il Guerzoni scriveva che Garibaldi arriverà a Palermo il 17 agosto 1860. La cosa è confermata anche dal Pianciani. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 331, riferendosi al Bertani, in proposito scriveva che: “Poi, calata la sera, il ‘Washington’ riprende la via del ritorno durante la quale fa sosta a Cagliari ove trova, insieme con gli altri vapori che si stanno a provvedersi di combustibile, anche il Byzantin, l’ultima nave della spedizione Bertani che porta il Pianciani con lo Stato maggiore.”. Proseguendo la narrazione, l’Agrati, a p. 332, riferendosi alla condotta del Pianciani, che anch’esso arrivò in Sardegna, in proposito scriveva pure: “Saputo che in seguito ad ordine di Garibaldi tutti gli altri s’eran diretti al sud e che con Garibaldi v’era il Bertani, il Pianciani aveva proseguito anch’egli per Cagliari, e vi era appena giunto il pomeriggio del 15, allorchè era apparso il ‘Washington’ col Dittatore proveniente da Caprera.”. Pianciani scriverà nelle sue memorie che vide apparire Garibaldi. Bertani era con Garibaldi, e con egli da Caprera era arrivato a Cagliari ?. Agrati, a p. 332, in proposito aggiunge: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida dipotersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washngton’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte.”. Dunque, il Pianciani partì dalla Sardegna per Palermo proprio perchè gli dissero che sul vapore ‘Washngton’ vi era Garibaldi e Bertani che riartivano dalla Sardegna per portare i volontari garibaldini a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripertito per Palermo. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Garibaldi già era partito per Trapani dopo essere giunto a Palermo e Bertani non lo trova. Bertani arriva dalla Sadegna ma non trova Garibaldi a Palermo. Agrati, a p. 332, riferendosi al Pianciani e a Rustow, in proposito scriveva: “Il 16 sera giunge a Palermo, e mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, l’Agrati scrive che Bertani, arrivò sia dopo l’arrivo di Garibaldi che il 17 agosto 1860 era ripartito per Trapani e sia dopo l’arrivo del vapore Byzantin che portava il Pianciani e lo Stato Maggiore (Rustow etc…), il quale riuscì a parlare con Garibaldi prima che egli ripartisse per Trapani. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”…..Etc….Bertani, giunto che fu a Palermo, etc…”. Dunque, la White scriveva che Garibaldi, il 15 agosto 1860, da Palermo scrive un ordine a Bertani. Fu il Bertani che chiese espressamente l’ordine scritto a Garibaldi che lo indirizzò a Cagliari. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Il Garibaldi…a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia , cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo.“. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini. Una volta là, il Bertani rinnovò i suoi scongiuri per persuaderlo a far vela verso lo Stato Pontificio, ma il Dittatore era ormai assorto nel problema del passaggio dello Stretto. Il Pianciani allora, presentate le sue dimissioni, riprese la via del ritorno. Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II; Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: “La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina, venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, etc…”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi, a Golfo Aranci, il 14 agosto 1860, insieme a Bertani aveva trovato la maggior parte della Brigate Milano e Bologna (la Gandini e la Puppi) e li portò a Cagliari per fare rifornimento. Poi, a p. 266 aggiunge che: “Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente. Quando giunsi al bivacco , vidi Garibaldi e Pianciani, e seppi che quest’ultimo aveva già deposto il comando perchè avendo dato parola ai suoi amici politici che non sarebbe sbarcato su alcun punto d’Italia fuori dagli Stati Papalini , si ricusò di cooperare ad ogni altra destinazione determinata da Garibaldi per le nostre truppe. Con ciò egli pensò procedere da uomo d’onore.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: “Garibaldi, …..con una sola parola dislocò la spedizione e la fece dirigere verso la Sicilia sotto il comando dei suoi principali capi, escluso il colonnello Pianciani, che, avendo impegnato la sua parola per l’invasione degli Stati pontifici, credette di doversi ritirare quando si vide in contrasto col generale in capo dell’esercito meridionale (1).”. Du Champ, a p. 30, nella nota (1) postillava che: “(1) ……………………………………..”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani….Cotesti indugi volle il Generale vincere di sua persona; laonde, lasciata segretamente Palermo al 12 di agosto, venne subitamente al golfo degli Aranci, e menò seco, rassegnatone il comando dal Pianciani, la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”. Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta. Vero è che rifiutò di lasciar Pianciani, giunto a Palermo, partire colla spedizione lì per lì, per sbarcare negli Stati pontifici. Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate però che io abbia cambiato il mio pensiero per quanto si riferisce allo Stato pontificio: desidero etc…”. Raggiunge Bixio a Giardino, etc…Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini. Una volta là, il Bertani rinnovò i suoi scongiuri per persuaderlo a far vela verso lo Stato Pontificio, ma il Dittatore era ormai assorto nel problema del passaggio dello Stretto. Il Pianciani allora, presentate le sue dimissioni, riprese la via del ritorno. Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II; Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani,…”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Garibaldi, edotto a sua volta di questo tentativo, che veniva a compromettere tutta l’opera sua, fece sapere al Pianciani che lo disapprovava e che sarebbe stato più gradito l’invio di rinforzi in Sicilia. Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontari, lo Stato Maggiore ed il comandante Colonnello Pianciani. Il Generale si recava a bordo di questo legno…etc…e domandava per prima cosa a Pianciani quanti uomini avesse con lui etc…Per rispondere a questo, Pianciani chiamò il capitano, e quando ne fu informato soggiunse: “ebbene Colonnello: partirete subito per Palermo”. Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, Pecorini-Manzoni, a p. 128, in proposito concludeva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri.”. Dunque, Pecorini scriveva che il conte Luigi Pianciani e Giovanni Nicotera, a Palermo, in seguito al colloquio con Garibaldi decisero di dimettersi dalla Spedizione e lasciarono le truppe a Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328). E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sartori.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui. Non lo vede, invece, che al mattino seguente e soltanto allora può esporgli le sue ragioni, a cui il Dittatore risponde ch’egli è fermamente deciso a portar tutte le truppe in Calabria e di là marciare sopra Napoli, e che il Pontificio bastano le truppe che sono in Toscana e in Romagna. Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, etc….A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova. Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria. Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro. Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani…..e ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 333, in proposito scriveva che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di ‘Terranova’.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto. Il Sirtori gli aveva già ordinato che gli mandasse la nave, ma il Bertani rifiutava perché il comandante di quella protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova. Come lo seppe giunto a Milazzo, il Sirtori gli rinnovò l’ordine, giungendo sino al punto di minacciare di arresto il Bertani se ancora si rifiutasse d’obbedire. Questo almeno è quel che si deduce dalla seguente lettera, dato che non mi fu possibile rinvenire il testo dell’ordine Sirtori: “Da bordo del Garibaldi, 20 agosto ore 11 pom. Caro Sirtori – Sarà qui domani l’Independance’ che fa 11 miglia etc..”. Il Bertani si rifrisce alla fermezza con la quale aveva propugnata la fortunata spedizione dei Mille, alla quale, come vedemmo, il Sirtori ed il Medici erano stati avversi….Fortunatamente il Bertani non giunse a Palermo e Depretis non ebbe così da eseguire quell’ordine increscioso, che poi non venne più ricordato forse per il precipitare degli eventi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgnitissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, disorientato e scoraggiato, ubbidì, ma, appena giunto a Palermo, volle incontrarsi col Dittatore. Garibaldi gli osservò che per varcare lo Stretto e proseguire nel Continente gli occorrevano molti uomini e armi e doveva quindi fare conto anche su quelli della spedizione; non aveva però abbandonato l’idea della diversione, che intanto si poteva fare con i volontari di Nicotera e di Caucci raccolti a Firenze e in Romagna; pregava perciò il Pianciani di rimanere a Palermo perchè intendeva valersene; ma il Pianciani obiettò che, mentre potevano restare i suoi sottoposti, egli, che aveva promesso e si era impegnato con tutti i volontari di portarli sul Pontificio, non riteneva di dover più rimanere loro capo in Sicilia, e contava quindi di raggiungere il Nicotera ed il Caucci per tentare con essi la diversione; suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto. Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui. Non fu poca la meraviglia quando seppe delle decisioni prese dal Dittatore e della rinuncia che il Pianciani stesso aveva fatto del comando della Divisione, la quale, come si è detto, si era già avviata per Milazzo. Bertani si lamentò con il Pianciani e gli altri comandanti del troppo precipitoso abbandono del comando e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte ne trovò, che già due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinchè ebbe la moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera; e raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’ avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnara, avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 263-264, in proposito scriveva: “La mattina del 14 Garibaldi era nel golfo degli Aranci, ma non vi trovò che la massima parte della terza e quarta brigata della divisione di Terranova, cioè le brigate Gandini e Puppi, mentre la prima e seconda brigata, Eberhard e Tharrena, avevano già abbandonato il golfo veleggiando per Palermo; il resto della terza e quarta brigata, collo stato maggiore generale delle suddette truppe, non era ancora arrivato.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 264-265, in proposito scriveva: “La brigata Tharrena venne trattenuta in Palermo e si mostrava dell’umore più inquieto. Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, benchè tutte le truppe fossero già imbarcate alle 8 ore di mattina , venne però trattenuto in Genova fino al pomeriggio del 13, in conseguenza delle manovre del governo piemontese che quel giorno trattenne il danaro spettante alla spedizione e ne indugiò il pagamento con inconcludenti pretesti. Rüstow insisteva per essere o spedito egli stesso, appena fosse possibile, nel golfo degli Aranci o perchè Pianciani precorresse la spedizione, onde avere in anticipazione un comando superiore per tenere unita la spedizione. Pianciani aveva creduto di non poter aderire al progetto, mentre nelle sue istruzioni dicevasi che dovesse imbarcarsi in ultimo collo stato maggiore generale, Così il Bisantino non arrivò che tardi nel pomeriggio del 14 al golfo degli Aranci, indi alla baja di Terranova.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Garibaldi però la mattina del 14 non vi trovò che la maggior parte delle brigate Gandini ( Milano) e Puppi (Bologna) e tosto se le prese con sè dirigendosi a Cagliari.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi, a Golfo Aranci, il 14 agosto 1860, insieme a Bertani aveva trovato la maggior parte della Brigate Milano e Bologna (la Gandini e la Puppi) e li portò a Cagliari per fare rifornimento. Poi, a p. 266 aggiunge che: “Per Cagliari navigò quindi anche il Bisantino, non avendo Pianciani trovate le altre navi nella baja di Terranova e non avendo rilevato sullo stato delle cose che notizie ancora poco chiare. Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Nel pomeriggio del 15 arrivò desso nella rada di Cagliari. Vi trovò Garibaldi stesso col grosso delle brigate Gandini e Puppi e Garibaldi imparti tosto l’ordine a Pianciani di proseguire il viaggio verso Palermo, dove dovevano seguire gli altri bastimenti, tosto che si fossero provveduti di carbone. Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Nella mattina del 17 Pianciani ebbe un’ abbocamento con Garibaldi. Questi gli disse , che non poteva permettere la spedizione sul territorio romano, essendogli indispensabile quella divisione per la sua impresa sul continente napoletano. Bisogna fare espressa menzione di ciò, poichè , per motivi che si possono facilmente comprendere erasi sparsa la voce menzognera, che Garibaldi avrebbe condotta egli stesso la divisione Terranova nelle romagne, se avesse trovato la mattina del 14 più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi nel golfo degli aranci, e che solo quel numero scarso di truppe lo aveva fatto risolvere di condurle in Sicilia. In seguito alle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare altrove che nella Romagna, diede la sua dimissione, e Garibaldi trasmise il comando sopra delle tre brigate, allora ancor unite, Tharrena, Gandini e Puppi al colonnello brigadiere e fino allora capo dello stato maggiore Rüstow, che ricevette nello stesso tempo l’incarico di raccogliere la divisione in Milazzo e di organizzarla. Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata. A motivo della partenza di Pianciani, dello sviamento della divisione dalla sua originaria destinazione, dei malcontento e della dissensione che nè risultò quà e là, era sorvenuta una certa confusione negli affari, ed un certo numero di ufficiali e di soldati avevano voluto dimettersi con Pianciani a Palermo. Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 725-726, in proposito scriveva che: “A queste parole del Dittatore, Pianciani diede le sue dimissioni, e Garibaldi affidò il comando delle tre brigate Tarrena, Gandini e Puppi al colonnello brigadiere Rustow , che ebbe in pari tempo l’ordine di recarsi in Milazzo e di riunire ed organizzare colà tutta intera quella. Tarrena seguiva intanto l’esempio del Pianciani ed aveva preso il suo congedo; il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata. La partenza di Pianciani, di Tarrena e di altri ufficiali aveva gittato un certo malcontento nei componenti quella spedizione numerosa ;”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 773, in proposito scriveva che: “Il giorno 24 agosto, il generale Garibaldi concentrò tutta la sua armata attiva, eccetto la divisione Rustow che stava tuttavia in Milazzo, nelle vicinanze di Scilla col seguente ordine: alla testa stavano le truppe arrivate di fresco da Sicilia ; poi le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz e la divisione Medici, e finalmente la divisione Bixio. L’artiglieria, che in parte era disbarcata, fu da Orsini impiegata a formare nuove batterie sul litorale dell’estrema Calabria, perchè l’esercito rivoluzionario, guardato…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto ; il generale era arrivato poche ore prima di noi; un suo ajutante venne a dirmi come egli desiderasse che i volontarii restassero a bordo quella notte; io dimandai se per me particolarmente avesse qualche ordine, e sentendo che no, dopo aver date le disposizioni necessarie per lo sbarco nella mattina seguente, scesi a terra che desideravo parlare quanto prima potessi con Garibaldi. Nella sera non mi fu possibile, mi dissero però che egli era in piedi ogni giorno prima delle quattro.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 208, in proposito scriveva che: “Tornando al discorso che io ebbi con Garibaldi, egli conchiuse dicendomi restassi in Palermo dove, aggiunse cortesemente, avrei avuto un collocamento conveniente; io di questo lo ringraziai, pregandolo invece mi autorizzasse a partire; e da che egli sembrava insistere, soggiunsi : Generale, voi siete troppo uomo di onore per non sentire i doveri che impone una promessa; io sono oltremodo dolente di allontanarmi da voi , e ciò voi potete vedermi nel volto; ma io ho promesso a molti di andare nello Stato Romano, voi stesso ordinate chevadano in quello i volontarii che sono in Toscana, l’onore m’impone di raggiungerli, non per reclamare comandi, ma per unirmi ad essi e fare insieme tutto ciò che sarà possibile perchè i vostri voleri siano eseguiti , perchè quelle infelici popolazioni, che ci aspettano, siano in qualche modo soccorse ; se non riusciremo , io avrò almeno fatto il mio dovere, mantenuta la mia parola. Il Generale mi strinse la mano, aggiungendo dopo un momento di riflessione , voi partite dunque per … Livorno, io replicai; e così ebbe fine il nostro colloquio . – Avendo presentato a lui il colonnello Rüstow, come quello al quale io dovea cedere il comando : Voi lo riterreté , ei gli disse , durante l’assenza del colonnello Pianciani maniera cortese per farmi intendere come fosse dispiacente della determinazione che io avevo dovuto prendere.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 210-211, in proposito scriveva che: “…quello nel quale lo lasciai a Palermo, delle offerte fattemi perchè rimanessi, del dispiacere mostrato perchè me ne andava. Rimasi quattro giorni a Palermo, aspettando la partenza del vapore per Livorno; intanto i corpi della spedizione che si trovavano già nella città, e che arrivavano dalla Sardegna, erano successivamente diretti a Melazzo ; dello sbarco imminente delle Calabrie si veniva dicendo, fra i più informati, e dopo due giorni se n’ebbe la notizia ufficiale.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare, furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: “Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene ».” . Dunque, il Pittaluga, sulla scorta del Pianciani, scriveva che Pianciani, a Cagliari, prime che partissero per Palermo, chiedendo a Garibaldi di Bertani scrive che Garibaldi gli avesse risposto « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. ». Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi, gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti, gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata. Mentre si svolgevano tutte queste cose in Sardegna, avveniva, nella notte del 13 al 14 agosto il tentativo di rapimento nel porto di Napoli, del vascello il Monarca. La coincidenza di questo fatto coll’assenza inopinata di Garibaldi dalla Sicilia, fecero attribuire a Garibaldi stesso il fallito tentativo tanto che lo affermarono nelle loro pregiate storie il RUSTow (p . 252 ); DE SIVO ( 138) ; PIGORINI-TURR ( 128 ); DELLI FRANCI ( 86). Ma non è vero affatto, come risulta dal racconto delle cose qui ora esposte, avvenute in Sardegna. La notte del 13 al 14 agosto, Garibaldi era nel Golfo di Terranova. Sul tentato rapimento, vedasi nel cenno biografico di Sgarallino Andrea.”.
Nel 16 di sera o era già 17 (?) agosto 1860, a Palermo arrivò, il colonnello PIANCIANI con lo Stato Maggiore, il colonnello RUSTOW, ed una parte della Brigata BOLOGNA o PUPPI (le truppe di volontari dell’ex ‘Spedizione PIANCIANI’ (poi detta di Terranova), il maggiore Giovan Battista CATTABENI di Senigallia, il maggiore BASSI di Siena e FERRACINI
Dalla Sardegna, il primo a ripartire per la Sicilia fu Garibaldi sul vapore Washington, ma sia Bertani che il Pianciani, che era arrivato sul “Byzantin”, ripartirono per la Sicilia solo dopo Garibaldi in quanto i vapori non avevano fatto del tutto rifornimento di carbone. Il colonnello Luigi Pianciani, comandante della Spedizione battezzata dal Bertani “Terranova”, si era partito d Genova, con Rustow e tutto lo Stato Maggiore, insieme ad altri volontari garibaldini che ancora non erano arrivati a Golfo Aranci. Si è visto che essi da Cagliari, ingiunti da Garibaldi dovettero ripartire per Palermo, ma essi non viaggiarono con Garibaldi che pure viaggiò per mare per Palermo ma ripartirono da Cagliari sul vapore Byzantin. Arrivarono a Palermo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: “II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Il colonnello Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente. Quando giunsi al bivacco, vidi Garibaldi e Pianciani, e seppi che quest’ultimo aveva già deposto il comando perchè avendo dato parola ai suoi amici politici che non sarebbe sbarcato su alcun punto d’Italia fuori dagli Stati Papalini, si ricusò di cooperare ad ogni altra destinazione determinata da Garibaldi per le nostre truppe. Con ciò egli pensò procedere da uomo d’onore.”. Dunque, il colonnello Rustow, che coe facente parte dello Stato Maggiore si imbarcò con Pianciani a Genova, scriveva che arrivarono da Cagliari a Palermo il 16 agosto 1860, ma di sera: “ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente.”. Infatti, Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto; il generale era arrivato poche ore prima di noi; un suo ajutante venne a dirmi come egli desiderasse che i volontarii restassero a bordo quella notte; io dimandai se per me particolarmente avesse qualche ordine, e sentendo che no, dopo aver date le disposizioni necessarie per lo sbarco nella mattina seguente, scesi a terra che desideravo parlare quanto prima potessi con Garibaldi. Nella sera non mi fu possibile, mi dissero però che egli era in piedi ogni giorno prima delle quattro.”. Dunque, il Pianciani testimonia essere arrivato a Palermo il 17 agosto 1860. Ma Pianciani scriveva che arrivarono a Palermo il 17 agosto 1860 perchè, infatti, il Rustow spiega che il Pianciani: “lo differi fino alle 4 della mattina seguente.”. A questo punto, però noto e faccio una precisazione. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. Dunque, da ciò che scriveva il Bertani nel suo Diario si evince che egli da Cagliari era arrivato a Palermo dopo di Garibaldi e quindi, da ciò deduco che forse Bertani si era imbarcato con Pianciani e Rustow sul vapore Byzantin. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “….Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: <Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”. Dunque, dalle parole di Bertani e della White, traspare che, Garibaldi, prima di allontanarsi per andare a Caprera, sua isola amata (senza “Bertani monta a bordo d’altro legno), etc…”), Bertani, invece, salì su un altro vapore (che non era il Washington) dove vi erano parte delle sue truppe della Spedizione Terranova, scrive la White: “risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, etc….”. Dunque, la White scriveva che, Garibaldi, “ritornato da Caprera a Cagliari”, (col Washington) nota che a Cagliari era arrivato (il 14 agosto 1860 anche il Pianciani, sul “Bysantin”, con una parte della brigata Puppi e con lo Stato Maggiore (Rustow ed altri. Riguardo a Bertani a Cagliari dopo il rientro di Garibaldi da Caprera, vediamo cosa scriveva un altro testimone di eccezione. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “…..stringendomi amichevolmente la mano, soggiungeva: “State di buon animo, Colonnello, tutto va bene, ci parleremo a Palermo, io vi seguirò, e così dicendo scendeva nella sua barchetta; io volli dimandare dove fosse il Bertani. A bordo con me, rispose: se volete parlar con lui venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io; del resto egli pure viene a Palermo e là in ogni caso lo vedrete. Etc..”. Dunque, Pianciani scriveva che Garibaldi gli disse che Bertani era sul vapore Washington e che con lui doveva viaggiare fino a Palermo, dove avrebbe potuto vedere ed incontrare. Dunque, a Cagliari, secondo quanto scrive il Pianciani, Bertani era con Garibaldi che gli promise che Bertani poteva vederlo a Palermo. Pianciani non incontrò Bertani a Cagliari. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi , trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito Meridionale. Cagliari , 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”.”. Dunque, secondo ciò che scrisse la White, Garibaldi invitò Bertani a seguirlo a Palermo ma Bertani “vuole rimanere coi volontari, etc…” e, prega Garibaldi di scrivergli l’ordine di recarsi a Palermo. Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. “. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 264-265, in proposito scriveva: “Il Bisantino, che portava porzione delle brigate Gandini e Puppi e tutto lo stato maggiore generale, ………..”, poi continuando il suo discorso, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Nel pomeriggio del 15 il Bisantino arrivò in rada di Cagliari. Ivi incontrò lo stesso Garibaldi col grosso delle brigate Gandini e Puppi, e Garibaldi ordinò a Pianciani di tosto far vela per Palermo ove dovevano seguirlo anche le altre navi appena si fossero rifornite di carbone. Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Etc…”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Alla sera del 16 il Bizantino arrivò a Palermo. Nella mattina del 17 Pianciani ebbe un’ abbocamento con Garibaldi. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Pianciani….Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripertito per Palermo. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Il Garibaldi…a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “….a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Dei vapori partiti da Cagliari per Palermo, giunse primo il Washington con Garibaldi nel pomeriggio del 16 agosto. Appena giunto il Dittatore si occupò delle gravissime cose politiche di quei giorni, dell’annessione prima di tutto, che era l’argomento della discordia; dei bisogni dell’esercito, delle disposizioni per il passaggio in Calabria. Pianciani giunse col Bisantino alle 10 di sera dello stesso 16 agosto, e, sceso a terra, cercò subito di essere ricevuto dal Dittatore, fissa sempre la mente di rimediare in qualche modo al disguido della diversione, e di indirizzarla alle terre pontificie dalla Sicilia stessa, cosa d’altronde che risultava nell’ordine d’idee stabilito nel compromesso di Genova con Farini. Il Dittatore essendo già a letto, gli fu detto di ritornare alle 4 dell’indomani mattina. Etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 725-726, in proposito scriveva che: “……………………………..”.
LE DIMISSIONI DI PIANCIANI
Nel 17 agosto 1860, a Palermo, il colloquio tra GARIBALDI e il colonnello PIANCIANI che si dimise dal comando della Spedizione TERRANOVA (ex spedizione Bertani-Pianciani)
Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9, in proposito scriveva che: “Giunsimo a Palermo il 16 sera ad ora troppo avanzata per operare lo sbarco, epperciò Pianciani, lo differi fino alle 4 della mattina seguente. Quando giunsi al bivacco, vidi Garibaldi e Pianciani, e seppi che quest’ultimo aveva già deposto il comando perchè avendo dato parola ai suoi amici politici che non sarebbe sbarcato su alcun punto d’Italia fuori dagli Stati Papalini, si ricusò di cooperare ad ogni altra destinazione determinata da Garibaldi per le nostre truppe. Con ciò egli pensò procedere da uomo d’onore. In quanto a me, non vincolato come il colonnello Pianciani e d’altronde considerando che noi avevamo sempre riconosciuto Garibaldi come nostro capo supremo, pensai che a lui solo competesse il diritto di decidere sull’indirizzo delle nostre operazioni. Sebbene assai penoso ed amaro, mi riuscisse il rinunciare ad un’impresa per la quale aveva già tutto predisposto e che vagheggiava con viva passione, pure non esitai a ciecamente sottomettermi agli ordini di Garibaldi. Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane
dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 266 aggiunge che: “Il 16 di sera il Bisantino toccò Palermo. Il 17 mattina Pianciani ebbe un abboccamento con Garibaldi. Garibaldi disse che non poteva acconsentire alla spedizione nella Romagna, perchè non poteva far senza della divisione per la sua intrapresa contro il continente napoletano. Ciò deve essere espressamente ricordato, giacchè, per motivi facili a capirsi, si era diffusa la voce menzognera che Garibaldi avrebbe condotto in persona la spedizione di Terranova nello Stato Pontificio, se la mattina del 14 avesse trovato nel golfo degli Aranci più dei 2000 uomini di Gandini e Puppi. Soltanto questa scarsità di uomini lo avrebbe indotto a condurre la spedizione nella Sicilia. In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi , Pianciani , che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, ma affermando di aver lealmente accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” cui intendeva tenersi fedele. Però, dice, ritener suo dovere “di opporsi a coloro che negoziano i popoli etc…”. Agrati, a p. 333, in proposito aggiunge che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunro il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta. Vero è che rifiutò di lasciar Pianciani, giunto a Palermo, partire colla spedizione lì per lì, per sbarcare negli Stati pontifici. Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: Non crediate però che io abbia cambiato di pensiero per quanto si riferisce allo Stato pontificio: desidero invece, e più che mai, che la insurrezione si promuova, si sostenga in quello energicamente; ma ciò può farsi benissimo coi volontari che sono in Firenze e nelle Romagne; molte volte si ottiene più con duemila uomini che con diecimila. Che facciano dunque, e se non potranno finire, comincino almeno: noi andremo ad incontrarli per terminar l’opera che avranno iniziata , e voi sapete che a me piace far presto.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Dei vapori partiti da Cagliari per Palermo, giunse primo il Washington con Garibaldi nel pomeriggio del 16 agosto. Appena giunto il Dittatore si occupò delle gravissime cose politiche di quei giorni, dell’annessione prima di tutto, che era l’argomento della discordia; dei bisogni dell’esercito, delle disposizioni per il passaggio in Calabria. Pianciani giunse col Bisantino alle 10 di sera dello stesso 16 agosto, e, sceso a terra, cercò subito di essere ricevuto dal Dittatore, fissa sempre la mente di rimediare in qualche modo al disguido della diversione, e di indirizzarla alle terre pontificie dalla Sicilia stessa, cosa d’altronde che risultava nell’ordine d’idee stabilito nel compromesso di Genova con Farini. Il Dittatore
essendo già a letto, gli fu detto di ritornare alle 4 dell’indomani mattina. Ricevuto all’ora indicata, Garibaldi gli disse subito che per le sue operazioni gli occorreva di riunire quanti più uomini potesse, e che perciò doveva contare sulle truppe da lui Pianciani condotte in Sicilia. Ma subito soggiungeva che egli era sempre d’avviso che fosse utilissimo di operare la diversione nello Stato pontificio, di promuovere colà l’insurrezione, e di sostenerla energicamente; che intanto si facesse subito coi volontari di Nicotera e di Caucci apprestati a Firenze ed in Romagna ; « molte volte si ottiene più con 2000 uomini che con 10.000; che facciano adunque; e se non potranno
finire comincino almeno, che noi andremo ad incontrarli per terminare assieme l’opera che avranno incominciata.>> Disse poi a Pianciani che rimanesse a Palermo che avrebbe pensato a valersi di Lui. Ma Pianciani fece osservare al Dittatore che potevano bensì restare i suoi sottoposti, e che li aveva esortati a ciò fare; non lui che aveva promesso di condurli altrove . Inoltre poichè il Dittatore aveva detto che poteva bastare a compiere la diversione nello Stato romano quella parte dei suoi dipendenti che si trovava tuttora in Toscana e Romagna, l’onore gli imponeva di raggiungerla per fare il possibile nel senso indicato dal Dittatore. Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”.
Nel 17 agosto 1860, a Palermo, Garibaldi e le dimissioni dei comandanti dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani (chiamata TERRANOVA): PIANCIANI (Comandante in capo), il colonnello THARRENA (comandante della Brigata PARMA), che fu affidata al maggiore SPINAZZI e, il colonnello GANDINI (comandante della Brigata MILANO)
I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia, a Palermo, ivi indirizzati da Garibaldi e dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In seguito all’arrivo di una parte delle truppe dell’ex Spedizione “Terranova” o ex “Spedizione Pianciani”, a Palermo, che Garibaldi e Bertani avevano trovate a Golfo Aranci ivi riunite, in seguito al colloquio che Garibaldi ebbe col il Comandante in Capo di dette truppe, il colonnello Pianciani, alcuni comandanti delle designate Brigate, insieme a lui si dimisero. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “Pianciani giunse col Bisantino alle 10 di sera dello stesso 16 agosto, e, sceso a terra, cercò subito di essere ricevuto dal Dittatore, fissa sempre la mente di rimediare in qualche modo al disguido della diversione etc…”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto; il generale era arrivato poche ore prima di noi; etc…”. Dunque, Pianciani arrivò la sera del 17 agosto 1860 ma non potè vedere subito Garibaldi. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Garibaldi accettò le dimissioni di Pianciani, di Tharrena e di Gandini e li sostituì con altri comandanti. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare, furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine. Inoltre Garibaldi, in quella occasione, il 17 agosto 1860 a Palermo nominò Capo di Stato Maggiore il colonnello Wilhelm RUSTOW, per gli italiani Guglielmo RUSTOW, che come vedremo li porterà a Sapri, insieme al generale TURR a cui era stato affidato il comando in Capo delle dette Truppe garibaldine. A Rustow, fu dato subito l’incarico di portare quelle truppe a Milazzo, dove arrivarono il 17-18 agosto 1860. Per questa fase, i maggiori testimoni restano il Rustow ed il Pianciani. Oltre al fatto che alcuni comandanti si dimisero, Garibaldi decise di aggregare queste truppe alla 15° Divisione, in quel momento affidata al generale TURR. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr ….Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, …..e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione.“. Dunque, secondo la testimonianza stessa di Rustow, gli furono affidate le tre brigate “Tharrena” (che poi si dimise insieme a Pianciani e quindi passò al maggiore Spinazzi, la brigata “Milano” (Gandini) e “Puppi”. “Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi.”. Dunque, “Tharrena”, che faceva parte del corpo di Spedizione ex Pianciani, si era dimesso a Palermo. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Etc…”. Come abbiamo visto in precedenza, il colonnello Tharena comandava la Brigata PARMA. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Dunque, la BRIGATA PARMA ebbe come nuovo comandante il maggiore SPINAZZI.La brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni. Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Il 21 maggio il Ministero della Guerra conferiva al luogotenente colonnello Pietro Spinazzi il comando del 2º Reggimento Volontari Italiani in formazione a Como. Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani fece osservare al Dittatore che potevano bensì restare i suoi sottoposti, e che li aveva esortati a ciò fare; non lui che aveva promesso di condurli altrove. Inoltre poichè il Dittatore aveva detto che poteva bastare a compiere la diversione nello Stato romano quella parte dei suoi dipendenti che si trovava tuttora in Toscana e Romagna, l’onore gli imponeva di raggiungerla per fare il possibile nel senso indicato dal Dittatore. Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ma a noi da altri autori non risulta che a Sapri, la Brigata MILANO arrivasse con il De Giorgi o De Giorgis senza il colonnello GANDINI. In effetti, oltre al Pittaluga anche altri autori scrissero che GANDINI si era dimesso. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, etc…”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “PARMA”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “MILANO”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Per esempio, il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi.A Palermo non era ancora arrivata la Brigata BOLOGNA o PUPPI. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., addirittura lo chiama “CANTINI”, non “GANDINI” ed in proposito scriveva che: “Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, etc…”. E’ un errore di trascrizione ? Il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”. Ma ciò non corrisponde al vero. Al Rustow, in seguito alle dimissioni del conte Luigi Pianciani, Garibaldi affidò lo Stato Maggiore delle tre brigate “Milano”, “Parma” e “Bologna”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del maggiore De Giorgis; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; etc…Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine…..La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Etc…”.
LA NOMINA DI RUSTOW
Nel 16-17 agosto 1860, a Palermo, Garibaldi nominò il colonnello Wilhelm RUSTOW Capo di Stato Maggiore di tre brigate (che facevano parte dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani): la Brigata MILANO (comandata da CANTINI o GANDINI (?) affidata al maggiore DE GIORGIS ?), la Brigata PARMA (comandata dal maggiore SPINAZZI), la Brigata BOLOGNA (affidata al tenente PUPPI), che vennero così aggregate all’Esercito Meridionale ed alla 15° Divisione
I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia, ivi indirizzati da Garibaldi e dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In seguito all’arrivo dell’ex Spedizione “Terranova” o “Spedizione Pianciani”, a Palermo ed alle dimissioni del loro capo Luigi Pianciani, Garibaldi decise di affidare l’incarico di Capo di Stato Maggiore al colonnello polacco Wilhelm Rustow, per gli italiani Guglielmo Rustow, al quale fu dato subito l’incarico di portare quelle truppe a Milazzo, dove arrivarono il 17-18 agosto 1860. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione. La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “In conseguenza delle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare in altro sito che nella Romagna, si dimise dal suo comando, e Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Dunque, secondo la testimonianza stessa di Rustow, gli furono affidate le tre brigate “Tharrena” (che poi si dimise insieme a Pianciani e quindi passò al maggiore Spinazzi, la brigata “Milano” (Gandini) e “Puppi”. “Rüstow stesso cogli uomini del Bisantino era già a Milazzo la mattina del 18, ove in pochi giorni arrivò anche il resto delle truppe , in guisa che il 21 vi aveva raccolti circa 4000 uomini. Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi.”. Dunque, “Tharrena”, che faceva parte del corpo di Spedizione ex Pianciani, si era dimesso a Palermo. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni, 5 compagnie di Bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9, in proposito scriveva che: “Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe ; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, …..e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, …Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore…..Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “…a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, riferendosi a Milazzo e a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…”……Garibaldi ….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.“. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da Puppi ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova….La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”. Ma ciò non corrisponde al vero. Al Rustow, in seguito alle dimissioni del conte Luigi Pianciani, Garibaldi affidò lo Stato Maggiore delle tre brigate “Milano”, “Parma” e “Bologna”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del maggiore De Giorgis; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni. Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Il 21 maggio il Ministero della Guerra conferiva al luogotenente colonnello Pietro Spinazzi il comando del 2º Reggimento Volontari Italiani in formazione a Como. Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine…..La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: “Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: “I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta “I volontari spediti dal Comitato bolognese avevano assunto il nome di ‘Cacciatori di Bologna’, e furono ordinati in quattro battaglioni, più o meno completi. Il primo, come ho detto, fu comandato dal maggiore Cattabeni: il secondo dal maggiore Luigi Bossi: il terzo dal maggiore Ferdinando Ferracini: il quarto dal capitano ff. di maggiore Giambattista Pantotti, che prima apparteneva al secondo battaglione. Il 1° battaglione, secondo il ruolo che si conserva, aveva la forza di 381 uomini, dei quali 20 ufficiali, 26 sottoufficiali, 31 caporali, 6 trombettieri e 298 cacciatori. Il secondo, come risulta da un ruolo datato da Milazzo, 22 agosto, aveva 16 ufficiali, 21 sottufficiali, 27 caporali, 3 trombettieri e 195 cacciatori: totale 262 uomini. Il terzo, conforme al ruolo datato pure da Milazzo 25 agosto, contava 271 uomini, di cui 8 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori. Il quarto, pure da un ruolo datato da Milazzo, 25 agosto, risulta composto da 11 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori: totale 274 uomini. Ciò darebbe una forza complessiva di 1188 uomini, che corrisponderebbe quasi esattamente a quella dianzi indicata. I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Dunque, Dallolio scriveva che tra i volontari spediti da Genova nel golfo degli Aranci vi erano i “Cacciatori di Bologna”, i quali arrivati a Palermo diventarono la “Brigata Bologna”, che era composta da quattro battaglioni che in Sardegna erano al comando del colonnello Puppi di Siena, che poi, in seguito morì a Capua. Nel golfo degli Aranci, la brigata Bologna era comandata dal colonnello Pianciani e fece parte della cosiddetta “spedizione Bertani del golfo degli Aranci” ma quando arrivò a Palermo, Garibaldi, la tolse al comando del Pianciani, che si dimise e, l’aggregò e la incorporò alla “Divisione Turr”. La brigata “Bologna”, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”. Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci,….”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “Non aveva io stesso formato quel corpo, esclusivamente quasi può dirsi ? non conosceva io personalmente tutti gli ufficiali, ai quali aveva consegnato i loro brevetti, tutti i volontari quasi che avevo io stesso riuniti nelle prime compagnie, organizzati poi a battaglioni, a brigate ? Potevo io non essere dolente di dare la mia dimissione, ritirarmi, quando sapeva quali elementi quel corpo conteneva, e sapeva in conseguenza che si sarebbe distinto in qualunque luogo dove per servire l’Italia fosse stato impiegato ? errava io forse nel giudicarne? i fatti han già risposto per me. Il colonnello Puppi che è morto sul campo di battaglia; il colonnello Rüstow che come capo di Stato maggiore del generale Turr dirige i lavori di assedio intorno a Capua; il maggiore Cattabeni che s’ impadroni di Cajazzo, prendendolo —dicono i fogli, strada per strada, casa per casa, respingendo nel Volturno i regi che nel villaggio si erano fortificati; il capitano Pedotti, che tanto si distinse alla stazione di Capua, che tanto si addentrò fra i nemici da farne annunziare la morte perchè si credeva impossibile che fosse altrimenti, appartenevano tutti alla nostra spedizione. Apparteneva alla spedizione e il battaglione bolognese che comandava Cattabeni, e i cacciatori milanesi che seguivano il Pedotti, e i battaglioni lombardi dei quali si leggono gli elogii e alla testa dei quali si trovava il Rüstow. Erano della spedizione quei dieci milanesi del Genio che sotto un fuoco micidiale del nemico caricavano un pezzo sulle loro spalle ; e credo dei nostri fosse pure quell’eroico popolano Genovese lo Zuppo che li guidava ; egli aveva servito quel pezzo solo, durante mezz’ora, mentre uomini e cavalli morivano intorno a lui , e quando..”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Giungemmo a Palermo alle 10 circa della sera del giorno 17 agosto; il generale era arrivato poche ore prima di noi; un suo ajutante venne a dirmi come egli desiderasse che i volontarii restassero a bordo quella notte; io dimandai se per me particolarmente avesse qualche ordine, e sentendo che no, dopo aver date le disposizioni necessarie per lo sbarco nella mattina seguente, scesi a terra che desideravo parlare quanto prima potessi con Garibaldi. Nella sera non mi fu possibile, mi dissero però che egli era in piedi ogni giorno prima delle quattro.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 208, in proposito scriveva che: “Tornando al discorso che io ebbi con Garibaldi , egli conchiuse dicendomi restassi in Palermo dove, aggiunse cortesemente, avrei avuto un collocamento conveniente; io di questo lo ringraziai, pregandolo invece mi autorizzasse a partire ; e da che egli sembrava insistere, soggiunsi: Generale, voi siete troppo uomo di onore per non sentire i doveri che impone una promessa; io sono oltremodo dolente di allontanarmi da voi, e ciò voi potete vedermi nel volto; ma io ho promesso a molti di andare nello Stato Romano, voi stesso ordinate chevadano in quello i volontarii che sono in Toscana , l’onore m’impone di raggiungerli, non per reclamare comandi, ma per unirmi ad essi e fare insieme tutto ciò che sarà possibile perchè i vostri voleri siano eseguiti, perchè quelle infelici popolazioni, che ci aspettano, siano in qualche modo soccorse ; se non riusciremo , io avrò almeno fatto il mio dovere, mantenuta la mia parola. Il Generale mi strinse la mano, aggiungendo dopo un momento di riflessione , voi partite dunque per … Livorno, io replicai; e così ebbe fine il nostro colloquio . – Avendo presentato a lui il colonnello Rüstow, come quello al quale io dovea cedere il comando: Voi lo riterreté , ei gli disse , durante l’assenza del colonnello Pianciani maniera cortese per farmi intendere come fosse dispiacente della determinazione che io avevo dovuto prendere.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 210-211, in proposito scriveva che: “…quello nel quale lo lasciai a Palermo, delle offerte fattemi perchè rimanessi, del dispiacere mostrato perchè me ne andava. Rimasi quattro giorni a Palermo, aspettando la partenza del vapore per Livorno; intanto i corpi della spedizione che si trovavano già nella città, e che arrivavano dalla Sardegna, erano successivamente diretti a Melazzo; dello sbarco imminente delle Calabrie si veniva dicendo, fra i più informati, e dopo due giorni se n’ebbe la notizia ufficiale.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare, furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170, in proposito scriveva che: “Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate che etc….”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “In seguito alle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare altrove che nella Romagna, diede la sua dimissione, e Garibaldi trasmise il comando sopra delle tre brigate, allora ancor unite, Tharrena , Gandini e Puppi al colonnello brigadiere e fino allora capo dello stato maggiore Rüstow, che ricevette nello stesso tempo l’incarico di raccogliere la divisione in Milazzo e di organizzarla.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe ; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, ma affermando di aver lealmente accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” cui intendeva tenersi fedele. Però, dice, ritener suo dovere “di opporsi a coloro che negoziano i popoli etc…”. Agrati, a p. 333, in proposito aggiunge che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunro il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: “II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda. Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; comanda al Bixio, che aveva sospirato quel comando per lunghi giorni, d’imbarcare tutta la gente raccolta , circa quattromila uomini, su due vapori venuti da Palermo; udito però che le navi hanno bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti carpentiere e si mette egli stesso coll’ ascia e col martello a tappare falle e piantar chiavarde, e quando tutto è lesto, pigiati in quei due piroscafi, pieni di avaríe e di magagne, quei quattromila uomini, nella notte del 19 sferra da Taormina; corre tutta quella notte, non visto, non sospettato, nella direzione di greco, e ai primi albori del 20 afferra presso Melito, tra Capo dell’ Armi e Capo Spartivento, l’ estrema spiaggia calabrese.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) …..”. Su questa Brigata Garibaldina abbiamo alcune notizie, alcune delle quali, come vedremo innanzi riguarderanno il suo sbarco nel porto naturale di Sapri. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr ….Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”.
LE BRIGATE DELLA SPEDIZIONE “TERRANOVA” (EX BERTANI-PIANCIANI)
LO STATO MAGGIORE DI RUSTOW
IL COLONNELLO O. GANDINI COMANDANTE DELLA BRIGATA MILANO
Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…..brigata Milano…si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.“. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Interessantissima questa descrizione dei luoghi che ci fa Rustow parlando della sua marcia da Vibonati al Fortino. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 2 e il 3 settembre, si componeva di due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che “Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 22 scriveva che: “Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”.Dunque, Rustow scriveva e citava i due ufficiali di ordinanza: ANTONIO BATTICOZZI, lombardo e CESARE COMENDIO, veronese. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, sulla scorta del Rustow, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, sulla scorta del Rustow scriveva che: “Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “SESSA”, “MONTESSI” ed il capitano “VENUTI”, più due Compagnie di Bersaglieri. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche del “maggiore De Giorgi” che egli chiama “De Giorgis”. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Sugli ufficiali della Brigata “Milano”, vi è la testimonianza diretta del Rustow. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. Agrati scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Dunque, Agrati scriveva che Turr sbarcava a Sapri alle 9 del mattino del giorno 2 settembre 1860, e fin qui mi trovo. Poi aggiunge: “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra….”. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle 5 del pomeriggio del giorno 2 settembre 1860. Il telegramma di Garibaldi che gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Inoltre, Agrati scriveva pure che il Turr, “…e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo.”. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro.”. Dunque, Agrati scriveva che secondo quanto scrisse Agostino Bertani, con Pianciani si dimisero il Tharrena e con lui se ne andò “qualche altro”. Agrati non scrive che si dimise Gandini. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Dunque, il Pecorini-Manzoni nel suo specchietto ribadiva le date e le tappe delle singole Brigate. Riguardo Sapri leggiamo che arrivarono il giorno 2 settembre 1860 (e dunque si trovavano a Sapri alll’arrivo di Garibaldi il giorno 3 settembre), le due Brigate “Milano” ed una parte della Brigata “Spinazzi” o “Parma”. La Brigata “Puppi” ( o “Bologna”) sarà a Sapri il giorno 4 settembre 1860 e si mette in marcia subito per Vibonati. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 186, parlando della Spedizione di Ariano, in proprosito scriveva che: “Il tenente Canepa della Brigata Milano il 17 verso l’1 pom. sulla linea degli avamposti di Casapulla etc…”. Pecorini, sempre parlando di Capua, a p. 212, in proposito scriveva: “Comando della Brigata Milano: Luogotenente colonnello De Giorgis Carlo Felice, Capo di Stato Maggiore Capitano De Carolis; etc…furono anche aggregate a questa Divisione la brigata Corrao, già la Masa, e la Legione Inglese. (Doc. 80). Il Dittatore trasportava il suo quartiere generale a Caserta il giorno 27 settembre etc…”. Dunque, come ho già detto, verso il 20 settembre, il Comando della Brigata Milano passò al Luogotenente colonnello Carlo Felice De Giorgis. Sul sito della Presidenza della Repubblica è scritto che egli era Luogotenente colonnello di Fanteria che gli fu conferito il 30 novembre 1862. Su De Giorgis, il Pecorini, a p. 435, in proposito scriveva: “(Documento 64) 3° Brigata Milano. 3° Bataglione. Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom.il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc…”. Dunque, secondo questo rapporto, il Luogotenente Emilio Canepa ispezionò il Battaglione di Fanteria della Brigata Milano. Canepa viene più volte citato anche dal Rustow. Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Su Carlo Felice De Giorgis, sul blog della Presidenza della Repubblica, si legge che era luogotenente colonnello di fanteria e, nel 30 novembre 1862 ebbe l’onoreficenza di Cavaliere Ordine Militare d’Italia. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), …..”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue : a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini. a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera . 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri . La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani, il quale nel congedarsi presenò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157 e ssg., riferendosi al Bertani, in proposito scriveva pure che: “A Palermo apprese con rammarico da Pianciani quanto aveva deciso il Dittatore, ed il conseguente ritiro di Pianciani dal comando della Divisione che trovavasi a Milazzo, ed il congedo preso da Tharrena e da Gandini e da parecchi altri ufficiali . Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando ; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza. Non trovò più il Generale già partito per Giardini…”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che il “colonnello Tharrena” ed il “colonnello Gandini” si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Sul “Gandini” ha scritto, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. E poi, ancora, il Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, etc…”. Dunque, il Cesari, ripropone la figura del “generale Gandini”, che, secondo lui comandava la Brigata “Milano”. Abbiamo visto, però, come il generale Gandini si fosse dimesso insieme al Nicotera ed al Pianciani a Palermo, all’arrivo della ex Spedizione Terranova dal Golfo degli Aranci. Dunque, insieme al Rustow ed al Turr, a Sapri, la Brigata Milano sbarcò col generale Gandini oppure questa Brigata garibaldina era comandata dal De Giorgi (che l’Agrati scriveva “De Giorgis” ?). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “..nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello “Gandini”, ma su questa notizia nutriamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della brigata “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Dunque, il generale Pittaluga scriveva che una volta allotanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi, furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Il Pittaluga è chiaro quando scrive che: “I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, ……e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Come però faceva notare Moliterno (….), il “generale Gandini” viene espressamente citato dal Rustow, il quale era capo di Stato Maggiore della Brigata “Milano”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea,etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Sempre il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Alle 4 1/2 pomeridiane col 3° Battaglione della Brigata Milano, giunsi a Caserta dove trovavasi già la Brigata Bologna. Nei giorni 15 e 16 arrivò il resto della Brigata. Caserta doveva servirci di reidenza etc…Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto. Il giorno 16, fui nominato capo dello Stato maggiore delle truppe che nelle vicinanze di Caserta si trovavano raccolte sulla sinistra del Volturno sotto il comando del Turr, trovandomi per tal modo sciolto dal comando della Divisione di Terranova, che ripresi solo il 19 settembre allorchè, come comandante dell’intiera ala sinistra, assunsi di condurla per la prima volta al fuoco.“. Dunque, il “colonnello Gandini”, secondo il racconto di Rustow (nella traduzione di Eliseo Porro) restò comandante della brigata Milano fino alla “Spedizione di Ariano”, in cui il generale Turr ebbe la disfatta del generale borbonico Bonanno, ed in quella occasione Gandini dovette cedere il suo posto al maggiore De Giorgi. Carlo Agrati, a p. 440, in proposito scriveva che: “Il 13 settembre tutta la Brigata “Milano” rientrava; era ad Avellino in quel giorno stesso, a Nola, il 14 e là riceveva l’ordine di portarsi direttamente a Caserta.”. L’Agrati cita il testo di Buttà (….), Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta – Memorie della Rivoluzione del 1860 al 1861, Napoli, 1875. Sul colonnello, poi in seguito “Generale Gandini”, che comandava la Brigata “Milano” è stato più volte citato anche da Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. De Crescenzo, a p. 112, riferendosi al giorno 3 settembre 1860, in proposito scriveva che: “IV. Il Generale Gandini, comandante della brigata ‘Milano’ composta di 900 uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che “il giorno seguente” (il giorno 4 settembre 1860), da Vibonati, il generale Gandini “comandante della brigata Milano, composta di 900 uomini” ordina di mettersi in marcia e dirigersi verso Casalnuovo. Nel De Crescenzo, ritroviamo il generale Gandini anche più avanti ed in particolare a p. 151, ove in proposito scriveva: “Lo Stato Maggiore del Dittatore desiderava che al momento dell’ingresso del Dittatore in Napoli vi fosse un discreto numero delle sue truppe, perciò fu ordinato con un telegramma al generale Gandini di muoversi subito da Eboli e recarsi a Vietri, dove aveva inizio la ferrovia. Il Gandini, tenendo presente che i suoi soldati erano stanchi, domandò chi di essi volesse partire. Quasi tutti risposero affermativamente e furono fatti salire su quanti carri potessero essere requisiti.”. Dunque, il Gandini condusse le truppe dei volontari della sua Brigata da Salerno a Vietri. De Crescenzo, a p. 159, scriveva pure che: “Il Rustow insieme alla brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Quest’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia Nazionale. Etc…”. De Crescenzo, a p. 163, ritorna sulla stessa notizia di p. 151 e scriveva che: “Lo Stato Maggiore del Dittatore avrebbe desiderato che al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un gran numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri…Gandini non credette opportuno di spingere i suoi militi, stanchi ormai dalle lunghe marce, etc…Il Gandini aveva sperato che giunto a Vietri le difficoltà sarebbero state superate, invece etc…”. Dunque, De Crescenzo cita più volte il generale Gandini che, ad Eboli, diresse le operazioni di marcia verso Salerno e verso Ariano, come vedremo. La testimonianza del Rustow, cozza con l’altra testimonianza del generale Giuseppe Pittaluga (…), che, nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani,…. cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, e appoggiato dai Bersaglieri di Milano, e dai Carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, etc..Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco etc…”. Rustow racconta lo sbarco della brigata Milano che si trovava imbarcata sul Rosalino Pilo, lasciata la città calabrese di Tropea e proseguire a marcia forzata verso Pizzo. Rustow, a p. 14 in proposito scriveva pure: “La brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa…marciava…Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente…”. Rustow, a p. 15 scriveva che: “La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda costituita dalla brigata Parma, non si arrivò che a mezzogiorno….per Pizzo, fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”.
IL MAGGIORE DE GIORGIS DELLA BRIGATA MILANO
Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Su Carlo Felice De Giorgis, sul blog della Presidenza della Repubblica, si legge che era luogotenente colonnello di fanteria e, nel 30 novembre 1862 ebbe l’onoreficenza di Cavaliere Ordine Militare d’Italia. Sui Bersaglieri, il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 3 settembre, si componeva di Bersaglieri ed era costituita da due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che “Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.”. Dunque, secondo la testimonianza del colonnello Rustow, le truppe dei volontari condotti a Sapri ed ivi sbarcate, furono fatte accampare e poi il Rustow ordinò un servizio di esplorazione che affidò ai Bersaglieri ed ai Carabinieri di Genova.
Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: “(Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: “(Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: “(Documento 64) 3° brigata Milano, 3° Battaglione, Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom. il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc….Egli consegnò allo Stato Maggiore del sig. brigatiere Eber in Santa Maria questi ufficiali napoletani. Il Comandante il Battaglione. Firmato Venuti.”. Dunque, in questo documento, VENUTI, Comandante il 3° Battaglione della 3° Brigata Milano, citava il luogotenente EMILIO CANEPA, ed il brigatiere EBER, dello Stato Maggiore di Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: “(Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 440, in proposito scriveva che: “(Documento 70) 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Caserta, 21 settembre 1860….coi bersaglieri in testa piazzai i due battaglioni di linea all’altezza dei battaglioni della brigata Puppi. Etc…, ed il 3° battaglione nuovamente comandato dal capitano sig. De Caroli, al quale affidai provvisoriamente il comando (sebbene già ferito sin dal principio della battaglia da una scheggia di mitraglia alla coscia sinistra) etc…Rileverà dai rapporti dei comandanti dei battaglioni, che qui le compiego, le perdite sofferte dalla brigata, e propongo per promozione di merito il sig. capitano De Caroli al grado di maggiore, lo stesso per il capitano Venuti, il sig. Vergani e Cavarrotti sotto-tenenti al 1° battaglione al grado di tenente, il furiere Zambetori al grado di sottotenente, i tenenti Magagna, Corbelli e Novelli del 2° battaglione al grado di capitano, il tenente Ferrari col braccio amputato al grado di Capitano. Del 3° battaglione propongo al grado di capitano il tenente Canepa, i sotto-tenenti Curti, Prunota, Pozzi, Monti, Geronimi etc…L’ajutante maggiore in 2° il tenente Zanner, il capitano Sig. Pifferi e capitano Mazzoni per un segno di distinzione, nonchè i sotto-tenenti Romualdi Alessandro, Ferrari Enrico, Lumari Luigi, Ragazzi Luigi e Ascarioni Lambro. Per i bersaglieri milanesi, cioè per il capitato Pedotti, tenente Oltrati, tenente Gadioli, sotto-tenente Rotondi, …sotto-tenente Quintini, etc..Raccomando il mio ajutante di campo Sig. Galuzzi. Firmato, il Comandante la Brigata DE GIORGIS.”. Come si è visto, a Capua, Rustow sostituì il Gandini, con De Giorgis che, pure faceva parte del corpo allegato alla XV Divisione di Turr. Notiamo che, in questo documento il comandante, il capitano o maggiore si firma DE GIORGIS. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 442, in proposito scriveva che: “(Documento 71) Sig. colonnello brigatiere Rustow. 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Santa Maria, 20 settembre 1860….dato l’ordine di ritirata i pochi nostri disimpegnati con alcuni bersaglieri lombardi (capitano Pedotti) restarono a mantenere il fuoco finchè tutti furono rientrati a Santa Maria, sbarrando etc…..l’esempio degli ufficiali, luogotenente Zancarini e sotto-tenenti Chiappa e Desimoni etc…Firmato Luogotenente Zancarini Giuseppe.”. In questo documento, il luogotenente ZANCARINI GIUSEPPE, comandante del …..scrive a Rustow il 20 settembre 1860 e cita l’ufficiale ZANCARINI e i sotto-tenenti CHIAPPA e DESIMONI. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: “(Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI, citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: “(Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: “(Documento 79) Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI.
IL CAPITANO APPEL TRIESTINO
Il generale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Il Capitano Garzia annotava pure che erano saliti sul “Brésil” “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola. Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul “Giornale di Bordo” del vapore Sardo o Piemontese “Brésil” condotta a Sapri dal Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese “Garzia”, Vial trovò scritto o annotato che il Capitano Garzia, arrivato a Sapri il 4 settembre 1860, alle ore 20,00 (8 a.m.), trovò ed ebbe un colloquio con due ufficiali dell’Esercito Meridionale e della Divisione Turr, sbarcati a Sapri il giorno 2 settembre 1860. Garzia parlò con il Capitano dello Stato Maggiore di Rustow “APPEL triestino” e con un altro Ufficiale Ungherese: “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, etc….”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il “Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che a Sapri “…non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il “Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che, sebbene a Sapri non fossero rimasti soldati o Brigate di volontari Garibaldini, li avrebbero potuti incontrare a Maratea, a Paola e a Pizzo e quindi gli conveniva che proseguisse il suo viaggio di ricognizione. Sul Giornale di Bordo del vapore Brésil, il capitano Garzia scriveva pre che “Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Don Antonio Buraglia di Maratea assicurava che a Sapri non vi era rimasto più nessuno. Don Antonio Buraglia è un nome legato a Maratea, un comune della provincia di Potenza, in Basilicata. In particolare, Piazza Buraglia rappresenta il cuore del centro storico di Maratea. Questa piazza è un punto vitale del borgo, con negozi, gallerie d’arte, bar e punti di ritrovo, e da essa si dipanano i caratteristici vicoli circostanti. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, ……A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”.
PIETRO SPINAZZI COMANDANTE DELLA BRIGATA PARMA
Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Devo però aggiungere che prima di passare al corpo o Divisione XVIII di Bixio, il colonnello Pietro SPINAZZI, comandò la Brigata omonima che in precedenza era detta “Tharena”, ovvero la 2° Brigata dell’ex spedizione Pianciani, ovvero la spedizione per invadere gli Stati Pontifici organizzata da Agostino Bertani. Dimessosi Pianciani, a Palermo, Garibaldi lo sostituì con Pietro Spinazzi, e lo aggregò alla truppa comandata dal Rustow, con il nome di Brigata PARMA. La brigata Parma, non riuscì a d imbarcarsi tutta ed arrivare con Bertani e Rustow, tutta a Paola. Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Pietro Spinazzi (Parma, … – Genova, post 1869) è stato un patriota, garibaldino e scrittore italiano. Si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. A Paola, il 1° settembre 1860, la Brigata era ivi solo una parte di essa, mentre, solo dopo il 3 settembre 1860, iniziò ad arrivare a Sapri l’altra porzione della Brigata. Infatti, il 3 settembre, Rustow, marciando con la Brigata Milano verso Vibonati, inviò un ordine a Spinazzi che era rimasto a Sapri ad attendere il resto dei volontari garibaldini. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “O. Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal “maggiore Spinazzi”, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: “Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. La 3 Brigata Milano colonnello Gandini. La 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori.
Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “O. Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal “maggiore Spinazzi”, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: “Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. La 3 Brigata Milano colonnello Gandini. La 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori.
LA BRIGATA SPINAZZI (EX BRIGATA PARMA)
Una porzione della Brigata PARMA, comandata dal colonnello SPINAZZI, era stata portata da Bertani e Rustow a Paola e si trovava accampata a Paola in attesa di disposizioni del Dittatore. Dunque, una porzione della Brigata Parma, insieme alla Brigata MILANO si trovava a Paola, il 31 agosto 1860. Questa Brigata, su disposizione del Dittatore fu aggregata alla Divisione XV del generale Turr su ordine di Garibaldi. La Brigata Spinazzi, o PARMA, faceva parte della Divisione di Nino Bixio, la XVIII, ma passò a Turr, infatti, il generale Turr, da Cosenza, il 31agosto 1860 inviò un telegramma a Bixio dove gli scriveva che su ordine del Dittatore comandava lui la brigata Spinazzi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini.“, che si trovava a Paola, con Rustow (una parte di essa). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “O. Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal “maggiore Spinazzi”, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: “Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. La 3 Brigata Milano colonnello Gandini. La 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori.
PIETRO PUPPI
LA BRIGATA PUPPI, ex Brigata EMILIA, poi BOLOGNA
Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta “I volontari spediti dal Comitato bolognese avevano assunto il nome di ‘Cacciatori di Bologna’, e furono ordinati in quattro battaglioni, più o meno completi. Il primo, come ho detto, fu comandato dal maggiore Cattabeni: il secondo dal maggiore Luigi Bossi: il terzo dal maggiore Ferdinando Ferracini: il quarto dal capitano ff. di maggiore Giambattista Pantotti, che prima apparteneva al secondo battaglione. Il 1° battaglione, secondo il ruolo che si conserva, aveva la forza di 381 uomini, dei quali 20 ufficiali, 26 sottoufficiali, 31 caporali, 6 trombettieri e 298 cacciatori. Il secondo, come risulta da un ruolo datato da Milazzo, 22 agosto, aveva 16 ufficiali, 21 sottufficiali, 27 caporali, 3 trombettieri e 195 cacciatori: totale 262 uomini. Il terzo, conforme al ruolo datato pure da Milazzo 25 agosto, contava 271 uomini, di cui 8 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori. Il quarto, pure da un ruolo datato da Milazzo, 25 agosto, risulta composto da 11 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori: totale 274 uomini. Ciò darebbe una forza complessiva di 1188 uomini, che corrisponderebbe quasi esattamente a quella dianzi indicata. I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Dunque, Dallolio scriveva che tra i volontari spediti da Genova nel golfo degli Aranci vi erano i “Cacciatori di Bologna”, i quali arrivati a Palermo diventarono la “Brigata Bologna”, che era composta da quattro battaglioni che in Sardegna erano al comando del colonnello Puppi di Siena, che poi, in seguito morì a Capua. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In particolare, la Brigata “Bologna”, poi in seguito denominata “PUPPI”, era approdata a Golfo Aranci in Sardegna e da lì, su ordine di Garibaldi fu dirottata a Palermo, ivi condotta dal colonnello Pianciani, il quale era stato precedentemente nominato Capo di Stato Maggiore della Spedizione negli Stati Pontifici. Questa Brigata andò a far parte e fu aggregata al contingente straniero della 15° Divisione. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: “Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini. a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri, due squadroni guide, due compagnie del genio, due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli, ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabeni, Pentotti, ufficiali superiori. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Dunque, la Brigata Bologna, comandata dal Puppi e la Brigata Milano comandata dal Gandini giunsero al Golfo Aranci il 13 agosto 1860. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: “Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: “I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Nel golfo degli Aranci, la brigata Bologna era comandata dal colonnello Pianciani e fece parte della cosiddetta “spedizione Bertani del golfo degli Aranci” ma quando arrivò a Palermo, Garibaldi, la tolse al comando del Pianciani, che si dimise e, l’aggregò e la incorporò alla “Divisione Turr”. La brigata “Bologna”, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. A Golfo Aranci li trovò Garibaldi che si era partito da Palermo. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Il colonnello Cesare Cesari (….), nel 1921, nel suo “Corpi volontari dal 1848 al 1870 con XXI tavole fuori testo”, a p. 92, in proposito scriveva: “Cacciatori (di) Bologna. Chiamati Cacciatori di Bologna, l’ordinamento loro fu stabilito su 4 battaglioni, il 1° fu quello del Cattabeni, che si trovò al fatto d’armi di Cajazzo, il 2° si riunì agli ordini de maggiore Luigi Bossi, il 3° agli ordini del maggiore Ferdinando Ferracini ed il 4° col capitano G. Battista Pontotti.”. Ma, inizialmente la brigata Puppi era una delle brigate garibaldine arrivate a Palermo su ordine di Garibaldi che andò a prenderle a Golfo degli Aranci. Infatti, il colonnello Cesare Cesari, a p. 92 continuando il suo racconto scriveva pure che: “”Cacciatori (di) Bologna. Chiamati Cacciatori di Bologna…..il 2° si riunì agli ordini de maggiore Luigi Bossi, il 3° agli ordini del maggiore Ferdinando Ferracini ed il 4° col capitano G. Battista Pontotti. Questi ultimi tre giunsero nell’agosto a Milazzo e si riunirono ai garibaldini nella loro marcia sul continente.”. Dunque, a Milazzo (dopo l’arrivo a Palermo), i 4 battaglioni della Brigata Puppi erano comandati da LUIGI BOSSI, FERDINANDO FERRACINI e GIOVAN BATTISTA PANTOTTI. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Di lui ha scritto Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”. Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Il colonnello Cesare Cesari, a p. 92 continuando il suo racconto scriveva pure che: “L’intiero corpo era comandato dal colonnello Puppi di Siena, che morì poi sotto le mura di Capua, lasciando il comando al Pianciani. Col Pianciani i volontari si divisero; una parte andò a golfo Aranci assieme al Bertani e l’altra si aggregò alla divisione Turr che la destinò alla brigata Sacchi. Si veda Dallolio, Spedizione dei Mille nelle Memorie bolognesi.”. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “Non aveva io stesso formato quel corpo, esclusivamente quasi può dirsi ? non conosceva io personalmente tutti gli ufficiali, ai quali aveva consegnato i loro brevetti, tutti i volontari quasi che avevo io stesso riuniti nelle prime compagnie, organizzati poi a battaglioni, a brigate ? Potevo io non essere dolente di dare la mia dimissione, ritirarmi, quando sapeva quali elementi quel corpo conteneva, e sapeva in conseguenza che si sarebbe distinto in qualunque luogo dove per servire l’Italia fosse stato impiegato ? errava io forse nel giudicarne? i fatti han già risposto per me. Il colonnello Puppi che è morto sul campo di battaglia; il colonnello Rüstow che come capo di Stato maggiore del generale Turr dirige i lavori di assedio intorno a Capua; il maggiore Cattabeni che s’ impadronì di Cajazzo, prendendolo — dicono i fogli, strada per strada, casa per casa, respingendo nel Volturno i regi che nel villaggio si erano fortificati; il capitano Pedotti, che tanto si distinse alla stazione di Capua, che tanto si addentrò fra i nemici da farne annunziare la morte perchè si credeva impossibile che fosse altrimenti, appartenevano tutti alla nostra spedizione. Apparteneva alla spedizione e il battaglione bolognese che comandava Cattabeni, e i cacciatori milanesi che seguivano il Pedotti, e i battaglioni lombardi dei quali si leggono gli elogii e alla testa dei quali si trovava il Rüstow. Erano della spedizione quei dieci milanesi del Genio che sotto un fuoco micidiale del nemico caricavano un pezzo sulle loro spalle; e credo dei nostri fosse pure quell’eroico popolano Genovese lo Zuppo che li guidava ; egli aveva servito quel pezzo solo, durante mezz’ora, mentre uomini e cavalli morivano intorno a lui , e quando..”. Pianciani ci parla del colonnello Puppi, che in seguito morì a Capua sul campo di battaglia. Pianciani ci parla del maggiore Cattabeni che si impadronì di Cajazzo e respinse al Volturno l’esercito borbonico. Pianciani scrive che il maggiore Cattabeni comandava il battaglione dei Bolognesi. Pianciani ci parla del capitano Pedotti che si distinse a Capua e scrive che Pentotti era seguito dai cacciatori milanesi. Pianciani scriveva che appartenevano a questa spedizione “i battaglioni lombardi dei quali si leggono gli elogii e alla testa dei quali si trovava il Rüstow”. Pianciani scriveva che appartenevano “Erano della spedizione quei dieci milanesi del Genio che sotto un fuoco micidiale del nemico caricavano un pezzo sulle loro spalle; e credo dei nostri fosse pure quell’eroico popolano Genovese lo Zuppo che li guidava; egli aveva servito quel pezzo solo, durante mezz’ora, mentre uomini e cavalli morivano intorno a lui , e quando..”., ovvero faceva parte di quel corpo di spedizione da lui portato a Palermo dieci milanesi del Genio militare guidati da “Zuppo”, un popolano genovese. Del maggiore Cattabeni ha scritto Domenico Spadoni (….), nel suo “I Cairoli delle Marche (La famiglia Cattabeni)” Macerata, libreria Marchigiana, 1906, che, a p….., in proposito scriveva: “…………”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore…..Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 148-149-150, in proposito scriveva che: “Le altre due brigate Milano (Gandini) e Bologna (Puppi), per gli ostacoli già accennati, giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafimi e col clipper Sheaperd. Il comandante della Gulnara disponevasi a persuaderle a proseguire anch’esse per Palermo, quando il Whasington giungeva esso pure a Terranova. Etc…”.
Nel 17 agosto 1860, a Palermo, GARIBALDI ordinò a RUSTOW di portare a Milazzo le truppe dell’ex Spedizione Terranova
Il Generale Garibaldi, il 17 agosto 1860, arrivato a Palermo, in seguito al franco colloquio che ebbe con il colonnello Pianciani, su sua espressa proposta decise di affidare il Comando delle truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani al colonnello Wilhelm (per gli italiani Guglielmo) RUSTOW e gli ordinò di portarle subito a Milazzo. Le truppe che Rustow portò a Milazzo su ordine di Garibaldi erano quelle che Garibaldi e Bertani trovarono a Golfo Aranci. Si tratta delle tre Brigate: la MILANO, LA BOLOGNA e la PARMA. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 128, aggiungeva che: “Pianciani condotti i suoi volontarî in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri. Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così : – Eberhardt, Tharena (poi Spinazzi ), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”.La Brigata Eberhardt era la Brigata GENOVA, la Brigata Tharena era la Brigata PARMA, che in seguito fu affidata al maggiore SPINAZZI, la Brigata MILANO e la Brigata BOLOGNA che fu chiamata Brigata PUPPI. La brigata Nicotera, poi in seguito chiamata SPANGARO, non faceva parte ancora del contingente arrivato a Palermo in quanto si trovava ancora da organizzare in Toscana. Pare che vi sia stata anche la Brigata GENOVA che fu trattenuta a Palermo per una manifestazione. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr ….Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9, in proposito scriveva che: “Sebbene assai penoso ed amaro, mi riuscisse il rinunciare ad un’impresa per la quale aveva già tutto predisposto e che vagheggiava con viva passione, pure non esitai a ciecamente sottomettermi agli ordini di Garibaldi. Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”.
GARIBALDI LASCIA PALERMO
Nel 17-18-19 agosto 1860, Garibaldi, da Palermo riparte per Messina, per il Faro e poi a Taormina e a GIARDINI, sulla costa orientale della Sicilia
Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 171 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Raggiunge Bixio a Giardino, dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: “II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda. Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; comanda al Bixio, che aveva sospirato quel comando per lunghi giorni, d’imbarcare tutta la gente raccolta , circa quattromila uomini, su due vapori venuti da Palermo; udito però che le navi hanno bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti carpentiere e si mette egli stesso coll’ ascia e col martello a tappare falle e piantar chiavarde, e quando tutto è lesto, pigiati in quei due piroscafi, pieni di avaríe e di magagne, quei quattromila uomini, nella notte del 19 sferra da Taormina; corre tutta quella notte, non visto, non sospettato, nella direzione di greco, e ai primi albori del 20 afferra presso Melito, tra Capo dell’ Armi e Capo Spartivento, l’ estrema spiaggia calabrese.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “….la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Racioppi, a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Turr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1° Brigata (Bixio) della 15° Divisione Turr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Turr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontari della dimessa spedizione Bertani-Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…” Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro a fare che abbandonare l’Isola.” E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria. Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000. Con questa nuova operazione si chiudeva l’impresa della spedizione di Sicilia, ed i Mille di Marsala raccoglievano la prima corona del loro trionfo sulla dominazione dei Borboni in una parte del reame.”. Pecorini, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. Etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “Occupammo dunque lo Stretto di Messina dal Faro a quella città; frattanto le colonne Bixio ed Eber (1) ci raggiungevano per le vie di Girgenti e Caltanissetta, e si formava una quarta divisione Cosenz. Dimodochè ci trovammo ben presto con una forza imponente per noi assuefatti ad averne ben pоса. Nello Stretto di Messina. Giunti allo Stretto bisognava passarlo. Sicilia reintegrata nella grande famiglia italiana era certo un bellissimo acquisto ! Ma che ? Dovevamo noi, per compiacere alla diplomazia, lasciare incompleta, monca, la patria nostra ? E le Calabrie e Napoli che ci aspettavano a braccia aperte ? Ed il resto d’ Italia ancora servo dello straniero o del prete? Bisognava dunque passare lo Stretto, a dispetto della vigilanza somma dei Borbonici, e di chi per loro ! Un giorno si potè per mezzo d’ un Calabrese, parteggiante nostro, aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza d’ Alta Fiumara, molto importante punto della costa orientale dello Stretto. Incaricai i colonnelli Missori e Musolino di passare con dugento uomini nella notte, e procurare d’ impadronirsi del forte suddetto. Ma sia per difetto d’accordi, per paura della guida, o per altri motivi, l’impresa fallì ! La gente sbarcata s’incontrò con una pattuglia nemica, che fu sconfitta, ma che dette l’allarme, sicchè i nostri furono obbligati di prendere la montagna. Il preludio dell’ impresa non era favorevole, e convenne abbandonare il progetto di passare lo Stretto a Faro , cercando di eseguire il passaggio in altra parte….Etc… (p. 374)…a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 375, in proposito scriveva che: “Giova qui narrare un incidente curioso successo a Giardini prima della nostra partenza per Calabria. Giunto in quel punto della costa orientale siciliana vi trovai il generale Bixio occupato ad imbarcare parte della sua gente e la brigata Eberard a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin. Il magnifico Torino aveva già molta gente a bordo ed era in buonissimo stato. Il Franklin all’incontro andava a picco, era quasi pieno d’acqua, ed il macchinista protestava che non poteva far viaggio in tale stato. Da ciò Bixio si trovava molto contrariato , e si disponeva a partire col Torino solo. Io però, essendo stato a bordo del Franklin, ordinai a quasi tutti gli ufficiali di bordo di gettarsi in mare, sommergersi e cercare se potevano trovare la falla (1). Mandai nello stesso tempo sulla costa per avere degli escrementi di animali erbivori, e con quelli fare della purina. Così riuscimmo a stagnare alquanto il legno; il macchinista si abbonì, e sapendosi che io – stesso andrei col Franklin, si cominciò ad imbarcare il resto della gente, sicchè verso le dieci pomeridiane navigammo verso la costa di Calabria, ove si giunse felicemente..”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: “In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Raggiunge Bixio a Giardino, etc…“. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, riferendosi a Pianciani, in proposito scriveva che: “Il 16 giunge a Palermo, ……scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, anche Garibaldi giunse a Palermo il 16 agosto 1860. Agrati, a p. 332 scrive che Pianciani incontrerà Garibaldi a Palermo il 17 agosto 1860. Quando riparte Garibaldi da Palermo ? Rustow partirà da Palermo e giunge a Milazzo con le truppe il giorno 18 agosto 1860. Agrati, a p. 342, in proposito aggiungeva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, sopra Porta nuova, il mattino del 17 s’era recato a visitare istituzioni, conventi, quartieri, percorrendo in carrozza scoperta le vie che portavano ancora ben visibili le tracce dello spietato bombardamento nemico, fra lo stupore e il crescente entusiasmo della popolazione etc….Poi verso mezzodì – alle 11 ant. dice il ‘Diritto’ in una corrispondenza pubblicata il 22 agosto – il Dittatore s’era imbarcato per Messina, ed era giunto al Faro il mattino successivo.”. Agrati, a pp. 342-343 scriveva che: “Al Faro Garibaldi si trattenne pochissimo, che salì con Sirtori nella Torre e che si stette mezz’ora in tutto, poi si rimise in cammino per Messina risalendo a bordo del Washington…..In questa corrispondenza, pubblicata dall’Unità Italiana il 25 agosto e datata da Messina il 19, si dice che Garibaldi espresse allora la sua intenzione di passare lo Stretto col Bixio, mentre, come vedremo, egli si decise a ciò soltanto quando giunse a Taormina. Il corrispondente, quindi sarebbe stato profeta, ma quella data del 19, cioè a passaggio avvenuto, lascia dubitare che già lo scrivente fosse informato della partenza da Giardini, e infatti come proscritto della lettera stessa si dice che “Garibaldi è sbarcato felicemente a Giarre”, pur osservando che Giarre è in Sicilia e non in Calabria e che in tal caso lo Stretto non lo avrebbe passato. Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito. Ma, poiché la via del mare non gli pare abbastanza sicura per le navi napoletane in crociera, prende una carrozza a tre cavalli e s’avvia di gran trotto per la bellissima strada costiera. Era pomeriggio avanzato quando giunse a Giardini. Lo dice il Canzio, che si trovava con lui: “18 agosto – Alle 4 pom. Garibaldi arriva a Giardini. Nella rada vi è il Torino e il Franklin etc…”. A questo punto del racconto l’Agrati scrive della lodi che Garibaldi, nelle sue “Memorie” fece a Sirtori per la felice organizzazione delle truppe di Bixio che fece trovare pronte a Garibaldi a Giardini. (si veda pp. 342 etc.. o p. 345). Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova. Una terza volta il Sirtori fu Prodittatore in Napoli il 14 settembre, ma egli già a Tarsia il 1° settembre aveva avuto il supremo comando dal Dittatore, che di là si avviò a tutta celerità sulla capitale, ove la situazione s’intorbidiva. Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivano obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedevano Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poiché da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilitàto di chiedere, nonché di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, cui Garibaldi, tornato dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: “Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”.
L’ARRIVO A TAORMINA DEI VAPORI TORINO E FRANKLIN CON LA BRIGATA EBERHARDT
Nel 17 agosto 1860, l’arrivo nel porto di Taormina (Giardini) dei vapori Franklin e del Torino
Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 343, riferendosi a Garibaldi scriveva che: “Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito. Ma, poiché la via del mare non gli pare abbastanza sicura per le navi napoletane in crociera, prende una carrozza a tre cavalli e s’avvia di gran trotto per la bellissima strada costiera. Era pomeriggio avanzato quando giunse a Giardini. Lo dice il Canzio, che si trovava con lui: “18 agosto – Alle 4 pom. Garibaldi arriva a Giardini. Nella rada vi è il Torino e il Franklin. Allora stessa s’incomincia l’imbarco. Alle 9 pom. si parte.”. Le due navi erano giunte, dice il Durand-Brager, nel pomeriggio del 17 dal lungo giro compiuto a mezzogiorno dell’Isola.”. Dunque, l’Agrati scriveva che i due vapori, dopo aver fatto il giro della Sicilia arrivarono al porto di Taormina (Giardini), il 17 agosto 1860. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; etc….”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 325-326, in proposito scriveva che: “Il Torino, con la Brigata Eberhardt e con ben 1500 volontari, era già allora in viaggio per altri lidi. Questo vapore era giunto infatti nella capitale dell’Isola affatto inatteso il 12, lo stesso giorno in cui il Bertani era partito con Garibaldi dal Faro. Etc…”. Insomma, nel porto di Palermo, il 12 agosto 1860, il Depretis si ritrovò in modo inatteso i due vapori del Bertani, il Torino e l’Amazon e le truppe delle due Brigate Tharrena (1500 uomini) e l’Amazon con 2500 uomini disarmati ed affamati. Agrati, riferendosi a Garibaldi, da Cagliari, a p. 344 scriveva che Garibaldi: “ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”. Agrati, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a p. 329, in proposito scriveva che: “A Trapani, poi, i due vapori non s’erano potuti fermare: erano già passati al largo innanzi alla città e avevano proseguito così indisturbati sino alla mèta che il Sirtori aveva loro fissata.”. Insomma, accadde che Sirtori, spazientito della mancata risposta di Garibaldi prese di sua iniziativa la saggia decisione di spostare subito le truppe del Bertani. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 343, in proposito aggiungeva pure che: “Garibaldi nelle sue Memorie non ha che poche parole al riguardo, ed anche quelle di non grande chiarezza. “Il generale Sirtori aveva già disposto a punta di Faro due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin perché facessero il giro ad occidente e ad ostro dell’Isola sino a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”. Rileviamo come quel che Garibaldi dice dei due piroscafi non sia esatto: non dal Faro, ma da Palermo il Sirtori li aveva mandati a Taormina, né d’altronde a Palermo li aveva fatti mandare lui. Poi, c’è quella frase in cui loda la risoluzione di inviarli laggiù in modo che pare darne il merito al Sirtori. Ha voluto davvero dir questo ?”. Insomma, l’Agrati conferma che il generale Sirtori inviò a Taormina, nel vicino porto di Giardini, i due piroscafi su cui poi, si imbarcheranno Bixio e Garibaldi per la traversata sullo stretto di Messina e poter così sbarcare in Calabria. Che cosa era successo ?. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 345, aggiunge: “…il Sirtori, dopo avere atteso tutto il giorno 13 istruzioni di Garibaldi, essendo pericoloso e dannoso trattenere più a lungo i 2500 volontari a Palermo – lo dice al Depretis – si decide il 14 mattina ad applicare il programma già concertato col Dittatore e telegrafa al Depretis- e questo di sua iniziativa – che mandi anche i vapori del Bertani a Taormina, mentre invia l’Oregon ad inforare Garibaldi di quanto succede.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “…..e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, etc…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “….la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Racioppi, a pp. 209-210, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva: “Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 107, in proposito scriveva che: “I. L’eroe, anzicchè approdare a Salerno, come s’era creduto, aveva, insieme col Bixio, varcato da Messina audacemente lo stretto la sera del 19 agosto, con due piroscafi, il Torino ed il Franklin, ed era sbarcato sul continente. Aveva condotto con sè circa quattromilacinquecento uomini che all’alba del 20 approdarono sulla spiaggia di Capo Spartivento, presso Melito. Con essi sono anche gli altri nostri partiti da Quarto e Gaetano Rocco di Campagna (1), imbarcatosi sul piroscafo Torino (2) insieme con ottocento volontari tutti romagnoli che, pervasi di intimo orgoglio, mettono piede sulla costa calabrese sotto un ostinato cannoneggiamento delle fregate regie.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (1), postillava che: “(1) Era stato da Garibaldi nominato portabandiera nel I. Reggimento Eberkardt, Brigata Bixio.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (2), postillava che: “(2) Il Rocco (1835-1913), per volere dello zio, si diede al sacerdozio; ma nel ’54, deposto l’abito talare, fuggì a Napoli etc…”. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: “A Bixio si die’ ordine di raggiungere con molti de ‘ suoi il punto accennato, ove il Torino, vapore, stava attendendoli. Era grande poderoso legno, e capiva a bordo quanti soldati mai, attissimo all’ufficio di trasporto.”.
Nel 15 agosto 1860 (?), NINO BIXIO fu nominato da Garibaldi, Maggior Generale e comandante della 15° Divisione dell’Esercito Meridionale
Da Wikipedia leggiamo che Nino Bixio fu promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Prese parte alla battaglia di Calatafimi, comandando il 1º battaglione, e successivamente all’insurrezione di Palermo, guidando l’assalto al ponte dell’Ammiraglio. Nei combattimenti riportò una ferita alla clavicola causata da una palla vagante. Dopo una breve convalescenza, fu incaricato di guidare la 1ª Brigata della Divisione Turr verso Corleone e Girgenti, trovandosi a espletare incarichi di polizia militare, su disposizioni di Garibaldi, che temeva altri eccidi come quello accaduto a Partinico. La notizia citata in Wikipidia proviene dall’Album Storico Artistico dei Fratelli Terzaghi ma, il 15 agosto 1860, Garibaldi non poteva emettere il Decreto di nomina perchè egli arrivò a Palermo dalla Sardegna solo il giorno dopo.
BIXIO E GARIBALDI A GIARDINI (PORTO DI TAORMINA)
Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, etc….“. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva: “Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 342-343 scriveva che: “Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Raggiunge Bixio a Giardino , dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Qui ordina a Dezza di impadronirsi del telegrafo; il che questi fa dopo aver risposto nulla di nuovo all’ ufficiale di Capo dell’Armi che aveva domandato che cosa fossero quei vapori. Ma l’Aquila e il Fulminante cannoneggiano e il Torino arenato e gli sbarcati. I colpi rallegran la banda pioniera vissuta per dodici giorni in mezzo a quindicimila nemici, ora irrompendo su Bagnara, ora marciando a Pedovoli, poi ritornando ai Forestali , allettando sulla sua traccia le masse nemiche che così si assottigliavano alla marina. Infine, incalzata per ogni verso, volta oltre Appennino e giunge il 18 a San Lorenzo. Qui indusse il sindaco Rossi a proclamare la decadenza della dinastia borbonica, l’Italia Una con Vittorio Emanuele, la dittatura di Garibaldi. Sentito il cannone, Missori e i suoi precipitano giù a Mileto, salutati dalle bombe del nemico, accolti a braccia aperte da Garibaldi , e con esso marciano verso Reggio.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: “In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, etc…”. Pecorini aggiungeva pure che: “Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: “In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Quando Rustow scrive che a Taormina vi era la Brigata Sacchi si riferisce alla Brigata Ebherardt che diventò Brigata SACCHI. Questa Brigata fu aggregata alla Divisione di Bixio. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: “L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava allo arrivo del suo Generale i dintorni di Messina, la Divisione Medici con la Brigata Simonetti ed il reggimento Dunn pure Messina all’estrema destra, mentre la Divisione Cosenz e la Brigata Sacchi tenevano Capo Faro all’estrema sinistra.“. Su quanto accadesse a Taormina prima della partenza di Bixio con Garibaldi che sbarcarono in Calabria, vi è la testimonianza della giornalista inglese Jessie White-Mario (….), che in quei giorni fu infermiera distaccata vicino l’ambulanza di Stradivari. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….e il vice-capo dell ‘ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione.”. La White, a p. 174, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….Così il povero Ripari fino dal 22 fu sbalzato col personale e materiale d’ambulanza dall’Aberdeen ove pure era salito per ordine di Sirtori, e noi dovemmo sguizzare in barche pescherecce e sbarcare in mezzo ai regi e correre e correre per raggiungere Garibaldi.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 346, in proposito scriveva che: “A me par fuor di dubbio che il merito dell’organizazione della traversata risalga al Sirtori più che a Garibaldi. E ne è un’altra prova il fatto che Garibaldi giunse inatteso a Taormina proprio all’ultimo momento, quando già parte delle truppe del Bixio erano a bordo – il Durand-Brager scrive persino che l’imbarco era incominciato la mattina – onde è più lecito supporre che esse dovevano passare anche senza il Dittatore, sotto la guida di Bixio. Osservo, poi, che la traversata si compì proprio nel punto suggerito dalle lettere anonime degli ufficiali di marina napoletani e da quelle dei rifugiati nell’Aspromonte, alle quali si aggiunge un foglio di un informatore segreto – senza data né firma – che dice: “…Se si preferisce lo sbarco al di là del Capo dell’Armi, conviene proprio Mélito etc…”.“.
Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: “VI. – Calabria….Fallito lo scopo del furtivo passaggio, distribuiti i volontari a piccole masse intorno a Messina, Faro e luoghi adiacenti, sicuri che i regi avrebberci atteso, posto piede in Calabria, Garibaldi ideò nuova spedizione e scelse il paesello di Giardini, a sito d’imbarco, fuori vista dei legni borbonici, proprio sulla spiaggia che prospetta il mar di Malta. A Bixio si die’ ordine di raggiungere con molti de ‘ suoi il punto accennato, ove il Torino, vapore, stava attendendoli. Era grande poderoso legno, e capiva a bordo quanti soldati mai, attissimo all’ufficio di trasporto. Nel silenzio e in fretta salirono le truppe in numero di 2000 e più, e in rotta di Malta, il legno non ispirava sospetti. Navigò quasi volta la poppa alla Calabria e solcato gran tratto, viste l’acque libere dai temuti sguardi, cambiando direzione a sinistra, avanzò nel Jonio, e fu a Mileto ove toccaron terra i nuovi difensori. Il crepuscolo vespertino del 20 agosto , sorrideva all’arrivo dei nostri; e avvenne che sorgiunte le fregate regie nulla trovassero a predare dal vapore in fuori. Cannonate a tutta possa, feriti quattro o cinque e incendiato il legno. Le fiamme nutrite dalla pece giganti l’arsero, la chiglia una bragia, sommerse lento lento. Garibaldi non istette, procede a Reggio disponendo il vicino attacco. Fatto buio, irrompe in città, combatte, assale, fa prigionieri, prende posizioni e opportuni posti di difesa. Durante l’adoprarsi attivo in ogni senso a fine di vincere i pericoli soprastanti al passaggio dei nostri per la necessaria azione sul continente, ove speravasi l’intervento di maggiori e più agguerriti elementi, noi dei 180 fummo impediti da tentativi pel concorso di malaugurosi fatti ; in quei di fino al 20 costretti a disastrosa vita, determinati a starcene e cooperare, calammo a Bagnara, e giù inosservati dal monte ci ponemmo dietro ad alta riva che circonda la piazza. A segno stabilito, sui nemici ivi raccolti, mandammo fucilate ; ne segui allarme e repentino movimento. Forti pattuglie di cavalli su pel monte, pervennero alla cima ed occuparono il più comodo transito nostro. Sostati, ci attesero, ma inutilmente Accortici, deviammo, e soli tre caddero fra loro. Riparammo a Forestari, cacciati da colonne , e più tardi a S. Stefano , e sottraemmo gran nerbo di forze ai regi per agevolare i passi ai nostri……
L’IMBARCO PER LA CALABRIA AL PORTO DI TAORMINA, GARIBALDI E BIXIO
Da Wikipedia leggiamo che Nino Bixio fu promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo. Nino Bixio partì insieme a Garibaldi, si imbarcò per sbarcare in Calabria, la notte del 18 agosto 1860 e, in proposito, in quei giorni, di quei giorni scrivevano Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a pp. 137-138, in pproposito scriveva che: “Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi. Il figlio di Garibaldi, Menotti Garibaldi, comandava l’artiglieria, comprendente quattro obici da montagna, e un’ottima Compagnia di bersaglieri. La spedizione era comandata da Bixio e da Garibaldi…..etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, in proposito scriveva che: “I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Dunque, Garibaldi scriveva che in quei giorni, il generale Turr era ancora convalescente. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 374 e ssg., in proposito scriveva che: “Bisognava dunque passare lo Stretto, …I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: “L’altra brigata Eberhardt, appena toccato Palermo col Torino, aveva ricevuto ordine da Sirtori di girare attorno alla Sicilia per l’Occidente ed il Mezzogiorno, e di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Raggiunge Bixio a Giardino , dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Etc…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva: “Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 342-343 scriveva che: “Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: “In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Va ricordato che lo sbarco sulla costa calabra fu reso possibile anche dalla mancata attuazione del blocco navale europeo, invocato da Francesco II e non attuato per decisione britannica, anche per l’intervento di Giacomo Filippo Lacaita, rifugiato politico in Inghilterra, il quale ebbe una parte importante nell’influenzare il ministro britannico Lord Russell sulla non ingerenza negli affari italiani. La notte tra il 18 e il 19 agosto 1860 Giuseppe Garibaldi e circa 3200/3500 Camicie Rosse, a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin, partì da Naxos seguendo una rotta di attraversamento dello stretto più lunga e indiretta al fine di eludere il pattugliamento della flotta borbonica. Garibaldi era sul Franklin con 1200 uomini, mentre Bixio con circa altri 3000 uomini era imbarcato sul piroscafo Torino. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione, nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre.”. Garibaldi, in questo passaggio parla dei maneggi del partito di Cavour e scriveva che Cavour, contrariato per l’eventuale passaggio dalla Sicilia al Continente, fece di tutto per impedirlo tanto da chiamare in “sussidio” Napoleone III e la marina militare francese che comparse al Faro, ma in tale occasione lord John Russel “…imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre.”. Da Wikipedia leggiamo che intanto, mentre Garibaldi avanzava, erano stati ideati progetti per fermarlo, tramite un attentato alla sua vita, come risulta dal testo delle lettere scritte dal marchese di Villamarina al comandante d’Aste e dall’ammiraglio Persano allo stesso Garibaldi, nelle quali si rappresentava il pericolo di un tentativo di omicidio nei confronti del generale nizzardo, da parte di un finto disertore borbonico di nome Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica e del bandito Giosafatte Tallarino accompagnato da altri sicari inviati al medesimo scopo. Gli agenti di Cavour offrirono il loro aiuto a Finzi, Visconti Venosta, Nisco, Mariano D’Ayala e Alessandro Nunziante per tentare una rivolta anti-borbonica e Persano lì arrivato con la flotta fece sbarcare anche una formazione di bersaglieri, ma l’esercito rimase fedele alle consegne ricevute, non coinvolgendo la città di Napoli in combattimenti; d’altra parte i mazziniani non agevolavano l’opera di Cavour e i cittadini della capitale attendevano l’arrivo di Garibaldi, senza peraltro impegnarsi e rischiare di persona. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL . Da Milazzo a Napoli. Dopo aver battuto a Milazzo le migliori truppe del Borbone e obbligata la guarnigione il 23 luglio a capitolare, Garibaldi s’era rapidamente portato in Messina. Egli era ormai padrone di tutta la Sicilia, tranne Messina, Augusta e Siracusa . Il generale Medici non tardò ad impossessarsi di Messina che non resistette. La punta del Faro e la costa fra il Faro e la città vennero fortificati. Ormai non si pensava più che a passare lo stretto, e, a tale scopo, a riunire forze sufficienti per abbattere gli ostacoli accumulati sulle coste di Calabria e per ispazzar via le truppe agglomeratevi. Garibaldi per un momento vagheggiò l’idea di comparire innanzi a Napoli e tentare uno di quei colpi di mano dei quali aveva il genio, ma l’abbandonò e lo sbarco ebbe luogo a Melito. Etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 62, in proposito scriveva che: “….; era il Faro, eravamo arrivati. Le ancore svolsero bruscamente le catene, e ci ancorammo nella parte più riparata di quello stretto. Innanzi a noi s’elevava la Sicilia, “all’ombra dell’Etna”; sulla nostra sinistra, Messina brillava etc…Alle nostre spalle si profilava la Calabria con le sue immense montagne scoscese, in cima alle quali bruciavano fuochi etc…(p. 63) Garibaldi sbarcò al Faro, poi lo vedemmo da lontano passare in carrozza sulla strada che costeggia il mare e raggiungere Messina. Egli si recava, senza riposarsi, a Taormina, per ispezionare la prima brigata che doveva tentare lo sbarco in terraferma. A stento riuscimmo a procurarci una barca che, spinta da tre rematori, ci consdusse assai rapidamente a Messina.”. Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892, a p. 219, in proposito scriveva che: “I due piroscafi giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’imbarcarono la divisione Bixio, e la tragittarono felicemente a Milito in Calabria….Lo stesso giorno del mio arrivo a Faro, io m’imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo a Giardini per imbarcarmi col ‘Franklin’, e passare lo scopo; il 19 agosto Garibaldi toccava il suolo Calabrese e il giorno dopo prendeva a viva forza Reggio. Proseguì il trionfo sino a Napoli.”. Queste le uniche parole del De Castro sulla traversata delle Calabrie. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “…Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte; a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica; il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffabile.”. Dobelli, a p. 155, nella nota (3) postillava: “(3) Appendice B.”. Fu per questi motivi che Garibaldi si organizzò anche una piccola flotta di navi che gli permettessero il veloce e sicuro sbarco sulle coste della Calabria. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 700, in proposito scriveva che: “Garibaldi sbarcò nella notte del 19 al 20 agosto sulla spiaggia di Melito, e la mattina del 20 s’incamminò verso Reggio. Bixio che si era imbarcato con lui a Taormina, e con lui era disceso a Melito, entrò il 21 a Reggio.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Il sollecito e bene organizzato trasporto per mare delle truppe Garibaldine è dovuto tutto all’opera zelante ed intelligente degli ufficiali superiori della marina militare di Garibaldi, Piola, Anguissola, Castiglia, Sandri, Maldini ed altri.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Nel corso dell’anno dunque, Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte, a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica, il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffettuabile.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il 20 agosto Garibaldi passò da Taormina a Melito, si fece padrone di Reggio ed unito agli altri suoi corpi sbarcati in vari punti, marciò rapidamente su Napoli.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 346, in proposito scriveva che: “A me par fuor di dubbio che il merito dell’organizazione della traversata risalga al Sirtori più che a Garibaldi. E ne è un’altra prova il fatto che Garibaldi giunse inatteso a Taormina proprio all’ultimo momento, quando già parte delle truppe del Bixio erano a bordo – il Durand-Brager scrive persino che l’imbarco era incominciato la mattina – onde è più lecito supporre che esse dovevano passare anche senza il Dittatore, sotto la guida di Bixio. Osservo, poi, che la traversata si compì proprio nel punto suggerito dalle lettere anonime degli ufficiali di marina napoletani e da quelle dei rifugiati nell’Aspromonte, alle quali si aggiunge un foglio di un informatore segreto – senza data né firma – che dice: “…Se si preferisce lo sbarco al di là del Capo dell’Armi, conviene proprio Mélito etc…”.“. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 347, in proposito scriveva che: “Nella notte del 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, il quale purtroppo afferma parecchie altre cose con eccessiva leggerezza, come quando dice che Garibaldi dal Faro sarebbe andato a Napoli, prima che a Golfo Aranci: cosa questa affatto immaginaria.”. Agrati, a p. 347, in proposito aggiungeva che: “Non v’è accordo neppure sul numero dei volontari imbarcati sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’: il Forbes li dice 3 mila sul Torino e 1200 sul Franklin, il Guerzoni 4 mila, e 4500 il Rustow complessivamente; il Treveljan, in base al rapporto Bixio, dà il numero di 3360, di poco superiore a quello che risulta dal quadro ufficiale in Archivio Sirtori di 3267 (1).”. Agrati, a p. 347, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi Appendice N. 9.”. Agrati, a pp. 347-348, in proposito aggiungeva che: “Mentre si faceva l’imbarco, Garibaldi scrisse al Sirtori la seguente lettera: “Taormina 18 agosto 1860. Generale etc…..G. Garibaldi”.”. Agrati, a p. 348, in proposito aggiungeva che: “Alle 9 – come s’è visto dal Canzio – le navi lasciano la Sicilia. Il Bixio comincia così il suo rapporto al Capo di Stato Maggiore: “Villa San Giovanni, 25 agosto 1860 etc….”. Agrati, a pp. 348-349, in proposito aggiungeva: “Il Bixio poi parla della falla prodotta nel Franklin come di un attentato, di un atto di sabotaggio diremmo oggi, e la versione appare verosimile sia per la cattiva volontà dei marinai alla partenza cui accenna lo stesso Bixio, sia perché nel viaggio intorno all’Isola nessuna falla s’era mai prodotta ed è strano che si producesse proprio quando la nave era ferma.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 107, in proposito scriveva che: “I. L’eroe, anzicchè approdare a Salerno, come s’era creduto, aveva, insieme col Bixio, varcato da Messina audacemente lo stretto la sera del 19 agosto, con due piroscafi, il Torino ed il Franklin, ed era sbarcato sul continente. Aveva condotto con sè circa quattromilacinquecento uomini che all’alba del 20 approdarono sulla spiaggia di Capo Spartivento, presso Melito. Con essi sono anche gli altri nostri partiti da Quarto e Gaetano Rocco di Campagna (1), imbarcatosi sul piroscafo Torino (2) insieme con ottocento volontari tutti romagnoli che, pervasi di intimo orgoglio, mettono piede sulla costa calabrese sotto un ostinato cannoneggiamento delle fregate regie. Il Bixio, per rendere agevole il disbarco, spinse il bastimento sulla spiaggia in modo che entrò per metà sulla terra. Quando ognuno fu a terra, le fregate si diedero tanto a mitragliare i volontari da costringerli a raggiungere le alture. Nondimeno le fregate, visto ormai inutile il cannoneggiamento, spedirono un’imbarcazione sul Torini vuoto ed abbandonato che, dopo essere stato saccheggiato, fu finanche incendiato. Poco lontano dal punto dello sbarco, in una cascina, erano nascoste le armi, di cui si impossessarono i garibaldini. Il Duce, imbarcatosi sul Tuchery, sbarcò in quei pressi col Menotti per iniziare la rotta su Reggio etc…”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (1), postillava che: “(1) Era stato da Garibaldi nominato portabandiera nel I. Reggimento Eberkardt, Brigata Bixio.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (2), postillava che: “(2) Il Rocco (1835-1913), per volere dello zio, si diede al sacerdozio; ma nel ’54, deposto l’abito talare, fuggì a Napoli etc…”.
GARIBALDI E BIXIO SBARCANO IN CALABRIA
Nel 19 agosto 1860, il passaggio dei Garibaldini di Cosenz e di Bixio sulle coste della Calabria
Da Wikipedia leggiamo che il 19 agosto 1860, eludendo la sorveglianza delle poche navi della marina borbonica, Garibaldi passò lo Stretto di Messina e sbarcò a sud di Reggio Calabria. Volendo sfruttare la superiorità numerica, Pianell e Francesco II ordinarono di concentrare gli attacchi sui nemici sbarcati; ma Vial, fin dal primo momento, perse i contatti con i suoi generali, i quali, d’altra parte, invece di tenere riunite le truppe le sfiancarono in marce inconcludenti. Nino Bixio, promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Sulla spiaggia melitese di Rumbolo il 19 agosto 1860 avvenne lo sbarco dei Mille di Giuseppe Garibaldi che, dopo aver occupato la Sicilia, puntavano alla conquista delle terre del regno borbonico “al di qua del Faro”. Lo sbarco a Melito Porto Salvo è un episodio della spedizione dei Mille che segnò l’inizio delle operazioni dell’Esercito meridionale garibaldino sulla parte continentale del Regno delle Due Sicilie. Fu effettuato, nella notte tra il 18 e il 19 agosto 1860, da Giuseppe Garibaldi e da 3.500 camicie rosse con l’obbiettivo di attraversare lo stretto di Messina e risalire la penisola italiana. Nella zona dello sbarco si opponevano ai garibaldini circa 16.000 effettivi dell’esercito borbonico schierati a difesa della costa calabra[1]. Va ricordato che lo sbarco sulla costa calabra fu reso possibile anche dalla mancata attuazione del blocco navale europeo, invocato da Francesco II e non attuato per decisione britannica, anche per l’intervento di Giacomo Filippo Lacaita, rifugiato politico in Inghilterra, il quale ebbe una parte importante nell’influenzare il ministro britannico Lord Russell sulla non ingerenza negli affari italiani. La notte tra il 18 e il 19 agosto 1860 Giuseppe Garibaldi e circa 3200/3500 Camicie Rosse, a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin, partì da Naxos seguendo una rotta di attraversamento dello stretto più lunga e indiretta al fine di eludere il pattugliamento della flotta borbonica. Garibaldi era sul Franklin con 1200 uomini, mentre Bixio con circa altri 3000 uomini era imbarcato sul piroscafo Torino. Altri sbarchi avvennero il 21, tra Favazzina e Scilla, ad opera di Enrico Cosenz. Con la presa di Melito Porto Salvo, i volontari garibaldini, dopo essersi organizzati logisticamente, anche grazie al successivo sbarco di ulteriori contingenti, partirono alla conquista di Reggio. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 107, in proposito scriveva che: “I. L’eroe, anzicchè approdare a Salerno, come s’era creduto, aveva, insieme col Bixio, varcato da Messina audacemente lo stretto la sera del 19 agosto, con due piroscafi, il Torino ed il Franklin, ed era sbarcato sul continente. Aveva condotto con sè circa quattromilacinquecento uomini che all’alba del 20 approdarono sulla spiaggia di Capo Spartivento, presso Melito. Con essi sono anche gli altri nostri partiti da Quarto e Gaetano Rocco di Campagna (1), imbarcatosi sul piroscafo Torino (2) insieme con ottocento volontari tutti romagnoli che, pervasi di intimo orgoglio, mettono piede sulla costa calabrese sotto un ostinato cannoneggiamento delle fregate regie. Il Bixio, per rendere agevole il disbarco, spinse il bastimento sulla spiaggia in modo che entrò per metà sulla terra. Quando ognuno fu a terra, le fregate si diedero tanto a mitragliare i volontari da costringerli a raggiungere le alture. Nondimeno le fregate, visto ormai inutile il cannoneggiamento, spedirono un’imbarcazione sul Torini vuoto ed abbandonato che, dopo essere stato saccheggiato, fu finanche incendiato. Poco lontano dal punto dello sbarco, in una cascina, erano nascoste le armi, di cui si impossessarono i garibaldini. Il Duce, imbarcatosi sul Tuchery, sbarcò in quei pressi col Menotti per iniziare la rotta su Reggio etc…”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (1), postillava che: “(1) Era stato da Garibaldi nominato portabandiera nel I. Reggimento Eberkardt, Brigata Bixio.”. De Crescenzo, a p. 108, nella nota (2), postillava che: “(2) Il Rocco (1835-1913), per volere dello zio, si diede al sacerdozio; ma nel ’54, deposto l’abito talare, fuggì a Napoli etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 374 e ssg., in proposito scriveva che: “Bisognava dunque passare lo Stretto, …I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Raggiunge Bixio a Giardino , dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 700, in proposito scriveva che: “Garibaldi sbarcò nella notte del 19 al 20 agosto sulla spiaggia di Melito, e la mattina del 20 s’incamminò verso Reggio. Bixio che si era imbarcato con lui a Taormina, e con lui era disceso a Melito, entrò il 21 a Reggio.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 346, in proposito scriveva che: “Osservo, poi, che la traversata si compì proprio nel punto suggerito dalle lettere anonime degli ufficiali di marina napoletani e da quelle dei rifugiati nell’Aspromonte, alle quali si aggiunge un foglio di un informatore segreto – senza data né firma – che dice: “…Se si preferisce lo sbarco al di là del Capo dell’Armi, conviene proprio Mélito etc…”.“. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 347, in proposito scriveva che: “Nella notte del 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, il quale purtroppo afferma parecchie altre cose con eccessiva leggerezza, come quando dice che Garibaldi dal Faro sarebbe andato a Napoli, prima che a Golfo Aranci: cosa questa affatto immaginaria.”. Agrati, a p. 347, in proposito aggiungeva che: “Non v’è accordo neppure sul numero dei volontari imbarcati sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’: il Forbes li dice 3 mila sul Torino e 1200 sul Franklin, il Guerzoni 4 mila, e 4500 il Rustow complessivamente; il Treveljan, in base al rapporto Bixio, dà il numero di 3360, di poco superiore a quello che risulta dal quadro ufficiale in Archivio Sirtori di 3267 (1).”. Agrati, a p. 347, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi Appendice N. 9.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a p. 375, in proposito scriveva che: “CAPITOLO XII. Sul continente napoletano. Circa alla fine d’agosto 1860, e verso le 3 antimeridiane d’una bella giornata approdammo sulla spiaggia di Melito. All’alba era tutta la gente in terra con armi e bagagli, e senza l’arenamento del Torino, che non potè uscire malgrado gli sforzi fatti dal Franklin per tirarlo fuori, potevasi in quello stesso giorno procedere verso Reggio. Alle 3 pomeridiane comparvero tre vapori borbonici capitanati dal Fulminante, e cominciarono a cannoneggiare gente, vapore ed ogni cosa. Provarono anche di metter fuori il Torino, ma non potendovi riuscire lo incendiarono. Il Franklin era partito e fu salvo. Verso le 3 della mattina del giorno seguente ebbe luogo lo sbarco, e noi marciammo su Reggio. Passammo il Capo dell ‘ Armi per lo stradale e meriggiammo vicino ad un villaggio che si trova tra quel Capo e la bella sorella di Messina. La squadra nemica osservava i nostri movimenti. Verso sera riprendemmo la marcia su Reggio, e giunti ad una certa distanza dalla città obliquammo a destra per sentieri remoti, evitando così gli avamposti nemici che ci aspettavano sullo stradale. Il colonnello Antonino Plutino e vari patriotti reggiani erano con noi, dimodochè avevamo delle buone guide. Facemmo varie fermate durante la notte per lasciare riposare la gente e per riunirla, ed alle 2 della mattina assaltammo Reggio.”. Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892, a p. 219, in proposito scriveva che: “I due piroscafi giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’imbarcarono la divisione Bixio, e la tragittarono felicemente a Milito in Calabria….Lo stesso giorno del mio arrivo a Faro, io m’imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo a Giardini per imbarcarmi col ‘Franklin’, e passare lo scopo; il 19 agosto Garibaldi toccava il suolo Calabrese e il giorno dopo prendeva a viva forza Reggio. Proseguì il trionfo sino a Napoli.”. Queste le uniche parole del De Castro sulla traversata delle Calabrie. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “…Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte; a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica; il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffabile.”. Dobelli, a p. 155, nella nota (3) postillava: “(3) Appendice B.”. Fu per questi motivi che Garibaldi si organizzò anche una piccola flotta di navi che gli permettessero il veloce e sicuro sbarco sulle coste della Calabria. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte dell’impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere, del napoletano naviglio, passaggio del Faro.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 131, in proposito scriveva che: “Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 128, in proposito scriveva che: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Nella notte sul 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito scriveva che: “Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartiere generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica di Ghio. Questa infatti trovava a Soveria i calabresi, i quali però per dispaccio di Sartori, male interpretato nel senso di lasciar passare la colonna Ghio etc….Nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passarvi in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava per Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Pecorini, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28 alle 6 ant. la brigata Eber partiva da Mileto per Monteleone, ed arrivava alla tappa alle 9 ant. ove accampava a piè del monte. Alle 6 pom. muoveva per Pizzo, ove giungeva alle 10 pom. ed ivi riceveva ordine di proseguire il cammino e di accamparsi al Piano dei sorrisi (Maida) ove arrivava dopo un’ora di marcia. Etc…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 146-147, in proprosito scriveva che: “Da Rogliano il generale Turr manda a Bixio la seguente lettera: “Al signor generale Bixio, Comandante la I° brigata della 15° Divisione. “Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, etc…Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Pecorini-Manzoni, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr, con ordine se è possibile d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada per Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno.”. Pecorini, a pp. 147-148 aggiungeva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attacate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito oltre i signori accennati ieri, il colonnello Telky e Maxime du Camps….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Cosenza, 31 agosto 1860.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Il sollecito e bene organizzato trasporto per mare delle truppe Garibaldine è dovuto tutto all’opera zelante ed intelligente degli ufficiali superiori della marina militare di Garibaldi, Piola, Anguissola, Castiglia, Sandri, Maldini ed altri.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 301, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “1° settembre….In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano perlomeno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli si diceva a Salerno…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Nel corso dell’anno dunque, Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte, a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica, il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffettuabile.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai di men numerosa, ad unanimità, deliberò di potersi resistere etc…“. Il De Cesare, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patrioti”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours , leur culotte courte , leurs sandales et leurs grandes guêtres , leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière , sont admirables à voir . Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa: “I calabresi si stanno arruolando in massa sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, le loro giacche di velluto, i loro calzoni corti, i loro sandali e le loro ampie ghette, i loro lunghi fucili in spalla e le loro gilet a tracolla, sono ammirevoli da vedere. Portano dentro di sé un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente. (1) E i briganti, mi si chiederà, visto che stiamo parlando dei calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ne sono rimasti in questa cara Calabria dopo la proclamazione del governo di Vittorio Emanuele. Nella mia qualità di messaggero d’avventure, ne ho cercati alcuni, e le mie ricerche sono state vane; ho solo incontrato persone offrendomi ospitalità con la proverbiale generosità degli highlander scozzesi di Scribe. Notai anche, tra le donne, figure magnifiche, veri volti da Madonna; sembravano creati appositamente per ispirare poeti e artisti…..Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia , cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il 20 agosto Garibaldi passò da Taormina a Melito, si fece padrone di Reggio ed unito agli altri suoi corpi sbarcati in vari punti, marciò rapidamente su Napoli.”. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 74-75, riferendosi al fallito tentativo di Musolino, in proposito scriveva che: “VI. – Calabria….Fallito lo scopo del furtivo passaggio, distribuiti i volontari a piccole masse intorno a Messina, Faro e luoghi adiacenti, sicuri che i regi avrebberci atteso, posto piede in Calabria, Garibaldi ideò nuova spedizione e scelse il paesello di Giardini, a sito d’imbarco, fuori vista dei legni borbonici, proprio sulla spiaggia che prospetta il mar di Malta. A Bixio si die’ ordine di raggiungere con molti de ‘ suoi il punto accennato, ove il Torino, vapore, stava attendendoli. Era grande poderoso legno, e capiva a bordo quanti soldati mai, attissimo all’ufficio di trasporto. Nel silenzio e in fretta salirono le truppe in numero di 2000 e più, e in rotta di Malta, il legno non ispirava sospetti. Navigò quasi volta la poppa alla Calabria e solcato gran tratto, viste l’acque libere dai temuti sguardi, cambiando direzione a sinistra, avanzò nel Jonio, e fu a Mileto ove toccaron terra i nuovi difensori. Il crepuscolo vespertino del 20 agosto , sorrideva all’arrivo dei nostri; e avvenne che sorgiunte le fregate regie nulla trovassero a predare dal vapore in fuori. Cannonate a tutta possa, feriti quattro o cinque e incendiato il legno. Le fiamme nutrite dalla pece giganti l’arsero, la chiglia una bragia, sommerse lento lento. Garibaldi non istette, procede a Reggio disponendo il vicino attacco. Fatto buio, irrompe in città, combatte, assale, fa prigionieri, prende posizioni e opportuni posti di difesa. Durante l’adoprarsi attivo in ogni senso a fine di vincere i pericoli soprastanti al passaggio dei nostri per la necessaria azione sul continente, ove speravasi l’intervento di maggiori e più agguerriti elementi, noi dei 180 fummo impediti da tentativi pel concorso di malaugurosi fatti ; in quei di fino al 20 costretti a disastrosa vita, determinati a starcene e cooperare, calammo a Bagnara, e giù inosservati dal monte ci ponemmo dietro ad alta riva che circonda la piazza. A segno stabilito, sui nemici ivi raccolti, mandammo fucilate ; ne segui allarme e repentino movimento. Forti pattuglie di cavalli su pel monte, pervennero alla cima ed occuparono il più comodo transito nostro. Sostati, ci attesero, ma inutilmente Accortici, deviammo, e soli tre caddero fra loro. Riparammo a Forestari, cacciati da colonne , e più tardi a S. Stefano , e sottraemmo gran nerbo di forze ai regi per agevolare i passi ai nostri……
Nel 18-19 agosto 1860, a MILAZZO, l’arrivo delle truppe di volontari dell’ex ‘spedizione PIANCIANI’ (poi detta di Terranova). L’aggregazione all’Esercito Meridionale ed alla 15° Divisione, con a capo il generale Istvan Turr, il colonnello RUSTOW, il maggiore Spinazzi (Brigata Parma) e il colonnello GANDINI (Brigata Milano)
I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “In seguito alle spiegazioni di Garibaldi, Pianciani, che aveva promesso di non andare altrove che nella Romagna, diede la sua dimissione, e Garibaldi trasmise il comando sopra delle tre brigate, allora ancor unite, Tharrena, Gandini e Puppi al colonnello brigadiere e fino allora capo dello stato maggiore Rüstow, che ricevette nello stesso tempo l’incarico di raccogliere la divisione in Milazzo e di organizzarla. Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata. A motivo della partenza di Pianciani, dello sviamento della divisione dalla sua originaria destinazione , dei malcontento e della dissensione che nè risultò quà e là, era sorvenuta una certa confusione negli affari, ed un certo numero di ufficiali e di soldati avevano voluto dimettersi con Pianciani a Palermo. Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156, in proposito scriveva che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate Parma, Milano, Bologna (Tharrena , Gandini e Puppi ), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo…. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: “Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “….la nuova brigata di Sicilia, ove approdava al 16 del mese. Questo indugio protrasse fino alla seconda metà del mese stesso le operazioni di guerra in terra ferma.”. Racioppi, a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; etc…”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”. Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta. Vero è che rifiutò di lasciar Pianciani, giunto a Palermo, partire colla spedizione lì per lì, per sbarcare negli Stati pontifici. Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate però che io abbia cambiato il mio pensiero per quanto si riferisce allo Stato pontificio: desidero etc…”. Raggiunge Bixio a Giardino, etc…”. La White aggiunge su Bertani che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “…a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ” – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava allo arrivo del suo Generale i dintorni di Messina, la Divisione Medici con la Brigata Simonetti ed il reggimento Dunn pure Messina all’estrema destra, mentre la Divisione Cosenz e la Brigata Sacchi tenevano Capo Faro all’estrema sinistra.“. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da Puppi ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria. Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro. Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, ma affermando di aver lealmente accettato il programma “Italia e Vittorio Emanuele” cui intendeva tenersi fedele. Però, dice, ritener suo dovere “di opporsi a coloro che negoziano i popoli etc…”. Agrati, a p. 333, in proposito aggiunge che: “Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunro il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova. Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria.”. Dunque, secondo l’Agrati, Rustow partì da Palermo per Milazzo il 17 agosto 1860, di sera, con una parte della sua Divisione. Rustow arrivò a Milazzo il giorno 18 agosto 1860. Rustow non portò la Brigata Genova (la Brigata che era stata comandata da Eberhardt), ma portò a Miazzo solo le due Brigate MILANO (comandata dal colonnello GANDINI (?) o DE GIORGIS) e, la PARMA (comandata da SPINAZZI), che il 20 agosto 1860 furono tutte riunite a Milazzo. Doveva esserci anche la Brigata BOLOGNA (in seguito denominata PUPPI). La Brigata GENOVA fu trattenuta a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 333, in proposito scriveva che: “A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di ‘Terranova’.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 8-9-10, in proposito scriveva che: “Esso mi affidò il comando della spedizione, ossia della divisione di Terranova, che d’allora in poi fu così nominata, ingiungendomi d’imbarcare per le 4 pomeridiane dello stesso giorno, tosto che le truppe avessero fatto il rancio, e di salpare per Milazzo, dove tutta la parte disponibile della divisione doveva riunirsi. Vi arrivai il 18 a mezzodi e nei susseguenti due giorni fui raggiunto dagli altri legni. I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; e le brigate Toscana e degli Abruzzi stąvano ancora nelle piazze destinate alla loro organizzazione attendendo la notizia del nostro approdo sulle coste papaline. Fu in quei giorni che Garibaldi si dispose a trasferire la guerra dall’isola al continente. Io lo sapeva ed immaginava la parte brillante che mi era riservata una volta giunto sul teatro della guerra. Sapeva ď’altronde che a ciò non poteva giungere se non a spese delle mie truppe , della loro esistenza, del loro avvenire; perciò mi dedicai all’intento che ogni possibile vantaggio dovesse riuscire non in mio favor personale, ma della guerra e per Garibaldi. Ben tosto mi decisi in conformità delle esigenze del mio dovere, cioè a completar l’armamento, provvedere alle munizioni, e ad esercitare i soldati, per la qual cosa fino a quel momento non aveva mai trovato nè il tempo, nè il luogo ; ed infine ad organizzare un servizio militare. Così ho fatto; ma trovai assai meno agevole mantenere il mio proposito di quello che non sembrasse all’atto di assumerlo. In ogni giorno, non una sola volta , ma perfino due, tre volte mi si consigliava la immediata partenza verso il Faro. Resistetti riguardo alla via di mare e momentaneamente anche per quella di terra, poichè mi sembrava inopportuno consumare in marcie forzate truppe del tutto nuove per presentarle al nemico digiune affatto d’istruzione, affrante e disordinate. Le interpretazioni che si diedero alla mia opposizione, non furono le più lusinghiere, ed anzi seppi che sottomano si lavorava assai per allontanarmi dal comando, e se lo conservai e se le mie intenzioni, per quanto lo comportassero le circostanze, poterono essere applicate, credo doverne andar debitore precipuamente alla perspicacia del general Sirtori. Ebbi occasione più tardi di eseguire fatti importanti e di procacciarmi nell’esercito qualche favorevole riputazione, ma non credo che tutto quanto ho potuto fare per l’esercito di Garibaldi mi sia costato sforzo maggiore di quello d’aver superato me stesso nella cella del convento di S. Francesco di Paola, vincendo tutte le tentazioni ed opponendo alle minaccie le esigenze del mio dovere. Voi, o miei commilitoni, il sapete e più di tutti sai tu, o padre Francesco Bandiera, quanto mi riuscisse difficile scacciare il malumore, allorchè per procacciarmi un divagamento mi obbligasti al racconto della storia degli eroi della mitologia alemanna, rimastami tuttavia nella memoria come residuo degli studi della prima mia giovinezza. Quante volte ti accuorasti perchè della pasta che mi imbandivi in quantità bastevole per dodici persone, non ne potessi prendere la centesima parte ! Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, etc…“. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, in proposito scriveva che: “…Bertani….Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2).”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 327, in proposito scriveva che: “Intanto, a Palermo, il Depretis, che invano attende le sollecite istruzioni, non sa che cosa fare. Provvede acqua, carbone e viveri, ma i volontari a terra non li lascia scendere. Ed essi, naturalmente, protestano. Avviene di peggio il dì seguente, quando giunge un secondo vapore del cui arrivo il Prodittatore s’affretta ad informare il Sirtori: “Palermo 13 agosto ore 1,45 pom.”. Generale Sirtori etc…firmato Depretis”…..etc… (p. 328). E Depretis provvede ai necessari preparativi che richiedono l’intera giornata. Primi partono, il dì seguente, il Torino e il Franklin e stanno per partire altri vapori quando arriva l’ordine di Garibaldi di trattenere tutte le navi in Palermo. Il Depretis ne avverte subito il Sartori.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Poi gli ordinò, senz’altro di proseguire per Palermo lasciandolo interdetto e deluso, ché il Pianciani quell’ordine non se lo attendeva. Egli aveva accettato di comandare la spedizione, pur di portarla negli Stati de Papa, e non in Sicilia: se mai l’avessero costretto a toccare l’Isola prima del Continente, era a Milazzo e non a Palermo ch’egli avrebbe dovuto andare. Così gli aveva lasciato scritto il Bertani. Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte. Il 16 giunge a Palermo, mentre le truppe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui. Non lo vede, invece, che al mattino seguente e soltanto allora può esporgli le sue ragioni, a cui il Dittatore risponde ch’egli è fermamente deciso a portar tutte le truppe in Calabria e di là marciare sopra Napoli, e che il Pontificio bastano le truppe che sono in Toscana e in Romagna. Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro. Pochi giorni dopo, il Pianciani pubblica una protesta dichiarandosi repubblicano, etc….A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova. Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria. Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro. Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 344, in proposito scriveva che: “Il giorno stesso, il 12 ripeto, giungono inaspettati a Palermo, il ‘Torino’ e più tardi, l’Amazon con parte dei volontari del Bertani…..e ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 333, in proposito scriveva che: “Dal canto suo il Nicotera, in un ordine del giorno ai suoi, grida: “Viva l’Italia, viva la libertà, viva Garibaldi!” ma neppur egli accenna al Re. Dal che, si vede subito come il Pianciani e gli altri intendano quella lealtà, con la quale, secondo vanno strombazzando, avrebbero accettata la monarchia di Vittorio Emanuele e quanto giustificata sia la diffidenza del Cavour a loro riguardo. Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto. Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui. Non fu poca la meraviglia quando seppe delle decisioni prese dal Dittatore e della rinuncia che il Pianciani stesso aveva fatto del comando della Divisione, la quale, come si è detto, si era già avviata per Milazzo. Bertani si lamentò con il Pianciani e gli altri comandanti del troppo precipitoso abbandono del comando e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”. Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro. Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Maraldi, a p. 102, in proposito aggiungeva che: “Passando in tal modo, secondo l’ordine di Garibaldi, la legione alle dipendenze del Generale Turr, la diversione nel Pontificio, per la quale il Bertani aveva operato con tanta pertinacia, con tanto entusiasmo, era ormai messa definitivamente da parte. Il Governo aveva così raggiunto il suo intento: sconvolta prima, e poi fatta fallire completamente la spedizione Pianciani.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Rüstow stesso cogli uomini del Bisantino era già a Milazzo la mattina del 18, ove in pochi giorni arrivò anche il resto delle truppe, in guisa che il 21 vi aveva raccolti circa 4000 uomini. Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi. Per la partenza di Pianciani e la deviazione della divisione dal primitivo suo scopo, che suscitava qua e là qualche malumore e qualche recriminazione, l’ affare era in un certo disordine, e taluni degli uffiziali e soldati avevano in Palermo data la loro dimissione unitamente a Pianciani. Rüstow allora diede opera a riorganizzare le truppe a Milazzo, le provvidde di armi e munizioni e loro fece fare delle manovre, alle quali non si era finora potuto dedicare un sol giorno tranne per la prima brigata in Genova. Della quinta e sesta brigata, che in seguito all’andamento delle cose erano rimaste addietro nell’Italia Centrale disgiunte dal resto, avremo a tener parola più tardi.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 270, in proposito scriveva: “In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170, in proposito scriveva che: “Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate che etc….”. La White, a p. 171, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. La White, a p. 173, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino , calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi , ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati: “……”(1).”. La White, a p. 174, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s ‘ indirizzò per Santa Eufemia . Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi , fecero impazzire i capi dei corpi , ‘ pretendendo di caricare poca gente, etc…”. La White, a pp. 179, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….Ricevuto il dispaccio a Pizzo , Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia , va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “Intanto che l’eletta schiera reggevasi in mezzo a poderose forze nemiche che non cessavano di attaccarla , e che il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; essa componevasi di sei brigate: Intendenza, Ambulanza, Cacciatori, Guide, Genio, Artiglieria, in tutto 8940 uomini compresi gli uffiziali; tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano dei soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre macchie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Pecorini, a p. 126, nella nota (1) e postillava: “(1) Significava la nuova terra da aggiungersi alle già fatte italiane.”. Pecorini a p. 127 aggiungeva che: “Garibaldi in vista degli ostacoli del Governo di Torino, pressato dalla Diplomazia delle Potenze amiche , e segnatamente della Francia , era costretto di opporsi alla spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare sotto il suo comando quel forte corpo di volontarî che con tanta cura era stato organizzato militarmente dal colonnello Pianciani coadiuvato da Rüstow , mentre l’organizzazione amministrativa era devoluta all’ intelligente lavoro dell’ Intendente militare Sanni, coll’assistenza del Commissario di guerra Francesco della Lucia. Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. A Cagliari Garibaldi trovò una parte della spedizione, mentre un’altra aveva fatto rotta per Palermo; posteriormente vide arrivare altro vapore della spedizione, sul quale eravi imbarcato un numero di volontarî , lo Stato Maggiore ed il Comandante colonnello Pianciani.“. Pecorini, a p. 128, aggiungeva che: “Pianciani condotti i suoi volontarî in Palermo , una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri. Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così : – Eberhardt, Tharena (poi Spinazzi ), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini, a p. 130, aggiungeva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Türr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il Colonnello Rüstow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Türr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: « Andiamo a Roma ! … Vogliamo Roma ! … » Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia << secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro << a fare che abbandonare l’Isola. » E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù. Parlò poi all ‘ ufficialità, invitandola a mettere in opera ogni buon volere per mantenere ferma la disciplina, la quale in tutti i tempi e specialmente in quei momenti dovea essere base fondamentale di ordine e di organizzazione per poter compiere l’opera intrapresa con Garibaldi e conseguire lo scopo di ogni patriotta italiano. Diede quindi ordine a Rüstow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e preparavasi al passaggio in Calabria.”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi.
Nel 19 agosto 1860, a Milazzo, il generale TURR annuncia alle truppe che Garibaldi gli aveva dato il comando della 15° Divisione dell’Esercito Meridionale
I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi aveva già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al generale Turr. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100 riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, etc…”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: “….ma arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo il generale Türr apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15ª Divisione comandata dal Türr stesso.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow…..Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava allo arrivo del suo Generale i dintorni di Messina, la Divisione Medici con la Brigata Simonetti ed il reggimento Dunn pure Messina all’estrema destra, mentre la Divisione Cosenz e la Brigata Sacchi tenevano Capo Faro all’estrema sinistra.“. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”.
IL VIAGGIO DI BERTANI DALLA SARDEGNA
Nel ….. agosto 1860, a Cagliari, la partenza di Agostino BERTANI e le sue truppe sul piroscafo noleggiato “Garibaldi”
Dalla Sardegna, il primo a ripartire per la Sicilia fu Garibaldi sul vapore Washington, ma sia Bertani che il Pianciani, che era arrivato sul “Byzantin”, ripartirono per la Sicilia solo dopo Garibaldi in quanto i vapori non avevano fatto del tutto rifornimento di carbone. Il colonnello Luigi Pianciani, comandante della Spedizione battezzata dal Bertani “Terranova”, si era partito d Genova, con Rustow e tutto lo Stato Maggiore, insieme ad altri volontari garibaldini che ancora non erano arrivati a Golfo Aranci. Si è visto che essi da Cagliari, ingiunti da Garibaldi dovettero ripartire per Palermo, ma essi non viaggiarono con Garibaldi che pure viaggiò per mare per Palermo ma ripartirono da Cagliari sul vapore Byzantin. Arrivarono a Palermo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: “II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. Dunque, da ciò che scriveva il Bertani nel suo Diario si evince che egli da Cagliari era arrivato a Palermo dopo di Garibaldi, ma pare che non si sia imbarcato con Garibaldi e giunto a Palermo insieme a Garibaldi. Infatti, Bertani non viaggiò con Pianciani che, pure vide Garibaldi a Cagliari che lo costrinse ad andare a Palermo. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”.”. Dunque, la White, traendo dal Diario del Bertani, scriveva che Agostino Bertani, a Cagliari, non partirà con Garibaldi che si era imbarcato sul Washington, ma “…ma vuole rimanere coi volontari”. Dunque, se Bertani, a Cagliari non partì con Garibaldi, quando partì per Palermo ? Cosa fece Bertani a Cagliari ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “….Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: <Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”. Dunque, dalle parole di Bertani e della White, traspare che, Garibaldi, prima di allontanarsi per andare a Caprera, sua isola amata (senza “Bertani monta a bordo d’altro legno), etc…”), Bertani, invece, salì su un altro vapore (che non era il Washington) dove vi erano parte delle sue truppe della Spedizione Terranova, scrive la White: “risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere.”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, etc….”. Dunque, la White scriveva che, Garibaldi, “ritornato da Caprera a Cagliari”, (col Washington) nota che a Cagliari era arrivato (il 14 agosto 1860 anche il Pianciani, sul “Bysantin”, con una parte della brigata Puppi e con lo Stato Maggiore (Rustow ed altri. Riguardo a Bertani a Cagliari dopo il rientro di Garibaldi da Caprera, vediamo cosa scriveva un altro testimone di eccezione. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a pp. 190 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “…..stringendomi amichevolmente la mano, soggiungeva: “State di buon animo, Colonnello, tutto va bene, ci parleremo a Palermo, io vi seguirò, e così dicendo scendeva nella sua barchetta; io volli dimandare dove fosse il Bertani. A bordo con me, rispose: se volete parlar con lui venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io; del resto egli pure viene a Palermo e là in ogni caso lo vedrete. Etc..”. Dunque, Pianciani scriveva che Garibaldi gli disse che Bertani era sul vapore Washington e che con lui doveva viaggiare fino a Palermo, dove avrebbe potuto vedere ed incontrare. Dunque, a Cagliari, secondo quanto scrive il Pianciani, Bertani era con Garibaldi che gli promise che Bertani poteva vederlo a Palermo. Pianciani, a Cagliari non incontrò Bertani. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito Meridionale. Cagliari , 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. G. Garibaldi.”.”. Dunque, secondo ciò che scrisse la White, Garibaldi invitò Bertani a seguirlo a Palermo ma Bertani “vuole rimanere coi volontari, etc…” e, prega Garibaldi di scrivergli l’ordine di recarsi a Palermo. Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Il Garibaldi…a Palermo. Griunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “….a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se ne tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Dunque, l’Agrati scriveva che Agostino Bertani non era partito da Cagliari con Garibaldi ma era rimasto in Sardegna. Infatti, Agostino Bertani, con altri volontari arriverà a Palermo ma solo dopo l’arrivo di Garibaldi (16 agosto 1860), solo dopo la partenza di Garibaldi per Trapani (17 agosto 1860) e solo dopo l’arrivo di Pianciani e Rustow, che a Palermo riuscirà a parlare con Garibaldi. Poi, proseguendo il nostro racconto, anche Bertani era rientrato dalla Sardegna con i suoi soldati e truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Dunque, se Bertani arrivò a Palermo quando Garibaldi era già partito da Palermo, mi chiedo quando partì egli dalla Sardegna e quando arrivò in Sicilia ? Di sicuro Bertani arrivò a Palermo dopo il giorno 17 agosto 1860, giorno in cui Garibaldi era già in Sicilia e si incontrò con Pianciani, che per l’occasione si dimise. Dunque, su Bertani, che era rimasto in Sardegna a fare rifornimento, cosa sappiamo ?. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripartito per Palermo. Nel titolo al saggio ho scritto che Bertani aveva noleggiato il vapore “Garibaldi”. Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani. Infatti, Bertani, al rientro di Garibaldi dall’isola di Caprera, volle rimanere con le sue truppe e non salì sul vapore Washington dove era imbarcato Garibaldi che subito si diresse a Palermo. Agostino Bertani, con altri volontari arriverà a Palermo ma solo dopo l’arrivo di Garibaldi (16 agosto 1860), solo dopo la partenza di Garibaldi per Trapani (17 agosto 1860) e solo dopo l’arrivo di Pianciani e Rustow, che a Palermo riuscirà a parlare con Garibaldi. Poi, proseguendo il nostro racconto, anche Bertani era rientrato dalla Sardegna con i suoi soldati e truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Ma quando Bertani rientra dalla Sardegna ? Inoltre dove si reca con i suoi volontari Bertani quando arriva in Sicilia dalla Sardegna ? Alcuni vogliono che Bertani arrivasse a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, l’Agrati scriveva che Bertani si era imbarcato a Palermo con il vapore “Garibaldi”, noleggiato per portare alcune truppe dei volontari dell’ex spedizione che lui stesso chiamò “Spedizione Terranova”. Infatti, l’Agrati scriveva: “Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, il 20 agosto 1860, proveniente da Palermo. A Milazzo, Bertani era andato perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 199, in proposito scriveva che: “Col Bertani il Sirtori aveva avuto anche un grave incidente a proposito del vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Dunque, Agrati scriveva che Agostino Bertani, a Palermo: “vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Agrati scriveva che il vapore “Garibaldi”, secondo il patto stipulato tra il Sirtori ed il Bertani, doveva essere rilasciato “non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Dunque, il vapore “Garibaldi” fu noleggiato dal Bertani per trasportare la sua “gente” in Sicilia. Dunque, questo vapore fu noleggiato prima di arrivare in Sicilia. E dove ? In Sardegna, dove Bertani aveva lasciato Garibaldi che subito era ripartito per la Sicilia. Bertani, a Palermo aveva noleggiato il vapore “Garibaldi” per trasportare in Sicilia le sue truppe provenienti da Cagliari. A causa di questo vapore “Garibaldi”, a p. 199, Agrati scrive che nacque un grave malinteso con il generale Sirtori perché “Garibaldi aveva ordinato al Sirtori di requisire detto vapore per il passaggio delle sue truppe in Calabria e il Sirtori trasmise l’ordine al Bertani. Ma questi non tenne in nessun conto la proibizione permettendo che il vapore se ne andasse. Il Sirtori irritato, che al suo ordine il Bertani così apertamente disobbedisse, telegrafò senz’altro al Depretis che lo arrestasse nel caso egli avesse ad approdare a Palermo.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, proveniente da Palermo, il 20 agosto 1860. Bertani era andato a Milazzo perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Dunque, Bertani, dalla Sardegna si fermò prima a Palermo e poi proseguì per Milazzo. Egli proveniva dalla Sardegna sul vapore noleggiato “Garibaldi”. Siccome Sirtori aveva avuto ordine da Garibaldi che prima di partire per il continente aveva ordinato di fermare tutti i vapori a Trapani, il fatto che Bertani non fosse andato a Palermo dove lo attendeva il Depretis, fece nascere tra il Sirtori e Bertani un grave malinteso. Sul vapore “Garibaldi”, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 169-170 e ssg., riferendosi all’arrivo di Garibaldi e Bertani a Golfo degli Aranci in Sardegna, in proposito scriveva che: “Bertani prende gli ordini dal generale e scende nella lancia; percorre i diversi bordi. V’è l’ Isère che ha sbarcato i genovesi, i quali danno bello spettacolo intorno agli accesi fuochi; v’è il Clipper, il Generale Garibaldi, il Calatafimi ; il Weasel era andato a Terranova per carbone. In tutto quattro, invece di seimila uomini; etc…”. Dunque, Bertani testimoniava nel suo Diario che alla rada di Golfo Aranci trovarono alcuni vapori tra cui il vapore “Il Generale Garibaldi”. La White, a p. 169, scriveva che: “Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi etc…”. Dunque, Bertani, a differenza di Garibaldi, “monta a bordo di altro legno”, ovvero non segue Garibaldi che è sul Washington e va a Caprera. Poi, a p. 171, in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. Dunque, la White conferma che Bertani giunse con i suoi volontari a Palermo e poi, a Milazzo si ricongiunse con Rustow e gli altri volontari. Rustow era partito il 17 da Palermo, su ordine di Garibaldi e dopo le dimissioni di Pianciani. A Palermo ancora non vi era Bertani che arriverà solo il 19 agosto 1860 e si recherà a Milazzo. Bertani e la White non dirà nulla sulla partenza di Bertani da Cagliari sul vapore “Il Generale Garibaldi” e non dirà molto sull’arrivo a Palermo, dove vi era il Depretis. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: “Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene ».” . Dunque, il Pittaluga, sulla scorta del Pianciani, scriveva che Pianciani, a Cagliari, prime che partissero per Palermo, chiedendo a Garibaldi di Bertani scrive che Garibaldi gli avesse risposto « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. ». Ma, il Pittaluga, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava ; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi, gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti , gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata.”. Pittaluga non dice nulla di Bertani che volle restare a Cagliari per meglio organizzare i suoi volontari (rifornimenti di combustibile etc..). Pittaluga, però, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “Bertani intanto, giunto egli pure a Palermo quando il Dittatore era già partito, etc…”. Dunque, Pittaluga scriveva che Bertani arrivò a Palermo quando Garibaldi aveva già ricevuto il Pianciani ed era ripartito da Palermo, per recarsi verso Messina e Taormina. Dunque, Bertani, non era partito da Cagliari insieme a Garibaldi, sul vapore Washington ma era partito ed arrivato a Palermo il giorno 19 agosto 1860, dopo la partenza di Garibaldi da Palermo.
BERTANI IN VIAGGIO PER PALERMO
Nel ….. agosto 1860, a Palermo, l’arrivo di Agostino BERTANI, con il il vapore “Garibaldi” noleggiato e con cui porterà alcune truppe prima a Palermo e poi a Milazzo
Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani. Infatti, Bertani, al rientro di Garibaldi dall’isola di Caprera, volle rimanere con le sue truppe e non salì sul vapore Washington dove era imbarcato Garibaldi che subito si diresse a Palermo. Agostino Bertani, con altri volontari arriverà a Palermo ma solo dopo l’arrivo di Garibaldi (16 agosto 1860), solo dopo la partenza di Garibaldi per Trapani (17 agosto 1860) e solo dopo l’arrivo di Pianciani e Rustow, che a Palermo riuscirà a parlare con Garibaldi. Poi, proseguendo il nostro racconto, anche Bertani era rientrato dalla Sardegna con i suoi soldati e truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Garibaldi si era portato avanti. Garibaldi a Palermo aveva rivisto il Pianciani il quale si era dimesso e Garibaldi diede l’incarico a Rustow che sostituì Pianciani. Il comando era stato affidato a Turr. Garibaldi si allontana da Palermo e nel frattempo arrivò anche il Bertani il quale non trovandolo cerca in tutti i modi di raggiungerlo. Ma quando Bertani rientra dalla Sardegna ? Inoltre dove si reca con i suoi volontari Bertani quando arriva in Sicilia dalla Sardegna ? La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ritornato da Caprera a Cagliari, Garibaldi, trovando giunto anche Pianciani, indica Palermo per luogo di riunione, avverte Bertani che parte per Trapani; lo invita ad accompagnarlo, domanda diecimila cartucce. Questi temendo nuovo sperpero fa consegnare le cartucce, ma vuole rimanere coi volontari, e a sua giustificazione prega il generale di dare l’ordine in iscritto per Palermo. Eccolo: “Esercito meridionale, Cagliari, 15 agosto 1860. Caro Bertani, Con tutta la gente che avete a disposizione venite a raggiungermi in Sicilia. – G. Garibaldi.”.”. Dunque, la White, traendo dal Diario del Bertani, scriveva che Agostino Bertani, a Cagliari, non partirà con Garibaldi che si era imbarcato sul Washington, ma “…ma vuole rimanere coi volontari”. Dunque, se Bertani, a Cagliari non partì con Garibaldi, quando partì per Palermo ? Cosa fece Bertani a Cagliari ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 169 e ssg., riferendosi a Garibaldi a Golfo Aranci, in proposito scriveva che: “….Fissa Cagliari per radunare tutti, e volendo andare lui alla Maddalena per fare carbone (o per ispirarsi a Caprera ? ), Bertani monta a bordo d’altro legno, risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere. A tutte le domande ansiose, alle osservazioni dispettose di non pochi degli ardenti fautori della spedizione nel Pontificio, egli risponde: <Si va dove, quando, come Garibaldi ordinerà. E i volontari s’acquetarono pur fremendo.”. Dunque, dalle parole di Bertani e della White, traspare che, Garibaldi, prima di allontanarsi per andare a Caprera, sua isola amata (senza “Bertani monta a bordo d’altro legno), etc…”), Bertani, invece, salì su un altro vapore (che non era il Washington) dove vi erano parte delle sue truppe della Spedizione Terranova, scrive la White: “risoluto a non più abbandonare la spedizione e fare eseguire gli ordini di Garibaldi qualunque siano per essere.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. In questo passaggio la White-Mario scriveva che Bertani era giunto a Palermo, a differenza di Agrati che scrive che Bertani non andò a Palermo, ma si diresse direttamente a Milazzo. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arrolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata di Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “Dopo di ciò, egli riprese la via di Palermo, dove la spedizione Pianciani riunita di bel nuovo, apparve forte di 6000 uomini. Una volta là, il Bertani rinnovò i suoi scongiuri per persuaderlo a far vela verso lo Stato Pontificio, ma il Dittatore era ormai assorto nel problema del passaggio dello Stretto. Il Pianciani allora, presentate le sue dimissioni, riprese la via del ritorno. Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. E’ questo un passaggio che non mi convince. Il Treveljan scrive come se Bertani fosse arrivato a Palermo ed avesse potuto parlare con Garibaldi. Questo lo fece il Pianciani ma non il Bertani che arrivò a Palermo solo dopo che Garibaldi fosse ripartito per Trapani. Infatti, Bertani arrivato a Palermo apprende delle dimissioni del Pianciani. Infatti, la White-Mario (…..), traendo dal diario del Bertani scriveva: “…studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Bertani, arrivato in Sicilia, cercò invano di raggiungere Garibaldi. Bertani, arrivato in Sicilia da Cagliari, si vide con il Pianciani (?), il quale gli mise al corrente della “Diversione” di Garibaldi e delle dimissioni sue. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: “Pianciani domandò ancora al generale dove fosse Bertani; « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. » E da agile marinaio, come era salito ridiscese nella sua lancia. Pianciani voltosi al capitano ordinò ad alta voce: << A Palermo, e facciamo di arrivarvi il più presto possibile ». Bertani è furente; Pianciani è sconfortato; l’intera spedizione è perplessa; tutta la Sicilia è inquieta per l’assenza del Dittatore; questi vede fallita l’impresa per la quale aveva abbandonato l’iniziato passaggio in Calabria, ed aveva corso il pericolo di essere catturato dalla crociera borbonica; questi serenamente rassicurava tutti , dicendo << state di buon animo , tutto va bene ».”. Dunque, il Pittaluga, sulla scorta del Pianciani, scriveva che Pianciani, a Cagliari, prime che partissero per Palermo, chiedendo a Garibaldi di Bertani scrive che Garibaldi gli avesse risposto « a bordo con me; se volete parlare con lui, venite pure, ma egli può solo ripetervi quello che vi ho detto io ; del resto egli viene pure a Palermo, e là in ogni caso lo vedrete. ». Ma, il Pittaluga, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi, gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti , gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata.”. Pittaluga non dice nulla di Bertani che volle restare a Cagliari per meglio organizzare i suoi volontari (rifornimenti di combustibile etc..). Pittaluga, però, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “Bertani intanto , giunto egli pure a Palermo quando il Dittatore era già partito, etc…”. Dunque, Pittaluga scriveva che Bertani arrivò a Palermo quando Garibaldi aveva già ricevuto il Pianciani ed era ripartito da Palermo, per recarsi verso Messina e Taormina. Dunque, Bertani, non era partito da Cagliari insieme a Garibaldi, sul vapore Washington ma era partito ed arrivato a Palermo il giorno 19 agosto 1860, dopo la partenza di Garibaldi da Palermo. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: “Bertani intanto, giunto egli pure a Palermo quando il Dittatore era già partito, era sempre infervorato della diversione da eseguire con le truppe di Pianciani, ed erasi anche affaticato a coordinare tutta l’azione secondo la nuova situazione risultata a Cagliari. A Palermo apprese con rammarico da Pianciani quanto aveva deciso il Dittatore, ed il conseguente ritiro di Pianciani dal comando della Divisione che trovavasi a Milazzo, ed il congedo preso da Tharrena e da Gandini e da parecchi altri ufficiali. Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Maraldi, continuando il suo racconto, riferendosi a Bertani scriveva: “Non fu poca la meraviglia quando seppe delle decisioni prese dal Dittatore e della rinuncia che il Pianciani stesso aveva fatto del comando della Divisione, la quale, come si è detto, si era già avviata per Milazzo. Bertani si lamentò con il Pianciani e gli altri comandanti del troppo precipitoso abbandono del comando e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”. Nel frattempo, Bertani deve fronteggiare le richieste di Sirtori il quale aveva ricevuto l’ordine da Garibaldi di requisire tutti i navigli, anche quelli su cui viaggiavano le truppe e il Bertani, per poter effettuare lo sbarco in Calabria. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “I Cavouriani, ritornati a sciami a mettere l’isola sossopra per l’immediata annessione, avevano sparsa la voce che egli sfidando il Re, Cavour e Garibaldi stesso, voleva condurre in persona la spedizione negli Stati pontifici. Depretis, col quale Bertani stava in continui rapporti, rideva della stupida calunnia; Sirtori però fu indotto a crederla.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, etc…”. Proseguendo il suo racconto, la White, a p. 172 ci parla dell’incomprensione sorta tra Sirtori e Bertani. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “I Cavouriani, ritornati a sciami a mettere l’isola sossopra per l’immediata annessione, avevano sparsa la voce che egli sfidando il Re, Cavour e Garibaldi stesso, voleva condurre in persona la spedizione negli Stati pontifici. Depretis, col quale Bertani stava in continui rapporti, rideva della stupida calunnia; Sirtori però fu indotto a crederla. Nel fatto questi, il giorno 20, dando a me, impaziente di raggiungere Alberto passato coi pionieri, la notizia dello sbarco di Garibaldi e il permesso di imbarcarmi con Ripari capo dell’ambulanza, soggiunse: “Ora spero che Bertani smetterà la sua ostinata idea di condurre le sue genti negli Stati pontifici.”.”. Qui la White scrive che Sirtori fu indotto a credere della stupida calunnia nei confronti di Bertani emanando l’ordine di arresto, che poi, per fortuna non fu eseguito. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 332, riferendosi a Pianciani, all’incontro con Garibaldi a Cagliari, in proposito scriveva che: “Ma, come gli si dice che il Bertani, col quale confida di potersi spiegare all’arrivo, è a bordo del ‘Washington’ col Dittatore, il Pianciani obbedisce e riparte” per Palermo. Il 16 agosto 1860, a Palermo accade che: “Il 16 sera giunge a Palermo (Pianciani), e mentre le trupe restano a bordo egli, impaziente, scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, Garibaldi arriverà prima di Pianciani a Palermo, il 16 agosto 1860 ma senza Bertani di cui l’Agrati non accenna. Agrati riprenderà a parlarci di Bertani solo quando, a p. 342 scriveva che Bertani aveva lasciato Garibaldi in Sardegna. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Dunque, Agrati scriveva che il Bertani era rimasto in Sardegna mentre Garibaldi già era ripartito per Palermo. Nel titolo al saggio ho scritto che Bertani aveva noleggiato il vapore “Garibaldi”. Dunque, Bertani non partì il 16 agosto 1860 da Cagliari con Garibaldi ma partì senza Garibaldi ed arrivò a Palermo solo dopo Garibaldi e solo dopo il Pianciani.
IL VIAGGIO DI BERTANI PER MILAZZO
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arrolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata di Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, ….”. La White-Mario (…..), traendo dal diario del Bertani scriveva: “…studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Bertani, arrivato in Sicilia, cercò invano di raggiungere Garibaldi. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “….Ma il Bertani rimase sul teatro della guerra nella speranza di affermare il suo ascendente su Garibaldi in opposizione ai consigli più moderati del Medici, Turr, Bixio e Cosenz, tutti convinti della necessità di evitare una rottura con Cavour (2).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 152-153, in proposito scriveva che: “Lo scacco subìto al Golfo degli Aranci non aveva abbattuto lo spirito di Bertani, il quale continuava a macchinare intorno alla diversione. Il Dittatore come al solito non si pronunziava; tuttavia la necessità di ritornare in Sicilia, il tempo perduto, i pericoli corsi, gli ostacoli incontrati e tuttora persistenti, gli fecero dire della diversione che ormai era una minestra riscaldata.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “….e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza, Non trovò più il Generale già partito per Giardini. Voleva raggiungerlo; ma arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo il generale Türr etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, l’Agrati scriveva che Bertani si era imbarcato a Palermo con il vapore “Garibaldi”, noleggiato per portare alcune truppe dei volontari dell’ex spedizione che lui stesso chiamò “Spedizione Terranova”. Infatti, l’Agrati scriveva: “Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, il 20 agosto 1860, proveniente da Palermo. A Milazzo, Bertani era andato perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 199, in proposito scriveva che: “Col Bertani il Sirtori aveva avuto anche un grave incidente a proposito del vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Dunque, Agrati scriveva che Agostino Bertani, a Palermo: “vapore Garibaldi che quello aveva noleggiato per la sua spedizione, col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Agrati scriveva che il vapore “Garibaldi”, secondo il patto stipulato tra il Sirtori ed il Bertani, doveva essere rilasciato “non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Dunque, il vapore “Garibaldi” fu noleggiato dal Bertani per trasportare la sua “gente” in Sicilia. Dunque, questo vapore fu noleggiato prima di arrivare in Sicilia. E dove ? In Sardegna, dove Bertani aveva lasciato Garibaldi che subito era ripartito per la Sicilia. Bertani, a Palermo aveva noleggiato il vapore “Garibaldi” per trasportare in Sicilia le sue truppe provenienti da Cagliari. A causa di questo vapore “Garibaldi”, a p. 199, Agrati scrive che nacque un grave malinteso con il generale Sirtori perché “Garibaldi aveva ordinato al Sirtori di requisire detto vapore per il passaggio delle sue truppe in Calabria e il Sirtori trasmise l’ordine al Bertani. Ma questi non tenne in nessun conto la proibizione permettendo che il vapore se ne andasse. Il Sirtori irritato, che al suo ordine il Bertani così apertamente disobbedisse, telegrafò senz’altro al Depretis che lo arrestasse nel caso egli avesse ad approdare a Palermo.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 364, il telegramma di Sirtori a Depretis inviato da Messina il 22 agosto 1860: ““Messina 22 ore 8 e 45 ant. “Prodittatore Depretis – Se giunge Bertani a bordo del vapore Garibaldi, lo faccia arrestare. Quest’ordine severo è motivato dall’aver condotto via di qui senza ordine e senza avviso il piroscafo Garibaldi che per ordine del Dittatore doveva servire a portare truppe in Calabria.”.”. Nel telegramma il Sirtori chiama il vapore Garibaldi “piroscafo”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, il 20 agosto 1860. A Milazzo, Bertani era andato perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Dunque, Bertani, dalla Sardegna si fermò prima a Palermo e poi proseguì per Milazzo. Egli proveniva dalla Sardegna sul vapore noleggiato “Garibaldi”. Siccome Sirtori aveva avuto ordine da Garibaldi che prima di partire per il continente aveva ordinato di fermare tutti i vapori a Trapani, fece nascere tra il Sirtori e Bertani un grave malinteso. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Ma il Bertani non si fermò a Palermo allora, e fu ventura che si evitasse così un grave e doloroso incidente: il rapido succedersi degli eventi impedì poi che l’ordine venisse mai eseguito. Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Carlo Agrati, a p. 363 aggiungeva dell’intimazione a Bertani del Sirtori: “Il Sirtori gli aveva già ordinato che gli mandasse la nave, ma il Bertani rifiutava perché il comandante di quella protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova. Come lo seppe giunto a Milazzo, il Sirtori gli rinnovò l’ordine, giungendo sino al punto di minacciare di arresto il Bertani se ancora si rifiutasse d’obbedire. Questo almeno è quel che si deduce dalla seguente lettera, dato che non mi fu possibile rinvenire il testo dell’ordine Sirtori: “Da bordo del Garibaldi, 20 agosto ore 11 pom. Caro Sirtori – Sarà qui domani l”Indépendance’ che fa 11 miglia all’ora…Così si potrà lasciare libero il Garibaldi il cui capitano protesta di non poter ulteriormente star fuori di Genova. Tu mi hai ridotto una questione d’onore ad una quistione di disciplina militare…Ti rammento che il Generale mi scrisse pochi giorni sono a Genova di fare ogni sforzo rivoluzionario sullo Stato pontificio e di Napoli e che quindi anche in ciò obbedìì ai suoi ordini. Etc…“. Il Bertani si rifrisce alla fermezza con la quale aveva propugnata la fortunata spedizione dei Mille, alla quale, come vedemmo, il Sirtori ed il Medici erano stati avversi….A. Bertani.”. Dunque, Agrati riportava la lettera o dispaccio che Bertani inviò a Sirtori, rispondendogli, il 20 agosto 1860, dal vapore Garibaldi, con cui viaggiava navigando per recarsi a Milazzo. Agrati, a p. 364, in proposito aggiungeva che: “Il Bertani si riferisce alla fermezza con la quale aveva propugnata la fotunata spedizione dei Mille, la quale, come vedemmo, il Sirtori ed il Medici erano stati avversi. Fu certamente il Cattabeni che portò la lettera al Sirtori, e questi, ben lungi dall’arrendersi alle ragioni del Bertani, dovette provocare quell’ordine esplicito del Dittatore di usare il ‘Garibaldi’ pel trasporto delle truppe in Calabria. A sua volta il Bertani, malgrado l”Indépendance’ non arrivasse che due giorni dopo, non tenne conto dell’ordine di Sirtori e lasciò libero il vapore, etc…”. Agrati, continuando il suo racconto, a p. 364 scriveva che: “per cui il Sirtori, credendo che il Bertani fosse con esso diretto a Palermo, telegrafò al Depretis: “Messina 22 ore 8 e 45 ant. “Prodittatore Depretis – Se giunge Bertani a bordo del vapore Garibaldi, lo faccia arrestare. Etc…”. Agrati, a p. 364 proseguendo il suo racconto scriveva che: “A sua volta il Bertani, malgrado l”Indépendance’ non arrivasse che due giorni dopo, non tenne conto dell’ordine di Sirtori e lasciò libero il vapore, per cui il Sirtori, credendo che il Bertani fosse con esso diretto a Palermo, telegrafò al Depretis: “Messina 22 ore 8 e 45 ant. “Prodittatore Depretis – Se giunge Bertani a bordo del vapore Garibaldi, lo faccia arrestare. Etc…”. Dunque, il Sirtori invia un telegramma a Depretis e gli scrive: “Messina 22 ore 8 e 45 ant. “Prodittatore Depretis – Se giunge Bertani a bordo del vapore Garibaldi, lo faccia arrestare. Quest’ordine severo è motivato dall’aver condotto via di qui senza ordine e senza avviso il piroscafo Garibaldi che per ordine del Dittatore doveva servire a portare truppe in Calabria.”.”. L’Agrati, dopo aver detto dello spiacevole fatto tra Sirtori e Bertani, ovvero l’ordine di Sirtori inviato a Depretis di arrestare il Bertani che si era allontanato con il vapore Garibaldi e, giustifica il Bertani scrivendo: “Fortunatamente il Bertani non giunse a Palermo e Depretis non ebbe così da eseguire quell’ordine increscioso, che poi non venne più ricordato forse per il precipitare degli eventi.”. Dunque, Agrati scriveva che “fortunatamente il Bertani non giunse a Palermo” dove vi era il Depretis che non poté eseguire l’ordine di arrestare il Bertani. Dunque, Agrati scriveva che Bertani non giunse a Palermo e così Depretis non poté eseguire l’ordine di arresto. Ma, Agrati aveva scritto che Bertani era partito da Palermo col vapore “Garibaldi” noleggiato a Palermo per portare le truppe a Milazzo. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, l’Agrati scriveva che Bertani si era imbarcato a Palermo con il vapore “Garibaldi”, noleggiato per portare alcune truppe dei volontari dell’ex spedizione che lui stesso chiamò “Spedizione Terranova”. Infatti, l’Agrati scriveva: “Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, perché l’Agrati, proseguendo il suo racconto scrive “fortunatamente il Bertani non giunse a Palermo.” dove vi era il Depretis che non poté eseguire l’ordine di arrestare il Bertani ? Bertani, proveniente dalla Sardegna, giunse o non giunse a Palermo dalla Sardegna prima di andare a Milazzo ?. Forse l’Agrati si riferiva al viaggio che Bertani faceva sul piroscafo “Garibaldi”, di cui, il suo capitano si rifiutava di ritornare a Palermo perché siccome il mare di Sicilia era infestato di piroscafi borbonici, il comandante del “Garibaldi” “protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova”, cosa che peraltro fece qundo arrivarono a Milazzo. Forse la frase di Agrati si riferiva a quando il Bertani aveva già lasciato Palermo per andare a Milazzo e fu raggiunto dalla dispaccio del generale Sirtori che gli intimava di restituirgli e mandargli indietro il piroscafo “Garibaldi”, con cui Bertani era partito, senza voler sentire ragioni, da Palermo. L’Agrati si riferisse alla sua frase, a p. 363: “Il Sirtori gli aveva già ordinato che gli mandasse la nave, ma il Bertani rifiutava perché il comandante di quella protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova.”, ovvero, siccome Sirtori aveva ricevuto l’ordine da Garibaldi che tutti i legni dovevano essere disponibili per lo sbarco in Calabria scrisse a Bertani di consegnare il vapore “Garibaldi” che Bertani aveva noleggiato a Palermo, ma: “…col patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Da questo passo si evince che Bertani si era imbarcato sul piroscafo da lui noleggiato a Genova e che si trovava a Golfo Aranci, il piroscafo “Garibaldi”, a Cagliari, diretto a Palermo.Dunque, tra il Bertani e il Sirtori vi era il “…patto di rilasciarlo libero non appena avesse sbarcata in Sicilia la gente che trasportava.”. Ma, dove fu fatto questo patto di cui parla l’Agrati ?. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 344, in proposito scriveva che: “Garibaldi, invece è in mare e fino alla sera del 13 non giunge a Golfo Aranci, né vi è modo alcuno di fargli sapere l’inattesa novità. Egli si accorge che là soltanto che con altre navi non vi son più quei due vapori, in seguito alla cui mancanza abbandona il progetto etc…, e ordina al Depretis di trattenere a Palermo tutti i vapori, nella speranza che con la intera spedizione Pianciani egli possa dalla Sicilia sbarcare in qualche punto della costa calabrese. Ma non vi è telegrafo e questo ordine arriva al Depretis con una lettera del Bertani affidata ad un vapore, probabilmente sardo, il quale non giunge a Palermo che il 15, troppo tardi come abbiamo visto, poiché due vapori, il Torino e il Franklin sono già partiti in seguito ad altro ordine avuto dal Sirtori da Messina. Etc…”. In questo passaggio si parla dell’ordine che Garibaldi invia a Depretis e indirettamente a Sirtori ma esso arriva il 15 agosto 1860 a Palermo, dove si trovava il prodittatore della Sicilia Depretis. E’ sulla base di questo ordine che il Sirtori invia a Bertani che si trovava a Cagliari di restituire il piroscafo “Garibaldi” non appena sarebbe arrivato a Palermo. Il Bertani aveva stipulato il patto che egli avrebbe lasciato libero il vapore ed il suo Comandante solo dopo che i volontari fossero stati trasportati in Sicilia, cosa che, peraltro avvenne perché come si è visto Bertani arriverà col vapore “Garibaldi” in Sicilia e a Palermo. Ma, perché accadde l’increscioso malinteso tra il Bertani ed il generale Sirtori ? Agrati, a p. 363 aggiungeva dell’intimazione a Bertani del Sirtori: “Il Sirtori gli aveva già ordinato che gli mandasse la nave, ma il Bertani rifiutava perché il comandante di quella protestava che secondo gli impegni egli doveva tornar a Genova.”. Agrati scriveva pure che: “Come lo seppe giunto a Milazzo, il Sirtori gli rinnovò l’ordine, giungendo sino al punto di minacciare di arresto il Bertani se ancora si rifiutasse d’obbedire. Questo almeno è quel che si deduce dalla seguente lettera, dato che non mi fu possibile rinvenire il testo dell’ordine Sirtori: “Da bordo del Garibaldi, 20 agosto ore 11 pom. Caro Sirtori – Sarà qui domani l”Indépendance’ che fa 11 miglia etc..”. Il Bertani si rifrisce alla fermezza con la quale aveva propugnata la fortunata spedizione dei Mille, alla quale, come vedemmo, il Sirtori ed il Medici erano stati avversi….A. Bertani.”. Dunque, Agrati riportava la lettera o dispaccio che Bertani inviò a Sirtori, rispondendogli, il 20 agosto 1860. Bertani era in viaggio sul “Garibaldi”. Dunque, il 22 agosto 1860, Sirtori scrive a Depretis che se arrivava Bertani a Milazzo egli avrebbe dovuto arrestarlo. Dunque, da questo dispaccio del Sirtori si evince che Bertani, il 22 agosto 1860 ancora era in viaggio sul vapore “Garibaldi” e non era arrivato a Milazzo.
BERTANI ARRIVA A MILAZZO
Nel 19 agosto 1860, a Milazzo, l’arrivo da Palermo di AGOSTINO BERTANI che va in cerca di Garibaldi
Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo disfacendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. In questo passaggio la White-Mario scriveva che Bertani era giunto a Palermo, a differenza di Agrati che scriveva che Bertani non andò a Palermo. Bertani va a Milazzo cercando di raggiungere Garibaldi. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. La White aggiunge che Bertani, dopo aver riunito con Rustow le sue truppe a Milazzo: “….poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arrolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata di Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”. Devo precisare però al riguardo che Bertani era sicuramente diffidente nei confronti di Cavour ma ciò che aveva saputo, ovvero della circolare di Farini e della violenza fatta a Nicotera dal Ricasoli non è fatto che avviene il 20 agosto 1860 ma ciò accade il 31 agosto 1860, dunque non è corretto ciò che scrive la White, la quale, tuttavia voleva dare un senso all’azione di Bertani che cerca di nuovo di raggiungere Garibaldi e sapere cosa doveva fare. Bertani, che era stato a Palermo e che aveva parlato con Depretis aveva certamente saputo della “diversione” che Cavour stava cercando di fare nei confronti delle truppe che, infatti furono dirottate da Golfo Aranci a Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 363, in proposito scriveva che: “A proposito del vapore ‘Garibaldi’ noleggiato dal Bertani per la sua spedizione, nasce tra il Sirtori e il Bertani stesso un increscioso e, credo, ignorato incidente. Il Bertani imbarcato su quel vapore, era giunto da Palermo a Milazzo la sera del 20 agosto.”. Dunque, secondo l’Agrati, Bertani arrivò a Milazzo, proveniente da Palermo, il 20 agosto 1860. A Milazzo, Bertani era andato perchè cercava di incontrare Garibaldi, ma ivi trovò le truppe sue ivi riunite con Rustow. Genova di Revel (….), nel suo “Da Ancona a Napoli”, Milano, Fratelli Dumolard, 1892, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il 20 agosto Garibaldi passò da Taormina a Melito, si fece padrone di Reggio ed unito agli altri suoi corpi sbarcati in vari punti, marciò rapidamente su Napoli.”. Dunque, il 22 agosto 1860, Sirtori scrive a Depretis che se arrivava Bertani a Milazzo egli avrebbe dovuto arrestarlo. Dunque, da questo dispaccio del Sirtori si evince che Bertani, il 22 agosto 1860 ancora era in viaggio sul vapore “Garibaldi” e non era arrivato a Milazzo. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”.”. Dunque, Maraldi scriveva che Bertani raggiunse Milazzo dove arrivò anche il generale Turr che convinse le truppe dei volontari garibaldini, non contenti della “diversione” (questi volontari organizzati da Bertani, in principio dovevano insieme al Pianciani invadere gli Stati Pontifici). Anche Agostino Bertani fu presente alla rivista dei volontari a Milazzo, il 19 agosto 1860. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza, Non trovò più il Generale già partito per Giardini. Voleva raggiungerlo; ma arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo il generale Türr apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15ª Divisione comandata dal Türr stesso. Questi ordinò una rivista, alla quale intervenne anche Bertani. Appena il generale Türr arrivò sulla fronte delle truppe, etc…”. Dunque, Bertani, si recò con altre sue truppe a Milazzo dove trovò le sue truppe ivi portate da Rustow. Sull’increscioso malinteso accaduto tra il Sirtori ed il Bertani, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “I Cavouriani, ritornati a sciami a mettere l’isola sottosopra per l’immediata annessione, avevano sparsa la voce che egli sfidando il Re, Cavour e Garibaldi stesso, voleva condurre in persona la spedizione negli Stati pontifici. Depretis, col quale Bertani stava in continui rapporti, rideva della stupida calunnia; Sirtori però fu indotto a crederla.”. La White, a p. 172, riferendosi al generale Sirtori aggiunge che: “Nel fatto questi, il giorno 20, dando a me, impaziente di raggiungere Alberto passato coi pionieri, la notizia dello sbarco di Garibaldi e il permesso di imbarcarmi con Ripari capo dell’ambulanza, soggiunse: “Ora spero che Bertani smetterà la sua ostinata idea di condurre le sue genti negli Stati pontifici. “Generale, “io risposi all’amico benevolo e venerando, “ho veduto stamani il Bertani a Milazzo, in mezzo ai volontari: egli non pensa che di eseguir gli ordini di Garibaldi e di raggiungerlo; non vuole però lasciarsi ghermire quella bella legione nè da Tizio nè da Caio, senza l’ordine di lui.”. Lo spero, “replicò, “troppo mi sarebbe dispiaciuto doverlo arrestare.”.”. Dunque, la White, che era stata a Milazzo, risponde a Sirtori che: “ho veduto stamani il Bertani a Milazzo, in mezzo ai volontari: egli non pensa che di eseguir gli ordini di Garibaldi e di raggiungerlo; non vuole però lasciarsi ghermire quella bella legione nè da Tizio nè da Caio, senza l’ordine di lui.”.”. La White aveva visto Bertani a Milazzo che partecipava alla rivista del generale Turr che invogliava le sue truppe, che non erano state tanto contente della “diversione” imposta da Cavour e che solo dopo l’intervento, a Milazzo di Bertani, si convinsero di andare con Garibaldi nelle provincie Napoletane e sbarcare in Calabria. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Türr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il Colonnello Rüstow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Türr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: « Andiamo a Roma ! … Vogliamo Roma ! … » Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia << secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro << a fare che abbandonare l’Isola. » E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù. Parlò poi all’ufficialità, invitandola a mettere in opera ogni buon volere per mantenere ferma la disciplina, la quale in tutti i tempi e specialmente in quei momenti dovea essere base fondamentale di ordine e di organizzazione per poter compiere l’opera intrapresa con Garibaldi e conseguire lo scopo di ogni patriotta italiano. Diede quindi ordine a Rüstow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e preparavasi al passaggio in Calabria.”. Dunque, immagino che anche Bertani, su ordine di Turr partì con Rustow e con le sue truppe per Torre di Faro. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, il 20 agosto 1860, la giornalista White, moglie di Alberto Mario, ritornando a Milazzo scriveva che: “Trasognai, ma tornando a Milazzo trovai Bertani presso Cianciolo ferito; ambedue ridevano delle notizie già sparse del suo meditato arresto. Venne Türr, e passò in rivista la legione. < Andiamo a Roma ! Vogliamo andare a Roma ! scoppiò su tutta la fronte . Grido, al quale Bertani rispose : < Viva l’Italia ! Viva Garibaldi ! »; nè la disciplina fu scossa.”. La White, a questo punto aggiunge che: “Acerbi, andato per prendere istruzioni dal generale, ne ebbe per Bertani la seguente lettera, che mandò per telegrafo: Reggio, 22 agosto 1860. Caro Bertani, Ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Addio. – Vostro Garibaldi.”. La White, riferendosi a Milazzo dove ancora si trovava Bertani con le sue truppe, scriveva che, l’Intendente Acerbi era andato incontro a Garibaldi in Calabria. Acerbi, da Reggio Calabria, il 22 agosto 1860 telegrafò a Milazzo inviando una lettera o dispaccio per Agostino Bertani. Garibaldi ordinava a Bertani pregandolo di “Caro Bertani, Ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Addio. – Vostro Garibaldi.”. Fu questo l’ordine che attendeva Bertani. Dunque, Bertani, ricevuto il dispaccio da Garibaldi fece di tutto per sbarcare sul continente, in Calabria. La White, a pp. 173 prosegue scrivendo: “La caccia in quei giorni ai bipedi e quadrupedi e ai mezzi di trasporto per mare e per terra era fin comica si sentiva prima che si sapesse, che Garibaldi aveva abbandonato l’isola: anche invisibile, egli con magnetico fluido tutti attirava. I feriti di cui le case e le chiese di Milazzo erano piene, fuggirono; e il vice- capo dell ‘ ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino, calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi, ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati: (1).”. La White, a p. 173, nella nota (1) postillava che: “(1) Fatto questo da notarsi, dacchè una delle accuse mosse a Bertani fu che egli, quando divenne segretario generale, con arbitrio dittatoriale creò governatori a suo piacere. (2) Questo titolo innocentemente regalatogli da Plutino per telegrafo gli fruttò l’accusa di volere farsi generale ; ma egli si firmò sempre o Bertani o Bertani dott. Agostino.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Maraldi, a p. 102, in proposito aggiungeva che: “Passando in tal modo, secondo l’ordine di Garibaldi, la legione alle dipendenze del Generale Turr, la diversione nel Pontificio, per la quale il Bertani aveva operato con tanta pertinacia, con tanto entusiasmo, era ormai messa definitivamente da parte. Il Governo aveva così raggiunto il suo intento: sconvolta prima, e poi fatta fallire completamente la spedizione Pianciani.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro. Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “…Subito la sera del 17 il Rustow era partito per mare alla volta di Milazzo, con una parte della Divisione e vi era giunto sul mezzodì del 18. Nei due giorni seguenti era arrivato anche il resto, così che il 20 erano riuniti 3700 uomini; la Brigata Genova, dice il Rustow, fu trattenuta in Palermo per una eventuale dimostrazione in Calabria. Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro.”. Dunque, Agrati, riferendosi a Bertani scriveva che: “…la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva al Faro il 28”. La Divisione di Rustow e Bertani, il 26 agosto si allontanava da Milazzo e marciando per via di terra, il 28 agosto 1860 arrivava al Faro (sempre in Sicilia). Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 158-159, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Ma ciò non gli riuscì perchè quella stessa sera del 19 il Dittatore con Bixio, sugli sconquassati vapori il Franklin ed il Torino passava in Calabria. Bertani era perciò costretto a telegrafare a Pianciani tuttora a Palermo, che, stante la partenza del generale Dittatore, non vi era più modo di combinare la diversione. Il concetto della diversione subiva dunque un altro scacco. Non era ancora l’ultimo a precedere la rivincita.”.
A MILAZZO TURR PASSA IN RIVISTA LE TRUPPE
Nel 19 agosto 1860, a MILAZZO, l’arrivo del generale TURR a cui Garibaldi aveva dato il comando della 15° Divisione dell’Esercito Meridionale che includeva le truppe dell’ex Pianciani
I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi aveva già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172 e ssg., riferendosi a Garibaldi, riferendosi a Bertani ed alla sua condotta, rispondendo al generale Sirtori, in proposito scriveva che: “…“ho veduto stamani il Bertani a Milazzo, in mezzo ai volontari: egli non pensa che di eseguir gli ordini di Garibaldi e di raggiungerlo; non vuole però lasciarsi ghermire quella bella legione nè da Tizio nè da Caio, senza l’ordine di lui.”.”. La White aveva visto Bertani a Milazzo che partecipava alla rivista del generale Turr che invogliava le sue truppe, che non erano state tanto contente della “diversione” imposta da Cavour e che solo dopo l’intervento, a Milazzo di Bertani, si convinsero di andare con Garibaldi nelle provincie Napoletane e sbarcare in Calabria. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 172 e ssg., riferendosi a Milazzo, in proposito scriveva che: “Venne Türr, e passò in rivista la legione. < Andiamo a Roma ! Vogliamo andare a Roma ! scoppiò su tutta la fronte. Grido, al quale Bertani rispose: < Viva l’Italia ! Viva Garibaldi ! »; nè la disciplina fu scossa. Acerbi, andato per prendere istruzioni dal generale, ne ebbe per Bertani la seguente lettera, che mandò per telegrafo: Reggio, 22 agosto 1860. Caro Bertani, Ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Addio. – Vostro Garibaldi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani si lamentò con il Pianciani e gli altri comandanti del troppo precipitoso abbandono del comando e dichiarò che contava ancora di persuadere il Dittatore e che lo andava a tal fine a raggiungere subito.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100 riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”.“. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Türr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il Colonnello Rüstow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Türr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare : « Andiamo a Roma ! … Vogliamo Roma ! … » Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia << secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro << a fare che abbandonare l’Isola. » E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù. Parlò poi all’ufficialità, invitandola a mettere in opera ogni buon volere per mantenere ferma la disciplina, la quale in tutti i tempi e specialmente in quei momenti dovea essere base fondamentale di ordine e di organizzazione per poter compiere l’opera intrapresa con Garibaldi e conseguire lo scopo di ogni patriotta italiano. Diede quindi ordine a Rüstow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e preparavasi al passaggio in Calabria.”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “…a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza, Non trovò più il Generale già partito per Giardini. Voleva raggiungerlo; ma arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo il generale Türr apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15ª Divisione comandata dal Türr stesso. Questi ordinò una rivista, alla quale intervenne anche Bertani. Appena il generale Türr arrivò sulla fronte delle truppe, queste si diedero a gridare: « Andiamo a Roma! … Vogliamo Roma … ». Passata la rivista il generale Türr disse: « In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi ; la truppa marcia secondo i suoi ordini ; ed a chi ciò non piacesse, non ha altro a fare che abbandonare l’Isola ». E queste parole bastarono a temperare l’ardore di quella gioventù. Bertani che sperava sempre di ottenere per quelle truppe, che erano il risultato delle sue cure intense, ostinate e prolungate, un impiego speciale, ora che esse avevano calorosamente manifestato il loro desiderio, voleva fare ancora un tentativo presso il generale. Ma ciò non gli riuscì perchè quella stessa sera del 19 il Dittatore con Bixio, sugli sconquassati vapori il Franklin ed il Torino passava in Calabria. Bertani era perciò costretto a telegrafare a Pianciani tuttora a Palermo, che, stante la partenza del generale Dittatore, non vi era più modo di combinare la diversione. Il concetto della diversione subiva dunque un altro scacco. Non era ancora l’ultimo a precedere la rivincita.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow…..Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 61, in proposito scriveva che: ” – Che cos’è Milazzo ? – scriveva Napoleone etc…Accompagnai il generale Turr, il quale si imbarcò a mezzanotte per dare ordini al capo di una brigata che faceva parte della sua divisione. Mi ricordo una grande strada in pendio dove una lanterna oscillava solitaria, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 76, in proposito scriveva che: “Il 20 agosto avemmo una specie di festa in famiglia. In occasione del suo ritorno in Sicilia, il generale Turr aveva riunito a pranzo tutti gli ufficiali presenti a Messina della sua divisione, la più numerosa e la più importante dell’esercito meridionale. Questo pranzo, che coincideva con la festività di Santo Stefano d’Ungheria, si svolse nel palazzo che serviva da quartiere al colonnello di brigata Eber ed al suo stato maggiore. Fummo puntualissimi all’appuntamento, non c’è bisogno che lo dica; i generali Sirtori e Medici si sedettero l’uno alla destra l’altro alla sinistra del generale Turr, e tutt’intorno centocinquanta ufficiali, tutti in camicia rossa, presero posto ad un’enorme tavola a ferro di cavallo. Al levar delle mense, il tenente colonnello Spangaro (1) fece un brindisi al generale Turr; etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 43, in proposito scriveva che: “Cosa strana, Garibaldi nutre per i preti un odio che nemmeno gli enciclopedisti del diciottesimo secolo hanno provato; e dei due uomini che si è scelti per amici intimi, uno è un ex-parroco, l’altro un ex monaco! (1). Nel suo esercito, il generale che gli ispira maggior fiducia è Sirtori, che è stato monaco. C’era lì Basso, segretario devoto, sempre pronto, e che non soccombe sotto lo spaventevole compito di leggere la corrispondenza che ogni giorno arriva al generale dai quattro angoli della terra.”. Maceri, nel testo di Maxime Ducamp, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) * Il “vecchietto, tozzo, barbuto, sempre all’erta” cui si accenna nel testo era l’ex-parroco mantovano Luigi Gusmaroli. Vale la pena confrontare la descrizione che ne fa il Duchamp con il profilo tracciatone all’Abba in ‘Da Quarto al Volturno’: “Curvetto, piccolo, tarchiato, passo da marinaio, capelli bianchi e lunghi, barba fatta, indovinata per parare quella del Generale; Gusmaroli, il vecchio parroco mantovano, può dare un’idea di quello che sarà Garibaldi, fra una ventina d’anni.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava allo arrivo del suo Generale i dintorni di Messina, la Divisione Medici con la Brigata Simonetti ed il reggimento Dunn pure Messina all’estrema destra, mentre la Divisione Cosenz e la Brigata Sacchi tenevano Capo Faro all’estrema sinistra.“.
Nel 19 agosto 1860, a Milazzo, Agostino BERTANI ricevè da Garibaldi un telegramma che lo invitava in Calabria
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 172 e ssg., riferendosi a Milazzo, in proposito scriveva che: “Acerbi, andato per prendere istruzioni dal generale, ne ebbe per Bertani la seguente lettera, che mandò per telegrafo: Reggio, 22 agosto 1860. Caro Bertani, Ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Addio. – Vostro Garibaldi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100 riferendosi al 19 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”.“. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Türr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde’ con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontarî della dimessa spedizione Bertani – Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati.”. Dunque, come si vede, Pecorini, sulla scorta del Rustow non parlò affatto del telegramma di Garibaldi, che consegnato da Acerbi a Bertani lo invitava a venire con le sue truppe bene equipaggiate in Calabria. A Milazzo, Bertani aveva partecipato alla rivista che il generale Turr fece alle truppe ivi riunite. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: “Bertani che sperava sempre di ottenere per quelle truppe, che erano il risultato delle sue cure intense, ostinate e prolungate, un impiego speciale, ora che esse avevano calorosamente manifestato il loro desiderio, voleva fare ancora un tentativo presso il generale. Ma ciò non gli riuscì perchè quella stessa sera del 19 il Dittatore con Bixio, sugli sconquassati vapori il Franklin ed il Torino passava in Calabria. Bertani era perciò costretto a telegrafare a Pianciani tuttora a Palermo, che, stante la partenza del generale Dittatore, non vi era più modo di combinare la diversione. Il concetto della diversione subiva dunque un altro scacco. Non era ancora l’ultimo a precedere la rivincita.”.
Nel 20 agosto 1860, a Palermo partenza di Luigi PIANCIANI per Livorno
Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 158-159, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “….sera del 19 il Dittatore con Bixio, sugli sconquassati vapori il Franklin ed il Torino passava in Calabria. Bertani era perciò costretto a telegrafare a Pianciani tuttora a Palermo, che, stante la partenza del generale Dittatore, non vi era più modo di combinare la diversione. Il concetto della diversione subiva dunque un altro scacco. Non era ancora l’ultimo a precedere la rivincita. XXV. Pianciani partì da Palermo il 20 agosto per Livorno, pieno di pensieri, animato da speranze, mulinando gli incitamenti dell’Eroe, sotto l’impulso dei quali, appena giunto a Livorno il 23, iniziò subito l’attuazione dei suoi progetti , mandando una circolare telegrafica a Mauro Macchi, a tutti i Comitati, a Nicotera ed a Caucci, nella quale diceva: « Torno da Palermo. Garibaldi in Calabria ; forse altrove , domanda concorso ; quanti più volontari potete mandate a Genova; siamo alla fine; energia : avremo un’ Italia con Vittorio Emanuele » . Spedita la circolare partì per Firenze a conferire con Nicotera. In tempi gravi come quelli di cui si tratta, gli avvenimenti incalzano, le situazioni mutano vertiginosamente, gli uomini sono sopraffatti dalle cose, i propositi, i progetti, le opere sono precipitate, sconvolte e sfuggono alla direzione più meditata. Dal 13 al 23 agosto il Pianciani aveva vissuto navigando, e se molti fatti aveva notato, molte contrarietà subite, non conosceva e non poteva conoscere quanto era avvenuto lontano da Lui. Così Egli il 23 in Livorno ignorava che nel giorno 13 agosto, quello stesso giorno della sua partenza da Genova, il ministro dell’interno Farini aveva emanata la famosa circolare proibente qualsiasi arruolamento, il cui rigore era apparso inconsulto anche ai più moderati, perchè scopriva come debole lo stesso Governo, il quale aveva lasciato organizzare e partire una [ ventina di spedizioni con un totale di 21.000 Volontari, e vietava ora quelle spedizioni già pronte mentre erano state allestite con sua piena conoscenza; etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 160-161, in proposito scriveva che: “…togliere la sua brigata. Ma Nicotera che aveva avuto promesse formali, ed incitamenti ed aiuti dallo stesso Ricasoli, risolutamente si rifiutò di obbedire. Lasciò liberi i suoi dipendenti che lo desideravano di ritornare alle loro case, dando loro per decidersi un tempo determinato , dopo il quale si intendevano vincolati. Niuno accettò, tutti protestarono contro lo scioglimento; di tale risolutezza s’impressionò lo stesso Ricasoli, in guisa che << si venne dopo molte discussioni tra Ricasoli e Nicotera ad una Convenzione scritta in data 24 agosto, che stabiliva » una serie di condizioni per le quali la brigata si sarebbe imbarcata a Livorno, vincolandosi a non sbarcare nè in Toscana nè sul territorio pontificio. Così il concetto della diversione ne risentiva una grande restrizione. Ma poichè Garibaldi non era più in Sicilia essendo passato il 20 agosto in Calabria, il Nicotera dichiarò altresì nella stessa convenzione che non intendeva di andare in Sicilia, ma bensì di volere sbarcare, sulle coste del Regno di Napoli. Ben egli, che esule a Genova, tre anni prima, aveva navigato con Pisacane da Genova a Ponza, da Ponza a Sapri, ed aveva onorato il patriottismo ed il valore italiano, avrebbe saputo dove sbarcare.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 159-160-161, in proposito scriveva che: “Dal 13 al 23 agosto il Pianciani aveva vissuto navigando, e se molti fatti aveva notato, molte contrarietà subite , non conosceva e non poteva conoscere quanto era avvenuto lontano da Lui. Così Egli il 23 in Livorno ignorava che nel giorno 13 agosto, quello stesso giorno della sua partenza da Genova, il ministro dell’interno Farini aveva emanata la famosa circolare proibente qualsiasi arruolamento , il cui rigore era apparso inconsulto anche ai più moderati, perchè scopriva come debole lo stesso Governo, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il 1º e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordine superiore sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a ….. Sapri ! il 9 era a Salerno, il 10 entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”.
Nel 26 agosto 1860, a Paola, il Maresciallo VIAL,
Cesare Morisani (….), nel suo, Ricordi storici. I fatti delle Calabrie nel luglio ed agosto 1860, Reggio, Tip. Caruso, 1872, a pp. 152, in proposito scriveva che: “…..in quel giorno stesso 26 Agosto si presentarono a Vial per dichiarargli che i loro corpi non si sarebbero battuti. Vial non seppe cacciar via quegl’inetti per farli sostituire da uffiziali capaci, non seppe superare quelle forti, ma superabili contrarietà, e attraversato in tutt’i modi, disperò di qualunque buon successo, disperò financo d’ assicurarsi la via colle armi, e s’appigliò al più umiliante partito, che gli restava, di domandare al nemico la ritirata. – All’ uompo spedì il capo dello Stato maggiore Colonnello Bertolini, facendolo imbarcare sul Vapore la Stella perchè la truppa si fosse ritirata sopra Salerno senz’ essere molestata. che ore dopo dalla partenza di Bertolini giungeva a Pizzo proveniente da Napoli un vapore francese, portante non già il generale Pianell, che prometteva di voler assumere il comando delle truppe in Calabria, non già altri generali da sostituire quelli, che fino allora aveano fatta cattiva prova, ma il maggiore Ludovigo De Sauget portante l’ordine, di lasciare interamente le Calabrie al nemico, e marciare in ritirata etc….”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 271-272, in proposito scriveva: “…..indubitabile che ai grandi successi di Garibaldi concorreva il contegno ignominioso dei napoletani. Se i generali ed uffiziali napoletani fossero stati brava gente, i rapidi successi di Garibaldi erano assolutamente impossibili. Ma è un grosso errore il credere che Garibaldi abbia operato col danaro per guadagnarsi dei traditori. Garibaldi non aveva danaro, e le perpetue strettezze pecuniarie dell’esercito meridionale non cessarono che dopo la presa di Napoli. È possibile che una volta od un’altra qualche furfante napoletano si risolvesse a prontamente capitolare, calcolando di poter usufruire a proprio vantaggio la cassa del reggimento o della brigata, ma anche questa cosa non può essersi verificata che di rado, poichè neppure le regie casse di guerra non erano troppo provviste. La causa principale dei rapidi successi di Garibaldi era senza questione lo stato di sfacelo in cui si trovava il paese, la mancanza di fede nella durata dello stato attuale, radicata appunto nel ceto colto civile e militare del paese, e la confusione che ne derivava. Erano le precise condizioni della Prussia nel 1806. Quegli stessi giovinastri che poche settimane prima impertinenti maltrattavano i loro soldati col più spaventevole arbitrio e sulla piazza d’armi avrebbero mangiati tutti gli eserciti del mondo , erano là imbambolati, appena la disciplina esterna più non bastasse , e si facesse appello all’uomo ed al merito personale.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz, la divisione Medici e la divisione Bixio….Prima di narrare la marcia di Garibaldi attraverso le Calabrie, la Basilicata ed il Principato, per Napoli, è necessario intrattenerci alquanto dell’ insurrezione in queste provincie, la quale precorse l’esercito meridionale, indi vedere come a fronte degli avvenimenti si contenessero il re Francesco II, la sua corte ed il suo ministero. III. L’insurrezione nel continente napoletano. Contemporaneamente allo sbarco delle prime truppe di Garibaldi sul continente l’insurrezione destossi in tutto il territorio del re Francesco. L’armata di Garibaldi non è anzi tutto che il punto d’appoggio di questa insurrezione, che la precorre. È impossibile tenerle dietro in tutte le sue particolarità; è però necessario informare in qualche modo il lettore del modo in cui si diffuse.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 276, in proposito scriveva: “Dopo il 25 agosto insorsero nel Principato citeriore Eboli, la Sala, il distretto del Cilento. I regii lasciavano tranquillamente che si facesse , ma non vedevano con altrettanta indifferenza che la rivoluzione si agitasse anche nel Principato ulteriore.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 296, in proposito scriveva: “Durante i combattimenti di Villa San Giovanni e Piale, il general Viale, con parte delle sue truppe, erasi da Monteleone avanzato verso Bagnara ed aveva dato ordine allo stesso brigadiere Ruiz di attaccare i garibaldini. Questi erasi rifiutato di intraprendere l’attacco collo scarso numero di truppe che aveva. Viale quindi ritirossi di nuovo a Monteleone, si mise a letto ammalato e chiese la sua dimissione, appena vide in quale stato fuggivano i corpi di Briganti e Melendez, e quando seppe che i rinforzi i quali dovevano congiungersi con lui, allo sbarco presso Paola ne erano stati impediti da quegli abitanti.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 487, in proposito scriveva che: “…XLII. Martedi 4 settembre i volontari levarono il campo dirigendosi verso Rogliano, dove giunsero e bivaccarono la notte seguente. All’alba del 5 si riposero in marcia e pervennero il giorno stesso a Cosenza, bella e pittoresca città, capo luogo della Calabria ulteriore. XLIII. Quivi i volontari pagavano un debito di patria e fraterna affezione e memoria. Il 24 luglio 1844 Cosenza era stata il teatro d’ infausta tragedia: Attilio ed Emilio Bandiera, Domenico Moro ed i loro compagni di gloria e sventura avevano quivi scontato col sangue la temerità giovanile e l’amore all’Italia. Un governo più equo o meno feroce avrebbe rispettato la loro gioventù e le loro illusioni: ma la Corte borbonica, avida mai sempre di sangue, tutti ad un tratto li fece dannare all’ ultima pena . Eglino subirono il loro destino con eroica rassegnazione e costanza : e furono l’un sopra l’altro fucilati etc….”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 138-139, riferendosi al colonnello Ludovico Frapolli, in proposito scriveva che: “Garibaldi non era più a Bagnara, che aveva lasciato alcune ore prima del nostro arrivo; vi trovavamo invece il colonnello Frapolli, lo stesso con cui eravamo partiti da Genova…..Dopo aver parlato quella stessa mattina con Garibaldi, egli si preparava a ritornare in Sicilia per accellerare l’invio di truppe e dirigerle per mare non più a Reggio e su Scilla, ma molto più a nord, in previsione di una resistenza determinata, per lanciarle a Paola, dietro Cosenza, in maniera da tagliare la ritirata ai Napoletani, e su Sapri, per operare un movimento che potesse minacciare Salerno. Era il mezzo, escogitato assai bene dal Frapolli stesso, d’isolare gli uni dagli altri e di ridurre al nulla i diversi corpi regii che ancora occupavano in forze la strada di Napoli, e che potevano condenderci seriamente il passaggio nel caso poco probabile che al nostro avvicinarsi non si fosse sollevato tutto il paese. Frapolli partì solo sulla piccola imbarcazione per raggiungere Milazzo, e noi salimmo in carrozza per andare a raggiungere Garibaldi; etc…”. Dunque, Du Champ ci parla dell’arrivo di Turr a Bagnara calabra dove trovarono il colonnello Ludovico Frapolli (….), il quale aveva conversato con Garibaldi che da poco aveva lasciato Bagnara. Frapolli era in procinto d’imbarcarsi per la Sicilia, per andare a Milazzo e raccontava il piano di Garibaldi di non portare le truppe del Turr a Reggio e a Scilla ma di portarle a Sapri. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Frapolli, fu in Ingegniere, patriota. Partecipò a tutte le imprese garibaldine dal 1860 al 1871, dopo lunghi anni di esilio. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Pecorini, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28 alle 6 ant. la brigata Eber partiva da Mileto per Monteleone, ed arrivava alla tappa alle 9 ant. ove accampava a piè del monte. Alle 6 pom. muoveva per Pizzo, ove giungeva alle 10 pom. ed ivi riceveva ordine di proseguire il cammino e di accamparsi al Piano dei sorrisi (Maida) ove arrivava dopo un’ora di marcia. Etc…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr). La brigata Eber alle ore 8 ant. del 27 era in Rosarno ed accampava al di là del paese. Si rimetteva in marcia alle ore 6 pom. per Mileto dove giungeva alle 11 pom. ed accampava sulla strada di qua del paese; il servizio della guardia del campo, l’avanguardia e la retroguardia veniva prestato durante le marce per turno…..(riferendosi al 28 agosto)…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro. Dal Piano dei sorrisi partiva la colonna Eber il 29 per Maida alle 2 pom. e giungeva la tappa alle 11 di notte, dopo aver fatto una sosta a Fiumara Randaci. Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”.
BERTANI VIAGGIA IN MARE DIRETTO A MESSINA (TORRE DI FARO)
Nel 28 agosto 1860, Agostino BERTANI, viaggia con il vapore UTILE per raggiungere le sue truppe a Messina
Dopo aver ricevuto a Milazzo, il dispaccio di Garibaldi, dove Garibaldi lo invitava a portare le sue truppe in Calabria, Bertani, da Milazzo cerca di portare le sue genti al porto di Messina, a Torre di Faro. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 172-173, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “La caccia in quei giorni ai bipedi e quadrupedi e ai mezzi di trasporto per mare e per terra era fin comica si sentiva prima che si sapesse, che Garibaldi aveva abbandonato l’isola: anche invisibile, egli con magnetico fluido tutti attirava. I feriti di cui le case e le chiese di Milazzo erano piene, fuggirono; e il vice- capo dell ‘ ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente.“. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174, in proposito scriveva che: “Senza la benevolenza del povero Nievo a Palermo, di Acerbi e di Nicola Fabrizi a Messina, Bertani davvero non avrebbe trovato trasporti tra tanti che se li leticavano per pigiarvi le genti loro, magari sloggiandone quelle degli altri. Così il povero Ripari fino dal 22 fu sbalzato col personale e materiale d’ambulanza dall’Aberdeen ove pure era salito per ordine di Sirtori, e noi dovemmo sguizzare in barche pescherecce e sbarcare in mezzo ai regi e correre e correre per raggiungere Garibaldi.“. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Etc…”. Infatti, Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 10 proseguendo il suo racconto scriveva: “Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, e giunsi in quel giorno fino a Gesso; il 27 a Messina; il 28 alla Torre del Faro.”. Dunque, a Torre di Faro, il 28 agosto 1860, Bertani arrivò con alcune truppe imbarcatosi sul vapore Utile, che riuscì a trovare mentre il colonnello Rustow, da Milazzo dovette marciare con il grosso delle truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: “Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, etc…”.
LA MARCIA DI RUSTOW PER MESSINA-TORRE DI FARO
Nel 26 e 27 agosto 1860, Torre di Faro, Messina, RUSTOW e le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani), ivi portate via terra da Milazzo ed ivi tutte riunite. Li raggiunge pure Agostino Bertani che li fa imarcare per la Calabria sul vapore UTILE
I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. Essi parteciparono alle operazioni di Milazzo. A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Le truppe furono spostate a marcie forzate a Torre di Faro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone; 30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Etc…”. Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a pp. 9-10-11, in proposito scriveva che: “In ogni giorno, non una sola volta, ma perfino due, tre volte mi si consigliava la immediata partenza verso il Faro. Resistetti riguardo alla via di mare e momentaneamente anche per quella di terra, poichè mi sembrava inopportuno consumare in marcie forzate truppe del tutto nuove per presentarle al nemico digiune affatto d’istruzione , affrante e disordinate. Etc…”. Rustow si lamentava del disordine che regnava a Milazzo. Poi, a p. 10 proseguendo il suo racconto scriveva: “Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, e giunsi in quel giorno fino a Gesso; il 27 a Messina; il 28 alla Torre del Faro. Quanto riuscissero utili le marcie per l’ordinamento delle truppe, lo mostrò l’esperienza. La colonna che dapprincipio si stendeva all’infinito potè a poco a poco essere raccolta, i militi abituarsi ad un rancio regolare e ad una certa celerità nel soddisfare ad ogni ramo del servizio militare. Che sarebbe avvenuto se ad ognuno avessi permesso di agire a proprio talento, poichè è a rimarcarsi che molti immaginavano che la colonna, a guisa di un viaggiatore pedestre dilettante, potesse d’un sol colpo fare una corsa da Milazzo a Torre del Faro ? Le colonne condotte da Garibaldi, giunte a Reggio avevano piegato verso il nord, diffondendo il terrore fra le demoralizzate truppe di Francesco II ed il giubilo nella gran maggioranza delle popolazioni. Per raggiungere queste colonne e procedere con esse di conserva malgrado la perdita di tempo incontrata, doveva imbarcarmi alla Torre del Faro ed approdare a Pizzo per formare l’estremità del sinistro fianco dell’esercito. Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, cosicchè la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: “In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi, indi la divisione Cosenz, la divisione Medici e la divisione Bixio….”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina, il 28 agosto a Torre di Faro, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Diede quindi ordine a Rüstow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e preparavasi al passaggio in Calabria.”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro. Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola.”. Dunque, Agrati racconta che, il colonnello Rustow arrivò la sera del 18 a Milazzo, al comando di una parte della sua Divisione (Divisione Turr) ed il 20 settembre 1860 era arrivata a Milazzo il resto della Divisione. Dopo alcuni giorni di sosta a Milazzo, la Divisione, il 28 riparte ed arriva al Faro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28…..Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr).”.
Nel 28 agosto 1860, da Reggio, Agostino PLUTINO invia un messaggio di Garibaldi a BERTANI con un messaggio telegrafico
Agostino Bertani che si trovava a Torre di Faro con le sue truppe e con Rustow telegrafò a Reggio Calabria per sapere dove si trovava Garibaldi e così poterlo raggiungere con le truppe che Garibaldi attendeva. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173 e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Bertani….e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino, calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi, ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati (1): etc…”. Dunque, la White scriveva che Agostino Bertani, il 27 agosto 1860 telegrafò a Reggio Calabria a Garibaldi che gli risponde da Reggio Calabria, il 28 agosto 1860 col tramite di Agostino Plutino, prodittatore della Calabria che gli risponde con il seguente messaggio telegrafico: «Reggio, 28 agosto 1860. Signore, In punto mi viene comunicato il seguente dispaccio elettrico per Lei: Fate sapere a Bertani a Torre di Faro che sbarchi la sua colonna a Santa Eufemia e che marci da costà a Nicastro. Per facilitare lo sbarco, Bertani deve portar seco barche. Mi avvisi se sbarcherà a Pizzo o a Santa Eufemia ( Pizzo , 28 , ore 5 ‘ /, pom. ). » La prego col ritorno del latore farmi tenere analoga risposta.- Il governatore generale Agostino Plutino. A. Bertani, generale di divisione, Torre di Faro.”. La White, a p. 173, nella nota (1) postillava che: “(1) Fatto questo da notarsi, dacchè una delle accuse mosse a Bertani fu che egli, quando divenne segretario generale, con arbitrio dittatoriale creò governatori a suo piacere. (2) Questo titolo innocentemente regalatogli da Plutino per telegrafo gli fruttò l’accusa di volere farsi generale ; ma egli si firmò sempre o Bertani o Bertani dott. Agostino.”. La White, a p. 174 proseguendo il suo racconto scriveva: “Bertani risponde a Plutino: “Vi prego partecipare al generale Garibaldi il seguente dispaccio: Scenderò a Santa Eufemia, condurrò barche meco, marcerò per Nicastro. Vi avvertirò appena sbarcato. Piola condusse vuoti a Palermo vapori destinati imbarco, perciò deve condurre uomini in due riprese. Vi prego altresì, signor governatore, di fare avvertire a Pizzo il tenente Francavilla condurre cavalli a Santa Eufemia subito.”. Dunque, la White scriveva che Bertani, dopo aver ricevuto a Torre di Faro l’ordine di Garibaldi inviatogli da Plutino, rispose al Governatore della Calabria con un dispaccio telegrafico dove gli annunciava che si sarebbe partito da Torre di Faro e si sarebbe diretto in Calabria, a Sant’Eufemia. Bertani, da Torre di Faro, prima di imbarcarsi sullo Stretto per andare in Calabria, diretto a Sant’Eufemia, telegrafa e risponde a Plutino, Governatore della Calabria per dirgli che vuole sbarcare con le sue truppe in Calabria. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro. Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 388-389, in proposito scriveva che: “Mentre così crolla tutta l’organizzazione borbonica, civile e militare, Garibaldi avanza rapidamente, trascinandosi dietro i suoi e spingendosi innanzi le torme dei vinti, tra i quali il panico, l’indisciplina, la dissoluzione non conoscon più limiti. Il 26 agosto il Dittatore è a Nicotera e di là scrive al Sirtori, senza sapere neppure con precisione dove si trovi: “Nicotera, 26 agosto 1860. Al Generale Sirtori a Mileto o sada da Rosarno a Mileto – Ebbi conferenza col Capo dello Stato Maggiore del maresciallo Vial e abbiam disposto il seguente: – Noi occuperemo Mileto domani etc…”. Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretti al Pizzo. Il generale Milbitz, con la sua 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….”.
LA BRIGATA BOLOGNA (PUPPI) RESTO’ AL FARO E NON POTE’ PARTIRE PER LA CALABRIA
Eliseo Porro (…..), nel 1860 pubblicò il testo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che era la sua traduzione dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….), a p. 10 proseguendo il suo racconto scriveva: “Per raggiungere queste colonne e procedere con esse di conserva malgrado la perdita di tempo incontrata, doveva imbarcarmi alla Torre del Faro ed approdare a Pizzo per formare l’estremità del sinistro fianco dell’esercito. Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, cosicchè la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “….si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: “Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s ‘ indirizzò per Santa Eufemia.“. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr). La brigata Eber alle ore 8 ant. del 27 era in Rosarno ed accampava al di là del paese. Si rimetteva in marcia alle ore 6 pom. per Mileto dove giungeva alle 11 pom. ed accampava sulla strada di qua del paese; il servizio della guardia del campo, l’avanguardia e la retroguardia veniva prestato durante le marce per turno…..(riferendosi al 28 agosto)…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro. Dal Piano dei sorrisi partiva la colonna Eber il 29 per Maida alle 2 pom. e giungeva la tappa alle 11 di notte, dopo aver fatto una sosta a Fiumara Randaci. Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguir per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”.
BERTANI E RUSTOW CON LE BRIGATE MILANO E SPINAZZI SI IMBARCANO PER LA CALABRIA
Nel 29 agosto 1860, a Messina, Torre di Faro, l’imbarco per lo sbarco in Calabria (a Tropea) di Bertani e di RUSTOW con le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani): le due Brigate Milano e Spinazzi si imbarcano e viaggiano per sbarcare in Calabria sui vapori WEISEL, DANTE, CALABRIA e PILO
I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” furono portate da Milazzo a Torre del Faro e da Torre del Faro si imbarcarono per sbarcare in Calabria. Queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani, per via mare raggiunsero le coste della Calabria ma dovettero sbarcare a Tropea e non poterono arrivare via mare a Pizzo Calabro che fu raggiunta solo marciando da Tropea. I vapori che li avevano trasportati da Torre di Faro, via mare, li lasciarono e li fecero sbarcare a Tropea. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e le sue Brigate, prima di arrivare a Paola, dovettero sbarcare in Calabria, dopo aver attraversato lo Stretto di Messina. Si partirono il 28 agosto 1860 dal porto di Messina, Torre di Faro e da lì, via mare attraversarono lo Stretto ma dovettero barcare a Tropea. I comandanti dei piroscafi noleggiati dal Bertani non vollero proseguire fino a Pizzo e dopo che essi avevano completato lo sbarco a Tropea immediatamente lasciarono lo Stretto per paura di incontrare Navi borboniche nemiche. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 389, in proposito scriveva che: “Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove si imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo.”. Dunque, Agrati (….), a pp. 389, riferendosi al 27 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto al Pizzo.”. Dunque, Bertani lasciò Torre di Faro, con le sue truppe dell’ex spedizione Pianciani, il 27 agosto 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone; 30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173 e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino, calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi, ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati: “……”(1).”. La White, a p. 174 proseguendo il suo racconto scriveva: “Bertani risponde a Plutino: Vi prego partecipare al generale Garibaldi il seguente dispaccio: Scenderò a Santa Eufemia, condurrò barche meco, marcerò per Nicastro. Vi avvertirò appena sbarcato. Piola condusse vuoti a Palermo vapori destinati imbarco, perciò deve condurre uomini in due riprese. Vi prego altresì, signor governatore, di fare avvertire a Pizzo il tenente Francavilla condurre cavalli a Santa Eufemia subito.”. Dunque, la White scriveva che Bertani, dopo aver ricevuto a Torre di Faro l’ordine di Garibaldi inviatogli da Plutino, rispose al Governatore della Calabria con un dispaccio telegrafico dove gli annunciava che si sarebbe partito da Torre di Faro e si sarebbe diretto in Calabria, a Sant’Eufemia. Ma, come vedremo non poté sbarcare a Sant’Eufemia ma arrivò a Tropea. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: “Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s ‘ indirizzò per Santa Eufemia. Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi, fecero impazzire i capi dei corpi, ‘pretendendo di caricare poca gente, guastando o fingendo guaste le macchine per retrocedere alle spiaggie sicule o sbarcare su quel punto dell’opposta sponda che a loro paresse meno pericoloso.”. Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato. Sulla partenza di Bertani e delle truppe dal Faro per andare in Calabria. Poi continuando il racconto scriveva: “Nel bel mezzo dello stretto scende agitato il capitano del Pilo, avvertendo che quello del ‘Calabria’ aveva dato indietro per minaccia di un legno napoletano e ora voleva sbarcare la gente a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 11-12, scriveva pure: “Finalmente la sera del 26 agosto intrapresi la marcia verso il Faro, e giunsi in quel giorno fino a Gesso; il 27 a Messina; il 28 alla Torre del Faro. Quanto riuscissero utili le marcie per l’ordinamento delle truppe, lo mostrò l’esperienza. La colonna che dapprincipio si stendeva all’infinito potè a poco a poco essere raccolta, i militi abituarsi ad un rancio regolare e ad una certa celerità nel soddisfare ad ogni ramo del servizio militare. Che sarebbe avvenuto se ad ognuno avessi permesso di agire a proprio talento, poichè è a rimarcarsi che molti immaginavano che la colonna, a guisa di un viaggiatore pedestre dilettante, potesse d’un sol colpo fare una corsa da Milazzo a Torre del Faro ? Le colonne condotte da Garibaldi, giunte a Reggio avevano piegato verso il nord, diffondendo il terrore fra le demoralizzate truppe di Francesco II ed il giubilo nella gran maggioranza delle popolazioni. Etc…“. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina, il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia. Etc….”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “Nello stesso tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Ai 26 aprile essa ebbe l’ordine di marciare da Milazzo e Torre di Faro per essere imbarcata. Essendo compiuta la sua organizzazione, si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia. Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, etc…”. Dunque, Rustow raccontava che il 29 agosto 1860, le sue truppe dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia, in quanto: “….per la paura dei capitani di navigli d’un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropaea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando……”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 154, in proposito scriveva che: “…………..“. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (2) postillava: “(2) Pianciani, 212-213; Mem. Stor. Mil., II, 182; Turr, Risposta, 15-16.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal “Gandini”, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333 scriveva che: “Dopo alcuni giorni di sosta per manovre e per organizzare, la Divisione lasciava Milazzo il 26 e per via di terra giungeva il 28 al Faro.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 388-389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretti al Pizzo. Il generale Milbitz, con la sua 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto…..Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino al Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto.”. Dunque, secondo Agrati, Agostino Bertani condusse questa Divisione, insieme a Rustow dal Faro a Tropea. Da Tropea, Bertani e Rustow, marceranno fino ad arrivare a Pizzo Calabro, dove si imbarcheranno, e via mare arriveranno a Paola. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone; 30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28…..Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguir per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, etc…”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere da Bagnara verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere il Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartier generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica del Ghio.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”.
BERTANI E RUSTOW IN VIAGGIO PER LA CALABRIA
Nel 29 agosto 1860, da Messina Torre di Faro, il viaggio per lo sbarco in Calabria (a Tropea) di Bertani e di RUSTOW con le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani): le due Brigate Milano e Spinazzi sui vapori WEISEL, DANTE, CALABRIA e PILO
Da Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e, le due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola, si trovavano a Milazzo in Sicilia, e da lì furono portate marciando fino al porto di Messina, a Torre di Faro, per passare lo Stretto. Le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e le sue Brigate, prima di arrivare a Paola, dovettero sbarcare in Calabria, dopo aver attraversato lo Stretto di Messina. Si partirono il 28 agosto 1860 dal porto di Messina, Torre di Faro e da lì, via mare attraversarono lo Stretto ma dovettero barcare a Tropea. I comandanti dei piroscafi noleggiati dal Bertani non vollero proseguire fino a Pizzo e dopo che essi avevano completato lo sbarco a Tropea immediatamente lasciarono lo Stretto per paura di incontrare Navi borboniche nemiche. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 173 e ssg., riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti etc…”. La White, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: “Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul Weasel, Dante, Calabria e il Pilo, sali su questo e s’indirizzò per Santa Eufemia. Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi, fecero impazzire i capi dei corpi, ‘ pretendendo di caricare poca gente, guastando o fingendo guaste le macchine per retrocedere alle spiaggie sicule o sbarcare su quel punto dell’opposta sponda che a loro paresse meno pericoloso. Etc…”. Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato. Sulla partenza di Bertani e delle truppe dal Faro per andare in Calabria, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul ‘Weisel, Dante, Calabria’ e il Pilo, salì su questo e s’indirizzò per Sant’Eufemia. Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, etc…”. Poi continuando il racconto scriveva: “Nel bel mezzo dello stretto scende agitato il capitano del Pilo, avvertendo che quello del ‘Calabria’ aveva dato indietro per minaccia di un legno napoletano e ora voleva sbarcare la gente a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia.”. Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato. La White, a pp. 174-175 proseguendo ancora scriveva: “Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, interessati o pusillanimi, fecero impazzire i capi dei corpi, ‘ pretendendo di caricare poca gente, guastando o fingendo guaste le macchine per retrocedere alle spiaggie sicule o sbarcare su quel punto dell ‘ opposta sponda che a loro paresse meno pericoloso. Nel bel mezzo dello stretto scende agitato il capitano del Pilo, avvertendo che quello del Calabria aveva dato indietro per minaccia di un legno napoletano e ora voleva sbarcare la gente a Tropea. Quì di fatti la sbarcò etc….”. La White, a p. 175 scriveva: “Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille e mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? Questo sapevano soltanto i nemici e i pochi fortunati che trovarono quadrupedi per seguirlo. Di Melendes e Briganti che si erano arresi a San Giovanni, Garibaldi manda liberi i soldati contando sullo sfacelo delle altre legioni, accavallandosi l’ uno sull’ altro. I forti dello stretto spalancano le porte al passaggio del vincitori. Vuotati così Torre Cavallo, Altafiumara, Scilla, Bagnara, vietato l’ulteriore transito delle navi nemiche, protetto lo sbarco dei Garibaldini, egli manda Mario a Milbitz (Sirtori, Cosenz, Medici c’erano già) con l’ordine di raggiungerlo con tutta la gente. Medici lo lascia per condurre il suo corpo, Bixio per condurvi i vincitori di Reggio e San Giovanni: Ripari ritorna per prendere il resto dell’ ambulanza e mi manda dal generale per prendere gli ordini e possibilmente trovare i mezzi di trasporto per i materiali d’ambulanza.”. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 11-12, scriveva pure: “Le colonne condotte da Garibaldi, giunte a Reggio avevano piegato verso il nord, diffondendo il terrore fra le demoralizzate truppe di Francesco II ed il giubilo nella gran maggioranza delle popolazioni. Per raggiungere queste colonne e procedere con esse di conserva malgrado la perdita di tempo incontrata, doveva imbarcarmi alla Torre del Faro ed approdare a Pizzo per formare l’estremità del sinistro fianco dell’esercito. Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, cosicchè la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno, lasciammo dietro di noi la città di Tropea, la quale trovasi fondata su una immensa roccia che domina il mare, ed accostavamo il capo di Zambrone, quando il piccolo vapore inglese Weasel che trasportava i carabinieri genovesi ed i soldati del Genio e si trovava più avanzato di noi, improvvisamente virò di bordo dirigendosi a tutta forza verso il sud. Si disse che un vapore da guerra napoletano era stato veduto al di là del capo Zambrone. In quell’istante io mi trovava in cabina dettando ordini di servizio, ed essendomi penetrato il rumore d’allarme, accorsi tosto sul ponte, ordinai di caricar le armi e di mettere in ordine le truppe. Il mio intendimento non era che quello di avvicinarmi al vapore napoletano, e conscio delle vacillanti disposizioni della marina napoletana, incominciare le ostilità e dopo qualche esitanza che era certo d’incontrare, procedere all’arrembaggio. Osservando le faccie dei bravi Milanesi, m’avvidi che le mie intenzioni erano state indovinate. I miei ordini furono accolti con giubilo ed eseguiti con ammirabile puntualità. Di fronte al pericolo, il soldato incominciava a formarsi; vi furono peraltro sapienti ufficiali, che certo ebbero la stramba idea che io volessi soltanto da lontano intraprendere un combattimento a fuoco coi Napoletani !! Intanto che mi trovava così occupato nelle disposizioni pel combattimento, m’accorsi che il capitano del Rosolino Pilo aveva virato di bordo e rivolta la prua al seguito del Weasel. Mi recai tosto da lui per indurlo a rimanere, rappresentandogli che il nemico infine non era stato ancora veduto, che era quindi incerto se realmente esistesse e che non era pur impossibile che il Weasel avesse veduto delle ombre. Tutto inutile. Il capitano si ricusò, allegando il pessimo stato della sua macchina, la mancanza di provvigioni e che non poteva correre quel rischio trovando di suo dovere salvare il legno. Tali adunque erano le predisposizioni date per il trasporto delle mie truppe, ed in contingenze tali si osava farmi rimprovero perchè non le avessi fatte correre a rompicollo da Milazzo al Faro. Non mi rimase pertanto altro partito che di sbarcarle presso Tropea.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 12-13-14, scriveva pure: “Non mi rimase pertanto altro partito che di sbarcarle presso Tropea. Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, e di collocare l’infanteria più verso l’interno del continente. Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco e dare le opportune disposizioni pel caso del reale avvicinamento del vapore napoletano. Tutto ciò si eseguiva; ma lo sbarco si effettuava con lentezza, poichè il Rosolino Pilo si trovava assai distante da terra e le poche nostre lancie non potevano se non a lunghi intervalli ritornare da terra a bordo. Per ottenere una maggior celerità, voleva richiedere il concorso del Weasel; ma allorchè il Pilo un poco alleggerito potè d’alquanto avvicinarsi a terra e d’altronde fummo assicurati che il bastimento napoletano non si vedeva e che anzi la sua comparsa in queste acque era assai improbabile e che nel giorno antecedente erano stati veduti scorrere lungo le coste un legno da guerra francese ed uno inglese, lo sbarco si continuò con tutta calma e pace, ed i soldati furono accampati sulla spiaggia del mare. Tosto compiuto lo scarico, il Pilo se ne parti per Palermo onde rassettare la sua macchina e far provvista di vettovaglie. Il suo esempio fu imitato dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “Nello stesso tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Ai 26 aprile essa ebbe l’ordine di marciare da Milazzo e Torre di Faro per essere imbarcata. Essendo compiuta la sua organizzazione, si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia. Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, etc…”. Dunque, Rustow raccontava che il 29 agosto 1860, le sue truppe dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia, in quanto: “….per la paura dei capitani di navigli d’un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando……”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia. Verso mezzodì dello stesso giorno, costrette a sbarcare presso Tropea, distante circa tre tappe da Soveria-Manelli, per la paura che il capitano della nave aveva di un vapore da guerra napoletano che riputavasi incrociare in quelle acque e pretendevasi anzi d’aver veduto, le due brigate si misero la stessa notte in marcia da Tropea, erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono…Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, etc…”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101.
BERTANI E RUSTOW A TROPEA CON LA MILANO E LA SPINAZZI
Nel 29 agosto 1860, a Tropea, l’arrivo AGOSTINO BERTANI, RUSTOW, SPINAZZI e le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani, e ora 15° Divisione Turr), le Brigate: Milano, Parma e Bologna, al comando di Rustow
Le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow e le sue Brigate, prima di arrivare a Paola, dovettero sbarcare in Calabria, dopo aver attraversato lo Stretto di Messina. Si partirono il 28 agosto 1860 dal porto di Messina, Torre di Faro e da lì, via mare attraversarono lo Stretto ma dovettero barcare a Tropea. I comandanti dei piroscafi noleggiati dal Bertani non vollero proseguire fino a Pizzo e dopo che essi avevano completato lo sbarco a Tropea immediatamente lasciarono lo Stretto per paura di incontrare Navi borboniche nemiche. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini. E all’intendente generale Acerbi: Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale. Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Dunque, i volontari garibaldini, Rustow e Bertani, dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia perché il capitano del vapore “Pilo” li aveva sbarcati lì e se n’era andato. La White, a p. 175 scriveva: “Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille e mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? Questo sapevano soltanto i nemici e i pochi fortunati che trovarono quadrupedi per seguirlo. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone; 30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “….a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 12-13-14, scriveva pure: “Non mi rimase pertanto altro partito che di sbarcarle presso Tropea. Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, e di collocare l’infanteria più verso l’interno del continente. Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco e dare le opportune disposizioni pel caso del reale avvicinamento del vapore napoletano. Tutto ciò si eseguiva; ma lo sbarco si effettuava con lentezza, poichè il Rosolino Pilo si trovava assai distante da terra e le poche nostre lancie non potevano se non a lunghi intervalli ritornare da terra a bordo. Per ottenere una maggior celerità, voleva richiedere il concorso del Weasel; ma allorchè il Pilo un poco alleggerito potè d’alquanto avvicinarsi a terra e d’altronde fummo assicurati che il bastimento napoletano non si vedeva e che anzi la sua comparsa in queste acque era assai improbabile e che nel giorno antecedente erano stati veduti scorrere lungo le coste un legno da guerra francese ed uno inglese, lo sbarco si continuò con tutta calma e pace, ed i soldati furono accampati sulla spiaggia del mare. Tosto compiuto lo scarico, il Pilo se ne parti per Palermo onde rassettare la sua macchina e far provvista di vettovaglie. Il suo esempio fu imitato dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, le truppe con Bertani e Rustow dovettero mettersi in marcia diretti a Pizzo come comandava il Sirtori ma non potettero andare per mare. Da Tropea dovettero subito mettersi in marcia. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia . Verso mezzodi dello stesso giorno, costrette a sbarcare presso Tropea, distante circa tre tappe da Soveria-Manelli, per la paura che il capitano della nave aveva di un vapore da guerra napoletano che riputavasi incrociare in quelle acque e pretendevasi anzi d’aver veduto, le due brigate si misero la stessa notte in marcia da Tropea, erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “Nello stesso tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Ai 26 aprile essa ebbe l’ordine di marciare da Milazzo e Torre di Faro per essere imbarcata. Essendo compiuta la sua organizzazione, si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia. Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, etc…”. Dunque, Rustow raccontava che il 29 agosto 1860, le sue truppe dovettero sbarcare a Tropea e non a Sant’Eufemia, in quanto: “….per la paura dei capitani di navigli d’un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropaea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando……”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino al Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Inoltre, l’Agrati scriveva che Agostino Bertani, insieme al colonnello Rustow condussero queste truppe dal Faro a Tropea, via mare e, marciando via terra, da Tropea fino a Pizzo Calabro, e poi ancora viaggiando via mare da Pizzo a Paola. Arrivati a Paola, Agostino Bertani lasciò il comando al Rustow e partì per Cosenza dove andò ad incontrare Garibaldi. Rustow aspettò con le truppe sbarcate nel porto di Paola. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere da Bagnara verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere il Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartier generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica del Ghio.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 173 pubblicò la cartina con gli itinerari seguiti dalle truppe garibaldine dove indica per la “Brig. Spinazzi e Milano” l’itinerario da Scilla a Nicotera via mare e per la “brigata Milano” l’itinerario via terra da Nicotera o Monteleone fino a Pizzo la marcia via terra per riprendere il mare fino a Paola. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata Milano, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal “Gandini”, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: “LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. L’itinerario come vedremo non è proprio questo. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 117, in proposito scriveva che: “La divisione del generale Turr aveva già oltrepassato lo stretto, escluso la brigata Eber, che, insieme con lo stato maggiore, era in attesa al Faro dei piroscafi che dovevano trasportarla in terraferma.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “….e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città, le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr) . La brigata Eber alle ore 8 ant. del 27 era in Rosarno ed accampava al di là del paese. Si rimetteva in marcia alle ore 6 pom. per Mileto dove giungeva alle 11 pom. ed accampava sulla strada di qua del paese; il servizio della guardia del campo, l’avanguardia e la retroguardia veniva prestato durante le marce per turno…..(riferendosi al 28 agosto)…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro. Dal Piano dei sorrisi partiva la colonna Eber il 29 per Maida alle 2 pom. e giungeva la tappa alle 11 di notte, dopo aver fatto una sosta a Fiumara Randaci. Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; Etc…”.
A TROPEA, BERTANI ED I TELEGRAMMI AD ACERBI
Nel 29 agosto 1860, a Tropea, BERTANI riceve il telegramma dell’Intendente ACERBI e si avvia a Pizzo
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “…a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini.”. E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.” Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea…. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini. E all’intendente generale Acerbi: Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale. Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”. Secondo la White-Mario (….), Bertani, a Tropea scrive ad Acerbi, Intendente generale Acerbi, il seguente dispaccio o telegramma: “E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. Acerbi gli risponde da Pizzo, in data 29 agosto 1860. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”. Dunque, Acerbi era a Pizzo Calabro e comunica a Bertani (ed indirettamente a Rustow), pregandolo di proseguire la marcia fino a Pizzo Calabro dove lo troverà. Infatti, l’Intendente Generale ACERBI si riunirà con Bertani, con Rustow e con le truppe a Pizzo Calabro.
GARIBALDI E BIXIO IN CALABRIA
La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 171-172, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Raggiunge Bixio a Giardino, dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est . E finalmente afferra il suo capo saldo e sbarca uomini, armi , munizioni, fin le carrette, tra Capo dell ‘ Armi e Capo Spartivento sull ‘ estrema spiaggia calabrese. Qui ordina a Dezza di impadronirsi del telegrafo; il che questi fa dopo aver risposto nulla di nuovo all’ ufficiale di Capo dell’Armi che aveva domandato che cosa fossero quei vapori. Ma l’Aquila e il Fulminante cannoneggiano e il Torino arenato e gli sbarcati. I colpi rallegran la banda pioniera vissuta per dodici giorni in mezzo a quindicimila nemici, ora irrompendo su Bagnara, ora marciando a Pedovoli, poi ritornando ai Forestali , allettando sulla sua traccia le masse nemiche che così si assottigliavano alla marina. Infine, incalzata per ogni verso, volta oltre Appennino e giunge il 18 a San Lorenzo. Qui indusse il sindaco Rossi a proclamare la decadenza della dinastia borbonica, l’Italia Una con Vittorio Emanuele, la dittatura di Garibaldi. Sentito il cannone, Missori e i suoi precipitano giù a Mileto, salutati dalle bombe del nemico, accolti a braccia aperte da Garibaldi , e con esso marciano verso Reggio.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174, in proposito scriveva che: “….Garibaldi. Il quale , costretto il nemico a sgombrare Reggio città, Cittadella e Forte al Mare, e fugato Briganti e accerchiato Melendes, gli intimò la resa a San Giovanni.“. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 175-176-177-178, in proposito scriveva che: “Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille e mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? Questo sapevano soltanto i nemici e i pochi fortunati che trovarono quadrupedi per seguirlo. Di Melendes e Briganti che si erano arresi a San Giovanni, Garibaldi manda liberi i soldati contando sullo sfacelo delle altre legioni, accavallandosi l’ uno sull’ altro. I forti dello stretto spalancano le porte al passaggio del vincitori. Vuotati così Torre Cavallo, Altafiumara, Scilla, Bagnara, vietato l’ulteriore transito delle navi nemiche, protetto lo sbarco dei Garibaldini, egli manda Mario a Milbitz (Sirtori, Cosenz, Medici c’erano già) con l’ordine di raggiungerlo con tutta la gente. Medici lo lascia per condurre il suo corpo, Bixio per condurvi i vincitori di Reggio e San Giovanni: Ripari ritorna per prendere il resto dell’ ambulanza e mi manda dal generale per prendere gli ordini e possibilmente trovare i mezzi di trasporto per i materiali d’ambulanza. Garibaldi raggiante per il sangue risparmiato, per lo sfacelo dell’esercito borbonico al grido di Viva l’Italia, viva Galibardi !, dissemi non aver bisogno di coppette o di cataplasmi, ma mi assegnò un bell’omnibus a due cavalli , il quale serviva mirabilmente a vari pionieri che seguivano Garibaldi sul cavallo di san Francesco e a vettovagliare il quartier generale sempre affamato. Nè il duce disprezzava le frittate , i capretti arrostiti, le ceste d’uva , di pèsche e soprattutto di fichi, che Paolo Papa, capo farmacista, ed io, infermiera, preparavamo lungo la via. Che incantevole viaggio tra quella lussureggiante verdura, sotto quel cielo azzurro , costeggiando il mare ceruleo, o internandosi tra i villaggi ove le popolazioni deliranti versavano lagrime, fiori, frutta, benedizioni su quel capo veramente benedetto ! Trent’anni di dolore svaniscono rievocando quei dì ! Garibaldi spesseggiava senza sosta, sapendo che ventimila nemici tra le Termopile di Monte Leone e Cosenza gli volevano contrastare il passo . Egli calcolava che i calabresi sotto Vincenzo Stocco avrebbero a questi precluso il passo. Sapeva che l’insurrezione trionfava nel Cosentino, in Basilicata , in Capitanata, nelle Puglie, che al sud di Tiriolo, nelle montagne a picco formanti un bastione insuperabile gli alpestri cacciatoricon infallibili moschetti tenevano le porte chiuse in faccia al generale Viale. Ma presso a Monte Leone si seppe che per un ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prime Calabrie e ingrossarsi d’ottomila in Basilicata , molto sangue poteva ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario ( Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati) , ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni per i nemici, potemmo imbandire una gigantesca frittata condita di pomodori freschi, ghiottornia che Garibaldi giungendo con Stocco e le sempre affamate guide intendevano a divorare. Ma che ! Sirtori impensierito per il lato militare, trovando Garibaldi un po’ troppo fidente dal lato morale, non si fermò per assaggiarla, e invece via di corsa a San Pietro di Tiriol . Coll’esercito garibaldino indietro di parecchie tappe , volle accertarsi in persona quanto distasse da esso il nemico, sì che a San Pietro di Tiriolo tutti ci trovammo la sera. Garibaldi si coricò subito; Canzio e Mario trovarono alloggio vicino al quartier generale. Per Sirtori e altri affamati, tra i quali ricordo La Masa, Clemente Corte e la sua moglie inglese, s’imbandi una cena; e fin Sirtori sorrise alle pazze scommesse e ad un sonetto improvvisato da La Masa. Tutto ad un tratto un tuono fragoroso sembra infrangere l’aria. Sirtori e Corte tornano a cingersi le spade; ma siamo tutti abburattati come un bastimento investito da altra nave. Frittata, prosciutto, frutta , bicchieri, lumi , noi stessi si rotola tutti in terra. Il terremoto ! fuggiamo ! grida la padrona di casa entrando esterrefatta. Un solo, benchè fosse terribilmente scosso, Garibaldi, come ci disse Basso, non s’era neanche alzato. Così si finisce di cenare.“.
I TELEGRAMMI DI SIRTORI
Nel 30 agosto 1860, a San Pietro al Tiriolo, il generale SIRTORI invia un messaggio al generale TURR
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 178 riferendosi al generale Sirtori che da Tiriolo scrive il seguente telegramma a Turr: “Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’ egli a Türr replica l’ordine, già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che ventimila razioni per oggi e trentamila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti, continua: “per ciò che riguarda la marcia delle truppe, l’ufficiale mandato per proseguire fin che trovasse Medici e Bixio fu nell’impossibilità di proseguire per mancanza di mezzi di trasporto. Io la prego, signor generale, di usar di tutt’i mezzi che può trovare il di lei zelo, ed a valersi dell’autorità e del potere che le danno l’alto suó grado, perchè siano trovati mezzi di trasporto e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz gli ordini del dittatore, che impongono di arrivare a marcie forzate fino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo oggi alle 4 ant. si avanzerà verso Cosenza. Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartier generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza , pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso . » 30 agosto , ore 2 del mattino , San Pietro di Tiriolo. – Il capo dello stato maggiore G. SIRTORI….PS. Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Türr, dovunque trovisi.”. Dunque, il Sirtori telegrafa perchè cerca sia Acerbi che il generale Turr. Poi, a p. 179, la White scrive: “Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del celere ubbidire di Bertani, gentilmente me li mostra . ” Tropea è sul litorale romano ? ” domando. ” No davvero , ” risponde con uno dei suoi rari sorrisi , ” e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino ! ” E di tutto suo pugno scrive: San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. È ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità del quartier generale, che ora trovasi a San Pietro del Tiriolo a circa otto miglia da Tiriolo verso Correa e fra un’ora proseguirà verso Cosenza . Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata . – Il capo dello stato maggiore : G. Sirtori.”. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. La White-Mario, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Così si finisce di cenare. Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’egli a Turr replica l’ordine, ma già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che “ventimila razioni per oggi e trentamila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti”, continua: “per ciò che riguarda la marcia delle truppe, l’ufficiale mandato per proseguire fin che trovasse Medici e Bixio fu nell’impossibilità di proseguire per mancanza di mezzi di trasporto. Io la prego, signor generale, di usar tutt’i mezzi che può trovare il di lei zelo, ed a valersi dell’autorità e del potere e del potere che le danno l’alto suo grado, perchè siano trovati mezzi di trasporto e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz gli ordini del Dittatore, che impongono di arrivare a marcie forzate fino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo oggi alle 4 ant. si avanzerà verso Cosenza. Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso”. 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. P.S. – Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Turr, ovunque trovisi.”. Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del ‘celere ubbidire’ di Bertani, gentilmente me li mostra. “Tropea è sul litorale romano? domando. – “No davvero”, risponde con uno dei suoi rari sorrisi, “e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino!” E di tutto suo pugno scrive: “San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. E’ ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore: G. Sirtori.”. Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo …….”. La White-Mario, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere da Bagnara verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere il Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartier generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica del Ghio.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, riferendosi a Bertani aggiungeva che: “Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro. Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza.
BERTANI E RUSTOW A MONTELEONE (VIBO VALENZIA)
Arrivati a Tropea, Bertani e Rustow con le loro truppe e due Brigate dovettero intraprendere una marcia molto faticosa per quelle truppe già molto stanche. Solo Bertani riuscì a spostarsi verso quella che sarà la prossima tappa, Monteleone, vicino Pizzo Calabro. Questo luogo in pratica sarebbe la piccola cittadina costiera di Vibo Valenzia, in Provincia di Cosenza.La piccola cittadina di Vibo Valenzia, si affaccia sul mare Tirreno, e non è molto distante da Pizzo Calabro. Da Wikipedia leggiamo che fino al 1863 fu chiamata “Monteleone” (l’antica Bibone). Dal 1863 al 1928 fu detta Monteleone di Calabria. Rustow con le truppe dovette marciare da Tropea, mentre Bertani forse riuscì a salpare con un qualche naviglio. La truppa garibaldina era diretta a Pizzo Calabro. A Monteleone arrivarono il 29 agosto 1860 di sera inoltrata. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone; 30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto 1860 era giunta a Tropea e Monteleone. Ma Rustow scriveva che arrivrono a Monteleone la mattina del 30 agosto 1860. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 13-14, scriveva pure: “La mattina del 30, mentre ci avvicinavamo a Monteleone, etc…”. Inoltre, a p. 14 scriveva pure che: “La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda, costituita dalla brigata Parma, non vi arrivò che a mezzogiorno.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “….erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione.”. Anche il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea…. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini. E all’intendente generale Acerbi: Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale. Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria. Etc…”. Le truppe di Bertani che marciarono da Tropea erano quelle che formavano le due Brigate che potettero partire sui vapori a Messina – Torre di Faro e si tratta delle due Brigate MILANO e SPINAZZI (la ex PARMA). Come si è detto la Bologna resterà al Faro. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 13-14, scriveva pure: “Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. La sera ad ora avanzata, ci posimo in marcia per Monteleone, che pure tutti gli ufficiali dovettero fare a piedi, giacchè i nostri cavalli, che erano stati trasportati dal Faro a Scilla, e dovevano raggiungerci per la via di terra, si trovavano ancora molto indietro. La marcia notturna produsse i suoi effetti. Le giovani nostre truppe assai difficilmente potevano essere tenute in ordine, e particolarmente la brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa, i quali marciavano molto celeremente, si era di troppo distesa. Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente, ma il suo ferreo rigore valse almeno a mantenere la gente unita. lo mi trovava così affranto dalla stanchezza, che quasi m’addormentavo camminando. I patimenti morali però, più che non le materiali fatiche degli ultimi otto giorni, avevano fortemente scossa la mia buona e solida complessione. Ma feci ogni sforzo per dar buon esempio ai soldati, é questo giovò infatti, come sempre in simili contingenze. Presso Tropea erasi incominciato a vedere i fantasmi sul mare, ed ora avveniva lo stesso in terra.”. Rustow, nella traduzione del Porro, continuando il suo racconto scriveva che: “La mattina del 30, mentre ci avvicinavamo a Monteleone, i bersaglieri in testa di colonna, io mi trovava col primo battaglione della brigata Milano, quando osservai un movimento istantaneo nei bersaglieri, pel quale sembrava volessero prender posizione su una lingua della spiaggia. Subito poi, mi si presentò l’ufficiale di massa della brigata, un tale che voleva operare strategicamente a suo capriccio; quest’ uomo, già attempato, era venuto a passo concitato colla sciabola sguainata, per raccontarmi un intiero romanzo di cavalleria napolitana che minacciava la nostra fronte e che aveva nello stesso tempo girato il nostro fianco destro. Egli voleva trovare delle disposizioni per (in un campo tutto aperto) occupare militarmente tutte le strade. Gli raccomandai di calmare il suo ardore, di bandire la confusione dalle sue idee e di non portar il disordine nelle truppe. Io diedi le disposizioni che mi parvero del caso, ed i comandi si diffusero rapidamente dalla testa alla coda della colonna, ed i nostri giovani soldati, sebbene stanchi, si raccolsero a passo tanto celere, che in un istante il primo battaglione formava già una colonna compatta intanto che gli altri ne seguivano l’esempio. Tosto formati, avanzammo, e presto ci accorsimo che la minacciante colonna nemica altro non era che una mandra di pacifici e ben pasciuti buoi. Più tardi ebbimo occasione di sperimentare che la regia cavalleria napoletana non era gran che più terribile di questi buoi grigi. Profittai però di tale avventura per far comprendere alle truppe il danno d’una marcia disordinata. – La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda, costituita dalla brigata Parma, non vi arrivò che a mezzogiorno. Subito dopo l’arrivo delle prime truppe, che furono accampate in un bel giardino, si fecero i preparativi necessari pel rancio. Ma tutto procedeva ancora con lentezza straordinaria, cosicchè erano le 2 pomeridiane quando alcuni battaglioni avevano appena acceso il fuoco, allorchè ci pervenne l’ordine di avanzare subito per Pizzo.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Giulio Cesare Abba, Storia dei Mille. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, linotip. S. Jannone, Salerno, 1961, a p. 108, in proposito scriveva che: “Monteleone era occupata da circa dodicimila uomini comandata dal generale Ghio – il carnefice dell’infelice spedizione di Pisacane – il quale, appena seppe della capitolazione del generale Cardarelli a Cosenza (3), iniziò anche lui la ritirata. Non riuscendo però di imbarcarsi a Pizzo per mancanza di navi, fu costretto a proseguire la marcia in ritirata per terra attraverso la Calabria in rivolta; il 28 giunse a Chiriolo ed il 29 si fermò a Soveria Mannelli, per fronteggiare il Dittatore. Costui, frattanto, andava alla ricerca del brigatiere Stocco, capo di parecchie migliaia di volontari calabresi, per fare attaccare i borbonici alle spalle.”.
Nel 30 agosto 1860, i telegrammi di SIRTORI
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Così si finisce di cenare. Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’egli a Turr replica l’ordine, ma già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che “ventimila razioni per oggi e trentamila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti”, continua: “per ciò che riguarda la marcia delle truppe, l’ufficiale mandato per proseguire fin che trovasse Medici e Bixio fu nell’impossibilità di proseguire per mancanza di mezzi di trasporto. Io la prego, signor generale, di usar tutt’i mezzi che può trovare il di lei zelo, ed a valersi dell’autorità e del potere e del potere che le danno l’alto suo grado, perchè siano trovati mezzi di trasporto e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz gli ordini del Dittatore, che impongono di arrivare a marcie forzate fino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo oggi alle 4 ant. si avanzerà verso Cosenza. Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso”. 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. P.S. – Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Turr, ovunque trovisi.”. Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del ‘celere ubbidire’ di Bertani, gentilmente me li mostra. “Tropea è sul litorale romano? domando. – “No davvero”, risponde con uno dei suoi rari sorrisi, “e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino!” E di tutto suo pugno scrive: “San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. E’ ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore: G. Sirtori.”. Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo …….”. La White-Mario, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 178 riferendosi al generale Sirtori che da Tiriolo scrive il seguente telegramma a Turr: “30 agosto , ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo . – Il capo dello stato maggiore G. SIRTORI. PS. Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Türr, dovunque trovisi.”. Dunque, il Sirtori telegrafa perchè cerca sia Acerbi che il generale Turr. Poi, a p. 179, la White scrive: “Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del celere ubbidire di Bertani, gentilmente me li mostra. “Tropea è sul litorale romano ? ” domando. ” No davvero, ” risponde con uno dei suoi rari sorrisi, ” e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino ! “E di tutto suo pugno scrive: San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. È ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità del quartier generale, che ora trovasi a San Pietro del Tiriolo a circa otto miglia da Tiriolo verso Correa e fra un’ora proseguirà verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore : G. Sirtori.”. La White, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101.
BERTANI E RUSTOW A PIZZO CALABRO
Nel 30 agosto 1860, a Pizzo, AGOSTINO BERTANI, RUSTOW e le truppe di volontari dell’ex ‘spedizione TERRANOVA’ (ex Spedizione Bertani-Pianciani, e ora 15° Divisione Turr), le Brigate: Milano, Parma e Bologna (?)
A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Le due brigate, prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Queste forze da Torre del Faro partirono e sbarcarono in Calabria a Tropea. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone; 30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Giulio Cesare Abba, Storia dei Mille. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea…. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini. E all’intendente generale Acerbi: Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale. Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “…a Tropea…Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 14-15-16, il Rustow nelle sue memorie, riferendosi a Pizzo Calabro scriveva che: “Ma tutto procedeva ancora con lentezza straordinaria, cosicchè erano le 2 pomeridiane quando alcuni battaglioni avevano appena acceso il fuoco, allorchè ci pervenne l’ordine di avanzare subito per Pizzo. Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma. – Da Pizzo, quella città fedele dove venne fucilato il bollente Murat, si doveva navigare per Paola, ove dicevasi trovarsi ancora presidio napoletano. Credendo al caso di un assalto, presi tutte le disposizioni per una tal fazione. Presso S. Lucido, lungi da Paola circa un’ora, era dove intendeva di approdare per muovere contro la città; quando da S. Lucido stesso col mezzo di segnali fummo informati che in prossimità non trovavansi nemici, e potemmo anzi osservare i nostri amici calabresi montati su dei cavalli simili a quelli che spesso si trovano disegnati sugli antichi vasi, correre lungo la costa del mare per recare a Paola la notizia dell’arrivo dei filibustieri rossi. Seguito da dodici bersaglieri, scesi a terra pel primo presso Paola, etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “…andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria-Manelli, per mettere fine a quella capitolazione.”. Dunque, secondo il racconto di Rustow, le sue truppe sbarcarono a Paola il 31 agosto 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “….erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, per la paura dei capitani di navigli d’ un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropaea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando….”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 55-56-57 e ssg. trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Pizzo di Calabria e Paola, 31 agosto. ……Alle due, lasciammo il Pizzo per andare a Paola, trainati questa volta dal Dante. Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101.
A PIZZO, BERTANI TROVA L’INTENDENTE ACERBI
Nel 30 agosto 1860, a Tropea, BERTANI riceve il telegramma dell’Intendente ACERBI e si avvia a Pizzo
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. Secondo la White-Mario (….), Bertani, a Tropea scrive ad Acerbi, Intendente generale Acerbi, il seguente dispaccio o telegramma: “E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. La White (….), continuando il suo racconto tratto dal Taccuino del Bertani scriveva che: “Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Acerbi gli risponde a Bertani inviandogli un telegramma o dispaccio da Pizzo, in data 29 agosto 1860. Dunque, Acerbi era a Pizzo Calabro e comunica a Bertani (ed indirettamente a Rustow), pregandolo di proseguire la marcia fino a Pizzo Calabro dove lo troverà. Infatti, l’Intendente Generale ACERBI si riunirà con Bertani, con Rustow e con le truppe a Pizzo Calabro. A questo punto, Bertani e Rustow, da Tropea si mettono in viaggio per arrivare a Pizzo Calabro. Bertani viaggierà per mare con il vapore Utile mentre Rustow marcerà fino a Pizzo Calabro. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “….a Tropea…. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 14-15-16, il Rustow nelle sue memorie, riferendosi a Pizzo Calabro scriveva che: “….allorchè ci pervenne l’ordine di avanzare subito per Pizzo. Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma. Etc…”. Fin qui nessuno accenno ad Acerbi. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “E di tutto suo pugno scrive: “San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. E’ ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore: G. Sirtori.”. Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo …….”. La White-Mario, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. Dunque, l’accenno ad Acerbi è della White che scriveva che, il generale Sirtori, il 30 agosto 1860 scrise un messaggio a Bertani (e Rustow) intimandogli di marciare fino a Pizzo Calabro. Inoltre, la White scriveva che Bertani, arrivato a Pizzo Calabro, dove probabilmente vi era anche l’Intendente Acerbi, ricevuto il dispaccio di Sirtori, si imbarca con le truppe (con Rustow) insieme ad Acerbi e vanno a Paola, dove arriveranno il 31 agosto 1860.
PAOLA
Paola partecipò al movimento di Garibaldi. L’eroe dei due mondi, tuttavia, non passo dalla città, a differenza dei suoi Garibaldini. Essi furono persino aiutati dal Comune quando le truppe comandate da Nino Bixio e Giacomo Medici s’imbarcarono per raggiungere Garibaldi a Napoli. Prima della costruzione della Ferrovia Paola-Cosenza nel 1910, il porto di Paola era molto trafficato, i piroscafi provenienti da Napoli e Messina erano carichi di merci e viaggiatori e il commercio fiorente. L’arrivo delle forze garibaldine provenienti dalla Sicilia e sbarcate a Paola è importante perchè queste forze saranno l’avanguardia garibaldina dell’Esercito Meridionale e saranno quelle che, fatte sbarcare a Paola dal generale Turr su ordine di Garibaldi, sbarcheranno a Sapri il giorno dopo. A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Da Wikipedia, alla voce “Storia di Paola” leggiamo che Il 18 ottobre del 1806, Paola subì l’occupazione da parte dei Francesi. Essi incendiarono e saccheggiarono il Santuario di S. Francesco, che restò deserto. In seguito ad una legge emanata da Gioacchino Murat nel 1809, iniziò la soppressione di tutti gli ordini religiosi del regno di Napoli, compreso il protocenobio dei Minimi di Paola, nonostante la sua importanza, i conventi furono tutti convertiti ad altro uso, spesso militare, le chiese passarono al clero diocesano e tutti i beni clericali confiscati. Dopo il Congresso di Vienna (1815), Ferdinando IV di Borbone fu restaurato sul trono di Napoli. L’anno successivo i due regni di Napoli e Sicilia furono uniti nel nuovo Regno delle Due Sicilie. Nel 1844 il re Ferdinando II e la sua consorte Maria Teresa d’Asburgo visitarono Paola per voto. In seguito il re tornò il 29 ottobre 1852 accompagnato dal principe ereditario, Francesco. Durante il risorgimento, Paola partecipò al movimento di Garibaldi. L’eroe dei due mondi, tuttavia, non passo dalla città, a differenza dei suoi Garibaldini. Essi furono persino aiutati dal Comune quando le truppe comandate da Nino Bixio e Giacomo Medici s’imbarcarono per raggiungere Garibaldi a Napoli. Prima della costruzione della Ferrovia Paola-Cosenza nel 1910, il porto di Paola era molto trafficato, i piroscafi provenienti da Napoli e Messina erano carichi di merci e viaggiatori e il commercio fiorente. Vi nacque l’ultimo segretario del Partito Fascista, Carlo Scorza. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Da Pizzo, quella città fedele dove venne fucilato il bollente Murat, si doveva navigare per Paola, ove dicevasi trovarsi ancora presidio napoletano. Credendo al caso di un assalto, presi tutte le disposizioni per una tal fazione. Presso S. Lucido lungi da Paola circa un’ora, era dove intendeva di approdare per muovere contro la città; quando da S. Lucido stesso per mezzo di segnali fummo informati che in prossimità non trovavansi nemici, e potemmo anzi osservare i nostri amici calabresi montati su dei cavalli simili a quelli che spesso si trovano disegnati sugli antichi vasi, correre lungo la costa del mare, per recare a Paola la notizia dell’arrivo dei filibustieri rossi. Seguito da dodici bersaglieri, scesi a terra pel primo presso Paola, dove corsi pericolo di rimaner soffocato dalle entusiastiche espressione di gioia dei Calabresi. Tutta la Calabria era libera fino alla sua frontiera settentrionale; soltanto alcuni residui di truppe regie andavano ancora erranti per la provincia. Noi potevamo adunque avanzare verso il nord e procedere verso il nostro scopo senza espressione alcuna. Col solo accompagnamento della nobiltà di Paola, fra le quali era a distinguersi il ricco fabbricante di seta, signor F. Tuzzi, su un focoso cavallo offertomi, dalla bassa spiaggia del mare salii alla elevata città, accolto su tutta la via da applausi che fino a quel momento mi erano ignoti. Qui ebbe principio la marcia trionfale della brigata Milano; qui si vedeva che la libertà era merce ancora nuova e quindi vivamente apprezzata. Dopo che il signor Tuzzi m’ebbe assegnato per quartiere la sua stessa casa, ritornai alla marina per condurre in città le truppe che intanto erano sbarcate. Ma alle truppe non fu accordato lungo tempo per pensare al riposo ed agli alloggi, trascinate dall’uno all’altro caffè dal popolo di Paola e da esso lautamente trattate. Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general General napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra.”. Il Rustow ci parla della permanenza sua e delle truppe a Paola. Egli cita il sig. F. Tuzzi, nobile di Paola e fabbricante di seta, che gli offrì la sua bella e comoda casa per aqquartierarsi. Rustow racconta ancora e aggiunge che a Paola: “Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra. Il mattino seguente arrivarono a Paola molti ufficiali borbonici fuggitivi, i quali cercavano mezzo per imbarcarsi al più presto per Napoli e Salerno, presso la qual ultima piazza, dietro estesi trinceramenti si trovava disposta una forte avanguardia di 12 mila uomini dell’esercito di Francesco II. Da parte mia feci il possibile per soddisfare i desiderj degli ufficiali borbonici; ma presto venni in condizione delle loro lagnanze. Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli.“. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 379-380 e ssg., in proposito scriveva che: “La nostra marcia lungo le Calabrie fu un vero e splendido trionfo, progredendo celeremente tra marziali e fervidissime popolazioni , una gran parte delle quali già in armi contro l’oppressore borbonico. A Soveria mise giù le armi la divisione Vial, forte di circa ottomila uomini, dandoci un materiale immenso in cannoni, moschetti e munizioni. La brigata Caldarelli capitolò colla colonna calabrese di Morelli a Cosenza. Infine dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le mie colonne che non potevan raggiungermi per quanto procedessero a marcie forzate, io giunsi nella bella Partenope.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo” (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 55-56-57 e ssg. trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Pizzo di Calabria e Paola, 31 agosto. ……Alle due, lasciammo il Pizzo per andare a Paola, trainati questa volta dal Dante. Verso le nove, udimmo delle voci che ci gridavano di fermarci; Poi distinguemmo diverse imbarcazioni in acqua, e una di esse si dirigeva verso di noi… Poteva essere una flottiglia nemica? La barca si avvicinò e un uomo si precipitò sul ponte. Il capitano, piuttosto incuriosito da questa manovra, gli chiese cosa volesse. Poi, nel suo dialetto calabrese, il brav’uomo spiegò che eravamo nel periodo della grande stagione della pesca e che la nostra nave, passando troppo vicino alla costa, impediva ai pesci di cadere nelle reti. Ecco, almeno, un onesto cittadino i cui grandi eventi che si svolgevano intorno a lui non gli facevano perdere il senso dei suoi piccoli interessi. Mentre un trono crollava, lui distese pacificamente le sue reti. Il capitano, brontolando, promise di prendere in considerazione la sua richiesta, e un attimo dopo la Dante ci riportò a rimorchio.”.
Nel 31 agosto 1860, a Paola e le truppe borboniche del Generale Caldarelli
Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 199, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, Dubitando che il Conte Persano, che ne fu avvertito, o il Cav. Piola, che non ho potuto vedere, non gliela abbiano scritta, credo necessario di darle io stesso una notizia che credo importante. Il Cav. Piola mi assicurava aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…”. Dunque, in un dispaccio del 31 agosto 1860 Depretis scrive da Palermo al conte di Cavour, scrive di una notizia importante da dargli e nel farlo scriveva che: “…il Cav. Piola, che non ho potuto vedere”. Dunque, il cav. Piola, era già partito da Palermo, mettendoi in viaggio per raggiungere Garibaldi e consegnargli la lettera del Depretis ?. Inoltre, nella sua lettera Depretis aggiunge che: “Le notizie del campo sono sempre ottime: questa stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Dunque, in un dispaccio del 31 agosto 1860 Depretis scrive da Palermo al conte di Cavour di avere ricevuto un dispaccio da Garibaldi che lo informava che a Paola le truppe borboniche si erano arrese “a discrezione”. Infatti, pare che il nel periodo precedente e fino al 31 maggio, Paola fosse stata occupata da una parte delle truppe del Generale Caldarelli.
BERTANI E ACERBI A PAOLA
Nel 31 agosto 1860, a PAOLA (provenienti in mare da Pizzo) sbarcarono Agostino BERTANI e l’Intendente generale ACERBI. Bertani lascia a Paola le truppe a Rustow e va incontro al Generale Garibaldi
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 179 e ssg., in proposito scriveva che: “Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del celere ubbidire di Bertani, gentilmente me li mostra. ” Tropea è sul litorale romano ? ” domando. ” No davvero , ” risponde con uno dei suoi rari sorrisi, ” e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino !” E di tutto suo pugno scrive: San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. È ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità del quartier generale, che ora trovasi a San Pietro del Tiriolo a circa otto miglia da Tiriolo verso Correa e fra un’ora proseguirà verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore : G. Sirtori . —”. Il dispaccio di Sirtori inviato a Bertani è del 30 agosto 1860. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Bertani, da Tropea si avvia via mare navigando insieme ad Acerbi diretti a Paola. La White, proseguendo il suo racconto, a p. 179, in proposito aggiungeva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. La White-Mario (….) scriveva che Bertani voleva a tutti i costi incontrare Garibaldi per parlarci ed arrivato a Paola con l’Intendente Acerbi, ivi sbarcati (Rustow procedeva e arrivò con le Brigate marciando da Pizzo). La White dice che Bertani va in persona “a trovar Garibaldi a Rotonda”. La White dice che Bertani va a Rotonda. Si tratta di Rotonda o Cosenza ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 180, in proposito scriveva: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Quì la White scrive che Bertani, opo essere sbarcato a Paola, va ad incontrare Garibaldi a Rotonda. Cosa che è vera in parte, nel senso che quando Garibaldi va a Rotonda vi era anche Bertani ma, Bertani andò a Cosenza ad incontrare Garibaldi, portandogli la lieta notizia delle sue truppe ivi sbarcate. Infatti, la White, a p. 179 aggiungeva: “Garibaldi, lasciando Stocco pro- dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: etc…“. Dunque, la White, sulla scorta del Diario di Bertani scriveva che Bertani incontrò Garibaldi “procedè oltre…” oltre cosa ? Oltre Soveria Manelli che si trova in Calabria, non molto distante dal porto di Paola. Oltre Soveria Manelli vi è Cosenza dove effettivamente si incontrarono. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Dunque, delle due una, ovvero Bertani non andò a Rotonda, come scriveva la White-Mario, ad incontrare Garibaldi, ma andò a raggiungeri a Cosenza. La Dobelli (Treveljan) postillava: “Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda).”. In Appendice, la Dobelli scriveva: “Bertani = Mario (J.W.) – Agostino Bertani e i suoi tempi. 1888. E’ l’opera migliore dell’autrice. Importante per la corrispondenza del Bertani con Garibaldi e gli altri personaggi principali del 1860, attinta a larghe mani dall’Archivio Bertani, Milano.”. Dunque, la Dobelli si riferiva proprio al testo della giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra. Un’altra questione è l’Acerbi. Bertani, da Paola viaggerà con Acerbi ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., in proposito scriveva che: “Il cuore patriottico di Bertani ne esultava; nè vi è da meravigliarsi se nella sua gioia entrava la dolce compiacenza di aver condotto, attraverso tanti ostacoli di cose e di uomini, la bella ed agguerrita legione agli avamposti, per circondare il duce che correva solo e veloce , precedendo di molte miglia le altre sue legioni. Quell ‘ ardente gioventù, che tanto aveva invidiato i fortunati compagni suoi di Calatafimi , di Palermo, di Milazzo, di Reggio, or si sarebbe consolata con lui affrontando il Re e i più fidi suoi veterani. Se Garibaldi avesse detto a Bertani < createmi altre legioni, egli sarebbe ritornato all’istante a Genova ; ma questi dicendogli « ora starete con me > aveva interpretato il suo desiderio e soddisfatto al suo affetto . E noi li seguiamo passo per passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, la White ricorda che Bertani scriveva nel suo taccuino che Bertani, lasciò Paola dove si separò dall’Intende generale “Acerbi”, il quale aveva avuto il compito di condurre a Cosenza, al quartiere Generale parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. La giornalista White-Mario, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “E noi li seguiamo passo passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, la White scriveva che il Bertani annotò nel suo taccuino di viaggio che a Paola si separò dall’Acerbi, lasciando le sue truppe al colonnello Rustow. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Dunque, Secondo la White, Bertani nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Dunque, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., riferendosi a Bertani ed al suo taccuino e memorie, in proposito scriveva che: “Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. In questo passaggio la White-Mario (…), scriveva che Bertani ricordava i aver lasciato Acerbi a Paola, “intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La notizia è interessante. La notizia tratta dal taccuino di Agostino Bertani è che Giovanni Acerbi, arrivato a Paola con Bertani, sul vapore Utile, da Pizzo Calabro, doveva condurre a Cosenza, al Quartier Generale di Sirtori aiuti e denaro che provenivano dalla Sicilia spediti dal Depretis. A questa notizia si riferisce anche il Bertani stesso che ne parla nel suo taccuino pubblicato dalla la White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia.”. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Dunque, Agrati aggiunge che ciò che aveva scritto Canzio nel suo Diario erano notizie inesatte. Infatti, ciò che scrive Canzio: “Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”, non corrisponde al vero. Infatti è vero che Bertani, non si imbarcò da Paola per Sapri, ma egli raggiunse prima Garibaldi a Cosenza dove diede la lieta notizia a Garibaldi, la lieta notizia dei volontari a Paola. A Paola restò solo Rustow a guardia delle truppe ivi lasciate e riunite. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”. In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. La Dobelli (Treveljan), a p. 179, in proposito scriveva: “…….”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Etc…”. Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc….Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Etc…”. Ragazzoni però scrive che sarà Garibaldi, il 1° settembre 1860 ad andare a Paola. Ma ciò non corrisponde al vero perchè gli storici ci dicono che Garibaldi fece un altro percorso e mandò Turr a prelevare le truppe a Paola e portarle a Sapri. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani, insieme al geerale Intendente Giovanni Acerbi ed il colonnello Rustow, condotte le sue truppe (dell’ex spedizione Pianciani) a Paola, si separa e decide di ripertire subito per Cosenza per raggiungere il generale Garibaldi dove gli dà la bella notizia dell’arrivo delle sue truppe a Paola. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno. XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”.
Nel 31 agosto 1860, a Paola, insieme a Bertani arrivò anche l’Intendente Generale ACERBI
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., in proposito scriveva che: “Il cuore patriottico di Bertani ne esultava; nè vi è da meravigliarsi se nella sua gioia entrava la dolce compiacenza di aver condotto, attraverso tanti ostacoli di cose e di uomini, la bella ed agguerrita legione agli avamposti, per circondare il duce che correva solo e veloce, precedendo di molte miglia le altre sue legioni. Quell ‘ ardente gioventù, che tanto aveva invidiato i fortunati compagni suoi di Calatafimi, di Palermo, di Milazzo, di Reggio, or si sarebbe consolata con lui affrontando il Re e i più fidi suoi veterani. Se Garibaldi avesse detto a Bertani < createmi altre legioni, egli sarebbe ritornato all’istante a Genova; ma questi dicendogli « ora starete con me > aveva interpretato il suo desiderio e soddisfatto al suo affetto. E noi li seguiamo passo per passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Secondo la White-Mario (….), Bertani, a Tropea scrive ad Acerbi, Intendente generale Acerbi, il seguente dispaccio o telegramma: “E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. Acerbi gli risponde da Pizzo, in data 29 agosto 1860. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 174 aggiunge pure che: “Acerbi pronto risponde: Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”. Dunque, Acerbi era a Pizzo Calabro e comunica a Bertani (ed indirettamente a Rustow), pregandolo di proseguire la marcia fino a Pizzo Calabro dove lo troverà. Infatti, l’Intendente Generale ACERBI si riunirà con Bertani, con Rustow e con le truppe a Pizzo Calabro. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno. XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra.”. La White, proseguendo il suo racconto, a p. 179, in proposito aggiungeva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Giulio Cesare Abba, Storia dei Mille. Dunque, secondo la White-Mario (….), Bertani, a Tropea scrive ad Acerbi, Intendente generale Acerbi, il seguente dispaccio o telegramma: “E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.”.”. Acerbi gli risponde da Pizzo, in data 29 agosto 1860. Chi era l’Intendente generale ACERBI ? Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”. Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini.”. E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.” Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450 e ssg., riferendosi al gnerale Sirtori ed al suo dispaccio inviato al generale Turr, del 30 agosto 1860 da San Pietro al Tiriolo, in proposito scriveva che: “Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartiere generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso”. 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. P.S. – Se sa dove è Acerbi gli mandi l’ordine di raggiungere subito il quartiere generale. Al generale Turr, ovunque trovisi.”. Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; e Sirtori, convinto allora soltanto del ‘celere ubbidire’ di Bertani, gentilmente me li mostra. “Tropea è sul litorale romano? domando. – “No davvero”, risponde con uno dei suoi rari sorrisi, “e c’è da scommettere che Bertani sarà il primo a raggiungerci. Bravo Agostino!” E di tutto suo pugno scrive: “San Pietro di Tiriolo, ore 3 del mattino del 30 agosto 1860. Al signor Bertani o Rustow. E’ ordine espresso del dittatore che tutte le truppe avanzino a marcia forzata finchè si trovino in prossimità verso Cosenza. Il nemico è a circa due miglia di qui, sicchè oggi vi è grande probabilità di combattimento: da cui comprenderà la necessità della marcia forzata. – Il capo dello stato maggiore: G. Sirtori.”. Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo …….”. La White-Mario, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, etc…”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Sirtori scriveva a Turr, il 30 agosto dal Quartiere Generale chiedendogli notizie di Acerbi. Il dispaccio di Sirtori inviato a Bertani è del 30 agosto 1860.
Nel 31 agosto 1860, a Paola (provenienti in mare da Pizzo) sbarcò l’Intendente ACERBI e i 5 milioni avuti dal Governo di Sicilia che doveva portare al Quartiere Generale
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “E noi li seguiamo passo passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, secondo i ricordi ed il “Diario” del Bertani, riportato dalla White (….), ella scriveva che: “Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La White scriveva che arrivati a Paola, Bertani si separò dall’Intendente generale ACERBI, in quanto quest’ultimo “doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Di Acerbi, la White ne parla anche nel racconto tratto dal taccuino del Bertani, nella sua discussione con Garibaldi al Fortino del Cervaro, a proposito della discussione per l’annessione della Sicilia. Bertani (v. p. 457) annotava le sue parole con Garibaldi: “…finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, etc…” e, dunque egli per questi ed altri motivi sconsigliava l’annessione. Secondo la White-Mario (….), Bertani, nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Acerbi, dunque, restò a Paola con il Rustow e le truppe?. Acerbi, dice la White doveva andare a Cosenza ma attendeva gli aiuti proessi che dalla Sicilia dovevano arrivare a Paola. Dunque, la White ricorda che Bertani scriveva nel suo taccuino che Bertani, lasciò Paola dove si separò dall’Intende generale “Acerbi”, il quale aveva avuto il compito di condurre a Cosenza, al quartiere Generale parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Dunque, Secondo la White, Bertani nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Dunque, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., riferendosi a Bertani ed al suo taccuino e memorie, in proposito scriveva che: “Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. In questo passaggio la White-Mario (…), scriveva che Bertani ricordava i aver lasciato Acerbi a Paola, “intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La notizia è interessante. La notizia tratta dal taccuino di Agostino Bertani è che Giovanni Acerbi, arrivato a Paola con Bertani, sul vapore Utile, da Pizzo Calabro, doveva condurre a Cosenza, al Quartier Generale di Sirtori aiuti e denaro che provenivano dalla Sicilia spediti dal Depretis. Però, sebbene la notizia sia molto interessante, devo precisare e notare che, gli aiuti e danaro, che Acerbi doveva portare al Quartiere Generale di Cosenza, il Quartiere Generale del Generale SIRTORI che in quel momento arrivò insieme a Garibaldi a Cosenza, ed ivi si fermò, non riguardano Cosenza, perchè, infatti Bertani ancora ne parla come non essere del tutto arrivati a destinazione, quando il 4 settembre 1860, Garibaldi era al Fortino con Bertani. Bertani, che era informato degli aiuti, che Depretis doveva inviare a Sirtori, ne parla quando descrive il franco colloquio che egli ebbe con Garibaldi alla Taverna del Fortino del Cervaro, a proposito della discussione per l’annessione della Sicilia. A questa notizia si riferisce anche il Bertani stesso che ne parla nel suo taccuino pubblicato dalla la White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia.”. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese. Bertani (v. p. 457) annotava le sue parole con Garibaldi: “…finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, etc…” e, dunque egli per questi ed altri motivi sconsigliava l’annessione. Questi aiuti, denaro e fondi che avrebbero dovuto arrivare dalla Sicilia, ci parla Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., riferendosi alla Spedizione Bertani-Pianciani, in proposito scriveva che: “Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia – che aveva rinvenuto nella zecca di Palermo con gran quantità di numerario in argento messo fuori corso dal governo borbonico per essere fuso e coniato di nuovo – , ai quali s’erano aggiunte altre 850 mila lire incassate dai diversi sottocomitati costituiti dal Bertani stesso in una ventina di città dell’Italia settentrionale e centrale, – grazie, dicevo, a questa somma, il Bertani, d’accordo col Mazzini, aveva radunati circa 9 mila uomini, li aveva armati e organizzati alla megli assai di quanto non fossero stati quelli di tutte le altre spedizioni precedenti, che la nuova superava anche e di gran lunga nel numero dei volontari. Lo storico tedesco Guglielmo Rustow ci dà, al riguardo, particolari minuti e precisi.”. Sull’invio di denaro e di aiuti Carlo Agrati, nel suo “Da Quarto al Volturno”, a p. 259, in proposito aveva scritto: “Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia -etc…”. Dunque, pare che Bertani avesse avuto dal Governo di Sicilia, dunque dal Depretis prodittatore, 5 milioni. Il Governo di Sicilia aveva rinvenuto nella zecca di Palermo un gran numero di argento.
RUSTOW A PAOLA
Nel 31 agosto 1860, la Brigata MILANO in viaggio via mare sul piroscafo DANTE, da Pizzo per Paola, in una lettera di un volontario garibaldino
Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 55-56-57 e ssg. trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Le Pizzo de Calabre et Paola, le 31 août . Vers dix heures du matin, nous entrons dans le golfe de Santa – Eufemia , et quelques instants après nous arrivons au Pizzo. Cette petite ville fut témoin du débarquement (1), de l’arrestation et de l’exécution de Joachim Murat , ex- roi de Naples. 2. Depuis cette époque , un décret du roi Ferdinand a honoré cette ville du titre de trèsfidèle (fidelissima ), et lui a accordé , en outre , l’exemption de toute espèce d’impôt . Bien plus, ce monarque a doté la famille Capellani d’une rente annuelle et perpétuelle de dixhuit cents francs environ , en récompense des services par elle rendus à la patrie dans cette grave circonstance . (Décret du 18 octobre 1815) Quatre cents volontaires de la brigade de Milan montent à notre bord. A deux heures , nous quittons le Pizzo pour aller à Paola, remorqué cette fois par le Dante. Vers les neuf heures , nous entendons des voix qui nous crient d’arrêter ; puis nous distinguons plusieurs barques sur l’eau, et l’une d’elles se dirige de notre côté… Seraitce une flottille ennemie ? La barque s’approche , et un homme s’élance sur le pont. Le capitaine, assez intrigué de cette manoeuvre, lui demande ce qu’il veut. Alors, dans son dialecte calabrais, le brave homme explique que nous sommes au moment de la grande pêche, et que notre bâtiment, en passant trop près de la côte , empêche le poisson de tomber dans les filets. Voilà, du moins, un honnête citoyen à qui les grands événements qui s’accomplissent autour de lui ne font point perdre le sentiment de ses petits intérêts. Pendant qu’un trône s’écroule , il tend paisiblement ses filets. Le capitaine, tout en maugréant, promet d’avoir égard à sa requête, et un instant après le Dante nous entraîne de nouveau à sa remorque.“, che tradotto significa: “Pizzo di Calabria e Paola, 31 agosto. Verso le dieci del mattino, entrammo nel golfo di Santa Eufemia e pochi istanti dopo giungemmo a Pizzo. Questa cittadina fu testimone dello sbarco (1), dell’arresto e dell’esecuzione di Gioacchino Murat, ex re di Napoli. 2. Da allora, un decreto di re Ferdinando ha onorato questa città con il titolo di fedelissima, e le ha concesso, inoltre, l’esenzione da ogni genere di tasse. Inoltre, questo monarca ha dotato la famiglia Capellani di una rendita annua e perpetua di circa milleottocento franchi, in ricompensa dei servizi da essa resi alla patria in questa grave circostanza. (Decreto del 18 ottobre 1815) Quattrocento volontari della brigata Milano salgono a bordo. Alle due, lasciammo il Pizzo per andare a Paola, trainati questa volta dal Dante. Verso le nove, udimmo delle voci che ci gridavano di fermarci; Poi distinguemmo diverse imbarcazioni in acqua, e una di esse si dirigeva verso di noi… Poteva essere una flottiglia nemica? La barca si avvicinò e un uomo si precipitò sul ponte. Il capitano, piuttosto incuriosito da questa manovra, gli chiese cosa volesse. Poi, nel suo dialetto calabrese, il brav’uomo spiegò che eravamo nel periodo della grande stagione della pesca e che la nostra nave, passando troppo vicino alla costa, impediva ai pesci di cadere nelle reti. Ecco, almeno, un onesto cittadino i cui grandi eventi che si svolgevano intorno a lui non gli facevano perdere il senso dei suoi piccoli interessi. Mentre un trono crollava, lui distese pacificamente le sue reti. Il capitano, brontolando, promise di prendere in considerazione la sua richiesta, e un attimo dopo la Dante ci riportò a rimorchio.”.
Nel 31 agosto 1860, a PAOLA (provenienti da Pizzo) a marcie forzate, l’arrivo del colonnello Wilhelm RUSTOW, Capo di Stato Maggiore con le sue due Brigate (che facevano parte dell’ex Spedizione Pianciani): MILANO, comandata da GANDINI e la PARMA (comandata dal maggiore SPINAZZI), al comando di RUSTOW, nominato da Garibaldi nuovo Capo di Stato Maggiore
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “….a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini.”. E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.” Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 451 dice che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi , passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Dunque, Agostino Bertani, dopo aver ricevuto a Pizzo, il dispaccio del generale Sirtori del 30 agosto 1860, si reca a Paola con le sue truppe dell’ex spedizione Pianciani, comandate dal colonnello Rustow. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione. Prima della consegna degli uomini al nuovo comandante ebbe luogo una rivista, alla fine della quale parte dei volontari si misero a gridare: “Andiamo a Roma…vogliamo Roma”. Turr gridò allora: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi; la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi non piacesse, non ha altro a fare abbandonare l’isola”. A queste severe parole ogni sedizione cessò. Il Bertani, che era presente alla rivista, ricevette, per il tramite di Acerbi, il seguente dispaccio del Dittatore (1): “Caro Bertani, ho molto bisogno di voi, dunque venite con tutta la vostra gente. Vostro Garibaldi”. Egli ubbidì, e da Milazzo a marcie forzate condusse i suoi uomini al Faro. Qui telegrafò al Generale per sapere in quale punto della costa calabrese doveva sbarcare. Il 28 agosto, Agostino Plutino, uno dei capi insurrezionali dell’Aspromonte, nominato da Garibaldi governatore della Calabria, telegrafava al Bertani, per ordine sempre del Generale, di far sbarcare la sua colonna fra Pizzo e S. Eufemia marciando poi a Nicastro.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Quando queste brigate arrivarono a Paola, il Bertani corse da Garibaldi comunicandogli l’arrivo di questo piccolo esercito ben equipaggiato, organizzato dal Bertani stesso. Quando Garibaldi ricevè la notizia dal Bertani, passò il comando delle stesse al generale Turr e le tolse al Bixio. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: “LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. L’itinerario come vedremo non è proprio questo. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 492 e ssg., in proposito scriveva che: “LIII. Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi a norma delle dovute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Queste due brigate, dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Forse fu a Milazzo ? che queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani che, per via mare raggiunsero le coste della Calabria fino a Tropea. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “….andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’ esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria- Manelli , per mettere fine a quella capitolazione.”. Nel testo tradotto di Rustow, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna , e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia . Verso mezzodi dello stesso giorno, costrette a sbarcare presso Tropea, distante circa tre tappe da Soveria-Manelli, per la paura che il capitano della nave aveva di un vapore da guerra napoletano che riputavasi incrociare in quelle acque e pretendevasi anzi d’aver veduto, le due brigate si misero la stessa notte in marcia da Tropea, erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione. Il 1. settembre arrivò a Paola il generale Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone; 30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Queste due brigate, dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Forse fu a Milazzo ? che queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani che, per via mare raggiunsero le coste della Calabria fino a Tropea. Le grigate “Milano” e “Spinazzi” facevano parte della ex divisione Pianciani e nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Le grigate “Milano” e “Spinazzi” facevano parte della ex divisione Pianciani e nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Agostino Bertani (….), nel suo Diario, “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani”, Firenze, ed. Polizzi, 1869, (riferendosi però alla spiaggia di Sapri), a p. 71 fa un accenno alle truppe da lui portate e fatte sbarcare a Paola. Egli, a p. 71, in proposito scriveva: “Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di effrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marcie forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Un altro testimone di eccezione fu il colonnello Rustow che portò le truppe dell’ex spedizione Bertani-Pianciani a Paola insieme a Bertani. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma. – Da Pizzo, quella città fedele dove venne fucilato il bollente Murat, si doveva navigare per Paola, ove dicevasi trovarsi ancora presidio napoletano. Credendo al caso di un assalto, presi tutte le disposizioni per una tal fazione. Presso S. Lucido lungi da Paola circa un’ora, era dove intendeva di approdare per muovere contro la città; quando da S. Lucido stesso per mezzo di segnali fummo informati che in prossimità non trovavansi nemici, e potemmo anzi osservare i nostri amici calabresi montati su dei cavalli simili a quelli che spesso si trovano disegnati sugli antichi vasi, correre lungo la costa del mare, per recare a Paola la notizia dell’arrivo dei filibustieri rossi. Seguito da dodici bersaglieri, scesi a terra pel primo presso Paola, dove corsi pericolo di rimaner soffocato dalle entusiastiche espressione di gioia dei Calabresi. Tutta la Calabria era libera fino alla sua frontiera settentrionale; soltanto alcuni residui di truppe regie andavano ancora erranti per la provincia. Noi potevamo adunque avanzare verso il nord e procedere verso il nostro scopo senza espressione alcuna. Col solo accompagnamento della nobiltà di Paola, fra le quali era a distinguersi il ricco fabbricante di seta, signor F. Tuzzi, su un focoso cavallo offertomi, dalla bassa spiaggia del mare salii alla elevata città, accolto su tutta la via da applausi che fino a quel momento mi erano ignoti. Qui ebbe principio la marcia trionfale della brigata Milano; qui si vedeva che la libertà era merce ancora nuova e quindi vivamente apprezzata. Dopo che il signor Tuzzi m’ebbe assegnato per quartiere la sua stessa casa, ritornai alla marina per condurre in città le truppe che intanto erano sbarcate. Ma alle truppe non fu accordato lungo tempo per pensare al riposo ed agli alloggi, trascinate dall’uno all’altro caffè dal popolo di Paola e da esso lautamente trattate.”. Il Rustow ci parla della permanenza sua e delle truppe a Paola. Egli cita il sig. F. Tuzzi, nobile di Paola e fabbricante di seta, che gli offrì la sua bella e comoda casa per aqquartierarsi. Rustow racconta ancora e aggiunge che a Paola: “Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra. Il mattino seguente arrivarono a Paola molti ufficiali borbonici fuggitivi, i quali cercavano mezzo per imbarcarsi al più presto per Napoli e Salerno, presso la qual ultima piazza, dietro estesi trinceramenti si trovava disposta una forte avanguardia di 12 mila uomini dell’esercito di Francesco II. Da parte mia feci il possibile per soddisfare i desiderj degli ufficiali borbonici; ma presto venni in condizione delle loro lagnanze. Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli. Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato.”. Dunque, il colonnello Rustow, partito il Bertani all’incontro con Garibaldi, restava a Paola con le sue truppe dell’ex divisione Bertani- Pianciani. Rustow aspettava ordini e disposizioni dallo Stato Maggiore o da Garibaldi che arrivarono il giorno dopo da Turr. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “….andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’ esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria- Manelli , per mettere fine a quella capitolazione.”. Dunque, il colonnello Rustow, partito il Bertani all’incontro con Garibaldi, restava a Paola con le sue truppe dell’ex divisione Bertani- Pianciani. Rustow aspettava ordini e disposizioni dallo Stato Maggiore o da Garibaldi che arrivarono il giorno dopo da Turr. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 16, nelle sue memorie scriveva che: “Seguito da dodici bersaglieri, scesi a terra pel primo presso Paola, dove corsi pericolo di essere soffocato dalle entusiastiche espressioni di gioia dei Calabresi. Tutta la Calabria era libera fino alla frontiera settentrionale; soltanto alcuni residui di truppe regie andavano ancora erranti per la provincia. Col solo accompagnamento della nobiltà di Paola, fra le quali era a distinguersi il ricco fabbricante di seta, signor F. Tuzzi, su un focoso cavallo offertomi, dalla bassa spiaggia del mare salii alla elevata città, accolto su tutta la via da applausi che fino a quel momento mi erano ignoti. Qui ebbe principio la marcia trionfale della brigata Milano; etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “..andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria-Manelli, per mettere fine a quella capitolazione.”. Dunque, secondo il racconto di Rustow, le sue truppe sbarcarono a Paola il 31 agosto. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretto a Pizzo. Il generale Milbitz, con la 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto….(p. 390). Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori, spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a tera là, invece che al Pizzo, dove si dirige per via ordinaria.”. Marciarono da Tropea a Pizzo Calabro da cui si imbarcarono e per via mare raggiunsero il porticciolo di Paola. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Sempre Pittaluga, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Sul percorso seguito dalle truppe del Rustow (ex Pianciani) abbiamo la testimonianza dello stesso Rustow. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “…andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’esercito, precedevano ora, mercè quella navigazione di due o tre marcie, l’avanguardia, avendo dovuto Garibaldi trattenersi una buona parte del 31 agosto in Soveria-Manelli, per mettere fine a quella capitolazione.”. Dunque, secondo il racconto di Rustow, le sue truppe sbarcarono a Paola il 31 agosto. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola e, etc….”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “Sessa”, “Montessi” ed il capitano “Venuti”, più due Compagnie di Bersaglieri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Inoltre, Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Da Wikipedia leggiamo che Pietro Spinazzi si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”.
Nel 31 agosto 1860, a Paola, il colonnello Wilhelm RUSTOW, Capo di Stato Maggiore con le sue due brigate (che facevano parte dell’ex Spedizione Pianciani): MILANO, comandata da GANDINI, e la PARMA (comandata dal maggiore SPINAZZI)
I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia, ivi indirizzati da Garibaldi e dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In seguito all’arrivo dell’ex Spedizione “Terranova” o “Spedizione Pianciani”, a Palermo ed alle dimissioni del loro capo Luigi Pianciani, Garibaldi decise di affidare l’incarico di Capo di Stato Maggiore al colonnello polacco Wilhelm Rustow, per gli italiani Guglielmo Rustow, al quale fu dato subito l’incarico di portare quelle truppe a Milazzo, dove arrivarono il 17-18 agosto 1860. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione. La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Dunque, secondo la testimonianza stessa di Rustow, gli furono affidate le tre brigate “Tharrena” (che poi si dimise insieme a Pianciani e quindi passò al maggiore Spinazzi, la brigata “Milano” (Gandini) e “Puppi”. “Rüstow stesso cogli uomini del Bisantino era già a Milazzo la mattina del 18, ove in pochi giorni arrivò anche il resto delle truppe , in guisa che il 21 vi aveva raccolti circa 4000 uomini. Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi.”. Dunque, “Tharrena”, che faceva parte del corpo di Spedizione ex Pianciani, si era dimesso a Palermo. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni, 5 compagnie di Bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “…Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. A me risulta che Gandini, che comandava la brigata “Milano” sbarcò a Paola e poi a Sapri. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow…..Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile.“. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore…..Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “…a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, riferendosi a Milazzo e a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…”……Garibaldi ….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.“. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ” – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata “Milano“, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone; 30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Quando queste brigate arrivarono a Paola, il Bertani corse da Garibaldi comunicandogli l’arrivo di questo piccolo esercito ben equipaggiato, organizzato dal Bertani stesso. Dal Diario di Bertani sappiamo che, il generale Turr, non appena ricevette l’incarico da Garibaldi, telegrafò a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dunque, secondo la White-Mario, che scriveva dal Diario di Agostino Bertani, le truppe che Garibaldi affidò al comando del generale ungherese Stefano Turr e che egli stesso portò da Paola a Sapri, sempre su comando di Garibaldi, erano 4 brigate: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.“. La brigata Eberhard (….), la brigata Puppi (precedentemente denominata “Bologna”). Di queste due Brigate parlerò molto più innanzi perchè esse non furono subito interessate dall’imbarco a Paola per Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”. Ma ciò non corrisponde al vero. Al Rustow, in seguito alle dimissioni del conte Luigi Pianciani, Garibaldi affidò lo Stato Maggiore delle tre brigate “Milano”, “Parma” e “Bologna”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del maggiore De Giorgis; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni. Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Il 21 maggio il Ministero della Guerra conferiva al luogotenente colonnello Pietro Spinazzi il comando del 2º Reggimento Volontari Italiani in formazione a Como. Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova….La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino al Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “Sessa”, “Montessi” ed il capitano “Venuti”, più due Compagnie di Bersaglieri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Dunque, secondo Maraldi, che scriveva sulla scorta del testo di Pianciani e del Pittaluga, Garibaldi, a Palermo, su indicazione stessa del Pianciani nominò Rustow e siccome il Tharena ed il colonnello Gandini pure si erano dimessi, Garibaldi nominò in loro sostituzione i colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis (come scriveva l’Agrati).
GARIBALDI A ROGLIANO E LA NOMINA DI TURR
Nel 31 agosto 1860, da Rogliano, il generale TURR, ricevuto l’incarico da Garibaldi scrive ed invia una lettera a BIXIO
Abbiamo visto che Garibaldi, dopo aver lasciato Soveria Manelli proseguì il suo viaggio per la Calabria ed arrivando a Rogliano, il 31 agosto 1860 trovò Donato Morelli con le sue bande di volontari Calabresi. E’ a Rogliano che il generale Turr scrive una lettera a Nino Bixio, che era “Comandante la 1° Brigata della 15° Divisione”, e che si trovava nei pressi di Tiriolo o di Soveria, gli scrive che Garibaldi gli ordinava di “assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Etc…“. Rogliano è un piccolo paesello della Provincia di Catanzaro, non molto distante da Cosenza. Garibaldi prima di arrivare a Cosenza, da Soveria Manelli proseguì per Rogliano. Rogliano si trova nell’interno della Calabria e della Sila, più o meno all’altezza di Amantea sulla costa tirrenica. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il Generale Garibaldi da Soveria lasciava la prodittatura a Vincenzo Stocco, e dato incarico a Sirtori di restare per raccogliere le truppe, partiva in vettura assieme con Turr e Cosenz ed alcune guide la mattina del 31 per Rogliano, dove trovò le bande calabresi organizzate da Donato Morelli.”, poi, proseguendo il suo racconto aggiungeva che: “Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “Al Sig. generale Bixio Comandante la I° brigata della 15° divisione. Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza. Manderà pure a Cosenza i miei cavalli ed il suo bagaglio. Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.”. Dunque, Carlo Pecorini-Manzoni cita il telegramma che Turr scrisse a Nino Bixio, il 31 agosto 1860 per annunciargli che Garibaldi gli aveva dato il comando della 15° Divisione. Ma, devo precisare che, come scrive il Pecorini, il telegramma venne spedito da Turr, a Rogliano, non a Cosenza. Dunque, Garibaldi già a Rogliano incaricava Turr del comando della 15° Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, etc…”.
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 395, in proposito scriveva che: “Passata la notte in Soveria Garibaldi, al mattino del dì seguente, prosegue con la sua avanzata con celerità ancor maggiore perchè un certo Salvati, venuto per mare da Napoli al Pizzo, dopo lungo cammino l’ha raggiunto nella notte, e gli ha rimesso una lettera di Alessandro Dumas. In essa il romanziere francese gli dice che Liborio Romano s’è recato la sera del 23 agosto a bordo della sua goletta Emma,
GARIBALDI a COSENZA
Nel 31 agosto 1860, Garibaldi arrivò a Cosenza
Dopo aver lasciato il piccolo paese di Rogliano, Garibaldi proseguì il suo viaggio in carrozza ed arrivò a Cosenza. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 200 e ssg., in proposito scriveva che: “Il giorno 31 il Generale Garibaldi fu a Cosenza; etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza,…..“. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, in proposito scriveva che: “..XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri, il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda , trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini , tagliò la via al generale Caldarelli , che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l ‘ indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal…..”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961,a p. 308, in proposito scriveva: “La sera dello stesso giorno (31 agosto), sul cadere della notte, il Dittatore entra in Cosenza tra una moltitudine delirante. Tutte le vie della città sono illuminate a festa in suo onore. Non era Cosenza la città sacra ai Bandiera e lor compagni, a quelli asceti del nostro Risorgimento ? Ma egli non ha tempo di visitare il luogo ove furono fucilati: importanti decisioni etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”.”. Dunque, Agrati traendo notizie dal Diario del Canzio scriveva che, il 31 agosto 1860, dopo aver lasciato Rogliano, il Canzio arrivò di sera con Garibaldi a Cosenza, dove trovarono entusiasmo generale. Mario Menghini (….) pubblicò il Diario del Canzio. Il Canzio, nel suo Diario, a p……(vedi Menghini), per il 31 agosto 1860, in proposito scriveva che: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”.”. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a pp. 39-40, in proposito scriveva: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46). Garibaldi ha fretta di arrivare a Napoli: deve impedire allo Stato Maggiore borbonico di riorganizzarsi; ha fretta di passare oltre Campotenese e di superare Sapri, per evitare che si ripeta l’errore del ’48 quando le forze borboniche dei generali Busacca e Lanza giunsero proprio a Sapri e sconfissero tra Campotenese e Spezzano, le squadre del Riboty, del Longo, di Domenico Mauro e Vincenzo Morelli. Egli ha bisogno di far presto per impedire all’Europa d’intervenire, per far superare a Cavour i timori e le sue ultime riserve antigaribaldine, per forzare la diplomazia europea allarmata fin dal suo sbarco nel continente. La rapida marcia di Garibaldi in Calabria convince, in qualche modo, Napoleone III e l’Europa della inevitabilità della fine dei Borboni e della vittoria della rivoluzione italiana; convince Cavour che la vittoria dell’Italia meridionale, con il suo sfondo popolare democratico, riabilitava di fronte al mondo il Risorgimento come fatto voluto e compiuto da italiani in terra d’Italia; convince ancora il liberale Cavour che l’Unità d’Italia non era una “corbelleria”, come egli soleva dire, ma la conclusione logica di tanti anni di passione nazionale.”. Guarasci, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta del manoscritto di Francesco De Fiore, “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”, pubblicato da Antonio Emilio Parise in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a pp. 39-40, in proposito scriveva: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46). Garibaldi ha fretta di arrivare a Napoli: deve impedire allo Stato Maggiore borbonico di riorganizzarsi; ha fretta di passare oltre Campotenese e di superare Sapri, per evitare che si ripeta l’errore del ’48 quando le forze borboniche dei generali Busacca e Lanza giunsero proprio a Sapri e sconfissero tra Campotenese e Spezzano, le squadre del Riboty, del Longo, di Domenico Mauro e Vincenzo Morelli. Egli ha bisogno di far presto per impedire all’Europa d’intervenire, per far superare a Cavour i timori e le sue ultime riserve antigaribaldine, per forzare la diplomazia europea allarmata fin dal suo sbarco nel continente. La rapida marcia di Garibaldi in Calabria convince, in qualche modo, Napoleone III e l’Europa della inevitabilità della fine dei Borboni e della vittoria della rivoluzione italiana; convince Cavour che la vittoria dell’Italia meridionale, con il suo sfondo popolare democratico, riabilitava di fronte al mondo il Risorgimento come fatto voluto e compiuto da italiani in terra d’Italia; convince ancora il liberale Cavour che l’Unità d’Italia non era una “corbelleria”, come egli soleva dire, ma la conclusione logica di tanti anni di passione nazionale.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961,a p. 308, in proposito scriveva: “La sera dello stesso giorno (31 agosto), sul cadere della notte, il Dittatore entra in Cosenza tra una moltitudine delirante. Tutte le vie della città sono illuminate a festa in suo onore. Non era Cosenza la città sacra ai Bandiera e lor compagni, a quelli asceti del nostro Risorgimento ? Ma egli non ha tempo di visitare il luogo ove furono fucilati: importanti decisioni lo premono per l’arrivo di Bertani, proveniente da Paola, ov’era sbarcato con quattromila uomini. Ha fretta di raggiungere Napoli. Le Camicie Rosse faranno poi quello che non ha potuto fare lui. Affida al Morelli il governo della città, a Saverio Altimai il comando dell’armi, e il giorno dopo (1° settembre) parte in carrozza aperta, seguito gradatamente eraggiunto da una seconda carrozza che porta il ‘Peard’ e i suoi compagni inglesi.”. Nella “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicata in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913, da Renato Sòriga (….), il colonnello Sacchi, a p. 92, in proposito scriveva pure che si trovava a Rogliano con la sua Brigata, e “Alle tre ant. ( 1 settembre ) del mattino riunisco tutta la Brigata in Rogliano e la fo’ accampare fuori paese. Un consiglio di guerra fa condannare alla fucilazione il Caporale tromba Canepa Luigi, confesso e convinto di furto di diciotto ducati e maltrattamenti a carico di una povera vecchia del paese; la sentenza viene eseguita pochi momenti prima della partenza da Rogliano alla presenza di tutta la Brigata schierata in battaglia sulla strada. Dolorosa necessità ma pure salutare esempio ai tristi ! Nella Brigata non uscì una voce chiedente grazia! malgrado che i soldati ricordassero altra occasione in cui le loro istanze valsero la grazia ad altro individuo convinto di furto. Si parte alle 4 pom. e si arriva a Cosenza alle 10. Si resta in Cosenza per dare riposo ai soldati (2 settembre) e provvedere scarpe ed altro indispensabile….Alle 2 ant. si parte per Tarsia….(3 settembre). A Tarsia si accampa in un boschetto d’uliveti….alle cinque pomeri. per Camerata e Spezzano Albanese…. “. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. Etc…”.”.
Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, Garibaldi nominò DONATO MORELLI Governatore Generale della Calabria Citeriore
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 200 e ssg., in proposito scriveva che: “Il giorno 31 il Generale Garibaldi fu a Cosenza; e nominò a Governator generale della provincia con ‘poteri illimitati’ Donato Morelli.”. Da Wikipedia leggiamo che Donato Morelli, partecipò all’insurrezione calabrese del 1848. Prese parte alle cospirazioni liberali del Regno delle Due Sicilie. Durante l’impresa dei Mille (1860) fu nominato da Giuseppe Garibaldi a Rogliano (Cosenza) Governatore della Calabria Citeriore il 31 agosto del 1860. Contribuì alla resa a Soveria Mannelli delle truppe dell’esercito borbonico (composto da 10 000 unità) comandate dal generale Giuseppe Ghio (30 agosto 1860). Fu deputato al Parlamento di Torino, Firenze e Roma ininterrottamente dal 1861 al 1886. Il 26 gennaio del 1889 fu nominato Senatore su proposta del Ministro Miceli. La nomina venne convalidata il 31 gennaio dello stesso anno. A più riprese fu anche sindaco di Rogliano (Cosenza). Dalla Treccani on-line leggiamo che Garibaldi, intanto, proseguiva la sua marcia verso il cuore del Regno, senza incontrare alcuna resistenza. Fermatosi a Rogliano, venne ospitato in quel palazzo Morelli che aveva accolto, alcuni anni prima, Ferdinando II e la sua corte. Dal balcone che dà sulla piazza parlò al popolo. Nel pomeriggio del 31 agosto nominò Morelli governatore della provincia con pieni poteri e gli dettò due decreti, con i quali abolì la tassa sul macinato per tutte le granaglie, eccettuato il frumento, ridusse il prezzo del sale da otto a quattro grani «per ciaschedun rotolo» e autorizzò gli abitanti di Cosenza e dei Casali a esercitare gratuitamente gli usi di pascolo e semina nelle terre demaniali della Sila. Allontanatosi Garibaldi, il nuovo governatore pubblicò, il 5 settembre, il decreto sulla Sila, avendo cura di stabilire che l’esercizio degli usi civici non doveva, in ogni caso, pregiudicare il diritto dei proprietari a far valere le loro ragioni. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza,….., Lasciava infine la prodittattatura a Donato Morelli, e si portava avanti con Cosenz.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre , accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri, il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda , trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini , tagliò la via al generale Caldarelli , che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l ‘ indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal…..”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno. XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc…Fu nominato Governatore Generale delle 3 Province di Cosenza, Catanzaro e Reggio il fratello del Generale Morelli, homo di un gran onore. Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Lui poi con Cosenz trovasi nella Basilicata a Sinistra di Potenza con un corpo di 50/m(ille) tutti Calabresi, e nazionali Napoletani, che vennero attruppati in parte dal Colonnello Boldoni compaesano. Etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. Etc…”.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”. In Cosenza arriva il Bertani, etc…”. Mario Menghini (….) pubblicò il Diario del Canzio. Il Canzio, nel suo Diario, a p……(vedi Menghini), per il 31 agosto 1860, in proposito scriveva che: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”.”. Dunque, Agrati traendo notizie dal Diario del Canzio scriveva che, il 31 agosto 1860, dopo aver lasciato Rogliano, il Canzio arrivò di sera con Garibaldi a Cosenza, dove trovarono entusiasmo generale e “..da 4 a 5 mila armati”. Gli armati di cui parla il Canzio nel suo Diario erano i volontari Calabresi organizzati da Donato Morelli. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961,a p. 308, in proposito scriveva: “La sera dello stesso giorno (31 agosto), sul cadere della notte, il Dittatore entra in Cosenza tra una moltitudine delirante. Tutte le vie della città sono illuminate a festa in suo onore. Non era Cosenza la città sacra ai Bandiera e lor compagni, a quelli asceti del nostro Risorgimento ? Ma egli non ha tempo di visitare il luogo ove furono fucilati: importanti decisioni lo premono per l’arrivo di Bertani, proveniente da Paola, ov’era sbarcato con quattromila uomini. Ha fretta di raggiungere Napoli. Le Camicie Rosse faranno poi quello che non ha potuto fare lui. Affida al Morelli il governo della città, a Saverio Altimari il comando dell’armi, e il giorno dopo (1° settembre) parte in carrozza aperta, seguito gradatamente eraggiunto da una seconda carrozza che porta il ‘Peard’ e i suoi compagni inglesi.”. Dunque, Garibaldi, a Cosenza si incontrò con Donato MORELLI a cui affidò il Governo della città ed affidò a Saverio ALTIMARI il comando delle armi. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”.
GARIBALDI ORDINA AD ORSINI DI CONSEGNARE I FUCILI
Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale di Artiglieria Orsini Garibaldino il seguente ordine (Doc. N° 500): “Generale Orsini. – Consegnai al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule i proporzione. – G. Garibaldi.”. Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Etc…”.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”.“.
I FUCILI PROVENIENTI DA SAPRI
Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de’ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che “I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia delle incursioni moderne.” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 84, riferendosi alla Calabria, a dopo Soveria, in proposito scriveva che: “Dalle Calabrie il Generale mosse a corse prodigiose per poste di cavalli, e si pensò nel repentino movimento poter riporsi il segreto d’entrata in Napoli. A tutt’uomo diedesi ciascuno, destinato a comandi, per assecondare l’impresa, e tutti contribuirono. Emuli nei conflitti, lo eran pure negli stenti pei duri servizi. Talvolta avvenne d’abbattersi con individui che a nome del Duce chiedessero cavalli alle poste, col dirsi investiti di mandato …… Il terreno era pieno di sconosciuti, forestieri i più – d’industria che imponevansi. E un di con Nullo trovammo un alemanno ad una posta. Ordinati cavalli, era per partire in uno a sbiadita beltà di donna d’otto lustri. Nullo disse: che fate ? – Fermate ; quei cavalli son pel generale. A che il tedesco nel suo idioma misto a parole nostre, rispose: ho incarichi ….. Chi siete ? Il barone M….. Smontate ….. Siamo stanchi di tanti intriganti. E li finì. – L’incognito non attese giustizia, se ne fuggì . -Accusato e cercato, più no ľrivedemmo. Era, come suol dirsi, un angelo custode, un fior di delatore.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale di Artiglieria Orsini Garibaldino il seguente ordine (Doc. N° 500): “Generale Orsini. – Consegnai al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule i proporzione. – G. Garibaldi.”. Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Etc…”.”.
ACERBI PORTA A COSENZA 5 MILIONI DI FRANCHI ?
Nel 31 agosto 1860, a Cosenza arrivò l’Intendente ACERBI e i 5 milioni avuti dal Governo di Sicilia che doveva portare al Quartiere Generale di SIRTORI che in quel momento
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, secondo i ricordi ed il “Diario” o “Taccuino” del Bertani, riportato dalla White (….), ella scriveva che: “Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La White scriveva che arrivati a Paola, Bertani si separò dall’Intendente generale ACERBI, in quanto quest’ultimo “…doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Secondo la White-Mario (….), Bertani, nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Acerbi, dunque, restò a Paola con il Rustow e le truppe?. Acerbi, dice la White doveva andare a Cosenza ma attendeva gli aiuti proessi che dalla Sicilia dovevano arrivare a Paola. Dunque, la White ricorda che Bertani scriveva nel suo taccuino che Bertani, lasciò Paola dove si separò dall’Intende generale “Acerbi”, il quale aveva avuto il compito di condurre a Cosenza, al quartiere Generale parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Dunque, Secondo la White, Bertani nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. In questo passaggio la White-Mario (…), scriveva che Bertani ricordava i aver lasciato Acerbi a Paola, “intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. La notizia è interessante. La notizia tratta dal taccuino di Agostino Bertani è che Giovanni Acerbi, arrivato a Paola con Bertani, sul vapore Utile, da Pizzo Calabro, doveva condurre a Cosenza, al Quartier Generale di Sirtori aiuti e denaro che provenivano dalla Sicilia spediti dal Depretis. Però, sebbene la notizia sia molto interessante, devo precisare e notare che, gli aiuti e danaro, che Acerbi doveva portare al Quartiere Generale di Cosenza, il Quartiere Generale del Generale SIRTORI che in quel momento arrivò insieme a Garibaldi a Cosenza, ed ivi si fermò, non riguardano Cosenza, perchè, infatti Bertani ancora ne parla come non essere del tutto arrivati a destinazione, quando il 4 settembre 1860, Garibaldi era al Fortino con Bertani. Bertani, che era informato degli aiuti, che Depretis doveva inviare a Sirtori, ne parla quando descrive il franco colloquio che egli ebbe con Garibaldi alla Taverna del Fortino del Cervaro, a proposito della discussione per l’annessione della Sicilia. A questa notizia si riferisce anche il Bertani stesso che ne parla nel suo taccuino pubblicato dalla la White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia.”. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese. Bertani (v. p. 457) annotava le sue parole con Garibaldi: “…finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, etc…” e, dunque egli per questi ed altri motivi sconsigliava l’annessione. Questi aiuti, denaro e fondi che avrebbero dovuto arrivare dalla Sicilia, ci parla Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., riferendosi alla Spedizione Bertani-Pianciani, in proposito scriveva che: “Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia – che aveva rinvenuto nella zecca di Palermo con gran quantità di numerario in argento messo fuori corso dal governo borbonico per essere fuso e coniato di nuovo – , ai quali s’erano aggiunte altre 850 mila lire incassate dai diversi sottocomitati costituiti dal Bertani stesso in una ventina di città dell’Italia settentrionale e centrale, – grazie, dicevo, a questa somma, il Bertani, d’accordo col Mazzini, aveva radunati circa 9 mila uomini, li aveva armati e organizzati alla megli assai di quanto non fossero stati quelli di tutte le altre spedizioni precedenti, che la nuova superava anche e di gran lunga nel numero dei volontari. Lo storico tedesco Guglielmo Rustow ci dà, al riguardo, particolari minuti e precisi.”. Sull’invio di denaro e di aiuti Carlo Agrati, nel suo “Da Quarto al Volturno”, a p. 259, in proposito aveva scritto: “Grazie a 5 milioni avuti dal nuovo Governo di Sicilia -etc…”. Dunque, pare che Bertani avesse avuto dal Governo di Sicilia, dunque dal Depretis prodittatore, 5 milioni. Il Governo di Sicilia aveva rinvenuto nella zecca di Palermo un gran numero di argento.
BERTANI RAGGIUNGE GARIBALDI
Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, da Paola arrivò Agostino BERTANI che va incontro al Generale Garibaldi
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani, insieme al generale Intendente Giovanni Acerbi ed il colonnello Rustow, condotte le sue truppe (dell’ex spedizione Pianciani) a Paola, si separa e decide di ripartire subito per Cosenza per raggiungere il generale Garibaldi dove gli dà la bella notizia dell’arrivo delle sue truppe a Paola. Bertani riparte da Paola per Cosenza. Alcuni storici scrivono che Bertani incontrò Garibaldi al Tiriolo, mentre altri parlano di Cosenza. Garibaldi si trovava a Cosenza, insieme al generale Enrico Cosenz ed altri. Altri storici ci dicono che Bertani si allontanò da Paola per incontrare Garibaldi a Rotonda. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. La White scriveva che Agostino Bertani, dopo essere arrivato a Paola, probabilmente insieme all’Intendente Acerbi, decide di andare incontro a Garibaldi raggiungendolo a Rotonda. Vedremo in seguito che Bertani non raggiungerà Garibaldi a Rotonda ma lo raggiungerà a Cosenza. Infatti, la White proseguendo il suo racconto e riferendosi sempre al Bertani aggiunge che: “Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, incontrandosi con Bertani etc…”. Dunque, la White si corregge e scrive che Garibaldi, dopo Soveria Manelli “proseguirà oltre” (proseguirà oltre Soveria) e si incontrerà con Bertani. La White, proseguendo il suo racconto scriveva pure che: “Il generale all’alba del 30, non avendo seco che ventiquattro guide, le manda ad intimare a Ghio, l’assassino di Pisacane, la resa a discrezione. Prima di mezzogiorno costui dovette licenziare il suo esercito, consegnar armi, artiglieria e cavalli; e in meno d’un’ora quel campo era di Garibaldi. Pisacane era vendicato a metà.”. La White proseguendo il suo racconto e riferendosi sempre al Bertani aggiunge che: “Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco perprima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. La White, a p. 452, aggiungeva che: “L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: “Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco per prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2).”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Garibaldi, avendo saputo delle truppe della ex-Divisione Pianciani riunite a Paola, a Cosenza, nominò il colonnello Turr generale e comandante della 15° Divisione, togliendola a Bixio. A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. La Dobelli (Treveljan), a p. 179, in proposito scriveva: “…….”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Dunque, delle due una, ovvero Bertani non andò a Rotonda, come scriveva la White-Mario, ad incontrare Garibaldi, ma andò a raggiungerl a Cosenza. La Dobelli (Treveljan) postillava: “Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda).”. In Appendice, la Dobelli scriveva: “Bertani = Mario (J.W.) – Agostino Bertani e i suoi tempi. 1888. E’ l’opera migliore dell’autrice. Importante per la corrispondenza del Bertani con Garibaldi e gli altri personaggi principali del 1860, attinta a larghe mani dall’Archivio Bertani, Milano.”. Dunque, la Dobelli si riferiva proprio al testo della giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra. Infatti, nel vol. II, a p. 179 (che corrisponde a p. 451 del volume unico che io posseggo), ella scriveva: “….va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Dunque, secondo il Treveljan si deve leggere Cosenza. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra. Dov’è Garibaldi ? ecco la domanda vociferata mille volte al dì. Dove era Garibaldi ? “. Bertani, da Tropea si avvia via mare navigando insieme ad Acerbi diretti a Paola. La White, proseguendo il suo racconto, a p. 179, in proposito aggiungeva che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. La White-Mario (….) scriveva che Bertani voleva a tutti i costi incontrare Garibaldi per parlarci. Agostino Bertani, allontanatosi da Paola dove vi erano le sue truppe con Rustow che attendevano ordini da Garibaldi e da Sirtori, si reca a Cosenza dove incontrerà Garibaldi e gli dirà delle sue truppe ferme a Paola con Rustow che attendevano suoi ordini. Bertani raggiunse Garibaldi a Cosenza. Il 31 agosto 1860, Garibaldi era arrivato a Cosenza insieme al generale Turr. Garibaldi si trovava a Cosenza e viene raggiunto anche da Agostino Bertani e dall’Intendente Acerbi (?). Bertani viaggerà a cavallo da Paola, dove aveva lasciato le sue truppe ivi sbarcate con il colonnello Rustow. Bertani, da Paola viaggierà con Acerbi ?. Dunque, secondo il taccuino della White-Mario, Bertani arriverà a Rotonda con l’Acerbi dove incontrerà Garibaldi. Si è già visto che l’incontro tra Bertani e Garibaldi non sarà a Rotonda ma sarà a Cosenza. Che l’incontro si ebbe a Cosenza e non a Rotonda, è testimoniato dal telegramma che il generale Turr fece a Bixio, dopo aver ricevuto l’ordine da Garibaldi, a Cosenza, e non a Rotonda. Bertani, arrivato a Paola con l’Intendente Acerbi, ivi sbarcati e dove vi erano già arrivate le truppe con Rustow, lasciava Acerbi e Rustow a Paola e procedeva oltre per andare a conferire con Garibaldi. Alcuni storici scrissero che Bertani andò a Rotonda, altri scrivono che Bertani incontrò Garibaldi al Tiriolo, altri scrissero che Bertani incontrò Garibaldi a Cosenza. La White dice che Bertani va in persona “a trovar Garibaldi a Rotonda”. La White dice che Bertani va a Rotonda. Si tratta di Rotonda o Cosenza ?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 179, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Garibaldi, lasciando Stocco pro- dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò etc…”. Dunque, la White-Mario, dal Diario di Bertani scriveva che Garibaldi si incontrò con Garibaldi a Rotonda e non a Cosenza. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 451 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Partito il messo, con questo giunge correndo quello spedito da Acerbi, col telegramma di Bertani e uno suo; etc…”. La White-Mario (….) scriveva che arrivato a Paola, Agostino Bertani va a Rotonda dove raggiunse il generale Garibaldi. La White-Mario (….), sull’episodio continua a scrivere e, a p. 451 dice che: “Ricevuto il dispaccio a Pizzo, Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e, facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia, va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini. Etc…”. Dunque, la White-Mario (….) scriveva che Bertani parte da Paola e raggiunge Garibaldi a Rotonda. E’ strano che la White-Mario facesse questo errore, perchè, infatti, pare che Bertani raggiungesse Garibaldi non a Rotonda ma al quartiere generale di Cosenza. Infatti, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Dunque, delle due una, ovvero Bertani non andò a Rotonda, come scriveva la White-Mario, ad incontrare Garibaldi, ma andò a raggiungeri a Cosenza. La Dobelli (Treveljan) postillava: “Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda).”. In Appendice, la Dobelli scriveva: “Bertani = Mario (J.W.) – Agostino Bertani e i suoi tempi. 1888. E’ l’opera migliore dell’autrice. Importante per la corrispondenza del Bertani con Garibaldi e gli altri personaggi principali del 1860, attinta a larghe mani dall’Archivio Bertani, Milano.”. Dunque, la Dobelli si riferiva proprio al testo della giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra. Infatti, nel vol. II, a p. 179 (che corrisponde a p. 451 del volume unico che io posseggo), ella scriveva: “….va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Dunque, secondo il Treveljan si deve leggere Cosenza. Bertani raggiunse Garibaldi a Cosenza. Un’altra questione è l’Acerbi. Bertani, da Paola viaggerà con Acerbi ?. La giornalista White-Mario, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “E noi li seguiamo passo passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, la White scriveva che il Bertani annotò nel suo taccuino di viaggio che a Paola si separò dall’Acerbi, lasciando le sue truppe al colonnello Rustow. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo di Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Etc…”. Dunque, le truppe del Bertani (ex spedizione Pianciani) arrivarono a Paola per via mare da Pizzo Calabro. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che le truppe dell’ex spedizione Pianciani avevano lasciato la Sicilia sbarcando a Tropea. George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, in proposito scriveva che: “Il primo settembre alle tre del mattino, Garibaldi, il Cosenz e il Bertani lasciavano Cosenza in carrozza aperta, etc…”. Dunque, se Garibaldi e Bertani lasciarono Cosenza il 1° settembre, alle tre del mattino ci conferma che Bertani arrivò da Paola il giorno 31 agosto 1860. Secondo la White, Bertani nel suo taccuino annotava che a Paola, dove era arrivato con l’Acerbi, se ne separò per andare a Rotonda a trovare Garibaldi. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, Rustow ci parla della permanenza sua e delle truppe a Paola. Egli cita il sig. F. Tuzzi, nobile di Paola e fabbricante di seta, che gli offrì la sua bella e comoda casa per aqquartierarsi. Rustow racconta ancora e aggiunge che a Paola: “Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato.”. Dunque, Rustow, che era a Paola con i volontari garibaldini organizzati da Bertani, racconta che egli aspettando che Garibaldi movesse da Soveria e andasse a Cosenza, gli arrivò la notizia che “infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato.”. Gli arrivò la notizia che la sua Divisione era stata attaccata a quella di Turr. Bertani dove era andato a parlare con Garibaldi avvisandolo delle truppe a Paola (tenute da Rustow), a Rotonda o a Cosenza ?. Dove prese la decisione Garibaldi di destinare le truppe di Bertani a Turr ? Lo fece a Rotonda o lo fece a Cosenza ?. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Inoltre, Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Etc…Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni cita il telegramma del generale Turr del 31 agosto 1860 che egli trasmette a Bixio proprio da Cosenza dopo che il generale Garibaldi gli affida il comando delle truppe di Bertani. Dunque, Bertani e Garibaldi si incontrarono a Cosenza. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Dunque, Agrati aggiunge che ciò che aveva scritto Canzio nel suo Diario erano notizie inesatte. Infatti, ciò che scrive Canzio: “Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”, non corrisponde al vero. Infatti, Bertani non “s’imbarca per Sapri” ma, invece, è vero che Bertani raggiunse prima Garibaldi a Cosenza dove diede la lieta notizia a Garibaldi, la lieta notizia dei volontari a Paola. A Paola restò solo Rustow a guardia delle truppe ivi lasciate e riunite. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”. In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. La Dobelli (Treveljan), a p. 179, in proposito scriveva: “…….”. Treveljan (nella traduzione Dobelli), a p. 194, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo del Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Etc…”. Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc….Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Etc…”. Ragazzoni però scrive che sarà Garibaldi, il 1° settembre 1860 ad andare a Paola. Ma ciò non corrisponde al vero perchè gli storici ci dicono che Garibaldi fece un altro percorso e mandò Turr a prelevare le truppe a Paola e portarle a Sapri. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani, insieme al geerale Intendente Giovanni Acerbi ed il colonnello Rustow, condotte le sue truppe (dell’ex spedizione Pianciani) a Paola, si separa e decide di ripertire subito per Cosenza per raggiungere il generale Garibaldi dove gli dà la bella notizia dell’arrivo delle sue truppe a Paola. Bertani riparte da Paola per Cosenza. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, se possibile, d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada di Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno. Lasciava infine la prodittattatura a Donato Morelli, e si portava avanti con Cosenz.”. Dunque, il Pecorini non scrive come arrivò a Garibaldi l’avviso che “due brigate della dimessa spedizione Pianciani” si trovavano a Paola, ovvero Pecorini non scrive che l’avviso gli lo portò il Bertani stesso a Cosenza, ma che fosse a Cosenza e non a Rotonda come scrive il Treveljan, lo testimonia il telegramma che il generale Turr, inviò da Cosenza, il 31 agosto 1860 a Nino Bixio, di cui parlerò in seguito. Infatti, dopo l’incontro a Cosenza di Garibaldi e Bertani, Garibaldi diede l’ordine a Turr di andare a Paola. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione……Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno. XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”.
BERTANI E GARIBALDI A COSENZA
Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, l’incontro tra GARIBALDI e Agostino BERTANI, che gli annuncia essere sbarcate a Paola alcune Brigate ivi sbarcate e riunite (circa 4000 uomini) pronte per combattere con lui
Agostino Bertani, allontanatosi da Paola dove vi erano le sue truppe con Rustow che attendevano ordini da Garibaldi e da Sirtori, si reca a Cosenza dove incontrerà Garibaldi e gli dirà delle sue truppe ferme a Paola con Rustow che attendevano suoi ordini. Bertani raggiunse Garibaldi a Cosenza. Il 31 agosto 1860, Garibaldi era arrivato a Cosenza insieme al generale Turr. Garibaldi si trovava a Cosenza e viene raggiunto anche da Agostino Bertani e dall’Intendente Acerbi (?). Bertani viaggerà a cavallo da Paola, dove aveva lasciato le sue truppe ivi sbarcate con il colonnello Rustow. Bertani, da Paola viaggierà con Acerbi ?. Dunque, secondo il taccuino della White-Mario, Bertani arriverà a Rotonda con l’Acerbi dove incontrerà Garibaldi. Dello storico incontro tra Garibaldi e Agostino Bertani, a Cosenza, ne hanno parlato alcuni storici e testimoni diretti, compreso il Bertani stesso. Bertani si era recato ad incontrarsi con Garibaldi per avvertirlo che alcune Brigate dell’ex Spedizione Pianciani, da loro due fatte arrivare a Palermo da Cagliari, erano da poco sbarcate e ben fatte riordinare da Rustow a Paola. Bertani portò la lieta notizia a Garibaldi. Garibaldi apprendendo la lieta notizia chiese a Bertani di restare con lui e diede incarico al generale Turr che era presente di recarsi a Paola per portarle a Sapri. Infatti, la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, traendo molte notizie dal “Diario” di Agostino Bertani, a pp. 451-452 dice che: “Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco per prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”.”. La White scriveva pure che, Garibaldi: “E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro.”. La White aggiungeva pure del colloquio con Bertani che Garibaldi disse: “E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, etc…“. La White, a p. 452, aggiungeva che: “L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: “Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco per prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Etc…”. Dello storico incontro con Agostino Bertani ha scritto anche il Treveljan. Infatti, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo di Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2).”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Treveljan (….), a p. 194 continuando il suo racconto scriveva che: “Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Etc…”. Garibaldi, avendo saputo delle truppe della ex-Divisione Pianciani riunite a Paola, a Cosenza, nominò il colonnello Turr generale e comandante della 15° Divisione, togliendola a Bixio. A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. La Dobelli (Treveljan) postillava: “Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda).”. In Appendice, la Dobelli scriveva: “Bertani = Mario (J.W.) – Agostino Bertani e i suoi tempi. 1888. E’ l’opera migliore dell’autrice. Importante per la corrispondenza del Bertani con Garibaldi e gli altri personaggi principali del 1860, attinta a larghe mani dall’Archivio Bertani, Milano.”. Dunque, la Dobelli si riferiva proprio al testo della giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra. Infatti, nel vol. II, a p. 179 (che corrisponde a p. 451 del volume unico che io posseggo), ella scriveva: “….va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Ma Bertani, non si incontrò con Garibaldi a Rotonda ma, lo storico incontro avvenne a Cosenza. Infatti, Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, etc…”. Inoltre, Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Etc…Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni cita il telegramma del generale Turr del 31 agosto 1860 che egli trasmette a Bixio proprio da Cosenza dopo che il generale Garibaldi gli affida il comando delle truppe di Bertani. Dunque, Bertani e Garibaldi si incontrarono a Cosenza. Devo però aggiungere che sebbene sia corretto ciò che scrisse il Pecorini-Manzoni, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, etc…”, non citava affatto il Bertani, ma scriveva che a Garibaldi, a Cosenza gli pervenne l’avviso. A Garibaldi pervenne l’avviso delle truppe a Paola dal Bertani che si recò ad incontrarlo personalmente. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, in proposito scriveva che: “..XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata , mandando il generale Türr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila, slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, ….LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie….raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Maraldi, però scrive pure che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Etc…”. Alessandro Serra, a p. 328 scriveva pure che: “Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”. In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per tera sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per tera sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, etc…“. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”.”. Agrati, proseguendo il suo racconto, dove si basa sul diario del Canzio, scriveva pure che, a Cosenza: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione….“. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Dunque, Agrati aggiunge che ciò che aveva scritto Canzio nel suo Diario erano notizie inesatte. Infatti, ciò che scrive Canzio: “Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”, non corrisponde al vero. Infatti, Bertani, non “si imbarca per Sapri” ma è vero, invece, che Bertani, da Paola raggiunse prima Garibaldi a Cosenza dove diede la lieta notizia a Garibaldi. Agrati cita dal Diario di Canzio che scrive il 1° settembre 1860 che era a Tarsia e che il giorno prima, ovvero il 31 agosto 1860 era arrvato Bertani per incontrare Garibaldi e dirgli delle truppe a Paola. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s ‘ apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno. XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila, slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne riparti il primo settembre , accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri, il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che , più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come horeso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”.
La giornalista White-Mario, a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “E noi li seguiamo passo passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”.
GARIBALDI NOMINA TURR
Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, Garibaldi nomina il generale TURR, Capo di Stato Maggiore della 15° Divisione garibaldina al posto di Rustow e, gli ordina di recarsi a Paola e di imbarcare le truppe per il golfo per portarle a Sapri
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani, insieme al generale Intendente Giovanni Acerbi ed il colonnello Rustow, condotte le sue truppe (dell’ex spedizione Pianciani) a Paola, si separa e decide di ripartire subito per Cosenza per raggiungere il generale Garibaldi dove gli dà la bella notizia dell’arrivo delle sue truppe a Paola. Bertani riparte da Paola per Cosenza. Dello storico incontro tra Garibaldi e Agostino Bertani, a Cosenza, ne hanno parlato alcuni storici e testimoni diretti, compreso il Bertani stesso. Bertani si era recato ad incontrarsi con Garibaldi per avvertirlo che alcune Brigate dell’ex Spedizione Pianciani, da loro due fatte arrivare a Palermo da Cagliari, erano da poco sbarcate e ben fatte riordinare da Rustow a Paola. Bertani portò la lieta notizia a Garibaldi. Garibaldi apprendendo la lieta notizia chiese a Bertani di restare con lui e diede incarico al generale Turr che era presente di recarsi a Paola per portarle a Sapri. Infatti, la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, traendo molte notizie dal “Diario” di Agostino Bertani, a pp. 451-452 scriveva che Garibaldi, in seguito allo storico incontro con Bertani, proveniente da Paola: “E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro.”. La White aggiungeva pure del colloquio con Bertani che Garibaldi disse: “E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. La White, a p. 452, aggiungeva che: “L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: “E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Etc…”. Dello storico incontro con Agostino Bertani ha scritto anche il Treveljan. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 196, in proposito scriveva che: “All’estremo opposto del Campo Tenese Garibaldi salì l’erta d’un altro passo (1) e varcandolo abbandonò la Calabria per la Basiicata, facendo la sua prima sosta nella nuova regione, a Rotonda, un paesetto di montagna dove egli trovò già costituita la Guardia Nazionale e l’intiera gerarchia delle autorità rivoluzionarie nè più nè meno che se fosse stato Parigi o per lo meno Cosenza (2).”. Sempre la Dobelli (….), a p. 198, in proposito scriveva pure che: “A questo punto del suo viaggio Garibaldi cambiò metodo,…..Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati allora da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui i negoziati in condizioni più favorevoli.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nella sua breve sosta a Cosenza, Garibaldi prese delle importanti disposizioni militari dovute all’arrivo di Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2).”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Treveljan (….), a p. 194 continuando il suo racconto scriveva che: “Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Garibaldi, avendo saputo delle truppe della ex-Divisione Pianciani riunite a Paola, a Cosenza, nominò il colonnello Turr generale e comandante della 15° Divisione, togliendola a Bixio. A Paola, Agostino Bertani aveva fatto concentrare le grigate Milano e Spinazzi che facevano parte della ex divisione Pianciani e, nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, 299-300; Rustow, Brig. Milano, 11-18; Turr, Div., 147-149; Forbes, 206; Bertani, II, 179-184 (a pag. 179, lin. 23, si legga Cosenza invece di Rotonda); etc..”. La Dobelli (Treveljan), a p. 179, in proposito scriveva: “…….”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: “LIV. – Turr….Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale, o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, etc…LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per se considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Turr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato, l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, ….LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 488-489, in proposito scriveva che: “..XLVII….Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Türr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie….raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. A Paola restò solo Rustow a guardia delle truppe ivi lasciate e riunite. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione. Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell’armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli. Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato. Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto , e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr , ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l ‘ indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal popolo etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Infatti, è bene ricordare che già Turr era stato nominato da Garibaldi, a Milazzo, al posto di Bixio, la 15° Divisione a cui appartenevano le truppe che sbarcarono con Bertani e Rustow a Paola. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, etc…(18).“. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr con ordine, se possibile, d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada di Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno. Lasciava infine la prodittattatura a Donato Morelli, e si portava avanti con Cosenz.”. Dopo aver ricevuto il prestigioso incarico da Garibaldi, il generale TURR scrive a Bixio e gli comunica l’avvenuto cambio. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il Generale Garibaldi da Soveria lasciava la prodittatura a Vincenzo Stocco, e dato incarico a Sirtori di restare per raccogliere le truppe, partiva in vettura assieme con Turr e Cosenz ed alcune guide la mattina del 31 per Rogliano, dove trovò le bande calabresi organizzate da Donato Morelli. Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “Al Sig. generale Bixio Comandante la I° brigata della 15° divisione. Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza. Manderà pure a Cosenza i miei cavalli ed il suo bagaglio. Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. …Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affezz. Turr.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 148, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi; etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. La ex divisione Pianciani era la “spedizione Terranova” che Bertani aveva organizzato per l’invasione dello Stato Pontificio. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola a Sapri non a Policastro. infatti, è a Sapri, che Turr e Rustow sbarcheranno il 2 settembre 1860, con tutte le truppe che porteranno da Paola. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria . Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”. Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de’ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che “I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia delle incursioni moderne.” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come horeso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “….Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi.“. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. L’abbiam lasciato a Soveria, donde parte il 31 agosto al mattino. Il Diario di Canzio dice: “31 agosto – Mandato nella notte a Corice (Còraci) distante un’ora, per requisizione foraggi, al mattino mi unisco al Generale e arriviamo a Rogliano. La sera siamo a Cosenza. Entusiasmo generale. Vi troviamo da 4 a 5 mila armati”. In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Dunque, Agrati aggiunge che ciò che aveva scritto Canzio nel suo Diario erano notizie inesatte. Infatti, ciò che scrive Canzio: “Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”, non corrisponde al vero. Infatti è vero che Bertani, non si imbarcò da Paola per Sapri, ma egli raggiunse prima Garibaldi a Cosenza dove diede la lieta notizia a Garibaldi. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: “Ma l’attivo uffiziale, a cui tardava di riprendere la sua vita operosa, non attese tutto questo tempo; ma fatti alcuni bagni ad Acqui di Piemonte, si ricondusse in Sicilia e con Garibaldi partiva per Messina e di là a Giardinetto, dove assistevano all’imbarco della brigata di Bixio destinata a sbarcare a Melito. Quindi egli medesimo col resto della sua divisione sbarca a Bagnara, e si riunisce di poi con Garibaldi a Palmi, d’onde con lui parte per Cosenza da cui è mandato a Paola per ivi assumere il comando dei volontari che vi aveva condotti il medico milanese Agostino Bertani, tramutatosi costui pure da uomo di scienza in soldato della rivoluzione siciliana. Il 1 settembre il general Türr arrivava a Paola, e questa data mi è fornita dallo storico di questa campagna, per me già citato, Guglielmo Rüstow, il quale da capo dello stato maggiore generale di Pianciani era passato al comando delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi, e che però trovavasi in quel punto a Paola. Anzi il generale Garibaldi ordinava che il corpo di Rüstow venisse riunito alla divisione comandata da Türr e dovesse, sia per mare che per terra spingersi innanzi onde guadagnar maggior terreno sul continente napoletano, e cosi formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera di quel giorno vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma: il resto di quest’ultima brigata doveva tener dietro nel termine possibilmente più breve, ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione , trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli, il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Silvano De Luca quì commette un errore perchè si tratta della brigata “Spinazzi” non “Spiazzi”.
TURR SCRIVE A BIXIO
Nel 31 agosto 1860, da Rogliano, il generale TURR, ricevuto l’incarico da Garibaldi scrive ed invia una lettera a BIXIO
Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il Generale Garibaldi da Soveria lasciava la prodittatura a Vincenzo Stocco, e dato incarico a Sirtori di restare per raccogliere le truppe, partiva in vettura assieme con Turr e Cosenz ed alcune guide la mattina del 31 per Rogliano, dove trovò le bande calabresi organizzate da Donato Morelli.”, poi, proseguendo il suo racconto aggiungeva che: “Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “Al Sig. generale Bixio Comandante la I° brigata della 15° divisione. Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza. Manderà pure a Cosenza i miei cavalli ed il suo bagaglio. Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.”. Dunque, Carlo Pecorini-Manzoni cita il telegramma che Turr scrisse a Nino Bixio, il 31 agosto 1860 per annunciargli che Garibaldi gli aveva dato il comando della 15° Divisione. Ma, devo precisare che, come scrive il Pecorini, il telegramma venne spedito da Turr, a Rogliano, non a Cosenza. Dunque, Garibaldi già a Rogliano incaricava Turr del comando della 15° Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 148, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi; etc…”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: “Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. Dunque, la White-Mario (….), dal Diario di Agostino Bertani, scriveva che il generale Turr, che si trovava a Rogliano e che aveva ricevuto l’incarico da Garibaldi: “….trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. Dunque, il Turr, da Cosenza invia un dispaccio a Bixio dove gli anticipa la decisione di Garibaldi di affidare le brigate della ex-Divisione Pianciani a lui e che il Bixio riceverà l’ordine di Garibaldi di formare la 18° Divisione. Turr chiede pure a Bixio di mandargli subito il colonnello Teleky e Maxime Du Champ per attaccarli con la divisione Eber che restava con lui. Turr spiega a Bixio che sarebbe partito per Paola, dove si trovavano riunite le brigate dell’ex divisione Pianciani per portarle a Sapri. Turr, nel suo dispaccio a Bixio gli promette che “Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: “XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse , con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marce forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 171, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Del Duca, a p. 171, nella nota (231) postillava: “(231) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini di Salerno, cit, pagg. 281-282”. Intanto devo rilevare un errore perchè il Del Duca scrivendo brigata “Spiazzi” sbaglia perchè si trattava della brigata “Spinazzi”, di cui parlerò ampiamente innanzi. Inoltre aggiungo che la lettera o dispaccio del generale Turr che fa pervenire a Bixio, che, come scriveva il Pecorini-Manzoni: “Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “……”.”, dunque, il generale Turr scriveva a Bixio da Rogliano, e, di nuovo, rivevuto l’ordine da Garibaldi a Cosenza, il 31 agosto 1860, prima di partire per Paola, il generale Turr scrive a Bixio la seguente “telegramma” o dispaccio, come scrive la scrittrice Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: “Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. Il testo completo del telegramma a Bixio è riportato da Carlo Pecorini-Manzoni (….), come ho già riportato. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr etc…”.
TURR RICEVE DA GARIBALDI 5000 FRANCHI
Bertani si era recato ad incontrarsi con Garibaldi per avvertirlo che alcune Brigate dell’ex Spedizione Pianciani, da loro due fatte arrivare a Palermo da Cagliari, erano da poco sbarcate e ben fatte riordinare da Rustow a Paola. Bertani portò la lieta notizia a Garibaldi. Garibaldi apprendendo la lieta notizia chiese a Bertani di restare con lui e diede incarico al generale Turr che era presente di recarsi a Paola per portarle a Sapri. Dopo la nomina del generale Turr, arrivando a Paola, secondo un altro testimone di eccezione, il colonello Rustow, portò a Paola 5000 franchi che probabilmente gli erano stati consegnati a Cosenza da Garibaldi stesso che gli aveva assegnato il prestigioso incarico. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Dunque, Rustow scriveva che il generale Turr, da Cosenza dove si trovava con Garibaldi, a Paola, aveva portato 5000 franchi francesi. La notizia è interessante. Credo che questo danaro gli fu consegnato a Cosenza dai Calabresi che insieme a Donato Morelli (….), nominato Governatore di Cosenza e della Calabria. Rustow scriveva che il generale Turr, aveva portato i 5000 franchi a Paola, ma non ha specificato se questo danaro dovesse arrivare a Sapri o fermarsi a Paola. Tuttavia, il danaro in quei frangenti serviva per ogni cosa. Ad esempio, oltre ai viveri che bisognava apprestare per le truppe sbarcate a Paola, vi erano i vapori o piroscafi da noleggiare per il viaggio fino a Sapri. Bisognava noleggiare i mezzi di trasporto per le truppe che in seguito, da Sapri, dovettero risalire verso il Vallo di Diano e Eboli e Salerno. Il danro fu utilizzato dal generale Turr anche p provvedere ai bisogni degli Ufficiali borbonici che erano in fuga, i cui Superiori, avevano sottoscritto un armistizio o resa con Garibaldi.
LA PARTENZA DI TURR PER PAOLA
Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, il generale TURR ricevuto l’ordine da Garibaldi parte spedito per Paola
Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, scrive al generale Bixio e poi subito parte spedito e si reca a Paola. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: “Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco perprima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. Dunque, la White-Mario (….), dal Diario di Agostino Bertani, scriveva che il generale Turr, che si trovava a Rogliano e che aveva ricevuto l’incarico da Garibaldi: “….trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “….Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “…..Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: “XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: “LIV. – Turr….Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale, o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, etc…LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per se considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Turr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato, l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Dunque, il Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Di questa notizia devo però far notare che conferma la venuta a Paola del generale Turr. A Paola, Turr, su ordine di Garibaldi si recherà il giorno 31 agosto 1860 e, come scrive anche il Rustow, si provvide a far salire a bordo di alcuni legni amici, alcuni Ufficiali borbonici che si volevano imbarcare in ritirata e lasciare la Calabria. Garzia, però scrive pure che subito dopo, il generale Turr si reca a Pizzo Calabro mentre come vedremo Turr, insieme a Rustow porterà le truppe ferme a Paola le porterà a Sapri. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 31 agosto, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “A Paola già trovansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione , ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii , avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura che fossero 8940 in tutto, divise in sei brigate, un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, sicchè se ne potesse accrescere la gente senza alterare i quadri.”. De Sivo, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi, m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle. Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau . Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours, leur culotte courte, leurs sandales et leurs grandes guêtres , leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière , sont admirables à voir. Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel . En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa: “Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe. Il patriota ungherese, sebbene ancora molto giovane, si è guadagnato il grado di generale di divisione per il suo coraggio e la sua intrepidezza, uniti alla sua seria conoscenza dell’arte militare. Ha un aspetto molto simpatico e gode almeno tanto dell’affetto di tutti i volontari quanto della fiducia del suo comandante. Garibaldi, mi è stato assicurato, sta avanzando su Napoli senza incontrare alcun ostacolo. I calabresi si stanno arruolando in massa sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, le loro giacche di velluto, i loro calzoni corti, i loro sandali e le loro ampie ghette, i loro lunghi fucili in spalla e le loro gilet a tracolla, sono ammirevoli da vedere. Portano dentro di sé un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente. (1) E i briganti, mi si chiederà, visto che stiamo parlando dei calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ne sono rimasti in questa cara Calabria dopo la proclamazione del governo di Vittorio Emanuele. Nella mia qualità di messaggero d’avventure, ne ho cercati alcuni, e le mie ricerche sono state vane; ho solo incontrato persone offrendomi ospitalità con la proverbiale generosità degli highlander scozzesi di Scribe. Notai anche, tra le donne, figure magnifiche, veri volti da Madonna; sembravano creati appositamente per ispirare poeti e artisti…..Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 171, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Del Duca, a p. 171, nella nota (231) postillava: “(231) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini di Salerno, cit, pagg. 281-282”. Intanto devo rilevare un errore perchè il Del Duca scrivendo brigata “Spiazzi” sbaglia perchè si trattava della brigata “Spinazzi”, di cui parlerò ampiamente innanzi.
A LAURIA E LAGONEGRO
Nel 31 agosto 1860, a Sapri sbarcano tre ufficiali garibaldini, vanno a perlustrare la zona e arrivano a Lauria (Perini)? o a Lagonegro (Du Champ)? dove incontrano nella piazza 3000 soldati borbonici che ivi bivaccavano
Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: “XLIX. Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria. Quest’ultima città fu interamente distrutta nelle fazioni del 1808 dal generale Manhès che vi fece appiccare l’incendio e fucilare gran parte de’ suoi abitatori. Essa era il centro delle innumerevoli bande che in quel tempo lottavano contro i Francesi per l’indipendenza del loro paese nativo, e per così dire il quartier generale dell’ opposizione a Giocchino Murat e dei maneggi della proscritta fazione borbonica. Lauria, malgrado la murattiana vendetta, risorse ben tosto dalle sue rovine: e crebbe con aspirazioni ed idee liberali ed italiche.”. Perini racconta che Garibaldi arrivò a Castelluccio ed infine a Lauria. Perini racconta delle tristi vicende che interessarono Lauria in epoca Francese, col generale Manhès, nel 1808. Poi, proseguendo il suo racconto, Perini aggiunge e ci parla di un episodio sorto a Lauria. Perini scriveva: “L. Alcuni giorni prima era a Lauria sopravenuto uno strano accidente. Tre ufficiali garibaldini sbarcati in quel turno a Sapri ed inoltrandosi a diporto nell’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze ed entrarono temerariamente in città, tuttavia presidiata dai Regii.“. Perini racconta che alcuni giorni prima dell’arrivo di Garibaldi a Lauria (quindi qualche giorno prima del 2 settembre 1860, ovvero il 31 agosto 1860), “Tre ufficiali garibaldini che erano sbarcati in quel turno a Sapri” si erano “inoltrati a diporto nell’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze” di Lauria, dove, entranovi trovarono il piccolo paese di Lauria “presidiata dai Regii”, ovvero i tre ufficiali garibaldini trovarono Lauria occupata dalle truppe borboniche, probabilmente del generale Caldarelli. Analizzando meglio le parole del Perini, i tre ufficiali garibaldini sbarcati a Sapri, arrivarono a Lauria, che non è molto distante da Sapri, il 31 agosto 1860. Perini, proseguendo il suo racconto ci dice di ciò che accadde a Lauria. Perini scriveva che i tre ufficiali garibaldini: “L. I tre volontari, penetrati sino in piazza, s’imbatterono in un corpo di tre mila nemici che vi bivaccavano. Senza smarrirsi per questo, e non mostrando nemmeno avvedersi del pericolo in cui erano incorsi, eglino sedettero tranquillamente al caffè e si posero a parlare cogli ufficiali napoletani che venivano a vederli. Dopo qualche parola cortese scambiata da una parte e dall’altra gli ufficiali di Francesco II dichiararono essere eglino pure italiani non avrebbero mai combattuto contro i patriotti. Il nostro dovere, soggiungevano, quello sarebbe d’ impossessarci della vostre persone, e forse ne potremmo sperare una generosa ricompensa dal nostro governo: ma siccome il nostro cuore batte, egualmente che il vostro, alle idee di libertà e di patria, facciamo piena adesione alla causa da voi propugnala e ve lo proviamo lasciandovi liberi. La notte seguente quel corpo munito di cavalleria ed artiglieria volontariamente si sciolse e disperse: tali erano i sentimenti dell’armata in cui Francesco II doveva riporre l’estrema speranza della sua dinastia !”. Lo stesso episodio racconta Du Champ che, però, lo riferisce a Lagonegro e non a Lauria. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 249-250, in proposito scriveva pure che: “Ad una svolta, sbuca d’improvviso il paese di Lagonegro, erto su una collina, con la via principale così larga da rassomigliare ad un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, non ci è possibile trovare bestie da tiro, e siamo costretti a tenere il postiglione che ci ha portati da Rotonda in poi; povero ragazzo, è pieno di buona volontà, ma ci dimostra che, se non si vuole correre il rischio di vederli cadere sfiniti, i cavalli non possono proseguire. Dappertutto chiediamo notizie; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i regi siano a Salerno. La città è piena di soldati, venuti direttamente da Cosenza o condotti per mare fino a Sapri. Si è sparsa la voce che l’esercito dovrebbe concentrarsi a Lagonegro, ma nessuno può confermarla, e gli stessi capi ci confessano di non aver cicevuto nessun ordine a questo riguardo; si vorrebbe sapere tutto quello che avviene, si vorrebbe marciare avanti; si sente istintivamente che la conclusione è vicina e tutti son presi dalla smania di parteciparvi. Due giorni prima del nostro arrivo, era accaduto a Lagonegro un fatto singolare. Tre ufficiali del nostro esercito, in camicia rossa, e provenienti da Sapri, erano entrati nella città. Vi trovarono 3000 Napoletani, uno squadrone di cavalleria, e due batterie di campagna schierati sulla piazza. Un po’ sorpresi da quello spettacolo del tutto inatteso, i garibaldini non si persero d’animo e se ne andarono tranquillamente a sedere al caffè, restandosene a guardare le truppe regie allineate in bell’ordine. Nessuno diceva loro niente; li guardavano con una certa curiosità, ma senza ostilità. Essi allora si diressero verso i soldati napoletani e si misero a discorrere con loro: – Perché, domandarono i nostri, ve la battete sempre in ritirata e non ci avete conteso il passo ? – Perché prima di essere Napoletani, siamo Italiani e, come voi, vogliamo un’Italia una, e sappiamo che il governo del re Francesco II non è, per così dire, che una succursale della corte di Vienna. Voi credete che manchiamo di coraggio ? Avreste torto; sappiamo bene che nostro dovere sarebbe farvi immediatamente impiccare, ma preferiamo stringervi la mano dicendovi: arrivederci! Etc…”. Inoltre, devo precisare che il racconto di Maxime Du Champ, identico a ciò che Perini scriveva riferendosi al paese di Lauria, il Du Champ, non solo lo riferisce al piccolo borgo di Lagonegro e non a Lauria, ma, Du Champ scriveva che loro si trovavano a Lagonegro il 7 settembre 1860, allorquando di sera arriva loro il dispaccio che Garibaldi è entrato in Napoli. Infatti, Du Champ, a p. 259, in proposito scriveva che: “La notizia dell’ingresso di Garibaldi a Napoli si diffuse rapidamente a Lagonegro, che ben presto illuminata. L’indomani mattina, uno di noi ricevette un dispaccio in cui si annunciava che i forti di Napoli erano ancora in mano ai regi; ….Partimmo senza perdere tempo. Dopo Lagonegro, si direbbe che il paesaggio etc…”. Dunque, siccome il Du Champ si trovava a Lagonegro con la truppa garibaldina diretta dallo Spangaro, la sera del giorno 7 settembre, è desumibile che l’episodio dei tre ufficiali sbarcati a Sapri e arrivati a Lagonegro in perlustrazione, ascrivibile a “Due giorni prima del nostro arrivo, era accaduto a Lagonegro un fatto singolare”, si riferisce al giorno 5 settembre 1860.
A PAOLA
Nel 31 agosto 1860, l’arrivo a Paola e l’imbarco di UFFICIALI BORBONICI dell’armata Regia
Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani,si reca immediatamente a Paola, dove vi erano già alcune truppe e Brigate dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, ivi fatte sbarcare e raccolte e riordinate dal colonnello Rustow. Queste truppe provenivano dalla Sicilia grazie all’azione congiunta di Agostino Bertani e il colonnello Rustow. Arrivando a Paola, però, il generale Turr, trovò anche molti Ufficiali dell’Armata borbonica che volevano allontanarsi dalla Calabria, e quindi imbarcarsi da Paola per Napoli. La notizia è testimoniata dal Capitano di Stato Maggiore Garzia e riportata da Ludovico Quandel (….) e pure da un testimone di eccezione quale il colonnello Rustow. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Dunque, il Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Questa notizia conferma la venuta a Paola del generale Turr.Anche se devo far notare che gli “Ufficiali” che Turr provvedè ad imbarcare non è detto che fossero quelli Regi, ma può essere che Garzia si riferisse agli Ufficiali dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. A Paola, Turr, su ordine di Garibaldi si recherà il giorno 31 agosto 1860 e, come scrive anche il Rustow, si provvide a far salire a bordo di alcuni legni amici, alcuni Ufficiali borbonici che si volevano imbarcare in ritirata e lasciare la Calabria. Garzia, però scrive pure che subito dopo, il generale Turr si reca a Pizzo Calabro mentre come vedremo Turr, insieme a Rustow porterà le truppe ferme a Paola le porterà a Sapri. Che si riferisse ad Ufficiali borbonici in fuga lo scrive il colonnello Rustow. Intando vi è da dire che il Capitano Garzia, nel suo Giornale di Brordo del vapore “Brésil” scriveva che: “”Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Etc…”. Come ho già detto, un testimone di eccezione per lo sbarco a Paola delle truppe dell’ex Spedizione Bertani-Piacini è stato il colonnello Rustow. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra. Il mattino seguente arrivarono a Paola molti ufficiali borbonici fuggitivi, i quali cercavano mezzo per imbarcarsi al più presto per Napoli e Salerno, presso la qual ultima piazza, dietro estesi trinceramenti si trovava disposta una forte avanguardia di 12 mila uomini dell’esercito di Francesco II. Da parte mia feci il possibile per soddisfare i desiderj degli ufficiali borbonici; ma presto venni in condizione delle loro lagnanze. Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli.“. Dunque, la notizia citata dal Ludovico-Quandel è stata confermata dal Rustow, che effettivamnte c parla degli Ufficiali borbonici “fuggitivi” che arrivarono a Paola per imbarcarsi sui legni garibaldini. Rustow però non era olui che sovrintendeva all’organizzazione per il trasporto delle truppe, ma il responsabile era il generale Sirtori che in quei giorni ebbe diverse difficoltà a reperire legni suffcienti al trasporto delle rimanenti truppe provenienti dalla Sicilia e a quelle che da Paola dovevano recarsi a Sapri. Perchè da Paola dovessero recarsi a Sapri, non ci è dato di sapere. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: questa stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Inoltre, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi, m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle. Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours, leur culotte courte, leurs sandales et leurs grandes guêtres, leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière, sont admirables à voir. Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa: “Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”. Dunque, il soldato Garibaldino che nella lettera del 3 settembre 1860 scrive da Paola, scrive che il giorno prima, il 2 settembre 1860, a Paola, imbarcatosi sul vapore “Benvenuto” insieme ai suoi due amici, “francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux,…”, vede che il vicino vapore “Calatafimi” portava seco “….a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi.”. Devo però far notare quanto scriveva Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. Etc…”. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 80-81, riferendosi alla Calabria, a Soveria, in proposito scriveva che: “L’avanti era parola costantemente all’ordine, e l’incalzare a bello studio gli avvenimenti favorivaci, mentre incuteva spavento ai regi. – Avevano impressioni di dissolvimento, e giovava marciare a gran giornate affinchè lo scoramente, di mala influenza, perdurasse nelle loro file. Milazzo fu battaglia vigorosa e convinse che forse si poteva progredire anco a Napoli, e caduto quel governo, stabilirvi il nostro. Anche i regi camminavano, speranzosi di arrıvare agli alloggiamenti, ma potente e celere l’inseguimento, arrestarousi a Soveria. Garibaldi saputo del loro numero, di novemila, non temporeggio, raggiuntili su quei monti, occupati i passi superiori mandò, per convenire al loro capo. Era l’intero ex corpo di Clary. Mario ed io, staccati dal drappello avanzato di Nullo, fummo a Soveria parlamentari a Ghio generale, a Clary sostituito. Premessi schiarimenti, alle proposte di resa, perchè attorniato, sorrise, e disse volersi battere. – Nessuno, ripetè, può indurmi a tale estremo, la strada per Napoli è mia, qui v’attendo, e non capisco le pretese vostre. – Soggiunto che Sacchi e Cosenz occupavan già l ‘ escite, non credette, attese istanti, e preferi trattare con Garibaldı S’ avvantaggio di tempo, e distribuironsi di fatto le forze indicate. Il Duce venne ed intimò la resa. – Convinto Ghio di sua condizione, visti i luoghi forti in poter nostro, cedette all’ inesorabile destino. Entrammo ne’ campi nemici, nelle vie di Soveria e cannoni ed armi in fascio in quantità raccogliemmo. – Alpigiani calati dalle native roccie provvidersi di fucili, e rientrarono contenti del – bottino. La milizia tutta inerme, prese direzioni di sua volontà, e divisa in crocchi, chi raggiunse le smarrite insegne, chi i propri lari, chi da un lato, chi dall’altro, in breve scomparve dal villaggio. – Ci rifornimmo di cavalli, consunti i nostri da fatiche e mancati nutrimenti, e quanto eravi, ripartito pei bisogni, attendemmo ai varii servigi. Ignoro come potè la salute durarci in quei di, e chi fu con Garibaldi sa che il lavoro succede costante, senza posa e necessaria quiete al lavoro……A Soveria in quell’incontro unironsi le maggiori forze che se non compatte, poterono nel miglior modo progredire a più interni paesi.“.
Nel 1° settembre 1860, la situazione in Sicilia, il governo di DEPRETIS e la questione dell’annessione della Sicilia al Piemonte
Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: “Depretis giunse il 20 e vide tosto Sirtori e Crispi e partì per Milazzo dove Garibaldi aveva riportato una memoranda vittoria sulle truppe borboniche, comandate dai migliori generali napoletani. Depretis apparentemente aderiva al desiderio espressogli da Garibaldi; di fatto aveva istruzioni di spingere l’annessione immediata della Sicilia al Piemonte e portava in tasca il decreto reale , colla data in bianco , con cui era nominato commissario regio. Egli vide il 22 giugno Garibaldi e gli toccò il tasto dell’annessione, ma il generale rifiutò di entrare in quell’ordine di idee. Quando Garibaldi era partito per Milazzo, Crispi aveva insistito per accompagnarlo, ma il generale gli aveva imposto di restare presso Sirtori, che aveva duopo di lui. Giunto Depretis, Crispi reiterò le istanze, volendo accompagnare il Dittatore per tutta la campagna, ma Garibaldi gli ingiunse ancora di rimanere a Palermo con Depretis, al quale faceva mestieri d’avere un siciliano, colto ed esperto delle facende dello stato a fianco. – Io vi faccio un prezioso regalo disse Garibaldi a Depretis vi lascio un tesoro , sappiate apprezzarlo e valervene : è Crispi. — Crispi però non accettò l’ufficio se non a patto che non si parlasse di annessione della Sicilia, finchè la liberazione di Napoli non fosse compiuta.”. Ai primi di settembre vi è un fortissimo braccio di ferro tra Crispi e il prodittatore Depretis poiché questi capisce che, senza la sicurezza che darebbe l’annessione, possidenti e capitalisti non si prestino a metter fuori denaro, come delucida scrivendone a Garibaldi. Francesco Crispi fu una figura di spicco del Risorgimento. Obiettivo di Crispi era ora l’unità della nazione attraverso il propagarsi dell’insurrezione. Il presidente del Consiglio piemontese Cavour, invece, voleva l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna e impedire che la rivoluzione si propagasse fino a Roma. Ciò perché lo Stato Pontificio era protetto dalla Francia, che era una potenza amica del Piemonte. Così, per controllare e rallentare l’azione di Garibaldi, Cavour spedì in Sicilia Giuseppe La Farina. Non appena arrivato a Palermo, La Farina si impegnò a denigrare Crispi, già in difficoltà per aver esposto le sue idee anticlericali. D’altro canto l’aristocrazia siciliana sperava che, annessa subito al Piemonte, l’isola avrebbe potuto godere di un’autonomia di fatto. Il contrario di quello che auspicava Crispi che vedeva la Sicilia integrata solo in una nazione italiana. In grave difficoltà, quando il 23 giugno 1860 venne organizzata a Palermo un’importante manifestazione contro di lui, Crispi diede le dimissioni, confermandole nonostante il parere contrario di Garibaldi. Quest’ultimo a sua volta ordinò l’espulsione di La Farina dalla Sicilia. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 Giuseppe Garibaldi, durante l’Impresa dei Mille, liberata la Sicilia, affidò a Depretis il governo dell’isola dietro suggerimento dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A metà luglio dello stesso anno Depretis si recò a Palermo per affrettare il plebiscito che avrebbe unito la Sicilia all’Italia, ma non vi riuscì per le resistenze fatte dai collaboratori di Garibaldi: alla metà di settembre rassegnò le dimissioni. Intanto si è deciso di mandare Piola Caselli da Garibaldi, che è in marcia, per chiedergli di far votare per l’annessione. Lo raggiunge all’Osteria del Fortino, come vedremo innanzi. Nel frattempo seguiamo gli avvenimenti cronologicamente. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…..L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 402, nella nota (1) postillava: “”1) Dal libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Le parole di Crispi le riporta anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, nella nota (1) postillava di Crispi: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Devo però precisare che Pesce si riferiva ad una lettera di Bertani che rivolse a Garibaldi mentre Moliterni dice essere una lettera spedita a Garibaldi da Crispi. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino…..ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.“. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 408 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio del Perano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli direttamente: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire a Lei a darle spiegazione di molti fatti passati, nel vivo desiderio di stabilire fra noi quella completa fiducia che fra noi esisteva due anni sono…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per crear ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…”.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Tutto il lavorio di Bertani e di Mazzini per attuare una forte spedizione nell’Umbria fu sempre, a tempo opportuno, avvedutamente devolto ai fini del Governo. Quando parve a Cavour che il Ricasoli tentennasse lo fece chiamare dal Re (30 luglio 1860) e poco dopo (8 agosto) scriveva al marchese Gualterio: “Il Ministero ha impedito questa spedizione e prese efficaci misure perchè altra non si compia”(1).”. Arzano, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Arzano, continuando il suo rcconto, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: “6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biasima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”.
Nel 1° settembre 1860, la situazione in Sicilia, il governo di Depretis e la questione dell’annessione della Sicilia al Piemonte e PIOLA-CASELLI e la lettera di DEPRETIS indirizzata a Garibaldi per chiedergli l’autorizzazione all’annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….“. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Alessandro Piola Caselli (Alessandria, 16 giugno 1824 – Torino, 7 maggio 1910) è stato un ammiraglio italiano. Garibaldi il 14 maggio 1860 era sbarcato a Marsala. Piola si dimette in giugno dalla Marina del Regno di Sardegna per organizzare la futura Marina dittatoriale siciliana di Garibaldi, col grado di capitano di fregata. Con decreto dittatoriale del 13 giugno fu nominato da Garibaldi segretario di stato per la marina siciliana. Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 57, in proposito scriveva che: “A ministro della Marina era stato nominato il tenente di vascello Piola-Caselli, già appartenente alla marina Sarda, il quale aveva alle sue dipendenze alcuni ufficiali Sardi e Napoletani. Mentre il “Veloce” (ribattezzato (Tukery” in onore dell’eroico colonnello magiaro, che aveva dato la vita per la causa italiana), predava e catturava le navi borboniche in rotta tra Napoli e la Calabria, il Piola provvedeva ad organizzare la marina mercantile d’accordo con il Depretis e con il Bertani, al quale ultimo, come capo della Cassa Centrale di soccorso, toccava l’incarico di noleggiare, per conto del governo della Sicilia, i piroscafi da adibirsi al trasporto di armi e di volontari (116).”. Maraldi, a p. 57, nella nota (116) postillava: “L’intero plico XII dell’archivio Bertani è dedicato al carteggio Piola-Bertani-Sullioti ed altri armatori e costruttori per il noleggio e l’acquisto dei piroscafi. Vedremo in seguito i metodi sbrigativi del Bertani per il pagamento delle cambiali imposte dai contratti. Si noti che il Piola incontrava diffidenza e avversioni nell’ambiente rivoluzionario dell’esercito garibaldino. Molti lo sospettavano un agente di Cavour collocato al posto di capo della Marina per intralciare i movimenti dell’armata rivoluzionaria. Etc…”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 854, in proposito scriveva che: “….a prestar servizio nella nuova flotta, che Garibaldi organizzava. In questa entrarono pure, col grado di tenenti, gli ex alfieri di vascello napoletani, Accinni, Cottrau e Libetta, i quali si erano correttamente dimessi in luglio. Il prodittatore Agostino Depretis, divenuto uomo d’azione, nominò ministro per la marina sicula il Piola Caselli, anch’egli ufficiale della flotta sarda; ma organizzatore effetivo di quella improvvisata marina da guerra fu l’Anguissola. Il Tukery, che contribuì con successo della giornata di Milazzo, ebbe poi l’incarico di catturare le navi regie in rotta fra la sicilia e Napoli, e catturò infatti l’Elba, che da Messina portava uffiziali a Napoli, e il ‘Duca di Calabria’, che veniva da Napoli; e divenne una minaccia per la marina da guerra….Il Persano comunicò il disegno al Depretis, il quale incaricò il Piola stesso dell’impresa: impresa assolutamente pazza, anche se fortunata, perchè il Monarca non era bastimento da poter servire in quelle circostanze, e perchè mezzo disarmato. Il tentativo non riuscì perchè il Tukery sbagliò manovra…..Il Tukery ebbe undici morti e molti feriti; ma, quel che fu più doloroso….Quasi tutti perirono. Erano a bordo del Tukery, in quella notte, che fu dal 13 al 14 agosto, oltre a Piola, etc…“. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi, pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani” – Bertani e Crispi dovevano per conto di Mazzini, salvare il Dittatore dalle sciocchezze, dagli errori politici, vedi anche il Palamenghi-Crispi, I Mille, p. 342, dove si deplorano i primi errori fatti da Garibaldi a Napoli, che Crispi non giunse in tempo ad impedire; il maggiore, il più deplorato, fu quello naturalmente di aver consegnate le forze navali al Persano! – Povero Garibaldi! ogni volta che dava una manifestazione della sua perfetta lealtà al programma da lui liberamente assunto, i suoi più cari lo disapprovavano e cercavano di mettergli le mani avanti. Qulache volta ci riuscivano, etc…La lettera di adesione fu stracciata (I) e Piola ritornò a Depretis con risposta negativa. Il Depretis non si diede per vinto e rimandò il Piola con la seguente: “Caro ed illustre amico – Palermo 6 sett. 60. – La vostra lettera, che mi fu recata dal cav. Piola mi ha cagionato un vero dolore; etc…”. Nazari, a p. 157, nella nota (I) postillava: “(I) V. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba; Mario J.W., Garibaldi, p. 283, ecc..”. Dunque, non ci eravamo accorti che nello riscrivere a Garibaldi da Palermo, il 6 settembre 1860, il Depretis scriveva che il Piola gli aveva consegnato una lettera di risposta a quella sua che gli fu consegnata al Fortino dallo stesso Piola. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Valga per tutti l’accenno al noto importante episodio del 4 settembre, avvenuto oltre Sapri nella località dove sorgeva l’osteria del Fortino. Qui arrivò il Piola, ministro della Marina Siciliana, inviato dal Depretis, la cui prodittatura in Sicilia attraversava gravi momenti, per chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione dell’Isola al Piemonte.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: questa stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Guerzoni, a p. 177, nella nota (1) èposstillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 149-150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Etc….”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Etc….(1)”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr.”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “….Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta…..Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette ed ascoltò i consigli del Bertani. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Jesse White Mario: “…il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “….il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Al Fortino….Vi giunsero…il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, etc…”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: “6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biaima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”.
Nel 1° settembre 1860, a Palermo, la partenza di Alessandro Giuseppe PIOLA-CASELLI, Ministro della Marina dell’Esercito Meridionale, con l’incarico di incontrare Garibaldi e portargli una lettera di Depretis (Prodittatore della Sicilia) per chiedergli l’autorizzazione all’annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II
Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Alessandro Piola Caselli (Alessandria, 16 giugno 1824 – Torino, 7 maggio 1910) è stato un ammiraglio italiano. Il prodittatore di Sicilia, Depretis si decise di inviarlo ad incontrare Garibaldi che stava risalendo le Calabrie ed ancora non era arrivato a Sapri, Depretis decise di inviargli una sua lettera per avere un consenso alla auspicata annessione della Sicilia al Piemonte. Piola-Caselli, che era già stato nominato da Garibaldi Ministro della Marina dell’Esercito Meridionale, si mise in viaggio per raggiungere Garibaldi sul campo o dove si trovava per consegnargli la missiva del Depretis. Come vedremo innanzi, il 4 settembre 1860 Piola-Caselli consegnò nelle mani di Garibaldi la missiva del Depretis, al Fortino di Casaletto Spartano. Sappiamo del viaggio del Piola-Caselli, inviato dal Depretis per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma ci sono motivi per ritenere che Piola raggiunse Sapri venendo da Palermo direttamente su un vascello della marina Sarda che approdò nella baia di Sapri. Forse il giorno 2 settembre egli risalì al Fortino e si spostò da Sapri insieme al generale Turr che su ordine di Garibaldi si allontanò da Sapri e si portò nelle prime ore del mattino del 3 verso Lagonegro. Non conosciamo l’esatto itinerario che fece Piola-Caselli per raggiungere Garibaldi al Fortino. Lo raggiunge all’Osteria del Fortino. L’episodio è conosciuto ma alcuni aspetti, tra cui il tragitto del viaggio intrapreso dal Piola, partendo da Palermo, con la lettera del Depretis non sono stati ancora del tutto indagati. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che “Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 1° settembre 1860, come vedremo innanzi. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1° settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 199, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, Dubitando che il Conte Persano, che ne fu avvertito, o il Cav. Piola, che non ho potuto vedere, non gliela abbiano scritta, credo necessario di darle io stesso una notizia che credo importante. Il Cav. Piola mi assicurava aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…”. Dunque, in un dispaccio del 31 agosto 1860 Depretis scrive da Palermo al conte di Cavour, scrive di una notizia importante da dargli e nel farlo scriveva che: “…il Cav. Piola, che non ho potuto vedere”. Dunque, il cav. Piola, era già partito da Palermo, mettendoi in viaggio per raggiungere Garibaldi e consegnargli la lettera del Depretis ?. Un’autorevole testimonianza è Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., riferendosi al Piola-Caselli, in proposito scriveva che: “….egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….“. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616).”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Milano, Treves, 1910”. Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (617) postillava: “(617) Depretis a Garibaldi, 1° settembre; A. Colombo, p. 17; Smith, ibidem.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (618) postillava: “(618) CRISPI, Ibidem; Smith, Ibidem”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (620) postillava: “(620) Crispi; Agrati, Ibidem”. Sempre Adamoli, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “La stessa ansia è di Cordova, il quale, il 4, da Palermo scrive a Cavour: “Eccellenza signor Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola dal Campo di Garibaldi, con l’oracolo del Dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del 29 Agosto, se non erro. Etc…” (624). Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4 Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625). Ecco quì Piola raggiungere finalmente l’esercito in marcia.”. Adamoli, a p. 101, nella nota (624) postilla che: “(624) LM, II, 828”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia…(1).”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino -….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando nella Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia.”.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Dunque, Denis Mack Smith, a p. 236, scriveva che: “Il 1° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale.”. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…
Nel 1° settembre 1860, a Paola, in una lettera di un volontario garibaldino della brigata MILANO
Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 57-58-59-60 e ssg. trascriveva una lettera del 1° settembre 1860 da Paola e scriveva: “Paola , le 1 septembre. A minuit et demi nous arrivons à Paola, patrie du grand saint François de Paule, l’illustre confesseur du roi Louis XI , de religieuse mémoire . La nuit est splendide . Au lieu de chercher mon logement , je me dirige vers la montagne . Mais , à peine arrivé sur la route qui tourne sur elle – même en mille circuits, je suis soudainement interpellé en italien par le cri de : – (( Qui va là ? » Je réponds dans la même langue : « Ami , soldat de Garibaldi . » – Avancez !J’avance . >> Et alors la sentinelle me demande le signe de convention et le mot d’ordre . Ne connaissant ni l’un ni l’autre , je ne puis satisfaire sa curiosité , et le factionnaire appelle la garde . Quatre hommes et un caporal sortent aussitôt d’une petite maison servant de poste. Mes cinq hommes commencent alors par armer leurs fusils et me mettent en joue; ensuite je reçois l’ordre du caporal d’avancer plus près. Je lui explique en riant que je suis Français, et que le désir de profiter d’une belle nuit m’a engagé à sortir , sans même songer å prendre le moindre renseignement . Pleinement convaincu de la sincérité de mes paroles , le caporal m’invite à partager sa botte de paille et sa dernière ration de vin . Je m’empresse d’accepter. En sortant du poste , à six heures , je croise un régiment napolitain qui a déposé les armes et dont la majeure partie retourne à Naples. Je visite le couvent des franciscains, placé dans une situation ravissante , à l’extrémité du pays. Dans la chapelle , je trouve un docteur français en train de jouer la Marseillaise sur l’orgue. C’est sans doute la première fois que les voûtes de cette chapelle, habituée aux cantiques, résonnent sous des accents révolutionnaires. Quant aux franciscains, ils paraissent de viner les paroles ou du moins leur sens général, car je lis dans leurs yeux ce je ne sais quoi qui, dans toutes langues du monde, s’appelle le patriotisme. En Calabre comme en Sicile , du reste, le bas clergé fait franchement cause commune avec le peuple . Au besoin , il l’aide et l’encourage en lui faisant connaître la vérité . Il est le premier à porter la cocarde tricolore et à crier : « Vive l’Italie une et libre ! vive Garibaldi! vive Victor-Emmanuel ! >>.“, che tradotto significa: “…..“Paola, 1° settembre. A mezzanotte e mezza arriviamo a Paola, patria del grande San Francesco di Paola, illustre confessore del re Luigi XI, di religiosa memoria. La notte è splendida. Invece di cercare alloggio, mi dirigo verso la montagna. Ma, appena arrivato sulla strada che si snoda su se stessa in mille giri, vengo improvvisamente interpellato in italiano dal grido: – “Chi va là?”. Rispondo nella stessa lingua: “Amico, soldato di Garibaldi”. – Avanti! Avanti. >> E allora la sentinella mi chiede il segno di convenzione e la parola d’ordine. Non conoscendo né l’uno né l’altro, non posso soddisfare la sua curiosità, e la sentinella chiama la guardia. Quattro uomini e un caporale escono subito da una casetta che funge da posto di guardia. I miei cinque uomini cominciano allora ad armare i fucili e mi puntano contro; poi ricevo dal caporale l’ordine di avanzare più vicino. Gli spiego ridendo che sono francese, e che il desiderio di godere di una bella notte mi ha spinto ad uscire, senza nemmeno pensare di prendere la minima informazione. Completamente Convinto della sincerità delle mie parole, il caporale mi invita a condividere la sua balla di paglia e la sua ultima razione di vino. Mi affretto ad accettare. Lasciando il posto alle sei, incontro un reggimento napoletano che ha deposto le armi e la cui maggior parte sta tornando a Napoli. Visito il convento francescano, situato in una posizione deliziosa, all’estremità del paese. Nella cappella, trovo un medico francese che suona la Marsigliese all’organo. È senza dubbio la prima volta che le volte di questa cappella, abituate agli inni, risuonano di accenti rivoluzionari. Quanto ai francescani, sembrano intuire le parole o almeno il loro significato generale, perché leggo nei loro occhi quello che non so cosa, in tutte le lingue del mondo, si chiama patriottismo. In Calabria come in Sicilia, del resto, il basso clero fa francamente causa comune con il popolo. Se necessario, lo aiuta e lo incoraggia facendogli conoscere la verità. È il primo a indossare la coccarda tricolore e a gridano: “Viva l’Italia, una e libera! Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele!”.
TURR ARRIVA A PAOLA
Nel 1° settembre 1860, a Paola, il generale Turr, partito al mattino da Cosenza arriva e trova già sbarcate due brigate della ex “Divisione Bertani-Pianciani” (la Brigata Milano ed una porzione della Parma), organizzate da Bertani ed al comando di Rustow
Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, scrive al generale Bixio e poi subito parte spedito e si reca a Paola. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° Settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, avendo riguardo al buon nutrimento dei militi, non stancarli molto, procurare che facciano una buona pulizia, riparare possibilmente i corpi con volontari, lasciare convenevoli depositi, siccome in Reggio, Monteleone, Tiriolo pure a Rogliano (ove lasciai il colonnello Corte), Cosenza, Castrovillari, etc.. con l’oggetto di accrescere di numero gli antichi Battaglioni e crearne di nuovi. Io partirò alla volta di Castrovillari alle 4 pom. d’oggi, e seguito avanti quanto lo comporteranno le circostanze. Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini. Etc…Vostro Garibaldi.”.”. Dunque, già da Tarsia, il 1° settembre, Garibaldi scriveva al generale Sirtori, che era in viaggio col suo Stato Maggiore e lo avvertiva che il generale Turr andava a Paola a prendere lagente del Berani. Inoltre, Agrati scriveva che: “Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini. Etc…Vostro Garibaldi.”.”. Dunque, Turr, da Cosenza lasciò il gruppetto che viaggiava con Garibaldi e si diresse immediatamente a Paola. Dunque, Agrati scrive che Garibaldi, il 1° settembre scrivendo da Tarsia al generale Sirtori lo avvisa dei suoi ordini e lo avvisa che, il generale Turr, su suo comando marciò da Cosenza per Paola dove, al suo arrivo, doveva raccogliere la ex-Divisione Bertani-Pianciani che, ivi erano state raccolte dal Bertani. Dice pure che il generale Turr, doveva portare “la gente di Bertani verso Sapri.”. Infatti, Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: “Garibaldi, lasciando Stocco pro-dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre, e incontrandosi con Bertani lo abbracciò e ribaciò dicendo: “Siete la provvidenza: la gente della vostra legione sbarcò meco perprima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli.”. E a Turr che gli stava alle coste per aver l’agognata legione ordinò di andare a Paola ad imbarcare i quattromila per il golfo di Policastro, oppure prendere la via di terra per trovarsi al più presto sulla via di Lagonegro. E a Bertani: “Volete accompagnare Turr a Paola ?” “Non occorre, generale: tutta la gente è in ordine, Rustow la consegnerà a chi va con ordini vostri”. “Bene”, rispose il generale, “e voi resterete meco, non è vero ? Ho bisogno di voi”. Bertani accettò l’affettuoso invito, e Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. Dunque, la White-Mario (….), dal Diario di Agostino Bertani, scriveva che il generale Turr, che si trovava a Rogliano e che aveva ricevuto l’incarico da Garibaldi: “….trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. L’aggettivo ‘dimessa’ suonava trionfo.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, scrive al generale Bixio e poi subito parte spedito e si reca a Paola. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “…Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 198, parlando di Garibaldi a Rotonda, in proposito scriveva che: “A Sapri troverebbe i 1500 del Turr, arrivati allora da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli. Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato. Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Etc…“. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, in proposito scriveva che: “Giunto qui in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, etc…”. Dunque Rustow scriveva che il colonnello Gandini era comandante della Brigata Milano. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr trovò Rustow con le brigate Milano e Spinazzi; diede l’ordine onde provvedere a tutto l’occorrente per mandare ad effetto il più presto possibile la partenza da quella spiaggia, etc…“. Maxime Du Camp (….), racconterà quegli avvenimenti nel suo “Expedition des Deux-Siciles”. Infatti, Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: “Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato. Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi. Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana. Ecc…Da Paola Turr sbarcò a Sapri, vi radunò la vecchia divisione Pianciani, marciò in modo da poter, se necessario, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sui monti di Cava, etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Cesari, a p. 172, in proposito scriveva pure che: “Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Turr aveva fatte sbarcare le truppe, reduci dalla Sicilia a Paola. Sbarcò a Sapri, riunì l’antica divisione Pianciani, marciò in modo di poter al bisogno passare tra Salerno ed Eboli, gettarsi su le montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la via a Napoli se li avessero attesi a Salerno – Du Camp. – Expedition de deux Siciles, pag. 226.”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156, a p. 153, in proposito scriveva che: “Meanwile Turr rode down from Cosenza to Paola, took command of the troops collecter there and carried team by sea to Sapri, where they arrived on September 2, twenty-for hours fefore Garibaldi himself. In this way these 1500 men from the rear became the vanguard of the advance on Naples, owing to their good fortune in finding transport while the others had to march by land (2).”, che tradotto è: “Intanto Turr scese da Cosenza a Paola, prese il comando delle truppe che vi erano radunate e trasportò la squadra via mare a Sapri, dove giunse il 2 settembre, ventiquattr’ore prima dello stesso Garibaldi. In questo modo questi 1500 uomini della retroguardia divennero l’avanguardia dell’avanzata su Napoli, grazie alla loro fortuna nel trovare un mezzo di trasporto mentre gli altri dovettero marciare via terra (2).”. Treveljan, a p. 153, nella nota (2) postillava: “(2) Rustow, 299-300. Rustow’s Brig. Milano, 11-18. Turr’s Div. 147-149. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (on pag. 179, line 23, read Cosenza for Rotonda). Peard MS. Journal. Turr who had been invalided from Sicily (see p. 66 above) had recently returned more or less cured from Aix-la-Capelle.” che significa: “(2) Rustow, 299-300. Brig. Milano di Rustow, 11-18. Div. 147-149 di Turr. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (a pag. 179, riga 23, leggi Cosenza per Rotonda). Peard MS. Journal. Turr che era stato invalido dalla Sicilia (vedi pag. 66 sopra) era tornato di recente più o meno guarito da Aquisgrana.”. Treveljan citava i tre testi di Rustow (uno è quello tradotto da Eliseo Porro, sulla Brigata Milano e l’altro sulla divisione Turr). Treveljan cita il Bertani, i due testi del Bertani (uno su Whait Mario). Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Here also the Dictator found Turs’s, troops, who ad sailed in the day before from Paola (2). Etc…“, che tradotto significa: “Anche qui il Dittatore trovò le truppe di Turr, salpate il giorno prima da Paola (2).”. Treveljan, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) La Cava, p. 702. Bertani, ii. 184-185. Ire Politiche, 71-72. Racioppi, 200. Maison, 63-64. Rustow’s Brig. Mil. 18-19. Turr’s Div. 149.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Passò la notte seguente a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra ufficiali e guide. Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Dunque, il De Cesare scriveva che Garibaldi partendosi da Cosenza, e portandosi verso Rotonda in Basilicata, era accompagnato da un gruppo di una trentina di fidati collaboratori tra i quali vi erano: Enrico COSENZ che era stato nominato generale e che non lo lasciò mai fino a Napoli; il generale TURR, CORTE, CALDESI, AVEZZANA, MUSOLINO, NULLO, MORDINI, MISSORI, SERAFINI, e due giornalisti, che erano stati volontari: Carlo ARRIVABENE e Antonino GALLENGA. corrispondenti di giornali inglesi. Ma non tutti accompagnarono in seguito Garibaldi a Sapri, che il 3 settembre, alla marina di Castrocucco s’imbarcò per Sapri. Vedremo in seguito che TURR non resterà con Garibaldi e col suo seguito ma andrà a Paola. Vedremo in seguito che arrivati a Rotonda, Nullo sarà inviato verso il generale Caldarelli a Lagonegro per fargli trattare la resa. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe giunte il giorno prima. Vi giunse la mattina del primo settembre e, prima di mettersi in marcia, a Bixio che lo precedeva, scrisse: “…….”.”. Quì il Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 51, in proposito scriveva che: “Giunse a Paola la mattina del primo settembre, imbarcò le truppe e alla sera salpò verso i nostri lidi. “Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice tentativo etc…(8)…”. “. Policicchio, a p. 51, nella nota (8) postillava del racconto di Rustow: “(8) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, p. 17.”. Devo però doverosamente fare la precisazione che, Policicchio, oltre a saltare tutto ciò che vi è di scritto su Sapri nei racconti di Bertani, di Rustow ecc…, egli scrive che il generale Turr, una volta rimessi in ordine le truppe garibaldine presenti a Paola: “…alla sera salpò verso i nostri lidi.”. Mi chiedo quali fossero i suoi lidi se non quello di Sapri. Turr, insieme a Rustow e le altre brigate garibaldine con cui salpò da Paola sbarcò a Sapri e non in altri lidi generici. Infatti, Rustow ne spiega i motivi. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. Etc…”.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s ‘ apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: “XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila, slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio , poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani , e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là , disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava , donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria, ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola , a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr , riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “Una famiglia di patriotti”, a p. CCIII, in proposito scriveva che: “Garibaldi partì da Cosenza il dì appresso senza esercito, precedendone l’avanguardia e solo accompagnato dai suoi aiutanti, dalle sue guide, e dal suo ministro della Guerra, Enrico Cosenz. Attraversando il resto della Calabria, della Basilicata e la provincia di Salerno, trovò la rivoluzione compiuta dappertutto. Nessuno scrittore meglio del Racioppi ha descritto quella marcia meravigliosa e rapida (I).”. De Cesare, a p. CCIII, nella nota (I) postillava: “(I) Storia dei moti di Basilicata – Napoli, 1867.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo, il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria . Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 171, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Del Duca, a p. 171, nella nota (231) postillava: “(231) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini di Salerno, cit, pagg. 281-282”. Intanto devo rilevare un errore perchè il Del Duca scrivendo brigata “Spiazzi” sbaglia perchè si trattava della brigata “Spinazzi”, di cui parlerò ampiamente innanzi.Inoltre aggiungo che la lettera o dispaccio del generale Turr che fa pervenire a Bixio, che, come scriveva il Pecorini-Manzoni: “Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “……”.”, dunque, il generale Turr scriveva a Bixio da Rogliano, e, di nuovo, rivevuto l’ordine da Garibaldi a Cosenza, il 31 agosto 1860, prima di partire per Paola, il generale Turr scrive a Bixio la seguente “telegramma” o dispaccio, come scrive la scrittrice Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452 dice che: “Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”. Il testo completo del telegramma a Bixio è riportato da Carlo Pecorini-Manzoni (….), come ho già riportato. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “….si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione. Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri….La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: “Ma l’attivo uffiziale, a cui tardava di riprendere la sua vita operosa, non attese tutto questo tempo; ma fatti alcuni bagni ad Acqui di Piemonte, si ricondusse in Sicilia e con Garibaldi partiva per Messina e di là a Giardinetto, dove assistevano all’imbarco della brigata di Bixio destinata a sbarcare a Melito. Quindi egli medesimo col resto della sua divisione sbarca a Bagnara, e si riunisce di poi con Garibaldi a Palmi, d’onde con lui parte per Cosenza da cui è mandato a Paola per ivi assumere il comando dei volontari che vi aveva condotti il medico milanese Agostino Bertani, tramutatosi costui pure da uomo di scienza in soldato della rivoluzione siciliana. Il 1 settembre il general Türr arrivava a Paola, e questa data mi è fornita dallo storico di questa campagna, per me già citato, Guglielmo Rüstow, il quale da capo dello stato maggiore generale di Pianciani era passato al comando delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi, e che però trovavasi in quel punto a Paola. Anzi il generale Garibaldi ordinava che il corpo di Rüstow venisse riunito alla divisione comandata da Türr e dovesse, sia per mare che per terra spingersi innanzi onde guadagnar maggior terreno sul continente napoletano, e cosi formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera di quel giorno vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma: il resto di quest’ultima brigata doveva tener dietro nel termine possibilmente più breve, ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’ quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli, il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale Orsini etc…Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”.
TURR A PAOLA PORTA CON SE’ 5000 FRANCHI
Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Dunque, Rustow scriveva che il generale Turr, da Cosenza dove si trovava con Garibaldi, a Paola, aveva portato 5000 franchi francesi. La notizia è interessante. Credo che questo danaro gli fu consegnato a Cosenza dai Calabresi che insieme a Donato Morelli (….), nominato Governatore di Cosenza e della Calabria. Rustow scriveva che il generale Turr, aveva portato i 5000 franchi a Paola, ma non ha specificato se questo danaro dovesse arrivare a Sapri o fermarsi a Paola. Tuttavia, il danaro in quei frangenti serviva per ogni cosa. Ad esempio, oltre ai viveri che bisognava apprestare per le truppe sbarcate a Paola, vi erano i vapori o piroscafi da noleggiare per il viaggio fino a Sapri. Bisognava noleggiare i mezzi di trasporto per le truppe che in seguito, da Sapri, dovettero risalire verso il Vallo di Diano e Eboli e Salerno. Il danro fu utilizzato dal generale Turr anche p provvedere ai bisogni degli Ufficiali borbonici che erano in fuga, i cui Superiori, avevano sottoscritto un armistizio o resa con Garibaldi.
Nel 31 agosto e 1° settembre 1860, l’arrivo a Paola e l’imbarco di UFFICIALI BORBONICI dell’armata Regia
Il generale Turr, ricevuto l’ordine da Garibaldi di andare a prendere le truppe dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani,si reca immediatamente a Paola, dove vi erano già alcune truppe e Brigate dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, ivi fatte sbarcare e raccolte e riordinate dal colonnello Rustow. Queste truppe provenivano dalla Sicilia grazie all’azione congiunta di Agostino Bertani e il colonnello Rustow. Arrivando a Paola, però, il generale Turr, trovò anche molti Ufficiali dell’Armata borbonica che volevano allontanarsi dalla Calabria, e quindi imbarcarsi da Paola per Napoli. La notizia è testimoniata dal Capitano di Stato Maggiore Garzia e riportata da Ludovico Quandel (….) e pure da un testimone di eccezione quale il colonnello Rustow. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Dunque, il Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel scriveva che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Ludovico Quandel citava le annotazioni del Capitano di Stato Maggiore Garzia che si era recato a Paola a bordo del vapore Brésil. Garzia annotava sul Giornale di bordo del vapore Brésil che “Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo.”. Questa notizia conferma la venuta a Paola del generale Turr.Anche se devo far notare che gli “Ufficiali” che Turr provvedè ad imbarcare non è detto che fossero quelli Regi, ma può essere che Garzia si riferisse agli Ufficiali dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. A Paola, Turr, su ordine di Garibaldi si recherà il giorno 31 agosto 1860 e, come scrive anche il Rustow, si provvide a far salire a bordo di alcuni legni amici, alcuni Ufficiali borbonici che si volevano imbarcare in ritirata e lasciare la Calabria. Garzia, però scrive pure che subito dopo, il generale Turr si reca a Pizzo Calabro mentre come vedremo Turr, insieme a Rustow porterà le truppe ferme a Paola le porterà a Sapri. Che si riferisse ad Ufficiali borbonici in fuga lo scrive il colonnello Rustow. Intando vi è da dire che il Capitano Garzia, nel suo Giornale di Brordo del vapore “Brésil” scriveva che: “”Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Etc…”. Come ho già detto, un testimone di eccezione per lo sbarco a Paola delle truppe dell’ex Spedizione Bertani-Piacini è stato il colonnello Rustow. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Giunse notizia che alla sera Garibaldi avea costretto il general napoletano Ghiò a capitolare con 5000 uomini presso Severia vicino al confine settentrionale della Calabria Ultra. Il mattino seguente arrivarono a Paola molti ufficiali borbonici fuggitivi, i quali cercavano mezzo per imbarcarsi al più presto per Napoli e Salerno, presso la qual ultima piazza, dietro estesi trinceramenti si trovava disposta una forte avanguardia di 12 mila uomini dell’esercito di Francesco II. Da parte mia feci il possibile per soddisfare i desiderj degli ufficiali borbonici; ma presto venni in condizione delle loro lagnanze. Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli.“. Dunque, la notizia citata dal Ludovico-Quandel è stata confermata dal Rustow, che effettivamnte c parla degli Ufficiali borbonici “fuggitivi” che arrivarono a Paola per imbarcarsi sui legni garibaldini. Rustow però non era olui che sovrintendeva all’organizzazione per il trasporto delle truppe, ma il responsabile era il generale Sirtori che in quei giorni ebbe diverse difficoltà a reperire legni suffcienti al trasporto delle rimanenti truppe provenienti dalla Sicilia e a quelle che da Paola dovevano recarsi a Sapri. Perchè da Paola dovessero recarsi a Sapri, non ci è dato di sapere. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: questa stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Inoltre, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: “Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”.
Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 57-58-59-60 e ssg. trascriveva una lettera del 1° settembre 1860 da Paola e scriveva: “Paola , le 1 septembre. A minuit et demi nous arrivons à Paola, patrie du grand saint François de Paule , l’illustre confesseur du roi Louis XI , de religieuse mémoire . La nuit est splendide . Au lieu de chercher mon logement , je me dirige vers la montagne . Mais , à peine arrivé sur la route qui tourne sur elle – même en mille circuits , je suis soudainement interpellé en italien par le cri de: – (( Qui va là ? » Je réponds dans la même langue : « Ami , soldat de Garibaldi . » – Avancez !J’avance . >> Et alors la sentinelle me demande le signe de convention et le mot d’ordre . Ne connaissant ni l’un ni l’autre , je ne puis satisfaire sa curiosité, et le factionnaire appelle la garde. Quatre hommes et un caporal sortent aussitôt d’une petite maison servant de poste. Mes cinq hommes commencent alors par armer leurs fusils et me mettent en joue; ensuite je reçois l’ordre du caporal d’avancer plus près. Je lui explique en riant que je suis Français, et que le désir de profiter d’une belle nuit m’a engagé à sortir, sans même songer å prendre le moindre renseignement . Pleinement convaincu de la sincérité de mes paroles, le caporal m’invite à partager sa botte de paille et sa dernière ration de vin. Je m’empresse d’accepter. En sortant du poste, à six heures , je croise un régiment napolitain qui a déposé les armes et dont la majeure partie retourne à Naples. Je visite le couvent des franciscains, placé dans une situation ravissante, à l’extrémité du pays. Dans la chapelle, je trouve un docteur français en train de jouer la Marseillaise sur l’orgue. C’est sans doute la première fois que les voûtes de cette chapelle, habituée aux cantiques, résonnent sous des accents révolutionnaires. Quant aux franciscains, ils paraissent de viner les paroles ou du moins leur sens général, car je lis dans leurs yeux ce je ne sais quoi qui, dans toutes langues du monde, s’appelle le patriotisme. En Calabre comme en Sicile, du reste, le bas clergé fait franchement cause commune avec le peuple . Au besoin , il l’aide et l’encourage en lui faisant connaître la vérité. Il est le premier à porter la cocarde tricolore et à crier : « Vive l’Italie une et libre ! vive Garibaldi! vive Victor-Emmanuel ! >>.“, che tradotto significa: “…..“Paola, 1° settembre. A mezzanotte e mezza arriviamo a Paola, patria del grande San Francesco di Paola, illustre confessore del re Luigi XI, di religiosa memoria. La notte è splendida. Invece di cercare alloggio, mi dirigo verso la montagna. Ma, appena arrivato sulla strada che si snoda su se stessa in mille giri, vengo improvvisamente interpellato in italiano dal grido: – “Chi va là?”. Rispondo nella stessa lingua: “Amico, soldato di Garibaldi”. – Avanti! Avanti. >> E allora la sentinella mi chiede il segno di convenzione e la parola d’ordine. Non conoscendo né l’uno né l’altro, non posso soddisfare la sua curiosità, e la sentinella chiama la guardia. Quattro uomini e un caporale escono subito da una casetta che funge da posto di guardia. I miei cinque uomini cominciano allora ad armare i fucili e mi puntano contro; poi ricevo dal caporale l’ordine di avanzare più vicino. Gli spiego ridendo che sono francese, e che il desiderio di godere di una bella notte mi ha spinto ad uscire, senza nemmeno pensare di prendere la minima informazione. Completamente Convinto della sincerità delle mie parole, il caporale mi invita a condividere la sua balla di paglia e la sua ultima razione di vino. Mi affretto ad accettare. Lasciando il posto alle sei, incontro un reggimento napoletano che ha deposto le armi e la cui maggior parte sta tornando a Napoli.“. Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi, m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle. Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours, leur culotte courte, leurs sandales et leurs grandes guêtres, leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière, sont admirables à voir. Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa: “Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”. Dunque, il soldato Garibaldino che nella lettera del 3 settembre 1860 scrive da Paola, scrive che il giorno prima, il 2 settembre 1860, a Paola, imbarcatosi sul vapore “Benvenuto” insieme ai suoi due amici, “francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux,…”, vede che il vicino vapore “Calatafimi” portava seco “….a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi.”. Devo però far notare quanto scriveva Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. Etc…”. Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a pp. 80-81, riferendosi alla Calabria, a Soveria, in proposito scriveva che: “L’avanti era parola costantemente all’ordine, e l’incalzare a bello studio gli avvenimenti favorivaci, mentre incuteva spavento ai regi. – Avevano impressioni di dissolvimento, e giovava marciare a gran giornate affinchè lo scoramente, di mala influenza, perdurasse nelle loro file. Milazzo fu battaglia vigorosa e convinse che forse si poteva progredire anco a Napoli, e caduto quel governo, stabilirvi il nostro. Anche i regi camminavano, speranzosi di arrıvare agli alloggiamenti, ma potente e celere l’inseguimento, arrestarousi a Soveria. Garibaldi saputo del loro numero, di novemila, non temporeggio, raggiuntili su quei monti, occupati i passi superiori mandò, per convenire al loro capo. Era l’intero ex corpo di Clary. Mario ed io, staccati dal drappello avanzato di Nullo, fummo a Soveria parlamentari a Ghio generale, a Clary sostituito. Premessi schiarimenti, alle proposte di resa, perchè attorniato, sorrise, e disse volersi battere. – Nessuno, ripetè, può indurmi a tale estremo, la strada per Napoli è mia, qui v’attendo, e non capisco le pretese vostre. – Soggiunto che Sacchi e Cosenz occupavan già l ‘ escite, non credette, attese istanti, e preferi trattare con Garibaldı S’ avvantaggio di tempo, e distribuironsi di fatto le forze indicate. Il Duce venne ed intimò la resa. – Convinto Ghio di sua condizione, visti i luoghi forti in poter nostro, cedette all’ inesorabile destino. Entrammo ne’ campi nemici, nelle vie di Soveria e cannoni ed armi in fascio in quantità raccogliemmo. – Alpigiani calati dalle native roccie provvidersi di fucili, e rientrarono contenti del – bottino. La milizia tutta inerme, prese direzioni di sua volontà, e divisa in crocchi, chi raggiunse le smarrite insegne, chi i propri lari, chi da un lato, chi dall’altro, in breve scomparve dal villaggio. – Ci rifornimmo di cavalli, consunti i nostri da fatiche e mancati nutrimenti, e quanto eravi, ripartito pei bisogni, attendemmo ai varii servigi. Ignoro come potè la salute durarci in quei di, e chi fu con Garibaldi sa che il lavoro succede costante, senza posa e necessaria quiete al lavoro……A Soveria in quell’incontro unironsi le maggiori forze che se non compatte, poterono nel miglior modo progredire a più interni paesi.“.
Nel 1° settembre 1860, a Paola, il ministro PIOLA-CASELLI arriva da Palermo e di sera si imbarca per Sapri insieme a Turr, a Rustow ed alle truppe dei volontari garibaldini della ex Spedizione Pianciani
Sappiamo del viaggio di Piola-Caselli, inviato dal Depretis per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma ci sono motivi per ritenere che Piola raggiunse Sapri venendo da Palermo direttamente su un vascello della marina Sarda che approdò nella baia di Sapri. Forse il giorno 2 settembre egli risalì al Fortino e si spostò da Sapri insieme al generale Turr che su ordine di Garibaldi si allontanò da Sapri e si portò nelle prime ore del mattino del 3 verso Lagonegro. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatore non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che “Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 29 agosto 1860. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1 settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”.
Nel 1° settembre 1860, a Paola, di sera, l’imbarco per Sapri del generale Stefano TURR, del colonnello Wilhelm Rustow e le truppe dei volontari garibaldini delle due Brigate MILANO ed una parte della PARMA
Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: “Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione delDittatore.”. Dunque, da queste notizie sappiamo che Piola-Caselli rientrò a Palermo, probabilmente imbarcatosi proprio da Sapri, il 5 settembre ma non conosciamo le tappe del suo viaggio di andata per arrivare ad incontrare Garibaldi. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr, ……e finalmente riescì la sera del 1° sul tardi ad imbarcarsi colla sua colonna. Durante la navigazione, che si prolungò per tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc….”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Cesari, a p. 172, in proposito scriveva pure che: “Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, a p. 17-18, traducendo il testo del generale Rustow, in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “…Bertani che lo aveva raggiunto venendo da Paola, città del litorale. Era andato ad annunciargli che i 1500 uomini della ben equipaggiata spedizione da lui organizzata per invadere lo Stato Pontificio e fatta divergere poi da Cavour e da Garibaldi stesso sulla Sicilia e il mezzogiorno erano arrivati a Paola per via di mare (2). Apprendendo la presenza di quei 1500 uomini e delle loro imbarcazioni, Garibaldi inviò il Turr ad assumere il comando e condurli a Sapri per via di mare. Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini. Il Bertani, ingoiando in silenzio l’amaro disinganno, s’attaccò alla persona del Dittatore e non appena ebbe scorso qualche giorno di viaggio al suo fianco ricominciò ad esercitare su lui l’ascedente che negli ultimi tempi sembrava avere perduto. Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Ad essi pareva che il Dittatore non avesse fatto abbastanza accordando loro la libertà di ritirirarsi con armi, cavalli e bagagli. Aspettava che il Dittatore movesse da Severia, per penetrare più all’interno del paese, verso Cosenza, per operare la mia congiunzione col corpo principale dell’esercito; infrattanto ci veniva apprestato un onore che per le nostre giovani truppe, ancor prive d’ogni esperienza, non era d’attendersi: furono destinate all’avanguardia dell’esercito; i risultati dimostrarono che il Dittatore non s’era ingannato. Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow venne per ordine di Garibaldi riunita alla divisione comandata da Turr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell’armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Mentre Turr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde riccevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “Nel 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15° divisione comandata dal generale Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1° settembre cira 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ ora a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Garibaldi….A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì il Policicchio riporta due testi: il primo è quello della nota (25), a p. 281 dove postillava: “(25) C. Pecorini-Manzoni, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, F.lli Bocca, Firenze, 1876, p. 148.”. L’altro testo è quello della nota (26) a p. 282, dove postillava: “(26) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Salvi, Milano, 1861, pp. 17-18”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale mandò subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il ressto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: “LIV. – Turr…Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 493 e ssg., in proposito scriveva che: “LIII. Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi a norma delle dovute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi , riposatisi alquanto, s ‘ apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: “XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse , con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow…..per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr ; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna. doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre – narra Rustow – con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Etc…(231).”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: “Ma l’attivo uffiziale, a cui tardava di riprendere la sua vita operosa, non attese tutto questo tempo; ma fatti alcuni bagni ad Acqui di Piemonte, si ricondusse in Sicilia e con Garibaldi partiva per Messina e di là a Giardinetto, dove assistevano all’imbarco della brigata di Bixio destinata a sbarcare a Melito. Quindi egli medesimo col resto della sua divisione sbarca a Bagnara, e si riunisce di poi con Garibaldi a Palmi, d’onde con lui parte per Cosenza da cui è mandato a Paola per ivi assumere il comando dei volontari che vi aveva condotti il medico milanese Agostino Bertani, tramutatosi costui pure da uomo di scienza in soldato della rivoluzione siciliana. Il 1 settembre il general Türr arrivava a Paola, e questa data mi è fornita dallo storico di questa campagna, per me già citato, Guglielmo Rüstow, il quale da capo dello stato maggiore generale di Pianciani era passato al comando delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi, e che però trovavasi in quel punto a Paola. Anzi il generale Garibaldi ordinava che il corpo di Rüstow venisse riunito alla divisione comandata da Türr e dovesse, sia per mare che per terra spingersi innanzi onde guadagnar maggior terreno sul continente napoletano, e cosi formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera di quel giorno vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma: il resto di quest’ultima brigata doveva tener dietro nel termine possibilmente più breve, ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’ quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli, il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.
Nel 1° settembre 1860, da Paola, la sera l’imbarco ed il viaggio per Sapri del generale Stefano Turr e la flotta navale borbonica nemica
Un testimone della partenza delle truppe garibaldine raccolte a Paola da Rustow e prelevate dal generale Turr, su ordine di Garibaldi per portarle a Sapri è stato lo scrittore francese Maxime Du Champ (….), che, si trovava a Lagonegro con altre truppe e venne a sapere della lieta notizia. Du Camp (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo. Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò….etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevamo lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi. Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo. Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò in modo da potere nel caso, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sulle montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la strada di Napoli, nel caso in cui ci avessero aspettato a Salerno. La loro ritirata, di cui stava appunto per giungersi notizia, doveva poi rendre inutile quell’ardito piano. Infatti, la sera, verso le otto, mentre stavamo per andare a vedere noi stessi i nostri cavalli fossero in condizione di riprendere il viaggio, ci arrivò un dispaccio: “7 settembre 1860. – Oggi, alle undici, Garibaldi è entrato a Napoli”. Il nostro primo sentimento, lo confesso, fu un cattivo sentimento di rammarico e quasi di ira; ne seguì uno più nobile, etc…”. Maxime Du Champ racconta l’episodio accaduto a Paola alla partenza dal porto di Paola diretti a Sapri che fece il generale Turr, insieme al colonnello Rustow e circa 1500 uomini della ex Divisione Pianciani. Du Champ, testimone diretto, racconta che alla partenza da Paola accadde un fatto increscioso e preoccupante. Mentre i 1500 uomini, volontari garibaldini stavano lasciando il porto di Paola insieme al loro generale, Turr ed insieme a Rustow, apparve al largo una fregata dell’esercito borbonico. Turr, avendola scorta si pone in posizione di battaglia. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr …..e finalmente riescì la sera del 1° sul tardi ad imbarcarsi colla sua colonna. Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi”.”. Dunque, il Pecorini, riguardo il viaggio del Turr e della sua colonna e della flotta nemica scriveva che: “Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi , riposatisi alquanto , s ‘ apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: “XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse , con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri . Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini ci racconta delle operazioni di imbarco a Paola. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 492 e ssg., in proposito scriveva che: “LIII. Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi a norma delle dovute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’uscire nel porto di Paola il generale Turr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna, ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari ad apparecchiarsi ad una lotta cotanta ineguale e sopra un elemento che non era loro proprio, poteva essere unicamente giustificato dall’esito; e questo fu loro favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono finalmente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali borboniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Sulle navi borboniche di stazza a Paola e nel tratto di mare tirrenico da Paola a Napoli vi è la testimonianza di Ludovico Quandel-Vial che nel mese di settembre avviato alla carriera militare dal padre, come i fratelli Pietro, Giuseppe e Federico, entrò il 21 aprile 1855 nel Real Collegio Militare della Nunziatella da cui uscì il 19 ottobre 1858 alfiere del Real Corpo di Artiglieria delle Due Sicilie. Col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Come altri suoi colleghi dell’esercito del Regno delle Due Sicilie, una volta scarcerato fu invitato ad entrare nel neonato esercito del Regno d’Italia. Preferì ritirarsi a vita privata a Monte di Procida con la moglie, la cugina Giuseppina Vial. Ludovico Quandel-Vial racconta e trascrive notizie tratte dal maresciallo borbonico Vial. Pietro Carlo Maria Vial de Maton (Nizza, 5 ottobre 1777 – Roma, 28 febbraio 1863) è stato un militare italiano, maresciallo di campo dell’Esercito delle Due Sicilie e protagonista della resistenza del Regno delle Due Sicilie contro la Spedizione dei Mille e l’intervento piemontese. Negli anni convulsi della spedizione dei Mille Vial de Maton fu apprezzatissimo per il suo operato solerte e l’estrema durezza tenuta nel periodo di stanziamento dell’esercito borbonico sulla riva destra del Garigliano tra l’estate e l’autunno del 1860. E’ proprio attraverso i giornali di bordo dei capitani delle navi borboniche e piemontesi che incrociavano quelle acque che si possono avere ulteriori utili notizie. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Grazia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Qui ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Muraglia di Maratea dava la stessa assicurazione (44).”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della marina piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che stavano a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 31 agosto, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “A Paola già trovansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr …..e finalmente riescì la sera del 1° sul tardi ad imbarcarsi colla sua colonna. Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc…”. Dunque, il Pecorini, riguardo il viaggio del Turr e della sua colonna e della flotta nemica scriveva che: “Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, etc…”. Pecorini racconta che il generale Turr, Rustow, con le loro colonne imbarcatisi a Paola, usarono molta precauzione nella navigazione stando attenti alla flotta borbonica nemica che in quei giorni era particolarmente presente nelle acque del golfo di Policastro dove loro entrarono, navigando ed imbarcatisi a Paola, nelle prime ore del mattino del giorno 2 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, racconta dell’episodio accaduto a Paola, e poi aggiunge: “Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò….etc…”. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto etc…I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.“. Dunque, il colonnello Rustow, che accompagnava le truppe da Paola a Sapri, insieme al generale Turr, scriveva che arrivati a Sapri, non trovarono movimento di truppe napoletane, ovvero truppe borboniche nemiche. Sulle navi borboniche di stazza a Paola e nel tratto di mare tirrenico da Paola a Napoli vi è la testimonianza di Ludovico Quandel-Vial che nel mese di settembre avviato alla carriera militare dal padre, come i fratelli Pietro, Giuseppe e Federico, entrò il 21 aprile 1855 nel Real Collegio Militare della Nunziatella da cui uscì il 19 ottobre 1858 alfiere del Real Corpo di Artiglieria delle Due Sicilie. Col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Come altri suoi colleghi dell’esercito del Regno delle Due Sicilie, una volta scarcerato fu invitato ad entrare nel neonato esercito del Regno d’Italia. Preferì ritirarsi a vita privata a Monte di Procida con la moglie, la cugina Giuseppina Vial. Ludovico Quandel-Vial racconta e trascrive notizie tratte dal maresciallo borbonico Vial. Pietro Carlo Maria Vial de Maton (Nizza, 5 ottobre 1777 – Roma, 28 febbraio 1863) è stato un militare italiano, maresciallo di campo dell’Esercito delle Due Sicilie e protagonista della resistenza del Regno delle Due Sicilie contro la Spedizione dei Mille e l’intervento piemontese. Negli anni convulsi della spedizione dei Mille Vial de Maton fu apprezzatissimo per il suo operato solerte e l’estrema durezza tenuta nel periodo di stanziamento dell’esercito borbonico sulla riva destra del Garigliano tra l’estate e l’autunno del 1860. E’ proprio attraverso i giornali di bordo dei capitani delle navi borboniche e piemontesi che incrociavano quelle acque che si possono avere ulteriori utili notizie. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 31 agosto, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “A Paola già trovansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow…..Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna, doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: “Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi.”.
Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre e a Garibaldi, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre….Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”.
Nel 2 settembre 1860, a Paola, il generale Turr, in una lettera di un volontario garibaldino
Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Paola, le 2 septembre. Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi, m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle.”, che tradotto significa: “Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe. Il patriota ungherese, sebbene ancora molto giovane, si è guadagnato il grado di generale di divisione per il suo coraggio e la sua intrepidezza, uniti alla sua seria conoscenza dell’arte militare. Ha un aspetto molto simpatico e gode almeno tanto dell’affetto di tutti i volontari quanto della fiducia del suo comandante. Garibaldi, mi è stato assicurato, sta avanzando su Napoli senza incontrare alcun ostacolo.”. Nella lettera del volontario garibaldino pubblicata dal Maison, il volontario scriveva da Paola e testimonia che “Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe.“, vi è un evidente incongruenza in quanto la lettera è datata 2 settembre 1860. Il generale Turr arrivò a Paola il 1° settembre 1860 e solo il 2 settembre, dopo che Rustow aveva riordinato le brigate salparono per mare con destinazione Sapri. Insomma, il 2 settembre 1860, il generale Turr e Rustow erano già in viaggio per Sapri. Sempre il volontario garibaldino nella lettera del 2 settembre 1860, da Paola, pubblicata dal Maison, a pp. 61-62 aggiunge delle considerazioni sui volontari calabresi e aggiunge: “Paola, le 2 septembre……Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours, leur culotte courte , leurs sandales et leurs grandes guêtres , leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière, sont admirables à voir. Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹. Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel. En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa: “I calabresi si stanno arruolando in massa sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, le loro giacche di velluto, i loro calzoni corti, i loro sandali e le loro ampie ghette, i loro lunghi fucili in spalla e le loro gilet a tracolla, sono ammirevoli da vedere. Portano dentro di sé un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente. (1) E i briganti, mi si chiederà, visto che stiamo parlando dei calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ne sono rimasti in questa cara Calabria dopo la proclamazione del governo di Vittorio Emanuele. Nella mia qualità di messaggero d’avventure, ne ho cercati alcuni, e le mie ricerche sono state vane; ho solo incontrato persone offrendomi ospitalità con la proverbiale generosità degli highlander scozzesi di Scribe. Notai anche, tra le donne, figure magnifiche, veri volti da Madonna; sembravano creati appositamente per ispirare poeti e artisti“.
L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: “Ma l’attivo uffiziale, a cui tardava di riprendere la sua vita operosa, non attese tutto questo tempo; ma fatti alcuni bagni ad Acqui di Piemonte, si ricondusse in Sicilia e con Garibaldi partiva per Messina e di là a Giardinetto, dove assistevano all’imbarco della brigata di Bixio destinata a sbarcare a Melito. Quindi egli medesimo col resto della sua divisione sbarca a Bagnara, e si riunisce di poi con Garibaldi a Palmi, d’onde con lui parte per Cosenza da cui è mandato a Paola per ivi assumere il comando dei volontari che vi aveva condotti il medico milanese Agostino Bertani, tramutatosi costui pure da uomo di scienza in soldato della rivoluzione siciliana. Il 1 settembre il general Türr arrivava a Paola, e questa data mi è fornita dallo storico di questa campagna, per me già citato, Guglielmo Rüstow, il quale da capo dello stato maggiore generale di Pianciani era passato al comando delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi, e che però trovavasi in quel punto a Paola. Anzi il generale Garibaldi ordinava che il corpo di Rüstow venisse riunito alla divisione comandata da Türr e dovesse, sia per mare che per terra spingersi innanzi onde guadagnar maggior terreno sul continente napoletano, e cosi formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera di quel giorno vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma: il resto di quest’ultima brigata doveva tener dietro nel termine possibilmente più breve, ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’ quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’ Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli, il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.
GARIBALDI PARTE E LASCIA COSENZA
Nel 1° settembre 1860, a Cosenza, Garibaldi riparte
La giornalista White-Mario (….), a p. 455, riferendosi al Bertani, scriveva di Acerbi: “E noi li seguiamo passo passo, guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 195, in proposito scriveva che: “Il primo settembre alle tre del mattino, Garibaldi, il Cosenz e il Bertani lasciavano Cosenza in carrozza aperta, etc…”. Dunque, se Garibaldi e Bertani lasciarono Cosenza il 1° settembre, alle tre del mattino ci conferma che Bertani arrivò da Paola il giorno 31 agosto 1860. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale di Artiglieria Orsini Garibaldino il seguente ordine (Doc. N° 500): “Generale Orsini. – Consegnai al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule i proporzione. – G. Garibaldi.”. Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° Divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra,…..
Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: “XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra…..Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila, slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario, cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione , ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii , avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: “XLIX. Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria. Quest’ultima città fu interamente distrutta nelle fazioni del 1808 dal generale Manhès che vi fece appiccare l’incendio e fucilare gran parte de’ suoi abitatori. Essa era il centro delle innumerevoli bande che in quel tempo lottavano contro i Francesi per l’indipendenza del loro paese nativo, e per così dire il quartier generale dell’ opposizione a Giocchino Murat e dei maneggi della proscritta fazione borbonica. Lauria, malgrado la murattiana vendetta, risorse ben tosto dalle sue rovine: e crebbe con aspirazioni ed idee liberali ed italiche.”. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a pp. 39-40, in proposito scriveva: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46). Garibaldi ha fretta di arrivare a Napoli: deve impedire allo Stato Maggiore borbonico di riorganizzarsi; ha fretta di passare oltre Campotenese e di superare Sapri, per evitare che si ripeta l’errore del ’48 quando le forze borboniche dei generali Busacca e Lanza giunsero proprio a Sapri e sconfissero tra Campotenese e Spezzano, le squadre del Riboty, del Longo, di Domenico Mauro e Vincenzo Morelli. Egli ha bisogno di far presto per impedire all’Europa d’intervenire, per far superare a Cavour i timori e le sue ultime riserve antigaribaldine, per forzare la diplomazia europea allarmata fin dal suo sbarco nel continente. La rapida marcia di Garibaldi in Calabria convince, in qualche modo, Napoleone III e l’Europa della inevitabilità della fine dei Borboni e della vittoria della rivoluzione italiana; convince Cavour che la vittoria dell’Italia meridionale, con il suo sfondo popolare democratico, riabilitava di fronte al mondo il Risorgimento come fatto voluto e compiuto da italiani in terra d’Italia; convince ancora il liberale Cavour che l’Unità d’Italia non era una “corbelleria”, come egli soleva dire, ma la conclusione logica di tanti anni di passione nazionale.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne riparti il primo settembre , accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri, il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda , trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che , più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là Garibaldi scriveva di suo pugno al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a pp. 39-40, in proposito scriveva: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46). Garibaldi ha fretta di arrivare a Napoli: deve impedire allo Stato Maggiore borbonico di riorganizzarsi; ha fretta di passare oltre Campotenese e di superare Sapri, per evitare che si ripeta l’errore del ’48 quando le forze borboniche dei generali Busacca e Lanza giunsero proprio a Sapri e sconfissero tra Campotenese e Spezzano, le squadre del Riboty, del Longo, di Domenico Mauro e Vincenzo Morelli. Egli ha bisogno di far presto per impedire all’Europa d’intervenire, per far superare a Cavour i timori e le sue ultime riserve antigaribaldine, per forzare la diplomazia europea allarmata fin dal suo sbarco nel continente. La rapida marcia di Garibaldi in Calabria convince, in qualche modo, Napoleone III e l’Europa della inevitabilità della fine dei Borboni e della vittoria della rivoluzione italiana; convince Cavour che la vittoria dell’Italia meridionale, con il suo sfondo popolare democratico, riabilitava di fronte al mondo il Risorgimento come fatto voluto e compiuto da italiani in terra d’Italia; convince ancora il liberale Cavour che l’Unità d’Italia non era una “corbelleria”, come egli soleva dire, ma la conclusione logica di tanti anni di passione nazionale.”.
SIRTORI RESTA A COSENZA
Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860.“.
IL PIANO DI GARIBALDI
Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione , ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr , riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii , avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 493-494, in proposito scriveva che: “LVI. Dal sin qui detto manifestamente si scorge qual fosse il piano strategico dal Dittatore tracciato. tracciato . Come ad Alta Fiumara e a Soveria egli imaginava sorprendere l’armata e chiuderla da tutte le parti fra gl’insorti, il corpo condotto da Türr e le forze che egli stesso guidava all’assalto. Se Francesco II non si fosse per tempo ritirato, sarebbesi tosto veduto rinchiuso nel suo campo con Garibaldi di fronte, con Türr alle spalle, colla rivoluzione a sinistra e col mare alla destra. In tale frangente egli è chiaro che non altra via di salvezza gli sarebbe rimasta se non quella di cedere, capitolare ed arrendersi. LVII. Ma sia che Francesco prevedesse le mire nemiche e che quindi sentisse la necessità d’una pronta ritirata, sia ch’ egli non credesse conveniente accettar la battaglia in condizioni così svantaggiose, colla rivoluzione ai fianchi ed a tergo la capitale romoreggiante e mal fida, o non stimasse prudenza contare sul valore de’ suoi, i Borboniani inopinatamente levarono il campo e si diressero sulla via di Napoli. Infatti, anche non volendo calcolare sull’ esito delle mosse di Türr, che pure non poteva esser dubbio, l’esercito regio non avrebbe saputo resistere all’impeto di Garibaldi e de’ suoi. I soldati borbonici a chiari segni mostravano quanto di malavoglia s’ attendessero ad un conflitto, com’ eglino tremassero at nome solo del fortunato avversario e come fossero già vinti e soggiogati prima ancora di battersi. Dall’ altro canto l’audacia , le gesta e le marcie di Garibaldi apparivano così prodigiose e si strane che quelle anime ignare e fanatiche amavano piuttosto attribuirle ad una sopranaturale potenza etc…”. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39 in proposito scriveva che: “Garibaldi giungeva la sera stessa a Cosenza, nella città antesignana di tutte le lotte del Risorgimento meridionale, sacra alla memoria dei fratelli Bandiera a cui si volle rendere doveroso e commosso omaggio. Garibaldi vi fu accolto trionfalmente dal Comitato Centrale e da tutta la popolazione. Parlò dal balcone del Palazzo dell’Intendenza, mentre al vallone di Rovito Nino Bixio esaltò il sacrificio dei fratelli Bandiera. Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino, tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46). Garibaldi ha sfretta di arrivare a Napoli: deve impedire allo Stato maggiore borbonico di riorganizzarsi; ha fretta di passare oltre Campotenese e di superare Sapri, per evitare che si ripeta l’errore del ’48 quando le forze borboniche dei generali Busacca e Lanza giunsero proprio a Sapri e sconfissero tra Campotenese e Spezzano, le squadre del Riboty, del Longo, di Domenico Mauro e Vincenzo Morelli. Egli ha bisogno di far resto per impedire all’Europa d’intervenire, per far superare a Cavour i timori e le sue ultime riserve antigaribaldine, per forzare la diplomazia europea allarmata fin dal suo sbarco nel continente. La rapida marcia di Garibaldi in Calabria convince, in qualche modo, Napoleone III e l’Europa della inevitabilità della fine dei Borboni e della vittoria della rivoluzione italiana; convince Cavour che la vittoria dell’Italia meridionale, con il suo sfondo popolare e democratico.”. Guarasci, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta di un manoscritto di Francesco De Fiore (….), “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”, pubblicato in un suo saggio da Antonio Emilio Parisi, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, Anno XXVI, 1957 (fasc. 1-2). Il testo citato è un manoscritto pubblicato da A. F. Parisi.
GARIBALDI A TARSIA
Nel 1° settembre 1860, a Tarsia, Garibaldi scrive al generale Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale
Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là Garibaldi scriveva di suo pugno al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, avendo riguardo al buon nutrimento dei militi, non stancarli molto, procurare che facciano una buona pulizia, riparare possibilmente l’abbigliamento loro e particolarmente le scarpe, accrescere i corpi con volontari, lasciare convenevoli depositi, siccome in Reggio. Monteleone, Tiriolo pure Rogliano (ove lasciai il colonnello Corte), Cosenza, Castrovillari, etc.. con l’oggetto di accrescere di numero gli antichi Battaglioni e crearne di nuovi. Io partirò alla volta di Castrovillari alle 4 pom. d’oggi, e seguito avanti quanto lo comporteranno le circostanze. Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini. Vi prevengo che la tappa da Cosenza a Tarsia è faticosissima, che non si trova in tutto il percorso una casa abitata né acqua da bere se non in un sol luogo. I corpi volontari calabresi che voglion seguirci alle stesse condizioni degli altri corpi dell’esercito aggregateli pure ed assegnate loro il posto di marcia. Vostro Garibaldi.”.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 197, in proposito scriveva che: “…ma egli già da Tarsia il 1° settembre aveva avuto il supremo comando dal Dittatore, che di là si avviò a tutta celerità sulla capitale, ove la situazione s’intorbidiva.”. Da Tarsia, dove Garibaldi si fermò per poco tempo, il 1° settembre 1860 scrisse al generale Sirtori anticipandogli alcuni ordini e avvisandolo che Turr si era partito per Paola da dove doveva condurre le truppe dell’ex divisione Bertani-Pianciani a Sapri. Nel dispaccio indirizzato a Sirtori Garibaldi gli scriveva che: “Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini.”. Inoltre, il telegramma o dispaccio di cui parla l’Agrati, ovvero ciò che Garibaldi, a Tarsia manda a dire al generale Sirtori, dimostra anche il fatto che già il 1° settembre 1860, e non come erroneamente si dice, Garibaldi era intenzionato a non proseguire la sua marcia prendendo la strada per Castelluccio-Lagonegro-Sala Consilina proseguendo sulla Consolare, ma, egli aveva intenzione di passare per Sapri che, al contrario si trova lungo la costa tirrenica e da lì, proseguire e risalire vero Sala Consilina. Infatti, a Tarsia, il 1° settembre 1860, Garibaldi scrive a Sirtori: “Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini.”. Garibaldi avvisa Sirtori che il generale Turr era andato a prendere le truppe di Bertani a Paola per portarle a Sapri “dove troverà suoi ordini”. Garibaldi, a Tarsia sapeva già che sarebbe passato a Sapri, dove avrebbe inviato nuovi ordini e nuove disposizioni a Turr che doveva ivi lasciare le truppe al Rustow. Garibaldi già da Tarsia o probabilmente già da Cosenza sapeva che avrebbe fatto la deviazione per Sapri. L’argomento sarà da me ripreso quando parlerò dell’arrivo e della partenza di Garibaldi da Rotonda e della sua deviazione. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 430-431, riferendosi all’ingresso di Garibaldi a Napoli, in proposito scriveva che: “…ed anche il Canzio, il quale di certo però non v’era, poiché nel suo diario scrive che Garibaldi partì senza di lui – e lo vedemmo a Castrovillari, precedendolo nelle ultime tappe, di modo che egli, il Canzio, non giunse a Napoli che il 7 di sera. V’era poi di sicuro, lo dicon tutti, Gaspare Trecchi, e v’era pure Nicola Mignogna e Pietro Lacava, il quale ultimo, in un suo scritto, afferma di non avere mai visto manifestazione più grandiosa e commovente etc…Non c’era invece il Peard arrivato il dì prima, né Lodovico Frapolli, che aveva preceduto gli altri di qualche ora per prendere possesso dell’ufficio telegrafico.”. Dunque, il Canzio non era con Garibaldi neanche a Castrocucco. Dunque, il Canzio non era con Garibaldi perché a Tarsia non partì con lui ma restò con la sua Brigata. Infatti, Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: “Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 410, aggiungeva pure che: “Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Infatti, Stefano Canzio (…., nel suo “Diario”, manoscritto, già pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, nei proclami, nelle corrispondenze, nei diarii e nelle illustrazioni del tempo”, da p. 454 pubblicò il “Diario di un Garibaldino che fece parte della prima spedizione delle Calabrie”, e a p……
Nel 1° settembre 1860, a Tarsia, Garibaldi, Cosenz e Bertani
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 455, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “In carrozza con Garibaldi e Cosenz partiamo alle tre antimeridiane. Alla ‘Bettola Nuova’ soldati napoletani. Si scese in carrozza più volte, passeggiando per il bel paese. Si passa il fiume a guado. Si ha sete e non c’è più niente da bere. Si ha fame e non c’è da mangiare (privilegio di tutti i compagni del generale). Arriviamo in un piccolo paese. Deputazioni e ovazioni. Finalmente il sindaco ci dà da mangiare. Si cambiano i cavalli. I napoletani alla ‘Taverna Nuova’. La gente si precipita, ferma le ruote della carrozza: “Calibardo, qual è Calibardo ? Fateci vedere Calibardo”. Alle dodici dopo una lunga ed erta salita giungemmo a Tarsia. Venne la guardia nazionale, chi armato, chi no. Si mangia al cospetto di tanta gente, tutti silenziosi cogli occhi fissi su Garibaldi. Ci si ferma a Spezzano Albanese ove parlano greco. Entusiasmo, gridi, salti di gioia. A Castrovillari in casa Pace capita Peard detto l’Inglese di Garibaldi. 2 settembre domenica. Etc…”. Secondo la White, ciò aveva annotato nel suo taccuino il Bertani. Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: “XLVIII. Da Spezzano il Dittatore passava a Cammarata ed a Castrovillari , percorrendo la vasta e maremmosa pianura dove un tempo sorgeva la superba ed opulentissima Sibari e che ora i fiumi Crati e Coscile hanno ricoperto colla melma delle loro alluvioni. Dell’immensa e popolosa città, la fama della cui dissoluta mollezza si a lungo. riempi l’universo , oggimai non rimane più traccia essa giace sepolta sotto un fortissimo strato di vegetazione tropicale , in un cielo insalubre : le maestose sue torri , i monumenti , i trofei , ed i suoi trecento mila abitanti scomparvero : ed ora la più tremenda solitudine regna sul teatro di tanta opulenza : hanno fine in tal modo le pompe e le umane grandezze ! – XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria. Etc..,”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozza. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’egli a Turr replica l’ordine, già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che: “ventimila ragioni per oggi e tremila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti, …etc… e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz,….etc…Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartier generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso.” 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il Capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne riparti il primo settembre , accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri, il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli ; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che , più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 410, in proposito scriveva: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là etc…”. Agrati, a p. 410, aggiungeva pure che: “Ripresa la marcia nel pomeriggio, il Dittatore entrava in Spezzano Albanese, ove l’attendeva una dimostrazione così entusiastica da quasi impallidire quella stessa di Monteleone. Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 di settembre. Poi, all’alba in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 328-329, in proposito scriveva che: “…..Verso le quattro di pomeriggio, lasciato il Canzio a Tarsia, Garibaldi risaliva in carrozza e dopo più di u’ora di cammino, giungeva a Spezzano Albanese, etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale Orsini etc…Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”.
CONCENTRAMENTO DI TRUPPE GARIBALDINE A SAPRI
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, alle ore 9,00, l’arrivo e lo sbarco del generale Istvan TURR, il colonnello Wilhelm RUSTOW, e le due brigate garibaldine (la Brigata MILANO ed una porzione della PARMA) che saranno fatte riordinare dal colonnello RUSTOW e fatte accampare in località Cantine
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…..Tre anni dopo, il 2 settembre 1860, il Generale Rustow con la brigata Milano, composta da 900 uomini, e la Spinazzi, oltre 1500 uomini che il Generale Turr aveva concentrato a Sapri e che precedettero Giuseppe Garibaldi…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi. Il Turr concentrò tutte queste forze a Sapri (oltre 1500 uomini) per portarsi in avanti con rapidità e aiutare l’Eroe e l’esercito meridionale.“. Sulle truppe e sugli ufficiali che parteciparono alle operazioni militari che facevano parte dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, che, fatti arrivare da Garibaldi dal Golfo degli Aranci a Palermo ed in seguito da Agostino Bertani, dal colonnello Rustow, prima a Paola e poi a Sapri, non vi sono molte notizie se non quelle che abbiamo scritto. Le dimissioni del loro capo, il conte Luigi Pianciani, del colonnello Tharrena, presentate a Garibaldi stesso dopo il loro arrivo a Palermo. Ma, oltre alla nota testimonianza viva e diretta del colonnello Rustow, che insieme al Turr e a Bertani li condusse dalla Sicilia, prima a Milazzo e poi a Paola, non abbiamo grandi testimoni e non si è scritto molto. Il fatto è che una grande testimonianza è quella di Agostino Bertani che prima di morire lasciò il suo immenso archivio alla giornalista inglese Jessie White-Mario, che aveva partecipato lei stessa, insieme al marito Mario alle operazioni con il generale Bixio. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183, in proposito scriveva: “E noi li seguiamo passo per passo , guidati dal taccuino , non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli.”. La White si riferisce al tacchuino o Diario di Agostino Bertani che pubblicò nel suo “Ire politiche d’oltretomba”. Essendo però, sia Turr che Rustow cavouriani convinti, i due ufficiali, in seguito alle note vicende dello scontro tra Mazziniani e Cavouriani, la mazziniana e garibaldina Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, sebbene riporti brani e ricostruzioni molto dettagliate dell’attività di Agostino Bertani, che non dimentichiamo era l’artefice principale della raccolta di quelle truppe che poi ritroveremo a Sapri, poco ha scritto su quei volontari garibaldini a cui bisogna riconoscere un tributo di riconoscenza e di affetto. La White-Mario (…), parlando del generale Istvan Turr e del colonnello polacco o tedesco Wilhelm (Guglielmo) Rustow, a pp. 180-181, in proposito scriveva che: “L’aggettivo dimessa sonava trionfo. Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremmo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Türr nel dare a credere che egli e la sua divisione fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell ‘ entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la dimessa spedizione già condotta a Paola. A leggere l’immenso volume di 496 pagine , intitolato Storia della 15ma divisione Türr, si direbbe che tutto fece lui e senza di lui nulla si fece. Egli invece dal 2 luglio , quando lasciò Palermo per incomodi di salute, non ebbe comando attivo se non dopo il 7 settembre per domare la reazione in Ariano; poi il 19, disgraziatamente, sul Volturno, nell’assenza di Garibaldi che era a Palermo. Ad ogni straniero che combatteva per l’Italia Garibaldi era largo di gradi e di encomii. Ma il mondo ben sa oramai che le vittorie erano dovute a Garibaldi stesso e ai suoi ufficiali, Medici, Bixio, Sacchi, Cosenz e Sirtori, nomi che vivranno finchè vivrà la storia del risorgimento italiano. Da un ‘ altra parte Rustow nella sua storia scritta in tedesco, poi tradotta in italiano (1) parla del suo lavoro, il cui tema consisteva nella organizzazione di un piccolo esercito per abbattere Lamoricière. » Ma stabilito altrimenti nei decreti della provvidenza, Rustow lo condusse in salvo e, secondo lui , a lui solo si devono le gesta della legione sul Volturno. Bertani non è nominato neppure una volta. Ora la verità è che tutti i comitati di provvedimenti aiutarono; Giacomo Sani intendente assiduo ed esperto contribuì assai; Pianciani e sotto i suoi ordini Rustow ordinarono militarmente le brigate, e sul Volturno Rustow e i valorosi che le componevano fecero il loro dovere. Ma Bertani, il quale non leva mai a nessuno il suo merito, anzi fregiò molti col proprio , fu quello che creò, spedì o condusse a Garibaldi le legioni. E l’aver ordinato la rivoluzione nel Regno e nel Pontificio è pur lavoro suo, nè Domeneddio può togliergli quella gloria.”. La White, riguardo il testo del Turr, si riferisce al testo di Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che tuttavia riporta notizie molto interessanti. Inoltre, la White-Mario (….), riguardo il testo scritto in tedesco dal colonnello Wilhelm Rustow si riferisce al testo di traduzione di Eliseo Porro (….), che, nel 1860 pubblicava “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, “La guerra d’Italia nel 1860” del 1862. Di questo testo esistono altre diverse traduzioni che vedremo in seguito. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861 e, l’altra: “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), che si possono scaricare gratuitamenta da Google libri. Sui volontari e su alcuni ufficiali, alcune notizie sono state da me tratte dall’altro testo testimonianza del conte Luigi Pianciani, “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 410, in proposito scriveva: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là etc…”. Agrati, a p. 410, aggiungeva pure che: “Ripresa la marcia nel pomeriggio, il Dittatore entrava in Spezzano Albanese, ove l’attendeva una dimostrazione così entusiastica da quasi impallidire quella stessa di Monteleone. Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 di settembre. Poi, all’alba in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 138-139, riferendosi al colonnello Ludovico Frapolli, in proposito scriveva che: “Garibaldi non era più a Bagnara, che aveva lasciato alcune ore prima del nostro arrivo; vi trovavamo invece il colonnello Frapolli, lo stesso con cui eravamo partiti da Genova…..Dopo aver parlato quella stessa mattina con Garibaldi, egli si preparava a ritornare in Sicilia per accellerare l’invio di truppe e dirigerle per mare non più a Reggio e su Scilla, ma molto più a nord, in previsione di una resistenza determinata, per lanciarle a Paola, dietro Cosenza, i maniera da tagliare la ritirata ai Napoletani, e su Sapri, per operare un movimento che potesse minacciare Salerno. Era il mezzo, escogitato assai bene dal Frapolli stesso, d’isolare gli uni dagli altri e di ridurre al nulla i diversi corpi regii che ancora occupavano in forze la strada di Napoli, e che potevano condenderci seriamente il passaggio nel caso poco probabile che al nostro avvicinarsi non si fosse sollevato tutto il paese. Frapolli partì solo sulla piccola imbarcazione per raggiungere Milazzo, e noi salimmo in carrozza per andare a raggiungere Garibaldi; etc…”. Dunque, Du Champ ci parla dell’arrivo di Turr a Bagnara calbra dove trovarono il colonnello Ludovico Frapolli (….), il quale aveva conversato con Garibaldi che da poco aveva lasciato Bagnara. Frapolli era in procinto d’imbarcarsi per la Sicilia, per andare a Milazzo e raccontava il piano di Garibaldi di non portare le trupe del Turr a Reggio e a Scilla ma di portarle a Sapri. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Frapolli, fu Ingegniere, patriota. Partecipò a tutte le imprese garibaldine dal 1860 al 1871, dopo lunghi anni di esilio. Deputato dalla 7° e poi dalla 9° alla 11 legislatura. Iniziato il 10 dicembre 1862 nella Loggia Dante Alighieri di Torino, ne fu Maestro Venerabile. Gran Maestro del G. O. d’Italia. Ebbe il 33° grado del R.S.A.A. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, a p. 129, in proposito scriveva che: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…” che tradotto significa: “….Nell’agosto del 1860 una colonna dell’esercito garibaldino sbarcò a Sapri per operare nel Cilento parallelamente all’avanzamento del grosso; a comandarlo era il colonnello Pianciani. Mandò un distaccamento a Sanza. Un uomo di nome Savino Laveglia, che la voce pubblica nominava come colui che aveva inferto il primo colpo a Pisacane, disarmato, fuggì, fu arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel carcere. Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio…”. Un testimone di eccezione del viaggio di Garibaldi è stato Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, raccontando del suo arrivo a Sapri al seguito di Garibaldi, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: “Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, toccò la terraferma a Sapri nel Principato citeriore, nel medesimo luogo dove Pisacane era disceso verso la morte; si congiunse con l’esercito meridionale sotto le mura di Capua, e prese parte attiva ai combattimenti che, per due mesi, i volontari dovettero sostenere sulle sponde del Volturno contro i soldati di Francesco II. Fu lunedì 13 agosto che gli uomini di questa spedizione, la quale di lì a tre giorni doveva essere sciolta, s’imbarcarono verso mezzogiorno, scortati da una parte della popolazione genovese, che li salutava con i suoi più caldi voti ed addii. La sera, fu il nostro turno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149 riferendosi al generale Turr che da Paola trasportò le sue truppe garibaldine a Sapri, in proprosito scriveva che: “….ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc…”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156, a p. 153, in proposito scriveva che: “Meanwile Turr rode down from Cosenza to Paola, took command of the troops collecter there and carried team by sea to Sapri, where they arrived on September 2, twenty-for hours fefore Garibaldi himself. In this way these 1500 men from the rear became the vanguard of the advance on Naples, owing to their good fortune in finding transport while the others had to march by land (2).”, che tradotto è: “Intanto Turr scese da Cosenza a Paola, prese il comando delle truppe che vi erano radunate e trasportò la squadra via mare a Sapri, dove giunse il 2 settembre, ventiquattr’ore prima dello stesso Garibaldi. In questo modo questi 1500 uomini della retroguardia divennero l’avanguardia dell’avanzata su Napoli, grazie alla loro fortuna nel trovare un mezzo di trasporto mentre gli altri dovettero marciare via terra (2).”. Treveljan, a p. 153, nella nota (2) postillava: “(2) Rustow, 299-300. Rustow’s Brig. Milano, 11-18. Turr’s Div. 147-149. Forbes, 206. Bertani, II, 179-184 (on pag. 179, line 23, read Cosenza for Rotonda). Peard MS. Journal. Turr who had been invalided from Sicily (see p. 66 above) had recently returned more or less cured from Aix-la-Capelle.” che significa: “(2) Rustow, 299-300. Brig. Milano di Rustow, 11-18. Div. 147-149 di Turr. Forbes, 206. Bertani, ii, 179-184 (a pag. 179, riga 23, leggi Cosenza per Rotonda). Peard MS. Journal. Turr che era stato invalido dalla Sicilia (vedi pag. 66 sopra) era tornato di recente più o meno guarito da Aquisgrana.”. Treveljan citava i tre testi di Rustow (uno è quello tradotto da Eliseo Porro, sulla Brigata Milano e l’altro sulla divisione Turr). Treveljan cita il Bertani, i due testi del Bertani (uno su Whait Mario). Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Here also the Dictator found Turs’s, troops, who ad sailed in the day before from Paola (2). Etc…“, che tradotto significa: “Anche qui il Dittatore trovò le truppe di Turr, salpate il giorno prima da Paola (2).”. Treveljan, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) La Cava, p. 702. Bertani, II. 184-185. Ire Politiche, 71-72. Racioppi, 200. Maison, 63-64. Rustow’s Brig. Mil. 18-19. Turr’s Div. 149.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Nello stesso tempo, il Turr, partito a briglia sciolta per Paola, assumeva il comando delle truppe e le metteva in mare, sbarcandole a Sapri, il 2 settembre, ventiquattr’ore avanti l’arrivo di Garibaldi in questo stesso posto. Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea; onde messosi in barca il giorno 3 settembre diresse a Sapri – Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese. Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 701, in proposito aggiungeva che: “Il 1° Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 và per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo etc…”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 707, in proposito aggiungeva che: “Crediamo opportuno riportare il passaggio delle schiere Garibaldine a traverso la nostra provincia e quella di Salerno, quando il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, giungeva al Fortino e si portava in Napoli, etc…. Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, etc…”. Sempre il Lacava, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 708, in proposito scriveva che: “La Brigata Puppi (divisione del pari di Tur) approdava a Sapri, alle 11 pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa Brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo…..“. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, dal racconto del Racioppi (….), che a sua volta si rifà al racconto di Agostino Bertani, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani: “….Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi dei volontari della legione da me preparata per invadere lo stato pontificio, alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare col cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III…., nella baia arenosa di Sapri, dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano, e Spinazzi della Divisione Tùr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. Il Pesce, a p…….. proseguendo il suo racconto scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. Pesce erra perchè il generale Stefano Turr non si trovava a Sapri con Garibaldi ma lo attendeva al Fortino. Credo che Pesce si riferisse al generale prussiano Wilhelm Rustow (….). Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2. settembre di buon ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza. Mentre Turr alle tre della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri (? è un errore perchè si tratta di Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 340, in proposito scrivea che: “Questo piano non durò che fino alle ore 4 di sera. Nel giorno stesso si conobbe in Salerno lo sbarco di Sapri; le truppe ivi sbarcate si pretendeva essere almeno 4,000 uomini, e tutt’al più 15,000. Si diceva a Salerno, che Caldarelli si fosse unito colle truppe di Garibaldi e marciasse e arciasse con loro contro Salerno etc….”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia, presso la strada di Lazongro, fu accompagnata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulla vestigia dell’antica e potente città marittima Vibona. I bersaglieri e i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevamo di trovarci in faccia al nemico, non senza qualche sospetto d’essere da esso circuìti. A Sapri c’era duopo attendere gli ordini del Dittatore; per accelerare il cui arrivo, Turr il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io avevo intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter distribuire loro 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovavo provvisto, nè mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservar gli stessi fucili sotto le mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Oltre alle brigate citate, nel Riassunto si citano anche i “Mille”, la “Brigata Bixio”, la “Brigata Eber” che, pare, non riguardano l’approdo di Sapri. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito è scritto: “…il 30 agosto…nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passare in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava da Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Qui rileviamo l’errore perchè Turr doveva condurre le truppe dei volontari da Paola al golfo di Policastro, anzi precisamente a Sapri, dove sbarcherà con Rustow il giorno 2 settembre. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 170 riferendosi al Re Ferdinando II, in proposito scriveva che: “Se non che, appena seppe che Avellino era insorta e che il 2 settembre la divisione Turr (sbarcata a Sapri) si era congiunta al grosso delle forze garibaldine, accompagnate dalle grida festanti etc…”. Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi. Il concentramento di queste forze a Sapri, si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica.”. E’ chiaro che visto gli eventi in seguito, le truppe del Turr arrivarono a Sapri, non a Policastro. A p. 170, in proposito è scritto: “Se non che, appena seppe che Avellino era insorta e che il 2 settembre la divisione Turr (sbarcate a Sapri) si era congiunta al grosso delle forze garibaldine, accompagnata dalle grida festanti delle popolazioni, decise improvvisamente, contro il parere dei generali Pianell e Bosco, di etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi. Il concentramento di queste forze a Sapri si era potuto effettuare in gran parte, come si è detto, per merito del Turr, il quale spostando rapidamente le sue unità, le aveva portate successivamente in aiuto a Garibaldi nelle varie operazioni di terraferma, e, valendosi di trasporti marittimi le aveva progressivamente sbarcate nei punti più importanti ed avanzati della costa tirrenica. Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. A questo proposito, ovvero in proposito a ciò che scrive Rustow: “Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 288, in proposito scriveva che: “Alle otto del giorno 4 il ‘Brésil’ si trovava nelle acque di Sapri e il capitano, sul giornale di bordo, annotò: etc….”. Il Policicchio, a p. 289 trascrive il racconto del testo in nota (44) dove postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Policicchio, a p. 288 riporta un passo interessante tratto dal testo delle memorie del generle borbonico Ludovico Quandel-Vial. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento di una delle scuole del Revisionismo del Risorgimento. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a Pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini….2 Settembre. All’alba sbarcano alla spiaggia di Sapri le Brigate garibaldine Milano e Spinazzi. A giorno chiaro le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Brigatiere Caldarelli, si pongono in marcia da Lagonegro per S. Lorenzo la Padula. Il Generale Garibaldi perviene a Rotonda, ed ivi instanziato da molti decreta: invalido e nullo un contratto di enfiteusi etc…(1). A sera le forze residue della 4° Brigata (Caldarelli) si stabiliscono al bivacco di S. Lorenzo la Padula. Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”.
Infatti, l’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul Giornale di Bordo del Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese Garzia, trovò scritto che arrivato nel porto di Sapri il 4 settembre 1860, in missione per prendere ed aiutare gli sbarchi, annotava che: “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Si tratta del testo di Ludovico Quandel-Vial, e del suo “Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860″, tipografia degli Artigianelli, Napoli, 1902. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Il 1° settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow venne per ordine di Garibaldi riunita alla divisione comandata da Turr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 337, in proposito scrivea che: “Turr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ ora a Sapri.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. De Cesare, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1). Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Turr aveva fatte sbarcare le truppe, reduci dalla Sicilia a Paola. Sbarcò a Sapri, riunì l’antica divisione Pianciani, marciò in modo di poter al bisogno passare tra Salerno ed Eboli, gettarsi su le montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la via a Napoli se li avessero attesi a Salerno – Du Camp. – Expedition de deux Siciles, pag. 226.”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: “Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato. Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi. Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana. Ecc…Da Paola Turr sbarcò a Sapri, vi radunò la vecchia divisione Pianciani, marciò in modo da poter, se necessario, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sui monti di Cava, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 30, in proposito scriveva che: “Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, toccò la terraferma a Sapri nel Principato citeriore, nel medesimo luogo dove Pisacane era disceso verso la morte; si congiunse con l’esercito meridionale sotto le mura di Capua, e prese parte attiva ai combattimenti che, per due mesi, i volontari dovettero sostenere sulle sponde del Volturno contro i soldati di Francesco II.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: “Io avevo assistito alla partenza di Pianciani; più tardi, il suo contingente di truppa, diretto in un primo momento verso Milazzo ed il Faro, toccò la terraferma a Sapri nel Principato citeriore, nel medesimo luogo dove Pisacane era disceso verso la morte; etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò in modo da potere nel caso, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sulle montagne di Cava, attaccare i regi alle spalle e tagliare loro la strada di Napoli, nel caso in cui ci avessero aspettato a Salerno. La loro ritirata, di cui stava appunto per giungersi notizia, doveva poi rendre inutile quell’ardito piano. Infatti, la sera, verso le otto, mentre stavamo per andare a vedere noi stessi i nostri cavalli fossero in condizione di riprendere il viaggio, ci arrivò un dispaccio: “7 settembre 1860. – Oggi, alle undici, Garibaldi è entrato a Napoli”. Il nostro primo sentimento, lo confesso, fu un cattivo sentimento di rammarico e quasi di ira; ne seguì uno più nobile, etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese. Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “….il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa tetta d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ?”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini, ma su questa notizia nutriaamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Dunque, il generale Pittaluga scriveva che una volta allotanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi, furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…..brigata Milano…si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.“. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Interessantissima questa descrizione dei luoghi che ci fa Rustow parlando della sua marcia da Vibonati al Fortino. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino a Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola. Ha lasciato la truppa là ed egli è venuto a raggiungere Garibaldi, il quale manda subito il Turr a prendere il comando di quella gente e l’aggrega alla sua Divisione. Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: “XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Pietro Spinazzi (Parma, … – Genova, post 1869) è stato un patriota, garibaldino e scrittore italiano. Si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Seguendo sempre racconto di Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai men numerosa, etc….”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘esito; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr , riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii , avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Lo stesso racconto ci viene da Maxime Du Champ (….), nel suo “L’expédition des Deux Siciles”, dove a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevano lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi. Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: “…..Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening.“ che tradotto significa: “…...Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima…etc…“, la testimonianza di Forbes non ci pare plausibile in quando scrivendo che Turr era a Sapri la sera prima, le date non collimano. Se Turr era stato a Sapri la sera del 2 settembre e partì da Sapri nelle prime ore del mattino del 3 settembre vuol dire che Forbes, quando scrive questo passaggio, riferendosi a Garibaldi …..Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli.“. Antonio Pizzolorusso (….) e del suo “I martiri per la libertà italiana per la Provincia di Salerno con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860”, Salerno, 1885. Pizzolorusso, a p. 234, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre e ordina al primo d’inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via Consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al Generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. Agrati scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Dunque, Agrati scriveva che Turr sbarcava a Sapri alle 9 del mattino del giorno 2 settembre 1860, e fin qui mi trovo. Poi aggiunge: “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra….”. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle 5 del pomeriggio del giorno 2 settembre 1860. Il telegramma di Garibaldi che gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Inoltre, Agrati scriveva pure che il Turr, “…e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo.”. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 162, parlando della Spedizione di Ariano, in proprosito scriveva che: “Il generale Turr ebbe la missione di reprimere questi orrori. Era la mattina del 9 per tempo, e le due brigate della sua Divisione che il 7 erano ad Eboli, e l’8 a Salerno, entravano finalmente in Napoli. Con una di queste, la Brigata Milano giunta per prima, il generale Turr partiva in ferrovia per Nola alle ore 2 pom. Etc…”. Pecorini, sempre parlando di Ariano, a p. 164, in proposito scriveva: “Lo stesso giorno 10 il generale Turr coi bersaglieri milanesi, e un altro battaglione montato sui carri per guadagnare strada, si spinse fino a Dentecane, mentre Rustow, capo del suo Stato Maggiore, cogli altri due battaglioni seguiva di riserva fino a Pratola.”. Pecorini, sempre parlando di Ariano, a p. 186, in proposito scriveva: “Il tenente Canepa della Brigata Milano il 17 verso l’1 pom. sulla linea degli avamposti di Casapulla etc…”. Pecorini, sempre parlando di Capua, a p. 212, in proposito scriveva: “La brigata Puppi nei combattimenti del 19 agosto sotto Capua e 21 a Caiazzo, ebbe l’onore di trovarsi la più esposta al fuoco etc…brigata senza più il capo perchè morto in battaglia, onde fu che il generale aribaldi sulla proposta di Turr ne detrminò lo scioglimento; con gli uomini di essa formavasi un reggimento comandante tenente colonnello Bossi, che andava a far parte della Brigata Sacchi col seguente ordine del giorno: “Caserta, 27 settembre 1860. Comando generale della 15° Divisione. Dietro disposizione del Ministro della Guerra il comando della brigata Sacchi riceverà sotto i suoi ordini la residuale forza della sciolta brigata Puppi. Firmato Turr. (p. 213). La brigata Milano continuava a far stanza in Caserta fino al 30. La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; Erano infine aggregati allo Stato Maggiore: Du Camp Massimo celebre scrittore francese, il quale scriveva nella ‘Revue de deux mondes’ e nel ‘Debats sempre in favore dell’Italia ancor prima della guerra del 1859, etc…Intendenza Militare:….; Corpo Sanitario:…..; Tribunale Militare:….; Comando della Brigata Sacchi: Maggiore Generale Sacchi Gaetano; Comando della Brigata Eber: Colonnello Brigatiere Eber Ferdinando, Capo di Stato Maggiore Maggiore Alessandri Giovanni, Capitano Applicato, Adamoli Giulio; Comando della Brigata Spangaro: Colonnello Brigatiere Spangaro Pietro, Capo di Stato Maggiore Capitano Baganti; Comando della Brigata Milano: Luogotenente colonnello De Giorgis Carlo Felice, Capo di Stato Maggiore Capitano De Carolis; etc…furono anche aggregate a questa Divisione la brigata Corrao, già la Masa, e la Legione Inglese. (Doc. 80). Il Dittatore trasportava il suo quartiere generale a Caserta il giorno 27 settembre etc…”. Dunque, come ho già detto, verso il 20 settembre, il Comando della Brigata Milano passò al Luogotenente colonnello Carlo Felice De Giorgis. Sul sito della Presidenza della Repubblica è scritto che egli era Luogotenente colonnello di Fanteria che gli fu conferito il 30 novembre 1862. Su De Giorgis, il Pecorini, a p. 435, in proposito scriveva: “(Documento 64) 3° Brigata Milano. 3° Bataglione. Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom.il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc…”. Dunque, secondo questo rapporto, il Luogotenente Emilio Canepa ispezionò il Battaglione di Fanteria della Brigata Milano. Canepa viene più volte citato anche dal Rustow. Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), per spingersi rapidamente avanti ad aiutare Garibaldi e l’esercito meridionale: tali forze si trovarono così cinque tappe innanzi al grosso dell’esercito che si moveva, per la via consolare, da Soveria Mannelli su Cosenza.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI….Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, etc…A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento supremo per noi è venuto etc….”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “…Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Queste due brigate, dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Forse fu a Milazzo ? che queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani che, per via mare raggiunsero le coste della Calabria fino a Tropea. Le grigate “Milano” e “Spinazzi” facevano parte della ex divisione Pianciani e nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452, dal “Diario” di Agostino Bertani, in proposito scriveva che: “…Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dal Diario di Bertani sappiamo che, il generale Turr, non appena ricevette l’incarico da Garibaldi, telegrafò a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dunque, secondo la White-Mario, che scriveva dal Diario di Agostino Bertani, le truppe che Garibaldi affidò al comando del generale ungherese Stefano Turr e che egli stesso portò da Paola a Sapri, sempre su comando di Garibaldi, erano 4 brigate: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.“. La brigata Eberhard (….), la brigata Puppi (precedentemente denominata “Bologna”). Di queste due Brigate parlerò molto più innanzi perchè esse non furono subito interessate dall’imbarco a Paola per Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Dunque, il Pecorini-Manzoni nel suo specchietto ribadiva le date e le tappe delle singole Brigate. Riguardo Sapri leggiamo che arrivarono il giorno 2 settembre 1860 (e dunque si trovavano a Sapri alll’arrivo di Garibaldi il giorno 3 settembre), le due Brigate “Milano” ed una parte della Brigata “Spinazzi” o “Parma”. La Brigata “Puppi” ( o “Bologna”) sarà a Sapri il giorno 4 settembre 1860 e si mette in marcia subito per Vibonati. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Sempre Pittaluga, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che il “colonnello Tharrena” ed il “colonnello Gandini” si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Sul “Gandini” ha scritto, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il Cesari (….), scriveva che: “la brigata Puppi …..si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. E poi, ancora, il Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, etc…”. Dunque, il Cesari, ripropone la figura del “generale Gandini”, che, secondo lui comandava la Brigata “Milano”. Abbiamo visto, però, come il generale Gandini si fosse dimesso insieme al Nicotera ed al Pianciani a Palermo, all’arrivo della ex Spedizione Terranova dal Golfo degli Aranci. Dunque, insieme al Rustow ed al Turr, a Sapri, la Brigata Milano sbarcò col generale Gandini oppure questa Brigata garibaldina era comandata dal De Giorgi (che l’Agrati scriveva “De Giorgis” ?). Il generale Pittaluga (….), a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “…a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini, ma su questa notizia nutriamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il Pittaluga è chiaro quando scrive che: “I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, ……e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Come però faceva notare Moliterno (….), il “generale Gandini” viene espressamente citato dal Rustow, il quale era capo di Stato Maggiore della Brigata “Milano”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea,etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Sempre il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Alle 4 1/2 pomeridiane col 3° Battaglione della Brigata Milano, giunsi a Caserta dove trovavasi già la Brigata Bologna. Nei giorni 15 e 16 arrivò il resto della Brigata. Caserta doveva servirci di reidenza etc…Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto. Il giorno 16, fui nominato capo dello Stato maggiore delle truppe che nelle vicinanze di Caserta si trovavano raccolte sulla sinistra del Volturno sotto il comando del Turr, trovandomi per tal modo sciolto dal comando della Divisione di Terranova, che ripresi solo il 19 settembre allorchè, come comandante dell’intiera ala sinistra, assunsi di condurla per la prima volta al fuoco.“. Dunque, il “colonnello Gandini”, secondo il racconto di Rustow restò comandante della brigata Milano fino alla “Spedizione di Ariano”, in cui il generale Turr ebbe la disfatta del generale borbonico Bonanno, ed in quella occasione Gandini dovette cedere il suo posto al maggiore De Giorgi. Carlo Agrati, a p. 440, in proposito scriveva che: “Il 13 settembre tutta la Brigata “Milano” rientrava; era ad Avellino in quel giorno stesso, a Nola, il 14 e là riceveva l’ordine di portarsi direttamente a Caserta.”. L’Agrati cita il testo di Buttà (….), Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta – Memorie della Rivoluzione del 1860 al 1861, Napoli, 1875. Sul colonnello, poi in seguito “Generale Gandini”, che comandava la Brigata “Milano” è stato più volte citato anche da Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. De Crescenzo, a p. 112, riferendosi al giorno 3 settembre 1860, in proposito scriveva che: “IV. Il Generale Gandini, comandante della brigata ‘Milano’ composta di 900 uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che “il giorno seguente” (il giorno 4 settembre 1860), da Vibonati, il generale Gandini “comandante della brigata Milano, composta di 900 uomini” ordina di mettersi in marcia e dirigersi verso Casalnuovo. Nel De Crescenzo, ritroviamo il generale Gandini anche più avanti ed in particolare a p. 151, ove in proposito scriveva: “Lo Stato Maggiore del Dittatore desiderava che al momento dell’ingresso del Dittatore in Napoli vi fosse un discreto numero delle sue truppe, perciò fu ordinato con un telegramma al generale Gandini di muoversi subito da Eboli e recarsi a Vietri, dove aveva inizio la ferrovia. Il Gandini, tenendo presente che i suoi soldati erano stanchi, domandò chi di essi volesse partire. Quasi tutti risposero affermativamente e furono fatti salire su quanti carri potessero essere requisiti.”. Dunque, il Gandini condusse le truppe dei volontari della sua Brigata da Salerno a Vietri. De Crescenzo, a p. 159, scriveva pure che: “Il Rustow insieme alla brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Quest’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia Nazionale. Etc…”. De Crescenzo, a p. 163, ritorna sulla stessa notizia di p. 151 e scriveva che: “Lo Stato Maggiore del Dittatore avrebbe desiderato che al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un gran numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri…Gandini non credette opportuno di spingere i suoi militi, stanchi ormai dalle lunghe marce, etc…Il Gandini aveva sperato che giunto a Vietri le difficoltà sarebbero state superate, invece etc…”. Dunque, De Crescenzo cita più volte il generale Gandini che, ad Eboli, diresse le operazioni di marcia verso Salerno e verso Ariano, come vedremo. La testimonianza del Rustow, cozza con l’altra testimonianza del generale Giuseppe Pittaluga (…), che, nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani,…. cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Questa testimonianza cozza pure con un’altra testimonianza, con quella cioè di Giulio Adamoli, che, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina…..etc….e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, e appoggiato dai Bersaglieri di Milano, e dai Carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, etc..Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco etc…”. Rustow racconta lo sbarco della brigata Milano che si trovava imbarcata sul Rosalino Pilo, lasciata la città calabrese di Tropea e proseguire a marcia forzata verso Pizzo. Rustow, a p. 14 in proposito scriveva pure: “La brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa…marciava…Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente…”. Rustow, a p. 15 scriveva che: “La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda costituita dalla brigata Parma, non si arrivò che a mezzogiorno….per Pizzo, fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 340, in proposito scrivea che: “Questo piano non durò che fino alle ore 4 di sera. Nel giorno stesso si conobbe in Salerno lo sbarco di Sapri; le truppe ivi sbarcate si pretendeva esssere almeno 4,000 uomini, e tutt’al più 15,000. Si diceva a Salerno, che Caldarelli si fosse unito colle truppe di Garibaldi e marciasse e arciasse con loro contro Salerno etc….”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. A questo proposito, ovvero in proposito a ciò che scrive Rustow: “Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi etc….Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno. Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo il Vallone del Mulinello, per poi salire di nuovo, arramicandoci con somma difficoltà etc…“. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 19-20-21-22, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza e di notte ci illuminarono anche gli altri angusti viottoli. Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.“. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di Monte Cocuzzo oltrepassando oltre Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre la brigata Milano, forte di 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo.“. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…”. Sempre il Rustow, nel Porro aggiungeva pure altre informazioni utili. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 2 e il 3 settembre, si componeva di due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che “Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, sulla scorta del Rustow, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, sulla scorta del Rustow scriveva che: “Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “SESSA”, “MONTESSI” ed il capitano “VENUTI”, più due Compagnie di Bersaglieri. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche del “maggiore De Giorgi” che egli chiama “De Giorgis”. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Sugli ufficiali della Brigata “Milano”, vi è la testimonianza diretta del Rustow. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Da Wikipedia leggiamo che Pietro Spinazzi si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello “Tharrena”, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1).”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola. Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul Giornale di Bordo del Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese Garzia, trovò scritto che arrivato nel porto di Sapri il 4 settembre 1860, in missione per prendere ed aiutare gli sbarchi, annotava che: “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il “Capitano APPEL triestino.”. Cercando altre ed ulteriori notizie sul capitano Appel di Trieste. Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “….il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 823-824, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow…..Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr ; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”. Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati ; le giunte insurrezionali funzionano dovunque ; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de ‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000 , e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che “I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 173, in proposito scriveva che: “Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre. Il Garibaldi con pochi uffiziali giunse il 5 a Sala; mangiò a lauta mensa, e fè il Matina governatore della provincia; poi andò ad Auletta.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna . doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili . Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre – narra Rustow – con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Etc…(231).”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “….unendosi ai contingenti sbarcativi nei giorni precedenti, fra i quali quello dei 1500 del gen. Turr (1), sbarcatovi il giorno prima da Paola.”. Pucci, a p. 102, nella nota (1) postillava: “(1) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Infatti, Riccardo Finelli (….), a p. 152, in proposito scriveva: “Vedi l’ultimo spicchio di sole affondare nel Tirreno, proprio a strapiombo sulla Secca di Castrocucco, il porticciolo naturale fra le roccie della scogliera. Da lì Garibaldi s’imbarcò per Sapri, aggirando via mare la zona di Acquafredda, resa transitabile via terra solo molti decenni dopo, con l’apertura della galleria sotto una cresta rocciosa che arriva fin dentro al mare. Più in alto, verso la valle della Fiumarella, si sa accendendo una luna color crema, allegra e meravigliata, che a passi veloci conquista la scena lungo la scia di mare che lambisce l’Isola di Dino e prosegue fino a capo Scalea. Hai trovato compagnia fino a Maratea.”. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 170, in proposito scriveva che: “Onde la sua dimissione da Garibaldi accettata con queste parole: “Non crediate che etc….”. La White, a p. 171, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arrolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata di Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo.”.
Nel 2 settembre 1860, da PAOLA, un volontario garibaldino nel suo Diario testimone della partenza da Paola di TURR e RUSTOW
Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 2 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi , m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle….Etc….(1)…“, che tradotto significa: “Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe. Il patriota ungherese, sebbene ancora molto giovane, si è guadagnato il grado di generale di divisione per il suo coraggio e la sua intrepidezza, uniti alla sua seria conoscenza dell’arte militare. Ha un aspetto molto simpatico e gode almeno tanto dell’affetto di tutti i volontari quanto della fiducia del suo comandante. Garibaldi, mi è stato assicurato, sta avanzando su Napoli senza incontrare alcun ostacolo…….(1)….”. Maison, a p. 62, trascrive una lettera del 3 settembre 1860 e scrive: “Paola, en mer, le 3 septembre. Je quitte Paola à midi et je remonte à bord du Benvenuto , qui se dirige sur Naples , après avoir fait escale à Palerme : Deux Français , Félix Piette de Montfoucault et Alcime Cazeaux, sont avec moi . Pendant une heure nous marchons de concert avec le Calatafimi. Il transporte à Naples le régiment napolitain que j’ai rencontré hier. Sa musique nous salue à plusieurs reprises de l’Inno di Garibaldi . Nous l’encourageons de nos plus vifs applaudissements. Pendant ce temps , une bande de marsouins nous régale d’un ballet nautique rempli d’une charmante originalité.”, ilcui significato è: “Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, la FLOTTA NAVALE BORBONICA nel porto, le navi nemiche e l’esercito borbonico
Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “Giunto a Paola il generale Turr …..e finalmente riescì la sera del 1° sul tardi ad imbarcarsi colla sua colonna. Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc…”. Dunque, il Pecorini, riguardo il viaggio del Turr e della sua colonna e della flotta nemica scriveva che: “Durante la navigazione, che si prolungò tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, etc…”. Pecorini racconta che il generale Turr, Rustow, con le loro colonne imbarcatisi a Paola, usarono molta precauzione nella navigazione stando attenti alla flotta borbonica nemica che in quei giorni era particolarmente presente nelle acque del golfo di Policastro dove loro entrarono, navigando ed imbarcatisi a Paola, nelle prime ore del mattino del giorno 2 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, racconta dell’episodio accaduto a Paola, e poi aggiunge: “Da Paola, Turr sbarcò a Sapri, vi raccolse la ex-divisione Pianciani, e marciò….etc…”. Anche Osvaldo Perini ci racconta delle operazioni di imbarco a Paola. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio, poteva essere unicamente giustificata dall ‘esito ; e questo fu lor favorevole. Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere, ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là , disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr , riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Lo stesso racconto ci viene da Maxime Du Champ (….), nel suo “L’expédition des Deux Siciles”, dove a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevano lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi. Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 492 e ssg., in proposito scriveva che: “LIII. Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi a norma delle dovute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse…..Dopo quell’unico accidente i volontari poterono finalmente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali borboniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto etc…I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.“. Dunque, il colonnello Rustow, che accompagnava le truppe da Paola a Sapri, insieme al generale Turr, scriveva che arrivati a Sapri, non trovarono movimento di truppe napoletane, ovvero truppe borboniche nemiche. Sulle navi borboniche di stazza a Paola e nel tratto di mare tirrenico da Paola a Napoli vi è la testimonianza di Ludovico Quandel-Vial che nel mese di settembre avviato alla carriera militare dal padre, come i fratelli Pietro, Giuseppe e Federico, entrò il 21 aprile 1855 nel Real Collegio Militare della Nunziatella da cui uscì il 19 ottobre 1858 alfiere del Real Corpo di Artiglieria delle Due Sicilie. Col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Come altri suoi colleghi dell’esercito del Regno delle Due Sicilie, una volta scarcerato fu invitato ad entrare nel neonato esercito del Regno d’Italia. Preferì ritirarsi a vita privata a Monte di Procida con la moglie, la cugina Giuseppina Vial. Ludovico Quandel-Vial racconta e trascrive notizie tratte dal maresciallo borbonico Vial. Pietro Carlo Maria Vial de Maton (Nizza, 5 ottobre 1777 – Roma, 28 febbraio 1863) è stato un militare italiano, maresciallo di campo dell’Esercito delle Due Sicilie e protagonista della resistenza del Regno delle Due Sicilie contro la Spedizione dei Mille e l’intervento piemontese. Negli anni convulsi della spedizione dei Mille Vial de Maton fu apprezzatissimo per il suo operato solerte e l’estrema durezza tenuta nel periodo di stanziamento dell’esercito borbonico sulla riva destra del Garigliano tra l’estate e l’autunno del 1860. E’ proprio attraverso i giornali di bordo dei capitani delle navi borboniche e piemontesi che incrociavano quelle acque che si possono avere ulteriori utili notizie. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 31 agosto, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “A Paola già trovansi disbarcati circa 2000 garibaldini.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola. Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul Giornale di Bordo del Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese Garzia, trovò scritto che arrivato nel porto di Sapri il 4 settembre 1860, in missione per prendere ed aiutare gli sbarchi, annotava che: “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149 riferendosi al generale Turr che da Paola trasportò le sue truppe garibaldine a Sapri, in proprosito scriveva che: “Durante la navigazione, che si prolungò per tutta la notte, usava molta precauzione, attesochè la flotta nemica stava sempre nelle acque vicine, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, parlando delle truppe dei volontari garibaldini dell’ex spedizione Bertani-Pianciani, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, …..LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola , a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Lo stesso racconto ci viene da Maxime Du Champ (….), nel suo “L’expédition des Deux Siciles”, dove a p. 253, in proposito scriveva pure che: “A Lagonegro venimmo a sapere quel che era avvenuto al generale Turr dopo che lo avevano lasciato. Mentre noi lo inseguiamo per la via di terra, egli aveva preso la più rapida via del mare per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si era recato a Paola, e là, riunite le truppe che quotidianamente arrivavano dalla Sicilia, le aveva imbarcate su sei piroscafi. Nel momento in cui stava per lasciare il porto, apparve una fregata napoletana. Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto , s ‘apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. E’ interessante ciò che scrive il Perini sulle forze navali boroniche che stanziavano a Paola, dove le truppe della ex spedizione Pianciani, raccolte dal Bertani erano ivi fatte sbarcare e che continuavano a sbarcare mentre arrivava anche il Turr a prelevarle per portarle a Sapri su ordine di Garibaldi. Questo aspetto non è stato molto indagato. La flotta borbonica, con le sue navi, era numerosa “….si accontentava di seguirne e sorvegliare in distanza i progetti e le mosse.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “….la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto etc….”.
Nel 2 settembre 1860, nel porto di Sapri, i 6 PIROSCAFI, tra cui l’ELVETIE che, da Paola trasportarono le truppe garibaldine
Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri.”. Dunque, vi sono poche notizie sull’imbarco delle truppe che da Paola furono trasportate a Sapri. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto etc…I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.“. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea, etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo.”. Dunque, secondo il Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro, a Sapri le truppe garibaldine furono trasportate su sei vapori. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Dunque, il capitano di Stato Maggiore Piemontese, Garzia aveva annotato sul suo “Giornale di Bordo” della nave francese “Brésil” con cui era arrivato a Sapri, che il 4 settembre 1860 tovò nel porto di Sapri “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37), etc…”. La notizia proviene dall’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Dunque, l’ufficiale borbonico trovò annotato nel “Giornale di bordo” del capitano piemontese Garzia che: “La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Il Capitano Garzia parla di alcune navi ancorate ed ormeggiate nel porto di Sapri e parla anche dell’“Elvetie”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: “Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato. Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi. Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana. Ecc…Da Paola Turr sbarcò a Sapri, vi radunò la vecchia divisione Pianciani, marciò in modo da poter, se necessario, passando tra Salerno ed Eboli, gettarsi sui monti di Cava, etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo. Etc…”. Dunque, Maxime Du Champ scriveva che Turr imbarcò a Paola le sue brigate garibaldine su degli “steamers”, che egli scrive non essere dotati di obici ne di cannoni. Steamers in inglese è il piroscafo. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III…., nella baia arenosa di Sapri, dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow etc….”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli.“. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre – narra Rustow – con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Etc…(231).”.Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 338, in proposito era scritto: “Nel 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. corpo di Rüstow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Türr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli ivi presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avessero permesso il numero dei legni disponibili. Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito, che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza…..Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, alle ore 9,00, sbarcano: il generale Istvan TURR, il colonnello Wilhelm RUSTOW, la Brigata “MILANO” comandata dal colonnello O. GANDINI ed il maggiore DE GIORGIS che comandava 2 compagnie di Bersaglieri (100 uomini), il maggiore SESSA che comandava il 1° battaglione di linea; il maggiore MONTESI il 2°; il capitano VENUTI, il 3°), ed una parte della brigata “PARMA” comandata dal maggiore SPINAZZI, riordinate dal colonnello RUSTOW e fatte accampare in località Cantine
I garibaldini della “Spedizione Bertani-Pianciani” sbarcarono in Sicilia, ivi indirizzati da Garibaldi e dove Garibaldi ed i suoi Mille avevano già conquistato la Sicilia. In seguito all’arrivo dell’ex Spedizione “Terranova” o “Spedizione Pianciani”, a Palermo ed alle dimissioni del loro capo Luigi Pianciani, Garibaldi decise di affidare l’incarico di Capo di Stato Maggiore al colonnello polacco Wilhelm Rustow, per gli italiani Guglielmo Rustow, al quale fu dato subito l’incarico di portare quelle truppe a Milazzo, dove arrivarono il 17-18 agosto 1860. Luigi Pianciani (….), nel suo “Dell’andamento delle cose in Italia – rivelazioni, memorie e riflessioni del col. Luigi Pianciani”, Milano, ed. del Politecnico, 1909, a p. 211, in proposito scriveva che: “…I più restarono , e quelli che vollero partire dimandarono e ottennero licenza regolare , furono forniti di foglio di via e di mezzo di trasporto per tornare.”. Dunque, non tutti i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, arrivati a Palermo, si unirono alle truppe Garibaldine. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione. La forza della spedizione ammontava a circa 9000 uomini. Questa piccola armata era ripartita in sei piccole brigate…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 265-266, in proposito scriveva: “Garibaldi trasmise il comando sulle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi al capo dello stato maggiore generale, colonnello brigadiere Rüstow, che ebbe in pari tempo incarico di raccogliere ed organizzare la divisione a Milazzo.”. Dunque, secondo la testimonianza stessa di Rustow, gli furono affidate le tre brigate “Tharrena” (che poi si dimise insieme a Pianciani e quindi passò al maggiore Spinazzi, la brigata “Milano” (Gandini) e “Puppi”. “Rüstow stesso cogli uomini del Bisantino era già a Milazzo la mattina del 18, ove in pochi giorni arrivò anche il resto delle truppe , in guisa che il 21 vi aveva raccolti circa 4000 uomini. Avendo Tharrena data la sua dimissione, la di lui brigata passò al maggiore Spinazzi.”. Dunque, “Tharrena”, che faceva parte del corpo di Spedizione ex Pianciani, si era dimesso a Palermo. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva, compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna. doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr ….Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Coi primi d’agosto, da 8 a 9 mila uomini si trovavano già sotto le armi. Essi furono raccolti in 22 deboli battaglioni, 5 compagnie di Bersaglieri di Genova e di Milano; 2 compagnie del Genio, e si ebbero inoltre 8 cannoni rigati da quattro. Anche la cavalleria non mancò del tutto, sebbene in principio non fosse costituita che da 30 guide toscane. L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione.”. Dunque, in questo passaggio Rustow scriveva che al piccolo esercito partito da Genova per la Sardegna, comandato dal colonnello Pianciani, era costituito da 6 Brigate a cui venne dato il nome delle città di provenienza dei volontari e quindi si ebbero la: “Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6à degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo, che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “..La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia, presso la strada di Lazongro, fu accompagnata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulla vestigia dell’antica e potente città marittima Vibona. I bersaglieri e i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevamo di trovarci in faccia al nemico, non senza qualche sospetto d’essere da esso circuìti.”. Dunque, in questo breve passaggio, Rustow scrive che a Sapri sbarcarono i garibaldini della brigata “Milano”, che formava l’ala destra, insieme alle truppe della brigata “Parma”, che formava l’ala sinistra. Sbarcarono pure i “i Bersaglieri Carabinieri di Genova”, che Rustow destinò al servizio di esplorazione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Comitato allora affidò il comando della diversione al colonnello Pianciani , il quale già funzionava da capo di stato maggiore della spedizione sin da quando se ne era iniziata l’organizzazione, più volte ridotta e ricompletata dopo le spedizioni di Medici, di Malenchini, di Cosenz e di Sacchi per la Sicilia. Il Pianciani patriota illustre, liberale a tutta prova sin dalla sua giovinezza; colonnello sin dal 1848; passato a Venezia ove aveva reso importanti servizii; comandante della divisione di Ancona nel 1849, dove compì difficilissime operazioni, era indicatissimo per tale importante missione. Appartenente a cospicua famiglia titolata dell’Umbria, conosceva minuziosamente lo scacchiere della spedizione. Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue : a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini . a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera . 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri . La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani, il quale nel congedarsi presenò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157 e ssg., riferendosi al Bertani, in proposito scriveva pure che: “A Palermo apprese con rammarico da Pianciani quanto aveva deciso il Dittatore, ed il conseguente ritiro di Pianciani dal comando della Divisione che trovavasi a Milazzo, ed il congedo preso da Tharrena e da Gandini e da parecchi altri ufficiali . Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando ; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza. Non trovò più il Generale già partito per Giardini…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow…..Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr; ….Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile.“. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 707, in proposito aggiungeva che: “Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, etc…”. Sempre il Lacava, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, ….”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli.“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore…..Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “…a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Il colonnello Cesare Cesari, del Ministero della Guerra nel testo citato, a p. 172, in proposito scriveva che: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano a loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, riferendosi a Milazzo e a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…”……Garibaldi ….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.“. Per l’itinerario seguito dalle truppe fino a Sapri vedremo innanzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: ” – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Pecorini scriveva che dopo queste dimissioni, la truppa dell’ex spedizione Bertani-Pianciani veniva divisa: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata “Milano“, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “28 agosto: Messina Torre di Faro; 29 agosto: Tropea Monteleone; 30 Pizzo; 31 Paola; 1 settembre: in mare per Sapri; 2 settembre: Sapri; 3 settembre: Vibonote; 4 settembre: Casalinuovo; 5 settembre Sala; 6 settembre Auletta; 7 settembre Eboli; 8 settembre Salerno; 9 settembre Napoli; 11 Avellino; 12 settembre Domenicane; 13 settembre Ariano; etc…”. Dunque, il Pecorini scriveva che la Brigata Milano si trovava a Torre di Faro il 28 agosto ed il 29 agosto era giunta a Tropea e Monteleone. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola. Quando queste brigate arrivarono a Paola, il Bertani corse da Garibaldi comunicandogli l’arrivo di questo piccolo esercito ben equipaggiato, organizzato dal Bertani stesso. Dal Diario di Bertani sappiamo che, il generale Turr, non appena ricevette l’incarico da Garibaldi, telegrafò a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dunque, secondo la White-Mario, che scriveva dal Diario di Agostino Bertani, le truppe che Garibaldi affidò al comando del generale ungherese Stefano Turr e che egli stesso portò da Paola a Sapri, sempre su comando di Garibaldi, erano 4 brigate: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.“. La brigata Eberhard (….), la brigata Puppi (precedentemente denominata “Bologna”). Di queste due Brigate parlerò molto più innanzi perchè esse non furono subito interessate dall’imbarco a Paola per Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”. Ma ciò non corrisponde al vero. Al Rustow, in seguito alle dimissioni del conte Luigi Pianciani, Garibaldi affidò lo Stato Maggiore delle tre brigate “Milano”, “Parma” e “Bologna”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi….Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Qui però trovo un errore perchè il comandante della 3° brigata Milano non era “Cantini” ma Gandini. Dalla revisione di queste notizie troviamo il Gandini che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal maggiore Spinazzi, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova….La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “In Cosenza arriva il Bertani, che ha lasciato a Paola i 1500 soldati da lui condotti per mare dal Faro a Tropea, poi per terra sino al Pizzo e in fine per mare di nuovo dal Pizzo a Paola…..Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “Sessa”, “Montessi” ed il capitano “Venuti”, più due Compagnie di Bersaglieri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Scrive l’Agrati che la brigata “Milano”, comandata dal Gandini, era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi ed il capitano Venuti e due compagnie di Bersaglieri. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto.”. Dunque, secondo Maraldi, che scriveva sulla scorta del testo di Pianciani e del Pittaluga, Garibaldi, a Palermo, su indicazione stessa del Pianciani nominò Rustow e siccome il Tharena ed il colonnello Gandini pure si erano dimessi, Garibaldi nominò in loro sostituzione i colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis (come scriveva l’Agrati). Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. A Milazzo il 19 agosto pervenne pure il Turr con l’ordine del Dittatore di aggregare i volontari di Terranova alla 15° Divisione.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Nel testo delle memorie del generale borbonico Ludovico Quandel-Vial. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento di una delle scuole del Revisionismo del Risorgimento. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Jessie White Mario (….), nel suo, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183, in proposito scriveva: “E noi li seguiamo passo per passo , guidati dal taccuino, non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli. Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. E continua : “…….”. Dunque, in questo passaggio la White ci parla dell’“Intendente generale Acerbi” da cui Bertani si separerà a Paola, lasciando le truppe a Rustow per raggiungere Garibaldi a Cosenza. La White, a p. 171, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattromila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. La White, a p. 173, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….e il vice-capo dell ‘ambulanza, Stradivari, potè appena tenere riuniti medici sufficienti. Per eseguire gli ordini di Garibaldi, Bertani non aveva che il vaporetto l’Utile, venuto da Palermo coi cavalli della legione. Onde facendo marciare la gente da Milazzo, Gesso, Messina, al Faro, egli, precedendola, si assicurò i trasporti e telegrafò a Garibaldi a Reggio per sapere in che punto dovesse sbarcare colla gente. Risponde, il 28 agosto, Agostino Plutino , calabrese dei Mille, colui che raggiunse i pionieri sull’ Aspromonte e rimase con essi , ed ora era stato dal dittatore nominato governatore generale politico e militare della provincia di Calabria ultra prima con poteri illimitati: “……”(1).”. La White, a pp. 179, continuando il su racconto tratto dal “Diario” di Bertani, scriveva: “….Ricevuto il dispaccio a Pizzo , Bertani con Acerbi sbarca a Paola, e , facendo il calcolo che per giungere a Lagonegro ci voglion trenta ore di vapore e novanta di marcia , va in persona a trovar Garibaldi a Rotonda per aver i suoi ordini.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Türr stesso accompagnò la spedizione, che sbarcò ai 2 settembre di buon’ora a Sapri, precedendo così di cinque marcie il grosso dell’esercito , che si avanzava nella strada consolare da Soveria- Manelli per Cosenza…..Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli. Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, gli UFFICIALI della Brigata MILANO sbarcati con Turr e Rustow
Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva: “Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi…”. Dunque, il colonnello Rustow racconta e testimonia la foggia dei volontari garibaldini organizzati dal Bertani per l’arrivo a Paola e poi sbarcati con Turr a Sapri. Rustow racconta che a Sapri, tutti gli ufficiali superiori e quelli dello Stato Maggiore erano provvisti di muli. Solo lui aveva un cavallo. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero.”.
Il maggiore SPINAZZI e la brigata PARMA dell’ex spedizione Bertani-Pianciani
Su Wikipedia, alla voce “Pietro Spinazzi” leggiamo che Pietro Spinazzi, si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Devo però aggiungere che prima di passare al corpo o Divisione XVIII di Bixio, il colonnello Pietro SPINAZZI, comandò la Brigata omonima che in precedenza era detta “Tharena”, ovvero la 2° Brigata dell’ex spedizione Pianciani, ovvero la spedizione per invadere gli Stati Pontifici organizzata da Agostino Bertani. Dimessosi Pianciani, a Palermo, Garibaldi lo sostituì con Pietro Spinazzi, e lo aggregò alla truppa comandata dal Rustow, con il nome di Brigata PARMA. La brigata Parma, non riuscì a d imbarcarsi tutta ed arrivare con Bertani e Rustow, tutta a Paola. Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Pietro Spinazzi (Parma, … – Genova, post 1869) è stato un patriota, garibaldino e scrittore italiano. Si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello Tharrena, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. A Paola, il 1° settembre 1860, la Brigata era ivi solo una parte di essa, mentre, solo dopo il 3 settembre 1860, iniziò ad arrivare a Sapri l’altra porzione della Brigata. Infatti, il 3 settembre, Rustow, marciando con la Brigata Milano verso Vibonati, inviò un ordine a Spinazzi che era rimasto a Sapri ad attendere il resto dei volontari garibaldini. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. La brigata “Puppi” (ex brigata “Bologna”) ancora non aveva potuto imbarcarsi a Paola con Turr e Rustow e quindi, questa brigata, il 2 settembre, all’arrivo di Turr e Rustow a Sapri non era ancora sbarcata. Si attendevano le truppe di parte della brigata “Parma” e di parte della brigata “Puppi” e quindi, il colonnello Rustow, portandosi verso Vibonati, inviò a Sapri, a maggiore Spinazzi un messaggio per le truppe che ancora dovevano essere riunite a Sapri. Il messaggio di Rustow era l’ordine a Spinazzi di proseguire verso Vibonati non appena le truppe delle due brigate “Parma” e “Bologna” fossero riunite a Sapri. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo.”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Del’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. La brigata “Milano” era comandata dal colonnello “O. Gandini” che pare si fosse dimesso e per questo motivo affidata al comando del “maggiore De Giorgis”; la brigata “Bologna”, comandata da Puppi; la brigata Parma, in origine comandata da Tharena e che in seguito alle dimissioni di Tharrena, fosse passata al maggiore Spinazzi. Tharena comandava la brigata “Parma” dell’ex spedizione Pianciani ma, insieme a Pianciani il 16 agosto 1860 diede le sue dimissioni. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Il colonnello era nativo di Parma, sposato con figli, aveva oltre cinquant’anni d’età. Proveniva dai ranghi dell’esercito regolare che aveva lasciato volontariamente per inseguire l’irresistibile richiamo di Garibaldi. Dalla revisione di queste notizie troviamo il colonnello “O. Gandini” che condusse le truppe della brigata “Milano”, la brigata “Parma” condotta dal “maggiore Spinazzi”, la brigata Puppi condotta da ?. Rustow era Capo di Stato Maggiore ed era stato momentaneamente nominato comandante di queste forze dal Bertani come scrive l’Agrati (…). In proposito a Pietro Spinazzi, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Fa lo stesso errore Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. , in proposito scriveva che: “Intanto Stefano Turr, che era al seguito di Garibaldi, ebbe l’ordine di portarsi a Paola per imbarcare le truppe che erano giunte il giorno prima, dove lo attendeva il generale Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali era giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, ed era salpato via mare nella notte tra il 30 e il 31 agosto. La mattina del primo settembre Turr giungeva a Paola e, prima di incamminarsi, scriveva a Nino Bixio che lo precedeva: “Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spiazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono state attaccate alla mia divisione….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il Golfo di Policastro ed ivi sbarcare….”. Come ho già ribadito, non si tratta del maggiore “Spiazzi” ma di “Spinazzi”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: “Ebbe per capo di stato maggiore il colonnello W. Rustow emigrato tedesco, scrittore militare di grido, e per aiutante generale il colonnello Picozzi; intendente il maggiore Sani; medico capo il maggiore Gemelli; commissario il maggiore Della Lucia. Vi erano ufficiali superiori distintissimi quali Spinazzi, De Criarzi, Cattabene, Pedotti. La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue: a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. La 3 Brigata Milano colonnello Gandini. La 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera. 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri. La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori.
Il colonnello O. GANDINI ? o DE GIORGIS ? al comando della Brigata MILANO
Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…..brigata Milano…si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.“. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Interessantissima questa descrizione dei luoghi che ci fa Rustow parlando della sua marcia da Vibonati al Fortino. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 2 e il 3 settembre, si componeva di due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che “Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 22 scriveva che: “Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”.Dunque, Rustow scriveva e citava i due ufficiali di ordinanza: ANTONIO BATTICOZZI, lombardo e CESARE COMENDIO, veronese. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, sulla scorta del Rustow, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, sulla scorta del Rustow scriveva che: “Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “SESSA”, “MONTESSI” ed il capitano “VENUTI”, più due Compagnie di Bersaglieri. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche del “maggiore De Giorgi” che egli chiama “De Giorgis”. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Sugli ufficiali della Brigata “Milano”, vi è la testimonianza diretta del Rustow. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Treveljan giustamente osserva che così buona parte delle forze raccolte dal partito mazziniano venivano a trovarsi al comando del più cavouriano fra i generali di Garibaldi. Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. Agrati scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente.”. Dunque, Agrati scriveva che Turr sbarcava a Sapri alle 9 del mattino del giorno 2 settembre 1860, e fin qui mi trovo. Poi aggiunge: “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra….”. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle 5 del pomeriggio del giorno 2 settembre 1860. Il telegramma di Garibaldi che gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Inoltre, Agrati scriveva pure che il Turr, “…e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo.”. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Ma Pianciani non si arrende e non accetta il cambiamento di programma: egli s’è impegnato per gli Stati Romani, non per la Calabria; e, senz’altro, si dimette indicando il Rustow a suo successore. Con lui, se ne vanno il Tharrena e qualche altro.”. Dunque, Agrati scriveva che secondo quanto scrisse Agostino Bertani, con Pianciani si dimisero il Tharrena e con lui se ne andò “qualche altro”. Agrati non scrive che si dimise Gandini. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Dunque, il Pecorini-Manzoni nel suo specchietto ribadiva le date e le tappe delle singole Brigate. Riguardo Sapri leggiamo che arrivarono il giorno 2 settembre 1860 (e dunque si trovavano a Sapri alll’arrivo di Garibaldi il giorno 3 settembre), le due Brigate “Milano” ed una parte della Brigata “Spinazzi” o “Parma”. La Brigata “Puppi” ( o “Bologna”) sarà a Sapri il giorno 4 settembre 1860 e si mette in marcia subito per Vibonati. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 186, parlando della Spedizione di Ariano, in proprosito scriveva che: “Il tenente Canepa della Brigata Milano il 17 verso l’1 pom. sulla linea degli avamposti di Casapulla etc…”. Pecorini, sempre parlando di Capua, a p. 212, in proposito scriveva: “Comando della Brigata Milano: Luogotenente colonnello De Giorgis Carlo Felice, Capo di Stato Maggiore Capitano De Carolis; etc…furono anche aggregate a questa Divisione la brigata Corrao, già la Masa, e la Legione Inglese. (Doc. 80). Il Dittatore trasportava il suo quartiere generale a Caserta il giorno 27 settembre etc…”. Dunque, come ho già detto, verso il 20 settembre, il Comando della Brigata Milano passò al Luogotenente colonnello Carlo Felice De Giorgis. Sul sito della Presidenza della Repubblica è scritto che egli era Luogotenente colonnello di Fanteria che gli fu conferito il 30 novembre 1862. Su De Giorgis, il Pecorini, a p. 435, in proposito scriveva: “(Documento 64) 3° Brigata Milano. 3° Bataglione. Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom.il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc…”. Dunque, secondo questo rapporto, il Luogotenente Emilio Canepa ispezionò il Battaglione di Fanteria della Brigata Milano. Canepa viene più volte citato anche dal Rustow. Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Su Carlo Felice De Giorgis, sul blog della Presidenza della Repubblica, si legge che era luogotenente colonnello di fanteria e, nel 30 novembre 1862 ebbe l’onoreficenza di Cavaliere Ordine Militare d’Italia. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), …..”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 126-127 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione era stata organizzata in sei brigate di linea, ciascuna formata su quattro battaglioni di quattro compagnie caduno non irregimentati. Le sei brigate erano numerate, denominate e comandate come segue : a 1ª Brigata Genova colonnello Eberhardt. a 2ª Brigata Parma colonnello Tharrena. a 3 Brigata Milano colonnello Gandini. a 4ª Brigata Bologna colonnello Puppi. a 5 Brigata Toscana colonnello Nicotera . 6ª Brigata Romagna colonnello Caucci. Inoltre eravi un battaglione carabinieri , due squadroni guide , due compagnie del genio , due batterie rigate da campagna. un servizio amministrativo. Gli effettivi delle compagnie erano di soli 80 uomini , ma vi era sicurezza di aumentarli , ciò che si sarebbe avverato senza ulteriore alterazione dei quadri . La forza totale al 31 luglio era di 8940 uomini.”. Dunque, Pittaluga, parlando della spedizione Pianciani-Bertani allestita per l’invasione degli Stati Pontifici, citava alcuni ufficiali e nomi che poi in seguito ritroveremo nello sbarco di queste truppe a Paola e a Sapri. Pittaluga oltre a dirci di Pianciani e di Rustow, cita il colonnello Picozzi, aiutante in campo di Rustow, cita l’intendente di Rustow il maggiore Sani, il maggiore Gemelli, medico capo, il maggiore Della Lucia, commissario, Spinazzi, ufficiale superiore, De Crianzi, ufficiale superiore, Cattabene, Pentotti, ufficiali superiori. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani, il quale nel congedarsi presenò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ma a noi da altri autori non risulta. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. Dunque, Pittaluga scriveva che una volta allontanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi o De Giorgis, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 157 e ssg., riferendosi al Bertani, in proposito scriveva pure che: “A Palermo apprese con rammarico da Pianciani quanto aveva deciso il Dittatore, ed il conseguente ritiro di Pianciani dal comando della Divisione che trovavasi a Milazzo, ed il congedo preso da Tharrena e da Gandini e da parecchi altri ufficiali . Ma non per questo si tenne per vinto. Disse a Pianciani che aveva avuto troppa fretta a lasciare il comando ; che conveniva di cercare ancora di convincere il Generale, e che a tal fine egli partiva subito per Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza. Non trovò più il Generale già partito per Giardini…”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che il “colonnello Tharrena” ed il “colonnello Gandini” si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Sul “Gandini” ha scritto, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. E poi, ancora, il Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, etc…”. Dunque, il Cesari, ripropone la figura del “generale Gandini”, che, secondo lui comandava la Brigata “Milano”. Abbiamo visto, però, come il generale Gandini si fosse dimesso insieme al Nicotera ed al Pianciani a Palermo, all’arrivo della ex Spedizione Terranova dal Golfo degli Aranci. Dunque, insieme al Rustow ed al Turr, a Sapri, la Brigata Milano sbarcò col generale Gandini oppure questa Brigata garibaldina era comandata dal De Giorgi (che l’Agrati scriveva “De Giorgis” ?). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “..nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello “Gandini”, ma su questa notizia nutriamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della brigata “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Sempre Pittaluga, a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Dunque, il generale Pittaluga scriveva che una volta allotanato il Pianciani e, dimessisi i colonnelli Tharrena e Gandini, che chiesero di essere dispensati, essi, furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Spinazzi sostituendo Tharrena, andava a comandare la Brigata “Parma”; De Giorgi, sostituendo Gandini andava a comandare la Brigata “Milano”. Il Pittaluga è chiaro quando scrive che: “I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, ……e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Come però faceva notare Moliterno (….), il “generale Gandini” viene espressamente citato dal Rustow, il quale era capo di Stato Maggiore della Brigata “Milano”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea,etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Sempre il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Alle 4 1/2 pomeridiane col 3° Battaglione della Brigata Milano, giunsi a Caserta dove trovavasi già la Brigata Bologna. Nei giorni 15 e 16 arrivò il resto della Brigata. Caserta doveva servirci di reidenza etc…Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto. Il giorno 16, fui nominato capo dello Stato maggiore delle truppe che nelle vicinanze di Caserta si trovavano raccolte sulla sinistra del Volturno sotto il comando del Turr, trovandomi per tal modo sciolto dal comando della Divisione di Terranova, che ripresi solo il 19 settembre allorchè, come comandante dell’intiera ala sinistra, assunsi di condurla per la prima volta al fuoco.“. Dunque, il “colonnello Gandini”, secondo il racconto di Rustow (nella traduzione di Eliseo Porro) restò comandante della brigata Milano fino alla “Spedizione di Ariano”, in cui il generale Turr ebbe la disfatta del generale borbonico Bonanno, ed in quella occasione Gandini dovette cedere il suo posto al maggiore De Giorgi. Carlo Agrati, a p. 440, in proposito scriveva che: “Il 13 settembre tutta la Brigata “Milano” rientrava; era ad Avellino in quel giorno stesso, a Nola, il 14 e là riceveva l’ordine di portarsi direttamente a Caserta.”. L’Agrati cita il testo di Buttà (….), Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta – Memorie della Rivoluzione del 1860 al 1861, Napoli, 1875. Sul colonnello, poi in seguito “Generale Gandini”, che comandava la Brigata “Milano” è stato più volte citato anche da Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. De Crescenzo, a p. 112, riferendosi al giorno 3 settembre 1860, in proposito scriveva che: “IV. Il Generale Gandini, comandante della brigata ‘Milano’ composta di 900 uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che “il giorno seguente” (il giorno 4 settembre 1860), da Vibonati, il generale Gandini “comandante della brigata Milano, composta di 900 uomini” ordina di mettersi in marcia e dirigersi verso Casalnuovo. Nel De Crescenzo, ritroviamo il generale Gandini anche più avanti ed in particolare a p. 151, ove in proposito scriveva: “Lo Stato Maggiore del Dittatore desiderava che al momento dell’ingresso del Dittatore in Napoli vi fosse un discreto numero delle sue truppe, perciò fu ordinato con un telegramma al generale Gandini di muoversi subito da Eboli e recarsi a Vietri, dove aveva inizio la ferrovia. Il Gandini, tenendo presente che i suoi soldati erano stanchi, domandò chi di essi volesse partire. Quasi tutti risposero affermativamente e furono fatti salire su quanti carri potessero essere requisiti.”. Dunque, il Gandini condusse le truppe dei volontari della sua Brigata da Salerno a Vietri. De Crescenzo, a p. 159, scriveva pure che: “Il Rustow insieme alla brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Quest’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia Nazionale. Etc…”. De Crescenzo, a p. 163, ritorna sulla stessa notizia di p. 151 e scriveva che: “Lo Stato Maggiore del Dittatore avrebbe desiderato che al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un gran numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri…Gandini non credette opportuno di spingere i suoi militi, stanchi ormai dalle lunghe marce, etc…Il Gandini aveva sperato che giunto a Vietri le difficoltà sarebbero state superate, invece etc…”. Dunque, De Crescenzo cita più volte il generale Gandini che, ad Eboli, diresse le operazioni di marcia verso Salerno e verso Ariano, come vedremo. La testimonianza del Rustow, cozza con l’altra testimonianza del generale Giuseppe Pittaluga (…), che, nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani,…. cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, e appoggiato dai Bersaglieri di Milano, e dai Carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, etc..Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco etc…”. Rustow racconta lo sbarco della brigata Milano che si trovava imbarcata sul Rosalino Pilo, lasciata la città calabrese di Tropea e proseguire a marcia forzata verso Pizzo. Rustow, a p. 14 in proposito scriveva pure: “La brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa…marciava…Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente…”. Rustow, a p. 15 scriveva che: “La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda costituita dalla brigata Parma, non si arrivò che a mezzogiorno….per Pizzo, fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami etc…”, a p. 309, dal suo Diario e da una lettera dell’11 settembre 1860, da Napoli, in proposito scriveva che: “Vi dò una notizia, che son persuaso giungerà gradita a molti dei nostri amici, ed è che la 3° brigata Milano, comandata dal colonnello O. Gandini, è entrata la prima in Napoli, delle schiere garibaldine. E’ ben ordinata e ben tenuta: i soldati sono tutti giovani, ma le guerre nazionali hanno il merito di agguerrir presto l’artigiano, il contadino e lo studente. Al fiero sguardo, al portamento ardito, alla carnagione abbronzata e ad una certa serietà intelligente, il direste vecchi soldati. La 3° Brigata apparteneva all’ultima spedizione che partì da Genova ai primi d’agosto, e d’accordo con Garibaldi doveva scendere sulle terre romane.”. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Mario Menghini scriveva che a Capua i volontari della 3° brigata, la brigata Milano erano comandati dal Gandini. Si vedrà in seguito che il comando sarà temporaneamente tolto al Rustow e dato al De Giorgi o De Giorgis. Ma abbiamo visto che a Palermo, il Gandini, si dimetterà insieme al Pianciani. Infatti, Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Così quei 1500 uomini della retroguardia diventavano l’avanguardia nella marcia su Napoli, grazie alla fortunata circostanza che li aveva forniti i mezzi di trasporto per mare, mentre gli altri dovevano avanzarsi per terra.”. Treveljan, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) V. addietro, pagg. 152-155. Avevan lasciato la Sicilia e toccato il continente a Tropea, marciando di là a Pizzo per poi riprender il mare fino a Paola. Rustow, Brig. Milano, 11-16; Rustow, 299.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Traveljan (….), sulla scorta della White-Mario (….), che non vedeva di buon occhio i cavouriani Turr e Rustow, scriveva che all’“esule tedesco” Rustow, gli fu concesso da Garibaldi solo il comando della brigata “Milano”.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, i Bersaglieri comandati dal maggiore DE GIORGI (o De Griorgis)
Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Su Carlo Felice De Giorgis, sul blog della Presidenza della Repubblica, si legge che era luogotenente colonnello di fanteria e, nel 30 novembre 1862 ebbe l’onoreficenza di Cavaliere Ordine Militare d’Italia. Sui Bersaglieri, il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 3 settembre, si componeva di Bersaglieri ed era costituita da due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che “Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.”. Dunque, secondo la testimonianza del colonnello Rustow, le truppe dei volontari condotti a Sapri ed ivi sbarcate, furono fatte accampare e poi il Rustow ordinò un servizio di esplorazione che affidò ai Bersaglieri ed ai Carabinieri di Genova.
Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: “(Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: “(Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: “(Documento 64) 3° brigata Milano, 3° Battaglione, Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom. il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc….Egli consegnò allo Stato Maggiore del sig. brigatiere Eber in Santa Maria questi ufficiali napoletani. Il Comandante il Battaglione. Firmato Venuti.”. Dunque, in questo documento, VENUTI, Comandante il 3° Battaglione della 3° Brigata Milano, citava il luogotenente EMILIO CANEPA, ed il brigatiere EBER, dello Stato Maggiore di Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: “(Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 440, in proposito scriveva che: “(Documento 70) 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Caserta, 21 settembre 1860….coi bersaglieri in testa piazzai i due battaglioni di linea all’altezza dei battaglioni della brigata Puppi. Etc…, ed il 3° battaglione nuovamente comandato dal capitano sig. De Caroli, al quale affidai provvisoriamente il comando (sebbene già ferito sin dal principio della battaglia da una scheggia di mitraglia alla coscia sinistra) etc…Rileverà dai rapporti dei comandanti dei battaglioni, che qui le compiego, le perdite sofferte dalla brigata, e propongo per promozione di merito il sig. capitano De Caroli al grado di maggiore, lo stesso per il capitano Venuti, il sig. Vergani e Cavarrotti sotto-tenenti al 1° battaglione al grado di tenente, il furiere Zambetori al grado di sottotenente, i tenenti Magagna, Corbelli e Novelli del 2° battaglione al grado di capitano, il tenente Ferrari col braccio amputato al grado di Capitano. Del 3° battaglione propongo al grado di capitano il tenente Canepa, i sotto-tenenti Curti, Prunota, Pozzi, Monti, Geronimi etc…L’ajutante maggiore in 2° il tenente Zanner, il capitano Sig. Pifferi e capitano Mazzoni per un segno di distinzione, nonchè i sotto-tenenti Romualdi Alessandro, Ferrari Enrico, Lumari Luigi, Ragazzi Luigi e Ascarioni Lambro. Per i bersaglieri milanesi, cioè per il capitato Pedotti, tenente Oltrati, tenente Gadioli, sotto-tenente Rotondi, …sotto-tenente Quintini, etc..Raccomando il mio ajutante di campo Sig. Galuzzi. Firmato, il Comandante la Brigata DE GIORGIS.”. Come si è visto, a Capua, Rustow sostituì il Gandini, con De Giorgis che, pure faceva parte del corpo allegato alla XV Divisione di Turr. Notiamo che, in questo documento il comandante, il capitano o maggiore si firma DE GIORGIS. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 442, in proposito scriveva che: “(Documento 71) Sig. colonnello brigatiere Rustow. 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Santa Maria, 20 settembre 1860….dato l’ordine di ritirata i pochi nostri disimpegnati con alcuni bersaglieri lombardi (capitano Pedotti) restarono a mantenere il fuoco finchè tutti furono rientrati a Santa Maria, sbarrando etc…..l’esempio degli ufficiali, luogotenente Zancarini e sotto-tenenti Chiappa e Desimoni etc…Firmato Luogotenente Zancarini Giuseppe.”. In questo documento, il luogotenente ZANCARINI GIUSEPPE, comandante del …..scrive a Rustow il 20 settembre 1860 e cita l’ufficiale ZANCARINI e i sotto-tenenti CHIAPPA e DESIMONI. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: “(Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI, citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: “(Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: “(Documento 79) Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, sbarcò anche il Capitano APPEL triestino, Capitano dello Stato Maggiore di Rustow. Il 3 e 4 settembre Appel si trovava a Sapri dove era rimasto insieme al maggiore Spinazzi e con le truppe residue (la brigata Parma)
Il generale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Il Capitano Garzia annotava pure che erano saliti sul “Brésil” “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola. Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul “Giornale di Bordo” del vapore Sardo o Piemontese “Brésil” condotta a Sapri dal Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese “Garzia”, Vial trovò scritto o annotato che il Capitano Garzia, arrivato a Sapri il 4 settembre 1860, alle ore 20,00 (8 a.m.), trovò ed ebbe un colloquio con due ufficiali dell’Esercito Meridionale e della Divisione Turr, sbarcati a Sapri il giorno 2 settembre 1860. Garzia parlò con il Capitano dello Stato Maggiore di Rustow “APPEL triestino” e con un altro Ufficiale Ungherese: “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, etc….”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il “Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che a Sapri “…non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il “Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che, sebbene a Sapri non fossero rimasti soldati o Brigate di volontari Garibaldini, li avrebbero potuti incontrare a Maratea, a Paola e a Pizzo e quindi gli conveniva che proseguisse il suo viaggio di ricognizione. Sul Giornale di Bordo del vapore Brésil, il capitano Garzia scriveva pre che “Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Don Antonio Buraglia di Maratea assicurava che a Sapri non vi era rimasto più nessuno. Don Antonio Buraglia è un nome legato a Maratea, un comune della provincia di Potenza, in Basilicata. In particolare, Piazza Buraglia rappresenta il cuore del centro storico di Maratea. Questa piazza è un punto vitale del borgo, con negozi, gallerie d’arte, bar e punti di ritrovo, e da essa si dipanano i caratteristici vicoli circostanti. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, ……A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”.
I SOLDATI GARIBALDINI SBARCATI A SAPRI
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, la brigata “MILANO” comandata dal generale GANDINI, una parte della brigata “PARMA” (ex Tharrena) comandata dal maggiore SPINAZZI ed una parte della brigata “BOLOGNA” (PUPPI), riordinate dal colonnello Rustow e accampate in località Cantine, con il maggiore DE GIORGIS che comandava 2 compagnie di Bersaglieri (100 uomini), il maggiore SESSA che comandava il 1° battaglione di linea; il maggiore MONTESI il 2°; il capitano VENUTI, il 3°)
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…..Tre anni dopo, il 2 settembre 1860, il Generale Rustow con la brigata Milano, composta da 900 uomini, e la Spinazzi, oltre 1500 uomini che il Generale Turr aveva concentrato a Sapri e che precedettero Giuseppe Garibaldi…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi. Il Turr concentrò tutte queste forze a Sapri (oltre 1500 uomini) etc…“. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: “LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 147, in proposito scriveva che: “…Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, etc…”. Dunque, a Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Queste due brigate, dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria. Forse fu a Milazzo ? che queste forze garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani che, per via mare raggiunsero le coste della Calabria fino a Tropea. Le grigate “Milano” e “Spinazzi” facevano parte della ex divisione Pianciani e nella notte dal 30 e quella del 31 si trovarono sbarcate a Paola. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452, dal “Diario” di Agostino Bertani, in proposito scriveva che: “…Turr, trionfante per il possesso della legione che da un mese desiderava e spiava, telegrafava a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dal Diario di Bertani sappiamo che, il generale Turr, non appena ricevette l’incarico da Garibaldi, telegrafò a Bixio: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.”. Dunque, secondo la White-Mario, che scriveva dal Diario di Agostino Bertani, le truppe che Garibaldi affidò al comando del generale ungherese Stefano Turr e che egli stesso portò da Paola a Sapri, sempre su comando di Garibaldi, erano 4 brigate: “Le quattro brigate Eberhard, Puppi, Milano e Spinazzi della dimessa spedizione Bertani e Pianciani sono attaccate alla mia divisione.”.“. La brigata Eberhard (….), la brigata Puppi (precedentemente denominata “Bologna”). Di queste due Brigate parlerò molto più innanzi perchè esse non furono subito interessate dall’imbarco a Paola per Sapri. Oltre alle due precedenti Brigate, la Eberhard e la Puppi (….), componevano il contingente organizzato dal Bertani anche le due Brigate “Milano”, la brigata “Spinazzi” (ex Brigata “Parma” ed ancor prima Brigata Tharrena). La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore “Pietro Spinazzi” (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Tutte queste Brigate facevano parte della XV Divisone dell’Esercito Meridionale. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Dunque, il Pecorini-Manzoni nel suo specchietto ribadiva le date e le tappe delle singole Brigate. Riguardo Sapri leggiamo che arrivarono il giorno 2 settembre 1860 (e dunque si trovavano a Sapri alll’arrivo di Garibaldi il giorno 3 settembre), le due Brigate “Milano” ed una parte della Brigata “Spinazzi” o “Parma”. La Brigata “Puppi” ( o “Bologna”) sarà a Sapri il giorno 4 settembre 1860 e si mette in marcia subito per Vibonati. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giungevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Sempre Pittaluga, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che il “colonnello Tharrena” ed il “colonnello Gandini” si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli “Spinazzi” e “De Giorgi”. Dunque, secondo il generale Pittaluga, la brigata “Milano” non era più comandata dal colonnello Gandini che fu sostituito con De Giorgi. La brigata “Milano”, comandata dal “maggiore De Giorgi” (in precedenza era comandata dal Gandini che si dimise insieme al Pianciani) e, la brigata “Parma” comandata dal maggiore Pietro Spinazzi (….) e, tutte sotto il comando del colonnello Wilhem Rustow che Garibaldi aveva nominato Capo di Stato Maggiore, in sostituzione del Pianciani e prima che Garibaldi nominasse Turr a Rotonda. Sul “Gandini” ha scritto, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il Cesari (….), scriveva che: “la brigata Puppi …..si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. E poi, ancora, il Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, etc…”. Dunque, il Cesari, ripropone la figura del “generale Gandini”, che, secondo lui comandava la Brigata “Milano”. Abbiamo visto, però, come il generale Gandini si fosse dimesso insieme al Nicotera ed al Pianciani a Palermo, all’arrivo della ex Spedizione Terranova dal Golfo degli Aranci. Dunque, insieme al Rustow ed al Turr, a Sapri, la Brigata Milano sbarcò col generale Gandini oppure questa Brigata garibaldina era comandata dal De Giorgi (che l’Agrati scriveva “De Giorgis” ?). Il generale Pittaluga (….), a p. 157, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva: “Milazzo. Quivi giunto trovò le tre brigate riunite sotto Rustow che gli fecero buona accoglienza….arrivò in quel giorno 19 agosto a Milazzo apportatore di un ordine del Dittatore che assegnava quelle truppe alla 15° Divisione comandata dal Turr stesso. Questi ordinò una rivista alla quale intervenne anche Bertani.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, etc…”. Anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “…a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì Moliterni scriveva che la brigata “Milano” era comandata dal colonnello Gandini, ma su questa notizia nutriamo dei dubbi in quanto il colonnello Gandini, che comandava la brigata “Milano” e l’aveva portata con il Pianciani dal golfo degli Aranci a Palermo, si dimise con il colonnello Tharrena della “Parma”, come scriverà il Dallolio. Nella nota (18), Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Rustow non parla di Gandini ma scrive del colonnello De Giorgi. Il Pittaluga è chiaro quando scrive che: “I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, ……e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Come però faceva notare Moliterno (….), il “generale Gandini” viene espressamente citato dal Rustow, il quale era capo di Stato Maggiore della Brigata “Milano”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. La brigata Milano e parte della brigata Parma erano con me sul vapore Rosolino Pilo. A mezzogiorno lasciammo dietro di noi la città di Tropea,etc…”. Dunque, Rustow parla espressamente della Calabria e, a pp. 12-13 aggiunge: “….Non mi rimase pertanto per altro partito che farle disbarcare a Tropea. Giunto quì in rada, ordinai al Colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, ed appoggiato dai bersaglieri di Milano, e dai carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento e l’esplorazione dell’interno etc…Il vapore Rosalino Pilo si allontanò….il suo esempio fu seguito anche dagli altri legni giunti poi, che avevano trasportato la brigata Parma, comandata dal valente maggiore Spinazzi. Ora non ci rimaneva che di continuare a piedi il viaggio pel Pizzo. Etc…”. Dunque, Rustow cita espressamente il “colonnello Gandini, comandante della brigata Milano…”. Sempre il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Alle 4 1/2 pomeridiane col 3° Battaglione della Brigata Milano, giunsi a Caserta dove trovavasi già la Brigata Bologna. Nei giorni 15 e 16 arrivò il resto della Brigata. Caserta doveva servirci di reidenza etc…Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto.”. Dunque, il “colonnello Gandini”, secondo il racconto di Rustow restò comandante della brigata Milano fino alla “Spedizione di Ariano”, in cui il generale Turr ebbe la disfatta del generale borbonico Bonanno, ed in quella occasione Gandini dovette cedere il suo posto al maggiore De Giorgi. Carlo Agrati, a p. 440, in proposito scriveva che: “Il 13 settembre tutta la Brigata “Milano” rientrava; era ad Avellino in quel giorno stesso, a Nola, il 14 e là riceveva l’ordine di portarsi direttamente a Caserta.”. L’Agrati cita il testo di Buttà (….), Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta – Memorie della Rivoluzione del 1860 al 1861, Napoli, 1875. Sul colonnello, poi in seguito “Generale Gandini”, che comandava la Brigata “Milano” è stato più volte citato anche da Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. De Crescenzo, a p. 112, riferendosi al giorno 3 settembre 1860, in proposito scriveva che: “IV. Il Generale Gandini, comandante della brigata ‘Milano’ composta di 900 uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che “il giorno seguente” (il giorno 4 settembre 1860), da Vibonati, il generale Gandini “comandante della brigata Milano, composta di 900 uomini” ordina di mettersi in marcia e dirigersi verso Casalnuovo. Nel De Crescenzo, ritroviamo il generale Gandini anche più avanti ed in particolare a p. 151, ove in proposito scriveva: “Lo Stato Maggiore del Dittatore desiderava che al momento dell’ingresso del Dittatore in Napoli vi fosse un discreto numero delle sue truppe, perciò fu ordinato con un telegramma al generale Gandini di muoversi subito da Eboli e recarsi a Vietri, dove aveva inizio la ferrovia. Il Gandini, tenendo presente che i suoi soldati erano stanchi, domandò chi di essi volesse partire. Quasi tutti risposero affermativamente e furono fatti salire su quanti carri potessero essere requisiti.”. Dunque, il Gandini condusse le truppe dei volontari della sua Brigata da Salerno a Vietri. De Crescenzo, a p. 159, scriveva pure che: “Il Rustow insieme alla brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Quest’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia Nazionale. Etc…”. De Crescenzo, a p. 163, ritorna sulla stessa notizia di p. 151 e scriveva che: “Lo Stato Maggiore del Dittatore avrebbe desiderato che al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un gran numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri…Gandini non credette opportuno di spingere i suoi militi, stanchi ormai dalle lunghe marce, etc…Il Gandini aveva sperato che giunto a Vietri le difficoltà sarebbero state superate, invece etc…”. Dunque, De Crescenzo cita più volte il generale Gandini che, ad Eboli, diresse le operazioni di marcia verso Salerno e verso Ariano, come vedremo. La testimonianza del Rustow, cozza con l’altra testimonianza del generale Giuseppe Pittaluga (…), che, nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Pianciani,…. cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Questa testimonianza cozza pure con un’altra testimonianza, con quella cioè di Giulio Adamoli, che, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina…..etc….e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 146, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi, passando per Monteleone, giungevano a Pizzo la sera dello stesso giorno 30, e partivano da colà nella notte del 30 al 31 per Paola.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 15-16-17, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Pizzo…Alle cinque tutte le truppe si trovavano colà concentrate; ma i legni pel loro trasporto ivi stati predisposti, non bastavano che per una parte. Fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Dunque, a Pizzo vennero imbarcati per Paola, l’intera Brigata “Milano” comandata dal maggiore De Giorgi ed una parte della Brigata “Parma” (o “Spinazzi”). Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 13, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Giunto quivi in rada, ordinai al colonnello Gandini, comandante della brigata Milano, di prender terra pel primo, e appoggiato dai Bersaglieri di Milano, e dai Carabinieri di Genova, di disporre per l’ordinamento di sicurezza ed un servizio di esplorazione, etc..Io rimasi a bordo onde sorvegliare lo sbarco etc…”. Rustow racconta lo sbarco della brigata Milano che si trovava imbarcata sul Rosalino Pilo, lasciata la città calabrese di Tropea e proseguire a marcia forzata verso Pizzo. Rustow, a p. 14 in proposito scriveva pure: “La brigata Milano coi suoi bersaglieri in testa…marciava…Per vero anche Spinazzi seguiva lestamente…”. Rustow, a p. 15 scriveva che: “La testa della colonna giunse a Monteleone alle ore 8, e la coda costituita dalla brigata Parma, non si arrivò che a mezzogiorno….per Pizzo, fu quindi imbarcata la intiera brigata Milano, ma una sola porzione della brigata Parma.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva grran tempo per disporre la brigata Milano.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma già al 2 settembre l’avanguardo dell’esercito garibaldino in 2100 uomini in comando del generale Turr era sbarcato alle piagge di Sapri, e venuti nel Vallo Dianese.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, in quanto lo avesero permesso il numero dei legni disponibili.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 340, in proposito scrivea che: “Questo piano non durò che fino alle ore 4 di sera. Nel giorno stesso si conobbe in Salerno lo sbarco di Sapri; le truppe ivi sbarcate si pretendeva esssere almeno 4,000 uomini, e tutt’al più 15,000. Si diceva a Salerno, che Caldarelli si fosse unito colle truppe di Garibaldi e marciasse e arciasse con loro contro Salerno etc….”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 299, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma doveva venir dietro nel termine posibilmente più breve ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Turr stesso accompagnò la spedizione che sbarcò a Sapri etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. Il Rustow, parlando in prima persona scriveva che: “Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi etc….Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno. Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo il Vallone del Mulinello, per poi salire di nuovo, arramicandoci con somma difficoltà etc…“. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 19-20-21-22, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza e di notte ci illuminarono anche gli altri angusti viottoli. Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.“. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di Monte Cocuzzo oltrepassando oltre Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre la brigata Milano, forte di 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo.“. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, in proposito scriveva che: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri…”. Sempre il Rustow, nel Porro aggiungeva pure altre informazioni utili. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 3 settembre, si componeva di Bersaglieri ed era costituita da due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che “Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, sulla scorta del Rustow, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, sulla scorta del Rustow scriveva che: “Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Dunque, l’Agrati scriveva che la Brigata Milano era composta da 3 battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori “SESSA”, “MONTESSI” ed il capitano “VENUTI”, più due Compagnie di Bersaglieri. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche del “maggiore De Giorgi” che egli chiama “De Giorgis”. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Sugli ufficiali della Brigata “Milano”, vi è la testimonianza diretta del Rustow. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro, a p. 22, in proposito scriveva che: “Garibaldi s’era recato fino a Forlino, io era rimasto indietro…..Potevano essere le 10 e mezzo del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza ANTONIO BATTICOZZI e CESARE COMENDIO, questi un Lombardo, quello un Veronese, ragiunsi l’aspra e selvaggia cresta del Feralunga, sotto il monte Coruzzo, dalla quale si discende poi nella gola del Gauro che sbocca verso la solitaria taverna di Forlino, etc…”. Interessantissima questa descrizione dei luoghi che ci fa Rustow parlando della sua marcia da Vibonati al Fortino. Inoltre, Rustow ci dice che tra i suoi ufficiali della Brigata “Milano” che conduceva prima a Vibonati e poi al Fortino vi era Antonio Batticozzi e Cesare Comendio. Dei colonnelli Spinazzi e De Giorgi, ci parla Rustow che, il 3 settembre era con loro a Sapri. Sulla composizione della sua brigata, la brigata “Parma”, il colonnello Wilhelm Rustow racconta (nella traduzione di Porro), a p. 20 che: “….diedi ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Russo Luigi, Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Al mattino del primo settembre Garibaldi partì alla volta di Rogliano, fece sosta nella casa di Donato Morelli e in serata raggiunse Cosenza dove, intanto, era giunto Agostino Bertani proveniente da Paola. A Paola aveva lasciato il momentaneo comando al colonnello Guglielmo Rustow delle brigate Milano e Spiazzi con le quali, via mare, giunto a Pizzo la sera del 30 agosto, era salpato nella notte del 30-31.”. Quì Policicchio scrive erroneamente “Spiazzi” ma si tratta della brigata “Spinazzi”. Da Wikipedia leggiamo che Pietro Spinazzi si arruolò nell’esercito regolare sabaudo, con il grado di capitano, stabilendosi nuovamente a Genova, per lasciarlo nel 1860 per seguire Giuseppe Garibaldi nella campagna dell’Italia meridionale al seguito della spedizione guidata da Luigi Pianciani, detta anche spedizione Terranova, forte di circa 8.940 uomini. Maggiore della 2ª Brigata “Parma”, comandata dal colonnello “Tharrena”, giunse in Sicilia via nave sbarcando a Palermo, l’11 agosto, e pochi giorni, a Milazzo, sostituì al comando della Brigata lo stesso colonnello Tharrena dimessosi in polemica con il comando generale in quanto cambiata le destinazione di impiego della sua unità. Durante la campagna guidò l’ex 2ª Brigata “Tharrena”, composta da 700 uomini circa, sempre agli ordini di Nino Bixio, comandante della 18ª Divisione dell’esercito meridionale, e per il valore dimostrato, il 1º ottobre nella battaglia del Volturno, durante il combattimento di Ponti della Valle di Maddaloni, fu elogiato ufficialmente dallo stesso, promosso al grado di tenente colonnello e proposto della croce al valore militare di Savoia che poi non ottenne. Di questo valoroso garibaldino ci ha parlato il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Di Spinazzi ne parla anche Giacomo Oddo, I mille di Marsala: scene rivoluzionarie: opera dedicata alla Venezia …, 1863, pagina 981 e, come ho detto il Generale Giovanni Pittaluga, La diversione: note garibaldine sulla Campagna del 1860, Casa Editrice Italiana, Roma, 1904. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Su la spiaggia di Sapri accampava una schiera di volontari delle brigate Milano e Spinazzi, appartenenti alla Divisione Turr, sbarcate ivi all’alba del 2 settembre (1).”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola. Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul Giornale di Bordo del Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese Garzia, trovò scritto che arrivato nel porto di Sapri il 4 settembre 1860, in missione per prendere ed aiutare gli sbarchi, annotava che: “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il “Capitano APPEL triestino.”. Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi. Era stato il Turr a concentrare queste forze a Sapri (circa 1500 uomini quasi tutti milanesi), etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “….il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 162, parlando della Spedizione di Ariano, in proprosito scriveva che: “Il generale Turr ebbe la missione di reprimere questi orrori. Era la mattina del 9 per tempo, e le due brigate della sua Divisione che il 7 erano ad Eboli, e l’8 a Salerno, entravano finalmente in Napoli. Con una di queste, la Brigata Milano giunta per prima, il generale Turr partiva in ferrovia per Nola alle ore 2 pom. Etc…”. Pecorini, sempre parlando di Ariano, a p. 164, in proposito scriveva: “Lo stesso giorno 10 il generale Turr coi bersaglieri milanesi, e un altro battaglione montato sui carri per guadagnare strada, si spinse fino a Dentecane, mentre Rustow, capo del suo Stato Maggiore, cogli altri due battaglioni seguiva di riserva fino a Pratola.”. Pecorini, sempre parlando di Ariano, a p. 186, in proposito scriveva: “Il tenente Canepa della Brigata Milano il 17 verso l’1 pom. sulla linea degli avamposti di Casapulla etc…”. Pecorini, sempre parlando di Capua, a p. 212, in proposito scriveva: “La brigata Puppi nei combattimenti del 19 agosto sotto Capua e 21 a Caiazzo, ebbe l’onore di trovarsi la più esposta al fuoco etc…brigata senza più il capo perchè morto in battaglia, onde fu che il generale Garibaldi sulla proposta di Turr ne determinò lo scioglimento; con gli uomini di essa formavasi un reggimento comandante tenente colonnello Bossi, che andava a far parte della Brigata Sacchi col seguente ordine del giorno: “Caserta, 27 settembre 1860. Comando generale della 15° Divisione. Dietro disposizione del Ministro della Guerra il comando della brigata Sacchi riceverà sotto i suoi ordini la residuale forza della sciolta brigata Puppi. Firmato Turr. (p. 213). La brigata Milano continuava a far stanza in Caserta fino al 30. La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; Erano infine aggregati allo Stato Maggiore: Du Camp Massimo celebre scrittore francese, il quale scriveva nella ‘Revue de deux mondes’ e nel ‘Debats sempre in favore dell’Italia ancor prima della guerra del 1859, etc…Intendenza Militare:….; Corpo Sanitario:…..; Tribunale Militare:….; Comando della Brigata Sacchi: Maggiore Generale Sacchi Gaetano; Comando della Brigata Eber: Colonnello Brigatiere Eber Ferdinando, Capo di Stato Maggiore Maggiore Alessandri Giovanni, Capitano Applicato, Adamoli Giulio; Comando della Brigata Spangaro: Colonnello Brigatiere Spangaro Pietro, Capo di Stato Maggiore Capitano Baganti; Comando della Brigata Milano: Luogotenente colonnello De Giorgis Carlo Felice, Capo di Stato Maggiore Capitano De Carolis; etc…furono anche aggregate a questa Divisione la brigata Corrao, già la Masa, e la Legione Inglese. (Doc. 80). Il Dittatore trasportava il suo quartiere generale a Caserta il giorno 27 settembre etc…”. Dunque, come ho già detto, verso il 20 settembre, il Comando della Brigata Milano passò al Luogotenente colonnello Carlo Felice De Giorgis. Sul sito della Presidenza della Repubblica è scritto che egli era Luogotenente colonnello di Fanteria che gli fu conferito il 30 novembre 1862. Su De Giorgis, il Pecorini, a p. 435, in proposito scriveva: “(Documento 64) 3° Brigata Milano. 3° Bataglione. Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom.il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc…”. Dunque, secondo questo rapporto, il Luogotenente Emilio Canepa ispezionò il Battaglione di Fanteria della Brigata Milano. Canepa viene più volte citato anche dal Rustow. Sul De Giorgis, il Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA MILANO (2), Ten. Colonnello De Giogis; Corpo: Stato Maggiore: Capitano De Caroli; Bersaglieri Milanesi, Maggiore Mentesi; I° Battagl. Cacciatori Maggiore Sessa; 2° Battagl. Cacciatori, Maggiore Venuti; etc…”. Pecorini, a p. 454, nella nota (2) postillava: “(2) Già Gandini. Terza Brigata della Spedizione di Terranova.”. Dunque, il Pecorini cita gli ufficiali della Brigata Milano al 6 ottobre 1860 e sono: Carlo Felice De Giorgis, Tenente Colonnello; Capitano De Caroli, Capo di Stato Maggiore; Maggiore MENTESI, Capo di Stato Maggiore dei Bersaglieri Milanesi; Maggiore SESSA, Capo di Stato Maggiore del 1° Battaglione Cacciatori; Maggiore VENUTI, Capo di Stato Maggiore del 2° Battaglione dei Cacciatori. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: “XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse, con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila , slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio , poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito ; e questo fu lor favorevole . Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani , e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là , disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava , donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola , a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr , riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi , e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”.
Nel 3 settembre 1860, a Sapri, il colonnello RUSTOW, ed il riordino della truppa sbarcata nell’accampamento in “località Cantine”
Come ho già detto, il 2 settembre 1860, dopo essere sbarcati a Sapri, le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, vennero riordinate e forse fatte accampare in “località Cantine”, che è il territorio di Sapri al confine con la piccola frazione del Timpone. Il colonnello Rustow provvide insieme al generale Turr alla bisogna, in previsione dell’arrivo di Garibaldi e del suo piccolo seguito. Bisognava preparare la truppa per le marcie successive, riguardare gli equipaggiamenti, i rifornimenti, le guide, i muli per il trasporto ecc…Infatti, oltre alle truppe, che intanto continuavano ad arrivare a marcie forzate provenienti da Lagonegro ed a sbarcare a Sapri, provenienti da Pizzo o da Paola, arrivarono anche aiuti materiali che servivano alle truppe. In verità vi era penuria di cose utili, di armamenti e di viveri. Ho già detto delle Brigate e dei loro comandanti che sbarcarono a Sapri, il giorno 2 settembre 1860. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. Etc…”. Dunque, secondo la testimonianza di Rustow, la truppa sbarcata a Sapri ammontava a 1600 uomini, ma alla domanda di Garibaldi “Avete un corpo intieramente organizzato ?”, il Rustow rispondeva che: “La brigata Milano di 900 a 1000 uomini”. Infatti, nella tarda serata del 3 settembre, la truppa che partì con Rustow per Vibonati ammontava a circa 1000 uomini, mentre 600 uomini restarono a Sapri. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “…Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare.”. Non ho detto cosa fece Turr e Rustow per approntare tutto quanto servisse per le future marcie da Sapri in poi. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., riferendosi al 3 settembre 1860, quando insieme a Garibaldi sbarcò a Sapri, in proposito scriveva che: “Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Dunque, Rustow testimoniava che il generale Turr arrivato a Paola per imbarcare le truppe e portarle via mare a Sapri, insieme a Rustow, aveva con se 5000 franchi. E’ molto probile che questa cifra servì proprio per pagare tutto quanto occorresse per le truppe che arrivarono a Sapri. Tuttavia, devo precisare che le truppe che sbarcarono a Sapri, il 2 settembre erano state equipaggiate e preparate dal Bertani. Sempre il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi…”. Dunque, il colonnello Rustow racconta e testimonia la foggia dei volontari garibaldini organizzati dal Bertani per l’arrivo a Paola e poi sbarcati con Turr a Sapri. Rustow racconta che a Sapri, tutti gli ufficiali superiori e quelli dello Stato Maggiore erano provvisti di muli. Solo lui aveva un cavallo. Continuando il suo racconta scriveva che: “I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, ….Etc…“. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi etc…”. Dunque, Bizzonero, nella traduzione del Rustow scriveva che, dopo la partenza di Turr da Sapri, Rustow si occupò dell’armamento della Guardia Nazionale dei dintorni, fornendo armi e munizioni a loro nella misura della sua provvista d’armi che aveva e che doveva portare con se. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti, Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione, tristissime infauste notizie per Francesco II.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rüstow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il colonnello RUSTOW ed il riordino della truppa sbarcata e l’accampamento in “località Cantine”
Come ho già detto, il 2 settembre 1860, dopo essere sbarcati a Sapri, le truppe dell’ex Spedizione Pianciani, vennero riordinate e forse fatte accampare in “località Cantine”, che è il territorio di Sapri al confine con la piccola frazione del Timpone. Il colonnello Rustow provvide insieme al generale Turr alla bisogna, in previsione dell’arrivo di Garibaldi e del suo piccolo seguito. Bisognava preparare la truppa per le marcie successive, riguardare gli equipaggiamenti, i rifornimenti, le guide, i muli per il trasporto ecc…Infatti, oltre alle truppe, che intanto continuavano ad arrivare a marcie forzate provenienti da Lagonegro ed a sbarcare a Sapri, provenienti da Pizzo o da Paola, arrivarono anche aiuti materiali che servivano alle truppe. In verità vi era penuria di cose utili, di armamenti e di viveri. Ho già detto delle Brigate e dei loro comandanti che sbarcarono a Sapri, il giorno 2 settembre 1860. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. Etc…”. Dunque, secondo la testimonianza di Rustow, la truppa sbarcata a Sapri ammontava a 1600 uomini, ma alla domanda di Garibaldi “Avete un corpo intieramente organizzato ?”, il Rustow rispondeva che: “La brigata Milano di 900 a 1000 uomini”. Infatti, nella tarda serata del 3 settembre, la truppa che partì con Rustow per Vibonati ammontava a circa 1000 uomini, mentre 600 uomini restarono a Sapri. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza . Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, ….”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “…Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare.”. Non ho detto cosa fece Turr e Rustow per approntare tutto quanto servisse per le future marcie da Sapri in poi. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., riferendosi al 3 settembre 1860, quando insieme a Garibaldi sbarcò a Sapri, in proposito scriveva che: “Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Anche il Rustow (….) fu un testimone di eccezione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Nel pomeriggio del 1° settembre giunse a Paola il generale Turr, il quale mi partecipò come le mie truppe fossero state aggregate al suo corpo. Egli portava seco 5000 franchi e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Dunque, Rustow testimoniava che il generale Turr arrivato a Paola per imbarcare le truppe e portarle via mare a Sapri, insieme a Rustow, aveva con se 5000 franchi. E’ molto probile che questa cifra servì proprio per pagare tutto quanto occorresse per le truppe che arrivarono a Sapri. Tuttavia, devo precisare che le truppe che sbarcarono a Sapri, il 2 settembre erano state equipaggiate e preparate dal Bertani. Sempre il Rustow (trad. Porro), a p. 17-18, in proposito scriveva: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti. A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio….I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow etc…”. Dunque, Bizzonero scriveva che, il generale Turr, diretto verso Lagonegro, aveva portato con sè “…nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè….”. Rustow, nella traduzione di Bizzonero lasciava intendere che il generale Turr, lasciando Sapri si era allontanato con una buona “provvista di armi”.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il generale RUSTOW inviò in esplorazione i Bersaglieri comandati dal maggiore De Giorgi (o De Griorgis)
Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.”. Dunque, secondo la testimonianza del colonnello Rustow, le truppe dei volontari condotti a Sapri ed ivi sbarcate, furono fatte accampare e poi il Rustow ordinò un servizio di esplorazione che affidò ai Bersaglieri ed ai Carabinieri di Genova. Sui Bersaglieri, il Rustow, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 34, in proposito scriveva che: “Il colonnello Gandini aveva dovuto dimettere il comando della brigata Milano durante la spedizione di Ariano, ed il maggiore De Giorgi, fino ad ora comandante dei Bersaglieri, fu destinato ad occupare il suo posto.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido.”. Dunque, è il Rustow che testimoniava come la Brigata “Milano”, a Sapri, il 3 settembre, si componeva di Bersaglieri ed era costituita da due Compagnie di Bersaglieri, oltre a tre battaglioni di linea, ed ogni Battaglione di linea era composto da 4 Compagnie. Ogni Battaglione di linea aveva una forza di 300 uomini. Rustow scriveva pure che “Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°”. Rustow scrive pure che la Sezione di Bersaglieri, costituita da n. 2 Compagnie “….ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola.”. Dunque, il maggiore De Giorgi comandava la Sezione di Bersaglieri che ammontavano a poco più di 100 uomini. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna. doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza . Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè,….”.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il generale Stefano TURR scrive al generale Garibaldi che da poco era arrivato a Rotonda
Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “….ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi”.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961,a pp. 309-310, in proposito scriveva: “Ma, prima di partire, manda un individuo a Sapri con ordini per Turr e avvertirlo del suo arrivo. In pari tempo, viole assicurarsi delle intenzioni del generale Caldarelli, che si trovava a pochi chilometri da Rotonda, a Castelluccio.”.
Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, Garibaldi, ricevuto il dispaccio di Turr dove comunica a Garibaldi di trovarsi a Sapri con le truppe, da casa di Serafino Fasanelli invia ordini al generale Turr
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Arrivato a Rotonda, Garibaldi aveva saputo dell’arrivo di Turr con le sue truppe a Sapri ma non conosceva la situazione e la posizione delle truppe borboniche del generale Caldarelli. A Rotonda i gruppi rivoluzionari che lo avevano atteso ed ospitato avvisarono Garibaldi della difficile ed ambigua posizione del Caldarelli che aveva capitolato a Cosenza con Morelli ma non si conoscevano le sue reali intenzioni. Dunque, molto preoccupato Garibaldi chiede notizie al generale Turr che gli aveva scritto da Sapri e gli manda un invia l’ordine di recarsi in perlustrazione verso Lagonegro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148 riferendosi a Turr, in proprosito scriveva che: “…, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.“. Dunque, il generale Turr, che da poco era arrivato a Sapri, il 2 settembre 1860 invia da Sapri un messo che raggiunge Garibaldi a Rotonda. Nel messaggio, Turr scriveva avvisava Garibaldi che era arrivato a Sapri. Garibaldi, da Rotonda, venuto avvisato dal Turr che si trovava a Sapri con le truppe, il 2 settembre 1860 gli inviò un messo con un suo dispaccio con ordini indirizzati al generale Turr che lo ricevette a Sapri. Garibaldi scriveva al Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò.”. Dunque, Garibaldi avvisa il generale Turr del suo imminente arrivo a Sapri. Ma quali erano gli ordini di Garibaldi per il generale Turr ?. Quale era il testo completo del messaggio che Garibaldi inviava al Turr a Sapri attraverso il messo (“il latore”) ?. Quali erano gli ordini di Garibaldi per il Turr ? Un testimone d’eccezione è stato Agostino Bertani, che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 455-456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “…2 settembre 1860…A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Mi prega di stendergli un indirizzo. Etc…”. Dunque, Bertani annotava nel suo taccuino che “….A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Etc…”. Bertani annotava che, da Rotonda, da casa Fasanelli: “…da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Infatti, il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) …..A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr….. Etc..”. Dunque, secondo la diretta testimonianza del Bertani, che faceva parte della piccola comitiva di Garibaldi, arrivati a Rotonda e venuti a conoscenza degli spostamenti della truppa del generale Caldarelli, Garibaldi decise di deviare e di non proseguire per la strada consolare verso Lagonegro ma di andare sulla costa calabra per imbarcarsi per Sapri. Presa la decisione di arrivare a Sapri, Garibaldi da Rotonda manda un messaggio o un dispaccio al generale Turr che, invece, si trovava già a Sapri con le sue truppe che aveva trasportato da Paola. Garibaldi lo avverte del suo imminente arrivo a Sapri e gli ordina di recarsi in perlustrazione a Lagonegro e comunicargli la posizione delle truppe del Caldarelli. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Dopo la capitolazione del generale Caldarelli e del generale Ghio con un esercito di quindicimila uomini, Garibaldi avanzò rapidamente da Cosenza a Castrovillari e il 2 settembre, accompagnato da Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e dal segretario Basso, toccò il territorio lucano, entrando in Rotonda, entusiasticamente acclamato dalla popolazione in delirio e dai patrioti. Gli fu consegnato il seguente messaggio inviatogli dal Governo Pro-dittatoriale lucano: “Al Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi – Salute “Signore,…etc….Potenza, 1° settembre 1860. Nicola Mignogna – G. Albini”. Garibaldi si fermò per poche ore in casa Fasanelli; verso sera riprese la marcia in carrozza per Castelluccio. Nella valle del Mercure, sul fiume Lao, si incontrò con il colonnello Boldoni, capo militare della insurrezione lucana, da cui fu informato sulla situazione in atto nelle nostre contrade fino ad Auletta e da cui diede le istruzioni dettagliate sulle future azioni da svolgere lungo la strada da Lagonegro ad Auletta e da Auletta a Salerno. Informato poi che sulla strada da Castelluccio a Lagonegro si muoveva lentamente in ritirata, a piccole tappe, umiliata ed affamata, la Brigata Caldarelli, il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961,a pp. 309-310, in proposito scriveva: “Ma, prima di partire, manda un individuo a Sapri con ordini per Turr e avvertirlo del suo arrivo. In pari tempo, viole assicurarsi delle intenzioni del generale Caldarelli, che si trovava a pochi chilometri da Rotonda, a Castelluccio.”.
A SAPRI, IL GENERALE TURR, RUSTOW E PIOLA-CASELLI in missione per il DEPRETIS e CAVOUR
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, sbarcò (?) Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, comandante della Marina Siciliana, inviato dal Prodittatore della Sicilia Depretis per consegnare una lettera a Garibaldi, imbarcatosi con Turr e Rustow a Paola
Sappiamo del viaggio del Piola-Caselli, inviato dal Depretis per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. Ai primi di settembre vi è un fortissimo braccio di ferro tra Crispi e il prodittatore Depretis poiché questi capisce che, senza la sicurezza che darebbe l’annessione, possidenti e capitalisti non si prestino a metter fuori denaro, come delucida scrivendone a Garibaldi. Intanto si decise di mandare Piola Caselli da Garibaldi, che era in marcia, per chiedergli l’autorizzazione per l’annessione della Sicilia a Vittorio Emanuele II. Piola raggiunse e si incontrò con Garibaldi all’Osteria del Fortino. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma, vi sono motivi per ritenere che Piola, partito da Palermo il 1° settembre, molto probabilmente con un vascello della Marina Sarda raggiunse prima Paola, dove si trovava Turr e poi con questi si portò a Sapri. Da Sapri, Piola Caselli raggiunse Garibaldi partendo insieme a Turr che il 3, di buon mattino si allontanò per ordine di Garibaldi stesso che lo invitò a portarsi verso Lagonegro. Sappiamo che Piola Caselli partì da Palermo il 1° settembre ma non conosciamo il percorso del suo viaggio prima che arrivasse al Fortino. E’ molto probabile però che Piola Caselli, inviato da Depretis, arrivò la sera stessa a Paola e da lì, giorno 2 settembre arrivò con Turr a Sapri via mare. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma ci sono motivi per ritenere che Piola raggiunse Sapri venendo da Palermo direttamente su un vascello della marina Sarda che approdò nella baia di Sapri. Forse il giorno 3 settembre egli risalì al Fortino e si spostò da Sapri insieme al generale Turr che su ordine di Garibaldi si allontanò da Sapri e si portò nelle prime ore del mattino del 3 verso Lagonegro. A Sapri, Turr ricevè un dispaccio di Garibaldi con l’ordine di portarsi a Lagonegro per raccogliere utili informazioni circa la posizione e le truppe del generale Caldarelli. Garibaldi gli scriveva il 2 settembre da Rotonda come abbiamo visto. Il 3 settembre, di buon mattino Turr si allontanò da Sapri e pare si portò verso Lagonegro, dove si trovavano alcune brigate garibaldine lì raccoltesi. Turr, prima di allontanarsi da Sapri lasciò le sue brigate (tra cui il generale Gandini), al comando del colonnello polacco Rustow, e che restarono in attesa dell’arrivo di Garibaldi e di nuovi ordini. Come vedremo, alcuni danno questa versione e danno Turr partito nelle prime ore del matino del 3 settembre 1860 mentre altri danno una versione diversa scrivendo che Turr ricevette Garibaldi a Sapri ed insieme, tra cui anche Rustow, si recarono al Fortino. La prima versione, ovvero quella di avere lasciato Sapri prima dell’arrivo di Garibaldi e di Cosenz, avvalora anche l’altra ipotesi mia che Turr, nel lasciare Sapri nelle prime ore del mattino portò con il suo piccolo seguito anche il ministro della marina siciliana Piola-Caselli e forse anche il capitano Augier. Gaetano Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: “Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione del Dittatore.”. Dunque, da queste notizie sappiamo che Piola-Caselli rientrò a Palermo, probabilmente imbarcatosi proprio da Sapri, il 5 settembre ma non conosciamo le tappe del suo viaggio di andata per arrivare ad incontrare Garibaldi. Gaetano Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…..IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina.”. Sappiamo che il ministro della Marina Siciliana di Garibaldi Piola-Caselli si incontrò con Garibaldi al Fortino dove lo raggiunse il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie certe sul suo viaggio e sull’itinerario che egli seguì, imbarcandosi a Palermo per la missione delicatissima e segreta affidatagli dal Depretis. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….“. Sulla missione di Piola Caselli, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto. Mi accorsi bensì di qualche imbroglio ma più di esso etc….(p. 74) vidi Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora m’avvidi etc….”. Dunque, riguardo il viaggio di Piola Caselli che venne al Fortino ad incontrare Garibaldi, Bertani riferisce che egli si era partito da Palermo, e che egli arrivò al Fortino. Bertani scriveva nel suo Diario dello storico incontro al Fortino che “il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana”, aveva raggiunto la Taverna del Fortino del Cervaro “raggiunto per altra via”, intendendo che Piola non fece la stessa strada che aveva fatto Garibaldi e Bertani, ma ciò non esclude, come io credo, che Piola sia sbarcato a Sapri il 2 settembre con il generale Turr provenienti da Paola dove era arrivato il 1° settembre e che, con lui, , il giorno 3 settembre, di buon matino sia risalito verso Lagonegro e poi al Fortino. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pure che: “Ne seguì una forte tensione nel governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° Settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (16) postillava: “(16) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. C. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli – Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, riportando i passi di Bertani (….), in proposito scriveva che dopo il colloquio con Garibaldi al Fortino: “Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (2).”. Pesce, a p. 37, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani, pag. 71.”. E’ molto probabile che il maggiore Piola Caselli, in seguito allo storico incontro al Fortino ridiscese al porto di Sapri dove l’aspettava un piroscafo a vapore che lo riportò a Palermo per riferire a Depretis. Sappiamo che Piola giunto a Palermo e riferì al Depretis la mancata autorizzazione di Garibaldi all’annessione, tanto che in seguito Depretis si dimise. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annssione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Turr….Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cf. E. Porro (a cura di) La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, etc….”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riporta delle sue considerazioni ma pubblica le parole di Bertani e, non parla affatto di Piola. Sulla White, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Le parole di Crispi le riporta anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, nella nota (1) postillava di Crispi: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Devo però precisare che Pesce si riferiva ad una lettera di Bertani che rivolse a Garibaldi mentre Moliterni dice essere una lettera spedita a Garibaldi da Crispi. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 Giuseppe Garibaldi, durante l’Impresa dei Mille, liberata la Sicilia, affidò a Depretis il governo dell’isola dietro suggerimento dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A metà luglio dello stesso anno Depretis si recò a Palermo per affrettare il plebiscito che avrebbe unito la Sicilia all’Italia, ma non vi riuscì per le resistenze fatte dai collaboratori di Garibaldi: alla metà di settembre rassegnò le dimissioni. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, ….vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia….”. …..(1).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese etc…”. Nel ……, nel testo di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a p. 100 è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (617) postillava: “(617) Depretis a Garibaldi, 1° settembre; A. Colombo, p. 17; Smith, ibidem.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (618) postillava: “(618) CRISPI, Ibidem; Smith, Ibidem”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (620) postillava: “(620) Crispi; Agrati, Ibidem”. Sempre Adamoli, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “La stessa ansia è di Cordova, il quale, il 4, da Palermo scrive a Cavour: “Eccellenza signor Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola dal Campo di Garibaldi, con l’oracolo del Dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del 29 Agosto, se non erro. Etc…” (624). Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4 Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625). Ecco quì Piola raggiungere finalmente l’esercito in marcia.”. Adamoli, a p. 101, nella nota (624) postilla che: “(624) LM, II, 828”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Adamoli, a p. 102, in proposito scriveva: “Poco dopo Piola parte; Garibaldi si rimette in carrozza con i suoi seguaci, etc…(628)….Ect…Intanto Piola il 5 rientra a Palermo con la risposta: trova la città agitata etc…”. Adamoli, curando il testo, a p. 102, nella nota (628) postillava: “(628) L. Quandel Vial, Ibidem.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. …..Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, etc…E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che “Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 29 agosto 1860. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1 settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il generale Stefano TURR scrive al generale Garibaldi che da poco era arrivato a Rotonda e riceve il suo dispaccio
Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 148-149, riferendosi al generale Turr, in proposito scriveva che: “….ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi”.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”.
Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, Garibaldi, ricevuto il dispaccio di Turr che gli dice di trovarsi a Sapri, da casa di Serafino Fasanelli invia ordini al generale Turr
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 410-411, scriveva ancora che: “Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservargli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponenteverso la costa, e là né di strade né di sentieri v’é traccia alcuna.“. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Arrivato a Rotonda, Garibaldi aveva saputo dell’arrivo di Turr con le sue truppe a Sapri ma non conosceva la situazione e la posizione delle truppe borboniche del generale Caldarelli. A Rotonda i gruppi rivoluzionari che lo avevano atteso ed ospitato avvisarono Garibaldi della difficile ed ambigua posizione del Caldarelli che aveva capitolato a Cosenza con Morelli ma non si conoscevano le sue reali intenzioni. Dunque, molto preoccupato Garibaldi chiede notizie al generale Turr che gli aveva scritto da Sapri e gli manda un invia l’ordine di recarsi in perlustrazione verso Lagonegro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148 riferendosi a Turr, in proprosito scriveva che: “…, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.“. Dunque, il generale Turr, che da poco era arrivato a Sapri, il 2 settembre 1860 invia da Sapri un messo che raggiunge Garibaldi a Rotonda. Nel messaggio, Turr scriveva avvisava Garibaldi che era arrivato a Sapri. Garibaldi, da Rotonda, venuto avvisato dal Turr che si trovava a Sapri con le truppe, il 2 settembre 1860 gli inviò un messo con un suo dispaccio con ordini indirizzati al generale Turr che lo ricevette a Sapri. Garibaldi scriveva al Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò.”. Dunque, Garibaldi avvisa il generale Turr del suo imminente arrivo a Sapri. Ma quali erano gli ordini di Garibaldi per il generale Turr ?. Quale era il testo completo del messaggio che Garibaldi inviava al Turr a Sapri attraverso il messo (“il latore”) ?. Quali erano gli ordini di Garibaldi per il Turr ? Un testimone d’eccezione è stato Agostino Bertani, che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183, in proposito scriveva: “E noi li seguiamo passo per passo , guidati dal taccuino , non ripetendo cose dette da altri narratori, chè tutti fanno un salto da Soveria a Napoli.”. La White si riferisce al tacchuino o Diario di Agostino Bertani che pubblicò nel suo “Ire politiche d’oltretomba” e a p. 185, vol. II, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “Si annuncia la truppa regia presso a Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Türr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno . Mi prega di stendergli un indirizzo.”. Nell’altro testo di mia proprietà, a pp. 455-456, volume unico, in proposito scriveva: “…2 settembre 1860…A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Mi prega di stendergli un indirizzo. Etc…”. Dunque, Bertani annotava nel suo taccuino che “….A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Etc…”. Bertani annotava che, da Rotonda, da casa Fasanelli: “…da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Infatti, il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) …..A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr….. Etc..”. Dunque, secondo la diretta testimonianza del Bertani, che faceva parte della piccola comitiva di Garibaldi, arrivati a Rotonda e venuti a conoscenza degli spostamenti della truppa del generale Caldarelli, Garibaldi decise di deviare e di non proseguire per la strada consolare verso Lagonegro ma di andare sulla costa calabra per imbarcarsi per Sapri. Presa la decisione di arrivare a Sapri, Garibaldi da Rotonda manda un messaggio o un dispaccio al generale Turr che, invece, si trovava già a Sapri con le sue truppe che aveva trasportato da Paola. Garibaldi lo avverte del suo imminente arrivo a Sapri e gli ordina di recarsi in perlustrazione a Lagonegro e comunicargli la posizione delle truppe del Caldarelli. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il generale TURR ricevette da Rotonda l’ordine di Garibaldi, che gli ordinava di portarsi verso Lagonegro e comunicare notizie sul Caldarelli
Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, “Per le lapidi a’ martiri della Patria”, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre….A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr. Alla sera, sui muli, cavalchiamo per strade orribili: il generale in testa, noi seguendo in silenzio. Etc..”. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a p. 454 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “…A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Jessie White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Dunque, la White Mario, riporta dal “Diario” di Agostino Bertani, la notizia che, Garibaldi, a Rotonda, dà ordini che si mandasse qualcuno ad avvisare Turr del suo arrivo. Bertani scriveva che da Rotonda, da casa Fasanelli: “…da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Etc…”. Dunque, secondo la diretta testimonianza del Bertani, che faceva parte della piccola comitiva di Garibaldi, arrivati a Rotonda e venuti a conoscenza degli spostamenti della truppa del generale Caldarelli, Garibaldi decise di deviare e di non proseguire per la strada consolare verso Lagonegro ma di andare sulla costa calabra per imbarcarsi per Sapri. Presa la decisione di arrivare a Sapri, Garibaldi da Rotonda manda un messaggio o un dispaccio al generale Turr che, invece, si trovava già a Sapri con le sue truppe che aveva trasportato da Paola. Garibaldi lo avverte del suo imminente arrivo a Sapri e gli ordina di recarsi in perlustrazione a Lagonegro e comunicargli la posizione delle truppe del Caldarelli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148 riferendosi a Turr, in proprosito scriveva che: “…, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.“. Dunque, il generale Turr, che da poco era arrivato a Sapri, il 2 settembre 1860 invia da Sapri un messo che raggiunge Garibaldi a Rotonda. Garibaldi, da Rotonda, venuto avvisato dal Turr che si trovava a Sapri con le truppe, il 2 settembre 1860 gli inviò un messo con un suo dispaccio con ordini indirizzati al generale Turr che lo ricevette a Sapri. Garibaldi scriveva al Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò.”. Dunque, Garibaldi avvisa il generale Turr del suo imminente arrivo a Sapri. Ma quali erano gli ordini di Garibaldi per il generale Turr ?. Quale era il testo completo del messaggio che Garibaldi inviava al Turr a Sapri attraverso il messo (“il latore”) ?. Quali erano gli ordini di Garibaldi per il Turr ? Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro , amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla, ove pose il campo, trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò, la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 410-411, scriveva ancora che: “Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservargli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponenteverso la costa, e là né di strade né di sentieri v’é traccia alcuna.“. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”.
Nel 2 settembre 1860, da Rotonda, Garibaldi, insieme a Cosenz, Bertani, Rosagutti, Gusmaroli, Nullo e Basso viaggiando sulla groppa di muli arrivarono a SCALEA ?
Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 701, in proposito scriveva che: “Il 1 settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; La notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino…..Il giorno 2 settembre toccò Rotonda (1), primo paese della Basilicata.”. Lacava, a p. 700, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi. Etc…”. Lacava, a p. 702, continuando il suo racconto scriveva pure che: “La sera del giorno 2 il Generale Garibaldi da Rotonda parte in carrozza e giunge nelle vicinanze di Laino; abbandona la rotabile e prende la via del fiume Lao, e scende al mare nella spiaggia tra Tortora e Scalea, per non incontrarsi in Lagonegro coi soldati di Caldarelli, che ancorchè inermi, ed avessero capitolato, commettevano delle ruberie ed altri eccessi. Per mare si portò a Sapri etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 130 e ssg., in proposito scriveva che: “I. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli, per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, in questo passaggio confonde “Torraca” con “Tortora”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, pag. 702. Il Trevelyan nel suo mirabile lavoro – Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Emma Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del dittatore. Questi discese alla marina da un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Mazziotti aggiunge anche: 4 – Rosagutti; 5 – Nullo; 6 – Nullo; 7 – Gusmaroli. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa. Giunti in prossimità di Laino infilarono la gola del fiume Lao, che nessun sentiero tracciava e che essi discesero per parecchie miglia al chiaro di luna. “Eccoci qui – esclamò il Bertani – noi sette su sette muli incamminati alla conquista d’un Regno”. Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Etc…(1)…”. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Dobelli, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria: quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. Forse riguarda il racconto dell’intinerario seguito da Garibaldi nella marcia verso il mare (verso l’estremità del Golfo di Policastro). Dunque, come si può leggere il Treveljan scriveva che: “Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, etc…”. Dunque, Garibaldi a Rotonda cambia itinerario e decide di partire sulla groppa di muli per Laino. Treveljan vuole che Garibaldi avesse lasciato Rotonda nella notte del 2 settembre. Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) Garibaldi, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Gusmaroli ed io partiamo da Castrovillari, in carrozza, alle 5 antimeridiane; ovazioni a Morano: il capo degl’insorti di Potenza ci annunzia essere pronti duemila volontari. A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr. Alla sera, sui muli, cavalchiamo per strade orribili: il generale in testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende su’ monti, l’aria fresca ci tiene svegli. Arriviamo all’alba in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea; tutti e sette vi entriamo. Il generale si stende a prora, e noi lo copriamo con la vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta con sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato si affollano con le speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Carlo Pisacane è su le labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. A Sapri, su la spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione Türr acclamano il generale. Egli li carezza con gli occhi e li anima con la parola.”. In questo passaggio del suo discorso Fortunato cita il “Diario” di Agostino Bertani che fu pubblicato da Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti (due giorni dopo il plenilunio); l’aria fresca ci tiene svegli. Etc…”. Il racconto prosegue con l’arrivo a Tortora, dove è ospitato in casa Lomonaco-Melazzi. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli. Scena caratteristica. un prete concitato vuole l’ordine di arresto per il notaio Marsigli che accisa di delitti reazionari, reclama giustizia per il martirio sofferto: il popolo si affolla, mormora….”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa.”. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. Dunque, Treveljan, nella traduzione della Dobelli scriveva che la comitiva di Garibaldi, quando lasciò la strada carrozzabile a Rotonda e iniziò a scendere verso la costa per andare a Sapri, era composta da 1- Garibaldi; 2- Bertani; 3- Cosenz. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri.”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “Una famiglia di patriotti”, a p. CCIII, in proposito scriveva che: “Garibaldi partì da Cosenza il dì appresso senza esercito, precedendone l’avanguardia e solo accompagnato dai suoi aiutanti, dalle sue guide, e dal suo ministro della Guerra, Enrico Cosenz. Attraversando il resto della Calabria, della Basilicata e la provincia di Salerno, trovò la rivoluzione compiuta dappertutto. Nessuno scrittore meglio del Racioppi ha descritto quella marcia meravigliosa e rapida (I).”. De Cesare, a p. CCIII, nella nota (I) postillava: “(I) Storia dei moti di Basilicata – Napoli, 1867.”. Si tratta del testo di Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860, pag. 407, Bari, Editore Laterza (prima edizione: Tip. Morelli, pagg. 343, Napoli. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò, la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i auli, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla , ove pose il campo , trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 217-219, in proposito scriveva: “Però l’ebbero pregato a venire di Rotonda alla marina di Scalea, onde messosi in barca il giorno 3 settembre discese a Sapri. – Quivi il giorno innanzi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 411-412, in proposito scriveva che: “Al primo paesetto che incontra, La Rotonda, il Dittatore fa sosta e apprende che il Caldarelli è a Castelluccio, a sette od otto chilometri davanti a lui, sulla medesima strada. Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che il Bertani scriveva che sulla piccola barca si imbarcarono per Sapri cinque in tutto. Credo che Agrati abbia preso una svista. Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Invece, Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Ma il generoso Dittatore ad evitare combattimenti, che avrebbero causato spargimento di sangue fraterno, muta itinerario. Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, in provincia di Cosenza, etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: “Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”. Come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 24-25 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “Fu quindi prudente consiglio per Garibaldi, per evitare un increscioso incontro con quelle truppe ed un possibile conflitto con inutile spargimento di sangue cittadino, divergere dall’unica strada la sua marcia trionfale e piegare verso il mar Tirreno. Ed ecco perchè alla nostra Città non fu concesso l’ambito onore d’ospitare il Duce Supremo in quei giorni di febbrile entusiasmo, come era stato stabilito. Nella corrispondenza del Comitato di Lagonegro ho riscontrato un foglio etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 110 e ssg., in proposito scriveva che: “.; indi, seguendo il fiume Lao, arrivò a Scalea, sulle sponde del Tirreno, dove s’imbarcò per Sapri. Gli fecero compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, tutti sui muli. “Eccoci quì – esclamò a quel punto il Bertani – noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un regno”.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 98 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Per raggiungere il mare don Bonaventura gli consigliò di risalire da Laino la valle del fiume Iannello seguendo la mulattiera fino al passo del Carro e di qui discendere la valle della Fiumarella lungo la mulattiera fino a Tortora, dove avrebbe trovato un ambiente favorevole preparato da don Bonaventura; un corriere con una lettera per Don Biagio Maceri l’avrebbe preceduto nella notte, da Tortora avrebbe potuto raggiungere il mare. Accettato il piano, Garibaldi, accompagnato dai fedelissimi Cosenz, Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, partì da Rotonda nella tarda serata, intorno alle 20:30 (1) ; forse nel timore di una qualche imboscata lungo la mulattiera solitamente frequentata dai locali, i sette misero in atto una manovra diversiva, fingendo di seguire per un tratto il corso del fiume Lao, presero ad un certo punto il sentiero che risale su per la valle del fiume Ianniello salendo su per le montagne (6) fino a raggiungere i Piani del Carro intorno alle ore 5:45 levata effettiva del sole nel nostro contesto orografico. Da quel punto si diramavano tre mulattiere (n.d.a. una per Aqualisparti, un’altra per Aieta, un’altra ancora per Tortora) incerti sulla via da prendere per Tortora, chiesero informazioni ad un pastorello: Paolo Maceri, che fino a tarda età avrebbe ricordato e raccontato i particolari dell’incontro a chiunque fosse stato disposto ad ascoltarlo (2). La mattina, intorno alle ore 7,30, il gruppo arrivò a Tortora dove trovò ad acclamarlo la schiera dei notabili, le autorità comunali e la folla dei paesani vestiti a festa organizzati e istruiti dai loro padroni. Era lunedì 3 settembre 1860. Dopo un discorso di benvenuto da parte di don Biagio Maceri, tra due ali di popolo festante e osannante, il gruppo di Garibaldi e quello dei notabili raggiunsero la casa dei Melazzi-Lomonaco in fondo al paese, dove Garibaldi e suoi sostarono per riposarsi e rifocillarsi (2). Le fonti non ci dicono se la sosta del Generale sia costata la consegna della cassa comunale, secondo il suo costume, documentato in più casi, di svuotare la tesoreria dei paesi di passaggio della truppa, ma è ragionevole pensare di sì, perché egli non si accontentava delle sole parole di adesione, questa doveva concretizzarsi o con il contributo in uomini o con quello finanziario (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Fanelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi – Incontri Editrice – pag. 154 e segg.”. Pucci, a p. 102, nella nota (6) postillava: “(6) Agostino Bertani – Ire politiche d’Oltretomba, Tipografia G. Polizzi e CO – Firenze, 1869, pag. 71”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: ”Garibaldi, partito a cavallo da Rotonda verso le quattro del mattino del 3 settembre insieme con il generale Bixio, Cosenz, Medici e Bertani … venne a Tortora etc…”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “Nei primi di settembre del 1860 Scalea fu in gioiosa agitazione: venne annunziato l’arrivo di Garibaldi. Garibaldi che doveva dal Pollino raggiungere il Tirreno seguendo il corso del fiume Lao sbagliò strada e finì a Tortora.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: “XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria.”. Dunque, in questo breve ma significativo passaggio, il Perini scriveva che Garibaldi, proseguendo la sua marcia da Morano, dopo Castrovillari, prosegue per Rotonda, ma, a Rotonda, scrive il Perini, non cambia itinerario come è ormai accertato dalla Storia e dalle testimonianze ma prosegue il suo viaggio all’interno della Basilicata e passando da Castelluccio arriva a Lauria. Perini, però di Lauria racconta l’episodio, a mio avviso identico, raccontato da Maxime Du Champ. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39 in proposito scriveva che: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino, tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46).”. Guarasci, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta del manoscritto di Francesco De Fiore, “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”, pubblicato da Antonio Emilio Parise in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania” ma, sebbene sia interessante il De Fiore ci parla della Spedizione fino alla resa di Ghio. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 98, in proposito scriveva che: “Dopo la capitolazione del generale Caldarelli e del generale Ghio con un esercito di quindicimila uomini, Garibaldi avanzò rapidamente da Cosenza a Castrovillari e il 2 settembre, accompagnato da Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e dal segretario Basso, toccò il territorio lucano, entrando in Rotonda, entusiasticamente acclamato dalla popolazione in delirio e dai patrioti. Gli fu consegnato il seguente messaggio inviatogli dal Governo Pro-dittatoriale lucano: “Al Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi – Salute “Signore,…etc….Potenza, 1° settembre 1860. Nicola Mignogna – G. Albini”. Garibaldi si fermò per poche ore in casa Fasanelli; verso sera riprese la marcia in carrozza per Castelluccio. Nella valle del Mercure, sul fiume Lao, si incontrò con il colonnello Boldoni, capo militare della insurrezione lucana, da cui fu informato sulla situazione in atto nelle nostre contrade fino ad Auletta e da cui diede le istruzioni dettagliate sulle future azioni da svolgere lungo la strada da Lagonegro ad Auletta e da Auletta a Salerno. Informato poi che sulla strada da Castelluccio a Lagonegro si muoveva lentamente in ritirata, a piccole tappe, umiliata ed affamata, la Brigata Caldarelli, il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno.”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: “Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare. Ma, tornato sempre in carrozza sulla rotabile, e rientrato in Calabria, dopo di aver percorso una dozzina di chilometri, deve abbandonarla per avvicinarsi al mare ed infilare la gola del fiume Lao, il fiume che sbocca presso Scalea, ed ove non ci sono tracce di strade, ma sentieri orribili, come li dice Bertani nel suo diario. E così che verso le otto e mezzo, Garibaldi e i suoi compagni, montati su muli, procedono lungo la sponda sinistra del fiume. Etc…Dopo una distesa di parecchie miglia sotto il chiaro di luna, non potendo proseguire verso sud per quei sentieri, giunti presso Laino, essi guadano il fiume e passano sulla sponda destra, dirigendosi verso ponente. Rimontano sulle alture e costeggiano Aieta sul confine della Basilicata ed entrano a Tòrtora. Qui sostano e sono ospitati in casa di Emanuele Lomonaco-Melazzi, ove passano il resto della notte. La mattina del 3, scendono alla marina in quel tratto di spiaggia equidistante tra Scalea e Maratea, a destra della foce del fiume Castrocucco (o Noce), quindi in territorio di Maratea. Tale fiume divide la Calabria dalla Basilicata. In quella deserta spiaggia, etc…”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, a pp. 313-314, in proposito scriveva: “Un prete reazionario. La delusione degli Scaleoti. Il ricevimento di Tòrtora. Il Bertani, nel suo Diario, dimentica molte cose: il pernottamento a Tòrtora e il nome delle contrade e dei paesi che la comitiva attraversa nella lunga cavalcata. Parla di un arco trionfale a ‘Casaletto’ (quale?), e di una scena abbastanza caratteristica, indice dello stato in cui versano le popolazioni che chiedono giustizia, nonchè delle lotte personali e di famiglie che vorrebbero passare per lotte di partiti, ma non ne dice il luogo. Questa scenetta, a nostro avviso, doveva essere accaduta lungo il tratto che da Tòrtora scende al mare, come si rileva dalle stesse parole del Bertani, perchè accadde quando il Generale e i suoi compagni “per la costa del monte arrivano in vista della spiaggia”. “Un prete concitato- si legge nel Diario – vuole l’ordine d’arresto per il notaio ‘Marsigli’ che accusa di delitti reazionari; reclama giustizia sul martirio sofferto: il popolo si affolla, mormora contro il prete. Entra il sindaco; risulta che il prete è cattivo e fanatico, che suo fratello ha defraudata la sorella del notaio. “Fate far la pace voi, mio bello”, dice una buona vecchierella al generale, il quale, ordinando il rilascio del notaio, raccomanda la pace fra le due famiglie; al popolo di armarsi per combattere. Il prete furioso! Nella sua faccia, nel suo inveire si vede il reazionario; chi sa quanto mae ha fatto e farà”. (Il notaio di cui si parla – ‘Marsiglia’ e non ‘Marsigli’ – era di quelle parti e fu dopo per molti anni notaio di Scalea, capoluogo di Mandamento). Quando nei paesi sparsi lungo le contrade che il Dittaore doveva percorrere per giungere al mare, si sparse la voce del suo arrivo, folti gruppi di gente stava ad attenderlo per vederlo passare. Anche a Scalea si diffuse la voce ch’egli si dirigeva verso la sua marina. Allora molti patrioti del luogo si recarono ad incontrarlo, come soleva narrarmi il mio genitore, allora quattordicenne, e che fu tra quelli. Ma se ne tornarono delusi, quando seppero che s’era diretto verso ponente (4). A Laino egli fu ricevuto tra le più vive manifestazioni di giubilo. L’avvenimento è ricordato da Giuseppe Gioia, un prete di sentimenti patriottici, allora giovane: “Nel 1860 le amate rive lainesi ripeteron l’eco delle grida festanti che salutavano l’arrivo del Leggendario Duce L’ombra annosa di Laos si riscosse ed esultò nel sentire sullesue zolle l’orme del piè di Giuseppe Garibaldi. E lo storico fiume vide specchirsi nelle onde la marziale figura dell’Eroe, che, attraversandolo, sostava a contemplarlo: mentre il raggio sereno della propizia luna nella notte del 3 settembre rischiarava il cammino del Duce intrepido, che per le balze dei monti lainesi scendeva alla marina di Aieta-Tortora per salpare a’ trionfi del 7 settembre, etc…”. Pepe, a p. 316, nella nota (4) postillava: “(4) A Scalea furono festeggiati quei garibaldini che nei giorni seguenti al passaggio di Garibaldi passarono di là per raggiungere la ‘Consolare’, come ne fa fede la deliberazione del ‘Decurionato’ in data 18 ottobre 1860 per omologare le spese sostenute, sottoscritta da G. De Cesare, Franceso Cupìdo, Giovanni Cupìdo, Emanuele Pepe, Antonio De Carlo, Biagio Siciliano. Il 5 novembre lo stesso Decurionato, presieduto dal Pepe, deliberò ad unanimità d’intitolare il Monte pecuniario, che portava in nome di Ferdinando di Borbone, a quello “dell’immortale eroe di Varese, Como, Palermo, Giuseppe Garibaldi”. In data 14 novembre, riunitosi nuovamente omologò la spesa per la festa dell’undici in occasione dell’entrata “dell’augusto nostro monarca Vittorio Emanuele”. Etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 331-332, in proposito scriveva che: “Sul resto del viaggio gli storici non sono d’accordo, per cui già da qualche anno, il Prof. Attilio Pepe afrontò la questione e fece luce (12). Poiché le truppe del generale Cardarelli, la sera del 2 settembre erano ancora a Castelluccio, a pochi Km. da Rotonda, Garibaldi, al fine di evitare qualche brutto incontro con la retroguardia, preferì ritardare la partenza di qualche ora. Così a notte inoltrata partì in carrozza. Alle vicinanze di Laino, abbandonò la rotabile, e sul dorso di cavalli e muli col seguito di sei persone – il Bertani dice quattro – s’avviò lungo il sentiero che costeggia il fiume Lao per giungere a Scalea. Ma nonostante il bel chiaro di luna, la comitiva sbagliò la strada ed andò a finire a Tortora, dove, stanca, si riposò quella notte, e dove ancora si mostra la stanza in cui dormì Garibaldi. La mattina del 3 settembre l’eroe riprese il viaggio e giunse a Marina di Tortora, precisamente alla sponda destra della foce del fiume Castrocucco. Ivi coi suoi sale su una barca a due remi ed approda a Sapri, dove lo attende il Turr che ha seco anche i 1.500 del Bertani. L’indomani, da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane, Garibaldi riprese la marcia della leggenda e della gloria.”. Serra, a p. 332, nella nota (12) postillava: “(12) A. Pepe, Nel 150° Annuale della nascita di Garibaldi A. La marcia attraverso il Bruzio ed una deviazione improvvisa, in “Brutium”, Reggio Calab., novembre-dicembre 1957. V. anche la sua comunicazione al 2° Congresso Storico Calabrese in questi Atti.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a Pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini….2 Settembre. All’alba sbarcano alla spiaggia di Sapri le Brigate garibaldine Milano e Spinazzi. A giorno chiaro le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Brigatiere Caldarelli, si pongono in marcia da Lagonegro per S. Lorenzo la Padula. Il Generale Garibaldi perviene a Rotonda, ed ivi instanziato da molti decreta: invalido e nullo un contratto di enfiteusi etc…(1). A sera le forze residue della 4° Brigata (Caldarelli) si stabiliscono al bivacco di S. Lorenzo la Padula. Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”. Quandel, a p. 576 aggiunge che: “3 Settembre. Le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli rimarranno a riposo per l’intera giornata presso S. Lorenzo la Padula per lo stabilito la capitolazione tra il Generale sunnomato ed il Comitato centrale sovversivo della Provincia di Cosenza. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge coi suoi eguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.”.
Nel 3 settembre 1860, Bixio prende la 18° Divisione
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Bixio pigliava la 18° Divisione col seguente ordine del giorno: “D’ordine del Generale in capo, prendo il comando della 18 divisione. Catanzaro, 3 settembre 1860. Firmato: Bixio.”. Dunque, dopo aver ricevuto l’ordine dal generale Turr che la XVI divisione andava a lui, Bixio, che si trovava a Catanzaro, accetta la 18° Divisione.
NEL 3 SETTEMBRE 1860, TURR PARTI’ DA SAPRI PER ANDARE A LAGONEGRO, FORSE PORTANDO CON SE’ ANCHE PIOLA-CASELLI
Nel 3 settembre 1860, da Sapri, alle 3 del mattino, la partenza del generale TURR, che aveva ricevuto da Rotonda, da Garibaldi che gli ordinava di portarsi in perlustrazione verso Lagonegro. Turr, lasciò le truppe ai comandi di RUSTOW e si allontanò con il PIOLA, latore di una lettera di Depretis
Arrivato a Sapri, il 2 settembre 1860, il generale Turr ricevè un dispaccio di Garibaldi con l’ordine di portarsi a Lagonegro per raccogliere utili informazioni circa la posizione e le truppe del generale Caldarelli. Garibaldi gli scriveva il 2 settembre da Rotonda come abbiamo visto. Il 3 settembre, di buon mattino Turr si allontanò da Sapri e pare si portò verso Lagonegro, dove si trovavano alcune brigate garibaldine lì raccoltesi, ma oltre a queste vi dovevano essere anche le colonne del Caldarelli. Turr, prima di allontanarsi da Sapri lasciò le sue brigate (tra cui il generale Gandini), al comando del colonnello polacco Rustow, e che restarono in attesa dell’arrivo di Garibaldi e di nuovi ordini. Come vedremo, alcuni danno questa versione e danno Turr partito nelle prime ore del mattino del 3 settembre 1860 mentre altri danno una versione diversa scrivendo che Turr ricevette Garibaldi a Sapri ed insieme, tra cui anche Rustow, si recarono al Fortino. La prima versione, ovvero quella di avere lasciato Sapri prima dell’arrivo di Garibaldi e di Cosenz, avvalora anche l’altra ipotesi mia che Turr, nel lasciare Sapri nelle prime ore del mattino portò con il suo piccolo seguito anche il ministro della marina siciliana Piola-Caselli e forse anche il capitano Augier. Vediamo cosa è stato scritto. Un testimone di eccezione è il colonnello Wilhelm Rustow che era sbarcato a Sapri, il giorno 2 settembre insieme al Turr per portarvi da Paola le truppe garibaldine. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 148-149, in proprosito scriveva che: “…, ed all’alba del 2 settembre sbarcava a Sapri e mandava avviso del suo arrivo al Generale Garibaldi, il quale da Cosenza era arrivato a Rotonda, da dove gli scriveva così: “Al generale Turr. Sapri. Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò. Rotonda, 2 settembre 1860, ore 11 ant. Firmato: G. Garibaldi.”.“. Dunque, Garibaldi scriveva al generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa – io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso vi scriverò.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che: “Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro”. Dopo aver ricevuto il messaggio e l’ordine di Garibaldi, il generale Turr che, nel 2 settembre si trovava a Sapri, insieme a Rustow, con le truppe portate ivi da Paola, il 3 settembre, di buon mattino, si allontanò in perlustrazione, con pochi uomini, dirigendosi verso Lagonegro dove si sapeva che erano arrivate le truppe borboniche del generale Caldarelli, il quale però, pare non avesse intenzione di rispettare i patti stipulati con il Morelli a Cosenza. E’ per questo motivo che Garibaldi, da Rotonda invia un primo ordine a Turr, che gli aveva comunicato di essere arrivato a Sapri. Garibaldi, arrivato a Sapri il giorno 3 setembre, da casa Gallotti invia un secondo messaggio o dispaccio a Turr, che già si trovava verso Lagonegro per ordinargli di fargli sapere al più presto notizie di Caldarelli. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “A Sapri c’era duopo attendere gli ordini del Dittatore; per accelerare il cui arrivo, Turr il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io avevo intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Etc…” (qui vi è l’errore perchè si tratta di Lagonegro). Dunque, secondo il colonnello polacco Wilhelm Rustow, a Sapri, il generale Turr si partì per Lagonegro alle prime ore del mattino del 3 settembre 1860. Per quegli eventi la miglior ricostruzione storica è quella di un testimone d’eccezione, il colonnello Polacco Wilhelm Rustow (….) che, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, riferendosi al giorno 3 settembre, ovvero all’arrivo di Garibaldi a Sapri, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle tre della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi…”. Dunque, Porro e Bizzonero, nella loro traduzione del colonnello Rustow scrivevano che il generale Turr si allontanò da Sapri il giorno 3 settembre 1860, di buon mattino. Sappiamo che ciò avvenne su espresso ordine di Garibaldi che da Rotonda aveva inviato un dispaccio a Turr che, il giorno prima era sbarcato a Sapri, insieme a Rustow con le truppe garibaldine ivi portate da Paola. Rileggendo Rustow, testimone di eccezione, sappiamo che Turr si parte da Sapri alle 3 del mattino del 3 settembre 1860. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, …etc…”. Dunque, Bizzonero scriveva che, il generale Turr, diretto verso Lagonegro, aveva portato con sè “…nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè….”. Rustow, nella traduzione di Bizzonero lasciava intendere che il generale Turr, lasciando Sapri si era allontanato con una buona “provvista di armi”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Un altro testimone di eccezione è Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, all’arrivo a Lagonegro, a p. 215, in proposito scriveva che: “….Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. The mountain track between the two towns is, however, very arduous. The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…etc…” che tradotto significa: “….Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima. Il sentiero di montagna tra le due città è tuttavia molto arduo. L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc…”. Dunque, il Forbes scriveva e testimoniava che quando egli con la sua colonna arrivò a Lagonegro, il giorno 2 settembre, il generale Turr era lì atteso ma ancora non era arrivato. Forbes scriveva che, il 2 settembre, al suo arrivo, a Lagonegro trovò Trecchi e Nullo che erano stati ivi inviati da Garibaldi, che a Rotonda gli aveva ordinato di andare a cercare di parlare con il generale borbonico Caldarelli. Dunque, pare che quando arrivò Forbes a Lagonegro egli dice di aver pranzato insieme a Trecchi, Nullo e al generale Caldarelli e, quando arrivò a Lagonegro il generale Turr, il Caldarelli già era partito e, il Turr non potette parlarci. Questo fatto però non è del tutto chiarito. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni scriveva che: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Infatti, arrivato a Lagonegro, il generale Turr seppe che il generale borbonico Caldarelli era stato a Lagonegro ma era ripartito sulla consolare con le sue truppe e quindi gli invia, da Lagonegro, un telegramma in cui gli intimava di arrendersi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, etc…”. Alcuni, come il Moliterni sostengono la tesi secondo cui il generale Turr si allontanò da Sapri per perlustrare la zona. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “…nel primo pomeriggio raggiunsero il porto di Sapri, come lo stesso Generale scrisse in un messaggio a Turr, che in quel momento era in perlustrazione nella zona: “Sono qui giunto alle 3 1/2 pom. Etc…”(19).”. Moliterni, però scriveva che Turr, all’arrivo di Garibaldi: “….in quel momento era in perlustrazione nella zona: etc…”. Si potrebbe far credere che Turr, si trovasse in perlustrazione nella zona di Sapri, ma egli si era allontanato su ordine di Garibaldi e si era portato verso Lagonegro in perlustrazione ed in missione su ordine di Garibaldi (vedi telegramma di Garibaldi ricevuto da Rotonda), per sondare la posizione della brigata del Caldarelli. Turr, si era già allontanato da Sapri ed è proprio per questo che Garibaldi con il suo secondo dispaccio gli chiede informazioni e gli fa sapere di essere sbarcato a Sapri. Turr perlustrava la zona di Lagonegro e la via Consolare per conoscere la posizione del generale Caldarelli. Moliterni, a p. 195, nella nota (19) postillava: “(19) Cf. Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. XI, Epistolario, vol. V, 1860, a cura di M. De Leonardis, Roma, 1988, p. 229, n. 1781.”. Riguardo l’orario di partenza di Turr da Sapri, che, come si è visto è stata una partenza mattiniera, molto presto, forse le tre o le 4 del mattino, unica nota stonata è il racconto di Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino….Etc…”. Agrati scriveva che: “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra…” riferendosi al giorno 2 settembre 1860. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle ore 17,00 (pomeriggio) del giorno 2 settembre 1860. Ma ciò non credo che corrisponda al vero. Infatti, il telegramma o il dispaccio di Garibaldi, pervenutogli a Sapri, in cui Garibaldi gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr, avuta la notizia che sarebbe stato raggiunto da Garibaldi a Sapri, ignaro delle sue manovre, il 3 settembre, di buon mattino, con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro sperando di incontrarlo, e non con l’intento di proteggerlo da eventuali sorprese che sarebbero potute sortire dalle truppe del Caldarelli in ritirata da Cosenza, dove, abbiamo visto, aveva capitolato (2).”. Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Etc…”. Riguardo questa notizia, il Policicchio non è stato molto preciso. E’ vero che il Generale Turr, di stanza con le sue truppe a Sapri, di buon mattino si allontanò da Sapri per portarsi verso Lagonegro ma ciò avvenne per preciso ordine di Garibaldi che nella lettera a lui indirizzata, da Rotonda, il 2 settembre, gli annunciava l’arrivo a Sapri e gli ordinava di portarsi verso Lagonegro, probabilmente per coprirgli le spalle, al Fortino dove poi si incontrarono e, prendere informazioni sul Caldarelli. E’ nota a tutti il dispaccio che Garibaldi scrisse a Turr da Rotonda, il 2 settembre. In secondo luogo non so dove Policicchio asserisca che il Turr “…con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Tuttavia, anche per me, la documentazione che riguarda l’aministrazione del Comune di Sapri, nel 1860 è limitata. Forse la testimonianza di Osvaldo Perini e di Maxime Du Champ riguarda proprio l’allontanamento da Sapri del generale Turr che si recò, su ordine di Garibaldi, verso Lauria e Lagonegro per osservare gli spostamenti della truppa del generale Caldarelli. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490 e ssg., in proposito scriveva che: “XLIX. Alcuni giorni prima era a Lauria sopravenuto uno strano accidente. Tre ufficiali garibaldini sbarcati in quel turno a Sapri ed inoltrandosi a diporto all’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze ed entrarono temerariamente in città, tuttavia presidiata dai Regii. I tre volontari, penetrati sino in piazza, s’imbatterono in un corpo di tremila nemici che vi bivaccavano. Senza smarrisri per questo, e non mostrando nemmeno a vedersi del pericolo in cui erano incorsi, eglino sedettero tranquillamente al caffè e si posero a parlare cogli ufficiali napoletani che venivano a vederli. Dopo qualche parola cortese scambiata da una parte e dall’altr gli ufficiali di Francesco II dichiararono essere eglino pure italiani e non avrebbero mai combattuto contro i patriotti. Il nostro dovere, soggiungevano, quello sarebbe d’impossessarsi delle vostre persone etc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 249-250, in proposito scriveva pure che: “Ad una svolta, sbuca d’improvviso il paese di Lagonegro, erto su una collina, con la via principale così larga da rassomigliare ad un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, non ci è possibile trovare bestie da tiro, e siamo costretti a tenere il postiglione che ci ha portati da Rotonda in poi; povero ragazzo, è pieno di buona volontà, ma ci dimostra che, se non si vuole correre il rischio di vederli cadere sfiniti, i cavalli non possono proseguire. Dappertutto chiediamo notizie; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i regi siano a Salerno. La città è piena di soldati, venuti direttamente da Cosenza o condotti per mare fino a Sapri. Si è sparsa la voce che l’esercito dovrebbe concentrarsi a Lagonegro, ma nessuno può confermarla, e gli stessi capi ci confessano di non aver cicevuto nessun ordine a questo riguardo; si vorrebbe sapere tutto quello che avviene, si vorrebbe marciare avanti; si sente istintivamente che la conclusione è vicina e tutti son presi dalla smania di parteciparvi.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 151 e ssg., in proposito scriveva che: “…; ma prevedendo come questa forma avrebbe offeso ancora Garibaldi quando l’avesse saputa, l’abrebbe offeso come se fosse diretta unicamente contro la sua persona, Cavour scrisse al Generale, che già era giunto a Salerno, la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col Suo amico il capitano Laugier (1) sono rimasto convinto essere, etc…(1).”. Nazari Micheli, a p. 151, nella nota (1) postillava: “(1) Credo debba dirsi AUGIER.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 152, nella nota (1) postillava: “(1) e (3) CHIALA, Lett., cit., vol. III, p. 308 e vol. IV, p. 3.”. E’ interessante ciò che scrive la Nazari sulla lettera che Cavour scrive il 31 agosto 1860 da Torino, indirizzata a Garibaldi. Ella scriveva che Garibaldi: “…già era giunto a Salerno, etc…”. La partenza di Augier da Napoli, per mezzo dell’ammiraglio Persano è documentata e Garibaldi ancora non era arrivato a Salerno come scrive Nazari. E’ molto probabile che il capitano Augier completò la sua missione per conto di Cavour partendo da Paola o da Sapri ed accompagnato da Turr verso il Fortino o la consegnò personalmente a Garibaldi a Sapri prima che egli ripartisse per il Fortino. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla , ove pose il campo , trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “833. Francesco Astengo a Cavour. Reservée. 4 Settembre 1860. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano (1). Non avendo rinvenuto mezzo di sorta pel suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al Sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del Dora. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Il Generale continua ad avanzare e trovasi non molto discosto da Salerno, vi è quasi la certezza che le truppe si batteranno debolmente, sono scoraggiate, ed anco indispettite contro chi le dirige. Il General Bosco si è dichiarato indisposto e pare che tornerà a Napoli. Etc…”. Con questo dispaccio del 4 settembre, l’Astengo rientrato a Napoli scriveva al Conte Cavour per metterlo al corrente della buona riuscita della missione del Capitano Agier presso il Fortino. Infatti, Astengo scriveva al Cavour dicendogli che il Capitano Augier (….), imbarcatosi sulla Dora, mezzo messogli a disposizione dall’Amiraglio Persano “fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione.”. La Commissione, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Augier ?.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 268, in proposito è scritto che: “887. Francesco Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860. Eccellenza, Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi a’ di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestasrsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele Re d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro jeri rispose negativamente a Depretis che gli domandava istantatemente l’annessione immediata della Sicilia. Etc…(269, la lettera di Astengo continua) Il Dittatore ha un’armata di 30.000 uomini e lasciò nelle Calabrie 40.000 circa armati. Ha ricevuto sempre con benevolenza il Marchese di Villamarina. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito a’ suoi ordini riguardo l’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Riaccese l’odio contro tutti quelli che circondano il Dittatore contro Bertani. Parlò al Generale in modo così franco come fin qui nessuno aveva usato di fare. Garibaldi ne rimase commosso e lo colmò di onori, ebbe sempre un posto alla sua mensa e sedette alla destra nella sua carrozza quando si mostrò in pubblico. Un suo ordine scritto prescrisse che gli fosse sempre etc…”. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi al Generale Turr che, da Sapri, con il suo seguito partì per raggiungere Lagonegro, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Tiirr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così : Sono giunto qui alle 3 *i2. Io marcerò con la vostra colonna. Etc…”. Dunque, secondo il Mazziotti, il generale Turr, partitosi da Sapri, era andato a Lagonegro senza seguito. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, ….”.
Nel 3 settembre 1860, alle 3 del mattino, il generale Turr, da Sapri, si recò a Lagonegro, ed a spese del comune di Torraca (?) si servì di guide “persone del luogo”
Sappiamo che di buon mattino, il generale Turr, su ordine di Garibaldi, avendo ricevuto il dispaccio da Rotonda, partì da Sapri e si diresse con pochi suoi fidi ufficiali verso Lagonegro. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove …..etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino….Etc…”. Agrati scriveva che: “Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra…” riferendosi al giorno 2 settembre 1860. Agrati scriveva che il Turr ripartiva da Sapri, alle ore 17,00 (pomeriggio) del giorno 2 settembre 1860. Ma ciò non credo che corrisponda al vero. Infatti, il telegramma o il dispaccio di Garibaldi, pervenutogli a Sapri, in cui Garibaldi gli ordinava di partire da Sapri gli era arrivato la mattina stessa del 2 settembre o la notte del 3 settembre quando secondo alcuni egli ripartì da Sapri per portarsi a Lagonegro secondo gli ordini di Garibaldi ?. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi al Generale Turr che, da Sapri, con il suo seguito partì per raggiungere Lagonegro, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Tiirr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, …Etc…”. Dunque, secondo il Mazziotti, il generale Turr, partitosi da Sapri, era andato a Lagonegro senza seguito. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr, avuta la notizia che sarebbe stato raggiunto da Garibaldi a Sapri, ignaro delle sue manovre, il 3 settembre, di buon mattino, con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro….”. Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr….., con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro….”. Policicchio scriveva che il generale Turr si portava a Lagonegro “con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Dunque, Policicchio scriveva che Turr, con un piccolo seguito si recò a Lagonegro “…e a spese del comune di Torraca”. Ferruccio Policicchio, però, più tardi, in un’altra sua pubblicazione: “Le camicie rosse nel Golfo di Policastro” (in “Garibaldi e Garibaldini in Provincia di Salerno”, ed. Plectica, ed. 2005, cambia versione e non dice nulla delle “spese a carico del Comune di Torraca”. Policicchio, a p. 282, in proposito scriveva: “L’ufficiale, ignaro delle manovre di Garibaldi, il 3 settembre, di buon mattino e con truppa limitata, si portò a Lagonegro etc…”. Vi è da dire che il generale Turr non era tanto “ignaro delle manovre di Garibaldi” visto che aveva ricevuto il dispaccio da Garibaldi stesso che glielo aveva inviato da Rotonda a mezzo di un messo inviato appositamente da Rotonda a Sapri. Ritorniamo a ciò che Policicchio aveva scritto sul viaggio di Turr da Sapri al Fortino “spese a carico del comune di Torraca”. E’ molto probabile che il generale Turr, allontanatosi da Sapri e dalle sue truppe che aveva lasciato a Sapri a Rustow, risalì verso il mandamento di Lagonegro passando prima da Torraca e, ricalcando lo stesso percorso che tre anni prima aveva fatto Carlo Pisacane con i suoi Trecento. Il percorso sarà descritto da Rustow che però risalirà da Vibonati, passando nel teritorio di Torraca ecc…Ma, la notizia fornitaci da Policicchio è quella che il comune di Torraca dovette partecipare alle spese per tale viaggio. Si trattava forse delle spese che bisognava approntare per tale viaggio, come ad esempio le spese per pagare delle guide che conoscevano bene il percorso aspro ed impervio che permettesse di risalire a Lagonegro o al Fortino senza avere sgraditi incontri ?. Infatti, Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Mezzo secolo prima, durante l’occupazione dei francesi, i Generali Reyner e Massena vi trovarono forte resistenza prima di giungere in fondo alla Calabria.”. Turr, con il suo piccolo seguito non conosceva il percorso e soprattutto doveva percorrere sentieri aspri e dirupi che permettessero a lui ed al suo piccolo seguito di non incappare in brutte sorprese e quindi passò per Torraca per ingaggiare, a spese del comune delle guide esperte di quei luoghi. Infatti, il colonnello Rustow, nel suo racconto tradotto da Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, etc..” e, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi.”. Sebbene Rustow non parlasse del viaggio intrapreso dal generale Turr, ma parlava del suo che intraprese il giorno dopo da Vibonati, descrive bene e testimonia l’angustia che dovettero affrontare i garibaldini per risalire verso il Fortino di Casaletto. Queste guide, perfetti conoscitori dei luoghi da percorrere, erano “persone del luogo”,come più tardi scriveva il colonnello Rustow. Sulle guide, di cui si servì sicuramente il generale Turr, dovendo risalire da Sapri al Fortino, troviamo un’altra notizia che riguarda una guida di Torraca. Si tratta di Marcello BRANDI, che poi, in seguito sarà Sindaco di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Infatti, l’ex preside ed amico, Gioacchino Vaiano, nel suo “All’aria aperta – poesie”, ed. Il Papiro, Sapri, 2008, a p. 101, nella sua lirica “Racconti di famiglia”, scriveva: “U vavu Marciello, ch’era u figliu du Sinnacu Francesco Brandi ca fece u cambanaru, com’è scrittu oramaie ndà storia du paisu nuostu, pe se nzurà a vava Giuanna, l’abbrazzau etc…u diariu addò u maritu avìia scrittu quiddu fattu viecchiu de l’abbrazzu nzieme a tand’ate cose da famiglia. Ngera scrittu pure du cavaddu iangu ca Garebbalde avìia regalatu o vavu Marciellu, quannu veneddu da Vibonati pi Pagliuuoli, l’avìia accumpagnat versu u Furtinu, pa via adduv’era passatu Carlu. Come “chi era Carlu ?”, era Carlo Pisacane, ….U vavu Marciellu, nepote mìiu, etc…”. Dunque Vaiano racconta di questo scritto che aveva trovato sua nonna dove vi erano state appuntate alcuni fatti storici dell’epoca di Pisacane e di Garibaldi che avevano riguardato direttamente il nonno (u vavu) Marcello Brandi, figlio di Francesco Brandi, Sindaco di Torraca nel …….. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 203 scriveva: “Appendice – Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità – Francesco Brando dal 1906 al 1808.”. La notizia pubblicata da Policicchio è molto interessante. Questa notizia potrebbe dimostrare indirettamente che Garibaldi, nel percorso che egli fece insieme alla piccola comitiva, abbia attraversato più o meno lo stesso percorso ricalcato da Pisacane e cioè passato da Torraca. Parlando direttamente con il Preside Vaiano mi diceva che il nonno si chiamasse Marcello Brandi. Marcello Brandi fu eletto Sindaco di Torraca. La notizia è interesante perché ci pone una ulteriore domanda. Perchè dovevano essere spese a cui provvide il comune di Torraca e non il comune di Sapri visto che Sapri era già comune dal 1810 ?. Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “La rifondazione possiamo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.“. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89 riporta l’elenco dei “Sindaci di Sapri” da cui risulta che nel 1810 il 6° Sindaco di Sapri era “6) – Vincenzo Peluso” e, dal 1810 il 7° Sindaco “7) – Lorenzo Autuori nel 1811”. Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala Consilina del Regno delle Due Sicilie. Presumo che la risposta si trovi nel fatto che le guide erano di Torraca e non di Sapri. Notizia questa interessante ma suffragata da documenti storici del Comune di Torraca ? Certo è che all’epoca, i Comuni, i Municipi, su disposizione del Matina e di Alfieri d’Evandro nel Cilento e l’Albini in Basilicata, dovettero partecipare alle spese del movimento insurrezionale. Mi chiedo però, perchè mai, per le spese della risalita al Fortino di Turr avrebbe dovuto partecipare il Comune di Torraca, come sostiene Policicchio, visto che Sapri era da tempo Comune ? Esistono delle delibere Decurionali del Comune di Torraca che suffragano alcune notizie di quel periodo ma, per quel che ci è dato sapere ad oggi, le spese del Comune di Torraca riguardavano le “guide” che dovevano accompagnare il generale Turr in perlustrazione e risalire verso Lagonegro. Le guide servivano a Turr per una maggiore sicurezza nell’attraversare un territorio a lui sconosciuto ed evitare che si potesse imbattere in truppe borboniche nemiche. Sui documenti che attesterebbero le notizie dateci da Policicchio, più innanzi parlerò dell’unico libro esistente presso il Comune di Sapri. Si tratta di una raccolta di Delibere Decurionali del Comune di Sapri che inizia dal 1818 e finisce al 1847, ovvero a prima dei fatti del Carducci. Di tutta la parte che riguarda il periodo di Garibaldi vi sono i documenti conservati all’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli.
Nel 3 settembre 1860, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, comandante della Marina Siciliana, inviato dal Prodittatore della Sicilia Depretis per consegnare una lettera a Garibaldi, imbarcatosi con Turr e Rustow a Paola sbarcò a Sapri e da Sapri partì insieme a Turr per andare al Fortino per incontrare Garibaldi ?
Sappiamo del viaggio del Piola-Caselli, inviato dal Depretis per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Non conosciamo il percorso e la strada che fece Piola per raggiungere Garibaldi al Fortino del Cervaro il giorno 4 settembre ma ci sono motivi per ritenere che Piola raggiunse Sapri venendo da Palermo direttamente su un vascello della marina Sarda che approdò nella baia di Sapri. Forse il giorno 3 settembre egli risalì al Fortino e si spostò da Sapri insieme al generale Turr che su ordine di Garibaldi si allontanò da Sapri e si portò nelle prime ore del mattino del 3 verso Lagonegro. A Sapri, Turr ricevè un dispaccio di Garibaldi con l’ordine di portarsi a Lagonegro per raccogliere utili informazioni circa la posizione e le truppe del generale Caldarelli. Garibaldi gli scriveva il 2 settembre da Rotonda come abbiamo visto. Il 3 settembre, di buon mattino Turr si allontanò da Sapri e pare si portò verso Lagonegro, dove si trovavano alcune brigate garibaldine lì raccoltesi. Turr, prima di allontanarsi da Sapri lasciò le sue brigate (tra cui il generale Gandini), al comando del colonnello polacco Rustow, e che restarono in attesa dell’arrivo di Garibaldi e di nuovi ordini. Come vedremo, alcuni danno questa versione e danno Turr partito nelle prime ore del matino del 3 settembre 1860 mentre altri danno una versione diversa scrivendo che Turr ricevette Garibaldi a Sapri ed insieme, tra cui anche Rustow, si recarono al Fortino. La prima versione, ovvero quella di avere lasciato Sapri prima dell’arrivo di Garibaldi e di Cosenz, avvalora anche l’altra ipotesi mia che Turr, nel lasciare Sapri nelle prime ore del mattino portò con il suo piccolo seguito anche il ministro della marina siciliana Piola-Caselli e forse anche il capitano Augier.
Gaetano Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: “Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione del Dittatore.”. Dunque, da queste notizie sappiamo che Piola-Caselli rientrò a Palermo, probabilmente imbarcatosi proprio da Sapri, il 5 settembre ma non conosciamo le tappe del suo viaggio di andata per arrivare ad incontrare Garibaldi. Gaetano Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…..IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina.”. Sappiamo che il ministro della Marina Siciliana di Garibaldi Piola-Caselli si incontrò con Garibaldi al Fortino dove lo raggiunse il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie certe sul suo viaggio e sull’itinerario che egli seguì, imbarcandosi a Palermo per la missione delicatissima e segreta affidatagli dal Depretis. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….“. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annssione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Turr….Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cf. E. Porro (a cura di) La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, etc….”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese ; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa, per Vibonate.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “……………..”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che “Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 29 agosto 1860. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1 settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860. E’ molto probabile però che Piola Caselli, inviato da Depretis, arrivò la sera stessa a Paola e da lì, giorno 2 settembre arrivò con Turr a Sapri via mare. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Le parole di Crispi le riporta anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, nella nota (1) postillava di Crispi: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Devo però precisare che Pesce si riferiva ad una lettera di Bertani che rivolse a Garibaldi mentre Moliterni dice essere una lettera spedita a Garibaldi da Crispi. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 Giuseppe Garibaldi, durante l’Impresa dei Mille, liberata la Sicilia, affidò a Depretis il governo dell’isola dietro suggerimento dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. A metà luglio dello stesso anno Depretis si recò a Palermo per affrettare il plebiscito che avrebbe unito la Sicilia all’Italia, ma non vi riuscì per le resistenze fatte dai collaboratori di Garibaldi: alla metà di settembre rassegnò le dimissioni. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, ….vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia….”. …..(1).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino…..ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “….Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal maggiore della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, …..Etc…”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “….con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; ……Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione…..Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino -….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando nella Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia.”.”. Infatti, dello storico incontro avvenuto nella locanda o taverna del Fortino del Cervaro o di Casaletto, ha scritto Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….(p. 73)…..vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra via il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a soollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui fissata avvenuto.“. Sulla missione di Piola Caselli, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto. Mi accorsi bensì di qualche imbroglio ma più di esso etc….(p. 74) vidi Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora m’avvidi etc….”. Dunque, riguardo il viaggio di Piola Caselli che venne al Fortino ad incontrare Garibaldi, Bertani riferisce che egli si era partito da Palermo, e che egli arrivò al Fortino. Bertani scriveva nel suo Diario dello storico incontro al Fortino che “il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana”, aveva raggiunto la Taverna del Fortino del Cervaro “raggiunto per altra via”, intendendo che Piola non fece la stessa strada che aveva fatto Garibaldi e Bertani, ma ciò non esclude, come io credo, che Piola sia sbarcato a Sapri il 2 settembre con il generale Turr provenienti da Paola dove era arrivato il 1° settembre e che, con lui, , il giorno 3 settembre, di buon matino sia risalito verso Lagonegro e poi al Fortino. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pure che: “Ne seguì una forte tensione nel governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° Settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (16) postillava: “(16) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. C. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli – Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 37, riportando i passi di Bertani (….), in proposito scriveva che dopo il colloquio con Garibaldi al Fortino: “Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (2).”. Pesce, a p. 37, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani, pag. 71.”. E’ molto probabile che il maggiore Piola Caselli, in seguito allo storico incontro al Fortino ridiscese al porto di Sapri dove l’aspettava un piroscafo a vapore che lo riportò a Palermo per riferire a Depretis. Sappiamo che Piola giunto a Palermo e riferì al Depretis la mancata autorizzazione di Garibaldi all’annessione, tanto che in seguito Depretis si dimise. Infatti, Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Turr….Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cf. E. Porro (a cura di) La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, etc….”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riporta delle sue considerazioni ma pubblica le parole di Bertani e, non parla affatto di Piola. Sulla White, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Nel ……, nel testo di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a p. 100 è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (617) postillava: “(617) Depretis a Garibaldi, 1° settembre; A. Colombo, p. 17; Smith, ibidem.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (618) postillava: “(618) CRISPI, Ibidem; Smith, Ibidem”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (620) postillava: “(620) Crispi; Agrati, Ibidem”. Sempre Adamoli, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “La stessa ansia è di Cordova, il quale, il 4, da Palermo scrive a Cavour: “Eccellenza signor Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola dal Campo di Garibaldi, con l’oracolo del Dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del 29 Agosto, se non erro. Etc…” (624). Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4 Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625). Ecco quì Piola raggiungere finalmente l’esercito in marcia.”. Adamoli, a p. 101, nella nota (624) postilla che: “(624) LM, II, 828”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Adamoli, a p. 102, in proposito scriveva: “Poco dopo Piola parte; Garibaldi si rimette in carrozza con i suoi seguaci, etc…(628)….Ect…Intanto Piola il 5 rientra a Palermo con la risposta: trova la città agitata etc…”. Adamoli, curando il testo, a p. 102, nella nota (628) postillava: “(628) L. Quandel Vial, Ibidem.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. …..Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, etc…E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 153 e ssg., in proposito scriveva che: “Avendo Cavour sollecitato il Prodittatore della Sicilia, Depretis a proporre a Garibaldi, ormai nel continente, di venire all’ennessione del l’Isola, il I° di settembre, Depretis, convinto dell’utilità di questo passo e spintovi pure dall’opinione pubblica, scriveva al Dittatore nei seguenti termini: “* “Illustre e carissimo amico – ….Il signor Piola, che vi rimetterà questa lettera, vi dirà le condizioni del paese e vi spiegherà le ragioni dell’atto importante al quale si sarebbe determinato il Governo. Eccovi quanto debbo dirvi sull’uno e sull’altro argomento. Etc…Credetemi qual sarà sempre per la vita il vostro aff. Depretis” (1)”. Nazari, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Milano, Cast. Sforz., Museo del Ris. Naz., Arch. Bertani.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “785. A. Depretis a Cavour. Palermo, 31 Agosto (1860). Eccellenza, …Il Cav. Piola mi assicura aver saputo da buona fonte che il Governo Napolitano ha determinato di mandare il materiale della sua Marina militare a Pola, o a Venezia, etc…Le notizie del campo sono sempre ottime: qesta stessa mattina un dispaccio del Generale mi avverte che a Paola le truppe Napolitane si resero a discrezione. Mandiamo di qui per imbarcarle. Il sig. Casalis avrà dato al Governo notizia dell’isola. Etc…”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Dunque, secondo la lettera scritta da Filippo Cordova al Conte di Cavour, il 4 settembre 1860 a Palermo si aspettava l’arrivo di Piola che era stato spedito “al campo di Garibaldi” dal Depretis per portargli una lettera sua dove si chiedeva l’annessione immediata della Sicilia al Regno Piemontese. Il Piola, come si vedrà innanzi, si incontrò con Garibaldi alla Taverna del Fortino presso Casalnuovo e Lagonegro. Ma, non è chiaro il percorso che fece Piola per arrivare al Fortino, o meglio non è stato mai oggetto di studio. Nella sua lettera al Cavour, il Cordova scriveva che “Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro.”. E’ molto probabile che la data della partenza di Piola, Ministro della Marina dell’Esercito di Garibaldi, partitosi da Palermo sia quella del 29 agosto 1860. Sappiamo che Piola s’incontrò con Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860. Dunque, dal 29 agosto al 4 settembre 1860, 7 giorni per raggiungere Garibaldi ?. E’ molto probabile che Piola arrivasse a Paola dove incontrò il generale Turr che era ivi stato spedito da Garibaldi per portare i volontari di Bertani a Sapri. I volontari di Bertani si trovavano a Paola il 1 settembre quando, nella notte si imbarcarono con Turr per arrivare a Sapri il 2 settembre 1860. Piola sbarcò a Sapri, insieme a Rustow e a Turr, il giorno 2 settembre 1860 e con Turr, lo stesso giorno si avviò subito ad attendere Garibaldi al Fortino, che arrivò solo il 4 settembre 1860. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica , comandata dal generale Caldarelli , e che , come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle , la brigata Milano era poco distante . Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione . Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti , Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a Pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini….2 Settembre. All’alba sbarcano alla spiaggia di Sapri le Brigate garibaldine Milano e Spinazzi. A giorno chiaro le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Brigatiere Caldarelli, si pongono in marcia da Lagonegro per S. Lorenzo la Padula. Il Generale Garibaldi perviene a Rotonda, ed ivi instanziato da molti decreta: invalido e nullo un contratto di enfiteusi etc…(1). A sera le forze residue della 4° Brigata (Caldarelli) si stabiliscono al bivacco di S. Lorenzo la Padula. Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”. Quandel, a p. 576 aggiunge che: “3 Settembre. Le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli rimarranno a riposo per l’intera giornata presso S. Lorenzo la Padula per lo stabilito la capitolazione tra il Generale sunnomato ed il Comitato centrale sovversivo della Provincia di Cosenza. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge coi suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.”.
Nel 3 settembre 1860, a Lagonegro, il generale Turr mandò al generale Caldarelli l’avvertimento di rispettare la capitolazione stipulata a Cosenza
A Sapri, Turr ricevè un dispaccio di Garibaldi con l’ordine di portarsi a Lagonegro per raccogliere utili informazioni circa la posizione e le truppe del generale Caldarelli. Garibaldi gli scriveva il 2 settembre da Rotonda come abbiamo visto. Il 3 settembre, di buon mattino Turr si allontanò da Sapri e pare si portò verso Lagonegro, dove si trovavano alcune brigate garibaldine lì raccoltesi, ma oltre a queste vi dovevano essere anche le colonne del Caldarelli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che: “Turr nel ricevere questa lettera lesciò la sua colonna a Sapri per correre con un piccolo seguito a Lagonegro”. Il Pecorini-Manzoni scriveva che “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Infatti, la notizia secondo cui quando arrivò Turr a Lagonegro la colonna del Caldarelli era già partita da Lagonegro è testimoniata da Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, all’arrivo a Lagonegro, a p. 215, in proposito scriveva che: “….Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. The mountain track between the two towns is, however, very arduous. The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…etc…” che tradotto significa: “….Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima. Il sentiero di montagna tra le due città è tuttavia molto arduo. L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc…”. Dunque, il Forbes scriveva e testimoniava che quando egli con la sua colonna arrivò a Lagonegro, il giorno 2 settembre, il generale Turr era lì atteso ma ancora non era arrivato. Forbes scriveva che, il 2 settembre, al suo arrivo, a Lagonegro trovò Trecchi e Nullo che erano stati ivi inviati da Garibaldi, che a Rotonda gli aveva ordinato di andare a cercare di parlare con il generale borbonico Caldarelli. Dunque, pare che quando arrivò Forbes a Lagonegro egli dice di aver pranzato insieme a Trecchi, Nullo e al generale Caldarelli e, quando arrivò a Lagonegro il generale Turr, il Caldarelli già era partito e, il Turr non potette parlarci. Questo fatto però non è del tutto chiarito. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni scriveva che: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Infatti, arrivato a Lagonegro, il generale Turr seppe che il generale borbonico Caldarelli era stato a Lagonegro ma era ripartito sulla consolare con le sue truppe e quindi gli invia, da Lagonegro, un telegramma in cui gli intimava di arrendersi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, etc…”. Pecorini-Manzoni scriveva che, il generale Turr, arrivato a Lagonegro, il giorno 3 settembre 1860 scrisse un dispaccio al generale Caldarelli, in cui gli intimava di arrendersi e di attenersi alla capitolazione stipulata con il Morelli a Cosenza. Dalle informazioni assunte, Turr venne a sapere che il generale borbonico Caldarelli era già partito da Lagonegro e non aveva rispettato i patti stabiliti col Morelli a Cosenza. Infatti, Pecorini scriveva: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 149 scriveva che il generale Turr, recatosi a Lagonegro ed appreso del generale Caldarelli e delle sue truppe borboniche non si trovavano più a Lagonegro e quindi molto probabilmente Turr temendo che il Caldarelli studiava una sortita contro Garibaldi, scriveva: “Turr…e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri.”. Inoltre, il Pecorini-Manzoni, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Pecorini scriveva che il generale Turr, da Lagonegro comunicava a Garibaldi, che ancora non era arrivato a Sapri, del dispaccio-intimazione di resa che aveva inviato a Caldarelli. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare.”. Oddo, continuando il suo racconto ci dice del generale Caldarelli e della posizione delle sue truppe borboniche: “La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle , la brigata Milano era poco distante . Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”. Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie” continuando il suo racconto scriveva pure di Rustow a Sapri: “A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri…Garibaldi scrisse al Turr….Nella missiva gli chiese infine di comunicargli al più presto la pista seguita dalla brigata del generale borbonico Cardarelli.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria, ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr, avuta la notizia che sarebbe stato raggiunto da Garibaldi a Sapri, ignaro delle sue manovre, il 3 settembre, di buon mattino, con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro sperando di incontrarlo, e non con l’intento di proteggerlo da eventuali sorprese che sarebbero potute sortire dalle truppe del Caldarelli in ritirata da Cosenza, dove, abbiamo visto, aveva capitolato (2).”. Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Etc…”. Devo però precisare che l’amico Ferruccio in questo passaggio non è stato preciso, in quanto, il generale Turr ebbe precisi ordini da Garibaldi che gli scrisse da Rotonda e gli ordinò di portarsi in perlustrazione verso Lagonegro, come si è visto. Infatti, il Turr partirà di buon mattino da Sapri, forse in compagnia di Auger e di Piola. Il Generale Turr, di stanza con le sue truppe a Sapri, di buon mattino si allontanò da Sapri per portarsi verso Lagonegro ma ciò avvenne per preciso ordine di Garibaldi che nella lettera a lui indirizzata, da Rotonda, il 2 settembre, gli annunciava l’arrivo a Sapri e gli ordinava di portarsi verso Lagonegro, probabilmente per coprirgli le spalle, al Fortino dove poi si incontrarono e, prendere informazioni sul Caldarelli. E’ nota a tutti la lettera che Garibaldi scrisse a Turr. La lettera è del 2 settembre scritta da Garibaldi a Rotonda. Devo altresì soffermarmi anche sull’altra notizia che ci dà il Policicchio e cioè che “Il Generale Turr….., con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro….”. Policicchio scriveva che il generale Turr si portava a Lagonegro “con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Notizia questa interessante ma suffragata da documenti storici del Comune di Torraca ? Certo è che i Comuni, i Municipi, all’epoca, su disposizione del Matina e di Alfieri d’Evandro dovettero partecipare alle spese del movimento Rivoluzionario ma perchè avrebbe dovuto partecipare il Comune di Torraca visto che Sapri era stato già elevato a Comune ? Esistono delle delibere Decurionali del Comune di Torraca che suffragano alcune notizie di quel periodo ma, per quel che ci è dato sapere ad oggi, le spese del Comune di Torraca riguardavano le “guide” che dovevano accompagnare il generale Turr in perlustrazione e risalire verso Lagonegro. Le guide servivano a Turr per una maggiore sicurezza nell’attraversare un territorio a lui sconosciuto ed evitare che si potesse imbattere in truppe borboniche nemiche. Infatti, Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Etc…”. Sui documenti che attesterebbero le notizie dateci da Policicchio, più innanzi parlerò dell’unico libro esistente presso il Comune di Sapri. Si tratta di una raccolta di Delibere Decurionali del Comune di Sapri che inizia dal 1828 e finisce al 1847, ovvero a prima dei fatti del Carducci. Di tutta la parte che riguarda il periodo di Garibaldi vi sono i documenti conservati all’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli. Sulla situazione delle truppe borboniche del generale Caldarelli abbiamo la testimonianza di Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 250, in proposito scriveva pure che: ” Ad una svolta, sbuca d’improvviso il paese di Lagonegro, …..Dappertutto chiediamo notizie; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i regi siano a Salerno. La città è piena di soldati, venuti direttamente da Cosenza o condotti per mare fino a Sapri. Si è sparsa la voce che l’esercito dovrebbe concentrarsi a Lagonegro, ma nessuno può confermarla, e gli stessi capi ci confessano di non aver cicevuto nessun ordine a questo riguardo; si vorrebbe sapere tutto quello che avviene, si vorrebbe marciare avanti; si sente istintivamente che la conclusione è vicina e tutti son presi dalla smania di parteciparvi. Etc…”. Nel proseguire il suo racconto, il Du Champ racconta dell’episodio di cui aveva appreso a Lagonegro, e a p. 251, scriveva ancora: “Due giorni prima del nostro arrivo, era accaduto a Lagonegro un fatto singolare. Tre ufficiali del nostro esercito, in camicia rossa, e provenienti da Sapri, erano entrati nella città. Vi trovarono tremila Napoletani, uno squadrone di cavalleria, etc…”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a pp. 69-70, in proposito scriveva: “Ma l’attivo uffiziale, a cui tardava di riprendere la sua vita operosa, non attese tutto questo tempo ; ma fatti alcuni bagni ad Acqui di Piemonte, si ricondusse in Sicilia e con Garibaldi partiva per Messina e di là a Giardinetto, dove assistevano all’imbarco della brigata di Bixio destinata a sbarcare a Melito. Quindi egli medesimo col resto della sua divisione sbarca a Bagnara, e si riunisce di poi con Garibaldi a Palmi, d’onde con lui parte per Cosenza da cui è mandato a Paola per ivi assumere il comando dei volontari che vi aveva condotti il medico milanese Agostino Bertani, tramutatosi costui pure da uomo di scienza in soldato della rivoluzione siciliana. Il 1° settembre il generale Türr arrivava a Paola, e questa data mi è fornita dallo storico di questa campagna, per me già citato, Guglielmo Rüstow, il quale da capo dello stato maggiore generale di Pianciani era passato al comando delle tre brigate riunite Tharrena, Gandini e Puppi, e che però trovavasi in quel punto a Paola. Anzi il generale Garibaldi ordinava che il corpo di Rüstow venisse riunito alla divisione comandata da Türr e dovesse , sia per mare che per terra spingersi innanzi onde guadagnar maggior terreno sul continente napoletano, e cosi formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera di quel giorno vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma: il resto di quest’ultima brigata doveva tener dietro nel termine possibilmente più breve, ed anche la brigata Bologna doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero state disponibili. Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli, il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II . Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a Pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini….2 Settembre. All’alba sbarcano alla spiaggia di Sapri le Brigate garibaldine Milano e Spinazzi. A giorno chiaro le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Brigatiere Caldarelli, si pongono in marcia da Lagonegro per S. Lorenzo la Padula. Il Generale Garibaldi perviene a Rotonda, ed ivi instanziato da molti decreta: invalido e nullo un contratto di enfiteusi etc…(1). A sera le forze residue della 4° Brigata (Caldarelli) si stabiliscono al bivacco di S. Lorenzo la Padula. Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”. Quandel, a p. 576 aggiunge che: “3 Settembre. Le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli rimarranno a riposo per l’intera giornata presso S. Lorenzo la Padula per lo stabilito la capitolazione tra il Generale sunnomato ed il Comitato centrale sovversivo della Provincia di Cosenza. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge coi suoi eguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.”.
Nel 3 settembre 1860, da Lagonegro, il generale Turr scriveva a Garibaldi (che stava arrivando a Sapri), fornendogli notizie sul Caldarelli. Garibaldi arrivando a Sapri troverà il dispaccio di Turr che gli comunicava che Caldarelli era già partito da Lagonegro
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “Turr….a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. In questo passaggio, però, devo precisare che rilevo una evidente incongruenza. Si tratta della frase: “avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri.”. Si tratta della notizia che il Pecorini scrive che secondo lui, Garibaldi avuto le notizie del Caldarelli dal generale Turr, si decideva a scendere verso la costa e si imbarcava per Sapri. La tempistica non è verosimile in quanto Garibaldi, a mio avviso, già a Rotonda aveva deciso di imbarcarsi per Sapri. Si tenga presente che il generale Turr si trovava in perlustrazione a Lagonegro, secondo la testimonianza di Forbes (….), egli si trovava a Lagonegro il 3 settembre 1860, dove aveva incontrato Forbes, Nullo e Trecchi, che gli dissero che avevano pranzato con Caldarelli che Turr non trovò. Dunque, quando Turr scrive ed invia il dispaccio da Lagonegro a Garibaldi, siamo già verso la fine della mattinata del giorno 3 settembre 1860 quando Garibaldi cioè, egli, era ancora sui muli per giungere alla marina di Tortora. Garibaldi non era arrivato a Sapri, ma, insieme ai sei compagni, già a Rotonda aveva deciso di cambiare itinerario e portarsi a Sapri. Pecorini scriveva che il generale Turr, da Lagonegro comunicava a Garibaldi, che ancora non era arrivato a Sapri, del dispaccio-intimazione di resa che aveva inviato a Caldarelli. Dalle informazioni assunte, Turr venne a sapere che il generale borbonico Caldarelli era già partito da Lagonegro e non aveva rispettato i patti stabiliti col Morelli a Cosenza. Infatti, Pecorini scriveva: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 149 scriveva che il generale Turr, recatosi a Lagonegro ed appreso del generale Caldarelli e delle sue truppe borboniche non si trovavano più a Lagonegro e quindi molto probabilmente Turr temendo che il Caldarelli studiava una sortita contro Garibaldi, scriveva: “Turr…e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri.”. Nei primi giorni di settembre, Garibaldi aveva già scritto al generale Turr chiedendogli notizie precise sugli spostamenti del generale borbonico Caldarelli. Vi sarà uno scambio di dispacci tra Garibaldi ed il Turr. Ultimo dispaccio sarà quello che Garibaldi indirizzerà al Turr da Sapri, il 3 settembre 1860, appena arrivato nel primo pomeriggio, dove ancora gli scriveva chiedendogli notizie sul Caldarelli. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, ….Sono giunto alle 3 1/2 pom. etc…Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli.”. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che Garibaldi da Sapri, il 3 settembre 1860 scrisse un altro dispaccio a Turr informandolo che era arrivato a Sapri alle ore 15,30 e che avrebbe marciato con le sue brigate (colonna Milano e Spinazzi) fino al Fortino del Cervaro. Garibaldi scriveva a Turr per accertarsi dell’esatta posizione di Caldarelli. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare.”. Oddo, continuando il suo racconto ci dice del generale Caldarelli e della posizione delle sue truppe borboniche: “La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle , la brigata Milano era poco distante . Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”. Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie” continuando il suo racconto scriveva pure di Rustow a Sapri: “A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri…Garibaldi scrisse al Turr….Nella missiva gli chiese infine di comunicargli al più presto la pista seguita dalla brigata del generale borbonico Cardarelli.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria, ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”.
PEARD AD AULETTA
Nel 3 settembre 1860, Peard, Forbes e Fabrizi erano ad Auletta, in avanscoperta inviati da Garibaldi
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”. Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 119, in proposito scriveva pure che: “VII. Che cosa frattanto era avvenuto ? Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del ‘Times’ – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Cardarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata fra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e baciargli la mano. Etc…”. De Crescenzo si riferisce al Diario di Gallenga. Da Wikipedia leggiamo che Antonio Gallenga (….), lavorava come giornalista per il Times di Londra, del quale fu corrispondente per vent’anni. Seguì la seconda guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille, la guerra di secessione americana, la guerra austro-prussiana del 1866 e la guerra franco-prussiana del 1870-71. De Crescenzo cita il “Diario” di Antonio Gallenga, corrispondente del giornale inglese “Time”. Secondo il De Crescenzo, il 3 settembre 1860, il GALLENGA, insieme al FORBES ed al FABRIZI, e, soprattutto insieme al PEARD (sosia di Garibaldi) entrarono nel piccolo paese di Auletta dove ebbero grandi manifestazioni di giubilo. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416-417, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala avevan preso il Peard per il Dittatore ! E quando poco dopo il Forbes aveva raggiunto l’amico in un vicino paese l’aveva trovato, col colonnello Fabrizi e col Gallenga, corrispondente del Times, alloggiato con tutti gli onori in casa del Sindaco, che, al par di tutti lo credeva Garibaldi in persona. Il Peard aveva ritenuto opportuno non dissipare ma anzi confermare l’equivoco, industriandosi di trarne profitto. Continuando nella burla in tutti i paesi che incontrava, preordinava in quelli in cui sarebbe giunto il dì dopo, alloggi e viveri per migliaia di persone con le quali egli, firmandosi Garibaldi, si diceva prossimo ad arrivare. E questa notizia, sùbito ritelegrafata a apoli, aveva aumentato la confusione e il terrore negli alti comandi e nei circoli di Corte. l Forbes ed il Peard sono ad Eboli il 4 settembre. Anche qui il creduto Garibaldi riceve accoglienze di indescrivibile entusiasmo. Vengono ad ossequiarlo le autorità e molti cospicui cittadini col Vescovo alla testa. Peard dà ordini, disposizioni, istruzioni e sosptiene come può la sua parte nella commedia. Ma temendo che a lungo andare la beffa si scopra, si ritira a riposare, ordinando ad un compagno,segretario posticcio, di rispondere ai visitatori che il Dittatore dorme. Qui ad Eboli il Peard ha la trovata migliore. Fa hiamre l’impiegato del telegrafo e gli ordina di spedire a Pietro Ulloa – nuovo presidente dei ministri secondo la voce che corre – un telegramma in cui lo avverte che Garibaldi è arrivato ad Eboli con altre 10 mila uomini forniti di tutto, e gli consiglia di ritirare ogni truppa da Salerno, etc…“. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 119, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “VII. Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del Times – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Caldarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata tra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo Diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e per baciargli la mano. “Una vera seccatura però – continuava a raccontare – quando deputazioni di ogni genere arrivarono da tutti i paraggi a baciar la mano alla mia signora illustrissima, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”.
GARIBALDI A CASTROCUCCO
Nel 3 settembre 1860, il generale Giuseppe GARIBALDI, Agostino BERTANI, Enrico COSENZ, ROSAGUTTI, NULLO, BASSO e GUSMAROLI, da Tortora vanno alla secca di Castrocucco, e fanno una breve sosta nel vicino castello del barone Labanca o Labanchi, e lì, i sette si imbarcarono alla volta di Sapri
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…….Tre anni dopo, …..Giuseppe Garibaldi che, il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo del mattino, con Bixio, Bertani, Basso, Cosenz, Sirtori, reduci vittoriosi dalla Sicilia, e annientato l’esercito borbonico in Calabria, mentre il Re Francesco II di Borbone decideva di ritirarsi a Gaeta, giunsero, provenienti da Maratea su di una barca a vela sulla spiaggia di Sapri etc…(172). “. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Dunque, scrivevo che il 3 settembre 1860, Giuseppe Garibaldi sbarcò a Sapri, con il suo gruppetto di fidatissimi, provenienti dalla marina di Castrocucco, vicino Maratea e da li via mare si portarono con delle barchette alla spiaggia di Sapri, dove essi sbarcarono nelle prime ore del mattino. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, sull’importante episodio scrisse pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Inoltre, Infante ci parla di Garibaldi, Bertani, Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo e Rosagutti. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli. Scena caratteristica: un prete concitato vuole l’ordine di arresto per il notaio Marsigli che accisa di delitti reazionari, reclama giustizia pel martirio sofferto: il popolo si affolla, mormora contro il prete. Entra il Sindaco; risulta che il prete è cattivo e fanatico, che suo fratello ha defraudata la sorella del notaio. “Fate far la pace voi, mio bello,” dice una buona vecchierella al generale il quale, ordinando il rilascio del notaio, raccomanda la pace fra le due famiglie; al popolo di armarsi per combattere. Il prete furioso ! Nella sua faccia, nel suo inveire si vede il reazionario; chi sà quanto male ha fatto e farà. Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia.”. Dunque, Bertani che annotava nel suo taccuino (secondo la trascrizione della White), egli e Garibaldi e gli altri cinque, erano partiti alle ore “otto e mezzo” da……., cavalcando per strade orribili ed erano giunti a Tortora dove si trovava il “notaio Marsigli”. Bertani racconta la scena in cui viene accusato il notaio Marsigli. Proseguendo il suo racconto, Bertani ci parla della partenza da (forse) Tortora: “Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia.”. Dunque, il Bertani testimonia che i sette, partitisi da (forse) da Tortora cavalcano “per la costa del monte” ed arrivano in vista della spiaggia. Quale spiaggia ?. Bertani (trascritto dalla White-Mario) annotava che arrivati in questo luogo: “Giunge una barca da Maratea.”. Dunque, il questo luogo, che Bertani non dice, ma che non doveva essere distante da Maratea che si trova sulla costa, arriva una barca proveniente da Maratea. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, ha raccontato l’epico viaggio di Giuseppe Garibaldi e l’approdo di questi, accompagnato da altri compagni sulle spiaggia di Sapri. Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea.”. Bertani, a p. 71 scrive chiaramente che insieme a Garibaldi “…discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io”, dunque erano in sette. Bertani scrive pure che i sette amici, compreso Garibaldi “Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta in sè il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente s’affollano colle speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Pisacane è sulle labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. Si sbarca a Sapri. Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Etc…”. Bertani testimoniava che insieme a Garibaldi erano in tutto sette: “…Tutti sette entriamo.”. Invece, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là né di strade né di sentieri v’è traccia alcuna. Arriva così ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che il Bertani scriveva che sulla piccola barca si imbarcarono per Sapri cinque in tutto, ma Bertani, sui cavalieri che accompagnarono Garibaldi e con lui si imbarcarono diretti a Sapri non dice che erano quattro, ovvero cinque in tutto. Agostino Bertani è stato un testimone d’eccezione. Sempre il Bertani, a p. 72, in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!.“. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”. Bertani, dunque, ci parla di sette cavalieri in tutto e non cinque come sosteneva l’Agrati. Inoltre, purtroppo non siamo del tutto sicuri chi essi fossero, oltre ovviamente a Bertani ed allo stesso Garibaldi. Sull’importante fatto storico per la cittadina di Sapri, mio paese natio, si sa che gli uomini che sbarcarono a Sapri insieme al generale Giuseppe Garibaldi, provenienti dalla secca di Castrocucco in barca, erano in sette, compreso Garibaldi. Sui sette uomini al seguito di Garibaldi, gli altri cinque, tolto Garibaldi e Bertani si conoscono dal racconto che il Bertani stesso fece della cavalcata che fecero nella notte del 2 settembre 1860 per scendere dai monti della Basilicata alla marina di Tortora, Castrocucco. Bertani non diceva chi fossero gli altri cinque “cavalieri” che componevano il gruppo dei sette che si imbarcarono con Garibaldi. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castrocucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Riporto qui il passo di Carlo Pesce che però è di diverso avviso. Agostino Bertani nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo ua cavalcata, che durò più di un’intiera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal Monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico. Intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie. Quante volte, scherzando io avevo detto ai compagni, della lunga e notturna cavalcata: Eccoci sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno! E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto della vela per difesa dal sole, che ci cuoceva, dicevamo fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il Generale – sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’Unità d’Italia ! “Ed andavano, ciascuno alla vostra volta e secondo i proprii sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Etc…“. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri……Etc…Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!.“. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 27, riferendosi a Garibaldi il 3 settembre 1860 fermatosi a Tortora, in proposito scriveva che: “Dopo breve sosta, nel susseguente mattino (3 settembre), a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, etc….”. Dunque, Pesce, sulla scorta del Lacava (….), scriveva che Garibaldi e la sua piccola comitiva (Bertani etc..), il 3 settembre 1860, di mattino, si fermò a Tortora in casa Lomonaco e poi in raggiungevano “ la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea”. Secondo il Pesce, a Castrocucco, la piccola comitiva al seguito di Garibaldi fece una “breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca”, dove presero “il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del generale Cardarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando di evitare, forse, l’incontro dei doganieri della Praia d’Aieta – e di là, dopo breve sosta nel vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso del cielo terso di cobalto, s’avanza a fatica rasentando le coste, quali degradanti e quali scendenti a picco nel mare, di Maratea, Cersuta ed Acquafredda fino all’insenatura di Sapri…..Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto passaggio di Garibaldi per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e di ville della Magna Grecia, che le ossa del gran Patriota ….etc…“. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860’ del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. L’Avv. Carlo Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Dopo una cavalcata che durò più che intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia, ci indirizzammo con due remiganti, e costeggiando, a Sapri. Quante volte scherzando, io avevo detto ai compagni della lunga notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri, con sette muli, alla impresa di conquistare un Regno! Etc…”. L’Avv. Pesce si riferiva al narrato dei Diarii di Agostino Bertani (….). Riguardo il testo citato dal Pesce, i “Diarii” di Agostino Bertani, Felice Fusco, a p. 352, nella nota (64) postillava: “(64) Quanto fu detto e deciso nella taverna del ‘Fortino’ è riportato dallo stesso Bertani (A. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba, Firenze, Polizzi, 1869, pp. 73 ss..). Per stralci più ampi del testo di Bertani cfr. P. Russo, Un brandello dell’impresa ecc…, cit., pp. 35-37”. Da Wikipedia leggiamo che Agostino Bertani nel 1860 seguì l’Eroe dei due mondi a Palermo ed a Napoli. Ebbe un ruolo importante nel raccogliere cinque spedizioni in aiuto ai garibaldini, occupandosi anche di ottenere gli aiuti economici e rivestendo la qualifica di “segretario generale” che controfirmava i decreti del dittatore Garibaldi. In questa sua attività suscitò tuttavia sia l’avversità di Cavour, che lo riteneva contrario all’annessione diretta al regno di Sardegna, sia dei generali garibaldini. Fu sostituito pertanto dal Pallavicino. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, nel cap. VII, “Viaggio di Garibaldi a traverso la Lucania etc…”, che nella nota (1), a p. 701 postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi, Storia dei moti di Basilicata etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 31 Agosto, Pietro mio fratello partiva con Mignogna all’incontro con Garibaldi. Il 1° Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre con sei compagni scese a Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; etc…(1).”. Lacava, a p. 701, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi: Storia dei moti di Basilicata etc…”. Lacava, a p. 702, in proposito scriveva che: “La sera del giorno 2 il generale Garibaldi da Rotonda parte in carrozza e giunge nelle vicinanze di Laino; abbandona la rotabile e prende la via del fiume Lao, e scende al mare nella spiaggia tra Tortora e Scalea, per incontrarsi in Lagonegro con i soldati di Cardarelli, che ancorchè inermi, ed avessero capitolato, commettevano delle ruberie ed altri eccessi. Per mare si portò a Sapri e poi da Sapri si portò al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre giunge al Fortino di Lagonegro, confine tra la Provincia di Salerno e la Basilicata. Etc…”. Lacava, a pp. 703-704 e ssg., in proposito aggiungeva pure che: “Ed ora trascriviamo il Bertani: “Dopo una cavalcata che durò più che un’intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia, ci indirizzammo con due remiganti, e costeggiando, a Sapri. Quante volte scherzando, io avevo detto ai compagni della lunga notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri, con sette muli, alla impresa di conquistare un Regno! E quando eravamo stretti nella barca, che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto della vela per difesa dal sole, che ci cuoceva, dicevamo fra noi: Chi mai supporrebbe che là – additando il Generale – sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’Unità d’Italia ?! “Ed andavano, ciascuno alla vostra volta e secondo i proprii sogni e proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Etc…“. Lacava, a p. 707, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani, p. 71.”. Lacava, a p. 707, in proposito aggiungeva che: “Crediamo opportuno riportare il passaggio delle schiere Garibaldine a traverso la nostra provincia e quella di Salerno, quando il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, giungeva al Fortino e si portava in Napoli, etc…. Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: “Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”. Come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 110 e ssg., in proposito scriveva che: “.; indi, seguendo il fiume Lao, arrivò a Scalea, sulle sponde del Tirreno, dove s’imbarcò per Sapri. Gli fecero compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, tutti sui muli. “Eccoci quì – esclamò a quel punto il Bertani – noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un regno!”. Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo proteggesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; etc…(61).”. Fusco, a p. 352, nella nota (64) postillava: “(64) Quanto fu detto e deciso nella taverna del ‘Fortino’ è riportato dallo stesso Bertani (A. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba, Firenze, Polizzi, 1869, pp. 73 ss..). Garibaldi etc…Per stralci più ampi del testo di Bertani cfr. P. Russo, Un brandello dell’impresa ecc…, cit., pp. 35-37”. In questo passaggio, il Fusco scrive che Garibaldi si era incontrato con Stefano Turr e con Enrico Cosenz alla taverna del Fortino mentre io scrissi che Garibaldi insieme a loro viaggiò in una barchetta con la quale sbarcò a Sapri, dove insieme a loro si recò a casa del barone Giovanni Gallotti. Scrivere, come ha fatto il Fusco (riferendosi a Garibaldi): “…..si incontrò col medico Agostino Bertani, etc…, col generale Stefano Turr, etc…, con Enrico Cosenz, etc…”, potrebbe indurre a credere, oltre che essi si incontrarono al Fortino, che essi non erano insieme quando arrivarono e si incontrarono alla taverna del Fortino del Cervaro. Essi, come racconta lo stesso Agostino Bertani, nei suoi Diarii, si partirono insieme da Castrocucco ed insieme arrivarono a Sapri. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Dopo una cavalcata che durò più che intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.”. Nel suo racconto, il Bertani scrive che erano sei cavalieri che accompagnavano Garibaldi a Sapri, imbarcatisi con una barcaccia dopo aver visitato il castello del Labanca vicino Maratea. Secondo il Pesce, il Bertani, nel suo narrato dei suoi “Diarii” scriveva che Garibaldi, “….con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.” ed il Pesce scriveva anche che Garibaldi “col suo gruppo…”. Chi erano i sei cavalieri con i quali Garibaldi sbarcò sulla spiaggia di Sapri, il 3 settembre 1860 e quindi mi chiedo chi fossero i sei ospiti, oltre al Garibaldi, del barone Giovanni Gallotti ?. Sono gli stessi che insieme a Garibaldi fecero il percorso descritto dall’Avv. Carlo Pesce che, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, etc…”. Dunque, il gruppo che accompagnava Garibaldi a casa Gallotti era composto da Enrico Cosenz, Nino Bixio, Alfonso Medici, il generale Sirtori, il medico Agostino Bertani ed il segretario personale di Giuseppe Garibaldi, …….Basso. Non faceva parte del gruppo il generale Stefano Turr che, era arrivato con la sua divisione a Sapri già la mattina del 2 settembre e che il 3 settembre era salito a Lagonegro. Infatti, nella mia Relazione storica, nel 1998, Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ scrivevo che: “A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco etc…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, in proposito scriveva che: “Il viaggio riprese la mattina del tre dalla Marina di Tortora, presso la foce del fiume Castrocucco, punto di confine tra la Calabria e Lucania. I “pochi distinti personaggi” passarono a Sapri in barca e la giornalista Jessie White Mario così racconta la traversata: “giunge una barca da Maratea. Tutti e sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela: i due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta in sé il futuro dell’Italia una”(30).”. Policicchio, a p. 283, nella nota (30) postillava: “(30) J. White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Barbera, Firenze, 1888, p. 456.”. Come ho già scritto l’editore della White non è “Barbera” ma “G. Barbèra”. Inoltre, Policicchio commette l’errore di scrivere che il passo è della giornalista White Mario. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Passò la notte seguente a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra ufficiali e guide. Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto.”. Dunque, il De Cesare scriveva che Garibaldi partendosi da Cosenza, e portandosi verso Rotonda in Basilicata, era accompagnato da un gruppo di una trentina di fidati collaboratori tra i quali vi erano: Enrico Cosenz che era stato nominato generale e che non lo lasciò mai fino a Napoli; il generale Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano stati volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga. corrispondenti di giornali inglesi. Ma non tutti accompagnarono in seguito Garibaldi a Sapri, che il 3 settembre, alla marina di Castrocucco s’imbarcò per Sapri. Vedremo in seguito che arrivati a Rotonda, Nullo sarà inviato verso il generale Caldarelli a Lagonegro per fargli trattare la resa. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 100, in proposito scriveva che: “Alla secca di Castrocucco. Dopo la breve sosta di poco più di un paio d’ore a Casa Lomonaco, Garibaldi, a metà mattinata verso le ore 10, partì da Tortora prendendo precauzionalmente in ostaggio Domenico Marsiglia, giovane figlio di don Francesco Marsiglia, percorrendo la mulattiera che tuttora scende alla marina attraversando le contrade San Brancato, Crisose e Castrocucco. Qui giunto alle ore 11 circa, liberò l’ostaggio e, in attesa dell’imbarcazione, sostò nella casa-torre della Secca, ospite della famiglia Labanchi. Intorno alle ore 11:30 si imbarcò nel porticciolo che si apre ai piedi della casa-torre.”. Pucci, a p. 102, nella nota (2) postillava: “(2) Amedeo Fulco – Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli 2002, pag. 129 e segg.”. Questo testo è la ristampa recente del testo di Fulco, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “…finì a Tortora. Da qui andò alla foce del fiume Castrocucco: prese una barca che lo portò a Sapri dai legionari di Turr.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, etc….”. Intanto, nel 1664 la nobildonna Francesca Greco aveva sposato Antonio Labanchi, attraverso cui questa famiglia acquisì il titolo di barone di Castrocucco e che conserverà fino all’abolizione della feudalità. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 253 parlando di Tortora, in proposito scriveva che: “Tre anni dopo, da Tortora e dopo una sosta a Castrocucco nel castello del barone Labanchi, giunsero a Sapri, via mare, Garibaldi ed alcuni ufficiali della spedizione, erano le 14 del 3 settembre 1860 (50).”. Campagna, a p. 253, nella nota (50) postillava: “(50) G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, op. cit..; A. Fulco, Memorie storiche di Tortora, op. cit.; D. Damiano, Maratea nella storia e nella luce della Fede, op. cit. Il Dumas (padre) aveva proposto a Garibaldi di sbarcare nel basso Cilento, “la terra del patriottismo”, e non a Salerno, in “Rassegna Storica salernitana”, 1966.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra, raggiunse il Castello del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunto a Maratea, in terra di Lucania, il 3 settembre, Garibaldi scese al mare. Ecco la ‘Costa del Sole’, illuminata dalle prime luci dell’alba, tutta brividi di arcobaleno. Qualche solitaria barca veleggiava come fantasma di poesia, e qualche canto marinaresco faceva udire la sua eco dalle incantevoli insenature della costa. Garibaldi ascoltò e seguì con lo sguardo l’impareggiabile scenario, tutto colori e musiche. Il Dittatore prese posto in una grossa barca da pesca, e veleggiò alla volta di Sapri. Eccolo, guardato da alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore, addormentarsi per la stanchezza su un mucchio di cordami; e gli altri scrutare l’orizzonte ed a fissare, stupiti, le coste a strapiombo su di un mare denso di smeraldo. Tutto pareva fasciato di silenzio e di poesia. le grotte, i boschi, gli speroni della montagna ornati da ciuffi di bei fiori selvatici, offivano una visione di pace e di serenità. Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri,…..Etc…”. Biagio Moliterni su un blog in rete scriveva che: “L’unica eccezione fu quella del notaio Francesco Marsiglia che, fedele al regime borbonico, si rifiutò di rendere omaggio all’Eroe e che per questo motivo rischiò di essere passato per le armi. L’ordine di fucilazione fu però strappato dallo stesso Garibaldi, il quale, per intercessione del sacerdote don Mansueto Perrelli, optò per la presa in ostaggio del giovane figlio del notaio, Domenico. Questi, portato con sé a cavallo dal Medici, fu poi liberato intorno alle ore 14,00, ovvero nel momento in cui il gruppo di garibaldini, lasciata Tortora, si imbarcò per Sapri all’Agnola di Castrocucco, in territorio di Maratea.”. Moliterni aggiunge queste notizie che: “Prima della partenza, il Generale ebbe modo di colloquiare affabilmente con alcuni patrioti che lo avevano raggiunto sulla spiaggia. Tra questi vi erano Filippo La Gioia di Aieta e sua madre Angela Candia, la quale non mancò di offrire tutti i suoi figli per il riscatto della Patria. Garibaldi, commosso dalle nobili parole della donna, la colmò di baci e le disse: «Se tutte le donne d’Italia fossero simili a voi, l’Italia sarebbe libera da più secoli».”. La notizia ivi riportata è forse tratta dal testo di Filippo La Gioia (….), L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia, Lauria 1891. Sempre il Moliterni, cita un altro testo aimè introvabile, il testo di A. Pepe (….), I sei garibaldini che passarono da Tortora assieme col Generale il 3 settembre 1860, in “Cronaca di Calabria” del 2 ottobre 1960 (Gazzettino Calabrese) del 2 ottobre 1960. Moliterni aggiunge che: “P.S. Il sedicenne Carlo Mazzei di Maratea, nipote acquisito di don Biagio Maceri, raggiunse i garibaldini a Lagonegro e morì in battaglia il 1° ottobre 1860 presso Aversa. Era anche chi ci credeva davvero!”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 391-392, in proposito scriveva che: “Il tre settembre Garibaldi, che la notte precedente era giunto alla spiaggia fra Tortora e Scalea, salito in una barca con due marinai, giunse a Sapri.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla , ove pose il campo , trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39 in proposito scriveva che: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino, tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46).”. Guarasci, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta del manoscritto di Francesco De Fiore, “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”, pubblicato da Antonio Emilio Parise in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania” ma, sebbene sia interessante il De Fiore ci parla della Spedizione fino alla resa di Ghio. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “…..il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; guidato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno. A Tortora fu entusiasticamente acclamato dalla popolazione e ricevuto alle porte del paese da una deputazione di distinte signore, tra cui Isabella Lauria Pelagano. Si recò in casa del sacerdote don Giuseppe Salmena, noto per le sue idee anti borboniche e acceso fautore di Garibaldi. L’eroe dei Mille ebbe dal Salmena e dal Vice Pretore don Biagio Lomonaco-Melazzi esaurienti informazioni sulla situazione locale e dei paesi vicini. Garibaldi scese poi sulla spiaggia di Castrocucco alla destra del fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, etc…”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: “Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare. Ma, tornato sempre in carrozza sulla rotabile, e rientrato in Calabria, dopo di aver percorso una dozzina di chilometri, deve abbandonarla per avvicinarsi al mare ed infilare la gola del fiume Lao, il fiume che sbocca presso Scalea, ed ove non ci sono tracce di strade, ma sentieri orribili, come li dice Bertani nel suo diario. E così che verso le otto e mezzo, Garibaldi e i suoi compagni, montati su muli, procedono lungo la sponda sinistra del fiume. Etc…Dopo una distesa di parecchie miglia sotto il chiaro di luna, non potendo proseguire verso sud per quei sentieri, giunti presso Laino, essi guadano il fiume e passano sulla sponda destra, dirigendosi verso ponente. Rimontano sulle alture e costeggiano Aieta sul confine della Basilicata ed entrano a Tòrtora. Qui sostano e sono ospitati in casa di Emanuele Lomonaco-Melazzi, ove passano il resto della notte. La mattina del 3, scendono alla marina in quel tratto di spiaggia equidistante tra Scalea e Maratea, a destra della foce del fiume Castrocucco (o Noce), quindi in territorio di Maratea. Tale fiume divide la Calabria dalla Basilicata. In quella deserta spiaggia, dopo di aver evitato l’incontro dei doganieri (il giorno avanti v’erano state segnalate delle truppe borboniche), e una breve sosta al vecchio castello del barone Labanca, Garibaldi e i suoi sei compagni prendono il mare su una barcaccia (giunta da Maratea, dice il Bertani), la quale spinta da due remiganti, e rasentando la costa di Maratea, Cersuta ed Acquafredda, dopo tre ore di penoso tragitto, giunse a Sapri.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 331-332, in proposito scriveva che: “Sul resto del viaggio gli storici non sono d’accordo, per cui già da qualche anno, il Prof. Attilio Pepe afrontò la questione e fece luce (12). Poiché le truppe del generale Cardarelli, la sera del 2 settembre erano ancora a Castelluccio, a pochi Km. da Rotonda, Garibaldi, al fine di evitare qualche brutto incontro con la retroguardia, preferì ritardare la partenza di qualche ora. Così a notte inoltrata partì in carrozza. Alle vicinanze di Laino, abbandonò la rotabile, e sul dorso di cavalli e muli col seguito di sei persone – il Bertani dice quattro – s’avviò lungo il sentiero che costeggia il fiume Lao per giungere a Scalea. Ma nonostante il bel chiaro di luna, la comitiva sbagliò la strada ed andò a finire a Tortora, dove, stanca, si riposò quella notte, e dove ancora si mostra la stanza in cui dormì Garibaldi. La mattina del 3 settembre l’eroe riprese il viaggio e giunse a Marina di Tortora, precisamente alla sponda destra della foce del fiume Castrocucco. Ivi coi suoi sale su una barca a due remi ed approda a Sapri, dove lo attende il Turr che ha seco anche i 1.500 del Bertani. L’indomani, da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane, Garibaldi riprese la marcia della leggenda e della gloria.”. Serra, a p. 332, nella nota (12) postillava: “(12) A. Pepe, Nel 150° Annuale della nascita di Garibaldi A. La marcia attraverso il Bruzio ed una deviazione improvvisa, in “Brutium”, Reggio Calab., novembre-dicembre 1957. V. anche la sua comunicazione al 2° Congresso Storico Calabrese in questi Atti.”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora Con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 1960, ristampato dal Comune di Tortora a cura di Aleardo Dino Fulco, nel cap. V, a p. 133, in proposito scriveva che: “Comunque Garibaldi e i suoi, generali vollero le loro assicurazioni e presero in ostaggio fino al loro imbarco, avvenuto nei pressi del promontorio della Gnola, in territorio di Maratea, alle ore 14 dello stesso giorno, il giovanetto Domenico Marsiglia, che fu portato con sé a cavallo dal Generale Medici.”. Anche in questo caso, Fulco, scrive di questa notizia di cui non si capisce la provenienza e ci parla del giovanetto preso in ostaggio a Tortora dal generale Medici, che non mi risulta essere nella comitiva che accompagnava Garibaldi. Si sa che Garibaldi da Tortora si portò a Castrocucco dove passò a salutare il barone Labanchi. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo” (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Ebner scriveva che dopo lo sbarco a Sapri dispose che le colonne di Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano marciassero per il Vallo di Diano. Agrati scrive che la lettera si trova conservata nell’Archivio Sirtori. Da Wikipedia leggiamo che a Soveria Manelli, Il 30 agosto 1860 un corpo dell’esercito borbonico di 12 000 uomini, comandato dal generale Ghio, si arrese alle truppe garibaldine di Stocco, in seguito all’azione diplomatica svolta da Ferdinando Bianchi ed Eugenio Tano e sotto la minaccia dell’imminente arrivo dei volontari guidati dal maggiore Pasquale Mileti. I motivi alla base della resa delle truppe borboniche non sono del tutto noti; le conseguenze furono tuttavia determinanti per l’occupazione del Sud. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: “Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco che fu Sapri. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Inoltre, come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. Filippo La Gioia (….), nel suo “L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia”, Lauria 1891. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “2 Settembre….Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. A notte fatta il Generale abbandona la consolare per Laino, passa sulla via che costeggia il fiume Lao, ed intraprende coi suoi sei seguaci la marcia a schiena di mulo (2), che domattina dovrà dovrà aver termine alla marina di Scalea.”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Quandel, a p. 576, nella nota (2) postillava: “(2) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da A. Bertani.”. Quandel, a p. 576 aggiunge che: “3 Settembre. Le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli rimarranno a riposo per l’intera giornata presso S. Lorenzo la Padula per lo stabilito la capitolazione tra il Generale sunnomato ed il Comitato centrale sovversivo della Provincia di Cosenza. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge coi suoi eguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.”.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, chi erano i compagni che accompagnavano Giuseppe Garibaldi e con lui sbarcarono a Sapri: Enrico COSENZ, Agostino BERTANI, ROSAGUTTI, NULLO, BASSO e Luigi GUSMAROLI ?
Chi erano e quanti erano i compagni del generale Giuseppe Garibaldi che, partendosi da Rotonda si diresero sulle spiagge della Calabria, ai confini con la Basilicata e che, con lui approdaono sulla spiaggia di Sapri ?. Da chi era composta la comitiva al seguito del generale Giuseppe Garibaldi che il 2 settembre lasciò Rotonda per dirigersi a Sapri ? Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Dittatore prese posto in una grossa barca da pesca, e veleggiò alla volta di Sapri. Eccolo, guardato da alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore, addormentarsi per la stanchezza su un mucchio di cordami; Etc…”. Dunque, Romagnano giustamente notava che Garibaldi viaggiava insieme ed “era guardato da alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore.”. Ma vediamo meglio nel dettaglio chi seguiva Garibaldi nel suo viaggio via mare per arrivare a Sapri e dunque chi era al seguito suo e sbarcò a Sapri ivi trattenendosi col Generale prima di risalire al Fortino. Gli accompagnatori di Garibaldi non erano tutti Ufficiali del suo Stato Maggiore. Tranne le testimonianza dirette del Bertani, che era al suo seguito da Cosenza e quella del colonnello Rustow, sui componenti la comitiva non vi sono molte notizie a riguardo. Per capirci meglio dobbiamo riferirci alle soste precedenti e per dovizia anche alle soste seguenti come quella al Fortino del Cervaro e all’arrivo a Napoli. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando…Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Passò la notte seguente a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra ufficiali e guide. Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto.“. E’ interessante ciò che scrisse Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi etc…”. I compagni di Garibaldi, dunque, secondo il De Cesare, almeno fino a Rotonda, non erano gli stessi che poi lo seguirono a Sapri. Al seguito di Garibaldi, a Sapri, vi erano anche i giornalisti che lo seguirono da Cosenza ?. Dunque, il De Cesare scriveva che Garibaldi partendosi da Cosenza, e portandosi verso Rotonda in Basilicata, era accompagnato da un gruppo di una trentina di fidati collaboratori tra i quali vi erano: Enrico Cosenz che era stato nominato generale e che non lo lasciò mai fino a Napoli; il generale Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano stati volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga. corrispondenti di giornali inglesi. Ma, dopo Cosenza, in seguito, non tutti accompagnarono Garibaldi a Sapri, che il 3 settembre, alla marina di Castrocucco s’imbarcò per Sapri. Vedremo in seguito che arrivati a Rotonda, Nullo sarà inviato verso il generale Caldarelli a Lagonegro per fargli trattare la resa. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 701, in proposito scriveva che: “Il 1 settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; La notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 130 e ssg., in proposito scriveva che: “I. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli, per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, pag. 702. Il Trevelyan nel suo mirabile lavoro – Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Emma Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del dittatore. Questi discese alla marina da un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Arriva così ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che il Bertani scriveva che sulla piccola barca si imbarcarono per Sapri cinque in tutto, ma Bertani, sui cavalieri che accompagnarono Garibaldi e con lui si imbarcarono diretti a Sapri non dice che erano quattro, ovvero cinque in tutto. Agostino Bertani è stato un testimone d’eccezione. Agrati scriveva che il Bertani scriveva che sulla piccola barca si imbarcarono per Sapri cinque in tutto, ma Bertani, sui cavalieri che accompagnarono Garibaldi e con lui si imbarcarono diretti a Sapri non dice che erano quattro, ovvero cinque in tutto. Agostino Bertani è stato un testimone d’eccezione. Infatti, Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, ha raccontato l’epico viaggio di Giuseppe Garibaldi e l’approdo di questi, accompagnato da altri compagni sulle spiaggia di Sapri. Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea.”. Bertani, a p. 71 scrive chiaramente che insieme a Garibaldi “…discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io”, dunque erano in sette. Infatti, sempre il Bertani, a p. 72, in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!.“. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”. Bertani, dunque, ci parla di sette cavalieri in tutto e non cinque come sosteneva l’Agrati. Inoltre, purtroppo non siamo del tutto sicuri chi essi fossero, oltre ovviamente a Bertani ed allo stesso Garibaldi. Chi erano gli altri quattro compagni di viaggio ?. Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) Garibaldi, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Gusmaroli ed io partiamo da Castrovillari, in carrozza, alle 5 antimeridiane; ovazioni a Morano: il capo degl’insorti di Potenza ci annunzia essere pronti duemila volontari. A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr. Alla sera, sui muli, cavalchiamo per strade orribili: il generale in testa, noi seguendo in silenzio.”. In questo passaggio del suo discorso Fortunato cita il “Diario” di Agostino Bertani che fu pubblicato da Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti; l’aria fresca ci tiene svegli. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende sui monti (due giorni dopo il plenilunio); l’aria fresca ci tiene svegli. Etc…”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Di sicuro, insieme al Bertani vi era il segretario di Garibaldi, Giovan Battista Basso. Nato a Nizza nel 1824, fu compagno di Giuseppe Garibaldi sin dagli anni giovanili. Seguì il generale in tutte le sue imprese, persino in prigione e a Caprera negli ultimi anni di vita. Nel 1866 comandò il V Reggimento Volontari e venne decorato con la medaglia d’argento al valore militare. Durante la terza guerra di indipendenza fu aiutante di campo di Garibaldi e suo fedelissimo segretario: risulta che ne sapesse imitare benissimo la grafia e che scrisse numerose missive in sua vece. Riporto qui il passo di Carlo Pesce che però è di diverso avviso. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del Generale Caldarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno.”. L’Avv. Carlo Pesce scriveva che con Garibaldi vi era Bixio, Medici e Sirtori, oltre a Bertani e Basso. Ma ciò non corrisponde al vero in quanto Bixio e Medici conducevano le loro brigate lungo la strada consolare in direzione di Salerno. Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale non era di sicuro al seguito di Garibaldi ma come ha scritto l’Agrati, aveva il suo Quartier generale altrove. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo ma credo che gli accompagnatori di Garibaldi si partissero dal Fortino, ovvero essi erano al Fortino con Garibaldi. Queste notizie, De Crescenzo le prese dal testo di Giuseppe Guerzoni (….), del suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, in cui a p. 177, in proposito scriveva che: “…..”. Da questa notizia possiamo dire se questi personaggi facessero parte della comitiva che da Castrocucco accompagnava Garibaldi a Sapri ?. Sappiamo che il generale Turr, non era a Sapri perchè era partito per il Fortino su ordine di Garibaldi. Sappiamo che il generale Enrico Cosenz era con Bertani e Garibaldi a Castrocucco, da dove in barca si recarono a Sapri. Di Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, sappiamo che solo Nullo viene citato come uno dei sei che accompagnava Garibaldi a Sapri. E’ molto probabile che Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Mordini, Missori e Serafini, fossero già al Fortino per incontrarsi con Garibaldi. Di sicuro, insieme al Bertani vi era il segretario di Garibaldi, Giovan Battista Basso. Nato a Nizza nel 1824, fu compagno di Giuseppe Garibaldi sin dagli anni giovanili. Seguì il generale in tutte le sue imprese, persino in prigione e a Caprera negli ultimi anni di vita. Nel 1866 comandò il V Reggimento Volontari e venne decorato con la medaglia d’argento al valore militare. Durante la terza guerra di indipendenza fu aiutante di campo di Garibaldi e suo fedelissimo segretario: risulta che ne sapesse imitare benissimo la grafia e che scrisse numerose missive in sua vece. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Gusmaroli (Mantova, 28 maggio 1811 – La Maddalena, 28 febbraio 1872) è stato un patriota e religioso italiano. Animato da ideali patriottici ed impegnato nel comitato segreto della sua provincia, per seguire Garibaldi abbandonò il sacerdozio, restando sempre molto legato all’eroe per tutto il resto della vita e seguendolo nelle successive vicende belliche. Prese parte alla Spedizione dei Mille e dopo lo sbarco a Marsala fece parte del Quartier Generale come addetto assieme a Cenni, Bandi, Gargiotti, Elia, Schiaffino e Stagnetti. Il Bandi racconta che durante il viaggio a bordo del Lombardo per passare il tempo Gusmaroli giocasse a carte con la moglie di Francesco Crispi. Cesare Abba lo descriveva come una persona un po’ curva, di piccola taglia, tarchiato e con passo da marinaio, lunghi capelli bianchi e barba modellata come quella di Garibaldi, somigliando non poco a quest’ultimo quando avesse avuto venti anni in più. Tale somiglianza indusse i volontari siciliani a scambiarlo per il vero Garibaldi, come accadrà successivamente nel continente con Peard, altro “sosia” di Garibaldi. Il Gusmaroli, nonostante l’età era spesso in prima linea e al ritiro di Garibaldi a Caprera lo seguì stabilendosi nell’isola de La Maddalena dove morì con Garibaldi, che alla sepoltura fece leggere un discorso di elogio con qualche venatura anti-clericale. Riguardo Nullo, Wikipedia ci dice che Francesco Nullo (Bergamo, 1º marzo 1826 – Krzykawka, 5 maggio 1863) è stato un patriota e militare italiano. Animato da profondo spirito patriottico, si unì nel 1859 a Garibaldi nelle file dei Cacciatori delle Alpi per combattere contro gli austriaci. Ma l’impresa per la quale passò alla storia fu la spedizione dei Mille. Nullo si occupò personalmente dell’arruolamento dei volontari nella propria città che, visto il grande numero di adesioni, si poté fregiare dell’appellativo di Città dei Mille. Scrisse sul Libro d’Onore dei volontari bergamaschi. Sempre su Wikipedia leggiamo che Rosagutti fu un capitano che si rese artefice della battaglia garibaldina di Varese nel 1859. Credo che avesse aderito ai Cacciatori delle Alpi, il corpo fondato da Giuseppe Garibaldi.
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, in proposito scriveva che: “Il lavoro intorno a Sirtori è febbrile. Telegrammi arrivano e partono ad ogni momento e portano per tutto indirizzo: – Bixio o Medici etc…, dove si trova. – Da ogni parte si comunicano continui spostamenti, si chiedono istruzioni, viveri, scarpe soprattutto, mezzi di trasporto etc…Poi anche il Quartier generale si sposta, da Cosenza a Spezzano, da qui a Castrovillari. Quanto a Garibaldi egli è avanti a tutti, ormai lontano, e procede senza posa. Lasciata Castrovillari all’alba del 2 settembre coi suoi pochi, esce qualche ora dopo dalla Calabria ed entra in Basilicata per il passo di Morano etc…”. Dunque, Bixio, Medici e Sirtori non erano con Garibaldi come invece scriveva Pesce. Agrati, però, parlando di Rotonda, dove Garibaldi arriva entrando in Basilicata il 2 settembre 1860, cita la testimonianza di Forbes (…). Dunque, a Rotonda, Forbes era al seguito di Garibaldi ? Prosegue con lui ?. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala etc…”. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Per vedere quale seguito avesse con se Garibaldi allo sbarco a Sapri possiamo riferirci agli stessi uomini che entrarono con lui a Napoli il 7 settembre 1860. La comitiva resterà pressochè invariata da Sapri a Napoli. La situazione creatasi sulla piccola spiaggetta di Castrocucco si ripetè a Napoli, il 7 settembre 1860 all’ingresso nella Capitale del Regno delle Due Sicilie. Della comitiva di Garibaldi che entrò a Napoli festante non vi sono notizie molto sicure. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 430-431, in proposito scriveva che: “Il Forbes dice che il Missori e il Nullo e due altre Guide, trovati dei cavalli, facevano largo innanzi alla carrozza in cui erano con Garibaldi il Cosenz, il Gusmaroli e lo Stagnetti. Ma il De Cesare afferma che il Cosenz stesso gli dichiarò che per la gran folle egli si trovò diviso dal Generale, sì che entrò in Napoli per altra strada, recandosi anzitutto a salutare sua madre che da undici anni non vedeva. Il Marti dice che a fianco di Garibaldi stava seduto Liborio Romano; il D’Aunay invece afferma che nella prima vettura delle dieci di cui era composto il corteo – mandata dalla principessa d’Angri, nizzarda di nascita -, c’erano Garibaldi, Bertani, un giovane napoletano Salazaro con una enorme bandiera tricolore e un tal Gavarone, che nemmeno lui sa identificare meglio. Quanto al Salazzaro sappiamo chi è: si tratta di Demetrio Salazaro, non napoletano però ma reggino , patriota ed artista etc…Nella seconda carrozza c’erano, sempre a quel che dice il D’Aunay, fra Pantaleo, Turr, Missori e Basso. Lo Zasio racconta che il Cosenz e il Missori erano andati via a cavallo, e ch’egli con Bertani, Manci, Nullo, Gusmaroli e Stagnetti eran riusciti ad attaccarsi alla vettura del Generale…..Troviamo citati dai diversi narratori il Cosenz ed il Bertani e fra le guide, il Missori, il Nullo, il Manci, e lo Zasio; il Basso segretario e fra gli aiutanti del Generale il Gusmaroli, il Mario, che aveva seco, lo dice egli stesso, la moglie Jassie, ed anche il Canzio, il quale di certo però non v’era, poiché nel suo diario scrive che Garibaldi partì senza di lui – e lo vedemmo a Castrovillari, precedendolo nelle ultime tappe, di modo che egli, il Canzio, non giunse a Napoli che il 7 di sera. V’era poi di sicuro, lo dicon tutti, Gaspare Trecchi, e v’era pure Nicola Mignogna e Pietro Lacava, il quale ultimo, in un suo scritto, afferma di no avere mai visto manifestazione più grandiosa e commovente etc…Non c’era invece il Peard arrivato il dì prima, né Lodovico Frapolli, che aveva preceduto gli altri di qualche ora per prendere possesso dell’ufficio telegrafico.”. Dunque, il Canzio non era con Garibaldi neanche a Castrocucco. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 430-431, in proposito scriveva che: “….ed anche il Canzio, il quale di certo però non v’era, poiché nel suo diario scrive che Garibaldi partì senza di lui – e lo vedemmo a Castrovillari, precedendolo nelle ultime tappe, di modo che egli, il Canzio, non giunse a Napoli che il 7 di sera.”. Dunque, il Canzio non era con Garibaldi perché a Tarsia non partì con lui ma restò con la sua Brigata. Infatti, Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: “Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 410, aggiungeva pure che: “Ripresa la marcia nel pomeriggio, il Dittatore entrava in Spezzano Albanese, ove l’attendeva una dimostrazione così entusiastica da quasi impallidire quella stessa di Monteleone. Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 di settembre. Poi, all’alba in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, alla secca di CASTROCUCCO, la partenza di Garibaldi e i sei amici, il viaggio per mare, in barca, diretti a Sapri dove arrivarono alle 15,30
Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando…Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) Garibaldi, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Gusmaroli ed io partiamo da Castrovillari, in carrozza, alle 5 antimeridiane; ovazioni a Morano: il capo degl’insorti di Potenza ci annunzia essere pronti duemila volontari. A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr. Alla sera, sui muli, cavalchiamo per strade orribili: il generale in testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende su’ monti, l’aria fresca ci tiene svegli. Arriviamo all’alba in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea; tutti e sette vi entriamo. Il generale si stende a prora, e noi lo copriamo con la vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta con sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato si affollano con le speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Carlo Pisacane è su le labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. A Sapri, su la spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione Türr acclamano il generale. Egli li carezza con gli occhi e li anima con la parola.”. In questo passaggio del suo discorso Fortunato cita il “Diario” di Agostino Bertani che fu pubblicato da Jessie White Mario (….). Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta in sè il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente s’affollano colle speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Pisacane è sulle labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. Si sbarca a Sapri. Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Etc…”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri. Non c’è in tutta la linea costiera dell’Italia un tratto più bello di quello, dove i monti si protendono l’un dietro l’altro a gara e si tuffano precipitosi nell’acqua (1). Tanta aspra bellezza si contempla si contempla meglio dal mare, ma Garibaldi che la cavalcata notturna aveva stremato di forze, si adagiò e dormì nella prua, sotto la vela che i suoi amici gli gettarono addosso per proteggerlo dal cocente sole meridiano.”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria; quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90.”. Questa nota riguarda l’altro testo pubblicato dal Treveljan (….), ovvero “Garibaldi e i Mille”, di cui sempre la Dobelli fece la sua traduzione. In questo testo, da p. 87 si parla della spedizione di Sapri, la Spedizione dei Trecento di Carlo Pisacane a cui Garibaldi non volle aderire. Treveljan, a p. 199, nella nota (3) postillava: “(3) La Cava, 702; Bertani, II, 184-185; Ire Pol., 71-72; Racioppi, 200; Maison, 63-64; Rustow, Brig. Mil., 18-19; Turr, Div., 149.”. Lo scittore inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “…from Tortora and Maratea. Thence a small boat took them on to Sapri. There is no finer part in the whole coast-line of Italy than this unvisited riviera, where the precipitous ridges run hout one beyond another and sink into the waves (3). The rugged coast is best from a boat, but Garibaldi, exhausted by the night’s ride, lay asleep in the prow, while is friends covered him whit a sail tho protect him from the rais of the noonday sun. Etc…”, che tradotto significa: “…..da Tortora e Maratea. Di lì una piccola barca li portò a Sapri. Non c’è parte più bella in tutta la costa italiana di questa riviera inesplorata, dove le creste scoscese corrono l’una dietro l’altra e sprofondano nelle onde (3). La costa frastagliata si visita meglio da una barca, ma Garibaldi, stremato dalla cavalcata notturna, giaceva addormentato a prua, mentre i suoi amici lo coprivano con una vela per proteggerlo dal rais del sole di mezzogiorno. Etc…”. Treveljan, a p. 156, nella nota (3) postillava: “(3) There is not, and never was a coast road, but since 1860 a railway has been driven along this coast. But those who pas through its tunnels to Sicily have no idea under what magnificent scenery they are travelling.”, che tradotto significa: “(3) Non c’è, e non c’è mai stata, una strada costiera, ma dal 1860 è stata costruita una ferrovia lungo questa costa. Ma coloro che attraversano i suoi tunnel per raggiungere la Sicilia non hanno idea sotto quale magnifico scenario stanno viaggiando.”. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. Un testimone di eccezione del viaggio di Garibaldi è stato Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!. E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto dalla vela per difesa dal sole che ci cuoceva, dicevano fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il generale, sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’unità d’Italia! E andavamo, ciascuno alla nostra volta e secondo i propri sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri, l’indomani martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo etc..”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 701, in proposito scriveva che: “Il 1 settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; La notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino…..Il giorno 2 settembre toccò Rotonda (1), primo paese della Basilicata.”. Lacava, a p. 700, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi. Etc…”. Lacava, a p. 702, continuando il suo racconto scriveva pure che: “La sera del giorno 2 il Generale Garibaldi da Rotonda parte in carrozza e giunge nelle vicinanze di Laino; abbandona la rotabile e prende la via del fiume Lao, e scende al mare nella spiaggia tra Tortora e Scalea, per non incontrarsi in Lagonegro coi soldati di Caldarelli, che ancorchè inermi, ed avessero capitolato, commettevano delle ruberie ed altri eccessi. Per mare si portò a Sapri etc…”. Lacava, a p. 704, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani: “Dopo una cavalcata che durò più che un’intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. “Di là trovata una barcaccia, ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri” “Quante volte scherzando, io avevo detto ai compagni della lunga notturna cavalcata: “Eccoci in sette cavalieri, con sette muli, all’impresa di conquistare un regno!”.”. Il Lacava aveva trascritto il Diario di Agostino Bertani (….), nel suo “L’Epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da A. Bertani”, pubblicato dal Bertani a Firenze nel 1869. Lacava si riferisce a pp. 70-71-72, dove Bertani racconta la sua testimonianza sullo sbarco di Garibaldi a Sapri. Più tardi, lo stesso diario del Bertani fu pubblicato postumo da Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a p. 455 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio……Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. Etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio…..Etc… Per la costa del monte arrivammo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, là dorme pacifico chi porta in sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente si affollano le speranze del presente.”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi……e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspettatamente verso le 2 pom. del 3 settembre nell’ampia baia arenosa di Sapri, etc…“. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco a destra del fiume Noce in territorio di Maratea – cercando d’evitare forse l’incontro dei doganieri della Praja d’Aieta – e di là, dopo breve sosta nel vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso carico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurrre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso del cielo terso di cobalto, s’avanza a fatica rasentando le coste, quali degradanti e quali scendenti a picco nel mare, di Maratea, Cersuta ed Acquafredda fino all’insenatura di Sapri. Quasi lo stesso tragitto percorse già nel 4 luglio 1848, il gran patriotta Costabile Carducci co’ suoi sventurati compagni, quando egli, dopo le sconfitte di Campotenese, cercò raggiungere le natie balze del Cileno, ma costretto ad approdare, per i violenti marosi, alla spiaggia del villaggio di Acquafredda, quivi, fu catturato e trucidato infamemente dagli sgherri del Prete Peluso. Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto passaggio per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e ville dell’antica Magna Grecia, che le ossa del gran Patriotta del Cilento, le quali tuttora riposano dimenticate nella chiesetta del villaggio, si fossero destate dall’avello frementi di gioia pel compimento della tanta sospirata redenzione d’Italia (1). Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, etc…”. Pesce, a p. 28, nella nota (1) postillava: “(1) Nel nostro opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’, abbiamo discorso della triste sorte toccata a quel glorioso patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi. Ecco come i nostri martiri della libertà si succedono e si riannodano in unica catena, che mette capo al grande e fortunato Liberatore.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcacia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.“. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: “Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”. Come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Per i paesi del golfo di Policastro passò Garibaldi. La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra, raggiunse il Castello del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14. Quanti ricordi ! A molti sembrò che al passaggio di Garibaldi si fossero destate per la gioia le ossa del Carducci, sepolto nella chiesa di Acquafredda l’11 luglio 1848. Etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Passò la notte seguente a Cosenza, e ne ripartì il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra ufficiali e guide. Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi…..Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Dunque, il De Cesare scriveva che Garibaldi partendosi da Cosenza, e portandosi verso Rotonda in Basilicata, era accompagnato da un gruppo di una trentina di fidati collaboratori tra i quali vi erano: Enrico Cosenz che era stato nominato generale e che non lo lasciò mai fino a Napoli; il generale Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano stati volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga. corrispondenti di giornali inglesi. Ma non tutti accompagnarono in seguito Garibaldi a Sapri, che il 3 settembre, alla marina di Castrocucco s’imbarcò per Sapri. Vedremo in seguito che arrivati a Rotonda, Nullo sarà inviato verso il generale Caldarelli a Lagonegro per fargli trattare la resa. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunto a Maratea, in terra di Lucania, il 3 settembre, Garibaldi scese al mare. Ecco la ‘Costa del Sole’, illuminata dalle prime luci dell’alba, tutta brividi di arcobaleno. Qualche solitaria barca veleggiava come fantasma di poesia, e qualche canto marinaresco faceva udire la sua eco dalle incantevoli insenature della costa. Garibaldi ascoltò e seguì con lo sguardo l’impareggiabile scenario, tutto colori e musiche. Il Dittatore prese posto in una grossa barca da pesca, e veleggiò alla volta di Sapri. Eccolo, guardato da alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore, addormentarsi per la stanchezza su un mucchio di cordami; e gli altri scrutare l’orizzonte ed a fissare, stupiti, le coste a strapiombo su di un mare denso di smeraldo. Tutto pareva fasciato di silenzio e di poesia. le grotte, i boschi, gli speroni della montagna ornati da ciuffi di bei fiori selvatici, offrivano una visione di pace e di serenità. Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Gli facevano compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, …..Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo protegesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri.“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, all’alba, i sette si avviarono verso Sapri. Garibaldi era molto stanco per la difficile cavalcata della passata notte, per cui durante tutto il tragitto si sdraiò sulla barca, guidata da due marinai e dormì destandosi nella baia saprese.“. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Costeggiando al largo delle scogliere di Maratea e di Acquafredda, a bordo di una barca spinta da due rematori, nel pomeriggio sbarcò a Sapri alle ore 15:30 (3) etc…”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Si tratta di Riccardo Finelli che, nel 2010 percorre in bici le principali tappe del tragitto che fece Garibaldi risalendo dalla calabra Soveria Manelli, Paola, Scalea, la Lucania, con Rotonda, etc…Il giovane autore fermandosi in questi luoghi raccoglie personali testimonianze e personali ed opinabili impressioni, non aggiungendo nulla di nuovo alle ricerche sullo storico evento. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “….scese quindi alla marina di Maratea. Con una vela peschereccia e, dopo una traversata di tre ore, sbarca a Sapri il tre settembre etc..”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là né di strade né di sentieri v’è traccia alcuna. Arriva così ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che Bertani testimoniava che la comitiva che accompagnava Garibaldi era composta di cinque in tutto, compreso Garibaldi. Ma abbiamo visto che non è stato così. Bertani scriveva chiaramente essere in tutto sette. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i auli, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla , ove pose il campo , trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39 in proposito scriveva che: “Occupata Cosenza, distrutto l’esercito borbonico in Calabria, la marcia di Garibaldi fino alla marina di Tortora, per Tarsia, Spezzano Albanese, Castrovillari, Morano e Laino, tra l’entusiasmo delle popolazioni, ha solo un valore documentario (46).”. Guarasci, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “…..il Dittatore ritenne prudente abbandonare la strada consolare e si recò verso Laino con la sua comitiva; giudato poi da patrioti del luogo, attraversò di notte a dorso di mulo le zone montagnose e boscose dei Piani del Carro, di Massacornuta e della valle del Savico nel territorio di Aieta e Tortora e alle prime luci dell’alba scese verso la spiaggia del Tirreno. A Tortora fu entusiasticamente acclamato dalla popolazione e ricevuto alle porte del paese da una deputazione di distinte signore, tra cui Isabella Lauria Pelagano. Si recò in casa del sacerdote don Giuseppe Salmena, noto per le sue idee anti borboniche e acceso fautore di Garibaldi. L’eroe dei Mille ebbe dal Salmena e dal Vice Pretore don Biagio Lomonaco-Melazzi esaurienti informazioni sulla situazione locale e dei paesi vicini. Garibaldi scese poi sulla spiaggia di Castrocucco alla destra del fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, etc…”. Attilio Pepe (….), nel suo, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 311-312, in proposito scriveva: “Un bel chiaro di luna. Sul cadere della notte (2 settembre), Garibaldi lascia rotonda in carrozza. Il Canzio nel suo ‘Diario’, in data 3, nota: “Il Generale deviò per Sapri. Il Generale Caldarelli, con 2000 soldati e 12 pezzi di artiglieria, ci precede d’una tappa”. Gli altri della scorta, tra cui Musolino, Missori, i giornalisti Arrivabene e Gallenga, Peard, che poi sarà scambiato per Garibaldi dalle popolazioni data la sua somiglianza con lui, proseguono sulla via di Napoli lungo la Consolare. Ma, tornato sempre in carrozza sulla rotabile, e rientrato in Calabria, dopo di aver percorso una dozzina di chilometri, deve abbandonarla per avvicinarsi al mare ed infilare la gola del fiume Lao, il fiume che sbocca presso Scalea, ed ove non ci sono tracce di strade, ma sentieri orribili, come li dice Bertani nel suo diario. E così che verso le otto e mezzo, Garibaldi e i suoi compagni, montati su muli, procedono lungo la sponda sinistra del fiume. Etc…Dopo una distesa di parecchie miglia sotto il chiaro di luna, non potendo proseguire verso sud per quei sentieri, giunti presso Laino, essi guadano il fiume e passano sulla sponda destra, dirigendosi verso ponente. Rimontano sulle alture e costeggiano Aieta sul confine della Basilicata ed entrano a Tòrtora. Qui sostano e sono ospitati in casa di Emanuele Lomonaco-Melazzi, ove passano il resto della notte. La mattina del 3, scendono alla marina in quel tratto di spiaggia equidistante tra Scalea e Maratea, a destra della foce del fiume Castrocucco (o Noce), quindi in territorio di Maratea. Tale fiume divide la Calabria dalla Basilicata. In quella deserta spiaggia, dopo di aver evitato l’incontro dei doganieri (il giorno avanti v’erano state segnalate delle truppe borboniche), e una breve sosta al vecchio castello del barone Labanca, Garibaldi e i suoi sei compagni prendono il mare su una barcaccia (giunta da Maratea, dice il Bertani), la quale spinta da due remiganti, e rasentando la costa di Maratea, Cersuta ed Acquafredda, dopo tre ore di penoso tragitto, giunse a Sapri.”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 331-332, in proposito scriveva che: “Sul resto del viaggio gli storici non sono d’accordo, per cui già da qualche anno, il Prof. Attilio Pepe affrontò la questione e fece luce (12). Poiché le truppe del generale Cardarelli, la sera del 2 settembre erano ancora a Castelluccio, a pochi Km. da Rotonda, Garibaldi, al fine di evitare qualche brutto incontro con la retroguardia, preferì ritardare la partenza di qualche ora. Così a notte inoltrata partì in carrozza. Alle vicinanze di Laino, abbandonò la rotabile, e sul dorso di cavalli e muli col seguito di sei persone – il Bertani dice quattro – s’avviò lungo il sentiero che costeggia il fiume Lao per giungere a Scalea. Ma nonostante il bel chiaro di luna, la comitiva sbagliò la strada ed andò a finire a Tortora, dove, stanca, si riposò quella notte, e dove ancora si mostra la stanza in cui dormì Garibaldi. La mattina del 3 settembre l’eroe riprese il viaggio e giunse a Marina di Tortora, precisamente alla sponda destra della foce del fiume Castrocucco. Ivi coi suoi sale su una barca a due remi ed approda a Sapri, dove lo attende il Turr che ha seco anche i 1.500 del Bertani. L’indomani, da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane, Garibaldi riprese la marcia della leggenda e della gloria.”. Serra, a p. 332, nella nota (12) postillava: “(12) A. Pepe, Nel 150° Annuale della nascita di Garibaldi A. La marcia attraverso il Bruzio ed una deviazione improvvisa, in “Brutium”, Reggio Calab., novembre-dicembre 1957. V. anche la sua comunicazione al 2° Congresso Storico Calabrese in questi Atti.”.
Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 3 settembre, a p. 576 aggiunge che: “3 Settembre. Le forze residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli rimarranno a riposo per l’intera giornata presso S. Lorenzo la Padula per lo stabilito la capitolazione tra il Generale sunnomato ed il Comitato centrale sovversivo della Provincia di Cosenza. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge coi suoi eguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando.”.
Nel 3 settembre 1860, il viaggio in mare di GARIBALDI da Castrocucco, la costa di Maratea e di Acquafredda nella lettera di un garibaldino e la costa fino alla baia naturale di Sapri
Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Non c’è in tutta la linea costiera dell’Italia un tratto più bello di quello, dove i monti si protendono l’un dietro l’altro a gara e si tuffano precipitosi nell’acqua (1). Tanta aspra bellezza si contempla si contempla meglio dal mare, etc…”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria; quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90.”. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “….barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, etc…“. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “….carezzata dalle onde tranquille ed azzurrre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso del cielo terso di cobalto, s’avanza a fatica rasentando le coste, quali degradanti e quali scendenti a picco nel mare, di Maratea, Cersuta ed Acquafredda fino all’insenatura di Sapri. Quasi lo stesso tragitto percorse già nel 4 luglio 1848, il gran patriotta Costabile Carducci co’ suoi sventurati compagni, quando egli, dopo le sconfitte di Campotenese, cercò raggiungere le natie balze del Cilento, ma costretto ad approdare, per i violenti marosi, alla spiaggia del villaggio di Acquafredda, quivi, fu catturato e trucidato infamemente dagli sgherri del Prete Peluso. Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto passaggio per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e ville dell’antica Magna Grecia, che le ossa del gran Patriotta del Cilento, le quali tuttora riposano dimenticate nella chiesetta del villaggio, si fossero destate dall’avello frementi di gioia pel compimento della tanta sospirata redenzione d’Italia (1). Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, etc…”. Pesce, a p. 28, nella nota (1) postillava: “(1) Nel nostro opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’, abbiamo discorso della triste sorte toccata a quel glorioso patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi. Ecco come i nostri martiri della libertà si succedono e si riannodano in unica catena, che mette capo al grande e fortunato Liberatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunto a Maratea, in terra di Lucania, il 3 settembre, Garibaldi scese al mare. Ecco la ‘Costa del Sole’, illuminata dalle prime luci dell’alba, tutta brividi di arcobaleno. Qualche solitaria barca veleggiava come fantasma di poesia, e qualche canto marinaresco faceva udire la sua eco dalle incantevoli insenature della costa. Garibaldi ascoltò e seguì con lo sguardo l’impareggiabile scenario, tutto colori e musiche. Il Dittatore prese posto in una grossa barca da pesca, e veleggiò alla volta di Sapri. Eccolo, guardato da alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore, addormentarsi per la stanchezza su un mucchio di cordami; e gli altri scrutare l’orizzonte ed a fissare, stupiti, le coste a strapiombo su di un mare denso di smeraldo. Tutto pareva fasciato di silenzio e di poesia. le grotte, i boschi, gli speroni della montagna ornati da ciuffi di bei fiori selvatici, offrivano una visione di pace e di serenità. Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, etc…”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “….raggiunse il Castello del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14. Etc…”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “….scese quindi alla marina di Maratea. Con una vela peschereccia e, dopo una traversata di tre ore, sbarca a Sapri il tre settembre etc..”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Costeggiando al largo delle scogliere di Maratea e di Acquafredda, a bordo di una barca spinta da due rematori, nel pomeriggio sbarcò a Sapri alle ore 15:30 (3) etc…”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Si tratta di Riccardo Finelli che, nel 2010 percorre in bici le principali tappe del tragitto che fece Garibaldi risalendo dalla calabra Soveria Manelli, Paola, Scalea, la Lucania, con Rotonda, etc…Il giovane autore fermandosi in questi luoghi raccoglie personali testimonianze e personali ed opinabili impressioni, non aggiungendo nulla di nuovo alle ricerche sullo storico evento. Per la descrizione della costa da Maratea ad Acquafredda e da Acquafredda a Sapri, vi è la testimonianza oculare di un volontario garibaldino che scrisse in una sua lettera pubblicata da Emile Maison (….). Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 65-66 e ssg. trascriveva una lettera del 5 settembre 1860 e scriveva: “Sapri, Acqua-Fredda, le 5 Septembre. Apres diner nous partons pour l’Acqua-Fredda (eau froide), à trois milles environ de Sapri, dance une barque danceuvrée par quatre matelots. L’expedition se compose de sept Italiens et de trois Francais, sous la conduite du capitaine du Benvenuto. Jamais je n’ai vu le ciel plus bleu et la mer plus calme. Les metelots, en soulevant leurs rames, font eclater toute la phosphorescence de cette mer toujours si belle et si poétique. Partis à huit heures, nous debarquons à neuf heures sur une plage tout à fait nue. Ne trouvant point de chemin, chacun escalade les rochers come il peut. Au bout d’une demi-heure, l’un de nous trouve une pauvre vielle femme, couchée en plein air davant la porte de sa maison, qui semble nous prendre pour des bandits. Enfin, tant bien que mal elle nous indique le chemis d’Acqua-Fredda, si toulefois on peut appeler chemin une especie de sentier impraticable, et bon tout au plus pour les chevres. Apres une heure de marche, nous apercevons quelches habitations et la point d’un clocher: nous poussons un soupir de saulagement; mais, helas! c’est en vain que nous frappons à toutes les portes: personne ne repond: nous pourrions nous croire, avec d’un peo d’imagination, danse quelque ville enchantée des ‘Mille et une Nuits’. Nous allions en venire aux moyens extremes, quand tout à coup un campagnard s’approche de nous avec force saluts et génuflexions. Peu d’istants apres, sa femme le rejoint et nous offre de l’eau pour nos rafraichir, puis …..de la paille pour faciliter notre campement à la belle etoile. On demand alors à ces braves gens commend il se fait toutes les maison restent fermées. Ils nous repondent qu’à notre aproche tout le monde s’est sauvé dans la montagne, le curé en tete. Le capitaine du navire ajoute: “Mais saviez-vous que nous etions des soldats de Garibaldi ?” – Signor, si! répondent-ils, seulement on disait que vous étiez de mechantes gens”, che tradotto è: “Sapri, Acqua-Fredda, 5 settembre. Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai. La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto. Non ho mai visto il cielo più azzurro e il mare più calmo. I marinai, alzando i remi, fanno emergere tutta la fosforescenza di questo mare, sempre così bello e così poetico. Partiti alle otto, sbarcammo alle nove su una spiaggia completamente brulla. Non trovando alcuna via, ognuno scala le rocce come meglio può. Dopo mezz’ora uno di noi trovò una povera vecchia, stesa all’aperto davanti alla porta di casa, che sembrava prenderci per banditi. Alla fine, come può, ci indica il sentiero dell’Acqua-Fredda, se però sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre. Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo; ma sfortunatamente! invano bussiamo a tutte le porte: nessuno risponde: potremmo credere, con un po’ di fantasia, di ballare in qualche città incantata da ‘Mille e una notte’. Stavamo per ricorrere a mezzi estremi, quando all’improvviso un connazionale si avvicinò a noi con molti saluti e genuflessioni. Pochi istanti dopo, la moglie lo raggiunge e ci offre dell’acqua per rinfrescarci, poi…paglia per facilitare il nostro accampamento sotto le stelle. Abbiamo poi chiesto a queste persone coraggiose come mai tutte le case fossero rimaste chiuse. Ci hanno detto che mentre ci avvicinavamo tutti fuggivano sulla montagna, con il sacerdote in testa. Il capitano della nave aggiunge: “Ma lo sapevate che eravamo soldati di Garibaldi?” – Signore, sì! rispondono: “solo loro hanno detto che eravate persone cattive”….(il 6 settembre 1860).”. Sempre il Maison, a pp. 67-68 pubblicò un’altra delle lettere di un volontario garibaldino datata 6 settembre 1860 e scriveva che: “Acqua-Fredda , Sapri , le 6 septembre. A notre réveil , nous voyons quelques habitants qui se sont décidés à descendre. Nous faisons faire du café , et nous achetons des fruits que nous payons largement. Ces braves gens reviennent alors de la mauvaise opinion qu’ils avaient conçue de nous, en nous prenant pour des brigands et des pillards. Quelle misère et quelle ignorance dans ce pays ! Les gens ne mangent même pas de pain. Les fruits composent presque toute leur nourriture. D’autre part , si vous leur montrez un livre , ils n’y voient que du blanc et du noir, car il n’y en a pas deux sur cent qui sachent lire. Le gouvernement napolitain , dans un but trop facile à comprendre, empêchait l’instruction de se répandre dans les campagnes et condamnait ces populations si admirablement douées à la plus abjecte infériorité morale.”, che tradotto significa: “Acqua-Fredda, Sapri, 6 settembre. Al risveglio, abbiamo visto alcuni abitanti che avevano deciso di scendere. Abbiamo fatto preparare il caffè e abbiamo comprato della frutta, che abbiamo pagato profumatamente. Questa brava gente ha poi cambiato idea su di noi, prendendoci per briganti e saccheggiatori. Quanta miseria e quanta ignoranza in questo paese! La gente non mangia nemmeno il pane. La frutta costituisce quasi tutto il loro cibo. Inoltre, se gli si mostra un libro, vedono solo bianco e nero, perché non due su cento sanno leggere. Il governo napoletano, per uno scopo fin troppo facile da capire, ha impedito che l’istruzione si diffondesse nelle campagne e ha condannato queste popolazioni ammirevolmente dotate alla più abietta inferiorità morale.”. Ma, la lettera che riguarda Sapri, una lettera di un volontario garibaldino pubblicata dal Maison, è quella di p. 68, è datata 7 settembre 1860, dove scriveva che: “Sapri, le 7 septembre. Nous apprenons ce matin que Garibaldi est entré hier soir à Salerne et qu’il y a été parfaitement accueilli. Rien autre chose de nouveau . Je passe ma journée sur le pont à écrire.”, che tradotto significa: “Sapri, 7 settembre. Stamattina abbiamo saputo che Garibaldi è entrato a Salerno ieri sera ed è stato accolto calorosamente. Niente di nuovo. Sto trascorrendo la giornata sul ponte a scrivere.”.
GARIBALDI A SAPRI
Nel 3 settembre 1860, Sapri all’arrivo di Garibaldi

Dell’aspetto della cittadina di Sapri, nei primi del mese di Settembre del 1860 abbiamo alcune testimonianze che in parte ne descrivono alcune sue caratteristiche che ancora oggi possiamo riscontrare. Una testimonianza delle condizioni del paese all’epoca è quella del colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a p. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina.”. Dunque, Rustow ci parla di una casa “presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, etc…“ dove pranzò, alle 16,00. La casa apparteneva al suo ospite don Antonio di Sapri. Non credo si trattasse di casa Gallotti, perchè tra i Gallotti non vi era un “Antonio”. Rustow scriveva anche del “posto di guardia stabilito presso la marina”, dove si trovava Garibaldi, intento “a riposare in una capanna di paglia”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia presso la strada per Lazongro (qui è errato perchè si tratta di Lagonegro), fu accampata la brigata Milano, che formava l’ala destra; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, venne accampata in un boschetto di olivi sulle vestigia dell’antica e potente città marittima di Vibona. I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, etc…”. Pare che tutte queste brigate garibaldine furono fatte accampare in località “Cantine”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III…., nella baia arenosa di Sapri”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 250, in proposito scriveva: “Nella Calabria citeriore sono meritevoli di menzione Cosenza, Paola e Castrovillari. Cosenza, capitale della provincia, con 12,000 abitanti, giace sui fiumi Crati e Busento (Buzenzo) che ivi riunendosi corrono al mar Jonio. Paola , non lontana dal mar Tirreno, però sull’alto, ha un’industria proporzionatamente importante , specialmente in seta, ed una buona baja. Delle città della Basilicata non nomineremo che la capitale, Potenza, con 10,000 abitanti e Lagonegro sulla strada consolare che qui si avvicina considerevolmente al mare, per dopo nuovamente scostarsene entrando nel principato. Lagonegro è unito al mare mediante una buona strada nuova presso il porto di Sapri una volta celebre ora piccolo, ma pur sempre buono. Sapri è in parte collocata sulle rovine dell’antica città romana Vibona; ultimamente acquistò nuova celebrità per la sfortunata spedizione di Pisacane che vi sbarcò nel 1857. Essa giace di già nel Principato citeriore, nel quale si trovano le città di Padula, la Sala, Diana, Auletta, Eboli e Salerno, ad eccezione di quest’ultima, tutte appollajate sui monti. Auletta fu per la inassima parte distrutta dal terremoto del 1857.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, dominata da un anfiteatro di colline, coronate dal Monte ‘Olivella’.”. Emil Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais; ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Etc…”, che tradotto significa: “Sapri, 4 settembre. Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro. Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa. Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari. Lì incontro una folla di persone che parlano francese; questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia. Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno. Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza. Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare. Vogliamo pagarlo per questo. Impossibile. La povera vecchia grida in nome di suo ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia. Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia. Qui tutti ti chiamano fratello; e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi. Etc…”. Dunque, in una lettera pubblicata dal Maison e datata 4 settembre, un volontario garibaldino, sbarcando a Sapri ne descrive alcune sue caratteristiche dell’epoca. Egli racconta che Sapri è un “grazioso paesino” di mare che si affaccia sul golfo di Policastro “situato in una posizione deliziosa” che conta 500 abitanti. Il volontario, di cui non conosciamo il nome, scriveva che a Sapri “Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari. Lì incontro una folla di persone che parlano francese; questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia.”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, a pp. 65-66 e ssg. trascriveva una lettera del 5 settembre e scriveva: “Sapri, Acqua-Fredda, le 5 Septembre. Apres diner nous partons pour l’Acqua-Fredda (eau froide), à trois milles environ de Sapri, dance une barque danceuvrée par quatre matelots. L’expedition se compose de sept Italiens et de trois Francais, sous la conduite du capitaine du Benvenuto. Jamais je n’ai vu le ciel plus bleu et la mer plus calme. Les metelots, en soulevant leurs rames, font eclater toute la phosphorescence de cette mer toujours si belle et si poétique. Partis à huit heures, nous debarquons à neuf heures sur une plage tout à fait nue. Ne trouvant point de chemin, chacun escalade les rochers come il peut. Au bout d’une demi-heure, l’un de nous trouve une pauvre vielle femme, couchée en plein air davant la porte de sa maison, qui semble nous prendre pour des bandits. Enfin, tant bien que mal elle nous indique le chemis d’Acqua-Fredda, si toulefois on peut appeler chemin une especie de sentier impraticable, et bon tout au plus pour les chevres. Apres une heure de marche, nous apercevons quelches habitations et la point d’un clocher: nous poussons un soupir de saulagement; mais, helas! c’est en vain que nous frappons à toutes les portes: personne ne repond: nous pourrions nous croire, avec d’un peo d’imagination, danse quelque ville enchantée des ‘Mille et une Nuits’. Etc…“, che tradotto è: “Sapri, Acqua-Fredda, 5 settembre. Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai. La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto. Non ho mai visto il cielo più azzurro e il mare più calmo. I marinai, alzando i remi, fanno emergere tutta la fosforescenza di questo mare, sempre così bello e così poetico. Partiti alle otto, sbarcammo alle nove su una spiaggia completamente brulla. Non trovando alcuna via, ognuno scala le rocce come meglio può. Dopo mezz’ora uno di noi trovò una povera vecchia, stesa all’aperto davanti alla porta di casa, che sembrava prenderci per banditi. Alla fine, come può, ci indica il sentiero dell’Acqua-Fredda, se però sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre. Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo; ma sfortunatamente! invano bussiamo a tutte le porte: nessuno risponde: potremmo credere, con un po’ di fantasia, di ballare in qualche città incantata da ‘Mille e una notte’. Etc…”. Anche questa testimonianza del volontario garibaldino pubblicata da Maison, è interessante. Egli ci parla dello sbarco su una spiaggetta di Acquafredda e della marcia a piedi per la tradina mulattiera che portava a Sapri. Egli scriveva del sentiero che, da Acquafredda portava a Sapri: “….sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre.” e che la marcia durò un’ora. Oggi questo sentiero, che rasenta la statale SS. 18, è stato creato ex novo ed è stato chiamato “Appezzami l’asino” (toponimo mai esistito a Sapri. Il volontario scrive pure che arrivato a Sapri “Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo….“. E’ molto probabile che si trattasse del campanile della chiesa parrocchiale dell’Immacolata in piazza Plebiscito. Lo storico inglese, George Macaulay Treveljan (….), nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “There is a fine beach, but no artificial landing-place at Sapri. Only there may be seen in the clear water the ruins of ancient pier. It runs out from the foundation of a palace built longe ago by some magnate of Imperial Rome, who discovered the beauty of the little bay, and carried thither the whole apparatus of ancient luxury, leaving less adventurous pleasure-seekers at Puteoli and Baiae. Some modern Lucullus will imitate him ere long. Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…“, che tradotto significa: “A Sapri c’è una bella spiaggia, ma nessun approdo artificiale. Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto. Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Etc…“. Treveljan, a p. 156, nella nota (3) postillava: “(3) There is not, and never was a coast road, but since 1860 a railway has been driven along this coast. But those who pas through its tunnels to Sicily have no idea under what magnificent scenery they are travelling.”, che tradotto significa: “(3) Non c’è, e non c’è mai stata, una strada costiera, ma dal 1860 è stata costruita una ferrovia lungo questa costa. Ma coloro che attraversano i suoi tunnel per raggiungere la Sicilia non hanno idea sotto quale magnifico scenario stanno viaggiando.”. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. Treveljan, nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibald, ci parla della “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, “A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo.”. Inoltre, egli accenna al palazzo imperiale o villa di un importante magnate della Roma Imperiale e scrive che questa: “Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 199-200, in proposito scriveva che: “Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri. Non c’è in tutta la linea costiera dell’Italia un tratto più bello di quello, dove i monti si protendono l’un dietro l’altro a gara e si tuffano precipitosi nell’acqua (1). Tanta aspra bellezza si contempla meglio dal mare, etc…Soltanto, entrando nella baia di Sapri essi si rizzarono tutti in piedi, a mirare lo spetacolo che si offriva ai loro occhi e ad onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, si era avventurato fin là per issare la bandiera italiana sui monti (2). Su quella stessa spiaggia, dove i precursori erano scesi incalzati da un triste fato, saltò a terra anche Garibaldi, ma sulle ali della vittoria, accolto come il “fratello Garibaldi”, da quella stessa gente di Sapri che tre anni prima aveva fatto il cipiglio a Pisacane e ai suoi sospetti compagni. Ivi erano giunte il griorno prima da Paola, anche le truppe del Turr (3). La spiaggia di Sapri è bella, ma non è provvista di uno scalo artificiale. Le sue limpide acque però, rivelano le rovine di un antico molo congiunto alle fondamenta d’un palazzo che un magnate dell’antica Roma imperiale, scoperta la bellezza della piccola baia, vi s’era fatto costruire, trapiantandovi tutto l’appannaggio del fasto romano e lasciando Puteoli e Baiae ai meno intraprendenti cacciatori del piacere. Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria: quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90”. Treveljan cita l’altro suo testo, ovvero “Garibaldi e i Mille”, dove egli, da pp. 87 ci parla della Spedizione dei Trecento di Carlo Pisacane, del 1857, a cui Garibaldi non volle partecipare. Treveljan, a p. 199, nella nota (3) postillava: “(3) La Cava, 702; Bertani, II, 184-185; Ire Pol., 71-72; Racioppi, 200; Maison, 63-64; Rustow, Brig. Mil., 18-19; Turr, Div., 149.”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, a pp. 68-68 e ssg. trascriveva una lettera dell’8 settembre ed in proposito scriveva che: “Sapri, Policastro, le 8 september. Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée, accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En de pit du temps qui parait vpouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui merite à peine aujourd’hui le nom de village, car elle ne renferme pas plus de quatre cents ames. On lui donne sans doite ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prete son nom au golfe qui s’etend devant elle. D’apres un historien digne de foi, elle fut, en 1055, entierement detruite par Robert Guiscard, etc…”, che tradotto significa: “Garibaldi è a Napoli. Vi è entrato ieri in giornata, accompagnato solo da alcuni suoi amici (1). Nonostante il tempo che sembra cambiare, vado con i miei due connazionali a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, cittadina che oggi merita a malapena il nome di villaggio, perché non contiene più di quattrocento anime. Le viene dato senza dubbio questo titolo in ricordo della sua passata importanza e perché dà il nome al golfo che si estende davanti ad essa. Secondo uno storico attendibile fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, etc…”. Il volontario garibaldino scriveva di Sapri che era un piccolo paesino di 400 anime. Maison, a pp. 68-69, nella nota (1) postillava: “(1) D’après M. Edwin James, témoin oculaire , Garibaldi passa par Eboli . A Salerne etc…”, che tradotto significa: “(1) Secondo il signor Edwin James, un testimone oculare, Garibaldi passò da Eboli. A Salerno, prese la ferrovia.”. Mason cita M. Edwin James (….), il cui testo è di un giornale curato da Ms. Edwin James’s. Egli scrisse “Garibaldi and his advisers”. Antonio Pizzolorusso (….) e del suo “I martiri per la libertà italiana per la Provincia di Salerno con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860”, Salerno, 1885. Pizzolorusso, a p. 234, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre e ordina al primo d’inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via Consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al Generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola. Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul Giornale di Bordo del Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese Garzia, trovò scritto che arrivato nel porto di Sapri il 4 settembre 1860, in missione per prendere ed aiutare gli sbarchi, annotava che: “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “.
I dubbi sulla decisione di Garibaldi, i reali motivi che, da Tarsia lo spinsero a venire a Sapri, invece che proseguire sulla strada Consolare per le Calabrie che da Rotonda lo portava a Lagonegro. Perchè Garibaldi venne a Sapri ?
Ancora oggi, sussistono dei dubbi e delle omissioni sul passaggio di Garibaldi a Sapri. Ancora oggi, è opportuno ulteriormente indagare sui reali motivi per cui Garibaldi decise di deviare per arrivare a Sapri dopo la sosta a Rotonda.La maggior parte degli storici risolvono frettolosamente la deviazione di Garibaldi come una decisione indotta dalla presenza sulla strada Consolare delle Calabrie delle truppe regie borboniche di Caldarelli che battevano in ritirata dopo la Capitolazione di Cosenza. Ma già nella sua tappa a Tarsia il generale Garibaldi aveva intenzione di deviare, di lasciare la strada Consolare per le Calabrie, e di recarsi a Sapri. I motivi per cui Garibaldi andasse a Sapri non sono mai stati del tutto chiariti. Non tutti conoscono della deviazione che Garibaldi decise di fare, andando a Sapri. Unica nota stonata tra gli storici, peraltro testimoni oculari, vi sono quelle del Perini e del Du Champ, che non ci parlano affatto di Sapri. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 490-491, in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni volontari. Egli passava in appresso a Sala e alla Polla, ove pose il campo, trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandati dallo stesso monarca.”. Dunque, il Perini, a p. 493, in proposito scriveva: “Turr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla.”, negando che Garibaldi si fosse recato prima a Sapri. Dunque, secondo il racconto di Osvaldo Perini, Garibaldi non cambiò itinerario ma da Lauria, dove passando da Rotonda era arrivato, si diresse a Bosco, odierna Nemoli e da lì arrivò a Lagonegro, che dice essere “amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti.”. Dunque, a differenza del contemporaneo Du Champ (entrambi scrissero nel 1861), Perini non fa sbarcare Garibaldi a Sapri. Addirittura Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 488, riferendosi al generale Turr, che su ordine di Garibaldi doveva andare Paola per andare a prendere i volontari ivi lasciati dal Bertani, in proposito scriveva che: “XLVI. Alle ore cinque pomeridiane del giorno medesimo abbandonarono i nostri Cosenza dirigendosi a Paola, donde per ordine avuto dovevano per mare e al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato. Pervenivano i volontari alla destinazione loro dopo un faticoso viaggio che durò per tutta la notte, e quivi, riposatisi alquanto, s’apparecchiavano pel giorno seguente ad imbarcarsi e a salpare. Medici s’allontanava impertanto da Paola nel punto medesimo che Garibaldi, rovesciata definitivamente la dinastia dei Borboni, entrava trionfante nella stessa Capitale del Regno.”. Perini scriveva che i suoi compagni e la sua Brigata (credo la Medici) aveva ricevuto ordini di recarsi da Paola “al più presto recarsi a Sapri e a Salerno, dove il Re, coll’esercito sapeasi accampato”. Che vi fossero le truppe regie accampate nei pressi di Eboli e di Salerno questo si sapeva ma che vi fossero truppe regie a Sapri non mi pare che sia corretto sostenerlo. Addirittura, alcuni storici recenti hanno liquidato la tappa di Garibaldi a Sapri come frettolosa ed inconsistente. Infatti, ad esempio, Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Costeggiando al largo delle scogliere di Maratea e di Acquafredda, a bordo di una barca spinta da due rematori, nel pomeriggio sbarcò a Sapri alle ore 15:30 (3) unendosi ai contingenti sbarcativi nei giorni precedenti, fra i quali quello dei 1500 del gen. Turr (1), sbarcatovi il giorno prima da Paola. Dopo aver pernottato tra il 3 e il 4 settembre a Vibonati in casa De Nicolellis, etc…”. Non dicendo quasi nulla su Sapri e sulla sosta di Garibaldi a Sapri. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Si tratta di Riccardo Finelli che, nel 2010 percorre in bici le principali tappe del tragitto che fece Garibaldi risalendo dalla calabra Soveria Manelli, Paola, Scalea, la Lucania, con Rotonda, etc…Il giovane autore fermandosi in questi luoghi raccoglie personali testimonianze e personali ed opinabili impressioni, non aggiungendo nulla di nuovo alle ricerche sullo storico evento. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “….scese quindi alla marina di Maratea. Con una vela peschereccia e, dopo una traversata di tre ore, sbarca a Sapri il tre settembre dove già erano approdate le truppe del generale Turr, provenienti dalle Calabrie. Garibaldi è ospite della famiglia Gallotti in Sapri e poscia della famiglia Del Vecchio a Vibonati. Etc..”. Finelli scrive queste due parole su Sapri ed invece si dilunga su un evento di dubbia storicità che riguarda l’eventuale tappa di Garibaldi a Vibonati. Come si è visto nel precedente paragrafo la maggior parte degli storici fa risalire la decisione di Garibaldi a Rotonda, il 2 settembre 1860, da cui decise di deviare la sua cavalcata, adducendo i motivi della presenza pericolosa nella zona del Lagonegrese delle truppe Regie borboniche che battevano in ritirata. Ma noi nutriamo dei seri dubbi su questa versione dei fatti. Già a Tarsia Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale, generale Sirtori, dicendogli che a Sapri avrebbe inviato ordini a Turr. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “…a Tarsia. Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, avendo riguardo al buon nutrimento dei militi, etc….Io partirò alla volta di Castrovillari alle 4 pom. d’oggi, e seguito avanti quanto lo comporteranno le circostanze. Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini. Etc…”. Da Tarsia, dove Garibaldi si fermò per poco tempo, il 1° settembre 1860 scrisse al generale Sirtori anticipandogli alcuni ordini e avvisandolo che Turr si era partito per Paola da dove doveva condurre le truppe dell’ex divisione Bertani-Pianciani a Sapri. Nel dispaccio indirizzato a Sirtori Garibaldi gli scriveva che: “Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini.”. Inoltre, il telegramma o dispaccio di cui parla l’Agrati, ovvero ciò che Garibaldi, a Tarsia manda a dire al generale Sirtori, dimostra anche il fatto che già il 1° settembre 1860, e non come erroneamente si dice, Garibaldi era già intenzionato a non proseguire la sua marcia prendendo la strada per Castelluccio-Lagonegro-Sala Consilina proseguendo sulla Consolare, ma, egli aveva già intenzione di passare per Sapri che, al contrario si trova lungo la costa tirrenica e da lì, proseguire e risalire vero Sala Consilina. Infatti, a Tarsia, il 1° settembre 1860, Garibaldi scrive a Sirtori: “Il generale Turr marciò da Cosenza per Paola per guidare la gente di Bertani verso Sapri, ove troverà altri miei ordini.”. Garibaldi avvisa Sirtori che il generale Turr era andato a prendere le truppe di Bertani a Paola per portarle a Sapri “dove troverà suoi ordini”. Garibaldi, a Tarsia sapeva già che sarebbe passato a Sapri, dove avrebbe inviato nuovi ordini e nuove disposizioni a Turr che doveva ivi lasciare le truppe al Rustow. Garibaldi già da Tarsia o probabilmente già da Cosenza sapeva che avrebbe fatto la deviazione per Sapri. Infatti, Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nella mattina del 2 settembre Garibaldi attraversò l’altopiano di Campotenese e, appresso dello sbarco di Sapri, scriveva al Generale Turr: “Il latore v’informerà di ogni cosa, io procurerò di raggiungervi al più presto, in caso diverso scriverò” (232), mentre la sera stessa deviava verso il Golfo di Policastro per raggiungere Tortora dove pernottò.”. A questo punto mi chiedo, per quale importante motivo, Garibaldi decise la deviazione per Sapri ? La domanda che mi faccio è cosa rappresentasse per Garibaldi Sapri, che è una piccola cittadina posta sulla costa Tirrenica. Che bisogno aveva Garibaldi che aveva fretta di arrivare a Napoli di fermarsi invece a Sapri ? Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: “Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo” (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Pietro Ebner scriveva che furono le insistenze del romanziere francese Alessandro Dumas, padre, a convincere Garibaldi di uno sbarco nel golfo di Policastro. Erano importanti i movimenti nei piccoli paesi della costa Cilentana e del Golfo di Policastro ?. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 103-104 , riassumento la lettera che il Dumas scrisse il 27 agosto a Garibaldi, scriveva: “Liborio Romano o si ritirerà a bordo della nave ammiraglia inglese o verrà a raggiungervi; una volta a bordo della fregata inglese o presso di voi, egli proclamerà la decadenza del re e vi riconoscerà per dittatore. Egli ha dalla sua parte il popolo ed i diecimila uomini della guardia nazionale, oppure, se voi operate uno sbarco, sia nel golfo di Policastro, sia in quello di Salerno, egli spaventerà talmente il re che il re partirà.”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco che fu Sapri. Garibaldi, decise di andare a Sapri. Perchè lo fece ? Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Però la domanda iniziale è sempre lecita. Cosa spinse Garibaldi, che marciava spedito verso Napoli, a deviare ed a fermarsi a Sapri ?. Ormai, le truppe dell’ex spedizione Pianciani erano già al sicuro nel porto di Sapri ed ivi sbarcate con Turr, restavano ordinate dal Rustow. Inoltre, Turr era pure partito da Sapri, insieme a pochi ufficiali per perlustrare la zona di Lagonegro, che, gistamente il Quandel-Vial (….), giudicava pericolosa. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a pp. 575-576 ed in proposito scriveva che: “Anche a sera il Generale Garibaldi parte da Rotonda in carrozza indirizzandosi a Laino, anzicchè a Lagonegro, perchè consigliato a scendere alla marina di Scalea per sicurezza (1) e per non porsi a contatto con le truppe comandate dal Generale Caldarelli. Etc…”. Quandel, a p. 576, nella nota (1) postillava: “(1) In Lagonegro e nel contado lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi.”. Addirittura il Quandel scriveva che nel Lagonegrese “lo spirito della popolazione era ostile a Garibaldi”. Notizia questa da approfondire ma a me non sembra che così fosse. E’ indubbio che la cittadina ed il contado del Lagonegrese fosse posto lungo la Consolare per le Calabrie, e che la Consolare fosse pericolosa in quel periodo perchè attraversata dalle truppe regie borboniche in ritirata ed è pur vero che in seguito, giorni doopo, Garibaldi evitò Lagonegro, fermandosi invece nella taverna del Fortino. Gli ordini che Garibaldi aveva impartito al Turr avevano già messo in sicurezza l’avanguardia garibaldina. Che bisogno aveva Garibaldi scendere con pochi suoi fidi a Sapri, la città dello sbarco di Pisacane ?. Cosa vi era di importante a Sapri ? Quale era la necessità di Garibaldi di non galoppare in incognita verso Lagonegro ed invece deviare per andare a Sapri. Forse Garibaldi doveva ivi incontrare alcuni messi inviati via mare da Persano quali inviati in missione di Cavour. Cosa che peraltro avvenne. Garibaldi, a Sapri incontrò il viceconsole sardo Astengo ed il suo amico di infanzia il capitano Augier. Garibaldi a Sapri doveva vedere le truppe dell’ex spedizione Pianciani annunciategli a Cosenza dal Bertani che li aveva portati da Pizzo a Paola ed a Sapri diede istruzioni al colonnello Rustow. Garibaldi a Sapri incontrò pure i volontari garibaldini e le truppe insurrezionali del Cilento ivi portate da Michele Magnoni e coordinati dal Matina a Sala Consilina. Insomma, credo che Garibaldi avesse diversi seri motivi per deviare per Sapri e che tale deviazione non fosse, a mio parere solo una mossa diversiva. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 411-412, in proposito scriveva che: “Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Etc…”. Anche l’Agrati cade nello stesso errore del Treveljan, perchè secondo quanto egli scrive, Garibaldi, a Rotonda, dovendo proseguire oltre, decise di lasciare la strada Consolare delle Calabrie “Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao..”. A Rotonda, Garibaldi aveva appreso che il generale borbonico Caldarelli, di cui non si fidava, si trovava con le sue truppe a Castelluccio e quindi, come scrive il Treveljan, decise di cambiare itinerario ed aggirare quelle truppe che potevano costituire un pericolo. Forse è questo il motivo della deviazione di Garibaldi ma resta il fatto che, Garibaldi, già a Tarsia, il 1° settembre 1860 aveva scritto al generale Sirtori che egli sarebbe andato a Sapri. Garibaldi, già a Tarsia era intenzionato a dirigersi a Sapri tanto che scriverà al Sirtori che a Sapri manderà ordini a Turr. Certo, sulla strada Consolare delle Calabrie che passava da Castelluccio e poi da Lagonegro, forse sarebbe stato più semplice scendere nel golfo di Policastro ma, anche l’itinerario che decise di seguire da Rotonda, ovvero menarsi verso Laino Borgo e quindi verso la costa, verso Scalea poteva essere agevole. Aveva bisogno solo di guide esperte che lo guidassero non essendoci strade rotabili. Il tragitto fu a mio avviso agevole considerando che Garibaldi, come vedremo arriverà anche a casa degli attendibili di Maratea prima di imbarcarsi per Sapri, il giorno 3 settembre. Il Treveljan scrive che è solo a Rotonda che Garibaldi decise di cambiare itinerario, ma come dimostra il telegramma che egli inviò giorni prima al generale Sirtori, Garibaldi aveva già deciso di portarsi a Sapri. Garibaldi, ancora non sapeva dove si trovasse il Caldarelli con le sue truppe borboniche. Forse era già a Lagonegro ? Non era sicuro. Garibaldi doveva raggiungere le truppe del Caldarelli con le sue truppe, portate dal Turr che erano già a Sapri. Egli, dunque, doveva andare a Sapri. E’ interessante, a tal proposito, l’osservazione di Carlo Pecorini-Manzoni che risolve la quatione dicendo che Garibaldi decise di andare a Sapri solo dopo la notizia che gli arrivò dal generale Turr, il quale, su ordine stesso di Garibaldi, da Sapri dovette andare a perlustrare la zona di Lagonegro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proprosito scriveva che: “Turr….a Lagonegro, dove seppe che il generale Caldarelli marciava sulla linea postale, onde gli mandò un’intimazione di attenersi strettamente alla capitolazione di Cosenza, ed alle marcie in essa stabilite, in contrario sarebbe stato costretto di attaccarlo dove lo trovasse fuor di luogo, e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 149, in proprosito scriveva che: “….e di ciò dava avviso al Generale Garibaldi, il quale, avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri. Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. In questo passaggio, però, devo precisare che rilevo una evidente incongruenza. Si tratta della frase: “avuto questa notizia, scendeva a mare diretto per Sapri.”. Si tratta della notizia che il Pecorini scrive che secondo lui, Garibaldi avuto notizie del Caldarelli dal generale Turr, si decideva a scendere verso la costa e si imbarcava per Sapri. La tempistica non è verosimile in quanto Garibaldi, a mio avviso, già a Rotonda aveva deciso di imbarcarsi per Sapri. Si tenga presente che il generale Turr si trovava in perlustrazione a Lagonegro, secondo la testimonianza di Forbes (….), egli si trovava a Lagonegro il 3 settembre 1860, dove aveva incontrato Forbes, Nullo e Trecchi, che gli dissero che avevano pranzato con Caldarelli che Turr non trovò. Dunque, quando Turr scrive ed invia il dispaccio da Lagonegro a Garibaldi, siamo già verso la fine della mattinata del giorno 3 settembre 1860 quando Garibaldi cioè, egli, era ancora sui muli per giungere alla marina di Tortora. Garibaldi non era arrivato a Sapri, ma, insieme ai sei compagni, già a Rotonda aveva deciso di cambiare itinerario e portarsi a Sapri. Pecorini scriveva che il generale Turr, da Lagonegro comunicava a Garibaldi, che ancora non era arrivato a Sapri, del dispaccio-intimazione di resa che aveva inviato a Caldarelli. Dalle informazioni assunte, Turr venne a sapere che il generale borbonico Caldarelli era già partito da Lagonegro e non aveva rispettato i patti stabiliti col Morelli a Cosenza. Infatti, Pecorini scriveva: “Quando Turr arrivava a Lagonegro, la Brigata Caldarelli era già partita.”. Inoltre, è vero che il messaggio di Turr arrivò a Garibaldi quando egli era già a Sapri ma vi è da dire che, se Garibaldi ricevè assicurazioni dal Turr che il generale Caldarelli non si trovava più a Lagonegro, a maggior ragione Garibaldi avrebbe portuto proseguire sulla Consolare per le Calabrie invece che andare a fare un viaggio lungo e faticoso per andare a Sapri. Il messaggio di Turr a Garibaldi dimostra solo che Garibaldi voleva conoscere le mosse di Caldarelli e delle sue truppe perché voleva essere sicuro che Caldarelli rispettava la capitolazione di Cosenza stipulata con Morelli. Infatti, in seguito, a Sala fu stipulata nuova capitolazione con il generale Caldarelli. Dai fatti storici, di cui stò per parlare, si potrebbe affermare che Garibaldi si sentisse più sicuro a Sapri che a Lagonegro, dove risultavano passare migliaia di soldati borbonici nemici che battevano in ritirata. Risultava più sicura la costa Tirrenica di Paola, Scalea, Maratea e Sapri ? E’ indubbio che la costa calabrese all’altezza di Paola, si era dimostrata amica e non ostile alle forze garibaldine, dunque molto più sicura dll’entroterra battuto dalle truppe regie. Infatti, sulla costa Tirrenica, calabrese e Cilentana (a Sapri) vi fu un alto numero di sbarchi di volontari. A Paola le navi borboniche non incrociavano i numerosi piroscafi utilizzati per i trasferimeni delle truppe garibaldine ivi portati da Turr e Rustow dalla Sicilia. E la popolazione di Paola si era dimostrata affettuosa con i soldati garibaldini. E i Regii borbonici erano di colpo spariti ? Accordi con il Vial ? E a Sapri ? Come fu possibile che a Sapri, il generale Turr e il Rustow potettero portare le migliaia di volontari. La costa di Praja, Maratea, Acquafredda fino a Praja erano sgombre da bastimenti da guerra borbonici ?. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto etc…I bersaglieri ed i carabinieri di Genova vennero destinati al servizio d’esplorazione, poichè credevano di trovarci in faccia al nemico, non senza un sospetto d’essere da esso circuiti.“. Dunque, il colonnello Rustow, che accompagnava le truppe da Paola a Sapri, insieme al generale Turr, scriveva che arrivati a Sapri, non trovarono movimento di truppe napoletane, ovvero truppe borboniche nemiche. Come si spiega tutto questo ? Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 199-200, in proposito scriveva che: “Soltanto, entrando nella baia di Sapri essi si rizzarono tutti in piedi, a mirare lo spettacolo che si offriva ai loro occhi e ad onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, si era avventurato fin là per issare la bandiera italiana sui monti (2). Etc…”. Treveljan, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90”. Treveljan cita l’altro suo testo, ovvero “Garibaldi e i Mille”, dove egli, da pp. 87 ci parla della Spedizione dei Trecento di Carlo Pisacane, del 1857, a cui Garibaldi non volle partecipare. Treveljan scrive che Garibaldi si era recato a Sapri e lì, arrivando in barca si commosse al ricordo di Pisacane che tre anni prima egli non volle sostenere nella sua storica impresa. Ma, alla luce degli avvenimenti postumi possiamo ipotizzare il reale motivo per cui Garibaldi scelse deliberatamente di recarsi a Sapri ? Credo questo uno dei tanti motivi ma non il principale. Garibaldi a Cosenza aveva reso omaggio ai Fratelli Bandiera e, a Sapri venne pure per rendere omaggio a Carlo Pisacane e ai suoi Trecento valorosi, ma, resta la domanda ed il dubbio sui reali motivi di questo improvviso passaggio. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39 in proposito scriveva che: “Garibaldi ha sfretta di arrivare a Napoli: deve impedire allo Stato maggiore borbonico di riorganizzarsi; ha fretta di passare oltre Campotenese e di superare Sapri, per evitare che si ripeta l’errore del ’48 quando le forze borboniche dei generali Busacca e Lanza giunsero proprio a Sapri e sconfissero tra Campotenese e Spezzano, le squadre del Riboty, del Longo, di Domenico Mauro e Vincenzo Morelli. Etc…”. Infatti, la baia naturale e l’approdo Tirrenico di Sapri, che tuttavia non aveva un porto, è stata da secoli un punto di riferimento per le armate che volevano invadere il Regno di Napoli. Punto di facile approdo e di facile rifornimento di acqua, indispensabile per i legni di mare, Sapri rappresentava un buon nascondiglio difficile da raggiungere ance dalle truppe Regie borboniche che trafficavano sulla strada Consolare per le Calabrie. Ma, questo ultima motivazione è valida per le truppe ivi portate dal Turr e Rustow ma, non è sufficiente a spiegarci i reali motivi che spinsero l’Eroe dei due Mondi a fermarsi quì prima di proseguire per il Vallo di Diano, che peraltro era già ben presidiato dalle forse del Fabrizi, del Boldoni e del Matina.
Nel 3 settembre 1860, le strade e le ferrovie, i collegamenti viari
Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 250, in proposito scriveva: “Delle città della Basilicata non nomineremo che la capitale, Potenza, con 10,000 abitanti e Lagonegro sulla strada consolare che qui si avvicina considerevolmente al mare, per dopo nuovamente scostarsene entrando nel principato. Lagonegro è unito al mare mediante una buona strada nuova presso il porto di Sapri una volta celebre ora piccolo, ma pur sempre buono.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 89, in proposito scriveva: “Il regno di Napoli, che per primo si era posto sulla strada delle costruzioni ferroviarie con la costruzione della linea Napoli-Portici, inaugurata nel 1839, e prolungata qualche anno dopo fino a Nocera e Salerno, e la Napoli-Caserta nel 1840 non fece nessun passo avanti. Il regno era ferroviariamente isolato a nord di Caserta fino a Firenze e a sud di Salerno fino alla Sicilia, dove non solo non si era costruito un solo chilometro di ferrovia, ma appena si era formulato qualche progetto (101). Le comunicazioni marittime non furono in condizioni migliori. La marina mercantile del regno era rimasta molto danneggiata dalle precedenti convenzioni stipulate con l’Inghilterra, la Francia e la Spagna. E, soltanto dopo le tariffe del 1823-1824, i nuovi trattati commerciali stipulati nel 1845, ed altre favorevoli circostanze, era riuscita a risollevarsi dalla depressione in cui era precipitata (102).”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Dalla valle del Lao rimontano sulle alture toccando le più elevate, e di là, la mattina del 3, si calarono sulla costa a un punto non molto discosto da Tortora e da Maratea. Una piccola imbarcazione toltili di là, li portò a Sapri. Non c’è in tutta la linea costiera dell’Italia un tratto più bello di quello, dove i monti si protendono l’un dietro l’altro a gara e si tuffano precipitosi nell’acqua (1). Tanta aspra bellezza si contempla si contempla meglio dal mare, ma Garibaldi che la cavalcata notturna aveva stremato di forze, si adagiò e dormì nella prua, sotto la vela che i suoi amici gli gettarono addosso per proteggerlo dal cocente sole meridiano.”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria; quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. La Dobelli, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90.”. Questa nota riguarda l’altro testo pubblicato dal Treveljan (….), ovvero “Garibaldi e i Mille”, di cui sempre la Dobelli fece la sua traduzione.
Nel 3 settembre 1860, a Sapri, il Sindaco: don VINCENZO PELUSO, nipote del famigerato prete e Capo Urbano all’epoca di Carducci e di Pisacane
Quando, il 3 settembre 1860 arrivò a Sapri il generale Giuseppe Garibaldi, non si hanno notizie precise dello stato dell’Amministrazione Comunale di Sapri. Vi sono poche notizie in merito. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “9) Prospero La Corte 1822; 10) Francescantonio Peluso, 1834; 11) Pasquale Autuori, 1844; 12) Vincenzo Peluso, 1852; (13) Pasquale Autuori, 1865; (14) etc….(7)”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi, a Sapri, all’epoca di Garibaldi, nel 1860, il Sindaco era Vincenzo Peluso che fu Sindaco di Sapri dal 1852 (1857, sbarco di Pisacane) al 1865, quando fu eletto Sindaco don Pasquale Autuori. Purtroppo notizie più precise in tal senso non vi sono a causa dei diversi roghi avvenuti presso il Municipio di Sapri, in occasione dei quali sono andati definitivamente persi i documenti municipali dell’epoca, in particolare le Delibere del Consiglio Decurionale. Riguardo il Comune di Sapri, sempre Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”. Dunque, il Tancredi scriveva che al tempo di Garibaldi il Sindaco di Sapri era Vincenzo Peluso. Si tratta di Vincenzo Peluso, il vecchio prete pluriomicida ?, la cui fazione era filo-borbonica. No, si trattava del nipote del famigerato prete, e nel 1857 era Capo Urbano di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, secondo il Mallamaci, all’epoca di Pisacane il Sindaco di Sapri era Leopoldo Peluso, altro nipote del famigerato Prete Vincenzo. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Vicenzo Peluso (omonimo dello zio prete) che era capourbano e l’altro, Leopoldo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo guidato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.“. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera….Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria.”. Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.“. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti.
L’arrivo a Sapri, il 4 settembre 1860, nel racconto di un garibaldino
Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais; ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Aprèsse déjeuner, nous nous aventurons dans la champagne, où j’dmire quelques beaux types d’hommes et de femmes. Une figure vraiment céleste frappe soutout mes regards. C’est une jeune fille admirable de grace et d’expression; alle a une main posee sur la hanche et de l’autre elle tient sur satete une urne de forme antique. Son costume, qui rappelle la Grèce, s’allie merveilleusement au caractere de sa beauté. Elle porte une jube bleue, un corsage de meme couleur brodé d’or, ouvert sur le devant, ce qui permet de distinguer les delicates attaches et les formes de son cou, malgré les nombreux plis d’une chemise aussi blanche que fine. Quaunt aux pieds, comme ils son nus, je puis aussi en constater aisement la finesse et l’elégance. Je reste la quelque temps, plonge dans une muette exstase, car je n’ose faire un mouvement de preur de voir s’évanouvir cette brillante apparition, qui comptera parmi mes meilleurs souvenir d’artiste.”, che tradotto significa: “Sapri, 4 settembre. Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro. Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa. Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari. Lì incontro una folla di persone che parlano francese; questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia. Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno. Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza. Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare. Vogliamo pagarlo per questo. Impossibile. La povera vecchia grida in nome di suo ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia. Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia. Qui tutti ti chiamano fratello; e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi. Dopo pranzo ci avventuriamo nello campagne, dove ammiro alcuni bellissimi tipi di uomini e donne. Ovunque una figura davvero celestiale colpisce il mio sguardo. È una giovane di grazia ed espressione ammirevoli; ha una mano sul fianco e con l’altra tiene sul sedile un’urna dalla forma antica. Il suo costume, che ricorda la Grecia, si combina meravigliosamente con il carattere della sua bellezza. Indossa una gonna blu, un corpetto dello stesso colore ricamato in oro, aperto sul davanti, che permette di distinguere le delicate allacciature e le forme del collo, nonostante le numerose pieghe di una camicia tanto bianca quanto fine. Quante volte sui piedi, poiché sono nudi, riesco anche a vederne facilmente la finezza e l’eleganza. Rimango lì per qualche tempo, immerso in un’estasi muta, perché non oso muovermi per paura di veder scomparire questa brillante apparizione, che annovererà tra i miei migliori ricordi di artista.”.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, alle 15,30, a Sapri, l’arrivo e lo sbarco di Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, Agostino Bertani, Cosenz, Medici, Sirtori (?), Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nel capitolo “Garibaldi a Sapri”, a p. 26, in proposito scrivevo che: “Tre anni dopo, il 2 settembre 1860, il Generale Rustow con la brigata Milano, composta da 900 uomini, e la Spinazzi, oltre 1500 uomini che il Generale Turr aveva concentrato a Sapri e che precedettero Giuseppe Garibaldi che, il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo del mattino, con Bixio, Bertani, Basso, Cosenz, Sirtori, reduci vittoriosi dalla Sicilia, e annientato l’esercito borbonico in Calabria, mentre il Re Francesco II di Borbone decideva di ritirarsi a Gaeta, giunsero, provenienti da Maratea su di una barca a vela sulla spiaggia di Sapri ove trovarono la gente che commossa alla vista del popolare eroe, sventolando fazzoletti tricolori lo salutava con trepidante gioia. A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotta e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, ordino alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio (172) e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sull’importante episodio scrisse pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Dunque, scrivevo che il 3 settembre 1860, Giuseppe Garibaldi sbarcò a Sapri, con il suo gruppetto di fidatissimi, provenienti dalla marina di Castrocucco, vicino Maratea e da li via mare si portarono con delle barchette alla spiaggia di Sapri, dove essi sbarcarono nelle prime ore del mattino. Sull’importante fatto storico per la cittadina di Sapri, mio paese natio, si sa che gli uomini che sbarcarono a Sapri insieme al generale Giuseppe Garibaldi, provenienti dalla secca di Castrocucco in barca, erano in sette, compreso Garibaldi. Sui sette uomini al seguito di Garibaldi, gli altri cinque, tolto Garibaldi e Bertani si conoscono dal racconto che il Bertani stesso fece della cavalcata che fecero nella notte del 2 settembre 1860 per scendere dai monti della Basilicata alla marina di Tortora, Castrocucco. Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, Fortunato ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “Il 2 settembre (egli scrive) Garibaldi, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Gusmaroli ed io partiamo da Castrovillari, in carrozza, alle 5 antimeridiane; ovazioni a Morano: il capo degl’insorti di Potenza ci annunzia essere pronti duemila volontari. A Rotonda troviamo tutti giulivi, e mandiamo un individuo a Sapri con ordini per Türr. Alla sera, sui muli, cavalchiamo per strade orribili: il generale in testa, noi seguendo in silenzio. La luna splende su’ monti, l’aria fresca ci tiene svegli. Arriviamo all’alba in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea; tutti e sette vi entriamo. Il generale si stende a prora, e noi lo copriamo con la vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta con sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato si affollano con le speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Carlo Pisacane è su le labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. A Sapri, su la spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione Türr acclamano il generale. Egli li carezza con gli occhi e li anima con la parola.”. In questo passaggio del suo discorso Fortunato cita il “Diario” di Agostino Bertani che fu pubblicato da Jessie White Mario (….). Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!. E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto dalla vela per difesa dal sole che ci cuoceva, dicevano fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il generale, sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’unità d’Italia! E andavamo, ciascuno alla nostra volta e secondo i propri sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri, l’indomani martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo etc..”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto del Bertani, in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio……Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. Etc…”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castrocucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII “Capitolo Decimottavo – Segretario generale del Dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., riprendendo il racconto dal “Diario” di Agostino Bertani, in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Alle otto e mezzo il generale, Cosenz, io, Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalchiamo per strade orribili. Il generale alla testa, noi seguiamo in silenzio, ….Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano sotto il cocente sole, e la dorme pacifico chi porta in sè il futuro destino dell’Italia una. Che emozione ! Le memorie del passato mestamente s’affollano colle speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Pisacane è sulle labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. Si sbarca a Sapri. Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Etc…“. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio…..Per la costa del monte arrivammo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, là dorme pacifico chi porta in sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente si affollano le speranze del presente.”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette (in tutto) montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Il Dittatore trionfante partì da Cosenza nella notte tra il 2 e il 3 settembre, arrivò a Rotonda, ripartì in carrozza per la strada che mena da Castelluccio a Lagonegro; ma giunto a Laino abbandonò la rotabile. Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno accettati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 110 e ssg., è dello stesso avviso ed in proposito scriveva che: “…; indi, seguendo il fiume Lao, arrivò a Scalea, sulle sponde del Tirreno, dove s’imbarcò per Sapri. Gli fecero compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, tutti sui muli. “Eccoci quì – esclamò a quel punto il Bertani – noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un regno”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Gli facevano compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, …..Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo protegesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri. …..III. L’arrivo a Sapri fu alle 3,30. Garibaldi scorse subito molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il Condottiero dei Mille, per accogliere – come dicevano – il “fratello Garibaldi”, reduce vittorioso dalla Sicilia. Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, dove, per non imbattersi con la retroguardia del generale Cardarelli, che era tuttavia a Castelluccio, lasciano la strada rotabile, e su cavalli e muli battono lo stretto sentiero del fiume Lao per scendere al mar Tirreno. Dopo breve sosta, nel susseguente mattino, a Tortora in casa Lomonaco, quell’eletta comitiva raggiunge la deserta spiaggia di Castrocucco etc…(1).”. Pesce, a p. 397, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la ‘Cronistoria della rivoluzione di Basilicata del 1860’ del dott. Michele Lacava, pregevole miniera di documenti e di notizie.”. Dunque, l’Avv. Carlo Pesce ci parla di sei compagni che insieme a Garibaldi approdarono a Sapri e sono, oltre a Bertani e Basso, vi sono Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori al posto di Nullo, Gusmaroli e Rosagutti. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Insieme a Bertani, Basso, Bixio, Cosenz, Medici, Sirtori e Turr parte da Rotonda e per un sentiero di montagna raggiunge Tortora, etc…”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Nella sera del 2 Settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con sei suoi fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia…..e di la, dopo breve sosta del vecchio Castello del Barone Labanca, prende il mare su d’una barcaccia peschereccia, che, spinta da due robusti remiganti, grave del prezioso incarico, carezzata dalle onde tranquille ed azzurre, baciata dagli infuocati raggi del sole, cullata dalla brezza meridiana, scortata dal sorriso etc…”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Per i paesi del golfo di Policastro passò Garibaldi. La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra, raggiunse il Castell del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14. Quanti ricordi ! A molti sembrò che al passaggio di Garibaldi si fossero destate per la gioia le ossa del Carducci, sepolto nella chiesa di Acquafredda l’11 luglio 1848. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 142-143 e ssg., in proposito scriveva che: “…..e finalmente, ecco la baia di Sapri, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 142-143 e ssg., in proposito scriveva che: “Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, dominata da un anfiteatro di colline, coronate dal Monte ‘Olivella’. Era terra salernitana! ….E se Pisacane, in Sapri, non aveva trovato nessuno ad attenderlo, fuorchè l’ospitalità di un’osteria, Lui, il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300”. (p. 146) Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria ! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là né di strade né di sentieri v’è traccia alcuna. Arriva così ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che Bertani testimoniava che la comitiva che accompagnava Garibaldi era composta di cinque in tutto, compreso Garibaldi. Ma abbiamo visto che non è stato così. Bertani scriveva chiaramente essere in tutto sette. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa , per Vibonate.”. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, alle 15,30, a Sapri, l’arrivo e lo sbarco di Giuseppe Garibaldi, Agostino Bertani, Enrico Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “…….Tre anni dopo, …..Giuseppe Garibaldi che, il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo del mattino, con Bixio, Bertani, Basso, Cosenz, Sirtori, ….giunsero, provenienti da Maratea su di una barca a vela sulla spiaggia di Sapri ove trovarono la gente che commossa alla vista del popolare eroe, sventolando fazzoletti tricolori lo salutava con trepidante gioia…Etc…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sull’importante episodio scrisse pure Antonio Infante (….), nel suo “Garibaldi nel Cilento” e, a p. 57, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Garibaldi da Cosenza si portò a Rotonda, da qui si diresse alla marina di Scalea, poi nei pressi di Laino il sentiero del fiume Lao. Cavalcò tutta la notte per vie anguste e difficili su un mulo, sostò un attimo alla marina presso Torraca con i suoi compagni di viaggio: Cosenz, Gusmaroli, Basso, Nullo, Rosagutti e Bertani. Quest’ultimo scendendo dal mulo esclamò, tirando un respiro di sollievo: “Eccoci qui, noi sette su sette muli, incamminati alla conquista di un Regno”. Etc…”. Come si può leggere, Infante scrive “alla marina di Torraca” e qui fa un errore perchè si trattava di Tortora. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta in sè il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente s’affollano colle speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Pisacane è sulle labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. Si sbarca a Sapri. Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Etc…”. Dunque, secondo il racconto di Agostino Bertani riportato dalla giornalista Jessie White Mario, da Castroucco, in sette montarono su una barca fino a Sapri, Garibaldi, Bertani, Cosenz, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908 parlando di Garibaldi a Rogliano e poi a Cosenza, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lo lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonio Callenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno accettati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Narro al pubblico per la prima volta questo piccolo episodio della campagna politica del 1860….. Dopo una cavalcata che durò più che un’intiera notte, Garibaldi discendea la mattina del 3 settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea. Di là, trovata una barcaccia ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri. Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Quante volte, scherzando, io avevo detto, ai compagni della lunga e notturna cavalcata: Eccoci in sette cavalieri con sette muli all’impresa di conquistare un regno!. E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto dalla vela per difesa dal sole che ci cuoceva, dicevano fra noi: – Chi mai supporrebbe che là, additando il generale, sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sè il futuro destino dell’unità d’Italia! E andavamo, ciascuno alla nostra volta e secondo i propri sogni e i proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone. Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri, l’indomani martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo etc..”. Bertani, in questo passaggio a p. 72 scrive che erano “sette cavalieri”, ma non diceva chi fossero i sei compagni di Garibaldi. Bertani scrive che vi era lui e Garibaldi, e gli altri cinque chi erano?. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, all’alba, i sette si avviarono verso Sapri. Garibaldi era molto stanco per la difficile cavalcata della passata notte, per cui durante tutto il tragitto si sdraiò sulla barca, guidata da due marinai e dormì destandosi nella baia saprese. A Sapri si giunse alle tre e mezzo; molta gente e volontari accorsero sulla spiaggia per salutare il Generale, reduce vittorioso dalla Sicilia. La gente sorpresa ed emozionata sventolò fazzoletti e applaudì a lungo il leggendario Condottiero dei Mille, che a sua volta non senza emozione rispose al saluto commovente degli astanti. I sapresi lo aspettavano ansiosi, ma non così presto, per cui trovandosi al cospetto del più popolare eroe d’Italia rimasero sorpresi e piansero dalla gioia.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, a pp. 455-456, in proposito scriveva che: “…il Generale, io (Bertani), Rosagutti, Nullo, Basso, Gusmaroli sui muli, cavalcammo per strade orribili il generale alla testa, noi seguendo in silenzio…..Etc… Per la costa del monte arrivammo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, là dorme pacifico chi porta in sé il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente si affollano le speranze del presente.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 131, in proposito scriveva che: “Egli e sei compagni, cioè il Cosenz, il Bertani, Rosagutti, Nullo, Basso e Gusmaroli, cavalcarono l’intera notte su muli per strade orribili e scesero alla spiaggia fra Tortora e Scalea (1).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (1) postillava: “(1) Cronistoria del Lacava, a p. 702. Il Treveljan nel suo mirabile lavoro ‘Garibaldi e la formazione dell’Italia – traduzione di Bice Dobelli ha descritto più diffusamente di ogni altro il viaggio del Dittatore. Questi scese alla marina a un punto non molto discosto da Torraca e da Maratea.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Gli facevano compagnia il Bertani, il Cosenz, il Nullo, il Rosagutti, il Basso ed il Gusmaroli, …..Il 3 settembre, di buon mattino, tutti insieme decisero di avviarsi a Sapri, allora povera borgata sorta dove un tempo era stata ‘Scidro’ o ‘Sipro’ città della Magna Grecia, oggi bella cittadina che si avvia a considerevole progresso. Garibaldi, che si sentiva abbastanza stanco per la cavalcata notturna, si sdraiò nella prua della barca guidata da due marinai e fu coperto con una vela dagli amici, perchè il sole cocente di mezzogiorno lo protegesse. Non tardò poi ad addormentarsi e si destò allo arrivo a Sapri. Entrando a vele spiegate, nella baia di Sapri, il Duce ed i suoi si levarono in piedi, non solo per ammirare la bella spiaggia che s’era presentata ai loro occhi, ma per rendere, in nome della Patria, onore alla memoria del condottiero dei Trecento che, tre anni prima, precorrendo gli eventi, era arrivato lì presso ad issare la bandiera della libertà; ma, incalzato da un fatale destino, aveva tramutato quel luogo in ara di martirio. III. L’arrivo a Sapri fu alle 3,30. Garibaldi scorse subito molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il Condottiero dei Mille, per accogliere – come dicevano – il “fratello Garibaldi”, reduce vittorioso dalla Sicilia. Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Mentre il Vallo di Diano era presidiato a nord e a sud rispettivamente da Lorenzo Curzio da Sant’Angelo a Fasanella presso il ponte di Campestrino e da Francesco Galloppo da Polla presso la Certosa di San Lorenzo, Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). Qualche giorno prima (30 d’agosto) a Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro, aveva sbaragliato le truppe del generale Giuseppe Ghio, che nell’occasione non mostrò la sicurezza evidenziata nella “scaramuccia” di Padula (58).”. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.“. Fusco, a p. 352, nella nota (58) postillava: “(58) Giuseppe Ghio chiuse i suoi giorni assassinato a Napoli nel 1874 da mano ignota”. Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittor inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque, la notizia si trova nell’altro testo di Treveljan, intitolato “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the make of Italy” (1909)(Garibaldi e la formazione dell’Italia), nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “…from Tortora and Maratea. Thence a small boat took them on to Sapri. There is no finer part in the whole coast-line of Italy than this unvisited riviera, where the precipitous ridges run hout one beyond another and sink into the waves (3). The rugged coast is best from a boat, but Garibaldi, exhausted by the night’s ride, lay asleep in the prow, while is friends covered him whit a sail tho protect him from the rais of the noonday sun. Only as they entered the bay of Sapri, they all stood up tho gaze on the beauty of the scene, and to honour the memory of Pisacane, who in 1857, had run into this bay to rise the Italian flag upon the mountains (1). On the beach where his forerunner had lanted under the shadow of doom, Garibaldi stepped ashore on the full tide of victory, welcomed as ‘fratello Garibaldi’ by the people of Sapri, who three years before had frowned on Pisacane and is more questionable following. Here also the Dictator found Turs’s, troops, who ad sailed in the day before from Paola (2). There is a fine beach, but no artificial landing-place at Sapri. Only there may be seen in the clear water the ruins of ancient pier. It runs out from the foundation of a palace built longe ago by some magnate of Imperial Rome, who discovered the beauty of the little bay, and carried thither the whole apparatus of ancient luxury, leaving less adventurous pleasure-seekers at Puteoli and Baiae. Some modern Lucullus will imitate him ere long. Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…“, che tradotto significa: “…..da Tortora e Maratea. Di lì una piccola barca li portò a Sapri. Non c’è parte più bella in tutta la costa italiana di questa riviera inesplorata, dove le creste scoscese corrono l’una dietro l’altra e sprofondano nelle onde (3). La costa frastagliata si visita meglio da una barca, ma Garibaldi, stremato dalla cavalcata notturna, giaceva addormentato a prua, mentre i suoi amici lo coprivano con una vela per proteggerlo dai raggi del sole di mezzogiorno. Solo quando entrarono nella baia di Sapri, tutti si alzarono per ammirare la bellezza della scena, e per onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, era corso in questa baia per issare la bandiera italiana sui monti (1) . Sulla spiaggia dove il suo precursore era approdato all’ombra della sventura, Garibaldi sbarcò nel pieno della vittoria, accolto come ‘fratello Garibaldi’ dal popolo di Sapri, che tre anni prima aveva disapprovato Pisacane ed è più discutibile seguito. Anche qui il Dittatore trovò le truppe di Turr, salpate il giorno prima da Paola (2). A Sapri c’è una bella spiaggia, ma nessun approdo artificiale. Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto. Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Etc…“. Treveljan, a p. 156, nella nota (3) postillava: “(3) There is not, and never was a coast road, but since 1860 a railway has been driven along this coast. But those who pas through its tunnels to Sicily have no idea under what magnificent scenery they are travelling.”, che tradotto significa: “(3) Non c’è, e non c’è mai stata, una strada costiera, ma dal 1860 è stata costruita una ferrovia lungo questa costa. Ma coloro che attraversano i suoi tunnel per raggiungere la Sicilia non hanno idea sotto quale magnifico scenario stanno viaggiando.”. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: “A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 199-200, in proposito scriveva che: “Soltanto, entrando nella baia di Sapri essi si rizzarono tutti in piedi, a mirare lo spettacolo che si offriva ai loro occhi e ad onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, si era avventurato fin là per issare la bandiera italiana sui monti (2). Su quella stessa spiaggia, dove i precursori erano scesi incalzati da un triste fato, saltò a terra anche Garibaldi, ma sulle ali della vittoria, accolto come il “fratello Garibaldi”, da quella stessa gente di Sapri che tre anni prima aveva fatto il cipiglio a Pisacane e ai suoi sospetti compagni. Ivi erano giunte il giorno prima da Paola, anche le truppe del Turr (3). La spiaggia di Sapri è bella, ma non è provvista di uno scalo artificiale. Le sue limpide acque però, rivelano le rovine di un antico molo congiunto alle fondamenta d’un palazzo che un magnate dell’antica Roma imperiale, scoperta la bellezza della piccola baia, vi s’era fatto costruire, trapiantandovi tutto l’appannaggio del fasto romano e lasciando Puteoli e Baiae ai meno intraprendenti cacciatori del piacere. Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (1) postillava: “(1) Non c’è e non c’è mai stata una strada su questa costa, ma dal 1860 vi fu costruita una linea ferroviaria: quelli però che passano in treno per quei tunnel non hanno idea della magnifica bellezza del paese che traversano.”. Treveljan, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90”. Treveljan, a p. 199, nella nota (3) postillava: “(3) La Cava, 702; Bertani, II, 184-185; Ire Pol., 71-72; Racioppi, 200; Maison, 63-64; Rustow, Brig. Mil., 18-19; Turr, Div., 149.”. Oltre alla narrazione dello storico Inglese, Treveljan, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, ci fa notare che: “Intanto a Sapri, secondo la narrazione del Rustow, etc…” e segue la narrazione del testo di Eliseo Porro che tradusse dal tedesco il testo di un eminente testimone e protagonista di quei avvenimenti, il generale Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina. Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare. Dopo breve saluto, mi chiese di quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini risposi. – Avete un corpo interamente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi.”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sula spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “…..de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre 1860, Garibaldi, proveniente da Scalea, in barca, accompagnato da due marinai ed alcuni amici, tra i quali il Cosenz ed il Bertani, entrò, a vele spiegate, nella baia di Sapri. L’eroe ed i suoi si levarono in piedi, non solo per ammirare la bella spiaggia che si era presentata ai loro occhi, ma per rendere, in nome della Patria, onore al condottiero dei Trecento, che tre anni prima, percorrendo gli eventi, era arrivato lì presso ad issare la bandiera della libertà; ma, incalzato da un fatale destino, aveva tramutato quel luogo in ara del martirio. Garibaldi sbarcò a Sapri verso le 15,30 e vi trovò molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il condottiero dei Mille, per accogliere come dicevano, il “fratello Garibaldi, reduce vittorioso dalla Sicilia”….(31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 31 Agosto, Pietro mio fratello partiva con Mignogna all’incontro con Garibaldi. Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre con sei compagni scese a Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; etc…(1).”. Lacava, a p. 701, nella nota (1) postillava: “(1) Riportiamo dall’opera del Racioppi: Storia dei moti di Basilicata etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…“. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 707, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! ….il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, giungeva al Fortino e si portava in Napoli. Le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tùrr sbarcarono a Sapri all’alba del 2 Settembre, il 3 pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspettatamente verso le 2 pom. del 3 settembre nell’ampia baia arenosa di Sapri, etc…“. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; etc…(61).”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr che con Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Fusco, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”. In questo passaggio, il Fusco scrive che Garibaldi si era incontrato con Stefano Turr e con Enrico Cosenz alla taverna del Fortino mentre io scrissi che Garibaldi insieme a loro viaggiò in una barchetta con la quale sbarcò a Sapri, dove insieme a loro si recò a casa del barone Giovanni Gallotti. Scrivere, come ha fatto il Fusco (riferendosi a Garibaldi): “…..si incontrò col medico Agostino Bertani, etc…, col generale Stefano Turr, etc…, con Enrico Cosenz, etc…”, potrebbe indurre a credere, oltre che essi si incontrarono al Fortino, che essi non erano insieme quando arrivarono e si incontrarono alla taverna del Fortino del Cervaro. Essi, come racconta lo stesso Agostino Bertani, nei suoi Diarii, si partirono insieme da Castrocucco ed insieme arrivarono a Sapri. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Dopo una cavalcata che durò più che intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.”. Nel suo racconto, il Bertani scrive che erano sei cavalieri che accompagnavano Garibaldi a Sapri, imbarcatisi con una barcaccia dopo aver visitato il castello del Labanca vicino Maratea. Secondo il Pesce, il Bertani, nel suo narrato dei suoi “Diarii” scriveva che Garibaldi, “….con sei compagni, fra i quali era anche io, dal monte al lido di Maratea.” ed il Pesce scriveva anche che Garibaldi “col suo gruppo…”. Chi erano i sei cavalieri con i quali Garibaldi sbarcò sulla spiaggia di Sapri, il 3 settembre 1860 e quindi mi chiedo chi fossero i sei ospiti, oltre al Garibaldi, del barone Giovanni Gallotti ?. Sono gli stessi che insieme a Garibaldi fecero il percorso descritto dall’Avv. Carlo Pesce che, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare – tutti nomi sacrati alla storia – con la scorta di alcuni patrioti del luogo, partono da Rotonda in carrozze, e giungono presso Laino, etc…”. Dunque, il gruppo che accompagnava Garibaldi a casa Gallotti era composto da Enrico Cosenz, Nino Bixio, Alfonso Medici, il generale Sirtori, il medico Agostino Bertani ed il segretario personale di Giuseppe Garibaldi, …….Basso. Non faceva parte del gruppo il generale Stefano Turr che, era arrivato con la sua divisione a Sapri già la mattina del 2 settembre e che il 3 settembre era salito a Lagonegro. Infatti, nella mia Relazione storica, nel 1998, Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ scrivevo che: “A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco etc…(172).”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Michelangelo Pucci (….), nel suo “Tortora – Natura, Storia Cultura”, a p. 99 ci parla della “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino” ed in proposito scriveva che: “Costeggiando al largo delle scogliere di Maratea e di Acquafredda, a bordo di una barca spinta da due rematori, nel pomeriggio sbarcò a Sapri alle ore 15:30 (3) unendosi ai contingenti sbarcativi nei giorni precedenti, fra i quali quello dei 1500 del gen. Turr (1), sbarcatovi il giorno prima da Paola. Dopo aver pernottato tra il 3 e il 4 settembre a Vibonati in casa De Nicolellis, la mattina del 4 settembre, passando per Casaletto Spartano, Tortorella e Battaglia, attraverso il passo di monte Cucuzzo giunse e sostò alla taverna del Fortino, dove nel 1857 aveva pernottato Carlo Pisacane, dove si ebbe l’incontro del gruppo Garibaldi con un messaggero del Dittatore della Sicilia con la proposta di proclamere l’annessione della Sicilia al nascente Regno di Italia. L’intervento di Bertani dissuase Garibaldi di accogliere la richiesta. A sera Garibaldi si fermò e pernottò a Castelnuovo (oggi Casalbuono) ospite della famiglia di Raffaele Sabatini. La mattina del 5 settembre si fermò fugacemente a Sala Consilina. Il 6 settembre fu a Salerno e l’otto settembre raggiunse Napoli (5).”. Pucci, a p. 102, nella nota (5) postillava: “(5) R. Finelli – 150 anni dopo – ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”. Si tratta di Riccardo Finelli che, nel 2010 percorre in bici le principali tappe del tragitto che fece Garibaldi risalendo dalla calabra Soveria Manelli, Paola, Scalea, la Lucania, con Rotonda, etc…Il giovane autore fermandosi in questi luoghi raccoglie personali testimonianze e personali ed opinabili impressioni, non aggiungendo nulla di nuovo alle ricerche sullo storico evento. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “….scese quindi alla marina di Maratea. Con una vela peschereccia e, dopo una traversata di tre ore, sbarca a Sapri il tre settembre dove già erano approdate le truppe del generale Turr, provenienti dalle Calabrie. Garibaldi è ospite della famiglia Gallotti in Sapri e poscia della famiglia Del Vecchio a Vibonati. Etc..”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve etc…”. In “Gli avvenimenti d’Italia del 1860 – etc…”, vol. I, a p. 170, in proposito è scritto che: “Capitolo Settimo – Garibaldi entra in Salerno. I. In Salerno erano fortemente trincerati 20.000 uomini di truppe napoletane sotto gli ordini di Bosco e di Barbalunga. Il 4 settembre 4,000 insorti , comandati dal generale Torre, sbarcarono a Sapri (2). Garibaldi ce nel 20 agosto trovavasi a Palmi, marciava su Salerno appoggiato sulla destra da Cosenz.”. Dunque, come si può leggere, il generale Turr è ivi chiamato “Torre”. Il testo, a p. 170, nella nota (2) postillava: “(2) Sapri, piccola città del Principato Citeriore con porto sul Mediterraneo; popolazione 1500.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Arrivò la sera del 3 a Sapri.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato, l’arrivo al Fortino rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e solidale Carlo Pisacane. Etc…”. Dunque, ciò che scrive il Montesano parlando di Casaletto, è fuorviante in quanto, “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato” si evince che già nell’arrivo di Garibaldi e degli altri sei, in barca, a Sapri, Garibaldi “rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e solidale Carlo Pisacane” e non al Fortino. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri dov’era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Per i paesi del golfo di Policastro passò Garibaldi. La mattina del 3 settembre 1860 con sei fidi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, e con altri patrioti locali, dopo una breve sosta a Tortora, dove era arrivato per via di terra, raggiunse il Castell del Barone Labanchi, alla Secca di Castrocucco, presso Praja a Mare, nel comune di Maratea; poi, imbarcatosi su un peschereccio, rasentate le amene coste di Marina di Maratea, Porto, Cersuta, e Acquafredda, approdò a Sapri verso le ore 14. Quanti ricordi ! A molti sembrò che al passaggio di Garibaldi si fossero destate per la gioia le ossa del Carducci, sepolto nella chiesa di Acquafredda l’11 luglio 1848.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 142-143 e ssg., in proposito scriveva che: “Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, dominata da un anfiteatro di colline, coronate dal Monte ‘Olivella’. Era terra salernitana! Tre anni prima, all’improvviso, senza che alcuno sapesse nulla, sul mare era comparso un vapore: il “Cagliari”, dal quale, a tarda sera, erano scesi trecento uomini, al comando di ‘Carlo Pisacane’. Era il 28 giugno 1857. Lo sbarco di Garibaldi, venne, così, associato al ricordo della Spedizione dei “300”. Era stata quella, per prima, a far conoscere, nel salernitano, le vere aspirazioni dei cospiratori: cacciare lo straniero, conquistando la libertà e affrettando l’evento di una Italia unita, forte e temuta !. Nella storia, quella di Sapri era stata la via del martirio di Pisacane: la via della grande delusione! E Garibaldi fissò quella terra con animo commosso: una terra d’incanto, con i colli d’intorno coperti di uliveti. Tra quei colli, Pisacane s’era avviato verso una meta senza luce e senza speranza: solo, col suo cuore ardente e le sue illusioni ! Ma quando cammino, in soli tre anni, aveva registrato la storia ! E se Pisacane, in Sapri, non aveva trovato nessuno ad attenderlo, fuorchè l’ospitalità di un’osteria, Lui, il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, composta da 1500 volontari, quegli stessi che Bertani aveva procurati per la invasione dello Stato Pontificio, inquadrati nelle brigate “Milano” e “Spinazzi”. Era quella l’avanguardia dell’armata garibaldina, che doveva rifare, in altre condizioni, il cammino dei “300. (p. 146) Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria ! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri etc…”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcacia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando…Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Ricordo con certezza Enrico Cosenz, che non lasciò più sino a Napoli; Turr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti, che erano anche volontari: Carlo Arrivabene e Antonino Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, Garibaldi trovò la rivoluzione compiuta quasi dappertutto. Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del 3 a Sapri d’overa approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. “. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 391-392, in proposito scriveva che: “Il tre settembre Garibaldi, che la notte precedente era giunto alla spiaggia fra Tortora e Scalea, salito in una barca con due marinai, giunse a Sapri. L’ombra invendicata di Carlo Pisacane, che come nella leggenda degli antichi eroi vagava ansiosa in attesa del vindice che doveva placarne lo sdegno, quella mattina di certo aleggiò intorno all’Eroe nizzardo sulla fatidica spiaggia di Sapri. E lì, innanzi alla distesa del Tirreno ceruleo, lo spirito di Pisacane, etc….”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre, il generale Giuseppe Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Per evitar quelle truppe che potrebbero riservagli qualche brutta sorpresa, nella notte del 3, riparte a cavallo, e si dirige al mare, scendendo la valle del Lao, ove non sempre son tracciati i sentieri. Poi, ad una dozzina di chilometri dalla Rotonda, lascia la valle e si dirige a ponente verso la costa, e là né di strade né di sentieri v’è traccia alcuna. Arriva così ad un punto quasi equidistante fra Maratea e Scalea, donde una piccola barca porta lui e i suoi compagni – cinque in tutto, dice il Bertani – a Sapri.”. Agrati scriveva che Bertani testimoniava che la comitiva che accompagnava Garibaldi era composta di cinque in tutto, compreso Garibaldi. Ma abbiamo visto che non è stato così. Bertani scriveva chiaramente essere in tutto sette. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa , per Vibonate.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “.
Nel 3 settembre, 1860, a Sapri, in Garibaldi ed i suoi sei fidi amici, nella commozione del generale Cosenz per il ricordo della “Spedizione dei Trecento” e di Carlo PISACANE, si levarono in piedi sulla barca
Il senatore Giustino Fortunato (…), in un suo celebre discorso sull’argomento, Per le lapidi a’ martiri della Patria, pronunciato a Potenza il 20 settembre 1898, ripercosse, tra studi e ricordi personali, quell’epopea così come fu vissuta da noi lucani. E Fortunato non manca di ricordare due avvenimenti legati alla nostra Maratea: il passaggio di Garibaldi in barca davanti la nostra costa e il sacrificio del nostro concittadino Carlo Mazzei (1843-1860). In questo discorso Fortunato cita il Diario di Agostino Bertani e scriveva che: “Quindici giorni dopo – continua – Garibaldi attraversa l’estremo lembo della nostra provincia. Nel diario, così poco noto, del Bertani, è cenno di quel grande avvenimento. “….Che emozione! Le memorie del passato si affollano con le speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Carlo Pisacane è su le labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso.”. In questo passaggio del suo discorso Fortunato cita il “Diario” di Agostino Bertani che fu pubblicato da Jessie White Mario (….). Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Per la costa del monte arriviamo in vista della spiaggia. Giunge una barca da Maratea. Tutti sette entriamo. Il generale si sdraia a prora, lo copriamo colla vela. I due remiganti lentamente vogano, sotto il cocente sole, e là dorme pacifico chi porta in sè il futuro destino dell’Italia una. Che emozione! Le memorie del passato mestamente s’affollano colle speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Pisacane è sulle labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso. Si sbarca a Sapri. Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Etc…”. Bertani annotava nel suo taccuino pubblicato dalla White-Mario (….): “Che emozione! Le memorie del passato mestamente s’affollano colle speranze del presente. Garibaldi si desta. Il nome di Pisacane è sulle labbra di tutti. Cosenz tace, visibilmente commosso.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane.“. La commozione del generale Enrico Cosenz, all’arrivo a Sapri e lo sbarco sulla “spiaggia dei Trecento” è autentica. Fu lui che il 30 agosto ripeté la manovra, costringendo alla resa i 10.000 soldati borbonici del generale Giuseppe Ghio all’altipiano di Soveria Mannelli. Con il grado di maggiore generale comandante di divisione, entrò a Napoli al seguito di Garibaldi. Nell’animo di Garibaldi e dei suoi fidi amici ricorse spesso il ricordo di Carlo Pisacane. Garibaldi andò al Fortino del Cervaro dove nella taverna si fermò anche Pisacane e Nicotera. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the make of Italy” (1909)(Garibaldi e la formazione dell’Italia), nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “…Only as they entered the bay of Sapri, they all stood up tho gaze on the beauty of the scene, and to honour the memory of Pisacane, who in 1857, had run into this bay to rise the Italian flag upon the mountains (1). On the beach where his forerunner had lanted under the shadow of doom, Garibaldi stepped ashore on the full tide of victory, welcomed as ‘fratello Garibaldi’ by the people of Sapri, who three years before had frowned on Pisacane and is more questionable following.”, che tradotto significa: “…..Solo quando entrarono nella baia di Sapri, tutti si alzarono per ammirare la bellezza della scena, e per onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, era corso in questa baia per issare la bandiera italiana sui monti (1) . Sulla spiaggia dove il suo precursore era approdato all’ombra della sventura, Garibaldi sbarcò nel pieno della vittoria, accolto come ‘fratello Garibaldi’ dal popolo di Sapri, che tre anni prima aveva disapprovato Pisacane ed è più discutibile seguito.“. Treveljan, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) See ‘Garibaldi and the Thousand’ p. 69.” che tradotto significa: “(1) Vedere Garibaldi and the Thousand’, p. 69.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 199-200, in proposito scriveva che: “Soltanto, entrando nella baia di Sapri essi si rizzarono tutti in piedi, a mirare lo spetacolo che si offriva ai loro occhi e ad onorare la memoria di Pisacane, che nel 1857, si era avventurato fin là per issare la bandiera italiana sui monti (2). Su quella stessa spiaggia, dove i precursori erano scesi incalzati da un triste fato, saltò a terra anche Garibaldi, ma sulle ali della vittoria, accolto come il “fratello Garibaldi”, da quella stessa gente di Sapri che tre anni prima aveva fatto il cipiglio a Pisacane e ai suoi sospetti compagni.“. Treveljan, a p. 199, nella nota (2) postillava: “(2) V. Garibaldi e i Mille, 88-90”. Treveljan cita l’altro suo testo, ovvero “Garibaldi e i Mille”, dove egli, da pp. 87 ci parla della Spedizione dei Trecento di Carlo Pisacane, del 1857, a cui Garibaldi non volle partecipare. Treveljan, a p. 199, nella nota (3) postillava: “(3) La Cava, 702; Bertani, II, 184-185; Ire Pol., 71-72; Racioppi, 200; Maison, 63-64; Rustow, Brig. Mil., 18-19; Turr, Div., 149.”. In Garibaldi ed i sui compagni era fervido il ricordo di Sapri e della tragica Spedizione dello sfortunato ma ardito Pisacane. Infatti, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the Thousand = Garibaldi e i Mille”, a pp. 88-90, in proposito scriveva che: “Il Mazzini peraltro trovò la tempra d’uomo necessaria al suo scopo nel Napoletano Carlo Pisacane, nel calabrese Giovanni Nicotera e nel siciliano Rosolino Pilo (1). Il 25 giugno 1857, Pisacane e Nicotera salparono da Genova, in un vaporetto chiamato Cagliari, etc…Il Pisacane perciò sbarcò invece nella prossima isola-ergastolo di Ponza impadronendosene con la sua piccola forza, per mezzo di un abile colpo di mano. Il Pisacane liberò e imbarcò con lui sul ‘Cagliari’ 200 galeotti comuni, oltre una dozzina di condannati politici e un centinaio di soldati della guerra di liberazione (3). Fu con queste forze equivoche che sbarcarono a Sapri. Alcuni liberali dei paraggi tentarono di spargere il grido di ‘Viva Murat’, ma il grido degli invasori era ‘Viva l’Italia, Viva la Repubblica’ (4).”. Treveljan, nella traduzione della Dobelli, a p. 88, nella nota (4) postillava che: “(4) Sapri, 195; Nicotera, 15.”. Treveljan, per “Sapri”, intendeva il testo: “Sapri = Bilotti (P.E.), La Spedizione di Sapri (da Genova a Sanza). 1907” e per “Nicotera” intendeva il testo di: “Nicotera = Mauro (M.), Biografia di Giovanni Nicotera.”. Il ricordo di Sapri era vivo in molti garibaldini che parteciparono all’impresa dei Mille. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 175-176, in proposito scriveva che: “Un altro, che trovò per una causa migliore un’orribile morte sulle coste dell’Italia meridionale, sapeva bene, prima di gettarsi nella sua spedizione folle per troppa generosità, che fu un grande cuore, e che, ferito, disarmato, dopo essersi lentamente arreso, fu ammazzato a bastonate e dilaniato a colpi di forca, come un lupo rabbioso, scrivendo il suo testamento prima di partire, affermava (1): – Sono convinto che se l’impresa riesce, otterrò gli applausi universali; se soccombo, il pubblico mi biasimerà, mi chiamerà folle, ambizioso, turbolento, e quelli che, senza mai agire, passano la vita criticando gli altri, esamineranno l’opera minuziosamente, rileveranno i miei errori, e mi accuseranno di aver fallito per mancanza di spirito, di cuore, di energia – . Povero Pisacane ! che rimpianto sempre cocente ha lasciato nel cuore di chi l’ha conosciuto! Ho sentito continuamente parlare di lui dagli uomini più eminenti della nuova Italia; un nostro generale, mettende piede a Sapri, con le sue truppe, pianse pronunciando il nome di Pisacane, perché là egli era sbarcato chiamando il popolo alle armi. Nel suo testamento, riassumeva tutte le sue teorie politiche in due parole: ‘libertà, associazione’.”. Maxime Du Champ si riferiva al Testamento di Carlo Pisacane ed al generale Enrico Cosenz che pianse all’arrivo nel nostro paese. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Quali tristi ricordanze! E parve allora, al fausto passaggio per quei lidi pittoreschi, già fiorenti di città e ville dell’antica Magna Grecia, che le ossa del gran Patriotta del Cilento, le quali tuttora riposano dimenticate nella chiesetta del villaggio, si fossero destate dall’avello frementi di gioia pel compimento della tanta sospirata redenzione d’Italia (1). Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, etc…”. Pesce, a p. 28, nella nota (1) postillava: “(1) Nel nostro opuscolo ‘Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda’, abbiamo discorso della triste sorte toccata a quel glorioso patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi. Ecco come i nostri martiri della libertà si succedono e si riannodano in unica catena, che mette capo al grande e fortunato Liberatore.”. In questo passaggio Pesce, parlando del viaggio di Garibaldi in barca da Castrocucco a Sapri si sofferma anche sul deputato Costabile Carducci sepolto ad Acquafredda, di cui Pesce scrive essere stato “…patriotta, che può considerarsi come precursore di Carlo Pisacane, come questi, a sua volta, fu precursore di Garibaldi.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 391-392, in proposito scriveva che: “Il tre settembre Garibaldi, che la notte precedente era giunto alla spiaggia fra Tortora e Scalea, salito in una barca con due marinai, giunse a Sapri. L’ombra invendicata di Carlo Pisacane, che come nella leggenda degli antichi eroi vagava ansiosa in attesa del vindice che doveva placarne lo sdegno, quella mattina di certo aleggiò intorno all’Eroe nizzardo sulla fatidica spiaggia di Sapri. E lì, innanzi alla distesa del Tirreno ceruleo, lo spirito di Pisacane, fatto ormai immemore degli antichi contrasti col biondo Generale, soppiati alla difesa di Roma repubblicana, dovè certo gridargli con la sua calda voce trasumanata: “Avanti, mio grade fratello, di me più fortunato! Avanti, col popolo che io sognai, fino a Roma Eterna!”. Raccolsero quel grido tutte le genti del Salernitano, e quegli stessi che tre anni innanzi avevano affontato le loro picche nelle carni dilaniate dell’Eroe; e nel raccoglierlo, quei poveri contadini, quei rozzi braccianti sentirono palpitare nel cuore una nuova vita, si sentirono non più plebe vile, ma popolo dalla grande anima ingenua e forte.”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 3, in proposito scriveva: “E quando Carlo Pisacane ideò la sua spedizione nell’Italia Meridionale, il comitato napoletano aveva fatto assegnamento sulla Lucania, più che sul Cilento. L’impresa Pisacane ebbe una conclusione dolorosa e triste, che portò il dolore e lo sconforto nelle provincie meridionali, affievolendone lo spirito di organizzazione. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 110, in proposito scriveva che: “Entrando a vele spiegate, nella baia di Sapri, il Duce ed i suoi si levarono in piedi, non solo per ammirare la bella spiaggia che s’era presentata ai loro occhi, ma per rendere, in nome della Patria, onore alla memoria del condottiero dei Trecento che, tre anni prima, precorrendo gli eventi, era arrivato lì presso ad issare la bandiera della libertà; ma, incalzato da un fatale destino, aveva tramutato quel luogo in ara di martirio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “…..e finalmente, ecco la baia di Sapri, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 142-143 e ssg., in proposito scriveva che: “Ecco l’Acquafredda di Lucania, e poi il vallone di ‘Mezzanotte’; e finalmente, ecco la baia di Sapri, dominata da un anfiteatro di colline, coronate dal Monte ‘Olivella’. Era terra salernitana! Tre anni prima, all’improvviso, senza che alcuno sapesse nulla, sul mare era comparso un vapore: il “Cagliari”, dal quale, a tarda sera, erano scesi trecento uomini, al comando di ‘Carlo Pisacane’. Era il 28 giugno 1857. Lo sbarco di Garibaldi, venne, così, associato al ricordo della Spedizione dei “300”. Era stata quella, per prima, a far conoscere, nel salernitano, le vere aspirazioni dei cospiratori: cacciare lo straniero, conquistando la libertà e affrettando l’evento di una Italia unita, forte e temuta !. Nella storia, quella di Sapri era stata la via del martirio di Pisacane: la via della grande delusione! E Garibaldi fissò quella terra con animo commosso: una terra d’incanto, con i colli d’intorno coperti di uliveti. Tra quei colli, Pisacane s’era avviato verso una meta senza luce e senza speranza: solo, col suo cuore ardente e le sue illusioni ! Ma quando cammino, in soli tre anni, aveva registrato la storia ! E se Pisacane, in Sapri, non aveva trovato nessuno ad attenderlo, fuorchè l’ospitalità di un’osteria, Lui, il Dittatore, trovò la colonna del generale Turr ad accoglierlo, Etc…”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Quanti ricordi ! A molti sembrò che al passaggio di Garibaldi si fossero destate per la gioia le ossa del Carducci, sepolto nella chiesa di Acquafredda l’11 luglio 1848.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre 1860, Garibaldi, proveniente da Scalea, in barca, accompagnato da due marinai ed alcuni amici, tra i quali il Cosenz ed il Bertani, entrò, a vele spiegate, nella baia di Sapri. L’eroe ed i suoi si levarono in piedi, non solo per ammirare la bella spiaggia che si era presentata ai loro occhi, ma per rendere, in nome della Patria, onore al condottiero dei Trecento, che tre anni prima, percorrendo gli eventi, era arrivato lì presso ad issare la bandiera della libertà; ma, incalzato da un fatale destino, aveva tramutato quel luogo in ara del martirio.“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “….a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una soscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.”. Un garibaldino nel suo diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri “(….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) Bertani e Garibaldi, il 25 settembre assegnarono “una pensione di ducati sessanta al mese vita durante, a contare dal primo ottobre prossimo, a Silvia Pisacane figlia dell’eroico Carlo Pisacane trucidato a Sanza nel luglio 1857 mentre combatteva per la liberazione dei fratelli”.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Qualche giorno prima (30 d’agosto) a Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro, aveva sbaragliato le truppe del generale Giuseppe Ghio, che nell’occasione non mostrò la sicurezza evidenziata nella “scaramuccia” di Padula (58).”. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.“. Fusco, a p. 352, nella nota (58) postillava: “(58) Giuseppe Ghio chiuse i suoi giorni assassinato a Napoli nel 1874 da mano ignota”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nel suo soggiorno a Sapri rese omaggio a Carlo Pisacane e suggerì, come aveva fatto a Cosenza in ricordo dei fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Alcuni autori coevi, parlando di Garibaldi e della sua comitiva negano e censurano lo sbarco a Sapri e riducono il ricordo e l’omaggio ai Trecento di Pisacane non parlando di Sapri ma parlando del Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato, l’arrivo al Fortino rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e solidale Carlo Pisacane. Etc…”. Dunque, ciò che scrive il Montesano parlando di Casaletto, è fuorviante in quanto, “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato” si evince che già nell’arrivo di Garibaldi e degli altri sei, in barca, a Sapri, Garibaldi “…rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e solidale Carlo Pisacane” e non al Fortino. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 332, in proposito scriveva che: “Ivi coi suoi sale su una barca a due remi ed approda a Sapri, dove lo attende il Turr che ha seco anche i 1.500 del Bertani. L’indomani, da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane, Garibaldi riprese la marcia della leggenda e della gloria.”. Serra, a p. 332, nella nota (12) postillava: “(12) A. Pepe, Nel 150° Annuale della nascita di Garibaldi A. La marcia attraverso il Bruzio ed una deviazione improvvisa, in “Brutium”, Reggio Calab., novembre-dicembre 1957. V. anche la sua comunicazione al 2° Congresso Storico Calabrese in questi Atti.”. A parte che, quando Garibaldi arriva a Sapri non trovò Turr, al quale gli era stato ordinato di procedere verso Lagonegro in perlustrazione e quindi Garibaldi trovò Rustow con i volontari Garibaldini, aggiungo che l’opinione di Serra quando scrive “….da quel luogo triste che gli ricordava il sacrificio dei trecento di Pisacane” è del tutto fuorviante in quanto, il sacrificio di Pisacane e dei Trecento ricordava l’epica impresa di tre anni prima, che peraltro fu da sprone per l’impresa dei Mille. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. Etc…”. Luigi Tancredi affronta l’epoca del Risorgimento da p. 115. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 133, in proposito scriveva: “Passarono due anni e Garibaldi giunge nel Vallo di Diano. I quattro principali responsabili vengono incarcerati e messi a morte. Nicotera diviene, due anni più tardi, Ministro degli Interni del Regno d’Italia. Garibaldi, passando per Sapri, suggerisce che s’innalzi un monumento a Pisacane e che sullo zoccolo si riproducano le medaglie di merito che gli assassini hanno ricevuto. Garibaldi è una bella figura di soldato e, perciò, Pisacane ha la sua simpatia. Garibaldi sa divincere e sa perdere: lo sappiamo dalla storia. Non serba rancore al vittorioso, che si è mostrato più forte di lui, ma l’omicidio del vinto non gli va giù.”.
Nel 3 settembre 1860, a Sapri, Garibaldi suggerì di elevare un monumento a Carlo PISACANE ed ai suoi Trecento
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo Provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “….a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una sotoscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.” Un garibaldino nel suo Diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri (….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (4) postillava: “(4) Il 15 settembre, Garibaldi decretò la grazia, tra gli altri, ad Antonio Venturini condannato il 31 marzo 1850 per gli avvenimenti di Sapri e a Francesco Romano anch’esso condannato per lo stesso motivo. Successivamente, riconosciuta e provata la grave perdita che la società di navigazione a vapore Raffaele Rubattino & C. ebbe a soffrire per il sequestro del battello il ‘Cagliari’ che servì alla sventurata e patriottica impresa di Carlo Pisacane, alla stessa venne assegnata la somma di franchi 450.000 da pagarsi dalla tesoreria di Napoli in tante cartelle del debito pubblico corrispondente a detta somma. Alla stessa compagnia vennero pure assegnati 750 mila franchi, a carico per 3/4 parti dele finanze napoletane e 1/4 di quelle di Sicilia, in compenso della perdita dei battelli a vapore “Lombardo e Piemonte i quali saranno riparati in memoria dell’iniziativa del popolo italiano nella guerra d’indipendenza ed unità del 1860″. (Decreti n. 81 e 82 del 5 ottobre).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) P. Russo, Un brandello dell’Impresa dei Mille, dal Fortino ad Auletta, Grafepress, Castelcivita 2000, p. 63.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Nel suo soggiorno a Sapri rese omaggio a Carlo Pisacane e suggerì, come aveva fatto a Cosenza in ricordo dei fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Luigi Tancredi affronta l’epoca del Risorgimento da p. 115. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 133, in proposito scriveva: “Passarono due anni e Garibaldi giunge nel Vallo di Diano. I quattro principali responsabili vengono incarcerati e messi a morte. Nicotera diviene, due anni più tardi, Ministro degli Interni del Regno d’Italia. Garibaldi, passando per Sapri, suggerisce che s’innalzi un monumento a Pisacane e che sullo zoccolo si riproducano le medaglie di merito che gli assassini hanno ricevuto. Garibaldi è una bella figura di soldato e, perciò, Pisacane ha la sua simpatia. Garibaldi sa divincere e sa perdere: lo sappiamo dalla storia. Non serba rancore al vittorioso, che si è mostrato più forte di lui, ma l’omicidio del vinto non gli va giù.”.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, RUSTOW, alle 16,00 pranzava ospite di don ANTONIO, in una casa posta nel mezzo del paese
Dell’arrivo di Garibaldi a Sapri vi è la testimonianza di un testimone diretto quale è stato il colonnello polacco Wilhelm (Guglielmo) Rustow. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a p. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina.”. Dunque, Rustow, racconta che, a Sapri, il 3 settembre 1860, alle ore 16,00, mentre pranzava “presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, etc…”. Dunque, Rustow racconta che, alle 16,00 del pomeriggio, si trovava in una casa a Sapri, “presso il mio ospite Don Antonio”. Si potrebbe pensare che Rustow avesse un ospite ma in realtà l’ospite di don Antonio era lui. Infatti, questo modo di dire era comune all’epoca. Infatti, Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 155, riferendosi al giorno 7 settembre 1860, allorquando egli era debilitato e ferito, a Cosenza, in proposito scriveva che: “E io intanto giacevo debilitato sul mio letto in un grosso palazzo deserto, su la piazza principale, imprecando alla sorte. Il mio ospite signor Cosentini, era con la famiglia in villeggiatura, ma non mancava ogni mattina di recarsi in città per visitarmi.”. Dunque, Rustow, che si trovava a Sapri, con le brigate lasciategli da Turr, alle 16,00 pranzava a casa di un certo don Antonio. Era ospite di questo signore di Sapri, a cui probabilmente gli aveva chiesto ospitalità per acquartierarsi. Chi fosse questo don Antonio e quale e dove fosse la sua casa non possiamo dirlo. Possiamo solo dire che questa casa: “era al centro del paese”. Forse la casa dei Gallotti ? Vi era un Gallotti che si chiamava Antonio ?. In questa casa, il Rustow, racconta che: “…mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario.”. Il “rumore” che scrive Rustow non era altro che il fragore delle popolazione accorsa a vedere Garibaldi che era da poco arrivato a Sapri, approdando sulla spiaggia. Infatti, Rustow aggiungeva che (riferendosi al rumore che sentì): “Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina.”. Dunque, Rustow racconta che mente pranzava in casa di don Antonio ebbe la notizia dell’arrivo di Garibaldi sulla spiaggia di Sapri. Rustow, si recò “…immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….., mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri, …. etc….”. Rustow scriveva erroneamente “Capri”, invece che “Sapri”. L’errore non è strano in quanto Rustow, essendo magiaro (Ungherese), non conosceva nulla della storia di Sapri e, probabilmente, confuse il nome di Sapri con Capri, non sapendo dello sparco dei Trecento e di Carlo Pisacane, il quale, invece era nel cuore di Garibaldi, di Cosenz e del Bertani. Sul “don Antonio” di cui parla il Rustow, Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, che a pp. 576-577 ed in proposito scriveva che: “Anche D. Antonio Muraglia di Maratea dava la stessa assicurazione (44).”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Sulla figura di don Antonio Muraglia di Maratea, citato da Quandel-Vial (….), non abbiamo che queste notizie. Dovrebbe essere stato un papabile di Maratea visto che dette assicurazioni allo Stato Maggiore di Turr che non vi erano nella rada di Sapri legni della marina borbonica. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, RUSTOW, alle ore 16,00 si recò sulla spiaggia di Sapri, dove trovò Garibaldi in una capanna di paglia attorniato dalla gente festosa
Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18-19 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane mi trovavo intento alla dolce occupazione del pranzo presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese, mi trovai interrotto da un rumore che indicava qualcosa di straordinario. Esso fu ben tosto spiegato coll’annuncio dell’approdo del Dittatore, che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina. Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Dunque, Rustow, racconta che, a Sapri, il 3 settembre 1860, alle ore 16,00, mentre pranzava “presso il mio ospite Don Antonio, in una casa posta nel bel mezzo del paese” ricevette la notizia “…che sollecitamente ci fu recato dal posto di guardia stabilito presso la marina” dell’approdo, dello sbarco, dell’arrivo del generale Garibaldi a Sapri. Rustow, si recò “….immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sulla spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”, non dice altro sull’arrivo di Garibaldi a Sapri. Bizzonero, nella sua traduzione di Rustow, a differenza di Porro, dice molto poco sull’arrivo di Garibaldi a Sapri. Stessa cosa devo dire per l’altro testo che riguarda la testimonianza del colonnello Rustow, ovvero “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”, che scrive “Capri” invece di “Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, ci fa notare che: “Intanto a Sapri, secondo la narrazione del Rustow, etc…”. La notizia fornitaci dal Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro viene più tardi ripresa dallo storico Treveljan. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “III. L’arrivo a Sapri fu alle 3,30. Garibaldi scorse subito molti volontari accampati sulla spiaggia e gente che, rimossa dalla sorpresa, emozionata dalla vista delle camicie rosse, non credendo quasi alla cosa, era corsa entusiasta a curiosare e, passando dalla sorpresa alla gioia, ammirava e salutava il Condottiero dei Mille, per accogliere – come dicevano – il “fratello Garibaldi”, reduce vittorioso dalla Sicilia…(9), etc…”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri si giunse alle tre e mezzo; molta gente e volontari accorsero sulla spiaggia per salutare il Generale, reduce vittorioso dalla Sicilia. La gente sorpresa ed emozionata sventolò fazzoletti e applaudì a lungo il leggendario Condottiero dei Mille, che a sua volta non senza emozione rispose al saluto commovente degli astanti. I sapresi lo aspettavano ansiosi, ma non così presto, per cui trovandosi al cospetto del più popolare eroe d’Italia rimasero sorpresi e piansero dalla gioia.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). etc…“. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.“. Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittor inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…”, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Ecc…”. Dunque, come si può leggere, Treveljan scriveva che: “Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach.”, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “La spiaggia di Sapri è bella, ma non è provvista di uno scalo artificiale. Le sue limpide acque però, rivelano le rovine di un antico molo congiunto alle fondamenta d’un palazzo che un magnate dell’antica Roma imperiale, scoperta la bellezza della piccola baia, vi s’era fatto costruire, trapiantandovi tutto l’appannaggio del fasto romano e lasciando Puteoli e Baiae ai meno intraprendenti cacciatori del piacere. Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: “A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli etc…”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcacia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando…Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Dunque, il Quandel-Vial (…) scriveva che Garibaldi, arrivato a Sapri: “Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodi dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rüstow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “. Dunque, secondo il racconto del Quandel-Vial, “…il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Dunque, secondo il generale Quandel, Garibaldi resterà a Sapri il giorno e la notte.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, Rustow incontrò Garibaldi che gli ordinò di preparare la Brigata “MILANO” pronta per recarsi a Vibonati e poi al Fortino
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, etc…”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Bertani, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani, un testimone di eccezione, testimoniava che, il giorno prima, 3 settembre 1860: “…per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Un altro testimone di eccezione è proprio il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, che scrisse “………………………”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato perchè si tratta di Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “…Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi…” scrisse al Turr che a Sapri avrebbe dovuto lasciare “una solida base di uomini e mezzi.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Dunque, Pesce scriveva che Rustow rimase a Sapri e non partì da Sapri diretto a Vibonati il 3 settembre ma restò a Sapri con le sue divisioni. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: “LIV. – Turr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani, e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale, o la via di Capaccio, sopra Eboli, gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là, disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, etc…LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per se considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Turr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato, l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “III…..Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Oltre alle brigate citate, nel Riassunto si citano anche i “Mille”, la “Brigata Bixio”, la “Brigata Eber” che, pare, non riguardano l’approdo di Sapri. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa, per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica , comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi . I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti , Gallotti, Mellendez, Briganti, Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”.
GARIBALDI DAI GALLOTTI

(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – affresco di stemma posto nell’androne dell’ingresso – foto Attanasio

(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice, n. 106 – lapide commemorativa in ricordo del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio
A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al n. 106 vi è un’antico palazzotto che apparteneva alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri. Non credo che vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Secondo una recente segnalazione dell’amico Massimo Basilici, studioso di Pereto, un paese dell’Abruzzo, dai Registri conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, risultano alcune evidenze su alcuni Eboli di Sapri trasferitisi a Poggio Cinolfo. Basilici ha condotto delle ricerche anagrafiche e storiche sulle famiglie e cognomi comuni di Pereto servendosi della ricca documentazione conservata presso gli Archivi di Stato dell’Aquila ed altro. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente in proposito scriveva che: “Agli inizi dell’Ottocento a Poggio Cinolfo visse Francescantonio di professione ‘calderaro’. (66).”. Nella sua nota (66) egli postillava che: “(66) ASAq, Poggio Cinolfo, Nati, anno 1844. Da segnalare che in altre registrazioni anagrafiche di Poggio Cinolfo si trova distinta la professione di ‘ferraro’.”. Basilici (….) per “ASAq”, intende l’Archivio di Stato di Aquila. Basilici riferendosi a Francescantonio Eboli scriveva pure che: “Sposò Gallotti Rosa, di professione ‘filatrice’ (68), domiciliata in Poggio Cinolfo che sarebbe nata intorno all’anno 1811. (68).”. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente, a p. 117 in proposito scriveva che: “Da quanto rinvenuto nei registri di Poggio Cinolfo e quelli di Sapri, si possono estrarre delle considerazioni: – il cognome Eboli ad inizio Ottocento era presente in entrambi i paesi con un certo Francescantonio. A Sapri di Eboli ve ne erano diversi, mentre a Poggio Cinolfo uno solo. – a Sapri si trovano diverse persone che di professione erano ramaioli, ovvero era una professione diffusa che in altri paesi, come ad esempio Poggio Cinolfo, erano chiamati calderari. Ecc..”. Dunque, l’amico Basilici ci parla dell’antica Famiglia degli Eboli a Sapri e a Pareto. Basilici, nell’“Appendici” al suo testo, a p. 115 riferendosi agli “Eboli” in proposito scriveva che: “Le Origini. Di seguito sono riportate le ricerche condotte per trovare informazioni sulle origini degli Eboli di Poggio Cinolfo.”. In realtà ed inconsapevolmente, l’amico Basilici attraverso la sua ricerca trova diversi documenti interessantissimi sugli Eboli di Sapri. Il Basilici, a p. 116 egli in proposito scriveva che: “Prendendo in considerazione la provenienza da Sapri, è stata condotta una ricerca sui matrimoni a Sapri dal 1844, andando a ritroso fino all’anno 1828. Non si trova alcun matrimonio con Rosa Gallotti. Si trova invece il matrimonio di un certo Francescantonio Eboli, di professione pastore, il 6 giugno 1841 di anni 26. Era figlio di Biagio, anche lui pastore, e di Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome) di 17 anni di Sapri (147).”. Basilici a p. 116 nella sua nota (147) postillava che: “(147) ASSa, matrimoni, anno 1841, registrazione numero 8.”. Infatti, all’Archivio di Stato dell’Aquila, troviamo al fascicolo 5762, registrazione n° 8 (immagine n° 36), il 6 giugno 1841 troviamo un certo “Francescantonio” Eboli, forse mio avo, di professione pastore e figlio di Biagio Eboli, anche lui pastore e Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome), di 17 anni di Sapri. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, il generale Giuseppe Garibaldi con Nino Bixio, Agostino Bertani, Medici e Basso, suo segretario particolare, furono ospitati tutti dal barone Giovanni Gallotti in via Nicodemo Giudice e furono accolti da Enrico Cosenz
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. (172) etc….”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore ….”.

(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 111 e ssg., in proposito scriveva che: “III…..Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, vole ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito (6). Di là il generale scrisse al Turr, informandolo del suo sbarco a Sapri ed avvisandolo che avrebbe marciato fino al Fortino con le colonne Milano e Spinazzi, dopo aver lasciato a Sapri un notevole distaccamento. Gli chiese poi dove si trovasse il generale borbonico Caldarelli e la di lui brigata (7).”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (6) postillava che: “(6) La grande affabilità, con cui il Gallotti ed altri patrioti accoglievano il Generale, rappresentava un commovente gesto, che confermava il contributo di essi alla rivoluzione.”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (7) postillava che: “(7) Era sulla strada di Lagonegro alla testa di tremila uomini, con i quali aveva già iniziata la ritirata da Cosenza per passare nelle file Garibaldine.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi il 3 settembre (un lunedì) sbarcò a Sapri (57). Dopo essere stato ospite per qualche ora del barone Giovanni Gallotti, lo stesso che nel ’57 non aveva saputo assicurare a Pisacane l’aiuto richiesto (59), etc…“. Fusco, a p. 352, nella nota (57) postillava: “(57) Il giorno prima erano già sbarcate a Sapri le truppe al comando di Stefano Turr e di Guglielmo Rustow.“. Fusco, a p….., nella nota (59) postillava che: “(59) Cfr. cap. VII, n. 13”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre 1860, Garibaldi, ….Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, volle ospitare in casa sua, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito. …(31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “A Sapri Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti, dei Baroni di Battaglia, un liberale d’antica data che conobbe le galere borboniche. In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata, etc…”. Dunque, Garibaldi, secondo il Bertani si recò insieme a lui da Sapri a Vibonati alle 5 di mattino, il giorno 4 settembre 1860. Vuol dire che Garibaldi e gli altri sei compagni, tra cui Bertani, restano a Sapri, ospite del barone di Battaglia Giovanni Gallotti, dalle ore 14 (ora di arrivo) del 3 settembre, fino alle ore 5 del mattino del giorno 4 Settembre 1860. Sul diario del Bertani, però l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito trascrivendo il testo del Bertani opinava che: “III. Garibaldi…., e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal generale Turr, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio.”. Sempre il Pesce, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. Dunque, secondo il Pesce, il Bertani si sbagliava scrivendo “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta….“. Sempre il Pesce, a p. 407, in proposito scriveva che: “Da parte del Comune si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve sindacato di D. Felice Consoli, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (2) postillava: “(2) Delle vicende del Gallotti e dei suoi figli ho scritto ampiamente nel mio lavoro ‘Carducci e i moti del Cilento del 1848 e Reazione borbonica. Veggasi anche Pecorini-Manzoni – Storia della 15. Divisione Turr nella campagna del 1860, pag. 149.”. Dunque, sui Gallotti di Battaglia, Matteo Mazziotti dice di avere scritto molto nel suo testo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848″ e nel testo “L’insurezione salernitana nel 1860”, notizie che vedremo meglio in seguito. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Riguardo poi ai Gallotti, è interessante ciò che emerse nel famoso Processo al Nicotera. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.“. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo Provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “….a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una sotoscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.” Un garibaldino nel suo Diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri (….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (4) postillava: “(4) Il 15 settembre, Garibaldi decretò la grazia, tra gli altri, ad Antonio Venturini condannato il 31 marzo 1850 per gli avvenimenti di Sapri e a Francesco Romano anch’esso condannato per lo stesso motivo. Successivamente, riconosciuta e provata la grave perdita che la società di navigazione a vapore Raffaele Rubattino & C. ebbe a soffrire per il sequestro del battello il ‘Cagliari’ che servì alla sventurata e patriottica impresa di Carlo Pisacane, alla stessa venne assegnata la somma di franchi 450.000 da pagarsi dalla tesoreria di Napoli in tante cartelle del debito pubblico corrispondente a detta somma. Alla stessa compagnia vennero pure assegnati 750 mila franchi, a carico per 3/4 parti dele finanze napoletane e 1/4 di quelle di Sicilia, in compenso della perdita dei battelli a vapore “Lombardo e Piemonte i quali saranno riparati in memoria dell’iniziativa del popolo italiano nella guerra d’indipendenza ed unità del 1860″. (Decreti n. 81 e 82 del 5 ottobre).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) P. Russo, Un brandello dell’Impresa dei Mille, dal Fortino ad Auletta, Grafepress, Castelcivita 2000, p. 63.”.
Nel 3 settembre 1860, a Sapri, da casa Gallotti, GARIBALDI scrisse al generale TURR per avere notizie delle truppe borboniche del generale Caldarelli
Dopo aver ricevuto il messaggio e l’ordine di Garibaldi, il generale Turr che, nel 2 settembre si trovava a Sapri, insieme a Rustow, con le truppe portate ivi da Paola, il 3 settembre, di buon mattino, si allontanò in perlustrazione, con pochi uomini, dirigendosi verso Lagonegro dove si sapeva che erano arrivate le truppe borboniche del generale Caldarelli, il quale però, pare non avesse intenzione di rispettare i patti stipulati con il Morelli a Cosenza. E’ per questo motivo che Garibaldi, da Rotonda invia un primo ordine a Turr, che gli aveva comunicato di essere arrivato a Sapri. Garibaldi, arrivato a Sapri il giorno 3 setembre, da casa Gallotti invia un secondo messaggio o dispaccio a Turr, che già si trovava verso Lagonegro per ordinargli di fargli sapere al più presto notizie di Caldarelli. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Garibaldi con il suo gruppo, fu ospitato dal barone Giovanni Gallotti e fu proprio in questa casa che ‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. (172) etc….”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore e fu proprio in questa casa che Garibaldi scrisse al Turr comunicandogli il suo sbarco nella cittadina cilentana, informandolo anche che avrebbe marciato fino al Fortino con le brigate Spinazzi e Milano, lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Nella missiva gli chiese infine di comunicargli al più presto la pista seguita dalla brigata del generale borbonico Cardarelli.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Il barone Giovanni Gallotti, già distintosi nei moti del 1848, volle ospitare in sua casa, per poche ore, Garibaldi ed il suo seguito (6). Di là il generale scrisse al Turr, informandolo del suo sbarco a Sapri ed avvisandolo che avrebbe marciato fino al Fortino con le colonne Milano e Spinazzi, dopo aver lasciato a Sapri un notevole distaccamento. Gli chiese poi dove si trovasse il generale borbonico Caldarelli e la di lui brigata (7).”. De Crescenzo, a p. 111, nella nota (7) postillava: “(7) Era sula strada di Lagonegro alla testa di tremila uomini, con i quali aveva già iniziata la ritirata da Cosenza per passare nelle file garibaldine.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, ….Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. GARIBALDI.”.”. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che Garibaldi da Sapri, il 3 settembre 1860 scrisse un secondo dispaccio a Turr informandolo che era arrivato a Sapri alle ore 15,30 e che avrebbe marciato con le sue brigate (colonna Milano e Spinazzi) fino al Fortino del Cervaro. Garibaldi scriveva a Turr per accertarsi dell’esatta posizione di Caldarelli. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Da casa Gallotti al generale Turr comunicò: “Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati (34).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (34) postillava: “(34) C. Pecorini Manzoni, Storia della 15° divisione Turr, cit., p. 149.”. Devo segnalare l’ulteriore notizia imprecisa del Policicchio che, nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134 riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “….anche se è vero che da Sapri, a Turr domandò dov’era la brigata Caldarelli in ritirata sulla linea postale.”. E’ vero che Garibaldi, da Sapri domandò a Turr notizie sulla ritirata della colonna borbonica del generale Caldarelli ma gli scrisse una lettera da casa Gallotti perchè Turr aveva già lasciato Sapri portandosi nella zona del Lagonegrese. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre al Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.“. Il Mazziotti, anche sulla scorta del dispaccio di Garibaldi propende per la prima versione, sebbene molte sue notizie furono tratte dal testo del cav. Carlo Pesce (….), nel 1921, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, che a pp. 29-30, fornisce un’altra sua personale versione dei fatti e, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Devo però precisare che Pesce commette l’errore di scrivere a p. 132, che: “Garibaldi,…..montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontato colà, partì per Vibonati, etc…”. E’ errata la ricostruzione del Pesce, in quanto, Turr partirà in perlustrazione per la zona di Lagonegro e rimarrà al Rustow le Brigate sue a Sapri dove in seguito arriverà Garibaldi. Anche Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Come vedremo innanzi, Turr, Piola e Augier si incontreranno con Garibaldi al Fortino del Cervaro. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “…nel primo pomeriggio raggiunsero il porto di Sapri, come lo stesso Generale scrisse in un messaggio a Turr, che in quel momento era in perlustrazione nella zona: “Sono qui giunto alle 3 1/2 pom. Etc…”(19).”. Moliterni, però scriveva che Turr, all’arrivo di Garibaldi: “….in quel momento era in perlustrazione nella zona: etc…”. Si potrebbe far credere che Turr, si trovasse in perlustrazione nella zona di Sapri, ma egli si era allontanato su ordine di Garibaldi e si era portato verso Lagonegro in perlustrazione ed in missione su ordine di Garibaldi (vedi telegramma di Garibaldi del giorno……), per sondare la posizione della brigata del Caldarelli. Turr, si era già allontanato da Sapri ed è proprio per questo che Garibaldi con il suo secondo dispaccio gli chiede informazioni e gli fa sapere di essere sbarcato a Sapri. Turr perlustrava la zona di Lagonegro e la via Consolare per conoscere la posizione del generale Caldarelli. Moliterni, a p. 195, nella nota (19) postillava: “(19) Cf. Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. XI, Epistolario, vol. V, 1860, a cura di M. De Leonardis, Roma, 1988, p. 229, n. 1781.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa, per Vibonate . Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno , giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi . I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione, tristissime infauste notizie per Francesco II.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”.
Nel 3 settembre 1860, RAFFAELE GALLOTTI, figlio del barone don Giovanni, si pose al seguito di Garibaldi
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, continuando il suo racconto scriveva che: “Il successivo 30 ottobre, invece, Raffaele fu ristretto per ordine della polizia ordinaria e destinato alle carceri distrettuali di Sala. Il 21 febbraio 1860, all’Intendente chiese di rivedere la sua posizione. Il seguente 29 rispose che l’istanza non poteva trovare accoglimento perchè il caso era in dipendenza del potere giudiziario. Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (55) postillava: “(55) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 88, f. 33.”. Policicchio, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”.
L’INCONTRO CON MICHELE MAGNONI
Nel 3 settembre 1860, a Sapri, i VOLONTARI DEL CILENTO che ingrossarono le file dei Garibaldini
Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie camerotane”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Il Cilento è già insorto, quando Garibaldi arriva a Sapri il 3 settembre 1860. Da Lentiscosa partono tre giovani Sabato Marotta, Gaetano d’Onofrio e Antonio Cernicchiaro, e si uniscono ai garibaldini, mentre i galantuomini non si espongono: ammirano di lontano l’eroismo di Francesco II nella difesa di Gaeta, si commuovono quando parte per l’esilio….”.
Nel 3 settembre 1860, a Sapri, Michele MAGNONI, con pochi uomini della sua colonna di insorti cilentani incontrò Garibaldi. Nella notte del 4 settembre Michele Magnoni si riunì a Capitello con le altre colonne di insorti cilentani
Riguardo l’incontro di Garibaldi con Michele Magnoni, fratello di Lucio, vi è la notizia che nel corso di quell’incontro, Garibaldi lasciò detto al Magnoni le istruzioni militari per il prosieguo delle operazioni delle colonne degli insorti cilentani. Infatti, Lucio Magnoni, nella sua relazione-rapporto, (si veda Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”) scriveva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Quali fossero queste disposizioni non ci è dato di sapere. La notizia di truppe di volontari cilentani ci è data pure dal colonnello Rustow che era rimasto a Sapri con le sue truppe (ex Divisione Pianciani), portate da Paola a Sapri insieme al generale Turr. Infatti, Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, a p. 17-18, in proposito scriveva: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Etc…”. Rustow scrive chiaramente che sbarcati a Sapri con le sue truppe, insieme a Turr, la mattina del giorno 2 settembre 1860, a Sapri trovarono “Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo.”. Rustow scriveva nelle sue Memorie che sulla “spiaggia” di Sapri, il 2 settembre 1860 trovarono “gran movimento di truppe, ma non di truppe napolitane”. Rustow voleva intendere che a Sapri, il 2 settembre 1860 non vi erano truppe Regie o nemiche ma già vi erano truppe di volontari rivoluzionari. E’ molto probabile che a Sapri, in quei giorni, in previsione che si venne a sapere che a Sapri doveva arrivare Garibaldi, Michele Magnoni (lo scrive il fratello Lucio nella sua Relazione), con alcuni suoi uomini fidati si recò a Sapri per incontrare Giuseppe Garibaldi ivi atteso. Infatti, i volontari garibaldini e cilentani giudati da Michele Magnoni, stanziatisi provvisoriamente a Sapri, insieme alle truppe ivi portate dal Turr, ricevettero fucili e armi da Rustow. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. A questo proposito, ovvero in proposito a ciò che scrive Rustow: “Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, De Crescenzo scriveva che, mentre le due colonne del Giordano e del de Dominicis si incontravano e riunivano a Capitello, frazione del Comune di Ispani e non molto distante da Sapri e, dove ebbero l’avventura di incontrare Garibaldi, aggiungeva pure che: “….Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte.”. De Crescenzo scriveva che Michele Magnoni, aveva ricevuto Garibaldi a Sapri. Questa notizia che collima con la Relazione di Lucio Magnoni, fratello di Michele, contraddice quanto scrive lo stesso De Crescenzo, che proseguendo il suo racconto, fornisce anche un’altra versione dei fatti. Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento.”. A p. 112, De Crescenzo scriveva che Garibaldi incontrò Michele Magnoni a Vibonati, in casa Del Vecchio, dove il Magnoni gli presentò i signori de Dominicis e Gennaro Pagano, i quali, a Capitello si fermarono e si incontrarono con Pietro Giordano e la sua colonna di insorti cilentani. Come scriveva il De Crescenzo, a p. 86, le tre colonne, a Capitello, incontrarono Garibaldi, partitosi da Sapri e diretto al Fortino. Di questo momento storico, resta la testimonianza in un documento, il rapporto di Lucio Magnoni, che fu pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che: “Il 24 lo stesso Comitato nominava mio fratello Salvatore a Comandante di un Corpo d’insurrezione, come dalla credenziale che trascrivo. Etc…All’onorevole Cittadino Salvatore Magnoni. Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Oltre a questo documento di Lucio Magnoni, vi è un altro documento che testimonia l’arrivo delle colonne a Capitello ed è dello stesso De Dominicis. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, in proposito scriveva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Etc…”. La relazione è di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi: “Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Forse la colonna di insorti ritornava da Vibonati ed era già diretta verso Sanza o vers il Vallo di Diano. Forse la colonna degli insorti cilentani del De Dominicis, fermatasi a Capitello era già sulla strada del ritorno e lasciava il golfo di Policastro. Questo passaggio, però, è controverso in quanto lo stesso De Crescenzo, a p. 86 scriveva e dava notizie contraddittorie. De Crescenzo come ho già detto scriveva che de Dominicis aveva incontrato Garibaldi a Capitello dove la colonna si era fermata e scriveva che Michele Magnoni aveva incontrato Garibaldi a Sapri e non a Vibonati. Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi a “Capitello (Ispani)”, in proposito scriveva che: “VII….Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. De Crescenzo scriveva che De Dominicis e Pagano incontrarono Garibaldi a Capitello e scriveva pure che Michele Magnoni aveva ricevuto Garibaldi a Sapri, ivi sbarcato poco prima. La notizia di De Crescenzo è suffragata dalla relazione-rapporto di Lucio Magnoni pubblicata dall’Alfieri D’Evandro. Nella relazione di Lucio Magnoni vi è scritto che il fratello Michele Magnoni, il 3 settembre 1860 si era recato a Sapri a visitare Garibaldi, ivi da poco sbarcato. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. Dunque, Lucio Magnoni, fratello di Michele Magnoni, nella sua Relazione al Comitato Unitario di Napoli, pubblicata da Alfieri d’Evandro, scriveva che Michele Magnoni incontrò Garibaldi a Sapri e non a Vibonati. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “…furono attivissimi etc…In quella Stefano Passero aveva proclamata l’insurrezione in Vallo, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli.”. Dunque, secondo la relazione-rapporto di Lucio Magnoni, pubblicata da Alfieri D’Evandro, la colonna di suo fratello Michele Magnoni, dopo aver visitato Garibaldi, il 3 settembre 1860, da poco sbarcato a Sapri si riunì con le altre colonne di insorti Cilentani, quella del De Dominicis e Pagano a Capitello. Infatti, Lucio Magnoni scriveva che: “…L’amico nostro, ….avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.“. Anche Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma….Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre) (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Ebner scriveva che dopo lo sbarco a Sapri dispose che le colonne di Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano marciassero per il Vallo di Diano. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Etc…”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.“. Dunque, a questo punto del racconto e degli eventi resta il dubbio se Michele Magnoni fosse stato ricevuto da Garibaldi a Sapri o a Vibonati e quindi resta il dubbio se Garibaldi, prima di partire da Sapri nella notte del 4 settembre per Vibonati ed il Fortino avesse pernottato a Sapri e non a Vibonati, come vogliono alcuni. Matteo Mazziotti (….), nel 1902, nel suo “Memorie di Carlo De Angelis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Le altre forze insurrezionali del Cilento, comandate dal Magnoni, che avevano preso la direzione di Sapri e Sanza, vennero man mano piegando verso Nocera, donde alcune altre erano etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Nello stesso tempo il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, della antica e patriottica famiglia di Ascea proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse di insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilitava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggiero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Giovanni Pagano. Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione presi con il Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini, tra cui Cristoforo Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Canalonga, etc…”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Secondo Infante (…), Garibaldi incontrò a Vibonati alcuni capi della colonna di Cilentani insorti come Michele Magnoni, il De Deminicis e Gennaro Pagano che, come ha scritto Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “…..Le masse dei rivoltosi, …..divise in due colonne: …..l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, le due colonne di insorti, quella di Pietro Giordano si riunì con la colonna di Gennaro Pagano e di Teodosio de Dominicis. Pare che essi, arrivati vicino a Sapri, a Capitello (oggi nel Comune di Ispani), si incontrarono con Garibaldi, diretto a Vibonati e poi al Fortino. Ma di ciò non esistono documenti sicuri. Sempre il De Crescenzo fornisce diverse versioni. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. E’ proprio questa notizia, la notizia del passaggio di Garibaldi e del suo pernottamento a Vibonati che il De Crescenzo però, a p. 112, nella nota (9) postilava: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Inoltre, De Crescenzo parlandoci di Vibonati riferisce dell’incontro con Michele Magnoni, infatti egli scrive: “Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano”. Dunque, secondo le informazioni del De Crescenzo, di cui non rivela la fonte, Garibaldi: 1- si reca e pernotta a Vibonati in casa Del Vecchio; 2- a Vibonati, e non a Sapri, Garibaldi incontra Michele Magnoni, Teodosio De Dominicis e Gennaro Pagano; 3 – ………………………..Diversa e altra versioe ci dà l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III…..Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbattè in una colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbatté in una Colonna d’insorti Celentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia cha il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il Capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 1 luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Teodosio de Dominicis pare sia stato ucciso nei moti del 1828. Su questo punto, Felice Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84)….Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Dunque, il Fusco lo chiama “Teodosio” e non “Teodoro” de Dominicis. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc…”. Come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a pp. 265-266, in proposito scriveva che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Castelnuovo, Moio, Stio e Sacco. Solo il 30, però, il Sottointendente inviò a Salerno un allarmatissimo rapporto urgente, che l’intendente trascrisse fedelmente nella sua relazione al ministro dell’Interno (95). Nel rapporto, tuttavia, non vi è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne di Rutino verso convergenti verso la Valle del Tanagro e della marcia da Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna Giordano partita da Ceraso. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Etc…”. Fusco, a p. 356, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Etc….”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre anni prima….Etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò “alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri….”. Gennaro De Crescenzo non parla affatto di Vibonati ma ci dice di Capitello. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse dei rivoltosi, così organizzate si recarono a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83). Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84)“. Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “Avvenne ciò che Garibaldi preannunciò: passò la notte a Vibonati e s’incontrò con Turr al Fortino….A Vibonati fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “In casa Del Vecchio Garibaldi incontrò Teodosio de Dominicis il quale, ai compagni disse d’esser stato quello “il più bel giorno della sua vita”(9). V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Policicchio citava il documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca, oggi all’Archivio di Stato di Salerno, ovvero il Verbale della seduta decurionale del 14 ottobre 1860, nella “Raccolta delibere decurionali”. Policicchio, a p. 137, nella nota (9) postillava: “(9) A. Sole, Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 242.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, in proposito scriveva che: “Il 24 lo stesso Comitato nominava mio fratello Salvatore a Comandante di un Corpo d’insurrezione, come dalla credenziale che trascrivo. Etc…All’onorevole Cittadino Salvatore Magnoni. Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. La relazione è di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Dunque, nella relazione di Lucio Magnoni, pubblicata nell’Alfieri, egli scrive chiaramente che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.“. Dunque, Carmine Pinto scriveva che, Garibaldi, sbarcato a Sapri il 3 settembre 1860 trovò Michele Magnoni e Teodosio De Dominicis che lo attendevano e prima che egli partisse per il Fortino lo incontrarono. Lo incontrarono a Sapri o a Vibonati, come vogliono alcuni ?. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 96, in proposito scriveva che: “A porre fine all’avanzata, intervennero le forze degli urbani di Sanza capeggiati da Sabino Laveglia il quale si vantava di avere ucciso con un colpo di fucile il capo dei ribelli. I resti delle povere vittime di quel terribile olocausto, riposano attualmente nel sacrato posto sotto la chiesa dell’Annunziata di Padula. Ferdinando II per riconoscenza del servizio reso alla causa regnante, elargì numerosi encomi, medaglie, onoreficenze e somme di denaro. Sabino Laveglia fu nominato cavaliere del regno e capo urbano, a Sanza suo paese vennero assegnati 2.000 ducati per il completamento della strada che conduce a Buonabitacolo, oggi S.S. 517 ed a Torraca, furono donati 300 ducati che servirono per la costruzione di una fontana (la cosiddetta “fontana vecchia”). L’eccidio di Sanza si colora anche di aneddoti che ancora creano discussione negli storici. Il suicidio di Pisacane è smentito dal Capo urbano Sabino Laveglia, il quale vantava di essere stato l’artefice della morte del capo dei “briganti”, ma al processo fu clamorosamente contrariato nelle sue affermazioni da un gendarme in congedo, Gaetano Enter, il quale si attribuiva “l’onore di avere ucciso il Pisacane”. Il cavalierato del Laveglia fu di breve durata. Nel 1860, con l’arrivo dei garibaldini nel Vallo di Diano, giustizia fu fatta.”. Mallamaci, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre ani prima.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.
L’INCONTRO TRA GARIBALDI E PAOLO LAUGIER
Nel 31 agosto 1860, la questione dell’Annessione della Sicilia al Piemonte, richiesta da CAVOUR
Da Wikipedia leggiamo che Francesco Crispi fu una figura di spicco del Risorgimento, fu uno degli organizzatori della Rivoluzione siciliana del 1848 e fu l’ideatore e il massimo sostenitore della spedizione dei Mille, alla quale partecipò. Inizialmente mazziniano, si convertì agli ideali monarchici nel 1864. Anticlericale e ostile allo Stato Pontificio, dopo l’unità d’Italia fu quattro volte presidente del Consiglio: dal 1887 al 1891 e dal 1893 al 1896. Nel primo periodo fu anche ministro degli Esteri e ministro dell’interno, nel secondo anche ministro dell’interno. Fu il primo meridionale a diventare presidente del Consiglio del Regno d’Italia. Obiettivo di Crispi era ora l’unità della nazione attraverso il propagarsi dell’insurrezione. Il presidente del Consiglio piemontese Cavour, invece, voleva l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna e impedire che la rivoluzione si propagasse fino a Roma. Ciò perché lo Stato Pontificio era protetto dalla Francia, che era una potenza amica del Piemonte. Così, per controllare e rallentare l’azione di Garibaldi, Cavour spedì in Sicilia Giuseppe La Farina. Non appena arrivato a Palermo, La Farina si impegnò a denigrare Crispi, già in difficoltà per aver esposto le sue idee anticlericali. D’altro canto l’aristocrazia siciliana sperava che, annessa subito al Piemonte, l’isola avrebbe potuto godere di un’autonomia di fatto. Il contrario di quello che auspicava Crispi che vedeva la Sicilia integrata solo in una nazione italiana. In grave difficoltà, quando il 23 giugno 1860 venne organizzata a Palermo un’importante manifestazione contro di lui, Crispi diede le dimissioni, confermandole nonostante il parere contrario di Garibaldi. Quest’ultimo a sua volta ordinò l’espulsione di La Farina dalla Sicilia. Per consolidare le posizioni dei democratici, Crispi fondò allora un giornale, Il Precursore, che uscì agli inizi di luglio a Palermo. Da Wikipedia leggiamo che Cavour aveva successivamente tentato senza riuscirvi, di provocare una sollevazione a Napoli prima dell’arrivo dell’armata garibaldina, a questo proposito, già dal mese di agosto, due compagnie di Bersaglieri e due compagnie del primo reggimento della Brigata del re, si trovavano nella baia di Napoli a bordo delle navi dell’ammiraglio Persano, per essere eventualmente impiegate a Napoli nel caso in cui la città fosse insorta prima dell’arrivo di Garibaldi, ma vennero impiegate solo nel combattimento di Caserta del 2 ottobre 1860. A questo riguardo anche I mazziniani avevano evitato di provocare una sollevazione, nel timore che questo potesse dare a Cavour il pretesto per intervenire a Napoli prima dell’arrivo di Garibaldi. Con questo fine Cavour aveva scritto all’ammiraglio Persano: «non aiutate il passaggio del generale Garibaldi sul continente, ma piuttosto tentate di rallentarlo con mezzi indiretti per quanto è possibile.». Lo stesso Cavour aveva poi convinto il ministro britannico Russell a permettere a Garibaldi di oltrepassare lo Stretto di Messina, perché si era reso conto che senza la guerriglia garibaldina la rivoluzione a Napoli avrebbe perduto mordente e non sarebbe stato possibile attuare i piani unitari in caso di fallimento dei tentativi dello stesso Cavour di rovesciare a Napoli il governo di Francesco II. Quando Garibaldi oltrepassò lo Stretto di Messina e iniziò la sua marcia in Calabria, Cavour fece sbarcare armi a Salerno per distribuirle ai ribelli del Sud per aprire la strada all’avanzata di Garibaldi, ma il ministro piemontese fece anche un ultimo tentativo di prendere possesso di Napoli scrivendo il 27 agosto al Villamarina: «Fate tutto quello che potete per evitare un governo garibaldino, sul quale voi contate troppo.». Il 30 agosto, dopo la resa in Calabria del generale borbonico Ghio a Garibaldi, Cavour si convinse ad abbandonare ogni idea di rovesciare di sua iniziativa il governo borbonico a Napoli e scrisse al Villamarina: «Voi dovete agire francamente e all’unisono con lui (Garibaldi), tentando soltanto di prendere possesso della flotta e dei forti nelle nostre mani.». Anche se i tentativi cavourriani di rovesciare il governo di Francesco II erano falliti, il prestigio della monarchia borbonica era ormai compromesso e a Napoli gli ultimi giorni della monarchia borbonica furono caratterizzati da cospirazioni interne, che portarono all’allontanamento del Conte dell’Aquila. Liborio Romano aveva tentato di convincere Francesco II a lasciare “temporaneamente” il regno nominando un ministro reggente e il Conte di Siracusa, zio del re, con lettera pubblica aveva addirittura consigliato Francesco II di abbandonare il trono per il bene dell’Italia unita, fatto questo che scosse ulteriormente il prestigio del monarca di Napoli, generando l’impressione che tutto fosse perduto. Lo storico Trevelyan sottolinea come le fonti storiche conosciute dei retroscena di questo ultimo periodo del governo borbonico siano limitate ai resoconti di Liborio Romano, del generale Pianell e di sua moglie e che quindi restano oscuri molti altri aspetti degli avvenimenti interni alla corte e al governo borbonici. Per la lettera in questione si veda il 3 settembre 1860 e lo sbarco del Capitano marinaio, Paolo Augier a Sapri, nel giorno 3 settembre, a bordo del piroscafo della marina Piemontese Dora. Il Capitano marinaio Paolo Augier (1), amico d’infanzia di Garibaldi verrà imbarcato sul vapore “la Dora” messo a disposizione dall’Ammiraglio piemontese Conte di Persano che era di stanza nelle acque del golfo Napoletano e lo fa su sollecitudine di Cavour. L’Augier, in compagnia del Viceconsole Francesco Agresti arriverà a Sapri, a bordo del piroscafo la “Dora”, nelle ore pomeridiane del 3 settembre, lo stesso giorno che vi approderà Garibaldi con i suoi sei amici e collaboratori. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 408 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio del Perano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli direttamente: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire a Lei a darle spiegazione di molti fatti passati, nel vivo desiderio di stabilire fra noi quella completa fiducia che fra noi esisteva due anni sono…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per crear ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita.”. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 40, in proposito scriveva: “Egli ha bisogno di far presto per impedire all’Europa d’intervenire, per far superare a Cavour i timori e le sue ultime riserve antigaribaldine, per forzare la diplomazia europea allarmata fin dal suo sbarco nel continente. La rapida marcia di Garibaldi in Calabria convince, in qualche modo, Napoleone III e l’Europa della inevitabilità della fine dei Borboni e della vittoria della rivoluzione italiana; convince Cavour che la vittoria dell’Italia meridionale, con il suo sfondo popolare democratico, riabilitava di fronte al mondo il Risorgimento come fatto voluto e compiuto da italiani in terra d’Italia; convince ancora il liberale Cavour che l’Unità d’Italia non era una “corbelleria”, come egli soleva dire, ma la conclusione logica di tanti anni di passione nazionale.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 402, nella nota (1) postillava: “”1) Dal libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143, riferendosi al Conte di Cavour, in proposito scriveva che: “La rapida marcia di Garibaldi nelle Calabrie, mentre procedeva il grosso dell’esercito, convinse Napoleone III e l’intera Europa della fine dei Borbone. Tra i meno lieti per questo evolversi delle cose vi fu indubbiamente Cavour, il quale, allarmato della presenza di Mazzini nella capitale sentì la situazione sfuggirgli di mano. Sperava di arrivare per primo a Napoli e togliere a Garibaldi il merito della liberazione della parte continentale del regno e temeva che il potere del Dittatore oltrepassasse il suo e quello Piemontese. In nessun modo rinunciò ad escludere Garibaldi da Napoli.”.
Nel 15 giugno 1860, il capitano AUGIER (o Laugier) (o Lauger) scrive a Garibaldi, suo amico d’infanzia
Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, in proposito scriveva che: “Capitano Augier, ….il sentimento di amicizia che legava Garibaldi ad Augier, etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 186 e ssg., in proposito scriveva che: “Questo articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1) un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia. Nato nel 1815 a Villafranca, presso Nizza, Augier aveva navigato per oltre 15 anni sull’oceano Pacifico e, al rientro in Italia, era andato a risiedere con la famiglia a Genova, al quinto piano di uno stabile in salita San Francesco di Paola, numero 16, divenendo di fatto il portavoce del Generale presso Domenico Buffa, Intendente del Governo Piemontese in città (2). I due amici erano solito scambiarsi delle visite, e fu proprio nell’abitazione del Capitano che, nel 1854, Garibaldi trascorse un paio di settimane per curarsi i reumatismi da cui era afflitto (3). “. Moliterni, a p. 186, nella nota (1) postillava: “(1) Nella corrispondenza del conte di Cavour e del Viceconsole Sardo Francesco Astengo, lo troviamo menzionato, rispettivamente, come ‘Laugier’ e ‘Auger’ (cf. infra in narrativa).”. Moliterni, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Cf. L. Morabito (a cura di), Genova garibaldina e il mito dell’eroe nelle collezioni private, Genova, 2008, p. 19”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 188 e ssg., in proposito scriveva che: “Anche in questa casa, nei primi mesi del 1860, cominciò a prendere corpo l’idea della Spedizione delle Due Sicilie (4). Non supisce dunque che Camillo Benso conte di Cavour, in un frangente storico particolarmente complicato, abbia affidato proprio ad Augier una delicata missione per Garibaldi, un mandato la cui tempistica e la cui importanza si cercherà, ora, di inquadrare nel contesto più in generale in cui si svolse. Il Presidente del Consiglio del Regno di Sardegna, in più di un’occasione aveva tentato di smorzare l’entusiasmo del suo Re riguardo la progettata spedizione garibaldina in Italia meridionale.”. Moliterni, a p. 188, nella nota (4) postillava: “(4) Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi, vol. II, Le memorie di Garibaldi nella redazione definitiva del 1872, a cura della Reale Commissione, Bologna, 1932, “Giunto a Genova ammalato di reumatismi, fui trasportato in casa del mio amico, capitano C. Paolo Augier, etc…, ivi p. 413: “Lasciai la Caprera etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a p. 408 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio del Perano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli direttamente: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire a Lei a darle spiegazione di molti fatti passati, nel vivo desiderio di stabilire fra noi quella completa fiducia che fra noi esisteva due anni sono…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per crear ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita.”. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 459-460, in proposito scriveva che: “Nel viaggio da Soveria a Napoli, Garibaldi ebbe vari messi da Cavour e Perano per indurlo a credere che oramai Re e lui, esercito e volontari, sarebbero andati d’accordo per la liberazione dell’Italia tutta. Eppure l’ultimo dispaccio di Cavour a Villamarina etc….Non riuscito, risolse di combattere Garibaldi non più in Napoli, ma nel centro: quindi muove terra e cielo per fare che questi prometta la flotta e i forti, e manda un amico d’infanzia a persuaderlo che egli è il suo più grand’ammiratore e amico.”. Il seguente brano di lettera ad un intimo spiega il doppio gioco, prova che pur di riuscire ad escludere Garibaldi da Napoli, Cavour ‘non rinculava davanti la guerra civile’ (2): “…….”. Ed ecco la lettera portata dal capitano Laugier amico d’infanzia e di scuola del generale: “Torino, 31 agosto 1860, Al generale Giuseppe Garibaldi, Salerno. Signor generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il capitano Laugier, sono rimasto convinto essere, nonchè opportuno etc….”. La White, a p. 460, cita lo storico Chiala (….). La Dobelli, nella traduzione del Traveljan, a p. 421, in proposito scriveva: “Chiala = Chiala (Luigi) – Lettere edite ed inedite di Camillo Cavour. 6 volumi.”. La White-Mario (….), a pp. 460-461, in proposito scriveva che: “Il capitano Laugier fece l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta. E Persano fece lo stesso; e questo col pieno consenso di Cavour. Etc..”. E’ da notare però che la White ci parla del “capitano Laugier”, come il Cavour nella sua lettera. E’ da notare che “il capitano Laugier” non presenta il “de”, patronimico aggiunto da Policicchio. Nella postilla si cita il testo di Giacomo Emilio Curàtulo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria”, Bologna, Zanichelli, 1911. Nel testo in questione, si postilla che il Curàtulo, a p. 298 pubblica una lettera del 15 giugno 1860 del Capitano Augier (forse De Laugier) indirizzata a Garibaldi, dove però non si parla della missione segreta che il Cavour affiderà al De Laugier. E’ vero ciò che il Curàtulo dice nella nota. Infatti, Giacomo Emilio Curàtulo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria- Documenti inediti – Dieci lettere di Vittorio Emanuele a Garibaldi etc…”, a p. 298, in proposito scriveva che: “Un’altra voce sebbene più modesta, ammoniva in quei giorni il Generale di stare in guardia tanto dal Cavour, che dal Mazzini; quella del capitano Augier, una natura franca e leale di marinaro e grande amico di Garibaldi. Augier a Garibaldi…Genova 15 giugno 1860, Mio buon Generale, Tutti vi scrivono, tutti millandano l’intimitàe l’influenza che hanno sopra di voi, quindi trovandomi con l’amico Galin, etc…P.S. – E’ partito con voi Emilio Evangelisti, figlio della povera vedova mia vicina, che voi Generale conosceste: questo giovane è istruito e credo che sia nella prima compagnia. Vostro aff.mo servo ed amico AUGIER.”.”. Nel testo viene chiamato “Augier” e non De Laugier, latore della lettera di Cavour a Garibaldi. Nelle ‘Memorie’ di Garibaldi leggiamo che Garibaldi scriveva: “Giunto a Genova ammalato di reumatismi, fui trasportato in casa del mio amico, Capitano G. Paolo Augier – ove ricevetti ospitalità gentile per 15 giorni etcc…”. Dunque, l’amico d’infanzia di Garibaldi era il Capitano Giovanni Paolo Augier che viveva a Genova. Curàtulo, a p. 298, in proposito scriveva che: “Augier a Garibaldi….Genova 15 Giugno 1860, Mio buon Generale, Tutti vi scrivono tutti millantano l’intimità e l’influenza che hanno sopra di voi, etc….”. La giornalista White Mario (….) continuando il suo racconto, dopo aver parlato del Fortino del Cervaro, a pp. 460-461, in proposito aggiungeva: “Il capitano Lauger fece l’impossibile per persuadere il generale etc…Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier’.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 187 e ssg., in proposito scriveva che: “Quest’articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1), un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia.”. Moliterni, a p. 187, nella nota (1) postillava: “(1) La presente ricerca riprende, approfondisce una mia precedente ricerca etc…”. Moliterni, a pp. 188-189, in proposito scriveva: “Il 15 giugno, quando Garibaldi si era già impadronito di mezza Sicilia e si accingeva a conquistare l’altra metà, Augier sentì il dovere di scrivergli una lettera per informarlo sul clima che si respirava in particolare a Genova, intorno alla sua impresa: “Mio buon Generale, etc…”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: “Il golfo di Policastro, o di Salerno, secondo un piano da lui architettato, avrebbe dovuto essere luogo di incontro tra Garibaldi e il il suo amico d’infanzia Cesare De Laugier latore della seguente missiva datata 31 agosto: Etc…”. Moliterni, a pp. 188-189, in proposito scriveva: “Il 15 giugno, quando Garibaldi si era già impadronito di mezza Sicilia e si accingeva a conquistare l’altra metà, Augier sentì il dovere di scrivergli una lettera per informarlo sul clima che si respirava in particolare a Genova, intorno alla sua impresa: “Mio buon Generale, etc…”. La menzione di Agostino Bertani da parte di Augier non fu certo casuale, dal momento che il medico e patriota milanese proprio a Genova aveva radunato la divisione Terranova, articolata in sei brigate e guidata dal conte Luigi Pianciani, con l’intento di invadere il territorio pontificio delle Romagne e ricongiungersi, da nord, ai Mille.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “778. Cavour a Garibaldi (Copia Artom) 31 Agosto 1860, Signor Generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il Capitano Laugier (1), etc…”. Nel testo, a p. 191, nella nota (1) si postillava: “(1) Il Curatulo (Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour, ecc…, Bologna, Zanichelli, 1911, pag. 298) pubblica una lettera 15 Giugno del Capitano Augier a Garibaldi, ma non parla di questa missione.”. Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Nè la lettera di Cavour patrocinante la concordia tra i due eserciti nazionali, di cui era poi latore il capitano Lauger, amico d’infanzia del Generale, nè le calde preghiere dello stesso Lauger deviarono Garibaldi dalle sue ferme risoluzioni “Da Napoli vogliamo andare a Roma”- egli ripeteva la mattina del 7 settembre al Generale De Sauget, capo della Guardia Nazionale Napoletana, ed al Sindaco di Napoli etc…”. Dunque, Maraldi lo chiama “capitano LAUGER”. Dunque, l’amico d’infanzia del generale Garibaldi è chiamato “Lauger” da Maraldi.
Nel 31 agosto 1860, la lettera di CAMILLO BENSO Conte di CAVOUR che scrisse a Garibaldi e che gli fece pervenire tramite il capitano Augier (o Laugier o Lauger)
Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 151 e ssg., in proposito scriveva che: “…; ma prevedendo come questa forma avrebbe offeso ancora Garibaldi quando l’avesse saputa, l’abrebbe offeso come se fosse diretta unicamente contro la sua persona, Cavour scrisse al Generale, che già era giunto a Salerno, la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col Suo amico il capitano Laugier (1) sono rimasto convinto essere, etc…(1).”. Nazari Micheli, a p. 151, nella nota (1) postillava: “(1) Credo debba dirsi AUGIER.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 152, nella nota (1) postillava: “(1) e (3) CHIALA, Lett., cit., vol. III, p. 308 e vol. IV, p. 3.”. E’ interessante ciò che scrive la Nazari sulla lettera che Cavour scrive il 31 agosto 1860 da Torino, indirizzata a Garibaldi. Ella scriveva che Garibaldi: “…già era giunto a Salerno, etc…”. La partenza di Augier da Napoli, per mezzo dell’ammiraglio Persano è documentata e Garibaldi ancora non era arrivato a Salerno come scrive Nazari. Ma la questione la vedremo innanzi. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 459-460, in proposito scriveva che: “Nel viaggio da Soveria a Napoli, Garibaldi ebbe vari messi da Cavour e Persano per indurlo a credere che oramai Re e lui, esercito e volontari, sarebbero andati d’accordo per la liberazione dell’Italia tutta. Eppure l’ultimo dispaccio di Cavour a Villamarina etc….Non riuscito, risolse di combattere Garibaldi non più in Napoli, ma nel centro: quindi muove terra e cielo per fare che questi prometta la flotta e i forti, e manda un amico d’infanzia a persuaderlo che egli è il suo più grand’ammiratore e amico. Il seguente brano di lettera ad un intimo spiega il doppio gioco, prova che pur di riuscire ad escludere Garibaldi da Napoli, Cavour ‘non rinculava davanti la guerra civile’ (2): “………..”.“. White Mario, a p. 459, nella nota (2) postillava: “(2) A Nigra aveva scritto giorni prima: “Il est trop etc…”.”. La giornalista White Mario (….), continuando il suo racconto, a p. 460, in proposito scriveva che: “Ed ecco la lettera portata dal capitano Laugier amico d’infanzia e di scuola del generale: “Torino, 31 agosto 1860, Al generale Giuseppe Garibaldi, Salerno. Signor generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il capitano Laugier, sono rimasto convinto essere, nonchè opportuno etc….”. La giornalista White Mario (….) continuando il suo racconto, dopo aver parlato del Fortino del Cervaro, a pp. 460-461, in proposito aggiungeva: “Il capitano Lauger fece l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta. E Persano fece lo stesso; e questo col pieno consenso di Cavour: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno. Finora si è creduto che il generale non avesse avuto rapporti col Persano o con altri messi cavouriani, dacchè si trovava sul continente, se non dopo l’entrata a Napoli; ma colla pubblicazione delle lettere fatta dal Chiala, confrontanto la data di queste colle date di Persano, si trova che prima del giorno sei vide Laugier (1). Ora questa data rettificata spiega molti lati del suo agire, dei quali invano finora si è cercata la chiave. Visto Laugier, saputo che Persano aveva ricevuto ordine da Cavour di andare pienamente e francamente d’accordo con lui, Garibaldi disse tra sè e sè: il Re ha fatto capitolare Cavour, egli vuole l’Italia una, nè si sdegna di accettarla dalle mani del popolo per mezzo mio; così va bene e così andiamo d’accordo.”. La White, a p. 460, nella nota (1) postilava: “(1) Le date sono importanti. Il 31 agosto, Persano avverte Cavour avere significato a Garibaldi “gli ordini che avevo dato da parte del governo del nostro Re di procedere di pieno accordo con lui per l’unificazione d’Italia sotto lo scettro nazionale di Vittorio Emanuele e che quindi egli disponesse pure dell’opera mia;” e parla della flotta ec. Cavour a Persano, 3 settembre: “Approvo pienamente la sua comunicazione a Garibaldi; essa segue la nuova via che dobbiamo seguire.”. Persano a Cavour 3 settembre: “J’envole à Garibaldi avec Dora l’individu arrivé avec Astengo”. Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier’.”. ll testo della lettera di Cavour è più o meno è lo stesso pubblicato nell’altro testo di Giacomo Emilio Curàtulo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria”, Bologna, Zanichelli, 1911. E’ da notare però che la White ci parla del “capitano Laugier”, come il Cavour nella sua lettera. E’ da notare che “il capitano Laugier” non presenta il “de”, patronimico aggiunto da Policicchio. La White-Mario (….), a p. 460, in proposito scriveva che: “Il capitano Laugier fece l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta. E Persano fece lo stesso; e questo col pieno consenso di Cavour: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno. Finora si è creduto che il generale non avesse avuto rapporti col Persano o con altri messi cavouriani, dacchè si trovava sul continente, se non dopo l’entrata a Napoli; ma colla pubblicazione delle lettere fatta dal Chiala, confrontando la data di queste colle date di Persano, si trova che prima del giorno ‘sei’ vide Laugier (1).“. La White, a p. 460, cita lo storico Chiala (….). La Dobelli, nella traduzione del Traveljan, a p. 421, in proposito scriveva: “Chiala = Chiala (Luigi) – Lettere edite ed inedite di Camillo Cavour. 6 volumi.”. La White, a p. 460, nella nota (1) postillava: “(1) Le date sono importanti. Il 31 agosto, Persano avverte Cavour avere significato a Garibaldi “gli ordini che avevo etc…”. Persano a Cavour 3 settembre: “J’envoie à Garibaldi avec Dora l’individu arrivé avec Astengo.”. Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier.”. Sempre White, a pp. 460-461, in proposito scriveva che: “Ora questa data rettificata spiega molti lati del suo agire, dei quali invano finora si è cercata la chiave. Visto Laugier, saputo che Persano aveva ricevuto ordine da Cavour di andare pienamente e francamente d’accordo con lui, Garibaldi disse tra sè e sè: Il Re ha fatto capitolare Cavour, egli vuole l’Italia una, nè si sdegna di accettarla dalle mani del popolo per mezzo mio; così va bene e così andiamo d’accordo.”. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni che, sulla base dei documenti e dei dispacci dell’epoca viene suffragata l’ipotesi dell’arrivo della ‘Dora’ a Sapri, il 3 settembre e dell’incontro avvenuto tra Garibaldi ed il messo di Cavour. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 187 e ssg., in proposito scriveva che: “Quest’articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1), un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia.”. Moliterni, a p. 187, nella nota (1) postillava: “(1) La presente ricerca riprende, approfondisce una mia precedente ricerca etc…”. Moliterni, a p. 186, nella nota (1) postillava: “(1) Nella corrispondenza del conte di Cavour e del Viceconsole Sardo Francesco Astengo, lo troviamo menzionato, rispettivamente, come ‘Laugier’ e ‘Auger’ (cf. infra in narrativa).”. Moliterni, a p. 190, scriveva pure: “La notizia che Garibaldi si accingeva ad attraversare lo Stretto di Messina gettò Cavour nello sconcerto. Fu allora che il Tessitore decise di spostare nella baia di Napoli il contrammiraglio della Marina Sarda Carlo Pelliòn, conte di Persano, che, a capo di alcune unità navali, etc….Tuttavia l’approdo del Dittatore sulle coste della Calabria e il suo veloce incedere verso Napoli rivelatosi più rapido del previsto, spinsero Cavour a cambiare strategia e a darne comunicazione a Persano con un telegramma cifrato spedito da Torino alle ore 10,00 del 30 agosto: “……..etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, in proposito scriveva che: “Probabilmente in quello stesso giorno un altro emissario era partito da Torino per incontrarsi con il Dittatore. Era il Capitano Augier, reduce da un lungo incontro con Cavour, il quale lo aveva pregato di farsi intermediario presso il Generale per cercare di ripristinare quel clima di fiducia che – a suo dire – vi era stato tra i due nel periodo precedente lo scoppio della II guerra d’Indipendenza. Il Conte dunque non si avvalse di un politico, ne di un diplomatico, ma fece leva sul sentimento di amicizia che legava Garibaldi ad Augier, per cercare di stabilire – ora che non ne poteva fare a meno – un rapporto di collaborazione con il Dittatore. Non si conoscono i contenuti del colloquio torinese, ma resta la lettera per Garibaldi, dal tono conciliante e deferente, che il Presidente del Consiglio vergò il 31 agosto e consegnò al suo emissario: “Signor Generale, Avendo avuto l’occasione etc…Mi creda, Generale, suo devoto (17).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. Cavour, Epistolario, p. 1809, n. 2306.”. Moliterni, dopo aver descritto i dispacci che si scambiarono il Cavour e l’Ammiraglio Persano, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: “La gravità del contenuto della lettera e il comprensibile riserbo che doveva circondarla, indussero Cavour a inviare a Napoli il viceconsole Francesco Astengo affinché la consegnasse direttamente nelle mani del Contrammiraglio.”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Moliterni, a pp. 198-199, in proposito aggiungeva: “Ma a influire sull’atteggiamento del Dittatore potrebbe essere stato anche il colloquio avuto con l’amico Augier, un colloquio che Jessie White Mario dà per avvenuto e nel corso del quale il capitano avrebbe fatto “l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta.” (23). La White, pur essendo stata in quel periodo molto vicina a Garibaldi, in questo caso sembra avvalersi di testimonianze documentali posteriori e, infatti, è al quanto vaga riguardo al tempo e al luogo dell’incontro, limitandosi a dire che si svolse “prima del giorno sei” settembre, “tra Soveria e Salerno” (24).”. A questo punto, Moliterni inizia ad articolare il suo assunto ragionando sulle date e sui documenti, i dispacci di Persano. Il testo della lettera di Cavour a Garibaldi, indirizzatagli nelle mani di Augier, è stata pubblicata anche nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 191, in proposito è scritto che: “778. Cavour a Garibaldi (Copia Artom) 31 Agosto 1860, Signor Generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il Capitano Laugier (1), sono rimasto convinto essere, non che opportuno, necessario il darle alcune spiegazioni intorno a molti fati passati ed alle presenti intenzioni del Governo del Re; epperò ho pregato quel buono e leale Italiano a recarsi presso a lei per riferirle una lunga nostra conversazione intorno a parecchi argomenti ch’Ella forse ignora, o sui quali non ebbe precisi e compiuti ragguagli. Desidero vivamente che questa missione del Laugier riesca a ristabilire fra noi quell’intera fiducia che esisteva or sono due anni quando io preparava la guerra, alla quale nessuno credeva, e molti (sic) paventavano; lo desidero pel più pronto e sicuro compimento della impresa alla quale Ella ha dedicato la gloriosa sua spada: la costituzione dell’Italia in monarchia libera e forte sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. Qualunque sia l’effetto che le comunicazioni che le trasmetto produrranno sull’animo suo, io mi lusingo che Ella, Signor Generale, ravviserà in questo passo una prova non dubbia che io reputo la sua lealtà ed il suo patriottismo pari all’inarrivabile suo valore ed al suo singolare genio militare. Mi creda, Generale, ecc..“. Nel testo (….), a p. 191, nella nota (1) si postillava: “(1) Il Curatulo (Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour, ecc…, Bologna, Zanichelli, 1911, pag. 298) pubblica una lettera 15 Giugno del Capitano Augier a Garibaldi, ma non parla di questa missione.”. Nel testo si postilla del testo di Giacomo Emilio Curàtulo (….), Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria- Documenti inediti – Dieci lettere di Vittorio Emanuele a Garibaldi etc…”, ed. Zanichelli, Bologna, 1911. Il testo della lettera di Cavour a Garibaldi, indirizzatagli nelle mani di Augier, è stata pubblicata anche nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 192-193, in proposito è scritto che: “779. Cavour a Persano (MRT) 31 Agosto 1860. Sig. Ammiraglio, Il suo telegramma del 30 a sera, etc…Gli spedirò l’Authion subito che avrò ricevuto i due ufficiali Napoletani che mi annunzia. Mi accusi ricevuta col telegrafo. (1) Non faccia parola di tutto questo ad alcuno, nemmeno a Villamarina.”. Dunque, nel dispaccio che Cavour scrive all’ammiraglio Persano, del 31 agosto 1861, Cavour scrive che dovrebbe ricevere da li a breve i due ufficiali napoletani. Chi sono i due ufficiali napoletani che Cavour deve ricevere e che deve spedire con il vapore Authion a Napoli dal Persano ?. Sono Astengo ed il capitano Laugier, amico di Garibaldi a cui Cavour consegnerà la lettera sua indirizzata a Garibaldi che Laugier dovrà incontrare molto probabilemente incontrerà a Sapri il 3 settembre 1860, prima che Garibaldi salga al Fortino di Casaletto. Sempre nello stesso testo, a p. 196, è scritto: “782. C. di Persano a Cavour. Napoli, addì 31 agosto 1860. Eccellenza, ….etc…Aspetto con ansietà l’arrivo dell’Authion colle istruzioni che V.E. mi ha annunciate. Intanto il telegramma di cui è parola venne trapelato, quindi scoraggiamento negli arditi e soddisfazione ne’ timidi, che sono i più, perchè vedono allontanato il pericolo della lotta, che vorrebbero lasciare al solo Garibaldi.”. Ma come vedremo in seguito, il capitato Auger, amico di Garibaldi accompagnato da Astengo, con la lettera di Cavour arriveranno a Napoli e si rivolgeranno all’ammiraglio Persano per viaggiare verso Garibaldi. Persano li farà imbarcare sulla “Dora” che li porterà a Sapri. Infatti, il testo della lettera di Cavour a Garibaldi, indirizzatagli nelle mani di Augier, è stata pubblicata anche nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 206, in proposito è scritto che: “797. Dispaccio Cavour a Persano. 1° Septembre 1860. Le plan que vou m’exposez dans vostre lettre du 29 est parfait. Une fois Gouvernement provisoire constitué, nous aviserons. Gardez Dora jusqu’arrivée Astengo qui vous apporte instructions de la plus haute importante (2). Vous me répondrez par la télégraphe comment concilier la nouvelle mission dont vous allez etre chargé, et ce qu’il y a à Naples.”, che tradotto è: “Il piano che hai esposto nella tua lettera del 29 è perfetto. Una volta formato il governo provvisorio, decideremo. Tieni Dora finché non arriva Astengo e ti porta istruzioni della massima importanza (2). Per telegrafo mi dirai come conciliare la nuova missione che ti verrà affidata con ciò che c’è a Napoli.”. Dunque, il 1° Settembre 1860, Cavour scrivendo a Persano gli ordina di: “Tieni Dora finché non arriva Astengo e ti porta istruzioni della massima importanza (2).”. Nel testo, a p….., nella nota (2) postilla: “(2) Questo periodo risponde a telegr. Persano del giorno stesso, così concepito: “Puis-je retemir le Dora qui a les fusils jusqu’à l’arrivée du Delfino sur lequel je les ferais passer?”.”. L’Ammiraglio della flotta piemontese, il conte di Persano (….), nel suo “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870, vol. II, a pp. 89 e ssg., in proposito scriveva che: “3. – E’ arrivato il Signor Astengo latore di una lettera autografa di S.E. il conte di Cavour. E’ della massima importanza; Si giudichi. 31 agosto 1860 “Signor Ammiraglio, ….Il suo telegramma del 30 etc….”. (p. 90) In compagnia del signor ASTENGO è venuto un signore, amico del generale GARIBALDI, con desiderio di potere andare da lui: il conte di Cavour avendomi fatto dire dall’ASTENGO di fornirgliene i mezzi, gli dò la ‘Dora’ perchè lo trasporti alla spiaggia di Salerno. Ricevo il seguente telegramma di S.E. il conte di Cavour: “L’Authion parte questa sera con istruzioni per lei e per Villamarina. – Astengo è giunto ? – Risponda per telegrafo. Firmato C. Cavour.”. Persano a p. 91, in proposito scriveva che: “Rispondo tosto: Ricevuto la lettera di V.E. del 31 agosto ultimo. – Dora partirà domani con la mia risposta circostanziata di tutto quanto ella mi domanda….Ho dato la ‘Dora’ a quel signore che è venuto in compagnia dell’Astengo, per trasportarlo al Generale Garibaldi.”. Sempre il Persano, a p. 93, in proposito scriveva ancora: “4. – Rispondo alla lettera, che ho testè ricevuta, di S.E. il conte di Cavour, così: “Eccellenza….Prima di entrare nei particolari che formano oggetto della sua lettera del 31 agosto ultimo, recatami dal signor Astengo, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 408, in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio di Persano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire da Lei a darle spiegazione etc…Cavour…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per creare ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita. Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. Etc…”. Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Nè la lettera di Cavour patrocinante la concordia tra i due eserciti nazionali, di cui era poi latore il capitano Lauger, amico d’infanzia del Generale, nè le calde preghiere dello stesso Lauger deviarono Garibaldi dalle sue ferme risoluzioni “Da Napoli voliamo andare a Roma”- egli ripeteva la mattina del 7 settembre al Generale De Sauget, capo della Guardia Nazionale Napoletana, ed al Sindaco di Napoli etc…”. Dunque, Maraldi lo chiama “capitano LAUGER”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 215-216, in proposito scriveva che: “Questa la ragione per cui ai primi d’agosto, scrivendo a Persano gli raccomandava di “non aiutare il passaggio del generale Garibaldi sul continente”, ma cercar piuttosto di “ritenerlo per via indiretta il più possibile”(1). Quando il Dittatore aveva superata le difficoltà e si accingeva a cominciar la sua marcia attraverso le Calabrie, Cavour aveva fatto pervenire a Salerno delle armi da distribuire fra i ribelli del sud, “affine di spianare la strada a Garibaldi”, (2) facendo d’altra parte contemporaneamente un ultimo sforzo per assicurare il possesso di Napoli al proprio partito, come si rileva da queste parole del 27 agosto, al Villamarina: “Faccia tutto quanto è in suo potere per evitare la dittatura di Garibaldi su cui Lei conta troppo”. Istruzioni pervenivano allo stesso tempo al Persano inducendolo ad accettare la Dittatura, qualora gli venisse offerta. Pure, anche a questi estremi, Cavour indietreggiava davanti alla sola misura che avrebbe potuto sottrarre sicuramente Napoli al tanto temuto regime garibaldino – una dichiarazione di guerra a Re Francesco – per la semplice ragione che, come diceva Villamarina, lo “comprometterebbe senza scampo agli occhi di tutta l’Europa”.(1)….Pochi giorni ancora ed egli si accorse d’aver perduta la partita. Il 30 agosto mentre i 10000 uomini del Ghio, deponevan le armi, arrendendosi al Dittatore, Cavour vergava queste parole al Villamarina: etc…“. Treveljan (la Dobelli), a p. 215, nella nota (1) postillava: “(1) Persano, 123”. Treveljan (la Dobelli), a p. 215, nella nota (2) postillava: “(2) Persano, 157, 159; 21, 23 agosto.”. Treveljan (la Dobelli), a p. 216, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 347; Persano, 182; D’Ayala, 310.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143, riferendosi al Conte di Cavour, in proposito scriveva che: “Il golfo di Policastro, o di Salerno, secondo un piano da lui architettato, avrebbe dovuto essere luogo di incontro tra Garibaldi e il il suo amico d’infanzia Cesare De Laugier latore della seguente missiva datata 31 agosto: “Sig. Generale, (….) sono rimasto convinto essere, non chè opportuno, necessario il darle alcune spiegazioni intorno a molti fatti passati ed alle presenti intenzioni del Governo del Re; epperò ho pregato quel buono e leale italiano a recarsi presso lei per riferirle una lunga nostra conversazione intorno a parecchi argomenti ch’Ella forse ignora, o sui quali non ebbe precisi e compiuti ragguagli. Desidero vivamente che questa missione del Laugier riesca a ristabilire fra noi quell’intera fiducia che esisteva or sono due anni quando io preparavo la guerra, alla quale nessuno credeva, e molti (sic) paventavano; lo desidero pel più pronto e sicuro compimento della impresa alla quale Ella ha dedicato la gloriosa sua spada: la costruzione dell’Italia in monarchia libera e forte sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. Qualunque sia l’effetto che le comunicazioni che le trasmetto produrranno sull’animo suo, io mi lusingo che Ella, signor Generale, ravviserà in questo passo una prova non dubbia che io reputo la sua lealtà ed il suo patriottismo pari all’inarrivabile suo valore ed al suo singolare genio militare. (25). Il fine, frutto del colloquio che avrebbe dovuto seguire alla missiva, doveva essere quello di persuadere Garibaldi a fargli accettare l’idea che il Conte di Cavour era suo amico e suo grande ammiratore; che volontari ed esercito, con Cavour e Vittorio Emanuele, sarebbero stati insieme e d’accordo nella liberazione dell’Italia tutta, e di strappargli la promessa di consegnare al Piemonte flotta e forti conquistati. Il Conte di Persano, il 3 settembre, sul giornale di bordo della nave ammiraglia, annotava: “In compagnia dell’Astengo è venuto un signore amico del Generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”.”. Policicchio, a p. 142, nella nota (25) postillava: “(25) La liberazione del mezzogiorno…., cit., vol. II, p. 191.”.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, il piroscafo genovese la DORA, giunge nel porto di Sapri, inviato dal governo piemontese a Sapri per una missione segreta. Salpò dalla base navale piemontese dell’ammiraglio Persano nella baia di Napoli
Il Capitano marinaio Paolo Augier (1), amico d’infanzia di Garibaldi ed il Viceconsole Sardo Francesco Astengo, dopo aver “felicemente” compiuta la missione affidata da Cavour, salperanno da Sapri alla volta di Napoli, dove arriveranno con il piroscafo Sardo, la Dora, giorno 4 settembre. La Dora con Astengo e Augier, il giorno 4 agosto 1860 ripartirono da Sapri e ritornarono a Napoli, da dove eran salpati il giorno 3 settembre. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 151 e ssg., in proposito scriveva che: “………………..”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “833. Francesco Astengo a Cavour. Reservée. 4 Settembre 1860. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano (1). Non avendo rinvenuto mezzo di sorta pel suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al Sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del Dora. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Il Generale continua ad avanzare e trovasi non molto discosto da Salerno, vi è quasi la certezza che le truppe si batteranno debolmente, sono scoraggiate, ed anco indispettite contro chi le dirige. Il General Bosco si è dichiarato indisposto e pare che tornerà a Napoli. Etc…”. Con questo dispaccio del 4 settembre, l’Astengo rientrato a Napoli scriveva al Conte Cavour per metterlo al corrente della buona riuscita della missione del Capitano Agier presso il Fortino. Infatti, Astengo scriveva al Cavour dicendogli che il Capitano Augier (….), imbarcatosi sulla Dora, mezzo messogli a disposizione dall’Amiraglio Persano “fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione.”. La Commissione, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Augier ?.”. Sull’episodio ha scritto Quandel-Vial (….). Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI) inizia ad articolare il suo assunto ragionando sulle date e sui documenti, i dispacci di Persano. Moliterni, a p. 201, in proposito aggiungeva la risposta di Persano a Cavour: “La Dora la ho mandata dal generale Garibaldi con la persona che Astengo mi disse aver incaricato la V.E. di recargli una sua lettera oltre a comunicargli a voce alcune cose di massima importanza. Dovrebbe essere di ritorno a momenti, e subito arrivata la farò muovere per Genova colla mia risposta alla lettera di V.E. del 31 agosto p.s., che non mi pervenne prima di ieri 3 andante per le fermate di postale a Livorno etc…”. Dall’esame congiunto di quest’ultimo frammento e del telegramma che lo stesso Persano aveva inviato a Cavour il giorno precedente, appare pertanto chiaro che il piroscafo ‘Dora’, con a bordo Augier, salpò dal porto di Napoli il giorno 3 e vi rientrò il 4 settembre, per poi prendere definitivamente il largo alla volta di Genova. Fu dunque in queste ore che si decisero le sorti della missione del Capitano, sul cui esito, i documenti finora esaminati tacciono. Piuttosto vaghi e per certi aspetti devianti, sono due appunti inseriti nel Diario di Persano, che, pur non essendo datati, ribadiscono quanto appena detto e, perciò risalgono certamente al 3 e al 4 settembre. Il primo si riferisce che: “In compagnia del signore Astengo è venuto un signore, amico del generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”(33).”. Questo, invece, il testo del secondo appunto: “E’ ritornata la Dora, riconducendo al suo bordo il signore che, giusta i miei ordini avea trasportato a Salerno per vedervi il generale Garibaldi suo amico. Ordino alla Dora di tenersi pronta per volgere a Genova etc…(34).”. Moliterni, a p. 202, aggiunge che: “Dalle due note sembrerebbe che Augier non riuscì ad incontrare Garibaldi, dal momento che, come viene specificato entrambe le volte, meta del viaggio del Dora fu Salerno, città nella quale il Generale giunse solo il 6 settembre. Tuttavia non è da escludere che per “Salerno” e per “spiaggia di Salerno”, il Contrammiraglio avesse voluto intendere, genericamente una qualche località posta lungo il litorale salernitano. Ipotesi questa che incomincia a concretarsi nelle parole del dispaccio riservato nelle quali Astengo, il 4 settembre, riferì a Cavour quanto aveva fatto il giorno prima: “Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano. Non avendo rinvenuto mezzo di sorta per il suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del ‘Dora’. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione (35).”.”. Moliterni, a p. 202, nella nota (35) postillava: “(35) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, n. 833.”. Moliterni, a pp. 202-203, aggiunge che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36)….Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Questa testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 riferendosi al 5 settembre 1860, in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare….In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Questo è il brano riportato da Moliterni e che suffragava il suo ragionamento sul buon esito della missione di Augier. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Queste testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 313, riferendosi all’arrivo delle truppe a Napoli, in proposito scriveva: “Arrivavano i soldati dì Garibaldi. Essi avevano ricevuto ordine telegrafico di accostarsi al mare, ed imbarcarsi nei vapori che avrebbero trovati già spediti da Napoli.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “.
Nel 3 settembre 1860, lunedì, a Sapri, il piroscafo genovese la DORA, giunge nel porto di Sapri con a bordo il Capitano marinaro Paolo AUGIER (o Laugier), amico d’infanzia di Garibaldi, ed il Viceconsole Sardo Francesco ASTENGO, che lo accompagnava in missione segreta per conto del conte di CAVOUR che lo incaricò di consegnare una sua lettera indirizzata a Garibaldi
Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Nè la lettera di Cavour patrocinante la concordia tra i due eserciti nazionali, di cui era poi latore il capitano Lauger, amico d’infanzia del Generale, nè le calde preghiere dello stesso Lauger deviarono Garibaldi dalle sue ferme risoluzioni “Da Napoli voliamo andare a Roma”- egli ripeteva la mattina del 7 settembre al Generale De Sauget, capo della Guardia Nazionale Napoletana, ed al Sindaco di Napoli etc…(192)“. Maraldi, a p. 97, nella nota (192) postillava: “(192) Diario citato – Mario, op. cit., pag. 193.”. Maraldi si riferisce al Diario di Agostino Bertani pubblicato postumo dalla White-Mario, dove il Bertani riafrma ciò che aveva scritto in “Ire politiche d’oltretomba”. Dunque, Maraldi lo chiama “capitano LAUGER”. Per la lettera in questione si veda il 3 settembre 1860 e lo sbarco del Capitano marinaio, Paolo Augier a Sapri, nel giorno 3 settembre, a bordo del piroscafo della marina Piemontese Dora. Il Capitano marinaio Paolo Augier (1), amico d’infanzia di Garibaldi verrà imbarcato sul piroscafo “Dora” messo a disposizione dall’Ammiraglio piemontese Conte di Persano che era di stanza nelle acque del golfo Napoletano e lo fa su sollecitudine di Cavour. L’Augier, in compagnia del Viceconsole Francesco Agresti arriverà a Sapri, a bordo del piroscafo la “Dora”, nelle ore pomeridiane del 3 settembre, lo stesso giorno che vi approderà Garibaldi con i suoi sei amici e collaboratori. Alcuni ritengono che la missione di Cavour fallì, ovvero che l’incontro con Garibaldi ed il suo amico d’infanzia, il Capitano Paolo Augier non vi fu essendo egli arrivato non in tempo, sostengono, in quanto a loro dire, non fece in tempo ad incontrare Garibaldi il quale, come vedremo in serata si organizzò per risalire al Fortino, forse passando per Capitello e per Vibonati. Altri, invece, sostengono il contrario, e cioè che non solo la lettera di Cavour fu consegnata da Augier a Garibaldi ma vi fu anche l’incontro in cui Augier rinnovò la stima e le sue raccomandazioni all’amico Garibaldi. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 408-409 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita. Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. Etc…”. Della notizia, della lettera di Cavour indirizzata a Garibaldi e della missione che il Cavour affida al capitano Augier, ne parla la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 459 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel viaggio da Soveria a Napoli, Garibaldi ebbe vari messi da Cavour e Persano per indurlo a credere che oramai Re e lui, esercito e volontari, sarebbero andati d’accordo per la liberazione dell’Italia tutta. Eppure l’ultimo dispaccio di Cavour a Villamarina (1), del 27 agosto, era recisamente ostile a Garibaldi : “Faites tout le possible etc…”. Non riuscito, risolse di combattere Garibaldi non più in Napoli, ma nel centro: quindi muove terra e cielo per fare che questi prometta la flotta e i forti, e manda un amico d’infanzia a persuaderlo che egli è il suo più grand’ammiratore e amico. Il seguente grano di lettera ad un intimo spiega il doppio gioco, prova che pur di riuscire ad escludere Garibaldi da Napoli, Cavour non riculava davanti la guerra civile (2): “Vous etc….”.”. White-Mario (….), a p. 459, nella nota (2) postillava: “(2) A Nigra aveva scritto giorni prima: “Il est trop etc…”.”. La giornalista White Mario (….), continuando il suo racconto, a p. 460, in proposito scriveva che: “Ed ecco la lettera portata dal capitano Laugier amico d’infanzia e di scuola del generale: “Torino, 31 agosto 1860, Al generale Giuseppe Garibaldi, Salerno. Signor generale, Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico il capitano Laugier, sono rimasto convinto essere, nonchè opportuno etc….”. Della lettera di Cavour e del suo testo pubblicata dal Chiala (….) e dalla White-Mario ho parlato per il 31 agosto. La White-Mario (….), a p. 460, in proposito scriveva che: “Il capitano Laugier fece l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta. E Persano fece lo stesso; e questo col pieno consenso di Cavour: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno. Finora si è creduto che il generale non avesse avuto rapporti col Persano o con altri messi cavouriani, dacchè si trovava sul continente, se non dopo l’entrata a Napoli; ma colla pubblicazione delle lettere fatta dal Chiala, confrontando la data di queste colle date di Persano, si trova che prima del giorno ‘sei’ vide Laugier (1).“. La White, a p. 460, cita lo storico Chiala (….). La Dobelli, nella traduzione del Traveljan, a p. 421, in proposito scriveva: “Chiala = Chiala (Luigi) – Lettere edite ed inedite di Camillo Cavour. 6 volumi.”. La White, a p. 460, nella nota (1) postillava: “(1) Le date sono importanti. Il 31 agosto, Persano avverte Cavour avere significato a Garibaldi “gli ordini che avevo etc…”. Persano a Cavour 3 settembre: “J’envoie à Garibaldi avec Dora l’individu arrivé avec Astengo.”. Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier.”. Sempre White, a pp. 460-461, in proposito scriveva che: “Ora questa data rettificata spiega molti lati del suo agire, dei quali invano finora si è cercata la chiave. Visto Laugier, saputo che Persano aveva ricevuto ordine da Cavour di andare pienamente e francamente d’accordo con lui, Garibaldi disse tra sè e sè: Il Re ha fatto capitolare Cavour, egli vuole l’Italia una, nè si sdegna di accettarla dalle mani del popolo per mezzo mio; così va bene e così andiamo d’accordo.”. La giornalista White Mario (….) continuando il suo racconto, dopo aver parlato del Fortino del Cervaro, a pp. 460-461, in proposito aggiungeva: “Il capitano Lauger fece l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta. E Persano fece lo stesso; e questo col pieno consenso di Cavour: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno. Finora si è creduto che il generale non avesse avuto rapporti col Persano o con altri messi cavouriani, dacchè si trovava sul continente, se non dopo l’entrata a Napoli; ma colla pubblicazione delle lettere fatta dal Chiala, confrontanto la data di queste colle date di Persano, si trova che prima del giorno sei vide Laugier (1). Ora questa data rettificata spiega molti lati del suo agire, dei quali invano finora si è cercata la chiave. Visto Laugier, saputo che Persano aveva ricevuto ordine da Cavour di andare pienamente e francamente d’accordo con lui, Garibaldi disse tra sè e sè: il Re ha fatto capitolare Cavour, egli vuole l’Italia una, nè si sdegna di accettarla dalle mani del popolo per mezzo mio; così va bene e così andiamo d’accordo.”. La White, a p. 460, nella nota (1) postilava: “(1) Le date sono importanti. Il 31 agosto, Persano avverte Cavour avere significato a Garibaldi “gli ordini che avevo dato da parte del governo del nostro Re di procedere di pieno accordo con lui per l’unificazione d’Italia sotto lo scettro nazionale di Vittorio Emanuele e che quindi egli disponesse pure dell’opera mia;” e parla della flotta ec. Cavour a Persano, 3 settembre: “Approvo pienamente la sua comunicazione a Garibaldi; essa segue la nuova via che dobbiamo seguire.”. Persano a Cavour 3 settembre: “J’envole à Garibaldi avec Dora l’individu arrivé avec Astengo”. Chiala mette in nota ‘Il capitano Laugier’.”. ll testo della lettera di Cavour è più o meno è lo stesso pubblicato nell’altro testo di Giacomo Emilio Curàtulo (….) ed il suo “Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria”, Bologna, Zanichelli, 1911. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 215-216, in proposito scriveva che: “Questa la ragione per cui ai primi d’agosto, scrivendo a Persano gli raccomandava di “non aiutare il passaggio del generale Garibaldi sul continente”, ma cercar piuttosto di “ritenerlo per via indiretta il più possibile”(1). Quando il Dittatore aveva superata le difficoltà e si accingeva a cominciar la sua marcia attraverso le Calabrie, Cavour aveva fatto pervenire a Salerno delle armi da distribuire fra i ribelli del sud, “affine di spianare la strada a Garibaldi”, (2) facendo d’altra parte contemporaneamente un ultimo sforzo per assicurare il possesso di Napoli al proprio partito, come si rileva da queste parole del 27 agosto, al Villamarina: “Faccia tutto quanto è in suo potere per evitare la dittatura di Garibaldi su cui Lei conta troppo”. Istruzioni pervenivano allo stesso tempo al Persano inducendolo ad accettare la Dittatura, qualora gli venisse offerta. Pure, anche a questi estremi, Cavour indietreggiava davanti alla sola misura che avrebbe potuto sottrarre sicuramente Napoli al tanto temuto regime garibaldino – una dichiarazione di guerra a Re Francesco – per la semplice ragione che, come diceva Villamarina, lo “comprometterebbe senza scampo agli occhi di tutta l’Europa”.(1)….Pochi giorni ancora ed egli si accorse d’aver perduta la partita. Il 30 agosto mentre i 10000 uomini del Ghio, deponevan le armi, arrendendosi al Dittatore, Cavour vergava queste parole al Villamarina: etc…“. Treveljan (la Dobelli), a p. 215, nella nota (1) postillava: “(1) Persano, 123”. Treveljan (la Dobelli), a p. 215, nella nota (2) postillava: “(2) Persano, 157, 159; 21, 23 agosto.”. Treveljan (la Dobelli), a p. 216, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 347; Persano, 182; D’Ayala, 310.”. Dunque, come abbiamo potuto leggere, la White scrive che l’incontro con l’emissario di Cavour vi fu e che il Laugier accompagnato dal viceconsole sardo Astengo avvenne “….: il messaggio li raggiunse tra Soveria e Salerno.”. La White non dice quale fosse il luogo preciso in cui Augier incontrò Garibaldi per consegnargli la lettera autografa del Conte di Cavour, ma tutto lascia pensare a Sapri. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni che, sulla base dei documenti e dei dispacci dell’epoca viene suffragata l’ipotesi dell’arrivo della ‘Dora’ a Sapri, il 3 sttembre e dell’incontro avvenuto tra Garibaldi ed il messo di Cavour. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, in proposito scriveva che: “Probabilmente in quello stesso giorno un altro emissario era partito da Torino per incontrarsi con il Dittatore. Era il Capitano Augier, reduce da un lungo incontro con Cavour, il quale lo aveva pregato di farsi intermediario presso il Generale per cercare di ripristinare quel clima di fiducia che – a suo dire – vi era stato tra i due nel periodo precedente lo scoppio della II guerra d’Indipendenza. Il Conte dunque non si avvalse di un politico, ne di un diplomatico, ma fece leva sul sentimento di amicizia che legava Garibaldi ad Augier, per cercare di stabilire – ora che non ne poteva fare a meno – un rapporto di collaborazione con il Dittatore. Non si conoscono i contenuti del colloquio torinese, ma resta la lettera per Garibaldi, dal tono conciliante e deferente, che il Presidente del Consiglio vergò il 31 agosto e consegnò al suo emissario: “Signor Generale, Avendo avuto l’occasione etc…Mi creda, Generale, suo devoto (17).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. Cavour, Epistolario, p. 1809, n. 2306.”. Moliterni, dopo aver descritto i dispacci che si scambiarono il Cavour e l’Ammiraglio Persano, a pp. 191-192, in proposito scriveva che: “La gravità del contenuto della lettera e il comprensibile riserbo che doveva circondarla, indussero Cavour a inviare a Napoli il viceconsole Francesco Astengo affinché la consegnasse direttamente nelle mani del Contrammiraglio.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 187 e ssg., in proposito scriveva che: “Quest’articolo vuole indagare su un particolare episodio dell’impresa dei Mille che ebbe per protagonista il capitano marittimo e piccolo armatore Paolo Augier (1), un conterraneo di Garibaldi e suo fraterno amico sin dall’infanzia.”. Moliterni, a p. 187, nella nota (1) postillava: “(1) La presente ricerca riprende, approfondisce una mia precedente ricerca etc…”. Moliterni, a p. 186, nella nota (1) postillava: “(1) Nella corrispondenza del conte di Cavour e del Viceconsole Sardo Francesco Astengo, lo troviamo menzionato, rispettivamente, come ‘Laugier’ e ‘Auger’ (cf. infra in narrativa).”. Moliterni, a p. 190, scriveva pure: “La notizia che Garibaldi si accingeva ad attraversare lo Stretto di Messina gettò Cavour nello sconcerto. Fu allora che il Tessitore decise di spostare nella baia di Napoli il contrammiraglio della Marina Sarda Carlo Pelliòn, conte di Persano, che, a capo di alcune unità navali, etc….Tuttavia l’approdo del Dittatore sulle coste della Calabria e il suo veloce incedere verso Napoli rivelatosi più rapido del previsto, spinsero Cavour a cambiare strategia e a darne comunicazione a Persano con un telegramma cifrato spedito da Torino alle ore 10,00 del 30 agosto: “……..etc…”. Moliterni, a p. 195, si chiede: “Ma dove si trovava Garibaldi in quel momento ? E i due messaggeri, Piola Caselli e Augier, riuscirono ad incontrarlo ?. Riguardo la prima domanda sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Quì, Moliterni postilla del racconto di Rustow nell’edizione e traduzione di E. Porro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva che: “Più articolata è la risposta da dare al nostro secondo interrogativo. Infatti, dal Diario e dalle memorie di Bertani conosciamo esattamente i tempi, il luogo, le modalità e l’esito del colloquio di Garibaldi con Piola Caselli, mentre sull’incontro con Augier non si è mai indagato abbastanza, anche perchè da una lettura poco approfondita dei documenti, si sarebbe portati a credere che non vi sia mai stato.”. Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Moliterni, a pp. 198-199, in proposito aggiungeva: “Ma a influire sull’atteggiamento del Dittatore potrebbe essere stato anche il colloquio avuto con l’amico Augier, un colloquio che Jessie White Mario dà per avvenuto e nel corso del quale il capitano avrebbe fatto “l’impossibile per persuadere il generale di mettersi d’accordo con Cavour, dimostrando, che, uniti i volontari coll’esercito, l’Italia in breve tempo sarebbe fatta.” (23). La White, pur essendo stata in quel periodo molto vicina a Garibaldi, in questo caso sembra avvalersi di testimonianze documentali posteriori e, infatti, è al quanto vaga riguardo al tempo e al luogo dell’incontro, limitandosi a dire che si svolse “prima del giorno sei” settembre, “tra Soveria e Salerno” (24).”. A questo punto, Moliterni inizia ad articolare il suo assunto ragionando sulle date e sui documenti, i dispacci di Persano. Moliterni, a p. 201, in proposito aggiungeva la risposta di Persano a Cavour e ci parla di una seconda lettera di Persano indirizzata a Cavour: “La seconda lettera ribadisce che il Viceconsole giunse a Napoli il giorno del 3 settembre, dopo aver viaggiato a bordo di un “postale”, e lascia chiaramente intendere che l’”individuo” giunto con Astengo – insieme al quale forse aveva compiuto il viaggio – altri non era che il capitano Augier: “(….) La Dora la ho mandata dal generale Garibaldi con la persona che Astengo mi disse aver incaricato la V.E. di recargli una sua lettera oltre a comunicargli a voce alcune cose di massima importanza. Dovrebbe essere di ritorno a momenti, e subito arrivata la farò muovere per Genova colla mia risposta alla lettera di V.E. del 31 agosto p.s., che non mi pervenne prima di ieri 3 andante per le fermate di postale a Livorno etc…”. Dall’esame congiunto di quest’ultimo frammento e del telegramma che lo stesso Persano aveva inviato a Cavour il giorno precedente, appare pertanto chiaro che il piroscafo ‘Dora’, con a bordo Augier, salpò dal porto di Napoli il giorno 3 e vi rientrò il 4 settembre, per poi prendere definitivamente il largo alla volta di Genova. Fu dunque in queste ore che si decisero le sorti della missione del Capitano, sul cui esito, i documenti finora esaminati tacciono. Piuttosto vaghi e per certi aspetti devianti, sono due appunti inseriti nel Diario di Persano, che, pur non essendo datati, ribadiscono quanto appena detto e, perciò risalgono certamente al 3 e al 4 settembre. Il primo si riferisce che: “In compagnia del signore Astengo è venuto un signore, amico del generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”(33).”. Questo, invece, il testo del secondo appunto: “E’ ritornata la Dora, riconducendo al suo bordo il signore che, giusta i miei ordini avea trasportato a Salerno per vedervi il generale Garibaldi suo amico. Ordino alla Dora di tenersi pronta per volgere a Genova etc…(34).”. Moliterni postillava nelle due note del Diario di Persano. Moliterni, a p. 202, aggiunge che: “Dalle due note sembrerebbe che Augier non riuscì ad incontrare Garibaldi, dal momento che, come viene specificato entrambe le volte, meta del viaggio del Dora fu Salerno, città nella quale il Generale giunse solo il 6 settembre. Tuttavia non è da escludere che per “Salerno” e per “spiaggia di Salerno”, il Contrammiraglio avesse voluto intendere, genericamente una qualche località posta lungo il litorale salernitano. Ipotesi questa che incomincia a concretarsi nelle parole del dispaccio riservato nelle quali Astengo, il 4 settembre, riferì a Cavour quanto aveva fatto il giorno prima: “Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano. Non avendo rinvenuto mezzo di sorta per il suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del ‘Dora’. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione (35).”.”. Moliterni, a p. 202, nella nota (35) postillava: “(35) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, n. 833.”. Infatti, nel testo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, n. 833, in proposito è scritto: “833. Francesco Astengo a Cavour. 4 Settembre 1860. Réservé. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano. Non avendo rinvenuto mezzo di sorta per il suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del ‘Dora’. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Etc…”. Moliterni, a pp. 202-203, aggiunge che: “Vediamo così a sapere che il piroscafo ‘Dora’ gettò l’ancora in una località che, pur rimanendo imprecisata, è possibile identificare con ragionevole certezza sulla base dei due avverbi identificati dal Viceconsole Astengo per descrivere le modalità dello sbarco del Capitano avvenuto “felicemente” e “vicinissimo alla sua destinazione”. L’utlizzo del primo avverbio – felicemente – lascia intendere che l’obiettivo della missione è stato raggiunto e si giustifica solo se il piroscafo sardo attraccò nel porto di Sapri, all’estremità meridionale della costa salernitana, dove Garibaldi era giunto nel pomeriggio del 3 settembre. Il secondo avverbio “vicinissimo – serve invece a precisare che Augier non fu sbarcato nel luogo esatto in cui incontrò il Generale, bensì non lontano dallo stesso. Ciò significa che il Dora approdò a Sapri quando Garibaldi se n’era già andato, ed è pertanto assai probabile che il Capitano lo avesse poi raggiunto lungo la strada per Vibonati, se non proprio in quest’ultima località. La logica conseguenza di tutto ciò è che i due si incontrarono tra la sera del 3 e l’alba del 4 settembre. Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36)….Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, 581”. Il colonnello Ludovico Quandel -Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860” riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “L’Ammiraglio Sardo Conte di Persano scrive nel suo Giornale particolare di bordo: “In compagnia del signor Astengo è venuto un signore amico del generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte di Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgliene i mezzi, gli dò la Dora perchè lo trasporti alla spiaggia di Salerno”.“. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito….(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”.E’ singolare che Moliterni scrivi chiaramente che: “Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto”. Dunque, secondo il Moliterni, Garibaldi incontrò il capitano Augier poche ore prima dell’incontro tenutosi al Fortino il 4 settembre 1860. “Poche ore prima” dice il Moliterni. Due, tre o quattro ore prima che Garibaldi arrivasse al Fortino di Casaletto Spartano dove l’attendevano il generale Turr con il Ministro della Marina Siciliana Piola-Caselli. Ho dei dubbi su questa notizia in quanto un testimone di eccezione, Agostino Bertani ne avrebbe sicuramente parlato nel suo diario “Ire politiche di oltretomba”. Certo è che l’Augier incontrò Garibaldi ed è certo che la lettera di Cavour arrivò a Garibaldi. Mi chiedo però se questo sia accaduto prima o dopo l’episodio del 4 settembre 1860 al Fortino ?. Si sa che Astengo e Augier sbarcarono a Napoli, il 4 settembre 1860, probabilmente ripartiti da Sapri con il vapore “La Dora”. Arrivarono entrambi a Napoli. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143 riferendosi al Conte di Cavour, in proposito scriveva che: “Il golfo di Policastro, o di Salerno, secondo un piano da lui architettato, avrebbe dovuto essere luogo di incontro tra Garibaldi e il il suo amico d’infanzia Cesare De Laugier latore della seguente missiva datata 31 agosto: “Sig. Generale, (….) etc…”. (25). Il Conte di Persano, il 3 settembre, sul giornale di bordo della nave ammiraglia, annotava: “In compagnia dell’Astengo è venuto un signore amico del Generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”.”. Policicchio, a p. 142, nella nota (25) postillava: “(25) La liberazione del mezzogiorno…., cit., vol. II, p. 191.”. Quandel-Vial scriveva essere il bastimento Piemontese la ‘Dora’ non la ‘Doria’. Il testo citato da Policiccio è “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Categgio di Camillo Covour a cura della Commissione editrice” – vol. II, Agosto-Settembre 1860). Cavour cita nella sua lettera “Cesare De Laugier”, amico d’infanzia di Garibaldi e ne fa il latore della sua missiva al Generale dei due Mondi. Policicchio, a p. 143, nella nota (26) postillava: “(26) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, ….cit., pp. 576-577.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.“. Quandel-Vial scriveva essere il bastimento Piemontese ‘la Dora’ non ‘la Doria’. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Queste testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581, riferendosi al 5 settembre, in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “…….Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Questo è il brano riportato da Moliterni e che suffragava il suo ragionamento sul buon esito della missione di Augier. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011 parlando e riferendosi a Cavour, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: “Il golfo di Policastro, o di Salerno, secondo un piano da lui architettato, avrebbe dovuto essere luogo di incontro tra Garibaldi e il il suo amico d’infanzia Cesare De Laugier latore della seguente missiva datata 31 agosto: “Sig. Generale, (….) etc…(25)”. Policicchio, dopo aver trascritto il testo della lettera di Cavour indirizzata a Garibaldi, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Il fine, frutto del colloquio che avrebbe dovuto seguire alla missiva, doveva essere quello di persuadere Garibaldi a fargli accettare l’idea che il Conte di Cavour era suo amico e suo grande ammiratore; che volontari ed esercito, con Cavour e Vittorio Emanuele, sarebbero stati insieme e d’accordo nella liberazione dell’Italia tutta, e di strappargli la promessa di consegnare al Piemonte flotta e forti conquistati. Il Conte di Persano, il 3 settembre, sul giornale di bordo della nave ammiraglia, annotava: “In compagnia dell’Astengo è venuto un signore amico del Generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”.”. Policicchio, a p. 142, nella nota (25) postillava: “(25) La liberazione del mezzogiorno…., cit., vol. II, p. 191.”. Il testo citato da Policiccio è “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Categgio di Camillo Covour a cura della Commissione editrice” – vol. II, Agosto-Settembre 1860). Policicchio, a p. 143, nella nota (26) postillava: “(26) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, ….cit., pp. 576-577.”. Dunque, Cavour cita nella sua lettera il Capitano Paolo Augier, amico d’infanzia di Garibaldi e ne fa il latore della sua missiva al Generale dei due Mondi. L’Ammiraglio della flotta piemontese, il conte di Persano (….), nel suo “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870, vol. II, a pp. 89 e ssg., in proposito scriveva che: “3. – E’ arrivato il Signor Astengo latore di una lettera autografa di S.E. il conte di Cavour. E’ della massima importanza; Si giudichi. 31 agosto 1860 “Signor Ammiraglio, ….Il suo telegramma del 30 etc….”. (p. 90) In compagnia del signor ASTENGO è venuto un signore, amico del generale GARIBALDI, con desiderio di potere andare da lui: il conte di Cavour avendomi fatto dire dall’ASTENGO di fornirgliene i mezzi, gli dò la ‘Dora’ perchè lo trasporti alla spiaggia di Salerno. Ricevo il seguente telegramma di S.E. il conte di Cavour: “L’Authion parte questa sera con istruzioni per lei e per Villamarina. – Astengo è giunto ? – Risponda per telegrafo. Firmato C. Cavour.”. Persano a p. 91, in proposito scriveva che: “Rispondo tosto: Ricevuto la lettera di V.E. del 31 agosto ultimo. – Dora partirà domani con la mia risposta circostanziata di tutto quanto ella mi domanda….Ho dato la ‘Dora’ a quel signore che è venuto in compagnia dell’Astengo, per trasportarlo al Generale Garibaldi.”. Sempre il Persano, a p. 93, in proposito scriveva ancora: “4. – Rispondo alla lettera, che ho testè ricevuta, di S.E. il conte di Cavour, così: “Eccellenza….Prima di entrare nei particolari che formano oggetto della sua lettera del 31 agosto ultimo, recatami dal signor Astengo, etc…”. Il testo della lettera di Cavour a Garibaldi, indirizzatagli nelle mani di Augier, è stata pubblicata anche nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 192-193, in proposito è scritto che: “779. Cavour a Persano (MRT) 31 Agosto 1860. Sig. Ammiraglio, Il suo telegramma del 30 a sera, etc…Gli spedirò l’Authion subito che avrò ricevuto i due ufficiali Napoletani che mi annunzia. Mi accusi ricevuta col telegrafo. (1) Non faccia parola di tutto questo ad alcuno, nemmeno a Villamarina.”. Dunque, nel dispaccio che Cavour scrive all’ammiraglio Persano, del 31 agosto 1861, Cavour scrive che dovrebbe ricevere da li a breve i due ufficiali napoletani. Chi sono i due ufficiali napoletani che Cavour deve ricevere e che deve spedire con il vapore Authion a Napoli dal Persano ?. Sono Astengo ed il capitano Laugier, amico di Garibaldi a cui Cavour consegnerà la lettera sua indirizzata a Garibaldi che Laugier dovrà incontrare molto probabilemente incontrerà a Sapri il 3 settembre 1860, prima che Garibaldi salga al Fortino di Casaletto. Sempre nello stesso testo, a p. 196, è scritto: “782. C. di Persano a Cavour. Napoli, addì 31 agosto 1860. Eccellenza, ….etc…Aspetto con ansietà l’arrivo dell’Authion colle istruzioni che V.E. mi ha annunciate. Intanto il telegramma di cui è parola venne trapelato, quindi scoraggiamento negli arditi e soddisfazione ne’ timidi, che sono i più, perchè vedono allontanato il pericolo della lotta, che vorrebbero lasciare al solo Garibaldi.”. Ma come vedremo in seguito, il capitato Auger, amico di Garibaldi accompagnato da Astengo, con la lettera di Cavour arriveranno a Napoli e si rivolgeranno all’ammiraglio Persano per viaggiare verso Garibaldi. L’Ammiraglio della flotta piemontese, il conte di Persano (….), nel suo “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870, vol. II, a pp. 89 e ssg., in proposito scriveva che: “3. – E’ arrivato il Signor Astengo latore di una lettera autografa di S.E. il conte di Cavour. E’ della massima importanza; Si giudichi. 31 agosto 1860 “Signor Ammiraglio, ….Il suo telegramma del 30 etc….”. (p. 90) In compagnia del signor ASTENGO è venuto un signore, amico del generale GARIBALDI, con desiderio di potere andare da lui: il conte di Cavour avendomi fatto dire dall’ASTENGO di fornirgliene i mezzi, gli dò la ‘Dora’ perchè lo trasporti alla spiaggia di Salerno. Ricevo il seguente telegramma di S.E. il conte di Cavour: “L’Authion parte questa sera con istruzioni per lei e per Villamarina. – Astengo è giunto ? – Risponda per telegrafo. Firmato C. Cavour.”. Persano a p. 91, in proposito scriveva che: “Rispondo tosto: Ricevuto la lettera di V.E. del 31 agosto ultimo. – Dora partirà domani con la mia risposta circostanziata di tutto quanto ella mi domanda….Ho dato la ‘Dora’ a quel signore che è venuto in compagnia dell’Astengo, per trasportarlo al Generale Garibaldi.”. Sempre il Persano, a p. 93, in proposito scriveva ancora: “4. – Rispondo alla lettera, che ho testè ricevuta, di S.E. il conte di Cavour, così: “Eccellenza….Prima di entrare nei particolari che formano oggetto della sua lettera del 31 agosto ultimo, recatami dal signor Astengo, etc…”. Persano li farà imbarcare sulla “Dora” che li porterà a Sapri. Infatti, il testo della lettera di Cavour a Garibaldi, indirizzatagli nelle mani di Augier, è stata pubblicata anche nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 206, in proposito è scritto che: “797. Dispaccio Cavour a Persano. 1° Septembre 1860. Le plan que vou m’exposez dans vostre lettre du 29 est parfait. Une fois Gouvernement provisoire constitué, nous aviserons. Gardez Dora jusqu’arrivée Astengo qui vous apporte instructions de la plus haute importante (2). Vous me répondrez par la télégraphe comment concilier la nouvelle mission dont vous allez etre chargé, et ce qu’il y a à Naples.”, che tradotto è: “Il piano che hai esposto nella tua lettera del 29 è perfetto. Una volta formato il governo provvisorio, decideremo. Tieni Dora finché non arriva Astengo e ti porta istruzioni della massima importanza (2). Per telegrafo mi dirai come conciliare la nuova missione che ti verrà affidata con ciò che c’è a Napoli.”. Dunque, il 1° Settembre 1860, Cavour scrivendo a Persano gli ordina di: “Tieni Dora finché non arriva Astengo e ti porta istruzioni della massima importanza (2).”. Nel testo, a p. 206, nella nota (2) postilla: “(2) Questo periodo risponde a telegr. Persano del giorno stesso, così concepito: “Puis-je retemir le Dora qui a les fusils jusqu’à l’arrivée du Delfino sur lequel je les ferais passer?”.”. Nel testo a cura della “Commissione Editrice”, a p. 220, è riportato il seguente dispaccio di Cavour a Persano: “819. Dispaccio Cavour a Persano. 4 Septembre 1860. Authion part ce soir avec instruction pour vous et pour Villamarina. Astengo est-il arrive? Repondez par télegraphe.”. Cavour chiedeva a Persano se Astengo fosse arrivato, insieme al capitano Auger a Napoli dal suo viaggio a Sapri per incontrare Garibaldi e gli comandava di rispondergli per telegrafo. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, in proposito è scritto che: “877. F. Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860…Eccellenza, Il Capitano Auger farà conosere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestarsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele R d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro ieri rispose negativamente a Depretis che gli domndava istantaneamente l’annessione immediata della Sicilia. Etc.. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito à suoi ordini riguardo all’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 408-409 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour convintosi che il partito migliore era, per ora, di seguire il consiglio di Persano, non esita a stender la mano a Garibaldi, scrivendogli la seguente lettera: “Torino, 31 agosto 1860. Signor Generale – Avendo avuto occasione di ragionare a lungo col suo amico capitano Laugier, l’ho incaricato di venire da Lei a darle spiegazione etc…Cavour…”. Questa lettera, non v’ha dubbio, dev’essere costata parecchio all’amor proprio di Cavour e poiché egli tale amor proprio l’ha saputo vincere, merita lode. Ma dopo quel che ha scritto ed ha fatto per creare ostacoli e difficoltà d’ogni sorta a Garibaldi nel suo cammino, è forse illogico supporre che abbia scritto in quel modo solo perché costrettovi dal suo stesso interesse, quando si fu convinto che ogni altra manovra era vana? Quando Garibaldi abbia avuta questa lettera e quale sia stato l’esito della missione Laugier non mi risulta; forse la rapidità degli avvenimenti rese la mossa del Cavour inutile. Certo la “completa fiducia” fra i due fu tutt’altro che ristabilita. Il Dittatore in quei giorni correva sulla via di Napoli. Etc…”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “833. Francesco Astengo a Cavour. Reservée. 4 Settembre 1860. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano (1). Non avendo rinvenuto mezzo di sorta pel suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al Sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del Dora. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Il Generale continua ad avanzare e trovasi non molto discosto da Salerno, vi è quasi la certezza che le truppe si batteranno debolmente, sono scoraggiate, ed anco indispettite contro chi le dirige. Il General Bosco si è dichiarato indisposto e pare che tornerà a Napoli. Etc…”. Con questo dispaccio del 4 settembre, l’Astengo rientrato a Napoli scriveva al Conte Cavour per metterlo al corrente della buona riuscita della missione del Capitano Agier presso il Fortino. Infatti, Astengo scriveva al Cavour dicendogli che il Capitano Augier (….), imbarcatosi sulla Dora, mezzo messogli a disposizione dall’Amiraglio Persano “fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione.”. La Commissione, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Augier ?.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 268, in proposito è scritto che: “887. Francesco Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860. Eccellenza, Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi a’ di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestasrsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele Re d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro jeri rispose negativamente a Depretis che gli domandava istantatemente l’annessione immediata della Sicilia. Etc…(269, la lettera di Astengo continua) Il Dittatore ha un’armata di 30.000 uomini e lasciò nelle Calabrie 40.000 circa armati. Ha ricevuto sempre con benevolenza il Marchese di Villamarina. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito a’ suoi ordini riguardo l’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Riaccese l’odio contro tutti quelli che circondano il Dittatore contro Bertani. Parlò al Generale in modo così franco come fin qui nessuno aveva usato di fare. Garibaldi ne rimase commosso e lo colmò di onori, ebbe sempre un posto alla sua mensa e sedette alla destra nella sua carrozza quando si mostrò in pubblico. Un suo ordine scritto prescrisse che gli fosse sempre etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre….Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”.
PARTENZA di ASTENGO e AUGIER da SAPRI
Nel 4 settembre 1860, a Sapri, il piroscafo Sardo la DORA, con a bordo il viceconsole sardo Francesco Astengo ed il Capitano marinaro Paolo Augier, amico d’infanzia di Garibaldi, latore di una lettera del conte di Cavour, salparono per far ritorno alla base navale piemontese dell’ammiraglio Persano nella baia di Napoli
Il Capitano marinaio Paolo Augier (1), amico d’infanzia di Garibaldi ed il Viceconsole Sardo Francesco Astengo, dopo aver “felicemente” compiuta la missione affidata da Cavour, salperanno da Sapri alla volta di Napoli, dove arriveranno con il piroscafo Sardo, la Dora, giorno 4 settembre. La Dora con Astengo e Augier, il giorno 4 agosto 1860 ripartirono da Sapri e ritornarono a Napoli, da dove eran salpati il giorno 3 settembre. Sull’episodio ha scritto Quandel-Vial (….). Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.“. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Etc…“. Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” ed. Gutemberg, 2011, a pp. 142-143, in proposito scriveva che: “La missione fallì perchè Garibaldi aveva ripreso la via interna. Sullo stesso documento, il giorno dopo annotò: “La Doria è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi su amico” (26).”. Policicchio, a p. 143, nella nota (26) postillava: “(26) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, ….cit., pp. 576-577.”. Infatti, Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Amiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi su amico”.”. L’Ammiraglio della flotta piemontese, il conte di Persano (….), nel suo “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870, vol. II, a p. 95, in proposito scriveva ancora: “E’ ritornata la ‘Dora’ riconducendo al suo bordo il signore che, giusta i miei ordini, avea trasportato a Salerno per vedervi il generale Garibaldi suo amico.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.“. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito….(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”.E’ singolare che Moliterni scrivi chiaramente che: “Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto”. Dunque, secondo il Moliterni, Garibaldi incontrò il capitano Augier poche ore prima dell’incontro tenutosi al Fortino il 4 settembre 1860. “Poche ore prima” dice il Moliterni. Due, tre o quattro ore prima che Garibaldi arrivasse al Fortino di Casaletto Spartano dove l’attendevano il generale Turr con il Ministro della Marina Siciliana Piola-Caselli. Ho dei dubbi su questa notizia in quanto un testimone di eccezione, Agostino Bertani ne avrebbe sicuramente parlato nel suo diario “Ire politiche di oltretomba”. Certo è che l’Augier incontrò Garibaldi ed è certo che la lettera di Cavour arrivò a Garibaldi. Mi chiedo però se questo sia accaduto prima o dopo l’episodio del 4 settembre 1860 al Fortino ?. Si sa che Astengo e Augier sbarcarono a Napoli, il 4 settembre 1860, probabilmente ripartiti da Sapri con il vapore “La Dora”. Arrivarono entrambi a Napoli. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI) inizia ad articolare il suo assunto ragionando sulle date e sui documenti, i dispacci di Persano. Moliterni, a p. 201, in proposito aggiungeva la risposta di Persano a Cavour: “La Dora la ho mandata dal generale Garibaldi con la persona che Astengo mi disse aver incaricato la V.E. di recargli una sua lettera oltre a comunicargli a voce alcune cose di massima importanza. Dovrebbe essere di ritorno a momenti, e subito arrivata la farò muovere per Genova colla mia risposta alla lettera di V.E. del 31 agosto p.s., che non mi pervenne prima di ieri 3 andante per le fermate di postale a Livorno etc…”. Dall’esame congiunto di quest’ultimo frammento e del telegramma che lo stesso Persano aveva inviato a Cavour il giorno precedente, appare pertanto chiaro che il piroscafo ‘Dora’, con a bordo Augier, salpò dal porto di Napoli il giorno 3 e vi rientrò il 4 settembre, per poi prendere definitivamente il largo alla volta di Genova. Fu dunque in queste ore che si decisero le sorti della missione del Capitano, sul cui esito, i documenti finora esaminati tacciono. Piuttosto vaghi e per certi aspetti devianti, sono due appunti inseriti nel Diario di Persano, che, pur non essendo datati, ribadiscono quanto appena detto e, perciò risalgono certamente al 3 e al 4 settembre. Il primo si riferisce che: “In compagnia del signore Astengo è venuto un signore, amico del generale Garibaldi, con desiderio di poter andare da lui: il conte Cavour avendomi fatto dire dall’Astengo di fornirgli i mezzi, gli dò la Doria perché lo trasporti nel golfo di Salerno”(33).”. Questo, invece, il testo del secondo appunto: “E’ ritornata la Dora, riconducendo al suo bordo il signore che, giusta i miei ordini avea trasportato a Salerno per vedervi il generale Garibaldi suo amico. Ordino alla Dora di tenersi pronta per volgere a Genova etc…(34).”. Moliterni, a pp. 202-203, aggiunge che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36)….Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Questa testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 riferendosi al 5 settembre 1860, in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare….In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Questo è il brano riportato da Moliterni e che suffragava il suo ragionamento sul buon esito della missione di Augier. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, pag. 581.”. Moliterni, a p. 203, aggiunge che: “Queste testimonianza conferma le conclusioni cui siamo finora pervenuti ed è perfettamente in linea con quanto dedotto da Ludovico Quandel-Vial, il quale identificò giustamente il “vapore sardo”, incrociato dal ‘Brésil’, proprio con il piroscafo ‘Dora’ che la mattina del 4 settembre stava ritornando nella baia di Napoli dopo essere approdato, la sera precedente, in quella di Sapri (39).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (39) postillava: “(39) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 581, Ibidem.”. Infatti, Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 577, riferendosi al 4 settembre, in proposito scriveva che: “Poco dopo l’alba arriva in rada di Napoli il vapore Piemontese la Dora e l’Ammiraglio Persano scrive nel suo Giornale: “La Dora è ritornata riconducendo a bordo il Signore, che secondo i miei ordini essa avea trasportato a Salerno per vedere il Generale Garibaldi suo amico.”. Etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 riferendosi al 5 settembre 1860, ed in proposito scriveva che: “5 Settembre…..Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Questo è il brano riportato da Moliterni e che suffragava il suo ragionamento sul buon esito della missione di Augier. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, in proposito è scritto che: “877. F. Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860…Eccellenza, Il Capitano Auger farà conosere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestarsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele Re d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro ieri rispose negativamentea Depretis che gli domandava istantaneamente l’annessione immediata della Sicilia. Etc.. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito à suoi ordini riguardo all’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 151 e ssg., in proposito scriveva che: “………………..”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “833. Francesco Astengo a Cavour. Reservée. 4 Settembre 1860. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano (1). Non avendo rinvenuto mezzo di sorta pel suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al Sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del Dora. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Il Generale continua ad avanzare e trovasi non molto discosto da Salerno, vi è quasi la certezza che le truppe si batteranno debolmente, sono scoraggiate, ed anco indispettite contro chi le dirige. Il General Bosco si è dichiarato indisposto e pare che tornerà a Napoli. Etc…”. Con questo dispaccio del 4 settembre, l’Astengo rientrato a Napoli scriveva al Conte Cavour per metterlo al corrente della buona riuscita della missione del Capitano Agier presso il Fortino. Infatti, Astengo scriveva al Cavour dicendogli che il Capitano Augier (….), imbarcatosi sulla Dora, mezzo messogli a disposizione dall’Amiraglio Persano “fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione.”. La Commissione, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Augier ?.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 268, in proposito è scritto che: “887. Francesco Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860. Eccellenza, Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi a’ di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestasrsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele Re d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro jeri rispose negativamente a Depretis che gli domandava istantatemente l’annessione immediata della Sicilia. Etc…(269, la lettera di Astengo continua) Il Dittatore ha un’armata di 30.000 uomini e lasciò nelle Calabrie 40.000 circa armati. Ha ricevuto sempre con benevolenza il Marchese di Villamarina. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito a’ suoi ordini riguardo l’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Riaccese l’odio contro tutti quelli che circondano il Dittatore contro Bertani. Parlò al Generale in modo così franco come fin qui nessuno aveva usato di fare. Garibaldi ne rimase commosso e lo colmò di onori, ebbe sempre un posto alla sua mensa e sedette alla destra nella sua carrozza quando si mostrò in pubblico. Un suo ordine scritto prescrisse che gli fosse sempre etc…”.
Nel 4 settembre 1860, a Sapri, partenza di Auger e Astengo ed arrivo a Napoli
Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Nè la lettera di Cavour patrocinante la concordia tra i due eserciti nazionali, di cui era poi latore il capitano Lauger, amico d’infanzia del Generale, nè le calde preghiere dello stesso Lauger deviarono Garibaldi dalle sue ferme risoluzioni “Da Napoli vogliamo andare a Roma”- egli ripeteva la mattina del 7 settembre al Generale De Sauget, capo della Guardia Nazionale Napoletana, ed al Sindaco di Napoli etc…”. Dunque, Maraldi lo chiama “capitano LAUGER”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “833. Francesco Astengo a Cavour. Reservée. 4 Settembre 1860. Eccellenza, Appena giunto in Napoli, consegnai i dispacci al loro indirizzo, mi occupai subito della partenza del Capitano (1). Non avendo rinvenuto mezzo di sorta pel suo trasporto sulla costa, fui costretto a raccomandarmi al Sig. Conte Persano, che ordinò senza indugio la partenza del Dora. Il predetto Capitano fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione. Il Generale continua ad avanzare e trovasi non molto discosto da Salerno, vi è quasi la certezza che le truppe si batteranno debolmente, sono scoraggiate, ed anco indispettite contro chi le dirige. Il General Bosco si è dichiarato indisposto e pare che tornerà a Napoli. Etc…”. Con questo dispaccio del 4 settembre, l’Astengo rientrato a Napoli scriveva al Conte Cavour per metterlo al corrente della buona riuscita della missione del Capitano Agier presso il Fortino. Infatti, Astengo scriveva al Cavour dicendogli che il Capitano Augier (….), imbarcatosi sulla Dora, mezzo messogli a disposizione dall’Amiraglio Persano “fu con tal mezzo sbarcato felicemente vicinissimo alla sua destinazione.”. La Commissione, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Augier ?.”. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 268, in proposito è scritto che: “887. Francesco Astengo a Cavour. Napoli, 9 Settembre 1860. Eccellenza, Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi a’ di lei desiderii. Garibaldi ha deciso di non arrestasrsi che a Roma e proclamare colà V. Emanuele Re d’Italia. Spera che al suo approssimarsi il Papa e le Truppe Francesi se ne anderanno. L’altro jeri rispose negativamente a Depretis che gli domandava istantatemente l’annessione immediata della Sicilia. Etc…(269, la lettera di Astengo continua) Il Dittatore ha un’armata di 30.000 uomini e lasciò nelle Calabrie 40.000 circa armati. Ha ricevuto sempre con benevolenza il Marchese di Villamarina. Il Capitano Auger è riuscito a mettere Bertani in sospetto di Garibaldi al quale d’altra parte il Generale non può perdonare d’aver trasgredito a’ suoi ordini riguardo l’ultima spedizione fatta, giacchè il Dittatore l’aveva destinata per Napoli, mentre Bertani voleva dirigerla verso le Romagne e fare da sè. Riaccese l’odio contro tutti quelli che circondano il Dittatore contro Bertani. Parlò al Generale in modo così franco come fin qui nessuno aveva usato di fare. Garibaldi ne rimase commosso e lo colmò di onori, ebbe sempre un posto alla sua mensa e sedette alla destra nella sua carrozza quando si mostrò in pubblico. Un suo ordine scritto prescrisse che gli fosse sempre etc…”.
PARTENZA DI RUSTOW E DELLA BRIGATA MILANO
Nel 3 settembre 1860, il colonnello polacco RUSTOW, su comando di Garibaldi lasciò Sapri e condusse le sue brigate della Divisione Turr a Vibonati. Insieme a Rustow, vi era il maggiore DE GIORGIS, comandante della brigata MILANO. Vi erano pure il maggiore SESSA che comandava il 1° battaglione di linea; il maggiore MONTESI il 2°; il capitano VENUTI, il 3°), ecc..
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, etc…”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani, un testimone di eccezione, testimoniava che, il giorno prima, 3 settembre 1860: “…per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ….(172) “. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Il tre settembre, …..A Sapri il barone Giovanni Gallotta ospitò il Generale e il suo seguito per poche ore e fu proprio in questa casa che Garibaldi scrisse al Turr comunicandogli il suo sbarco nella cittadina cilentana, informandolo anche che avrebbe marciato fino al Fortino con le brigate Spinazzi e Milano, lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi.”. Infatti, Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”, a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono al Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marcie alte e penosissime montagne. Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato la Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Etc…”. Il Pecorini si riferiva alle due brigate, la Milano e la Spinazzi come rilevasi a p. 149 quando scrive della lettera di Garibaldi a Turr “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Etc…”. Dunque, secondo il Pecorini, il forte distaccamento della brigata Milano e quella del maggiore Spinazzi che Turr, su ordine di Garibaldi aveva lasciato a Rustow a Sapri, si recarono a Vibonati dove pernottarono e dove non si recarono al Fortino, seguendo Garibaldi ma andarono direttamente a Casalnuovo dove arrivarono il 4 settembre. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19 e ssg., in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi etc….Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno. Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo il Vallone del Mulinello, per poi salire di nuovo, arramicandoci con somma difficoltà etc…“. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria della rivoluzione nella Basilicata”, a p. 708, in proposito scriveva che: “La Brigata Puppi (divisione del pari di Tur) approdava a Sapri, alle 11 pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa Brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo…..“. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a pp. 338-339, in proposito scrivea che: “La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3. a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono da allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4. arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5. marciò verso Sala, etc…”. Rustow a p. 349 proseguendo il suo racconto scriveva che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito dal dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 con la brigata Milano.”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Treveljan passa oltre il pernottamento di Garibaldi a Vibonati di cui non parla affatto. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ?”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.“. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani, un testimone di eccezione, testimoniava che, il giorno prima, 3 settembre 1860: “…per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”, a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Era di diverso avviso l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Dopo circa 3 ore di faticoso tragitto, Garibaldi co’ suoi compagni sbarcarono inaspetatamente verso le 2 pom. del 3 Settembre nell’ampia arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi etc….”. Dunque, Pesce scriveva che Rustow rimase a Sapri e non partì da Sapri diretto a Vibonati il 3 settembre ma restò a Sapri con le sue divisioni. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Dunque, il Treveljan scriveva che Garibaldi non si mosse da Sapri e ivi pernottando. Inoltre, lo stesso Treveljan riferisce con la traduzione di Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi alla spiaggia di Sapri, in proposito scriveva che: “Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: “A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dunque lo storico Treveljan scriveva che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si mosse da Sapri per andare al Fortino del Cervaro e soprattutto Treveljan non parlò mai di Vibonati. Treveljan scriveva chiaramente che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Per disporre la brigata Milano non fu necessario molto tempo, da Sapri si iniziò a marciare alle 17, appena giunto Garibaldi il quale si pose alla testa della Colonna.”. Policicchio, a p. 286, riportando il testo, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4 – proseguiamo con Rustow – ripresimo etc…”. Si tratta del testo che Policicchio indica a p. 286, nella nota (38) dove postillava: “(38) E. Porro, La brigata Milano cit., pp. 20-3”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrando Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow, nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. – Fete disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi. Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 di matina la marcia fu intrapresa. Tutti gli ufficiali superiori e quelli dello stato maggiore furono provvisti di muli. Ritenni per me l’unico cavallo che si potè trovare; ma non pensate già che fosse un arabo ardente; non era che un grosso e forte cavallo di montagna, avvezzo ad andar sempre di passo o a lento trotto, che faceva un vero martire del suo cavaliere, poichè tra l’altre cose non sapeva procedere se non condotto per la cavezza da un ragazzo a piedi. Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi della Anabasi di Senofonte. Alla marina la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza e di notte ci illuminarono anche gli altri angusti viottoli. Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia etc…“. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi , e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa , per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto , e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr , ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini , tagliò la via al generale Caldarelli , che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l ‘ indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli , ove fu raggiunto da Garibaldi , che con molta esultanza fu accolto dal…..”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodi dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rüstow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due e tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto il Generale Rustow, che si trovava a Sapri, così descrisse l’arrivo di Garibaldi: ….alle 4 pomeridiane….mi trovai etc….Dopo breve saluto, mi chiese di quanta truppa potessi disporre. ‘Di 1600 uomini’ – risposi. – ‘Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi” (234)….Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati.”. La nota (234) è riferita al Policicchio. 150 anni dopo, il deludente Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 154-155, in proposito scriveva: “Probabilmente il Generale sbarcò in un punto di questa spiaggia ghiaiosa e questo deve bastarti. Del resto a Sapri rimase poco. Giusto il tempo di scendere dalla scialuppa e poi scappò subito verso l’interno, a Vibonati, dove dormì la sera del 3 settembre. Quindi anche tu punti verso Vibonati, distante appena otto chilometri. Etc… “. E’ molto probabile che il Finelli prima di passare da Sapri non si sia bene documentato.
RUSTOW E LA BRIGATA MILANO A VIBONATI
Nel 3 settembre 1860, l’arrivo ed il pernottamento a VIBONATI dei volontari garibaldini della brigata MILANO condotti da Rustow e Gandini
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate , per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa ; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli.”. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontari della legione da me preparata per invadere lo Stato pontificio alla quale, bramosa di misurarsi coll’armi senza esserci sino all’ora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico.”. Bertani, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani, un testimone di eccezione, testimoniava che, il giorno prima, 3 settembre 1860: “…per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 19-20-21-22, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza e di notte ci illuminarono anche gli altri angusti viottoli. Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.“. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”.
Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”, a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “….dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; etc…”. Dunque, Pesce scriveva che solo le due brigate garibaldine “la Milano e la Spinazzi della divissione Turr” partirono da Sapri per raggiungere direttamente Casalbuono e Sala Consilina. A questo punto del racconto, Pesce aggiungeva che: “rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. La notizia è corretta in parte, perchè è vero che Garibaldi stesso ordinò a Rustow di partire da Sapri con le sue brigate ma non risponde è certo quali fossero, a questo punto le sue brigate che partirono da Sapri prima che Garibaldi lasciasse Sapri. Sappiamo che la brigata “Milano” era comandata da Gandini e sappiamo pure che la brigata “Spinazzi” era comandata dal maggiore Spinazzi. Ma allora, quali erano le brigate condotte da Rustow ?. La cronologia degli eventi, seguendo il racconto di Pesce non ci sembra corretta. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “, e poi aggiunge: “Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; etc… “. Infatti, da Sapri partì tutta la brigata Milano e parte della Spinazzi (o Parma) con Gandini e Rustow, e poi, in seguito, il 4 settembre 1860, sbarcando a Sapri una buona parte della brigata Spinazzi (o Parma) e Puppi, essi, il 4 settembre ripartirono subito dopo. Stessa versione del Pesce diede Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri…..La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Agrati, a p. 409, scriveva che la brigata “Milano”, sbarcata a Sapri, con il Turr che l’aveva portata da Paola, era formata da tre battaglioni di 300 uomini ognuno. Essi erano guidati dai maggiori Montessi e Sessa ed il capitano Venuti. Agrati ci parla anche di De Giorgi o De Giorgis. Sul brigatiere De Giorgis, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, nell’Indice dei nomi, a p. 629, in proposito scriveva che: “De Giorgis (brigadiere), 467” e, sul Venuti, a p. 635 scriveva: “Venuti….(capitano), 409, 467”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Inoltre, però, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva pure che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle 5 del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo.“. Agrati scriveva che il generale Turr, sbarcato a Sapri alle 9 del mattin di giorno 2 settembre, ripartiva da Sapri alle 17,00 del pomeriggio “per via di terra” ed il 4 settembre si tovava al Fortino ma “dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati”. L’Agrati, comunque intendesse che Turr avesse dormito a Vibonati la notte del 3 settembre 1860 prima che arrivasse al Fortino il 4, non risponde al vero perchè fu Rustow a dormire a Vibonati con buona parte delle truppe sbarcate a Sapri il 2 settembre. Turr, il 3 settembre, di buon ora di mattino si era allontanato da Sapri, su ordine di Garibaldi ma non era passato da Vibonati. Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre, mentre Rustow testimoniava che si allontanò da Sapri alle 5 del mattino. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 489, in proposito scriveva che: “XLVII. II Dittatore, lasciata Soveria, e conducendo seco soltanto le divisioni Cosenz e Türr, le Guide, i Carabinieri e i Bersaglieri, marciava, come si disse , con incredibile celerità alla volta. di Napoli. Egli arrestavasi a Cosenza poche ore, il tempo necessario per dare a quel governo provvisorio ed a’ suoi generali le istruzioni opportune per le future operazioni di amministrazione e di guerra. In quel punto inoltre divise la sua piccola armata, mandando il generale Turr colla sua divisione a Paola con ordine di raccogliervi i volontari provenienti dall’Isola e di portarsi immediatamente co’ suoi nel rada di Policastro od a Sapri. Col rimanente delle forze, seguendo la angusta valle del Crati, ed oltrepassando a sinistra i villaggi di Rende e Montalto ed a destra l’antica e spaziosa foresta di Sila, slanciavasi sul grande stradale di Tarsia e Spezzano.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio , poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito ; e questo fu lor favorevole . Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani , e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là , disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava , donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola , a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli , si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre , disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese ; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa , per Vibonate . Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto il Generale Rustow, che si trovava a Sapri, così descrisse l’arrivo di Garibaldi: ….alle 4 pomeridiane….mi trovai etc….Dopo breve saluto, mi chiese di quanta truppa potessi disporre. ‘Di 1600 uomini’ – risposi. – ‘Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi” (234)….Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati.”. La nota (234) è riferita al Policicchio. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto , e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini , tagliò la via al generale Caldarelli , che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l ‘ indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli , ove fu raggiunto da Garibaldi , che con molta esultanza fu accolto dal…..”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “Mentre Türr il 3 mattina partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodi dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rüstow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due e tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “Il 1. settembre arrivò a Paola il general Türr. Il corpo di Rüstow venne per ordine di Garibaldi riunito alla divisione comandata da Türr e dovette, almeno quella porzione che si trovava in Paola ed in quanto bastassero le navi, tornare tosto ad imbarcarsi per Sapri, onde guadagnare ancora più terreno, e così formare la vanguardia di tutta l’armata. La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna. doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili. Türr stesso accompagnava la spedizione che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino, ove trovavasi cinque tappe innanzi del grosso dell ‘ armata che si avanzava sulla strada consolare da Soveria-Manelli per Cosenza.”.
LE TRUPPE RIMASTE A SAPRI
Nel 3 settembre 1860, nel porto di Sapri, i 6 PIROSCAFI arrivati da Paola il 2 settembre, che avevano trasportato alcune brigate di garibaldine. Insieme a questi vapori, più tardi arriverà la “Elvetie” che trasporterà una parte della brigata Puppi
Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato.”. Il Rustow, a p. 17-18, in proposito scriveva: “….e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Il generale Turr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese; io lo seguii tantosto etc…“. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, (prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alla 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “….e l’ordine d’imbarcarsi per Sapri, dove l’ardito Pisacane nel 1857 fece l’infelice suo tentativo. Sapri è già fuori dalla Calabria e trovasi nel Principato. La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo.”. Dunque, secondo il Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro, a Sapri le truppe garibaldine furono trasportate su sei vapori. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il Brésil al serizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi di Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Quandel-Vial (….), a p. 577, in proposito scrive pure: “4 Settembre…..Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garziasul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato 5 vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall’Elvetie si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Dunque, il capitano di Stato Maggiore Piemontese, Garzia aveva annotato sul suo “Giornale di Bordo” della nave francese “Brésil” con cui era arrivato a Sapri, che il 4 settembre 1860 trovò nel porto di Sapri “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37), etc…”. La notizia proviene dall’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Dunque, l’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), trovò scritto nel “giornale di bordo” del capitano Garzia che, il 4 settembre 1860 era arrivato nel porto di Sapri con la sua nave “Brésil”: “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Dunque, l’ufficiale borbonico trovò annotato nel “Giornale di bordo” del capitano piemontese Garzia che, a Sapri, il 4 settembre 1860 aveva trovato nel porto, cinque vapori Garibaldini e due o tre brigantini mercantili, tra cui l’“Elvetie”, arrivati il “giorno precedente” a Sapri, con la “truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente”, aggiungendo che la truppa garibaldina sbarcata il 2 e il 3 settembre 1860 a Sapri, “…..si fa ammontare a 8 o 9000 uomini.”. Riguardo la “truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ etc….”, dunque, il vapore “Elvetie” è probabile che si tratti del vapore che aveva trasportato la brigata garibaldina Puppi. Ludovico Quandel-Vial, a p. 576, in proposito scriveva: “3 Settembre….Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la brigata Puppi garibaldina.”. Dunque, vero è che che tra le due notizie non vi è collegamento, una riguarda l’approdo della truppa della brigata Puppi il 3 settembre e l’altra riguarda la generica notizia che il 4 settembre il capitano Garzia trovò a Sapri la “Elvetia”. Stessa osservazione fa lo storico calabrese Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “…trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Secondo il Ludovico Quandel-Vial (….), il capitano Garzia, annotò che nel porto di Sapri vi erano ormeggiate 5 ai 6 navi, tra cui la Elvetie. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…” che tradotto significa: “Da Cosenza si recò a Paola, e là, radunate tutte le truppe che quotidianamente giungevano sulle coste della Sicilia, le imbarcò su sei piroscafi. Proprio mentre stava per lasciare il porto, arrivò una fregata napoletana. Ecc…”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 253, in proposito scriveva pure che: “Sugli ‘steamers’ non c’era né un cannone né un obice; il generale Turr non si perse d’animo e mostrò di prendere un atteggiamento risoluto: allineò la sua piccola flotta in ordine di battaglia e parve aspettare il nemico, che eseguì qualche bordata mantenendosi a grande distanza e si decise a riprendere il largo. Etc…”. Dunque, Maxime Du Champ scriveva che Turr imbarcò a Paola le sue brigate garibaldine su degli “steamers”, che egli scrive non essere dotati di obici ne di cannoni. Steamers in inglese è il piroscafo. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III…., nella baia arenosa di Sapri, dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow etc….”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli.“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 172, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “La sera del 1° settembre – narra Rustow – con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su sei vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Etc…(231).”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “.
Nel 3 e 4 settembre 1860, rimasero circa 600 volontari garibaldini a presidiarla. Restarono a Sapri la brigata BOLOGNA ed il resto della brigata PARMA che, ancora, non erano del tutto arrivate
A Sapri, il giorno 3 settembre, in assenza del generale Turr, le operazioni venivano dirette dal colonnello Rustow che ebbe l’ordine da Garibaldi di muoversi in marcia co la sola Brigata Milano in marcia per Vibonati, dove, Rustow arrivò la sera stessa. Rustow, a Sapri lasciò una parte della Brigata Parma con il maggiore Spinazzi e si attendea lo sbarco dell’altra parte della Brigata Parma e della Brigata Bologna. Nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, alla partenza di Garibaldi da Sapri diretto al Fortino del Cervaro, alcune brigate e truppe rimasero a Sapri e raggiunsero Garibaldi solo più tardi. Rustow racconta che da Villamare, mentre era in marcia con le sue brigate verso Vibonati dove poi si accamparono, inviò un messaggero a Sapri con ordini precisi per gli ufficiali che rimasero a Sapri con le loro brigate che ancora non si erano del tutto riunite a Sapri. A Sapri erano rimasti parte della brigata Parma e la brigata Bologna che ancora non era arrivata del tutto nel porto di Sapri. A Sapri le operazioni di sbarco si prolungarono fino a metà mese di settembre 1860. Infatti, Rustow scriveva e testimoniava che mandò un messaggero a Sapri con ordini precisi al maggiore Spinazzi che era rimasto a Sapri con le truppe residue. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, il Rustow nelle sue memorie scriveva che, nella notte tra il 3 settembre ed il 4 settembre 1860, a Vibonati: “Alle 5 di matina del giorno 4 ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Dunque, secondo il Rustow, nella sua traduzione del Porro, a Sapri era rimasto il maggiore SPINAZZI, con una parte della Brigata PARMA. Egli rimase a Sapri, e non andò con Rustow a Vibonati perchè doveva attendere lo sbarco dell’altra parte della Brigata Parma che era ivi attesa nel porto di Sapri. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 313, riferendosi all’arrivo delle truppe a Napoli, in proposito scriveva: “Arrivavano i soldati dì Garibaldi. Essi avevano ricevuto ordine telegrafico di accostarsi al mare, ed imbarcarsi nei vapori che avrebbero trovati già spediti da Napoli.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, il Rustow nelle sue memorie scriveva che, a Vibonati: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Porro, a p. 20, in proposito scriveva pure che Rustow, da Vibonati riprese la marcia per Casalnuovo alle 5 del mattino del giorno 4 settembre e che: “La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine per il maggiore Spinazzi onde ci seguisse colla brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Quandel-Vial ci racconta che, attraverso il giornale di bordo del vapore piemontese Bresil, a Sapri era arrivato anche il capitano Garzia, capitano di Stato Maggiore del governo Piemontese, inviato da Persano sul vapore Bresil, e racconta che: “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Rustow ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo.”. Dunque, da ciò si desume che il Capitano Appel Triestino, capitano dello Stato Maggiore di Rustow era rimasto a Sapri con le truppe residue (parte della brigata Parma) ed in attesa delle truppe garibaldine della brigata Puppi che doveva arrivare nella rada di Sapri. Appel era salito a bordo del vapore Bresil, ormeggiatosi nella rada di Sapri, andando ad assicurare al Capitano Garzia che a Sapri non vi erano soldati rimasti. Appel aggiunse pure che altri soldati garibaldini, invece, potevano trovarsi riuniti a Maratea, a Paola, a Pizzo calabro. Quando, il 3 settembre 1860, su ordine di Garibaldi, Rustow si mise in marcia, con alcune brigate sbarcate a Sapri il giorno prima, a Sapri erano attese altre truppe da Paola e dalla Sicilia. Tra queste vi era la brigata Puppi o “Bologna”. A Sapri, Rustow lasciò il maggiore Spinazzi, con parte della sua brigata chiamata “Spinazzi” o brigata garibaldina “Parma” che, non era partita con Rustow per Vibonati. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi.”. Dunque, Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi annotava nel suo diario che arrivati a Sapri vennero a sapere che “gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi”, ovvero dovevano raggiungerli e dunque erano attesi per congiungersi alle altre truppe. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “La sera del 1° vennero quindi imbarcati circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano e porzione della brigata Parma; il resto della brigata Parma doveva venir dietro nel termine possibilmente più breve ed anche la brigata Bologna. doveva essere spedita a Sapri, appena le navi fossero disponibili.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 19, in proposito scriveva che il 3 settembre, incontrado Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “Dopo breve saluto, mi chiese quanta truppa potessi disporre. – Di 1600 uomini, risposi. – Avete un corpo intieramente organizzato ? – La brigata Milano di 900 a 1000 uomini. Etc…”. Dunque, secondo la testimonianza di Rustow, la truppa sbarcata a Sapri ammontava a 1600 uomini, ma alla domanda di Garibaldi “Avete un corpo intieramente organizzato ?”, il Rustow rispondeva che: “La brigata Milano di 900 a 1000 uomini”. Infatti, nella tarda serata del 3 settembre, la truppa che partì con Rustow per Vibonati ammontava a circa 1000 uomini, mentre 600 uomini restarono a Sapri.
L’ARRIVO A SAPRI DEL VAPORE BRESIL
Nel 3 settembre 1860, da Napoli si partì il vapore di commercio francese BRESIL, al servizio del Real Governo Sardo e con a bordo il Capitano di Stato Maggiore GARZIA
Il generale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre….Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. Alle 6 (p.m.) per ordine del Ministro della Guerra parte da Napoli il Capitano di Stato Maggiore Garzia, prendendo imbarco sul vapore di commercio francese il ‘Brésil’ al Servizio del Real Governo. Il Capitano ha missione di toccare gli approdi da Sapri verso Sud a fine di tentare lo imbarco di Uffiziali, soldati ed Impiegati governativi, che vi troverà, e, naturalmente, altresì prendere tutte le notizie utili. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 riferendosi al 5 settembre 1860, in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare….In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). Etc…”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 288, in proposito scriveva che: “Intanto, alle 18 del tre settembre, per ordine del Ministro della Guerra torinese, alla volta del Golfo partì da Napoli il capitano Grazia imbarcatosi sul vapore commerciale francese ‘Brésil’, al servizio dei Piemontesi, con missione di toccare gli approdi da Sapri in giù e imbarcare soldati, ufficiali, volontari, impiegati governativi e reperire ogni utile notizia. Alle otto del giorno 4 il ‘Brésil’ si trovava nelle acque di Sapri e il capitano, sul giornale di bordo, annotò: etc….”. Il Policicchio, a p. 289 trascrive il racconto del testo in nota (44) dove postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: “Nel frattempo alle ore 18 del 3 settembre, per ordine del Ministro della guerra torinese partì da Napoli il capitano Grazia. S’imbarcò sul vapore commerciale francese ‘Brésil’, al servizio dei Piemontesi, con missione di toccare gli approdi da Sapri in giù, imbarcare soldati, ufficiali, volontari e reperire ogni utile notizia. Alle otto del giorno 4 si trovava nelle acque di Sapri, il capitano sul giornale di bordo annotò: “Qui ho trovato cinque vapori etc…”. Policicchio, a p. 142, nella nota (24) postillava: “(24) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”.
Nel 4 settembre 1860, a Sapri, nel porto, arrivò il vapore francese “Brésil”, inviato da governo piemontese, con il suo Capitano di Stato Maggiore del governo Piemontese, partitosi da Napoli il 3 settembre
Il generale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 288, in proposito scriveva che: “Alle otto del giorno 4 il ‘Brésil’ si trovava nelle acque di Sapri e il capitano, sul giornale di bordo, annotò: etc….”. Il Policicchio, a p. 289 trascrive il racconto del testo in nota (44) dove postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: “Alle otto del giorno 4 si trovava nelle acque di Sapri, il capitano sul giornale di bordo annotò: “Qui ho trovato cinque vapori etc…”. Policicchio, a p. 142, nella nota (24) postillava: “(24) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Etc…“. Ferruccio Policicchio, a p. 288, nella nota (43) postillava: “(43) Qui l’errore sta nella errata trascrizione (Ascea per Scalea) da parte dell’ex Capitano dell’esercito napoletano Quandel-Vial. Se preso alla lettera il generale avrebbe fatto il viaggio a ritroso.”. Policicchio, a p. 289, nella nota (44) postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”.
Nel 3 settembre 1860, a Sapri, mentre Rustow aveva lasciato il paese e si recava a Vibonati, erano rimasti il Capitano APPEL triestino, dello Stato Maggiore di RUSTOW, un alto Ufficiale Ungherese ed alcune truppe residue della Brigata PARMA insieme al maggiore SPINAZZI che attendevano il resto della Brigata. Appel e Spinazzi erano arrivati con Turr il 2 settembre 1860
Il generale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Il Capitano Garzia annotava pure che erano saliti sul “Brésil” “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola. Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul “Giornale di Bordo” del vapore Sardo o Piemontese “Brésil” condotta a Sapri dal Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese “Garzia”, Vial trovò scritto o annotato che il Capitano Garzia, arrivato a Sapri il 4 settembre 1860, alle ore 20,00 (8 a.m.), trovò ed ebbe un colloquio con due ufficiali dell’Esercito Meridionale e della Divisione Turr, sbarcati a Sapri il giorno 2 settembre 1860. Garzia parlò con il Capitano dello Stato Maggiore di Rustow “APPEL triestino” e con un altro Ufficiale Ungherese: “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, etc….”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il “Capitano APPEL triestino.”. Dunque, a Sapri, il 3 settembre 1860, all’arrivo di Garibaldi, oltre al Capitano Appel Triestino, dello Stato Maggiore di Rustow, vi era anche un altro “Ufficiale Ungherese” di cui però il Garzia non dice il nome.
Nel 3 e 4 settembre 1860, a Sapri, il Capitano APPEL Triestino dello Stato Maggiore di Rustow (che era già partito con la Brigata Milano per Vibonati) era rimasto a Sapri con le residue truppe
L’ufficiale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Il Capitano Garzia annotava pure che erano saliti sul “Brésil” “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola. Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul “Giornale di Bordo” del vapore Sardo o Piemontese “Brésil” condotta a Sapri dal Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese “Garzia”, Vial trovò scritto o annotato che il Capitano Garzia, arrivato a Sapri il 4 settembre 1860, alle ore 20,00 (8 a.m.), trovò ed ebbe un colloquio con due ufficiali dell’Esercito Meridionale e della Divisione Turr, sbarcati a Sapri il giorno 2 settembre 1860. Garzia parlò con il Capitano dello Stato Maggiore di Rustow “APPEL triestino” e con un altro Ufficiale Ungherese: “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, etc….”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il “Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che a Sapri “…non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il “Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che, sebbene a Sapri non fossero rimasti soldati o Brigate di volontari Garibaldini, li avrebbero potuti incontrare a Maratea, a Paola e a Pizzo e quindi gli conveniva che proseguisse il suo viaggio di ricognizione. Sul Giornale di Bordo del vapore Brésil, il capitano Garzia scriveva pre che “Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Don Antonio Buraglia di Maratea assicurava che a Sapri non vi era rimasto più nessuno. Don Antonio Buraglia è un nome legato a Maratea, un comune della provincia di Potenza, in Basilicata. In particolare, Piazza Buraglia rappresenta il cuore del centro storico di Maratea. Questa piazza è un punto vitale del borgo, con negozi, gallerie d’arte, bar e punti di ritrovo, e da essa si dipanano i caratteristici vicoli circostanti. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, ……A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 288, in proposito scriveva che: “Intanto, alle 18 del tre settembre, per ordine del Ministro della Guerra torinese, alla volta del Golfo partì da Napoli il capitano Grazia imbarcatosi sul vapore commerciale francese ‘Brésil’, al servizio dei Piemontesi, con missione di toccare gli approdi da Sapri in giù e imbarcare soldati, ufficiali, volontari, impiegati governativi e reperire ogni utile notizia. Alle otto del giorno 4 il ‘Brésil’ si trovava nelle acque di Sapri e il capitano, sul giornale di bordo, annotò: etc….”. Il Policicchio, a p. 289 trascrive il racconto del testo in nota (44) dove postillava: “(44) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: “Nel frattempo alle ore 18 del 3 settembre, per ordine del Ministro della guerra torinese partì da Napoli il capitano Grazia. S’imbarcò sul vapore commerciale francese ‘Brésil’, al servizio dei Piemontesi, con missione di toccare gli approdi da Sapri in giù, imbarcare soldati, ufficiali, volontari e reperire ogni utile notizia. Alle otto del giorno 4 si trovava nelle acque di Sapri, il capitano sul giornale di bordo annotò: “Qui ho trovato cinque vapori etc…”. Policicchio, a p. 142, nella nota (24) postillava: “(24) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, pp. 576-7.”.
Nel 4 settembre 1860, a Villammare, alle 5 del mattino, in marcia per Vibonati, Rustow, mandò un uomo a Sapri per ordini al maggiore SPINAZZI onde si mettesse in marcia con la brigata Parma riunita e seguita dall’imminente arrivo della brigata PUPPI (ex BOLOGNA) in viaggio per Sapri da Torre del Faro
Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, il Rustow nelle sue memorie scriveva che, nella notte tra il 3 settembre ed il 4 settembre 1860, a Vibonati: “Alle 5 di matina del giorno 4 ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”, a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”.
Nel 3 settembre 1860, a Sapri l’arrivo e lo sbarco del restante parte della Brigata “PARMA” (o SPINAZZI)
A Sapri, il giorno 3 settembre, in assenza del generale Turr, le operazioni venivano dirette dal colonnello Rustow che ebbe l’ordine da Garibaldi ri muoversi in marcia con la sola Brigata Milano in marcia per Vibonati, dove, Rustow arrivò la sera stessa. Rustow, a Sapri lasciò una parte della Brigata Parma con il maggiore Spinazzi e si attendea lo sbarco dell’altra parte della Brigata Parma e della Brigata Bologna. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe ; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la “Brigata Parma”, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 195, si chiede: “….sappiamo che il Dittatore era in Calabria etc…Fu proprio questo generale ungherese in una sorta di avvicendamento con il patriota lombardo, ad essere inviato da Garibaldi a Paola, da dove s’imbarcò nella serata del 1° settembre, giungendo alle 9:00 del mattino successivo nel porto di Sapri, a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Dunque, Moliterni scriveva che: “….a capo dei circa 1600 uomini, componenti l’intera brigata Milano, comandata dal colonnello Gandini, e parte della brigata Parma agli ordini del maggiore Spinazzi (18).”. Moliterni, a p. 195, nella nota (18) postillava: “(18) Cfr. E. Porro (a cura di), La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, 1861, p. 17.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 17, il Rustow nelle sue memorie scriveva: “La sera del 1.° settembre , con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9 , entrammo nella baia di Sapri.”. Porro (….), a p. 17, il Rustow nelle sue memorie scriveva: “Il generale Türr scese a terra pel primo accompagnato da un carabiniere genovese ; io lo seguii tantosto per disporre gli alloggiamenti per le truppe ed ordinare le opportune misure di sicurezza. A nord della baia, presso la strada di Lazongro , fu accampata la brigata Milano , che formava l’ala destra ; la sinistra formata dalla parte della brigata Parma che ci accompagnava, etc….”. Porro (….), a p. 20, il Rustow nelle sue memorie scriveva che, a Vibonati: “Alle 5 di matina ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Porro, a p. 20, in proposito scriveva pure che Rustow, da Vibonati riprese la marcia per Casalnuovo alle 5 del mattino del giorno 4 settembre e che: “La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine per il maggiore Spinazzi onde ci seguisse colla brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Dunque, Porro traducendo Rustow racconta che Rustow mandò a Sapri l’ordine al maggiore Spinazzi che comandava la brigata Parma appena fosse stata riunita lasciando a Sapri solo la brigata Bologna che ancora non era arrivata a Sapri. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…..diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Erano circa mille e cinquecento uomini; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, …..A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…“. Cesari scriveva che Garibaldi, a Sapri, dopo aver ordinato al colonnello Rustow di avviarsi con la sola sua Brigata Milano “A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari (….) del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, ….A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi….Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Dunque, secondo lo specchietto del Pecorini-Manzoni (….), la Brigata “Puppi” arrivò (sbarcò) il 4 settembre a Sapri e sempre il 4 settembre marciò ed arrivò a Vibonati (che erroneamente è detto “Vibonate”). Da Sapri partì tutta la brigata Milano e parte della Spinazzi (o Parma) con Gandini e Rustow, e poi, in seguito, il 4 settembre 1860, sbarcando a Sapri una buona parte della brigata Spinazzi (o Parma) e Puppi, essi, il 4 settembre ripartirono subito dopo. Stessa versione del Pesce diede Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, parlando dei battaglioni che combatterono la battaglia di Capua, a pp. 467, in proposito scriveva che: “…mentre Rustow muoveva contro Capua con 5300 uomini – lo dice egli stesso – così divisi: 1° La Brigata Eber col reggimento Cossovic: etc…2°. 2 Battaglioni della Brigata Spangaro: 900 uomini etc…3°. La Brigata “Milano” col maggiore De Giorgis; 850 uomini, dei quali però 300 in retroguardia agli ordini del capitano Venuti; 2 Battaglioni disponibili della Brigata Puppi – il 3° del Cattabeni lo vedemmo destinato all’attacco di Cajazzo etc..”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe ; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI.
Nel 3 settembre 1860, da PAOLA, il viaggio in mare sul vapore “BENVENUTO” diretto a Napoli, ma passa per Sapri, in una lettera di un volontario garibaldino
Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che facevano parte delle truppe che sbarcarono a Sapri. Nell’opera il Maison, a p. 62 trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola, dove scriveva che: “Paola, en mer, le 3 Septembre. Je quitte Paola à midi et je remonte à bord du Benvenuto , qui se dirige sur Naples, après avoir fait escale à Palerme : Deux Français ,Félix Piette de Montfoucault et Alcime Cazeaux, sont avec moi. Pendant une heure nous marchons de concert avec le Calatafimi. Il transporte à Naples le régiment napolitain que j’ai rencontré hier. Sa musique nous salue à plusieurs reprises de l’Inno di Garibaldi. Nous l’encourageons de nos plus vifs applaudissements. Pendant ce temps , une bande de marsouins nous régale d’un ballet nautique rempli d’une charmante originalité.”, che tradotto significa: “Paola, in mare, 3 settembre. Lascio Paola a mezzogiorno e mi imbarco nuovamente sul Benvenuto, che si dirige a Napoli, dopo una sosta a Palermo: con me ci sono due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggiamo con i nostri più vivi applausi. Nel frattempo, una banda di focene ci regala un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”. Il volontario garibaldino scriveva che il 3 settembre 1860, alle 12 del mattino si imbarcò con altri compagni della sua truppa sul “Benvenuto” (forse piroscafo o vapore messogli a disposizione dal governo piemontese). Con lui viaggiano i due francesi FELIX PIETTE DE MONTFOUCAULT e ALCIME CAZEAUX. Per un’ora viaggiano in mare con il Benvenuto, vicini all’altro vapore CALATAFIMI, che trasporta a Napoli il reggimento napoletano che il volontario ha incontrato il giorno 2 settembre 1860 e che dice “La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggiamo con i nostri più vivi applausi.”. A questo punto siccome non si comprende bene quali fossero questi reggimenti trasportati il 3 settembre 1860 da Paola per Napoli, sui vapori “Benvenuto” e “Calatafimi”, bisognerà ulteriormente indagare. Sulla rete trovo la casa di Piette di Montfoucault dipinta più volte da Camille Pissarro.
Nel 4 settembre 1860, da Sapri, partenza per Paola e Amantea del vapore Piemontese “BRESIL”, con il Capitano GARZIA
Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, …..Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 581 ed in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 6 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul Brésil giunge nelle acque di Paola, e di ciò che vi faccia ne dà contezza il Giornale di lui così: “Alle 6 (a.m.) giunto a Paola quivi imbarcato…truppa, l’infermiere militare. Ho visto due vapori fra i quali il Duca di Calabria sbarcare casse d’armi e di munizioni e due brigantini mercantili carichi pronti e voleano essere rimorchiati a Salerno. Garibaldi è stato ricevuto a Cosenza con straordinarie feste. Il Generale Thurr ha provveduto allo imbarco degli Uffiziali a Paola ed è poi passato al Pizzo. Il Generale Morelli comanda le masse di Rogliano. Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore Sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente” (Il vapore di cui fa cenno il Capitano Garzia e la Dora partita da Napoli il giorno 3 (come ho reso noto a quella data trascrivendo un brano del Giornale particolare di bordo dell’Ammiraglio Persano) per condurre presso il Generale Garibaldi per volere del Conte di Cavour un amico innominato del Generale” e ripartito da Sapri per Napoli la notte del 3 al 4).”.
Nel 7 settembre 1860, a Sapri, (8 settembre a Policastro), altri garibaldini e truppe nelle lettere di un garibaldino
Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, un’altra lettera a p. 68, è datata 7 settembre 1860, dove scriveva che: “Sapri, le 7 septembre. Nous apprenons ce matin que Garibaldi est entré hier soir à Salerne et qu’il y a été parfaitement accueilli. Rien autre chose de nouveau . Je passe ma journée sur le pont à écrire.”, che tradotto significa: “Sapri, 7 settembre. Stamattina abbiamo saputo che Garibaldi è entrato a Salerno ieri sera ed è stato accolto calorosamente. Niente di nuovo. Sto trascorrendo la giornata sul ponte a scrivere.”, e poi l’altra datata 8 settembre, a pp. 68-69: “Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée , accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En dépit du temps qui paraît vouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui mérite à peine aujourd’hui le nom de village , car elle ne renferme pas plus de quatre cents âmes.”, che tradotto significa: “Garibaldi è a Napoli. È entrato ieri di giorno, accompagnato solo da pochi suoi amici. Nonostante il tempo, che sembra stia cambiando, sto andando con i miei due connazionali a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, una città che oggi merita a malapena il nome di villaggio, dato che non conta più di quattrocento anime. Le è senza dubbio stato dato questo titolo in memoria della sua passata importanza, e perché dà il nome al golfo che si estende davanti a lei. Secondo uno storico attendibile, fu completamente distrutta nel 1055 da Roberto il Guiscardo e, cinque secoli dopo, fu nuovamente saccheggiata dai Turchi. È da quest’ultimo periodo che Policastro non è più risorta. Le paludi circostanti e le risaie che vi si sono formate, inquinando etc…“. In questa lettera datata 8 settembre 1860, il volontario garibaldino di stanza con la sua truppa a Sapri scriveva che, “nonostante il tempo che sembra non stia cambiando”, egli si reca con alcuni suoi amici “connazionali” (francesi) a Policastro per una escursione ovvero visita al paese di Policastro Bussentino, che egli scriveva contava non più di 400 abitanti. Di Policastro, a pp. 69-70 egli scriveva che: “En dépit du temps qui paraît vouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui mérite à peine aujourd’hui le nom de village, car elle ne renferme pas plus de quatre cents âmes . On lui donne sans doute ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prête son nom au golfe qui s’étend devant elle . D’après un historien digne de foi , elle fut , en 1055 , entièrement détruite par Robert Guiscard, et cinq siècles plus tard , elle fut encore saccagée par les Turcs. C’est depuis cette dernière époque que Policastro ne s’est plus relevée. Les marais environnants et les rizières qu’on y a établies , en viciant l’air , ont sans doute aussi empêché l’accroissement de la population. Indépendamment de nombreuses ruines , je remarque aussi dans ce pays une flore extrêmementriche ; mais comme je ne suis ni archéologue , ni botaniste , je me dispenserai de faire une longue description de ces richesses aux doux parfums , aux brillantes couleurs En revenant , nous sommes assaillis par un orage épouvantable ; nous nous réfugions dans une vieille tour romaine , et de là nous contemplons le grandiose spectacle d’un orage en mer. A six heures , nous parvenons à nous sauver; nous trouvons sur le rivage l’ancienne compagnie de Flotte, attendant son embarquement. A dix heures , le Benvenuto lève l’ancre , remorqué par un vapeur qui s’en va à Salerne.”, che tradotto significa: “Nonostante il tempo che sembra voler cambiare, vado con i miei due compatrioti a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, una città che oggi difficilmente merita il nome di villaggio, perché non conta più di quattrocento anime. Le è senza dubbio dato questo titolo in memoria della sua passata importanza, e perché dà il nome al golfo che si estende davanti a lei. Secondo uno storico attendibile, fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, e cinque secoli dopo, fu nuovamente saccheggiata dai Turchi. È da quest’ultimo periodo che Policastro non è più risorta. Le paludi circostanti e le risaie che vi sono state create, inquinando l’aria, hanno senza dubbio impedito anche l’aumento della popolazione. Oltre alle numerose rovine, noto anche in questo paese una flora estremamente ricca; ma non essendo né un archeologo né un botanico, mi asterrò dal dare una lunga descrizione di queste ricchezze con i loro dolci profumi e i loro colori brillanti. Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riusciamo a salvarci; troviamo sulla riva la vecchia compagnia della Flotta, in attesa di imbarcarci. Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. A quale corpo o brigata garibaldina appartenesse questo volontario che scrisse le belle lettere pubblicate dal Maison non ci è dato sapere. Sappiamo che arrivò a Sapri il 3 settembre 1860 con il vapore “Benvenuto” che come lui stesso scrisse, ripartì alla volta di Salerno, alle ore 10 del 9 settembre 1860: “Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. Infatti, sempre il Maison, a p. 71 pubblica un’altra lettera di un volontario garibaldino: “En mer ( Sapri ) , le 9 septembre . Il est une heure du matin , le vapeur nous abandonne à nos propres forces. Peu d’instants après , la mer devient grosse et le vent contraire . En un mot , nous essuyons une véritable tempête . Le drapeau d’alarme reste arboré toute la journée . Malgré cela nous ne recevons aucun secours. Enfin , ne sachant que faire , le capitaine se décide à retourner à Sapri , où nous arrivons vers neuf heures du soir.”, che tradotto significa: “In mare (Sapri), 9 settembre. È l’una del mattino, il piroscafo ci abbandona a noi stessi. Pochi istanti dopo, il mare si fa agitato e il vento è contrario.Insomma, stiamo vivendo una vera tempesta. La bandiera d’allarme rimane issata per tutto il giorno. Nonostante ciò, non riceviamo alcun aiuto.Infine, non sapendo cosa fare, il capitano decide di tornare a Sapri, dove arriviamo verso le nove di sera.”. Sempre il Maison, a pp. 71-72 pubblica un’altra lettera datata 10 settembre 1860, e scrive: “En mer, le 10 septembre. A minuit nous repartons de Sapri avec un bon vent. Malheureusement les vents, comme « les destins et les flots, » sont changeants, si bien que la mer redevenant mauvaise et le vent contraire , nous voguons encore au hasard toute la journée. Vers les sept heures , l’Emma, le yacht d’Alexandre Dumas, passe à côté de notre bâtiment , filant dans la direction de Naples . Je l’acclame d’un vivat qui m’est immédiatement rendu ; puis l’un et l’autre bâtiment , en signe de salut , arborent pavillon , comme deux amis qui se tendent la main en se disant : Au revoir !”, che tradotto significa: “In mare, 10 settembre. A mezzanotte ripartimmo da Sapri con un buon vento. Purtroppo i venti, come “i destini e le onde”, sono mutevoli, così che, con il mare di nuovo agitato e il vento contrario, navigammo a caso per tutto il giorno. Verso le sette, l’Emma, lo yacht di Alexandre Dumas, passò accanto alla nostra nave, dirigendosi verso Napoli. La acclamai con un applauso, che fu subito ricambiato; poi entrambe le navi, in segno di saluto, alzarono le bandiere, come due amici che si tendono la mano e dicono: Arrivederci!”. Dunque, questo volontario garibaldino scrive che riparte da Sapri il 10 settembre 1860 alle 24 mezzanotte e dice pure che alle 7 del mattino dell’11 settembre 1860 incontrarono lo Yact Emma di Alexandre Dumas che credo fosse al largo di Agropoli o di Salerno.
L’ARRIVO A SAPRI DELLA BRIGATA BOLOGNA O PUPPI
LA BRIGATA PUPPI GIA’ BRIGATA BOLOGNA (comandante colonnello Niccolò PUPPI)
Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Etc…(2)”. Mazziotti scriveva che: “La Brigata Puppi faceva parte della Division Turr.”. Dunque, la Brigata PUPPI arriverà a Sapri solo il 3 settembre 1860 e da Sapri partirà il 5 settembre marciando e passando per Vibonati per arrivare a Casalnuovo, come corpo a se rispetto a Rustow che già da alcuni giorni era partito da Sapri con la Brigata Milano. Ma vediamo questa Brigata Puppi cosa era. Agli inizi era chiamata Brigata BOLOGNA. Solo in seguito fu denominata Brigata PUPPI, in onore del suo comandante Niccolò Puppi. In seguito, dopo la morte del comandante, dopo il 19 settembre 1860, poichè egli fu ferito in combattimento fu aggregata alla Brigata del colonnello Sacchi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 455, nella Tavola: “Situazione Numerica della Forza della suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860”, nelle “Osservazioni”, in proposito scriveva che: “Si cessa di portare in situazione la Brigata Puppi (3), già comandata dal Colonnello dello stesso nome, morto sul campo di battaglia il 19 settembre, che aveva a Capo di Stato Maggiore il capitano Pecorini ed a comandanti di Battaglione i maggiori Catabeni, Ferracini, Bossi e Pontotti, essendo stata sciolta per ordine del Dittatore in seguito alle perdite sofferte sul Volturno e a Cajazzo, e che ridotta ad un solo reggimento passò sotto il comando del tenente colonnello Bossi in forza alla Brigata Sacchi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Dunque, la Brigata Bologna era una delle 4 Brigate che facevano parte dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani, che abbiamo visto arrivare a Palermo, con Garibaldi che li portò dal Golfo degli Aranci. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “L’otto Agosto intanto, giorno di grandi e gloriose memorie per la città nostra, il battaglione dei “Cacciatori di Bologna” (1) partiva per Genova sotto gli ordini di Giambattista Cattabeni (2). Il maggiore Cattabeni, di Senigallia, apparteneva ad una famiglia di patriotti, alla quale non disdice il nome attribuitole da un biografo: “i Cairoli delle Marche”. Nel ’48 era etc…”. I “Cacciatori di Bologna” partirono per Genova al comando del maggiore Giambattista Cattabeni, di Senigallia. A Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Dallolio, a p. 168 scriveva pure che: “Il Bertani l’aveva mandato a comandare questo primo battaglione bolognese e a capo di esso si trovò, come ho detto nell’infausta giornata di Caiazzo; Garibaldi premiò il valore, sepur sfortunato, col promuoverlo a colonnello etc…”. Dallolio, a p. 169 scriveva che: “I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: etc…”. Dallolio scriveva che, i volontari “Cacciatori di Bologna”, in Sardegna, nel golfo degli Aranci furono aggregati alla 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, riguardo il colonnello Gandini, che accompagnerà e comanderà la Brigata “Milano” a Paola e poi a Sapri, insieme al Rustow e a Turr, a p. 347, in proposito pubblicò una lettera di Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani che racconta un episodio al Golfo degli Aranci e, scriveva: “V. Carlo Bertoni (1) a Filippo Stanzani. A bordo del Clipper il Shepherd, a poche miglia da Cagliari il 14 Agosto 1860. “Carissimo Stanzani. Ti scrivo due righe per dar seguito all’altra mia che ti scrissi da Genova domenica mattina alle ore sette. La spedizione era composta di due brigate, una delle quali (comandata dal Colonnello Gandini, la terza) era imbarca sopra il vapore Garibaldi, il quale rimorchiava un grossissimo Clipper Americano chiamato il ‘Shepherd’, a bordo del quale era imbarcata l’altra divisione (la quarta) comandata dal Colonnello Puppi, e della quale fa parte il nostro Battaglione dei Cacciatori di Bologna. Dopo un felice viaggio giungemmo jeri sull’imbrunire al Golfo degli Aranci, nell’Isola di Sardegna, dove ci avevano preceduti moltissimo dei nostri, e dove trovammo altri tre vapori all’ancora, e vedemmo a terra sulla riva molti volontari che si esercitavano. Poco dopo il nostro arrivo giungeva in porto un grosso vapore, il quale, senza gettar l’ancora, veniva a noi vicino, e girava intorno al nostro bastimento…..Il Colonnello Puppi, il bravo Cattabeni, Bassi ed io ci mettemmo sulla sponda etc…”. Dunque, dalla lettera-racconto del Bertoni si evince che il colonnello Gandini, accompagnava i volontari della brigata Milano, imbarcatasi a Genova sul vapore Garibaldi ed il colonnello Puppi accompagnava l’altra Brigata detta “Bologna” che era composta dai “Cacciatori di Bologna”. Dalla lettera del Bertoni, indirizzata a Filippo Stanzani, si evince che le truppe arrivarono nel porto naturale del Golfo degli Aranci in Sardegna il giorno 13 agosto 1860. Partitisi da Genova, arrivarono il 13, dove furono raggiunti da Bertani e da Garibaldi. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Fra le carte del Comitato etc…Un quarto “Repertorio al ruolo generale dei volontari spediti dal Comitato di provvedimento di Bologna al generale Garibaldi” ha un riepilogo dal quale risulta un numero di 1060, ma 229 di essi sono indicati come duplicati, cosicchè il numero esatto rimarrebbe di 831. Finalmente nel rendiconto finale si parla di 1208 volontari. Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, si può concludere che l’ultima delle cifre indicate rappresenta esattamente il lavoro del Comitato, che fornì per tal modo circa 1200 volontari.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Garibaldi….era costretto ad opporsi alla Spedizione degli Stati Pontifici ed era corso a Cagliari per ritirare sotto il suo comando quel forte corpo di volontari che con tanta cura era stato organizzato militarmente dal colonnello Pianciani coadiuvato da Rustow, mentre l’organizzazione amministrativa era devoluta all’intelligente lavoro dell’Intendente Sanni, coll’assistenza del Commissario di guerra Francesco della Lucia. Questo corpo mutando direzione era da Garibaldi destinato a servire allo sbarco in Calabria. Etc..”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Bertani (1) aveva mobilitato circa novemila uomini, organizzati ed armati come nessun’altra spedizione. La spedizione era divisa in 24 battaglioni, (2) più un battaglione di cacciatori con 580 uomini, 120 guide, 220 uomini del genio, 180 di artiglieria e 120 addetti alla Intendenza. Si trattava in tutto di sei brigate: 1° la Genova; 2° la Parma; 3° la Milano; 4° la Bologna; 5° la Toscana; 6° la Abruzzi. Le prime quattro, agli ordini dei rispettivi comandanti colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini, Puppi, dovevano concentrarsi nel Golfo degli Aranci, per agire sulla costa dello Stato pontificio. Quella Abruzzi, al comando del Caucci, avrebbe dovuto varcare il confine marchigiano, entrare nel Montefeltro, mentre quella Toscana passare nell’Umbria e puntare su Perugia. Per questa spedizione il Mazzini aveva detto al Bertani che “2000 in Toscana, 500 in Romagna erano più che sufficienti; egli contava sull’insurrezione della popolazione etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) W. Rustow, La brigata Milano nella Campagna etc…”. Maraldi, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Oltre alla formazione del battaglione del Montefeltro, al Comitato di Provvedimento (3) si deve la formazione della Brigata Emilia comandata dal Puppi, morto poi eroicamente a Capua, e composta di quattro battaglioni, uno dei quali comandato dal valoroso patriota marchigiano Cattabeni. Questa brigata, inviata al Golfo degli Aranci per fare parte della spedizione Pianciani, fu più tardi incorporata nella divisione Turr e destinata per il suo valore a Capua ed a Caiazzo.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Il Pianciani, …..suggerì come successore al comando il colonnello Rustow. Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Le brigate Parma, Bologna, Milano, partirono lo stesso giorno per Milazzo, mentre la Torino, per ordine del Sirtori, stava raggiungendo Giardini girando l’Isola per l’occidente e porsi agli ordini di Bixio, che si apprestava a varcare lo Stretto. Il Bertani giunse a Palermo quando Garibaldi era già partito, e, sempre fermo nell’idea di tentare la diversione, si affrettò a vedere il Pianciani per intendersi con lui.”. Giuseppe Maraldi (…), nel suo “La spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 100, riferendosi al rifiuto dato a Garibaldi dal Pianciani, a Palermo, in proposito scriveva che: “Le brigate, Parma, Bologna, Milano, ….Garibaldi non si oppose, accettò pure le dimissioni, per gli stessi motivi addotti dal Pianciani, del colonnello Tharena e del Gandini delle brigate Milano e Bologna, che furono sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 148, in proposito scriveva che: “…quando giugevano in vista del Golfo degli Aranci, l’Amazone e l’Isera, portanti la Brigata ‘Parma’ (Tharrena), etc….Tharrena però, uomo serio e risoluto, fermavasi….Le altre due brigate, ‘Milano’ (Gandini) e ‘Bologna’ (Puppi), per gli ostacoli già accennati giunsero al convegno soltanto la sera del 13, coi vapori Weasel, Garibaldi, Calatafini e col Clipper Sheaperd.”. Sempre Pittaluga, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Allora questi fece cortesi saluti ed auguri a Pianciani, il quale nel congedarsi presentò al Dittatore il colonnello Rustow come quello al quale cedeva il comando delle tre brigate, Parma, Milano e Bologna (Tharrena, Gandini, Puppi), riunite nel porto di Palermo, le quali ricevettero l’ordine di partire lo stesso giorno per Milazzo. I colonnelli Tharrena e Gandini, chiesero ed ottennero di essere dispensati, perchè era stata cambiata la destinazione per la quale eransi impegnati, e furono rispettivamente sostituiti dai colonnelli Spinazzi e De Giorgi. L’altra brigata Eberhardt,..di recarsi a Giardini agli ordini di Bixio.”. Dunque, in questo passaggio il Pittaluga scrive che Tharrena e Gandini si dimisero, ed il comando delle due loro brigate, la “Tharrena” e la “Milano” passarono rispettivamente ai due colonnelli Spinazzi e De Giorgi. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.“. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, riferendosi al 28 agosto 1860, in proposito scriveva: “Nello stesso tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Ai 26 aprile essa ebbe l’ordine di marciare da Milazzo e Torre di Faro per essere imbarcata. Essendo compiuta la sua organizzazione, si mise in movimento la sera stessa ed arrivò in tre marcie, che servirono nello stesso tempo di esercizio di quelle giovani truppe, per Gesso e Messina nel 28 agosto a Torre di Faro, e nella mattina successiva s’imbarcarono le due brigate Milano e Parma, mancando i legni per la brigata Bologna, per far vela verso il golfo di s. Eufemia. Nel mezzogiorno dello stesso di 29 agosto essendo stato obbligato a sbarcare a Tropea distante circa tre marcie da Soveria – Manelli, per la paura dei capitani di navigli d’ un vapore da guerra napoletano incrociante in quelle acque, che pretendevano aver anche veduto, dovettero quelle due brigate partire da Tropaea in quella notte stessa e nel giorno 30 a mezzodì erano già riunite a Monteleone; andarono di là a Pizzo, s’imbarcarono di nuovo, in quanto bastavano quei navigli facendo vela verso Paola, dove arrivavano nel 31 agosto. Formando……”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 141, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 26 muovevano da Milazzo per Messina, dopo sette giorni di permanenza in quella città , le brigate Puppi, Milano, Spinazzi ( divisione Türr). La brigata Eber alle ore 8 ant. del 27 era in Rosarno ed accampava al di là del paese. Si rimetteva in marcia alle ore 6 pom. per Mileto dove giungeva alle 11 pom. ed accampava sulla strada di qua del paese; il servizio della guardia del campo, l’avanguardia e la retroguardia veniva prestato durante le marce per turno…..(riferendosi al 28 agosto)…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro. Dal Piano dei sorrisi partiva la colonna Eber il 29 per Maida alle 2 pom. e giungeva la tappa alle 11 di notte, dopo aver fatto una sosta a Fiumara Randaci. Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; Etc…”. Dunque, come scrive il Pecorini, la Brigata Puppi, il 29 agosto 1860, dopo essere arrivata a Messina, insieme alle altre brigate dell’ex spedizione Pianciani (Milano e Spinazzi), erano in attesa d’imbarco per la Calabria. A Milazzo, le truppe dell’ex spedizione Pianciani, organizzate dal Bertani furono da Garibaldi aggregate alla 15° Divisione affidata al colonnello Rustow. Dunque, queste due brigate dell’ex spedizione Pianciani prima che fossero portate da Rustow e da Bertani a Paola si trovavano a Milazzo in Sicilia, non molto distanti da Messina e dallo Stretto per le coste della Calabria, dove sbarcarono a Tropea. Queste forze Forse garibaldine, raccolte in precedenza dal Bertani, per via mare raggiunsero le coste della Calabria a Tropea. Da Tropea, in Calabria, marciarono fino a Pizzo dove si imbarcarono per Paola.Ma come vedremo, la brigata Puppi non riuscirà ad imbarcarsi con Rustow per andare a Paola. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II: Riassunto delle Tabelle di Marcia dell’Esercito Meridionale”, a p. 515, riferendosi alla Brigata Milano, che è quella di cui stò parlando, in proprosito scriveva che: “9 agosto Bologna; 10 agosto Ganova; 12 agosto imbarco; 13 agosto Golfo degli Aranci; 15 agosto Cagliari; 18 agosto Palermo; 20 Milazzo; 28 Messina; 29 Torre di Faro; Bagnara; Palmi etc..; 3 settembre Pizzo, imbarco; 3 e 4 a Sapri; 5 Vibonate, Casalinuovo; 6 Sala; 8 Auletta; 10 Salerno; 11 Nocera, etc…”. Dunque, la Brigata Puppi, si muoverà con imbarco da Pizzo per Sapri solo il giorno 3 settembre 1860. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Raggiunge Bixio a Giardino, etc…Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, etc…”. Agostino Bertani (….), nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 448 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani intanto non si smarrì; lasciò la brigata Bologna coll’ordine di ficcarsi nel primo vapore vuoto, e imbarcate le brigate Milano e Parma sul ‘Weisel, Dante, Calabria’ e il Pilo, salì su questo e s’indirizzò per Sant’Eufemia. Ma le sue pene erano tutt’altro che terminate. Alcuni capitani dei vapori e delle barche, etc…Nel bel mezzo dello stretto scende agitato il capitano del Pilo, avvertendo che quello del ‘Calabria’ aveva dato indietro per minaccia di un legno napoletano e ora voleva sbarcare la gente a Tropea. Qui di fatti la sbarcò e voltò prora per la Sicilia. Bertani scende anche lui, combina con Rustow di marciare colle genti sbarcate verso Pizzo e manda questi due telegrammi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi tutta la gente. Spero mi segua presto il rimanente. Partiamo per Pizzo ove attendo ordini.”. E all’intendente generale Acerbi: “Tropea, 29. Sono qui con quasi quattromila uomini, m’avvio a Pizzo, mancando mezzi trasporto invierò bagagli per barca costì. Se vuoi corrispondere vieni all’ufficio telegrafico e dimmi ov’è il generale.” Acerbi pronto risponde: “Pizzo, 29. Mandato messo col tuo telegramma in cerca del generale, creduto nei dintorni Tiriolo. Vieni qui come puoi.”. Bertani s’avvia per mare, Rustow per terra.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 9, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “I militi radunati a Milazzo , che in tutto ammontavano a 3700, formati dalle brigate Parma, Milano e Bologna, costituivano un rinforzo considerevole pel piccolo esercito di Garibaldi, che in realtà era ben lontano dal raggiungere il numero che i giornali gli attribuivano. La brigata Genova fu trattenuta da Garibaldi per giovarsene in una dimostrazione verso le Calabrie; Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 11, scriveva pure: “Ma i nostri legni bastarono appena per l’imbarco delle due brigate Milano e Parma, la brigata Bologna dovette restare al Faro. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri.”. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 117, in proposito scriveva che: “La divisione del generale Turr aveva già oltrepassato lo stretto, escluso la brigata Eber, che, insieme con lo stato maggiore, era in attesa al Faro dei piroscafi che dovevano trasportarla in terraferma.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 823, in proposito scriveva che: “La divisione Rustow che trovavasi ancora in Milazzo , il 26 agosto aveva ricevuto l’ordine di marciare verso Torre di Faro per ivi imbarcarsi e muovere alla volta della Calabria. Essa arrivava il 28 a Torre di Faro, e la mattina del 29, le due brigate Milano e Parma s’imbarcarono per dirigersi nel golfo di Sant’Eufemia; la brigata Bologna dovette aspettare sulle coste di Sicilia, perchè i mezzi di trasporto mancavano. Il disbarco non potè aver luogo a Sant’ Eufemia, perchè una fregata napoletana si credeva incrociasse in quelle acque. Le brigale Milano e Parma dovettero disbarcare in Tropea, distante tre giorni di cammino da Soveria-Manelli. La notte stessa partirono; ed il 30 agosto a mezzogiorno erano già riuniti in Monteleone. Di là marciaron sopra Pizzo, dove imbarcaronsi di nuovo per arrivare il di 31 a Paola. Il primo di settembre arrivava a Paola Stefano Türr. Per ordine di Garibaldi il corpo di Rustow veniva riunito alla divisione comandata da Türr ; tutta intiera la divisione ebbe ordine d’imbarcarsi immantinente e di salpare alla volta di Sapri per ispingersi rapidamente avanti e per formare l’avanguardia di tutta l’armata rivoluzionaria. La sera di quello stesso giorno ebbe luogo l’imbarco. Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile . Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria -Manelli sopra Cosenza per la strada consolare.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a pp. 299-300, in proposito scriveva: “In pari tempo entrò in azione anche la divisione Rüstow. Il 26 agosto essa ebbe ordine di marciare da Milazzo a Torre di Faro onde colà essere imbarcata. Essendone la organizzazione ultimata, partì la stessa sera, ed arrivò in tre marcie, che servirono in pari tempo di esercizio a quelle giovani truppe, per Gesso e Messina , il 28 agosto a Torre di Faro, il 29 mattina per tempo furono imbarcate le due brigate Milano e Parma, mancando navi per la brigata Bologna, e furono dirette al golfo di Sant’Eufemia. Verso mezzodi dello stesso giorno, costrette a sbarcare presso Tropea , distante circa tre tappe da Soveria-Manelli, per la paura che il capitano della nave aveva di un vapore da guerra napoletano che riputavasi incrociare in quelle acque e pretendevasi anzi d’aver veduto, le due brigate si misero la stessa notte in marcia da Tropea, erano il 30 a mezzodì riunite presso Monteleone, di là si recarono al Pizzo, ove furono di nuovo imbarcate, in quanto bastavano le navi, e fecero vela per Paola ove giunsero il 31 agosto. Formando l’ala sinistra dell’armata, colla loro traversata per acqua avevano allora già avanzato di due o tre tappe la vanguardia del grosso dell’esercito, avendo Garibaldi dovuto trattenersi ancora buona parte del 31 agosto nei dintorni di Soveria-Manelli per dare compimento alla capitolazione.”. Dunque, Pecorini scriveva che dopo la morte del colonnello PUPPI nella battaglia del 19 settembre 1860, la Brigata Puppi fu sciolta da Garibaldi perchè ridotta ad un solo reggimento e passò alla Brigata Sacchi, dove vi erano altri ufficiali. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione comprendeva 7720 uomini di linea organizzato su 24 Battaglioni, etc….Queste sono cifre del Pianciani, alquanto diverse da quelle del Rustow, che però non differiscono di molto e stanno anch’esse a dimostrar l’importanza della spedizione. La quale era costituita da sei Brigate distinte, oltre che con un numero progressivo, col nome della provincia che per ognuna aveva dato il massimo contingente di volontari. Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; le prime due, ch’erano in Toscana, avrebbero invaso gli Stati pontifici ed attirato le truppe papali comandate da Lamoricière. Tale compito era affidato specialmente alla Brigata Abruzzi che sarebbe entrata nelle Marche al comando di Caucci. La brigata ‘Toscana’ comandata dal Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia. Le prime 4 agli ordini rispetivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto. Etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore. Il primo scaglione partì da Genova nella notte dal 7 all’8 agosto, seguito a breve distanza da altri due, che si imbarcarono rispettivamente a Genova e a Laspezia. Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Cesari, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Dallolio continuando il suo racconto, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta “Terranova”, “….non partecipano a tutta la prima parte della campagna, poichè quasi tutti arrivarono quando Garibaldi stava per passare, od era già passato, sul continente, nel quale non ebbe per verità gran che a combattere fino a Napoli: ma furono impegnati nei combattimenti successivi: il battaglione comandato dal Cattabeni ebbe parte precipua nel disgraziato fatto d’arme a Caiazzo.”, e poi aggiunge che: “I volontari spediti dal Comitato bolognese avevano assunto il nome di ‘Cacciatori di Bologna’, e furono ordinati in quattro battaglioni, più o meno completi. Il primo, come ho detto, fu comandato dal maggiore Cattabeni: il secondo dal maggiore Luigi Bossi: il terzo dal maggiore Ferdinando Ferracini: il quarto dal capitano ff. di maggiore Giambattista Pantotti, che prima apparteneva al secondo battaglione. Il 1° battaglione, secondo il ruolo che si conserva, aveva la forza di 381 uomini, dei quali 20 ufficiali, 26 sottoufficiali, 31 caporali, 6 trombettieri e 298 cacciatori. Il secondo, come risulta da un ruolo datato da Milazzo, 22 agosto, aveva 16 ufficiali, 21 sottufficiali, 27 caporali, 3 trombettieri e 195 cacciatori: totale 262 uomini. Il terzo, conforme al ruolo datato pure da Milazzo 25 agosto, contava 271 uomini, di cui 8 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori. Il quarto, pure da un ruolo datato da Milazzo, 25 agosto, risulta composto da 11 ufficiali, 23 sottoufficiali, 31 caporali, 5 trombettieri e 204 cacciatori: totale 274 uomini. Ciò darebbe una forza complessiva di 1188 uomini, che corrisponderebbe quasi esattamente a quella dianzi indicata. I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Dunque, Dallolio scriveva che tra i volontari spediti da Genova nel golfo degli Aranci vi erano i “Cacciatori di Bologna”, i quali arrivati a Palermo diventarono la “Brigata Bologna e poi Puppi”, che era composta da quattro battaglioni che in Sardegna erano al comando del colonnello Puppi di Siena, che poi, in seguito morì a Capua. Nel golfo degli Aranci, la brigata Bologna era comandata dal colonnello Pianciani e fece parte della cosiddetta “spedizione Bertani del golfo degli Aranci” ma quando arrivò a Palermo, Garibaldi, la tolse al comando del Pianciani, che si dimise e, l’aggregò e la incorporò alla “Divisione Turr”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, in proposito scriveva che: “Si cessa di portare in situazione la Brigata Puppi (3), già comandata dal Colonnello Brigatiere dello stesso nome, morto sul campo di battaglia il 19 settembre, che avea a Capo di Stato Maggiore il capitano Pecorini ed a comandante di Battaglione i maggiori Cattabeni, Bossi e Pentotti, essendo stata sciolta dal Dittatore in seguito alle perdite sofferte sul Volturno e a Cajazzo, e che ridotta ad un solo reggimento questo passò sotto il comando del tenente colonnello Bossi in forza alla Brigata Sacchi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 212, in proposito scriveva: “La brigata Puppi nei combattimenti del 19 agosto sotto Capua e 21 a Caiazzo, ebbe l’onore di trovarsi la più esposta al fuoco etc…brigata senza più il capo perchè morto in battaglia, onde fu che il generale Garibaldi sulla proposta di Turr ne determinò lo scioglimento; con gli uomini di essa formavasi un reggimento comandante tenente colonnello Bossi, che andava a far parte della Brigata Sacchi col seguente ordine del giorno: “Caserta, 27 settembre 1860. Comando generale della 15° Divisione. Dietro disposizione del Ministro della Guerra il comando della brigata Sacchi riceverà sotto i suoi ordini la residuale forza della sciolta brigata Puppi. Firmato Turr.”. La brigata Bologna, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”. Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi verso Caserta sciolta e chiamata Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Di lui ha scritto Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giambattista Cattabeni, a a Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Erano ufficiali di Puppi, il PECORINI, Capo di Stato Maggiore, e i Comandanti di Battalione, il maggiore CATABENI, FERRACINI, BOSSI, e PENTOTTI. Dunque, il Capo di Stato Maggiore della Brigata era PECORINI, ovvero l’autore del testo Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi, in seguito, a Caserta passata alla Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Da Wikipedia apprendiamo che La “Brigata Puppi” era un’unità militare dell’epoca risorgimentale che combatté a fianco di Giuseppe Garibaldi. Fu così chiamata in onore del suo comandante, il generale Niccolò Puppi, che morì combattendo con coraggio. Questa brigata, dopo aver subito perdite significative in battaglia, venne aggregata a un’altra unità, e la sua memoria è legata alle imprese garibaldine. Comandante: Generale Niccolò Puppi, che fu ferito a morte in combattimento. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: “(Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezzanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: “(Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: “(Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi.
Nel 3 settembre 1860, a Sapri, lunedì, alle ore 23, proveniente da Pizzo, l’arrivo della Brigata PUPPI (ex Brigata “BOLOGNA” dell’ex spedizione Bertani-Pianciani) nella rada di Sapri. La brigata fu trasportata da Paola con il vapore “Elvetie”. La Brigata Puppi si mosse da Sapri alle 8 del mattino del giorno 4 e da lì marciò passando da Vibonati il giorno 4 settembre 1860
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Mentre Türr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prender gli ordini di Garibaldi, mentre Rüstow era occupato nell’ armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto imparti l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Dunque, Rustow raccontava che le Brigate Bologna e Parma seguivano le altre due Brigate a 2 o 3 giorni di distanza. Infatti, le due Brigate garibaldine, la Bologna (Puppi) e l’altra porzione della Brigata Parma, arrivarono dopo a Sapri e da lì marciarono per Casalnuovo. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Dunque, Lacava scriveva che la Brigata Puppi (ex Bologna), al comando del colonnello Puppi, arrivava nel porto di Sapri la sera, alle 23,00 del giorno 3 settembre 1860 e, solo il giorno 4 settembre 1860 sbarcava sull’arenile di Sapri alle 8 del mattino. La Brigata Puppi restò a Sapri fino al 5 settembre 1860 quando, passando per Vibonati, alle ore 19,00 arrivava a Casalnuovo da dove, alle 5 dl mattino del 6 sttemb 1860 ripartiva e riprendeva la marcia per Sala Consilina. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro.“. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant., del 6, dove arrivava alle 4 pom. La Brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina, e l’8 si metteva in marcia: accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli…..Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao. In grazia di questi movimenti, Garibaldi, nella sua avanzata da Cosenza in poi, veniva ad accrescere successivamente le sue forze con gli altri aiuti che gli venivano dal mare, fortunatamente indisturbati per l’astensione, di cui più volte si è fatto cenno, della marina borbonica.”. Cesari scriveva che Garibaldi, a Sapri, dopo aver ordinato al colonnello Rustow di avviarsi con la sola sua Brigata Milano “A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…“. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…Garibaldi, ….diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa alla volta di Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna appena vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli aveva fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Etc…(2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Mazziotti scriveva che il 3 settembre, probabilmente proveniente da Paola, sbarcò a Sapri un’altra Brigata della Divisione Turr, la Puppi. Questa brigata, la “Puppi”, appena arrivata e riunitasi tutta a Sapri, da lì, “procedettero”, il 4 settembre 1860 iniziò a marciare passando per Vibonati ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre…Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Quandel-Vial (….), a p. 577, in proposito scrive pure: “4 Settembre…..Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato 5 vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall’Elvetie si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Dunque, il capitano di Stato Maggiore Piemontese, Garzia aveva annotato sul suo “Giornale di Bordo” della nave francese “Brésil” con cui era arrivato a Sapri, che il 4 settembre 1860 trovò nel porto di Sapri “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37), etc…”. La notizia proviene dall’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Dunque, l’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), trovò scritto nel “giornale di bordo” del capitano Garzia che, il 4 settembre 1860 era arrivato nel porto di Sapri con la sua nave “Brésil”: “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Dunque, l’ufficiale borbonico trovò annotato nel “Giornale di bordo” del capitano piemontese Garzia che, a Sapri, il 4 settembre 1860 aveva trovato nel porto, cinque vapori Garibaldini e due o tre brigantini mercantili, tra cui l’“Elvetie”, arrivati il “giorno precedente” a Sapri, con la “truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente”, aggiungendo che la truppa garibaldina sbarcata il 2 e il 3 settembre 1860 a Sapri, “…..si fa ammontare a 8 o 9000 uomini.”. Riguardo la “truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ etc….”, dunque, il vapore “Elvetie” è probabile che si tratti del vapore che aveva trasportato la brigata garibaldina Puppi. Ludovico Quandel-Vial, a p. 576, in proposito scriveva: “3 Settembre….Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la brigata Puppi garibaldina.”. Dunque, vero è che che tra le due notizie non vi è collegamento, una riguarda l’approdo della truppa della brigata Puppi il 3 settembre e l’altra riguarda la generica notizia che il 4 settembre il capitano Garzia trovò a Sapri la “Elvetia”. Stessa osservazione fa lo storico calabrese Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “…trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Secondo il Ludovico Quandel-Vial (….), il capitano Garzia, annotò che nel porto di Sapri vi erano ormeggiate 5 ai 6 navi, tra cui la Elvetie. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, questo passaggio dell’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che, leggendo il “Giornale di bordo” della nave “Brésil” redatto dal Capitano di Stato Maggiore Garzia che “fa rotta per Maratea”, trova scritto che: “A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi.”. Dunque, il capitano Garzia annotava nel suo Giornale di bordo che la brigata Puppi era arrivata alle 7 di pomeriggio (19,00) a Vibonati. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 4 settembre 1860 aveva già scritto: “Poco dopo Piola parte pel mezzogiorno ed il Generale Garibaldi si rimette in carrozza coi suoi seguaci indirizzandosi a Casalnuovo. La Brigatta Puppi è in marcia da Sapri per Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Inoltre, il Quandel-Vial, a p. 580 aggiunge: “Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, l’ufficiale borbonico Quandel-Vial, a p. 580 scriveva che il 5 settembre 1860, “all’alba”, la brigata Puppi si era partita da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111 e ssg., in proposito scriveva che: “III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi. Il Turr concentrò tutte queste forze a Sapri (oltre 1500 uomini) per portarsi in avanti con rapidità e aiutare l’Eroe e l’esercito meridionale.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Come ho scritto in precedenza, la Brigata Puppi, la brigata comandata dal colonnello Puppi di Siena, fu aggregata a quella del maggiore Sacchi solo in seguito ai fatti di Capua. Dunque, è vero ciò che scrive Policicchio che “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi.“, ma egli dimentica la Brigata Puppi o Bologna che arriverà a Sapri, insieme a parte della brigata Parma, il 3 settembre 1860 e le cui poperazioni di sbarco finiranno giorno 4 settembre 1860 quando si avvierà, giorno 5 settembre a Vibonati per ragiungere Rustow a Casalnuovo. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre….Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”.
Nel 4 settembre 1860, a Sapri, alle 8 del mattino si concludevano le operazioni di sbarco della Brigata “PUPPI” (ex “BOLOGNA”)
Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al 3 settembre, a p. 576, in proposito scriveva che: “Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la Brigata Puppi garibaldina. Da Sapri fa rotta per Napoli il vapore da guerra sardo la Dora per riportarvi l’amico del Generale Garibaldi.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577, in proposito scrive pure: “4 Settembre…..Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato 5 vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall’Elvetie si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Dunque, il capitano di Stato Maggiore Piemontese, Garzia aveva annotato sul suo “Giornale di Bordo” della nave francese “Brésil” con cui era arrivato a Sapri, che il 4 settembre 1860 trovò nel porto di Sapri “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37), etc…”. Dunque, l’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), trovò scritto nel “giornale di bordo” del capitano Garzia che, il 4 settembre 1860 era arrivato nel porto di Sapri con la sua nave “Brésil”: “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Etc…”. Dunque, l’ufficiale borbonico trovò annotato nel “Giornale di bordo” del capitano piemontese Garzia che, a Sapri, il 4 settembre 1860 aveva trovato nel porto, cinque vapori Garibaldini e due o tre brigantini mercantili, tra cui l’“Elvetie”, arrivati il “giorno precedente” a Sapri, con la “truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente”, aggiungendo che la truppa garibaldina sbarcata il 2 e il 3 settembre 1860 a Sapri, “…..si fa ammontare a 8 o 9000 uomini.”. Riguardo la “truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasportata dall”Elvetie’ etc….”, dunque, il vapore “Elvetie” è probabile che si tratti del vapore che aveva trasportato la brigata garibaldina Puppi. Ludovico Quandel-Vial, a p. 576, in proposito scriveva: “3 Settembre….Alle 11 (p.m.) giungono nelle acque di Sapri bastimenti di trasporto a vapore aventi a bordo le truppe componenti la brigata Puppi garibaldina.”. Dunque, vero è che che tra le due notizie non vi è collegamento, una riguarda l’approdo della truppa della brigata Puppi il 3 settembre e l’altra riguarda la generica notizia che il 4 settembre il capitano Garzia trovò a Sapri la “Elvetia”. Stessa osservazione fa lo storico calabrese Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “…trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, questo passaggio dell’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che, leggendo il “Giornale di bordo” della nave “Brésil” redatto dal Capitano di Stato Maggiore Garzia che “fa rotta per Maratea”, trova scritto che: “A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi.”. Dunque, il capitano Garzia annotava nel suo Giornale di bordo che la brigata Puppi era arrivata alle 7 di pomeriggio (19,00) a Vibonati. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 4 settembre 1860 aveva già scritto: “Poco dopo Piola parte pel mezzogiorno ed il Generale Garibaldi si rimette in carrozza coi suoi seguaci indirizzandosi a Casalnuovo. La Brigatta Puppi è in marcia da Sapri per Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Inoltre, il Quandel-Vial, a p. 580 aggiunge: “Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, l’ufficiale borbonico Quandel-Vial, a p. 580 scriveva che il 5 settembre 1860, “all’alba”, la brigata Puppi si era partita da Vibonati alla volta di Casalnuovo.
Nel 4 settembre 1860, a Sapri, lo sbarco della Brigata PUPPI, che era arrivata nel porto il giorno 3 settembre, alle 23,00
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “….brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Dunque, Bizzozero traducendo il colonnello Rustow scriveva che “…mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Dunque Lacava scriveva che la brigata Puppi passava da Vibonati il giorno 5 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant., del 6, dove arrivava alle 4 pom. La Brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina, e l’8 si metteva in marcia: accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli…..Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…“. Cesari scriveva che Garibaldi, a Sapri, dopo aver ordinato al colonnello Rustow di avviarsi con la sola sua Brigata Milano “A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…“. La Brigata Puppi, apparteneva alla XV Divisione Turr. La Brigata Puppi marciò da Sapri ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. La Brigata Puppi, apparteneva alla XV Divisione Turr. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao.”. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, questo passaggio dell’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che, leggendo il “Giornale di bordo” della nave “Brésil” redatto dal Capitano di Stato Maggiore Garzia che “fa rotta per Maratea”, trova scritto che: “A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi.”. Dunque, il capitano Garzia annotava nel suo Giornale di bordo che la brigata Puppi era arrivata alle 7 di pomeriggio (19,00) a Vibonati. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 4 settembre 1860 aveva già scritto: “Poco dopo Piola parte pel mezzogiorno ed il Generale Garibaldi si rimette in carrozza coi suoi seguaci indirizzandosi a Casalnuovo. La Brigatta Puppi è in marcia da Sapri per Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Inoltre, il Quandel-Vial, a p. 580 aggiunge: “Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, l’ufficiale borbonico Quandel-Vial, a p. 580 scriveva che il 5 settembre 1860, “all’alba”, la brigata Puppi si era partita da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Mazziotti scriveva che il 3 settembre, probabilmente proveniente da Paola, sbarcò a Sapri un’altra Brigata della Divisione Turr, la Puppi. Questa Brigata Puppi marciò da Sapri ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 4 settembre 1860, alle ore 12,00, partenza (marcia) da Sapri per Vibonati della Brigata PUPPI (ex Bologna)
L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 579 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Poco dopo Piola parte pel mezzogiorno ed il Generale Garibaldi si rimette in carrozza coi suoi seguaci indirizzandoli a Casalnuovo. La Brigata Puppi è in marcia da Sapri per Vibonati alla volta di Casalnuovo.” e poi, a p. 580 scriveva che: “Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata Garibaldina Puppi.”. Dunque, la Brigata Puppi che era imbarcata, giunse a Sapri il giorno 3 Settembre 1860. A Sapri sbarcò il giorno 4 Settembre 1860 iniziò a sbarcare dai legni sulla spiaggia di Sapri e lo stesso giorno, una volta sbarcati e riordinate le truppe sue, la Brigata Puppi, al comando di…….. alle ore ……, iniziò a marciare per passare da Vibonati e da lì fare lo stesso percorso della Brigata Milano per arrivare il 5 settembre 1860 a Casalnuovo. Nei testi di storia non si dice l’ora di partenza ma, Quandel dice che arrivarono alle 19,00 a Vibonati. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo.”. Dunque, se la Brigata Puppi sbarcava sulla spiaggia di Sapri alle ore 8 del giorno 4 settembre 1860 e arrivava a Vibonati alle 19,00 è plausibile che si mise in marcia verso le 12,00 da Sapri. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “….brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Dunque, Bizzozero traducendo il colonnello Rustow scriveva che “…mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant., del 6, dove arrivava alle 4 pom. La Brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina, e l’8 si metteva in marcia: accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli…..Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao.”. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, questo passaggio dell’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che, leggendo il “Giornale di bordo” della nave “Brésil” redatto dal Capitano di Stato Maggiore Garzia che “fa rotta per Maratea”, trova scritto che: “A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi.”. Dunque, il capitano Garzia annotava nel suo Giornale di bordo che la brigata Puppi era arrivata alle 7 di pomeriggio (19,00) a Vibonati.
Nel 4 settembre 1860, a Sapri, nel porto, il Capitano APPEL Triestino dello Stato Maggiore di Rustow (che era già partito con la Brigata Milano per Vibonati), ed altro Ufficiale Ungherese, salirono a bordo del vapore francese “Brésil”, inviato dal governo piemontese, per assicurare al capitato di Stato Maggiore Piemontese, Garzia, che a Sapri non vi erano rimaste truppe garibaldine
Il generale borbonico Quandel-Vial, leggendo il “Giornale di bordo” redatto dall’ufficiale piemontese Garzia, capitano di Stato Maggiore che arrivò a Sapri con la nave francese “Brésil” noleggiata dal governo piemontese ed inviata a Sapri per prelevarvi eventuali truppe bisognose, trovò scritto che il capitano Garzia, per il giorno 4 settembre 1860 annotava che era arrivato a Sapri alle 8 del mattino del 4 settembre 1860 e, annotava pure che, arrivando nel porto di Sapri ha trovato cinque vapori garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. Il Capitano Garzia annotava pure che erano saliti sul “Brésil” “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Alle 8 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil giunge nelle acque di Sapri, ed ecco ciò che trovo scritto nel Giornale di lui. “Quivi ho trovato cinque vapori Garibaldini 2 o 3 brigantini mercantili. La truppa Garibaldina sbarcata il giorno precedente e la mattina, compresa l’altra trasporta dall”Elvetie’ si fa ammontare a 8 o 9000 uomini. Garibaldi il 3 in barchetta da Ascea era andato a Sapri ed avea preso il cammino verso Lagonegro dove è giunto la sera del 3 o la mattina del 4. La truppa sbarcata poteva essere a Lagonegro e nel Vallo di Diana la sera del 4. Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. In questo brano il Quandel-Vial riporta un brano del giornale di bordo del Brésil scritto dal capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese, Garzia, all’arrivo a Sapri che avrà un colloquio con il capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow sbarcati il 2 settembre con Turr ed i volontari garibaldini che si imbarcarono a Paola. Il Quandel ci parla di un capitano Appel triestino dello Stato Maggiore del colonnello Rustow, sbarcato a Sapri con le truppe provenienti da Paola. Infatti, il Quandel-Vial, parlando di Sapri in proposito scriveva che sul “Giornale di Bordo” del vapore Sardo o Piemontese “Brésil” condotta a Sapri dal Capitano di Stato Maggiore della Marina Piemontese “Garzia”, Vial trovò scritto o annotato che il Capitano Garzia, arrivato a Sapri il 4 settembre 1860, alle ore 20,00 (8 a.m.), trovò ed ebbe un colloquio con due ufficiali dell’Esercito Meridionale e della Divisione Turr, sbarcati a Sapri il giorno 2 settembre 1860. Garzia parlò con il Capitano dello Stato Maggiore di Rustow “APPEL triestino” e con un altro Ufficiale Ungherese: “Il Capitano Appel Triestino dello Stato Maggiore del Generale Bustow (Rustow) ed altro Ufficiale Ungherese sono venuti a bordo ad assicurarmi, che in Sapri non vi era alcuno dei nostri, etc….”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il “Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che a Sapri “…non vi era alcuno dei nostri, ma poteva trovarne a Maratea, Paola, Pizzo. Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Il Quandel-Vial scriveva che nello Stato Maggiore del generale Rustow vi era il “Capitano APPEL triestino.”. Gli Ufficiali dello Stato Maggiore di Rustow, rimasti a Sapri, assicurarono il comandante Garzia del vapore “Brésil” che, sebbene a Sapri non fossero rimasti soldati o Brigate di volontari Garibaldini, li avrebbero potuti incontrare a Maratea, a Paola e a Pizzo e quindi gli conveniva che proseguisse il suo viaggio di ricognizione. Sul Giornale di Bordo del vapore Brésil, il capitano Garzia scriveva pre che “Anche D. Antonio Buraglia di Maratea dava la stessa assicurazione.”.”. Don Antonio Buraglia di Maratea assicurava che a Sapri non vi era rimasto più nessuno. Don Antonio Buraglia è un nome legato a Maratea, un comune della provincia di Potenza, in Basilicata. In particolare, Piazza Buraglia rappresenta il cuore del centro storico di Maratea. Questa piazza è un punto vitale del borgo, con negozi, gallerie d’arte, bar e punti di ritrovo, e da essa si dipanano i caratteristici vicoli circostanti. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, ……A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”.
PARTENZA DA SAPRI DELLA BRIGATA PARMA
Le Brigate PARMA (comandata dal maggiore SPINAZZI), in marcia per unirsi a RUSTOW a Vibonati
Nel 3 settembre 1860, da Sapri, le due brigate, la “Parma” o “Spinazzi” guidata dal maggiore Spinazzi raggiunsero il colonnello polacco Rustow a Vibonati dove si unirono alla brigata Milano, comandata da Gandini e dove ivi pernottarono
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, il Rustow nelle sue memorie scriveva che, a Vibonati: “Alle 5 di matina del giorno 4 ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine al maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro doveva arrivare a Sapri.”. Dunque, Rustow scriveva che, dopo essersi messo in marcia da Sapri verso Vibonati, su ordine di Garibaldi, siccome alcune brigate non erano ancora del tutto raccolte nella baia di Sapri, alle ore 17 del pomeriggio, quando egli si mise in marcia con la brigata Parma, scriveva che la notte mandò un uomo di Sapri a lui fidato con un ordine per il maggiore Spinazzi con l’ordine di marciare con la sua brigata Parma che da poco si era raccolta e ordinata a Sapri. Spinazzi, da Sapri con la Brigata Parma doveva raggiungere Rustow a Vibonati. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “…..impartì l’ordine a Rüstow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…..e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Antonio Pizzolorusso (….) e del suo “I martiri per la libertà italiana per la Provincia di Salerno con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860”, Salerno, 1885. Pizzolorusso, a p. 234, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre e ordina al primo d’inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via Consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al Generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante a Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal popolo etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri……La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Questo è quanto accadde per il resto della Brigata garibaldina “Parma” guidata dal maggiore Spinazzi. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Bossi, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111 e ssg., in proposito scriveva che: “III….Alba del giorno precedente v’era approdato il generale Rustovv con le brigate Milano e Spinazzi. Il Dittatore gli ordinò di avanzare con la prima brigata composta da novecento uomini, la sola veramente completa, per Vibonati, donde avrebbe proseguito per Padula. Mandò poi, a breve distanza, le brigate Spinazzi e Puppi.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 57, in proposito scriveva che: “A Sapri comunque erano già sbarcati il giorno prima il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e successivamente proseguire per Padula, poi inviò, a breve distanze dalle prime, le brigate Puppi e Spinazzi. Il Turr concentrò tutte queste forze a Sapri (oltre 1500 uomini) per portarsi in avanti con rapidità e aiutare l’Eroe e l’esercito meridionale.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), che, a p. 203 e ssg., in proposito scriveva che: “Un consistente indizio, in tal senso è contenuto in alcuni brani del “giornale” redatto dal “Capitano di Stato Maggiore Garzia”, il quale, alle 18:00 del 3 settembre si imbarcò a Napoli sul vapore di commercio francese ‘Brésil’, “al Servizio del Real Governo” con il compito “di toccare gli approdi da Sapri verso Sud” e prendere a bordo gli “Uffiziali, soldati e Impiegati governativi” che si avesse trovato (36). A Sapri, dove attraccò alle 8:00 del 4 settembre, il ‘Brésil’ trovò “5 vapori Garibaldini” e “2 o 3 brigantini mercantili” (37) probabilmente gli stessi dai quali, la mattina del 2 settembre, erano sbarcate la brigata Milano e parte della brigata Parma e, alle 23:00 settembre, la sopraggiunta brigata Puppi. Ma quel che è più interessante ai fini della presente indagine è quanto il capitano Garzia annotò il 5 settembre: “(….) Garibaldi pare abbia avuto ordine da Torino d’accellerare la marcia sopra Napoli. In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente (38).”. Moliterni, a p. 203, nella nota (36) postillava: “(36) L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (37) postillava: “(37) Ivi, p. 577.”. Moliterni, a p. 203, nella nota (38) postillava: “(38) Ivi, 581”. Dunque, il Capitano di Stato Maggiore Garzia, arrivando a Sapri a bordo del vapore commerciale “Brésil”, ( si veda in L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Napoli, 1900, p. 576), secondo Biagio Moliterni, il 5 settembre 1860 annotò che: “(….) In effetti un vapore sardo l’ho incontrato il dì 4 arrivando a Sapri, che da quivi ritornava verso Napoli da dove era venuto la sera precedente.”. Dunque, l’ufficiale Garzia, annotava che aveva visto Garibaldi a Sapri il giorno 4 settembre 1860. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri. La numerosa flotta napoletana che stazionava in quelle acque avrebbe agevolmente potuto impedire per mare il trasporto delle truppe italiane: ma sia che non amasse impegnarsi in conflitti o la movessero altre considerazioni si accontentava di seguirne e sorvegliarne in distanza i progetti e le mosse. Nell’ uscire dal porto di Paola il generale Türr scorgendosi di fronte ancorate le navi nemiche, dispose i suoi legni quasi fosse deciso ad accettar la battaglia che i Regii parevano offrirgli. Egli fece allineare le sue barche, insufficienti a resistere, in forma di mezza luna ponendovi ai fianchi ed al centro i tre soli vapori di cui disponeva. L’audacia dei volontari nell’apparecchiarsi ad una lotta cotanto ineguale e sopra un elemento che non era il loro proprio , poteva essere unicamente giustificata dall ‘ esito ; e questo fu lor favorevole . Tosto i Napoletani levarono l’ancora, non già per avanzarsi e combattere , ma per ritrarsi e fuggire davanti un avversario , cui avevano da più mesi imparato a rispettare e a temere. Dopo quell’unico accidente i volontari poterono felicemente compire il viaggio cui il Generalissimo aveva loro indicato. LIV. Türr approdava a Sapri mentre Garibaldi correva sullo stradale di Lagonegro alla Polla. Secondo gli ordini avuti egli doveva raccogliere le diverse frazioni del corpo spedizionario di Luigi Pianciani , e marciare in appresso con sollecitudine, seguendo la valle del Sale o la via di Capaccio, sopra Eboli , gettarsi quindi fra le gole del monte Corvino, e di là , disegnando una curva, inoltrarsi dal lato di San Cipriano e San Severino sulle alture della Cava, donde potesse al momento opportuno intercettare la strada di Nocera e di Napoli. Con tali manovre Garibaldi mirava a rinnovare a Salerno i fatti di Alta Fiumara e Soveria , ed a prendere prigioniero il Re con tutto l’esercito. Il che sarebbe senza fallo avvenuto qualora Francesco II si fosse ostinato a tenere e difendere la sua posizione. LV. La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”.
Nel 4 settembre 1860, il racconto di un Garibaldino che sbarcato a Sapri racconta che:
Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais; ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Aprèsse déjeuner, nous nous aventurons dans la champagne, où j’dmire quelques beaux types d’hommes et de femmes. Une figure vraiment céleste frappe soutout mes regards. C’est une jeune fille admirable de grace et d’e xpression; alle a une main posee sur la hanche et de l’autre elle tient sur satete une urne de forme antique. Son costume, qui rappelle la Grèce, s’allie merveilleusement au caractere de sa beauté. Elle porte une jube bleue, un corsage de meme couleur brodé d’or, ouvert sur le devant, ce qui permet de distinguer les delicates attaches et les formes de son cou, malgré les nombreux plis d’une chemise aussi blanche que fine. Quaunt aux pieds, comme ils son nus, je puis aussi en constater aisement la finesse et l’elégance. Je reste la quelque temps, plonge dans une muette exstase, car je n’ose faire un mouvement de preur de voir s’évanouvir cette brillante apparition, qui comptera parmi mes meilleurs souvenir d’artiste.”, che tradotto significa: “Sapri, 4 settembre. Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro. Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa. Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari. Lì incontro una folla di persone che parlano francese; questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia. Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno. Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza. Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare. Vogliamo pagarlo per questo. Impossibile. La povera vecchia grida in nome di som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia. Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia. Qui tutti ti chiamano fratello; e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi. Dopo pranzo ci avventuriamo nello champagne, dove ammiro alcuni bellissimi tipi di uomini e donne. Ovunque una figura davvero celestiale colpisce il mio sguardo. È una giovane di grazia ed espressione ammirevoli; ha una mano sul fianco e con l’altra tiene sul sedile un’urna dalla forma antica. Il suo costume, che ricorda la Grecia, si combina meravigliosamente con il carattere della sua bellezza. Indossa una gonna blu, un corpetto dello stesso colore ricamato in oro, aperto sul davanti, che permette di distinguere le delicate allacciature e le forme del collo, nonostante le numerose pieghe di una camicia tanto bianca quanto fine. Quante volte sui piedi, poiché sono nudi, riesco anche a vederne facilmente la finezza e l’eleganza. Rimango lì per qualche tempo, immerso in un’estasi muta, perché non oso muovermi per paura di veder scomparire questa brillante apparizione, che annovererà tra i miei migliori ricordi di artista.”.
Nel 5 settembre 1860, Acquafredda nel racconto di un Garibaldino che da Paola, a bordo del Benvenuto si recò prima ad Acquafredda e poi a piedi, attraverso un sentiero arrivò a Sapri (il 7 settembre 1860)
Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 65-66 e ssg. trascriveva una lettera del 5 settembre 1860 e scriveva: “Sapri, Acqua-Fredda, le 5 Septembre. Apres diner nous partons pour l’Acqua-Fredda (eau froide), à trois milles environ de Sapri, dance une barque danceuvrée par quatre matelots. L’expedition se compose de sept Italiens et de trois Francais, sous la conduite du capitaine du Benvenuto. Jamais je n’ai vu le ciel plus bleu et la mer plus calme. Les metelots, en soulevant leurs rames, font eclater toute la phosphorescence de cette mer toujours si belle et si poétique. Partis à huit heures, nous debarquons à neuf heures sur une plage tout à fait nue. Ne trouvant point de chemin, chacun escalade les rochers come il peut. Au bout d’une demi-heure, l’un de nous trouve une pauvre vielle femme, couchée en plein air davant la porte de sa maison, qui semble nous prendre pour des bandits. Enfin, tant bien que mal elle nous indique le chemis d’Acqua-Fredda, si toulefois on peut appeler chemin une especie de sentier impraticable, et bon tout au plus pour les chevres. Apres une heure de marche, nous apercevons quelches habitations et la point d’un clocher: nous poussons un soupir de saulagement; mais, helas! c’est en vain que nous frappons à toutes les portes: personne ne repond: nous pourrions nous croire, avec d’un peo d’imagination, danse quelque ville enchantée des ‘Mille et une Nuits’. Nous allions en venire aux moyens extremes, quand tout à coup un campagnard s’approche de nous avec force saluts et génuflexions. Peu d’istants apres, sa femme le rejoint et nous offre de l’eau pour nos rafraichir, puis …..de la paille pour faciliter notre campement à la belle etoile. On demand alors à ces braves gens commend il se fait toutes les maison restent fermées. Ils nous repondent qu’à notre aproche tout le monde s’est sauvé dans la montagne, le curé en tete. Le capitaine du navire ajoute: “Mais saviez-vous que nous etions des soldats de Garibaldi ?” – Signor, si! répondent-ils, seulement on disait que vous étiez de mechantes gens”, che tradotto è: “Sapri, Acqua-Fredda, 5 settembre. Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai. La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto. Non ho mai visto il cielo più azzurro e il mare più calmo. I marinai, alzando i remi, fanno emergere tutta la fosforescenza di questo mare, sempre così bello e così poetico. Partiti alle otto, sbarcammo alle nove su una spiaggia completamente brulla. Non trovando alcuna via, ognuno scala le rocce come meglio può. Dopo mezz’ora uno di noi trovò una povera vecchia, stesa all’aperto davanti alla porta di casa, che sembrava prenderci per banditi. Alla fine, come può, ci indica il sentiero dell’Acqua-Fredda, se però sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre. Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo; ma sfortunatamente! invano bussiamo a tutte le porte: nessuno risponde: potremmo credere, con un po’ di fantasia, di ballare in qualche città incantata da ‘Mille e una notte’. Stavamo per ricorrere a mezzi estremi, quando all’improvviso un connazionale si avvicinò a noi con molti saluti e genuflessioni. Pochi istanti dopo, la moglie lo raggiunge e ci offre dell’acqua per rinfrescarci, poi…paglia per facilitare il nostro accampamento sotto le stelle. Abbiamo poi chiesto a queste persone coraggiose come mai tutte le case fossero rimaste chiuse. Ci hanno detto che mentre ci avvicinavamo tutti fuggivano sulla montagna, con il sacerdote in testa. Il capitano della nave aggiunge: “Ma lo sapevate che eravamo soldati di Garibaldi?” – Signore, sì! rispondono: “solo loro hanno detto che eravate persone cattive”….(il 6 settembre 1860). Quando ci svegliamo, vediamo alcuni abitanti del posto che hanno deciso di scendere. Ci facciamo preparare il caffè e compriamo della frutta, che paghiamo profumatamente. Queste brave persone cambiano la cattiva opinione che si erano fatte di noi, scambiandoci per briganti e saccheggiatori. Che povertà e ignoranza in questo paese! La gente non mangia nemmeno il pane. La frutta costituisce quasi tutta la loro cibo.D’altra parte, se mostri loro un libro, vedono solo bianco e nero, perché nemmeno due su cento sanno leggere. Il governo napoletano, per uno scopo fin troppo facile da comprendere, impedì che l’istruzione si diffondesse nelle campagne e condannò queste popolazioni ammirevolmente dotate alla più abietta inferiorità morale.”.
PARTENZA DI GARIBALDI DA SAPRI
Nella notte del 3 al 4 settembre 1860, Garibaldi (secondo Agostino Bertani, Lacava e Treveljan) pernottò a Sapri in una capanna di paglia a Sapri ? Garibaldi dormì a Sapri nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860 e solo di buon mattino si partì per passare da Vibonati ?
Sappiamo che Garibaldi, che, il 3 settembre 1860, il primo pomeriggio, alle ore 15,30 era arrivato a Sapri. Sappiamo che Garibaldi, lasciando Sapri era diretto al Fortino del Cervaro dove, sappiamo che arrivò con la sua piccola comitiva il giorno 4 settembre 1860. Siamo certi che Garibaldi fosse diretto al Fortino. Sappiamo per certo che a Sapri, Garibaldi avesse deciso di andare al Fortino del Cervaro ed abbiamo un utile documento che lo attesta. Si tratta del telegramma che egli spedisce da Sapri al generale Turr che era già verso il Fortino. Turr era partito il giorno prima da Sapri. Nel telegramma a Turr, Garibaldi esprime la sua intenzione di risalire da Sapri al Fortino del Cervaro. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al 3 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “A giorno fatto il Generale Garibaldi giunge con i suoi seguaci alla marina di Scalea, ed ivi avendo trovata una barcaccia con due remiganti vi monta coi Generali Cosenz e Tur con Bertani e Basso e due Uffiziali di Stato Maggiore, e fa rotta alla volta di Sapri costeggiando. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Dunque, il Quandel-Vial (…) scriveva che Garibaldi, arrivato a Sapri: “Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte.”. Dunque, l’ufficiale borbonico nei rapporti militari dell’epoca trova scritto che Garibaldi rimarrà a Sapri il giorno e la notte. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, ….Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Ma, oltre a questa certezza, non sappiamo alcune cose. Su questo punto sono state dette diverse ipotesi dagli storici ma non vi sono certezze. Le uniche certezze sono le testimonianze di eccezione che ritroviamo negli scritti e nei Diari di Agostino Bertani e del colonnello Rustow. Gli storici hanno fatto diverse ipotesi. Sappiamo che a Sapri, insieme a Garibaldi, vi era il futuro ministro della Guerra, Enrico Cosenz. Sappiamo che non vi era il generale Turr, ma era con Garibaldi Agostino Bertani ed altri che poi ritroveremo al Fortino. Non sappiamo se Garibaldi avesse pernottato a Sapri. E’ un’ipotesi che hanno fatto alcuni storici attenendosi alla testimonianza diretta di Agostino Bertani. Non sappiamo a che ora Garibaldi e la sua piccola comitiva si fosse spostata da Sapri. Sappiamo solo per certo che Garibaldi, diretto al Fortino partiva da Sapri con la sua piccola comitiva. Aveva già mandato avanti parte dei volontari condotti dal colonnello Rustow. Come ho già scritto, la prima incertezza è quella di sapere dove Garibaldi avesse dormito nella notte tra il 3 settembre ed il 4 settembre 1860 ? Garibaldi dormì a Sapri ?. Se Garibaldi dormì a Sapri, dove dormì ? Garibaldi dormì in una capanna di legno sulla spiaggia di Sapri, dove lo trovò il colonnello Rustow ?, come sostiene lo storico Treveljan. Leggendo ciò che scrive l’Avv. Carlo Pesce in merito all’arrivo e al pernottamento di Garibaldi in casa Del Vecchio, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 400, citando il “Diario del Medico Agostino Bertani” (riportato dalla giornalista inglese Jessie White-Mario), ed al testo del “Colonnello polacco Rustow, La guerra Italiana del 1860”, a p. 398 , in proposito trascriveva il testo del Bertani e scriveva che: “III. Garibaldi…., e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal generale Turr, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio.”. Sempre il Pesce, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. Inoltre, il Pesce, aggiungeva nel suo racconto che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Dunque, il Pesce racconta che Garibaldi si fermò a Sapri poche ore e che ripartì per Vibonati insieme al generale ungherese Stefano Turr. Devo però precisare che già la notizia della compagnia del Turr non ha conferma nel famoso telegramma che egli gli scrisse ordinandogli di portarsi verso Lagonegro. Turr era partito da Sapri, la mattina del giorno 3 settembre prima dell’arrivo di Garibaldi. Sulla scorta del Pesce, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.”. Il Mazziotti, non conferma la notizia che Garibaldi partì da Sapri alle 5 del mattino del giorno 4 settembre ma avvalora l’altra notizia che Garibaldi partì da Sapri la sera del 3 settembre e di pernottare a Vibonati, dove a p. 132, in proposito scriveva che: “Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati proveniva dal Pesce e su quella scorta anche il Mazziotti scriveva del pernottamento a Vibonati in casa Del Vecchio. Ricorre nello stesso errore anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Nel 1909, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, per Giacomo Racioppi e con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; onde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel Vallo di Diano.”. Racioppi, nel 1909 scriveva che Garibaldi, il giorno 4 settembre andò al Fortino del Cervaro conducendo con se le brigate sbarcate a Sapri. Racioppi non specifica da dove partì Garibaldi. Secondo le poche righe del Racioppi, resta la domanda se Garibaldi, che sicuramente si partì da Sapri, diretto al Fortino, fosse passato per Vibonati e poi da lì risalito al Fortino oppure si fosse partito separatamente dal Rustow, avesse fatto lo stesso percorso di Pisacane, risalito a Torraca e poi al Fortino, senza andare a Vibonati. Di sicuro sappiamo che Garibaldi partì da Sapri ma dopo tempo dal Rustow. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani (….), che, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani, un testimone di eccezione, testimoniava che, il giorno prima, 3 settembre 1860: “…per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…“. Cesare Cesari scriveva che Garibaldi ordinava a Rustow di avanzare e scriveva pure che Garibaldi, da Sapri, mandò a breve distanza le altre brigate (la Spinazzi e la Puppi) che ancora non erano del tutto sbarcate e riunite a Sapri. Bertani, nel suo Diario testimoniava che Garibaldi partiva da Sapri e non da Vibonati. Infatti, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò insieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fotino’ etcc…“. Dunque, Agostino Bertani, nel suo postumo racconto a quello fatto alla White Mario, nel suo “Ire politiche d’oltre tomba”, a p. 72, rettificava e scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva etc…”. Bertani, nel su Diario scrive chiaramente che lui e Garibaldi si partirono il 4 settembre da Sapri, alle 5 del mattino e non da Vibonati come scriveva il Pesce ed il Mazziotti. Anche il Lacava non dice nulla di Vibonati. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Dunque, Lacava scriveva a p. 701 che Garibaldi partì da Sapri il 4 settembre 1860, forse di buon mattino e giunge al Fortino del Cervaro. Lacava scrive 4 settembre e quindi secondo il Lacava, Garibaldi doveva essere partito da Sapri nella notte, di buon mattino. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….”Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpidi fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. A questo punto, però, devo precisare che la notizia della partenza per il Fortino, di Garibaldi da Vibonati e non da Sapri e quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, parlando del viaggio delle sue truppe da Sapri a Vibonati, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, Rustow, secondo la traduzione di Eliseo Porro (….) scriveva e testimoniava che Garibaldi si unì a Rustow raggiungendolo sulla via per Vibonati. La piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri, si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Questo passaggio non dimostra però, che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Inoltre, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”, e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. Dunque, la notizia della partenza per il Fortino, di Garibaldi da Vibonati e non da Sapri e quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, parlando del viaggio delle sue truppe da Sapri a Vibonati, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, secondo Rustow, la piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri, si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Questo passaggio non dimostra che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Inoltre, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”, e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. La notizia del pernottamento a Vibonati, anzicchè a Sapri fu rimessa in discussione anche dal De Crescenzo (….). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113, in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio (9)…….Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, etc…“. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittore inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…”, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Ecc…”. Dunque, come si può leggere, Treveljan scriveva che: “Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach.”, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia.”. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Dunque, il Treveljan scriveva che Garibaldi non si mosse da Sapri e ivi pernottò. Inoltre, lo stesso Treveljan riferisce con la traduzione di Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi alla spiaggia di Sapri, in proposito scriveva che: “Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Anzi, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi al giorno 4 settembre ed in particolare “da Sapri” (e non da Vibonati), in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. Etc…”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: “A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dunque, lo storico Treveljan, in proposito scriveva: “….per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Lo storico Treveljan scriveva che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si mosse da Sapri per andare al Fortino del Cervaro e soprattutto Treveljan non parlò mai di Vibonati. Treveljan scriveva chiaramente che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dopo aver esaminato ciò che scrisse lo storico Treveljan, guardiamo ciò che scrisse il colonnello Rustow. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18-19 e ssg., in proposito scriveva che: “Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, ci fa notare che: “Intanto a Sapri, secondo la narrazione del Rustow, etc…” e segue la narrazione del testo di Eliseo Porro che tradusse dal polacco il testo di un eminente testimone e protagonista di quei avvenimenti, il generale Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane….Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare. Dopo breve saluto, mi chiese etc…”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sulla spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di Francesco Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4 Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625).”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “In questa cittadina l’aveva preceduto Turr, che aveva seco, come abbiam visto, anche i 1500 uomini di Bertani. Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Dunque, Agrati scriveva che: “Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Sembrerebbe che l’Agrati con queste parole volesse intendere che Garibaldi, per risalire al Fortino, fosse partito direttamente da Sapri e non da Vibonati come sostenevano alcuni storici locali. Infatti, l’Agrati scriveva: “…Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella etc…”. Agrati scrive che Garibaldi passa il monte Olivella che fa parte di una corona di monti a corolla di Sapri. L’Olivella è un monte ad oriente di Torraca. Infatti, l’Agrati, a p. 433, nella carta geografica che illustra l’itinerario seguito da Garibaldi non passa per Vibonati ma la linea rossa indica chiaramente che Garibaldi, da Sapri risale al Fortino verso Torraca e per il monte Olivella. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi: “Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto il Generale Rustow, che si trovava a Sapri, così descrisse l’arrivo di Garibaldi: ….alle 4 pomeridiane….mi trovai etc….Dopo breve saluto, mi chiese di quanta truppa potessi disporre. ‘Di 1600 uomini’ – risposi. – ‘Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi” (234)….Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati.”. La nota (234) è riferita al Policicchio.
Nella notte del 4 settembre 1860, alle ore 5, la partenza di Garibaldi da Sapri
Sappiamo che Garibaldi, che, il 3 settembre 1860, il primo pomeriggio, alle ore 15,30 era arrivato a Sapri. Sappiamo che Garibaldi, lasciando Sapri era diretto al Fortino del Cervaro dove, sappiamo che arrivò con la sua piccola comitiva il giorno 4 settembre 1860. Siamo certi che Garibaldi fosse diretto al Fortino. Sappiamo per certo che a Sapri, Garibaldi avesse deciso di andare al Fortino del Cervaro ed abbiamo un utile documento che lo attesta. Si tratta del telegramma che egli spedisce da Sapri al generale Turr che era già verso il Fortino. Turr era partito il giorno prima da Sapri. Nel telegramma a Turr, Garibaldi esprime la sua intenzione di risalire da Sapri al Fortino del Cervaro. Ma, oltre a questa certezza, non sappiamo alcune cose. Su questo punto sono state dette diverse ipotesi dagli storici ma non vi sono certezze. Le uniche certezze sono le testimonianze di eccezione che ritroviamo negli scritti e nei Diari di Agostino Bertani e del colonnello Rustow. Gli storici hanno fatto diverse ipotesi. Sappiamo che a Sapri, insieme a Garibaldi, vi era il futuro ministro della Guerra, Enrico Cosenz. Sappiamo che non vi era il generale Turr, ma era con Garibaldi Agostino Bertani ed altri che poi ritroveremo al Fortino. Non sappiamo se Garibaldi avesse pernottato a Sapri. E’ un’ipotesi che hanno fatto alcuni storici attenendosi alla testimonianza diretta di Agostino Bertani. Non sappiamo a che ora Garibaldi e la sua piccola comitiva si fosse spostata da Sapri. Sappiamo solo per certo che Garibaldi, diretto al Fortino partiva da Sapri con la sua piccola comitiva. Aveva già mandato avanti parte dei volontari condotti dal colonnello Rustow. Come ho già scritto, la prima incertezza è quella di sapere Garibaldi a che ora partì con la sua piccola comitiva da Sapri ?. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Intanto il Generale Rustow, che si trovava a Sapri, così descrisse l’arrivo di Garibaldi: ….alle 4 pomeridiane….mi trovai etc….Dopo breve saluto, mi chiese di quanta truppa potessi disporre. ‘Di 1600 uomini’ – risposi. – ‘Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi” (234)….Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati.”. La nota (234) è riferita al Policicchio. Mi chiedo se è plausibile ciò che alcuni hanno scritto e cioè che Garibaldi, arrivasse alle ore 15,30 e ripartisse da Sapri un’ora e mezzo dopo, ovvero alle ore 17,00 ?. E’ plausibile ciò che scrisse un testimone di eccezione Agostino Bertani nel suo Diario pubblicato dalla White-Mario, ovvero che egli partirà per il Fortino il giorno 4 settembre 1860 all’alba, egli si riferiva che partisse all’alba, ovvero alle 5 del mattino da Sapri ? Alcuni vorrebbero che egli fosse partito, alle 5 del mattino da Vibonati e non da Sapri, ma suffragati da quali prove ? E ancora, Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 576 ed in proposito scriveva che: “3 Settembre. Press’a poco a mezzodì il Generale Garibaldi con le persone del suo seguito sbarca alla marina di Sapri, per rimanervi il resto del giorno e la notte. Nelle prime ore pomeridiane giunge nelle acque di Sapri il vapore Sardo la Dora e vi sbarca la persona, che vuole abboccarsi col Generale Garibaldi. “.
Nel 4 settembre 1860, alle 5 del mattino, Garibaldi viaggiando da Sapri verso Villammare, Capitello e poi Vibonati ?
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III….Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure -etc…”. Il viaggio di Garibaldi che lasciò Sapri, nella notte, alle 5 del mattino (era già mattino) del giorno 4 settembre 1860, è accennato da un testimone di eccezione che lo seguiva con la sua piccola comitiva. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani, un testimone di eccezione, testimoniava che, il giorno prima, 3 settembre 1860: “…per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò insieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fotino’ etc…“. Dunque, Agostino Bertani, nel suo racconto postumo a quello fatto alla White Mario, nel suo “Ire politiche d’oltre tomba”, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva etc…”. Un altro testimone di eccezione, riguardo il viaggio e la strada da Sapri a Vibonati è il colonnello polacco Wilhelm Rustow, che, nel racconto e traduzione di Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, a p. 19, in proposito scriveva che: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Dunque, a differenza del Pesce, il Rustow scriveva che “discendendo alla marina di Vibonate”, il “sentiero” era “orribile” e tutto ingombro di sozzure”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, Rustow, secondo la traduzione di Eliseo Porro (….) scriveva e testimoniava che Garibaldi si unì a Rustow raggiungendolo sulla via per Vibonati. La piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri, si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113, in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio (9)…….Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, etc…“. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Dunque, il Treveljan scriveva che Garibaldi non si mosse da Sapri e ivi pernottò. Inoltre, lo stesso Treveljan riferisce con la traduzione di Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi alla spiaggia di Sapri, in proposito scriveva che: “Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Anzi, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi al giorno 4 settembre ed in particolare “da Sapri” (e non da Vibonati), in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. Etc…”. Dunque, Treveljan scriveva tutt’altro rispetto a ciò che scriveva Rustow, il quale, invece, testimoniava che, all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”, confermando indirettamente che Garibaldi si era riunito alle colonne di insorti cilentani all’altezza di Capitello. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”.
Nella notte del 4 settembre 1860, Garibaldi, alle 5 del mattino lasciò Sapri, unendosi al resto resto delle brigate per andare al Fortino passando e pernottando a Vibonati ?
Nell’ipotesi che Garibaldi, insieme alla sua piccola comitiva avesse pernottato a Sapri, e non a Vibonati, come vogliono alcuni, non sappiamo a che ora Garibaldi e la sua piccola comitiva si fosse spostata da Sapri. Sappiamo solo per certo che Garibaldi, diretto al Fortino partiva da Sapri con la sua piccola comitiva. Aveva già mandato avanti parte dei volontari condotti dal colonnello Rustow. Come ho già scritto, la prima incertezza è quella di sapere Garibaldi a che ora partì con la sua piccola comitiva da Sapri ?. La seconda incertezza è sapere quale fosse il percorso che Garibaldi, con la sua piccola comitiva, avesse fatto prima di arrivare al Fortino del Cervaro, frazione di Casaletto Spartano. Mi chiedo se Garibaldi andò al Fortino passando prima per Villammare, Capitello e Vibonati, come scriveva il Pesce ?. Alcuni scrittori e storici che hanno scritto dell’impresa dei “Mille” e di Giuseppe Garibaldi ritengono che Garibaldi si sia partito da Sapri, dove aveva pernottato, e da qui risalì direttamente al Fortino, passando da Torraca e rifacendo una galoppata che sostanzialmente ricalcava lo stesso itinerario di marcia, lo stesso percorso che, tre anni prima aveva fatto Carlo Pisacane. Secondo alcuni storici ed in particolare il testimone di eccezione che era Agostino Bertani, Garibaldi, Bertani e la sua ristretta comitiva risalirono direttamente al Fortino. Altri storici hanno creduto che Garibaldi, partendosi sempre da Sapri, avesse pernottato a Vibonati e solo da Vibonati risalì al Fortino. Ma vediamo ora la prima notizia-ipotesi, ovvero che, Garibaldi, dopo aver pernottato a Sapri, fosse andato direttamente al Fortino partendo da Sapri e passando eventualmente da Torraca, dove aveva preso delle guide del luogo. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, proseguendo il suo racconto, nel suo Diario, a p. 72 scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Dunque, Bertani, un testimone di eccezione, testimoniava che, il giorno prima, 3 settembre 1860: “…per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.”. Bertani, indirettamente confermava la partenza di buona parte dei volontari garibaldini che, su ordine di Garibaldi, prima che egli si muovesse da Sapri, si anticiparono a lui e marciarono verso il Fortino. Bertani, nel suo Diario scriveva che Garibaldi si era partito da Sapri “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata etc…”. Dunque, se è vero, come scriveva e testimoniava il Bertani che Garibaldi si mosse da Sapri, alle 5 del mattino di giorno martedì 4 settembre, cioè di notte, questa versione è distante da quella di Rustow che scriveva nel suo Diario che egli partì, su ordine di Garibaldi, da Sapri, il 3 settembre alle 5 del pomeriggio. Avvennero due partenze separate, quella di Rustow, che partì con i volontari garibaldini della brigata Milano, alle 17 del giorno 3 settembre e Garibaldi, che partì con la sua piccola comitiva da Sapri, alle 5 del mattino del giorno 4 settembre 1860. Dunque, se Garibaldi partì alle 5 del mattino da Sapri è pacifico che Garibaldi dormì a Sapri e non a Vibonati come vogliono alcuni. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò insieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fotino’ etcc…“. Dunque, Agostino Bertani, nel suo postumo racconto a quello fatto alla White Mario, nel suo “Ire politiche d’oltre tomba”, a p. 72, rettificava e scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva etc…”. Bertani, nel su Diario scrive chiaramente che lui e Garibaldi si partirono il 4 settembre da Sapri, alle 5 del mattino e non da Vibonati come scriveva il Pesce ed il Mazziotti. La notizia del pernottamento a Vibonati della comitiva di Garibaldi è del Pesce. Il Pesce, trascrivendo il testo tratto dal Diario del Bertani lo corregge. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce in merito all’arrivo e al pernottamento di Garibaldi in casa Del Vecchio, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 400, citando il “Diario del Medico Agostino Bertani” (riportato dalla giornalista inglese Jessie White-Mario), ed al testo del “Colonnello polacco Rustow, La guerra Italiana del 1860”, a p. 398 , in proposito scriveva che: “III. Garibaldi…., e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal generale Turr, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio.”. Sempre il Pesce, a p. 400, trascrivendo il testo tratto dal Diario del Bertani, scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’.”. Inoltre, il Pesce, aggiungeva nel suo racconto che: “Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Dunque, il Pesce racconta che Garibaldi si fermò a Sapri poche ore e che ripartì per Vibonati insieme al generale ungherese Stefano Turr. Devo però precisare che già la notizia della compagnia del Turr non ha conferma nel famoso telegramma che egli gli scrisse ordinandogli di portarsi verso Lagonegro. Turr era partito da Sapri, la mattina del giorno 3 settembre prima dell’arrivo di Garibaldi. Sulla scorta del Pesce, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”.”. Il Mazziotti, non conferma la notizia che Garibaldi partì da Sapri alle 5 del mattino del giorno 4 settembre ma avvalora l’altra notizia che Garibaldi partì da Sapri la sera del 3 settembre e di pernottare a Vibonati, dove a p. 132, in proposito scriveva che: “Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati proveniva dal Pesce e su quella scorta anche il Mazziotti scriveva del pernottamento a Vibonati in casa Del Vecchio. Ricorre nello stesso errore anche Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Nel 1909, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, per Giacomo Racioppi e con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; onde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel Vallo di Diano.”. Racioppi, nel 1909 scriveva che Garibaldi, il giorno 4 settembre andò al Fortino del Cervaro conducendo con se le brigate sbarcate a Sapri. Racioppi non specifica da dove partì Garibaldi. Secondo le poche righe del Racioppi, resta la domanda se Garibaldi, che sicuramente si partì da Sapri, diretto al Fortino, fosse passato per Vibonati e poi da lì risalito al Fortino oppure si fosse partito separatamente dal Rustow, avesse fatto lo stesso percorso di Pisacane, risalito a Torraca e poi al Fortino. Di sicuro sappiamo che Garibaldi partì da Sapri ma dopo tempo dal Rustow. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…“. Cesare Cesari scriveva che Garibaldi ordinava a Rustow di avanzare e scriveva pure che Garibaldi, da Sapri, mandò a breve distanza le altre brigate (la Spinazzi e la Puppi) che ancora non erano del tutto sbarcate e riunite a Sapri. Bertani, nel suo Diario testimoniava che Garibaldi partiva da Sapri e non da Vibonati. Anche il Lacava non dice nulla di Vibonati. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Dunque, Lacava scriveva a p. 701 che Garibaldi partì da Sapri il 4 settembre 1860, forse di buon mattino e giunge al Fortino del Cervaro. Lacava scrive 4 settembre e quindi secondo il Lacava, Garibaldi doveva essere partito da Sapri nella notte, di buon mattino. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….”Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. A questo punto, però, devo precisare che la notizia della partenza per il Fortino, di Garibaldi da Vibonati e non da Sapri e quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, parlando del viaggio delle sue truppe da Sapri a Vibonati, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, Rustow, secondo la traduzione di Eliseo Porro (….) scriveva e testimoniava che Garibaldi si unì a Rustow raggiungendolo sulla via per Vibonati. La piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri, si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Questo passaggio non dimostra però, che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Inoltre, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”, e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. Dunque, la notizia della partenza per il Fortino, di Garibaldi da Vibonati e non da Sapri e quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, parlando del viaggio delle sue truppe da Sapri a Vibonati, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, secondo Rustow, la piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri, si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Questo passaggio non dimostra che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Rustow, a p. 20, dopo aver detto del pernottamento delle sue truppe a Vibonati, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”, e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. La notizia del pernottamento a Vibonati, anzicchè a Sapri fu rimessa in discussione anche dal De Crescenzo (….). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113, in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio (9)…….Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, etc…“. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Si tratta del testo di George Macaulay Treveljan (….), Garibaldi and the Thousand (1909) (Garibaldi e i Mille). Docente di storia moderna all’Università di Cambridge (1927-40), poi rettore del Trinity College (1940-51), si dedicò inizialmente alla storia inglese del XIV secolo e dell’età degli Stuart, poi al Risorgimento italiano con una trilogia su Giuseppe Garibaldi. Ciò che scrive il De Crescenzo non è proprio corretto in quanto è vero che lo scittore inglese Treveljan riportò la notizia su Garibaldi a Sapri ma non lo fece sul testo Garibaldi and the Thousand (1909), dove, infatti, a p. 316, nell’Epilogo scriveva che: “the story of Garibaldi and the throusand down the taking of Palermo has an historical and artistic unity. In an later volume, entitled Garibaldi and the making of Italy, I have told the history of the following six months. The occupation of eastern Sicily, the battle of Milazzo, the crossing of the straits, the march throungh Calabria and the Basilicata etc…”. Dunque la notizia si trova nel testo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, che ci parla dei mesi successivi allo sbarco in Calabria. Treveljan, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach. Etc…”, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Ecc…”. Dunque, come si può leggere, Treveljan scriveva che: “Meanwhile Garibaldi lanted there and spent the night in a straw hut upon the beach.”, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia.”. Infatti, George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Dunque, il Treveljan scriveva che Garibaldi non si mosse da Sapri e ivi pernottò. Inoltre, lo stesso Treveljan riferisce con la traduzione di Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi alla spiaggia di Sapri, in proposito scriveva che: “Qualche moderno Lucullo non tarderà ad imitarlo; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia.”. Anzi, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi al giorno 4 settembre ed in particolare “da Sapri” (e non da Vibonati), in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. Etc…”. Treveljan nell’esporre lo sbarco a Sapri del generale Garibaldi è chiaro: egli scriveva che Garibaldi si pose a riposare in una piccola capanna di paglia non lontana dal posto di sbarco, ovvero l’attuale “banchina delle Camerelle”, ovvero il luogo dove ancora oggi, il località S. Croce, ancora non era stata costruita la “Specola” o “Osservatorio Astronomico” e vi era e si vedeva: “A Sapri….Soltanto nell’acqua limpida si possono vedere le rovine dell’antico molo. Si estende dalle fondamenta di un palazzo costruito molto tempo fa da un magnate della Roma Imperiale, che scoprì la bellezza della piccola baia e portò lì l’intero apparato dell’antico lusso, lasciando i meno avventurosi in cerca di piacere a Puteoli e Baia. Qualche moderno Lucullo lo imiterà tra non molto; per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dunque, lo storico Treveljan, in proposito scriveva: “….per allora Garibaldi, sbarcò sulla spiaggia e vi passò la notte in una capanna di paglia. Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Lo storico Treveljan scriveva che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si mosse da Sapri per andare al Fortino del Cervaro e soprattutto Treveljan non parlò mai di Vibonati. Treveljan scriveva chiaramente che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada per Lagonegro etc…”. Dopo aver esaminato ciò che scrisse lo storico Treveljan, guardiamo ciò che scrisse il colonnello Rustow. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione italiana di Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18-19 e ssg., in proposito scriveva che: “Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “….a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi ….etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 283, ci fa notare che: “Intanto a Sapri, secondo la narrazione del Rustow, etc…” e segue la narrazione del testo di Eliseo Porro che tradusse dal polacco il testo di un eminente testimone e protagonista di quei avvenimenti, il generale Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro, nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861, che a pp. 18 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 4 pomeridiane….Mi recai immantinente alla spiaggia, dove rinvenni Garibaldi in una capanna di paglia siffattamente circondato dal popolo da trovare alquanto difficile di potervi avvicinare. Dopo breve saluto, mi chiese etc…”. Dunque, la notizia che Garibaldi da poco approdato sulla spiaggia di Sapri, si fosse fatto ricoverare in una capanna di paglia sulla spiaggia stessa, proveniva dal generale di brigata Wilhelm Rustow. Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di Francesco Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4 Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625).”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “In questa cittadina l’aveva preceduto Turr, che aveva seco, come abbiam visto, anche i 1500 uomini di Bertani. Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Dunque, Agrati scriveva che: “Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Sembrerebbe che l’Agrati con queste parole volesse intendere che Garibaldi, per risalire al Fortino, fosse partito direttamente da Sapri e non da Vibonati come sostenevano alcuni storici locali. Infatti, l’Agrati scriveva: “…Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella etc…”. Agrati scrive che Garibaldi passa il monte Olivella che fa parte di una corona di monti a corolla di Sapri. L’Olivella è un monte ad oriente di Torraca. Infatti, l’Agrati, a p. 433, nella carta geografica che illustra l’itinerario seguito da Garibaldi non passa per Vibonati ma la linea rossa indica chiaramente che Garibaldi, da Sapri risale al Fortino verso Torraca e per il monte Olivella. La ricostruzione storica dell’Agrati non mi ritorna. In primo luogo risulta che il generale Turr, su ordine di Garibaldi, il giorno 3 settembre aveva già lasciato Sapri per recarsi in perlustrazione verso Lagonegro dove dovevano trovarsi le truppe borboniche del generale Caldarelli. Inoltre, l’Agrati scrive che Turr si allontanò da Sapri alle 5 del pomeriggio del giorno 3 settembre. Dal racconto del Rustow risulta che fu lui ad essere incaricato di allontanarsi da Sapri per recarsi con una parte della truppa arrivata a Sapri al Fortino o verso la strada Consolare. Inoltre, sempre dal racconto del Rustow risulta che fu lui, e non Turr a bivaccare e a pernottare a Vibonati. Anna Sole (….), ed il suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi: “Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea divis le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regispaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto , e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’ indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal…..”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi e, la sua piccola comitiva, partito da Sapri alle 5 del mattino incontrava a Capitello, Teodosio De Dominicis e Pietro Giordano ?
Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “…furono attivissimi etc…In quella Stefano Passero aveva proclamata l’insurrezione in Vallo, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano….“. L’Alfieri D’Evandro, riferendosi a Teodosio de Dominicis scrive chiaramente che “…L’amico nostro, ….avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.“. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, in proposito scriveva che: “Il 24 lo stesso Comitato nominava mio fratello Salvatore a Comandante di un Corpo d’insurrezione, come dalla credenziale che trascrivo. Etc…All’onorevole Cittadino Salvatore Magnoni. Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. La relazione è di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Dunque, nella relazione di Lucio Magnoni, pubblicata nell’Alfieri, egli scrive chiaramente che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. La relazione è di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’Appendice, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Il d’Evandro, a pp. 68-69, in proposito scriveva pure: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Gennaro De Crescenzo non parla affatto di Vibonati ma parla di Capitello. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, le due colonne di insorti, quella di Pietro Giordano si riunì con la colonna di Gennaro Pagano e di Teodosio de Dominicis. Pare che essi, arrivati vicino a Sapri, a Capitello (oggi nel Comune di Ispani), si incontrarono con Garibaldi, diretto a Vibonati e poi al Fortino. Ma di ciò non esistono documenti sicuri. Sempre il De Crescenzo fornisce diverse versioni. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Questa parte, però, a me sembra un pò controversa. Come faceva Pietro Giordano ad incontrarsi a Capitello con Garibaldi se, come scrive sempre il De Crescenzo, “…..Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Etc..”. ? De Crescenzo aggiunge: “Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, il De Crescenzo, sulla base della Relazione di Lucio Magnoni, e di un suo memoriale conservato dalla famiglia, scriveva che Michele Magnoni si era incontrato con Garibaldi da poco arrivato a Sapri il giorno 3 settembre e scrive pure che poco dopo l’arrivo e l’incontro del Magnoni con Garibaldi, Pietro Giordano e Teodosio de Dominicis incontrarono Garibaldi a Capitello che, forse era diretto a Vibonati per andare al Fortino. Questa versione, però risulta contraddittoria anche perchè Gennaro De Crescenzo, nel capitolo “La marcia attraverso la Provincia”, a p. 112, dopo aver detto dell’arrivo di Garibaldi e dei suoi accompagnatori a Sapri, il 3 settembre 1860 scriveva che: “III. Lucio Magnoni, visto la necessità di un rapido movimento delle forse insurrezionali, ordinò alle colonne del distretto di Vallo di marciare per il Vallo di Diano, accompagnandole con questo ordine del giorno: “Eccovelo. Il generale Turr è sbarcato con una brigata dell’invincibile armata del Dittatore sulle spiagge di Sapri. Etc…” e, poi a p. 112 aggiunge: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Dunque, a p. 112, il De Crescenzo scrive il contrario di ciò che aveva scritto a p. 86, e cioè scrive che Michele Magnoni incontrò Garibaldi a Vibonati, e non a Sapri, ed a Vibonati, il Magnoni presentò a Garibaldi Teodosio de Dominicis e Pietro Pagano. Il de Crescenzo, a p. 86 scriveva che Teodosio de Dominicis e la sua colonna avevano incontrato Garibaldi a Capitello. Dunque, secondo il De Crescenzo, le masse di Teodosio De Dominicis si riannodavano con Giordano a Capitello dove incontrarono Garibaldi che si era spostato da Sapri e si recava a Vibonati. Il De Crescenzo scriveva che le “Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi….E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83). Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84)“. Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 17773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis….(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52. Il primo segretario della Prodittatura di Sala, sull’operato del de Dominicis, in un altro passo dell’opera lamenta: “son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis”.“. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “In casa Del Vecchio Garibaldi incontrò Teodosio de Dominicis il quale, ai compagni disse d’esser stato quello “il più bel giorno della sua vita”(9). V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Policicchio citava il documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca, oggi all’Archivio di Stato di Salerno, ovvero il Verbale della seduta decurionale del 14 ottobre 1860, nella “Raccolta delibere decurionali”. Policicchio, a p. 137, nella nota (9) postillava: “(9) A. Sole, Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 242.”. Anna Sole (….), ed il suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi: “Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.“. Dunque, Carmine Pinto scriveva che, Garibaldi, sbarcato a Sapri il 3 settembre 1860 trovò Michele Magnoni e Teodosio De Dominicis che lo attendevano e prima che egli partisse per il Fortino lo incontrarono. Lo incontrarono a Sapri o a Vibonati, come vogliono alcuni ?. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea divis le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regispaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”.
Nel 30 giugno 1857, il Cav. Felice PECORELLI, capourbano di Policastro Bussentino e Santa Marina
Sul cav. Pecorelli filoborbonico di Policastro Bussentino (Santa Marina), ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI e, a p. 234, in proposito scriveva che: “I cacciatori quindi recatisi a Tortorella ed ivi raggiunti anche dal cav. Felice Pecorelli con la sua squadriglia, proseguirono per Casaletto dove giunsero nelle ore pomeridiane e si accamparono nel largo detto Campo (2) per passarvi la notte. Il giorno seguente ripresero il cammino per Buonabitacolo.”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 68, in proposito scriveva che: “Il capourbano di Santa Marina cav. Felice Pecorelli, anche lui per chiedere una ricompensa, chiamava Pisacane “Socialista”, e altri l’hanno imitato. Dubitiamo che Pecorelli sapesse cosa fosse il socialismo, ma lo intendeva semplicemente come insulto. Il fatto storico è che Pisacane era mazziniano. E Mazzini era tanto poco marxista, quanto Marx era mazziniano. E’ tutt’è due non sono sospetti di fascismo”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80-81, in proposito scriveva che: “Il ricordo delle effervescenze del Quarantotto, quando le bande contadine del Cilento portarono nella lotta il peso dei loro più immediati interessi ed avanzarono rivendicazioni sulla terra di carattere “comunistico”, risvegliarono la paura dei “rossi” e paralizzarono il timido entusiasmo dei meno reazionari rappresentanti della borghesia locale (72).”. Cassese, a p. 81, nella nota (72) postillava: “(72) E’ interessante rilevare la determinazione di “socialisti” data ai compagni di Pisacane. Il capourbano di S. Marina e Policastro, cav. Felice Pecorelli, nel chiedere, come tanti altri, un premio per l’opera svolta, dice che, unitosi con le regie truppe, era corso a “tracciare le orme dei ‘rivoltosi socialisti’, che venian rotti in Padula” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. VIII, c. 183).”.
Nel 4 settembre 1860, alle 5 del mattino, Garibaldi viaggiando da Sapri a Vibonati s’imbattè in un manipolo d’insorti Cilentani con alla testa Cristofaro Ferrara di S. Biase (o Cristoforo Falcone di Policastro ?), che dissuasi ad andare a Sapri a incendiare la casa dei Peluso si recarono a Policastro alla casa del Cav. Pecorelli e poi andarono a Sanza
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III….Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbattè in una colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbatté in una Colonna d’insorti Celentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento, con quell’affabilità ed energia cha il caso richiedeva. I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il Capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 1 luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Dunque, in questo passaggio, Pesce ci da alcune notizie storiche. Pesce scrivendo “una colonna d’insorti Celentani” non scrive chi fossero questi “Celentani”. Egli, però, non poteva che riferirsi che alla colonna di Cristofaro Ferrara di S. Biase. Infatti, sarà questa colonna d’insorti Cilentani che occuperà Sanza dopo aver bruciato a Policastro il palazzo del Cav. Pecorelli e che a Sanza sarà responsabile della vendetta sui responsabili dell’eccidio di Carlo Pisacane. Inoltre, apprendiamo dal Pesce che, la colonna del Ferrara era arrivata a Sapri, il 3 settembre 1860, cioè il giorno che era arrivato Garibaldi a Sapri. E’ probabile che la colonna del Ferrara, che aveva già occupato Sanza, si fosse partita per Sapri, dove si era recata per uccidere i Peluso e così vendicare la morte di Costabile Carducci, ma, secondo quanto scrive il Pesce, incontrarono Garibaldi che li distolse dal triste proponimento e quindi ritornando a Sanza, dove vendicarono Carlo Pisacane, passarono per Policastro dove bruciarono il palazzo del cav. Pecorelli. Da un altro documento pubblicato da Anna Sole (….), apprendiamo che Cristofaro Ferrara, da solo o con un gruppo della sua colonna, si era unito alla colonna del De Dominicis, il quale verso Capitello, recandosi con la sua colonna di insorti cilentani si portava verso Sapri. Infatti, Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo (Archivio privato Magnoni).”. Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, documento datato Capitello, 4 settembre 1860, Anna Sole, a p. 242, n proposito scriveva pure che: “Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. La notizia che Cristofaro Ferrara fosse con la colonna del De Dominicis, a Sapri o nei pressi il giorno 3 settembre 1860, all’arrivo di Garibaldi, contraddice quanto scrive Matteo Mazziotti. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai Registri dello Stato Civile risulta morto il 7 settembre. Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Sempre il Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva: “V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto e a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al di sotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottointendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88, in proposito scriveva pure: “….tutta la gente si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara…..Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare, fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane. Etc…“. Dunque, come scrive il De Crescenzo, si formarono due colonne: una al comando di Stefano Passero e l’altra al comando di Cristororo Ferrara. Le due colonne a questo punto presero due strade diverse. La colonna del Ferrara si diresse a Sanza, dove si fortificò e si rese responsabile della vendetta sui responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane. La colonna di Stefano Passero, si diresse “….al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala.”. Dunque, la colonna d’insorti, circa mille uomini, comandati da Stefano Passero si diresse per la via di Policastro verso i paesi di Gioia, Laurino, Piaggine, Sacco e Diano. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucdarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, a p. 129, in proposito scriveva che: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…” che tradotto significa: “….Nell’agosto del 1860 una colonna dell’esercito garibaldino sbarcò a Sapri per operare nel Cilento parallelamente all’avanzamento del grosso; a comandarlo era il colonnello Pianciani. Mandò un distaccamento a Sanza. Un uomo di nome Savino Laveglia, che la voce pubblica nominava come colui che aveva inferto il primo colpo a Pisacane, disarmato, fuggì, fu arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel carcere. Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.“. Felice Fusco, postillava che nella colonna di insorti Cilentani di Cristofaro Ferrara vi era un amico personale di Giovanni Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905), figlio di Vincenzo Pacelli e amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Il Fusco cita il testo di Giovanni Di Capua (….) ed il suo “Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985. Dunque, Fusco, sulla scorta del Di Capua, scriveva che nella colonna del Ferrara vi erano Onofro Pacelli, figlio di Vincenzo Pacelli, di Ricigliano e amico di Giovanni Passannante e di Giovanni Nicotera. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Etc…”. Fusco, a p. 356, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Etc….”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento…”. Sempre sulla colonna di insorti Cilentani che diretti a Sapri, incontrarono Garibaldi a Vibonati, anche il Mallamaci omette il passaggio di Policastro dal cav. Pecorelli. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 149 parlando dell’uccisione di Sabino Laveglia e di altri, in proposito scriveva che: “Gli ‘homines Cilentani’ che misero in atto tanta atrocità nei confronti di tutt’e quattro i detenuti furono i volontari giunti dal distretto di Vallo agli ordini di Cristoforo Ferrara, non i garibaldini al seguito del generale come qualcuno ha scritto (93) etc…”. Fusco, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…”).”. Fusco, a p. 149 continuando a scrivere sulla colonna d’insorti Cilentani a Sanza aggiungeva che: “….né – come ha affermato qualche altro (94) – un manipolo di insorti che, portandosi a Sapri per vendicare l’uccisione di Costabile Carducci, ne fu dissuaso dallo stesso Garibaldi e ripiegò verso Sanza per punire gli uccisori di Pisacane.”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento……I Celentani allora……, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V….Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano, vollero vendicare la morte di Pisacane punendo quelli che la voce pubblica accusava come esecutori materiali del delitto. Sabino Laveglia, don Filippo Greco Quintana, Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, furono difatti arrestati e poi l’8 settembre messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza. V. ASS, Stato civile, Atti di morte del Comune di Sanza, 1860, B. 6810.”. Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, credendo vendicare i loro fratelli restati vittime in Sanza, dopo d’avere imprigionato Sabino la Veglia, etc…”. Dunque, secondo il Macchiaroli, già nel luglio 1860, le schiere garibaldine operavano nel Vallo di Diano ma, egli si riferiva alle colonne di insorti cilentani. Macchiaroli scrive sulla scorta di Felice Venosta (…) e del suo “Carlo Pisacane”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A porre fine all’avanzata, intervennero le forze degli urbani di Sanza capeggiati da Sabino Laveglia il quale si vantava di avere ucciso con un colpo di fucile il capo dei ribelli. I resti delle povere vittime di quel terribile olocausto, riposano attualmente nel sacrato posto sotto la chiesa dell’Annunziata di Padula. Ferdinando II per riconoscenza del servizio reso alla causa regnante, elargì numerosi encomi, medaglie, onoreficenze e somme di denaro. Sabino Laveglia fu nominato cavaliere del regno e capo urbano, a Sanza suo paese vennero assegnati 2.000 ducati per il completamento della strada che conduce a Buonabitacolo, oggi S.S. 517 ed a Torraca, furono donati 300 ducati che servirono per la costruzione di una fontana (la cosiddetta “fontana vecchia”). L’eccidio di Sanza si colora anche di aneddoti che ancora creano discussione negli storici. Il suicidio di Pisacane è smentito dal Capo urbano Sabino Laveglia, il quale vantava di essere stato l’artefice della morte del capo dei “briganti”, ma al processo fu clamorosamente contrariato nelle sue affermazioni da un gendarme in congedo, Gaetano Enter, il quale si attribuiva “l’onore di avere ucciso il Pisacane”. Il cavalierato del Laveglia fu di breve durata. Nel 1860, con l’arrivo dei garibaldini nel Vallo di Diano, giustizia fu fatta.”. Mallamaci, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre ani prima.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò “…alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono, in proposito scriveva che: “E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “………..”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.
GARIBALDI a VIBONATI ?
Nella sera tra il 3 ed il 4 settembre 1860, ed il Verbale della Seduta Decurionale del 4 settembre 1860 (secondo Policicchio), che attesterebbe l’ospitalità data a Garibaldi a Vibonati
Nel 4 Settembre 1860, a Vibonati fu sottoscritto l’Atto deliberativo del Municipio di Vibonati per l’adesione al Governo Unitario
Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 325, in proposito scriveva che: “In quei giorni intanto numerosi comuni della provincia, seguendo l’esempio di Castrovillari e di Cosenza, dichiaravano decaduta la dinastia borbonica e proclamavano l’unità italiana sotto casa Savoia. Le deliberazioni comunali risentono dell’entusiasmo del tempo.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 174-175, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Alle 8:00 del giorno 4 settembre il Brèsil approdava nelle acque di Sapri dove già vi erano cinque vapori garibaldini e 2 o 3 brigantini mercantili. All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale partito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessità fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Direttore Giuseppe Garibaldi” (238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona Sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(237) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit. pagg. 290-291.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV). La notizia è interessante e secondo Policicchio confermerebbe una serie di notizie sull’ospitalità data a Garibaldi dai Vibonatesi tra la notte del 3 al 4 settembre 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 290-291, in proposito scriveva che: “Le Camicie Rosse da Vibonati partirono all’alba di martedì 4 settembre e, lo stesso giorno, l’asemblea Decurionale testualmente deliberò: “Visto lo stato di oppressione sia morale etc…(46).”. Il testo della Delibera pubblicato dal Policicchio è lo stesso pubblicato dal Del Duca. Dunque, Policicchio afferma che l’Assemblea del Decurionato di Vibonati, del 4 settembre 1860, deliberava il passaggio di Garibaldi. Policicchio, a p. 291, nella nota (46) postillava: “(46) Archivio Comunale di Vibonati, b. 3, f. 1. Anche F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, cit., pag. 386.”. Dunque, Policicchio afferma esserci presso l’Archivio Comunale di Vibonati, la busta n° 3, foglio 1 che contiene il testo del Vebale della Seduta storica. Ferruccio Policicchio (…), nel suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, nel vol. II, a p. 385 ci parla della Delibera Decurionale: “(28) ACV, B,3, F.1, Delibera del 22 ottobre 1860”, dove si parla del “sul conto del Magistrato locale, il Durionato espose: (….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia al suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica etc…”, e a p. 386, nella nota (26) postillava di un’altra delibera: “(26) ACV B.3 F.2. Delibera del 20 agosto 1872.”. Policicchio, a p. 384, nella nota (27) postillava: “(27) La somma veniva provata dalla seguente inconfutabile missiva inviata al Sincaco: “Salerno 22 novembre 1860 n. 75 = Governo del Principato Citeriore = Signore, con il suo rapporto del 15 volgente mese mi sono pervenute le contabilità, per la diaria somministrata a varie colonne dell’esercito meridionale Italiano del prode Dittatore Garibaldi, nell’ammontare di Dt. 487:80; e nell’atto che approvo detta cifra di esito, le fo conoscere che in giornata vado a provocare la rivaluta a codesta cassa dal ramo della guerra = Pel Governatore Il Segretario Calende.”. In questo documento non si parla di diaria per Garibaldi ma si parla delle truppe garibaldine passate a Vibonati con Rustow. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia dei Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessaria fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”. Riguardo gli Atti di adesione dei consigli Decurionali dei Municipi della zona ed in particolare del Municipio di Vibonati ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “A Buonabitacolo “il colegio decurionale” etc….; e a Vibonati: “Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al governo unitario nazionale etc…”(105). A Montesano, …a Torre Orsaia (grande l’entusiasmo per Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo”), a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (105) postillava: “(105) ACV (= Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1; F. Policicchio, Le Camicie Rosse, cit., p. 291.”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Etc…”.
Nella sera tra il 3 al 4 settembre 1860, da Sapri, Garibaldi diretto al Fortino, partendosi da Sapri, giunse prima alla marina di Vibonati (Villammare) e, passando per Capitello proseguì per Vibonati dove pernottò ?
Alcuni scrittori e storici che hanno scritto dell’impresa dei “Mille” e di Giuseppe Garibaldi ritengono che Garibaldi, partitosi da Sapri, dove aveva pernottato, e da qui risalì direttamente al Fortino, passando da Torraca e rifacendo una galoppata che sostanzialmente ricalcava lo stesso itinerario di marcia, lo stesso percorso che, tre anni prima aveva fatto Carlo Pisacane. Secondo alcuni storici ed in particolare il testimone di eccezione che era Agostino Bertani, Garibaldi, Bertani e la sua ristretta comitiva risalirono direttamente al Fortino. Altri storici hanno creduto che Garibaldi, partendosi sempre da Sapri, avesse pernottato a Vibonati e solo da Vibonati risalì al Fortino. Ma vediamo ora la prima notizia-ipotesi, ovvero che, Garibaldi, dopo aver pernottato a Sapri, fosse andato direttamente al Fortino partendo da Sapri e passando eventualmente da Torraca, dove aveva preso delle guide del luogo. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Nel 1998, sulla scorta dell’Infante riportavo la stessa sua notizia dell’arrivo di Garibaldi a Vibonati. Posto che la notizia dell’arrivo di Garibaldi a Vibonati, nel tardo pomeriggio (?), forse verso sera, del 3 settembre, è riportata da alcuni autori coevi e non, anche sulla scorta, come io credo, di ciò che scrisse un testimone d’eccezione quale è stato il colonnello Polacco, Wilhlelm Rustow. Oltre alla testimonianza diretta di Rustow, che tuttavia scrisse in……e, tradotto da Eliseo Porro (….) risulta l’unica testimonianza diretta di un testimone dell’epoca, sia pure nella traduzione del suo testo da parte di Eliseo Porro. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”, a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini-Manzoni si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, che approdato a Sapri e che prontamente era andato senza seguito a Lagonegro per sorvegliare le mosse del generale borbonico Caldarelli, così: “Sono giunto qui alle 3 1/2. Io marcerò con la vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trovi la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino o venite in quel punto voi stesso. Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, Mazziotti riportò la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati sulla scorta di una lettera scrittagli da Pier Paolo Perazzi di Torraca, che all’epoca era Sindaco di Torraca. Il Mazziotti scriveva anche sulla scorta del Pesce (….). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “….; nell’ampia e arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la Divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; etc…”. Pesce, proseguendo il suo racconto scriveva che: “….rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Devo però precisare che già la notizia della compagnia del Turr non ha conferma nel famoso telegramma che egli gli scrisse ordinandogli di portarsi verso Lagonegro. Turr era partito da Sapri, la mattina del giorno 3 settembre prima dell’arrivo di Garibaldi. Pesce scrisse queste notizie anche sulla scorta del testo del colonnello Rustow. Devo però precisare a riguardo che Pesce scrivendo: “….e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc…”, sbagliava in quanto sappiamo che Turr non era più a Sapri e quindi non poteva seguire Garibaldi a Vibonati. Tuttavia credo che la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati in casa Del Vecchio provenga da Pesce e dalla sua notizia, in seguito venne quella del Mazziotti. Riguardo il presunto pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, ed al telegramma che Garibaldi, in suo dispaccio annunciava al Turr, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Così avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35). Per disporre la brigata Milano non fu necessario molto tempo, da Sapri si iniziò a marciare alle 17, appena giunto Garibaldi il quale si pose alla testa della Colonna.”. Dunque, Policicchio scriveva che “Così avvenne” cioè avvenne perchè era stato scritto nel dispaccio al Turr. Dunque, come ho già scritto, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, potrebbe essere avvalorata da un testimone d’eccezione, il colonnello polacco Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….). Rustow incontrò Garibaldi sulla spiaggia di Sapri e ricevé l’ordine di organizzare le sue truppe, quelle affidategli da Turr che nel frattempo era partito da Sapri per andare a perlustrare la zona di Lagonegro. Nel 1861, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, a p. 19, riferendosi al colloquio che egli ebbe con il generale Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, intorno alle ore 16,30, in proposito scriveva che: ” – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi gli ordinò di ordinare le sue truppe per mettersi in marcia per recarsi al Fortino, partire da Sapri con le truppe pronte per marciare verso il Fortino. Rustow scrive che Garibaldi oltre a dargli l’ordine di preparare le truppe gli disse pure: “Io stesso sarò con voi”. Rustow, a p. 29 continuando il suo racconto scrivevava: “Non occorreva gran tempo per disporre la brigata Milano. Alle 5 la marcia fu intrapresa.”. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere. Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Questo passaggio è particolarmente interessante perchè è proprio in questo passaggio che Rustow testimonia l’aggregarsi di Garibaldi alle sue truppe che nel frattempo si erano fermate per riposarsi alla “marina di Vibonati” che presumo fosse Villammare. Dopo questo passaggio, Rustow testimonia e dice: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri. I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate.” e descrivendo l’evendo scriveva: “Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza ed inoltre ci illuminarono anche gli angusti viottoli.”. A questo punto, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva che: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.” e poi, a p. 21, riprende il racconto della marcia per il Fortino: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, etc…”. Dunque, Rustow scriveva che egli e le sue truppe iniziarono a marciare per il Fortino, lasciando Vibonati il giorno 4 settembre alle 5 del mattino. Garibaldi era con loro ? Garibaldi era a Vibonati ?. Rustow, a p. 21 scriveva: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, etc…”. Dunque, Rustow scrive chiaramente che egli, le sue truppe e Garibaldi stesso iniziarono a marciare da Vibonati per recarsi verso il Fortino del Cervaro alle 5 del mattino del giorno 4 settembre. Del racconto di Rustow, un punto a me pare controverso ed è quando egli scrive, riferendosi alla marcia da Sapri e prima che giungesse Garibaldi: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. A quale luogo si riferiva Rustow, non molto distante dalla “buona strada vicina al Vallone del Molinello” prima di arrivare a Vibonati e, dove fu raccolta la truppa prima che arrivasse Garibaldi. Da Sapri, Rustow con le sue truppe sarebbe arrivato agevolmente alla “marina di Vibonate” (Villammare o Capitello) percorrendo la strada dell’Oliveto del Fortino di Sapri e l’Oliveto dove oggi si trova il Cimitero di Sapri per intenderci. Eliseo Porro (….), nella sua traduzione del testo russo di Rustow “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri; egli a p. 19, in proposito scriveva che: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nela Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Dunque, questo è il racconto di Rustow che da Sapri portava la colonna sua di garibaldini verso Vibonati su ordine di Garibaldi che si trovava a Sapri e solo dopo si partirà da Sapri con la sua comitiva insieme a Bertani e Cosenz. Rustow però fa un racconto strano perchè scrive che da Sapri, “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile etc…” e poi aggiunge: “Alla marina”, presumo di Vibonati, la colonna fu fermata “per raccoglierla” per poi risalire al paese di Vibonati. Ma, mi chiedo perchè Rustow dice che da Sapri scese alla marina di Vibonati visto che la strada per Vibonati, passando per l’Oliveto del nostro attuale Cimitero è pianeggiante ?. Rustow è l’unico testimone che scriveva che Garibaldi arrivò da lì a poco e si ricongiunse con Rustow e Gandini per salire a Vibonati paese. Rustow (nel Porro), a p. 19, aggiungeva che: “Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli, e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna”. Rustow scriveva che Garibaldi ed il generale Enrico Cosenz, giunse alla maria di Vibonati, cioè a Villammare, dove Rustow aveva riunito le truppe, forse anche la brigata Puppi, oltre alla Milano e Parma. Rustow, a p. 19 scrive ancora che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si stendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, secondo Rustow, Garibaldi, Cosenz ed egli stesso insieme alle truppe salirono a Vibonati paese. Rustow scrive però “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello“. Esiste questo “Vallone del Molinello” ?. Si trova tra Villammare e Vibonati paese ?. In una carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection. Il vallone del Molinello scorre da Torraca verso la costa tra Villammare e Capitello e si vede anche attualmente. Il percorso fatto da Rustow, ed il suo racconto non collima con il racconto di Agostino Bertani, anch’egli testimone d’eccezione perchè accompagnava Garibaldi e con lui si partì da Sapri. Agostino Bertani nel suo Diario, ovvero che Garibaldi ripartiva da Sapri e non Vibonati per andare al Fortino. Infatti, nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ etc…“, racconto che il Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Bertani, nel suo Diario scrive chiaramente che lui e Garibaldi si partirono il 4 settembre da Sapri, alle 5 del mattino e non da Vibonati come scriveva Rustow. Al contrario, Rustow partì subito da Sapri, il giorno 3 settembre, su ordine stesso di Garibaldi e Garibaldi lo raggiunse solo il giorno dopo a Vibonati. Pesce, a p. 30 scriveva pure che Garibaldi: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, contraddicendosi, seguendo il racconto di Agostino Bertani nel suo Diario, a p. 32, in proposito scriveva: “Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina!. Da Sapri…etc…” e aggiunge lui stesso: “…(è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), etc…” e prosegue il racconto di Bertani: “l’indomani mattina, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc….”.”. Stessa cosa, il Pesce, scriverà nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 400, citando il “Diario del Medico Agostino Bertani” (riportato dalla giornalista inglese Jessie White-Mario), ed al testo del “Colonnello polacco Rustow, La guerra Italiana del 1860”, a p. 400, traendo dal Diario del Bertani scriveva: “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni etc…” arrivammo al Fortino. Dunque, è un fatto che Pesce distorce e cambia la testimonianza di Bertani, che scriveva chiaramente “Da Sapri, l’indomani mattina, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc…”.”. Tuttavia, la versione di Eliseo Porro è diversa dalla versione del colonnello Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow era occupato nell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, arrivò Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. In questa versione, la prima traduzione italiana del Rustow, non vi è scritto nulla di Garibaldi a Vibonati ma il passaggio delle truppe a Vibonati riguarda solo Rustow. Agostino Bertani nel suo Diario, ovvero che Garibaldi ripartiva da Sapri e non Vibonati per andare al Fortino. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Le masse dei rivoltosi, così organizzate si recarono a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si rannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Dunque, la versione dello storico Treveljan è differente da alcuni storici locali. Treveljan non scrive nulla del passaggio e del pernottamento a Vibonati ma scrive chiaramente che Garibaldi pernottò a Sapri e che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si portò verso Lagonegro per andare al Fortino. Ovviamente passando per Vibonati ma non vi pernottò. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, nel capitolo “The march throug Calabria”, a p. 156 e ssg., nel capitolo “In the bay of Sapri”, a p. 157, in proposito scriveva che: “Next day the Dictator and Turr’s 1500 men, mostly Milanese, marched up all morning from Sapri by precipitous forest paths to a shoulder of Monte Cocuzzo, and thence descended on the Lagonegro hight-road, along which Caldarelli and his men where retreating. The road here runs at an average level of on 2000 feet. The point where Garibaldi dropped down on it from the west was the wayside tavern of il Fortino. Here, on September 4, he was overtaken by Piola etc…“, che tradotto significa: “Nel frattempo Garibaldi attraccò lì e passò la notte in una capanna di paglia sulla spiaggia. Il giorno dopo il dittatore e i 1500 uomini di Turr, per lo più Milanesi, marciarono tutta la mattina da Sapri per sentieri forestali scoscesi fino a una spalla del Monte Cocuzzo, e da lì scesero sulla strada maestra di Lagonegro, lungo la quale Caldarelli e i suoi uomini si stavano ritirando. La strada qui corre a un livello medio di 2000 piedi. Il punto in cui Garibaldi vi scese da ovest era la taverna di strada del Fortino. Qui, il 4 settembre, fu raggiunto da Piola ecc…“. Treveljan passa oltre il pernottamento di Garibaldi a Vibonati di cui non parla affatto. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, riferendosi al giorno 4 settembre, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. Etc…”. Anche il Lacava non dice nulla di Vibonati. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Proincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre, il generale Giuseppe Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, si diresse verso Vibonati, ospite di Nicola Del Vecchi, da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Anche la giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario” (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Martedì 4 settembre all’alba, … Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino etcc…”. Dunque, anche la giornalista Jessie White Mario trascrivendo il racconto del Bertani non parla di Vibonati ma passa direttamente alla tappa del Fortino. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 398, in proposito scriveva pure che: “III. Garibaldi…..partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò ancora più maestosi di quelli della sua nativa riviera ligure – s’imbattè in una Colonna etc…”. Giuseppe Alessandro Piola Caselli (…), nel, “Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, a cura di F. Adamoli, 2014, che ritroviamo on-line sulla rete, a pp. 100-101, in proposito scrive che: “Impetuosamente impegnato nel dirigere l’avanzata su Napoli, il 4 Garibaldi, rimessosi in cammino con tutta la sua gente, con i 1.500 uomini di Bertani e quelli di Stefano Turr, passato il monte Olivella scende a Levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonato alla Rotonda e sulla quale cammina l’avversario, il gen. Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino (625).”. Adamoli, a p. 101, nella nota (625) postilla che: “(625) Agrati; Smith; L. Quandel Vial; etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. L’Agrati scriveva che fu Turr a pernottare a Vibonati prima che risalisse al Fortino, ma ciò non corrisponde al vero secondo il racconto di Rustow. Turr non era in zona, veva lasciato Sapri, mentre Rustow si avviò alle 5 del pomeriggio con una parte della truppa di stanza a Sapri su ordine di Garibaldi. Rustow racconta di aver bivaccato con le sue truppe a Vibonati e di aver ivi pernottato. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Sembrerebbe che l’Agrati con queste parole volesse intendere che Garibaldi, per risalire al Fortino, fosse partito direttamente da Sapri e non da Vibonati come sostenevano alcuni storici locali. Infatti, l’Agrati scriveva: “…Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella etc…”. Agrati scrive che Garibaldi passa il monte Olivella che fa parte di una corona di monti a corolla di Sapri. L’Olivella è un monte ad oriente di Torraca. Infatti, l’Agrati, a p. 433, nella carta geografica che illustra l’itinerario seguito da Garibaldi non passa per Vibonati ma la linea rossa indica chiaramente che Garibaldi, da Sapri risale al Fortino verso Torraca e per il monte Olivella. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “Avvenne ciò che Garibaldi preannunciò: passò la notte a Vibonati e s’incontrò con Turr al Fortino….A Vibonati fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “In casa Del Vecchio Garibaldi incontrò Teodosio de Dominicis il quale, ai compagni disse d’esser stato quello “il più bel giorno della sua vita”(9). V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Policicchio citava il documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca, oggi all’Archivio di Stato di Salerno, ovvero il Verbale della seduta decurionale del 14 ottobre 1860, nella “Raccolta delibere decurionali”. Policicchio, a p. 137, nella nota (9) postillava: “(9) A. Sole, Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 242.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.“. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò agli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele Magnoni, Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano, disposizioni sulla “condotta da seguire”. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi: “Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa , per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica , comandata dal generale Caldarelli , e che , come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle , la brigata Milano era poco distante . Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione . Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti , Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV). Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.
Nella notte del 3 al 4 settembre 1860, Garibaldi a Vibonati fu ospitato e pernottò in casa del patriota e liberale NICOLA DEL VECCHIO ?
Alcuni storici coevi hanno scritto che Garibaldi, lasciato Sapri, prima di arrivare al Fortino del Cervaro si sia diretto da Sapri, prima a Villammare e poi a Vibonati, dove, pare che, nella notte tra il 3 settembre 1860 ed il 4 settembre, abbia pernottato, ospitato a casa della famiglia Del Vecchio. Nel 1998, sulla scorta dell’Infante (….) riportavo la stessa sua notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. In questo mio saggio vorrei approfondire la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati, ed in particolare alla notizia che, secondo il Pesce ed il Mazziotti egli pernottò nella casa del patriota liberale Del Vecchio. Anche io, nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Scrivevo, sulla scorta di Infante (….) che, in seguito alla partenza di Rustow e di alcune sue Brigate, la sera del 3 settembre 1860, Garibaldi, “partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetti verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Dunque, Mazziotti riportò la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati sulla scorta di una lettera scrittagli da Pier Paolo Perazzi di Torraca, che all’epoca era Sindaco di Torraca. Il Mazziotti scriveva anche sulla scorta del Pesce (….). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 29, in proposito scriveva che: “….; nell’ampia e arenosa spiaggia di Sapri, dove, nel giorno innanzi, erano approdate, provenienti da Paola, su 5 vapori, la Divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr; queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; etc…”. Pesce, proseguendo il suo racconto scriveva che: “….rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Lungo quella via – dove Garibaldi rimase ammirato dei maestosi ulivi, che trovò etc…”. Dunque, il Pesce scrisse queste notizie anche sulla scorta del testo del colonnello Rustow. Devo però precisare a riguardo che Pesce scrivendo: “….e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc…”, sbagliava in quanto sappiamo che Turr non era più a Sapri e quindi non poteva seguire Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Così avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35). Per disporre la brigata Milano non fu necessario molto tempo, da Sapri si iniziò a marciare alle 17, appena giunto Garibaldi il quale si pose alla testa della Colonna.”. Dunque, Policicchio scriveva che “Così avvenne” cioè avvenne perchè era stato scritto nel dispaccio al Turr. Dunque, come ho già scritto, la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati e non a Sapri, potrebbe essere avvalorata da un testimone d’eccezione, il colonnello polacco Wilhelm (Guglielmo) Rustow (….). Rustow incontrò Garibaldi sulla spiaggia di Sapri e ricevé l’ordine di organizzare le sue truppe, quelle affidategli da Turr che nel frattempo era partito da Sapri per andare a perlustrare la zona di Lagonegro. Nel 1861, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, a p. 19, riferendosi al colloquio che egli ebbe con il generale Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, intorno alle ore 16,30, in proposito scriveva che: ” – Fate disporre la brigata Milano per la marcia ed avvertitemi quando sarà pronta. Io stesso sarò con voi.”. Dunque, Rustow scriveva che Garibaldi gli ordinò di ordinare le sue truppe per mettersi in marcia per recarsi al Fortino, partire da Sapri con le truppe pronte per marciare verso il Fortino. Rustow testimonia del passaggio di Garibaldi e delle sue truppe a Vibonati ma non dice nulla sul pernottamento di Garibaldi in casa Del Vecchio. Dunque, la notizia del pernottamento in casa Del Vecchio proviene esclusivamente dal Pesce, ed in seguito ripetuta dal Mazziotti che cita una lettera dell’amico di Torraca Perazzi. Perazzi apparteneva ad una famiglia di attendibili. Inoltre, come ho già scritto nel precedente saggio, Rustow, nell’altra versione della sua traduzione è molto diversa da quella di Eliseo Porro. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Il Bertani, che accompagnava Cosenz e Garibaldi non parla affatto di Vibonati. Invece, il colonello Rustow, nella traduzione di Porro è di tutt’altro avviso. Eliseo Porro (….), nella sua traduzione del testo russo di Rustow “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri; egli a p. 19, in proposito scriveva che: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nela Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Dunque, questo è il racconto di Rustow che da Sapri portava la colonna sua di garibaldini verso Vibonati su ordine di Garibaldi che si trovava a Sapri e solo dopo si partirà da Sapri con la sua comitiva insieme a Bertani e Cosenz. Rustow però fa un racconto strano perchè scrive che da Sapri, “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile etc…” e poi aggiunge: “Alla marina”, presumo di Vibonati, la colonna fu fermata “per raccoglierla” per poi risalire al paese di Vibonati. Ma mi chiedo perchè Rustow dice che da Sapri scese alla marina di Vibonati visto che la strada per Vibonati, passando per l’Oliveto del nostro attuale Cimitero è pianeggiante ?. Rustow è l’unico testimone che scriveva che Garibaldi arrivò da lì a poco e si ricongiunse con Rustow e Gandini per salire a Vibonati paese. Rustow (nel Porro), a p. 19, aggiungeva che: “Giunse infrattanto Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli, e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna”. Rustow scriveva che Garibaldi ed il generale Enrico Cosenz, giunse alla marina di Vibonati, cioè a Villammare, dove Rustow aveva riunito le truppe, forse anche la brigata Puppi, oltre alla Milano e Parma. Rustow, a p. 19 scrive ancora che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si stendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, secondo Rustow, Garibaldi, Cosenz ed egli stesso insieme alle truppe salirono a Vibonati paese. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, etc…”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (9) postillava che: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. E’ interessante la nota del De Crescenzo che fa notare che lo storico Treveljan non sosteneva la tesi del pernottamento di Garibaldi a Vibonati ma bensì a Sapri. Dunque, la versione dello storico Treveljan è differente da alcuni storici locali. Treveljan non scrive nulla del passaggio e del pernottamento a Vibonati ma scrive chiaramente che Garibaldi pernottò a Sapri e che solo il giorno dopo, il 4 settembre, Garibaldi si portò verso Lagonegro per andare al Fortino. Probabilmente Garibaldi raggiunse Rustow a Vibonati al mattino seguente dopo aver pernottato a Sapri. Della versione di Treveljan ho già parlato nel precedente saggio. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli. Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Guzzo, a p. 186, nella nota (31) postillava: “(31) G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, 1960, pagg. 110-111.”. Dunque, il Guzzo ci parla della famiglia De Nicolellis e postilla di Gennaro De Crescenzo. Ma, Gennaro De Crescenzo non parla della famiglia De Nicolellis ma anch’egli ci dice della famiglia Del Vecchio. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. Felice Fusco, a suffragio della notizia che Garibaldi si fosse fermato a Vibonati, dove pernottò a casa della famiglia Del Vecchio riporta il “Telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un Comitato di cittadini di Vibonati”, in occasione della morte del generale. Garibaldi morì a Caprera il 2 giugno 1882. Il telegramma pubblicato sulla Gazzetta del Circondario di Sala Consilina, n. 37, del 12 giugno 1882. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla visita alla famiglia Del Vecchio, però, alcuni vogliono che Garibaldi si sia recato a far visita alla famiglia De Nicolellis. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “Avvenne ciò che Garibaldi preannunciò: passò la notte a Vibonati e s’incontrò con Turr al Fortino….A Vibonati fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, a p. 393 pubblicò la foto della stanza e del letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis. Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Policicchio, a p. 286, riportando il testo, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4 – proseguiamo con Rustow – ripresimo etc…”. Si tratta del testo che Policicchio indica a p. 286, nella nota (38) dove postillava: “(38) E. Porro, La brigata Milano cit., pp. 20-3”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36).”. La notizia del passaggio di Garibaldi è attestato dal Verbale del Decurionato del 14 ottobre 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 290, in proposito scriveva che: “Dopo il passaggio di Garibaldi alcuni Decurionati cominciarono a dichiarare decaduta la dinastia Borbone e, ancor prima del Plebiscito, riconoscendo l’annessione immediata e incondizionata, proclamarono l’Unità facendo trasparire dalle deliberazioni l’entusiasmo del tempo. Le Camicie Rosse da Vibonati partirono all’alba di martedì 4 settembre e, lo stesso giorno, l’assemblea Decurionale testualmente deliberò: “Visto lo stato di oppressione sia morale partito dalle popolazioni del Continente….Essendo pure questo popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Uninamente, liberamente, etc…(46).”.”. Policicchio, a p. 291, nella nota (46) postillava: “(46) Archivio Comunale di Vibonati, b. 3, f. 1. Anche F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, cit., p. 386.”. Infatti, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, a p. 381, in proposito scriveva che: “Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto che nella forma Costituzionale etc…” (19).”. Policicchio, a p. 381, nella nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata all’istituto Governo Pro-dittatoriale della Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) etc…“. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Garibaldi è ospite della famiglia Gallotti in Sapri e poscia della famiglia Del Vecchio a Vibonati. Etc..”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre, il generale Giuseppe Garibaldi dopo essere sbarcato a Sapri, si diresse verso Vibonati, ospite di Nicola Del Vecchi, da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 154-155, in proposito scriveva: “Giusto il tempo di scendere dalla scialuppa e poi scappò subito verso l’interno, a Vibonati, dove dormì la sera del 3 settembre. Quindi anche tu punti verso Vibonati, distante appena otto chilometri. Le stradicciole di Vibonati sono talmente strette che anche con lo scooter ti tocca far manovra per poterti girare agli incroci. Ti arrampichi come puoi fino al budello su cui si affaccia palazzo De Nicolellis, il domicilio garibaldino del paese. Ne ammiri la facciata gentilizia mentre l’aria immobile di questo mezzogiorno assolato s’impregna di borotalco e soffritto. Dai tinelli che danno sul vicoletto escono frammenti domestici di un’estrema provincia a tavola. riesci a sentire il biascicare delle mandibole, il rumore delle posate che graffiano i piatti e l’immancabile tv. Una campana batte la mezza. Il palazzo, al cui interno si dice vi sia ancora il letto originale su cui dormì Garibaldi, però è evidentemente sbarrato e sta imboccando la via dell’abbandono. L’unica traccia della passata grandezza, è la solita lapide a futura memoria. Che questa volta esagera così: “In questa casa il 3 settembre 1860 sostò pernottandovi Giuseppe Garibaldi il cui grido, consonante con i sentimenti delle genti, si fece destino nel perseguimento dell’unità d’Italia e della conquista delle libertà che di lui furono pensiero, tormento e vita. Il comune di Vibonati a memoria pose, 16/1/1983”. Ti passa sotto il naso una signora di certa età che annaspa lungo la salita trascinando due pesanti borse della spesa. Decidi di fare il bel gesto in cambio, speri, di qualche informazione. Mentre le trasporti il carico davanti la porticina a piano terra cinquanta metri più avanti, in effetti riesci a farti raccontare che da alcuni mesi è morta anche Rosa, l’ultima discendente diretta dei De Nicolellis, fino all’ultimo residente nel palazzo. Prima assieme alla sorella Giuseppina e negli ultimi anni da sola. Ti spiega che il palazzo è finito ad una pletora di eredi che, almeno fino adesso, non si sono fatti vedere e qualcuno mormora addirittura possa essere in vendita.“. Il Fanelli cita la lapide che il Comune di Vibonati appose il 16 gennaio 1983 sulla facciata di casa De Nicolellis. La lapide marmorea ci dice che Garibaldi ivi sostò il 3 settembre 1860. Mi pare strano che si trattasse del 3 settembre e non della notte tra il 3 settembre ed il 4 settembre 1860. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò agli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele Magnoni, Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano, disposizioni sulla “condotta da seguire”. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi: “Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo. Questo Vincenzo del Vecchio è proprio colui di cui dubitava il Fusco. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia dei Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessaria fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”.
Nel 1860, NICOLA DEL VECCHIO, Commissario Organizzatore del circondario di Vibonati nominato dal Governo Pro-Dittatoriale di Sala
Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizzatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo.
Nel 4 settembre 1860, a Vibonati, il palazzo del liberale NICOLA DEL VECCHIO, in seguito palazzo De Nicolellis e, del figlio Fabrizio
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, a Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio. (172) etc…”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Intanto Garibaldi la sera del giorno 3 settembre partì per Vibonati, ove fu ospitato dalla famiglia Del Vecchio, e ove gli furono presentati da Michele Magnoni il De Dominicis e Gennaro Pagano.”. Da Wikipedia leggiamo che “Vibonati è stato al centro dei sanguinosi moti cilentani del 1848 e, il 3 settembre 1860, ha ospitato Giuseppe Garibaldi, come ricorda una lapide posta sulla facciata del palazzo De Nicolelis.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Il 2 settembre erano approdate a Sapri, provenienti da Paola, su 5 vapori, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della divisione Tur per inseguire ed ostacolare, per via di terra, la Brigata borbonica del Cardarelli. Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Etc…”. Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Qualcuno mi diceva che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo. Questo Vincenzo del Vecchio è proprio colui di cui dubitava il Fusco. Sulla visita alla famiglia Del Vecchio parò alcuni vogliono che Garibaldi si sia recato a far visita alla famiglia De Nicolellis. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Eliseo Porro (….), nella sua traduzione del testo russo di Rustow “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, scaricabile da Google libri; egli a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate (….). I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate. Una quantità di fuochi d’allegria erano stati accesi dagli abitanti lungo la via che sale a quell’eminenza ed inoltre ci illuminarono anche gli angusti viottoli.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 154-155, in proposito scriveva: “Giusto il tempo di scendere dalla scialuppa e poi scappò subito verso l’interno, a Vibonati, dove dormì la sera del 3 settembre. Quindi anche tu punti verso Vibonati, distante appena otto chilometri. Le stradicciole di Vibonati sono talmente strette che anche con lo scooter ti tocca far manovra per poterti girare agli incroci. Ti arrampichi come puoi fino al budello su cui si affaccia palazzo De Nicolellis, il domicilio garibaldino del paese. Ne ammiri la facciata gentilizia mentre l’aria immobile di questo mezzogiorno assolato s’impregna di borotalco e soffritto. Dai tinelli che danno sul vicoletto escono frammenti domestici di un’estrema provincia a tavola. riesci a sentire il biascicare delle mandibole, il rumore delle posate che graffiano i piatti e l’immancabile tv. Una campana batte la mezza. Il palazzo, al cui interno si dice vi sia ancora il letto originale su cui dormì Garibaldi, però è evidentemente sbarrato e sta imboccando la via dell’abbandono. L’unica traccia della passata grandezza, è la solita lapide a futura memoria. Che questa volta esagera così: “In questa casa il 3 settembre 1860 sostò pernottandovi Giuseppe Garibaldi il cui grido, consonante con i sentimenti delle genti, si fece destino nel perseguimento dell’unità d’Italia e della conquista delle libertà che di lui furono pensiero, tormento e vita. Il comune di Vibonati a memoria pose, 16/1/1983”. Ti passa sotto il naso una signora di certa età che annaspa lungo la salita trascinando due pesanti borse della spesa. Decidi di fare il bel gesto in cambio, speri, di qualche informazione. Mentre le trasporti il carico davanti la porticina a piano terra cinquanta metri più avanti, in effetti riesci a farti raccontare che da alcuni mesi è morta anche Rosa, l’ultima discendente diretta dei De Nicolellis, fino all’ultimo residente nel palazzo. Prima assieme alla sorella Giuseppina e negli ultimi anni da sola. Ti spiega che il palazzo è finito ad una pletora di eredi che, almeno fino adesso, non si sono fatti vedere e qualcuno mormora addirittura possa essere in vendita.“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio. La mattina del 4 settembre, di buon’ora, riprese la marcia verso Torraca; attraversò i boschi del monte Salice e del monte Cocuzzo e giunse nelle prime ore del pomeriggio al Fortino di Lagonegro e si fermò proprio nella taverna nella quale nel 1857 Pisacane prese la decisione che doveva condurlo al vano combattimento sotto le mura della Certosa di S. Lorenzo di Padula e alla tragedia del 2 luglio 1857 a Sanza. La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.
ANTONIA GALLOTTI di TORRACA, sposata con NICOLA DEL VECCHIO di VIBONATI
Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Alcune persone di Vibonati mi dicevano che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Le foto della stanza sono di Angelo Gentile e sono state tratte dal testo di De Crescenzo (….). Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Dunque, Policicchio scriveva che a Vibonati, in occasione dei moti del ’48 si distinsero “Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico…etc…”. Secondo Policicchio, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, Nicola Del Vecchio e sua moglie Antonia Gallotti ospitarono Garibaldi, nel loro palazzotto, poi in seguito divenuto palazzo De Nicolellis. Policicchio scriveva che “Nicola Del Vecchio (1801-1873) era membro della famiglia più liberale del paese”. Sui Del Vecchio di Vibonati, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio.”.
Nel 4 settembre 1860 (secondo Ferruccio Policicchio) Garibaldi, a Vibonati incontrò il giudice Regio del Mandamento di Vibonati, Francesco Saverio CAJAZZO
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “In casa Del Vecchio Garibaldi incontrò Teodosio de Dominicis il quale, ai compagni disse d’esser stato quello “il più bel giorno della sua vita”(9). V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (9) postillava: “(9) A. Sole, Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 242.”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Policicchio citava il documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca, oggi all’Archivio di Stato di Salerno, ovvero il Verbale della seduta decurionale del 14 ottobre 1860, nella “Raccolta delibere decurionali”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Sulla frase di ringraziamento che, secodo Policicchio, Garibaldi disse al Giudice Regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, Policicchio (….), sulla scorta del documento conservato presso l’Archivio Comunale di Torraca (vedi nota 10 a p. 137: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”, Policicchio scriveva che Garibaldi rivolto al Giudice Regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo (in casa Del Vecchio): “….a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”, posso aggiungere e far notare che, la stessa frase pare che, Garibaldi l’avesse detta in un altra occasione. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Sul Pietro Paolo Perazzo o Perazzi, nel ……, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Sulla notizia fornita da Policicchio, ovvero che Garibaldi incontrò a Vibonati sicuramente il giudice Cajazzo, Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (‘La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo: Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 285 sg.) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra gli altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Sulla relazione del de Dominicis, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea divis le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 385, in proposito scriveva: “…..i Municipi ebbero il carico di far conoscere alle superiori autorità sia la buona che la cattiva condotta degli impiegati e i Decurionati furono invitati a manifestarsi. In altre parole, iniziò la caccia ai compromessi col precedente regime e si chiese che venissero poste in luce tutte le qualità personali, negative o positive che fossero, dei pubblici incaricati. Sul conto del Magistrato locale, il Decurionato espose: “(….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia nel suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica quale si addice ad un uomo ben noto, istruito, e che sente il vero amor di Patria etc…” (28).” Policicchio, a p. 385, nella nota (28) postillava: “(28) ACV, B.3 F.1., Delibera Decurionale del 22 ottobre 1860”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia dei Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessaria fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.
Nel 4 settembre, 1860, Garibaldi (?, secondo Policicchio) nominò la GIUNTA INSURREZIONALE di Vibonati
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, e, secondo alcuni, incontrò Teodosio de Dominicis. Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”(36).”. La notizia del passaggio di Garibaldi è attestato dal Verbale del Decurionato del 14 ottobre 1860. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol. II, a p. 381, in proposito scriveva che: “Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto che nella forma Costituzionale etc…” (19).”. Policicchio, a p. 381, nella nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata all’istituto Governo Pro-dittatoriale della Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. La notizia dunque la si apprende da un verbale del Decurionato di Torraca. La notizia, in seguito fu ripresa dal Fusco. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio Chiazza, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860.”. Credo che vi sia stato un errore di trascrizione perchè si tratta di Francesco Saverio Cajazza o Cajazzo. Dunque, il generale Garibaldi lasciò il governo del paese di Vibonati ai tre uomini di fede: il Sindaco, il barone Giuseppe Giffoni, Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale ed al giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV). Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “All’alba del 4 settembre Garibaldi e le Camicie Rosse lasciarono Vibonati mentre l’Assemblea Decurionale deliberava: “Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che nella forma Costituzionale sotto la dinastia dei Borbone, non vi è sicurezza presente né guarentigia avvenire. Visto che per costituirsi effettivamente, e duraturamente la Nazionalità Italiana è necessaria fondersi in un Popolo solo. Visto la gloria Civile, Militare del magnanimo Vittorio Emmanuele, ed il progresso delle istituzioni del Piemonte avveratosi nell’ultimo decennio. Viste le glorie militari, ed i sacrifici del prode, e generoso Giuseppe Garibaldi. Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella persona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosi interprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al Governo unitario Nazionale acclamando Re Vittorio Emmanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(238). Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”.
In seguito al 1857, Giovanni GIFFONI di Vibonati, perseguitato dalle autorità borboniche
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 208-209, in proposito scriveva che: “Un ricorso per risentimento, a nome Saverio Polito, accusava D. Giovanni Giffoni di Vibonati d’essere stato il “gran fabbro” dello sbarco di Pisacane. Egli, che esercitava la professione di cancelliere presso il Giudicato circondariale, nel 1848, si rese operoso nei processi politici, quindi, ben conosciuto dalle autorità (29). Consapevole dei malevoli sentimenti contro di lui nutriti per aver raccolto molta e profonda avversione, temendo effetti di reazione vendicativa a suo danno, quando sbarcò il “bel Capitano”, atterrito, il mattino del 29 giugno, si rifugiò a Camerota. ‘Raccoglieva larga messe di odiosità tra i suoi conterranei appunto per essersi reso operoso strumento in una processura politica qui compilata parecchi anni addietro a carico di molti individui; odiosità in cui incorsero seco lui per la stessa causa anche tre fratelli Perazzo nipoti di quel sacerdote D. Biase Perazzo, nella cui casa sarebbesi voluto trasformare in una settaria fucina, e non per questo la sua famiglia fu sempre ritenuta di sentimenti elevati al Real trono.”. Il sottointendente ritenne falsa la firma improntata al nome di Saverio Polito “per il niun risultato che si hanno avuto con le più efficaci investigazioni da me spiegate all’oggetto” e considero la denuncia “un complesso di abominevoli calunnie. La condotta del Giffoni in fatto di politica non soffre acciacco veruno”(30).”. Policicchio, a p. 208, nella nota (29) postillava che: “(29) Con missiva del 12 gennaio 1858 da Positano fu trasferito a Sanza.”. Policicchio, a p. 208, nella nota (30) postillava che: “(30) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 31, f. 42.”.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi, prima di partire da Vibonati incontrò Michele Magnoni che presentò Teodosio de Dominicis e Gennaro Pagano. Secondo De Crescenzo, Garibaldi, in casa Del Vecchio, a Vibonati dispose per la marcia nel Vallo di Diano
Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea divis le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, nel capitolo “La marcia attraverso la Provincia”, a p. 112, dopo aver detto dell’arrivo di Garibaldi e dei suoi accompagnatori a Sapri, il 3 settembre 1860 scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento. Etc…”. Dunque, De Crescenzo, oltre a scrivere che Garibaldi, da Sapri si recò a Vibonati dove fu ospitato in casa Del Vecchio, “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Etc..”., senza postillare nessun riferimento bibliografico alla notizia, scriveva pure che l’altra notizia che, in casa Del Vecchio, o comunque a Vibonati, e non a Sapri, Garibaldi: “IV…..Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che, Michele Magnoni incontrò Garibaldi a Vibonati (e non a Sapri), in casa Del Vecchio, dove il Magnoni, gli presentò Teodosio de Dominicis e Gennaro Pagano (che si erano uniti, forse a Capitello, alla colonna di Michele Magnoni) e scrive pure che ai due insorti, Garibaldi “IV…cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento.”. Questo passaggio però è controverso in quanto lo stesso De Crescenzo, a p. 86 scriveva e dava notizie contraddittorie scrivevendo che de Dominicis aveva incontrato Garibaldi a Capitello dove la colonna si era fermata e scriveva che Michele Magnoni aveva incontrato Garibaldi a Sapri e non a Vibonati. Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…..due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, le due colonne di insorti, quella di Pietro Giordano si riunì con la colonna di Gennaro Pagano e di Teodosio de Dominicis. Pare che essi, arrivati vicino a Sapri, a Capitello (oggi nel Comune di Ispani), si incontrarono con Garibaldi, diretto a Vibonati e poi al Fortino. Ma di ciò non esistono documenti sicuri. Sempre il De Crescenzo fornisce diverse versioni. De Crescenzo, a p. 86 scriveva: “VII…giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che: “Il 24 lo stesso Comitato nominava mio fratello Salvatore a Comandante di un Corpo d’insurrezione, come dalla credenziale che trascrivo. Etc…All’onorevole Cittadino Salvatore Magnoni. Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. La relazione è di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Dunque, nella relazione di Lucio Magnoni, pubblicata nell’Alfieri, egli scrive chiaramente che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Non avendo voluto dimenticare le disposizioni per l’amministrazione politica nuovamente inaugurata, avevo dato fuori il seguente decreto: etc…”. Dunque, Lucio Magnoni, fratello di Michele Magnoni, nella sua Relazione al Comitato Unitario di Napoli, pubblicata da Alfieri d’Evandro, scriveva che Michele Magnoni incontrò Garibaldi a Sapri e non a Vibonati. Il D’Evandro scriveva pure che Michele Magnoni, incontrando Garibaldi a Vibonati, nella notte del 3 settembre 1860: “….ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Sulla questione ha scritto anche Pietro Ebner. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni….La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. (93).“. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) Dopo lo sbarco a Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano. Etc…”. Dunque, Ebner scriveva in nota che, dopo lo sbarco a Sapri, Garibaldi, che probabilmente incontrò gli insorti e le colonne del De Dominicis, del Pagano e del Giordano, dispose “…per la marcia nel Vallo di Diano”. Sulla notizia dell’ordine dato da Garibaldi, dopo lo sbarco a Sapri, diede ordine “(93) Dopo lo sbarco a Sapri, il Dittatore dispose “per la marcia nel Vallo di Diano” delle colonne De Dominicis-Pagano e Giordano. Etc…”. Sulla questione ha scritto anche Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò agli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele Magnoni, Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano, disposizioni sulla “condotta da seguire”. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi: “Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati.
PARTENZA DI RUSTOW DA VIBONATI
Nel 4 settembre 1860, da Vibonati, partenza del colonnello polacco Rustow, per raggiungere la strada Consolare verso il Vallo di Diano
Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine per il maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro, doveva arrivare a Sapri. Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. Etc…Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunti a Forlino alle 11 e mezzo, Etc…”. Dunque, Rustow testimoniava che si mise in marcia da Vibonati il giorno 4 settembre 1860, alle 5 del mattino ed arrivò al Fortino alle 11 del mattino del giorno 4 settembre per mettersi in marcia per Casalbuono di sera ed arrivare lì il giorno 5 settembre. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, a mezzodì dalla parte di mare arrivò a Sapri Garibaldi e dopo un breve abboccamento diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…..Contemporaneamente la brigata Puppi….si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 20-21, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata si componeva di una sezione di bersaglieri costituita da due compagnie; e di tre battaglioni di linea, ognuno di 4 compagnie. Ogni battaglione era della forza di 300 uomini; i bersaglieri ammontavano a poco di 100 uomini ed erano comandati dal maggiore De Giorgi, ufficiale valente e formato alla buona scuola. Il maggiore Sessa comandava il 1° battaglione di linea; il maggior Montesi il 2°; il capitano Venuti, il 3°. Quest’ultimo era un eccellente maestro d’esercizi, severo nel servizio e qualche volta anche eccessivamente ruvido. I bersaglieri portavano blouse e pantaloni verde scuro e cappelli neri con piume grigie; erano armati con fucili rigati austriaci. La linea portava giacchetta e pantaloni di traliccio greggio, in gran parte berretto rosso foggiato a somiglianza di quelli degli ufficiali francesi, e pel resto, berretto bleu filettato di rosso; per soprabbito avevano cappotti piemontesi. Quanto alle coperte, erasene potuto rinvenire soltanto una parte per le truppe. La calzatura era di pessima qualità, ciò che fu comprovato dalle poche marcie fatte, ed io mi trovava continuamente nell’apprensione di vedere dopo altre quattro cinque tappe le truppe letteralmente a piedi nudi. Sebbene ciascun soldato non si trovasse munito con più che venti cartucce, le quali era inoltre costretto di portar nel sacco del pane o in tasca, e che per deficienza di mezzi di trasporto non si potesse aver lusinga di una pronta rifornitura; pare nessuno se ne dava fastidio. I segni distintivi dei gradi erano per gli ufficiali delle striscie d’argento o d’oro all’ingiro del kepi: una pel sottotenente; due pel tenente; tre pel capitano; quattro pel maggiore. Il colonnello ne aveva cinque d’oro e due d’argento. I bersaglieri erano infine abbigliati alla foggia piemontese ed addestrati alla stessa scuola, inclusivamente al passo ginnastico, di cui solevano usare ogni volta le circostanze lo permettessero. E così era allestita la nostra piccola forza, oramai destinata all’insigne onore di formare la vanguardia dell’esercito meridionale. Essa precedeva di due o tre giornate le più vicine truppe della divisione Terranova, e di quattro o cinque la punta del corpo principale dell’esercito, e – cosa inaudita ma vera – fu essa che determinò lo sgombro della formidabile posizione di Salerno.“. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “….la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr, queste proseguirono tosto all’avanguardia dell’esercito meridionale per Casalbuono e Sala per tagliare la via alla Brigata Borbonica del Caldarelli; rimase a Sapri con la sua Divisione il Colonnello Polacco Rustow, il quale scrisse pure le memorie di quella campagna col titolo: ‘La guerra Italiana del 1860’. Garibaldi si fermò in Sapri poche ore in casa del Barone Gallotti, dove volle pranzare assai frugalmente, e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, etc….”. Dunque, Pesce scriveva che Rustow rimase a Sapri e non partì da Sapri diretto a Vibonati il 3 settembre ma restò a Sapri con le sue divisioni. Più convincente la versione del 1921 del senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, etc.. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti dell “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri….La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: “IV…. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri.”. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 409-410, in proposito scriveva che: “Queste forze, dice il Rustow, eran l’intera Brigata “Milano” e alcuni reparti della “Parma”: il resto aveva dovuto restare al Faro poichè i vapori non erano sufficienti per il trasporto. Componevano la Brigata “Milano” 3 Battaglioni di 300 uomini l’uno, coi maggiori Sessa e Montessi e il capitano Venuti, e 2 Compagnie di bersaglieri. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare, quell’altre truppe dell’antica Divisione Pianciani venivan dietro a due o tre giorni di marcia. Etc…”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso”, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc….”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano , la sola veramente completa , per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica , comandata dal generale Caldarelli , e che , come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza , ritiravasi sopra Salerno , giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli. Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”.
Nel 4 settembre 1860, da Vibonati, la strada o il percorso che intraprese in marcia il colonnello polacco Rustow, insieme alle sue brigate raggiunse la crespa del “Feralunga” (monte Serralunga) sotto il monte Cocuzzo e, ridiscese nella gola del Gauro, che sbocca presso la Taverna del Fortino del Cervaro sulla strada consolare che va a Casalbuono
Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi…..Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunti a Forlino alle 11 e mezzo, Etc…”. Dunque, Rustow testimoniava che si mise in marcia da Vibonati il giorno 4 settembre 1860, alle 5 del mattino ed arrivò al Fortino alle 11 del mattino del giorno 4 settembre per mettersi in marcia per Casalbuono di sera ed arrivare lì il giorno 5 settembre. Nel suo racconto, in cui testimonia il percorso che le sue brigate fecero da Sapri a Vibonati e da Vibonati il giorno 4 settembre per risalire al Fortino. Forse passarono non molto distanti da Torraca. Nel suo racconto si evince che prima di arrivare al Fortino, Rustow ed i suoi volontari garibaldini, arrivarono alla “gola del Gauro” (una gola non molto distante dalla via consolare su cui si trovava la taverna del Fortino del monte Cervaro). Sempre nel suo racconto, Rustow cita alcuni luoghi come “discesimo (da Vibonati) pel Vallone del Molinello”, risalimmo “arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”, e poi, “raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare.”. In una carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection. Probabilmente, “Gitto” è il cartografo collaboratore di Rizzi-Zannoni. La carta è estremamente interessante perchè in essa sono rappresentati diversi toponimi sconosciuti. Al momento posso dire che la carta si trova conservata presso la Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte. La “Bibliotheca Hertziana” è stata fondata a Roma nel 1913 da una fondazione di Henriette Hertz sotto la direzione di Ernst Steinmann. Da allora l’istituto ha sede nel Palazzo Zuccari a Roma. Nella carta del 1788, ad esempio, il “vallone del Molinello” è un piccolo torrente che oggi non viene riportato sulle carte fisiche del Golfo di Policastro. sfocia verso la costa di Villammare e risale con due un bracci verso Vibonati e con un altro braccio verso la Madonna dei Cordici da cui risale verso Torraca. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. Sulla destra di “Tempa degli Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo). Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”. La frazione di Fortino sorge sul confine con la Basilicata, ed una parte minore del suo abitato appartiene al comune lucano di Lagonegro, in provincia di Potenza. Essa rappresenta, quindi, un rarissimo caso di frazione divisa fra due amministrazioni regionali. Vi sono inoltre 24 località, costituite da piccoli gruppi di case e cascine rurali, e popolate da poche decine di abitanti tra cui Affonnatora. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “….ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito …..Etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe.”.
Nel 4 settembre 1860, le neviere per la preparazione del ghiaccio e dei gelati alla “Tempa dei Paglioli”
Del trasporto di neve dalle vicine montagne al tempo di Garibaldi vi è la testimonianza diretta del colonello Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 286, nella nota (37) postillava che: “(37) Sulle neviere di Vibonati, cfr. F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II, p. 519”. Policicchio postillando sulle “neviere di Vibonati”, ovvero sulla scorta di ghiaccio che le donne di Vibonati andavano a prendere sul monte Cervato, presso il Fortino, a p. 519 del suo volume “Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II”, spiegava che: “Una volta a rendere questo servizio c’erano le neviere: località poste sui monti atte alla conservazione della neve di cui, poi, i Comuni concedevano la vendita a privati per i bisogni e la rivendita al pubblico. Anche Vibonati, quindi, aveva le sue neviere. La consuetudine era che, nei vari Comuni, la vendita si concedeva ad una sola persona per non aversi danni, al pubblico e al privato, etc…Il rivendicatore (ilconcessionario) si impegnava a non far mancare, giornalmente, la neve pena una ammenda, pari a lire 10 giornaliere agli inizi degli anni Ottanta. Etc…”. Dunque, il colonnello Rustow testimoniava che, messisi in marcia da Vibonati, le brigate dei volontari garibaldini, la mattina del 4 settembre 1860: “discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”. Rustow scriveva che una volta discesi al Vallone del Molinello, essi risalirono “gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”. Guardando una carta geografica dell’epoca, del 1788, si vedono chiaramente indicati questi luoghi e toponimi. Rustow testimoniava che essi per risalire al Fortino del Cervaro risalirono gli aspri dirupi della “Tempa degli Paglioli”. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. La “Tempa delli Paglioli” è indicata sulla carta come una “Tempa” (dolci colline), che si trovano tra il borgo di Torraca e quello di Battaglia, dove vicino, sulla destra e sotto, si trova il “Monte Cocuzzo”. Sulla destra di “Tempa dei Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo). Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”.
Nel 4 settembre 1860, il Tenente CRIVELLARI, ufficiale dei garibaldini di Rustow, e la valigia con documenti riservatissimi che portava con se, consegnata ad una guida di Vibonati, si perse nella marcia da Vibonati al Fortino
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “E proprio durante una di quelle marce si verificò un episodio increscioso; Antonio Alfieri D’Evandro, segretario del Governo provvisorio di Sala, il 7 settembre al sindaco di Vibonati scrisse: “Cittadino Sindaco, il cittadino Tenente Crivellari dell’Armata del Dittatore Garibaldi marciando da Vibonati per qui prese una guida di costà da voi datale. Costui sull’atto di un momento consegnò la Compagnia ad altra guida di un paese vicino che il Tenente non conosce, si è saputo essere Castelluccio. In questo scambiarsi di guida l’Ufficiale essendosi addormentato, l’uomo da lui datoli portò seco una valigia contenente carte interessantissime. Non sappiamo se costui consegnò la valigia (….). Bisogna riavere la valigia ad ogni costo, la guida da voi stabilita deve occuparsene, voi dunque userete che sia al più presto possibile rimesso qui e per espresso.”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, scrisse degli eventi che seguirono l’arrivo di Garibaldi al Fortino. Antonio Alfieri d’Evandro, fu nominato da Garibaldi segretario del Governo Provvisorio di Sala Consilina. Policiccho scriveva che in occasione della marcia da Vibonati, l’Alfieri d’Evandro riferiva che: “…durante una di quelle marce si verificò un episodio increscioso; etc…”. D’Evandro riferiva che, il 7 settembre, in qualità di Segretario del Governo provvisorio di Sala Consilina, scriveva al Sindaco di Vibonati il seguente testo:“Cittadino Sindaco, il cittadino Tenente Crivellari dell’Armata del Dittatore Garibaldi marciando da Vibonati per qui prese una guida di costà da voi datale. Costui sull’atto di un momento consegnò la Compagnia ad altra guida di un paese vicino che il Tenente non conosce, si è saputo essere Castelluccio. In questo scambiarsi di guida l’Ufficiale essendosi addormentato, l’uomo da lui datoli portò seco una valigia contenente carte interessantissime. Non sappiamo se costui consegnò la valigia (….). Bisogna riavere la valigia ad ogni costo, la guida da voi stabilita deve occuparsene, voi dunque userete che sia al più presto possibile rimesso qui e per espresso.”. D’Evandro, scriveva che cittadino Tenente Crivellari dell’Armata dei volontari garibaldini, marciando da Vibonati, verso il Fortino, aveva preso una guida datagli dal Sindaco di Vibonati. Questa guida di Vibonati, fornita al Crivellari dal Sindaco di Vibonati, il 4 settembre 1860, consegnò la Compagnia ad altra guida di Castelluccio, che il Tenente Crivellari però non conosce e non ricorda il nome. Scrive sempre D’Evando al Sindaco di Vibonati che, in questo “scambio di guide”, siccome il Tenente Crivellari si era addormentato non si è accorto che che nel frattempo la valigia, con “documenti riservatissimi” consegnata alla guida fornita da Vibonati, questi l’avesse consegnata all’altra guida di Castelluccio. D’Evandro chiedeva al Sindaco di Vibonati di indagare sulla valigia e ne chiedeva l’immediata restituzione della stessa. Policicchio, a p. 138 aggiunge: “Il secondo eletto di Vibonati, Francesco Curzio, (1801-1885) nel darne notizia ai sindaci del Circondario aggiunse: “Io quindi nel trascrivervi quanto di sopra interessato le LL.SS., ad occuparsi seriamente perché la valigia perduta sia rinvenuta facendo menare i bandi per gli abitati con pene rigorose contro colui che avesse rinvenuto la detta valigia o portata via senza presentarla (13).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (13) postillava: “(13) ACTLL (Archivio Comunale di Vallo), Documenti d’esito che figurano nel conto materiale dell’anno 1860, vol. III.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel diritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso”, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli etc…”.
PARTENZA di GARIBALDI da SAPRI
Nel 4 settembre 1860, la partenza di Garibaldi da Sapri o da Vibonati ?, dove avrebbe pernottato (?) si mise a cavallo e salì al Fortino del Cervaro passando per la strada non molto distante da Torraca, forse seguendo lo stesso percorso che seguì Carlo Pisacane
La notizia della partenza di Garibaldi da Vibonati, e non da Sapri per il Fortino e, quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, parlando del viaggio delle sue truppe da Sapri a Vibonati, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, secondo Rustow, la piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri, si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Questo passaggio non dimostra che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Inoltre, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”, e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. Dunque, sebbene Rustow racconti di essersi avviato in marcia con la sua brigata, da Vibonati di buon mattino, ci testimonia che da Vibonati (?), Garibaldi era già sulla strada per raggiungere il Fortino. Ma, dalla testimonianza di Rustow si evince da dove si partì Garibaldi ?. Rustow (vedi Porro, a p. 19), in proposito scriveva che dopo che la sua colonna si mise in marcia da Sapri: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali e si mise esso stesso alla testa alla colonna.”. Dunque, Rustow racconta che Garibaldi e Cosenz arrivarono verso Villammare e si misero in testa alla colonna. Poi, sempre a p. 19, Rustow racconta che tutti, Garibaldi compreso, andarono a Vibonati. Infatti, a p. 19 scriveva il Porro che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Rustow, però non dice nulla di Garibaldi a Vibonati. Rustow scriveva a p. 20 che: “I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4 ripresimo la marcia.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò insieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc….“. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. La White-Mario che annotava il Bertani, a pp. 456, in proposito scriveva che: “Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”. Bertani non dice nulla di Vibonati e annotava che Garibaldi si partì per il Fortino da Sapri il giorno Martedì, 4 settembre. Bertani scriveva che Garibaldi, per andare al Fortino si mosse da Sapri e non da Vibonati. Bertani scrive che Garibaldi e la sua comitiva “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata“. Bertani aggiunge che Garibaldi fece lo stesso percorso di Pisacane non mi risulta passò per Vibonati. Pisacane salì da Sapri a Torraca e poi al Fortino. Bertani scriveva: “In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Dunque, Racioppi scriveva che “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino”, scriveva cioè che Garibaldi, da Sapri salì al fortino con la divisione di Turr che era sbarcata il giorno prima a Sapri. Discosta dalla testimonianza di Bertani, riportata anche, oltre che nel suo libro, anche dalla giornalista White-Mario, è quella dell’Avv. Carlo Pesce di Lagonegro. La ricostruzione storica di quegli eventi che fa il Pesce è arbitraria anche in un altro punto controverso e cioè se Garibaldi avesse pernottato e quindi si partì da Sapri o avesse pernottato a Vibonati e quindi si partì da Vibonati. Infatti, Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro Duce di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati dal Pisacane (1). Etc…”. Sempre l’avv. Carlo Pesce (….), nel 1921, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 32, si permette di cambiare “Sapri” e non in “Vibonati”, ed in proposito scriveva che: “narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme alla descrizione di quel viaggio etc…”Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc…”.”. Pesce, a p. 32, corregge il Bertani scrivendo “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre etc…”. Credo che sia stata proprio questa correzione che abbia dato origine alla notizia che Garibaldi, per recarsi al Fortino fosse partito da Vibonati, dove avrebbe pernottato in casa Del Vecchio e non da Sapri, dove come attesta Bertani, e poi lo storico Treveljan, avesse pernottato a Sapri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 29, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Etc…”. La ricostruzione storica che fece il Pesce non risponde a verità in quanto Pesce scriveva che il generale Garibaldi aveva incontrato il generale Turr a Sapri a casa del Gallotti, e con questi si recherà a Vibonati. Sappiamo invece che Garibaldi aveva inviato un dispaccio a Turr che da Sapri si era allontanato prima del suo arrivo. Turr non era a Sapri il 3 settembre quando arrivò Garibaldi. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, etc…”. Più convincente la versione del 1921 del senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Provincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, etc…”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Il 4 Garibaldi è al Fortino di Lagonegro, una taverna situata tra un gruppo di casette coloniche, ai confini lucani con la provincia di Salerno.“. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Sembrerebbe che l’Agrati con queste parole volesse intendere che Garibaldi, per risalire al Fortino, fosse partito direttamente da Sapri e non da Vibonati come sostenevano alcuni storici locali. Infatti, l’Agrati scriveva: “…Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella etc…”. Agrati scrive che Garibaldi passa il monte Olivella che fa parte di una corona di monti a corolla di Sapri. L’Olivella è un monte ad oriente di Torraca. Infatti, l’Agrati, a p. 433, nella carta geografica che illustra l’itinerario seguito da Garibaldi non passa per Vibonati ma la linea rossa indica chiaramente che Garibaldi, da Sapri risale al Fortino verso Torraca e per il monte Olivella. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per riconsegnarla all’Italia.”. Romagnano non è corretto quando scrive che “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria!”. Infatti, come si è visto, il generale Turr, su ordine di Garibaldi si era allontanato da Sapri al mattino prestissimo del giorno 3 settembre, senza Garibaldi ed il suo seguito che ancora non era arrivato a Sapri. Prima che Garibaldi partisse da Sapri per dirigersi verso il Fortino del Cervaro, furono le brigate del Turr, portate da Rustow che partirono per Casalnuovo e nella notte arrivarono a Vibonati dove pernottarono. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Sulla notizia fornita da Policicchio, ovvero che Garibaldi incontrò a Vibonati sicuramente il giudice Cajazzo, Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (‘La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo: Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 285 sg.) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra gli altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino….Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), etc…”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Da casa Gallotti al generale Turr comunicò: “Etc…”. Policicchio citava il telegramma o dispaccio che Garibaldi da Sapri inviava a Turr. Proseguendo il suo racconto, Policicchio, a p. 285, riferendosi al telegramma a Turr, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Ma, stando alla testimonianza di Bertani che non parla affatto di pernottamenti a Vibonati, ne cita Vibonati, possiamo affermare che al contrario nutriamo dei seri dubbi che Garibaldi sia passato da Vibonati. Fu Rustow, con una parte dei volontari a fermarsi la notte a Vibonati. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò agli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele Magnoni, Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano, disposizioni sulla “condotta da seguire”. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi: “Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.
GARIBALDI A TORRACA ?
Nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, a Torraca, Garibaldi dormì in casa dell’ABATE DON NICOLA GALLOTTI di Torraca ?
Alcuni storici hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che, la Sole scrive essere stato di proprietà della famiglia Gallotti “di Torraca”. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: “Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140″. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma riguardano l’abate Antonio Gallotti che aveva una casa a Torraca e dove secondo il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” (notizia di Anna Sole) “Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, secondo questo cimelio, questo “Bollettino”, fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole (….), Garibaldi, nel 1860, nel risalire al Fortino passò per Torraca e dimorò in casa dell’abat Antonio Gallotti. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”: “….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, in occasione dei fatti del 1799 (la reazione Sanfedista) si ha notizia dell’uccisione di tre esponenti della famiglia Gallotti di Torraca da parte di Rocco Stoduti. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune familgie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”.
I GALLOTTI di Torraca e l’abate don NICOLA GALLOTTI di Torraca (?)
Alcuni storici hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che, la Sole scrive essere stato di proprietà della famiglia Gallotti “di Torraca”. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: “Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140″. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma riguardano l’abate Antonio Gallotti che aveva una casa a Torraca e dove secondo il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” (notizia di Anna Sole) “Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, secondo questo cimelio, questo “Bollettino”, fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole (….), Garibaldi, nel 1860, nel risalire al Fortino passò per Torraca e dimorò in casa dell’abat Antonio Gallotti. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”: “….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, in occasione dei fatti del 1799 (la reazione Sanfedista) si ha notizia dell’uccisione di tre esponenti della famiglia Gallotti di Torraca da parte di Rocco Stoduti. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune familgie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”.
ANTONIA GALLOTTI di TORRACA, sposata con NICOLA DEL VECCHIO di VIBONATI
Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Alcune persone di Vibonati mi dicevano che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Le foto della stanza sono di Angelo Gentile e sono state tratte dal testo di De Crescenzo (….). Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Dunque, Policicchio scriveva che a Vibonati, in occasione dei moti del ’48 si distinsero “Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico…etc…”. Secondo Policicchio, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, Nicola Del Vecchio e sua moglie Antonia Gallotti ospitarono Garibaldi, nel loro palazzotto, poi in seguito divenuto palazzo De Nicolellis. Policicchio scriveva che “Nicola Del Vecchio (1801-1873) era membro della famiglia più liberale del paese”. Sui Del Vecchio di Vibonati, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio.”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizzatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo.
Nel 1860, a Torraca, la Famiglia Perazzo di Torraca ed il Sindaco PIETRO PAOLO PERAZZO
Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi a Garibaldi che, da Vibonati, con il suo seguito partì per raggiungere il Fortino, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Devo però precisare che il Mazziotti, riguardo a Torraca scriveva di una lettera del suo caro amico, don Paolo Perazzi ed a p. 132, in proposito scriveva che: “Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. In effetti, Pier Paolo Perazzi di Torraca, era Sindaco di Torraca e si attivò con il Decurionato della ridente cittadina per le truppe Garibaldine di stanza a Sapri. Sulle attività svolte a Torraca in quei frangenti, ed in particolare su alcune notizie su Torraca, provenienti dal Sindaco Pier Paolo Perazzi, il tutto ruota intorno all’alacre attività del giudice di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo che raccolse fondi presso le casse comunali tra cui anche quella di Torraca. I fondi raccolti dal giudice Cajazzo furono devoluti a Magnoni che in seguito li consegnò a Garibaldi. Le notizie che riguardano Torraca sono conservate presso l’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli ma riguardano soprattutto le attività nel periodo successivo al Plebiscito. In quel periodo, tutti i comuni e i decurionati del Circondario di Vallo e di Vibonati si attivarono con la Dittatura di Garibaldi per la restituzione dei fondi spesi nei primi di Settembre per le truppe e non è difficile che molti Sindaci iniziarono a millantare fesserie. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-125, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro…etc…Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15). Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente” (10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Sulla figura del sindaco di Torraca, Pietro Paolo Perazzi, che a mio avviso era Perazzo, ha scritto, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: “Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”. Su Pietro Paolo Perazzo (….), futuro Sindaco di Torraca, ha scritto Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”: “….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. La Greca, a p. 204 pubblica la foto della via di Torraca intitolata a Pietro Paolo Perazzo. Sebbene il testo riporti pochissimi, se non niente, documenti che riguardino l’epopea di Garibaldi, a causa della dispersione di documenti del periodo preunitario, merita degli approfondimenti. Su Pietro Paolo Perazzo e la famiglia Perazzo di Torraca, a p. 124, nella nota (222) postilla: “(222) E’ lo stesso al quale è intitolata una delle vie principali di Torraca. Fu costui l’ultimo sindaco di Torraca del periodo borbonico e il primo dopo l’Unità. Era figlio di quel Pietro Paolo, il principale attore della vita economica di Torraca fino agli anni Cinquanta; era infatti il più grosso proprietario di animali vaccini del luogo negli anni Trenta e titolare di una conceria, lo stesso che aveva acquistato le terre dell’ex barone di Policastro nel periodo francese, di cui abbiamo detto all’inizio di questo libro; dal punto di vista politico la famiglia era stata molto “fredda” verso il governo borbonico anche se, per proteggere i suoi interessi, non si era esposta né nei moti del ’28 né in quelli del ’48. Il figlio omonimo, questo in parola, in gioventù era stato un osservato speciale del governo borbonico; infatti da studente universitario nel 1855 dovette avere il benestare delle autorità per poter vivere a Napoli. In una lettera della Polizia napoletana, datata 14 aprile 1855, indirizzata al sottintendente di Sala, troviamo scritto: “La prego manifestarmi se la famiglia del giovane D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca sia conosciuta benemerita e degna di fiducia nel Real Governo sotto il rapporto politico e morale; o se Ella a norma del Real Rescritto di massima in vigore per gli studenti creda di potersi permettere al Sig. Perazzo di soggiornare in Napoli come studente”. E il Sottointendente il 28 aprile ne dava informativa all’Intendente: “Sig. Intendente, la condotta politica, morale e religiosa di D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca è stata sempre buona, né si può fare la minima osservazione etc…., giusta la informazioni accasatesi da questa Sottointendenza fra i quali dal Vescovo di Policastro, egli etc…”. In ASS, Intendenza, Istruzione, B. 1840, fasc. 87.”. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 248 scriveva: “(In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 41) Torraca, 6 agosto 1854: Terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo fu Pietro Paolo, anni 47, negoziante, ducati 136.19, etc..”. Su Pietro Paolo Perazzo ha scritto Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti…..Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile.”. Dunque, secondo il Mallamaci, alcuni componenti della famiglia Perazzi, ma io credo fossero i “Perazzo”, che possedevano una ferriera a Morigerati, a Torraca si prodigarono, un mese prima prima dell’avvenuto sbarco, quindi nel mese di Maggio, a Sapri, “in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante.”. A Torraca, in occasione del passaggio di Pisacane, un loro dipendente della ferriera di Morigerati, il fattore Giovanni Tancredi, denunciò un furto a casa sua e chiese la restituzione del maltolto. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 233 scriveva ancora: “I soldati ebbero dono di ciliege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Dunque, il Bilotti, sulla scorta del libretto del giudice regio Fischetti scriveva che a Torraca, il giorno dopo l’arrivo e partenza del Pisacane, ovvero il giorno dell’arrivo delle truppe borboniche sbarcate a Sapri, i capi del drappello militare borbonico giunto da Sapri furono ricevuti in casa di don Pietro Paolo Perazzi. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti. Sui Perazzo ha scritto anche Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969.
Nel 4 settembre 1860, Marcello BRANDI (futuro Sindaco di Torraca), uno delle guide del Rustow per risalire da Torraca al Fortino
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Policicchio racconta questa notizia tratta da una poesia pubblicata dall’ex Preside Gioacchino Vaiano tratta dal testo “All’aria aperta”. Policicchio racconta che una guida garibaldina che marciò insieme ai volontari garibaldini di Rustow, fu “Marcello”, “u vavu” (nonno) del Preside Gioacchino Vaiano di Torraca. Gioacchino Vaiano ne parla in una sua lirica pubblicato a Sapri, nel 2008: “All’aria aperta”. La notizia pubblicata da Policicchio è molto interessante. Questa notizia potrebbe dimostrare indirettamente che Garibaldi, nel percorso che egli fece insieme alla piccola comitiva, abbia attraversato più o meno lo stesso percorso ricalcato da Pisacane e cioè passato da Torraca. Parlando direttamente con il Preside Vaiano mi diceva che il nonno si chiamasse Marcello Brandi. Marcello Brandi fu eletto Sindaco di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr….., con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro….”. Policicchio scriveva che il generale Turr si portava a Lagonegro “con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Dunque, Policicchio scriveva che Turr, con un piccolo seguito si recò a Lagonegro “..e a spese del comune di Torraca”. E’ molto probabile che il generale Turr, allontanatosi da Sapri e dalle sue truppe che aveva lasciato a Sapri a Rustow, risalì verso il mandamento di Lagonegro passando prima da Torraca e, ricalcando lo stesso percorso che tre anni prima aveva fatto Carlo Pisacane con i suoi Trecento. Il percorso sarà descritto da Rustow che però risalirà da Vibonati, passando nel teritorio di Torraca ecc…Ma, la notizia fornitaci da Policicchio è quella che il comune di Torraca dovette partecipare alle spese per tale viaggio. Si trattava forse delle spese che bisognava approntare per tale viaggio, come ad esempio le spese per pagare delle guide che conoscevano bene il percorso aspro ed impervio che permettesse di risalire a Lagonegro o al Fortino senza avere sgraditi incontri ?. Infatti, Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Mezzo secolo prima, durante l’occupazione dei francesi, i Generali Reyner e Massena vi trovarono forte resistenza prima di giungere in fondo alla Calabria.”. Turr, con il suo piccolo seguito non conosceva il percorso e soprattutto doveva percorrere sentieri aspri e dirupi che permettessero a lui ed al suo piccolo seguito di non incappare in brutte sorprese e quindi passò per Torraca per ingaggiare, a spese del comune delle guide esperte di quei luoghi. Infatti, il colonnello Rustow, nel suo racconto tradotto da Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, etc..” e, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi.”. Sebbene Rustow non parlasse del viaggio intrapreso dal generale Turr, ma parlava del suo che intraprese il giorno dopo da Vibonati, descrive bene e testimonia l’angustia che dovettero affrontare i garibaldini per risalire verso il Fortino di Casaletto. Queste guide, perfetti conoscitori dei luoghi da percorrere, erano “persone del luogo”, come più tardi scriveva il colonnello Rustow. Sulle guide, di cui si servì sicuramente il generale Turr, dovendo risalire da Sapri al Fortino, troviamo un’altra notizia che riguarda una guida di Torraca. Si tratta di Marcello BRANDI, che poi, in seguito sarà Sindaco di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Infatti, l’ex preside ed amico, Gioacchino Vaiano, nel suo “All’aria aperta – poesie”, ed. Il Papiro, Sapri, 2008, a p. 101, nella sua lirica “Racconti di famiglia”, scriveva: “U vavu Marciello, ch’era u figliu du Sinnacu Francesco Brandi ca fece u cambanaru, com’è scrittu oramaie ndà storia du paisu nuostu, pe se nzurà a vava Giuanna, l’abbrazzau etc…u diariu addò u maritu avìia scrittu quiddu fattu viecchiu de l’abbrazzu nzieme a tand’ate cose da famiglia. Ngera scrittu pure du cavaddu iangu ca Garebbalde avìia regalatu o vavu Marciellu, quannu veneddu da Vibonati pi Pagliuuoli, l’avìia accumpagnat versu u Furtinu, pa via adduv’era passatu Carlu. Come “chi era Carlu ?”, era Carlo Pisacane, ….U vavu Marciellu, nepote mìiu, etc…”. Dunque Vaiano racconta di questo scritto che aveva trovato sua nonna dove vi erano state appuntate alcuni fatti storici dell’epoca di Pisacane e di Garibaldi che avevano riguardato direttamente il nonno (u vavu) Marcello Brandi, figlio di Francesco Brandi, Sindaco di Torraca nel …….. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 203 scriveva: “Appendice – Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità – Francesco Brando dal 1906 al 1808.”. La notizia pubblicata da Policicchio è molto interessante. Questa notizia potrebbe dimostrare indirettamente che Garibaldi, nel percorso che egli fece insieme alla piccola comitiva, abbia attraversato più o meno lo stesso percorso ricalcato da Pisacane e cioè passato da Torraca. Parlando direttamente con il Preside Vaiano mi diceva che il nonno si chiamasse Marcello Brandi. Marcello Brandi fu eletto Sindaco di Torraca.
Nel 4 settembre 1860, la GIUNTA INSURREZIONALE di Lagonegro (PZ)
Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”.
Il “Cerbaro”, frazione di Casaletto Spartano ed il Fortino Murattiano
Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Nicolas Desvernois
Nel 1808, Il generale francese Nicolas Desvernois (….), inviato dal governo francese nella sottodivisione di Lagonegro, in proposito scriveva che, il Fortino del Cervaro era: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: etc…”. Sempre il Policicchio, a p. 139, in proposito aggiungeva che: “Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Sul Fortilizio del Cervaro, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, Gutemberg, Lancusi, 2001, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “Il barone Desvernois (40), chiamato alla sottodivisione di Lagonegro (41), per ‘pacificare’ questa parte del Regno dal brigantaggio (42), come primo provvedimento – ci tramanda – istituì, fra il Principato Citeriore e la Calabria Citra, dei piccoli posti di guardia, abbastanza vicini tra loro, sulla ‘strada regia’, tra il ponte di Campestrino e Morano. Essi potevano tra loro comunicare e provvedere a vicendevole soccorso dando così sicurezza a chi la strada praticava. Ordinò a sindaci e proprietari che ognuno era tenuto ad abbattere, dai rispettivi terreni che costeggiavano la strada delle Calabrie, a proprie spese, tutti gli alberi d’alto fusto e pulirne i bordi dai cespugli fino a un tiro di fucile. A sorvegliare e proteggere i lavoratori fu incaricato l’esercito e le guardie civiche di ciasuna località competente per giurisdizione. Fece costruire una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro (43); un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Il posto (44) venne armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri (45) sul litorale ovest.”. Policicchio, a p. 160, nella nota (40) postillava: “(40) Il primo febbraio 1808, fu nominato Luogotenente Colonnello ed inviato a comandare la Sottodivisione militare di Lagonegro. Dopo otto mesi fu nominato Colonnello alla corte e richiesto a Madrid da Napoleone. Comandante il 1° Reggimento dei Cacciatori a Cavallo. Con decreto 848 del primo gennaio gli fu conferito il titolo di Barone. Arrivò al grado di Generale. Nelle sue Memorie, più di ogni altro autore del tempo, ha molto mirato ad esaltare la sua attività di militare, perdendo l’opera, così, efficacia dal punto di vista storico-documentaria trovandovi in esse delle confusioni ed inesattezze, anche, se, in verità, quasi tutte le memorie di chi prese parte alle operazioni, stesse a distanza di tempo e di luogo, le esagerazioni si mostrano evidenti, a volte per rilevare il valore delle armi del partito di schieramento, a volte giustificare il loro operato.”. Policicchio, a p. 162, nella nota (47) postillava: “(47) A. Dufourq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326.”. E’ errato ciò che scrive Policicchio perchè si tratta di Albert Dufourcq (….).
LA TAVERNA DEL FORTINO DEL CERVARO
Nel 29 giugno, 1857, la taverna del Fortino del Cervaro di proprietà del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?. I Gallotti erano proprietari di una casa di campagna in località S. Marco, non molto distante dal Fortino del Cervato ?
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Inoltre, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno.”. Dunque, secondo il Cassese, il Cioffi, che aveva ospitato i rivoltosi di Pisacane nella “sua Taverna” accompagnò Pisacane nella casina dei Gallotti che non doveva essere distante dal Fortino ma che appunto non deve confondersi con la Taverna del Fortino che era di proprietà di Vincenzo Cioffi. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. La casa o la villa dei baroni di Battaglia, i Gallotti, non è da confondere con la “Taverna” del Fortino che molto probabilmente era di proprietà anch’essa dei baroni di Battaglia, Gallotti. Infatti, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Il barone di Battaglia, il vecchio don Giovanni Gallotti, il mattino del 30 giugno 1857, il generale Carlo Pisacane si recherà ad incontrarlo nella sua casina di famiglia in località S. Marco a circa un chilometro dal Fortino del Cervaro, dove non lo troverà. Questa notizia però distorce con la testimonianza di un rivoltoso liberato a Ponza e fatto prigioniero a Padula, Luciano Marino. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Sulla testimonianza del Marino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); etc…”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che “Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Sempre il Fusco, a p. 286, nella nota (72) postillava: “(72) Luciano Marino, scampato all’eccidio di Padula e consegnatosi agli urbani di Sassano, era nato nel 1827 a S. Maria di Capua. ‘Sartore’ ad Aversa, si era arrolato nel reggimento ‘Regina’ da cui aveva disertato, donde la relegazione a Ponza. Nella dichiarazione del 2 luglio a Sala dinanzi al giudice iistruttore Luigi Pizzicaro (ASS, Processi Politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.) oltre all’affermazione del ‘galantuomo’ riferì pure d’un altro personaggio, di un mugnaio di nome Rosario, che era rientrato nel Cilento perchè ‘sapeva’ che sarebbero arrivati i ‘rivoltosi’ (ivi, p. 216). Anche il “tavernaro del Fortino”, Vincenzo Cioffi, secondo Marino aveva affermato di attendere i rivoltosi “da più giorni” (ivi, p. 214).”. La versione della casetta in campagna dei baroni Gallotti distante dalla Taverna di proprietà di Vincenzo Cioffi contraddice l’altra versione che ne dà l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, riferendosi alla “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva pure che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. Dunque, il Pesce riferendosi alla Taverna del Fortino scriveva che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”. Pesce scriveva che, il fabbricato della “Taverna del Fortino” era di proprietà del barone don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “…“Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, etc…”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei Colombo, proprietari dell’immobile ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Nel 1978 fui incaricato dal Giudice Francesco Flora e dal Tribunale di Lagonegro per redigere, in qualità di Consulente Tecnico di Ufficio la Perizia di divisione erditaria dell’Immobile in questione e le parti in causa erano i Colombo contro i Cioffi. In seguito pubblicherò i resoconti della Perizia che provano in modo inconfutabile la precedente proprietà dei Cioffi. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159.”. Sui Gallotti ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri.
Nel 4 settembre 1860, la taverna del Fortino del Cervaro (Casaletto Spartano) di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti, figlio di Carlo e nipote di don Giovanni o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?, (poi in seguito dei Colombo)
Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Alle pendici occidentali del monte Cervaro, rivestito d’elci, di ontani e di querce e tagliato a mezza costa dalla strada statale per la Calabria, sorge a 778 metri di altitudine sul livello del mare, il Fortno, piccolo gruppo di case coloniche dal colore cinerino che le fa confondere,così mimetizzate, con la natura calcarea della zona circostante. Questa piccola frazione del comune di Lagonegro dista dalla cittadina poco più di otto chilometri ed è situata in una zona elevata ben soleggiata, ma quasi brulla. Il viaggiatore che, proveniente da Napoli, giunge in automobile al valico del Fortino, nota sulla destra un piccolo spiazzo circondato da poche case rurali (le cui mura grigiastre portano i segni dei secoli e le sferzate dei venti), legge su una targa azurrina “valio del Fortino” e passa oltre, dando le ali al motore verso Lagonegro. Il Fortino non viene quasi notato nella sua romantica posizione a cavalcioni di una collina, in posizione strategica fra due valli, come una sentinella in vedetta; nessuno dei forestieri si sofferma alla piccola taverna che sa di rurale e di antico e non può certo attrarre la curiosità del viaggiatore. Eppure sul colle del Fortino di Lagonegro, nella semplicità e nella solitudine del luogo alpestre, nella cerchia verde e silenziosa dei monti Cervaro, Serralunga e Salice, su cui da lungi vigila il maestoso Sirino con la piramidale vetta corteggiata da nubi, furono prese ardue decisioni nella storia del Risorgimento.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.“. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, anche se “nel 1848 fu in compagnia del Capo Urbano di Tortorella e Morigerati, onde opporsi all’invasione Cilentana, nella sommossa”, fu compreso tra gli attendibili politici di 3° classe perché “concessa la Cotituzione, esultò al pari degli altri, ma senza ecedere. Partì per Napoli, ed ivi si trattenne qualche tempo. Ritornato in patria, ha serbato regolare condotta”(57). Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (57) postillava: “(57) Dal Giudice Regio di Vibonati, in maggio 1857, gli fu rilasciata carta di passaggio per Salerno col consueto obbligo di portarsi, all’arrivo, presso il Commissario di polizia del capoluogo. Quando vi giunse, il primo giugno, nel sottoporre la carta a vidimazione, domandò di potersi portare a Napoli con la stessa carta. Ivi, b. 31, f. 32,38.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, etc….“. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno. Il nome di quella località deriva da un antico fortilizio, di cui il mio caro amico il Com. Roberto Gaetani di Sapri mi scriveva nel 1907 che si scorgevano ancora i ruderi (3). La comitiva si fermò in una taverna, divenuta già celebre perché ivi si fermò nel 1857 la spedizione di Pisacane la quale purtroppo vi decise la partenza nefasta per Padula e per Sanza, andando incontro a tragica fine. Il sacerdote Arcangelo Rotunno di Padula, ispettore onorario dei monumenti e scavi nel circondario di Sala Consilina, uno studioso modesto e valoroso, ha redatto su quella taverna ormai storica due relazioni nel 1914 le quali chiariscono le poche modificazioni avvenute in quel rustico locale dopo la fermata del dittatore, e ne ha rilevate due fotografie, di cui cortesemente mi inviò copia.”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (3) postillava: “(3) I ruderi sono a cinquanta metri dalla taverna.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “La taverna del Fortino si trova nel punto esatto in cui la terra di mezzo si riconcilia con al civiltà del motore a scoppio, quando la stradina che hai risalito da Vibonati va a sbattere contro la Statale 19, esattamente sul confine fra Campania e Basilicata. Fuori dall’edificio un gruppo di ragazzi si sollazza al sole delle due e mezza, discutendo di calcio, proprio sotto l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia. Tanto che sia Nicola che suo fratello Mario sono nati nell’appartamento al primo piano, sopra il bar. E’ contento Nicola della tua visita. E’ l’occasione buona, ad esempi, per tirare giù dalla parete una cornice a giorno in cui sono piazzate le foto delle adunate garibaldine che si facevano alla taverna fino a una decina d’anni fa. Te l’appoggia sul vecchio bilardino, sotto la lapide, toglie lo straccio una ditata abbondante di polvere e mostra le foto una per una: gruppi di camice rosse col bicchiere in mano festanti, in festanti, in mezzo alle quali spunta addirittura un sosia del generale. Però c’è anche altro da vedere. Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.
Nel 4 settembre 1860, il barone di Battaglia, don PAOLO GALLOTTI, nipote di Giovanni, proprietario della taverna del Fortino del Cervaro che ospitò Garibaldi
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”….Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti,…..”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Infatti, l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi…..accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro; ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poco buona accoglienza, Carlo Pisacane, etc…. E là, nell’osteria del Fortino – etc…narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Eravamo affamati – occupammo la solita stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscita, etc…Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e dal comandante piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta…Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte etc…”. Dunque, Agostino Bertani descriveva i due ambienti di cui era costituito il piccolo fabbricato della Taverna. Sempre il Pesce, a p. 38, in proposito scriveva pure: “….risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quela di Salerno tra il territorio di Lagonegro e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 41-42, in proposito scriveva che: “Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.
GARIBALDI al FORTINO del CERVARO
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi alla “taverna” del Fortino del Cervaro, piccola frazione di Casaletto Spartano
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, …e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 456-457, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.“. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; con Giacinto Albini e Nicola Mignogna, prodittatori della Basilicata; con Pietro Lacava, segretario del governo provvisorio lucano; con Giuseppe Mango, commissario organizzatore del circondario di Lagonegro; con la giornalista inglese Jessie White ed il marito Alberto Mario (61). Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Devo però precisare che ciò che scrive il Fusco, a pp. 146-147, in proposito scriveva che Garibaldi: “….salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; etc..”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Inoltre, è errato quando scrive che Garibaldi, “….nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione;” è corretto solo che Garibaldi, al Fortino incontrò Stefano Turr, al quale aveva scritto da Sapri, ma Fusco sbaglia a scrivere che Garibaldi, al Fortino incontrò anche il Bertani e Cosenz. Secondo il racconto del Bertani (….), riportato anche dalla giornalista Jessie White Mario, Bertani stesso arrivò con Garibaldi a Sapri, insieme a Cosenz e con essi si portò a Vibonati, e con essi salì al Fortino. Garibaldi si incontrò al Fortino con Bertani e Cosenz ma essi erano con lui a Sapri ed insieme proseguirono al Fortino. Insieme a Garibaldi, a Bertani, a Cosenz, salì al Fortino anche il generale Gandini della Brigata Milano. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare etc…”. Dunque, a Sapri, Garibaldi arrivò con Cosenz, Bixio, Medici, Sartori e Basso, essi erano in sette come scrisse pure il Bertani ed è plausibile che essi si recarono al Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre all’alba Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buona ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva etc….” (151). Quella che si tenne nella taverna di Fortino fu, dunque, un vero e proprio consiglio di guerra. Erano infatti presenti, come abbiamo visto, oltre al dittatore Giuseppe Garibaldi e al segretario generale Agostino Bertani anche il generale di divisione dell’Esercito Meridionale, l’ungherese Istvàn (italianizzato Stefano Turr, il maggiore generale Enrico Cosenz, il segretario personale, oltre che fedelissimo amico, di Garibaldi, il nizzardo Giovanni Battista Basso, ed infine il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, etc…”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “….rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…..insieme a Rustow…..La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare……Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 1857 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi nell’attuale comune di Casalnuovo, in proposito scriveva che: “Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo ma credo che gli accompagnatori di Garibaldi si partissero dal Fortino, ovvero essi erano al Fortino con Garibaldi. Queste notizie, De Crescenzo le prese dal testo di Giuseppe Guerzoni (….), del suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Dalla notizia degli amici e accompagnatori di Garibaldi possiamo dire se questi personaggi facessero parte della comitiva che da Castrocucco accompagnava Garibaldi a Sapri ?. Sappiamo che il generale Turr, non era a Sapri perchè era partito per il Fortino su ordine di Garibaldi. Sappiamo che il generale Enrico Cosenz era con Bertani e Garibaldi a Castrocucco, da dove in barca si recarono a Sapri. Di Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, sappiamo che solo Nullo viene citato come uno dei sei che accompagnava Garibaldi a Sapri. E’ molto probabile che Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Mordini, Missori e Serafini, fossero già al Fortino per incontrarsi con Garibaldi. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”.
Nel 4 settembre 1860, al Fortino, il garibaldino lucano Giambattista PENTASUGLIA alle prese col telegrafo
Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Etc…”. Da Wikidepia leggiamo che Giovanni Battista Pentasuglia, noto come Giambattista (Matera, 3 novembre 1821 – Matera, 4 novembre 1880), è stato un patriota e politico italiano. Noto per essere stato l’unico lucano a prendere parte, sin dal principio, alla spedizione dei Mille, partecipò anche alle guerre d’indipendenza italiane e svolse importanti incarichi nel campo della nascente telegrafia. A seguito dell’Unità d’Italia, fu insignito del titolo nobiliare di Conte, nominato ispettore generale ai telegrafi ed eletto deputato (1861). Ideò e pose in opera il cavo telegrafico sottomarino tra Sicilia e Sardegna e sullo stretto di Messina. Partecipò anche alla terza guerra d’indipendenza e, una volta terminata, fece ritorno alla sua natia Matera, lavorando come ispettore capo dei telegrafi e passandovi il resto della sua vita. La città lo premiò con una medaglia d’oro per le sue gesta patriottiche. È sepolto nel cimitero di Matera di via IV Novembre. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 76, in proposito scriveva: “Fu nominato tenente del genio militare piemontese, e fu occupato negli uffici telegrafici. Nella guerra della II° Indipendenza (1859) contro l’Austria il tenente Pentasuglia, come telegrafista, rese segnalati servizi all’esercito italo-francese. Come si è detto, egli seguì Garibaldi fin da quando questi salpò da Quarto per la Sicilia, poi, fin al Volturno. Nessuna gratitudine ebbe per lui il nuovo governo italiano ed il valoroso Pentasuglia, disdegnato ma fiero della sua forte anima, si ritirò a Matera ove morì il 4 novembre 1880, povero e lieto di aver compiuto il suo dovere per la Patria.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 30-31, in proposito scriveva: “…è opportuno accennare ad un interessante episodio, di cui fu protagonista un lucano. Fra i Mille, che seguirono Garibaldi in Sicilia, vi era un cittadino di Matera, Giambattista Pentasuglia, telegrafista. Questi, appena sbarcato a Marsala, si affrettò a raggiungere l’ufficio telegrafico. Qualche minuto prima, l’impiegato addetto a tale ufficio, aveva comunicato a Palermo la notizia dell’arrivo di due piroscafi nel porto di Marsala. Il Pentasuglia, dopo aver puntato la rivoltella contro l’impiegato, telegrafò a Palermo che i due vapori “erano borbonici”, e che non vi era, pertanto, alcuna ragione di preoccuparsi.”.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi al Fortino del Cervaro e la folla di curiosi che accorsero per vedere l’Eroe dei Due Mondi detto “Carlobardo”
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe….al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.“. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Uno studioso di memorie patrie (11), in alcune sue pagine inedite, ricorda l’entusiasmo provato nell’attesa e nell’arrivo dell’Eroe: “Anch’io, con Raffaele Caputo marito della mia zia materna Rosa Santoro, con costei, con Vincenzo Caputo, di lei cognato, con l’armaiuolo (vulgo, armiere), Caggiano, del quale mi sfugge il nome, e qualche altro parente o amico che non ricordo bene, il 4 ci recammo giù giù, alla contrada del Carrara dell’Arena, donde ben si poteva osservare il passaggio dell’atteso corteo. Fermatici in un nostro fondo rasentato dalla consolare delle Calabrie, invano attendemmo il vincitore di Calatafini, Palermo ecc…, che quel giorno non passò. Il domani tutti giù di buon’ora. Oh, l’ansiosa aspettazione ! Splendeva un bel sole. Il viale formicolava di gente d’ogni età e condizione, non esclusa una buona rappresentanza del clero e dei minori osservanti. Finalmente il corteo apparve. Tanto calpestio sollevava nugoli di polvere. Sguardi, braccia tese, acclamazioni interminabili verso chi veniva, su bianco cavallo, in nome di Italia. Quanto fascino emanava da lui e da tutte le camicie sosse! E tra esse, che già ne contavano due partiti da Quarto (12), si confuse l’armiere con altri sedici di questo paese (13). Etc..”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (11) postillava che: “(11) Il sacerdote Angelo Rotunno, nato a Padula il 31 gennaio 1851, che contava allora otto anni sette mesi e pochi giorni”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (12) postillava che: “(12) Vincenzo Padula ed Antonio Santelmo, di cui già si è parlato.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Lungo ogni via che stimavano dover Egli lambire, con prestezza del baleno, da Reggio a Salerno, si accalcavano le genti convenute da trenta chilometri discosto per compiere nelle parvenze della vista il fantasma plasmato della mente: era gente varia per ordini, per cultura, per età, e gentili donne e poveri contadini e legioni preti, frati, artieri, braccianti; tutti dall’aprirsi dell’alba aspettavano sui ciglioni dei campi il suo passaggio, altri si ghermiva alla cima degli alberi per vederlo da lungi e primo agli altri additarlo. Su quella via passavano alla rinfusa drappelli di militi insorti, schiere di camicie rosse, uffiziali d’ogni lingua e nazione, branchi di regi soldati, i quali laceri, scalzi, e sfiniti, pitoccavano il pane per vivere ai viandanti; e tutti, a ragione d’entusiasmo e di pietà, gittavano all’eco dei colli e delle valli il nome di Lui; ed il nome di Lui riecheggiava, di momento in momento, di punto in punto, fede, augurio speranza….Come egli appariva era gente che cadeva in ginocchio, gente che ne baciava le vesti, gente che voleva torlo in sulle braccia ai suoi brevi alloggiamenti; e di passo in passo, erano rappresentanze di Municipi, d’istituti e di cleri, che si pressavano a compire degli onori uffziali dei Cesari fatti Iddii, il nuovo Cesare fatto popolo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 39 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Tratti appunto da tale irresistibile entusiasmo, i numerosi cittadini, d’ogni età e condizione, accorsi sul Fortino, nel 4 Settembre, dai luoghi circostanti, dalle città e dai villaggi, dalle ville e dai casolari, proruppero in deliranti acclamazioni ed evviva, che la vergine eco ripetè, con incessante lena, su per l’ispido monte Cervaro e giù per la fertile vallea, e che venivano quasi a fugare e disperdere le tristi ricordanze delle passate vicende, di cui erano stati teatro quei luoghi, pei quali erano transitati, nei passati secoli, tiranni ed eserciti invasori, che venivano a ribadire le nostre catene, da Alarico a Carlo V, da Consalvo di Cordova a Bonaparte. Il Dittatore accolse tutti con ineffabile cortesia, che era dote del nobile animo suo, esortandoli alla santa impresa con quella fede e con quella sicurezza, che, anche nei momenti più difficili, non gli vennero mai meno. E tutti rimasero alllora compresi dalla più viva ammirazione pel grande Eroe, in cui lo sguardo acuto e fosforescente, la fronte maestosa e serena, la barba bionda e diffusa, i capelli ricadenti sulla nuca in larghe anella, il viso spirante fiducia e rispetto, l’eloquio meludioso ed affascinante, e tutta la persona agitata e quasi vibrante energia, amore e fede nei destini d’Italia, facevano il più bello e poetico risalto sulla fiammeggiante camicia, che Egli aveva preso per insegna delle sue gloriose e leggendarie imprese a prò dell’umanità oppressa. A quei dolci racconti, appresi dalla viva voce dei fortunati contemporanei, noi esclamiamo col Manzoni: …..”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani,……Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva……Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.“. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…………….”.
Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino (o a Casalnuovo ?), Pietro LACAVA e Nicola MIGNOGNA che consegnò a Garibaldi la somma di 6000 ducati
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. Etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia, e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Caldarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, invano avevano chiesto denaro alle casse pubbliche ed ai privati, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprorevoli dissidi, edil Generale rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che presso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque reputazione” (1).”. Pesce, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria’ del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 405-406, in propposito scriveva che: “Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Cardarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprovevoli dissidi, ed il Genenare rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che spesso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque riputazione”. Da questa lettera del Generale si vede che anche in lui rimase saldo nella mente il grato ricordo di quei luoghi pittoreschi, che per gli importanti avvenimenti sono ormai consacrati alla storia.”. Pesce, a p. 406, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Alla taverna arrivarono Michele Mignogna e Pietro Lacava mandati dal governo provvisorio di Basilicata per consegnare al Generale la somma di sei mila ducati. Garibaldi accettò ben volentieri quella somma, rispondendo al Mignogna “Gradisco più questa somma che un esercito.”. Difatti urgeva denaro per provvedere ai bisogni di quelle colonne insurrezionali. Una parte di esso servì per alimentare le truppe del generale Caldarelli, che non aveva potuto ottenere dal governo i mezzi necessari (1). Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Mazziotti, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Lacava Michele, opera citata, pag. 701 – Discorso di Pietro Lacava tenutosi in Napoli nel maggio 1911, nel Congresso dei patri superstiti delle patrie battaglie, p. 17.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settimane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto. I lucani gli mandavano in attestato di affetto il dono di 6000 ducati (25000 lire) e arruolarono una brigata Lucana che seguì Garibaldi fino a Napoli, dove 900 si sbandarono, mentre gli altri 1200 parteciparono alla campagna del Volturno (3). Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (3) postillava: “(3) Racioppi, 217; Mignogna, 214-215”. Dobelli, a p. 436, postillando di “Mignogna = Carbonelli (G. Pupino) – Nicola Mignogna, Napoli, 1889.”. Infatti, Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Garibaldi gli stende la mano, gli ripete con voce incantevole: “Bravo, Mignogna, voi avete ben meritato della Patria!”. A cui il Mignogna: “Tutto è possibile, Generale, quando voi volete.” E si dicendo, gli porge un foglio. E’ un telegramma di Giuseppe Libertini presidente del ‘Comitato Unitario che annunzia: “Francesco II, preso congedo da’ Napoletani s’imbarca per Gaeta….” etc…”. Pupino, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). “Dal sig. avv. Nicola Mignogna ho ricevuto Ducati seimila (pari a L. 25,500), offerta fatta dalla Provincia di Basilicata al Dittatore. Il Segretario Generale della Dittatura Agostino Bertani.” “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Anche press’a poco alle 8 (a.m.) il Generale Garibaldi con le persone che l’accompagnano perviene sulla consolare per Sala ad un gruppo di case chiamato Fortino. Ivi il Generale trova i Signori Mignogna, Prodittatore di Basilicata, e Lacava venuti a salutarlo e per offrirgli D. 6000 in piastre e colonnati (beati tempi!!). E secondo il De Cesare il dono riesce molto gradito al Generale !!! Ed il Lacava fa sapere, che di tal somma il Dittatore ne fa tenere una parte al Generale Caldarelli: il quale marciando tra i nemici popoli ha chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di chi pagare i viveri dei suoi soldati. Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Dunque, Raffaele De Cesare scriveva che Garibaldi ricevette Mignogna all’osteria del Fortino e non a Casalnuono. Secondo il Bertani, Mignogna arrivò al Fortino il giorno 4 settembre 1860 ed a Casalnuovo, il giorno 5 settembre si recò con Garibaldi come invece, diversamente scrive il Treveljan. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Garibaldi intanto, di vittoria in vittoria, il 4 settembre toccò la nostra terra al Fortino nel Lagonegrese, ove s’incontrò con Mignogna.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi…..Etc…. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Basilicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pP. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: “Lo attendevano Nicola Mignogna e Pietro La Cava: due cospiratori audacissimi, i cui nomi erano segnati a carattere di fuoco nel libro nero della polizia borbonica. Il colloquio sulla effervescenza della Basilicata – sollevatasi dopo il 20 luglio – avvenne nella storica “Osteria”, ove Pisacane radunò il suo minuscolo Stato Maggiore nella notte del 30 giugno 1857. Ed a Garibaldi i suddetti cospiratori lucani consegnarono, in nome del loro Governo provvisorio, ben seimila ducati in ‘piastre e colonnati’. Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono….Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…..al Fortino,…..dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Gaetano Lancillotti, a p. 115, in proposito scriveva: “480 Gaetano Lancillotti, Conto sommario degl’introiti e degli esiti fatti dal Governo Provvisorio dlla Insurrezione Lucana nell’agosto e settembre 1860, s. 1., nè a. (1861). Il Prestito Nazionale fruttò al Governo prodittatoriale la somma di duc. 22.930,22 etc…Il resto del riscosso, duc. 6.000, venne consegnato a Giuseppe Garibaldi come risulta dalla lettera di Garibaldi a Giacomo Racioppi del 6 febbraio 1861 da Caprera con la quale si dà quitanza della somma ricevuta.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”.
Nel 1856-57, i Processi a diversi rivoluzionari antiborbonici: Nicolò MIGNOGNA
Maria Sofia Corciulo (….), nel suo “Opinione pubblica e processi politici nel regno delle due Sicilie: il caso Mignogna – De Pace (1855-56)”, in “Archivio Storico per le provincie napoletane”, vol. CXXII, Società Napoletana di Storia Patria, 2005, a p. 395 ci parla del processo intentato nel 1856 contro Nicola Mignogna e, a p. 403, in proposito scriveva che: “Sorprendentemente, nonostante le peggiori aspettative, la sentenza fu mite: il 2 ottobre 1856, al Mignogna fu comminato l’esilio dal regno (il Mazzini era intervenuto in suo favore presso l’ambasciata inglese in Napoli). Agli altri imputati, con l’eccezione dei recidivi detenuti, Ventre, Mauro e De Angelis, ai quali furono aggiunti ai 20 che già stavano scontanto altri 12 anni di ferri, non furono inflitte pene eccessivamente dure: due anni al sacerdote De Cicco ed uno al monaco Ruggero. I restanti inquisiti vennero assolti, fra cui il De Pace (25). Etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Nicolò Cataldo Mignogna (Taranto, 28 dicembre 1808 – Giugliano in Campania, 31 gennaio 1870) è stato un patriota e politico italiano. Fu uno dei 1089 componenti della Spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Nel 1836 si iscrisse alla Giovine Italia e partecipò ai moti del 1848. Poiché era stata trovata una corrispondenza cifrata nella sua abitazione, nel 1855 fu processato e condannato all’esilio perpetuo dal Regno delle Due Sicilie. Si recò allora a Genova, dove conobbe Giuseppe Garibaldi che lo nominò tesoriere della spedizione dei Mille. A Talamone fu aggregato alla III Compagnia di Giuseppe La Masa e si imbarcò sul Lombardo. Fece amicizia con Emilio Petruccelli, con cui il 5 agosto convocò il comitato d’azione. Il 15 agosto il comitato emise un comunicato che invitava tutti i liberali a convergere a Potenza dove, grazie ad una rivolta civile, fu costituito il governo prodittatoriale nelle persone di Giacinto Albini e di Mignogna. Il 4 settembre 1860 Garibaldi giunse a Fortino di Lagonegro dove fu accolto da Mignogna e da Pietro Lacava, i quali posero gli omaggi del governo lucano e gli consegnarono a nome del popolo seimila ducati, devoluti ai soldati borbonici disertori. Su Nicola Mignogna ha scritto Giuseppe Pepino-Carbonelli (….), nel suo Nicola Mignogna nella storia dell’unità d’Italia, Napoli (1889).
Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino, Garibaldi incontrò Francesco Paolo LAVECCHIA, comandante della Colonna di Tricarico e di stanza a Lagonegro
Pare che al Fortino, Garibaldi, oltre ad avere incontrato il messo di Depretis, Piola-Caselli e Mignogna e Lacava, avesse incontrato e ringraziato anche Francesco Paolo Lavecchia, comandante dei volontari che si trovavano di stanza nel Lagonegrese. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Garibaldi intanto, di vittoria in vittoria, il 4 settembre toccò la nostra terra al Fortino nel Lagonegrese, ove s’incontrò con Mignogna. Il dittatore ringraziò Lavecchia sia per lo splendido lavoro compiuto nel lagonegrese, sia per avere con intelligenza raccolti e disarmati i gendarmi e i soldati borbonici in fuga, e sotto buona scorta avviati ai propri paesi, sia per aver preparato i viveri alle truppe garibaldine.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……
Nel 4 settembre 1860, Turr che aveva accompagnato il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, arrivati al Fortino del Cervaro si fermarono per attendere il generale Garibaldi, a cui consegnarono delle lettere riservate di Depretis e di Cavour
Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso. Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, etc…”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 73-74 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz.”. Bertani racconta e testimonia della riunione che si ebbe al Fortino del Cervaro tra Garibaldi, Turr e Piola. Anche Turr era già al Fortino. Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: “IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”…”. Sappiamo del viaggio del Piola per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”. L’ultima notizia dell’Agrati non corrisponde al vero in quanto non fu Turr ad “…dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”, ma fu Rustow con buona parte delle truppe garibaldine che il giorno 2 settembre sbarcarono a Sapri con il Turr e con Rustow. Quando Garibaldi arrivò a Sapri e diede l’ordine a Rustow di avviarsi a Vibonati, il Turr aveva lasciato Sapri già dalle prime ore del mattino. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; etc…”. Dunque, dai brani e dalle notizie sappiamo che Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi, alla taverna del Fortino del Cervaro ricevè il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, latore di una lettera di DEPRETIS che gli chiedeva l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo
Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Guerzoni, a p. 177, nella nota (1) èposstillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 149-150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Garibaldi chiamò a consiglio Cosenz e Turr, il cui parere fu l’annessione, purchè il Governo soccorresse apertamente le operazioni sul continente, ed il Depretis restasse in Sicilia come Luogotenente del Re. Garibaldi dopo alcuni istanti di riflessione cominciò a dettere al suo segretario Basso questa risposta: “Fate l’annessione quando volete”. In quel momento entrò Bertani etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Eravamo affamati, ed occupammo la sola stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscio, veniva recato allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto, ma ben d’altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto di impegnarli in suo aiuto. M’accorsi bensì di qualche imbroglio, ma più di esso in me potè il digiuno, e mi posi intorno al capretto. Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e del comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitai a mangiare: ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Tur, del cui intervento non compresi la necessità, poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora mi avvidi che potevo entrare anche io, quant’unque non rivestito di alcun carattere ufficiale. Era tempo. Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte nella scena interessante che descrivo. Appena al di là dal piccolo uscio a dritta stava seduto Garibaldi su d’una rustica sedia, al suo fianco destro Tur, all’estremità sinistra della camera, in piedi appoggiato ad un letto stava Cosenz. Rimpetto a Garibaldi, chi aspetta la dettatura, Basso. Al suo fianco, e proprio in faccia a Garibaldi ed in piedi, Piola. Io mi posi all’estremità destra della camera sotto una finestra e ritto. Il discorso durava da pochi minuti, quand’io entrai con qualche sorpresa dei presenti. Garibaldi, sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza, disse forte: Basso, scrivete, e dettò: ‘Caro Depretis, fate l’annessione quando volete’. La gran parola era slanciata….E la scena finì. Garibaldi si levò. L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passandomi accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi. Avevo compiuto ciò che credevo mio dovere allora, e non ricordo se rimanessi solo anche a mangiare il capretto allo spiedo. Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi, già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (1).”.”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “…..Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annessione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele. Costui fu sostenuto con tutto ardore dal Turr, e dal Cosenz, i quali supplicarono il Generale di concedere l’annessione a condizione che il Depretis rimanesse al governo come luogotenente di Vittorio Emanuele e ce non si cessasse di mandare dall’isola sussidi ai garibaldini, consistenti in forze ed in denari. In quella taverna si svolse un famoso episodio riflettente quanto abbiamo or ora accennato e che vale la pena riportare. Il Bertani lo narrò alla signora Iessie White Mario, che così lo riferisce in una sua opera (15): “Garibaldi entra in una stanza ove fumava etc…”. E la scena, dopo qualche minuto, finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione (17). La lettera interrotta venne lacerata e in sua vece ne fu spedita una nuova che rimandava l’annessione ad altro tempo.”. De Crescenzo, a p. 115, nella nota (15) postillava: “(15) A. Bertani e i suoi tempi, vol. II.”. De Crescenzo, a p. 116, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. anche l’altra opera del Bertani: Ire politiche d’oltretomba.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre……“. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre……Entro anch’io, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Su Agostino Bertani al Fortino, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Infatti, Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi invero, per quella sua incauta ed imperiosa tendenza di abbandonare il potere, per l’indifferenza sua di governo e per la noia de gl’intrighi, avrebbe forse concessa l’annessione della Sicilia prima dell’ingresso a Napoli, se una voce di amico, per quanto poco autorevole, non gli avesse mostrato la sconvenienza di compiere quell’atto e tanto più in quei giorni. E quella voce allora ascolta fu la mia.”. Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….“. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”. Trasognai e dissi: “Generale, voi abdicate”. Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Si, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete ancora a Napoli.”. La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Turr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero, che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. “Avete ragione”, disse il generale, e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: “Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C….”. E la scena finì. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Fusco, a p. 352, nella nota (63) postillava: “(63)…….”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu disgraziatamente deciso, nel consiglio tenuto da pisacane con Nicotera e Falcone, di restare nella provincia di Salerno piuttosto che passare nella Basilicata e di lì, occorrendo, in Calabria; ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola. Se Pisacane avesse ceduto ai suggerimenti dei compagni, la sua impresa avrebbe forse avuto men triste fine; se Garibaldi avesse ceduto alle richieste del Depretis si sarebbe perduta forse per sempre, o almeno ritardata di molto, l’opportunità di unificare l’Italia. I tempi erano diversi. Su proposta dell’on. M. Mazziotti il consiglio prov. di Principato citeriore nell’adunanza del 1° ottobre ultimo, deliberò l’apposizione di una lapide che ricordasse i due avvenimenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Il Generale si capacitò rapidamente dell’evidenza delle mie ragioni, oppose qualche parola alle insistenze di Turr, proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii, e scosso il capo, gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunse: ‘Basso, stracciate la lettera’. E poi con calma riprese a dettare: ‘Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti (1)’.” E la scena finì. Garibaldi si levò L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passando accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.”.”. Pesce, a p. 37, nella nota (1) postillava: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Diventa allora plausibile, anche se non dimostrata, l’ipotesi che la lettera e, soprattutto il messaggio di Cavour, di cui era latore Augier, possono avere influenzato il repentino e temporaneo cambio di atteggiamento di Garibaldi riguardo all’anticipata annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II. Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito. Che Augier e Bertani fossero attestati su posizioni opposte è peraltro provato dalla già citata lettera del Capitano aveva indirizzato il 15 giugno all’amico generale. In quella missiva, come abbiamo visto, sembrerebbe, egli diffidava del medico milanese e dei mazziniani…..Sembrerebbe però che, nella locanda del Fortino, le idee del marinaio ligure non avessero fatto presa nell’animo di Garibaldi, il quale finì per accogliere quelle di cui era portatore Bertani. Infatti, dopo l’incontro con Garibaldi Augier non tornò a Torino, per riferire a Cavour, ma si fermò a Napoli, rimanendo comunque in stretto contatto con il Conte, tramite Astengo, anche dopo l’arrivo del Generale in città. Lo conferma la lettera che il Viceconsole scrisse al Conte il 9 settembre, nella quale tra le altre cose gli comunicava che: “Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi, etc…..(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi, pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…” Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette ed ascoltò i consigli del Bertani. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…..Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 86-87, in proposito scriveva: “IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proporio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”….”Dopo poco” – continua Bertani – “vidi entrare Garibaldi seguito dal suo compagno e segretario Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito (dividente in due l’unica stanza dell’osteria in cui avveniva il colloquio) e rinchiudersi dietro la porta”…Quando però il Bertani vide entrare anche il Tur ed il Cosenz, irruppe anch’esso nella stanzetta nel momento in cui Garibaldi, “sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza”, dettava al Basso le seguenti parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”(175). Che cosa era avvenuto? Il Piola aveva fatto leggere a Garibaldi la lettera del Depretis, ed aveva poi trovato caldo patrocinatore nella sua tesi nel Tur, che a sua volta, aveva apertamente espresso “il parere di fare l’annessione, però col patto che Depretis fosse nominato luogotenente del Re, e ci venisse mandato tutto il soccorso ncessario per le nostre imprese nel continente”….(176). L’improvvisa entrata del Bertani ed il brusco “movimento involontario di sorpresa” da lui fatto nell’intendere le ultime parole di Garibaldi, fece sospendere la dettatura della lettera, mentre l’ardente rivoluzionario dichiarava apertamente: “Generale, voi abdicate….Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia etc…”…”La discussione” – scrive il Bertani nel suo taccuino (177) – “fu concitata; chi additava la mancanza di danaro,di armi, di volontari…Tur specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino”, mentre il Bertani ricordava a Garibaldi, che la circolare Farini era la sola causa della diminuzione dei volontari, e che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano ‘a Sicilia…”Avete ragione”, disse il generale, “e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di una mezza dozzina di inquieti e cominciate dai due C…. “E la scena” – conclude il Beltrani – “finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere”(178).”. Maraldi, a p. 87, nella nota (177) postillava: “(177) Taccuino del Bertani pubblicato dalla Mario, op. cit., pag. 185-86. Nelle “Ire politiche ecc..”, il Bertani abbellisce il racconto della scena del Fortino con particolari e parole che, alla distanza di nove anni, non potevano provvenire che dalla fantasia dello scrittore.”. Maraldi, a p. 88, nella nota (178) postillava: “(178) Taccuino citato, op. cit., pag. 186. Si noti che, secondo l’Arzano, il fallimento della missione Piola era dovuto anche al fatto che il Piola non inspirava la simpatia di molti amici di Garibaldi…”. Maraldi, postilla della risposta e di ciò che scrive Stefania Turr, la figli di Turr a quanto scritto dal Bertani nel suo Diario (Ire politiche etc..). Stefania scriveva che il padre scriveva che il quella occasione Garibaldi chiamò a consiglio di guerra Cosenz e Turr. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani” etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 239, in proposito scriveva che: “Depretis era ansioso di sentire da Piola che Garibaldi approvava il suo nuovo atteggiamento, poiché da questo dipendeva il successo o il fallimento di tutta la missione. Quando finalmente, il 4 settembre, Piola raggiunse a Fortino l’esercito in marcia, Garibaldi si trovava completamente impegnato nel dirigere l’impetuosa avanzata su Napoli, e dettò quindi frettolosamente una risposta per confermare che Depretis era libero di agire nel modo che ritenesse opportuno. Evidentemente era cancora convinto che Cavour non avrebbe voluto o potuto resistere alla rivoluzione; ma, giunta la faccenda agli orecchi di Bertani, questi subito protestò, dicendo che rispondere così avrebbe equivalso ad una rinuncia al potere, giacché l’annessione della Sicilia avrebbe tagliato fuori Garibaldi dalla sua base, e, dopo la circolare di Farini contro i volontari, non c’era nessuna garanzia che Cavour non se ne sarebbe servito per nuocere loro anzicché per aiutarli. Perciò il dittatore modificò la risposta al governo siciliano e, dopo più matura riflessione, scrisse di essere pur sempre disposto a fare quanto Depretis raccomandasse, ma circa l’annessione era del parere che “Bonaparte” potesse “ancora aspettare alquanti giorni”, preferendo che tutto venisse fatto contemporaneamente dopo che si fosse raggiunta Roma (1)…..Allorché Piola il 5 settembre giunse a Palermo con la risposta trovò la città più agitata che mai etc…”. Mack Smith, a p. 240, nella nota (1) postillava: “(1) A. Bertani, Ire politiche d’oltretomba, pp. 74-77.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Valga per tutti l’accenno al noto importante episodio del 4 settembre, avvenuto oltre Sapri nella località dove sorgeva l’osteria del Fortino. Qui arrivò il Piola, ministro della Marina Siciliana, inviato dal Depretis, la cui prodittatura in Sicilia attraversava gravi momenti, per chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione dell’Isola al Piemonte. Garibaldi, sia per quello che gli scriveva a tinte fosche il Depretis, sia per quanto a viva voce narrava il Piola (1), aveva ormai, col parere del Turr e del Cosenz, che erano presenti, acceduto alla richiesta e stava dettando la risposta favorevole, quando entrò il Bertani, il quale (è lui stesso che lo racconta) comprese subito di che si trattava e disse: “Generale voi abdicate! Si, voi tagliate i nervi alla rivoluzione, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è gran forza per voi e oggi tanto maggiore in quanto non esiste ancora Napoli”. Seguì una discussione concitata, a cui parteciparono tutti i presenti e infine Garibaldi disse: “Avete ragione”! e dettò al Segretario Basso la nota risposta di tenore tutto opposto a quella che poco prima stava dettando: “Caro Depretis, mi pare che Buonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi, intanto, di mezza dozzina d’inquieti”. Dopo questo singolare episodio parve che la considerazione del Dittatore per il Bertani fosse maggiormente accresciuta. Il giorno seguente da Sala Consilina egli firmò il decreto che nominava “Il colonnello Bertani Segretario Generale della Dittatura” e che fu poi pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 Settembre.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: “6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biasima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis , colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola….< La scena (scrive il Bertani) ¹ accadeva in una povera osteria. Türr e Cosenz, presenti al colloquio, secondavano la proposta del Depretis, e già Garlibadi, non sapremmo se più persuaso o infastidito, aveva detto: -Basso, scrivete: Caro Depretis, Fate l’annessione quando volete ; – allorchè il Bertani, entrato poco prima, esclamò: – Generale, voi abdicate; – е сараcitato ben presto dalle opposte ragioni del Bertani (capacitato, perchè secondavano l’inclinazione del suo animo): – Avete ragione, – rispose, e rivoltosi a Basso , che stava sempre colla penna in mano, soggiunse: Basso, stracciate la lettera. – > E poi con calma riprese a dettare : Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’ inquieti, e cominciate dai due C…› E la scena finì ; > ma non finirono del pari le lotte per l’annessione siciliana.”.
AL FORTINO IL DIALOGO TRA BERTANI E GARIBALDI
Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola apportatore per lui di collecitazioni del Depretis per la pronta annessione della Sicilia al Piemonte. Il Generale, che è coi suoi seguaci nell’osteria del Fortino, dice a Basso: Scrivete e detta: “Caro Depretis fate l’annessione quando volete”. Ma il Bertani interviene ed osserva: “Generale voi abdicate”. Ed egli: come mai? Ed il Bertani risponde: “Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunziate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, ed oggi tanto maggiore che non siete ancora in Napoli. Il Generale soggiunse: Mi dicono questi amici (additando Turr Cosenz e Piola) che così vuole la Sicilia, che le mancano i denari, che dall’Isola non vengano sufficienti volontarii, nè addestrati alle armi, che avremo altri e più efficaci soccorsi di Torino. Ma il Bertani che di annessioni al Piemonte non vuole a niun costo ripiglia: I vostri picciotti (militi Siciliani) vi seguiranno fiduciosi in ogni impresa dell’Isola, e non vi abbandoneranno mai dovunque andiate combattendo per la libertà della patria. La Sicilia sostenne le spese della guerra finora coi suoi soli denari Siciliani. Nelle casse di Messna stanno a vostra disposizione, ora che parliamo, centinaia di migliaia di piastre. Etc….”. Agostino Bertani, annotando nel suo taccuino e memorie pubblicate dalla giornalista White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 185-186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino , sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala . Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitatamente con Türr giunto anche lui . Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: Caro Depretis, fate l’annessione quando volete. Trasognai e dissi: Generale, voi abdicate.” Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Sì, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana , rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete. ancora a Napoli . “. La discussione fu concitata : chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. Avete ragione, ” disse il generale , e a Türr rammentava che Cavour , che Fanti , che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni . Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C … » E la scena finì. Io rimasi solo col generale , il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione . Gli avversari saranno meco furiosi , ma sento di aver fatto il mio dovere .“. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese. La White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., in proposito aggiungeva di suo: “Nessun dubbio che questo dovere compiuto nel modo reciso e franco che caratterizzava Bertani, era per rendere < furiosi gli avversari; ma sicuramente l’annessione della Sicilia fatta in quel momento sarebbe stata funestissima. Proprio in quel giorno Cavour, convinto d’aver pestato l’acqua nel mortaio in quanto a Napoli, ordinava a Persano di prendere intanto per arra la flotta e i forti, soggiungendo: Non è più a Napoli che noi possiamo acquistare la forza morale necessaria per domare la rivoluzione . L’annessione avrebbe troncato le ali alla rivoluzione li per lì, nè mai più Garibaldi avrebbe potuto telegrafare dal Volturno ‹ Vittoria su tutta la linea. Egli non subiva l’influenza di Bertani, sì fu colpito dalle parole non siete ancora a Napoli; convinto della bontà delle altre ragioni esposte con rara schiettezza , adottò il consiglio . Onde da quel momento si vociferava essere Bertani il mentore del dittatore, e fin d’allora cominciarono tante e tali persecuzioni da schiacciare un uomo di tempra meno forte, di patriottismo meno disinteressato.”.
Nel 4 settembre 1860, le neviere per la preparazione del ghiaccio e dei gelati alla “Tempa dei Paglioli”
Del trasporto di neve dalle vicine montagne al tempo di Garibaldi vi è la testimonianza diretta del colonello Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 286, nella nota (37) postillava che: “(37) Sulle neviere di Vibonati, cfr. F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II, p. 519”. Policicchio postillando sulle “neviere di Vibonati”, ovvero sulla scorta di ghiaccio che le donne di Vibonati andavano a prendere sul monte Cervato, presso il Fortino, a p. 519 del suo volume “Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II”, spiegava che: “Una volta a rendere questo servizio c’erano le neviere: località poste sui monti atte alla conservazione della neve di cui, poi, i Comuni concedevano la vendita a privati per i bisogni e la rivendita al pubblico. Anche Vibonati, quindi, aveva le sue neviere. La consuetudine era che, nei vari Comuni, la vendita si concedeva ad una sola persona per non aversi danni, al pubblico e al privato, etc…Il rivendicatore (ilconcessionario) si impegnava a non far mancare, giornalmente, la neve pena una ammenda, pari a lire 10 giornaliere agli inizi degli anni Ottanta. Etc…”. Dunque, il colonnello Rustow testimoniava che, messisi in marcia da Vibonati, le brigate dei volontari garibaldini, la mattina del 4 settembre 1860: “discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”. Rustow scriveva che una volta discesi al Vallone del Molinello, essi risalirono “gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”. Guardando una carta geografica dell’epoca, del 1788, si vedono chiaramente indicati questi luoghi e toponimi. Rustow testimoniava che essi per risalire al Fortino del Cervaro risalirono gli aspri dirupi della “Tempa degli Paglioli”. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. La “Tempa delli Paglioli” è indicata sulla carta come una “Tempa” (dolci colline), che si trovano tra il borgo di Torraca e quello di Battaglia, dove vicino, sulla destra e sotto, si trova il “Monte Cocuzzo”. Sulla destra di “Tempa dei Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo). Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”.
PARTENZA di GARIBALDI da SAPRI ? o da VIBONATI ? per il FORTINO
Nel 4 settembre 1860, la partenza di Garibaldi da Sapri o da Vibonati ?, dove avrebbe pernottato (?) si mise a cavallo e salì al Fortino del Cervaro passando per la strada non molto distante da Torraca, forse seguendo lo stesso percorso che seguì Carlo Pisacane
La notizia della partenza di Garibaldi da Vibonati, e non da Sapri per il Fortino e, quindi l’eventuale pernottamento di Garibaldi a Vibonati deriva dall’altro testimone di eccezione che a quei tempi si trovò a Sapri. Si tratta del colonnello polacco Wilhelm Rustow, di cui leggiamo nella traduzione sua fatta da Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow”, ed. Salvi, Milano, 1861. Dunque, Rustow scriveva che da Sapri si partì alle 5, presumo del pomeriggio del 3 settembre. A questo punto del racconto, Rustow, parlando del viaggio delle sue truppe da Sapri a Vibonati, a p. 19 scriveva pure: “Discendemmo alla marina di Vibonate per un sentiero orribile, tutto ingombro di sozzure, compiendo una marcia in confronto alla quale è un nonnulla quella descritta dai filologi nella Anabasi di Senofonte. Alla marina, la colonna fu soffermata onde si potesse raccogliere.”. Si erano messi in marcia ma ancora non erano giunti a Vibonati ed all’altezza di Villammare-Capitello, dovevano deviare per Vibonati e aggiunge che: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali, e si mise esso stesso in testa alla colonna. Salimmo per una buona strada il Vallone del Mulinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate , che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Dunque, secondo Rustow, la piccola comitiva di Garibaldi, partita da Sapri, si era ricongiunta a Rustow ed al resto delle truppe e si portò con esse, marciando a Vibonati. Questo passaggio non dimostra che Garibaldi pernottase a Vibonati, come vogliono alcuni, ma dimostrerebbe che Garibaldi si mise in marcia per il Fortino passando per Vibonati. Infatti, Rustow, nel suo racconto non dice nulla su Garibaldi a Vibonati. Rustow ci parla solo delle truppe di volontari garibaldini che pernottarono a Vibonati. Inoltre, Rustow, a p. 20, in proposito scriveva: “Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia.”, e poi a p. 21, scriveva pure: “Guidati da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà etc…” e, poi, proseguendo il suo racconto, a p. 22, scriveva pure che: “Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Non dice altro di Garibaldi e non dice che egli si partì da Vibonati. Dunque, sebbene Rustow racconti di essersi avviato in marcia con la sua brigata, da Vibonati di buon mattino, ci testimonia che da Vibonati (?), Garibaldi era già sulla strada per raggiungere il Fortino. Ma, dalla testimonianza di Rustow si evince da dove si partì Garibaldi ?. Rustow (vedi Porro, a p. 19), in proposito scriveva che dopo che la sua colonna si mise in marcia da Sapri: “Giunse infrattando Garibaldi accompagnato dal futuro ministro della guerra di Napoli e da alcuni ufficiali e si mise esso stesso alla testa alla colonna.”. Dunque, Rustow racconta che Garibaldi e Cosenz arrivarono verso Villammare e si misero in testa alla colonna. Poi, sempre a p. 19, Rustow racconta che tutti, Garibaldi compreso, andarono a Vibonati. Infatti, a p. 19 scriveva il Porro che: “Salimmo per una buona strada il Vallone del Molinello e ci arrampicammo poi sull’altura dove è posta la sparpagliata città di Vibonate, che un tempo si estendeva fino alla baia di Sapri.”. Rustow, però non dice nulla di Garibaldi a Vibonati. Rustow scriveva a p. 20 che: “I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4 ripresimo la marcia.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò insieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc….“. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. La White-Mario che annotava il Bertani, a pp. 456, in proposito scriveva che: “Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”. Bertani non dice nulla di Vibonati e annotava che Garibaldi si partì per il Fortino da Sapri il giorno Martedì, 4 settembre. Bertani scriveva che Garibaldi, per andare al Fortino si mosse da Sapri e non da Vibonati. Bertani scrive che Garibaldi e la sua comitiva “Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi per una stretta vallata“. Bertani aggiunge che Garibaldi fece lo stesso percorso di Pisacane non mi risulta passò per Vibonati. Pisacane salì da Sapri a Torraca e poi al Fortino. Bertani scriveva: “In quelle valli echeggiarono tre anni prima che si disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Dunque, Racioppi scriveva che “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino”, scriveva cioè che Garibaldi, da Sapri salì al fortino con la divisione di Turr che era sbarcata il giorno prima a Sapri. Discosta dalla testimonianza di Bertani, riportata anche, oltre che nel suo libro, anche dalla giornalista White-Mario, è quella dell’Avv. Carlo Pesce di Lagonegro. La ricostruzione storica di quegli eventi che fa il Pesce è arbitraria anche in un altro punto controverso e cioè se Garibaldi avesse pernottato e quindi si partì da Sapri o avesse pernottato a Vibonati e quindi si partì da Vibonati. Infatti, Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicina a Sapri), l’indomani, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontari già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro Duce di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati dal Pisacane (1). Etc…”. Sempre l’avv. Carlo Pesce (….), nel 1921, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 32, si permette di cambiare “Sapri” e non in “Vibonati”, ed in proposito scriveva che: “narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme alla descrizione di quel viaggio etc…”Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina! Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo etc…”.”. Pesce, a p. 32, corregge il Bertani scrivendo “Da Sapri (è errato, deve intendersi da Vibonati che è assai vicino a Sapri), l’indomani, martedì 4 settembre etc…”. Credo che sia stata proprio questa correzione che abbia dato origine alla notizia che Garibaldi, per recarsi al Fortino fosse partito da Vibonati, dove avrebbe pernottato in casa Del Vecchio e non da Sapri, dove come attesta Bertani, e poi lo storico Treveljan, avesse pernottato a Sapri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 29, in proposito scriveva che: “….e quindi, montato un cavallo morello, e seguito pure dal Generale Tur, che aveva incontrato colà, partì per Vibonati, dove passò la notte in casa della patriottica famiglia Del Vecchio. Etc…”. La ricostruzione storica che fece il Pesce non risponde a verità in quanto Pesce scriveva che il generale Garibaldi aveva incontrato il generale Turr a Sapri a casa del Gallotti, e con questi si recherà a Vibonati. Sappiamo invece che Garibaldi aveva inviato un dispaccio a Turr che da Sapri si era allontanato prima del suo arrivo. Turr non era a Sapri il 3 settembre quando arrivò Garibaldi. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, etc…”. Più convincente la versione del 1921 del senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 701, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Il 1 Settembre il Generale Garibaldi era a Cosenza; la notte del 2 Settembre al 3 con sei compagni scese da Laino al mare; il giorno 3 va per mare a Sapri; da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava, a p. 702 aggiunge che: “Per mare si portò a Sapri, e poi da Sapri risalì al Fortino di Lagonegro. Il 4 Settembre Garibaldi giunge al Fortino di Lagonegro, Confine tra la Provincia di Salerno e la Basilicata.”. Dunque, Lacava, ex garibaldino scriveva chiaramente che Garibaldi partì da Sapri il giorno 4 settembre e non parla affatto di Vibonati. Lacava scriveva: “da Sapri l’indomani martedì 4 Settembre parte e giunge al Fortino, e va a Casalnuovo; il 5 a Sala e pernotta ad Auletta; etc…”. Lacava lo ripete anche a p. 702. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:….Da Sapri, l’indomani, martedì 4 Settembre, alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni. In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane. Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, etc…”. Alfredo Schettini (….), nel suo “Trecchina nel presente e nel passato – 1936”, del 1947, Tip. Ferrari, Alessandria, a pp. 69-70, in proposito scriveva che: “Il 4 Garibaldi è al Fortino di Lagonegro, una taverna situata tra un gruppo di casette coloniche, ai confini lucani con la provincia di Salerno.“. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, 4 settembre, Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella e scende a levante, sino a riprendere la carrozzabile, abbandonata alla Rotonda e sulla quale cammina il Caldarelli, in località dove sorge l’osteria del Fortino.”. Sembrerebbe che l’Agrati con queste parole volesse intendere che Garibaldi, per risalire al Fortino, fosse partito direttamente da Sapri e non da Vibonati come sostenevano alcuni storici locali. Infatti, l’Agrati scriveva: “…Garibaldi si rimette in cammino con tutta quella gente, passa il monte Olivella etc…”. Agrati scrive che Garibaldi passa il monte Olivella che fa parte di una corona di monti a corolla di Sapri. L’Olivella è un monte ad oriente di Torraca. Infatti, l’Agrati, a p. 433, nella carta geografica che illustra l’itinerario seguito da Garibaldi non passa per Vibonati ma la linea rossa indica chiaramente che Garibaldi, da Sapri risale al Fortino verso Torraca e per il monte Olivella. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per riconsegnarla all’Italia.”. Romagnano non è corretto quando scrive che “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria!”. Infatti, come si è visto, il generale Turr, su ordine di Garibaldi si era allontanato da Sapri al mattino prestissimo del giorno 3 settembre, senza Garibaldi ed il suo seguito che ancora non era arrivato a Sapri. Prima che Garibaldi partisse da Sapri per dirigersi verso il Fortino del Cervaro, furono le brigate del Turr, portate da Rustow che partirono per Casalnuovo e nella notte arrivarono a Vibonati dove pernottarono. Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “Garibaldi di là scrisse la mattina stessa al Turr, …..così: “….Stesera probabilmente pernotteremo a Vibonati”. Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. Sulla notizia fornita da Policicchio, ovvero che Garibaldi incontrò a Vibonati sicuramente il giudice Cajazzo, Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (‘La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo: Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 285 sg.) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra gli altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (10) postillava che: “(10) Ogni specie di trasporto era buono per proseguire nelle marcie: giumenti, cavallucci, muli, asini: quegli uomini di Garibaldi etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino….Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), etc…”. Felice Fusco, a p. 352, nella nota (62) postillava: “(62) E. Porro, La brigata Milano nella campagna dell’Italia meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow, Milano, Salvi, 1861, p. 20 ss. Aggiunse ancora Rustow: “Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata” (ivi). La citazione è in F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e Garibaldini in provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005., cit., p. 286.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Da casa Gallotti al generale Turr comunicò: “Etc…”. Policicchio citava il telegramma o dispaccio che Garibaldi da Sapri inviava a Turr. Proseguendo il suo racconto, Policicchio, a p. 285, riferendosi al telegramma a Turr, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Ma, stando alla testimonianza di Bertani che non parla affatto di pernottamenti a Vibonati, ne cita Vibonati, possiamo affermare che al contrario nutriamo dei seri dubbi che Garibaldi sia passato da Vibonati. Fu Rustow, con una parte dei volontari a fermarsi la notte a Vibonati. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Anna Sole, sulla base del documento di cui pubblica il testo e conservato nell’Archivio privato Magnoni, scriveva che Garibaldi, prima di lasciare Vibonati lasciò agli insorti cilentani che vennero a visitarlo, Michele Magnoni, Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano, disposizioni sulla “condotta da seguire”. Eugenia Granito (….), nel suo saggio “Garibaldi e Salerno – Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007 – giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito, Cap. I°, di Eugenia Granito, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 159, in proposito scriveva che: “La sua presenza infiammava gli animi ed incitava alla lotta: “Il Generale Dittatore Garibaldi è a tre miglia distante da noi” scrive Teodosio De Dominicis, comandante del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo il 3 settembre 1860. “Egli è sbarcato con 1500 volontari in Sapri oggi stesso – si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera. Viva l’Eroe d’Italia – Soldati animo, i vostri voti sono raggiunti – la presenza dell’illustre Generale riempie i vuoti del nostro cuore, appaga ogni nostra speranza (15) (….).”. Granito, a p. 159, nella nota (15) postillava: (15) Archivio Privato Magnoni, ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 3 settembre 1860.”. Dunque, la Granito, ci parla di un documento conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni di Rutino. In questo documento, redatto da Teodosio De Dominicis a Capitello, datato 3 settembre 1860, per il “Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo”, con a capo il De Dominicis, ed il suo corpo di volontari ed insorti cilentani, che, parlando ai suoi volontari diceva dello sbarco di Garibaldi a Sapri con 1500 garibaldini. Dicea pure che Garibaldi “..si è abbivaccato in Vibonati con la sua eclettica schiera”. Eugenia Granito (…), a p. 159, continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “..”Il più bel giorno della mia vita – incalza l’indomani il De Dominicis – è stato questo d’oggi. Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati. Il tenervi parola del Dittatore è impresa non per le mie forze. Il molto che annunziava il mondo intero con la stampa e col vivo della voce è niente al confronto della realtà. Le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero sorpassano ogni detto (16).”.”. Granito, a p. 159, nella nota (16) postillava: (16) Archivio Privato Magnoni, (Ivi), ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo, datato Capitello, 4 settembre 1860.”. Granito, ci parla dell’altro documento datato giorno 4 settembre 1860 e sempre conservato presso l’APM. Il documento data 4 settembre 1860, redatto sempre a Capitello dal De Dominicis che dice che quel giorno, forse di buon mattino, il De Dominicis si era recato a Vibonati a visitare Garibaldi: “Mi son recato a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati.”. Dunque, questi due documenti o rapporti del De Dominicis conservati presso l’APM, dimostrano che il 3 settembre 1860 il De Dominicis con il suo corpo d’Insurrezione armato era a Capitello e dimostra pure che il 4 settembre 1860, egli si era recato a Vibonati dove, Garibaldi, si era “abbivaccato”. Questi due documenti però dimostrano che Garibaldi si era fermato a Vibonati e non che vi avesse dormito, come vogliono alcuni. E’ molto probabile che Garibaldi, fosse arrivato a Vibonati dopo essere stato preceduto dalle sue truppe ivi portate da Rustow su suo ordine. Io credo che la notizia secondo cui Garibaldi, abbia riposato a Sapri per poi ripartire di mattino prestissimo passando per Vibonati e poi per Torraca, sia corretta. Non credo che Garibaldi abbia dormito a Vibonati. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.
Nel 1860, a Torraca, la Famiglia Perazzo di Torraca ed il Sindaco PIETRO PAOLO PERAZZO
Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi a Garibaldi che, da Vibonati, con il suo seguito partì per raggiungere il Fortino, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Devo però precisare che il Mazziotti, riguardo a Torraca scriveva di una lettera del suo caro amico, don Paolo Perazzi ed a p. 132, in proposito scriveva che: “Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. In effetti, Pier Paolo Perazzi di Torraca, era Sindaco di Torraca e si attivò con il Decurionato della ridente cittadina per le truppe Garibaldine di stanza a Sapri. Sulle attività svolte a Torraca in quei frangenti, ed in particolare su alcune notizie su Torraca, provenienti dal Sindaco Pier Paolo Perazzi, il tutto ruota intorno all’alacre attività del giudice di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo che raccolse fondi presso le casse comunali tra cui anche quella di Torraca. I fondi raccolti dal giudice Cajazzo furono devoluti a Magnoni che in seguito li consegnò a Garibaldi. Le notizie che riguardano Torraca sono conservate presso l’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli ma riguardano soprattutto le attività nel periodo successivo al Plebiscito. In quel periodo, tutti i comuni e i decurionati del Circondario di Vallo e di Vibonati si attivarono con la Dittatura di Garibaldi per la restituzione dei fondi spesi nei primi di Settembre per le truppe e non è difficile che molti Sindaci iniziarono a millantare fesserie. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-125, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro…etc…Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15). Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente” (10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Sulla figura del sindaco di Torraca, Pietro Paolo Perazzi, che a mio avviso era Perazzo, ha scritto, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: “Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”. Su Pietro Paolo Perazzo (….), futuro Sindaco di Torraca, ha scritto Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”: “….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. La Greca, a p. 204 pubblica la foto della via di Torraca intitolata a Pietro Paolo Perazzo. Sebbene il testo riporti pochissimi, se non niente, documenti che riguardino l’epopea di Garibaldi, a causa della dispersione di documenti del periodo preunitario, merita degli approfondimenti. Su Pietro Paolo Perazzo e la famiglia Perazzo di Torraca, a p. 124, nella nota (222) postilla: “(222) E’ lo stesso al quale è intitolata una delle vie principali di Torraca. Fu costui l’ultimo sindaco di Torraca del periodo borbonico e il primo dopo l’Unità. Era figlio di quel Pietro Paolo, il principale attore della vita economica di Torraca fino agli anni Cinquanta; era infatti il più grosso proprietario di animali vaccini del luogo negli anni Trenta e titolare di una conceria, lo stesso che aveva acquistato le terre dell’ex barone di Policastro nel periodo francese, di cui abbiamo detto all’inizio di questo libro; dal punto di vista politico la famiglia era stata molto “fredda” verso il governo borbonico anche se, per proteggere i suoi interessi, non si era esposta né nei moti del ’28 né in quelli del ’48. Il figlio omonimo, questo in parola, in gioventù era stato un osservato speciale del governo borbonico; infatti da studente universitario nel 1855 dovette avere il benestare delle autorità per poter vivere a Napoli. In una lettera della Polizia napoletana, datata 14 aprile 1855, indirizzata al sottintendente di Sala, troviamo scritto: “La prego manifestarmi se la famiglia del giovane D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca sia conosciuta benemerita e degna di fiducia nel Real Governo sotto il rapporto politico e morale; o se Ella a norma del Real Rescritto di massima in vigore per gli studenti creda di potersi permettere al Sig. Perazzo di soggiornare in Napoli come studente”. E il Sottointendente il 28 aprile ne dava informativa all’Intendente: “Sig. Intendente, la condotta politica, morale e religiosa di D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca è stata sempre buona, né si può fare la minima osservazione etc…., giusta la informazioni accasatesi da questa Sottointendenza fra i quali dal Vescovo di Policastro, egli etc…”. In ASS, Intendenza, Istruzione, B. 1840, fasc. 87.”. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 248 scriveva: “(In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 41) Torraca, 6 agosto 1854: Terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo fu Pietro Paolo, anni 47, negoziante, ducati 136.19, etc..”. Su Pietro Paolo Perazzo ha scritto Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti…..Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile.”. Dunque, secondo il Mallamaci, alcuni componenti della famiglia Perazzi, ma io credo fossero i “Perazzo”, che possedevano una ferriera a Morigerati, a Torraca si prodigarono, un mese prima prima dell’avvenuto sbarco, quindi nel mese di Maggio, a Sapri, “in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante.”. A Torraca, in occasione del passaggio di Pisacane, un loro dipendente della ferriera di Morigerati, il fattore Giovanni Tancredi, denunciò un furto a casa sua e chiese la restituzione del maltolto. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 233 scriveva ancora: “I soldati ebbero dono di ciliege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Dunque, il Bilotti, sulla scorta del libretto del giudice regio Fischetti scriveva che a Torraca, il giorno dopo l’arrivo e partenza del Pisacane, ovvero il giorno dell’arrivo delle truppe borboniche sbarcate a Sapri, i capi del drappello militare borbonico giunto da Sapri furono ricevuti in casa di don Pietro Paolo Perazzi. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti. Sui Perazzo ha scritto anche Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969.
Nel 4 settembre 1860, la taverna del Fortino del Cervaro (Casaletto Spartano) di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti, figlio di Carlo e nipote di don Giovanni o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?, (poi in seguito dei Colombo)
Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Alle pendici occidentali del monte Cervaro, rivestito d’elci, di ontani e di querce e tagliato a mezza costa dalla strada statale per la Calabria, sorge a 778 metri di altitudine sul livello del mare, il Fortno, piccolo gruppo di case coloniche dal colore cinerino che le fa confondere,così mimetizzate, con la natura calcarea della zona circostante. Questa piccola frazione del comune di Lagonegro dista dalla cittadina poco più di otto chilometri ed è situata in una zona elevata ben soleggiata, ma quasi brulla. Il viaggiatore che, proveniente da Napoli, giunge in automobile al valico del Fortino, nota sulla destra un piccolo spiazzo circondato da poche case rurali (le cui mura grigiastre portano i segni dei secoli e le sferzate dei venti), legge su una targa azurrina “valio del Fortino” e passa oltre, dando le ali al motore verso Lagonegro. Il Fortino non viene quasi notato nella sua romantica posizione a cavalcioni di una collina, in posizione strategica fra due valli, come una sentinella in vedetta; nessuno dei forestieri si sofferma alla piccola taverna che sa di rurale e di antico e non può certo attrarre la curiosità del viaggiatore. Eppure sul colle del Fortino di Lagonegro, nella semplicità e nella solitudine del luogo alpestre, nella cerchia verde e silenziosa dei monti Cervaro, Serralunga e Salice, su cui da lungi vigila il maestoso Sirino con la piramidale vetta corteggiata da nubi, furono prese ardue decisioni nella storia del Risorgimento.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.“. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, anche se “nel 1848 fu in compagnia del Capo Urbano di Tortorella e Morigerati, onde opporsi all’invasione Cilentana, nella sommossa”, fu compreso tra gli attendibili politici di 3° classe perché “concessa la Cotituzione, esultò al pari degli altri, ma senza ecedere. Partì per Napoli, ed ivi si trattenne qualche tempo. Ritornato in patria, ha serbato regolare condotta”(57). Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (57) postillava: “(57) Dal Giudice Regio di Vibonati, in maggio 1857, gli fu rilasciata carta di passaggio per Salerno col consueto obbligo di portarsi, all’arrivo, presso il Commissario di polizia del capoluogo. Quando vi giunse, il primo giugno, nel sottoporre la carta a vidimazione, domandò di potersi portare a Napoli con la stessa carta. Ivi, b. 31, f. 32,38.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, etc….“. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno. Il nome di quella località deriva da un antico fortilizio, di cui il mio caro amico il Com. Roberto Gaetani di Sapri mi scriveva nel 1907 che si scorgevano ancora i ruderi (3). La comitiva si fermò in una taverna, divenuta già celebre perché ivi si fermò nel 1857 la spedizione di Pisacane la quale purtroppo vi decise la partenza nefasta per Padula e per Sanza, andando incontro a tragica fine. Il sacerdote Arcangelo Rotunno di Padula, ispettore onorario dei monumenti e scavi nel circondario di Sala Consilina, uno studioso modesto e valoroso, ha redatto su quella taverna ormai storica due relazioni nel 1914 le quali chiariscono le poche modificazioni avvenute in quel rustico locale dopo la fermata del dittatore, e ne ha rilevate due fotografie, di cui cortesemente mi inviò copia.”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (3) postillava: “(3) I ruderi sono a cinquanta metri dalla taverna.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “La taverna del Fortino si trova nel punto esatto in cui la terra di mezzo si riconcilia con al civiltà del motore a scoppio, quando la stradina che hai risalito da Vibonati va a sbattere contro la Statale 19, esattamente sul confine fra Campania e Basilicata. Fuori dall’edificio un gruppo di ragazzi si sollazza al sole delle due e mezza, discutendo di calcio, proprio sotto l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia. Tanto che sia Nicola che suo fratello Mario sono nati nell’appartamento al primo piano, sopra il bar. E’ contento Nicola della tua visita. E’ l’occasione buona, ad esempi, per tirare giù dalla parete una cornice a giorno in cui sono piazzate le foto delle adunate garibaldine che si facevano alla taverna fino a una decina d’anni fa. Te l’appoggia sul vecchio bilardino, sotto la lapide, toglie lo straccio una ditata abbondante di polvere e mostra le foto una per una: gruppi di camice rosse col bicchiere in mano festanti, in festanti, in mezzo alle quali spunta addirittura un sosia del generale. Però c’è anche altro da vedere. Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.
Nel 4 settembre 1860, il barone di Battaglia, don PAOLO GALLOTTI, nipote di Giovanni, proprietario della taverna del Fortino del Cervaro che ospitò Garibaldi
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”….Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti,…..”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Infatti, l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi…..accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro; ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poco buona accoglienza, Carlo Pisacane, etc…. E là, nell’osteria del Fortino – etc…narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Eravamo affamati – occupammo la solita stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscita, etc…Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e dal comandante piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta…Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte etc…”. Dunque, Agostino Bertani descriveva i due ambienti di cui era costituito il piccolo fabbricato della Taverna. Sempre il Pesce, a p. 38, in proposito scriveva pure: “….risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quela di Salerno tra il territorio di Lagonegro e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 41-42, in proposito scriveva che: “Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.
GARIBALDI al FORTINO del CERVARO
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi alla “taverna” del Fortino del Cervaro, piccola frazione di Casaletto Spartano
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, …e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 456-457, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.“. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; con Giacinto Albini e Nicola Mignogna, prodittatori della Basilicata; con Pietro Lacava, segretario del governo provvisorio lucano; con Giuseppe Mango, commissario organizzatore del circondario di Lagonegro; con la giornalista inglese Jessie White ed il marito Alberto Mario (61). Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Devo però precisare che ciò che scrive il Fusco, a pp. 146-147, in proposito scriveva che Garibaldi: “….salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; etc..”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Inoltre, è errato quando scrive che Garibaldi, “….nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione;” è corretto solo che Garibaldi, al Fortino incontrò Stefano Turr, al quale aveva scritto da Sapri, ma Fusco sbaglia a scrivere che Garibaldi, al Fortino incontrò anche il Bertani e Cosenz. Secondo il racconto del Bertani (….), riportato anche dalla giornalista Jessie White Mario, Bertani stesso arrivò con Garibaldi a Sapri, insieme a Cosenz e con essi si portò a Vibonati, e con essi salì al Fortino. Garibaldi si incontrò al Fortino con Bertani e Cosenz ma essi erano con lui a Sapri ed insieme proseguirono al Fortino. Insieme a Garibaldi, a Bertani, a Cosenz, salì al Fortino anche il generale Gandini della Brigata Milano. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare etc…”. Dunque, a Sapri, Garibaldi arrivò con Cosenz, Bixio, Medici, Sartori e Basso, essi erano in sette come scrisse pure il Bertani ed è plausibile che essi si recarono al Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre all’alba Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buona ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva etc….” (151). Quella che si tenne nella taverna di Fortino fu, dunque, un vero e proprio consiglio di guerra. Erano infatti presenti, come abbiamo visto, oltre al dittatore Giuseppe Garibaldi e al segretario generale Agostino Bertani anche il generale di divisione dell’Esercito Meridionale, l’ungherese Istvàn (italianizzato Stefano Turr, il maggiore generale Enrico Cosenz, il segretario personale, oltre che fedelissimo amico, di Garibaldi, il nizzardo Giovanni Battista Basso, ed infine il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, etc…”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “….rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…..insieme a Rustow…..La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare……Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 1857 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi nell’attuale comune di Casalnuovo, in proposito scriveva che: “Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo ma credo che gli accompagnatori di Garibaldi si partissero dal Fortino, ovvero essi erano al Fortino con Garibaldi. Queste notizie, De Crescenzo le prese dal testo di Giuseppe Guerzoni (….), del suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Dalla notizia degli amici e accompagnatori di Garibaldi possiamo dire se questi personaggi facessero parte della comitiva che da Castrocucco accompagnava Garibaldi a Sapri ?. Sappiamo che il generale Turr, non era a Sapri perchè era partito per il Fortino su ordine di Garibaldi. Sappiamo che il generale Enrico Cosenz era con Bertani e Garibaldi a Castrocucco, da dove in barca si recarono a Sapri. Di Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, sappiamo che solo Nullo viene citato come uno dei sei che accompagnava Garibaldi a Sapri. E’ molto probabile che Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Mordini, Missori e Serafini, fossero già al Fortino per incontrarsi con Garibaldi. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi al Fortino del Cervaro e la folla di curiosi che accorsero per vedere l’Eroe dei Due Mondi detto “Carlobardo”
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe….al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.“. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Uno studioso di memorie patrie (11), in alcune sue pagine inedite, ricorda l’entusiasmo provato nell’attesa e nell’arrivo dell’Eroe: “Anch’io, con Raffaele Caputo marito della mia zia materna Rosa Santoro, con costei, con Vincenzo Caputo, di lei cognato, con l’armaiuolo (vulgo, armiere), Caggiano, del quale mi sfugge il nome, e qualche altro parente o amico che non ricordo bene, il 4 ci recammo giù giù, alla contrada del Carrara dell’Arena, donde ben si poteva osservare il passaggio dell’atteso corteo. Fermatici in un nostro fondo rasentato dalla consolare delle Calabrie, invano attendemmo il vincitore di Calatafini, Palermo ecc…, che quel giorno non passò. Il domani tutti giù di buon’ora. Oh, l’ansiosa aspettazione ! Splendeva un bel sole. Il viale formicolava di gente d’ogni età e condizione, non esclusa una buona rappresentanza del clero e dei minori osservanti. Finalmente il corteo apparve. Tanto calpestio sollevava nugoli di polvere. Sguardi, braccia tese, acclamazioni interminabili verso chi veniva, su bianco cavallo, in nome di Italia. Quanto fascino emanava da lui e da tutte le camicie sosse! E tra esse, che già ne contavano due partiti da Quarto (12), si confuse l’armiere con altri sedici di questo paese (13). Etc..”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (11) postillava che: “(11) Il sacerdote Angelo Rotunno, nato a Padula il 31 gennaio 1851, che contava allora otto anni sette mesi e pochi giorni”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (12) postillava che: “(12) Vincenzo Padula ed Antonio Santelmo, di cui già si è parlato.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Lungo ogni via che stimavano dover Egli lambire, con prestezza del baleno, da Reggio a Salerno, si accalcavano le genti convenute da trenta chilometri discosto per compiere nelle parvenze della vista il fantasma plasmato della mente: era gente varia per ordini, per cultura, per età, e gentili donne e poveri contadini e legioni preti, frati, artieri, braccianti; tutti dall’aprirsi dell’alba aspettavano sui ciglioni dei campi il suo passaggio, altri si ghermiva alla cima degli alberi per vederlo da lungi e primo agli altri additarlo. Su quella via passavano alla rinfusa drappelli di militi insorti, schiere di camicie rosse, uffiziali d’ogni lingua e nazione, branchi di regi soldati, i quali laceri, scalzi, e sfiniti, pitoccavano il pane per vivere ai viandanti; e tutti, a ragione d’entusiasmo e di pietà, gittavano all’eco dei colli e delle valli il nome di Lui; ed il nome di Lui riecheggiava, di momento in momento, di punto in punto, fede, augurio speranza….Come egli appariva era gente che cadeva in ginocchio, gente che ne baciava le vesti, gente che voleva torlo in sulle braccia ai suoi brevi alloggiamenti; e di passo in passo, erano rappresentanze di Municipi, d’istituti e di cleri, che si pressavano a compire degli onori uffziali dei Cesari fatti Iddii, il nuovo Cesare fatto popolo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 39 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Tratti appunto da tale irresistibile entusiasmo, i numerosi cittadini, d’ogni età e condizione, accorsi sul Fortino, nel 4 Settembre, dai luoghi circostanti, dalle città e dai villaggi, dalle ville e dai casolari, proruppero in deliranti acclamazioni ed evviva, che la vergine eco ripetè, con incessante lena, su per l’ispido monte Cervaro e giù per la fertile vallea, e che venivano quasi a fugare e disperdere le tristi ricordanze delle passate vicende, di cui erano stati teatro quei luoghi, pei quali erano transitati, nei passati secoli, tiranni ed eserciti invasori, che venivano a ribadire le nostre catene, da Alarico a Carlo V, da Consalvo di Cordova a Bonaparte. Il Dittatore accolse tutti con ineffabile cortesia, che era dote del nobile animo suo, esortandoli alla santa impresa con quella fede e con quella sicurezza, che, anche nei momenti più difficili, non gli vennero mai meno. E tutti rimasero alllora compresi dalla più viva ammirazione pel grande Eroe, in cui lo sguardo acuto e fosforescente, la fronte maestosa e serena, la barba bionda e diffusa, i capelli ricadenti sulla nuca in larghe anella, il viso spirante fiducia e rispetto, l’eloquio meludioso ed affascinante, e tutta la persona agitata e quasi vibrante energia, amore e fede nei destini d’Italia, facevano il più bello e poetico risalto sulla fiammeggiante camicia, che Egli aveva preso per insegna delle sue gloriose e leggendarie imprese a prò dell’umanità oppressa. A quei dolci racconti, appresi dalla viva voce dei fortunati contemporanei, noi esclamiamo col Manzoni: …..”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani,……Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva……Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.“. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…………….”.
Nel 4 settembre 1860, Turr che aveva accompagnato il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, arrivati al Fortino del Cervaro si fermarono per attendere il generale Garibaldi, a cui consegnarono delle lettere riservate di Depretis e di Cavour
Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso. Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, etc…”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 73-74 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz.”. Bertani racconta e testimonia della riunione che si ebbe al Fortino del Cervaro tra Garibaldi, Turr e Piola. Anche Turr era già al Fortino. Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: “IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”…”. Sappiamo del viaggio del Piola per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”. L’ultima notizia dell’Agrati non corrisponde al vero in quanto non fu Turr ad “…dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”, ma fu Rustow con buona parte delle truppe garibaldine che il giorno 2 settembre sbarcarono a Sapri con il Turr e con Rustow. Quando Garibaldi arrivò a Sapri e diede l’ordine a Rustow di avviarsi a Vibonati, il Turr aveva lasciato Sapri già dalle prime ore del mattino. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; etc…”. Dunque, dai brani e dalle notizie sappiamo che Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi, alla taverna del Fortino del Cervaro ricevè il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, latore di una lettera di DEPRETIS che gli chiedeva l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo
Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Guerzoni, a p. 177, nella nota (1) èposstillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 149-150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Garibaldi chiamò a consiglio Cosenz e Turr, il cui parere fu l’annessione, purchè il Governo soccorresse apertamente le operazioni sul continente, ed il Depretis restasse in Sicilia come Luogotenente del Re. Garibaldi dopo alcuni istanti di riflessione cominciò a dettere al suo segretario Basso questa risposta: “Fate l’annessione quando volete”. In quel momento entrò Bertani etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Eravamo affamati, ed occupammo la sola stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscio, veniva recato allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto, ma ben d’altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto di impegnarli in suo aiuto. M’accorsi bensì di qualche imbroglio, ma più di esso in me potè il digiuno, e mi posi intorno al capretto. Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e del comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitai a mangiare: ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Tur, del cui intervento non compresi la necessità, poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora mi avvidi che potevo entrare anche io, quant’unque non rivestito di alcun carattere ufficiale. Era tempo. Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte nella scena interessante che descrivo. Appena al di là dal piccolo uscio a dritta stava seduto Garibaldi su d’una rustica sedia, al suo fianco destro Tur, all’estremità sinistra della camera, in piedi appoggiato ad un letto stava Cosenz. Rimpetto a Garibaldi, chi aspetta la dettatura, Basso. Al suo fianco, e proprio in faccia a Garibaldi ed in piedi, Piola. Io mi posi all’estremità destra della camera sotto una finestra e ritto. Il discorso durava da pochi minuti, quand’io entrai con qualche sorpresa dei presenti. Garibaldi, sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza, disse forte: Basso, scrivete, e dettò: ‘Caro Depretis, fate l’annessione quando volete’. La gran parola era slanciata….E la scena finì. Garibaldi si levò. L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passandomi accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi. Avevo compiuto ciò che credevo mio dovere allora, e non ricordo se rimanessi solo anche a mangiare il capretto allo spiedo. Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi, già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (1).”.”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “…..Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annessione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele. Costui fu sostenuto con tutto ardore dal Turr, e dal Cosenz, i quali supplicarono il Generale di concedere l’annessione a condizione che il Depretis rimanesse al governo come luogotenente di Vittorio Emanuele e ce non si cessasse di mandare dall’isola sussidi ai garibaldini, consistenti in forze ed in denari. In quella taverna si svolse un famoso episodio riflettente quanto abbiamo or ora accennato e che vale la pena riportare. Il Bertani lo narrò alla signora Iessie White Mario, che così lo riferisce in una sua opera (15): “Garibaldi entra in una stanza ove fumava etc…”. E la scena, dopo qualche minuto, finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione (17). La lettera interrotta venne lacerata e in sua vece ne fu spedita una nuova che rimandava l’annessione ad altro tempo.”. De Crescenzo, a p. 115, nella nota (15) postillava: “(15) A. Bertani e i suoi tempi, vol. II.”. De Crescenzo, a p. 116, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. anche l’altra opera del Bertani: Ire politiche d’oltretomba.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre……“. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre……Entro anch’io, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Su Agostino Bertani al Fortino, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Infatti, Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi invero, per quella sua incauta ed imperiosa tendenza di abbandonare il potere, per l’indifferenza sua di governo e per la noia de gl’intrighi, avrebbe forse concessa l’annessione della Sicilia prima dell’ingresso a Napoli, se una voce di amico, per quanto poco autorevole, non gli avesse mostrato la sconvenienza di compiere quell’atto e tanto più in quei giorni. E quella voce allora ascolta fu la mia.”. Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….“. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”. Trasognai e dissi: “Generale, voi abdicate”. Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Si, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete ancora a Napoli.”. La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Turr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero, che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. “Avete ragione”, disse il generale, e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: “Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C….”. E la scena finì. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Fusco, a p. 352, nella nota (63) postillava: “(63)…….”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu disgraziatamente deciso, nel consiglio tenuto da pisacane con Nicotera e Falcone, di restare nella provincia di Salerno piuttosto che passare nella Basilicata e di lì, occorrendo, in Calabria; ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola. Se Pisacane avesse ceduto ai suggerimenti dei compagni, la sua impresa avrebbe forse avuto men triste fine; se Garibaldi avesse ceduto alle richieste del Depretis si sarebbe perduta forse per sempre, o almeno ritardata di molto, l’opportunità di unificare l’Italia. I tempi erano diversi. Su proposta dell’on. M. Mazziotti il consiglio prov. di Principato citeriore nell’adunanza del 1° ottobre ultimo, deliberò l’apposizione di una lapide che ricordasse i due avvenimenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Il Generale si capacitò rapidamente dell’evidenza delle mie ragioni, oppose qualche parola alle insistenze di Turr, proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii, e scosso il capo, gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunse: ‘Basso, stracciate la lettera’. E poi con calma riprese a dettare: ‘Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti (1)’.” E la scena finì. Garibaldi si levò L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passando accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.”.”. Pesce, a p. 37, nella nota (1) postillava: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Diventa allora plausibile, anche se non dimostrata, l’ipotesi che la lettera e, soprattutto il messaggio di Cavour, di cui era latore Augier, possono avere influenzato il repentino e temporaneo cambio di atteggiamento di Garibaldi riguardo all’anticipata annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II. Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito. Che Augier e Bertani fossero attestati su posizioni opposte è peraltro provato dalla già citata lettera del Capitano aveva indirizzato il 15 giugno all’amico generale. In quella missiva, come abbiamo visto, sembrerebbe, egli diffidava del medico milanese e dei mazziniani…..Sembrerebbe però che, nella locanda del Fortino, le idee del marinaio ligure non avessero fatto presa nell’animo di Garibaldi, il quale finì per accogliere quelle di cui era portatore Bertani. Infatti, dopo l’incontro con Garibaldi Augier non tornò a Torino, per riferire a Cavour, ma si fermò a Napoli, rimanendo comunque in stretto contatto con il Conte, tramite Astengo, anche dopo l’arrivo del Generale in città. Lo conferma la lettera che il Viceconsole scrisse al Conte il 9 settembre, nella quale tra le altre cose gli comunicava che: “Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi, etc…..(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi, pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…” Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette ed ascoltò i consigli del Bertani. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…..Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 86-87, in proposito scriveva: “IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proporio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”….”Dopo poco” – continua Bertani – “vidi entrare Garibaldi seguito dal suo compagno e segretario Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito (dividente in due l’unica stanza dell’osteria in cui avveniva il colloquio) e rinchiudersi dietro la porta”…Quando però il Bertani vide entrare anche il Tur ed il Cosenz, irruppe anch’esso nella stanzetta nel momento in cui Garibaldi, “sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza”, dettava al Basso le seguenti parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”(175). Che cosa era avvenuto? Il Piola aveva fatto leggere a Garibaldi la lettera del Depretis, ed aveva poi trovato caldo patrocinatore nella sua tesi nel Tur, che a sua volta, aveva apertamente espresso “il parere di fare l’annessione, però col patto che Depretis fosse nominato luogotenente del Re, e ci venisse mandato tutto il soccorso ncessario per le nostre imprese nel continente”….(176). L’improvvisa entrata del Bertani ed il brusco “movimento involontario di sorpresa” da lui fatto nell’intendere le ultime parole di Garibaldi, fece sospendere la dettatura della lettera, mentre l’ardente rivoluzionario dichiarava apertamente: “Generale, voi abdicate….Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia etc…”…”La discussione” – scrive il Bertani nel suo taccuino (177) – “fu concitata; chi additava la mancanza di danaro,di armi, di volontari…Tur specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino”, mentre il Bertani ricordava a Garibaldi, che la circolare Farini era la sola causa della diminuzione dei volontari, e che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano ‘a Sicilia…”Avete ragione”, disse il generale, “e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di una mezza dozzina di inquieti e cominciate dai due C…. “E la scena” – conclude il Beltrani – “finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere”(178).”. Maraldi, a p. 87, nella nota (177) postillava: “(177) Taccuino del Bertani pubblicato dalla Mario, op. cit., pag. 185-86. Nelle “Ire politiche ecc..”, il Bertani abbellisce il racconto della scena del Fortino con particolari e parole che, alla distanza di nove anni, non potevano provvenire che dalla fantasia dello scrittore.”. Maraldi, a p. 88, nella nota (178) postillava: “(178) Taccuino citato, op. cit., pag. 186. Si noti che, secondo l’Arzano, il fallimento della missione Piola era dovuto anche al fatto che il Piola non inspirava la simpatia di molti amici di Garibaldi…”. Maraldi, postilla della risposta e di ciò che scrive Stefania Turr, la figli di Turr a quanto scritto dal Bertani nel suo Diario (Ire politiche etc..). Stefania scriveva che il padre scriveva che il quella occasione Garibaldi chiamò a consiglio di guerra Cosenz e Turr. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani” etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 239, in proposito scriveva che: “Depretis era ansioso di sentire da Piola che Garibaldi approvava il suo nuovo atteggiamento, poiché da questo dipendeva il successo o il fallimento di tutta la missione. Quando finalmente, il 4 settembre, Piola raggiunse a Fortino l’esercito in marcia, Garibaldi si trovava completamente impegnato nel dirigere l’impetuosa avanzata su Napoli, e dettò quindi frettolosamente una risposta per confermare che Depretis era libero di agire nel modo che ritenesse opportuno. Evidentemente era cancora convinto che Cavour non avrebbe voluto o potuto resistere alla rivoluzione; ma, giunta la faccenda agli orecchi di Bertani, questi subito protestò, dicendo che rispondere così avrebbe equivalso ad una rinuncia al potere, giacché l’annessione della Sicilia avrebbe tagliato fuori Garibaldi dalla sua base, e, dopo la circolare di Farini contro i volontari, non c’era nessuna garanzia che Cavour non se ne sarebbe servito per nuocere loro anzicché per aiutarli. Perciò il dittatore modificò la risposta al governo siciliano e, dopo più matura riflessione, scrisse di essere pur sempre disposto a fare quanto Depretis raccomandasse, ma circa l’annessione era del parere che “Bonaparte” potesse “ancora aspettare alquanti giorni”, preferendo che tutto venisse fatto contemporaneamente dopo che si fosse raggiunta Roma (1)…..Allorché Piola il 5 settembre giunse a Palermo con la risposta trovò la città più agitata che mai etc…”. Mack Smith, a p. 240, nella nota (1) postillava: “(1) A. Bertani, Ire politiche d’oltretomba, pp. 74-77.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Valga per tutti l’accenno al noto importante episodio del 4 settembre, avvenuto oltre Sapri nella località dove sorgeva l’osteria del Fortino. Qui arrivò il Piola, ministro della Marina Siciliana, inviato dal Depretis, la cui prodittatura in Sicilia attraversava gravi momenti, per chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione dell’Isola al Piemonte. Garibaldi, sia per quello che gli scriveva a tinte fosche il Depretis, sia per quanto a viva voce narrava il Piola (1), aveva ormai, col parere del Turr e del Cosenz, che erano presenti, acceduto alla richiesta e stava dettando la risposta favorevole, quando entrò il Bertani, il quale (è lui stesso che lo racconta) comprese subito di che si trattava e disse: “Generale voi abdicate! Si, voi tagliate i nervi alla rivoluzione, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è gran forza per voi e oggi tanto maggiore in quanto non esiste ancora Napoli”. Seguì una discussione concitata, a cui parteciparono tutti i presenti e infine Garibaldi disse: “Avete ragione”! e dettò al Segretario Basso la nota risposta di tenore tutto opposto a quella che poco prima stava dettando: “Caro Depretis, mi pare che Buonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi, intanto, di mezza dozzina d’inquieti”. Dopo questo singolare episodio parve che la considerazione del Dittatore per il Bertani fosse maggiormente accresciuta. Il giorno seguente da Sala Consilina egli firmò il decreto che nominava “Il colonnello Bertani Segretario Generale della Dittatura” e che fu poi pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 Settembre.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: “6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biasima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis , colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola….< La scena (scrive il Bertani) ¹ accadeva in una povera osteria. Türr e Cosenz, presenti al colloquio, secondavano la proposta del Depretis, e già Garlibadi, non sapremmo se più persuaso o infastidito, aveva detto: -Basso, scrivete: Caro Depretis, Fate l’annessione quando volete; – allorchè il Bertani, entrato poco prima, esclamò: – Generale, voi abdicate; – е сараcitato ben presto dalle opposte ragioni del Bertani (capacitato, perchè secondavano l’inclinazione del suo animo): – Avete ragione, – rispose, e rivoltosi a Basso , che stava sempre colla penna in mano, soggiunse: Basso, stracciate la lettera. – > E poi con calma riprese a dettare : Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’ inquieti, e cominciate dai due C…› E la scena finì ; > ma non finirono del pari le lotte per l’annessione siciliana.”.
AL FORTINO IL DIALOGO TRA BERTANI E GARIBALDI
Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola apportatore per lui di collecitazioni del Depretis per la pronta annessione della Sicilia al Piemonte. Il Generale, che è coi suoi seguaci nell’osteria del Fortino, dice a Basso: Scrivete e detta: “Caro Depretis fate l’annessione quando volete”. Ma il Bertani interviene ed osserva: “Generale voi abdicate”. Ed egli: come mai? Ed il Bertani risponde: “Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunziate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, ed oggi tanto maggiore che non siete ancora in Napoli. Il Generale soggiunse: Mi dicono questi amici (additando Turr Cosenz e Piola) che così vuole la Sicilia, che le mancano i denari, che dall’Isola non vengano sufficienti volontarii, nè addestrati alle armi, che avremo altri e più efficaci soccorsi di Torino. Ma il Bertani che di annessioni al Piemonte non vuole a niun costo ripiglia: I vostri picciotti (militi Siciliani) vi seguiranno fiduciosi in ogni impresa dell’Isola, e non vi abbandoneranno mai dovunque andiate combattendo per la libertà della patria. La Sicilia sostenne le spese della guerra finora coi suoi soli denari Siciliani. Nelle casse di Messna stanno a vostra disposizione, ora che parliamo, centinaia di migliaia di piastre. Etc….”. Agostino Bertani, annotando nel suo taccuino e memorie pubblicate dalla giornalista White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 185-186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino , sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala . Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitatamente con Türr giunto anche lui . Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: Caro Depretis, fate l’annessione quando volete. Trasognai e dissi: Generale, voi abdicate.” Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Sì, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana , rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete. ancora a Napoli . “. La discussione fu concitata : chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. Avete ragione, ” disse il generale , e a Türr rammentava che Cavour , che Fanti , che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni . Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C … » E la scena finì. Io rimasi solo col generale , il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione . Gli avversari saranno meco furiosi , ma sento di aver fatto il mio dovere .“. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese. La White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., in proposito aggiungeva di suo: “Nessun dubbio che questo dovere compiuto nel modo reciso e franco che caratterizzava Bertani, era per rendere < furiosi gli avversari; ma sicuramente l’annessione della Sicilia fatta in quel momento sarebbe stata funestissima. Proprio in quel giorno Cavour, convinto d’aver pestato l’acqua nel mortaio in quanto a Napoli, ordinava a Persano di prendere intanto per arra la flotta e i forti, soggiungendo: Non è più a Napoli che noi possiamo acquistare la forza morale necessaria per domare la rivoluzione . L’annessione avrebbe troncato le ali alla rivoluzione li per lì, nè mai più Garibaldi avrebbe potuto telegrafare dal Volturno ‹ Vittoria su tutta la linea. Egli non subiva l’influenza di Bertani, sì fu colpito dalle parole non siete ancora a Napoli ; convinto della bontà delle altre ragioni esposte con rara schiettezza , adottò il consiglio . Onde da quel momento si vociferava essere Bertani il mentore del dittatore, e fin d’allora cominciarono tante e tali persecuzioni da schiacciare un uomo di tempra meno forte, di patriottismo meno disinteressato.”.
Nel 4 settembre 1860, a Sapri, partenza di PIOLA-CASELLI da Sapri imbarcatosi per Palermo
Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “Mentre ciò accadeva, il governo prodittatoriale a Palermo s’attendeva poter bandire il plebiscito da un’ora all’altra. Il ministro Amari ne aveva già pronto il proclama, quando il ritorno di Piola colla risposta diGaribaldi, dilatoria se non negativa, pose i ministri nella necessità di dimettersi e di tale determinazione Depretis informava Garibaldi con altra lettera del 6 settembre (Doc. VII) pure affidata al Piola e tosto rincalzata dall’altra del giorno successivo chiedente un abboccamento (Doc. VIII). La risposta di Garibaldi data in Napoli il giorno 9 (Dov. 9) accenna i motivi del diniego, ma rifiuta contemporneamente leofferte dimissioni appellandosi al patriottismo del Depretis. Verbalmente poi il Dittatore fece conoscere al Piola che voleva si aspettasse ancora per una quindicina, condizione che nè i ministri etc…”.
Nel 4 settembre 1860, al Fortino, Garibaldi incontrò e ricevè anche il Commissario Mango
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 40, in proposito scriveva che: “Congedandosi il Generale dal Commissario Mango ebbe a dirgli in tuono energico e sicuro: ‘Mango, non una goccia di sangue dovrà spargersi’; ed in queste memorande parole è compendiato tutto il programma della gloriosa impresa.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “………………..”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino di Lagonegro era stata presa la grande decisione nell’interesse della rivoluzione e dell’Italia. Qualche ora dopo Garibaldi si congedò dal Commissario civile di Lagonegro, avv. Mango, con queste prole: “Mango, non una goccia di sangue dovrà spargeri”.”.
Nel 4 settembre 1860, a Napoli, ultimo Consiglio di Guerra di Generali borbonici
Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a pp. 909-910, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai men numerosa, ebbe luogo un ultimo Consiglio di generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, né tra Campagna e Salerno, né tra Salerno e Napoli, e non rimanere altra linea di difesa che tra Capua e Gaeta, tra il Volturno e il Garigliano.”.
RUSTOW, da Vibonati in marcia per il FORTINO e per CASALNUOVO
Nel 4 settembre 1860, da Vibonati, la strada o il percorso che intraprese in marcia il colonnello polacco Rustow, insieme alle sue brigate raggiunse la crespa del “Feralunga” (monte Serralunga) sotto il monte Cocuzzo e, ridiscese nella gola del Gauro, che sbocca presso la Taverna del Fortino del Cervaro sulla strada consolare che va a Casalbuono
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa ; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli . Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”.
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, etc…”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala,… Etc…”. Dunque, Pesce, sulla scorta di Bertani ed altri, scriveva che Garibaldi, da Vibonati, il 4 settembre 1860, passando per Torraca salì sulle pendici del Monte Cervaro e così arrivò al Fortino. Ma, a parte la notizia che Garibaldi fosse partito da Vibonati, quale è stato il suo percorso ? Sappiamo pure che da Vibonati, e questa notizia è certa, Rustow, insieme ai suoi volontari risalì al Fortino del Cervaro. Ma quale percorso fecero i suoi volontari garibaldini ?. Un testimomone di eccezione è stato il colonnello polacco Wilhelm Rustow. Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi…..Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunti a Forlino alle 11 e mezzo, Etc…”. Dunque, Rustow testimoniava che si mise in marcia da Vibonati il giorno 4 settembre 1860, alle 5 del mattino ed arrivò al Fortino alle 11 del mattino del giorno 4 settembre per mettersi in marcia per Casalbuono di sera ed arrivare lì il giorno 5 settembre. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Dunque, lo storico Treveljan scriveva che fu Garibaldi, e non Rustow a portare le brigate dei volontari garibaldini al Fortino. Ciò non corrisponde del tutto al vero in quanto come scriveva lo stesso Rustow, Garibaldi si era portato in avanti e li aveva preceduti al Fortino, dove arrivarono entrambi ma separatamente il giorno 4 settembre 1860. Nel suo racconto, in cui testimonia il percorso che le sue brigate fecero da Sapri a Vibonati e da Vibonati il giorno 4 settembre per risalire al Fortino. Forse passarono non molto distanti da Torraca. Nel suo racconto si evince che prima di arrivare al Fortino, Rustow ed i suoi volontari garibaldini, arrivarono alla “gola del Gauro” (una gola non molto distante dalla via consolare su cui si trovava la taverna del Fortino del monte Cervaro). Sempre nel suo racconto, Rustow cita alcuni luoghi come “discesimo (da Vibonati) pel Vallone del Molinello”, risalimmo “arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”, e poi, “raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare.”. In una carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection. Probabilmente, “Gitto” è il cartografo collaboratore di Rizzi-Zannoni. La carta è estremamente interessante perchè in essa sono rappresentati diversi toponimi sconosciuti. Al momento posso dire che la carta si trova conservata presso la Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte. La “Bibliotheca Hertziana” è stata fondata a Roma nel 1913 da una fondazione di Henriette Hertz sotto la direzione di Ernst Steinmann. Da allora l’istituto ha sede nel Palazzo Zuccari a Roma. Nella carta del 1788, ad esempio, il “vallone del Molinello” è un piccolo torrente che oggi non viene riportato sulle carte fisiche del Golfo di Policastro. sfocia verso la costa di Villammare e risale con due un bracci verso Vibonati e con un altro braccio verso la Madonna dei Cordici da cui risale verso Torraca. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. Sulla destra di “Tempa degli Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo). Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”. La frazione di Fortino sorge sul confine con la Basilicata, ed una parte minore del suo abitato appartiene al comune lucano di Lagonegro, in provincia di Potenza. Essa rappresenta, quindi, un rarissimo caso di frazione divisa fra due amministrazioni regionali. Vi sono inoltre 24 località, costituite da piccoli gruppi di case e cascine rurali, e popolate da poche decine di abitanti tra cui Affonnatora. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito …..Etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: “Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii , tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione , trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II . Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.
Nel 4 settembre 1860, RUSTOW e le sue brigate marciò ed arrivò al Fortino del Cervaro, alle 11 e mezzo, seguito giorni dopo dalla brigata Spinazzi e la brigata Bologna o Puppi
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redassi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ….(172) “. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Il generale Gandini, comandante della brigata Milano, era arrivato anch’egli a Vibonati, da dove il giorno dopo ripartì attraversando il Passo del Monte Cocuzzo e Casalbuono, al fine di ostacolare eventuali spostamenti di forze nemiche.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa ; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono al Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marcie alte e penosissime montagne. Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato la Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Etc…”. Il Pecorini si riferiva alle due brigate, la Milano e la Spinazzi come rilevasi a p. 149 quando scrive della lettera di Garibaldi a Turr “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Etc…”. Dunque, secondo il Pecorini, il forte distaccamento della brigata Milano e quella del maggiore Spinazzi che Turr, su ordine di Garibaldi e di Turr, il 4 settembre 1860, di mattina marciarono, ma non si recarono al Fortino, seguendo Garibaldi ma andarono direttamente a Casalnuovo dove arrivarono il 5 settembre. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”, a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine per il maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro, doveva arrivare a Sapri. Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. Etc…Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…“. Dunque, Rustow testimoniava che le sue brigate arrivarono al Fortino alle 11 e mezzo del mattino e verso la sera marciarono per Casalnuovo. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4. arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5. marciò verso Sala, etc…”. Rustow a p. 349 proseguendo il suo racconto scriveva che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito dal dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 con la brigata Milano.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi…..si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri – Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore….(2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Dunque, lo storico Treveljan scriveva che fu Garibaldi, e non Rustow a portare le brigate dei volontari garibaldini al Fortino. Ciò non corrisponde del tutto al vero in quanto come scriveva lo stesso Rustow, Garibaldi si era portato in avanti e li aveva preceduti al Fortino, dove arrivarono entrambi ma separatamente il giorno 4 settembre 1860. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora riprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora apprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Policicchio, a p. 139, in proposito scriveva pure che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe. Il Fortino è nel salernitano etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: “Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii , tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione , trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II . Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.
Nel 4 settembre 1860, alla taverna del Fortino (o a Casalnuovo ?), il generale Turr manda un telegramma con richiesta di vettovaglie
Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 408, in proposito scriveva che: “Non mancò allora, da parte del Comune, il contributo pecuniario per le spese dell’insurrezione etc….Al Commissario Civile Mango giunse, nel 5 settembre, un telegramma del Dittatore di tener pronte 25 mila razioni di viveri per le truppe di passaggio; le razioni furono bensì tutte preparate a spese del Comune, ma non tutte furono consumate per le truppe garibaldine, perchè quella notizia conteneva, forse, il solito stratagemma di far credere alle popolazioni ed all’esercito borbonico che Garibaldi disponesse d’un numero assai maggiore di militi (1).”. Pesce, a p. 408, nella nota (1) postillava: “(1) Rilevasi dalla deliberazione del Decurionato del 10 Gennaio 1861: “Il Sindaco Ladaga ha dato lettura d’un uffizio del Commissario Civile del 5 settembre 1860, contenente un telegramma del Generale Garibaldi, che ordinava di tener pronto questo Comune 25 mila razioni viveri per le truppe da passare….Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 399, in proposito scriveva che: “…si debba datare dalla mattina del 5 settembre e si debba considerare come risultante dai telegrammi, dagli allarmi e dalle corse della notte 4-5 settembre durante la quale si tenne un ultimo consiglio dei Ministri fino all’alba (Pianel, 194-195, dal diario della moglie) e il Forbes e il Gallenga sparsero i loro telegrammi per Napoli e Salerno. Uno di questi telegrammi è così riprodotto nel MONNIER, 273: “Gallenga a….(nome mancance): Eboli, 5 sett., 1 e mezza antim. La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri 4,000 uomini comandati da Turr sono sbarcati. Altri sbarchi saranno operati più vicini a noi”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Si riferisce al telegramma scritto dal generale Turr il 4 settembre ed indirizzato al Comandante Civile Mango di Lagonegro, in cui Turr chiedeva la preparazione di 25 razioni di viveri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “…”. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “………….”.
Nel 4 settembre 1860, Peard, Forbes e Fabrizi erano ad Eboli ed il telegramma di Peard a Pietro Ulloa
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”. Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Sempre Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 119, in proposito scriveva pure che: “VII. Che cosa frattanto era avvenuto ? Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del ‘Times’ – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Cardarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata fra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e baciargli la mano. Etc…”. De Crescenzo si riferisce al Diario di Gallenga. Da Wikipedia leggiamo che Antonio Gallenga (….), lavorava come giornalista per il Times di Londra, del quale fu corrispondente per vent’anni. Seguì la seconda guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille, la guerra di secessione americana, la guerra austro-prussiana del 1866 e la guerra franco-prussiana del 1870-71. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416-417, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala avevan preso il Peard per il Dittatore ! E quando poco dopo il Forbes aveva raggiunto l’amico in un vicino paese l’aveva trovato, col colonnello Fabrizi e col Gallenga, corrispondente del Times, alloggiato con tutti gli onori in casa del Sindaco, che, al par di tutti lo credeva Garibaldi in persona. Il Peard aveva ritenuto opportuno non dissipare ma anzi confermare l’equivoco, industriandosi di trarne profitto. Continuando nella burla in tutti i paesi che incontrava, preordinava in quelli in cui sarebbe giunto il dì dopo, alloggi e viveri per migliaia di persone con le quali egli, firmandosi Garibaldi, si diceva prossimo ad arrivare. E questa notizia, sùbito ritelegrafata a apoli, aveva aumentato la confusione e il terrore negli alti comandi e nei circoli di Corte. l Forbes ed il Peard sono ad Eboli il 4 settembre. Anche qui il creduto Garibaldi riceve accoglienze di indescrivibile entusiasmo. Vengono ad ossequiarlo le autorità e molti cospicui cittadini col Vescovo alla testa. Peard dà ordini, disposizioni, istruzioni e sosptiene come può la sua parte nella commedia. Ma temendo che a lungo andare la beffa si scopra, si ritira a riposare, ordinando ad un compagno,segretario posticcio, di rispondere ai visitatori che il Dittatore dorme. Qui ad Eboli il Peard ha la trovata migliore. Fa hiamre l’impiegato del telegrafo e gli ordina di spedire a Pietro Ulloa – nuovo presidente dei ministri secondo la voce che corre – un telegramma in cui lo avverte che Garibaldi è arrivato ad Eboli con altre 10 mila uomini forniti di tutto, e gli consiglia di ritirare ogni truppa da Salerno, etc…“. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 119, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “VII. Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del Times – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Caldarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata tra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo Diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e per baciargli la mano. “Una vera seccatura però – continuava a raccontare – quando deputazioni di ogni genere arrivarono da tutti i paraggi a baciar la mano alla mia signora illustrissima, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”.
Nel 4 settembre 1860, la fuga del generale PIANELL, Ministro della Guerra di Francesco II
Francesca Bellavigna (….), nel suo “I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891)”, stà in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, Napoli, ed. 2004, vol. CXXII, nella sua “Introduzione”, a p. 609, in proposito scriveva che: “Nel luglio 1860 il generale Pianell, richiamato dagli Abruzzi, fu nominato da Francesco II ministro della Guerra. La sua condotta, debolmente difensiva allo sbarco e all’avanzata di Garibaldi, fu aspramente criticata e produsse, o forse contribuì a produrre, una resa quasi totale dell’esercito napoletano in Sicilia e in Calabria. Il 4 settembre, in momenti di grande confusione, il generale Pianell e la moglie Eleonora abbandonarono Napoli con un lasciapassare del Re per un periodo di sei mesi di aspettativa. Erano diretti prima a Civitavecchia su un vapore inglese e poi a Roma; qui furono dal governo vaticcano garbatamente allontanati come non desiderabili e si diressero prima a Marsiglia e poi a Parigi. Etc…Il Regno delle Due Sicilie non esisteva più. Il generale e sua moglie, con un lasciapassare del Console del re di Sardegna a Parigi, rientrarono in Italia e si fermarono a Torino. I genitori di Eleonora, fuggiti anch’essi da Napoli nel settembre 1860, si erano rifugiati a Firenze. A Torino il generale si recò da Cavour con una lettera di presentazione del Conte Vimercati.”. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Salvatore Pianell (Palermo, 9 novembre 1818 – Verona, 5 aprile 1892) è stato un generale e politico italiano. Conte dal 1856. Fu nominato Ministro della Guerra del Regno delle due Sicilie nel luglio 1860, nei giorni cioè dell’Impresa dei Mille. Il 31 agosto Pianell, deciso ad agire anche da solo, scrisse una lettera al re (che gli consegnò il 2 settembre) nella quale si dichiarava esonerato di fatto dalla carica di Ministro della Guerra. Il giorno dopo, il governo diede ufficialmente le dimissioni. Per opposti motivi si dimisero dalle loro cariche militari anche il Conte di Trapani e il Conte di Trani (che però rientrò nei ranghi qualche mese dopo). Una seconda lettera di Pianell a Francesco II, recapitata il 3 settembre, spiegava chiaramente i motivi delle dimissioni, causate soprattutto dalla incompatibilità fra il generale e l’ambiente di corte. C’è da aggiungere che, come rivela nelle memorie e in una lettera del 1877 indirizzata a Francesco II ma mai spedita, Pianell sottovalutò la volontà di resistenza del re. Quando infatti Francesco II parlò di lasciare la capitale, Pianell credette che alla fine si sarebbe imbarcato sul piroscafo spagnolo Villa di Bilbao e sarebbe partito per la Spagna. Allo stesso modo Pianell sottovalutò la resistenza delle truppe napoletane rimaste fedeli. Ottenuto il congedo dal re, partì il 5 settembre via mare per la Francia dove la moglie aveva parenti e dove trascorse i mesi fin quasi alla proclamazione del Regno d’Italia. Il 2 marzo 1861, infatti, dissolto il Regno delle Due Sicilie, Pianell tornò in Italia. Favorevole ad un’alleanza con il Piemonte e all’applicazione della costituzione promulgata da Francesco II, si trovò per questo avversario di buona parte della corte borbonica. Diede le dimissioni dopo poche settimane di ministero e, a seguito della proclamazione del Regno d’Italia, chiese e ottenne di entrare nell’Esercito italiano con il grado di generale.
Nel 4 settembre 1860, Francesco II abbandonò l’idea di una battaglia nel Salernitano
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 152, in proprosito scriveva che: “Ma Garibaldi non riposava in Calabria, ed a Napoli si seppe il 2 settembre che la Divisione Turr era sbarcata a Sapri, e che il giorno 3 il Dittatore si era ad esso unito marciando sopra Salerno. Questa marcia ingigantì le immaginazioni meridionali, più che il grido di rivolta scoppiato in molte provincie del Regno. Garibaldi, che continuava ad avanzarsi a grandi giornate, lo sbarco di alcune altre Brigate della Divisione Turr a Sapri, l’esitanza degli uomini di guerra a tentare battaglia con la capitale rumoreggiante alle spalle, e senza una base sicura di operazione, determnarono il Re di scegliere altrove il campo della sua guerra. Nella notte del 4 al 5 settembre si decise il ritiro dal campo di Salerno a quello di Sessa all’appoggio delle due fortezze Capua e Gaeta.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 493-494, in proposito scriveva che: “LVI. Dal sin qui detto manifestamente si scorge qual fosse il piano strategico dal Dittatore tracciato. tracciato . Come ad Alta Fiumara e a Soveria egli imaginava sorprendere l’armata e chiuderla da tutte le parti fra gl’insorti , il corpo condotto da Türr e le forze che egli stesso guidava all’assalto. Se Francesco II non si fosse per tempo ritirato, sarebbesi tosto veduto rinchiuso nel suo campo con Garibaldi di fronte, con Türr alle spalle , colla rivoluzione a sinistra e col mare alla destra. In tale frangente egli è chiaro che non altra via di salvezza gli sarebbe rimasta se non quella di cedere, capitolare ed arrendersi. LVII. Ma sia che Francesco prevedesse le mire nemiche e che quindi sentisse la necessità d’una pronta ritirata, sia ch’ egli non credesse conveniente accettar la battaglia in condizioni così svantaggiose, colla rivoluzione ai fianchi ed a tergo la capitale romoreggiante e mal fida, o non stimasse prudenza contare sul valore de’ suoi, i Borboniani inopinatamente levarono il campo e si diressero sulla via di Napoli. Infatti , anche non volendo calcolare sull’ esito delle mosse di Türr , che pure non poteva esser dubbio , l’esercito regio non avrebbe saputo resistere all’impeto di Garibaldi e de’ suoi. I soldati borbonici a chiari segni mostravano quanto di malavoglia s’ attendessero ad un conflitto, com’ eglino tremassero at nome solo del fortunato avversario e come fossero già vinti e soggiogati prima ancora di battersi. Dall’ altro canto l’audacia , le gesta e le marcie di Garibaldi apparivano così prodigiose e si strane che quelle anime ignare e fanatiche amavano piuttosto attribuirle ad una sopranaturale potenza etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 512, in proposito scriveva che: “LXXXIV. Garibaldi conobbe la ritirata del Re da Salerno mentr’ egli nel campo di Polla concentrava le sue forze ed apparecchiavasi all’ ultima e decisiva battaglia contro la dinastia del Borboni. L’inopinato ritiro del Re e dell’ esercito lo costrinse a cangiare i suoi piani ed a sollecitare etc…”.
Nel 4 settembre 1860, a Sala, Giovanni MATINA creò dei dicasteri e Giunte Insurrezionali per ogni paese
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 392, in proposito scriveva che: “Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”.
A CASALBUONO
Nel 4 settembre 1860, a Casalnuovo (odierno Casalbuono), Garibaldi arrivò alle 17,00 e ospitato in casa Sabatini, ivi pernottò
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “Dopo sole tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, etc….“. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Dopo solo tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, etc….“. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre da Casalnuovo pubblicò per telegrafo: – “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale”; e la storia vuol ricordare la data uffiziale di quella anomala podestà, famosa nel nome di Segreteria, che, al nuovo governo, fu la Dittatura della Dittatura. Da Casalnuovo fece ordine a tutti i municipii, che accomodassero, a coloro dello Stato, di una porzione di viveri e denari ogni soldato dell’esercito borbonico che tornassero sbrancati a lor focolari: poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosissimi infelici, che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano a viandanti e alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso, con durezza imprudente e schernevole, venia negata. A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Dunque, Racioppi, dopo aver premesso dell’osteria del Fortino del Cervati fa incontrare Garibaldi ed il Mignogna nel piccolo borgo di Casalnuovo e non all’osteria del Fortino come vogliono altri. Tuttavia, Garibaldi ed il suo piccolo seguito si recarono in carrozza a Casalnuovo, oggi Casalbuono, un piccolo brogo non molto distante dal Fortino. Dal 1811 al 1860 fece parte del circondario di Montesano, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1927, durante il Regno d’Italia, fece parte del mandamento di Montesano sulla Marcellana, appartenente al Circondario di Sala Consilina. Casalnuovo si trovava sulla via per le Calabrie. Il Racioppi scriveva: “….e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Etc…”. Pupino Carbonelli, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). Etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 116-117 e ssg., in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalnuovo (18) – paese che segue il confine tra la Provincia di Salerno e la Basiicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 pm. del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti Carlo Arrivabene ed Antonio Gallenga, volontari e corrispondenti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, odinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga di armi; vivendo etc….”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Etc…”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’…..Il 5 settembre, così, Garibaldi fu nel ‘Vallo di Diano’, in marcia su quella consolare fiancheggiata da una policroma geometria di poderi. Indossava il “poncho”, e sembrava un Dio tutelare, ….A destra e a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono. Con lui erano, fra gli altri, il Turr, il Sirtori, il Caldesi, il Nullo, il Serafini, il Cosenz, l’Avezzana, il Mordini e Musolino e i giornalisti Antonio Gallenga e Carlo Arrivabene, ambedue corrispondenti della stampa inglese. Il Generale fece sosta in Piazza Croce, (dopo divenuta Piazza Garibaldi), attraversò poi tutto il paese a cavallo, salutò il popolo festoso, poi stanco si riposò in casa di Raffaele Sabatini, dove passò anche la notte. Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale…..Etc…“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Alla presenza di tutto il popolo, presenti la Giunta Insurrezionale, il Sindaco Pasquale Buonafina, il capitano della guardia Urbana Raffaele Santini, il tesoriere Francesco Masullo, Ermenegildo De Stefano e il sacerdote Francesco Masullo, Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”. Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito. Casalbuono volle, più tardi (23), nel cinquantenario dell’unificazione della Patria, ricordare di aver accolto il Generale tra le sue mura, con un’artistica lapide marmorea (24). Etc….La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi nominò BERTANI Segretario Generale della Dittatura
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “….e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’inciente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi, “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, etc..”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “….Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’incidente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore! Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: “…..e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre da Casalnuovo pubblicò per telegrafo: – “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale”; e la storia vuol ricordare la data uffiziale di quella anomala podestà, famosa nel nome di Segreteria, che, al nuovo governo, fu la Dittatura della Dittatura. Etc..”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “……..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Da Casalbuono parimenti ordinò a tutti i municipi di concedere per conto dello Stato viveri e denaro ai soldati sbandati dell’esercito borbonico.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 116-117 e ssg., in proposito scriveva che: “VI. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, odinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga di armi; vivendo etc….”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Etc…”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo Garibaldi con i suoi “distinti personaggi” passò la notte dal 4 al 5 settembre e, oltre ad aver nominato Bertani segretario generale della dittatura, affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Agrati scriveva che, il 5 settembre 1860, da Sala Consilina, Garibaldi “diramò” il decreto che però aveva già scritto a Casalnuovo. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elargire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale. Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque. A Casalnuovo dispose che in sua assenza, comandante dell’esercito fosse il Sirtori….Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Alla presenza di tutto il popolo, presenti la Giunta Insurrezionale, il Sindaco Pasquale Buonafina, il capitano della guardia Urbana Raffaele Santini, il tesoriere Francesco Masullo, Ermenegildo De Stefano e il sacerdote Francesco Masullo, Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”. Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito. Casalbuono volle, più tardi (23), nel cinquantenario dell’unificazione della Patria, ricordare di aver accolto il Generale tra le sue mura, con un’artistica lapide marmorea (24). Etc….La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………..”.
Nel 4 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi sciolse la banda del De Dominicis che era a Sanza e che aveva ucciso Sabino Laveglia
Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 117, parlando di Casalbuono e riferendosi al 4 settembre 1860, in proposito scriveva che, Garibaldi arrivato in carrozza a Casalbuono alle 5 pomeridiane del giorno 4: “….decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Sulla scorta del De Crescenzo, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza.”. Come vedremo innanzi, parlando del 7 settembre 1860 parlerò dell’uccisione dei responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane e del Pisacane in particolare perchè dalla documentazione storica pare che questa sia la data della loro uccisione proprio da parte della colonna di Cristofaro Ferrara, che si trovava a Sanza insieme alla colonna del Passero e che avevano imprigionato alcuni di Sanza tra cui il Sabino o Sabatino Laveglia. Dunque, la notizia dell’Infante (….), risulta strana. La notizia che ci dà Infante, che a Casalnuovo, Garibaldi sciolse la colonna del De Dominicis che si trovava a Sanza, dovrebbe essere ulteriormente approfondita, in quanto se ciò accadde il 5 settembre 1860 come può essere possibile che i rivoltosi uccidessero il Laveglia il 7 settembre 1860. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre ani prima. Fonti storiche ci portano a conoscenza che nel carcere di Sanza vi erano rinchiusi: Sabatino Laveglia, il fratello Domenico, Filippo Greco Quintana di professione farmacista e Giuseppe Citera ex capo urbano. I malcapitati furono letteralmente massacrati, forse anche con il beneplacito delle truppe garibaldine che non intervennero a sedare il macabro sodalizio. Si racconta che per giorni si udirono urla strazianti, provenienti da una piccola apertura protetta di sbarre. La loro morte è fatta risalire tra le ore 15 e le 16 del 7 settembre. Il neo cavaliere del regno Sabatino Laveglia, morì a seguito di numerose torture; il fratello Domenico si spense lo stesso giorno, il suo corpo fu fatto a pezzi ed il cervello per i clpi subiti venne trovato sparso sul pavimento della cella; Filippo Greco Quintana si spense a causa dei numerosi colpi infertigli al capo, tanto da rendere il suo cadavere irriconoscibile; la stessa sorte la subì Giuseppe Citera. I loro corpi furono gettati in una fossa comune in località Salemme, non lontano da dove erano stati massacrati dalle guardie urbane e dalla gente di Sanza, il Pisacane e i suoi compagni.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “………………“.
Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, il colonnello BOLDONI venne a salutare Garibaldi che aggregò la Brigata LUCANA alla brigata del Generale Cosenz
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 237, in proposito scriveva che: “La brigata Lucana e l’assedio di Capua. Giunto che fu il Dittatore a Casalnuovo, e venutovi, per mettersi agli ordini di lui, il Colonnello Boldoni, gli insorti della Lucania furono incorporati nella divisione del Generale Cosenz. Laonde il Colonnello ebbe ordinato alle sparse legioni di raccogliersi a Vietri di Potenza, ove trasmutava il quartier generale; li ordinò in brigata che disse dei Cacciatori Lucani; e queste divise in quattro battaglioni secondo i distretti della provincia, di poco meno che tremila uomini in tutto (1).”. Racioppi, a p. 237, nella nota (1) postillava: “(1) Il giorno 5 di settembre, a Vietri, il battaglione detto di Lagonegro numerava 671 militi; quello di Potenza 957, il terzo di Matera 478; il quarto di Melfi 810; in uno 2916.”. Giacomo Racioppi proseguendo il racconto sul Boldoni e la brigata Lucana dirà che dopo l’entrata di questo trionfale a Napoli, il 19 settembre, il colonnello Boldoni fu sostituito da Clemente Corte che la chiamerà Brigata di Basilicata. Racioppi scriveva che dopo Napoli, il Boldoni fu rimosso perchè apparteneva al partito di Cavour ed era inviso a Garibaldi. Sul colonnello Boldoni e la sua Brigata Lucana ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 411, in proposito scriveva pure che: “VI. Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………….”.
Nel 5 settembre 1860, Rustow e le sue brigate garibaldine erano a Casalnuovo (odierno Casalbuono)
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli. Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: “Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…“. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette delle vettovaglie di pane etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”, a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora apprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Policicchio, a p. 139, in proposito scriveva pure che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe. Il Fortino è nel salernitano etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi….E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. De Crescenzo scriveva che Garibaldi decretò lo scioglimento della colonna del De Dominicis, “che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che la colonna del De Dominicis fu sciolta da Garibaldi a Casalnuovo dove fu incorporata nelle file del Fabrizi. La colonna del De Dominicis fu inclusa nell’Esercito Meridionale. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Ala punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 54 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “L’Aldinio, giovane, forte, coraggioso ed aitante della persona, spinto da quell’ondata d’entusiasmo e di fede, ed indossata la camicia rossa, che tutt’ora si conserva dall’affetto filiale, fece parte dello stato maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi fu nominato Ricevitore delle Privative in Reggio Calabria, ma non accettò l’impiego per non parere d’aver tratto profitto dal suo patriottismo (1). Ritiratosi in patria, fu nominato Capitano della 1° Compagnia della Guardia Nazionale al posto del fratello Gennaro, e serbò sempre per Garibaldi un culto ed una venerazione introducendo pure, nei primi anni dell’unità italiana, una splendida festa patriottica e commemorativa nel giorno onomastico dell’Eroe. Morì fra il compianto generale nel 1892 in patria, lasciando larga eredità di affetti e di sangue.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: “Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’ Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.
Nel 5 (?) settembre 1860, a Casalnuovo (?), MIGNOGNA consegnò a Garibaldi la somma di 6000 ducati
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Dunque, dal taccuino di Agostino Bertani si evince che Mignogna arrivò al Fortino e non a Casalnuovo. Bertani annotava dal Fortino partirono per Casalnuovo (attuale Casalbuono), il 4 settembre 1860 ed il 5 settembre 1860 erano a Casalbuono, dove Garibaldi emise l’ordine della nomina a Bertani. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “………..“. Dunque, Raffaele De Cesare scriveva che Garibaldi ricevette Mignogna all’osteria del Fortino e non a Casalnuono. Secondo il Bertani, Mignogna arrivò al Fortino il giorno 4 settembre 1860 ed a Casalnuovo, il giorno 5 settembre si recò con Garibaldi come invece, diversamente scrive il Treveljan. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settimane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto….”. Su Nicola Mignogna si veda Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo, Nicola Mignogna nella Storia dell’Unità d’Italia – con lettere indeite etc.., Napoli, tip. Morano, 1889 ed in particolare Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 117, in proposito scriveva che: “Fallito il tentativo di invadere il territorio dello Stato Pontificio, venne distaccato da Giuseppe Garibaldi in Basilicata con l’incarico di controllare l’attività del movimento liberale lucano che, organizzato da Giacinto Albini, aveva incondizionatamente aderito al programma del Comitato dell’Ordine. Nonostante la sua attiva partecipazione alla insurrezione lucana, la sua missione non raggiunse lo scopo per cui egli era stato inviato in Basilicata: i posti di maggiore responsabilità vennero affidati dall’Albini ad esponenti del Comitato dell’Ordine. Nel settembre del 1860 si riunì all’esercito garibaldino e si distinse nella battaglia di Maddaloni.”. Poi, a p. 117 aggiunge pre che: “Della monografia del P. C. interessa direttamente la Basilicata quanto si riferisce ai contrasti tra le varie correnti liberali ed al periodo in cui, tra l’agosto ed il settembre del 1860, il Mignogna fu prodittatore con l’Albini (pp. 175 ss.). “. Infatti, Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Rogliano , 31 Agosto 1860. Caro Mignogna, Vi ringrazio della vostra del 23. Io vi fo i miei complimenti per quanto avete fatto di bene alla nostra Patria. Il Capo militare che mi chiedete è Cosenz, col quale io vi vedrò ad Auletta fra pochi giorni. Vostro G. GARIBALDI.”. Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata . Ivi Nicola Mignogna , in nome della provincia, gli dà il benvenuto presentandogli l’offerta pecuniaria de ‘ Lucani ( 1 ) . Garibaldi gli stende la mano , gli ripete con voce incantevole : « Bravo, Mignogna, voi avete ben meritato della Patria ! » A cui il Mignogna : « Tutto è possibile , Generale , quando voi volete . » E si dicendo , gli porge un foglio. È un telegramma di Giuseppe Libertini , presidente del Comitato Unitario che annunzia: « Francesco II, preso congedo da ‘ Napoletani , s’imbarca per Gaeta, concentrando l ‘ esercito rimastogli fedele, nelle fortezze di Capua , Gaeta , Pescara, Civitella ; proponendosi di tener il campo dietro il Volturno . » Garibaldi scorse rapidamente lo scritto , poi girò intorno le sue grandi pupille fosforescenti , profonde come il mare e come questo trasparenti, e sclamò : << andiamo, per ora, a Napoli – Viva l’Italia ! » L’emozione , l’entusiasmo degli astanti non si osa descrivere . La storia si fa inno l’uomo diventa mito l’opera sua leggenda ! –– Ad Auletta il Generale dice a Mignogna : « Venite meco a Napoli ; » e nomina Giacinto Albini governatore, con potestà illimitata , della Basilicata. Garibaldi sapeva già che in Napoli i seguaci di Cavour avevano adoperati tutti i mezzi per compiere la rivoluzione senza il suo intervento . « In caso estremo — aveva telegrafato e scritto il Cavour – etc….”. Pupino Carbonelli, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). « Dal signor avv. Nicola Mignogna ho ricevuto Ducati seimila ( pari a L. 25,500 ) , offerta fatta dalla Provincia di Basilicata al Dittatore. Il Segret. Generale della Dittatura AGOSTINO Bertani.“. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil….Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI…..Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc….”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono….Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…..al Fortino,…..dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proprie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi decretò aiuti ai soldati borbonici in fuga
Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 259-260, in proposito scriveva pure: “Dopo Lagonegro, si direbbe che il paesaggio stesso s’incivilisca e avverta la vicinanza di Napoli. Un’ampia valle che scende, dritta e piatta, tra due catene di colline azzurricce, mi ricorda la valle dell’Euro, nei dintorni di La Rivière Thibouville: etc…Sulla strada passano disertori dell’esercito napoletano; si fermano davanti a noi e chiedono l’elelemosina. Non mangiano da ieri mattina. Le case si chiudono quando essi si presentano; i contadini fuggono o danno loro la caccia; rifiutano loro il pane se non lo pagano, ed essi non hanno danaro. Hanno le scarpe logore; camminano quasi a piedi nudi, sfiniti sì da non poter più andare avanti, coricandosi nei fossi, cibandosi dele more dei cespugli, eppure rassegnati e senza farne colpa ai loro capi, la cui incuria li ha forse ridotti in quello stato miserando. Ci fermiamo a Sala. Si sentiva un lontano rimbombare etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “….e fece ordine, scrive il Racioppi, “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, etc..”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “…..e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore!”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Da Casalnuovo fece ordine a tutti i municipii, che accomodassero, a coloro dello Stato, di una porzione di viveri e denari ogni soldato dell’esercito borbonico che tornassero sbrancati a lor focolari: poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosissimi infelici, che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano a viandanti e alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso, con durezza imprudente e schernevole, venia negata. A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Dopo solo tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’incidente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore! Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “……..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Da Casalbuono parimenti ordinò a tutti i municipi di concedere per conto dello Stato viveri e denaro ai soldati sbandati dell’esercito borbonico. “Era increscevole e doloroso” scrive giustamente il Racioppi, la vista di numerosissimi infelici che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso con durezza imprudente e schernevole veniva negato” (1).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (1) postillava: “(1) Racioppi, op. cit.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese.”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “….affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale. Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI….ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…“. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…..”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “….seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Filippo La Gioia (….), nel suo “L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia – Cenno istorico redatto per cura di La Gioia Filippo di Aieta”, Lauria 1891, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “…il generale Garibaldi,….e dopo di ciò, scese sul Continente, Reggio, Catanzaro, Cosenza, Castrovillari, Rotonda, Tortora, e nella marcia di Tortora precsamente, ove anche noi ebbimo l’onore di stringergli la mano, in quel rincontro, anche la nostra defunta vecchia Genitrice Antonia Candia fu Vincenzo di Aieta, volle ammirare il grende guerriero de’ due Mondi, etc….Dopo quel piccolo trattenimento il Generale nell’accomiatarsi, con quel riso incantevole, stringendo a tutti la mano, partì con pochi uomini che lo seguivano, ed imbarcato sù di un piccolo battello, si diresse nella marina di Sapri, e da colà defilato si recò al Fortino di Lagonegro, ove uscì avanti al Generale Caldarelli, il quale con quattro mila soldati di Artiglieria, alla sola comparsa della camicia rossa, depose le armi, e i soldati Borbonici disarmati, in poche ore, ciascuno fu mandato al proprio domicilio, ed ai soli Ufficiali fu lasciato un foglio di via per non essere maltrattati.”.
Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi nominò il generale SIRTORI Capo di Stato Maggiore in sua assenza
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo Garibaldi con i suoi “distinti personaggi” passò la notte dal 4 al 5 settembre e, oltre ad aver nominato Bertani segretario generale della dittatura, affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo dispose che in sua assenza, comandante dell’esercito fosse il Sirtori….Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI…..Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……………….”. Alcuni storici però scrivono che la nomina a Sirtori non avvenne a Casalnuovo ma avvenne ad Auletta. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° Settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, etc…”. Proseguendo la sua narrazione, Agrati scriveva che Garibaldi comunicherà queste decisioni prese a Casalnuovo solo dopo ad Auletta, il 6 settembre 1860 con dispacci diramati via telegrafo.
Nel 5 settembre 1860, a Palermo, il rientro di PIOLA-CASELLI che porta a Depretis la lettera di risposta di Garibaldi ricevuta in occasione del colloquio al Fortino
Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: “Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione del Dittatore.”. Maraldi, a p. 87, nella nota (175) postillava che: “(175) Idem. = A. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba, Firenze 1869- pag. 74-75.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani” – Bertani e Crispi dovevano per conto di Mazzini, salvare il Dittatore dalle sciocchezze, dagli errori politici, vedi anche il Palamenghi-Crispi, I Mille, p. 342, dove si deplorano i primi errori fatti da Garibaldi a Napoli, che Crispi non giunse in tempo ad impedire; il maggiore, il più deplorato, fu quello naturalmente di aver consegnate le forze navali al Persano! – Povero Garibaldi! ogni volta che dava una manifestazione della sua perfetta lealtà al programma da lui liberamente assunto, i suoi più cari lo disapprovavano e cercavano di mettergli le mani avanti. Qulache volta ci riuscivano, etc…La lettera di adesione fu stracciata (I) e Piola ritornò a Depretis con risposta negativa. Il Depretis non si diede per vinto e rimandò il Piola con la seguente: “Caro ed illustre amico – Palermo 6 sett. 60. – La vostra lettera, che mi fu recata dal cav. Piola mi ha cagionato un vero dolore; etc…”. Nazari, a p. 157, nella nota (I) postillava: “(I) V. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba; Mario J.W., Garibaldi, p. 283, ecc..”. Dunque, non ci eravamo accorti che nello riscrivere a Garibaldi da Palermo, il 6 settembre 1860, il Depretis scriveva che il Piola gli aveva consegnato una lettera di risposta a quella sua che gli fu consegnata al Fortino dallo stesso Piola. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “Mentre ciò accadeva, il governo prodittatoriale a Palermo s’attendeva poter bandire il plebiscito da un’ora all’altra. Il ministro Amari ne aveva già pronto il proclama, quando il ritorno di Piola colla risposta diGaribaldi, dilatoria se non negativa, pose i ministri nella necessità di dimettersi e di tale determinazione Depretis informava Garibaldi con altra lettera del 6 settembre (Doc. VII) pure affidata al Piola e tosto rincalzata dall’altra del giorno successivo chiedente un abboccamento (Doc. VIII). La risposta di Garibaldi data in Napoli il giorno 9 (Dov. 9) accenna i motivi del diniego, ma rifiuta contemporneamente leofferte dimissioni appellandosi al patriottismo del Depretis. Verbalmente poi il Dittatore fece conoscere al Piola che voleva si aspettasse ancora per una quindicina, condizione che nè i ministri etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Vibonati, proveniente da Sapri, passava la Brigata PUPPI (ex Bologna) che marciava arrivando a Casalnuovo (odierno Casalbuono) alle 19,00
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “….brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Dunque, Bizzozero traducendo il colonnello Rustow scriveva che “…mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Dunque Lacava scriveva che la brigata Puppi passava da Vibonati il giorno 5 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant., del 6, dove arrivava alle 4 pom. La Brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina, e l’8 si metteva in marcia: accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli…..Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…“. Cesari scriveva che Garibaldi, a Sapri, dopo aver ordinato al colonnello Rustow di avviarsi con la sola sua Brigata Milano “A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…“. La Brigata Puppi, apparteneva alla XV Divisione Turr. La Brigata Puppi marciò da Sapri ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. La Brigata Puppi, apparteneva alla XV Divisione Turr. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao.”. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, questo passaggio dell’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che, leggendo il “Giornale di bordo” della nave “Brésil” redatto dal Capitano di Stato Maggiore Garzia che “fa rotta per Maratea”, trova scritto che: “A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi.”. Dunque, il capitano Garzia annotava nel suo Giornale di bordo che la brigata Puppi era arrivata alle 7 di pomeriggio (19,00) a Vibonati. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 5 settembre 1860 aveva già scritto: “5 Settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 4 settembre 1860 aveva già scritto: “4 Settembre….Poco dopo Piola parte pel mezzogiorno ed il Generale Garibaldi si rimette in carrozza coi suoi seguaci indirizzandosi a Casalnuovo. La Brigatta Puppi è in marcia da Sapri per Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Inoltre, il Quandel-Vial, a p. 580 aggiunge: “Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, l’ufficiale borbonico Quandel-Vial, a p. 580 scriveva che il 5 settembre 1860, “all’alba”, la brigata Puppi si era partita da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Mazziotti scriveva che il 3 settembre, probabilmente proveniente da Paola, sbarcò a Sapri un’altra Brigata della Divisione Turr, la Puppi. Questa Brigata Puppi marciò da Sapri ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 5 settembre 1860, ad Acciaroli, Leonino Vinciprova e Cristofaro Muratori sbarcarono dalla goletta Emma di Alessandro Dumas, armi per i rivoltosi del Cilento per la causa di Garibaldi
Alexandre Dumas, anch’egli scrittore. È famoso soprattutto per i capolavori Il conte di Montecristo e la trilogia dei moschettieri formata da I tre moschettieri, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne. Nel 1860 decise di realizzare Il grande viaggio di Ulisse e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “VI….Soltanto il 5 settembre la goletta con il Dumas si avvicinò alla rada di Acciaroli. La attendeva Leonino Vinciprova, che aveva preso parte a la Spedizione dei Mille ed era stato mandato da Garibaldi, col Mignogna e col Carbonelli, per promuovere la rivolta nelle provincie napoletane. Egli trovò a bordo della goletta il Dumas e Cristofaro Muratori, siciliano, ardente patriota e già segretario del Crispi (1). Il Muratori scese a terra portando un buon numero di Camicie rosse, di armi e di munizioni, e postosi a la testa di un gruppo di insorti, proseguì per Cannicchio e per Celso ove prese alloggio la sera in casa del barone Mazziotti. Il giorno dopo si tenne nel palazzo di lui una numerosa adunanza di liberali, con i quali percorrendo i comuni di Stella, di Omignano e di Sessa, andò a Rutino e poi a Salerno (1).”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trni, Tipografia Cannone, 1861.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10. Lo stesso giorno alle due del pomeriggio poco lontano dalla spiaggia di Acciaroli si fermò la goletta Emma. Su di essa era il noto romanziere francese Alessandro Dumas (padre), che dopo la battaglia di Milazzo si era precipitato a Salerno per consegnare le armi alle masse rivoluzionarie, ed era venuto ad Acciaroli, dove era ad attenderlo il Vinciprova. L’eroe cilentano si precipitò subito sulla goletta nella quale incontrò anche il Muratori. I tre, senza perdere tempo prezioso, stabilirono che il Muratori si fermasse ad Acciaroli con il compito di radunare quanti più uomini fosse possibile e raggiungere con essi Garibaldi in marcia verso Salerno. Infatti, il Muratori “con una garibaldina sulle spalle” scese a terra, attorniato da una moltitudine di gente e fu festeggiato lungamente. Molti volenterosi si fecero innanzi disposti a seguirlo, già pronti con armi sulle spalle e munizioni nelle tasche. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, in proposito scriveva che: “…..”. Dai racconti dello stesso Dumas si capisce che la città svolge un ruolo strategico per la conquista di Napoli. «Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele!… Una delegazione del comune viene verso l’Emma e esprime il suo unanime consenso per la causa Italiana; Salerno s’illumina come un palazzo incantato» . L’episodio è raccontato in un libretto di Marciano Beniamino, Salerno nella Rivoluzione del 1860. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 97 e ssg., in proposito scriveva che: “La battaglia di Milazzo venne descritta da Alessandro Dumas, l’autore dei “Tre Moschettieri”, il quale – dal “faro” a Napoli – fu con Garibaldi, in quella vittoriosa marcia che venne conclusa con le armi al “Volturno”. Ed il Dumas, nella lettera inviata al Generale Carini, dopo la vittoriosa azione, così si espresse etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 97, in proposito scriveva pure che: “XII. Solamente il 5 settembre, alla vigilia dell’ingresso trionfale del Dittatore a Salerno, la videro fermarsi, verso le due p.m. e poco lontano dalla rada di Acciaroli – marina del comune di Pollica – Leonino Vinciprova e Pietro Lacava, mandati da Garibaldi insieme con Vincenzo Carbonelli – audace cospiratore di Secondigliano – e col ferreo Mignogna, ad attendere le armi promesse ed a provocare l’insurrezione nel Napoletano e, per conseguenza, nel Salernitano. Chi avrebbe potuto preparare il terreno politico nelle nostre zone se non il Vinciprova che conosceva addentro uomini e cose, avendo partecipato, credente convinto dell’unità della patria, a tutti i moti liberali della sua provincia ? Il patriota cilentano “rivoluzionario di cuore e di fatti”, come lo chiama l’Oddo, montò una barchetta con alcuni marinai e salì a bordo della goletta che, di tanto in tanto, mandava colpi di fucile, e gli si presentò dapprima un omaccione tutto vestito di bianco, dalla folta capigliatura di creolo, ricoperta da un largo cappello di paglia, adorno di una penna azzurra di una bianca e di una rossa (40). Era costui il romanziere Dumas, accompagnato dal frate Giovanni Pantaleo e da un focoso giovane siciliano in divisa di ufficiale garibaldino, Cristoforo Muratori…Costui, poco dopo, presa una carabina sulle spalle, scese a terra con gli altri, portando un considerevole numero di camicie rosse armi e munizioni, che aveva spedito da Genova Agostino Bertani fin dal 1° agosto. Etc…(41).”. De Crescenzo, a p. 98, nella nota (41) postillava: “(41) Cfr. L. Minervini, Dichiarazione cronologica sopra i fatti della Rivoluzione di Napoli, Trani, Cannone, 1861”. Si tratta del testo di Luigi Minervini (….). De Crescenzo, a p. 99 continuando il suo racconto scriveva: “XIII. Si diresse poi quella massa di volontari al villaggio di Cannicchio e di là, la sera stessa, arrivò a Celso, altro villaggio di circa ottocento abitanti su di un vasto piano dominato dal monte Stella, dove fu lietamente accolta nella casa del barone Mazziotti, noto per sentimenti liberali; etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 794, in proposito scriveva che: “Prima di continuare a parlar di Dumas e di certi fatti rivoluzionari combinati nelle acque di Napoli tra lui ed altre persone diremo ancora dell’ Emma, di quella goletta che ha la sua parte nella storia della nostra rivoluzione . Essa aveva portato armi in Salerno , e nei primi di settembre altre armi portava alla marina di Acciaroli. I volontari del Cilento partivano i primi di settembre, ed avviavansi verso il Vallo Diano per unirsi agli altri dei vicini paesi e raggiungere Garibaldi. Certo Vinciprova , rivoluzionario di cuore e di fatti , recossi alla marina di Acciaroli per attendervi armi già promesse, ma che non erano ancora arrivate. Verso le 2 pomeridiane del 5 settembre si fermò poco lungi dalla spiaggia la goletta Emma, che di tratto in tratto interrompeva il silenzio con colpi di fucile. Il Vinciprova montò una barchetta con alquanti marinai , si accostò all’ Emma, sali a bordo , ed oltre a Dumas vi trovò Cristoforo Muratori , che i nostri lettori conoscono. Egli era vestito da ufficiale garibaldino ; sua missione era di sollevare il resto della provincia. Si stabilì che il Muratori scenderebbe a terra, vi radunerebbe tutta la gioventù volonterosa di combattere, ne prenderebbe il comando , e raggiungerebbe Garibaldi . In questo frattempo l’Emma era circondata da tutte le barchette che ritrovavansi in Acciaroli ; si dispensarono quantità di camicie rosse, ed armi e munizioni, ed il Muratori, presa una carabina sulle spalle , scese con gli altri , festeggiato dalla moltitudine , che, come per incanto , erasi tutta vestita di rosso . Il telegrafo segnalò un disbarco di garibaldini.”.
A PADULA
Nel settembre 1860, a Padula, la Certosa di S. Lorenzo
Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “Chartreuse de San-Lorenzo. Fondé en 1308 par Tommaso Sanseverino, comte de Marsico, ce monastère, richement doté par son créateur, reçut d’autres encore de grandes donations territoriales, et devint la plus considérable à la fois et la plus riche des Chartreuses de l’Italie, après celles de Rome et de Pavie. Ses bâtiments sont si vastes qu’en les voyant du haut de la- Cività ils avaient presque l’apparenced’une petite ville. Nous descendons pour le visiter, car il constitue l’un des édifices monastiques les plus notables des provinces napolitaines, et M. Barnabei est chargé d’en inspecter l’état pour son ministère. Supprimée une première fois sous le gouvernement du roi Joseph, la Chartreuse de San-Lorenzo fut rétablie à la Restauration. Mais il n’y revint qu’une dizaine de pères, qui y vivaient misérablement,comme campés dans des bâtiments beaucoup trop étendus pour leur petit nombre. En 1868 le gouvernement italien l’a fermée de nouveau, en dispersant les moines et en confisquant ce qu’elleavait encore de biens. Il n’y est resté qu’un unique custode les meubles ont été vendus à l’encan, et les édifices abandonnés dépérissent rapidement, faute de réparations depuis quinze ans. Cette année enfin; le gouvernement etc…”, che tradotto significa: “….Certosa di San Lorenzo. Fondata nel 1308 da Tommaso Sanseverino Conte di Marsico, questo monastero, riccamente dotato dal suo creatore, ricevette altri ancora ingenti donazioni territoriali, e divenne allo stesso tempo il più considerevole e il più grande ricca delle Certose d’Italia, dopo quelle di Roma e Pavia. I suoi edifici sono così vasti che vedendoli dall’alto della Cività avevano quasi l’aspetto di una piccola città. Scendiamo a visitarlo, perché costituisce uno degli edifici i più illustri monaci delle provincie napoletane, e il Sig. Barnabei è responsabile del controllo lo Stato per il suo ministero. Eliminato prima volte sotto il governo del re Giuseppe, la Certosa di San-Lorenzo fu ristabilito alla Restaurazione. Ma tornarono solo una decina di padri, chi viveva lì miseramente, come se fosse accampato edifici decisamente troppo grandi per i loro piccoli numero. Nel 1868 il governo italiano richiuse, disperdendo i monaci e confiscando i beni che ancora le erano rimasti. Non c’è rimaneva solo un quarto di pannello, i mobili stati venduti all’asta e gli edifici abbandonati stanno rapidamente scomparendo a causa della mancanza di riparazioni quindici anni. Quest’anno finalmente; il governo etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Padula, il generale Giuseppe LA MASA e le truppe del generale Caldarelli
Da Wikipedia leggiamo che il generale Filippo La Masa recatosi in Toscana, durante il Governo Provvisorio Toscano, ne fu espulso da Bettino Ricasoli per le sue posizioni unitarie. Partecipò così attivamente alla Spedizione dei Mille, occupandosi soprattutto del coordinamento dei volontari siciliani (chiamati picciotti), in particolare durante l’insurrezione di Palermo. Nominato generale da Garibaldi, fu al comando della brigata Sicula, sostituito a fine ottobre da Giovanni Corrao. Non seguì infatti Garibaldi sul continente. Dopo l’Unità fu inserito col grado di maggior generale nei ruoli del Regio esercito. Giuseppe La Masa scrisse un libro testimonianza, “Alcuni fatti e documenti della rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860 (1861)”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: “Diremo brevemente in che modo Giuseppe La Masa si trovasse nuovamente a fianco del Dittatore. Fece pratiche per partire, ed incontrò difficoltà; finalmente recossi un giorno al Faro, chiese una barca al comandante Castiglia, e solo col suo aiutante traverso lo stretto. Arrivato a Palmi s’incontrò con Garibaldi, e di là marciò sempre con lui, e con lui trovossi a Padula. Accettato l’incarico di garantire la vita del Caldarelli, lo adempi con molta forza d’animo, comunque più volte fossesi trovato nel pericolo di essere trucidato insieme al generale borbonico. Chiamato da un dispaccio, La Masa andò a raggiungere Garibaldi; Pareto, restò a custodire la vita di Caldarelli. Il giorno 6, la brigata Milano , continuando la sua marcia, giungeva ad Auletta: il giorno 7 ad Eboli; il resto dell’ esercito marciava a grandi giornate sopra Napoli, ignorando che in quell’istante medesimo il Dittatore solo entrava nella metropoli del regno.”.
Nel 5 settembre 1860, a Padula o a Lagonegro in casa Aldinio (?), il generale Giuseppe LA MASA e l’accordo per la capitolazione e la resa del generale borbonico Caldarelli
Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: “Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…“. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avea fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150 aggiungeva che: “Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato La Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula. Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula.“. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Percorreva la provincia di Salerno la brigata del generale Caldarelli che il 27 agosto aveva capitolato con il Comitato rivoluzionario di Cosenza. Secondo gli accordi contenuti nella capitolazione, in cui era stabilito l’itinerario che la brigata doveva percorrere, essa, traversati vari paesi della Calabria e della Basilicata, partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale. Per evitare qualsiasi inconveniente tra i garibaldini e le truppe borboniche colà acquartierate il generale Giuseppe Lamasa, in seguito di ordine del dittatore, rimase parimenti nella Certosa, finchè il giorno 7 il dittatore gli telegrafò di raggiungerlo in Eboli.“. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo (?). Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse. La raggiunse a Padula, ove tre anni avanti il Ghio aveva riportata la ingloriosa vittoria sulla colonna del Pisacane. Il Generale, che aveva seco gli uomini del Turr, ottenne facilmente che il Caldarelli – il quale giusta la convenzione con gli insorti di Potenza si ritirava su Napoli – si decidesse a far causa comune con lui. Eran così 3 mila soldati che passavan a Garibaldi e il Turr poco dopo ne diede notizia al Sirtori: “Sala, 5 settembre, ore 2 pom. Generale Sirtori, Spezzano Albanese – Col. Generale Garibaldi e con la mia 3° Brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua Brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di riorganizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta. Quasi tutte le provincie sono insorte. Il campo di Boldoni è a Vietri…”….Quella Brigata Caldarelli però non fu un grande acquisto per Garibaldi, poiché essa passò nominalmente nell’Esercito meridionale: in realtà i soldati preferirono sbandarsi come tutti i loro colleghi e la Brigata, si può dire, scomparve.“. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 408, in proposito scriveva pure che: “…è uopo ricordare che la casa di Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità Generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone per bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Charles Stuart Forbes (….), comandante della Marina inglese. Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: “The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…..support; but if ever men were justified in doing such a thing, they were. Somehow or another it jarred with my feelings; one could not respect them. I don’t know anything that struck me more forcibly throughout my tour than constantly hearing, “Oh, so-and-so, has behaved magnificently“ che tradotto significa: “L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc… supporto; ma se mai gli uomini furono giustificati nel fare una cosa del genere, lo furono. In un modo o nell’altro strideva con i miei sentimenti; non si poteva rispettarli. Non c’è niente che mi abbia colpito più fortemente durante il mio tour che sentire costantemente: “Oh, così e così, si è comportato magnificamente…..etc…“. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Intanto militarmente si trattava di impossessarsi del Caldarelli e dei suoi tremila uomini (3). Il 3 settembre, prima di lasciare Lagonegro, il Caldarelli aveva confermata agli emissari di Garibaldi l’intenzione sua e dei suoi uomini di disertare per la causa nazionale (1), allo stesso tempo però egli aveva continuato la ritirata su Napoli, oltrepassando il Fortino alcune ore prima che Garibaldi sboccasse per di là sulla strada. Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 68”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (1) postillava: “(1) Forbes, 215-216.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: “L'”invito” fu conseguente all’accordo appena fatto tra il Commissario di Garibaldi, La Masa, e lo stesso Caldarelli che decise di rimanere internato a Padula (20). Ciò risulta anche, confermando la tesi da noi sostenuta, delle memorie del Colonnello Rustow, il quale, informato da un ufficiale della Guardia Nazionale di Padula che un’intera brigata borbonica si trovava in S. Lorenzo, dice: “(….) ci giunge avviso da Garibaldi che un parlamentario di Caldarelli era stato da lui e che non ci dessimo fastidio alcuno per quella forza debole, sebbene numericamente il triplo della nostra”(21)”. Policicchio, a p. 141, nella nota (21) postillava: “(21) E. Porro, La brigata Milano…cit., p. 23.”. Policicchio si riferiva al testo tradotto di Rustow, di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 23, che in proposito scrivea che: “”(….) ci giunge avviso da Garibaldi che un parlamentario di Caldarelli era stato da lui e che non ci dessimo fastidio alcuno per quella forza debole, sebbene numericamente il triplo della nostra”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Intanto: “In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli, si diceva a Salerno, erasi riunito colle truppe di Garibaldi e con esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distaccamenti dell’esercito nazionale dovevano aver luogo ancora più presso a Napoli. Perciò si accrebbe l’inquietitudine e lo spirito di rivolta nelle truppe riunite a Salerno (….)(16).”.”. Policicchio, a p. 139, nella nota (16) postillava: “(16) La guerra italiana del 1860….cit., p. 301.”. Policicchio si riferiva al testo tradotto di Rustow, ovvero il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 301 (secondo la postilla di Policicchio ma è sbagliato perchè si tratta di pag…..), in proposito scrivea che: “In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli, si diceva a Salerno, erasi riunito colle truppe di Garibaldi e con esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distaccamenti dell’esercito nazionale dovevano aver luogo ancora più presso a Napoli. Perciò si accrebbe l’inquietitudine e lo spirito di rivolta nelle truppe riunite a Salerno Etc….”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 127 in proposito scriveva: “A Padula, nella Certosa di S. Lorenzo, era anche andato il generale Giuseppe La Masa (33), in compagnia del suo aiutante Nizzari e di un tal Pareto di Genova, guida del Dittatore, per scongiurare ogni incidente tra garibaldini e soldati regi ivi alloggiati; ma il 7 se ne partì, perchè ricevette un telegramma da Garibaldi con l’ordine di andare a raggiungerlo in Eboli. I soldati del Caldarelli, invece di raggiungere Capua il resto della truppa, passarono a Nocera, dove deposero le armi e si sciolsero. Così tremila soldati passarono a Garibaldi. Il Turr ne dette notizia da Salerno al Sirtori alle 2 pm. del 5 settembre: “Col Generale Garibaldi e con la mia 3° brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di organizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta, etc….”.”. De Crescenzo, a p. 127, nella nota (33) postillava: “(33) G. Oddo Bonafede, Cenno storico politico militare sul generale G. La Masa e documenti correlativi, Verona, 1879.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: “La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli , e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II…..Etc…Nei soldati del generale Caldarelli cominciaron tosto ad apparire funesti indizi di un nuovo assassinio; pareva che si volesse a lui dar quella stessa fine che erasi data al generale Briganti. Il Caldarelli tosto si accorse di ciò che si tramava contra di lui, e chiese a Garibaldi di essere protetto e garantito. Il Dittatore affidò questo incarico al generale Giuseppe La Masa, che accompagnato dal suo aiutante Nizzari, e da una guida del Dittatore, Pareto di Genova, seguì Caldarelli alla Certosa di Padula dov’era acquartierata la truppa napoletana.“. Filippo La Gioia (….), nel suo “L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia – Cenno istorico redatto per cura di La Gioia Filippo di Aieta”, Lauria 1891, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “…il generale Garibaldi,….e dopo di ciò, scese sul Continente, Reggio, Catanzaro, Cosenza, Castrovillari, Rotonda, Tortora, e nella marcia di Tortora precsamente, ove anche noi ebbimo l’onore di stringergli la mano, in quel rincontro, anche la nostra defunta vecchia Genitrice Antonia Candia fu Vincenzo di Aieta, volle ammirare il grende guerriero de’ due Mondi, etc….Dopo quel piccolo trattenimento il Generale nell’accomiatarsi, con quel riso incantevole, stringendo a tutti la mano, partì con pochi uomini che lo seguivano, ed imbarcato sù di un piccolo battello, si diresse nella marina di Sapri, e da colà defilato si recò al Fortino di Lagonegro, ove uscì avanti al Generale Caldarelli, il quale con quattro mila soldati di Artiglieria, alla sola comparsa della camicia rossa, depose le armi, e i soldati Borbonici disarmati, in poche ore, ciascuno fu mandato al proprio domicilio, ed ai soli Ufficiali fu lasciato un foglio di via per non essere maltrattati.”.
Nel 5 settembre 1860, a Padula, le truppe del generale borbonico Caldarelli internate nella Certosa di S. Lorenzo
Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: “…Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…“. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano….Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avea fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. “. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 259-260, in proposito scriveva pure: “Dopo Lagonegro, si direbbe che il paesaggio stesso s’incivilisca e avverta la vicinanza di Napoli. Un’ampia valle che scende, dritta e piatta, tra due catene di colline azzurricce, mi ricorda la valle dell’Euro, nei dintorni di La Rivière Thibouville: etc…Sulla strada passano disertori dell’esercito napoletano; si fermano davanti a noi e chiedono l’elelemosina. Non mangiano da ieri mattina. Le case si chiudono quando essi si presentano; i contadini fuggono o danno loro la caccia; rifiutano loro il pane se non lo pagano, ed essi non hanno danaro. Hanno le scarpe logore; camminano quasi a piedi nudi, sfiniti sì da non poter più andare avanti, coricandosi nei fossi, cibandosi dele more dei cespugli, eppure rassegnati e senza farne colpa ai loro capi, la cui incuria li ha forse ridotti in quello stato miserando. Ci fermiamo a Sala. Si sentiva un lontano rimbombare etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150 aggiungeva che: “Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula.“. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “….partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale.“. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo (?). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 408, in proposito scriveva pure che: “.. – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 208, riferendosi al Peard e altri, in proposito scriveva che: “……essi partirono e strada facendo incontrarono centinaia di regi che senz’armi, languenti di fame e di miseria si trascinavano a stento o si gettavano bocconi sul ciglio della strada. Garibaldi aveva distribuito loro tutto il denaro che aveva allora alla mano, ma il loro stato era tale da muovere a pietà.“. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 68”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “..: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.“. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse. La raggiunse a Padula, ove tre anni avanti il Ghio aveva riportata la ingloriosa vittoria sulla colonna del Pisacane. Il Generale, che aveva seco gli uomini del Turr, ottenne facilmente che il Caldarelli – il quale giusta la convenzione con gli insorti di Potenza si ritirava su Napoli – si decidesse a far causa comune con lui. Eran così 3 mila soldati che passavan a Garibaldi e il Turr poco dopo ne diede notizia al Sirtori: “Sala, 5 settembre, ore 2 pom. Generale Sirtori, Spezzano Albanese – Col. Generale Garibaldi e con la mia 3° Brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua Brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di riorganizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta. Quasi tutte le provincie sono insorte. Il campo di Boldoni è a Vietri…”….Quella Brigata Caldarelli però non fu un grande acquisto per Garibaldi, poiché essa passò nominalmente nell’Esercito meridionale: in realtà i soldati preferirono sbandarsi come tutti i loro colleghi e la Brigata, si può dire, scomparve.“. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: “La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti, Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione, tristissime infauste notizie per Francesco II…..Etc…Nei soldati del generale Caldarelli cominciaron tosto ad apparire funesti indizi di un nuovo assassinio; pareva che si volesse a lui dar quella stessa fine che erasi data al generale Briganti. Il Caldarelli tosto si accorse di ciò che si tramava contra di lui, e chiese a Garibaldi di essere protetto e garantito. Il Dittatore affidò questo incarico al generale Giuseppe La Masa, che accompagnato dal suo aiutante Nizzari, e da una guida del Dittatore, Pareto di Genova, seguì Caldarelli alla Certosa di Padula dov’era acquartierata la truppa napoletana. Diremo brevemente in che modo Giuseppe La Masa si trovasse nuovamente a fianco del Dittatore. Fece pratiche per partire, ed incontrò difficoltà; finalmente recossi un giorno al Faro, chiese una barca al comandante Castiglia, e solo col suo aiutante traverso lo stretto. Arrivato a Palmi s’incontrò con Garibaldi, e di là marciò sempre con lui, e con lui trovossi a Padula. Accettato l’incarico di garantire la vita del Caldarelli, lo adempi con molta forza d’animo, comunque più volte fossesi trovato nel pericolo di essere trucidato insieme al generale borbonico. Chiamato da un dispaccio, La Masa andò a raggiungere Garibaldi; Pareto, restò a custodire la vita di Caldarelli.”.
Nella notte tra il 4 ed il 5 settembre 1860, Francesco II decise di spostare altrove la guerra e di sgomberare Salerno
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 152, in proprosito scriveva che: “Ma Garibaldi non riposava in Calabria, ed a Napoli si seppe il 2 settembre che la Divisione Turr era sbarcata a Sapri, e che il giorno 3 il Dittatore si era ad esso unito marciando sopra Salerno. Questa marcia ingigantì le immaginazioni meridionali, più che il grido di rivolta scoppiato in molte provincie del Regno. Garibaldi, che continuava ad avanzarsi a grandi giornate, lo sbarco di alcune altre Brigate della Divisione Turr a Sapri, l’esitanza degli uomini di guerra a tentare battaglia con la capitale rumoreggiante alle spalle, e senza una base sicura di operazione, determnarono il Re di scegliere altrove il campo della sua guerra. Nella notte del 4 al 5 settembre si decise il ritiro dal campo di Salerno a quello di Sessa all’appoggio delle due fortezze Capua e Gaeta.”.
Nel 5 settembre 1860, Garibaldi passava nei pressi di Padula
Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p, 150, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre, così, Garibaldi fu nel ‘Vallo di Diano’, in marcia su quella consolare fiancheggiata da una policroma geometria di poderi. Indossava il “poncho”, e sembrava un Dio tutelare, ….A destra ed a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; e là, poste su un’altura, simigliante ad un altare, facevano capolino le case di Teggiano: centro di storia e di leggenda, e patria di Giuseppe Matina. Garibaldi ammirò l’interessante scenario, e nel volgere lo sguardo verso Padula, non potè non ricordare il rovescio di Pisacane là a San Canione, e collocare, col pensiero, sul più alto colle della contrada – come un monumento – la figura del patriota Garibaldino Don Vincenzo Padula, ministro di Dio, immolatosi a Milazzo (1).”. Romagnano, a p. 150, nella nota (1) postillava: “(1) Per il vivo interessamento dell’Amministrazione Comunale di Padula (Sindaco Avv. Rienzo) è stata restaurata la Chiesa della SS. Annunziata, nella quale sono state traslate e definitivamente inumate le salme dei generosi di Pisacane, che caddero dopo la battaglia di San Canione.”.
A SALA CONSILINA
Nel 5 settembre 1860, Garibaldi, a Sala Consilina, dove fu ospitato in casa del maggiore DE PETRINIS
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò casa Depetrinis, etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, ex garibaldino, nel 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Il giorno di mercoledì 5 il generale partì con il suo seguito, in carrozza da Casalbuono per Sala, accolto da le più insistenti ovazioni…..Il Dittatore riposandosi alquanto nel palazzo municipale, ricevè alcune deputazioni e pranzò alle 2 con il generale Turr e Cosenz, il Matina, il Mignogna, il colonnello Trecchi e Missori, il maggiore Stagnetta, ed i segretari Alfieri d’Evandro, Lacava e De Meo, in casa del maggiore Giuseppe De Petrinis (2)…“. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2) postillava di Treveljan e di Iessie Whitte Mario, op. cit., p. 188. Si tratta di Jessie White Mario. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Il generale Pianell (….), nel suo “Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892)”, Firenze, C. Barbera editore, 1902, a p. 194, riferendosi al 3 settembre, nel suo Diario scriveva che: “Aimè, gli Uffiziali sono incerti e sgomenti del loro avvenire! A Sala vi è già un governo provvisorio, e Garibaldi è giunto ad Auletta. Etc…”. Sul maggiore De Petris, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”. De Petrinis pare fosse un attendibile. Degli attendibili, nel basso Cilento, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 124, in proposito scriveva che: “Tra un’infinità di stemmi di Savoia e di bandiere tricolori che sventolavano dalle finestre, e tra interminabili ovazioni del popolo, il Dittatore si recò in carrozza, insieme col Matina che gli era andato incontro, al palazzo del Governo Provvisorio, dove fu ricevuto dal segretario Antonio Alfieri d’Evandro, dal capitano Antonio Carrano e dalla giunta insurrezionale centrale. Alle 2 pm. era in casa De Petris, dove riposò due ore e, dopo circa venti minuti di sonno, fu invitato dal maggiore Giuseppe ad un pranzo che riuscì felicissimo (30). Gli facevano corona i generale Turr e Cosenz, il Matina, il Mignogna, i colonnelli Trecchi e Missori, il maggiore Stagnetta, i segretari Alfieri d’Evandro, Lacava e De Meo, e parecchi altri zelanti patrioti.”. Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 119, in proposito scriveva che: “La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Baldassarre di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e dal tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza. Un particolare nel quadro grande: una donna garibaldina, pervasa da viva manifestazione di gioia, muore in casa di luigi Gennuario (25). Etc…”. De Crescenzo, a p. 119, nella nota (25) postillava: “(25) Non mi è riuscito identificare il nome di questa donna nè il Racioppi (Storia dei moti di Basilicata, ecc.., op. cit.) ce lo fa sapere.”. De Crescenzo, a p. 123, in proposito scriveva pure che: “VIII. Sulla strada consolare che mena a Sala fu raggiunto da un manipolo di mille uomini al comando di mille uomini al comando del canonico Domenico Pessolano e di altri cittadini…etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “A destra e a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p, 154, in proposito scriveva che: “Avanzò il Generale, circondato dal suo Stato Maggiore, e gli andò incontro il ‘Prodittatore Giovanni Matina, che si ebbe l’abbraccio rituale. Egli rappresentava il salernitano martire ed eroico; perciò venne nominato ‘Governatore della Provincia di quel “Principato Citeriore” che per lunghi anni era stato torturato per i suoi sentimenti di libertà.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Quasi tutte le Giunte Insurrezionali furono presentate in Sala al Dittatore, il quale indossava la divisa garibaldina ed un cappello a larghe falde. E fu nominato Delegato Civile e Militare A. Alfieri d’Evandro, venuto nel “Vallo” da Napoli con molti volontari, ed al quale venne affidato l’incarico di vettovagliare l’esercito che sarebbe giunto, nei giorni di poi, diretto a Napoli. Il ricevimento ebbe luogo nel Palazzo del Governo provvisorio, ove Garibaldi riposò venti minuti, e fu ospitate, poi, col seguito, di Giuseppe De Petrinis, nella cui casa fu messo “vangale”, ed a tavola, lo stesso De Petrinis – nominato Maggiore della Guardia Nazionale – volle servire il ‘Dittatore’, del quale, per lungo tempo, venne conservato gelosamente un mozzicone di sigaro, lasciato da Garibaldi in quella felicissima occasione. Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso.”. Sul maggiore de Petrinis ha scritto anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 89 e ssg., in proposito scriveva che: “IX. Il maggiore della guardia nazionale Giuseppe De Petrinis ed il sottointendente Luigi Guerritore s’incontrarono con le colonne sulla strada provinciale. Il Matina, che seguiva la colonna, fu dal Guerritore etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala etc…”. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” etc….”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 64, in proposito scriveva che: “……………..”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”.
Nel 5 settembre 1860, a Sala Consilina, Garibaldi ricevette Raffaele PIRIA e Salvatore TOMMASI, del Comitato dell’Ordine di Napoli
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta: illuminazione e clamore. Arrivano Piria e Tommasi latori di lettere del Comitato dell’Ordine. Garibaldi, dopo letto tutto, disse: “Ebbene, se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia, io non faccio differenze di persone; ma se coloro hanno che fare con quei figuri di Torino che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia; so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma: mai no. Vogliamo tutto il paese nostro per noi, ed a Roma, sovrana, l’Italia. Il signor Bonaparte non può più farci nè bene nè male; egli non sa che noi conosciamo che ha la coda di paglia e che ha paura che gli prenda fuoco. Egli non sa che la Francia è con noi, che immensa in Europa è la simpatia per noi , che egli è impotente a frenarla o dominarla. A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli . » E si sedeva ; e poi soggiunse: « Oh ! Nizza ha da serrargli la gola e l’ ha da strozzare, e noi la riprenderemo . Vittorio Emanuele sa quanto io gli sia amico, ma vogliamo dargliela tutta l’Italia ; farlo.“. Dunque, secondo il taccuino di Bertani, Piria e Tomasi arrivarono ad Auletta, mentr altri storici scriveranno che essi incontreranno Garibaldi a Sala Consilina.Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. Ricevé pure Salvatore Tommasi e Raffaele Piria, delegati del comitato d’Azione, i quali andarono da lui per ottenere ch’egli, arrivando a Napoli, prendesse consiglio e ispirazione dai rispettivi comitati; ma Garibaldi, in quella guisa che a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, un caldo invito alla concordia, con queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Cammillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardi e Andrea Colonna: Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo”.”. Dunque, secondo il De Cesare (….), Garibaldi ricevè Raffaele Piria e Salvatore Tommasi a Casalnuovo, non a Sala Consilina come scrivono alcuni. Il De Cesare scrive che in seguito, arrivato ad Auletta, Garibaldi scrisse ai componenti dei Comitati per invitarli ad una maggiore concordia. Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Dal 4 al 7 settembre gli avvenimenti nell’Italia meridionale s’erano rapidamente succeduti in un modo meraviglioso….Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Il Forbes racconta che a Sala si presentò a Garibaldi un dottor Tomasi, inviato del Comitato dell’Ordine di Napoli, il quale osò leggergli un indirizzo che veniva a concludere press’a poco che egli, Garibaldi, era una gran brava persona, ma che però in Napoli non lo si voleva. Si costituiva invece un Governo provvisorio che avrebbe proclamato l’immediata annessione al Piemonte, così che Cavour avrebbe subito prese le redini d’ogni cosa senza bisogno né di Dittatura nè di Dittatore. E il Tomasi presentava anche, già bell’e stampato, un manifesto coi nomi degli individui di quel Governo provvisorio. Garibaldi, indignato per tanta sfacciataggine, avrebbe risposto risoluto che il Dittatore delle Due Sicilie era lui, – veramente una regolare assunzione della dittaura per le provincie continentali non c’era stata -, che tale intendeva restare, che non voleva sentir parlare d’annessione fino a quando non gli fosse dato invitare Vittorio Emanuele a incoronarsi Re d’Italia in Campidoglio. E’ vero il racconto del Forbes ? Che la costituzione di un Governo provvisorio cavouriano siasi tentato in Napoli è verissimo, ma che Garibaldi ne sia stato informato a Sala Consilina una prova sicura, ch’io sappia, non esiste.”. Agrati citava il testo di C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 il suo impegno politico a favore dell’unificazione d’Italia si espresse nella missione di mediazione per conto del governo Cavour tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II e nella promozione dell’annessione degli Abruzzi nel Regno d’Italia. Il 13 marzo 1864, per i suoi alti meriti patriottici e scientifici venne nominato senatore nel Parlamento italiano. Riguardo invece Raffaele Piria, nel 1860 Garibaldi, proclamatosi provvisoriamente a Napoli dittatore del Regno delle Due Sicilie, lo nominò Ministro della Pubblica Istruzione. Piria, inoltre, elaborò una riforma per la scuola elementare che non fu mai realizzata. Il suo impegno politico culminò nella sua nomina a senatore nel 1862. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 129-130, in proposito scriveva pure che: “I comitati dell’Ordine e dell’Azione inviarono a Garibaldi gli uomini più capaci di concordia in quei momenti difficili, per ottenere che il Dittatore, entrando in Napoli, prendesse consiglio e suggerimento dai rispettivi comitati (36), e cioè il clinico e fisiologo Salvatore TOMMASI (37), il chimico calabrese RAFFAELE PIRIA (38), e GIUSEPPE LIBERTINI, capace di accogliere intorno a sè gli spiriti più accesi. Ed il Generale, a scopo di concordia, scrisse un telegramma ad alcuni componenti più ragguardevoli dei due Comitati opposti, cioè Libertini, Raffaele Conforti (39), Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo marchese di Bella (40), Giuseppe Ricciardi, Andrea Colonna, pregandoli “per il bene della causa dell’unità italiana di riunirsi a comporre il Comitato Unitario Nazionale”(41), ed aggiungendo che “attendeva ogni aiuto dal loro illuminato ed ardente patriottismo”(42). Ma tale, Comitato, che si credè Governo per ventiquattro ore, non fece che provocare maggiori ire e più profondo dissidio tra le due parti (43).”. Poi il Dittatore, dopo aver consumato un modesto pranzo partì con Mario, Mignogna, Nullo ed altri pochi intimi. XII. Il 6 mattina fu ad Eboli, etc…”. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (36) postillava che: “(36) Cfr. R. De Cesare, La fine di un Regno, parte II, Lapi, 1909”. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (37) postillava che: “(37) Nacque a Tricase (Sulmona. Esule a Torino, vi pubblicò le ‘Istituzioni di fisiologia’, che, destarono l’ammirazione di tutti gli scienziati per il loro altissimo pregio. Deputato dalla VIII alla XIII lesgislatura. Nel 1848 deputato al Parlamento napoletano. Ministro di Grazia e Giustizia. Morì nel 1879. “. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (38) postillava che: “(38) Insegnò nelle niversità di Pisa e di Torino. A Napoli fu segretario della Luogotenenza e Ministro della Pubblica Istruzione. Morì a Torino il 18 luglio 1865. “. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (39) postillava che: “(39) Il Conforti era indeciso tra i due comitati, ma inclinante più a quello d’Azione.”. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (40) postillava che: “(40) Nacquw nel 1822. Era fratello del Principe di Torella. Con Decreto dell’8 settembre 1860 Garibaldi lo nominò inviato straordinario a Napoleone III. Etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Sala Consilina, Garibaldi nominò Giovanni MATINA Governatore del Salernitano
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano “con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Dunque, il Racioppi scriveva che il Matina fu nominato da Garibaldi a Sala il 6 settembre e non il 5 settembre 1860. Garibaldi si fermò a Sala Consilina il 5 ed ivi pernottò per ripartire per Auletta il 6 settembre 1860. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 124, in proposito scriveva che: “Tra un’infinità di stemmi di Savoia e di bandiere tricolori che sventolavano dalle finestre, e tra interminabili ovazioni del popolo, il Dittatore si recò in carrozza, insieme col Matina che gli era andato incontro, al palazzo del Governo Provvisorio, dove fu ricevuto dal segretario Antonio Alfieri d’Evandro, ….”.
AD AULETTA
Nel 6 settembre 1860, Garibaldi, ad Auletta fu ospitato in casa Mari e proclamò Giacinto Albini Governatore della Basilicata e, la richiesta di concordia fra i due Comitati
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini, capo del governo temporaneo della Lucania, a governatore di Basilicata con quella podestà che disse illimitata, e che meglio sarebbe a dirsi indefinita. E quivi giunsero a lui gl’inviati dai due comitati dell’Ordine e dell’Azione; i quali capaci della necessità della concordia e delle unite forze nei momenti supremi e terribili, erano venuti, perchè il battesimo del Dittatore segnalasse alla fiducia pubblica quelli che delle due parti meritassero la sua fiducia, per reggere lo Stato che si sfasciava nel momento che un ordine cessa e un altro incomincia. E il generale scrisse queste parole, quasi invito di concordia alle due parti, e mandato di confidenza agli uomini che men paressero discordi dal suo indirizzo. “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo d Bella, Giuseppe Ricciardi, Andrea Colonna. Per il bene della causa della Unità Italiana vi prego d riunirvi a comporre il comitato Unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato ed ardente patriottismo. Auletta 6 settembre 1860”.“. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’. Nel giorno stesso il Generale, col breve eletto corteo, ripartì, fra le vive acclamazioni e benedizioni del popolo festante, per Eboli, Salerno e Napoli, dove entrò trionfalmente nella sera del Venerdì 7 Settembre, inerme, senza scorta ed in carrozza scoperta, passando sotto i cannoni del Forte del Carmine, le cui sentinelle, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. E la colonna, tra un popolo delirante, si avviò per la “Consolare”, scortata da uomini in armi, a cavallo. Garibaldi, troppo sicuro di sè, precedeva l’Armata, sfidando i pericoli di eventuali imboscate. Difatti, la Brigata Cosenz giunse nel Vallo solamente l’11 settembre, e cos’ pure la Brigata di Artiglieria, composta da 200 uomini e 150 cavalli. Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre. Alla taverna di “Ciccio” sul ponte di Auletta, si dovevano far trovare viveri e venditori di pane. Solo il giorno 6 settembre, il Generale Burr, notificava al Tenente Fraissignano di Lagonegro, di avanzare coi cavalli sulla strada di Salerno, e il 15 settembre vi fu il passaggio dell’artiglieria nazionale, al comando del Generale Grasini, in marcia verso Napoli.”. Credo che qui vi è un errore di trascrizione perchè si trattava del generale Turr non Burr. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 159 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad Auletta, Garibaldi giunse sul far della sera, accompagnato dalla Giunta insurrezionale etc…(p. 160). Nella “galleria” di Casa Mari, Garibaldi ricevè i rappresentanti di alcuni comitati rivoluzionari di Basilicata, tra cui il Prodittatore Giacinto Albini di Marsiconuovo, conosciuto quale principale cospiratore della generosa terra di Lucania. L’Albini, proprio in Auletta, venne nominato Governatore di detta regione, con pieni poteri, e quale ‘Prodittatore’, già in data 24 agosto, aveva emanato la seguente ordinanza: “Chiunque, sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte!”.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “In casa Mari – ove pernottò – Garibaldi ricevé l’omaggio di molti notabili e rappresentanti di Comitati d’Azione; da Auletta telegrafò a Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti e Giuseppe Pisanelli, patrioti e uomini insigni, per esortarli a riunirsi nel “Comitato Unitario Nazionale”; e da Auletta fu spedito il famoso telegramma: “Oggi qui, domani a Napoli”. Né possaimo non riportare una “cronaca” del tempo, secondo la quale, in casa Mari, il Signor Gerardo Isoldi di Caggiano volle fare dell’accademia, recitando, alla presenza del Dittatore, un sonetto contro Ferdinando II.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proprosito scriveva che: “Il giorno 6 le due brigate Milano e Spinazzi col generale Turr erano ad Auletta,e si preparavano ad avanzare verso Salerno mentre che il Dittatore partiva per Eboli con una piccola scorta.”. Il generale Pianell (….), nel suo “Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892)”, Firenze, C. Barbera editore, 1902, a p. 194, riferendosi al 3 settembre, nel suo Diario scriveva che: “Aimè, gli Uffiziali sono incerti e sgomenti del loro avvenire! A Sala vi è già un governo provvisorio, e Garibaldi è giunto ad Auletta.Etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a pp. 461-462, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “ Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardı e Andrea Colonna : Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo„ . Libertini, Agresti e Ricciardi appartenevano al comitato di Azione ; Pisanelli, Caracciolo e Colonna, al comitato dell’Ordine, e Raffaele Conforti a nessuno dei due , ma aveva la fiducia di entrambi. La sera di quel giorno , Garibaldi giunse a Salerno, e prese stanza nel palazzo dell’intendenza.“. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta: illuminazione e clamore. Arrivano Piria e Tommasi latori di lettere del Comitato dell’Ordine. Garibaldi, dopo letto tutto, disse: “Ebbene, se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia, io non faccio differenze di persone; ma se coloro hanno che fare con quei figuri di Torino che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia; so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma: mai no. Vogliamo tutto il paese nostro per noi, ed a Roma, sovrana, l’Italia. Il signor Bonaparte non può più farci nè bene nè male; egli non sa che noi conosciamo che ha la coda di paglia e che ha paura che gli prenda fuoco. Etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. Ricevé pure Salvatore Tommasi e Raffaele Piria, delegati del comitato d’Azione, i quali andarono da lui per ottenere ch’egli, arrivando a Napoli, prendesse consiglio e ispirazione dai rispettivi comitati; ma Garibaldi, in quella guisa che a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, un caldo invito alla concordia, con queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Cammillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardi e Andrea Colonna: Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo”.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, …5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 117-118, in proposito scriveva che: “La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 242, in proposito scriveva che: “Ad Auletta nel giorno sei il Pro-dittatore Albini, la Deputazione Potentina e altri cittadini strinsero la mano al Dittatore, presentandogli gli omaggi della Lucania e del suo Capoluogo. Quivi Garibaldi emise il decreto – “Il Signor Giainto Albini è nominato Governatore di Basilicata con poteri illimitati” (3).”. Riviello, a p. 242, nella nota (3) postillava: “(3) Corriere Lucano 6 settembre n. S.”. Riviello, a p. 249, in proposito scriveva pure: “Molti nomi sono segnati in questo periodo storico, e primeggia fra gli altri quello di Giacinto Albini, insigne per mente, per gentilezza di animo e per fortezza di propositi; ma furono moltissimi i benemeriti e gli operosi, etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 20, in proposito scriveva: “Mentre la Prodittatura e le sue commissioni lavoravano così alacremente Garibaldi passa per il Lagonegrese; e i due prodittatori si allontanano da Potenza per andargli incontro. Garibaldi, ringraziando i Lucani della loro fede, del loro coraggio e della loro energia, con decreto del 6 Settembre nomina Giacinto Albini Governatore della Provincia di Basilicata con ‘poteri illimitati’.”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a pp. 15-16, in proposito scriveva: “…..Garibaldi entrò in Auletta, anch’essa quasi distrutta dal terremoto che aveva provocato 47 vittime, e fu ospite del dottor Gennaro Mari. Auletta è una tappa importante della spedizione dei Mille perchè fu lì che Garibaldi scrisse al Comitato dell’Ordine ed a quello dell’Azione il seguente messaggio: “Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo.” (10).”. D’Amico, a p. 16, nella nota (10) postilla: “(10) Per il testo del telegramma Cfr. Gennaro De Crescenzo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane. Questo il testo: “Garibaldi è arrivato con 5.000 dei suoi; si aspettano ad ogni istante 5.000 calabresi. Degli sbarchi avranno luogo questa sera sulla baia di Napoli e sul golfo di Salerno; consiglio decisamente di ritirare senza indugio la guarnigione di Salerno che altrimenti si troverà il passo tagliato. Vi scongiuro poi come amico personale, per quanto vostro nemico politico, ad abbandonare una causa perdduta che sarà la vostra ruina.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 128 in proposito scriveva: “Trovò molti insorti che passò in rivista; poi acortosi col Turr, inviò un dispaccio al sindaco di Salerno, avvertendolo di preparare per il giorno seguente quarantamila razioni e alloggio pei garibaldini. Quale effetto producesse questo dispaccio ognuno può immaginare. La notizia si propagò in un bater d’occhio tra il popolo di Salerno, e destò non poca meraviglia.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Etc…”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava: “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”.
Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, Garibaldi decreta e cedeva al generale SIRTORI il comando generale dell’Esercito e della flotta. Sirtori si trovava in viaggio col suo Stato Maggiore ed arrivava il 7 a Lagonegro
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° Settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, etc….”.
Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, il generale TURR scriveva al tenente Fraissignano, che si trovava a Lagonegro, ordinandogli di…..
Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alla taverna di “Ciccio” sul ponte di Auletta, si dovevano far trovare viveri e venditori di pane. Solo il giorno 6 settembre, il Generale Burr, notificava al Tenente Fraissignano a Lagonegro, di avanzare coi cavalli sulla strada di Salerno, e il 15 settembre vi fu il passaggio dell’artiglieria nazionale, al comando del Generale Grasini, in marcia verso Napoli.”. Romagnano citava il tenente “Fraissignano”, che si trovava a Lagonegro con altre truppe e gli ordinava di avanzare con i cavalli sulla strada Consolare per Salerno. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a pp. 15-16, in proposito scriveva: “…..Garibaldi entrò in Auletta, anch’essa quasi distrutta dal terremoto che aveva provocato 47 vittime, e fu ospite del dottor Gennaro Mari. Auletta è una tappa importante della spedizione dei Mille perchè fu lì che Garibaldi scrisse al Comitato dell’Ordine ed a quello dell’Azione il seguente messaggio: “Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo.” (10).”. D’Amico, a p. 16, nella nota (10) postilla: “(10) Per il testo del telegramma Cfr. Gennaro De Crescenzo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane. Questo il testo: “Garibaldi è arrivato con 5.000 dei suoi; si aspettano ad ogni istante 5.000 calabresi. Degli sbarchi avranno luogo questa sera sulla baia di Napoli e sul golfo di Salerno; consiglio decisamente di ritirare senza indugio la guarnigione di Salerno che altrimenti si troverà il passo tagliato. Vi scongiuro poi come amico personale, per quanto vostro nemico politico, ad abbandonare una causa perdduta che sarà la vostra ruina.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 128 in proposito scriveva: “Trovò molti insorti che passò in rivista; poi acortosi col Turr, inviò un dispaccio al sindaco di Salerno, avvertendolo di preparare per il giorno seguente quarantamila razioni e alloggio pei garibaldini. Quale effetto producesse questo dispaccio ognuno può immaginare. La notizia si propagò in un bater d’occhio tra il popolo di Salerno, e destò non poca meraviglia.”.
Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, arrivò la compagnia della Brigata PUPPI, che marciò da Sapri
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli.”. Mazziotti scriveva che la Brigata Puppi arrivò a Sapri in giorno 3 e scriveva pure che questa Brigata faceva parte della Divisione Turr. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli aveva fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Di lui ha scritto Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909.
Nel 6 settembre 1860, Peard, Turr e Ashley entrarono in carrozza a Salerno
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 207, in proposito scriveva che: “Intanto il pseudo Garibaldi e la sua comitiva, …..Saputo poi che i regi avevano evaquate le loro posizioni, il Peard, richiestone da Garibaldi, riprese in fretta la via di Salerno, entrandovi in trionfo alle cinque antimeridiane del 6 settembre. La città intera si riversò nelle strade ad acclamare il “Dittatore” che spese la mattinata ricevendo deputazioni in pubblico senza che nessuno fiutasse l’inganno tranne un solo ufficiale che gli sussurrò il suo nome all’orecchio. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 208-209, in proposito scriveva che: “Alle cinque di sera del 6 settembre, con due giorni di vantaggio sulle truppe più vicine, quelle del Turr (1), e molti più sul rimanente dell’esercito, Garibaldi e il suo Stato Maggiore entravano in Salerno in carrozza. Il Sindaco, la Guardia Nazionale e il suo “predecessore” inglese, ora deposto, gli andarono incontro fuori le porte della città. “Viva Garibaldi” gridò egli scoprendosi la testa in omaggio al Peard, e tutti unirono la loro voce alla sua con grida d’ilarità e d’evviva. L’oscurità li avvolse mentre si aprivan passo passo la via dentro Salerno in mezzo al delirio di 20000 anime che sembravano determinate a fare a pezzi il vero Garibaldi. La città era illuminata e nella lontananza tutte le alture di Amalfi e Sorrento rosseggiavano di fuochi di festa (1). La sera stessa l’ultimo dei Borboni e la Regina abbandonarono la reggia di Napoli e salpavano per Gaeta.”. Dobelli, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 123, in proposito scriveva pure che: “La piccola brigata del Peard partì nascostamente da Eboli durante la notte, ricalcando la via già percorsa fino a Sala. Lì ebbe ordine da Garibaldi di recarsi immediatamente a Salerno. Ed il 6 mattina vi entrò, ed anche lì fu scambiato per l’Eroe ed acclamato come facilmente può pensarsi. Simpatico equivoco davvero verificatosi, come abbiamo visto, più volte, e dovuto al colore biondo della sua barba !.”. Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 931, in proposito scriveva che: “Di Lorenzo e Rendina precedevano con altro legno a tutta corsa, per far telegrafare dal capostazione di Cava che fosse sgomberata dai bavaresi la stazione di Nocera, ma questi n’erano partiti la notte innanzi, avendo saputo che Garibaldi era giunto a Cava, mentre a Cava non era giunto che un inglese, certo Peard, uno stravagante, il quale somigliava molto nel fisico al dittatore e faceva la campagna per conto proprio. A Cava chiesero del sindaco etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “In quello stesso pomeriggio, Garibaldi stava per giungere a Salerno. Era partito all’alba da Auletta, preceduto dal Battaglione “Tanagro” della colonna Fabrizi, che aveva schierato avamposti di sicurezza – come scrisse il suo Comandante – alla “Duchessa” di Postiglione, e raccolto la riserva alla “Taverna dell’Olmo”…..(p. 170) Sullo Scorzo, altro schieramento di volontari in armi; ma su tutto il percorso, anche là dove non sorgevano case, si allineavano, sui ciglioni dei poderi, creature semplici, ansiose di vedere l’Eroe da vicino etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 174 e ssg., in proposito scriveva che: “Era giunto il libeatore nella città tanto cara all’Aquinate: una dell quattro preminenti di tutta Europa, conosciuta principalmente per la celebre “Scuola di Medicina” che in essa ebbe stanza per molti secoli. Era la terra attraversata dalla Croce del Giuscardo, ed ove l’Aquila della Chiesa venne a morire ed a santificarsi. Fu accolto il Dittatore dalle più note personalità del capoluogo e della provincia: dal Sindaco Pacifico, da Matteo Luciani, medico valoroso, dall’inglese Peard, dal marchese Mezzacapo, maggiore della Guardia Nazionale, da G.B. Bottiglieri di Petina, che fu poi nominato membro del Governo Provvisorio, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 174-175 e ssg., in proposito scriveva che: “Quella sera, furono pure accanto a Garibaldi, Bertani, Cosenz, Missori, e il capo della polizia Gozzolongo, e sul tardi – da Napoli – giunse Alessandro Dumas, dal quale si ebbe notizia degli ultimi avvenimenti che si erano succeduti a Corte, culminati con la partenza del Re per Gaeta. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”.
Nel 6 settembre 1860, re Francesco II si imbarca nel porto di Napoli ed abbandona la capitale del Regno
Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 267, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre, alle sette di sera, il re Francesco II si era imbarcato alla volta di Gaeta; il 7 mattina Garibaldi aveva ricevuto a Salerno i deputati di Napoli, e verso le undici, accompagnato da una dozzina di ufficiali etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli”, a p. 419, in proposito scriveva che: “Narra il D’Ayala che nel pomeriggio del 6 settembre erano raccolti su la nave regia sarda ‘Maria Adelaide’ il Pisanelli, lo Scialoia, il Mezzacapo ed alcuni altri esuli napoletani da breve tempo tornati nel Regno (2). Sotto i loro occhi si compiva un singolare avvenimento !. Il re Francesco II, il discendente di una dinastia che aveva regnato nel Mezzogiorno d’Italia per ben centoventisei anni, abbandonava per sempre la sua capitale etc…”. Mazziotti, a p. 419, nella nota (2) postillava: “(2) Memorie, pag. 306.”. Si tratta del testo di Michelangelo D’Ayala, e del suo “Memorie di Mariano D’Ayala e del suo tempo (1808-1877). Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Dal 4 al 7 settembre gli avvenimenti nell’Italia meridionale s’erano rapidamente succeduti in un modo meraviglioso. L’Europa stupefatta aveva assistito in pochi giorni allo sfacelo di un grande esercito ed alla fine di un Regno, fino a pochi mesi prima comunemente ritenuto il più potente degli Stati della penisola Italiana. Quegli ostacoli che, il 4 settembre, alcuni credevano che avrebbero dovuto ritardare la marcia trionfale di Garibaldi, s’erano invece rivelati inesistenti, e Garibaldi, tre giorni dopo la scena del Fortino, aveva potuto entrare trionfalmente in Napoli, circondato dal solo suo Stato Maggiore, mentre all’alba dello stesso giorno (7 settembre) l’ultimo dei Borboni di Napoli era sbarcato a Gaeta, che doveva essere l’ultimo propugnacolo dell’agonizzante Monarchia. Durante la sua rapida marcia da Lagonegro a Napoli (4-7 settembre) Garibaldi aveva riconfermato alle varie deputazioni, venutegli incontro per ossequiarlo, il suo aperto e deciso proposito di proclamare l’annessione delle Provincie meridionali a Roma. Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…..il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183, in proposito scriveva: “Imbarcandosi per Gaeta, il 6 settembre, il sovrano denunziava in un proclama di protesta ai potenti d’Europa l’occupazione del regno da parte di un “ardito condotttiero” con tutte le “forze” di cui disponeva l’Europa “rivoluzionaria”, invocando il nome di un sovrano d’Italia”(95). In questo tramonto rossoreggiante di ambizioni, di speranze, di odi, di furore, di desideri, di paure, si chiude il regno dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie. Ma “scacciare un re dal trono non è rivolzione; la rivoluzione si compie quando le istituzioni, gli interessi, su cui quel trono si poggiava, si cangiano”(96).”. Demarco, a p. 184, nella nota (96) postillava: “(96) C. Pisacane, Saggio su la rivoluzione, ecc..ecc…, p. 233”.
Dopo il 6 settembre 1860, Giovanni Matina ed il suo GOVERNO DELLA PROVINCIA DI SALERNO, con Poteri illimitati
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 395, riferendosi al dispaccio di Garibaldi al Matina del 31 agosto, in proposito scriveva che: “Evidentemente il piano del Prodittatore cominciava a far delle falle, perché, in conseguenza delle istruzioni ricevute, e probabilmente per altre pressioni, egli dovette cedere anche al Fabrizi col quale aveva avuto, come s’è visto, un’iniziale contrasto d’opinione. Difatti, il parere del Capo militare, che si dovesse stringere contatto con le forze rivoluzionarie della vicina Basilicata, dove operava il colonnello Camillo Boldoni, prevalse nettamente dopo due o tre giorni. E perciò il Fabrizi si affrettò ad emanare il seguente ordine del giorno: “La rivoluzione deve tendere ad unificarsi: quindi etc..” (32). La corrente politica, che faceva capo al Comitato dell’Ordine, aveva in tal modo vinto nettamente ed il prodittatore Matina dovette sacrificare le sue convinzioni di partito ai supremi interessi della patria. Con questa vittoria incominciò nel Salernitano la fase della grande manovra avvolgente da parte della borghesia moderata, che sarà indi a poco perfezionata mediante quel compromesso con le forze regie piemontei, che sembrò scaturire per forza naturale da ragioni oggettive, mentre invece fu un congegno politco abilmente achtettato in difes dei privilegi di classe. Anche il volontarismo, che fu il nerbo della rivoluzione del Risorgimento, cominciò ad accusare i primi colpi, fino a che dovrà capitolare difronte alle forze disciplinate dell’esercito regolare piemontese…..In conseguenza del nuovo orientamento il colonnello Fabrizi nominò capo di stato maggiore Lorenzo Curzio, mentre Antonio Alfieri d’Evandro fu nominato delegato civile e militare del distretto di Sala da Giovanni Matina. Questi a sua volta, il 5 settembre, fu nominato da Garibaldi, che era già giunto a Sala, governatore della Provincia di Salerno “con poteri illimitati”.. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 397, in proposito scriveva che: “Ed era naturale che la borghesia gli si opponesse! Si trattava di riorganizzare a tempo di primato tutta l’impalcatura dell’amministrazione provinciale, che si era schiantata; si trattava di sgomberare il terreno dei vecchi relitti del passato; di abbattere vecchi numi locali, boriosi quanto incompetenti; di combattere gli antichi borbonici diventati d’un tratto liberali con allegra e sfacciata manovra trasformistica; di dare al popolo, mediante saggi provvedimenti, una prova tangibile che una vera rivoluzione era in corso di attuazione; si trattava infine di stroncare energicamente i tentativi di reazione, fomentati dai borbonici e dal clero (34).”. Cassese, a p. 397, nella nota (34) postillava: “(34) Per le condizioni politiche della Capitale e delle province vedi il bel volume aneddotico di Gustav Rash, Garibaldi a Napoli nel 1860, Bari, Laterza, 1938, pp. 108 sgg.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 396, in proposito scriveva che: “E’ un vero peccato che tutti gli atti del periodo di Governatorato del Matina siano andati irrimediabilmente perduti, perché in base ad essi si sarebbe potuto disegnare il quadro della sua energica attività, intesa a dare un assetto nuovo alla provincia, rispondente ai suoi principi politici. Si sa che egli fu fieramente avverso alla borghesia neghittosa e in massima parte fino a pochi giorni innanzi ancora borbonica: fu intransigente, violento ed irruento, secondo il suo carattere; la qual cosa valse ad alienargli il consenso di tutto il moderatume salernitano, il quale con torbide manovre giunse a rovesciarlo dopo un mese di governo (33).”. Cassese, a p. 396, nella nota (33) postillava: “(33) Durò in carica fino alla prima decade di ottobre. Un manifesto del 18 ottobre è firmato dal governatore Mariano Englen.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……………….”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 159 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad Auletta, Garibaldi giunse sul far della sera, accompagnato dalla Giunta insurrezionale etc…(p. 160). Nella “galleria” di Casa Mari, Garibaldi ricevè i rappresentanti di alcuni comitati rivoluzionari di Basilicata, tra cui il Prodittatore Giacinto Albini di Marsiconuovo, conosciuto quale principale cospiratore della generosa terra di Lucania. L’Albini, proprio in Auletta, venne nominato Governatore di detta regione, con pieni poteri, e quale ‘Prodittatore’, già in data 24 agosto, aveva emanato la seguente ordinanza: “Chiunque, sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte!”.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Nel 1860 la Basilicata insorse, dando il segnale della riscossa alle vicine regioni. Si è già detto che il 18 agosto di quell’anno, venne proclamato a Potenza il Governo prodittatoriale, i cui componenti furono Giacinto Albini e Nicola Mignogna. Pochi giorni dopo, venne istituita la Giunta insurrezionale, con sette uffici. A Giacomo Racioppi – ch’era subito accorso a Potenza – fu affidata la direzione del quarto ufficio, che doveva occuparsi dell’amministrazione provinciale e comunale e degli affari demaniali. Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati.”.
Dopo il 6 settembre 1860, Giacinto ALBINI, nominato da Garibaldi Governatore della Provincia di Basilicata con “Poteri illimitati”
Dalla Treccani on-line leggiamo che il 10 settembre, dopo avere sciolto le giunte insurrezionali, l’Albini assumeva, in forza di un decreto di Garibaldi del 6 settembre, la carica di governatore della Basilicata con poteri illimitati. Tale carica conservò fino alla metà dell’ottobre seguente, eliminando in questo breve periodo i funzionari e i magistrati borbonici. Da Wkipedia leggiamo che storicamente, la Basilicata fu governata da Giacinto Albini, nominato da Giuseppe Garibaldi con poteri illimitati durante il periodo della spedizione dei Mille. Questo governatorato con poteri illimitati serviva a gestire il territorio durante un periodo di transizione. La figura storica che hai menzionato è Giacinto Albini, nominato “Prodittatore e Governatore della provincia di Basilicata” da Giuseppe Garibaldi nel 1860 con poteri illimitati. Questo avvenne in seguito all’incontro tra Garibaldi e Albini ad Auletta il 5 settembre 1860. Albini divenne quindi il capo della Basilicata in un periodo di transizione dopo l’unificazione italiana. Il 10 settembre il Governo Prodittatoriale della Basilicata si sciolse e la provincia passò agli ordini di Garibaldi dittatore di Napoli. Risale, infatti, al 10 settembre l’ultimo atto del Governo Prodittatorialeː «Italia e Vittorio Emanuele Il Governatore generale della Basilicata Sulla considerazione, che lo scopo per cui furono create le Giunte insurrezionali Municipali è ormai raggiunto, e che cessate le condizioni straordinarie, tutt’i pubblici poteri rientrar debbono nella sfera di azione loro attribuita dalle leggi ordinarie; dispone: Le Giunte insurrezionali municipali create con ordinanza del 19 agosto restano abolite; e le facoltà concesse a’ commissarii delegati ad installarle sono ritirate. Potenza, il dì 10 settembre 1860.». Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Dal Governo prodittatoriale si passava, così, al governo dei poteri illimitati. Giacinto Albini, ben conscio, come scrisse anche in diverse circolari, che il governo dell’emergenza era terminato, eliminò le giunte insurrezionali con un decreto del 29 agosto. Con questo “pose in prestito” alla rivoluzione gli avanzi di cassa delle finanze comunali e nominò, secondo le leggi amministrative borboniche, il segretrio nazionale della provincia nella persona di Giacomo Racioppi. Infine dispose la formazione di un corpo di milizie, il “Battaglione Lucano”, composto da 540 uomini, divisi in tre compagnie, ognuna delle quali di 180 armati (148).”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava: “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”. Venturi, a p. 74, nella nota (148) postillava: “(148) R. Rivilello, Cronaca Potentina, …., op. cit., p. 243.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 251 in proposito scriveva che: “Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri e poi a Salerno, in ‘Brigata dei Cacciatori Lucani’, etc…”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 242, in proposito scriveva che: “Ad Auletta nel giorno sei il Pro-dittatore Albini, la Deputazione Potentina e altri cittadini strinsero la mano al Dittatore, presentandogli gli omaggi della Lucania e del suo Capoluogo. Quivi Garibaldi emise il decreto – “Il Signor Giainto Albini è nominato Governatore di Basilicata con poteri illimitati” (3).”. Riviello, a p. 242, nella nota (3) postillava: “(3) Corriere Lucano 6 settembre n. S.”. Riviello, a p. 249, in proposito scriveva pure: “Molti nomi sono segnati in questo periodo storico, e primeggia fra gli altri quello di Giacinto Albini, insigne per mente, per gentilezza di animo e per fortezza di propositi; ma furono moltissimi i benemeriti e gli operosi, etc…”. Riviello, a p. 250 scriveva che: “Cessato il Governo provvisorio della Prodittatura, cominciarono i ‘poteri illimitati’ del Governatore della Provincia di Basilicata – In virtù dei poteri illimitati conferitigli dal Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi, con Decreto 6 Settembre 1860 – Nomina – a Segretario Generale della Provincia il Sig. Giacomo Racioppi – Potenza 10 Settembre 1860. Giacinto Albini (1)”. Nel 16 e nel 17 Settembre poi il Governatore mise fuori una lunghissima filza di nomine, di destituzioni, di promozioni, di traslocamenti per le diverse magistrature della Gran Corte Criminale, della Corte Civile e dei Giudicati Circondariali…etc…(p. 251) Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri etc…”. Riviello, a p. 254, in proposito scriveva pure che: “Prima del Plebiscito i Governatori dai ‘poteri illimitati’ furono rimossi dal loro ufficio, e quindi Giacinto Albini cessò di essere a capo della notra Provincia (1).”. Riviello, a p. 254, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Commendatore Giacinto Albini ritornò a Potenza nel 6 Novembre 1878 come Conservatore delle Ipoteche, e vi morì nell’11 Marzo 1884 – Tutta la cittadinanza ricordando i lieti e gloriosi giorni della Prodittatura, volle onorare la morte dell’insigne uomo etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “….Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a pp. 461-462, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 20, in proposito scriveva: “Mentre la Prodittatura e le sue commissioni lavoravano così alacremente Garibaldi passa per il Lagonegrese; e i due prodittatori si allontanano da Potenza per andargli incontro. Garibaldi, ringraziando i Lucani della loro fede, del loro coraggio e della loro energia, con decreto del 6 Settembre nomina Giacinto Albini Governatore della Provincia di Basilicata con ‘poteri illimitati’. Così si chiude la vita e l’attività della Prodittatura, sorta dall’entusiasmo e dalla fede di un popolo etc…La vita della Prodittatura (potere che nel suo stesso nome ha qualche cosa di anormale, giacchè si può parlare di dittatura e non di prodittatura) fu molto breve, della durata di pochi giorni. Tuttavia può avere un alto interesse storico in quanto fu tratto di transizione e di unione tra la rivolta ancora incoerente e la costituzione di un potere provvisorio che aprì la via ad un altro potere meno effimero, e poi definitivo.”. Il figlio Decio (1865-1923), che fu presidente del Comitato romano della Società per la storia del Risorgimento, cercò di dimostrare, in una serie di brevi lavori sul Risorgimento lucano, il mazzinianesimo del padre: egli fu anche il fondatore di diverse riviste lucane. Ma la sua attività prevalente fu quella di medico chirurgo, con un particolare inteper i problemi dell’ infanzia. Per meglio comprendere la figura di Giacinto Albini e dei “Poteri illimitati”, ottenuti unitamente alla nomina di Governatore della Basilicata, in un suo saggio, Ernesto Pontieri (….), mette seriamente in luce la sua figura quale essa veramente era. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) ….Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto acettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. Etc…”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Pedio, a p. 53, nella nota (2) postillava: “(2) Pedio Edoardo, La prodittatura lucana nel 1860 in Atti del Congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento, Napoli, Miceli, 1939, pp. 317 ss.”. Per comprendere meglio il dopo 1860, è utile leggere le pagine di Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (….), nel loro, Territorio e Società nella Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1973. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….ad Auletta. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”. Sempre il Pesce, a p. 59, in proposito scriveva che: “Il Governatore della Basilicata Giacinto Albini abolì tosto le giunte insurezionali, i comitati locali ed i commissari civili, e così fu richiamato a Potenza da Lagonegro il Commissario Giuseppe Mango, il quale, lungi dall’abusare del potere goduto, seppe conservare e rafforzare il plauso e la gratitudine dei suoi concittadini, ed in premio degli utili servizi resi alla rivoluzione fu nominato Giudice della Gran Corte Criminale di Potenza. Al posto del Mango fu mandato come Sotto-Governatore o Sotto-Intendente pel Distretto di Lagonegro il valoroso giovane Pietro Lacava, che tanta parte onorevole aveva presa in quei moti insurrezionali. Questi, venuto in Lagonegro nei primi giorni d’Ottobre, attese con tutta energia e con impareggiabile zelo al consolidamento del nuovo ordine di cose, e seppe in breve conquistare lo affetto e la stima di tutta la cittadinanza dell’intero Distretto, dove lasciò memorie ed amicizie imperiture.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, in proposito scriveva che: “Col plebiscito del 21 ottobre si può considerare come chiusa la gloriosa epopea dell’insurrezione napolitana, durata – come nelle classiche tragedie greche, dense d’azione per quanto rapide – breve tempo, nel quale i più grandiosi avvenimenti si successero con prodigiosa rapidità, mentre le popolazioni qui, come altrove, diedero prove mirabili di concordia, etc…(1).”. Pesce, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. Etc…”. Su Pietro Lacava, poi Ministro e fratello di Michele Lacava (….), ha scritto Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Su Wikipedia leggiamo che Pietro Lacava, il 21 giugno 1860 fece parte del Comitato Centrale Lucano di Corleto Perticara e il 19 agosto, in seguito alla insurrezione della Basilicata, fu nominato segretario del Governo Protodittatoriale Lucano. Divenuto vice-governatore a Lagonegro, represse le manifestazioni legittimiste dell’ottobre del 1860. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 83-84, in proposito scriveva: “4) Il Governo Prodittatoriale…..”.
GARIBALDI A EBOLI
La sera del 6 settembre 1860, dopo aver costituito il Governo provvisorio di Sala, Giuseppe Garibaldi affrontando una pioggia inarrestabile, si recò ad Eboli per incontrare i rappresentanti del comitato rivoluzionario della città di Salerno. Al seguito di Garibaldi tra i tanti intellettuali europei c’era lo scrittore Maxime du Camp che ha raccontato l’intrepida avanzata dei Mille da Sala Consilina fino a Salerno. Del suo biennio rivoluzionario, Marciano, trent’anni dopo, scrive un libretto: “Salerno nella Rivoluzione del 1860” , che si scopre ancora oggi fonte storica attendibile. Dalle memorie di Marciano vale la pena raccontare la cena a Eboli a casa di Francesco La Francesca con Garibaldi alla vigilia della partenza per Napoli in treno da Vietri sul Mare. «La sera del 6 settembre gli condussi in casa Garibaldi col seguito perché ci desse da mangiare. La scena seguì a Eboli, e ciò che avvenne tra me l’avvocato La Francesca si può immaginare …». L’episodio della cena a Eboli è poco ricordato dalla storiografia ufficiale e tuttavia rappresenta un esempio chiaro dell’impegno dei rivoluzionari salernitani favore della causa dell’Unità d’Italia. Il responsabile del Comitato dell’Ordine era Beniamino Marciano, patriota bergamasco, inviato in città dal comitato insurrezionale napoletano per preparare la Rivoluzione nell’attesa dell’arrivo nel salernitano dell’eroe dei due mondi. La vita del giovane garibaldino si intreccia con una vera eroina del Risorgimento Antonietta De Pace, una giovane mazziniana originaria di Gallipoli. L’incontro dei due rivoluzionari avviene nel 1858, Salerno, quando Antonietta De Pace dopo aver trascorso in carcere 18 mesi senza aver subito alcun processo per l’accusa di aver partecipato ai moti del ’ 48 a Napoli, decide di aggregarsi ai cospiratori salernitani. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 167-168, in proposito scriveva che: “VII. Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere , risolute , dicevano, adattraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale. Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare , con qualche probabilità di buon successo , la prova estrema a cui si erano impegnati. L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo . Nella sera del 5 settembre, il Re , radunato il Consiglio dei Ministri, etc…”.
ANTONIA GALLOTTI di TORRACA, sposata con NICOLA DEL VECCHIO di VIBONATI
Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Alcune persone di Vibonati mi dicevano che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Le foto della stanza sono di Angelo Gentile e sono state tratte dal testo di De Crescenzo (….). Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Dunque, Policicchio scriveva che a Vibonati, in occasione dei moti del ’48 si distinsero “Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico…etc…”. Secondo Policicchio, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, Nicola Del Vecchio e sua moglie Antonia Gallotti ospitarono Garibaldi, nel loro palazzotto, poi in seguito divenuto palazzo De Nicolellis. Policicchio scriveva che “Nicola Del Vecchio (1801-1873) era membro della famiglia più liberale del paese”. Sui Del Vecchio di Vibonati, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio.”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizzatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo.
Nel 1860, a Torraca, la Famiglia Perazzo di Torraca ed il Sindaco PIETRO PAOLO PERAZZO
Il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, che a p. 132, riferendosi a Garibaldi che, da Vibonati, con il suo seguito partì per raggiungere il Fortino, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno.”. Devo però precisare che il Mazziotti, riguardo a Torraca scriveva di una lettera del suo caro amico, don Paolo Perazzi ed a p. 132, in proposito scriveva che: “Il mio compianto amico Pietro Paolo Perazzi da Torraca, in una lettera, che purtroppo ora non ritrovo, ma di cui conservo ancora qualche appunto, mi raccontava lo sbarco del dittatore il quale in effetto verso sera andò a cavallo da Sapri a Vibonati, ove pernottò a casa Del Vecchio.”. In effetti, Pier Paolo Perazzi di Torraca, era Sindaco di Torraca e si attivò con il Decurionato della ridente cittadina per le truppe Garibaldine di stanza a Sapri. Sulle attività svolte a Torraca in quei frangenti, ed in particolare su alcune notizie su Torraca, provenienti dal Sindaco Pier Paolo Perazzi, il tutto ruota intorno all’alacre attività del giudice di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo che raccolse fondi presso le casse comunali tra cui anche quella di Torraca. I fondi raccolti dal giudice Cajazzo furono devoluti a Magnoni che in seguito li consegnò a Garibaldi. Le notizie che riguardano Torraca sono conservate presso l’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli ma riguardano soprattutto le attività nel periodo successivo al Plebiscito. In quel periodo, tutti i comuni e i decurionati del Circondario di Vallo e di Vibonati si attivarono con la Dittatura di Garibaldi per la restituzione dei fondi spesi nei primi di Settembre per le truppe e non è difficile che molti Sindaci iniziarono a millantare fesserie. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-125, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro…etc…Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15). Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente” (10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Sulla figura del sindaco di Torraca, Pietro Paolo Perazzi, che a mio avviso era Perazzo, ha scritto, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: “Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”. Su Pietro Paolo Perazzo (….), futuro Sindaco di Torraca, ha scritto Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”: “….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. La Greca, a p. 204 pubblica la foto della via di Torraca intitolata a Pietro Paolo Perazzo. Sebbene il testo riporti pochissimi, se non niente, documenti che riguardino l’epopea di Garibaldi, a causa della dispersione di documenti del periodo preunitario, merita degli approfondimenti. Su Pietro Paolo Perazzo e la famiglia Perazzo di Torraca, a p. 124, nella nota (222) postilla: “(222) E’ lo stesso al quale è intitolata una delle vie principali di Torraca. Fu costui l’ultimo sindaco di Torraca del periodo borbonico e il primo dopo l’Unità. Era figlio di quel Pietro Paolo, il principale attore della vita economica di Torraca fino agli anni Cinquanta; era infatti il più grosso proprietario di animali vaccini del luogo negli anni Trenta e titolare di una conceria, lo stesso che aveva acquistato le terre dell’ex barone di Policastro nel periodo francese, di cui abbiamo detto all’inizio di questo libro; dal punto di vista politico la famiglia era stata molto “fredda” verso il governo borbonico anche se, per proteggere i suoi interessi, non si era esposta né nei moti del ’28 né in quelli del ’48. Il figlio omonimo, questo in parola, in gioventù era stato un osservato speciale del governo borbonico; infatti da studente universitario nel 1855 dovette avere il benestare delle autorità per poter vivere a Napoli. In una lettera della Polizia napoletana, datata 14 aprile 1855, indirizzata al sottintendente di Sala, troviamo scritto: “La prego manifestarmi se la famiglia del giovane D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca sia conosciuta benemerita e degna di fiducia nel Real Governo sotto il rapporto politico e morale; o se Ella a norma del Real Rescritto di massima in vigore per gli studenti creda di potersi permettere al Sig. Perazzo di soggiornare in Napoli come studente”. E il Sottointendente il 28 aprile ne dava informativa all’Intendente: “Sig. Intendente, la condotta politica, morale e religiosa di D. Pietro Paolo Perazzo di Torraca è stata sempre buona, né si può fare la minima osservazione etc…., giusta la informazioni accasatesi da questa Sottointendenza fra i quali dal Vescovo di Policastro, egli etc…”. In ASS, Intendenza, Istruzione, B. 1840, fasc. 87.”. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 248 scriveva: “(In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 41) Torraca, 6 agosto 1854: Terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo fu Pietro Paolo, anni 47, negoziante, ducati 136.19, etc..”. Su Pietro Paolo Perazzo ha scritto Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti…..Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile.”. Dunque, secondo il Mallamaci, alcuni componenti della famiglia Perazzi, ma io credo fossero i “Perazzo”, che possedevano una ferriera a Morigerati, a Torraca si prodigarono, un mese prima prima dell’avvenuto sbarco, quindi nel mese di Maggio, a Sapri, “in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante.”. A Torraca, in occasione del passaggio di Pisacane, un loro dipendente della ferriera di Morigerati, il fattore Giovanni Tancredi, denunciò un furto a casa sua e chiese la restituzione del maltolto. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 233 scriveva ancora: “I soldati ebbero dono di ciliege a spese del vescovo, i capi furono ricevuti in casa di D. Pietro Paolo Perazzi, dove furono consigliati di proseguire per Casaletto Spartano invece che volgere al Fortino etc…”. Bilotti, a p. 233, nella nota (1) postillava: “(1) Fischietti – Invasione dei liberali in Sapri – p 46 e seg.”. Dunque, il Bilotti, sulla scorta del libretto del giudice regio Fischetti scriveva che a Torraca, il giorno dopo l’arrivo e partenza del Pisacane, ovvero il giorno dell’arrivo delle truppe borboniche sbarcate a Sapri, i capi del drappello militare borbonico giunto da Sapri furono ricevuti in casa di don Pietro Paolo Perazzi. A tal proposito, vorrei citare Leopoldo Cassese (…) che, riguardo i fatti del Pisacane a Sapri, menzionava il “contadino Carmine Perazzo” che insieme a Francesco Eboli, furono costretti a fare marcia indietro ed accompagnare Pisacane a Sapri. Il Cassese (…), a p. 54, nella sua nota (11), riguardo le deposizioni di alcuni cittadini di Sapri postillava che: “(11) L’interrogatorio di Francesco Eboli che fu costretto a guidare i rivoltosi per la contrada, nonchè quello del contadino Antonio Perazzo in B. 197, vol. I, c. 17, e 199, vol. XLII.”, non mi fanno dubitare del Cassese (…), ma di certo la questione del telegrafo sul monte Ceraso andrebbe ulteriormente indagata, in quanto questo è proprio uno dei punti rimasti a mio parere non del tutto chiariti. Sui Perazzo ha scritto anche Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969.
Nel 4 settembre 1860, Marcello BRANDI (futuro Sindaco di Torraca), uno delle guide del Rustow per risalire da Torraca al Fortino
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Policicchio racconta questa notizia tratta da una poesia pubblicata dall’ex Preside Gioacchino Vaiano tratta dal testo “All’aria aperta”. Policicchio racconta che una guida garibaldina che marciò insieme ai volontari garibaldini di Rustow, fu “Marcello”, “u vavu” (nonno) del Preside Gioacchino Vaiano di Torraca. Gioacchino Vaiano ne parla in una sua lirica pubblicato a Sapri, nel 2008: “All’aria aperta”. La notizia pubblicata da Policicchio è molto interessante. Questa notizia potrebbe dimostrare indirettamente che Garibaldi, nel percorso che egli fece insieme alla piccola comitiva, abbia attraversato più o meno lo stesso percorso ricalcato da Pisacane e cioè passato da Torraca. Parlando direttamente con il Preside Vaiano mi diceva che il nonno si chiamasse Marcello Brandi. Marcello Brandi fu eletto Sindaco di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Generale Turr….., con truppa limitata e a spese del comune di Torraca, si portò a Lagonegro….”. Policicchio scriveva che il generale Turr si portava a Lagonegro “con truppa limitata e a spese del comune di Torraca”. Dunque, Policicchio scriveva che Turr, con un piccolo seguito si recò a Lagonegro “..e a spese del comune di Torraca”. E’ molto probabile che il generale Turr, allontanatosi da Sapri e dalle sue truppe che aveva lasciato a Sapri a Rustow, risalì verso il mandamento di Lagonegro passando prima da Torraca e, ricalcando lo stesso percorso che tre anni prima aveva fatto Carlo Pisacane con i suoi Trecento. Il percorso sarà descritto da Rustow che però risalirà da Vibonati, passando nel teritorio di Torraca ecc…Ma, la notizia fornitaci da Policicchio è quella che il comune di Torraca dovette partecipare alle spese per tale viaggio. Si trattava forse delle spese che bisognava approntare per tale viaggio, come ad esempio le spese per pagare delle guide che conoscevano bene il percorso aspro ed impervio che permettesse di risalire a Lagonegro o al Fortino senza avere sgraditi incontri ?. Infatti, Policicchio, a p. 134, nella nota (2) postillava: “(2) In realtà, tra Castelluccio, Lauria e Lagonegro il territorio è impervio, idoneo a imboscate. Mezzo secolo prima, durante l’occupazione dei francesi, i Generali Reyner e Massena vi trovarono forte resistenza prima di giungere in fondo alla Calabria.”. Turr, con il suo piccolo seguito non conosceva il percorso e soprattutto doveva percorrere sentieri aspri e dirupi che permettessero a lui ed al suo piccolo seguito di non incappare in brutte sorprese e quindi passò per Torraca per ingaggiare, a spese del comune delle guide esperte di quei luoghi. Infatti, il colonnello Rustow, nel suo racconto tradotto da Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, etc..” e, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi.”. Sebbene Rustow non parlasse del viaggio intrapreso dal generale Turr, ma parlava del suo che intraprese il giorno dopo da Vibonati, descrive bene e testimonia l’angustia che dovettero affrontare i garibaldini per risalire verso il Fortino di Casaletto. Queste guide, perfetti conoscitori dei luoghi da percorrere, erano “persone del luogo”, come più tardi scriveva il colonnello Rustow. Sulle guide, di cui si servì sicuramente il generale Turr, dovendo risalire da Sapri al Fortino, troviamo un’altra notizia che riguarda una guida di Torraca. Si tratta di Marcello BRANDI, che poi, in seguito sarà Sindaco di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva: “Una delle tante “persone del luogo”, ossia guide, fu il ‘vavu’ (nonno) Marcello di Gioacchino Vaiano. Lui stesso lo racconta in una lirica (12).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (12) postillava: “(12) G. Vaiano, All’aria aperta (poesie), s.c.e., Sapri, 2008, p. 101.”. Infatti, l’ex preside ed amico, Gioacchino Vaiano, nel suo “All’aria aperta – poesie”, ed. Il Papiro, Sapri, 2008, a p. 101, nella sua lirica “Racconti di famiglia”, scriveva: “U vavu Marciello, ch’era u figliu du Sinnacu Francesco Brandi ca fece u cambanaru, com’è scrittu oramaie ndà storia du paisu nuostu, pe se nzurà a vava Giuanna, l’abbrazzau etc…u diariu addò u maritu avìia scrittu quiddu fattu viecchiu de l’abbrazzu nzieme a tand’ate cose da famiglia. Ngera scrittu pure du cavaddu iangu ca Garebbalde avìia regalatu o vavu Marciellu, quannu veneddu da Vibonati pi Pagliuuoli, l’avìia accumpagnat versu u Furtinu, pa via adduv’era passatu Carlu. Come “chi era Carlu ?”, era Carlo Pisacane, ….U vavu Marciellu, nepote mìiu, etc…”. Dunque Vaiano racconta di questo scritto che aveva trovato sua nonna dove vi erano state appuntate alcuni fatti storici dell’epoca di Pisacane e di Garibaldi che avevano riguardato direttamente il nonno (u vavu) Marcello Brandi, figlio di Francesco Brandi, Sindaco di Torraca nel …….. Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 203 scriveva: “Appendice – Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità – Francesco Brando dal 1906 al 1808.”. La notizia pubblicata da Policicchio è molto interessante. Questa notizia potrebbe dimostrare indirettamente che Garibaldi, nel percorso che egli fece insieme alla piccola comitiva, abbia attraversato più o meno lo stesso percorso ricalcato da Pisacane e cioè passato da Torraca. Parlando direttamente con il Preside Vaiano mi diceva che il nonno si chiamasse Marcello Brandi. Marcello Brandi fu eletto Sindaco di Torraca.
Nel 4 settembre 1860, la GIUNTA INSURREZIONALE di Lagonegro (PZ)
Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”.
Il “Cerbaro”, frazione di Casaletto Spartano ed il Fortino Murattiano
Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Nicolas Desvernois
Nel 1808, Il generale francese Nicolas Desvernois (….), inviato dal governo francese nella sottodivisione di Lagonegro, in proposito scriveva che, il Fortino del Cervaro era: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: etc…”. Sempre il Policicchio, a p. 139, in proposito aggiungeva che: “Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Sul Fortilizio del Cervaro, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, Gutemberg, Lancusi, 2001, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “Il barone Desvernois (40), chiamato alla sottodivisione di Lagonegro (41), per ‘pacificare’ questa parte del Regno dal brigantaggio (42), come primo provvedimento – ci tramanda – istituì, fra il Principato Citeriore e la Calabria Citra, dei piccoli posti di guardia, abbastanza vicini tra loro, sulla ‘strada regia’, tra il ponte di Campestrino e Morano. Essi potevano tra loro comunicare e provvedere a vicendevole soccorso dando così sicurezza a chi la strada praticava. Ordinò a sindaci e proprietari che ognuno era tenuto ad abbattere, dai rispettivi terreni che costeggiavano la strada delle Calabrie, a proprie spese, tutti gli alberi d’alto fusto e pulirne i bordi dai cespugli fino a un tiro di fucile. A sorvegliare e proteggere i lavoratori fu incaricato l’esercito e le guardie civiche di ciasuna località competente per giurisdizione. Fece costruire una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro (43); un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Il posto (44) venne armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri (45) sul litorale ovest.”. Policicchio, a p. 160, nella nota (40) postillava: “(40) Il primo febbraio 1808, fu nominato Luogotenente Colonnello ed inviato a comandare la Sottodivisione militare di Lagonegro. Dopo otto mesi fu nominato Colonnello alla corte e richiesto a Madrid da Napoleone. Comandante il 1° Reggimento dei Cacciatori a Cavallo. Con decreto 848 del primo gennaio gli fu conferito il titolo di Barone. Arrivò al grado di Generale. Nelle sue Memorie, più di ogni altro autore del tempo, ha molto mirato ad esaltare la sua attività di militare, perdendo l’opera, così, efficacia dal punto di vista storico-documentaria trovandovi in esse delle confusioni ed inesattezze, anche, se, in verità, quasi tutte le memorie di chi prese parte alle operazioni, stesse a distanza di tempo e di luogo, le esagerazioni si mostrano evidenti, a volte per rilevare il valore delle armi del partito di schieramento, a volte giustificare il loro operato.”. Policicchio, a p. 162, nella nota (47) postillava: “(47) A. Dufourq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326.”. E’ errato ciò che scrive Policicchio perchè si tratta di Albert Dufourcq (….).
LA TAVERNA DEL FORTINO DEL CERVARO
Nel 29 giugno, 1857, la taverna del Fortino del Cervaro di proprietà del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?. I Gallotti erano proprietari di una casa di campagna in località S. Marco, non molto distante dal Fortino del Cervato ?
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Inoltre, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “I fratelli Galotti, chiusi nella loro casina, non si fanno vivi, e solo l’indomani, all’alba, Pisacane, accompagnato dal Cioffi, si reca da loro, e dopo un breve colloquio torna al Fortino insieme a Raffaele e Filomeno.”. Dunque, secondo il Cassese, il Cioffi, che aveva ospitato i rivoltosi di Pisacane nella “sua Taverna” accompagnò Pisacane nella casina dei Gallotti che non doveva essere distante dal Fortino ma che appunto non deve confondersi con la Taverna del Fortino che era di proprietà di Vincenzo Cioffi. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 109 continuando il suo racconto scriveva pure: “Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno.”. Dunque, il Montesano, non so da dove prenda questa notizia, scriveva corrrettamente che la casina di famiglia dei baroni di Battaglia Gallotti si trovava in località “San Marco” che, si trovava sempre in contrada Fortino del Cervaro e che non doveva essere molto distante dalla Taverna del Fortino che ospitò i rivoltosi di Pisacane. La casa o la villa dei baroni di Battaglia, i Gallotti, non è da confondere con la “Taverna” del Fortino che molto probabilmente era di proprietà anch’essa dei baroni di Battaglia, Gallotti. Infatti, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 58, in proposito scriveva che: “La colonna giunse al Fortino alle 22 ore italiane: gli uomini erano stanchi ed affamati, dopo aver percorso 12 miglia di strada erta e disagevole. Li accoglie con entusiasmo Vincenzo Cioffi nella sua taverna.”. In questo passaggio il Cassese è molto chiaro quando dice che i rivoltosi vengono accolti da Vincenzo Cioffi nella sua Taverna. Dunque, la Taverna del Fortino apparteneva a Vincenzo Cioffi, dai cui eredi, in seguito i Colombo hanno acquistato l’immobile. Dunque, la Taverna del Fortino non è da confondere con la proprietà o la casa in campagna dei baroni di Battaglia Gallotti. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Il barone di Battaglia, il vecchio don Giovanni Gallotti, il mattino del 30 giugno 1857, il generale Carlo Pisacane si recherà ad incontrarlo nella sua casina di famiglia in località S. Marco a circa un chilometro dal Fortino del Cervaro, dove non lo troverà. Questa notizia però distorce con la testimonianza di un rivoltoso liberato a Ponza e fatto prigioniero a Padula, Luciano Marino. Sulla deposizione del Marino, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 59, nella nota (31) postillava: “(31) Questo riferì Luciano Marino in un rapporto autografo del 4 luglio ’57: B. 216, vol. I, c. 55 sgg.”. Sulla testimonianza del Marino ha scritto Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 290 , nella nota (22) postillava: “(22) ….Il rivoltoso Luciano Marino così dichiarò a Sala al giudice istruttore il 2 luglio: “….entrammo tutt’in Sapri ove non trovammo che vecchi, ragazzi e donnicciuole. Gli altri abitanti erano fuggiti. Cominciammo a gridare giusta gli ordini de’ capi, ….ma poco fummo corrisposti….” (Cfr. cap. VI, n. 72); etc…”. Sempre sullo stesso argomento, sulla deposizione del rivoltoso Luciano Marino, Fusco, a p. 293, nella nota (39) postillava che: “(39) Nella deposizione del rivoltoso Luciano Marino già più volte citata si legge: “….proseguimmo il viaggio verso la taverna del Fortino sulla strada che mena a Calabria ove giungemmo alle ore 22. Ivi per ordine del capo Nicotera fu tagliata ed abbattuta la corda elettrica come intesi tra la banda medesima, dal tavernaro a nome Vincenzo, che si mostrò tutto nostro, dicendo che aveva il fucile nascosto e ci attendeva da più giorni,….furono uccisi degli animali pecorini per farci mangiare. Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione. La nottata la passammo al Fortino anzidetto, e la seguente mattina de’ 30 proseguimmo il viaggio….” (ASS, Processi politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.).”. Dunque, il rivoltoso Luciano Marino dichiarava nell’interrogatorio che “Seppi che in quel casino che resta sulla pianura del Fortino il generale aveva conferito con un vecchio, e con un giovane di cognome Gallotti, i quali avevano animato la marcia dicendo che in Padula, Sala e altri luoghi si sarebbero trovati altri armati per unirsi alla colonna, e continuare la rivoluzione.”. Dunque, secondo Luciano Marino, liberato da Pisacane a Ponza, il generale Pisacane si sarebbe recato nel casino di campagna dei Gallotti al Fortino e lì avrebbe incontrato il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i figli. Sempre il Fusco, a p. 295, nella nota (55) postillava: “(55) Così scrisse il giudice supplente Giuseppe De Filippis (ivi, b. 200, vol. I; G. Ranieri, Casalbuono ecc.., cit., p. 61). Il rivoltoso Luciano Marino nella deposizione più volte citata affermò: “….giunti in Casalnuovo niuni etcc…”. Sempre il Fusco, a p. 286, nella nota (72) postillava: “(72) Luciano Marino, scampato all’eccidio di Padula e consegnatosi agli urbani di Sassano, era nato nel 1827 a S. Maria di Capua. ‘Sartore’ ad Aversa, si era arrolato nel reggimento ‘Regina’ da cui aveva disertato, donde la relegazione a Ponza. Nella dichiarazione del 2 luglio a Sala dinanzi al giudice iistruttore Luigi Pizzicaro (ASS, Processi Politici, b. 207, vol. II, c. 21 ss.) oltre all’affermazione del ‘galantuomo’ riferì pure d’un altro personaggio, di un mugnaio di nome Rosario, che era rientrato nel Cilento perchè ‘sapeva’ che sarebbero arrivati i ‘rivoltosi’ (ivi, p. 216). Anche il “tavernaro del Fortino”, Vincenzo Cioffi, secondo Marino aveva affermato di attendere i rivoltosi “da più giorni” (ivi, p. 214).”. La versione della casetta in campagna dei baroni Gallotti distante dalla Taverna di proprietà di Vincenzo Cioffi contraddice l’altra versione che ne dà l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, riferendosi alla “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva pure che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. Dunque, il Pesce riferendosi alla Taverna del Fortino scriveva che Garibaldi: “….accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”. Pesce scriveva che, il fabbricato della “Taverna del Fortino” era di proprietà del barone don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “…“Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, etc…”. Dunque, il Finelli sostiene che l’attuale famiglia dei Colombo, proprietari dell’immobile ne siano venuti in possesso dai baroni di Battaglia, i Gallotti, nel 1911. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Nel 1978 fui incaricato dal Giudice Francesco Flora e dal Tribunale di Lagonegro per redigere, in qualità di Consulente Tecnico di Ufficio la Perizia di divisione erditaria dell’Immobile in questione e le parti in causa erano i Colombo contro i Cioffi. In seguito pubblicherò i resoconti della Perizia che provano in modo inconfutabile la precedente proprietà dei Cioffi. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)…”. Fusco, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) I due fratelli (Emanuele e Filiberto) precedettero Pisacane al Fortino dove col genitore e con Salvatore e Raffaele dovettero decidere se aggregarsi ai rivoltosi che stavano sopraggiungendo oppure defilarsi. Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26). Furono liberati il 18 giugno del ’59. Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159.”. Sui Gallotti ha scritto anche Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Dunque anche il Mazziotti parla di una villa al Fortino e di una Villa a Sapri.
Nel 4 settembre 1860, la taverna del Fortino del Cervaro (Casaletto Spartano) di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti, figlio di Carlo e nipote di don Giovanni o di proprietà di Vincenzo Cioffi ?, (poi in seguito dei Colombo)
Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Alle pendici occidentali del monte Cervaro, rivestito d’elci, di ontani e di querce e tagliato a mezza costa dalla strada statale per la Calabria, sorge a 778 metri di altitudine sul livello del mare, il Fortno, piccolo gruppo di case coloniche dal colore cinerino che le fa confondere,così mimetizzate, con la natura calcarea della zona circostante. Questa piccola frazione del comune di Lagonegro dista dalla cittadina poco più di otto chilometri ed è situata in una zona elevata ben soleggiata, ma quasi brulla. Il viaggiatore che, proveniente da Napoli, giunge in automobile al valico del Fortino, nota sulla destra un piccolo spiazzo circondato da poche case rurali (le cui mura grigiastre portano i segni dei secoli e le sferzate dei venti), legge su una targa azurrina “valio del Fortino” e passa oltre, dando le ali al motore verso Lagonegro. Il Fortino non viene quasi notato nella sua romantica posizione a cavalcioni di una collina, in posizione strategica fra due valli, come una sentinella in vedetta; nessuno dei forestieri si sofferma alla piccola taverna che sa di rurale e di antico e non può certo attrarre la curiosità del viaggiatore. Eppure sul colle del Fortino di Lagonegro, nella semplicità e nella solitudine del luogo alpestre, nella cerchia verde e silenziosa dei monti Cervaro, Serralunga e Salice, su cui da lungi vigila il maestoso Sirino con la piramidale vetta corteggiata da nubi, furono prese ardue decisioni nella storia del Risorgimento.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.“. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convenivano per la messa, dai propingui casolari, le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la bella ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, anche se “nel 1848 fu in compagnia del Capo Urbano di Tortorella e Morigerati, onde opporsi all’invasione Cilentana, nella sommossa”, fu compreso tra gli attendibili politici di 3° classe perché “concessa la Cotituzione, esultò al pari degli altri, ma senza ecedere. Partì per Napoli, ed ivi si trattenne qualche tempo. Ritornato in patria, ha serbato regolare condotta”(57). Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (57) postillava: “(57) Dal Giudice Regio di Vibonati, in maggio 1857, gli fu rilasciata carta di passaggio per Salerno col consueto obbligo di portarsi, all’arrivo, presso il Commissario di polizia del capoluogo. Quando vi giunse, il primo giugno, nel sottoporre la carta a vidimazione, domandò di potersi portare a Napoli con la stessa carta. Ivi, b. 31, f. 32,38.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 72-73 e ssg., in proposito scriveva che: “Giunti salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’ e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, etc….“. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 132, in proposito scriveva che: “II. La mattina successiva, martedì 4 settembre, la piccola comitiva seguita da un riparto delle due brigate, ascese a cavallo per una erta via mulattiera al ‘Fortino di Cervaro’, posto sulla strada nazionale che conduce a Lagonegro, nel tenimento del villaggio di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, proprio al confine tra la Basilicata e la Provincia di Salerno. Il nome di quella località deriva da un antico fortilizio, di cui il mio caro amico il Com. Roberto Gaetani di Sapri mi scriveva nel 1907 che si scorgevano ancora i ruderi (3). La comitiva si fermò in una taverna, divenuta già celebre perché ivi si fermò nel 1857 la spedizione di Pisacane la quale purtroppo vi decise la partenza nefasta per Padula e per Sanza, andando incontro a tragica fine. Il sacerdote Arcangelo Rotunno di Padula, ispettore onorario dei monumenti e scavi nel circondario di Sala Consilina, uno studioso modesto e valoroso, ha redatto su quella taverna ormai storica due relazioni nel 1914 le quali chiariscono le poche modificazioni avvenute in quel rustico locale dopo la fermata del dittatore, e ne ha rilevate due fotografie, di cui cortesemente mi inviò copia.”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (3) postillava: “(3) I ruderi sono a cinquanta metri dalla taverna.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “La taverna del Fortino si trova nel punto esatto in cui la terra di mezzo si riconcilia con al civiltà del motore a scoppio, quando la stradina che hai risalito da Vibonati va a sbattere contro la Statale 19, esattamente sul confine fra Campania e Basilicata. Fuori dall’edificio un gruppo di ragazzi si sollazza al sole delle due e mezza, discutendo di calcio, proprio sotto l’insegna della taverna, incollata a lettere adesive sulla vetrata: “Salumeria Colombo”. Dentro in realtà c’è ben altro che una salumeria. Nella stanza adiacente c’è invece il bar vero e proprio. Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia. E da allora la famiglia Colombo è sempre stata un tutt’uno con la teverna in cui “sostavano il 29 giugno 1857 Carlo Pisacane, il 4 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi, movendo l’uno alla morte e l’altro a la vittoria”, come recita diligentemente l’enorme lapide posta sotto la tettoia. Tanto che sia Nicola che suo fratello Mario sono nati nell’appartamento al primo piano, sopra il bar. E’ contento Nicola della tua visita. E’ l’occasione buona, ad esempi, per tirare giù dalla parete una cornice a giorno in cui sono piazzate le foto delle adunate garibaldine che si facevano alla taverna fino a una decina d’anni fa. Te l’appoggia sul vecchio bilardino, sotto la lapide, toglie lo straccio una ditata abbondante di polvere e mostra le foto una per una: gruppi di camice rosse col bicchiere in mano festanti, in festanti, in mezzo alle quali spunta addirittura un sosia del generale. Però c’è anche altro da vedere. Come la stanza-bunker in cui riposò Garibaldi, con una feritoia che dà sull’ingresso del locale, per prendere eventualmente a fucilate ospiti sgraditi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.
Nel 4 settembre 1860, il barone di Battaglia, don PAOLO GALLOTTI, nipote di Giovanni, proprietario della taverna del Fortino del Cervaro che ospitò Garibaldi
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”….Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti,…..”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino, dove vi fu il consiglio di guerra presieduto dal Generale Giuseppe Garibaldi, apparteneva al barone di Battaglia don Paolo Gallotti. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 218-219 parlando di don Paolo Gallotti, in proposito scriveva che: “Paolo Gallotti di Carlo, nipote di Giovanni, …..Come aneddoto viene tramandato che egli al Fortino, proprietario del fabbricato-taverna, “seppe ben attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva”: al Generale Garibaldi donò un corallo lavorato a forma di stivale (58).”. Policicchio, a p. 219, nella nota (58) postillava: “(58) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, cit. p. 41.”. Dunque, Policicchio ripete trae la notizia della proprietà della Taverna attribuendola a don Paolo Gallotti, figlio di Carlo Gallotti e nipote di Giovanni Gallotti di Battaglia. Come si è visto Carlo Pesce scrive la notizia del dono al generale Garibaldi anche sul testo di “La Storia della città di Lagonegro”. Dunque, la notizia che la Taverna del Fortino appartenesse a don Paolo Gallotti, nipote di don Giovanni, era del Pesce, ma questa notizia contraddice alcuni documenti dell’epoca e delle perquisizioni che vennero operate ai danni dei Gallotti, all’epoca del Carducci e del Pisacane. Infatti, l’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi…..accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro; ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poco buona accoglienza, Carlo Pisacane, etc…. E là, nell’osteria del Fortino – etc…narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Eravamo affamati – occupammo la solita stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscita, etc…Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e dal comandante piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta…Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte etc…”. Dunque, Agostino Bertani descriveva i due ambienti di cui era costituito il piccolo fabbricato della Taverna. Sempre il Pesce, a p. 38, in proposito scriveva pure: “….risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quela di Salerno tra il territorio di Lagonegro e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 41-42, in proposito scriveva che: “Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”.”.
GARIBALDI al FORTINO del CERVARO
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi alla “taverna” del Fortino del Cervaro, piccola frazione di Casaletto Spartano
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, …e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 456-457, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.“. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; con Giacinto Albini e Nicola Mignogna, prodittatori della Basilicata; con Pietro Lacava, segretario del governo provvisorio lucano; con Giuseppe Mango, commissario organizzatore del circondario di Lagonegro; con la giornalista inglese Jessie White ed il marito Alberto Mario (61). Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Devo però precisare che ciò che scrive il Fusco, a pp. 146-147, in proposito scriveva che Garibaldi: “….salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; etc..”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Inoltre, è errato quando scrive che Garibaldi, “….nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione;” è corretto solo che Garibaldi, al Fortino incontrò Stefano Turr, al quale aveva scritto da Sapri, ma Fusco sbaglia a scrivere che Garibaldi, al Fortino incontrò anche il Bertani e Cosenz. Secondo il racconto del Bertani (….), riportato anche dalla giornalista Jessie White Mario, Bertani stesso arrivò con Garibaldi a Sapri, insieme a Cosenz e con essi si portò a Vibonati, e con essi salì al Fortino. Garibaldi si incontrò al Fortino con Bertani e Cosenz ma essi erano con lui a Sapri ed insieme proseguirono al Fortino. Insieme a Garibaldi, a Bertani, a Cosenz, salì al Fortino anche il generale Gandini della Brigata Milano. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare etc…”. Dunque, a Sapri, Garibaldi arrivò con Cosenz, Bixio, Medici, Sartori e Basso, essi erano in sette come scrisse pure il Bertani ed è plausibile che essi si recarono al Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre all’alba Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buona ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva etc….” (151). Quella che si tenne nella taverna di Fortino fu, dunque, un vero e proprio consiglio di guerra. Erano infatti presenti, come abbiamo visto, oltre al dittatore Giuseppe Garibaldi e al segretario generale Agostino Bertani anche il generale di divisione dell’Esercito Meridionale, l’ungherese Istvàn (italianizzato Stefano Turr, il maggiore generale Enrico Cosenz, il segretario personale, oltre che fedelissimo amico, di Garibaldi, il nizzardo Giovanni Battista Basso, ed infine il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, etc…”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “….rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…..insieme a Rustow…..La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare……Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 1857 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi nell’attuale comune di Casalnuovo, in proposito scriveva che: “Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo ma credo che gli accompagnatori di Garibaldi si partissero dal Fortino, ovvero essi erano al Fortino con Garibaldi. Queste notizie, De Crescenzo le prese dal testo di Giuseppe Guerzoni (….), del suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Dalla notizia degli amici e accompagnatori di Garibaldi possiamo dire se questi personaggi facessero parte della comitiva che da Castrocucco accompagnava Garibaldi a Sapri ?. Sappiamo che il generale Turr, non era a Sapri perchè era partito per il Fortino su ordine di Garibaldi. Sappiamo che il generale Enrico Cosenz era con Bertani e Garibaldi a Castrocucco, da dove in barca si recarono a Sapri. Di Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, sappiamo che solo Nullo viene citato come uno dei sei che accompagnava Garibaldi a Sapri. E’ molto probabile che Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Mordini, Missori e Serafini, fossero già al Fortino per incontrarsi con Garibaldi. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”.
Nel 4 settembre 1860, al Fortino, il garibaldino lucano Giambattista PENTASUGLIA alle prese col telegrafo
Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Etc…”. Da Wikidepia leggiamo che Giovanni Battista Pentasuglia, noto come Giambattista (Matera, 3 novembre 1821 – Matera, 4 novembre 1880), è stato un patriota e politico italiano. Noto per essere stato l’unico lucano a prendere parte, sin dal principio, alla spedizione dei Mille, partecipò anche alle guerre d’indipendenza italiane e svolse importanti incarichi nel campo della nascente telegrafia. A seguito dell’Unità d’Italia, fu insignito del titolo nobiliare di Conte, nominato ispettore generale ai telegrafi ed eletto deputato (1861). Ideò e pose in opera il cavo telegrafico sottomarino tra Sicilia e Sardegna e sullo stretto di Messina. Partecipò anche alla terza guerra d’indipendenza e, una volta terminata, fece ritorno alla sua natia Matera, lavorando come ispettore capo dei telegrafi e passandovi il resto della sua vita. La città lo premiò con una medaglia d’oro per le sue gesta patriottiche. È sepolto nel cimitero di Matera di via IV Novembre. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 76, in proposito scriveva: “Fu nominato tenente del genio militare piemontese, e fu occupato negli uffici telegrafici. Nella guerra della II° Indipendenza (1859) contro l’Austria il tenente Pentasuglia, come telegrafista, rese segnalati servizi all’esercito italo-francese. Come si è detto, egli seguì Garibaldi fin da quando questi salpò da Quarto per la Sicilia, poi, fin al Volturno. Nessuna gratitudine ebbe per lui il nuovo governo italiano ed il valoroso Pentasuglia, disdegnato ma fiero della sua forte anima, si ritirò a Matera ove morì il 4 novembre 1880, povero e lieto di aver compiuto il suo dovere per la Patria.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 30-31, in proposito scriveva: “…è opportuno accennare ad un interessante episodio, di cui fu protagonista un lucano. Fra i Mille, che seguirono Garibaldi in Sicilia, vi era un cittadino di Matera, Giambattista Pentasuglia, telegrafista. Questi, appena sbarcato a Marsala, si affrettò a raggiungere l’ufficio telegrafico. Qualche minuto prima, l’impiegato addetto a tale ufficio, aveva comunicato a Palermo la notizia dell’arrivo di due piroscafi nel porto di Marsala. Il Pentasuglia, dopo aver puntato la rivoltella contro l’impiegato, telegrafò a Palermo che i due vapori “erano borbonici”, e che non vi era, pertanto, alcuna ragione di preoccuparsi.”.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi al Fortino del Cervaro e la folla di curiosi che accorsero per vedere l’Eroe dei Due Mondi detto “Carlobardo”
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe….al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.“. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Uno studioso di memorie patrie (11), in alcune sue pagine inedite, ricorda l’entusiasmo provato nell’attesa e nell’arrivo dell’Eroe: “Anch’io, con Raffaele Caputo marito della mia zia materna Rosa Santoro, con costei, con Vincenzo Caputo, di lei cognato, con l’armaiuolo (vulgo, armiere), Caggiano, del quale mi sfugge il nome, e qualche altro parente o amico che non ricordo bene, il 4 ci recammo giù giù, alla contrada del Carrara dell’Arena, donde ben si poteva osservare il passaggio dell’atteso corteo. Fermatici in un nostro fondo rasentato dalla consolare delle Calabrie, invano attendemmo il vincitore di Calatafini, Palermo ecc…, che quel giorno non passò. Il domani tutti giù di buon’ora. Oh, l’ansiosa aspettazione ! Splendeva un bel sole. Il viale formicolava di gente d’ogni età e condizione, non esclusa una buona rappresentanza del clero e dei minori osservanti. Finalmente il corteo apparve. Tanto calpestio sollevava nugoli di polvere. Sguardi, braccia tese, acclamazioni interminabili verso chi veniva, su bianco cavallo, in nome di Italia. Quanto fascino emanava da lui e da tutte le camicie sosse! E tra esse, che già ne contavano due partiti da Quarto (12), si confuse l’armiere con altri sedici di questo paese (13). Etc..”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (11) postillava che: “(11) Il sacerdote Angelo Rotunno, nato a Padula il 31 gennaio 1851, che contava allora otto anni sette mesi e pochi giorni”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (12) postillava che: “(12) Vincenzo Padula ed Antonio Santelmo, di cui già si è parlato.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Lungo ogni via che stimavano dover Egli lambire, con prestezza del baleno, da Reggio a Salerno, si accalcavano le genti convenute da trenta chilometri discosto per compiere nelle parvenze della vista il fantasma plasmato della mente: era gente varia per ordini, per cultura, per età, e gentili donne e poveri contadini e legioni preti, frati, artieri, braccianti; tutti dall’aprirsi dell’alba aspettavano sui ciglioni dei campi il suo passaggio, altri si ghermiva alla cima degli alberi per vederlo da lungi e primo agli altri additarlo. Su quella via passavano alla rinfusa drappelli di militi insorti, schiere di camicie rosse, uffiziali d’ogni lingua e nazione, branchi di regi soldati, i quali laceri, scalzi, e sfiniti, pitoccavano il pane per vivere ai viandanti; e tutti, a ragione d’entusiasmo e di pietà, gittavano all’eco dei colli e delle valli il nome di Lui; ed il nome di Lui riecheggiava, di momento in momento, di punto in punto, fede, augurio speranza….Come egli appariva era gente che cadeva in ginocchio, gente che ne baciava le vesti, gente che voleva torlo in sulle braccia ai suoi brevi alloggiamenti; e di passo in passo, erano rappresentanze di Municipi, d’istituti e di cleri, che si pressavano a compire degli onori uffziali dei Cesari fatti Iddii, il nuovo Cesare fatto popolo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 39 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Tratti appunto da tale irresistibile entusiasmo, i numerosi cittadini, d’ogni età e condizione, accorsi sul Fortino, nel 4 Settembre, dai luoghi circostanti, dalle città e dai villaggi, dalle ville e dai casolari, proruppero in deliranti acclamazioni ed evviva, che la vergine eco ripetè, con incessante lena, su per l’ispido monte Cervaro e giù per la fertile vallea, e che venivano quasi a fugare e disperdere le tristi ricordanze delle passate vicende, di cui erano stati teatro quei luoghi, pei quali erano transitati, nei passati secoli, tiranni ed eserciti invasori, che venivano a ribadire le nostre catene, da Alarico a Carlo V, da Consalvo di Cordova a Bonaparte. Il Dittatore accolse tutti con ineffabile cortesia, che era dote del nobile animo suo, esortandoli alla santa impresa con quella fede e con quella sicurezza, che, anche nei momenti più difficili, non gli vennero mai meno. E tutti rimasero alllora compresi dalla più viva ammirazione pel grande Eroe, in cui lo sguardo acuto e fosforescente, la fronte maestosa e serena, la barba bionda e diffusa, i capelli ricadenti sulla nuca in larghe anella, il viso spirante fiducia e rispetto, l’eloquio meludioso ed affascinante, e tutta la persona agitata e quasi vibrante energia, amore e fede nei destini d’Italia, facevano il più bello e poetico risalto sulla fiammeggiante camicia, che Egli aveva preso per insegna delle sue gloriose e leggendarie imprese a prò dell’umanità oppressa. A quei dolci racconti, appresi dalla viva voce dei fortunati contemporanei, noi esclamiamo col Manzoni: …..”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani,……Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva……Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.“. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…………….”.
Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino (o a Casalnuovo ?), Pietro LACAVA e Nicola MIGNOGNA che consegnò a Garibaldi la somma di 6000 ducati
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. Etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia, e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Caldarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, invano avevano chiesto denaro alle casse pubbliche ed ai privati, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprorevoli dissidi, edil Generale rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che presso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque reputazione” (1).”. Pesce, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria’ del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 405-406, in propposito scriveva che: “Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Cardarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprovevoli dissidi, ed il Genenare rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che spesso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque riputazione”. Da questa lettera del Generale si vede che anche in lui rimase saldo nella mente il grato ricordo di quei luoghi pittoreschi, che per gli importanti avvenimenti sono ormai consacrati alla storia.”. Pesce, a p. 406, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Alla taverna arrivarono Michele Mignogna e Pietro Lacava mandati dal governo provvisorio di Basilicata per consegnare al Generale la somma di sei mila ducati. Garibaldi accettò ben volentieri quella somma, rispondendo al Mignogna “Gradisco più questa somma che un esercito.”. Difatti urgeva denaro per provvedere ai bisogni di quelle colonne insurrezionali. Una parte di esso servì per alimentare le truppe del generale Caldarelli, che non aveva potuto ottenere dal governo i mezzi necessari (1). Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Mazziotti, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Lacava Michele, opera citata, pag. 701 – Discorso di Pietro Lacava tenutosi in Napoli nel maggio 1911, nel Congresso dei patri superstiti delle patrie battaglie, p. 17.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settimane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto. I lucani gli mandavano in attestato di affetto il dono di 6000 ducati (25000 lire) e arruolarono una brigata Lucana che seguì Garibaldi fino a Napoli, dove 900 si sbandarono, mentre gli altri 1200 parteciparono alla campagna del Volturno (3). Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (3) postillava: “(3) Racioppi, 217; Mignogna, 214-215”. Dobelli, a p. 436, postillando di “Mignogna = Carbonelli (G. Pupino) – Nicola Mignogna, Napoli, 1889.”. Infatti, Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Garibaldi gli stende la mano, gli ripete con voce incantevole: “Bravo, Mignogna, voi avete ben meritato della Patria!”. A cui il Mignogna: “Tutto è possibile, Generale, quando voi volete.” E si dicendo, gli porge un foglio. E’ un telegramma di Giuseppe Libertini presidente del ‘Comitato Unitario che annunzia: “Francesco II, preso congedo da’ Napoletani s’imbarca per Gaeta….” etc…”. Pupino, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). “Dal sig. avv. Nicola Mignogna ho ricevuto Ducati seimila (pari a L. 25,500), offerta fatta dalla Provincia di Basilicata al Dittatore. Il Segretario Generale della Dittatura Agostino Bertani.” “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Anche press’a poco alle 8 (a.m.) il Generale Garibaldi con le persone che l’accompagnano perviene sulla consolare per Sala ad un gruppo di case chiamato Fortino. Ivi il Generale trova i Signori Mignogna, Prodittatore di Basilicata, e Lacava venuti a salutarlo e per offrirgli D. 6000 in piastre e colonnati (beati tempi!!). E secondo il De Cesare il dono riesce molto gradito al Generale !!! Ed il Lacava fa sapere, che di tal somma il Dittatore ne fa tenere una parte al Generale Caldarelli: il quale marciando tra i nemici popoli ha chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di chi pagare i viveri dei suoi soldati. Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Dunque, Raffaele De Cesare scriveva che Garibaldi ricevette Mignogna all’osteria del Fortino e non a Casalnuono. Secondo il Bertani, Mignogna arrivò al Fortino il giorno 4 settembre 1860 ed a Casalnuovo, il giorno 5 settembre si recò con Garibaldi come invece, diversamente scrive il Treveljan. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Garibaldi intanto, di vittoria in vittoria, il 4 settembre toccò la nostra terra al Fortino nel Lagonegrese, ove s’incontrò con Mignogna.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi…..Etc…. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Basilicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pP. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: “Lo attendevano Nicola Mignogna e Pietro La Cava: due cospiratori audacissimi, i cui nomi erano segnati a carattere di fuoco nel libro nero della polizia borbonica. Il colloquio sulla effervescenza della Basilicata – sollevatasi dopo il 20 luglio – avvenne nella storica “Osteria”, ove Pisacane radunò il suo minuscolo Stato Maggiore nella notte del 30 giugno 1857. Ed a Garibaldi i suddetti cospiratori lucani consegnarono, in nome del loro Governo provvisorio, ben seimila ducati in ‘piastre e colonnati’. Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono….Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…..al Fortino,…..dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Gaetano Lancillotti, a p. 115, in proposito scriveva: “480 Gaetano Lancillotti, Conto sommario degl’introiti e degli esiti fatti dal Governo Provvisorio dlla Insurrezione Lucana nell’agosto e settembre 1860, s. 1., nè a. (1861). Il Prestito Nazionale fruttò al Governo prodittatoriale la somma di duc. 22.930,22 etc…Il resto del riscosso, duc. 6.000, venne consegnato a Giuseppe Garibaldi come risulta dalla lettera di Garibaldi a Giacomo Racioppi del 6 febbraio 1861 da Caprera con la quale si dà quitanza della somma ricevuta.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”.
Nel 1856-57, i Processi a diversi rivoluzionari antiborbonici: Nicolò MIGNOGNA
Maria Sofia Corciulo (….), nel suo “Opinione pubblica e processi politici nel regno delle due Sicilie: il caso Mignogna – De Pace (1855-56)”, in “Archivio Storico per le provincie napoletane”, vol. CXXII, Società Napoletana di Storia Patria, 2005, a p. 395 ci parla del processo intentato nel 1856 contro Nicola Mignogna e, a p. 403, in proposito scriveva che: “Sorprendentemente, nonostante le peggiori aspettative, la sentenza fu mite: il 2 ottobre 1856, al Mignogna fu comminato l’esilio dal regno (il Mazzini era intervenuto in suo favore presso l’ambasciata inglese in Napoli). Agli altri imputati, con l’eccezione dei recidivi detenuti, Ventre, Mauro e De Angelis, ai quali furono aggiunti ai 20 che già stavano scontanto altri 12 anni di ferri, non furono inflitte pene eccessivamente dure: due anni al sacerdote De Cicco ed uno al monaco Ruggero. I restanti inquisiti vennero assolti, fra cui il De Pace (25). Etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Nicolò Cataldo Mignogna (Taranto, 28 dicembre 1808 – Giugliano in Campania, 31 gennaio 1870) è stato un patriota e politico italiano. Fu uno dei 1089 componenti della Spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Nel 1836 si iscrisse alla Giovine Italia e partecipò ai moti del 1848. Poiché era stata trovata una corrispondenza cifrata nella sua abitazione, nel 1855 fu processato e condannato all’esilio perpetuo dal Regno delle Due Sicilie. Si recò allora a Genova, dove conobbe Giuseppe Garibaldi che lo nominò tesoriere della spedizione dei Mille. A Talamone fu aggregato alla III Compagnia di Giuseppe La Masa e si imbarcò sul Lombardo. Fece amicizia con Emilio Petruccelli, con cui il 5 agosto convocò il comitato d’azione. Il 15 agosto il comitato emise un comunicato che invitava tutti i liberali a convergere a Potenza dove, grazie ad una rivolta civile, fu costituito il governo prodittatoriale nelle persone di Giacinto Albini e di Mignogna. Il 4 settembre 1860 Garibaldi giunse a Fortino di Lagonegro dove fu accolto da Mignogna e da Pietro Lacava, i quali posero gli omaggi del governo lucano e gli consegnarono a nome del popolo seimila ducati, devoluti ai soldati borbonici disertori. Su Nicola Mignogna ha scritto Giuseppe Pepino-Carbonelli (….), nel suo Nicola Mignogna nella storia dell’unità d’Italia, Napoli (1889).
Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino, Garibaldi incontrò Francesco Paolo LAVECCHIA, comandante della Colonna di Tricarico e di stanza a Lagonegro
Pare che al Fortino, Garibaldi, oltre ad avere incontrato il messo di Depretis, Piola-Caselli e Mignogna e Lacava, avesse incontrato e ringraziato anche Francesco Paolo Lavecchia, comandante dei volontari che si trovavano di stanza nel Lagonegrese. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Garibaldi intanto, di vittoria in vittoria, il 4 settembre toccò la nostra terra al Fortino nel Lagonegrese, ove s’incontrò con Mignogna. Il dittatore ringraziò Lavecchia sia per lo splendido lavoro compiuto nel lagonegrese, sia per avere con intelligenza raccolti e disarmati i gendarmi e i soldati borbonici in fuga, e sotto buona scorta avviati ai propri paesi, sia per aver preparato i viveri alle truppe garibaldine.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……
Nel 4 settembre 1860, Turr che aveva accompagnato il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, arrivati al Fortino del Cervaro si fermarono per attendere il generale Garibaldi, a cui consegnarono delle lettere riservate di Depretis e di Cavour
Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso. Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, etc…”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 73-74 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz.”. Bertani racconta e testimonia della riunione che si ebbe al Fortino del Cervaro tra Garibaldi, Turr e Piola. Anche Turr era già al Fortino. Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: “IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”…”. Sappiamo del viaggio del Piola per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”. L’ultima notizia dell’Agrati non corrisponde al vero in quanto non fu Turr ad “…dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”, ma fu Rustow con buona parte delle truppe garibaldine che il giorno 2 settembre sbarcarono a Sapri con il Turr e con Rustow. Quando Garibaldi arrivò a Sapri e diede l’ordine a Rustow di avviarsi a Vibonati, il Turr aveva lasciato Sapri già dalle prime ore del mattino. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; etc…”. Dunque, dai brani e dalle notizie sappiamo che Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi, alla taverna del Fortino del Cervaro ricevè il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, latore di una lettera di DEPRETIS che gli chiedeva l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo
Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Guerzoni, a p. 177, nella nota (1) èposstillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 149-150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Garibaldi chiamò a consiglio Cosenz e Turr, il cui parere fu l’annessione, purchè il Governo soccorresse apertamente le operazioni sul continente, ed il Depretis restasse in Sicilia come Luogotenente del Re. Garibaldi dopo alcuni istanti di riflessione cominciò a dettere al suo segretario Basso questa risposta: “Fate l’annessione quando volete”. In quel momento entrò Bertani etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Eravamo affamati, ed occupammo la sola stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscio, veniva recato allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto, ma ben d’altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto di impegnarli in suo aiuto. M’accorsi bensì di qualche imbroglio, ma più di esso in me potè il digiuno, e mi posi intorno al capretto. Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e del comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitai a mangiare: ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Tur, del cui intervento non compresi la necessità, poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora mi avvidi che potevo entrare anche io, quant’unque non rivestito di alcun carattere ufficiale. Era tempo. Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte nella scena interessante che descrivo. Appena al di là dal piccolo uscio a dritta stava seduto Garibaldi su d’una rustica sedia, al suo fianco destro Tur, all’estremità sinistra della camera, in piedi appoggiato ad un letto stava Cosenz. Rimpetto a Garibaldi, chi aspetta la dettatura, Basso. Al suo fianco, e proprio in faccia a Garibaldi ed in piedi, Piola. Io mi posi all’estremità destra della camera sotto una finestra e ritto. Il discorso durava da pochi minuti, quand’io entrai con qualche sorpresa dei presenti. Garibaldi, sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza, disse forte: Basso, scrivete, e dettò: ‘Caro Depretis, fate l’annessione quando volete’. La gran parola era slanciata….E la scena finì. Garibaldi si levò. L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passandomi accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi. Avevo compiuto ciò che credevo mio dovere allora, e non ricordo se rimanessi solo anche a mangiare il capretto allo spiedo. Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi, già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (1).”.”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “…..Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annessione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele. Costui fu sostenuto con tutto ardore dal Turr, e dal Cosenz, i quali supplicarono il Generale di concedere l’annessione a condizione che il Depretis rimanesse al governo come luogotenente di Vittorio Emanuele e ce non si cessasse di mandare dall’isola sussidi ai garibaldini, consistenti in forze ed in denari. In quella taverna si svolse un famoso episodio riflettente quanto abbiamo or ora accennato e che vale la pena riportare. Il Bertani lo narrò alla signora Iessie White Mario, che così lo riferisce in una sua opera (15): “Garibaldi entra in una stanza ove fumava etc…”. E la scena, dopo qualche minuto, finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione (17). La lettera interrotta venne lacerata e in sua vece ne fu spedita una nuova che rimandava l’annessione ad altro tempo.”. De Crescenzo, a p. 115, nella nota (15) postillava: “(15) A. Bertani e i suoi tempi, vol. II.”. De Crescenzo, a p. 116, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. anche l’altra opera del Bertani: Ire politiche d’oltretomba.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre……“. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre……Entro anch’io, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Su Agostino Bertani al Fortino, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Infatti, Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi invero, per quella sua incauta ed imperiosa tendenza di abbandonare il potere, per l’indifferenza sua di governo e per la noia de gl’intrighi, avrebbe forse concessa l’annessione della Sicilia prima dell’ingresso a Napoli, se una voce di amico, per quanto poco autorevole, non gli avesse mostrato la sconvenienza di compiere quell’atto e tanto più in quei giorni. E quella voce allora ascolta fu la mia.”. Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….“. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”. Trasognai e dissi: “Generale, voi abdicate”. Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Si, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete ancora a Napoli.”. La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Turr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero, che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. “Avete ragione”, disse il generale, e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: “Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C….”. E la scena finì. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Fusco, a p. 352, nella nota (63) postillava: “(63)…….”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu disgraziatamente deciso, nel consiglio tenuto da pisacane con Nicotera e Falcone, di restare nella provincia di Salerno piuttosto che passare nella Basilicata e di lì, occorrendo, in Calabria; ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola. Se Pisacane avesse ceduto ai suggerimenti dei compagni, la sua impresa avrebbe forse avuto men triste fine; se Garibaldi avesse ceduto alle richieste del Depretis si sarebbe perduta forse per sempre, o almeno ritardata di molto, l’opportunità di unificare l’Italia. I tempi erano diversi. Su proposta dell’on. M. Mazziotti il consiglio prov. di Principato citeriore nell’adunanza del 1° ottobre ultimo, deliberò l’apposizione di una lapide che ricordasse i due avvenimenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Il Generale si capacitò rapidamente dell’evidenza delle mie ragioni, oppose qualche parola alle insistenze di Turr, proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii, e scosso il capo, gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunse: ‘Basso, stracciate la lettera’. E poi con calma riprese a dettare: ‘Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti (1)’.” E la scena finì. Garibaldi si levò L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passando accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.”.”. Pesce, a p. 37, nella nota (1) postillava: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Diventa allora plausibile, anche se non dimostrata, l’ipotesi che la lettera e, soprattutto il messaggio di Cavour, di cui era latore Augier, possono avere influenzato il repentino e temporaneo cambio di atteggiamento di Garibaldi riguardo all’anticipata annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II. Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito. Che Augier e Bertani fossero attestati su posizioni opposte è peraltro provato dalla già citata lettera del Capitano aveva indirizzato il 15 giugno all’amico generale. In quella missiva, come abbiamo visto, sembrerebbe, egli diffidava del medico milanese e dei mazziniani…..Sembrerebbe però che, nella locanda del Fortino, le idee del marinaio ligure non avessero fatto presa nell’animo di Garibaldi, il quale finì per accogliere quelle di cui era portatore Bertani. Infatti, dopo l’incontro con Garibaldi Augier non tornò a Torino, per riferire a Cavour, ma si fermò a Napoli, rimanendo comunque in stretto contatto con il Conte, tramite Astengo, anche dopo l’arrivo del Generale in città. Lo conferma la lettera che il Viceconsole scrisse al Conte il 9 settembre, nella quale tra le altre cose gli comunicava che: “Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi, etc…..(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi, pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…” Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette ed ascoltò i consigli del Bertani. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…..Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 86-87, in proposito scriveva: “IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proporio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”….”Dopo poco” – continua Bertani – “vidi entrare Garibaldi seguito dal suo compagno e segretario Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito (dividente in due l’unica stanza dell’osteria in cui avveniva il colloquio) e rinchiudersi dietro la porta”…Quando però il Bertani vide entrare anche il Tur ed il Cosenz, irruppe anch’esso nella stanzetta nel momento in cui Garibaldi, “sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza”, dettava al Basso le seguenti parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”(175). Che cosa era avvenuto? Il Piola aveva fatto leggere a Garibaldi la lettera del Depretis, ed aveva poi trovato caldo patrocinatore nella sua tesi nel Tur, che a sua volta, aveva apertamente espresso “il parere di fare l’annessione, però col patto che Depretis fosse nominato luogotenente del Re, e ci venisse mandato tutto il soccorso ncessario per le nostre imprese nel continente”….(176). L’improvvisa entrata del Bertani ed il brusco “movimento involontario di sorpresa” da lui fatto nell’intendere le ultime parole di Garibaldi, fece sospendere la dettatura della lettera, mentre l’ardente rivoluzionario dichiarava apertamente: “Generale, voi abdicate….Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia etc…”…”La discussione” – scrive il Bertani nel suo taccuino (177) – “fu concitata; chi additava la mancanza di danaro,di armi, di volontari…Tur specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino”, mentre il Bertani ricordava a Garibaldi, che la circolare Farini era la sola causa della diminuzione dei volontari, e che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano ‘a Sicilia…”Avete ragione”, disse il generale, “e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di una mezza dozzina di inquieti e cominciate dai due C…. “E la scena” – conclude il Beltrani – “finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere”(178).”. Maraldi, a p. 87, nella nota (177) postillava: “(177) Taccuino del Bertani pubblicato dalla Mario, op. cit., pag. 185-86. Nelle “Ire politiche ecc..”, il Bertani abbellisce il racconto della scena del Fortino con particolari e parole che, alla distanza di nove anni, non potevano provvenire che dalla fantasia dello scrittore.”. Maraldi, a p. 88, nella nota (178) postillava: “(178) Taccuino citato, op. cit., pag. 186. Si noti che, secondo l’Arzano, il fallimento della missione Piola era dovuto anche al fatto che il Piola non inspirava la simpatia di molti amici di Garibaldi…”. Maraldi, postilla della risposta e di ciò che scrive Stefania Turr, la figli di Turr a quanto scritto dal Bertani nel suo Diario (Ire politiche etc..). Stefania scriveva che il padre scriveva che il quella occasione Garibaldi chiamò a consiglio di guerra Cosenz e Turr. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani” etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 239, in proposito scriveva che: “Depretis era ansioso di sentire da Piola che Garibaldi approvava il suo nuovo atteggiamento, poiché da questo dipendeva il successo o il fallimento di tutta la missione. Quando finalmente, il 4 settembre, Piola raggiunse a Fortino l’esercito in marcia, Garibaldi si trovava completamente impegnato nel dirigere l’impetuosa avanzata su Napoli, e dettò quindi frettolosamente una risposta per confermare che Depretis era libero di agire nel modo che ritenesse opportuno. Evidentemente era cancora convinto che Cavour non avrebbe voluto o potuto resistere alla rivoluzione; ma, giunta la faccenda agli orecchi di Bertani, questi subito protestò, dicendo che rispondere così avrebbe equivalso ad una rinuncia al potere, giacché l’annessione della Sicilia avrebbe tagliato fuori Garibaldi dalla sua base, e, dopo la circolare di Farini contro i volontari, non c’era nessuna garanzia che Cavour non se ne sarebbe servito per nuocere loro anzicché per aiutarli. Perciò il dittatore modificò la risposta al governo siciliano e, dopo più matura riflessione, scrisse di essere pur sempre disposto a fare quanto Depretis raccomandasse, ma circa l’annessione era del parere che “Bonaparte” potesse “ancora aspettare alquanti giorni”, preferendo che tutto venisse fatto contemporaneamente dopo che si fosse raggiunta Roma (1)…..Allorché Piola il 5 settembre giunse a Palermo con la risposta trovò la città più agitata che mai etc…”. Mack Smith, a p. 240, nella nota (1) postillava: “(1) A. Bertani, Ire politiche d’oltretomba, pp. 74-77.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Valga per tutti l’accenno al noto importante episodio del 4 settembre, avvenuto oltre Sapri nella località dove sorgeva l’osteria del Fortino. Qui arrivò il Piola, ministro della Marina Siciliana, inviato dal Depretis, la cui prodittatura in Sicilia attraversava gravi momenti, per chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione dell’Isola al Piemonte. Garibaldi, sia per quello che gli scriveva a tinte fosche il Depretis, sia per quanto a viva voce narrava il Piola (1), aveva ormai, col parere del Turr e del Cosenz, che erano presenti, acceduto alla richiesta e stava dettando la risposta favorevole, quando entrò il Bertani, il quale (è lui stesso che lo racconta) comprese subito di che si trattava e disse: “Generale voi abdicate! Si, voi tagliate i nervi alla rivoluzione, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è gran forza per voi e oggi tanto maggiore in quanto non esiste ancora Napoli”. Seguì una discussione concitata, a cui parteciparono tutti i presenti e infine Garibaldi disse: “Avete ragione”! e dettò al Segretario Basso la nota risposta di tenore tutto opposto a quella che poco prima stava dettando: “Caro Depretis, mi pare che Buonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi, intanto, di mezza dozzina d’inquieti”. Dopo questo singolare episodio parve che la considerazione del Dittatore per il Bertani fosse maggiormente accresciuta. Il giorno seguente da Sala Consilina egli firmò il decreto che nominava “Il colonnello Bertani Segretario Generale della Dittatura” e che fu poi pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 Settembre.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: “6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biasima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis , colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola….< La scena (scrive il Bertani) ¹ accadeva in una povera osteria. Türr e Cosenz, presenti al colloquio, secondavano la proposta del Depretis, e già Garlibadi, non sapremmo se più persuaso o infastidito, aveva detto: -Basso, scrivete: Caro Depretis, Fate l’annessione quando volete ; – allorchè il Bertani, entrato poco prima, esclamò: – Generale, voi abdicate; – е сараcitato ben presto dalle opposte ragioni del Bertani (capacitato, perchè secondavano l’inclinazione del suo animo): – Avete ragione, – rispose, e rivoltosi a Basso , che stava sempre colla penna in mano, soggiunse: Basso, stracciate la lettera. – > E poi con calma riprese a dettare : Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’ inquieti, e cominciate dai due C…› E la scena finì ; > ma non finirono del pari le lotte per l’annessione siciliana.”.
AL FORTINO IL DIALOGO TRA BERTANI E GARIBALDI
Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola apportatore per lui di collecitazioni del Depretis per la pronta annessione della Sicilia al Piemonte. Il Generale, che è coi suoi seguaci nell’osteria del Fortino, dice a Basso: Scrivete e detta: “Caro Depretis fate l’annessione quando volete”. Ma il Bertani interviene ed osserva: “Generale voi abdicate”. Ed egli: come mai? Ed il Bertani risponde: “Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunziate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, ed oggi tanto maggiore che non siete ancora in Napoli. Il Generale soggiunse: Mi dicono questi amici (additando Turr Cosenz e Piola) che così vuole la Sicilia, che le mancano i denari, che dall’Isola non vengano sufficienti volontarii, nè addestrati alle armi, che avremo altri e più efficaci soccorsi di Torino. Ma il Bertani che di annessioni al Piemonte non vuole a niun costo ripiglia: I vostri picciotti (militi Siciliani) vi seguiranno fiduciosi in ogni impresa dell’Isola, e non vi abbandoneranno mai dovunque andiate combattendo per la libertà della patria. La Sicilia sostenne le spese della guerra finora coi suoi soli denari Siciliani. Nelle casse di Messna stanno a vostra disposizione, ora che parliamo, centinaia di migliaia di piastre. Etc….”. Agostino Bertani, annotando nel suo taccuino e memorie pubblicate dalla giornalista White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 185-186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino , sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala . Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitatamente con Türr giunto anche lui . Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: Caro Depretis, fate l’annessione quando volete. Trasognai e dissi: Generale, voi abdicate.” Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Sì, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana , rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete. ancora a Napoli . “. La discussione fu concitata : chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. Avete ragione, ” disse il generale , e a Türr rammentava che Cavour , che Fanti , che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni . Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C … » E la scena finì. Io rimasi solo col generale , il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione . Gli avversari saranno meco furiosi , ma sento di aver fatto il mio dovere .“. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese. La White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., in proposito aggiungeva di suo: “Nessun dubbio che questo dovere compiuto nel modo reciso e franco che caratterizzava Bertani, era per rendere < furiosi gli avversari; ma sicuramente l’annessione della Sicilia fatta in quel momento sarebbe stata funestissima. Proprio in quel giorno Cavour, convinto d’aver pestato l’acqua nel mortaio in quanto a Napoli, ordinava a Persano di prendere intanto per arra la flotta e i forti, soggiungendo: Non è più a Napoli che noi possiamo acquistare la forza morale necessaria per domare la rivoluzione . L’annessione avrebbe troncato le ali alla rivoluzione li per lì, nè mai più Garibaldi avrebbe potuto telegrafare dal Volturno ‹ Vittoria su tutta la linea. Egli non subiva l’influenza di Bertani, sì fu colpito dalle parole non siete ancora a Napoli; convinto della bontà delle altre ragioni esposte con rara schiettezza , adottò il consiglio . Onde da quel momento si vociferava essere Bertani il mentore del dittatore, e fin d’allora cominciarono tante e tali persecuzioni da schiacciare un uomo di tempra meno forte, di patriottismo meno disinteressato.”.
Nel 4 settembre 1860, le neviere per la preparazione del ghiaccio e dei gelati alla “Tempa dei Paglioli”
Del trasporto di neve dalle vicine montagne al tempo di Garibaldi vi è la testimonianza diretta del colonello Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 286, nella nota (37) postillava che: “(37) Sulle neviere di Vibonati, cfr. F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II, p. 519”. Policicchio postillando sulle “neviere di Vibonati”, ovvero sulla scorta di ghiaccio che le donne di Vibonati andavano a prendere sul monte Cervato, presso il Fortino, a p. 519 del suo volume “Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II”, spiegava che: “Una volta a rendere questo servizio c’erano le neviere: località poste sui monti atte alla conservazione della neve di cui, poi, i Comuni concedevano la vendita a privati per i bisogni e la rivendita al pubblico. Anche Vibonati, quindi, aveva le sue neviere. La consuetudine era che, nei vari Comuni, la vendita si concedeva ad una sola persona per non aversi danni, al pubblico e al privato, etc…Il rivendicatore (ilconcessionario) si impegnava a non far mancare, giornalmente, la neve pena una ammenda, pari a lire 10 giornaliere agli inizi degli anni Ottanta. Etc…”. Dunque, il colonnello Rustow testimoniava che, messisi in marcia da Vibonati, le brigate dei volontari garibaldini, la mattina del 4 settembre 1860: “discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”. Rustow scriveva che una volta discesi al Vallone del Molinello, essi risalirono “gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”. Guardando una carta geografica dell’epoca, del 1788, si vedono chiaramente indicati questi luoghi e toponimi. Rustow testimoniava che essi per risalire al Fortino del Cervaro risalirono gli aspri dirupi della “Tempa degli Paglioli”. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. La “Tempa delli Paglioli” è indicata sulla carta come una “Tempa” (dolci colline), che si trovano tra il borgo di Torraca e quello di Battaglia, dove vicino, sulla destra e sotto, si trova il “Monte Cocuzzo”. Sulla destra di “Tempa dei Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo). Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”.
GARIBALDI al FORTINO del CERVARO
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi alla “taverna” del Fortino del Cervaro, piccola frazione di Casaletto Spartano
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe dei due Mondi’ scrisse al Generale Turr, informandolo dello sbarco e che avrebbe proseguito con le brigate Spinazzi e Milano fino al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) lasciando però a Sapri una solida base di uomini e mezzi. Garibaldi, …e di lì proseguirà per il Vallo di Diano verso Napoli capitale ripercorrendo dopo tre anni lo stesso itinerario percorso dallo sfortunato Pisacane.”. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 456-457, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1) ivi nel 29 Giugno 1857 si fermò e passò la notte, con scarso ristoro di cibo e con poca buona accoglienza, Carlo Pisacane, pure proveniente da Sapri, coi suoi sventurati compagni, (2) ed ivi, dopo soli tre anni, quel nuovo fausto ed insperato avvenimento veniva a cancellare tutti i tristi ricordi del passato !.“. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva. Per chi non conosca la modesta taverna del Fortino, composta allora, come adesso, da due o tre piccole stanze, alle quali s’accede dallo stesso piano stradale, fra un gruppo di casette coloniche ed una piccola Cappella, dove nei dì festivi convengono, per la messa, dai propingui casolari le ritrose contadine di Battaglia dal viso rubicondo e dagli abiti scarlatti, valga la belle ed esatta descrizione, riportata innanzi, che ne fa il Bertani, al quale, in mezzo ai meravigliosi avvenimenti della gloriosa impresa ed agli innumerevoli luoghi, che ne furono il teatro, rimase principalmente scolpita nella mente la rozza casetta del monte Cervaro per l’interessante scena che vi si svolse e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; con Giovanni Basso, suo segretario; con Giacinto Albini e Nicola Mignogna, prodittatori della Basilicata; con Pietro Lacava, segretario del governo provvisorio lucano; con Giuseppe Mango, commissario organizzatore del circondario di Lagonegro; con la giornalista inglese Jessie White ed il marito Alberto Mario (61). Nella taverna del Fortino, a cui Garibaldi giunse verso mezzogiorno dopo essersi arrampicato “con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati” (62), furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Devo però precisare che ciò che scrive il Fusco, a pp. 146-147, in proposito scriveva che Garibaldi: “….salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; etc..”. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Inoltre, è errato quando scrive che Garibaldi, “….nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione;” è corretto solo che Garibaldi, al Fortino incontrò Stefano Turr, al quale aveva scritto da Sapri, ma Fusco sbaglia a scrivere che Garibaldi, al Fortino incontrò anche il Bertani e Cosenz. Secondo il racconto del Bertani (….), riportato anche dalla giornalista Jessie White Mario, Bertani stesso arrivò con Garibaldi a Sapri, insieme a Cosenz e con essi si portò a Vibonati, e con essi salì al Fortino. Garibaldi si incontrò al Fortino con Bertani e Cosenz ma essi erano con lui a Sapri ed insieme proseguirono al Fortino. Insieme a Garibaldi, a Bertani, a Cosenz, salì al Fortino anche il generale Gandini della Brigata Milano. Al Fortino, Garibaldi, si incontrò sicuramente sia con il generale Turr e Cosenz, ma essi erano arrivati prima di lui a Sapri con le loro rispettive brigate. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 397, in proposito scriveva pure che: “III. – Nella sera del 2 settembre, ad ora inoltrata, Garibaldi con suoi sei fidi e valorosi compagni, Cosenz, Bixio, Medici, Sirtori, Bertani e Basso, suo Segretario particolare etc…”. Dunque, a Sapri, Garibaldi arrivò con Cosenz, Bixio, Medici, Sartori e Basso, essi erano in sette come scrisse pure il Bertani ed è plausibile che essi si recarono al Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre all’alba Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buona ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva etc….” (151). Quella che si tenne nella taverna di Fortino fu, dunque, un vero e proprio consiglio di guerra. Erano infatti presenti, come abbiamo visto, oltre al dittatore Giuseppe Garibaldi e al segretario generale Agostino Bertani anche il generale di divisione dell’Esercito Meridionale, l’ungherese Istvàn (italianizzato Stefano Turr, il maggiore generale Enrico Cosenz, il segretario personale, oltre che fedelissimo amico, di Garibaldi, il nizzardo Giovanni Battista Basso, ed infine il Segretario di Stato della marina dittatoriale siciliana, l’alessandrino Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Etc…”. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre….Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, etc…”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, …..ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono. Il mattino del giorno 4 settembre (era di martedì), il piccolo seguito del Generale, con un reparto delle brigate accennate, salì a cavallo (10) e prese una via mulattiera abbastanza ripida ad un’altezza media di circa settecento metri. Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “….rimase principalmente scolpita nella mente della rozza casetta del monte Cervaro per la interessante scena che colà si svolse, e forse anche per le entusiastiche dimostrazioni di giubilo dei popoli accorsi. Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 149, in proposito scriveva che: “Garibaldi giunto a Sapri scrisse a Turr la seguente lettera: “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Mandatemi a dire ove si trova la brigata Caldarelli. In ogni modo speditemi immediatamente notizie vostre a Fortino, o venite in quel punto voi stesso. Stasera probabilmente pernotteremo a Vibonati. Firmato G. Garibaldi.”. Il Pecorini, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso.”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Eravamo affamati. – Occupammo la sola stanza disponibile nell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di qua, sovra un tavolo, contro l’assito veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico etc…”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…..insieme a Rustow…..La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella notte dal 3 al 4 settembre fu alla testa delle truppe, ed accanto a lui cavalcava il fedele Turr, della generosa terra d’Ungheria! Lo Stato Maggiore di Garibaldi era formato da ufficiali valorosi, già provati in aspre battaglie, tutte combattute per la libertà e la indipendenza dei popoli. Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia. Ma quali timori ? Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare……Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 1857 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi nell’attuale comune di Casalnuovo, in proposito scriveva che: “Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo ma credo che gli accompagnatori di Garibaldi si partissero dal Fortino, ovvero essi erano al Fortino con Garibaldi. Queste notizie, De Crescenzo le prese dal testo di Giuseppe Guerzoni (….), del suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Dalla notizia degli amici e accompagnatori di Garibaldi possiamo dire se questi personaggi facessero parte della comitiva che da Castrocucco accompagnava Garibaldi a Sapri ?. Sappiamo che il generale Turr, non era a Sapri perchè era partito per il Fortino su ordine di Garibaldi. Sappiamo che il generale Enrico Cosenz era con Bertani e Garibaldi a Castrocucco, da dove in barca si recarono a Sapri. Di Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, sappiamo che solo Nullo viene citato come uno dei sei che accompagnava Garibaldi a Sapri. E’ molto probabile che Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Mordini, Missori e Serafini, fossero già al Fortino per incontrarsi con Garibaldi. Memor (….), nel suo “La fine di un Regno – con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. ……….., a p. 461, in proposito scriveva che: “Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, povera terra del circondario di Lagonegro; e di là, per maggior sicurezza, fu consigliato a scendere alla marina di Scalea, dove s’imbarcò. Arrivò la sera del tre, a Sapri. A Sapri era approdata, il giorno innanzi, la divisione di Rustow e Pianciani, la quale, ultima arrivata, divenne l’avanguardia dell’esercito garibaldino. Il giorno quattro, il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono a nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, in sussidii ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono, il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei, Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri, E’ in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “………………………”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi al Fortino del Cervaro e la folla di curiosi che accorsero per vedere l’Eroe dei Due Mondi detto “Carlobardo”
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “….‘l’eroe….al Fortino di Casaletto Spartano (ove è posta una lapide in ricordo del suo storico passaggio) etc…”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Arrivò così al Fortino del Cervaro, situato sul tenimento della frazione di Battaglia (Casaletto Spartano), un tempo famoso fortilizio tra le scabre montagne di Basilicata e Principato. Tutta la gente affluiva alla consolare della Calabria, perchè sapeva che Garibaldi l’avrebbe percorsa dal Fortino a Polla. Etc…”.“. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112-113 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Uno studioso di memorie patrie (11), in alcune sue pagine inedite, ricorda l’entusiasmo provato nell’attesa e nell’arrivo dell’Eroe: “Anch’io, con Raffaele Caputo marito della mia zia materna Rosa Santoro, con costei, con Vincenzo Caputo, di lei cognato, con l’armaiuolo (vulgo, armiere), Caggiano, del quale mi sfugge il nome, e qualche altro parente o amico che non ricordo bene, il 4 ci recammo giù giù, alla contrada del Carrara dell’Arena, donde ben si poteva osservare il passaggio dell’atteso corteo. Fermatici in un nostro fondo rasentato dalla consolare delle Calabrie, invano attendemmo il vincitore di Calatafini, Palermo ecc…, che quel giorno non passò. Il domani tutti giù di buon’ora. Oh, l’ansiosa aspettazione ! Splendeva un bel sole. Il viale formicolava di gente d’ogni età e condizione, non esclusa una buona rappresentanza del clero e dei minori osservanti. Finalmente il corteo apparve. Tanto calpestio sollevava nugoli di polvere. Sguardi, braccia tese, acclamazioni interminabili verso chi veniva, su bianco cavallo, in nome di Italia. Quanto fascino emanava da lui e da tutte le camicie sosse! E tra esse, che già ne contavano due partiti da Quarto (12), si confuse l’armiere con altri sedici di questo paese (13). Etc..”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (11) postillava che: “(11) Il sacerdote Angelo Rotunno, nato a Padula il 31 gennaio 1851, che contava allora otto anni sette mesi e pochi giorni”.“. De Crescenzo, a p. 113, nella nota (12) postillava che: “(12) Vincenzo Padula ed Antonio Santelmo, di cui già si è parlato.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Lungo ogni via che stimavano dover Egli lambire, con prestezza del baleno, da Reggio a Salerno, si accalcavano le genti convenute da trenta chilometri discosto per compiere nelle parvenze della vista il fantasma plasmato della mente: era gente varia per ordini, per cultura, per età, e gentili donne e poveri contadini e legioni preti, frati, artieri, braccianti; tutti dall’aprirsi dell’alba aspettavano sui ciglioni dei campi il suo passaggio, altri si ghermiva alla cima degli alberi per vederlo da lungi e primo agli altri additarlo. Su quella via passavano alla rinfusa drappelli di militi insorti, schiere di camicie rosse, uffiziali d’ogni lingua e nazione, branchi di regi soldati, i quali laceri, scalzi, e sfiniti, pitoccavano il pane per vivere ai viandanti; e tutti, a ragione d’entusiasmo e di pietà, gittavano all’eco dei colli e delle valli il nome di Lui; ed il nome di Lui riecheggiava, di momento in momento, di punto in punto, fede, augurio speranza….Come egli appariva era gente che cadeva in ginocchio, gente che ne baciava le vesti, gente che voleva torlo in sulle braccia ai suoi brevi alloggiamenti; e di passo in passo, erano rappresentanze di Municipi, d’istituti e di cleri, che si pressavano a compire degli onori uffziali dei Cesari fatti Iddii, il nuovo Cesare fatto popolo.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 39 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Tratti appunto da tale irresistibile entusiasmo, i numerosi cittadini, d’ogni età e condizione, accorsi sul Fortino, nel 4 Settembre, dai luoghi circostanti, dalle città e dai villaggi, dalle ville e dai casolari, proruppero in deliranti acclamazioni ed evviva, che la vergine eco ripetè, con incessante lena, su per l’ispido monte Cervaro e giù per la fertile vallea, e che venivano quasi a fugare e disperdere le tristi ricordanze delle passate vicende, di cui erano stati teatro quei luoghi, pei quali erano transitati, nei passati secoli, tiranni ed eserciti invasori, che venivano a ribadire le nostre catene, da Alarico a Carlo V, da Consalvo di Cordova a Bonaparte. Il Dittatore accolse tutti con ineffabile cortesia, che era dote del nobile animo suo, esortandoli alla santa impresa con quella fede e con quella sicurezza, che, anche nei momenti più difficili, non gli vennero mai meno. E tutti rimasero alllora compresi dalla più viva ammirazione pel grande Eroe, in cui lo sguardo acuto e fosforescente, la fronte maestosa e serena, la barba bionda e diffusa, i capelli ricadenti sulla nuca in larghe anella, il viso spirante fiducia e rispetto, l’eloquio meludioso ed affascinante, e tutta la persona agitata e quasi vibrante energia, amore e fede nei destini d’Italia, facevano il più bello e poetico risalto sulla fiammeggiante camicia, che Egli aveva preso per insegna delle sue gloriose e leggendarie imprese a prò dell’umanità oppressa. A quei dolci racconti, appresi dalla viva voce dei fortunati contemporanei, noi esclamiamo col Manzoni: …..”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani,……Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone D. Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva……Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera, su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’, (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga le tempeste.“. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso coralo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.” Per chi non conosca la taverna del Fortino, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Nessuno timore: perchè la vampa del patriottismo era finalmente esplosa anche tra le popolazioni ignoranti, ed alle finestre dei paesini che si attraversavano, erano stati esposti piccoli tricolori, mentre sulla cima delle colline ardevano fuochi in segno di gioia e di saluto. Era festa, così, ovunque. E la gente più non si nascondeva, ma usciva sulle porte a far lume, nella speranza di vedere Garibaldi ‘con la spada d’oro al fianco’ e la camicia rossa come il suo gran cuore! Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi. Anche l’anfiteatro delle montagne, in quella notte di marcia, fu illuminato dalla luna, e ciò sembrò un lieto auspicio per coloro che, di trionfo in trionfo, si avvicinavano alla ‘Capitale’ per iconsegnarla all’Italia.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…………….”.
Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino (o a Casalnuovo ?), Pietro LACAVA e Nicola MIGNOGNA che consegnò a Garibaldi la somma di 6000 ducati
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. Etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sempre il Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia, e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Caldarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, invano avevano chiesto denaro alle casse pubbliche ed ai privati, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprorevoli dissidi, edil Generale rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che presso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque reputazione” (1).”. Pesce, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria’ del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 405-406, in propposito scriveva che: “Quivi si fecero pure allora incontro al Generale il Prodittatore della Basilicata Nicola Mignogna ed il Segretario del Governo provvisorio Pietro Lacava, i quali gli presentarono gli omaggi dell’insorta Provincia e l’offerta del popolo lucano di 6 mila ducati, dono prezioso nelle contingenze in cui il Dittatore si trovava. Infatti, buona parte di quella somma fu fatta distribuire ai soldati borbonici del Cardarelli, i quali, marciando fra popoli nemici, e spesso qua e là erano costretti a stendere la mano per chiedere l’elemosina ai cittadini ed agli stessi soldati di Garibaldi. Di quella somma pochi mesi dopo si volle ricevuta dal Generale Garibaldi, al quale si fecero giungere fino al romito scoglio di Caprera le querule note di riprovevoli dissidi, ed il Genenare rispose a Giacomo Racioppi nel 6 Febbraio 1861: “Rammento che spesso Lagonegro vidi i Prodittatori provvisori della Lucania, fra i quali il nostro Nicola Mignogna, che mi offrirono spontanei ducati 6 mila pei bisogni della Patria. Queste parole sgannino gli illusi, e facciano zittire quei parchi nel fare, e nel dire così alteri, che volentieri azzannano ogni qualunque riputazione”. Da questa lettera del Generale si vede che anche in lui rimase saldo nella mente il grato ricordo di quei luoghi pittoreschi, che per gli importanti avvenimenti sono ormai consacrati alla storia.”. Pesce, a p. 406, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera di Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Alla taverna arrivarono Michele Mignogna e Pietro Lacava mandati dal governo provvisorio di Basilicata per consegnare al Generale la somma di sei mila ducati. Garibaldi accettò ben volentieri quella somma, rispondendo al Mignogna “Gradisco più questa somma che un esercito.”. Difatti urgeva denaro per provvedere ai bisogni di quelle colonne insurrezionali. Una parte di esso servì per alimentare le truppe del generale Caldarelli, che non aveva potuto ottenere dal governo i mezzi necessari (1). Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Mazziotti, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Lacava Michele, opera citata, pag. 701 – Discorso di Pietro Lacava tenutosi in Napoli nel maggio 1911, nel Congresso dei patri superstiti delle patrie battaglie, p. 17.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settimane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto. I lucani gli mandavano in attestato di affetto il dono di 6000 ducati (25000 lire) e arruolarono una brigata Lucana che seguì Garibaldi fino a Napoli, dove 900 si sbandarono, mentre gli altri 1200 parteciparono alla campagna del Volturno (3). Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (3) postillava: “(3) Racioppi, 217; Mignogna, 214-215”. Dobelli, a p. 436, postillando di “Mignogna = Carbonelli (G. Pupino) – Nicola Mignogna, Napoli, 1889.”. Infatti, Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Garibaldi gli stende la mano, gli ripete con voce incantevole: “Bravo, Mignogna, voi avete ben meritato della Patria!”. A cui il Mignogna: “Tutto è possibile, Generale, quando voi volete.” E si dicendo, gli porge un foglio. E’ un telegramma di Giuseppe Libertini presidente del ‘Comitato Unitario che annunzia: “Francesco II, preso congedo da’ Napoletani s’imbarca per Gaeta….” etc…”. Pupino, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). “Dal sig. avv. Nicola Mignogna ho ricevuto Ducati seimila (pari a L. 25,500), offerta fatta dalla Provincia di Basilicata al Dittatore. Il Segretario Generale della Dittatura Agostino Bertani.” “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “5 Settembre….Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Anche press’a poco alle 8 (a.m.) il Generale Garibaldi con le persone che l’accompagnano perviene sulla consolare per Sala ad un gruppo di case chiamato Fortino. Ivi il Generale trova i Signori Mignogna, Prodittatore di Basilicata, e Lacava venuti a salutarlo e per offrirgli D. 6000 in piastre e colonnati (beati tempi!!). E secondo il De Cesare il dono riesce molto gradito al Generale !!! Ed il Lacava fa sapere, che di tal somma il Dittatore ne fa tenere una parte al Generale Caldarelli: il quale marciando tra i nemici popoli ha chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di chi pagare i viveri dei suoi soldati. Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Dunque, Raffaele De Cesare scriveva che Garibaldi ricevette Mignogna all’osteria del Fortino e non a Casalnuono. Secondo il Bertani, Mignogna arrivò al Fortino il giorno 4 settembre 1860 ed a Casalnuovo, il giorno 5 settembre si recò con Garibaldi come invece, diversamente scrive il Treveljan. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Garibaldi intanto, di vittoria in vittoria, il 4 settembre toccò la nostra terra al Fortino nel Lagonegrese, ove s’incontrò con Mignogna.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi…..Etc…. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Basilicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pP. 147-148 e ssg., in proposito scriveva che: “Lo attendevano Nicola Mignogna e Pietro La Cava: due cospiratori audacissimi, i cui nomi erano segnati a carattere di fuoco nel libro nero della polizia borbonica. Il colloquio sulla effervescenza della Basilicata – sollevatasi dopo il 20 luglio – avvenne nella storica “Osteria”, ove Pisacane radunò il suo minuscolo Stato Maggiore nella notte del 30 giugno 1857. Ed a Garibaldi i suddetti cospiratori lucani consegnarono, in nome del loro Governo provvisorio, ben seimila ducati in ‘piastre e colonnati’. Ad una certa ora, intorno al “Fortino” si fece silenzio. Garibaldi si concesse un pò di riposo”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono….Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…..al Fortino,…..dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Questi porsero al generale gli omaggi del Governo lucano e della sua popolazione e come riconoscenza gli consegnarono seimila ducati. Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Gaetano Lancillotti, a p. 115, in proposito scriveva: “480 Gaetano Lancillotti, Conto sommario degl’introiti e degli esiti fatti dal Governo Provvisorio dlla Insurrezione Lucana nell’agosto e settembre 1860, s. 1., nè a. (1861). Il Prestito Nazionale fruttò al Governo prodittatoriale la somma di duc. 22.930,22 etc…Il resto del riscosso, duc. 6.000, venne consegnato a Giuseppe Garibaldi come risulta dalla lettera di Garibaldi a Giacomo Racioppi del 6 febbraio 1861 da Caprera con la quale si dà quitanza della somma ricevuta.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”.
Nel 1856-57, i Processi a diversi rivoluzionari antiborbonici: Nicolò MIGNOGNA
Maria Sofia Corciulo (….), nel suo “Opinione pubblica e processi politici nel regno delle due Sicilie: il caso Mignogna – De Pace (1855-56)”, in “Archivio Storico per le provincie napoletane”, vol. CXXII, Società Napoletana di Storia Patria, 2005, a p. 395 ci parla del processo intentato nel 1856 contro Nicola Mignogna e, a p. 403, in proposito scriveva che: “Sorprendentemente, nonostante le peggiori aspettative, la sentenza fu mite: il 2 ottobre 1856, al Mignogna fu comminato l’esilio dal regno (il Mazzini era intervenuto in suo favore presso l’ambasciata inglese in Napoli). Agli altri imputati, con l’eccezione dei recidivi detenuti, Ventre, Mauro e De Angelis, ai quali furono aggiunti ai 20 che già stavano scontanto altri 12 anni di ferri, non furono inflitte pene eccessivamente dure: due anni al sacerdote De Cicco ed uno al monaco Ruggero. I restanti inquisiti vennero assolti, fra cui il De Pace (25). Etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Nicolò Cataldo Mignogna (Taranto, 28 dicembre 1808 – Giugliano in Campania, 31 gennaio 1870) è stato un patriota e politico italiano. Fu uno dei 1089 componenti della Spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Nel 1836 si iscrisse alla Giovine Italia e partecipò ai moti del 1848. Poiché era stata trovata una corrispondenza cifrata nella sua abitazione, nel 1855 fu processato e condannato all’esilio perpetuo dal Regno delle Due Sicilie. Si recò allora a Genova, dove conobbe Giuseppe Garibaldi che lo nominò tesoriere della spedizione dei Mille. A Talamone fu aggregato alla III Compagnia di Giuseppe La Masa e si imbarcò sul Lombardo. Fece amicizia con Emilio Petruccelli, con cui il 5 agosto convocò il comitato d’azione. Il 15 agosto il comitato emise un comunicato che invitava tutti i liberali a convergere a Potenza dove, grazie ad una rivolta civile, fu costituito il governo prodittatoriale nelle persone di Giacinto Albini e di Mignogna. Il 4 settembre 1860 Garibaldi giunse a Fortino di Lagonegro dove fu accolto da Mignogna e da Pietro Lacava, i quali posero gli omaggi del governo lucano e gli consegnarono a nome del popolo seimila ducati, devoluti ai soldati borbonici disertori. Su Nicola Mignogna ha scritto Giuseppe Pepino-Carbonelli (….), nel suo Nicola Mignogna nella storia dell’unità d’Italia, Napoli (1889).
Nel 4 settembre 1860, alla taverna “Osteria” del Fortino, Garibaldi incontrò Francesco Paolo LAVECCHIA, comandante della Colonna di Tricarico e di stanza a Lagonegro
Pare che al Fortino, Garibaldi, oltre ad avere incontrato il messo di Depretis, Piola-Caselli e Mignogna e Lacava, avesse incontrato e ringraziato anche Francesco Paolo Lavecchia, comandante dei volontari che si trovavano di stanza nel Lagonegrese. Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi.”. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – etc….narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro, per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Garibaldi intanto, di vittoria in vittoria, il 4 settembre toccò la nostra terra al Fortino nel Lagonegrese, ove s’incontrò con Mignogna. Il dittatore ringraziò Lavecchia sia per lo splendido lavoro compiuto nel lagonegrese, sia per avere con intelligenza raccolti e disarmati i gendarmi e i soldati borbonici in fuga, e sotto buona scorta avviati ai propri paesi, sia per aver preparato i viveri alle truppe garibaldine.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……
Nel 4 settembre 1860, al Fortino, il garibaldino lucano Giambattista PENTASUGLIA alle prese col telegrafo
Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 41-42 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Si rammenta pure che in quel rincontro Garibaldi ed il suo seguito accettassero di buon grado dai cittadini delle cibarie e forse anche il capretto arrostito di cui parla il Bertani, e che un Garibaldino – forse il nostro comprovinciale Giambattista Pentasuglia di Matera, che fu l’unico glorioso rappresentante della Basilicata nella spedizione dei Mille, alla quale prese parte come valoroso milite e come direttore dei servigi telegrafici – attaccasse al filo, che passava per quella località, un apparecchio Morse per trasmettere, d’ordine al Generale, telegrammi a Sala ed a Salerno. Etc…”. Da Wikidepia leggiamo che Giovanni Battista Pentasuglia, noto come Giambattista (Matera, 3 novembre 1821 – Matera, 4 novembre 1880), è stato un patriota e politico italiano. Noto per essere stato l’unico lucano a prendere parte, sin dal principio, alla spedizione dei Mille, partecipò anche alle guerre d’indipendenza italiane e svolse importanti incarichi nel campo della nascente telegrafia. A seguito dell’Unità d’Italia, fu insignito del titolo nobiliare di Conte, nominato ispettore generale ai telegrafi ed eletto deputato (1861). Ideò e pose in opera il cavo telegrafico sottomarino tra Sicilia e Sardegna e sullo stretto di Messina. Partecipò anche alla terza guerra d’indipendenza e, una volta terminata, fece ritorno alla sua natia Matera, lavorando come ispettore capo dei telegrafi e passandovi il resto della sua vita. La città lo premiò con una medaglia d’oro per le sue gesta patriottiche. È sepolto nel cimitero di Matera di via IV Novembre. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 76, in proposito scriveva: “Fu nominato tenente del genio militare piemontese, e fu occupato negli uffici telegrafici. Nella guerra della II° Indipendenza (1859) contro l’Austria il tenente Pentasuglia, come telegrafista, rese segnalati servizi all’esercito italo-francese. Come si è detto, egli seguì Garibaldi fin da quando questi salpò da Quarto per la Sicilia, poi, fin al Volturno. Nessuna gratitudine ebbe per lui il nuovo governo italiano ed il valoroso Pentasuglia, disdegnato ma fiero della sua forte anima, si ritirò a Matera ove morì il 4 novembre 1880, povero e lieto di aver compiuto il suo dovere per la Patria.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 30-31, in proposito scriveva: “…è opportuno accennare ad un interessante episodio, di cui fu protagonista un lucano. Fra i Mille, che seguirono Garibaldi in Sicilia, vi era un cittadino di Matera, Giambattista Pentasuglia, telegrafista. Questi, appena sbarcato a Marsala, si affrettò a raggiungere l’ufficio telegrafico. Qualche minuto prima, l’impiegato addetto a tale ufficio, aveva comunicato a Palermo la notizia dell’arrivo di due piroscafi nel porto di Marsala. Il Pentasuglia, dopo aver puntato la rivoltella contro l’impiegato, telegrafò a Palermo che i due vapori “erano borbonici”, e che non vi era, pertanto, alcuna ragione di preoccuparsi.”.
Nel 4 settembre 1860, Turr che aveva accompagnato il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, arrivati al Fortino del Cervaro si fermarono per attendere il generale Garibaldi, a cui consegnarono delle lettere riservate di Depretis e di Cavour
Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, in proposito scriveva pure: “Coerentemente a questa lettera Turr appena arrivato a Fortino il 4 Settembre, si fermò per attendervi il Dittatore che vi arrivò il giorno stesso. Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, etc…”. Nel racconto del Diario di Agostino Bertani, che ricordiamo sbarcò in sieme a Garibaldi sulla spiaggia di Sapri, nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 73-74 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare; ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Turr, del cui intervento non compresi la necessità; poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz.”. Bertani racconta e testimonia della riunione che si ebbe al Fortino del Cervaro tra Garibaldi, Turr e Piola. Anche Turr era già al Fortino. Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 83-84 e ssg., in proposito scriveva: “IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”…”. Sappiamo del viaggio del Piola per incontrare Garibaldi sul campo, latore della lettera del Depretis che consegnò a Garibaldi al Fortino il 4 settembre 1860 ma non ci sono notizie sul viaggio. E’ molto probabile che sia Piola che l’Augier si siano incontrati a Sapri con il Turr e partiti insieme di buon ora col Turr che li accompagnò verso Garibaldi. Garibaldi gli aveva ordinato di muoversi da Sapri ma gli aveva scritto che sarebbe risalito al Fortino, dove poi tutti si incontrarono. Riguardo il viaggio di ritorno del Piola sappiamo pure che egli arrivò a Palermo il giorno 5 settembre 1860. Dunque, non è difficile che il Piola, si imbarcò di nuovo a Sapri per raggiungere via mare Palermo. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”. L’ultima notizia dell’Agrati non corrisponde al vero in quanto non fu Turr ad “…dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc..”, ma fu Rustow con buona parte delle truppe garibaldine che il giorno 2 settembre sbarcarono a Sapri con il Turr e con Rustow. Quando Garibaldi arrivò a Sapri e diede l’ordine a Rustow di avviarsi a Vibonati, il Turr aveva lasciato Sapri già dalle prime ore del mattino. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino e nella taverna che già aveva accolto il Napoletano si incontrò col medico Agostino Bertani, attivo organizzatore della spedizione; col generale Stefano Turr, comandante della XV Divisione; con Enrico Cosenz, comandante della XVI Divisione; con Giuseppe Piola, comandante della Marina Siciliana; etc…”. Dunque, dai brani e dalle notizie sappiamo che Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis.
Nel 4 settembre 1860, Garibaldi, alla taverna del Fortino del Cervaro ricevè il Ministro della Marina Siciliana, Giuseppe Alessandro PIOLA-CASELLI, latore di una lettera di DEPRETIS che gli chiedeva l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo
Turr ed il ministro Piola erano già al Fortino il 4 settembre 1860 ed attendevano l’arrivo di Garibaldi. Infatti, Garibaldi, proveniente da Sapri, accompagnato e seguito dal suo segretario Basso, il generale Cosenz, Agostino Bertani ed altri, il 4 settembre 1860 si incontrò con il ministro Piola, latore di una lettera di Depretis. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, nel vol. II, in cui a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis, colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola. “La scena (scrive il Bertani) (1) accadeva in una povera osteria. Turr e Cosenz, presenti al colloquio, etc…”. Guerzoni, a p. 177, nella nota (1) èposstillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 149-150, in proprosito scriveva che: “Ivi fu raggiunto il Generale Garibaldi dal comandante della flotta siciliana Piola, mandato espressamente da Depretis Prodittatore a Palermo per sollecitare Garibaldi a decretare l’annessione, senza di che, organizzare la Sicilia era impossibile. Garibaldi chiamò a consiglio Cosenz e Turr, il cui parere fu l’annessione, purchè il Governo soccorresse apertamente le operazioni sul continente, ed il Depretis restasse in Sicilia come Luogotenente del Re. Garibaldi dopo alcuni istanti di riflessione cominciò a dettere al suo segretario Basso questa risposta: “Fate l’annessione quando volete”. In quel momento entrò Bertani etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Sul Fortino di Casaletto ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi. Là ci aveva raggiunti, per un altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana, il quale veniva da Palermo, inviato dal Depretis, a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia. Eravamo affamati, ed occupammo la sola stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo spartiva in due la stanza. Al di quà, sovra un tavolo contro l’uscio, veniva recato allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto, ma ben d’altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico, e gli venne agevolmente fatto di impegnarli in suo aiuto. M’accorsi bensì di qualche imbroglio, ma più di esso in me potè il digiuno, e mi posi intorno al capretto. Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito dal suo compagno e segretario privato Basso, e del comandante Piola, passare al di là dell’assito e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitai a mangiare: ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Tur, del cui intervento non compresi la necessità, poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora mi avvidi che potevo entrare anche io, quant’unque non rivestito di alcun carattere ufficiale. Era tempo. Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte nella scena interessante che descrivo. Appena al di là dal piccolo uscio a dritta stava seduto Garibaldi su d’una rustica sedia, al suo fianco destro Tur, all’estremità sinistra della camera, in piedi appoggiato ad un letto stava Cosenz. Rimpetto a Garibaldi, chi aspetta la dettatura, Basso. Al suo fianco, e proprio in faccia a Garibaldi ed in piedi, Piola. Io mi posi all’estremità destra della camera sotto una finestra e ritto. Il discorso durava da pochi minuti, quand’io entrai con qualche sorpresa dei presenti. Garibaldi, sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza, disse forte: Basso, scrivete, e dettò: ‘Caro Depretis, fate l’annessione quando volete’. La gran parola era slanciata….E la scena finì. Garibaldi si levò. L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passandomi accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi. Avevo compiuto ciò che credevo mio dovere allora, e non ricordo se rimanessi solo anche a mangiare il capretto allo spiedo. Poco dopo si partì. Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi, già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalbuono (1).”.”. Pesce, a p. 403, nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani pag. 71.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 33, in proposito scriveva che: “E là, nell’osteria del Fortino – dove per grata memoria bisognerebbe apporre un ricordo marmoreo – si svolse allora un avvenimento straordinario, che entra nella storia generale d’Italia, narrato diffusamente nel Diario dal Medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente: “…..Là ci aveva raggiunti, per altra via, il Tenente di Vascello della Marina Sarda Signor Piola, innalzato al maggior grado di comando della Marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, etc….”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 133, in proposito scriveva che: “Arrivano continuamente alla taverna deputazioni delle provincie recando sempre più liete notizie, il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi e il generale Turr. La Lessie White Mario riferisce questa scena narratale dal Bertani “Garibaldi entra in una stanza etc….”. Sappiamo che Piola Caselli si incontrò con Garibaldi e con il gruppo che lo accompagnava al Fortino del Cervaro. Moliterni, a p. 196, in proposito scriveva pre che: “Bertani riferisce del colloquio con il Ministro della Marina Siciliana avvenne la mattina del 4 settembre nella taverna del Fortino (21).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 114-115 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Al Fortino….Mentre la comitiva era lì radunata per accordarsi circa le mosse da prendere, arrivavano in continuazione deputazioni delle provincie, per annunziare liete notizie. Vi giunsero anche il dott. Mari di Auleta, il Mignogna, il Lacava, il Turr, il Piola, quest’ultimo ufficiale della flotta piemontese, capo della marina siciliana di Garibaldi, ed inviato dal Depretis con l’incarico di persuadere il Generale a dare il suo consenso all’immediata annessione della sola Sicilia al regno di Vittorio Emanuele. Costui fu sostenuto con tutto ardore dal Turr, e dal Cosenz, i quali supplicarono il Generale di concedere l’annessione a condizione che il Depretis rimanesse al governo come luogotenente di Vittorio Emanuele e ce non si cessasse di mandare dall’isola sussidi ai garibaldini, consistenti in forze ed in denari. In quella taverna si svolse un famoso episodio riflettente quanto abbiamo or ora accennato e che vale la pena riportare. Il Bertani lo narrò alla signora Iessie White Mario, che così lo riferisce in una sua opera (15): “Garibaldi entra in una stanza ove fumava etc…”. E la scena, dopo qualche minuto, finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione (17). La lettera interrotta venne lacerata e in sua vece ne fu spedita una nuova che rimandava l’annessione ad altro tempo.”. De Crescenzo, a p. 115, nella nota (15) postillava: “(15) A. Bertani e i suoi tempi, vol. II.”. De Crescenzo, a p. 116, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. anche l’altra opera del Bertani: Ire politiche d’oltretomba.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Su quella taverna fu murata, nel 1923, per deliberazione del Consiglio provinciale di Salerno, una lapide a ricordo dei fatti ivi avvenuti. L’epigrafe dice: “QUI SOSTAVANO IL 29 GIUGNO 185 CARLO PISACANE IL 4 SETTEMBRE 1860 GIUSEPE GARIBALDI ecc…”. VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi.”. Dunque, De Crescenzo riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Casalnuovo scriveva che egli era accompagnato dal generale Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori e Serafini, personaggi dei quali in parte ho già parlato. E’ chiaro che anche se De Crescenzo si riferiva all’arrivo della comitiva a Casalnuovo, poichè la comitiva di Garibaldi proveniva dalla Taverna del Fortino del Cervaro va da se che questi personaggi erano con lui anche al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109-110, in proposito scriveva che: “Dopo poco tempo, poco più di tre anni, Fortino fu di nuovo protagonista della storia risorgimentale. In questo caso è Agostino Bertani, tra i principali protagonisti dell’impresa dei Mille in qualità di Segretario Generale del dittatore Garibaldi, a raccontarci gli eventi per mezzo della sua biografa Jesse White Mario: “Martedì 4 settembre……“. Montesano (….), a p. 110, nella nota (151) postillava: “(151) Jesse White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi, Tipografia di G. Barbara, Firenze, 1888, pagg. 498 e 499.”. L’editore non è “G. Barbara”, ma è “G. Barbèra”. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, a pp. 456 e ssg., in proposito scriveva che: “Sommario: Da Sapri a Napoli – Martedì 4 settembre……Entro anch’io, etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Garibaldi e i suoi tempi illustrato da Edoardo Matania” (ed. Treves, 1905, nuova edizione) parlando di Garibaldi e dell’annessione della Sicilia riporta il racconto di Agostino Bertani delo storico incontro che avvenne con Ghio alla taverna del Fortino. La White Mario, a p. 283 e ssg., nella nota (1) postillava: “(1) Ire politiche d’oltre tomba, raccolte da Agostino Bertani”. La White, però in questo testo riporta solo la descrizione dell’incontro alla Taverna del Fortino dove si discusse l’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo. Su Agostino Bertani al Fortino, Moliterni, a p. 196, nella nota (21) postillava: “(21) Il patriota lombardo rievocò la scena nel suo diario, il cui relativo stralcio fu trascritto da Jessie White Mario, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, pp. 456-457, e nel suo libro Ire politiche d’oltre tomba. L’epistolario di Giuseppe La Farina, Firenze, 1869, pp. 72-77.”. Infatti, Agostino Bertani (….), nel suo “L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani” del 1869, dove, il Bertani, a pp. 71 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi invero, per quella sua incauta ed imperiosa tendenza di abbandonare il potere, per l’indifferenza sua di governo e per la noia de gl’intrighi, avrebbe forse concessa l’annessione della Sicilia prima dell’ingresso a Napoli, se una voce di amico, per quanto poco autorevole, non gli avesse mostrato la sconvenienza di compiere quell’atto e tanto più in quei giorni. E quella voce allora ascolta fu la mia.”. Bertani, a p. 73 e ssg., in proposito scriveva che: “Vi trovammo alcuni amici politici inviati dalle provincie vicine che venivano a dare informazioni ed aiuti al generale Garibaldi. Là ci avea altresì raggiunto per altra strada il tenente di vascello della marina sarda signor Piola, innalzato da Garibaldi al maggior grado della marina siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui avvenuto etc….“. La giornalista inglese Jessie White Mario (….), (vedova Mario), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra”, nel cap. XVIII: “Segretario generale del dittatore (Settembre)”, pubblicò e trascrisse l’episodio tratto dal Diario o taccuino del Bertani, ed a p. 456-457-458, in proposito scriveva che: “Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitamente con Turr giunto anche lui. Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”. Trasognai e dissi: “Generale, voi abdicate”. Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Si, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete ancora a Napoli.”. La discussione fu concitata: chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Turr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero, che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. “Avete ragione”, disse il generale, e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: “Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C….”. E la scena finì. Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino, ….furono prese importanti decisioni (63). Tra i presenti c’era il tenente di vascello Giuseppe Piola, che Garibaldi aveva nominato comandante della Marina Siciliana. L’alto ufficiale era stato inviato da Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, col compito di indurre Garibaldi a consentire l’annessione dell’isola al regno sabaudo. Il tentativo si inseriva nel disegno etc…”. Fusco, a p. 352, nella nota (63) postillava: “(63)…….”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “Ed ora trascriviamo il Bertani:…..Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a p. 200, nella nota (4) postillava: “(4) La taverna del Fortino va ricordata nella storia del Risorgimento italiano per due avvenimenti importantissimi che vi si verificarono con opposti eventi. Ivi fu disgraziatamente deciso, nel consiglio tenuto da pisacane con Nicotera e Falcone, di restare nella provincia di Salerno piuttosto che passare nella Basilicata e di lì, occorrendo, in Calabria; ivi fu tre anni dopo fortunatamente deciso da Garibaldi, per savio suggerimento di Agostino Bertani, di non consentire alla sollecita annessione della Sicilia al Piemonte, che il prodittatore Depretis, portavoce del conte di Cavour, s’industriava di ottenere a mezzo di Cosenz, di Turr e principalmente del suo fido Piola. Se Pisacane avesse ceduto ai suggerimenti dei compagni, la sua impresa avrebbe forse avuto men triste fine; se Garibaldi avesse ceduto alle richieste del Depretis si sarebbe perduta forse per sempre, o almeno ritardata di molto, l’opportunità di unificare l’Italia. I tempi erano diversi. Su proposta dell’on. M. Mazziotti il consiglio prov. di Principato citeriore nell’adunanza del 1° ottobre ultimo, deliberò l’apposizione di una lapide che ricordasse i due avvenimenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre etc….A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Il Generale si capacitò rapidamente dell’evidenza delle mie ragioni, oppose qualche parola alle insistenze di Turr, proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii, e scosso il capo, gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunse: ‘Basso, stracciate la lettera’. E poi con calma riprese a dettare: ‘Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti (1)’.” E la scena finì. Garibaldi si levò L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese, uscendo dalla stanza e passando accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.”.”. Pesce, a p. 37, nella nota (1) postillava: “(1) Dal recente libro di Francesco Crispi, I Mille appare non solo che fu egli il vero organizzatore della gloriosa spedizione, ma prevenne altresì, in quelle contingenze, il Bertani del pericolo della prematura annessione della Sicilia scrivendogli, tre giorni prima, una vivacissima lettera, arditamente interrogante: “La Sicilia è in potere d’un Luogotenente di Cavour (il De Pretis). Si parla oramai d’immediata annessione, e si dà come voluta e comandata da voi. Sarà mai vero ? Ditemelo. E’ vero che fra 15 giorni, per ordine vostro, la Sicilia sarà chiamata a votare sulla sua sorte?.”.”. Francesco Crispi in quei frangenti era Ministro del governo di Depretis in Sicilia, allorquando i Mille di Garibaldi l’avevano conquistata e tolta ai Borbone. Nel 2017 è apparso un saggio di Biagio Moliterni (…),che scrisse sulla scorta della notizia diffusa dal Policicchio. Moliterni, collaborando con la rivista “I Corsivi” (edizione postuma a quella diretta dall’amico Pier Libero che la Dirigeva), invitato da Angelo Guzzo scriveva due saggi nel 2017, partendo dalla notizia diffusa da Policicchio. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 203-204 e ssg., riferendosi alla lettera di Cavour e indirizzata a Garibaldi di cui ho già detto, in proposito scriveva che: “Diventa allora plausibile, anche se non dimostrata, l’ipotesi che la lettera e, soprattutto il messaggio di Cavour, di cui era latore Augier, possono avere influenzato il repentino e temporaneo cambio di atteggiamento di Garibaldi riguardo all’anticipata annessione della Sicilia al Regno di Vittorio Emanuele II. Va infatti tenuto presente che l’incontro con il Capitano precedette di poche ore la drammatica riunione tenutasi il 4 settembre al Fortino di Casaletto Spartano, che avrebbe impresso alla politica del Generale una svolta nella direzione auspicata dal Tessitore se, all’ultimo momento, non fosse intervenuto Bertani a capovolgerne l’esito. Che Augier e Bertani fossero attestati su posizioni opposte è peraltro provato dalla già citata lettera del Capitano aveva indirizzato il 15 giugno all’amico generale. In quella missiva, come abbiamo visto, sembrerebbe, egli diffidava del medico milanese e dei mazziniani…..Sembrerebbe però che, nella locanda del Fortino, le idee del marinaio ligure non avessero fatto presa nell’animo di Garibaldi, il quale finì per accogliere quelle di cui era portatore Bertani. Infatti, dopo l’incontro con Garibaldi Augier non tornò a Torino, per riferire a Cavour, ma si fermò a Napoli, rimanendo comunque in stretto contatto con il Conte, tramite Astengo, anche dopo l’arrivo del Generale in città. Lo conferma la lettera che il Viceconsole scrisse al Conte il 9 settembre, nella quale tra le altre cose gli comunicava che: “Il Capitano Auger farà conoscere con esattezza a V.E. le intenzioni del Generale che purtroppo non sono molto conformi à di lei desiderii. Garibaldi, etc…..(40).”. Moliterni, a p. 204, nella nota (40) postillava: “(40) La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a pp. 268-269, n. 877.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 193, si chiede: “Il 27 agosto Cavour scrisse al Prodittatore per sollecitarlo a prendere la tanto attesa decisione: “(…) Ora che il generale Garibaldi etc…”. De Pretis, cedendo alle pressioni, il 1° settembre si attivò per ottenere la necessaria autorizzazione da Garibaldi, affidando al suo Ministro della Marina, il capitano di vascello, Giuseppe Alessandro Piola Caselli, una lunga lettera per il Generale nella quale si disse convinto che: “(….) è giunta l’epoca in cui bisogna torre via le dubbiezze etc…Io Crispi, Amari, tutti i Segretari di Stato, tutti i patrioti più sicuri siamo pienamente d’accordo (14)”.”. Moliterni, a p. 193, nella nota (14) postillava: “(14) Cf. A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, Saluzzo, 1911, pp. 15-18.”. Moliterni, a p. 193, scriveva pure: “E invece Crispi, d’accordo non lo era affatto, e già due giorni prima con chiaro riferimento a Bottero, aveva chiesto chiarimenti a Garibaldi con queste precise parole: “….”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a p. 194, si sofferma sulla questione dell’annessione Siciliana al Governo Sabaudo, ed in proposito scriveva che: “Ne seguì una forte tensione del governo Siciliano, che restò con il fiato sospeso in attesa del ritorno di Piola Caselli, il quale aveva lasciato Palermo il 1° settembre per andare a conferire con Garibaldi (16).”. Moliterni, a p. 194, nella nota (1) postillava: “(1) Per una più completa esposizione della vicenda cfr. Piola Caselli, “Cronache marinare” di Giuseppe Alessandro Piola Caselli, Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di F. Adamoli, 2014, pp. 100-104 etc…”. A questo punto, Moliterni scrive del racconto di Bertani del colloquio incontro avvenuto al Fortino del Cervaro tra Garibaldi e Piola. Riguardo il testo citato dal Moliterni, il testo di Carlo Piola-Caselli (….), “Aneddoti della Marina Militare Sarda Garibaldina ed Italiana (1843-1883)”, ed. 2014, ci parla del testo di Giuseppe Alessandro Piola-Caselli (…), “Cronache marinare”, di cui troviamo un estratto sulla rete a cura di Giulio Adamoli. Infatti, a p. 100 del testo che ritroviamo sulla rete, a cura di Adamoli, in proposito è scritto che: “50. L’ambasciata di Piola Caselli a Garibaldi. Il 1° settembre Crispi annota: “partenza del ministro Piola pel Campo”(616). Tutto dipende dalle decisioni di Garibaldi. Infatti il Capitano Piola, Min. della Mar., lascia Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al Gen. mentre la città rimane in sospeso sul tenore della risposta. Il Prodittatore spera che ottenga il permesso di ottenere nell’isola una votazione immediata giacché, spiega: “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti, non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli ma i mezzi non sono sempre sicuri e si compromettono con le potenze estere.” (617). Avendo Depretis scritto questa calda lettera a Garibaldi, pregandolo ad autorizzare il Plebiscito, affermando che ogni ulteriore ritardo sarebbe cagione di danni, etc…”(618)….Crispi venuto a sapere quale sia la missione di questi s’indigna dei maneggi di lui. Il 30 Agosto ha scritto a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour.. Si parla ormai di immediata annessione e si dà come voluta e comandata da Voi. Sarà mai vero?” (620)….Depretis è ansioso di sentire da Piola se Garibaldi approvi il suo nuovo atteggiamento poichè da questo dipende il successo o il fallimento della sua missione.”. Adamoli, curando il testo, a p. 100, nella nota (616) postillava: “(616) Francesco Crispi, Il Diario dei Mille, Treves, 1910”. Riguardo il testo di Francesco Crispi (….), ed il suo “Crispi e l’impresa dei Mille – Il Diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio”, Soc. An. Editrice La Voce, Firenze, ……..Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino. In quella osteria fu sopraggiunto (4 settembre) dal Piola, un ufficiale della flotta Piemontese, inviatogli dal Depretis, suo Pro-Dittatore in Sicilia, con la missione di persuaderlo a dare il suo consenso all’immediata annessione dell’isola ai domini di Vittorio Emanuele. Il Turr e il Cosenz, ufficiali addetti al servizio di lui, si dettero a sostenere il Piola con ogni ardore, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 412-413, in proposito scriveva che: “Qui lo raggiunge, inviato del Depretis, il ministro della Marina siciliana Piola. Egli viene a chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione al Piemonte dell’Isola, ove la situazione è tutt’altro che lieta. Per ben comprendere ciò, bisogna sapere che fra Crispi – è egli stesso che ce lo dice – e il Depretis non regna l’accordo migliore. Il Depretis, è stato inviato in Sicilia dal Re e dal Cavour, sia pure a richiesta di Garibaldi, col programma di proclamare al più presto l’annessione dell’Isola. Non che egli sia nel fondo cavouriano fervente, ma – scrive al Crispi l’amico Asproni – si mostra ligio a Cavour etc…Il Crispi etc…Il 30 agosto egli scrive a Garibaldi: “La Sicilia è in potere di un luogotenente di Cavour…etc…” Ma questa lettera molto probabilmente non era ancor giunta a Garibaldi quando al Fortino il Piola gliene presentò un’altra del Depretis, nella quale il Prodittatore di Sicilia dipingeva a foschi colori la situazione di Palermo e dell’Isola intera, che invocava l’immediata annessione al Piemonte come rimedio a tutti i suoi mali. A sua volta il Piola – ministro di Garibaldi agli ordini di Cavour – caricò le tinte, e parlò della pubblica sicurezza ridotta a un mito, della situazione finanziaria prossima al fallimento, della disoccupazione generale: di tanti mali insomma che Garibaldi finì col cedere. E qui lascio la parola al Bertani: …etc…Così il Piola tornò a Palermo dal Depretis a mani vuote.”. Ma come si sa, Garibaldi non cedette ed ascoltò i consigli del Bertani. Costanzo Maraldi (….), nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 84 e ssg., in proposito scriveva: “.”….Era necessario dunque togliere il dubbio, determinare il sistema, ma non dovevasi togliere al Generale Garibaldi nè mettere in pericolo, i mezzi per compiere l’impresa da lui gloriosamente incominciata” (171) Quindi il Depretis il 1° settembre scriveva a Garibaldi una lunga lettera in cui, enumerando gli atti della sua amministrazione, dichiarava che le cose avrebbero potuto meglio procedere, se fossero state meno gravi le condizioni delle provincie, ove “ad ogni tratto” era necessario” reprimere il disordine ed impedire le violenze con le colonne mobili e giudizi subitanei; “le imposte” – continuava il Depretis- etc…(172)…”. Maraldi, a p. 84, nella nota (172) postilava: “(172) Lettera di A. Depretis a Garibaldi – 1° settembre 1860 – pubblicata in Colombo, op. cit., pag. 15-18, e in: A. Arzano: “Il dissidio fra Garibaldi e Depretis” 1913, pag. 43-45. Si noti che il Depretis afferma nella sua lettera che tutti i Segretari di Stato, compreso il Crispi, erano pienamente d’accordo nel volere l’anessione; etc…”. Il testo citato da Maraldi è quello di A. Colombo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, ed……, 191…..Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 86-87, in proposito scriveva: “IX…..Il Piola, latore della lettera del Depretis, raggiunse Garibaldi la mattina del 4 settembre 1860, presso un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonero per Casalnuovo mette a Sala Consilina. “Piola” – scrive il Bertani – “aveva rivelato ai più influenti (nel seguito di Garibaldi) il proporio incarico, e gli venne agevolmente fatto d’impegnarli in suo aiuto”….Infatti egli aveva parlato “concitatamente” con il Tur, le cui relazioni amichevoli col governo di Torino lo rendevano sospetto di “cavourismo”….”Dopo poco” – continua Bertani – “vidi entrare Garibaldi seguito dal suo compagno e segretario Basso e dal comandante Piola, passare al di là dell’assito (dividente in due l’unica stanza dell’osteria in cui avveniva il colloquio) e rinchiudersi dietro la porta”…Quando però il Bertani vide entrare anche il Tur ed il Cosenz, irruppe anch’esso nella stanzetta nel momento in cui Garibaldi, “sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza”, dettava al Basso le seguenti parole: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete”(175). Che cosa era avvenuto? Il Piola aveva fatto leggere a Garibaldi la lettera del Depretis, ed aveva poi trovato caldo patrocinatore nella sua tesi nel Tur, che a sua volta, aveva apertamente espresso “il parere di fare l’annessione, però col patto che Depretis fosse nominato luogotenente del Re, e ci venisse mandato tutto il soccorso ncessario per le nostre imprese nel continente”….(176). L’improvvisa entrata del Bertani ed il brusco “movimento involontario di sorpresa” da lui fatto nell’intendere le ultime parole di Garibaldi, fece sospendere la dettatura della lettera, mentre l’ardente rivoluzionario dichiarava apertamente: “Generale, voi abdicate….Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia etc…”…”La discussione” – scrive il Bertani nel suo taccuino (177) – “fu concitata; chi additava la mancanza di danaro,di armi, di volontari…Tur specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino”, mentre il Bertani ricordava a Garibaldi, che la circolare Farini era la sola causa della diminuzione dei volontari, e che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano ‘a Sicilia…”Avete ragione”, disse il generale, “e a Turr rammentava che Cavour, che Fanti, che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di una mezza dozzina di inquieti e cominciate dai due C…. “E la scena” – conclude il Beltrani – “finì. Io rimasi solo col Generale, il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione. Gli avversari saranno meco furiosi, ma sento di aver fatto il mio dovere”(178).”. Maraldi, a p. 87, nella nota (177) postillava: “(177) Taccuino del Bertani pubblicato dalla Mario, op. cit., pag. 185-86. Nelle “Ire politiche ecc..”, il Bertani abbellisce il racconto della scena del Fortino con particolari e parole che, alla distanza di nove anni, non potevano provvenire che dalla fantasia dello scrittore.”. Maraldi, a p. 88, nella nota (178) postillava: “(178) Taccuino citato, op. cit., pag. 186. Si noti che, secondo l’Arzano, il fallimento della missione Piola era dovuto anche al fatto che il Piola non inspirava la simpatia di molti amici di Garibaldi…”. Maraldi, postilla della risposta e di ciò che scrive Stefania Turr, la figli di Turr a quanto scritto dal Bertani nel suo Diario (Ire politiche etc..). Stefania scriveva che il padre scriveva che il quella occasione Garibaldi chiamò a consiglio di guerra Cosenz e Turr. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani” etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Tutto dipendeva dalle decisioni politiche di Garibaldi. Il I° settembre il capitano Piola, ministro della Marina, lasciò Palermo con un messaggio esplicativo di Depretis al generale, mentre Palermo rimaneva in sospeso sul tenore della risposta. Il prodittatore sperava che Piola si sarebbe fatto concedere il permesso di tenere nell’isola una votazione immediata, giacché, spiegò, “senza la sicurezza dell’avvenire che dà l’annessione, i ricchi, i capitalisti, i possidenti non prestansi ad aiutare col denaro, si può costringerli, ma i mezzi non sono sempre sicuri e ci compromettono colle potenze estere”(2). Piola restò via quattro giorni, ma durante la sua assenza la lotta non ebbe tregua.”. Mack Smith, a p. 236, nella nota (2) postillava: “(2) Depretis a Garibaldi, I° settembre 1860 (A. Colombo, op. cit., p. 17.).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 239, in proposito scriveva che: “Depretis era ansioso di sentire da Piola che Garibaldi approvava il suo nuovo atteggiamento, poiché da questo dipendeva il successo o il fallimento di tutta la missione. Quando finalmente, il 4 settembre, Piola raggiunse a Fortino l’esercito in marcia, Garibaldi si trovava completamente impegnato nel dirigere l’impetuosa avanzata su Napoli, e dettò quindi frettolosamente una risposta per confermare che Depretis era libero di agire nel modo che ritenesse opportuno. Evidentemente era cancora convinto che Cavour non avrebbe voluto o potuto resistere alla rivoluzione; ma, giunta la faccenda agli orecchi di Bertani, questi subito protestò, dicendo che rispondere così avrebbe equivalso ad una rinuncia al potere, giacché l’annessione della Sicilia avrebbe tagliato fuori Garibaldi dalla sua base, e, dopo la circolare di Farini contro i volontari, non c’era nessuna garanzia che Cavour non se ne sarebbe servito per nuocere loro anzicché per aiutarli. Perciò il dittatore modificò la risposta al governo siciliano e, dopo più matura riflessione, scrisse di essere pur sempre disposto a fare quanto Depretis raccomandasse, ma circa l’annessione era del parere che “Bonaparte” potesse “ancora aspettare alquanti giorni”, preferendo che tutto venisse fatto contemporaneamente dopo che si fosse raggiunta Roma (1)…..Allorché Piola il 5 settembre giunse a Palermo con la risposta trovò la città più agitata che mai etc…”. Mack Smith, a p. 240, nella nota (1) postillava: “(1) A. Bertani, Ire politiche d’oltretomba, pp. 74-77.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Valga per tutti l’accenno al noto importante episodio del 4 settembre, avvenuto oltre Sapri nella località dove sorgeva l’osteria del Fortino. Qui arrivò il Piola, ministro della Marina Siciliana, inviato dal Depretis, la cui prodittatura in Sicilia attraversava gravi momenti, per chiedere al Dittatore l’autorizzazione a proclamare subito l’annessione dell’Isola al Piemonte. Garibaldi, sia per quello che gli scriveva a tinte fosche il Depretis, sia per quanto a viva voce narrava il Piola (1), aveva ormai, col parere del Turr e del Cosenz, che erano presenti, acceduto alla richiesta e stava dettando la risposta favorevole, quando entrò il Bertani, il quale (è lui stesso che lo racconta) comprese subito di che si trattava e disse: “Generale voi abdicate! Si, voi tagliate i nervi alla rivoluzione, rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è gran forza per voi e oggi tanto maggiore in quanto non esiste ancora Napoli”. Seguì una discussione concitata, a cui parteciparono tutti i presenti e infine Garibaldi disse: “Avete ragione”! e dettò al Segretario Basso la nota risposta di tenore tutto opposto a quella che poco prima stava dettando: “Caro Depretis, mi pare che Buonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi, intanto, di mezza dozzina d’inquieti”. Dopo questo singolare episodio parve che la considerazione del Dittatore per il Bertani fosse maggiormente accresciuta. Il giorno seguente da Sala Consilina egli firmò il decreto che nominava “Il colonnello Bertani Segretario Generale della Dittatura” e che fu poi pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 Settembre.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: “6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Arzano, a p. 12, in proposito scriveva pure che: “7. Sia comunque, il 1° settembre la lettera al Dittatore (Doc. V) fu inviata. La recò a destinazione il ministro della marina siciliana, Giusepe Piola, che la recapitò personalmente a Garibaldi il 4 settembre, nella località detta Fortino, sulla strada per Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala. La scelta del Piola, inviso a molti che pur erano cari a Garibaldi, forse non fu felice (cf. doc. XI). Ad ogni modo, indipendentemente da questa circostanza, Garibaldi, per sè stesso, era così poco avverso alla domanda contenuta nella lettera che di primo getto, dettò al suo segretario Basso la risposta così: “Caro De pretis, fate l’annessione quando volete”. Fu Bertani che lo richiamò a riflettere; le ragioni che egli addusse specie il “Non siete ancora a Napoli” (che doveva intendersi: “Non siete ancora a Roma”) sollevarono nel pensiero di Garibaldi l’immagine dell’Imperatore francese, forse impaziente di nuovi acquisti a dann d’Italia, e fu allora che, mutato consiglio, dettò: “Caro De Pretis. Parmi che Bonaparte possa aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C. (2)”(Doc. VI).”. Arzano, a p. 12, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente Bartolomeo Casalis e Filippo Cordova, amici di Cavour. Circa i riferiti particolari vedasi MARIO, 457. Che Garibaldi fosse disposto all’annessione risulta anche dal D’ANCONA, II, 131, e dal Manacorda, 425. Che Bertani sconsigliasse Garibaldi dal concedere l’annessione è confermato dal Persano (Persano, 217). Questi però soggiunse, che Cavour fidente nei suoi mezzi non si sarebbe preoccupato per questo, ed era nel vero per Cavour, ma non per molti influenti suoi seguaci. Chi biasima Cavour, riguardando come ostile a Garibaldi, quella che era in realtà soltanto azione moderatice, non considera come egli abbia pur sapto resistere a chi o incitava a romperla con Garibaldi e a porlo fuori lege e a disperdere i volontari (Cfr. Tabarrini, V, 159, 161 e ssg.; Chial, V, 31-34): etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, il comandante Piola, capo della Marina siciliana, raggiunto il generale Garibaldi a Fortino, presso Sapri, gli porgeva una lettera del Depretis , colla quale questi lo sollecitava a decretare il plebiscito dell’Isola….< La scena (scrive il Bertani) ¹ accadeva in una povera osteria. Türr e Cosenz, presenti al colloquio, secondavano la proposta del Depretis, e già Garlibadi, non sapremmo se più persuaso o infastidito, aveva detto: -Basso, scrivete: Caro Depretis, Fate l’annessione quando volete ; – allorchè il Bertani, entrato poco prima, esclamò: – Generale, voi abdicate; – е сараcitato ben presto dalle opposte ragioni del Bertani (capacitato, perchè secondavano l’inclinazione del suo animo): – Avete ragione, – rispose, e rivoltosi a Basso , che stava sempre colla penna in mano, soggiunse: Basso, stracciate la lettera. – > E poi con calma riprese a dettare : Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’ inquieti, e cominciate dai due C…› E la scena finì ; > ma non finirono del pari le lotte per l’annessione siciliana.”.
AL FORTINO IL DIALOGO TRA BERTANI E GARIBALDI
Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, a p. 578 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre….Oltre del Mignogna e del Lacava al Fortino il Gnerale trova il Tenente di Vascello della Marina Sarda Piola apportatore per lui di collecitazioni del Depretis per la pronta annessione della Sicilia al Piemonte. Il Generale, che è coi suoi seguaci nell’osteria del Fortino, dice a Basso: Scrivete e detta: “Caro Depretis fate l’annessione quando volete”. Ma il Bertani interviene ed osserva: “Generale voi abdicate”. Ed egli: come mai? Ed il Bertani risponde: “Voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunziate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, ed oggi tanto maggiore che non siete ancora in Napoli. Il Generale soggiunse: Mi dicono questi amici (additando Turr Cosenz e Piola) che così vuole la Sicilia, che le mancano i denari, che dall’Isola non vengano sufficienti volontarii, nè addestrati alle armi, che avremo altri e più efficaci soccorsi di Torino. Ma il Bertani che di annessioni al Piemonte non vuole a niun costo ripiglia: I vostri picciotti (militi Siciliani) vi seguiranno fiduciosi in ogni impresa dell’Isola, e non vi abbandoneranno mai dovunque andiate combattendo per la libertà della patria. La Sicilia sostenne le spese della guerra finora coi suoi soli denari Siciliani. Nelle casse di Messna stanno a vostra disposizione, ora che parliamo, centinaia di migliaia di piastre. Etc….”. Agostino Bertani, annotando nel suo taccuino e memorie pubblicate dalla giornalista White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 185-186 e ssg., ed in particolare quando Bertani parla a Garibaldi al Fortino, nel corso della concitata discussione sull’annessione, il quale dice: “Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino , sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala . Giungono deputazioni e amici dalle vicine provincie tutti con buone notizie: giunge il Piola capo della marina siciliana di Garibaldi. Parla concitatamente con Türr giunto anche lui . Entra in una stanza di un’osteria ove fumava un appetitoso capretto cotto allo spiedo. Garibaldi con Basso passa nell’altra stanza. Sopraggiunse Cosenz. Entro anch’io, al momento che il generale detta a Basso le parole: Caro Depretis, fate l’annessione quando volete. Trasognai e dissi: Generale, voi abdicate.” Il generale mi fissò con quello sguardo suo penetrante interrogativo. “Sì, generale, voi tagliate i nervi alla rivoluzione italiana , rinunciate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, e oggi tanto maggiore in quanto non siete. ancora a Napoli . “. La discussione fu concitata : chi additava la mancanza di danaro, di armi, di volontari. Türr specialmente magnificava i soccorsi che sarebbero venuti da Torino. Io ricordava che i volontari affluirono, che la circolare di Farini, gli arresti, il rinvio di essi, il rifiuto sino di passaporti dal governo furono la sola causa del diminuito numero , che finora la sola Sicilia aveva sostenuto le spese della guerra, che le casse di Messina erano piene, che Acerbi era vicino con convogli di denaro e di materiali mandati dalla Sicilia, che le ricche provincie napoletane erano in rivolta e pendevano dalla sua sola parola, che ben altri erano i motivi e da ben lontano veniva la parola d’ordine di strappargli di mano la Sicilia. Avete ragione, ” disse il generale , e a Türr rammentava che Cavour , che Fanti , che Farini avevano osteggiato ogni sua impresa. Rivolto a Basso riprese a dettare: Caro Depretis, Parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni . Sbarazzatevi intanto di mezza dozzina d’inquieti e cominciate dai due C … » E la scena finì. Io rimasi solo col generale , il quale mi diede la lettera di Depretis fervente per l’annessione . Gli avversari saranno meco furiosi , ma sento di aver fatto il mio dovere .“. Bertani, per giustificare la sua avversione a Cavour e della sua politica avvisava Garibaldi che aiuti e danaro stavano arrivando con Acerbi, l’Intendente Generale che si era fermato a Paola per attendere i convogli carichi provenienti dalla Sicilia, cosa che non era stato capace di fare Cavour ed il governo Piemontese. La White-Mario (…), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 186 e ssg., in proposito aggiungeva di suo: “Nessun dubbio che questo dovere compiuto nel modo reciso e franco che caratterizzava Bertani, era per rendere < furiosi gli avversari; ma sicuramente l’annessione della Sicilia fatta in quel momento sarebbe stata funestissima. Proprio in quel giorno Cavour, convinto d’aver pestato l’acqua nel mortaio in quanto a Napoli, ordinava a Persano di prendere intanto per arra la flotta e i forti, soggiungendo: Non è più a Napoli che noi possiamo acquistare la forza morale necessaria per domare la rivoluzione . L’annessione avrebbe troncato le ali alla rivoluzione li per lì, nè mai più Garibaldi avrebbe potuto telegrafare dal Volturno ‹ Vittoria su tutta la linea. Egli non subiva l’influenza di Bertani, sì fu colpito dalle parole non siete ancora a Napoli ; convinto della bontà delle altre ragioni esposte con rara schiettezza , adottò il consiglio . Onde da quel momento si vociferava essere Bertani il mentore del dittatore, e fin d’allora cominciarono tante e tali persecuzioni da schiacciare un uomo di tempra meno forte, di patriottismo meno disinteressato.”.
Nel 4 settembre 1860, a Sapri, partenza di PIOLA-CASELLI da Sapri imbarcatosi per Palermo
Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “Mentre ciò accadeva, il governo prodittatoriale a Palermo s’attendeva poter bandire il plebiscito da un’ora all’altra. Il ministro Amari ne aveva già pronto il proclama, quando il ritorno di Piola colla risposta diGaribaldi, dilatoria se non negativa, pose i ministri nella necessità di dimettersi e di tale determinazione Depretis informava Garibaldi con altra lettera del 6 settembre (Doc. VII) pure affidata al Piola e tosto rincalzata dall’altra del giorno successivo chiedente un abboccamento (Doc. VIII). La risposta di Garibaldi data in Napoli il giorno 9 (Dov. 9) accenna i motivi del diniego, ma rifiuta contemporneamente leofferte dimissioni appellandosi al patriottismo del Depretis. Verbalmente poi il Dittatore fece conoscere al Piola che voleva si aspettasse ancora per una quindicina, condizione che nè i ministri etc…”.
Nel 4 settembre 1860, al Fortino, Garibaldi incontrò e ricevè anche il Commissario Mango
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 37-38 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Appena si seppe in Lagonegro che Garibaldi da Sapri risaliva al Fortino del Cervaro – che dista dal nostro abitato una decina di chilometri, e sta proprio ai confini della Provincia di Basilicata con quella di Salerno e quello di Battaglia villaggio di Casaletto Spartano – molti cittadini, fra cui il Commissario Civile Mango, il Presidente del Comitato Avv. Picardi, i fratelli Aldinio, D. Alfonso Picardi, D. Nicola Alaggia, D. Antonio Ladaga ed alti, con tutta la Guardia Nazionale, accorsero colà per acclamare ed ammirare l’Eroe dei due Mondi, che l’accesa fantasia, per le vittorie riportate e pei meravigliosi successi ottenuti, aveva circonfuso di un’aureola fulgidissima e d’un fascino misterioso.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 40, in proposito scriveva che: “Congedandosi il Generale dal Commissario Mango ebbe a dirgli in tuono energico e sicuro: ‘Mango, non una goccia di sangue dovrà spargersi’; ed in queste memorande parole è compendiato tutto il programma della gloriosa impresa.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “………………..”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nella taverna del Fortino di Lagonegro era stata presa la grande decisione nell’interesse della rivoluzione e dell’Italia. Qualche ora dopo Garibaldi si congedò dal Commissario civile di Lagonegro, avv. Mango, con queste prole: “Mango, non una goccia di sangue dovrà spargeri”.”.
Nel 4 settembre 1860, a Napoli, ultimo Consiglio di Guerra di Generali borbonici
Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a pp. 909-910, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai men numerosa, ebbe luogo un ultimo Consiglio di generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, né tra Campagna e Salerno, né tra Salerno e Napoli, e non rimanere altra linea di difesa che tra Capua e Gaeta, tra il Volturno e il Garigliano.”.
RUSTOW, da Vibonati in marcia per il FORTINO e per CASALNUOVO
Nel 4 settembre 1860, da Vibonati, la strada o il percorso che intraprese in marcia il colonnello polacco Rustow, insieme alle sue brigate raggiunse la crespa del “Feralunga” (monte Serralunga) sotto il monte Cocuzzo e, ridiscese nella gola del Gauro, che sbocca presso la Taverna del Fortino del Cervaro sulla strada consolare che va a Casalbuono
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa ; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli . Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”.
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, etc…”. Pesce, a pp. 399-400, in propposito scriveva che: “III….narrato diffusamente nel Diario dal medico Agostino Bertani, assieme con la descrizione di quel viaggio avventuroso, che è pregio di trascrivere qui integralmente. “….Giunti, salendo, ad un piccolo gruppo di case che si chiama ‘Fortino’, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbuono mette a Sala,… Etc…”. Dunque, Pesce, sulla scorta di Bertani ed altri, scriveva che Garibaldi, da Vibonati, il 4 settembre 1860, passando per Torraca salì sulle pendici del Monte Cervaro e così arrivò al Fortino. Ma, a parte la notizia che Garibaldi fosse partito da Vibonati, quale è stato il suo percorso ? Sappiamo pure che da Vibonati, e questa notizia è certa, Rustow, insieme ai suoi volontari risalì al Fortino del Cervaro. Ma quale percorso fecero i suoi volontari garibaldini ?. Un testimomone di eccezione è stato il colonnello polacco Wilhelm Rustow. Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi…..Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunti a Forlino alle 11 e mezzo, Etc…”. Dunque, Rustow testimoniava che si mise in marcia da Vibonati il giorno 4 settembre 1860, alle 5 del mattino ed arrivò al Fortino alle 11 del mattino del giorno 4 settembre per mettersi in marcia per Casalbuono di sera ed arrivare lì il giorno 5 settembre. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “…La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Dunque, lo storico Treveljan scriveva che fu Garibaldi, e non Rustow a portare le brigate dei volontari garibaldini al Fortino. Ciò non corrisponde del tutto al vero in quanto come scriveva lo stesso Rustow, Garibaldi si era portato in avanti e li aveva preceduti al Fortino, dove arrivarono entrambi ma separatamente il giorno 4 settembre 1860. Nel suo racconto, in cui testimonia il percorso che le sue brigate fecero da Sapri a Vibonati e da Vibonati il giorno 4 settembre per risalire al Fortino. Forse passarono non molto distanti da Torraca. Nel suo racconto si evince che prima di arrivare al Fortino, Rustow ed i suoi volontari garibaldini, arrivarono alla “gola del Gauro” (una gola non molto distante dalla via consolare su cui si trovava la taverna del Fortino del monte Cervaro). Sempre nel suo racconto, Rustow cita alcuni luoghi come “discesimo (da Vibonati) pel Vallone del Molinello”, risalimmo “arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli”, e poi, “raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare.”. In una carta del 1788, (credo una carta geografica del Ministero della Guerra Borbonica, apparsa sulla rete, e di cui ivi non riesco a pubblicare lo stralcio), su cui è scritto: “Foglio 24” e, “Gitto. Guerra. inc. Nap. 1788” è rappresentato parte del Cilento, con la costa del Golfo di Policastro ed i toponimi dell’entroterra, si vedono chiaramente i toponimi di questi luoghi. La carta in questione fa parte dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” redatto da Rizzi-Zannoni. L’Atlante Geografico del Regno di Napoli (titolo completo: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni (autore), Giuseppe Guerra (incisore) Atlante Geografico del Regno di Napoli compito e rettificato sotto i felici auspicj di Giuseppe Napoleone I re di Napoli e di Sicilia, Napoli 1808. L’atlante, in 31 fogli e in scala 1:114.545 (Valerio 1993, p.126), fu completato nel 1812. Il titolo venne modificato nel 1815, al rientro dei Borbone sul trono di Napoli: sostituendo la frase compito e rettificato . . . con delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie. L’opera, in effetti, era stata commissionata nel 1781 da Ferdinando IV di Napoli al geografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni. La carta in questione si trova nella collezione on-line di David Rumsey Collection. Probabilmente, “Gitto” è il cartografo collaboratore di Rizzi-Zannoni. La carta è estremamente interessante perchè in essa sono rappresentati diversi toponimi sconosciuti. Al momento posso dire che la carta si trova conservata presso la Bibliotheca Hertziana – Max-Planck-Institut für Kunstgeschichte. La “Bibliotheca Hertziana” è stata fondata a Roma nel 1913 da una fondazione di Henriette Hertz sotto la direzione di Ernst Steinmann. Da allora l’istituto ha sede nel Palazzo Zuccari a Roma. Nella carta del 1788, ad esempio, il “vallone del Molinello” è un piccolo torrente che oggi non viene riportato sulle carte fisiche del Golfo di Policastro. sfocia verso la costa di Villammare e risale con due un bracci verso Vibonati e con un altro braccio verso la Madonna dei Cordici da cui risale verso Torraca. La “Tempa degli Paglioli” è un toponimo che indica delle creste di montagna che si trovano sopra Torraca, da dove, proseguendo a nord, verso il piccolo borgo di Battaglia, oggi frazione del Comune di Casaletto Spartano, si arriva al Monte Cocuzzo. Sulla destra di “Tempa degli Paglioli” si trova, verso Est, la “Feralunga” oggi denominato “Serra Lunga” e poi Lagonegro. La “Serra Lunga” si trova sul confine della Basilicata con la Campania dell’epoca. Oltre il “Monte Cocuzzo”, si trova il “Monte Cervaro” dove troviamo il piccolo raggruppamento del Fortino, dove corre la vecchia strada Consolare borbonica che portava da una parte a Lagonegro e dall’altra verso “Casalnuono” (oggi comune di Casalbuovo). Giunti a Torraca, intrapresero le aspre stadine di montagna e, proseguendo lungo la “Tempa degli Paglioli” e costeggiando la “Serralunga” ridiscesero verso la “gola del Gauro” per risalire verso il “Monte Cocuzzo” (forse il “Tempone Pizzuto” indicato sulla mappa del CAI) ed il Fortino del Cervaro, forse seguendo una strada mulattiera che oggi viene indicata “via Affonnatora”, non distante dal confine con la Basilicata e in località “Affonnatora”. La frazione di Fortino sorge sul confine con la Basilicata, ed una parte minore del suo abitato appartiene al comune lucano di Lagonegro, in provincia di Potenza. Essa rappresenta, quindi, un rarissimo caso di frazione divisa fra due amministrazioni regionali. Vi sono inoltre 24 località, costituite da piccoli gruppi di case e cascine rurali, e popolate da poche decine di abitanti tra cui Affonnatora. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito …..Etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: “Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii , tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione , trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II . Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.
Nel 4 settembre 1860, RUSTOW e le sue brigate marciò ed arrivò al Fortino del Cervaro, alle 11 e mezzo, seguito giorni dopo dalla brigata Spinazzi e la brigata Bologna o Puppi
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redassi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “Garibaldi, ordinò alla brigata Milano di portarsi a Vibonati e successivamente di proseguire a Padula, e la sera del 3 settembre 1860, partì per Vibonati, ….(172) “. Nella mia nota (172) postillavo che: “(172) Infante A., Garibaldi nel Cilento, Torchiara, 1984, pp. 57, 58.”. Infatti, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Il generale Gandini, comandante della brigata Milano, era arrivato anch’egli a Vibonati, da dove il giorno dopo ripartì attraversando il Passo del Monte Cocuzzo e Casalbuono, al fine di ostacolare eventuali spostamenti di forze nemiche.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo , passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa ; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli.”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Quivi il giorno innanzi era approdata la divisione Rustow, già del Pianciani del golfo degli Aranci, di cui fu cenno poco indietro; che da Paola, messa insieme alla brigata Turr, a guadagnare terreno era fatta imbarcare per Sapri; donde mosse quinc’innanzi all’avanguardo dell’esercito meridionale. Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150, in proprosito scriveva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono al Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marcie alte e penosissime montagne. Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato la Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Etc…”. Il Pecorini si riferiva alle due brigate, la Milano e la Spinazzi come rilevasi a p. 149 quando scrive della lettera di Garibaldi a Turr “Sapri, 3 settembre 1860. Generale Turr, Sono giunto alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino, lasciando qui un forte distaccamento. Etc…”. Dunque, secondo il Pecorini, il forte distaccamento della brigata Milano e quella del maggiore Spinazzi che Turr, su ordine di Garibaldi e di Turr, il 4 settembre 1860, di mattina marciarono, ma non si recarono al Fortino, seguendo Garibaldi ma andarono direttamente a Casalnuovo dove arrivarono il 5 settembre. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”, a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 20, nelle sue memorie scriveva che: “I miei Milanesi bivaccavano nelle vie di Vibonate…..Alle 5 di mattina del giorno 4, ripresimo la marcia. La notte mandai indietro un uomo fidato di Sapri con un ordine per il maggiore Spinazzi onde ci seguisse con la brigata Parma tosto che fosse riunita, lasciando sul luogo l’ordine stesso per la brigata Bologna, la quale pure da Torre del Faro, doveva arrivare a Sapri. Ometto qui molte e molti particolari interessanti, riservandomi di farne cenno in altra occasione, lusingandomi per ora di far cosa gradita al lettore soltanto col fargli conoscere qual fosse l’ordinamento della brigata Milano in questo punto in cui incominciarono seriamente le sue operazioni. Etc…Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione dei gelati. Giungevano fino a noi le acclamazioni di giubilo ed il rumore dei mortaletti con cui si salutava il tricolore italiano. Etc…”. Inoltre, sempre il Rustow, nella traduzione del Porro parlando della marcia da Vibonati al Fortino, a p. 22 scriveva che: “I bersaglieri erano in testa e come di consueto avevano incominciata la marcia al passo ginnastico, che furono ben tosto costretti di moderare fra quei viottoli montani aspri, angusti e pericolosi. Garibaldi s’era recato avanti fino a Forlino; io era rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Avevamo percorso una via certamente impraticabile per qualunque armata regolare; ma a noi pure costò il sacrificio di alcuni uomini e di alcuni muli caduti fra i precipizi. Inoltre il giorno 4 settembre fu un giorno di vero strazio per le calzature della brigata. Potevano essere le 10 e mezza del mattino all’incirca, quando io coi miei due ufficiali d’ordinanza Antonio Batticozzi e Cesare Comendio, questi un Lombardo, quello un Veronese, raggiunsi l’aspra e selvaggia crespa del Feralunga sotto il monte Cocuzzo, dalla quale poi si discende nella gola del Gauro che sbocca presso la solitaria taverna del Forlino sulla gran strada consolare. La discesa implicava delle serie difficoltà; ma ce ne consolammo grazie alla limpida e fresca acqua di fonte ritrovata, beneficio del quale non avevamo potuto fruire prima d’allora, e colla quale ci rinfrescammo assai gradevolmente. Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…“. Dunque, Rustow testimoniava che le sue brigate arrivarono al Fortino alle 11 e mezzo del mattino e verso la sera marciarono per Casalnuovo. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avaa fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Garibaldi nel pomeriggio dalla parte di mare a Capri ( è sbagliato ma è Sapri) e dopo breve concerto impartì l’ordine a Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate (‘? Vibonati) per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….Rustow di partire quella sera stessa colla brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma, appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Nello stesso giorno 4. arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5. marciò verso Sala, etc…”. Rustow a p. 349 proseguendo il suo racconto scriveva che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito dal dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 con la brigata Milano.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così la sera del 3 settembre, il generale Gandini, comandante la brigata Milano, forte di 900 uomini, poteva giungere a Vibonati, ripartire il 4 per il passo di monte Cocuzzo e Castelnuovo, e il 5 marciare su Sala e arrivare ad Eboli il giorno 7, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandate da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Cuzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Cesari, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi…..si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri – Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore….(2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli delle macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Per quel tratto la strada corre ad un’altezza media di circa 700 metri e al punto in cui Garibaldi la toccò calando dalle alture occidentali, c’era l’osteria del Fortino.”. Dunque, lo storico Treveljan scriveva che fu Garibaldi, e non Rustow a portare le brigate dei volontari garibaldini al Fortino. Ciò non corrisponde del tutto al vero in quanto come scriveva lo stesso Rustow, Garibaldi si era portato in avanti e li aveva preceduti al Fortino, dove arrivarono entrambi ma separatamente il giorno 4 settembre 1860. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva che: “IV….Il generale Gandini, comandante della brigata Milano composta di novecento uomini, giunse anch’egli a Vibonati, ma il giorno seguente, volendo spingersi più avanti, ripartì per il passo di Monte Cucuzzo e Casalbuono.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a pp. 138-139, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora riprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare etc…(14).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (14) postillava: “(14) E. Porro, La brigata Milano ….cit., p. 22. “. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora apprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Policicchio, a p. 139, in proposito scriveva pure che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe. Il Fortino è nel salernitano etc…”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “….e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, etc…”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: “Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’Regii , tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione , trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II . Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.
Nel 4 settembre 1860, alla taverna del Fortino (o a Casalnuovo ?), il generale Turr manda un telegramma con richiesta di vettovaglie
Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc….”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 408, in proposito scriveva che: “Non mancò allora, da parte del Comune, il contributo pecuniario per le spese dell’insurrezione etc….Al Commissario Civile Mango giunse, nel 5 settembre, un telegramma del Dittatore di tener pronte 25 mila razioni di viveri per le truppe di passaggio; le razioni furono bensì tutte preparate a spese del Comune, ma non tutte furono consumate per le truppe garibaldine, perchè quella notizia conteneva, forse, il solito stratagemma di far credere alle popolazioni ed all’esercito borbonico che Garibaldi disponesse d’un numero assai maggiore di militi (1).”. Pesce, a p. 408, nella nota (1) postillava: “(1) Rilevasi dalla deliberazione del Decurionato del 10 Gennaio 1861: “Il Sindaco Ladaga ha dato lettura d’un uffizio del Commissario Civile del 5 settembre 1860, contenente un telegramma del Generale Garibaldi, che ordinava di tener pronto questo Comune 25 mila razioni viveri per le truppe da passare….Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 399, in proposito scriveva che: “…si debba datare dalla mattina del 5 settembre e si debba considerare come risultante dai telegrammi, dagli allarmi e dalle corse della notte 4-5 settembre durante la quale si tenne un ultimo consiglio dei Ministri fino all’alba (Pianel, 194-195, dal diario della moglie) e il Forbes e il Gallenga sparsero i loro telegrammi per Napoli e Salerno. Uno di questi telegrammi è così riprodotto nel MONNIER, 273: “Gallenga a….(nome mancance): Eboli, 5 sett., 1 e mezza antim. La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri 4,000 uomini comandati da Turr sono sbarcati. Altri sbarchi saranno operati più vicini a noi”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Si riferisce al telegramma scritto dal generale Turr il 4 settembre ed indirizzato al Comandante Civile Mango di Lagonegro, in cui Turr chiedeva la preparazione di 25 razioni di viveri. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “…”. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “………….”.
Nel 4 settembre 1860, Peard, Forbes e Fabrizi erano ad Eboli ed il telegramma di Peard a Pietro Ulloa
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”. Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Sempre Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 119, in proposito scriveva pure che: “VII. Che cosa frattanto era avvenuto ? Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del ‘Times’ – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Cardarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata fra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e baciargli la mano. Etc…”. De Crescenzo si riferisce al Diario di Gallenga. Da Wikipedia leggiamo che Antonio Gallenga (….), lavorava come giornalista per il Times di Londra, del quale fu corrispondente per vent’anni. Seguì la seconda guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille, la guerra di secessione americana, la guerra austro-prussiana del 1866 e la guerra franco-prussiana del 1870-71. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416-417, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala avevan preso il Peard per il Dittatore ! E quando poco dopo il Forbes aveva raggiunto l’amico in un vicino paese l’aveva trovato, col colonnello Fabrizi e col Gallenga, corrispondente del Times, alloggiato con tutti gli onori in casa del Sindaco, che, al par di tutti lo credeva Garibaldi in persona. Il Peard aveva ritenuto opportuno non dissipare ma anzi confermare l’equivoco, industriandosi di trarne profitto. Continuando nella burla in tutti i paesi che incontrava, preordinava in quelli in cui sarebbe giunto il dì dopo, alloggi e viveri per migliaia di persone con le quali egli, firmandosi Garibaldi, si diceva prossimo ad arrivare. E questa notizia, sùbito ritelegrafata a apoli, aveva aumentato la confusione e il terrore negli alti comandi e nei circoli di Corte. l Forbes ed il Peard sono ad Eboli il 4 settembre. Anche qui il creduto Garibaldi riceve accoglienze di indescrivibile entusiasmo. Vengono ad ossequiarlo le autorità e molti cospicui cittadini col Vescovo alla testa. Peard dà ordini, disposizioni, istruzioni e sosptiene come può la sua parte nella commedia. Ma temendo che a lungo andare la beffa si scopra, si ritira a riposare, ordinando ad un compagno,segretario posticcio, di rispondere ai visitatori che il Dittatore dorme. Qui ad Eboli il Peard ha la trovata migliore. Fa hiamre l’impiegato del telegrafo e gli ordina di spedire a Pietro Ulloa – nuovo presidente dei ministri secondo la voce che corre – un telegramma in cui lo avverte che Garibaldi è arrivato ad Eboli con altre 10 mila uomini forniti di tutto, e gli consiglia di ritirare ogni truppa da Salerno, etc…“. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 119, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “VII. Garibaldi, messo piede in Calabria, aveva ritenuto equo di fare esaminare le posizioni militari di maggiore importanza da uomini di sua fiducia, che avrebbero dovuto procedere nella marcia. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del Times – un tal Gallenga – costoro seppero tanto fare da passare a traverso le file del generale borbonico Caldarelli prima che queste si sbandassero, ed arrivare sino ad Auletta, situata tra un nodo di monti a confine del Vallo di Diano della Basilicata e della Valle del Sele, con cinquanta miglia di vantaggio sul Generale. Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo Diario – proruppe nel popolo, quando il Peard entrò in paese nel pomeriggio del 3 settembre, nello stesso momento che il dittatore entrava nella baia di Sapri. La popolazione credette per fermo che quell’inglese fosse il Generale e fece ressa per salutarlo, per applaudirlo e per baciargli la mano. “Una vera seccatura però – continuava a raccontare – quando deputazioni di ogni genere arrivarono da tutti i paraggi a baciar la mano alla mia signora illustrissima, etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”.
Nel 4 settembre 1860, la fuga del generale Pianell, Ministro della Guerra di Francesco II
Francesca Bellavigna (….), nel suo “I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891)”, stà in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, Napoli, ed. 2004, vol. CXXII, nella sua “Introduzione”, a p. 609, in proposito scriveva che: “Nel luglio 1860 il generale Pianell, richiamato dagli Abruzzi, fu nominato da Francesco II ministro della Guerra. La sua condotta, debolmente difensiva allo sbarco e all’avanzata di Garibaldi, fu aspramente criticata e produsse, o forse contribuì a produrre, una resa quasi totale dell’esercito napoletano in Sicilia e in Calabria. Il 4 settembre, in momenti di grande confusione, il generale Pianell e la moglie Eleonora abbandonarono Napoli con un lasciapassare del Re per un periodo di sei mesi di aspettativa. Erano diretti prima a Civitavecchia su un vapore inglese e poi a Roma; qui furono dal governo vaticcano garbatamente allontanati come non desiderabili e si diressero prima a Marsiglia e poi a Parigi. Etc…Il Regno delle Due Sicilie non esisteva più. Il generale e sua moglie, con un lasciapassare del Console del re di Sardegna a Parigi, rientrarono in Italia e si fermarono a Torino. I genitori di Eleonora, fuggiti anch’essi da Napoli nel settembre 1860, si erano rifugiati a Firenze. A Torino il generale si recò da Cavour con una lettera di presentazione del Conte Vimercati.”. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Salvatore Pianell (Palermo, 9 novembre 1818 – Verona, 5 aprile 1892) è stato un generale e politico italiano. Conte dal 1856. Fu nominato Ministro della Guerra del Regno delle due Sicilie nel luglio 1860, nei giorni cioè dell’Impresa dei Mille. Il 31 agosto Pianell, deciso ad agire anche da solo, scrisse una lettera al re (che gli consegnò il 2 settembre) nella quale si dichiarava esonerato di fatto dalla carica di Ministro della Guerra. Il giorno dopo, il governo diede ufficialmente le dimissioni. Per opposti motivi si dimisero dalle loro cariche militari anche il Conte di Trapani e il Conte di Trani (che però rientrò nei ranghi qualche mese dopo). Una seconda lettera di Pianell a Francesco II, recapitata il 3 settembre, spiegava chiaramente i motivi delle dimissioni, causate soprattutto dalla incompatibilità fra il generale e l’ambiente di corte. C’è da aggiungere che, come rivela nelle memorie e in una lettera del 1877 indirizzata a Francesco II ma mai spedita, Pianell sottovalutò la volontà di resistenza del re. Quando infatti Francesco II parlò di lasciare la capitale, Pianell credette che alla fine si sarebbe imbarcato sul piroscafo spagnolo Villa di Bilbao e sarebbe partito per la Spagna. Allo stesso modo Pianell sottovalutò la resistenza delle truppe napoletane rimaste fedeli. Ottenuto il congedo dal re, partì il 5 settembre via mare per la Francia dove la moglie aveva parenti e dove trascorse i mesi fin quasi alla proclamazione del Regno d’Italia. Il 2 marzo 1861, infatti, dissolto il Regno delle Due Sicilie, Pianell tornò in Italia. Favorevole ad un’alleanza con il Piemonte e all’applicazione della costituzione promulgata da Francesco II, si trovò per questo avversario di buona parte della corte borbonica. Diede le dimissioni dopo poche settimane di ministero e, a seguito della proclamazione del Regno d’Italia, chiese e ottenne di entrare nell’Esercito italiano con il grado di generale.
Nel 4 settembre 1860, Francesco II abbandonò l’idea di una battaglia nel Salernitano
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 152, in proprosito scriveva che: “Ma Garibaldi non riposava in Calabria, ed a Napoli si seppe il 2 settembre che la Divisione Turr era sbarcata a Sapri, e che il giorno 3 il Dittatore si era ad esso unito marciando sopra Salerno. Questa marcia ingigantì le immaginazioni meridionali, più che il grido di rivolta scoppiato in molte provincie del Regno. Garibaldi, che continuava ad avanzarsi a grandi giornate, lo sbarco di alcune altre Brigate della Divisione Turr a Sapri, l’esitanza degli uomini di guerra a tentare battaglia con la capitale rumoreggiante alle spalle, e senza una base sicura di operazione, determnarono il Re di scegliere altrove il campo della sua guerra. Nella notte del 4 al 5 settembre si decise il ritiro dal campo di Salerno a quello di Sessa all’appoggio delle due fortezze Capua e Gaeta.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 493-494, in proposito scriveva che: “LVI. Dal sin qui detto manifestamente si scorge qual fosse il piano strategico dal Dittatore tracciato. tracciato . Come ad Alta Fiumara e a Soveria egli imaginava sorprendere l’armata e chiuderla da tutte le parti fra gl’insorti , il corpo condotto da Türr e le forze che egli stesso guidava all’assalto. Se Francesco II non si fosse per tempo ritirato, sarebbesi tosto veduto rinchiuso nel suo campo con Garibaldi di fronte, con Türr alle spalle , colla rivoluzione a sinistra e col mare alla destra. In tale frangente egli è chiaro che non altra via di salvezza gli sarebbe rimasta se non quella di cedere, capitolare ed arrendersi. LVII. Ma sia che Francesco prevedesse le mire nemiche e che quindi sentisse la necessità d’una pronta ritirata, sia ch’ egli non credesse conveniente accettar la battaglia in condizioni così svantaggiose, colla rivoluzione ai fianchi ed a tergo la capitale romoreggiante e mal fida, o non stimasse prudenza contare sul valore de’ suoi, i Borboniani inopinatamente levarono il campo e si diressero sulla via di Napoli. Infatti , anche non volendo calcolare sull’ esito delle mosse di Türr , che pure non poteva esser dubbio , l’esercito regio non avrebbe saputo resistere all’impeto di Garibaldi e de’ suoi. I soldati borbonici a chiari segni mostravano quanto di malavoglia s’ attendessero ad un conflitto, com’ eglino tremassero at nome solo del fortunato avversario e come fossero già vinti e soggiogati prima ancora di battersi. Dall’ altro canto l’audacia , le gesta e le marcie di Garibaldi apparivano così prodigiose e si strane che quelle anime ignare e fanatiche amavano piuttosto attribuirle ad una sopranaturale potenza etc…”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 512, in proposito scriveva che: “LXXXIV. Garibaldi conobbe la ritirata del Re da Salerno mentr’ egli nel campo di Polla concentrava le sue forze ed apparecchiavasi all’ ultima e decisiva battaglia contro la dinastia del Borboni. L’inopinato ritiro del Re e dell’ esercito lo costrinse a cangiare i suoi piani ed a sollecitare etc…”.
Nel 4 settembre 1860, a Sala, Giovanni MATINA creò dei dicasteri e Giunte Insurrezionali per ogni paese
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 392, in proposito scriveva che: “Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”.
A CASALBUONO
Nel 4 settembre 1860, a Casalnuovo (odierno Casalbuono), Garibaldi arrivò alle 17,00 e ospitato in casa Sabatini, ivi pernottò
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “Dopo sole tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, etc….“. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Dopo solo tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, etc….“. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Con essa il Generale venne il giorno 4 all’osteria del Fortino, e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre da Casalnuovo pubblicò per telegrafo: – “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale”; e la storia vuol ricordare la data uffiziale di quella anomala podestà, famosa nel nome di Segreteria, che, al nuovo governo, fu la Dittatura della Dittatura. Da Casalnuovo fece ordine a tutti i municipii, che accomodassero, a coloro dello Stato, di una porzione di viveri e denari ogni soldato dell’esercito borbonico che tornassero sbrancati a lor focolari: poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosissimi infelici, che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano a viandanti e alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso, con durezza imprudente e schernevole, venia negata. A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Dunque, Racioppi, dopo aver premesso dell’osteria del Fortino del Cervati fa incontrare Garibaldi ed il Mignogna nel piccolo borgo di Casalnuovo e non all’osteria del Fortino come vogliono altri. Tuttavia, Garibaldi ed il suo piccolo seguito si recarono in carrozza a Casalnuovo, oggi Casalbuono, un piccolo brogo non molto distante dal Fortino. Dal 1811 al 1860 fece parte del circondario di Montesano, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1927, durante il Regno d’Italia, fece parte del mandamento di Montesano sulla Marcellana, appartenente al Circondario di Sala Consilina. Casalnuovo si trovava sulla via per le Calabrie. Il Racioppi scriveva: “….e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano.”. Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata. Ivi Nicola Mignogna, in nome della provincia, gli dà il benvenuto; presentandogli l’offerta pecuniaria de’ Lucani (1). Etc…”. Pupino Carbonelli, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). Etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 116-117 e ssg., in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalnuovo (18) – paese che segue il confine tra la Provincia di Salerno e la Basiicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 pm. del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti Carlo Arrivabene ed Antonio Gallenga, volontari e corrispondenti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, odinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga di armi; vivendo etc….”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Etc…”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’…..Il 5 settembre, così, Garibaldi fu nel ‘Vallo di Diano’, in marcia su quella consolare fiancheggiata da una policroma geometria di poderi. Indossava il “poncho”, e sembrava un Dio tutelare, ….A destra e a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono. Con lui erano, fra gli altri, il Turr, il Sirtori, il Caldesi, il Nullo, il Serafini, il Cosenz, l’Avezzana, il Mordini e Musolino e i giornalisti Antonio Gallenga e Carlo Arrivabene, ambedue corrispondenti della stampa inglese. Il Generale fece sosta in Piazza Croce, (dopo divenuta Piazza Garibaldi), attraversò poi tutto il paese a cavallo, salutò il popolo festoso, poi stanco si riposò in casa di Raffaele Sabatini, dove passò anche la notte. Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale…..Etc…“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Alla presenza di tutto il popolo, presenti la Giunta Insurrezionale, il Sindaco Pasquale Buonafina, il capitano della guardia Urbana Raffaele Santini, il tesoriere Francesco Masullo, Ermenegildo De Stefano e il sacerdote Francesco Masullo, Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”. Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito. Casalbuono volle, più tardi (23), nel cinquantenario dell’unificazione della Patria, ricordare di aver accolto il Generale tra le sue mura, con un’artistica lapide marmorea (24). Etc….La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Alla punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi nominò BERTANI Segretario Generale della Dittatura
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “….e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’inciente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi, “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, etc..”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “….Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’incidente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore! Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: “…..e al povero villaggio di Casalnuovo nel vallo di Diano. E il 5 settembre da Casalnuovo pubblicò per telegrafo: – “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale”; e la storia vuol ricordare la data uffiziale di quella anomala podestà, famosa nel nome di Segreteria, che, al nuovo governo, fu la Dittatura della Dittatura. Etc..”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “……..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Da Casalbuono parimenti ordinò a tutti i municipi di concedere per conto dello Stato viveri e denaro ai soldati sbandati dell’esercito borbonico.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 116-117 e ssg., in proposito scriveva che: “VI. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, odinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga di armi; vivendo etc….”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Etc…”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo Garibaldi con i suoi “distinti personaggi” passò la notte dal 4 al 5 settembre e, oltre ad aver nominato Bertani segretario generale della dittatura, affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Agrati scriveva che, il 5 settembre 1860, da Sala Consilina, Garibaldi “diramò” il decreto che però aveva già scritto a Casalnuovo. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elargire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale. Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque. A Casalnuovo dispose che in sua assenza, comandante dell’esercito fosse il Sirtori….Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Alla presenza di tutto il popolo, presenti la Giunta Insurrezionale, il Sindaco Pasquale Buonafina, il capitano della guardia Urbana Raffaele Santini, il tesoriere Francesco Masullo, Ermenegildo De Stefano e il sacerdote Francesco Masullo, Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”. Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI. Nel dì precedente l’Eroe s’era avviato con i suoi a Casalbuono (18) – paese che segue il confine tra la provincia di Salerno e la Basilicata – dove giunse in carrozza dalla vecchia rotabile (19) alle 5 del giorno 4. Lo accompagnavano Turr, Cosenz, Sirtori, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini ed i giornalisti di giornali inglesi. Il Dittatore scese dalla carrozza presso la piazzetta Croce (20) e salì al paese a cavallo, salutando tre volte il popolo, e propriamente presso il palazzo del municipio e davanti alla chiesa principale. Scese da cavallo presso il portone del palazzo di Raffaele Sabatini, nel quale fu ospitato e vi passò la notte. Il Turr, insofferente del caldo, si pose a dormire sotto un pergolato del giardino presso lo stesso palazzo. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito. Casalbuono volle, più tardi (23), nel cinquantenario dell’unificazione della Patria, ricordare di aver accolto il Generale tra le sue mura, con un’artistica lapide marmorea (24). Etc….La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………..”.
Nel 4 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi sciolse la banda del De Dominicis che era a Sanza e che aveva ucciso Sabino Laveglia
Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 117, parlando di Casalbuono e riferendosi al 4 settembre 1860, in proposito scriveva che, Garibaldi arrivato in carrozza a Casalbuono alle 5 pomeridiane del giorno 4: “….decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Sulla scorta del De Crescenzo, Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza.”. Come vedremo innanzi, parlando del 7 settembre 1860 parlerò dell’uccisione dei responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane e del Pisacane in particolare perchè dalla documentazione storica pare che questa sia la data della loro uccisione proprio da parte della colonna di Cristofaro Ferrara, che si trovava a Sanza insieme alla colonna del Passero e che avevano imprigionato alcuni di Sanza tra cui il Sabino o Sabatino Laveglia. Dunque, la notizia dell’Infante (….), risulta strana. La notizia che ci dà Infante, che a Casalnuovo, Garibaldi sciolse la colonna del De Dominicis che si trovava a Sanza, dovrebbe essere ulteriormente approfondita, in quanto se ciò accadde il 5 settembre 1860 come può essere possibile che i rivoltosi uccidessero il Laveglia il 7 settembre 1860. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre ani prima. Fonti storiche ci portano a conoscenza che nel carcere di Sanza vi erano rinchiusi: Sabatino Laveglia, il fratello Domenico, Filippo Greco Quintana di professione farmacista e Giuseppe Citera ex capo urbano. I malcapitati furono letteralmente massacrati, forse anche con il beneplacito delle truppe garibaldine che non intervennero a sedare il macabro sodalizio. Si racconta che per giorni si udirono urla strazianti, provenienti da una piccola apertura protetta di sbarre. La loro morte è fatta risalire tra le ore 15 e le 16 del 7 settembre. Il neo cavaliere del regno Sabatino Laveglia, morì a seguito di numerose torture; il fratello Domenico si spense lo stesso giorno, il suo corpo fu fatto a pezzi ed il cervello per i clpi subiti venne trovato sparso sul pavimento della cella; Filippo Greco Quintana si spense a causa dei numerosi colpi infertigli al capo, tanto da rendere il suo cadavere irriconoscibile; la stessa sorte la subì Giuseppe Citera. I loro corpi furono gettati in una fossa comune in località Salemme, non lontano da dove erano stati massacrati dalle guardie urbane e dalla gente di Sanza, il Pisacane e i suoi compagni.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “………………“.
Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, il colonnello BOLDONI venne a salutare Garibaldi che aggregò la Brigata LUCANA alla brigata del Generale Cosenz
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 237, in proposito scriveva che: “La brigata Lucana e l’assedio di Capua. Giunto che fu il Dittatore a Casalnuovo, e venutovi, per mettersi agli ordini di lui, il Colonnello Boldoni, gli insorti della Lucania furono incorporati nella divisione del Generale Cosenz. Laonde il Colonnello ebbe ordinato alle sparse legioni di raccogliersi a Vietri di Potenza, ove trasmutava il quartier generale; li ordinò in brigata che disse dei Cacciatori Lucani; e queste divise in quattro battaglioni secondo i distretti della provincia, di poco meno che tremila uomini in tutto (1).”. Racioppi, a p. 237, nella nota (1) postillava: “(1) Il giorno 5 di settembre, a Vietri, il battaglione detto di Lagonegro numerava 671 militi; quello di Potenza 957, il terzo di Matera 478; il quarto di Melfi 810; in uno 2916.”. Giacomo Racioppi proseguendo il racconto sul Boldoni e la brigata Lucana dirà che dopo l’entrata di questo trionfale a Napoli, il 19 settembre, il colonnello Boldoni fu sostituito da Clemente Corte che la chiamerà Brigata di Basilicata. Racioppi scriveva che dopo Napoli, il Boldoni fu rimosso perchè apparteneva al partito di Cavour ed era inviso a Garibaldi. Sul colonnello Boldoni e la sua Brigata Lucana ha scritto l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 411, in proposito scriveva pure che: “VI. Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………….”.
Nel 5 settembre 1860, Rustow e le sue brigate garibaldine erano a Casalnuovo (odierno Casalbuono)
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “Nello stesso giorno 4 settembre arrivò nella strada consolare verso Casalnuovo la brigata Milano forte di 900 uomini circa; e nel giorno 5 marciò verso Sala passando vicino alla brigata regia Caldarelli. Questi aveva fatto sosta a Padula per meglio eseguire la capitolazione stipulata a Cosenza coi Calabresi, in forza della quale egli erasi obbligato di non marciare contro Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Nel giorno 6 settembre la brigata Milano marciò verso Auletta ed ai 7 verso Eboli.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: “Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…“. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “….La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano a 2 o 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’esercito dai 4 ai 6. Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette delle vettovaglie di pane etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 149, riferendosi al telegramma di Garibaldi inviato a Turr, in cui scriveva che: “Generale Turr, Sono giunto qui alle 3 1/2 pom. Io marcerò colla vostra colonna Milano e Spinazzi sino a Fortino….etc…”, a p. 150 aggiungeva che: “Il 3 settembre le due Brigate non andarono a Fortino, ma pernottarono a Vibonati; continuarono la marcia partendo per tempo, e la sera del 4 furono a Casalnuovo, attraversando in tutte queste marce alte e penosissime montagne.”. Pecorini si riferiva alle brigate Milano e Spinazzi che furono portate da Rustow a Vibonati, dove pernottarono ed in seguito giungevano non al Fortino ma a Casalnuovo. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.”. Biagio Moliterni, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI), a pp. 195-196, in proposito scriveva: “A Sapri, Garibaldi e Bertani trovarono i circa 1600 patrioti sbarcatevi il giorno precedente, a una parte dei quali, precisamente ai 900-1000 uomini della brigata Milano, fu ordinato di mettersi in marcia, intorno alle 17:00 sotto il comando del colonnello Guglielmo Rustow. Il Generale ed il suo ristretto seguito li raggiunsero lungo la via per Vibonati, centro nel quale pernottarono e da dove ripartirono alle 5:00 del mattino successivo (20).”. Moliterni, a p. 196, nella nota (20) postillava: “(20) Cfr. F. Policicchio, Le Camicie rosse nel golfo di Policastro, Fisciano, 2011, pp. 134-137.”. Dunque, Moliterni rifacendosi a Policicchio, scriveva la notizia del pernottamento di Garibaldi a Vibonati. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Il Turr imbarcò tutti il 1° settembre e sbarcò a Sapri alle 9 del mattino seguente. Alle cinque del pomeriggio ripartiva da Sapri per via di terra e poco prima del mezzogiorno del 4 settembre era al Fortino dopo aver bivaccato la prima notte a Vibonati ed aver costeggiato poi le falde del monte Cocuzzo. La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “L’avanguardia comandata da Rustow precedeva di due o tre giornate le truppe della divisione Terranova, le più vicine; di quattro o cinque la punta principale dell’esercito e, cosa inaudita ma vera, essa determinò lo sgombero della formidabile posizione di Salerno. Dalle memorie del Rustow ancora apprendiamo: “Garibaldi si era recato avanti fino al Forl(t)ino; io ero rimasto indietro per sorvegliare la marcia della colonna lungamente sparpagliata, ed arrestarla e raccoglierla nei luoghi opportuni. Etc…”. Policicchio, a p. 139, in proposito scriveva pure che: “Rustow si mantenne sempre in testa alla colonna per scegliere i luoghi più idonei e opportuni ai bivacchi e provvedere alla compattezza delle truppe. Il Fortino è nel salernitano etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi….E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal de Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. De Crescenzo scriveva che Garibaldi decretò lo scioglimento della colonna del De Dominicis, “che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che la colonna del De Dominicis fu sciolta da Garibaldi a Casalnuovo dove fu incorporata nelle file del Fabrizi. La colonna del De Dominicis fu inclusa nell’Esercito Meridionale. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil riprende la rotta verso il Sud per proseguire la ricevuta missione. A mezzodì il Brésil giunge nelle acque di Amantea e dopo breve sosta si pone in traccia di un Paranzello sul quale ha saputo esservi Uffiziali e soldati. Ala punta dei rinfreschi difatto incontra il bastimento e prende a bordo del Brésil 14 Uffiziali e 21 soldati del 5° battaglione Cacciatori. Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle ore 10 (a.m.) partito verso Amantea dove sono giunto alle 12 (m.). Posto poco dopo in traccia del paranzello con gli Uffiziali e soldati del 5° cacciatori, che ho incontrato verso la punta dei rinfreschi e preso 14 Uffiziali e 21 soldati”. Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………………”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 54 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “L’Aldinio, giovane, forte, coraggioso ed aitante della persona, spinto da quell’ondata d’entusiasmo e di fede, ed indossata la camicia rossa, che tutt’ora si conserva dall’affetto filiale, fece parte dello stato maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi fu nominato Ricevitore delle Privative in Reggio Calabria, ma non accettò l’impiego per non parere d’aver tratto profitto dal suo patriottismo (1). Ritiratosi in patria, fu nominato Capitano della 1° Compagnia della Guardia Nazionale al posto del fratello Gennaro, e serbò sempre per Garibaldi un culto ed una venerazione introducendo pure, nei primi anni dell’unità italiana, una splendida festa patriottica e commemorativa nel giorno onomastico dell’Eroe. Morì fra il compianto generale nel 1892 in patria, lasciando larga eredità di affetti e di sangue.”. L’Avv. Paolo Emilio Curti, nel suo “Arresto processo e condanna del colonnello Turr narrati da lui medesimo”, Milano, 1862, Tip. dei Lombardi, a p. 70, in proposito scriveva: “Il generale Türr istesso accompagnava la spedizione, che col favor della notte, malgrado la vicinanza della flotta borbonica, potè arditamente compiersi, sì che sbarcò presso Sapri il 2 settembre di buon mattino e il 3 partiva per Lagonegro, onde ricevere nuovi ordini di Garibaldi. Questi rapidi movimenti sul continente, ne’quali il nostro Türr aveva tanta parte, portavano lo sgomento ne’ Regii, tal che a’ dì 4 la Brigata Milano, ch’era a di lui dipendenza, perchè, come dissi, apparteneva alla sua divisione, trovavasi già sulla strada consolare presso Casalnuovo, il 5 incalzava le truppe napoletane comandate da Caldarelli che poi capitoló a Cosenza con Garibaldi, e quando due di dopo toccava Eboli , il Dittatore entrava già solo nella capitale abbandonata da Francesco II. Il generale Caldarelli non tardava pronunciarsi per la causa nazionale ed anche le truppe regie si ritirarono da Salerno, si che Türr poteva il giorno dopo all’arrivo in Napoli di Garibaldi raggiungerlo colla brigata Milano, la quale affrettò l’ingresso valendosi di veicoli d’ ogni maniera.”.
Nel 5 (?) settembre 1860, a Casalnuovo (?), MIGNOGNA consegnò a Garibaldi la somma di 6000 ducati
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Dunque, dal taccuino di Agostino Bertani si evince che Mignogna arrivò al Fortino e non a Casalnuovo. Bertani annotava dal Fortino partirono per Casalnuovo (attuale Casalbuono), il 4 settembre 1860 ed il 5 settembre 1860 erano a Casalbuono, dove Garibaldi emise l’ordine della nomina a Bertani. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevé Nicola Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi. Mignogna e Lacava si unirono al Dittatore, e con lui passarono la notte a Salerno, ed entrarono il 7 settembre, a Napoli. All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “………..“. Dunque, Raffaele De Cesare scriveva che Garibaldi ricevette Mignogna all’osteria del Fortino e non a Casalnuono. Secondo il Bertani, Mignogna arrivò al Fortino il giorno 4 settembre 1860 ed a Casalnuovo, il giorno 5 settembre si recò con Garibaldi come invece, diversamente scrive il Treveljan. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre a Casalnuovo Garibaldi si vide venire incontro il Mignogna, governatore in suo nome della provincia di Basilicata, che si era dichiarato per lui più di due settimane avanti, mentre egli attendeva varcare lo Stretto….”. Su Nicola Mignogna si veda Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo, Nicola Mignogna nella Storia dell’Unità d’Italia – con lettere indeite etc.., Napoli, tip. Morano, 1889 ed in particolare Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 117, in proposito scriveva che: “Fallito il tentativo di invadere il territorio dello Stato Pontificio, venne distaccato da Giuseppe Garibaldi in Basilicata con l’incarico di controllare l’attività del movimento liberale lucano che, organizzato da Giacinto Albini, aveva incondizionatamente aderito al programma del Comitato dell’Ordine. Nonostante la sua attiva partecipazione alla insurrezione lucana, la sua missione non raggiunse lo scopo per cui egli era stato inviato in Basilicata: i posti di maggiore responsabilità vennero affidati dall’Albini ad esponenti del Comitato dell’Ordine. Nel settembre del 1860 si riunì all’esercito garibaldino e si distinse nella battaglia di Maddaloni.”. Poi, a p. 117 aggiunge pre che: “Della monografia del P. C. interessa direttamente la Basilicata quanto si riferisce ai contrasti tra le varie correnti liberali ed al periodo in cui, tra l’agosto ed il settembre del 1860, il Mignogna fu prodittatore con l’Albini (pp. 175 ss.). “. Infatti, Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo “Nicola Mignogna”, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Rogliano , 31 Agosto 1860. Caro Mignogna, Vi ringrazio della vostra del 23. Io vi fo i miei complimenti per quanto avete fatto di bene alla nostra Patria. Il Capo militare che mi chiedete è Cosenz, col quale io vi vedrò ad Auletta fra pochi giorni. Vostro G. GARIBALDI.”. Il 5 settembre Garibaldi giunge a Casalnuovo, confine tra la Calabria e la Basilicata . Ivi Nicola Mignogna , in nome della provincia, gli dà il benvenuto presentandogli l’offerta pecuniaria de ‘ Lucani ( 1 ) . Garibaldi gli stende la mano , gli ripete con voce incantevole : « Bravo, Mignogna, voi avete ben meritato della Patria ! » A cui il Mignogna : « Tutto è possibile , Generale , quando voi volete . » E si dicendo , gli porge un foglio. È un telegramma di Giuseppe Libertini , presidente del Comitato Unitario che annunzia: « Francesco II, preso congedo da ‘ Napoletani , s’imbarca per Gaeta, concentrando l ‘ esercito rimastogli fedele, nelle fortezze di Capua , Gaeta , Pescara, Civitella ; proponendosi di tener il campo dietro il Volturno . » Garibaldi scorse rapidamente lo scritto , poi girò intorno le sue grandi pupille fosforescenti , profonde come il mare e come questo trasparenti, e sclamò : << andiamo, per ora, a Napoli – Viva l’Italia ! » L’emozione , l’entusiasmo degli astanti non si osa descrivere . La storia si fa inno l’uomo diventa mito l’opera sua leggenda ! –– Ad Auletta il Generale dice a Mignogna : « Venite meco a Napoli ; » e nomina Giacinto Albini governatore, con potestà illimitata , della Basilicata. Garibaldi sapeva già che in Napoli i seguaci di Cavour avevano adoperati tutti i mezzi per compiere la rivoluzione senza il suo intervento . « In caso estremo — aveva telegrafato e scritto il Cavour – etc….”. Pupino Carbonelli, a p. 215, nella nota (I) postillava: “(1) Bertani rilasciò a Napoli la seguente ricevuta (vedi documento XXXI). « Dal signor avv. Nicola Mignogna ho ricevuto Ducati seimila ( pari a L. 25,500 ) , offerta fatta dalla Provincia di Basilicata al Dittatore. Il Segret. Generale della Dittatura AGOSTINO Bertani.“. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Alle 10 (a.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia sul vapore Brésil….Nel Giornale del Capitano leggesi: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI…..Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc….”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 Garibaldi giunse con i suoi a Casalbuono….Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “…..al Fortino,…..dove incontrò Nicola Mignogna, Giacinto Albini, il futuro prodittatore della Basilicata e Pietro Lacava, artefici della liberazione di Potenza avvenuta il 18 agosto. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proprie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi decretò aiuti ai soldati borbonici in fuga
Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 259-260, in proposito scriveva pure: “Dopo Lagonegro, si direbbe che il paesaggio stesso s’incivilisca e avverta la vicinanza di Napoli. Un’ampia valle che scende, dritta e piatta, tra due catene di colline azzurricce, mi ricorda la valle dell’Euro, nei dintorni di La Rivière Thibouville: etc…Sulla strada passano disertori dell’esercito napoletano; si fermano davanti a noi e chiedono l’elelemosina. Non mangiano da ieri mattina. Le case si chiudono quando essi si presentano; i contadini fuggono o danno loro la caccia; rifiutano loro il pane se non lo pagano, ed essi non hanno danaro. Hanno le scarpe logore; camminano quasi a piedi nudi, sfiniti sì da non poter più andare avanti, coricandosi nei fossi, cibandosi dele more dei cespugli, eppure rassegnati e senza farne colpa ai loro capi, la cui incuria li ha forse ridotti in quello stato miserando. Ci fermiamo a Sala. Si sentiva un lontano rimbombare etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, che, a p. 406, in propposito scriveva che: “….e fece ordine, scrive il Racioppi, “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, etc..”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “…..e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore!”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 219, in proposito scriveva che: “Da Casalnuovo fece ordine a tutti i municipii, che accomodassero, a coloro dello Stato, di una porzione di viveri e denari ogni soldato dell’esercito borbonico che tornassero sbrancati a lor focolari: poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosissimi infelici, che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano a viandanti e alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso, con durezza imprudente e schernevole, venia negata. A Casalnuovo venne a complirlo in nome del governo Lucano il signor Mignogna; e in nome del governo stesso, consapevole delle grandi strettezze dell’esercito meridionale, porse, non chiesto ma ben accetto, il presente della Lucania in seimila ducati al Dittatore. Del quale denaro una parte fece incontanente pagare al general Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli avea chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri di suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione col Dittatore. Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Dopo solo tre o quattro ore – poichè era di supremo interesse alla causa della rivoluzione correre fulmineamente nella Capitale – proseguendo dal Fortino in carrozza la marcia trionfale, il Dittatore giunse la sera di quel giorno 4 Settembre nel vicino Comune di Casalbuono, dove pernottò, gradito ospite, in casa Sabatino, e dove, nel mattino seguente, nominò il Colonnello Bertani Segretario Generale, forse in premio dell’ottimo consiglio avutone nell’incidente del Piola, e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore! Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “……..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 134, in proposito scriveva che: “Il Dittatore coi suoi compagni, mosse lo sesso giorno 4 per Casalbuono, ove rimase la notte. Da Casalbuono parimenti ordinò a tutti i municipi di concedere per conto dello Stato viveri e denaro ai soldati sbandati dell’esercito borbonico. “Era increscevole e doloroso” scrive giustamente il Racioppi, la vista di numerosissimi infelici che, persa per fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse garibaldine la limosina di un pane, che spesso con durezza imprudente e schernevole veniva negato” (1).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (1) postillava: “(1) Racioppi, op. cit.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese.”. L’opera di Giuseppe Guerzoni citata dal De Crescenzo è “Garibaldi”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “….affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere. In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza. Inoltre chiese al Tesoriere di quel Comune, Francesco Masullo, del denaro per elargirlo ad alcuni soldati. A tale invito rispose anche il falegname Pasquale De Filippis, che consegnò con entusiasmo all’eroe parte dei suoi risparmi derivati dal suo modesto lavoro artigianale. Il giorno seguente Mignogna, Governatore di Basilicata, nel dare il benvenuto al Generale, in nome della sua Provincia, gli consegnò la somma di 6000 ducati. A tal proposito l’eroe visibilmente soddisfatto ringraziò il benefattore con queste precise parole: “…Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria”. Questi rispose: “Generale, tutto è possibile quando voi volete”, detto ciò consegnò all’illustre condottiero un telegramma a firma del Presidente del Comitato Unitario di Napoli, nel quale era scritto che Francesco II era fuggito a Gaeta e che le sue truppe erano appostate a Capua. Civitella, Pescara e Gaeta. A queste notizie Garibaldi esclamò: “Per ora bisogna che andiamo a Napoli”. Detto questo il Mignogna gli assicurò che oltre duemila lucani erano disposti a seguirlo ovunque.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI….ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese. Il giorno dopo si vide venire incontro il Mignogna, governatore di Baslicata, il quale più di due settimane avanti si era dichiarato per lui. Il patriota lucano diede il benvenuto al Generale in nome della sua provincia e gli presentò l’offerta dei lucani ammontante a seimila ducati in tante piastre e colonnati. Il Dittatore, stendendogli la mano, gli ripetè: Bravo Mignogna, voi avete ben meritato dalla Patria ! (21). Il Mignogna etc…, gli pose un telegramma di Giuseppe Libertini, presidente del Comitato Unitario, annunziante che…etc…“. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “Da Casalnuovo il Generale Garibaldi a mezzo del telegrafo notifica: “Il Colonnello Bertani è nominato segretario generale.” Poi invia ordine a tutti i municipii (così fa sapere il Lacava): etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…..”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “….seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Filippo La Gioia (….), nel suo “L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia – Cenno istorico redatto per cura di La Gioia Filippo di Aieta”, Lauria 1891, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “…il generale Garibaldi,….e dopo di ciò, scese sul Continente, Reggio, Catanzaro, Cosenza, Castrovillari, Rotonda, Tortora, e nella marcia di Tortora precsamente, ove anche noi ebbimo l’onore di stringergli la mano, in quel rincontro, anche la nostra defunta vecchia Genitrice Antonia Candia fu Vincenzo di Aieta, volle ammirare il grende guerriero de’ due Mondi, etc….Dopo quel piccolo trattenimento il Generale nell’accomiatarsi, con quel riso incantevole, stringendo a tutti la mano, partì con pochi uomini che lo seguivano, ed imbarcato sù di un piccolo battello, si diresse nella marina di Sapri, e da colà defilato si recò al Fortino di Lagonegro, ove uscì avanti al Generale Caldarelli, il quale con quattro mila soldati di Artiglieria, alla sola comparsa della camicia rossa, depose le armi, e i soldati Borbonici disarmati, in poche ore, ciascuno fu mandato al proprio domicilio, ed ai soli Ufficiali fu lasciato un foglio di via per non essere maltrattati.”.
Nel 5 settembre 1860, a Casalnuovo, Garibaldi nominò il generale SIRTORI Capo di Stato Maggiore in sua assenza
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 140, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo Garibaldi con i suoi “distinti personaggi” passò la notte dal 4 al 5 settembre e, oltre ad aver nominato Bertani segretario generale della dittatura, affidò il comando dell’esercito al Generale Sirtori che rimase nelle retrovie per organizzare le truppe (19).”. Policicchio, a p. 141, nella nota (19) postillava: “(19) Anche in Sicilia fu sempre suo vice. Etc…”. Policicchio nella nota si riferiva ad Agostino Bertani. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “A Casalnuovo dispose che in sua assenza, comandante dell’esercito fosse il Sirtori….Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Viene Mignogna. Il generale mi prega di rimanere presso di lui come segretario generale. Si parte per Casalnuovo. Ho da accettare ? – 5 settembre. Il generale torna sull’argomento: dice che giunto a Napoli non avrebbe nominato ministri, ma tanti segretari quanti erano i rami amministrativi, segretari irresponsabili e non firmatari, non politici, poi un consiglio di dittatura che avrebbe aiutato il disbrigo degli affari. Accettai. Allora scrisse il seguente ordine del giorno: “Il generale Sirtori ha il comando dell’esercito nell’assenza del dittatore. Il colonnello Bertani è nominato segretario generale della dittatura – Casalnuovo, 5 settembre 1860. G. Garibaldi (1)”.”. White-Mario, a p. 458, nella nota (1) postillava: “(1) Questo ordine del giorno comparve tal quale nella ‘Gazzetta Officiale’ di Napoli, 8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, in proposito scriveva che: “VI…..Il Generale pubblicò poi un decreto col quale, in sua assenza, affidava al Sirtori il comando dell’esercito.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……………….”. Alcuni storici però scrivono che la nomina a Sirtori non avvenne a Casalnuovo ma avvenne ad Auletta. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° Settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, etc…”. Proseguendo la sua narrazione, Agrati scriveva che Garibaldi comunicherà queste decisioni prese a Casalnuovo solo dopo ad Auletta, il 6 settembre 1860 con dispacci diramati via telegrafo.
Nel 5 settembre 1860, a Palermo, arrivo del PIOLA-CASELLI che porta a Depretis la lettera di risposta di Garibaldi ricevuta in occasione del colloquio al Fortino
Costanzo Maraldi, nel suo “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 89, in proposito scriveva: “Frattanto a Palermo….”si aspettava da un’ora all’altra il ritorno del Piola per bandire subito il plebiscito”. Michele Amari aveva già scritto il 4 settembre il proclama etc…(180)….Le cose erano a questo punto, quando la mattina del 5 settembre, il Piola, reduce dalla sua sfortunata missione, sbarcò a Palermo latore della risposta negativa di Garibaldi alla nota lettera di Depretis. E’ inutile descrivere la delusione, che provocò l’imprevista decisione del Dittatore.”. Maraldi, a p. 87, nella nota (175) postillava che: “(175) Idem. = A. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba, Firenze 1869- pag. 74-75.”. Ida Nazari Micheli (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860 – cronistoria documentata”, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1911, nel “Capo IV° – 1 settembre-31 dicembre”, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ noto notissimo il fatto, che in seguito a questa lettera il Generale Garibaldi, dopo essersi consigliato con Turr e con Cosenz, aveva cominciato a dettare al suo segretario, Basso, in questi termini: “Caro Depretis, fate l’annessione quando volete…” Ma, esclama la Mario, – “sarebbe riuscito senza l’occhio vigile di Bertani” – Bertani e Crispi dovevano per conto di Mazzini, salvare il Dittatore dalle sciocchezze, dagli errori politici, vedi anche il Palamenghi-Crispi, I Mille, p. 342, dove si deplorano i primi errori fatti da Garibaldi a Napoli, che Crispi non giunse in tempo ad impedire; il maggiore, il più deplorato, fu quello naturalmente di aver consegnate le forze navali al Persano! – Povero Garibaldi! ogni volta che dava una manifestazione della sua perfetta lealtà al programma da lui liberamente assunto, i suoi più cari lo disapprovavano e cercavano di mettergli le mani avanti. Qulache volta ci riuscivano, etc…La lettera di adesione fu stracciata (I) e Piola ritornò a Depretis con risposta negativa. Il Depretis non si diede per vinto e rimandò il Piola con la seguente: “Caro ed illustre amico – Palermo 6 sett. 60. – La vostra lettera, che mi fu recata dal cav. Piola mi ha cagionato un vero dolore; etc…”. Nazari, a p. 157, nella nota (I) postillava: “(I) V. Bertani, Ire politiche d’oltre tomba; Mario J.W., Garibaldi, p. 283, ecc..”. Dunque, non ci eravamo accorti che nello riscrivere a Garibaldi da Palermo, il 6 settembre 1860, il Depretis scriveva che il Piola gli aveva consegnato una lettera di risposta a quella sua che gli fu consegnata al Fortino dallo stesso Piola. Nel testo a cura della Commissione Editrice, il suo “La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860), a p. 233, in proposito è scritto che: “838. F. Còrdova a Cavour. Palermo, 4 Settembre 1860. Eccellenza, Sig. Conte Veneratissimo, Oggi si aspetta Piola di ritorno dal campo di Garibaldi, con l’oracolo del dittatore intorno all’annessione. Piola partì da Palermo la sera del mercoledì 29 Agosto, se non erro. Dopo avere più volte ripetuto che la venuta di Bottero aveva forrse guastato le sue pratiche per la pronta annessione, finalmente Depretis ci ha detto che spera nella circostanza di avere proposta l’annessione immediata a Garibaldi un giorno prima dell’arrivo di Bottero; in modo che il Dittatoree non potrà dire che la cosa è comandata da Torino. Etc…”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “Mentre ciò accadeva, il governo prodittatoriale a Palermo s’attendeva poter bandire il plebiscito da un’ora all’altra. Il ministro Amari ne aveva già pronto il proclama, quando il ritorno di Piola colla risposta diGaribaldi, dilatoria se non negativa, pose i ministri nella necessità di dimettersi e di tale determinazione Depretis informava Garibaldi con altra lettera del 6 settembre (Doc. VII) pure affidata al Piola e tosto rincalzata dall’altra del giorno successivo chiedente un abboccamento (Doc. VIII). La risposta di Garibaldi data in Napoli il giorno 9 (Dov. 9) accenna i motivi del diniego, ma rifiuta contemporneamente leofferte dimissioni appellandosi al patriottismo del Depretis. Verbalmente poi il Dittatore fece conoscere al Piola che voleva si aspettasse ancora per una quindicina, condizione che nè i ministri etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Vibonati, proveniente da Sapri, passava la Brigata PUPPI (ex Bologna) che marciava arrivando a Casalnuovo (odierno Casalbuono) alle 19,00
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 338-339, in proposito era scritto: “….brigata Milano, la sola completa, alla volta di Vibonate, per raggiungere per quel sito la strada maestra consolare; doveva seguire la brigata Parma appena raccolta a Sapri, come pure quella di Bologna subito che vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò tardi nella sera del 3 a Vibonate, e raggiunse il giorno dopo il passo del Monte Cocuzzo, passando a Fortino la strada consolare, su cui marciarono d’allora in poi, mentre lebrigate Bologna e Parma la seguivano a 2 e 3 giorni di marcie, ed il grosso dell’ esercito dai 4 ai 6.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzozero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…diede ordine a Rustow di marciare la sera stessa per Vibonate colla brigata Milano, la sola completa, onde occupare in quella località la strada consolare; la brigata Parma doveva seguirla, appena si fosse raccolta a Sapri, e la brigata Bologna, appena vi fosse arrivata. La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Dunque, Bizzozero traducendo il colonnello Rustow scriveva che “…mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr) approdava a Sapri alle 11. pom. del giorno 3; sbarcava alle 8 ant. del giorno 4. Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom. e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant. del 6, dove arrivava alle 4 pomeridiane. La brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina e l’8 si metteva in marcia. accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli, ove arrivava alle 5 pom. (p. 709) Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone. Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Puppi (divisione del pari di Turr)….Il giorno 5 la stessa brigata passando per Vibonati, giungeva a Casalnuovo alle 7. pom…”. Dunque Lacava scriveva che la brigata Puppi passava da Vibonati il giorno 5 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., e riprendeva la marcia per Sala Consilina alle 5 ant., del 6, dove arrivava alle 4 pom. La Brigata Puppi riposava il 7 a Sala Consilina, e l’8 si metteva in marcia: accampava ad Auletta, ed il 9 proseguiva per Eboli…..Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava in Napoli acquartierandosi a Pizzofalcone.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli….(2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 3 la Brigata Puppi s’imbarcava per Sapri, dove approdava alle 11 pom.; l’operazione di sbarco aveva luogo alle 8 ant. del 4. Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “….Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…“. Cesari scriveva che Garibaldi, a Sapri, dopo aver ordinato al colonnello Rustow di avviarsi con la sola sua Brigata Milano “A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi…“. La Brigata Puppi, apparteneva alla XV Divisione Turr. La Brigata Puppi marciò da Sapri ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. La Brigata Puppi, apparteneva alla XV Divisione Turr. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo stesso giorno 5 la Brigata Puppi da Sapri, passando per Vibonati, giungeva a Casalinuovo alle 7 pom., etc…“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare. A breve distanza mandò, al seguito di questa avanguardia, la brigata Spinazzi e poi la brigata Puppi……Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli. Contemporaneamente la brigata Puppi giunta a Milazzo e fatta proseguire per il continente fino a Pizzo, si imbarcava per Sapri, per unirsi alle brigate Milano (Gandini) e Spinazzi le quali si erano alla loro volta imbarcate a Paola per la medesima destinazione. Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao.”. L’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 577 ed in proposito scriveva che: “Le brigate garibaldine Milano e Spinazzi: “per tempo”, partono da Vibonati alla volta di Casalnuovo….All’alba, etc…All’istess’ora s’intraprende nelle acque di Sapri l’operazione del disbarco della Brigata garibaldina Puppi.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 580 ed in proposito scriveva che: “4 Settembre…Poi il vapore fa rotta per Maratea. A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi. Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, questo passaggio dell’ufficiale borbonico Ludovico Quandel-Vial (….), che, leggendo il “Giornale di bordo” della nave “Brésil” redatto dal Capitano di Stato Maggiore Garzia che “fa rotta per Maratea”, trova scritto che: “A sera (così trovo indicato) le Brigate Garibaldine Milano e Spinazzi arrivano a Casalnuovo, ove da più ore trovasi il Generale Garibaldi e vi rimarrà la seguente notte. Alle 7 (p.m.) giunge a Vibonati la Brigata garibaldina Puppi.”. Dunque, il capitano Garzia annotava nel suo Giornale di bordo che la brigata Puppi era arrivata alle 7 di pomeriggio (19,00) a Vibonati. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 5 settembre 1860 aveva già scritto: “5 Settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Ludovico Quandel-Vial, a p. 579, riferendosi al giorno 4 settembre 1860 aveva già scritto: “4 Settembre….Poco dopo Piola parte pel mezzogiorno ed il Generale Garibaldi si rimette in carrozza coi suoi seguaci indirizzandosi a Casalnuovo. La Brigatta Puppi è in marcia da Sapri per Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Inoltre, il Quandel-Vial, a p. 580 aggiunge: “Alle 8 (p.m.) il Capitano di Stato Maggiore Garzia perviene nelle acque di Maratea e scrive nel suo Giornale: “Ritorniamo a Maratea ed imbarcati 14 individui di truppa, quindi partito da Paola.”. Poi trovo scritto: “Alle 10 (p.m.) partito da Paola.”. 5 settembre. All’alba la brigata garibaldina Puppi è in marcia da Vibonati alla volta di Casalnuovo.”. Dunque, l’ufficiale borbonico Quandel-Vial, a p. 580 scriveva che il 5 settembre 1860, “all’alba”, la brigata Puppi si era partita da Vibonati alla volta di Casalnuovo. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Mazziotti scriveva che il 3 settembre, probabilmente proveniente da Paola, sbarcò a Sapri un’altra Brigata della Divisione Turr, la Puppi. Questa Brigata Puppi marciò da Sapri ed arrivò ad Auletta il giorno 6 settembre 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “La Brigata “Bologna” ed il resto della “Parma” seguirono di lì a qualche giorno e il Rustow dice che quand’egli coi suoi, dopo il Fortino, s’avviò per la consolare etc…”.
Nel 5 settembre 1860, ad Acciaroli, Leonino Vinciprova e Cristofaro Muratori sbarcarono dalla goletta Emma di Alessandro Dumas, armi per i rivoltosi del Cilento per la causa di Garibaldi
Alexandre Dumas, anch’egli scrittore. È famoso soprattutto per i capolavori Il conte di Montecristo e la trilogia dei moschettieri formata da I tre moschettieri, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne. Nel 1860 decise di realizzare Il grande viaggio di Ulisse e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “VI….Soltanto il 5 settembre la goletta con il Dumas si avvicinò alla rada di Acciaroli. La attendeva Leonino Vinciprova, che aveva preso parte a la Spedizione dei Mille ed era stato mandato da Garibaldi, col Mignogna e col Carbonelli, per promuovere la rivolta nelle provincie napoletane. Egli trovò a bordo della goletta il Dumas e Cristofaro Muratori, siciliano, ardente patriota e già segretario del Crispi (1). Il Muratori scese a terra portando un buon numero di Camicie rosse, di armi e di munizioni, e postosi a la testa di un gruppo di insorti, proseguì per Cannicchio e per Celso ove prese alloggio la sera in casa del barone Mazziotti. Il giorno dopo si tenne nel palazzo di lui una numerosa adunanza di liberali, con i quali percorrendo i comuni di Stella, di Omignano e di Sessa, andò a Rutino e poi a Salerno (1).”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trni, Tipografia Cannone, 1861.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 62, in proposito scriveva che: “Garibaldi lasciò Castelnuovo il 5 settembre alle ore 10. Lo stesso giorno alle due del pomeriggio poco lontano dalla spiaggia di Acciaroli si fermò la goletta Emma. Su di essa era il noto romanziere francese Alessandro Dumas (padre), che dopo la battaglia di Milazzo si era precipitato a Salerno per consegnare le armi alle masse rivoluzionarie, ed era venuto ad Acciaroli, dove era ad attenderlo il Vinciprova. L’eroe cilentano si precipitò subito sulla goletta nella quale incontrò anche il Muratori. I tre, senza perdere tempo prezioso, stabilirono che il Muratori si fermasse ad Acciaroli con il compito di radunare quanti più uomini fosse possibile e raggiungere con essi Garibaldi in marcia verso Salerno. Infatti, il Muratori “con una garibaldina sulle spalle” scese a terra, attorniato da una moltitudine di gente e fu festeggiato lungamente. Molti volenterosi si fecero innanzi disposti a seguirlo, già pronti con armi sulle spalle e munizioni nelle tasche. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, in proposito scriveva che: “…..”. Dai racconti dello stesso Dumas si capisce che la città svolge un ruolo strategico per la conquista di Napoli. «Viva Garibaldi! Viva Vittorio Emanuele!… Una delegazione del comune viene verso l’Emma e esprime il suo unanime consenso per la causa Italiana; Salerno s’illumina come un palazzo incantato» . L’episodio è raccontato in un libretto di Marciano Beniamino, Salerno nella Rivoluzione del 1860. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 97 e ssg., in proposito scriveva che: “La battaglia di Milazzo venne descritta da Alessandro Dumas, l’autore dei “Tre Moschettieri”, il quale – dal “faro” a Napoli – fu con Garibaldi, in quella vittoriosa marcia che venne conclusa con le armi al “Volturno”. Ed il Dumas, nella lettera inviata al Generale Carini, dopo la vittoriosa azione, così si espresse etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 97, in proposito scriveva pure che: “XII. Solamente il 5 settembre, alla vigilia dell’ingresso trionfale del Dittatore a Salerno, la videro fermarsi, verso le due p.m. e poco lontano dalla rada di Acciaroli – marina del comune di Pollica – Leonino Vinciprova e Pietro Lacava, mandati da Garibaldi insieme con Vincenzo Carbonelli – audace cospiratore di Secondigliano – e col ferreo Mignogna, ad attendere le armi promesse ed a provocare l’insurrezione nel Napoletano e, per conseguenza, nel Salernitano. Chi avrebbe potuto preparare il terreno politico nelle nostre zone se non il Vinciprova che conosceva addentro uomini e cose, avendo partecipato, credente convinto dell’unità della patria, a tutti i moti liberali della sua provincia ? Il patriota cilentano “rivoluzionario di cuore e di fatti”, come lo chiama l’Oddo, montò una barchetta con alcuni marinai e salì a bordo della goletta che, di tanto in tanto, mandava colpi di fucile, e gli si presentò dapprima un omaccione tutto vestito di bianco, dalla folta capigliatura di creolo, ricoperta da un largo cappello di paglia, adorno di una penna azzurra di una bianca e di una rossa (40). Era costui il romanziere Dumas, accompagnato dal frate Giovanni Pantaleo e da un focoso giovane siciliano in divisa di ufficiale garibaldino, Cristoforo Muratori…Costui, poco dopo, presa una carabina sulle spalle, scese a terra con gli altri, portando un considerevole numero di camicie rosse armi e munizioni, che aveva spedito da Genova Agostino Bertani fin dal 1° agosto. Etc…(41).”. De Crescenzo, a p. 98, nella nota (41) postillava: “(41) Cfr. L. Minervini, Dichiarazione cronologica sopra i fatti della Rivoluzione di Napoli, Trani, Cannone, 1861”. Si tratta del testo di Luigi Minervini (….). De Crescenzo, a p. 99 continuando il suo racconto scriveva: “XIII. Si diresse poi quella massa di volontari al villaggio di Cannicchio e di là, la sera stessa, arrivò a Celso, altro villaggio di circa ottocento abitanti su di un vasto piano dominato dal monte Stella, dove fu lietamente accolta nella casa del barone Mazziotti, noto per sentimenti liberali; etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 794, in proposito scriveva che: “Prima di continuare a parlar di Dumas e di certi fatti rivoluzionari combinati nelle acque di Napoli tra lui ed altre persone diremo ancora dell’ Emma, di quella goletta che ha la sua parte nella storia della nostra rivoluzione . Essa aveva portato armi in Salerno , e nei primi di settembre altre armi portava alla marina di Acciaroli. I volontari del Cilento partivano i primi di settembre, ed avviavansi verso il Vallo Diano per unirsi agli altri dei vicini paesi e raggiungere Garibaldi. Certo Vinciprova , rivoluzionario di cuore e di fatti , recossi alla marina di Acciaroli per attendervi armi già promesse, ma che non erano ancora arrivate. Verso le 2 pomeridiane del 5 settembre si fermò poco lungi dalla spiaggia la goletta Emma, che di tratto in tratto interrompeva il silenzio con colpi di fucile. Il Vinciprova montò una barchetta con alquanti marinai , si accostò all’ Emma, sali a bordo , ed oltre a Dumas vi trovò Cristoforo Muratori , che i nostri lettori conoscono. Egli era vestito da ufficiale garibaldino ; sua missione era di sollevare il resto della provincia. Si stabilì che il Muratori scenderebbe a terra, vi radunerebbe tutta la gioventù volonterosa di combattere, ne prenderebbe il comando , e raggiungerebbe Garibaldi . In questo frattempo l’Emma era circondata da tutte le barchette che ritrovavansi in Acciaroli ; si dispensarono quantità di camicie rosse, ed armi e munizioni, ed il Muratori, presa una carabina sulle spalle , scese con gli altri , festeggiato dalla moltitudine , che, come per incanto , erasi tutta vestita di rosso . Il telegrafo segnalò un disbarco di garibaldini.”.
A PADULA
Nel settembre 1860, a Padula, la Certosa di S. Lorenzo
Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “Chartreuse de San-Lorenzo. Fondé en 1308 par Tommaso Sanseverino, comte de Marsico, ce monastère, richement doté par son créateur, reçut d’autres encore de grandes donations territoriales, et devint la plus considérable à la fois et la plus riche des Chartreuses de l’Italie, après celles de Rome et de Pavie. Ses bâtiments sont si vastes qu’en les voyant du haut de la- Cività ils avaient presque l’apparenced’une petite ville. Nous descendons pour le visiter, car il constitue l’un des édifices monastiques les plus notables des provinces napolitaines, et M. Barnabei est chargé d’en inspecter l’état pour son ministère. Supprimée une première fois sous le gouvernement du roi Joseph, la Chartreuse de San-Lorenzo fut rétablie à la Restauration. Mais il n’y revint qu’une dizaine de pères, qui y vivaient misérablement,comme campés dans des bâtiments beaucoup trop étendus pour leur petit nombre. En 1868 le gouvernement italien l’a fermée de nouveau, en dispersant les moines et en confisquant ce qu’elleavait encore de biens. Il n’y est resté qu’un unique custode les meubles ont été vendus à l’encan, et les édifices abandonnés dépérissent rapidement, faute de réparations depuis quinze ans. Cette année enfin; le gouvernement etc…”, che tradotto significa: “….Certosa di San Lorenzo. Fondata nel 1308 da Tommaso Sanseverino Conte di Marsico, questo monastero, riccamente dotato dal suo creatore, ricevette altri ancora ingenti donazioni territoriali, e divenne allo stesso tempo il più considerevole e il più grande ricca delle Certose d’Italia, dopo quelle di Roma e Pavia. I suoi edifici sono così vasti che vedendoli dall’alto della Cività avevano quasi l’aspetto di una piccola città. Scendiamo a visitarlo, perché costituisce uno degli edifici i più illustri monaci delle provincie napoletane, e il Sig. Barnabei è responsabile del controllo lo Stato per il suo ministero. Eliminato prima volte sotto il governo del re Giuseppe, la Certosa di San-Lorenzo fu ristabilito alla Restaurazione. Ma tornarono solo una decina di padri, chi viveva lì miseramente, come se fosse accampato edifici decisamente troppo grandi per i loro piccoli numero. Nel 1868 il governo italiano richiuse, disperdendo i monaci e confiscando i beni che ancora le erano rimasti. Non c’è rimaneva solo un quarto di pannello, i mobili stati venduti all’asta e gli edifici abbandonati stanno rapidamente scomparendo a causa della mancanza di riparazioni quindici anni. Quest’anno finalmente; il governo etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Padula, il generale Giuseppe LA MASA e le truppe del generale Caldarelli
Da Wikipedia leggiamo che il generale Filippo La Masa recatosi in Toscana, durante il Governo Provvisorio Toscano, ne fu espulso da Bettino Ricasoli per le sue posizioni unitarie. Partecipò così attivamente alla Spedizione dei Mille, occupandosi soprattutto del coordinamento dei volontari siciliani (chiamati picciotti), in particolare durante l’insurrezione di Palermo. Nominato generale da Garibaldi, fu al comando della brigata Sicula, sostituito a fine ottobre da Giovanni Corrao. Non seguì infatti Garibaldi sul continente. Dopo l’Unità fu inserito col grado di maggior generale nei ruoli del Regio esercito. Giuseppe La Masa scrisse un libro testimonianza, “Alcuni fatti e documenti della rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860 (1861)”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: “Diremo brevemente in che modo Giuseppe La Masa si trovasse nuovamente a fianco del Dittatore. Fece pratiche per partire, ed incontrò difficoltà; finalmente recossi un giorno al Faro, chiese una barca al comandante Castiglia, e solo col suo aiutante traverso lo stretto. Arrivato a Palmi s’incontrò con Garibaldi, e di là marciò sempre con lui, e con lui trovossi a Padula. Accettato l’incarico di garantire la vita del Caldarelli, lo adempi con molta forza d’animo, comunque più volte fossesi trovato nel pericolo di essere trucidato insieme al generale borbonico. Chiamato da un dispaccio, La Masa andò a raggiungere Garibaldi; Pareto, restò a custodire la vita di Caldarelli. Il giorno 6, la brigata Milano , continuando la sua marcia, giungeva ad Auletta: il giorno 7 ad Eboli; il resto dell’ esercito marciava a grandi giornate sopra Napoli, ignorando che in quell’istante medesimo il Dittatore solo entrava nella metropoli del regno.”.
Nel 5 settembre 1860, a Padula o a Lagonegro in casa Aldinio (?), il generale Giuseppe LA MASA e l’accordo per la capitolazione e la resa del generale borbonico Caldarelli
Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: “Giunta a Forlino alle 11 e mezzo, la brigata a poco a poco si riunì, e raccolta a bivacco, ricevette le predisposte vettovaglie di pane, formaggio e vino. Più tardi, verso la sera, procedemmo verso Casalnuovo; il giorno seguente giunsimo a Sala nella valle del Calore, lungo il quale scorre continuamente la via Consolare…..Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…“. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avea fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150 aggiungeva che: “Il giorno 5 erano a Sala Consilina; in questo giorno raggiunsero Caldarelli, al quale fu mandato La Masa come Commissario del Dittatore per trattare la capitolazione di questa colonna regia. Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula. Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula.“. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Percorreva la provincia di Salerno la brigata del generale Caldarelli che il 27 agosto aveva capitolato con il Comitato rivoluzionario di Cosenza. Secondo gli accordi contenuti nella capitolazione, in cui era stabilito l’itinerario che la brigata doveva percorrere, essa, traversati vari paesi della Calabria e della Basilicata, partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale. Per evitare qualsiasi inconveniente tra i garibaldini e le truppe borboniche colà acquartierate il generale Giuseppe Lamasa, in seguito di ordine del dittatore, rimase parimenti nella Certosa, finchè il giorno 7 il dittatore gli telegrafò di raggiungerlo in Eboli.“. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo (?). Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse. La raggiunse a Padula, ove tre anni avanti il Ghio aveva riportata la ingloriosa vittoria sulla colonna del Pisacane. Il Generale, che aveva seco gli uomini del Turr, ottenne facilmente che il Caldarelli – il quale giusta la convenzione con gli insorti di Potenza si ritirava su Napoli – si decidesse a far causa comune con lui. Eran così 3 mila soldati che passavan a Garibaldi e il Turr poco dopo ne diede notizia al Sirtori: “Sala, 5 settembre, ore 2 pom. Generale Sirtori, Spezzano Albanese – Col. Generale Garibaldi e con la mia 3° Brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua Brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di riorganizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta. Quasi tutte le provincie sono insorte. Il campo di Boldoni è a Vietri…”….Quella Brigata Caldarelli però non fu un grande acquisto per Garibaldi, poiché essa passò nominalmente nell’Esercito meridionale: in realtà i soldati preferirono sbandarsi come tutti i loro colleghi e la Brigata, si può dire, scomparve.“. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 408, in proposito scriveva pure che: “…è uopo ricordare che la casa di Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità Generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone per bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Charles Stuart Forbes (….), comandante della Marina inglese. Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: “The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…..support; but if ever men were justified in doing such a thing, they were. Somehow or another it jarred with my feelings; one could not respect them. I don’t know anything that struck me more forcibly throughout my tour than constantly hearing, “Oh, so-and-so, has behaved magnificently“ che tradotto significa: “L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc… supporto; ma se mai gli uomini furono giustificati nel fare una cosa del genere, lo furono. In un modo o nell’altro strideva con i miei sentimenti; non si poteva rispettarli. Non c’è niente che mi abbia colpito più fortemente durante il mio tour che sentire costantemente: “Oh, così e così, si è comportato magnificamente…..etc…“. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Intanto militarmente si trattava di impossessarsi del Caldarelli e dei suoi tremila uomini (3). Il 3 settembre, prima di lasciare Lagonegro, il Caldarelli aveva confermata agli emissari di Garibaldi l’intenzione sua e dei suoi uomini di disertare per la causa nazionale (1), allo stesso tempo però egli aveva continuato la ritirata su Napoli, oltrepassando il Fortino alcune ore prima che Garibaldi sboccasse per di là sulla strada. Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 68”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (1) postillava: “(1) Forbes, 215-216.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 141, in proposito scriveva che: “L'”invito” fu conseguente all’accordo appena fatto tra il Commissario di Garibaldi, La Masa, e lo stesso Caldarelli che decise di rimanere internato a Padula (20). Ciò risulta anche, confermando la tesi da noi sostenuta, delle memorie del Colonnello Rustow, il quale, informato da un ufficiale della Guardia Nazionale di Padula che un’intera brigata borbonica si trovava in S. Lorenzo, dice: “(….) ci giunge avviso da Garibaldi che un parlamentario di Caldarelli era stato da lui e che non ci dessimo fastidio alcuno per quella forza debole, sebbene numericamente il triplo della nostra”(21)”. Policicchio, a p. 141, nella nota (21) postillava: “(21) E. Porro, La brigata Milano…cit., p. 23.”. Policicchio si riferiva al testo tradotto di Rustow, di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 23, che in proposito scrivea che: “”(….) ci giunge avviso da Garibaldi che un parlamentario di Caldarelli era stato da lui e che non ci dessimo fastidio alcuno per quella forza debole, sebbene numericamente il triplo della nostra”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 139, in proposito scriveva che: “Intanto: “In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli, si diceva a Salerno, erasi riunito colle truppe di Garibaldi e con esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distaccamenti dell’esercito nazionale dovevano aver luogo ancora più presso a Napoli. Perciò si accrebbe l’inquietitudine e lo spirito di rivolta nelle truppe riunite a Salerno (….)(16).”.”. Policicchio, a p. 139, nella nota (16) postillava: “(16) La guerra italiana del 1860….cit., p. 301.”. Policicchio si riferiva al testo tradotto di Rustow, ovvero il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 301 (secondo la postilla di Policicchio ma è sbagliato perchè si tratta di pag…..), in proposito scrivea che: “In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano per lo meno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli, si diceva a Salerno, erasi riunito colle truppe di Garibaldi e con esse marciava contro Salerno. Nuovi sbarchi di distaccamenti dell’esercito nazionale dovevano aver luogo ancora più presso a Napoli. Perciò si accrebbe l’inquietitudine e lo spirito di rivolta nelle truppe riunite a Salerno Etc….”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 127 in proposito scriveva: “A Padula, nella Certosa di S. Lorenzo, era anche andato il generale Giuseppe La Masa (33), in compagnia del suo aiutante Nizzari e di un tal Pareto di Genova, guida del Dittatore, per scongiurare ogni incidente tra garibaldini e soldati regi ivi alloggiati; ma il 7 se ne partì, perchè ricevette un telegramma da Garibaldi con l’ordine di andare a raggiungerlo in Eboli. I soldati del Caldarelli, invece di raggiungere Capua il resto della truppa, passarono a Nocera, dove deposero le armi e si sciolsero. Così tremila soldati passarono a Garibaldi. Il Turr ne dette notizia da Salerno al Sirtori alle 2 pm. del 5 settembre: “Col Generale Garibaldi e con la mia 3° brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di organizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta, etc….”.”. De Crescenzo, a p. 127, nella nota (33) postillava: “(33) G. Oddo Bonafede, Cenno storico politico militare sul generale G. La Masa e documenti correlativi, Verona, 1879.”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: “La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli , e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II…..Etc…Nei soldati del generale Caldarelli cominciaron tosto ad apparire funesti indizi di un nuovo assassinio; pareva che si volesse a lui dar quella stessa fine che erasi data al generale Briganti. Il Caldarelli tosto si accorse di ciò che si tramava contra di lui, e chiese a Garibaldi di essere protetto e garantito. Il Dittatore affidò questo incarico al generale Giuseppe La Masa, che accompagnato dal suo aiutante Nizzari, e da una guida del Dittatore, Pareto di Genova, seguì Caldarelli alla Certosa di Padula dov’era acquartierata la truppa napoletana.“. Filippo La Gioia (….), nel suo “L’Italia redenta sotto la dinastia dei Savoia – Cenno istorico redatto per cura di La Gioia Filippo di Aieta”, Lauria 1891, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “…il generale Garibaldi,….e dopo di ciò, scese sul Continente, Reggio, Catanzaro, Cosenza, Castrovillari, Rotonda, Tortora, e nella marcia di Tortora precsamente, ove anche noi ebbimo l’onore di stringergli la mano, in quel rincontro, anche la nostra defunta vecchia Genitrice Antonia Candia fu Vincenzo di Aieta, volle ammirare il grende guerriero de’ due Mondi, etc….Dopo quel piccolo trattenimento il Generale nell’accomiatarsi, con quel riso incantevole, stringendo a tutti la mano, partì con pochi uomini che lo seguivano, ed imbarcato sù di un piccolo battello, si diresse nella marina di Sapri, e da colà defilato si recò al Fortino di Lagonegro, ove uscì avanti al Generale Caldarelli, il quale con quattro mila soldati di Artiglieria, alla sola comparsa della camicia rossa, depose le armi, e i soldati Borbonici disarmati, in poche ore, ciascuno fu mandato al proprio domicilio, ed ai soli Ufficiali fu lasciato un foglio di via per non essere maltrattati.”.
Nel 5 settembre 1860, a Padula, le truppe del generale borbonico Caldarelli internate nella Certosa di S. Lorenzo
Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 22-23, nelle sue memorie scriveva che: “…Era arrivato quasi alla strada che conduce a Paciala diramandosi dalla via Consolare, quando un ufficiale della guardia nazionale di Padulla, mi venne incontro per annunciarmi che in quel luogo, sotto il comando del generale Caldarelli, trovavasi una intiera brigata borbonica etc…“. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano….Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avea fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. “. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a pp. 259-260, in proposito scriveva pure: “Dopo Lagonegro, si direbbe che il paesaggio stesso s’incivilisca e avverta la vicinanza di Napoli. Un’ampia valle che scende, dritta e piatta, tra due catene di colline azzurricce, mi ricorda la valle dell’Euro, nei dintorni di La Rivière Thibouville: etc…Sulla strada passano disertori dell’esercito napoletano; si fermano davanti a noi e chiedono l’elelemosina. Non mangiano da ieri mattina. Le case si chiudono quando essi si presentano; i contadini fuggono o danno loro la caccia; rifiutano loro il pane se non lo pagano, ed essi non hanno danaro. Hanno le scarpe logore; camminano quasi a piedi nudi, sfiniti sì da non poter più andare avanti, coricandosi nei fossi, cibandosi dele more dei cespugli, eppure rassegnati e senza farne colpa ai loro capi, la cui incuria li ha forse ridotti in quello stato miserando. Ci fermiamo a Sala. Si sentiva un lontano rimbombare etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 150 aggiungeva che: “Caldarelli si fece incontro a La Masa scortato da poca cavalleria, e dopo uno scambio di trattative, dichiarò che non avrebbe adoperate le armi contro il movimento nazionale, quindi fu internato a Padula.“. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “….partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale.“. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo (?). L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 408, in proposito scriveva pure che: “.. – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 208, riferendosi al Peard e altri, in proposito scriveva che: “……essi partirono e strada facendo incontrarono centinaia di regi che senz’armi, languenti di fame e di miseria si trascinavano a stento o si gettavano bocconi sul ciglio della strada. Garibaldi aveva distribuito loro tutto il denaro che aveva allora alla mano, ma il loro stato era tale da muovere a pietà.“. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 68”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “..: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando il Dittatore passò a Casalbuono ? Da una lapide murata su una casa di via Nazionale, si apprende che Garibaldi, dal 4 al 5 settembre, sostò nel detto paese, “recando con gl’ideali d’Italia, a Napoli impaziente, i fati di una dinastia e di un regno”. Ma nessun documento indica la località ove l’Eroe prese stanza la notte del 5 settembre, e così non pochi pretendono che il Dittatore pernottò al ‘Fortino’, per avere modo di ricevere e parlare ai patrioti di Basilicata in una contrada tanto remota. Stando alle notizie raccolte, il mattino del 5, Garibaldi dovette fare il suo ingresso in Casalbuono, allora ‘Casalnuovo’. In quest’ultimo paese dovette schierarsi la colonna di sicurezza che precedeva il Generale, anche perchè al di là della ‘Cerreta di Montesano’ si erano accampati durante la notte tremila borbonici, al comando del Generale Cardarelli. E quando le avanguardie garibaldine fecero sentire da ogni dove la loro presenza, e migliaia di volontari presero, qua e là, a bloccare la marcia di quei reparti, Cardarelli capitolò. La colonna era arrivata proprio all’altezza della “Certosa” di Padula, quella località che Mercantini aveva già immortalata nella drammatica epopea de la “Spigolatrice”. E nella “Certosa”, Cardarelli venne internato, visitato più tardi dal Gen. La Masa.“. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “Dal quartier generale di Casalbuono nominò Segretario Generale della Dittatura il Bertani, inoltre, emise un ordine con il quale si ordinava ai Municipi di elergire viveri e denaro alle forze borboniche sbandate. Difatti molti componenti della stessa erano stati costretti ad elemosinare ed anche a rubare per sopravvivere.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono e non del Fortino, in proposito scriveva che: “Dal quartiere generale di Casalnuovo Garibaldi nominò Bertani segretario generale della dittatura, ordinò ai municipi di somministrare danaro e viveri alle milizie regie sbandate, perchè erano ridotte ad elemosinare, spesso anche con esito negativo. “Quei soldati – scrive a tale proposito il Guerzoni – andavano ciascuno a beneplacito suo, facendo di sè lunga riga per tutte le vie del regno; qui trafficando, là gettando le armi; vivendo di ruba e di elemosineria; etc…”. E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza. Chiese anche danaro al tesoriere Francesco Masullo, ma costui gli rispose che il Comune era suo debitore. Gli domandò allora il necessario per aprire la sua cassetta contenente il danaro, ed il falegname Pasquale De Filippis, invitato dal Masullo, l’aprì. Così il Dittatore pagò i soldati che erano attendati qua e là nel paese.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il Generale accettò la somma, per poi devolverla in sussidi ai soldati borbonici che avevano abbandonato le truppe ed erano allo sbando in ritirata da Napoli.”.“. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 383, in proposito aggiungeva pure che: “A San Lorenzo la Padula più giorni riposò, acciò le bande rosse il sopravvanzassero; e allora temendo i soldati l’uccidessero, mandò vilmente chiedendo al Garibaldi un suo Generale per compagnia; e n’ebbe il La Masa con anco foraggi e danari per pagar la gente. Sì per fellonia era incodardito, che scese a farsi proteggere da un La Masa più codardo di lui; ma quantunque facessergli spalla parecchi uffiziali traditori, pur fu a un pelo non fossero trucidati ambidue. Così datosi al dittatore n’aveva gli ordini, e gli ubbidì andando non a Salerno, giusto il patto ma a Nocera, ove giurò alla Rivoluzione. Ma il più di questo e i soldati tutti sdegnotissimi si sbandarono: alcuni per via svaligiati, altri arrestati, altri giunsero a Napoli, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse. La raggiunse a Padula, ove tre anni avanti il Ghio aveva riportata la ingloriosa vittoria sulla colonna del Pisacane. Il Generale, che aveva seco gli uomini del Turr, ottenne facilmente che il Caldarelli – il quale giusta la convenzione con gli insorti di Potenza si ritirava su Napoli – si decidesse a far causa comune con lui. Eran così 3 mila soldati che passavan a Garibaldi e il Turr poco dopo ne diede notizia al Sirtori: “Sala, 5 settembre, ore 2 pom. Generale Sirtori, Spezzano Albanese – Col. Generale Garibaldi e con la mia 3° Brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua Brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di riorganizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta. Quasi tutte le provincie sono insorte. Il campo di Boldoni è a Vietri…”….Quella Brigata Caldarelli però non fu un grande acquisto per Garibaldi, poiché essa passò nominalmente nell’Esercito meridionale: in realtà i soldati preferirono sbandarsi come tutti i loro colleghi e la Brigata, si può dire, scomparve.“. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: “La brigata borbonica, comandata dal generale Caldarelli, e che, come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle, la brigata Milano era poco distante. Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione. Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti, Gallotti, Mellendez, Briganti, Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione, tristissime infauste notizie per Francesco II…..Etc…Nei soldati del generale Caldarelli cominciaron tosto ad apparire funesti indizi di un nuovo assassinio; pareva che si volesse a lui dar quella stessa fine che erasi data al generale Briganti. Il Caldarelli tosto si accorse di ciò che si tramava contra di lui, e chiese a Garibaldi di essere protetto e garantito. Il Dittatore affidò questo incarico al generale Giuseppe La Masa, che accompagnato dal suo aiutante Nizzari, e da una guida del Dittatore, Pareto di Genova, seguì Caldarelli alla Certosa di Padula dov’era acquartierata la truppa napoletana. Diremo brevemente in che modo Giuseppe La Masa si trovasse nuovamente a fianco del Dittatore. Fece pratiche per partire, ed incontrò difficoltà; finalmente recossi un giorno al Faro, chiese una barca al comandante Castiglia, e solo col suo aiutante traverso lo stretto. Arrivato a Palmi s’incontrò con Garibaldi, e di là marciò sempre con lui, e con lui trovossi a Padula. Accettato l’incarico di garantire la vita del Caldarelli, lo adempi con molta forza d’animo, comunque più volte fossesi trovato nel pericolo di essere trucidato insieme al generale borbonico. Chiamato da un dispaccio, La Masa andò a raggiungere Garibaldi; Pareto, restò a custodire la vita di Caldarelli.”.
Nella notte tra il 4 ed il 5 settembre 1860, Francesco II decise di spostare altrove la guerra e di sgomberare Salerno
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 152, in proprosito scriveva che: “Ma Garibaldi non riposava in Calabria, ed a Napoli si seppe il 2 settembre che la Divisione Turr era sbarcata a Sapri, e che il giorno 3 il Dittatore si era ad esso unito marciando sopra Salerno. Questa marcia ingigantì le immaginazioni meridionali, più che il grido di rivolta scoppiato in molte provincie del Regno. Garibaldi, che continuava ad avanzarsi a grandi giornate, lo sbarco di alcune altre Brigate della Divisione Turr a Sapri, l’esitanza degli uomini di guerra a tentare battaglia con la capitale rumoreggiante alle spalle, e senza una base sicura di operazione, determnarono il Re di scegliere altrove il campo della sua guerra. Nella notte del 4 al 5 settembre si decise il ritiro dal campo di Salerno a quello di Sessa all’appoggio delle due fortezze Capua e Gaeta.”.
Nel 5 settembre 1860, Garibaldi passava nei pressi di Padula
Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p, 150, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre, così, Garibaldi fu nel ‘Vallo di Diano’, in marcia su quella consolare fiancheggiata da una policroma geometria di poderi. Indossava il “poncho”, e sembrava un Dio tutelare, ….A destra ed a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; e là, poste su un’altura, simigliante ad un altare, facevano capolino le case di Teggiano: centro di storia e di leggenda, e patria di Giuseppe Matina. Garibaldi ammirò l’interessante scenario, e nel volgere lo sguardo verso Padula, non potè non ricordare il rovescio di Pisacane là a San Canione, e collocare, col pensiero, sul più alto colle della contrada – come un monumento – la figura del patriota Garibaldino Don Vincenzo Padula, ministro di Dio, immolatosi a Milazzo (1).”. Romagnano, a p. 150, nella nota (1) postillava: “(1) Per il vivo interessamento dell’Amministrazione Comunale di Padula (Sindaco Avv. Rienzo) è stata restaurata la Chiesa della SS. Annunziata, nella quale sono state traslate e definitivamente inumate le salme dei generosi di Pisacane, che caddero dopo la battaglia di San Canione.”.
A SALA CONSILINA
Nel 5 settembre 1860, Garibaldi, a Sala Consilina, dove fu ospitato in casa del maggiore DE PETRINIS
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 457-458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “Si parte alle sei, verso Sala: i soldati napoletani in fila coi nostri. Si fa colazione, il generale Turr, Cosenz ed io. Frapolli arriva coi telegrammi e le notizie di Napoli e col bollettino del Comitato Unitario Nazionale. Là si sa già che la brigata Caldarelli si è unita a Garibaldi e dei quattromila sbarcati a Sapri. L’ultimo dispaccio è comico: “La brigata di Bosco si è rifiutata di battersi; quella dei bavaresi si è tutta rivoltata. Nel ricevere queste notizie il Borbone ha chiamato tutti i maggiori della guardia nazionale e la loro ha indirizzate queste precise parole: ‘Giacchè il vostro (ripigliandosi) il nostro comune amico Don Peppino si avvicina, la mia incombenza è finita: ora incomincia la vostra. Mantenete la tranquillità; ho dato ordine alla truppa di rientrare dietro capitolazione’. Dopo di che ha disposto la sua partenza, la quale è imminente.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44 riferendosi al “fabbricato” dove era posta la cosiddetta “Taverna del Fortino”, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò casa Depetrinis, etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, ex garibaldino, nel 1895, a p. 704, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, in proposito aggiungeva che: “…..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Il giorno di mercoledì 5 il generale partì con il suo seguito, in carrozza da Casalbuono per Sala, accolto da le più insistenti ovazioni…..Il Dittatore riposandosi alquanto nel palazzo municipale, ricevè alcune deputazioni e pranzò alle 2 con il generale Turr e Cosenz, il Matina, il Mignogna, il colonnello Trecchi e Missori, il maggiore Stagnetta, ed i segretari Alfieri d’Evandro, Lacava e De Meo, in casa del maggiore Giuseppe De Petrinis (2)…“. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2) postillava di Treveljan e di Iessie Whitte Mario, op. cit., p. 188. Si tratta di Jessie White Mario. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Il generale Pianell (….), nel suo “Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892)”, Firenze, C. Barbera editore, 1902, a p. 194, riferendosi al 3 settembre, nel suo Diario scriveva che: “Aimè, gli Uffiziali sono incerti e sgomenti del loro avvenire! A Sala vi è già un governo provvisorio, e Garibaldi è giunto ad Auletta. Etc…”. Sul maggiore De Petris, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969 parlando degli attendibili e delle famiglie potenti cilentane e del loro facile voltafaccia, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”. De Petrinis pare fosse un attendibile. Degli attendibili, nel basso Cilento, Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 124, in proposito scriveva che: “Tra un’infinità di stemmi di Savoia e di bandiere tricolori che sventolavano dalle finestre, e tra interminabili ovazioni del popolo, il Dittatore si recò in carrozza, insieme col Matina che gli era andato incontro, al palazzo del Governo Provvisorio, dove fu ricevuto dal segretario Antonio Alfieri d’Evandro, dal capitano Antonio Carrano e dalla giunta insurrezionale centrale. Alle 2 pm. era in casa De Petris, dove riposò due ore e, dopo circa venti minuti di sonno, fu invitato dal maggiore Giuseppe ad un pranzo che riuscì felicissimo (30). Gli facevano corona i generale Turr e Cosenz, il Matina, il Mignogna, i colonnelli Trecchi e Missori, il maggiore Stagnetta, i segretari Alfieri d’Evandro, Lacava e De Meo, e parecchi altri zelanti patrioti.”. Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 119, in proposito scriveva che: “La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Baldassarre di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e dal tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza. Un particolare nel quadro grande: una donna garibaldina, pervasa da viva manifestazione di gioia, muore in casa di luigi Gennuario (25). Etc…”. De Crescenzo, a p. 119, nella nota (25) postillava: “(25) Non mi è riuscito identificare il nome di questa donna nè il Racioppi (Storia dei moti di Basilicata, ecc.., op. cit.) ce lo fa sapere.”. De Crescenzo, a p. 123, in proposito scriveva pure che: “VIII. Sulla strada consolare che mena a Sala fu raggiunto da un manipolo di mille uomini al comando di mille uomini al comando del canonico Domenico Pessolano e di altri cittadini…etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “A destra e a manca della consolare – che un tempo si chiamava “Aquilia” – si vedevano, aggrappati o accoccolati sulle colline, gl’incantevoli paesi del “Vallo”. Ecco Montesano, Padula, Monte S. Giacomo, Sassano; etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p, 154, in proposito scriveva che: “Avanzò il Generale, circondato dal suo Stato Maggiore, e gli andò incontro il ‘Prodittatore Giovanni Matina, che si ebbe l’abbraccio rituale. Egli rappresentava il salernitano martire ed eroico; perciò venne nominato ‘Governatore della Provincia di quel “Principato Citeriore” che per lunghi anni era stato torturato per i suoi sentimenti di libertà.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Quasi tutte le Giunte Insurrezionali furono presentate in Sala al Dittatore, il quale indossava la divisa garibaldina ed un cappello a larghe falde. E fu nominato Delegato Civile e Militare A. Alfieri d’Evandro, venuto nel “Vallo” da Napoli con molti volontari, ed al quale venne affidato l’incarico di vettovagliare l’esercito che sarebbe giunto, nei giorni di poi, diretto a Napoli. Il ricevimento ebbe luogo nel Palazzo del Governo provvisorio, ove Garibaldi riposò venti minuti, e fu ospitate, poi, col seguito, di Giuseppe De Petrinis, nella cui casa fu messo “vangale”, ed a tavola, lo stesso De Petrinis – nominato Maggiore della Guardia Nazionale – volle servire il ‘Dittatore’, del quale, per lungo tempo, venne conservato gelosamente un mozzicone di sigaro, lasciato da Garibaldi in quella felicissima occasione. Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso.”. Sul maggiore de Petrinis ha scritto anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 89 e ssg., in proposito scriveva che: “IX. Il maggiore della guardia nazionale Giuseppe De Petrinis ed il sottointendente Luigi Guerritore s’incontrarono con le colonne sulla strada provinciale. Il Matina, che seguiva la colonna, fu dal Guerritore etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala etc…”. Dunque, l’osservazione di Agrati che, parlando di ciò che avvenne a Sala nei primi giorni di settembre, attesta che fra i compagni di Garibaldi, imbarcatisi per Sapri, non vi era nè il Forbes e nè il Peard che, invece, erano insieme a Garibaldi, forse a Rotonda, dove Garibaldi deviò, ma essi non andarono con lui verso Sapri. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” etc….”. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a p. 64, in proposito scriveva che: “……………..”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p….., nella nota (61) postillava: “(61) Ferruccio Policicchio, Le Camicie rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV.: Garibaldi e garibaldini ecc.., Ivi, p. 32. Mette conto riferire anche d’un episodio mai del tutto chiarito. Il giorno 3 settembre, prima che Garibaldi sbarcasse a Sapri (verso le ore 15.30), passò (verso le ore 13.00) per Sala un suo sosia (!), il colonnelo inglese John Peard, che fu scambiato per il Generale (per maggiori ragguagli cfr. P. Russo, Un brandello ecc…, cit, p. 29 sg.; G. D’Amico, Vicende e figure ecc…, cit., p. 17).”.
Nel 5 settembre 1860, a Sala Consilina, Garibaldi ricevette Raffaele PIRIA e Salvatore TOMMASI, del Comitato dell’Ordine di Napoli
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta: illuminazione e clamore. Arrivano Piria e Tommasi latori di lettere del Comitato dell’Ordine. Garibaldi, dopo letto tutto, disse: “Ebbene, se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia, io non faccio differenze di persone; ma se coloro hanno che fare con quei figuri di Torino che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia; so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma: mai no. Vogliamo tutto il paese nostro per noi, ed a Roma, sovrana, l’Italia. Il signor Bonaparte non può più farci nè bene nè male; egli non sa che noi conosciamo che ha la coda di paglia e che ha paura che gli prenda fuoco. Egli non sa che la Francia è con noi, che immensa in Europa è la simpatia per noi , che egli è impotente a frenarla o dominarla . A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli . » E si sedeva ; e poi soggiunse: « Oh ! Nizza ha da serrargli la gola e l’ ha da strozzare, e noi la riprenderemo . Vittorio Emanuele sa quanto io gli sia amico, ma vogliamo dargliela tutta l’Italia ; farlo.“. Dunque, secondo il taccuino di Bertani, Piria e Tomasi arrivarono ad Auletta, mentr altri storici scriveranno che essi incontreranno Garibaldi a Sala Consilina.Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. Ricevé pure Salvatore Tommasi e Raffaele Piria, delegati del comitato d’Azione, i quali andarono da lui per ottenere ch’egli, arrivando a Napoli, prendesse consiglio e ispirazione dai rispettivi comitati; ma Garibaldi, in quella guisa che a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, un caldo invito alla concordia, con queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Cammillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardi e Andrea Colonna: Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo”.”. Dunque, secondo il De Cesare (….), Garibaldi ricevè Raffaele Piria e Salvatore Tommasi a Casalnuovo, non a Sala Consilina come scrivono alcuni. Il De Cesare scrive che in seguito, arrivato ad Auletta, Garibaldi scrisse ai componenti dei Comitati per invitarli ad una maggiore concordia. Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Dal 4 al 7 settembre gli avvenimenti nell’Italia meridionale s’erano rapidamente succeduti in un modo meraviglioso….Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Il Forbes racconta che a Sala si presentò a Garibaldi un dottor Tomasi, inviato del Comitato dell’Ordine di Napoli, il quale osò leggergli un indirizzo che veniva a concludere press’a poco che egli, Garibaldi, era una gran brava persona, ma che però in Napoli non lo si voleva. Si costituiva invece un Governo provvisorio che avrebbe proclamato l’immediata annessione al Piemonte, così che Cavour avrebbe subito prese le redini d’ogni cosa senza bisogno né di Dittatura nè di Dittatore. E il Tomasi presentava anche, già bell’e stampato, un manifesto coi nomi degli individui di quel Governo provvisorio. Garibaldi, indignato per tanta sfacciataggine, avrebbe risposto risoluto che il Dittatore delle Due Sicilie era lui, – veramente una regolare assunzione della dittaura per le provincie continentali non c’era stata -, che tale intendeva restare, che non voleva sentir parlare d’annessione fino a quando non gli fosse dato invitare Vittorio Emanuele a incoronarsi Re d’Italia in Campidoglio. E’ vero il racconto del Forbes ? Che la costituzione di un Governo provvisorio cavouriano siasi tentato in Napoli è verissimo, ma che Garibaldi ne sia stato informato a Sala Consilina una prova sicura, ch’io sappia, non esiste.”. Agrati citava il testo di C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 il suo impegno politico a favore dell’unificazione d’Italia si espresse nella missione di mediazione per conto del governo Cavour tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II e nella promozione dell’annessione degli Abruzzi nel Regno d’Italia. Il 13 marzo 1864, per i suoi alti meriti patriottici e scientifici venne nominato senatore nel Parlamento italiano. Riguardo invece Raffaele Piria, nel 1860 Garibaldi, proclamatosi provvisoriamente a Napoli dittatore del Regno delle Due Sicilie, lo nominò Ministro della Pubblica Istruzione. Piria, inoltre, elaborò una riforma per la scuola elementare che non fu mai realizzata. Il suo impegno politico culminò nella sua nomina a senatore nel 1862. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 129-130, in proposito scriveva pure che: “I comitati dell’Ordine e dell’Azione inviarono a Garibaldi gli uomini più capaci di concordia in quei momenti difficili, per ottenere che il Dittatore, entrando in Napoli, prendesse consiglio e suggerimento dai rispettivi comitati (36), e cioè il clinico e fisiologo Salvatore TOMMASI (37), il chimico calabrese RAFFAELE PIRIA (38), e GIUSEPPE LIBERTINI, capace di accogliere intorno a sè gli spiriti più accesi. Ed il Generale, a scopo di concordia, scrisse un telegramma ad alcuni componenti più ragguardevoli dei due Comitati opposti, cioè Libertini, Raffaele Conforti (39), Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo marchese di Bella (40), Giuseppe Ricciardi, Andrea Colonna, pregandoli “per il bene della causa dell’unità italiana di riunirsi a comporre il Comitato Unitario Nazionale”(41), ed aggiungendo che “attendeva ogni aiuto dal loro illuminato ed ardente patriottismo”(42). Ma tale, Comitato, che si credè Governo per ventiquattro ore, non fece che provocare maggiori ire e più profondo dissidio tra le due parti (43).”. Poi il Dittatore, dopo aver consumato un modesto pranzo partì con Mario, Mignogna, Nullo ed altri pochi intimi. XII. Il 6 mattina fu ad Eboli, etc…”. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (36) postillava che: “(36) Cfr. R. De Cesare, La fine di un Regno, parte II, Lapi, 1909”. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (37) postillava che: “(37) Nacque a Tricase (Sulmona. Esule a Torino, vi pubblicò le ‘Istituzioni di fisiologia’, che, destarono l’ammirazione di tutti gli scienziati per il loro altissimo pregio. Deputato dalla VIII alla XIII lesgislatura. Nel 1848 deputato al Parlamento napoletano. Ministro di Grazia e Giustizia. Morì nel 1879. “. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (38) postillava che: “(38) Insegnò nelle niversità di Pisa e di Torino. A Napoli fu segretario della Luogotenenza e Ministro della Pubblica Istruzione. Morì a Torino il 18 luglio 1865. “. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (39) postillava che: “(39) Il Conforti era indeciso tra i due comitati, ma inclinante più a quello d’Azione.”. De Crescenzo, a p. 129, nella nota (40) postillava che: “(40) Nacquw nel 1822. Era fratello del Principe di Torella. Con Decreto dell’8 settembre 1860 Garibaldi lo nominò inviato straordinario a Napoleone III. Etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Sala Consilina, Garibaldi nominò Giovanni MATINA Governatore del Salernitano
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano “con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Dunque, il Racioppi scriveva che il Matina fu nominato da Garibaldi a Sala il 6 settembre e non il 5 settembre 1860. Garibaldi si fermò a Sala Consilina il 5 ed ivi pernottò per ripartire per Auletta il 6 settembre 1860. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 124, in proposito scriveva che: “Tra un’infinità di stemmi di Savoia e di bandiere tricolori che sventolavano dalle finestre, e tra interminabili ovazioni del popolo, il Dittatore si recò in carrozza, insieme col Matina che gli era andato incontro, al palazzo del Governo Provvisorio, dove fu ricevuto dal segretario Antonio Alfieri d’Evandro, ….”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 154, riferendosi all’arrivo di Garibaldi a Sala Consilina, in proposito scriveva che: “Avanzò il Generale, circondato dal suo Stato Maggiore, e gli andò incontro il ‘Prodittatore Giovanni Matina, che si ebbe l’abbraccio rituale. Egli rappresentava il salernitano martire ed eroico: perciò venne nominato ‘Governatore della Provincia’ di quel “Principato Citeriore” che per lunghi anni era stato torturato per i suoi sentimenti di libertà.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. E la colonna, tra un popolo delirante, si avviò per la “Consolare”, scortata da uomini in armi, a cavallo.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……………….”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 395, riferendosi al dispaccio di Garibaldi al Matina del 31 agosto, in proposito scriveva che: “Evidentemente il piano del Prodittatore cominciava a far delle falle, perché, in conseguenza delle istruzioni ricevute, e probabilmente per altre pressioni, egli dovette cedere anche la Fabrizi col quale aveva avuto, come s’è visto, un’iniziale contrasto d’opinione. Difatti, il parere del Capo militare, che si dovesse stringere contatto con le forze rivoluzionarie della vicina Basilicata, dove operava il colonnello Camillo Boldoni, prevalse nettamente dopo due o tre giorni. E perciò il Fabrizi si affrettò ad emanare il seguente ordine del giorno: “La rivoluzione deve tendere ad unificarsi: quindi etc..” (32). La corrente politica, che faceva capo al Comitato dell’Ordine, aveva in tal modo vinto nettamente ed il prodittatore Matina dovette sacrificare le sue convinzioni d partito ai supremi interessi della patria. Con questa vittoria incominciò nel Salernitano la fase della grande manovra avvolgente da parte della borghesia moderata, che sarà indi a poco perfezionata mediante quel compromesso con le forze regie piemontei, che sembrò scaturire per forza naturale da ragioni oggettive, mentre invece fu un congegno politco abilmente achtettato in difes dei privilegi di classe. Anche il volontarismo, che fu il nerbo della rivoluzione del Risorgimento, cominciò ad accusare i primi colpi, fino a che dovrà capitolare difronte alle forze disciplinate dell’esercito regolare piemontese…..In conseguenza del nuovo orientamento il colonnello Fabrizi nominò capo di stato maggiore Lorenzo Curzio, mentre Antonio Alfieri d’Evandro fu nominato delegato civile e militare del distretto di Sala da Giovanni Matina. Questi a sua volta, il 5 settembre, fu nominato da Garibaldi, che era già giunto a Sala, governatore della Provincia di Salerno “con poteri illimitati”.. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p, 154, in proposito scriveva che: “Avanzò il Generale, circondato dal suo Stato Maggiore, e gli andò incontro il ‘Prodittatore Giovanni Matina, che si ebbe l’abbraccio rituale. Egli rappresentava il salernitano martire ed eroico; perciò venne nominato ‘Governatore della Provincia di quel “Principato Citeriore” che per lunghi anni era stato torturato per i suoi sentimenti di libertà.”.
Nel 5 settembre 1860, a Sala, Peard (il falso Garibaldi), Forbes, Fabrizi, ed il gornalista del Times Antonio Gallenga incontrarono Garibaldi
Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 123, in proposito scriveva pure che: “VIII. Il giorno precedente il Dittatore s’era mosso con i suoi da Casalbuono dirigendosi a Sala, dove – come già abbiamo narrato – s’era incontrato col Peard, compiacendosi di cuore con lui di quanto aveva fatto.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 122, in proposito scriveva pure che: “La piccola brigata del Peard partì nascostamente da Eboli durante la notte, ricalcando la via già percorsa fino a Sala. Lì ebbe ordine da Garibaldi di recarsi immediatamente a Salerno. Ed il 6 mattina vi entrò, ed anche lì fu scambiato per l’Eroe ed acclamato come facilmente può pensarsi. Simpatico equivoco davvero verificatosi, come abbiamo visto, più volte, e dovuto al colore biondo della sua barba !.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”. Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Sempre Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 119, in proposito scriveva pure che: “VII. La scelta cadde su tre: il Fabrizi, Charles Stuart Forbes capo della marina inglese ed un tale Peard pure inglese. In compagnia del corrispondente del ‘Times’ – un tal Gallenga – costoro etc….Un entusiasmo frenetico – come egli stesso scrisse nel suo Diario etc…”. De Crescenzo si riferisce al Diario di Gallenga. Da Wikipedia leggiamo che Antonio Gallenga (….), lavorava come giornalista per il Times di Londra, del quale fu corrispondente per vent’anni. Seguì la seconda guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille, la guerra di secessione americana, la guerra austro-prussiana del 1866 e la guerra franco-prussiana del 1870-71.
Nel 5 settembre 1860, a Eboli, il telegramma di Antonio GALLENGA, giornalista al seguito della comitiva del Peard
Marc Monnier (….), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda pure la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a p. 274, riporta un dispaccio di Gallenga e scrive: “Gallenga a…. – “Eboli, 5 settembre, l’1 e meza antim. La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri 4,000 uomini, comandati da Turr, sono sbarcati. Altri sbarchi saranno operati più vicino a voi”. Ecco i dispacci sparsi l’altr’eri sera: non ha la sua poesia il telegrafo?.”.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 400, in proposito scriveva che: “Nel Monnier, 273, si trova stampato il seguente telegramma: “Salerno, 4 settembre, le 11 della sera. Il filo elettrico tra Eboli e Salerno è rotto. Due sotto-ufficiali ritornati di Calabria hanno detto che le masse dei rivoltosi, Garibaldi coi suoi uomini, e la brigata Caldarelli, sono arrivati ad Auletta…Mando per la strada ferrata i due sotto-ufficiali; Neaburgo del 15° di linea, e Guida del 4°, indirizzandoli al colonnello Anzani”. Treveljan citava il testo di Marc Monnier (….), che scrisse “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861, vedi pure la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, “Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie”, Napoli, 1861. Il Monnier trascriveva anche un altro dispaccio e, a p. 274 scriveva: “Gallenga a…. – Eboli, 5 settembre, l’1 e mezzo antim. “La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri, 4000 uomini comandati da Turr, sono sbarcati. ltri sbarchi saranno operati più vicino a voi.”. Ecco i dispacci sparsi l’altri ieri sera etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a p. 399, in proposito scriveva che: “…si debba datare dalla mattina del 5 settembre e si debba considerare come risultante dai telegrammi, dagli allarmi e dalle corse della notte 4-5 settembre durante la quale si tenne un ultimo consiglio dei Ministri fino all’alba (Pianel, 194-195, dal diario della moglie) e il Forbes e il Gallenga sparsero i loro telegrammi per Napoli e Salerno. Uno di questi telegrammi è così riprodotto nel MONNIER, 273: “Gallenga a….(nome mancance): Eboli, 5 sett., 1 e mezza antim. La brigata Caldarelli è passata a Garibaldi. A Sapri 4,000 uomini comandati da Turr sono sbarcati. Altri sbarchi saranno operati più vicini a noi”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 208, riferendosi al Peard e altri, in proposito scriveva che: “……essi partirono e strada facendo incontrarono centinaia di regi che senz’armi, languenti di fame e di miseria si trascinavano a stento o si gettavano bocconi sul ciglio della strada. Garibaldi aveva distribuito loro tutto il denaro che aveva allora alla mano, ma il loro stato era tale da muovere a pietà.“. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, in proposito scriveva pure che: “La mattina del quattro settembre, dopo la notizia dello sbarco della colonna di Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era molto men numerosa, ebbe luogo un ultimo consiglio di Generali, il quale, ad unanimità, deliberò di non potersi resistere a Garibaldi, nè tra Campagna e Salerno etc…”. Si riferisce al telegramma scritto dal generale Turr il 4 settembre ed indirizzato al Comandante Civile Mango di Lagonegro, in cui Turr chiedeva la preparazione di 25 razioni di viveri. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 417, in proposito scriveva che: “Qui ad Eboli il Peard ha la trovata migliore. Fa chiamare l’impiegato del telegrafo e gli ordina di spedire a Pietro Ulloa – nuovo presidente dei ministri secondo la voce che corre – un telegramma in cui lo avverte che Garibaldi è arrivato ad Eboli con oltre 10 mila uomini forniti di tutto, e gli sconsiglia di ritirare ogni truppa da Salerno, perché sono probabili sbarchi nel golfo di Napoli di altri corpi garibaldini che prenderebbero i napoletani alle spalle. E firma il dispaccio col nome di un noto amico dell’Ulloa. Ad un telegramma da Napoli, chiedente notizie della Brigata Caldarelli, risponde firmando Caldarelli in persona ch’egli con tutti i suoi soldati è con Garibaldi. Al Sindaco di Salerno etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 167-168, in proposito scriveva che: “VII. Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini , la più parte di truppe straniere , risolute , dicevano, adattraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale. Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata , anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que ‘ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare, con qualche probabilità di buon successo , la prova estrema a cui si erano impegnati. L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo . Nella sera del 5 settembre, il Re, radunato il Consiglio dei Ministri, etc…”.
Nel 5 settembre 1860, a Lagonegro giunse l’avv. Giuseppe MANGO, Commissario Civile giunse la richiesta di approntare 25.000 razioni di viveri
L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Dopo il passaggio del breve ed eletto corteo di Garibaldi, continuò, anche nei giorni seguenti, il transito delle truppe borboniche, sbandate e disperse, ed in mezzo ad esse, quasi incuneate, procedevano le giovani e balde schiere Garibaldine, quali ordinate e ben armate, e quali alla spicciolata, ma tutte piene di brio e d’entusiasmo per la trionfata causa della libertà. Da parte del Comune, si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve Sindacato di D. Felice Consoli, al quale, in quelle dimostrazioni patriottiche, rimase l’ambito uffizio di vessillifero. Fra le varie bandiere dell’epoca, tutt’ora conservate dal Presidente del Comitato Avv. Picardi – quale con la figura di Garibaldi, e quale con quella di Vittorio Emanuele incorniciat fra tre strisce dai colori nazionali – è notevole e bella una che ha nel mezzo impressa l’effige dell’Italia risorta col motto in giro: ‘Italia libera, Dio lo vuole’. Beati tempi e beati popoli etc…Non mancò allora, da parte del Comune, il contributo pecuniario per le spese dell’inaurrezione nella modesta cifra di ducati 500, prelevati dalla cassa municipale, ed erogati pel mantenimento delle truppe insurrezionali del Lavecchia, oltre di altre moltissime spese persvariate esigenze. Al Commissario Cicile Mango giunse, nel 5 Settembre, un telegramma del Dittatore di tener pronte 25 mila razioni di viveri per le truppe di passaggio; le razioni furono bensì tutte preparate a spese del Comune, ma non tutte furono consumate per le truppe garibaldine, perchè quella notizia conteneva, forse, il solito stratagemma di far credere alle popolazioni ed all’esercito borbonico che Garibaldi disponesse d’un numero assai maggiore di militi (1).“. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 44, riferendosi a Garibaldi a Casalnuovo, il 5 settembre 1860, in proposito scriveva che: “….e fece ordine, scrive il Racioppi “a tutti i Municipi che accomodassero, per conto dello Stato, d’una porzione di viveri e di denaro ogni soldato dell’esercito Borbonico che tornasse sbrancato ai suoi focolari, poichè era vista increscevole e dolorosa quella di numerosi infelici, che, persa per la fame la dignità del soldato, chiedevano ai viandanti ed alle truppe stesse Garibaldine la limosina d’un pane che spesso con durezza imprutente e schernevole veniva negata.”. Ed anche questo decreto rivela la generosità dell’animo del vincitore! Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò a casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, la Deputazione Potentina etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 47, in proposito scriveva che: “Al Commissario Civile Mango giunse, nel 5 Settembre, un telegramma del Dittatore di tener pronte 25 mila razioni di viveri per le truppe di passaggio; le razioni furono bensì tutte preparate a spese del Comune, ma non tutte furono consumate per le truppe garibaldine, perchè quella notizia conteneva, forse, il solito stratagemma di far credere alle popolazioni ed all’esercito borbonico che Garibaldi disponesse d’un numero assai maggiore di militi (1).“. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”.
Nel 5 settembre 1860, a Sala Consilina, Garibaldi ordinò di erigere un monumento a Sapri in onore di Carlo Pisacane e dei Trecento
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 398-399, in proposito scriveva che: “Con entusiasmo pari a quello del Governatore, e con vera passione, Alfieri d’Evandro, che, come è stato detto, fu nominato delegato civile e militare dell’importante distretto di Sala, si accinse all’opera di ricostruzione morale e civile di quella vasta zona del Salernitano dove maggiormente il popolo aveva dato prova di comprensione e di maturità politica, malgrado il malgoverno borbonico. Egli innanzi tutto volle sciogliere il voto che tanti patrioti avevano fatto nella solitudine tetra delle carceri, pensando al sacrificio di Pisacane, e promosse quindi con una nobilissima circolare l’erezione di un monumento all’eroe di Sapri (37).”. Cassese, a p. 399, nella nota (37) postillava: “(37) Il monumento non fu allora eretto. Cfr. A. Alfieri d’Evandro, op. cit., pag. 43 sgg.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 135, in proposito scriveva che: “In casa Gallotti sbrigò affari politici e di governo, rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane (4) e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore. Infatti, subito dopo la partenza di Garibaldi da Sala, il Segretario del Governo provvisorio, nonché delegato interino civile e militare del Distretto, Antonio Alfieri d’Evandro si adoperò per delle sottoscrizioni volontarie, anche a mezzo del giornale ‘Il Popolo d’Italia’, per un monumento a Pisacane: “….a modo di riparazione Nazionale in questo Distretto più specialmente ove ebbe tomba il prode dei prodi Carlo Pisacane ed i suoi generosi compagni, si promuova una soscrizione Nazionale per erigere loro un monumento.”. Un garibaldino nel suo diario annotò: “Chiuderò questa mia con darvi una notizia che conforterà il vostro cuore italiano, ed è che Garibaldi ha dato ordine che si eriga un monumento ai fratelli Bandiera a Cosenza, ed un altro a Pisacane a Sapri “(….)(5).”. Policicchio, a p. 135, nella nota (5) postillava: “(5) Bertani e Garibaldi, il 25 settembre assegnarono “una pensione di ducati sessanta al mese vita durante, a contare dal primo ottobre prossimo, a Silvia Pisacane figlia dell’eroico Carlo Pisacane trucidato a Sanza nel luglio 1857 mentre combatteva per la liberazione dei fratelli”.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……………”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 403, riferendosi al Matina, in proposito scriveva che: “I democratici del ’60 furono vinti, le istanze rivoluzionarie del nostro Risorgimento furono quasi annientate; ma non a caso la nuova Italia, quella che auspica come Alfieri d’Evandro la “Dittatura della Libertà”, guardando al passato trae proprio dagli ideali di quei democratici l’essenza e lo spirito della nuova lotta politica.”.
Nel 5 settembre 1860, il generale TURR scrive un telegramma al Sirtori che, col suo Stato Maggiore era a Spezzano Albanese
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse. La raggiunse a Padula, ove tre anni avanti il Ghio aveva riportata la ingloriosa vittoria sulla colonna del Pisacane. Il Generale, che aveva seco gli uomini del Turr, ottenne facilmente che il Caldarelli – il quale giusta la convenzione con gli insorti di Potenza si ritirava su Napoli – si decidesse a far causa comune con lui. Eran così 3 mila soldati che passavan a Garibaldi e il Turr poco dopo ne diede notizia al Sirtori: “Sala, 5 settembre, ore 2 pom. Generale Sirtori, Spezzano Albanese – Col. Generale Garibaldi e con la mia 3° Brigata sono a Sala. Caldarelli con la sua Brigata appartiene al nostro esercito. Il Generale dà ordine di riorganizzarsi in Padula. Partiremo stasera per Auletta. Quasi tutte le provincie sono insorte. Il campo di Boldoni è a Vietri…”….Quella Brigata Caldarelli però non fu un grande acquisto per Garibaldi, poiché essa passò nominalmente nell’Esercito meridionale: in realtà i soldati preferirono sbandarsi come tutti i loro colleghi e la Brigata, si può dire, scomparve.“.
AD AULETTA
Nel 6 settembre 1860, Garibaldi, ad Auletta fu ospitato in casa Mari e proclamò Giacinto Albini Governatore della Basilicata e, la richiesta di concordia fra i due Comitati
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “Questi, e il ritrarsi dei regii da Salerno, e i popoli levati in armi e fiero entusiasmo, e l’aure pregne di confidenza e di audacia spianarono la via al Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “Fu il 6 ad Auletta. Quivi nominò Giacinto Albini, capo del governo temporaneo della Lucania, a governatore di Basilicata con quella podestà che disse illimitata, e che meglio sarebbe a dirsi indefinita. E quivi giunsero a lui gl’inviati dai due comitati dell’Ordine e dell’Azione; i quali capaci della necessità della concordia e delle unite forze nei momenti supremi e terribili, erano venuti, perchè il battesimo del Dittatore segnalasse alla fiducia pubblica quelli che delle due parti meritassero la sua fiducia, per reggere lo Stato che si sfasciava nel momento che un ordine cessa e un altro incomincia. E il generale scrisse queste parole, quasi invito di concordia alle due parti, e mandato di confidenza agli uomini che men paressero discordi dal suo indirizzo. “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo d Bella, Giuseppe Ricciardi, Andrea Colonna. Per il bene della causa della Unità Italiana vi prego d riunirvi a comporre il comitato Unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato ed ardente patriottismo. Auletta 6 settembre 1860”.“. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel mattino seguente il Dittatore procedè per Sala, dove pranzò casa Depretrinis, e la sera giunse ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’. Nel giorno stesso il Generale, col breve eletto corteo, ripartì, fra le vive acclamazioni e benedizioni del popolo festante, per Eboli, Salerno e Napoli, dove entrò trionfalmente nella sera del Venerdì 7 Settembre, inerme, senza scorta ed in carrozza scoperta, passando sotto i cannoni del Forte del Carmine, le cui sentinelle, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. E la colonna, tra un popolo delirante, si avviò per la “Consolare”, scortata da uomini in armi, a cavallo. Garibaldi, troppo sicuro di sè, precedeva l’Armata, sfidando i pericoli di eventuali imboscate. Difatti, la Brigata Cosenz giunse nel Vallo solamente l’11 settembre, e cos’ pure la Brigata di Artiglieria, composta da 200 uomini e 150 cavalli. Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre. Alla taverna di “Ciccio” sul ponte di Auletta, si dovevano far trovare viveri e venditori di pane. Solo il giorno 6 settembre, il Generale Burr, notificava al Tenente Fraissignano di Lagonegro, di avanzare coi cavalli sulla strada di Salerno, e il 15 settembre vi fu il passaggio dell’artiglieria nazionale, al comando del Generale Grasini, in marcia verso Napoli.”. Credo che qui vi è un errore di trascrizione perchè si trattava del generale Turr non Burr. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 159 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad Auletta, Garibaldi giunse sul far della sera, accompagnato dalla Giunta insurrezionale etc…(p. 160). Nella “galleria” di Casa Mari, Garibaldi ricevè i rappresentanti di alcuni comitati rivoluzionari di Basilicata, tra cui il Prodittatore Giacinto Albini di Marsiconuovo, conosciuto quale principale cospiratore della generosa terra di Lucania. L’Albini, proprio in Auletta, venne nominato Governatore di detta regione, con pieni poteri, e quale ‘Prodittatore’, già in data 24 agosto, aveva emanato la seguente ordinanza: “Chiunque, sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte!”.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “In casa Mari – ove pernottò – Garibaldi ricevé l’omaggio di molti notabili e rappresentanti di Comitati d’Azione; da Auletta telegrafò a Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti e Giuseppe Pisanelli, patrioti e uomini insigni, per esortarli a riunirsi nel “Comitato Unitario Nazionale”; e da Auletta fu spedito il famoso telegramma: “Oggi qui, domani a Napoli”. Né possaimo non riportare una “cronaca” del tempo, secondo la quale, in casa Mari, il Signor Gerardo Isoldi di Caggiano volle fare dell’accademia, recitando, alla presenza del Dittatore, un sonetto contro Ferdinando II.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 202, in proposito scriveva che: “Dopo Casalnuovo il Dittatore continuò la corsa in vettura per la Provincia di Principato Citeriore. Quanto più egli si apprestava alla capitale tanto più crescevano i segni dell’azione sua corruttrice nella manifesta degradazione morale delle popolazioni, e tanto più diminuiva, fino a diventar nullo, il concorso dei volontari pronti a battersi; d’altra parte però non si riscontrava il più piccolo residuo di sentimenti reazionari.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proprosito scriveva che: “Il giorno 6 le due brigate Milano e Spinazzi col generale Turr erano ad Auletta,e si preparavano ad avanzare verso Salerno mentre che il Dittatore partiva per Eboli con una piccola scorta.”. Il generale Pianell (….), nel suo “Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892)”, Firenze, C. Barbera editore, 1902, a p. 194, riferendosi al 3 settembre, nel suo Diario scriveva che: “Aimè, gli Uffiziali sono incerti e sgomenti del loro avvenire! A Sala vi è già un governo provvisorio, e Garibaldi è giunto ad Auletta.Etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a pp. 461-462, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “ Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardı e Andrea Colonna : Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo„ . Libertini, Agresti e Ricciardi appartenevano al comitato di Azione ; Pisanelli, Caracciolo e Colonna, al comitato dell’Ordine, e Raffaele Conforti a nessuno dei due , ma aveva la fiducia di entrambi. La sera di quel giorno , Garibaldi giunse a Salerno, e prese stanza nel palazzo dell’intendenza.“. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta: illuminazione e clamore. Arrivano Piria e Tommasi latori di lettere del Comitato dell’Ordine. Garibaldi, dopo letto tutto, disse: “Ebbene, se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia, io non faccio differenze di persone; ma se coloro hanno che fare con quei figuri di Torino che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia; so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma: mai no. Vogliamo tutto il paese nostro per noi, ed a Roma, sovrana, l’Italia. Il signor Bonaparte non può più farci nè bene nè male; egli non sa che noi conosciamo che ha la coda di paglia e che ha paura che gli prenda fuoco. Etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. Ricevé pure Salvatore Tommasi e Raffaele Piria, delegati del comitato d’Azione, i quali andarono da lui per ottenere ch’egli, arrivando a Napoli, prendesse consiglio e ispirazione dai rispettivi comitati; ma Garibaldi, in quella guisa che a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, un caldo invito alla concordia, con queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Cammillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardi e Andrea Colonna: Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo”.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di garibaldini. Le brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giungendo a Sala il 5. Seguivano il Dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà s’imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, …5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 117-118, in proposito scriveva che: “La mattina del 5 settembre, verso le 10 antim., Garibaldi, salutato dal popolo e dalla giunta insurrezionale – formata dal sindaco funzionante Pasquale Buonafina, dal sacerdote Francesco Masullo, da Ermenegildo De Stefano fratello del barone Raffaele Sabatini di Casalnuovo, dal capitano della guardia urbana Raffaele Sabatini e del tesoriere Francesco Masullo – partì anche in carrozza.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 242, in proposito scriveva che: “Ad Auletta nel giorno sei il Pro-dittatore Albini, la Deputazione Potentina e altri cittadini strinsero la mano al Dittatore, presentandogli gli omaggi della Lucania e del suo Capoluogo. Quivi Garibaldi emise il decreto – “Il Signor Giainto Albini è nominato Governatore di Basilicata con poteri illimitati” (3).”. Riviello, a p. 242, nella nota (3) postillava: “(3) Corriere Lucano 6 settembre n. S.”. Riviello, a p. 249, in proposito scriveva pure: “Molti nomi sono segnati in questo periodo storico, e primeggia fra gli altri quello di Giacinto Albini, insigne per mente, per gentilezza di animo e per fortezza di propositi; ma furono moltissimi i benemeriti e gli operosi, etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 20, in proposito scriveva: “Mentre la Prodittatura e le sue commissioni lavoravano così alacremente Garibaldi passa per il Lagonegrese; e i due prodittatori si allontanano da Potenza per andargli incontro. Garibaldi, ringraziando i Lucani della loro fede, del loro coraggio e della loro energia, con decreto del 6 Settembre nomina Giacinto Albini Governatore della Provincia di Basilicata con ‘poteri illimitati’.”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a pp. 15-16, in proposito scriveva: “…..Garibaldi entrò in Auletta, anch’essa quasi distrutta dal terremoto che aveva provocato 47 vittime, e fu ospite del dottor Gennaro Mari. Auletta è una tappa importante della spedizione dei Mille perchè fu lì che Garibaldi scrisse al Comitato dell’Ordine ed a quello dell’Azione il seguente messaggio: “Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo.” (10).”. D’Amico, a p. 16, nella nota (10) postilla: “(10) Per il testo del telegramma Cfr. Gennaro De Crescenzo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane. Questo il testo: “Garibaldi è arrivato con 5.000 dei suoi; si aspettano ad ogni istante 5.000 calabresi. Degli sbarchi avranno luogo questa sera sulla baia di Napoli e sul golfo di Salerno; consiglio decisamente di ritirare senza indugio la guarnigione di Salerno che altrimenti si troverà il passo tagliato. Vi scongiuro poi come amico personale, per quanto vostro nemico politico, ad abbandonare una causa perdduta che sarà la vostra ruina.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 128 in proposito scriveva: “Trovò molti insorti che passò in rivista; poi acortosi col Turr, inviò un dispaccio al sindaco di Salerno, avvertendolo di preparare per il giorno seguente quarantamila razioni e alloggio pei garibaldini. Quale effetto producesse questo dispaccio ognuno può immaginare. La notizia si propagò in un bater d’occhio tra il popolo di Salerno, e destò non poca meraviglia.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Etc…”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava: “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”.
Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, Garibaldi decreta e cedeva al generale SIRTORI il comando generale dell’Esercito e della flotta. Sirtori si trovava in viaggio col suo Stato Maggiore ed arrivava il 7 a Lagonegro
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 415, in proposito scriveva che: “Garibaldi, che al Fortino aveva ripresa l’avanzata in carrozza, giunse a Sala Consilina nelle prime ore del pomeriggio del 5 settembre. Di lì diramò il decreto con cui nominava il Bertani “Segretario Generale della Dittatura” e da Auletta, il dì dopo, l’altro decreto che cedeva al Sirtori il comando generale dell’esercito e della flotta, conformemente alla lettera del 1° settembre da Tarsia, ch’egli aveva allora diretta privatamente al Sirtori stesso.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Di là Garibaldi scriveva al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia, 1° Settembre 1860. Generale Sirtori – In mia assenza voi avete il comando dell’esercito. L’esercito deve marciare su Napoli a marce regolari, etc….”.
Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, il generale TURR scriveva al tenente Fraissignano, che si trovava a Lagonegro, ordinandogli di…..
Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alla taverna di “Ciccio” sul ponte di Auletta, si dovevano far trovare viveri e venditori di pane. Solo il giorno 6 settembre, il Generale Burr, notificava al Tenente Fraissignano a Lagonegro, di avanzare coi cavalli sulla strada di Salerno, e il 15 settembre vi fu il passaggio dell’artiglieria nazionale, al comando del Generale Grasini, in marcia verso Napoli.”. Romagnano citava il tenente “Fraissignano”, che si trovava a Lagonegro con altre truppe e gli ordinava di avanzare con i cavalli sulla strada Consolare per Salerno. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a pp. 15-16, in proposito scriveva: “…..Garibaldi entrò in Auletta, anch’essa quasi distrutta dal terremoto che aveva provocato 47 vittime, e fu ospite del dottor Gennaro Mari. Auletta è una tappa importante della spedizione dei Mille perchè fu lì che Garibaldi scrisse al Comitato dell’Ordine ed a quello dell’Azione il seguente messaggio: “Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il Comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo.” (10).”. D’Amico, a p. 16, nella nota (10) postilla: “(10) Per il testo del telegramma Cfr. Gennaro De Crescenzo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane. Questo il testo: “Garibaldi è arrivato con 5.000 dei suoi; si aspettano ad ogni istante 5.000 calabresi. Degli sbarchi avranno luogo questa sera sulla baia di Napoli e sul golfo di Salerno; consiglio decisamente di ritirare senza indugio la guarnigione di Salerno che altrimenti si troverà il passo tagliato. Vi scongiuro poi come amico personale, per quanto vostro nemico politico, ad abbandonare una causa perdduta che sarà la vostra ruina.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’Epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, a p. 128 in proposito scriveva: “Trovò molti insorti che passò in rivista; poi acortosi col Turr, inviò un dispaccio al sindaco di Salerno, avvertendolo di preparare per il giorno seguente quarantamila razioni e alloggio pei garibaldini. Quale effetto producesse questo dispaccio ognuno può immaginare. La notizia si propagò in un bater d’occhio tra il popolo di Salerno, e destò non poca meraviglia.”.
Nel 6 settembre 1860, ad Auletta, arrivò la compagnia della Brigata PUPPI, che marciò da Sapri
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli.”. Mazziotti scriveva che la Brigata Puppi arrivò a Sapri in giorno 3 e scriveva pure che questa Brigata faceva parte della Divisione Turr. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, era già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli aveva fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Di lui ha scritto Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909.
Nel 6 settembre 1860, Peard, Turr e Ashley entrarono in carrozza a Salerno
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 207, in proposito scriveva che: “Intanto il pseudo Garibaldi e la sua comitiva, …..Saputo poi che i regi avevano evaquate le loro posizioni, il Peard, richiestone da Garibaldi, riprese in fretta la via di Salerno, entrandovi in trionfo alle cinque antimeridiane del 6 settembre. La città intera si riversò nelle strade ad acclamare il “Dittatore” che spese la mattinata ricevendo deputazioni in pubblico senza che nessuno fiutasse l’inganno tranne un solo ufficiale che gli sussurrò il suo nome all’orecchio. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 208-209, in proposito scriveva che: “Alle cinque di sera del 6 settembre, con due giorni di vantaggio sulle truppe più vicine, quelle del Turr (1), e molti più sul rimanente dell’esercito, Garibaldi e il suo Stato Maggiore entravano in Salerno in carrozza. Il Sindaco, la Guardia Nazionale e il suo “predecessore” inglese, ora deposto, gli andarono incontro fuori le porte della città. “Viva Garibaldi” gridò egli scoprendosi la testa in omaggio al Peard, e tutti unirono la loro voce alla sua con grida d’ilarità e d’evviva. L’oscurità li avvolse mentre si aprivan passo passo la via dentro Salerno in mezzo al delirio di 20000 anime che sembravano determinate a fare a pezzi il vero Garibaldi. La città era illuminata e nella lontananza tutte le alture di Amalfi e Sorrento rosseggiavano di fuochi di festa (1). La sera stessa l’ultimo dei Borboni e la Regina abbandonarono la reggia di Napoli e salpavano per Gaeta.”. Dobelli, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Appendice H.; Ms. Peard, Journal e Cornhill, giugno, 1908; Forbes, 219-231; Arrivabene, II, 168-169; Ashley, 492-496; Times, 13 settembre, pag. 10, c. 4 (lettera del James), 15 settembre, pag. 10, c. 3-4; De Cesare, II, 422-424; Revel, Da Ancona, 65; Elliot, 96; Persano, 206-207; Galton, 22”. Si tratta del testo di Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861, che a p. 22, in proposito scriveva che: “…………………..”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). La sera del 4 settembre l’inglese con i suoi compagni si spinse fino ad Eboli. La piccola brigata nel cuor della notte lasciò segretamente Eboli e tornò a Sala, ove ricevè ordine dal dittatore di recarsi a Salerno. Ivi il Peard entrò il mattino del 6 tra le acclamazioni del popolo, che lo scambiò per Garibaldi (3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a p. 123, in proposito scriveva pure che: “La piccola brigata del Peard partì nascostamente da Eboli durante la notte, ricalcando la via già percorsa fino a Sala. Lì ebbe ordine da Garibaldi di recarsi immediatamente a Salerno. Ed il 6 mattina vi entrò, ed anche lì fu scambiato per l’Eroe ed acclamato come facilmente può pensarsi. Simpatico equivoco davvero verificatosi, come abbiamo visto, più volte, e dovuto al colore biondo della sua barba !.”. Un testimone di eccezione di quell’incontro è C. S. Forbes (….), ed il suo “Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 931, in proposito scriveva che: “Di Lorenzo e Rendina precedevano con altro legno a tutta corsa, per far telegrafare dal capostazione di Cava che fosse sgomberata dai bavaresi la stazione di Nocera, ma questi n’erano partiti la notte innanzi, avendo saputo che Garibaldi era giunto a Cava, mentre a Cava non era giunto che un inglese, certo Peard, uno stravagante, il quale somigliava molto nel fisico al dittatore e faceva la campagna per conto proprio. A Cava chiesero del sindaco etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “In quello stesso pomeriggio, Garibaldi stava per giungere a Salerno. Era partito all’alba da Auletta, preceduto dal Battaglione “Tanagro” della colonna Fabrizi, che aveva schierato avamposti di sicurezza – come scrisse il suo Comandante – alla “Duchessa” di Postiglione, e raccolto la riserva alla “Taverna dell’Olmo”…..(p. 170) Sullo Scorzo, altro schieramento di volontari in armi; ma su tutto il percorso, anche là dove non sorgevano case, si allineavano, sui ciglioni dei poderi, creature semplici, ansiose di vedere l’Eroe da vicino etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 174 e ssg., in proposito scriveva che: “Era giunto il libeatore nella città tanto cara all’Aquinate: una dell quattro preminenti di tutta Europa, conosciuta principalmente per la celebre “Scuola di Medicina” che in essa ebbe stanza per molti secoli. Era la terra attraversata dalla Croce del Giuscardo, ed ove l’Aquila della Chiesa venne a morire ed a santificarsi. Fu accolto il Dittatore dalle più note personalità del capoluogo e della provincia: dal Sindaco Pacifico, da Matteo Luciani, medico valoroso, dall’inglese Peard, dal marchese Mezzacapo, maggiore della Guardia Nazionale, da G.B. Bottiglieri di Petina, che fu poi nominato membro del Governo Provvisorio, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 174-175 e ssg., in proposito scriveva che: “Quella sera, furono pure accanto a Garibaldi, Bertani, Cosenz, Missori, e il capo della polizia Gozzolongo, e sul tardi – da Napoli – giunse Alessandro Dumas, dal quale si ebbe notizia degli ultimi avvenimenti che si erano succeduti a Corte, culminati con la partenza del Re per Gaeta. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”.
Nel 6 settembre 1860, re Francesco II si imbarca nel porto di Napoli ed abbandona la capitale del Regno
Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 267, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre, alle sette di sera, il re Francesco II si era imbarcato alla volta di Gaeta; il 7 mattina Garibaldi aveva ricevuto a Salerno i deputati di Napoli, e verso le undici, accompagnato da una dozzina di ufficiali etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli”, a p. 419, in proposito scriveva che: “Narra il D’Ayala che nel pomeriggio del 6 settembre erano raccolti su la nave regia sarda ‘Maria Adelaide’ il Pisanelli, lo Scialoia, il Mezzacapo ed alcuni altri esuli napoletani da breve tempo tornati nel Regno (2). Sotto i loro occhi si compiva un singolare avvenimento !. Il re Francesco II, il discendente di una dinastia che aveva regnato nel Mezzogiorno d’Italia per ben centoventisei anni, abbandonava per sempre la sua capitale etc…”. Mazziotti, a p. 419, nella nota (2) postillava: “(2) Memorie, pag. 306.”. Si tratta del testo di Michelangelo D’Ayala, e del suo “Memorie di Mariano D’Ayala e del suo tempo (1808-1877). Gaetano Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Dal 4 al 7 settembre gli avvenimenti nell’Italia meridionale s’erano rapidamente succeduti in un modo meraviglioso. L’Europa stupefatta aveva assistito in pochi giorni allo sfacelo di un grande esercito ed alla fine di un Regno, fino a pochi mesi prima comunemente ritenuto il più potente degli Stati della penisola Italiana. Quegli ostacoli che, il 4 settembre, alcuni credevano che avrebbero dovuto ritardare la marcia trionfale di Garibaldi, s’erano invece rivelati inesistenti, e Garibaldi, tre giorni dopo la scena del Fortino, aveva potuto entrare trionfalmente in Napoli, circondato dal solo suo Stato Maggiore, mentre all’alba dello stesso giorno (7 settembre) l’ultimo dei Borboni di Napoli era sbarcato a Gaeta, che doveva essere l’ultimo propugnacolo dell’agonizzante Monarchia. Durante la sua rapida marcia da Lagonegro a Napoli (4-7 settembre) Garibaldi aveva riconfermato alle varie deputazioni, venutegli incontro per ossequiarlo, il suo aperto e deciso proposito di proclamare l’annessione delle Provincie meridionali a Roma. Il 5 settembre, ricevendo a Sala Consilina, gli inviati del famoso comitato dell’Ordine, Piria e Tommasi, e dopo avere ascoltato le loro dichiarazioni unitarie, Garibaldi dichiarava: “….Se il Comitato dell’Ordine è per l’unità d’Italia io non faccio differenze di persone: ma se coloro hanno da fare con quei figuri di Torino, che sono vincolati a Bonaparte, non ne faremo niente. So che Bonaparte avversa l’unità d’Italia: so che gli amici di Cavour e di Farini vorrebbero che io chiamassi Vittorio Emanuele a Napoli e lasciassi in disparte Roma, ma noi vogliamo tutto il paese nostro per noi, e a Roma, sovrana, l’Italia…A Roma dunque noi faremo le annessioni e non a Napoli…” (191).”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “…..il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183, in proposito scriveva: “Imbarcandosi per Gaeta, il 6 settembre, il sovrano denunziava in un proclama di protesta ai potenti d’Europa l’occupazione del regno da parte di un “ardito condotttiero” con tutte le “forze” di cui disponeva l’Europa “rivoluzionaria”, invocando il nome di un sovrano d’Italia”(95). In questo tramonto rossoreggiante di ambizioni, di speranze, di odi, di furore, di desideri, di paure, si chiude il regno dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie. Ma “scacciare un re dal trono non è rivolzione; la rivoluzione si compie quando le istituzioni, gli interessi, su cui quel trono si poggiava, si cangiano”(96).”. Demarco, a p. 184, nella nota (96) postillava: “(96) C. Pisacane, Saggio su la rivoluzione, ecc..ecc…, p. 233”.
Dopo il 6 settembre 1860, Giovanni Matina ed il suo GOVERNO DELLA PROVINCIA DI SALERNO, con Poteri illimitati
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 458, dal “Diario” ed il taccuino di Bertani, in proposito scriveva che: “A Sala l’entusiasmo è indescrivibile: si bacia, si ribacia il generale sino a strozzarlo; “Non baciar la mano”, egli grida ad ogni tratto, “stringete la mano, si baciano i bambini”. Saluta le donne vecchie e giovani con cortesia. Egli nomina Mattina governatore di Salerno (2). In mezzo a manifestazioni d’ogni genere si arriva ad Auletta. Etc…”. La White-Mario (….), a p. 458, nella nota (2) postillava: “(2) Questa nomina fu delle più contrastate, benchè Mattina fosse uno dei più fieri patrioti e avesse passato gran tempo nelle prigioni del Borbone cospirando contro di lui. Non osando toccare Garibaldi, si disse che Mattina era uno dei governatori voluto da Bertani.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 395, riferendosi al dispaccio di Garibaldi al Matina del 31 agosto, in proposito scriveva che: “Evidentemente il piano del Prodittatore cominciava a far delle falle, perché, in conseguenza delle istruzioni ricevute, e probabilmente per altre pressioni, egli dovette cedere anche al Fabrizi col quale aveva avuto, come s’è visto, un’iniziale contrasto d’opinione. Difatti, il parere del Capo militare, che si dovesse stringere contatto con le forze rivoluzionarie della vicina Basilicata, dove operava il colonnello Camillo Boldoni, prevalse nettamente dopo due o tre giorni. E perciò il Fabrizi si affrettò ad emanare il seguente ordine del giorno: “La rivoluzione deve tendere ad unificarsi: quindi etc..” (32). La corrente politica, che faceva capo al Comitato dell’Ordine, aveva in tal modo vinto nettamente ed il prodittatore Matina dovette sacrificare le sue convinzioni di partito ai supremi interessi della patria. Con questa vittoria incominciò nel Salernitano la fase della grande manovra avvolgente da parte della borghesia moderata, che sarà indi a poco perfezionata mediante quel compromesso con le forze regie piemontei, che sembrò scaturire per forza naturale da ragioni oggettive, mentre invece fu un congegno politco abilmente achtettato in difes dei privilegi di classe. Anche il volontarismo, che fu il nerbo della rivoluzione del Risorgimento, cominciò ad accusare i primi colpi, fino a che dovrà capitolare difronte alle forze disciplinate dell’esercito regolare piemontese…..In conseguenza del nuovo orientamento il colonnello Fabrizi nominò capo di stato maggiore Lorenzo Curzio, mentre Antonio Alfieri d’Evandro fu nominato delegato civile e militare del distretto di Sala da Giovanni Matina. Questi a sua volta, il 5 settembre, fu nominato da Garibaldi, che era già giunto a Sala, governatore della Provincia di Salerno “con poteri illimitati”.. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 397, in proposito scriveva che: “Ed era naturale che la borghesia gli si opponesse! Si trattava di riorganizzare a tempo di primato tutta l’impalcatura dell’amministrazione provinciale, che si era schiantata; si trattava di sgomberare il terreno dei vecchi relitti del passato; di abbattere vecchi numi locali, boriosi quanto incompetenti; di combattere gli antichi borbonici diventati d’un tratto liberali con allegra e sfacciata manovra trasformistica; di dare al popolo, mediante saggi provvedimenti, una prova tangibile che una vera rivoluzione era in corso di attuazione; si trattava infine di stroncare energicamente i tentativi di reazione, fomentati dai borbonici e dal clero (34).”. Cassese, a p. 397, nella nota (34) postillava: “(34) Per le condizioni politiche della Capitale e delle province vedi il bel volume aneddotico di Gustav Rash, Garibaldi a Napoli nel 1860, Bari, Laterza, 1938, pp. 108 sgg.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 396, in proposito scriveva che: “E’ un vero peccato che tutti gli atti del periodo di Governatorato del Matina siano andati irrimediabilmente perduti, perché in base ad essi si sarebbe potuto disegnare il quadro della sua energica attività, intesa a dare un assetto nuovo alla provincia, rispondente ai suoi principi politici. Si sa che egli fu fieramente avverso alla borghesia neghittosa e in massima parte fino a pochi giorni innanzi ancora borbonica: fu intransigente, violento ed irruento, secondo il suo carattere; la qual cosa valse ad alienargli il consenso di tutto il moderatume salernitano, il quale con torbide manovre giunse a rovesciarlo dopo un mese di governo (33).”. Cassese, a p. 396, nella nota (33) postillava: “(33) Durò in carica fino alla prima decade di ottobre. Un manifesto del 18 ottobre è firmato dal governatore Mariano Englen.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “……………….”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 159 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad Auletta, Garibaldi giunse sul far della sera, accompagnato dalla Giunta insurrezionale etc…(p. 160). Nella “galleria” di Casa Mari, Garibaldi ricevè i rappresentanti di alcuni comitati rivoluzionari di Basilicata, tra cui il Prodittatore Giacinto Albini di Marsiconuovo, conosciuto quale principale cospiratore della generosa terra di Lucania. L’Albini, proprio in Auletta, venne nominato Governatore di detta regione, con pieni poteri, e quale ‘Prodittatore’, già in data 24 agosto, aveva emanato la seguente ordinanza: “Chiunque, sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte!”.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Nel 1860 la Basilicata insorse, dando il segnale della riscossa alle vicine regioni. Si è già detto che il 18 agosto di quell’anno, venne proclamato a Potenza il Governo prodittatoriale, i cui componenti furono Giacinto Albini e Nicola Mignogna. Pochi giorni dopo, venne istituita la Giunta insurrezionale, con sette uffici. A Giacomo Racioppi – ch’era subito accorso a Potenza – fu affidata la direzione del quarto ufficio, che doveva occuparsi dell’amministrazione provinciale e comunale e degli affari demaniali. Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati.”.
Dopo il 6 settembre 1860, Giacinto ALBINI, nominato da Garibaldi Governatore della Provincia di Basilicata con “Poteri illimitati”
Dalla Treccani on-line leggiamo che il 10 settembre, dopo avere sciolto le giunte insurrezionali, l’Albini assumeva, in forza di un decreto di Garibaldi del 6 settembre, la carica di governatore della Basilicata con poteri illimitati. Tale carica conservò fino alla metà dell’ottobre seguente, eliminando in questo breve periodo i funzionari e i magistrati borbonici. Da Wkipedia leggiamo che storicamente, la Basilicata fu governata da Giacinto Albini, nominato da Giuseppe Garibaldi con poteri illimitati durante il periodo della spedizione dei Mille. Questo governatorato con poteri illimitati serviva a gestire il territorio durante un periodo di transizione. La figura storica che hai menzionato è Giacinto Albini, nominato “Prodittatore e Governatore della provincia di Basilicata” da Giuseppe Garibaldi nel 1860 con poteri illimitati. Questo avvenne in seguito all’incontro tra Garibaldi e Albini ad Auletta il 5 settembre 1860. Albini divenne quindi il capo della Basilicata in un periodo di transizione dopo l’unificazione italiana. Il 10 settembre il Governo Prodittatoriale della Basilicata si sciolse e la provincia passò agli ordini di Garibaldi dittatore di Napoli. Risale, infatti, al 10 settembre l’ultimo atto del Governo Prodittatorialeː «Italia e Vittorio Emanuele Il Governatore generale della Basilicata Sulla considerazione, che lo scopo per cui furono create le Giunte insurrezionali Municipali è ormai raggiunto, e che cessate le condizioni straordinarie, tutt’i pubblici poteri rientrar debbono nella sfera di azione loro attribuita dalle leggi ordinarie; dispone: Le Giunte insurrezionali municipali create con ordinanza del 19 agosto restano abolite; e le facoltà concesse a’ commissarii delegati ad installarle sono ritirate. Potenza, il dì 10 settembre 1860.». Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Dal Governo prodittatoriale si passava, così, al governo dei poteri illimitati. Giacinto Albini, ben conscio, come scrisse anche in diverse circolari, che il governo dell’emergenza era terminato, eliminò le giunte insurrezionali con un decreto del 29 agosto. Con questo “pose in prestito” alla rivoluzione gli avanzi di cassa delle finanze comunali e nominò, secondo le leggi amministrative borboniche, il segretrio nazionale della provincia nella persona di Giacomo Racioppi. Infine dispose la formazione di un corpo di milizie, il “Battaglione Lucano”, composto da 540 uomini, divisi in tre compagnie, ognuna delle quali di 180 armati (148).”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava: “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”. Venturi, a p. 74, nella nota (148) postillava: “(148) R. Rivilello, Cronaca Potentina, …., op. cit., p. 243.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 251 in proposito scriveva che: “Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri e poi a Salerno, in ‘Brigata dei Cacciatori Lucani’, etc…”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 242, in proposito scriveva che: “Ad Auletta nel giorno sei il Pro-dittatore Albini, la Deputazione Potentina e altri cittadini strinsero la mano al Dittatore, presentandogli gli omaggi della Lucania e del suo Capoluogo. Quivi Garibaldi emise il decreto – “Il Signor Giainto Albini è nominato Governatore di Basilicata con poteri illimitati” (3).”. Riviello, a p. 242, nella nota (3) postillava: “(3) Corriere Lucano 6 settembre n. S.”. Riviello, a p. 249, in proposito scriveva pure: “Molti nomi sono segnati in questo periodo storico, e primeggia fra gli altri quello di Giacinto Albini, insigne per mente, per gentilezza di animo e per fortezza di propositi; ma furono moltissimi i benemeriti e gli operosi, etc…”. Riviello, a p. 250 scriveva che: “Cessato il Governo provvisorio della Prodittatura, cominciarono i ‘poteri illimitati’ del Governatore della Provincia di Basilicata – In virtù dei poteri illimitati conferitigli dal Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi, con Decreto 6 Settembre 1860 – Nomina – a Segretario Generale della Provincia il Sig. Giacomo Racioppi – Potenza 10 Settembre 1860. Giacinto Albini (1)”. Nel 16 e nel 17 Settembre poi il Governatore mise fuori una lunghissima filza di nomine, di destituzioni, di promozioni, di traslocamenti per le diverse magistrature della Gran Corte Criminale, della Corte Civile e dei Giudicati Circondariali…etc…(p. 251) Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri etc…”. Riviello, a p. 254, in proposito scriveva pure che: “Prima del Plebiscito i Governatori dai ‘poteri illimitati’ furono rimossi dal loro ufficio, e quindi Giacinto Albini cessò di essere a capo della notra Provincia (1).”. Riviello, a p. 254, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Commendatore Giacinto Albini ritornò a Potenza nel 6 Novembre 1878 come Conservatore delle Ipoteche, e vi morì nell’11 Marzo 1884 – Tutta la cittadinanza ricordando i lieti e gloriosi giorni della Prodittatura, volle onorare la morte dell’insigne uomo etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 195 e ssg., in proposito scriveva che: “….Dittatore. Il quale nel giorno 6 da Sala nominò il prodittatore Matina a governatore del Salernitano (con poteri illimitati”, e questi con esso lui procedendo in posta, venne il governo temporaneo da Sala a tramutarsi in Salerno. (1).”. Racioppi, a p. 195, nella nota (1) postillava: “(1) Gli atti o decreti furono raccolti nel libro ‘Della insurrezione nazionale del Salernitano nel 1860 per Antonio Alfieri d’Evandro. Napoli, 1861.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….ad Auletta, dove pernottò in casa Mari. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a pp. 461-462, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 20, in proposito scriveva: “Mentre la Prodittatura e le sue commissioni lavoravano così alacremente Garibaldi passa per il Lagonegrese; e i due prodittatori si allontanano da Potenza per andargli incontro. Garibaldi, ringraziando i Lucani della loro fede, del loro coraggio e della loro energia, con decreto del 6 Settembre nomina Giacinto Albini Governatore della Provincia di Basilicata con ‘poteri illimitati’. Così si chiude la vita e l’attività della Prodittatura, sorta dall’entusiasmo e dalla fede di un popolo etc…La vita della Prodittatura (potere che nel suo stesso nome ha qualche cosa di anormale, giacchè si può parlare di dittatura e non di prodittatura) fu molto breve, della durata di pochi giorni. Tuttavia può avere un alto interesse storico in quanto fu tratto di transizione e di unione tra la rivolta ancora incoerente e la costituzione di un potere provvisorio che aprì la via ad un altro potere meno effimero, e poi definitivo.”. Il figlio Decio (1865-1923), che fu presidente del Comitato romano della Società per la storia del Risorgimento, cercò di dimostrare, in una serie di brevi lavori sul Risorgimento lucano, il mazzinianesimo del padre: egli fu anche il fondatore di diverse riviste lucane. Ma la sua attività prevalente fu quella di medico chirurgo, con un particolare inteper i problemi dell’ infanzia. Per meglio comprendere la figura di Giacinto Albini e dei “Poteri illimitati”, ottenuti unitamente alla nomina di Governatore della Basilicata, in un suo saggio, Ernesto Pontieri (….), mette seriamente in luce la sua figura quale essa veramente era. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) ….Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto acettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. Etc…”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Pedio, a p. 53, nella nota (2) postillava: “(2) Pedio Edoardo, La prodittatura lucana nel 1860 in Atti del Congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento, Napoli, Miceli, 1939, pp. 317 ss.”. Per comprendere meglio il dopo 1860, è utile leggere le pagine di Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (….), nel loro, Territorio e Società nella Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1973. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….ad Auletta. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”. Sempre il Pesce, a p. 59, in proposito scriveva che: “Il Governatore della Basilicata Giacinto Albini abolì tosto le giunte insurezionali, i comitati locali ed i commissari civili, e così fu richiamato a Potenza da Lagonegro il Commissario Giuseppe Mango, il quale, lungi dall’abusare del potere goduto, seppe conservare e rafforzare il plauso e la gratitudine dei suoi concittadini, ed in premio degli utili servizi resi alla rivoluzione fu nominato Giudice della Gran Corte Criminale di Potenza. Al posto del Mango fu mandato come Sotto-Governatore o Sotto-Intendente pel Distretto di Lagonegro il valoroso giovane Pietro Lacava, che tanta parte onorevole aveva presa in quei moti insurrezionali. Questi, venuto in Lagonegro nei primi giorni d’Ottobre, attese con tutta energia e con impareggiabile zelo al consolidamento del nuovo ordine di cose, e seppe in breve conquistare lo affetto e la stima di tutta la cittadinanza dell’intero Distretto, dove lasciò memorie ed amicizie imperiture.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, in proposito scriveva che: “Col plebiscito del 21 ottobre si può considerare come chiusa la gloriosa epopea dell’insurrezione napolitana, durata – come nelle classiche tragedie greche, dense d’azione per quanto rapide – breve tempo, nel quale i più grandiosi avvenimenti si successero con prodigiosa rapidità, mentre le popolazioni qui, come altrove, diedero prove mirabili di concordia, etc…(1).”. Pesce, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. Etc…”. Su Pietro Lacava, poi Ministro e fratello di Michele Lacava (….), ha scritto Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Su Wikipedia leggiamo che Pietro Lacava, il 21 giugno 1860 fece parte del Comitato Centrale Lucano di Corleto Perticara e il 19 agosto, in seguito alla insurrezione della Basilicata, fu nominato segretario del Governo Protodittatoriale Lucano. Divenuto vice-governatore a Lagonegro, represse le manifestazioni legittimiste dell’ottobre del 1860. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 83-84, in proposito scriveva: “4) Il Governo Prodittatoriale…..
GARIBALDI A EBOLI
La sera del 6 settembre 1860, dopo aver costituito il Governo provvisorio di Sala, Giuseppe Garibaldi affrontando una pioggia inarrestabile, si recò ad Eboli per incontrare i rappresentanti del comitato rivoluzionario della città di Salerno. Al seguito di Garibaldi tra i tanti intellettuali europei c’era lo scrittore Maxime du Camp che ha raccontato l’intrepida avanzata dei Mille da Sala Consilina fino a Salerno. Del suo biennio rivoluzionario, Marciano, trent’anni dopo, scrive un libretto: “Salerno nella Rivoluzione del 1860” , che si scopre ancora oggi fonte storica attendibile. Dalle memorie di Marciano vale la pena raccontare la cena a Eboli a casa di Francesco La Francesca con Garibaldi alla vigilia della partenza per Napoli in treno da Vietri sul Mare. «La sera del 6 settembre gli condussi in casa Garibaldi col seguito perché ci desse da mangiare. La scena seguì a Eboli, e ciò che avvenne tra me l’avvocato La Francesca si può immaginare …». L’episodio della cena a Eboli è poco ricordato dalla storiografia ufficiale e tuttavia rappresenta un esempio chiaro dell’impegno dei rivoluzionari salernitani favore della causa dell’Unità d’Italia. Il responsabile del Comitato dell’Ordine era Beniamino Marciano, patriota bergamasco, inviato in città dal comitato insurrezionale napoletano per preparare la Rivoluzione nell’attesa dell’arrivo nel salernitano dell’eroe dei due mondi. La vita del giovane garibaldino si intreccia con una vera eroina del Risorgimento Antonietta De Pace, una giovane mazziniana originaria di Gallipoli. L’incontro dei due rivoluzionari avviene nel 1858, Salerno, quando Antonietta De Pace dopo aver trascorso in carcere 18 mesi senza aver subito alcun processo per l’accusa di aver partecipato ai moti del ’ 48 a Napoli, decide di aggregarsi ai cospiratori salernitani. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 167-168, in proposito scriveva che: “VII. Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere , risolute , dicevano, adattraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale. Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare , con qualche probabilità di buon successo , la prova estrema a cui si erano impegnati. L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo . Nella sera del 5 settembre, il Re , radunato il Consiglio dei Ministri, etc…”.
GARIBALDI A SALERNO
Nel 6 settembre 1860, Garibaldi, da Eboli arriva a Salerno
Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 85, in proposito scriveva che: “In sette od otto compagni al Duce, la sera del 6 settembre da Eboli fummo a Salerno, ov’era luminaria e popolo a festa, plaudente e Lacerati i gigli borbonici, buttavansi a pazzo. ludibrio dei festanti. Alle 10 smontammo al palazzo d’Intendenza. Bello per copiosa luce, maestoso per fabbrica, ci consolò, non usi da un pezzo a siffatte dimore. Venne rappresentanza, confabulo, e ci offerse pranzo, che accettammo. Nulla v’era a dire di serio con essa, e senza notizie, trepidava ai chiesti ragguagli. Godemmo in gran salone, l’aspetto di signore venute da vicine ville, gentili nosco da non dirsi. Eleganti e tutte in bianco, come in antico a festa sacra. Alcune additate per altezza ed avvenenza, eran di paesino non lungi, che vanta l’eletta del nobil sesso. Ci strinser le mani le graziose, le loro candide, morbidissime, abbronzite le nostre. Fummo lieti, e preso commiato, ringraziammo.”. Dunque, Zasio, che era insieme a Garibaldi testimonia che a Salerno, insieme a lui e a Garibaldi, vi erano altri “sette o otto compagni del Duce”. Vi era Nullo, vi era Mario, vi erano pure….Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 86, in proposito scriveva che: “….udimmo di venuta da Napoli di scelta Commissione, con mandato d’invito al Duce d’entrarvi , fuggitone a Gaeta Francesco, timoroso di rivolta. Seco trasportò cento e più cavalli, i migliori, é quanto vi aveva di prezioso nella regia. Vennero De-Suget, vecchio generale, Colonna il Sindaco, Lorenzi. maggiore della guardia istituita a guarentigia popolare, e da Garibaldi accolti, ebbero ad esporre senz’ambagi domande e desiderii. Precedettero gl’inchini e il lungo complimentare cui il Duce pose fine con dignitoso gesto. Li fece sedere, e constatati i nomi, dissero : Eccellenza ! Tal parola il Generale fe’ osservare gentile si la sciasse, e proseguirono . Veniamo d’ordine di Napoli per dirvi l’esultanza addimostrata nell’udire i prodigi immensi di valore operati dall’E. V. da Marsala fino allo stretto, e di là fino a noi. L’Italia ha in voi una spada invitta, e….. Il Generale ringraziò e pregò d’esporre le condizioni di Napoli. Ripresero: è meglio che differiate di qualche di l’ingresso per l’accoglienza che a voi s’addice . — Son cittadino, rispose, anch’io, e come tale debbo entrare; le feste, gli archi facciansi pei Grandi ; debbo sollecitare e voi lo consentirete. Vorremmo, aggiunsero, la proprietà rispettata, e tutto predisposto. Sorrise allora , e mostrò che proprietà e vite furon rispettate ovunque ebbe comando e direzione.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 167-168, in proposito scriveva che: “VII. Frattanto Garibaldi camminava. Fra Salerno ed Avellino erano raccolti oltre a quarantamila uomini, la più parte di truppe straniere , risolute , dicevano, adattraversare ad ogni costo il passo al Filibustiere e a dargli una battaglia decisiva. E Garibaldi pure lo credette; onde affaccendandosi a concentrare quanto più presto poteva le sue forze intorno ad Eboli, s’andava a sua volta preparando alla giornata finale. Ma inutile allarme. Anche l’esercito di Salerno era affetto dal contagio comune e sacrato al medesimo destino de’ suoi compagni. Corsa appena la notizia che la rivoluzione s’era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che quel Caldarelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi e marciava con lui contro gli antichi camerata, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar que’ medesimi segni di indisciplina e di ammutinamento, che già avevan sciolte le fila del Briganti e del Ghio, ed a levare ogni speranza ai Comandanti di tentare , con qualche probabilità di buon successo , la prova estrema a cui si erano impegnati. L’arrivo di queste notizie a Napoli fu decisivo . Nella sera del 5 settembre, il Re, radunato il Consiglio dei Ministri, etc…”.
Nel 7 settembre 1860, Antonio Alfieri D’Evandro, segretario del Governo provvisorio di Sala Consilina, scrisse una lettera al Sindaco di Vibonati, dove informava della valigia del Tenente Crivellari, dispersa nella marcia delle brigate garibaldine condotte da Rustow da Vibonati a Casalnuovo.
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138, in proposito scriveva che: “E proprio durante una di quelle marce si verificò un episodio increscioso; Antonio Alfieri D’Evandro, segretario del Governo provvisorio di Sala, il 7 settembre al sindaco di Vibonati scrisse: “Cittadino Sindaco, il cittadino Tenente Crivellari dell’Armata del Dittatore Garibaldi marciando da Vibonati per qui prese una guida di costà da voi datale. Costui sull’atto di un momento consegnò la Compagnia ad altra guida di un paese vicino che il Tenente non conosce, si è saputo essere Castelluccio. In questo scambiarsi di guida l’Ufficiale essendosi addormentato, l’uomo da lui datoli portò seco una valigia contenente carte interessantissime. Non sappiamo se costui consegnò la valigia (….). Bisogna riavere la valigia ad ogni costo, la guida da voi stabilita deve occuparsene, voi dunque userete che sia al più presto possibile rimesso qui e per espresso.”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, scrisse degli eventi che seguirono l’arrivo di Garibaldi al Fortino. Antonio Alfieri d’Evandro, fu nominato da Garibaldi segretario del Governo Provvisorio di Sala Consilina. Policiccho scriveva che in occasione della marcia da Vibonati, l’Alfieri d’Evandro riferiva che: “…durante una di quelle marce si verificò un episodio increscioso; etc…”. D’Evandro riferiva che, il 7 settembre, in qualità di Segretario del Governo provvisorio di Sala Consilina, scriveva al Sindaco di Vibonati il seguente testo: “Cittadino Sindaco, il cittadino Tenente Crivellari dell’Armata del Dittatore Garibaldi marciando da Vibonati per qui prese una guida di costà da voi datale. Costui sull’atto di un momento consegnò la Compagnia ad altra guida di un paese vicino che il Tenente non conosce, si è saputo essere Castelluccio. In questo scambiarsi di guida l’Ufficiale essendosi addormentato, l’uomo da lui datoli portò seco una valigia contenente carte interessantissime. Non sappiamo se costui consegnò la valigia (….). Bisogna riavere la valigia ad ogni costo, la guida da voi stabilita deve occuparsene, voi dunque userete che sia al più presto possibile rimesso qui e per espresso.”. D’Evandro, scriveva che cittadino Tenente Crivellari dell’Armata dei volontari garibaldini, marciando da Vibonati, verso il Fortino, aveva preso una guida datagli dal Sindaco di Vibonati. Questa guida di Vibonati, fornita al Crivellari dal Sindaco di Vibonati, il 4 settembre 1860, consegnò la Compagnia ad altra guida di Castelluccio, che il Tenente Crivellari però non conosce e non ricorda il nome. Scrive sempre D’Evando al Sindaco di Vibonati che, in questo “scambio di guide”, siccome il Tenente Crivellari si era addormentato non si è accorto che che nel frattempo la valigia, con “documenti riservatissimi” consegnata alla guida fornita da Vibonati, questi l’avesse consegnata all’altra guida di Castelluccio. D’Evandro chiedeva al Sindaco di Vibonati di indagare sulla valigia e ne chiedeva l’immediata restituzione della stessa. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “……
Nel 7 settembre 1860, Francesco CURZIO, secondo eletto di Vibonati dava notizia dell’accaduto ai Sindaci del Circondario
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 138 aggiunge: “Il secondo eletto di Vibonati, Francesco Curzio, (1801-1885) nel darne notizia ai sindaci del Circondario aggiunse: “Io quindi nel trascrivervi quanto di sopra interessato le LL.SS., ad occuparsi seriamente perché la valigia perduta sia rinvenuta facendo menare i bandi per gli abitati con pene rigorose contro colui che avesse rinvenuto la detta valigia o portata via senza presentarla (13).”. Policicchio, a p. 138, nella nota (13) postillava: “(13) ACTLL (Archivio Comunale di Vallo), Documenti d’esito che figurano nel conto materiale dell’anno 1860, vol. III.”. Dunque, Ferruccio Policicchio scriveva che Francesco Curzio, secondo eletto di Vibonati. Chi era Francesco Curzio e che ruolo ebbe nella Insurrezione garibaldina contro il Regno di Francesco II ?. Policicchio cita i documenti conservati presso l’Archivio Comunale di Vallo della Lucania “Documenti d’esito che figurano nel Conto materiale dell’anno 1860”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “N.° 9 Il Pro-Dittatore della Provincia di Salerno…Dispone…2. Dovendosi installare uguali Giunte Municipali in tutta la Provincia, destiniamo a questo incarico i Commissari organizzatori distrettuali, i quali saranno membri componenti di dritto delle Giunte de’ Municipii di loro residenza. Essi si metteranno immediatamente in missione con pieni poteri, trascegliendo per far parte delle Giunt i cittadini più noti per energia rivoluzionaria, per principii unitarii e probità personale. 2. Nominiamo all’ufficio di Commissarii Organizzatori distrettuali per lo distretto di Sala i Cittadini: D. Andrea Curzio di Sant’Angelo. Sala 31 Agosto 1860. Pel Dittatore Garibaldi. – Il Pro-Dittatore – G. Matina etc…”. Dunque, con questo decreto il Matina nominava il cittadino Andrea Curzio tra i Commissari Organizzatori distrettuale di Sala. Ma, sempre il d’Evando, a p. 17, nei “Documenti”, scriveva: “N.° 20. Quarto ordine del giorno. Il Dignor Capitano Lorenzo Curzii è nominato, come dall’ordine del Giorno numero secondo, Capo di Stato Maggiore. Il Comandante Militare – Firmato – Luigi Fabrizi.”. Qui il d’Evandro cita il documento n. 20 dove il colonnello Fabrizi nomina Lorenzo Curzii capo di Stato Maggiore, che probabilmente non è il Francesco Curzio di cui accenna Policicchio.
Nel 7 o nell’8 settembre 1860 (?), a Sanza, venerdì, un manipolo d’insorti Cilentani, agli ordini di Cristofaro Ferrara uccisero per vendetta i responsabili del massacro dei Trecento di Carlo Pisacane, tra cui Sabino o Sabatino Laveglia
Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, parlando di “Sanza”, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, credendo vendicare i loro fratelli restati vittime in Sanza, dopo d’avere imprigionato Savino la Veglia, voluto retrivo e colpevole della morte di quelli, senza giudicatura di sorta, venne archibugiato di una scarica di moschetteria nella stessa prigione. Noi, come cronisti, riferiamo, scevri di passione, questi fatti, lasciando ai posteri il carico di giudicarli !.”. Qui però il Macchiaroli scriveva che la colonna del Ferrara aveva imprigionato Sabino Laveglia e gli altri a Luglio del 1860, mentre tutte le fonti storiche ci parlano dell’Agosto 1860. Dunque, secondo il Macchiaroli, già nel luglio 1860, le schiere garibaldine operavano nel Vallo di Diano ma, egli si riferiva alle colonne di insorti cilentani. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “Dans les fureurs aveugles des guerres civiles le sang appelle le sang; la conscience s’oblitère et l’on se croit en droit de châtier les atrocités par d’autres atrocités. Au mois d’août 1860, une colonne de l’armée garibaldienne prenait terre, à Sapri pour opérer dans le Cilento parallèlement au mouvement en avant du corps principal; c’était le colonel Pianciani qui la commandait. Il envoya undétachement à Sanza. Un nommé Savinu La Veglia, que la voix publique désignait comme ayant porté le premier coup à Pisacane désarmé, fut arrêté chez lui et fusillé sans jugement dans la prison. C’était répondre au meurtre par le meurtre. L’homme que l’on traitait ainsi pouvait être un assassin; ceux qui le mirent ù mort sans observer aucune forme, sans débat contradictoire, ne se firent pas des justiciers, comme ils se l’imaginaient, mais eux-mêmes des assassins. Au moment de partir de Gènes, Pisacane avait écrit un testament, que les journaux publièrent après sa mort. « Je suis persuadé, y disait-il, que si l’entreprise réussit j’obtiendrai les applaudissements
universels; si je succombe, le public me blâmera, on m’appellera fou, ambitieux, turbulent, et ceux qui, ne faisant jamais rien, passent leur vie h critiquer les autres, examineront l’oeuvre minutieusement, mettront à découvertmes erreurs et m’accuseront d’avoir échoué faute d’esprit, de coeur et d’énergie. » Il se trompait. Sa tentative avait lieu dans des conditions qui rendaient le succès impossible elle a misérablement échoué. Mais trois ans ne s’étaient pas écoulés qu’il passait grand homme et que sa mémoire recevait les hom…mages réservés aux plus glorieux martyrs de la cause nationale. Sur le quai de la Marine à Salerne, le chef-lieti de la province où il mourut, on voit une statue élevée a Carlo Pisacane, precursore di Garibaldi. Dans tout l’ancien royaume napolitain il n’est presque pas une ville où l’on ne rencontre une rue ou une place Pisacanc. J’ai même lu à ce sujet chez un voyageur français, homme de beaucoup d’esprit et des mieux pensants, mais qui avait eu là une distraction singulière, deux pages d’indignationéloquente, flétrissant l’abaiesomentmoral dans lequel est tombée l’Italie piémontisée, qui donne aux rues de ses villes le nom d’un « criminel vulgaire qui a tenté l’assassinat d’un roi. 1) Carlo Pisacane confondu avec Agesilao Milano! la méprise est forte. Il serait bon de s’informer un peu plus exactement des choses avant de se mettre en frais de morale indignée. Du reste il ne faut pas s’y méprendre, l’aventure de Pisacane, qui avait semblé au premier abord une folie piteusement avortée, fut par ses conséquences un événement fort considérable. L’effarement et le désarroi que le gouvernement de Naples avait montré devant celle entreprise d’une poignée d’hommes, la façon dont, avant d’être arrêtés par etc…“ che tradotto significa: “….Nelle furie cieche delle guerre civili il sangue chiama sangue; la coscienza è cancellata e crediamo di avere il diritto di punire le atrocità con altre atrocità. Nell’agosto 1860, una colonna dell’esercito garibaldino prese terra, a Sapri ad operare nel Cilento al fianco del movimento in avanti del corpo principale; era il Il colonnello Pianciani che lo comandava. Ha inviato un distaccamento a Sanza. Qualcuno di nome Savino La Veglia, che la voce pubblica ha designato come avendo sferrato il primo colpo al disarmato Pisacane, è stato arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel prigione. Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio. L’uomo che è stato trattato in questo modo avrebbe potuto essere un assassino; coloro che lo hanno messo a morte senza osservare nessuna forma, senza dibattito contraddittorio, lo è non hanno agito da vigilantes, come immaginavano, ma loro stessi sono assassini. Quando lasciò Genova, Pisacane aveva scritto un testamento, che i giornali pubblicarono dopo la sua morte. “Sono convinto”, ha detto, “di questo se l’impresa riesce mi prenderanno gli applausi universale; se soccombo, il pubblico darò la colpa, sarò chiamato pazzo, ambizioso, turbolento, e quelli che, senza fare mai nulla, spendono il loro la vita h critica gli altri, esaminerà il lavoro con attenzione, esporrò i miei errori e mi accuserà di aver fallito per mancanza di spirito, di cuore ed energia. » Aveva torto. Il suo tentativo si è svolto in condizioni che hanno reso il successo impossibile, fallì miseramente. Ma non erano passati tre anni come passò lui grande uomo e che la sua memoria ha ricevuto maghi riservati ai martiri più gloriosi della causa nazionale. Sulla banchina della Marina a Salerno, il capo lieti della provincia dove morì, vediamo una statua eretta a Carlo Pisacane, precursore del Garibaldi. In tutto l’antico regno napoletano non c’è quasi una città dove non ci incontriamo una strada o una piazza Pisacane. Ho letto anche questo soggetto in un viaggiatore francese, un uomo dai molti di ingegno e di pensiero migliore, ma chi l’aveva avuto c’era una singolare distrazione, due pagine di eloquente indignazione, appassendo l’umiliazione morale in cui cadde l’Italia piemontese, che dà il nome alle strade delle sue città ad un “criminale”. volgare che ha tentato l’assassinio di un re (1). Carlo Pisacane confuso con Agesilao Milano! l’equivoco è forte. Sarebbe bello scoprirlo un po’ più esattamente sulle cose prima di iniziare a spese della moralità indignata. Inoltre, non dovrebbe esserci errore, l’avventura di Pisacane, che a prima vista era sembrato una follia pietosamente abortita, fu dalle sue conseguenze un evento molto significativo. Lo sgomento e lo sgomento che ha suscitato il governo di Napoli aveva mostrato davanti a questa compagnia una manciata di uomini, il modo in cui, prima di essere arrestati da etc…”. Il Lenormant ci parla dell’Agosto 1860, non di Luglio e non di Settembre. Il Lenormant, a p. 134 aggiungeva che: “D’ailleurs l’exemple de Pisacane ne fut pas perdu pour Garibaldi. Il lui montra que la République faisait peur aux populations du royaume de Naples, qu’elles tenaient au principe de la monarchie et que si l’on voulait les ……” che, tradotto significa: “Inoltre, l’esempio di Pisacane non andò perduto a Garibaldi. Lui lui dimostrava che la Repubblica spaventava le popolazioni del regno di Napoli, che detenevano principio della monarchia e questo se li volessimo etc….”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Come si legge anche all’inizio dello stralcio delle memorie di Bertani sopra riportato, l’arrivo al Fortino rinvanga nella memoria di tutti gli eventi tragici seguiti alla spedizione del loro amico e sodale Carlo Pisacane. E infatti Garibaldi, memore, non rinuncia a vendicarne la morte avvenuta tre anni prima ordinando l’arresto dei sanzesi don Filippo Greco Quintana, Primo eletto e farmacista, reo, secondo i garibaldini, di aver allertato la popolazione della presenza di Pisacane nei pressi di Sanza facendo sfondare la porta della torre campanaria per suonare le campane a martello, di Sabino Laveglia sottocapo delle guardie urbane del comune e esecutore materiale, secondo le sue stesse dichiarazioni negli atti dibattimentali del processo che ne seguì, dell’omicidio di Pisacane, oltre che di Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, anche essi ritenuti in qualche modo responsabili del delitto. L’otto settembre, quindi dopo pochi giorni, dopo un processo ovviamente sommario, i quattro vengono messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza (152).”. Dunque, il Montesano, sulla scorta del Cassese scriveva che fu Garibaldi che ordinò sia l’arresto dei quattro e la loro esecuzione. Montesano, a p. 111, nella nota (152) postillava: “(152) Leopoldo Cassese, La spedizione di Sapri, op. cit., pagg. 72-73.”. Dunque, il Montesano scriveva che “Garibaldi, memore, non rinuncia a vendicarne la morte avvenuta tre anni prima ordinando l’arresto dei sanzesi don Filippo Greco Quintana, Primo eletto e farmacista, etc…”. Dunque, secondo il Montesano fu Garibaldi che ordinò la morte di Laveglia e degli altri. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V. il verbale della cremazione, e v. gli interrogatori del Laveglia e dell’Inter, che si pubblicano per la prima volta in ‘Appendice’. Essi chiariscono definitivamente i particolari della morte, della cremazione e del seppellimento di Pisacane e dimostrano quanto poco veritiere fossero le affermazioni del Bilotti (op. cit., p. 327) che diede credito a poco attendibile fonte orale.”. Dunque, il Cassese metteva in dubbio ciò che scrisse Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, a p. 327, dove presentava l’interrogatorio di Gaetano Enter. Inoltre, Cassese, a p. 73, nella nota (60) aggiungeva pure che: “Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano, vollero vendicare la morte di Pisacane punendo quelli che la voce pubblica accusava come esecutori materiali del delitto. Sabino Laveglia, don Filippo Greco Quintana, Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, furono difatti arrestati e poi l’8 settembre messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza. V. ASS, Stato civile, Atti di morte del Comune di Sanza, 1860, B. 6810.”. Dunque, l’accusa della morte dei quattro a Sanza, che Montesano indirizza al generale Garibaldi non è corretta. Il Cassese, sulla scorta della documentazione in Atti, non dice che fu Garibaldi a far uccidere i quattro ordinandone la loro esecuzione ma dice che: “Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano, vollero vendicare la morte di Pisacane punendo etc…”. Il Cassese parla correttamente delle truppe Garibaldine non di Garibaldi. Garibaldi ne ordinò solo il loro arresto ma non ordinò le sevizie inflitte. Infatti, Leopoldo Cassese scriveva: “Nel 1860….Sabino Laveglia, don Filippo Greco Quintana, Domenico Laveglia e Giuseppe Citera, furono difatti arrestati e poi l’8 settembre messi a morte nelle carceri circondariali di Sanza. V. ASS, Stato civile, Atti di morte del Comune di Sanza, 1860, B. 6810.”. Il Cassese scriveva che furono arrestati l’8 settembre 1860. Il Mazziotti non concorda sulla data dell’Atto di Morte dello Stato Civile dei rei trucidati. Il Cassese scriveva l’8 settembre 1860 secondo un documento del Comune di Sanza presso l’Archivio di Stato di Salerno, mentre il Mazziotti ci parla del 7 settembre 1860. Nel groviglio e la veridicità di tali notizie resta però il dubbio di quanto alcuni hanno voluto intendere. Resta il fatto che, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 117, in proposito scriveva che, Garibaldi, a Casalnuovo: “E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.“. La notizia è tratta dal testo del segretario del Governo, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Il movimento fu unanime , popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto sì permisse e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di un orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 398-399, in proposito scriveva pure che: “III…..I Celentani allora, dopo aver dato alle fiamme il palazzo del Cav. Pecorelli in Policastro, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “…..“. Antonio Infante (….), nel 1984, nel suo “Garibaldi nel Cilento”, a pp. 60-61, in proposito scriveva che: “In questo paese il Dittatore sciolse la banda del De Dominicis venuta a Sanza.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai Registri dello Stato Civile risulta morto il 7 settembre. Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Sempre il Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva: “V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto e a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al di sotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottointendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna etc…”. Su alcuni componenti il manipolo d’insorti Cilentani che Garibaldi incontrò nel percorso che fece da Sapri recandosi a Vibonati, come ad esempio Cristofaro Falcone di Policastro, Matteo Mazziotti (…), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a p. 156, in proposito scriveva che: “Fin dalla metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi, spedito con un battaglione a reprimere la rivolta del Cilento, avea fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristoforo Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci.”. Forse il nome di Cristoforo Falcone di Policastro veniva confuso da alcuni storici con quello di Ferrara. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “….e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.“. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 parlando dell’uccisione di Sabino Laveglia e di altri, in proposito scriveva che: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.“. Felice Fusco, postillava che nella colonna di insorti Cilentani di Cristofaro Ferrara vi era un amico personale di Giovanni Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905), figlio di Vincenzo Pacelli e amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Il Fusco cita il testo di Giovanni Di Capua (….) ed il suo “Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985. Dunque, Fusco, sulla scorta del Di Capua, scriveva che nella colonna del Ferrara vi erano Onofro Pacelli, figlio di Vincenzo Pacelli, di Ricigliano e amico di Giovanni Passannante e di Giovanni Nicotera. Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) di Rutino, per punire i trucidatori di Pisacane.”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Dunque, secondo il Di Capua, che scriveva la notizia sulla scorta di Gennaro De Crescenzo, Onofrio Pacelli, insieme a Magnoni (forse Salvatore) di Rutino, si era recato a Sanza per punire i responsabili dell’uccisione di Pisacane e di Giovan Battista Falcone. Felice Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I.“. Dunque, secondo Fusco, che scriveva sulla scorta di Di Capua, nella colonna di Cristofaro Ferrara di S. Biase, vi era Onofrio Pacelli, amico di Nicotera. Onofrio Pacelli era nativo di Ricigliano e partecipò all’insurrezione garibaldina per procedere verso Napoli. Felice Fusco, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Ivi imprigionò Sabino Laveglia etc…”. Fusco, a p. 356, nella nota (89) postillava: “(89) Il registro (Liber Defunctorum, 1823 – 1861), che si trova tra le carte dell’archivio Campolongo, si è potuto consultare solo in questi ultimi tempi. L’arciprete Bianco (è il caso di ribadirlo) è lo stesso che nel ’57 si era messo in luce più per i contrasti con Sabino Laveglia che per la partecipazione all’eccidio di Pisacane.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 149 parlando dell’uccisione di Sabino Laveglia e di altri, in proposito scriveva che: “Ciò che non scrisse l’impiegato d’anagrafe negli Atti di Morte lo annotò con cura l’arciprete Francesco Bianco nel ‘Liber Defunctorum’ negli anni 1823-1861 (89)….L’esposizione dell’archiprèsbyter consente di chiarire non pochi aspetti della morte di Sabino e degli altri arrestati. Gli ‘homines Cilentani’ che misero in atto tanta atrocità nei confronti di tutt’e quattro i detenuti furono i volontari giunti dal distretto di Vallo agli ordini di Cristoforo Ferrara, non i garibaldini al seguito del generale come qualcuno ha scritto (93) etc…”. Dunque, il Fusco scrive che “Gli ‘homines Cilentani’ che misero in atto tanta atrocità nei confronti di tutt’e quattro i detenuti furono i volontari giunti dal distretto di Vallo agli ordini di Cristoforo Ferrara, non i garibaldini al seguito del generale come qualcuno ha scritto (93)”. Fusco, a p. 356, nella nota (93) postillava: “(93 vedi nota 92). Il particolare fu rilevato da Stefano Macchiaroli nel 1868, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868, p. 72 sg……e da Francois Lenormant nel 1883, A travers l’Apulie ecc…, cit., II, p. 129 ss.: “Au mois d’aout 1860, une colonne de l’armée garibaldine prenait terre à Sapri pour opérer dans le Cilento parallelement au mouvement en avant du corps principal; c’etait le colonel Pianciani qui le commandait. Il envoya un dètachement à Sanza. Un nommé Savino Laveglia, que la voix pubblique designait comme ayant porté le premier coup à Pisacane, desarmé, fuit arretè chez lu et fusillé sans jugement dans la prison. C’etait repondre au meurtre par le meurtre…”).”. Fusco, a p. 149 continuando a scrivere sulla colonna d’insorti Cilentani a Sanza aggiungeva che: “….né – come ha affermato qualche altro (94) – un manipolo di insorti che, portandosi a Sapri per vendicare l’uccisione di Costabile Carducci, ne fu dissuaso dallo stesso Garibaldi e ripiegò verso Sanza per punire gli uccisori di Pisacane.”. Fusco, a p. 356, nella nota (94) postillava: “(94) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro ecc.., cit., p. 399: “(Lungo la strada per Vibonati Garibaldi) s’imbattè in una Colonna d’insorti Cilentani, diretti a Sapri, dove volevano punire i colpevoli del truce assassinio di Costabile Carducci, ma il Dittatore li distolse dal triste proponimento……….I Celentani allora……, ripiegarono su Sanza, dove vollero vendicare la morte di Carlo Pisacane, trucidando il capo Urbano, tuttocchè fosse stato rinchiuso in quelle carceri, Sabino Laveglia, il quale aveva ordinato nel 2 Luglio 1857 l’eccidio dei valorosi precursori di Garibaldi.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, a p. 97 proseguendo il suo racconto sul Laveglia scriveva che: “Laveglia e gli altri responsabili dell’eccidio furono fatti prigionieri e rinchiusi a Sanza nel carcere circondariale sito in via S. Angelo a Corte. La loro morte fu segnata non dalle truppe garibaldine che si erano limitate ad arrestarli, ma da alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri volevano ancora vendicare la morte di Costabile Carducci. Garibaldi riuscì a dissuaderli a commettere atti che non davano onore alla causa da lui intrapresa. Nonostante tali consigli, gli stessi si diressero alla volta di Sanza per vendicare il massacro di Pisacane avvenuto tre ani prima. Fonti storiche ci portano a conoscenza che nel carcere di Sanza vi erano rinchiusi: Sabatino Laveglia, il fratello Domenico, Filippo Greco Quintana di professione farmacista e Giuseppe Citera ex capo urbano. I malcapitati furono letteralmente massacrati, forse anche con il beneplacito delle truppe garibaldine che non intervennero a sedare il macabro sodalizio. Si racconta che per giorni si udirono urla strazianti, provenienti da una piccola apertura protetta di sbarre. La loro morte è fatta risalire tra le ore 15 e le 16 del 7 settembre. Il neo cavaliere del regno Sabatino Laveglia, morì a seguito di numerose torture; il fratello Domenico si spense lo stesso giorno, il suo corpo fu fatto a pezzi ed il cervello per i colpi subiti venne trovato sparso sul pavimento della cella; Filippo Greco Quintana si spense a causa dei numerosi colpi infertigli al capo, tanto da rendere il suo cadavere irriconoscibile; la stessa sorte la subì Giuseppe Citera. I loro corpi furono gettati in una fossa comune in località Salemme, non lontano da dove erano stati massacrati dalle guardie urbane e dalla gente di Sanza, il Pisacane e i suoi compagni.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi nel viaggio a cavallo da Sapri a Vibonati incontrò “alcune persone della zona guidate da Cristoforo Ferrara, che in Sapri..etc…”. In questi anni, tramite il mio amico Alfonso Monaco, un libraio del Vallo di Diano, sono venuto a conoscenza del testo di Rocco Baldanza, La Signora di Sapri, ed. A. Paolini, Roma, 1879. Baldanza ha pubblicato alcuni testi dedicati all’epopea del Risorgimento Italiano, (si veda bibliografia in fondo) ed in particolare in questo testo egli racconta della giovane Gioconda Walvesky, che amò lo sfortunato Gian Battista Falcone che rimase ucciso nell’eccidio dei “Trecento” di Carlo Pisacane a Sanza. Secondo il Baldanza, la giovane amante seguì il giovane calabrese Falcone fino all’epilogo di Sanza ed il Falcone, prima di morire l’affidò alle cure del suo servitore di un tempo, il mugnaio di Sapri Matteo. Gioconda, malata di tisi si trasferì a Sapri nel 1858, un anno dopo, per poter andare spesso a Sanza. Nel testo, nel vol. II, Baldanza ci parla del Laveglia, definendolo “abietto e scaltro”. Il testo di Baldanza è molto interessante in quanto essendo stato pubblicato nel 1879, non solo ci racconta dell’eccidio dello sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane, ma in esso sono raccolte molte notizie di Sapri e su alcuni personaggi a Sapri in quei tempi. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, 2002, a p, 286, in proposito scriveva: “Cristoforo Ferrara di S. Biase, frazione di Ceraso, apparteneva ad una nota famiglia di liberali cilentani. Già distintosi nei moti del ’48 quando aveva fatto parte del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valaiante e Teodosio De Dominicis (319), ne l’65 fu eletto deputato nel Collegio di Vallo a spese del moderato Pasquale Atenolfi. Sostando a Sanza in attesa di raggiungere Sala, fece chiudere nel carcere circondariale in Via S. Angelo a Corte (320) 4 dei responsabili dell’eccidio del 2 luglio del 1857: il cavaliere Sabino Laveglia, il fratello Domenico Laveglia, il farmacista Filippo Greco Quintana e l’ex urbano Giuseppe Citera di Sabino; il gendarme in congedo Gaetano Enter era morto alla fine del gennaio del 1860 (321). Sabino aveva capito che era arrivata la sua ora era giuna e volle confessarsi con uno dei tanti sacerdoti del borgo bensì col suo noto avversario: l’arc. don Francesco Bianco. Al ritorno da Sala, venerdì 7 settembre 1860, Cristoforo Ferrara “senza giudicatura di sorta” (322) fece letteralmente massacrar in carcere i 4 reclusi. Annotò …..”.
RUSTOW E LA BRIGATA MILANO A EBOLI
Nel 7 settembre 1860, RUSTOW è a Eboli e riceve l’ordine di marciare verso Salerno e poi a Napoli
Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 349, in proposito scrivea che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito del Dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 colla brigata Milano. Ivi ricevette a tarda sera l’ordine di andare a Napoli colla detta brigata, affinchè il Dittatore etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 24, in proposito scriveva che: “Dopo alcune ore, si continuò la marcia verso Sala. Il giorno 6 ad Auletta, ove si vedevano ancora le traccie parlanti del terremoto del 1858. Il giorno 7 ad Eboli. Oramai ci trovavamo distanti una sola tappa dalla forte posizione di Salerno. Poteva la piccola brigata Milano osare di affrontarla ?. Si. Accadde l’impossibile ! La piccola forza imbarcata a Sapri, come di solito, era stata ingrandita dalla fama, la quale non curando molto gli zeri l’aveva fatta salire fino a 15 mila uomini. In verità noi avevamo appena altrettanto cartucce; ma Salerno fu abbandonata prima del nostro arrivo.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “La brigata Milano arrivò a tarda sera del 3 a Vibonate e raggiunse il 4 il passo di monte Cocuzzo oltrepassando presso Fortino la strada consolare, sulla quale da allora in poi continuò a progredire, mentre le brigate Bologna e Parma la seguivano alla distanza di due o tre giorni di marcia, il grosso dell’armata da quattro fino a sei. Il 4 settembre, la brigata Milano, forte di circa 900 uomini, er già sulla strada consolare presso Casalnuovo. Il 5 marciava avanti sulle orme della regia brigata Caldarelli verso Sala. Caldarelli avea fatto alto a Padula onde meglio adempiere la sua capitolazione conchiusa coi Calabresi a Cosenza, per la quale egli non doveva battersi con Garibaldi. Il rapido avanzarsi della brigata Milano lo tagliò fuori da Salerno ed egli capitolò con Garibaldi. Il 6 la brigata Milano marciava sopra Auletta, ed il 7 settembre sopra Eboli. Lo stesso giorno in cui la piccola avanguardia toccava questo punto, il dittatore entrava nella capitale abbandonata da Francesco II.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli , ove fu raggiunto da Garibaldi , che con molta esultanza fu accolto dal popolo guidato da molti cittadini, che sin dall’anno primo congiuravano e tra questi erano : Santoro Vito, Melillo Vito, Selvaggio Nicola, Cavaliere Raffaele, Pisciotta Vincenzo, Postiglione Luigi, Sansimone Pasquale, Caputo Vincenzo, Principale Francesco, Scocozza Gerardo, Druella Vito, Sica Oraziantonio , Caniato Donato, Pintozzi Luigi , di Spagna Berniero, Bianco Vito, Nigro Leonardo ed altri. Pervenuta la notizia a Salerno che Garibaldi era arrivato ad Eboli, molti giovani delusero la vigilanza della polizia e partirono ver quella parte e abboccatisi col generale Turr, spedirono poi al sindaco il seguente telegramma. Etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a pp. 824-825, in proposito scriveva che: “Il giorno 6, la brigata Milano, continuando la sua marcia, giungeva ad Auletta: il giorno 7 ad Eboli; il resto dell’ esercito marciava a grandi giornate sopra Napoli, ignorando che in quell’istante medesimo il Dittatore solo entrava nella metropoli del regno.”. Dunque, l’Oddo, a differenza di altri storici scriveva che la Brigata Milano con Rustow giunse ad Eboli il giorno 7 settembre 1860.
Nel 7 settembre 1860, a Eboli, il colonnello Rustow e la sua Brigata MILANO
Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 207, in proposito scriveva che: “Il Turr voltava allora con la sua brigata a compiere la reazione ad Ariano; onde toccò al Rustow con la brigata detta Milano d’entrar primo in Napoli. Avutone l’ordine da Eboli, dov’era giunto il mattino dell’8, prese carrozze, carri, muli. asini e ogni maniera di vetture, ed entrò alla grottesca in Salerno, fatto accogliere con una nostra musica militare ch’era lì reata indietro. E di corto per la strada di ferro a poco per volta entrava in Napoli di notte, per ascondere sua luridezza; e alloggiava a Pizzofalcone, ov’erano ancora soldati nostri. Quei primi furon più che mille, il resto venne poi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p.159, in proposito scriveva che: “VIII. Il Rustow insieme con la sua brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Ques’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia nazionale di Eboli, per radunare quanti più carri e carrozze trovasse per via, su cui furono fatti salire tutti coloro che si sentivano più in grado di proseguire la marcia…..arrivò il 9 a Napoli.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Lo Stato Maggiore avrebbe desiderato che, al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un buon numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 349, in proposito scrivea che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito del Dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 colla brigata Milano. Ivi ricevette a tarda sera l’ordine di andare a Napoli colla detta brigata, affinchè il Dittatore etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 24, in proposito scriveva che: “Dopo alcune ore, si continuò la marcia verso Sala. Il giorno 6 ad Auletta, ove si vedevano ancora le traccie parlanti del terremoto del 1858. Il giorno 7 ad Eboli. Oramai ci trovavamo distanti una sola tappa dalla forte posizione di Salerno. Poteva la piccola brigata Milano osare di affrontarla ?. Si. Accadde l’impossibile ! La piccola forza imbarcata a Sapri, come di solito, era stata ingrandita dalla fama, la quale non curando molto gli zeri l’aveva fatta salire fino a 15 mila uomini. In verità noi avevamo appena altrettanto cartucce; ma Salerno fu abbandonata prima del nostro arrivo.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli , ove fu raggiunto da Garibaldi , che con molta esultanza fu accolto dal popolo guidato da molti cittadini, che sin dall’anno primo congiuravano e tra questi erano : Santoro Vito, Melillo Vito, Selvaggio Nicola, Cavaliere Raffaele, Pisciotta Vincenzo, Postiglione Luigi, Sansimone Pasquale, Caputo Vincenzo, Principale Francesco, Scocozza Gerardo, Druella Vito , Sica Oraziantonio , Caniato Donato, Pintozzi Luigi , di Spagna Berniero, Bianco Vito, Nigro Leonardo ed altri. Pervenuta la notizia a Salerno che Garibaldi era arrivato ad Eboli, molti giovani delusero la vigilanza della polizia e partirono ver quella parte e abboccatisi col generale Turr, spedirono poi al sindaco il seguente telegramma. Etc…”.
Nel 8 settembre 1860, da Eboli, il colonnello Rustow e la sua Brigata MILANO partirono per Napoli
Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 207, in proposito scriveva che: “Il Turr voltava allora con la sua brigata a compiere la reazione ad Ariano; onde toccò al Rustow con la brigata detta Milano d’entrar primo in Napoli. Avutone l’ordine da Eboli, dv’era giunto il mattino dell’8, prese carrozze, carri, muli. asini e ogni maniera di vetture, ed entrò alla grottesca in Salerno, fatto accogliere con una nostra musica militare ch’era lì reata indietro. E di corto per la strada di ferro a poco per volta entrava in Napoli di notte, per ascondere sua luridezza; e alloggiava a Pizzofalcone, ov’erano ancora soldati nostri. Quei primi furon più che mille, il resto venne poi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p.159, in proposito scriveva che: “VIII. Il Rustow insieme con la sua brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Ques’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia nazionale di Eboli, per radunare quanti più carri e carrozze trovasse per via, su cui furono fatti salire tutti coloro che si sentivano più in grado di proseguire la marcia…..arrivò il 9 a Napoli.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: “Il mattino dell’8 settembre giunse a Salerno la prima colonna di garibaldini formata da piemontesi milanesi e volontari, che, vestiti con camiciotto biancaccio e con giacca bruna, si schierarono innanzi all’Intendenza. Tra essi si scorgevano anche ragazzi su quindici e sedici anni. A mezzodì circa e per un’ora intera un gruppo di milanesi che formava l’avanguardia, unitosi alla Guardia Nazionale ed alla banda musicale e seguita dalla folla, percorse le vie della città, cantando inni patriottici e prorompendo in ovazioni a prò della libertà e di Garibaldi. Cessata la dimostrazione, quel gruppo di volontari decise di partire anch’esso per Napoli. Lasciò difatti Salerno alle ore 20 circa ?(40). Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Lo Stato Maggiore avrebbe desiderato che, al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un buon numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 349, in proposito scrivea che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito del Dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 colla brigata Milano. Ivi ricevette a tarda sera l’ordine di andare a Napoli colla detta brigata, affinchè il Dittatore etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 24, in proposito scriveva che: “Dopo alcune ore, si continuò la marcia verso Sala. Il giorno 6 ad Auletta, ove si vedevano ancora le traccie parlanti del terremoto del 1858. Il giorno 7 ad Eboli. Oramai ci trovavamo distanti una sola tappa dalla forte posizione di Salerno. Poteva la piccola brigata Milano osare di affrontarla ?. Si. Accadde l’impossibile ! La piccola forza imbarcata a Sapri, come di solito, era stata ingrandita dalla fama, la quale non curando molto gli zeri l’aveva fatta salire fino a 15 mila uomini. In verità noi avevamo appena altrettanto cartucce; ma Salerno fu abbandonata prima del nostro arrivo.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “Rustow eseguì perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal popolo guidato da molti cittadini, che sin dall’anno primo congiuravano e tra questi erano: Santoro Vito, Melillo Vito, Selvaggio Nicola, Cavaliere Raffaele, Pisciotta Vincenzo, Postiglione Luigi, Sansimone Pasquale, Caputo Vincenzo, Principale Francesco, Scocozza Gerardo, Druella Vito , Sica Oraziantonio, Caniato Donato, Pintozzi Luigi, di Spagna Berniero, Bianco Vito, Nigro Leonardo ed altri. Pervenuta la notizia a Salerno che Garibaldi era arrivato ad Eboli, molti giovani delusero la vigilanza della polizia e partirono ver quella parte e abboccatisi col generale Turr, spedirono poi al sindaco il seguente telegramma. Etc…”.
GARIBALDI A NAPOLI
Nel 7 settembre 1860, Garibaldi parte in carrozza da Salerno ed arriva a Napoli, Capitale del Regno Borbonico delle Due Sicilie
Da Wikipedia leggiamo che il 6 settembre re Francesco II abbandonava Napoli, imbarcandosi con la famiglia sul vapore Messaggero, cercando di riorganizzare il suo esercito fra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, con al centro il fiume Volturno. Così, il 7 settembre, Garibaldi, precedendo il grosso del suo esercito, viaggiando su un treno, che da Torre Annunziata dovette procedere lentamente per non travolgere le ali di folla festante, poté entrare in città accolto da liberatore Le truppe borboniche, ancora presenti in abbondanza e acquartierate nei castelli, non offrirono alcuna resistenza e si arresero poco dopo. Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 380 e ssg., in proposito scriveva che: “….CAPITOLO XIV. Ingresso in Napoli, 7 settembre 1860. L’ingresso nella grande capitale ha più del portentoso che della realtà . Accompagnato da pochi aiutanti, io passai framezzo alle truppe borboniche ancora padrone, le quali mi presentavano l’armi con più ossequio certamente, che non lo facevano in quei tempi ai loro generali . Il 7 settembre 1860 ! E chi-dei figli di Partenope non ricorderà il gloriosissimo giorno ? Il 7 settembre cadeva l’abborrita dinastia che un grande statista inglese avea chiamato « Maledizione di Dio ! » e sorgeva sulle sue ruine la sovranità del popolo, che una sventurata fatalità fa sempre poco duratura. Il 7 settembre un figlio del popolo, accompagnato da pochi suoi amici che si chiamavano aiutanti, ‘ entrava nella superba capitale dal focoso destriero acclamato e sorretto dai cinquecentomila abitatori, la cui fervida ed irresistibile volontà, paralizzando un esercito intiero, li spingeva alla demolizione d’ una tirannide, all’ emancipazione dei sacri loro diritti ; quella scossa avrebbe potuto movere l’intiera Italia, e portarla sulla via del dovere, quel ruggito basterebbe a far mansueti i reggitori insolenti ed insaziabili, ed a rovesciarli nella polve !.”.Garibaldi, a p. 380, nella nota (1) postillava: “Missori , Nullo , Basso, Mario, Stagnetti , Canzio.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 267, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre, alle sette di sera, il re Francesco II si era imbarcato alla volta di Gaeta; il 7 mattina Garibaldi aveva ricevuto a Salerno i deputati di Napoli, e verso le undici, accompagnato da una dozzina di ufficiali, era arrivato con un treno diretto nella città, dove lo aspettava la guardia nazionale.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nel suo “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the making of Italy”, a pp. 226-227 , in proposito scriveva che: “Annunziato telegraficamente il suo arrivo alla capitale per le undici di quel venerdì 7 settembre, il Dittatore e il suo seguito lasciaron Salerno in vettura alle nove e mezzo in punto, accompagnati da un altro scoppio di entusiasmo frenetico (1). A Vietri, stazione di confine, montarono in un treno speciale che traboccò subito di gente, Garibaldi, il suo Stato Maggiore e i suoi amici personali, una ventina di Guardie Nazionali salernitane etc…”. Costanzo Maraldi (….), nel suo, “La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis”, Roma, Tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932, a p. 96, in proposito scriveva che: “Dal 4 al 7 settembre gli avvenimenti nell’Italia meridionale s’erano rapidamente succeduti in un modo meraviglioso. L’Europa stupefatta aveva assistito in pochi giorni allo sfacelo di un grande esercito ed alla fine di un Regno, fino a pochi mesi prima comunemente ritenuto il più potente degli Stati della penisola Italiana. Quegli ostacoli che, il 4 settembre, alcuni credevano che avrebbero dovuto ritardare la marcia trionfale di Garibaldi, s’erano invece rivelati inesistenti, e Garibaldi, tre giorni dopo la scena del Fortino, aveva potuto entrare trionfalmente in Napoli, circondato dal solo suo Stato Maggiore, mentre all’alba dello stesso giorno (7 settembre) l’ultimo dei Borboni di Napoli era sbarcato a Gaeta, che doveva essere l’ultimo propugnacolo dell’agonizzante Monarchia. Durante la sua rapida marcia da Lagonegro a Napoli (4-7 settembre) Garibaldi aveva riconfermato alle varie deputazioni, venutegli incontro per ossequiarlo, il suo aperto e deciso proposito di proclamare l’annessione delle Provincie meridionali a Roma. Etc…(191).”. Maraldi, a p. 97, nella nota (191) postillava: “(191) Dal “Diario del Bertani”, pubblicato dalla Mario, op. cit., vol. II, pag. 188. Si noti pure che l’idea di riprendere Nizza all’odiato Bonaparte non era poi completamente estranea al pensiero di Garibaldi etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 45-46, in proposito scriveva che: “Ivi, nel mattino del 6 Settembre, ……Nel giorno stesso il Generale, col breve eletto corteo, ripartì, fra le vive acclamazioni e benedizioni del popolo festante, per Eboli, Salerno e Napoli, dove entrò trionfalmente nella sera del Venerdì 7 Settembre, inerme, senza scorta ed in carrozza scoperta, passando sotto i cannoni del Forte del Carmine, le cui sentinelle, gli resero gli onori militari, mentre nel giorno innanzi il Re Francesco, con tutta la Corte, era partito per mare per la fortezza di Gaeta in cerca d’asilo ed in attesa degli aiuti dimandati dall’Europa, che si mostrò sorda a quell’invito.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 929, in proposito scriveva che: “All’alba del 7 settembre, il Di Lorenzo e il Rendina furono presentati da Cosenz a Garibaldi, che loro fece cordialissima accoglienza. Si parlò del prossimo arrivo del sindaco e del comandante della guardia nazionale, che Garibaldi era impaziente di vedere. Etc…(p. 930) A nulla valsero le preghiere del Bertani e del Nullo, i quali sapevano essere a Nocera ancora occupata dalle truppe bavaresi, e i castelli di Napoli dai soldati borbonici….Etc…(p. 931) Si partì da Salerno alle nove e mezzo. La guardia nazionale e le squadre insurrezionali del Salernitano volevano seguire Garibaldi, ma egli non volle. Di Lorenzo e Rendina precedevano con altro legno a tutta corsa, per far telegrafare dal capostazione di Cava che fosse sgomberata dai bavaresi la stazione di Nocera, ma questi etc…”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 931, in proposito scriveva che: “Nelle prime ore della giornata, Emilio Visconti Venosta, che era ancora a Napoli, incontrò in piazza Ferdinando il Frapolli, prima camicia rossa che si vedesse per le vie di Napoli, alcune ore avanti che Garibaldi arrivasse. Egli conosceva il Frapolli, che era stato per poco tempo ministro della guerra a Modena col Farini. Il Frapolli, informato il Visconti della sua missione, gli annunziò che Garibaldi sarebbe arrivato fra poche ore, etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 462, riferendosi al 6 settembre 1860, in proposito scriveva che: “La sera di quel giorno, Garibaldi giunse a Salerno, e prese stanza nel palazzo dell’intendenza.“. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL…..Erano passati appena undici giorni dallo sbarco in Calabria, quando Garibaldi, accompagnato soltanto da alcuni aiutanti di campo, precedendo il suo piccolo esercito che lo seguiva a marcie forzate, entrava in Napoli, circondato da una folla delirante. Trovava il « nido caldo » come disse egli stesso . Il giorno prima Francesco II aveva lasciato il palazzo reale per recarsi a Capua ad organizzarvi le estreme difese. Le truppe borboniche occupavano ancora la città ; trascinate dall’entusiasmo generale presentarono le armi all’eroe trionfante . Era il 7 settembre.”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, a pp. 68-68 e ssg. trascriveva una lettera dell’8 settembre ed in proposito scriveva che: “Sapri, Policastro, le 8 september. Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée, accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En de pit du temps qui parait vpouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui merite à peine aujourd’hui le nom de village, car elle ne renferme pas plus de quatre cents ames. On lui donne sans doite ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prete son nom au golfe qui s’etend devant elle. D’apres un historien digne de foi, elle fut, en 1055, entierement detruite par Robert Guiscard, etc…”, che tradotto significa: “Garibaldi è a Napoli. Vi è entrato ieri in giornata, accompagnato solo da alcuni suoi amici (1). Nonostante il tempo che sembra cambiare, vado con i miei due connazionali a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, cittadina che oggi merita a malapena il nome di villaggio, perché non contiene più di quattrocento anime. Le viene dato senza dubbio questo titolo in ricordo della sua passata importanza e perché dà il nome al golfo che si estende davanti ad essa. Secondo uno storico attendibile fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, etc…”. Il volontario garibaldino scriveva di Sapri che era un piccolo paesino di 400 anime. Maison, a pp. 68-69, nella nota (1) postillava: “(1) D’après M. Edwin James, témoin oculaire , Garibaldi passa par Eboli . A Salerne etc…”, che tradotto significa: “(1) Secondo il signor Edwin James, un testimone oculare, Garibaldi passò da Eboli. A Salerno, prese la ferrovia.”. Mason cita M. Edwin James (….), il cui testo è di un giornale curato da Ms. Edwin James’s. Egli scrisse “Garibaldi and his advisers”.
Emilio Zasio (….), nel suo “Da Marsala al Volturno – Ricordi di E. Z.”, ed. Camicia Rossa, Padova, Tip. Sacchetto, 1961, a p. 86, in proposito scriveva che: “…..
Dopo il 7 settembre 1860, Garibaldi a Napoli ed il suo Governo provvisorio (Pro-Dittatura)
Da Wikipedia leggiamo che dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli, la situazione italiana era questa: le regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Basilicata, e quasi tutta la Campania) erano state conquistate da Garibaldi, mentre Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana erano entrate nel Regno d’Italia in seguito alla seconda guerra d’indipendenza italiana e ai successivi plebisciti. Il Sud e il Nord della penisola erano però ancora separati dalla presenza dello Stato Pontificio. L’avanzata di Garibaldi, inoltre, preoccupava i moderati e le corti europee sia per una sua possibile avanzata fino a Roma e per il rischio di una svolta repubblicana rivoluzionaria causa la presenza mazziniana sempre più attiva. Il governo provvisorio di Garibaldi a Napoli si instaurò dopo l’ingresso trionfale dei Mille a Napoli il 7 settembre 1860, in seguito alla spedizione in Sicilia e alla successiva conquista del Regno delle Due Sicilie. Questo governo, guidato da Garibaldi in qualità di dittatore, ebbe come obiettivo principale l’unificazione del Mezzogiorno con il Regno di Sardegna. L’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 segna un momento cruciale per l’Italia, con la fine del dominio borbonico e l’avvio dell’unificazione nazionale. La campagna dei Mille, iniziata a maggio, e il plebiscito di ottobre che sancisce l’annessione al Regno di Sardegna, sono passaggi fondamentali verso la nascita del Regno d’Italia. L’azione di Garibaldi in Sicilia e nel Sud Italia fu facilitata e in parte coordinata con il Regno di Sardegna, guidato dal Primo Ministro Camillo Benso, conte di Cavour. Sempre da Wikipedia, alla voce “Francesco Crispi” leggiamo che a Napoli il governo provvisorio di Garibaldi era in gran parte nelle mani dei fedeli di Cavour. Crispi, che arrivò in città a metà settembre, insistette con il generale e ottenne di concentrare il potere nelle sue mani. Tuttavia, la spinta rivoluzionaria che aveva animato la spedizione andava affievolendosi, specie dopo la battaglia del Volturno. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a pp. 145-146, in pproposito scriveva che: “Né il rapido ingresso di Garibaldi a Napoli fu una imprudenza, come si è spesso affermato nella stampa tedesca; fu invece un’urgente necessità per la città. Il partito graibaldino e il partito cavouriano, che chiedeva l’annessione immediata, erano venuti ad aperto contrasto; una rottura sarebbe riuscita infinitamente dannosa alla causa nazionale, se pure non avrebbe dato luogo addirittura ad una guerra civile. Si era gia arrivati alla formazione di un ministero secondo gl’intenti del partito cavouriano; da un momento all’altro potevano scoppiare disordini; l’atteggiamento delle truppe che occupavano ancora il Castel Nuovo e Sant’Elmo era cupo e minaccioso. L’arrivo di Garibaldi che entrò in città col generale Cosenz e qualche ufficiale del suo stato maggiore, in vettura scoperta, accompagnato da alcune guide, troncò l’attesa di tutti i dubbiosi e gl’indecisi, il lavorio dei partiti e l’eventuale resistenza delle truppe borboniche rimaste. L’entusiasmo dei Napoletani non conosce limiti. Prima di mezzogiorno il generale Cosenz aveva formato un Governo; la sera, il generale Turr faceva ingresso in città con l’avanguardia della sua Divisione. Il giorno stesso le truppe borboniche sgomberavano il Castel Vecchio e alcuni punti fortificati; l’indomani capitolò Sant’Elmo, …..Garibaldi affidò all’ammiraglio Persano, suo vecchio amico, il comando della flotta e spedì un vapore a Genova, per offrie la prodittatura al marchese Pallavicino. Si sviluppò la Guardia Nazionale. Si sviluppò la Guardia Nazionale….Garibaldi si condusse con somma moderazione e saggezza. La sua situazione era difficile, tra annessionisti, repubblicani ed ex soldati e ufficiali regi. Avendo sempre di mira lo scopo della sua vita e delle sue lotte, l’unità d’Italia, sempre cercando di conseguirlo senza spargimento di sangue, egli procurò di conciliare repubblicani e annessionisti, formò coi soldati e ufficiali napoletani una Divisione a parte e, col grosso del proprio esercito etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 205, in proposito scriveva che: “Tantosto il dittatore si fece il ministero. Confermò D. Liborio, e i direttori Giacchi e De Cesare, che anime di fango non arrossirono del pubblico tradimento. Mise alla Guerra Cosenz, con direttore Guglielmo Sauget nostro tenente colonnello figlio del generale. Alla giustizia il Pisanelli, quello del governo provvisorio; alla polizia fu direttore un Giuseppe Arditi; e rimase prefetto il Barbari per un giorno solo, a non sfuggir la vergogna del servire due padroni in un giro di sole.”. Il barone di Roccagloriosa, Rodolfo d’Afflitto fece parte del governo provvisorio di Giuseppe Garibaldi, pur adoperandosi a sollecitare l’intervento delle truppe piemontesi e la pronta annessione, infatti, negli ultimi quattro mesi del 1860 il D’Afflitto partecipò attivamente alla vita politica napoletana, un breve ma intenso periodo in cui furono affrontati i molti problemi meridionali e attuato il passaggio da capitale di un regno indipendente a semplice capoluogo di una delle province del Regno d’Italia. Egli fu uno degli esponenti del moderatismo meridionale che collaborarono in tale azione con gli inviati del governo torinese, con l’intento, alquanto palese, di attutire le spinte rivoluzionarie di stampo garibaldino e di operare un amalgama con la classe dirigente settentrionale. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 315, in proposito scriveva: “….Garibaldi si occupò seriamente della necessaria organizzazione amministrativa. Del vecchio ministero non rimase che Liborio Romano; tutti gli altri ministri furono rinnovati, nel che Garibaldi pose diligenza a mettere al governo gli uomini più possibilmente moderati. Ministro della guerra fu nominato il generale Cosenz, Pisanelli ebbe il ministero della giustizia, Antonio Ciccone quello dell’istruzione pubblica, Rodolfo Afflitto i lavori pubblici, Scialoja, che trovavasi tuttora a Torino, venne nominato ministro delle finanze. Andrea Colonna venne eletto sindaco della città. Anche alle ambasciate si provvedette con nuovo personale; a Torino venne spedito Pier Silvestro Leopardi, a Parigi il marchese De Bella, Carlo Cattaneo venne destinato all’ ambasciata di Londra. Se di molti di questi uomini quasi poteva dirsi che fossero cavouriani, non fece invece poca sensazione la nomina di Bertani a segretario generale del dittatore, e verosimilmente avrebbe prodotto la stessa impressione quand ‘ anche Bertani meravigliosamente non avesse in pari tempo ottenuto il titolo di colonnello.”.
Nel settembre 1860, Rodolfo D’AFFLITTO, dei baroni di Roccagloriosa fu Ministro dei Lavori Pubblici del governo prodittatoriale di Garibaldi
Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, Grafica Jannone, Salerno, 1986, a p. 74, in proposito scriveva che, di Roccagloriosa era: “Rodolfo D’Afflitto, grande politico. Favorì con discorsi e con opere la politica di Cavour e di La Farina. Collaborò alla spedizione di Garibaldi in Sicilia e l’annessione del Napoletano al Regno. Rifiutò la carica di ministro. Nel 1872 fu mandato a Genova in qualità di Prefetto, e di lì venne trasferito a Napoli, dove morì.“. Romaniello, a p. 74, nella nota (119) postillava: “(119) De Crescenzo G., o.c., p. 134”. Romaniello citava l’opera di Gennaro De Crescenzo. Nella nota (119) Romaniello citava il testo di Gennaro De Crescenzo, “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, ma a p. 134, non troviamo nulla. Su Rodolfo D’Afflitto, su Wikipedia leggiamo che Rodolfo d’Afflitto (Ariano, 19 marzo 1809 – Napoli, 26 luglio 1872) è stato un politico italiano, duca di Campomele e di Castropignano, marchese di Montefalcone, di Frignano Maggiore e d’Agropoli, patrizio di Scala. Appartenente alla famiglia d’Afflitto, del ramo dei marchesi di Montefalcone, era figlio di Luisa d’Evoli e di Pantaleone. La sua carriera ha inizio nel 1834, dopo aver studiato legge ed amministrazione dopo una carriera nella burocrazia borbonica, fu arrestato nel 1859 come cospiratore liberale nel Comitato dell’Ordine, ma fu subito rilasciato. Dopo la concessione della costituzione da parte di Francesco II nel giugno 1860, il comitato riprese vigore, sotto la direzione di Silvio Spaventa e con d’Afflitto tra i suoi membri più attivi. Il comitato si impegnò prima ad ottenere un pronunciamento dell’esercito a favore dell’annessione al Piemonte e poi – dopo il fallito colloquio del D. con il generale De Sauget – a provocare l’insurrezione del continente prima dell’arrivo di Garibaldi, per impedire una svolta rivoluzionaria. Anche questa seconda iniziativa non ebbe l’effetto desiderato, provocando solo una parziale insurrezione in Basilicata. Frattanto il D’Afflitto era stato inserito in alcuni organismi consultivi creati da Francesco Il nel mese di luglio, ma ormai il rovescio era imminente e dopo poco, il 7 sett. 1860, Garibaldi faceva il suo ingresso in Napoli. Dopo la spedizione dei Mille, fu ministro dei Lavori pubblici nel governo provvisorio garibaldino, e fece poi parte della luogotenenza di Luigi Carlo Farini. Nel governo provvisorio, creato nel settembre da Garibaldi, il D. fu ministro dei Lavori pubblici, ma ben presto si scontrò – come gli altri ministri – con il segretario della dittatura, il Bertani, che compiva atti e emanava decreti in contrasto con il moderatismo del governo di L. Romano. Dopo l’annessione al Regno d’Italia fece parte, nel novembre, della luogotenenza Farini, prima come consigliere ai Lavori pubblici e dopo pochi giorni agli Interni. Da Wikipedia leggiamo che anche nelle ex province napoletane del regno delle Due Sicilie si nominò il 6 novembre 1860 come luogotenente generale del re Luigi Carlo Farini. Arrestato nell’ottobre 1859, fu presto liberato e nell’anno successivo fece parte del governo provvisorio di G. Garibaldi, pur adoperandosi a sollecitare l’intervento delle truppe piemontesi e la pronta annessione. Ancora ministro durante la luogotenenza di Luigi Carlo Farini. Negli ultimi quattro mesi del 1860 il D’Afflitto partecipò attivamente alla vita politica napoletana, un breve ma intenso periodo in cui furono affrontati i molti problemi meridionali e attuato il passaggio da capitale di un regno indipendente a semplice capoluogo di una delle province del Regno d’Italia. Egli fu uno degli esponenti del moderatismo meridionale che collaborarono in tale azione con gli inviati del governo torinese, con l’intento, alquanto palese, di attutire le spinte rivoluzionarie di stampo garibaldino e di operare un amalgama con la classe dirigente settentrionale. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 205, in proposito scriveva che: “Tantosto il dittatore si fece il ministero. Confermò D. Liborio, e i direttori Giacchi e De Cesare, che anime di fango non arrossirono del pubblico tradimento. Mise alla Guerra Cosenz, con direttore Guglielmo Sauget nostro tenente colonnello figlio del generale. Alla giustizia il Pisanelli, quello del governo provvisorio; alla polizia fu direttore un Giuseppe Arditi; e rimase prefetto il Barbari per un giorno solo, a non sfuggir la vergogna del servire due padroni in un giro di sole.”.
L’ARRIVO A LAGONEGRO E A SAPRI DI ALTRE BRIGATE GARIBALDINE
Dopo l’arrivo a Napoli di Garibaldi, che ivi instaurò un governo provvisorio, nella prima decade di Settembre iniziaono ad affluire alla Capitale del Regno Borbonico diverse truppe di volontari garibaldini ivi richiesti dal generale Sirtori e dal Quartiere Generale. La maggior parte partitosi dalle coste della Sicilia si fermarono a Paola e a Sapri da cui potettero proseguire in mare per raggiungere Napoli, non appena i pochi mezzi di trasporto disponibili lo permettessero. Alcune truppe di volontari si fermarono a Lagonegro. Questi movimenti di truppa furono organizzate dal generale Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale. In quei giorni, il porto di Sapri e la cittadina stessa fu teatro di questi movimenti. Bastimenti che arrivavano e sbarcavano truppe che poi si acquartieravano in attesa di poter ripartire. Altre truppe che ripartivano dal porto di Sapri dove si imbarcavano sui nuovi legni disponibili. Sono giornate importanti per la storia di Sapri che vide in quei giorni la cittadina e lo scalo naturale di Sapri protagonista indiscusso della risalita alla Capitale ed alla conquista definitiva del Regno di Napoli. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 199-200 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e no di rado a quelli stessi necessari alle truppe nemiche travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, l’una in rapidissima fuga e l’altra in non meno rapida avanzata, costituì un ben arduo compito, che il Sirtori, pur non tendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola – seppe portare a termine felicemente, così che tutto l’esercito garibaldino raggiunse il discreto ordine la capitale e oltrepassò, concentrandosi ed ordinandosi completamente sulla riva sud de Volturno.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Lo precedeva il Corte etc…”. Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda. Orsini è a Cosenza col resto dell’artiglieria. Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Mille calabresi circa agli ordini di Pace son verso Sala. Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza. Stocco sta armando gente in Catanzaro e provincia. Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Agrati aggiunge pure: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale. Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola etc….Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo da questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini etc…”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 313, riferendosi all’arrivo delle truppe a Napoli, in proposito scriveva: “Arrivavano i soldati dì Garibaldi. Essi avevano ricevuto ordine telegrafico di accostarsi al mare, ed imbarcarsi nei vapori che avrebbero trovati già spediti da Napoli.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Nel trambusto di quella marcia affrettata di tutte le truppe garibaldine su Napoli, si ebbero purtroppo altri episodi incresciosi; da parecchie parti giunsero al Sirtori lagnanze e proteste. Da Lagonegro il Corte scriveva scriveva l’8 di settembre: “Credo bene rapportare che stranieri- francesi, tedeschi, inglesi – seguendo l’esercito, ora che il pericolo è passato, commettono violenze d’ogni sorta. Un tale Ulrich prussiano, emetteva buoni abusivi. Rimproverato da me e dal capitano Rasponi, ci minacciò. Non potei arrestarlo per mancanza di forza, ma lo farò appena possibile…Un ufficiale ungherese pretendeva i cavalli dell’Intendenza generale. Non mi par dignitoso che un’accozzaglia d’ogni paese venga a trattar come terra di comquista un paese che fa guerra per la sua indipendenza.”.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il brigadiere Dunne, ch’era tuttora in Messina, l’8 settembre scriveva a Garibaldi e il 10 a Sirtori mettendoli in guardia contro i molti avventurieri inglesi che domandavano di servire l’armata garibaldina e declinando ogni responsabilità negli arruolamenti fatti dallo Styles in Inghilterra, dove proprio lui l’aveva mandato. Egli dice infatti al Sirtori: “Lo Styles inviato da me in Inghilterra per gli arruolamenti, secondo gli accordi con Lei, ha commesso grandi bestialità, promettendo anche ciò che non era autorizzato a promettere.”. E pregava che prima di accoglierli nelle file dei volontari venissero presentati a lui, che per maggior garanzia aveva poi mandato a Londra il Wyndham a sorvegliare ciò che lo Styles faceva.”. Dunque, Agrati parlando del brigadiere Dunne (….), che arriverà da Messina a Napoli, per ultimo con i suoi volontari, solo il giorno 24 settembre 1860, come da un telegramma di Cosenz, Ministro della Guerra, Agrati cita anche lo Styles e cita pure Wyndham. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Intanto in tutto il Vallo di Diano era un continuo passaggio di Garibaldini. La brigate Milano e Spinazzi della divisione Turr, sbarcate a Sapri all’alba del 2 settembre, procedettero per Vibonati e quindi per Casalbuono, giugendo a Sala il 5. Seguivano il dittatore. Un’altra brigata della divisione Turr (brigata Puppi) approdata a Sapri la sera del 3, procedendo per lo stesso cammino giunse a Sala il giorno 6. Accampata colà e poi ad Auletta proseguiva il 9 per Eboli. Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a p. 299, in proposito scriveva che: “Garibaldi però ne era impensierito più di quello che volesse confessare; ma obbligato ad attendere che le sue truppe, disseminate dal Golfo di Policastro a quello di Salerno, si rannodassero, molestato ai fianchi dall’insorgere della reazione e costretto egli stesso dalla controversia annessionista ad allontanarsi da Napoli ed a partire per la Sicilia, non potè nei primi giorni consacrarsi alle cose della guerra etc…”.
Il Maggiore GIOVANNI CHIASSI della Brigata SACCHI
Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Giovanni Chiassi (….) (Mantova, 15 gennaio 1827 – Locca, 21 luglio 1866) è stato un patriota, militare e politico italiano. Figlio di Gaetano, magistrato, e di Giuseppina Magnaguti, Giovanni Chiassi era il rampollo di un’agiata famiglia da poco trasferitasi a Mantova e proveniente da Castiglione delle Stiviere. Nel luglio 1860 raggiunse Garibaldi in Sicilia, in tempo per partecipare allo sbarco sulle coste calabre e distinguersi nell’attacco che, nella notte tra il 21 e 22 luglio, portò alla conquista-lampo di Reggio Calabria, meritandosi i gradi di tenente colonnello. Fu nominato capo di Stato Maggiore divisionale dellʼEsercito meridionale, ma nel 1861 rientrò a Mantova. Marina De Marinis sulla Treccani on-line scriveva che Nel 1860 in seguito al rifiuto di Vittorio Emanuele di concedere a Garibaldi, per la progettata spedizione in Sicilia, uno dei reggimenti della brigata Reggio, nella quale erano confluiti molti ufficiali del disciolto corpo dei Cacciatori delle Alpi, il C., allora capitano nel 46º reggimento fanteria della medesima brigata, presentò le dimissioni da ufficiale dell’esercito regolare e si arruolò nelle formazioni garibaldine comandate dal Medici. Il 21 luglio 1860 fu il maggior artefice della presa di Reggio, riuscendo, con un suo tempestivo intervento sul fianco dello schieramento nemico, a mettere in rotta le truppe borboniche, che si erano sino ad allora validamente opposte al Bixio. Dopo essere rimasto per qualche tempo a Reggio, come comandante di quel presidio, il C., ricongiuntosi con Garibaldi, si batté ai primi di ottobre nella battaglia del Volturno col grado di luogotenente colonnello. Terminata la guerra si ritirò per qualche tempo a vita privata dedicandosi alla sua professione di ingegnere. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” leggiamo che il maggiore CHIASSI era un ufficiale facente parte della Brigata SACCHI. Quale grado aveva il Maggiore Giovanni Chiassi e quale Compagnia o Brigata comandava ? Del maggiore Giovanni Chiassi non abbiamo molte notizie. Da Wikipedia leggiamo che il maggiore Giovanni Chiassi (….), nel luglio 1860 raggiunse Garibaldi in Sicilia, in tempo per partecipare allo sbarco sulle coste calabrie e distinguersi nell’attacco che, nella notte tra il 21 e 22 luglio, portò alla conquista-lampo di Reggio Calabria, meritandosi i gradi di tenente colonnello. Fu nominato capo di Stato Maggiore divisionale dellʼEsercito meridionale. Sòriga racconta che il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la Brigata Sacchi, che però arrivò dopo, solo l’8 settembre. Dunque, Soriga racconta che, a Lagonegro, la sua brigata, la brigata Sacchi, trovò il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la brigata Sacchi. Renato Sòriga (….) racconta che il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la brigata Sacchi. Sappiamo che, come vedremo, l’8 settembre 1860, dopo aver marciato da Sapri per Lagonegro, dove Chiassi arrivò con le sue Compagnie (quali ?) e si ricongiunse con la “Brigata del Sacchi”. Dunque, Sòriga racconta che, a Lagonegro, la sua brigata, la brigata Sacchi, trovò il Maggiore Giovanni Chiassi (….), con le sue compagnie, da Reggio, dove era rimasto per qualche tempo “comandante di Piazza”, s’imbarcava a Pizzo e poi sbarcava il 6 settembre a Sapri e, da Sapri, marciava per Lagonegro dove si ricongiunse l’8 settembre con la brigata Sacchi. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “Arrivo a Palermo il 22 organizzo subito una Brigata di 4 Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei bravi compagni del 46°. Non parto subito per raggiungere Garibaldi perchè mi mancano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto. Il primo battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quartoda Pellegrini; per Capo diStato Maggiore il Capitano Amos Occari etc…”. Siamo a Luglio in Sicilia. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 87-88, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “….qui pure la Brigata è rappresentata dalla Compagnia Racchetti e dalle due Compagnie comandate dal Maggiore Chiassi, che ebbe la fortuna, mentre si portava a raggiungere la Brigata da Monreale, ove era rimasto distaccato, di unirsi al Generale e partecipare a quella gloriosa fazione in cui ebbe una buona parte di gloria, meritandosi gli encomii del Dittatore, che incaricava il Generale Bixio di esternare al Maggiore Chiassi la sua soddisfazione pel brillante valore spiegato da lui e dai suoi soldati e per l’intelligenza con cui diresse le varie fazioni che gli vennero affidate. Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1 ) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.”. Sòriga, a p. 88, nella nota (1) postillava che: “(1) Edita nella citata Rivista d’Italia, del luglio 1912.”. Sòriga a p. 88, in proposito aggiungeva: “Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1 ) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.”. Sòriga, a p. 88, nella nota (1) postilava: “(1) ( 1 ) Edita nella citata Rivista d’Italia del luglio 1912.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), a pp. 170-171-172, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie…..La brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivavano due vapori ove si imbarcava la Brigata…..Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno. La truppa di questa Brigata venne acquartierata a Castel Nuovo.“. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a pp. 159-160, in proposito scriveva che: “Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola ; arriva il 19 mattina a Taormina; etc…”. Guerzoni, sul Chiasi, riferendosi alla presa di Reggio, a p. 161 aggiunge: “Qui però la resistenza degli assaliti fu più gagliarda ; e avrebbe anche fatto costar più cara la vittoria degli assalitori, se il Chiassi , a capo di due compagnie della brigata Sacchi, non fosse piombato di costa sul nemico, e non ne avesse affrettato lo scompiglio e la ritirata.”. Dunque, dal Guerzoni apprendiamo che il maggiore Giovanni CHIASSI comandava a Reggio Calabria due compagnie della Brigata Sacchi.
Nel 6 settembre 1860, a Sapri, proveniente da Pizzo, il maggiore Giovanni CHIASSI con le sue Compagnie sbarcarono e, da Sapri, il giorno 8 era a Lagonegro, dove fu raggiunto dalla Brigata SACCHI
Una di queste Brigate che, viaggiando via mare da Pizzo e poi da Paola, fu quella del Maggiore Giovanni Chiassi che, come vedremo in seguito, a Lagonegro si unirà alla truppa della Brigata Sacchi. La truppa del Maggiore Chiassi, proveniente da Pizzo, in Calabria, sbarcherà a Sapri il giorno 6 settembre 1860 e da Sapri marciò per Lagonegro dove sarà lì il giorno 8 settembre, allorquando ivi arriveranno le truppe del colonnello Sacchi. La brigata Sacchi, come vedremo in seguito, il giorno 8 settembre 1860 arriverà a Lagonegro ed ivi troverà la truppa della Brigata del Maggiore Chiassi. Nel testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Renato Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Renato Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Renato Sòriga (….), a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle 4 e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro; un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori etc…”. Sòriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri.”. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Sòriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi. Infatti, Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie scriveva che la truppa (le sue Compagnie), del maggiore Giovanni Chiassi “Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata.”. Il colonnello Gaetano Sacchi testimonia di aver trovato Chiassi e le sue Compagnie a Lagonegro. Chiassi era sbarcato a Sapri il giorno 6 setembre 1860, proveniente via mare da Pizzo. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata.”. Dunque, il Pecorini-Manzoni (….), scriveva il contrario e cioè che la Brigata Sacchi arrivò a Lagonegro alle ore 22,30 del giorno 8 settembre 1860 e che dopo fu raggiunta dalla truppa del maggiore Giovanni Chiassi. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Sacchi proveniente dalla Calabria, arrivava in Rotonda alle ore 9 del giorno 6. Alle 4 ant. del 7 riprendeva la marcia per Castelluccio dove arrivava alle 8, passando a spalle d’uomo il fiume Lao. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom….Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.“. Anche il Lacava scriveva che a Lagonegro: “….colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie”. Dunque, il Lacava scriveva che, a Lagonegro prima arrivò il Sacchi, l’8 settembre 1860 e poi arrivò il maggiore Giovanni Sacchi. Tuttavia il Maggiore Giovanni Sacchi, proveniente da Pizzo sbarcò a Sapri il giorno 6 settembre 1860. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, …etc…”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Pesce, sulla scorta del Lacava, scriveva che il maggiore Chiassi, con le sue compagnie, giunse a Lagonegro l’8 settembre, ricongiungendosi con la brigata Sacchi. Pesce, sempre sulla scorta del Lacava scriveva pure che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta del Lacava aggiungeva che le brigate di Chiassi e quelle del Sacchi, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, giorno 10 settembre, scesero a Sapri dove si imbarcarono a Napoli su due vapori. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi…..Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza.”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, Mazziotti scriveva che la Brigata Sacchi era a Lagonegro ed il giorno 10 settembre marciò ed arrivò a Sapri per imbarcarsi per Napoli. L’8 settembre 1860, a Lagonegro, da poco era arrivato il maggiore Chiassi con le sue compagnie, sbarcato a Sapri il giorno 6 settembre. Le comagnie del maggiore Chiassi avevano marciato fino a Lagonegro dove si ricongiunse con la Brigata di Sacchi, che, nel frattempo era arrivata a Lagonegro alle ore 15,30 marciando da Lauria. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Qui il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″.
Nel 7 settembre 1860, a Lagonegro l’arrivo di Maxime DU CHAMP e del colonnello TELEKY come richiesto da Turr a Bixio nel telegramma del 31 agosto 1860 scritto a Cosenza a Bixio
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Dunque, il generale Turr scrivendo al generale Bixio gli scrive e gli chiede: “….mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp.”. Chi fossero “..i signori accennati ieri” non saprei dire. Inoltre, riguardo questa notizia è lo stesso Du Champ che ci dice che non arrivò mai a Paola ma arrivò molti giorni dopo con la sua brigata a Lagonegro. Maxime Du Camp (….), racconterà quegli avvenimenti nel suo “Expedition des Deux-Siciles”. Infatti, Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a pp. 228-229, in proposito scriveva che: “Ce fut à Lagonegro que nous apprimes ce que le general Turr etait devenu depuis que nous l’avions quitté. Pendant que nous le poursuivions par la route de terre, il avait prise la voie plus rapide de la mer pour se rapprocher de Naples. De Cosenza, il s’etait rendu à Paola, et là, ayant reunì toutes les troupes qui arrivaient journellement sur la cote de Sicile, il les avait embarquees su six bateaux à vapeur. Au moment où il allait quitter le port, une fregate napolitaine s’etait montrée. Etc…De Paola Turr débarqua à Sapri, y rassembla l’ancienne division Pianciani, marcha de facon à pouvoir au besoin, passant entre Salerne et Eboli, se jeter sur le montagnes de la Cava, etc…” che tradotto significa: “Fu a Lagonegro che apprendemmo cosa ne era stato del generale Turr da quando lo avevamo lasciato. Mentre lo inseguivamo via terra, aveva preso la via marittima più veloce per avvicinarsi a Napoli. Da Cosenza si recò a Paola, etc…”.
LA BRIGATA SPANGARO
Nel 20 agosto 1860, a Palermo partenza di Luigi PIANCIANI per Livorno
Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 158-159, riferendosi a Bertani, in proposito scriveva che: “XXV. Pianciani partì da Palermo il 20 agosto per Livorno , pieno di pensieri , animato da speranze, mulinando gli incitamenti dell’Eroe , sotto l’impulso dei quali, appena giunto a Livorno il 23, iniziò subito l’attuazione dei suoi progetti , mandando una circolare telegrafica a Mauro Macchi, a tutti i Comitati, a Nicotera ed a Caucci, nella quale diceva: « Torno da Palermo. Garibaldi in Calabria ; forse altrove , domanda concorso; quanti più volontari potete mandate a Genova; siamo alla fine; energia : avremo un’ Italia con Vittorio Emanuele » . Spedita la circolare partì per Firenze a conferire con Nicotera. In tempi gravi come quelli di cui si tratta, gli avvenimenti incalzano, le situazioni mutano vertiginosamente, gli uomini sono sopraffatti dalle cose, i propositi, i progetti, le opere sono precipitate, sconvolte e sfuggono alla direzione più meditata. Dal 13 al 23 agosto il Pianciani aveva vissuto navigando, e se molti fatti aveva notato, molte contrarietà subite, non conosceva e non poteva conoscere quanto era avvenuto lontano da Lui. Così Egli il 23 in Livorno ignorava che nel giorno 13 agosto, quello stesso giorno della sua partenza da Genova, il ministro dell’interno Farini aveva emanata la famosa circolare proibente qualsiasi arruolamento, il cui rigore era apparso inconsulto anche ai più moderati, perchè scopriva come debole lo stesso Governo, il quale aveva lasciato organizzare e partire una [ ventina di spedizioni con un totale di 21.000 Volontari, e vietava ora quelle spedizioni già pronte mentre erano state allestite con sua piena conoscenza; etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 160-161, in proposito scriveva che: “…togliere la sua brigata. Ma Nicotera che aveva avuto promesse formali, ed incitamenti ed aiuti dallo stesso Ricasoli, risolutamente si rifiutò di obbedire. Lasciò liberi i suoi dipendenti che lo desideravano di ritornare alle loro case, dando loro per decidersi un tempo determinato , dopo il quale si intendevano vincolati. Niuno accettò, tutti protestarono contro lo scioglimento; di tale risolutezza s’impressionò lo stesso Ricasoli, in guisa che << si venne dopo molte discussioni tra Ricasoli e Nicotera ad una Convenzione scritta in data 24 agosto, che stabiliva » una serie di condizioni per le quali la brigata si sarebbe imbarcata a Livorno, vincolandosi a non sbarcare nè in Toscana nè sul territorio pontificio. Così il concetto della diversione ne risentiva una grande restrizione. Ma poichè Garibaldi non era più in Sicilia essendo passato il 20 agosto in Calabria, il Nicotera dichiarò altresì nella stessa convenzione che non intendeva di andare in Sicilia, ma bensì di volere sbarcare, sulle coste del Regno di Napoli. Ben egli, che esule a Genova, tre anni prima, aveva navigato con Pisacane da Genova a Ponza, da Ponza a Sapri, ed aveva onorato il patriottismo ed il valore italiano, avrebbe saputo dove sbarcare.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a pp. 159-160-161, in proposito scriveva che: “Dal 13 al 23 agosto il Pianciani aveva vissuto navigando , e se molti fatti aveva notato, molte contrarietà subite , non conosceva e non poteva conoscere quanto era avvenuto lontano da Lui. Così Egli il 23 in Livorno ignorava che nel giorno 13 agosto, quello stesso giorno della sua partenza da Genova, il ministro dell’interno Farini aveva emanata la famosa circolare proibente qualsiasi arruolamento , il cui rigore era apparso inconsulto anche ai più moderati, perchè scopriva come debole lo stesso Governo, etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il 1º e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordine superiore sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a ….. Sapri ! il 9 era a Salerno, il 10 entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”.
Nel 3 e il 5 settembre 1860, a Palermo, la ex Brigata Nicotera o Spedizione di Castel Pucci, poi in seguito denominata Brigata SPANGARO
Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, dopo aver stabilito una convenzione con il Ricasoli, fu costretto a partire da Livorno per Palermo dove arrivò con i suoi soldai volontari dell’ex Spedizione Castel Pucci, tra il 3 settembre ed il 5 settembre 1860. Il gruppo di Nicotera si componeva di 2000 volontari. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Treveljan scriveva che essi partirono da Livorno ed in Toscana il Nicotera ebbe lo scontro con il Ricasoli che voleva dirigerli verso Garibaldi in Sicilia. Infatti, il Ricasoli, in quella occasione, su mandato del Cavour, fece arrestare Nicotera. Treveljan non dice altro sulla “brigata Castel Pucci” del Nicotera. Treveljan, a p. 380 parlando delle spedizioni e delle spese, aggiunge ancora alcune informazioni e scriveva che: “Ma le spedizioni dell’agosto (del Pianciani e del Nicotera) furono allestite, spesate e spedite quasi interamente dal Comitato Centrale del Bertani e dai partiti più avanzati che comprarono i vapori ‘Queen of England, Indipendence, Ferret e Badger’ usati per il trasporto delle armi e perciò non introdotti nella lista da noi data.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Dunque, Agrati scriveva che: “Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Agrati scriveva che dopo lo sbarco delle truppe dell’ex spedizione Bertani-Pianciani, la spedizione detta di Terranova era stata scompagginata, come voleva il Governo Piemontese ma restava le ultime due Brigate dell’Italia Centrale: la Brigata “Toscana” (credo quella organizzata dal Nicotera e Ricasoli a “Castel Pucci”) e la Brigata Albruzzi (forse Albuzzi). Agrati sulla faccenda che vide il Governo Piemontese, Cavour e Ricasoli e Nicotera con forti contrasti, ha scritto a pp. 333 e ssg. In particolare, Agrati, a p. 334, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “…, mentre assegnava il quartiere di Castel Pucci ai volontari che s’andavano arruolando; cosicché si poteva ben dire che se Cavour teneva a Salvare le apparenze, il Ricasoli non si preoccupava neanche di quelle;….Ma ecco da Torino il veto Reale…..Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida.”. Agrati, a p. 336, in proposito aggiunge che: “…tra il Governatore della Toscana e il Nicotera; però, per quanto nota, la convenzione a cui si era pervenuti: “Firenze, 24 agosto 1860. Convenzione fra Bettino Ricasoli, Governatore della Toscana, e Giovanni Nicotera, Colonnello comandante della 5° Brigata dell’Esercito Nazionale: 1° Nicotera si obbliga ad imbarcarsi con la sua colonna di stanza a Castel Pucci su vapori provveduti da Ricasoli etc…”. Sempre a p. 336, Agrati aggiungeva la “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860”. Mauro Macchi (….), nella sua “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; pure gli riuscì recarsi dal dittatore, che lo accolse con immensa gioia, e dopo qualche giorno, giunti in Napoli i 1500 volontari toscani, lo invito a prenderne il comando, ma egli rifiutò preferendo rimanere nello Stato Maggiore del Generale. Terminata la guerra, nella quale i toscani segnalaronsi per coraggio, nella famosa giornata del 1.º ottobre 1860, il Nicotera si dimise da colonnello brigadiere.”. Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: “Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario nella cosiddetta Brigata “Spangaro”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, nella nota (1) postillava: “(1) Già Nicotera. Quinta Brigata della Spedizione di Terranova.”. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Infatti, anche Rustow ne parla. Con un decreto del 2 luglio il governo dittatoriale di Garibaldi, “Comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia”, emanava “l’organico dell’Esercito siciliano”, composto da due divisioni, XV e XVI, comandate rispettivamente da Stefano Turr e da Giuseppe Paternò, per complessive cinque brigate. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 300, in proposito scriveva: “Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Etc…”. Queste truppe di volontari garibaldini, quelle della ex spedizione di Castel Pucci, quelle organizzate da Giovanni Nicotera, arrivati a Palermo, nei primi di settembre del 1860, essendo dimissionario Nicotera passarono al comando del colonnello Pietro Spangaro.
Nel 7 settembre 1860, a Lauria e, poi a Lagonegro, Maxime Du Champ ed il colonnello Pietro SPANGARO
Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il 1º e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordine superiore sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a ….. Sapri ! il 9 era a Salerno, il 10 entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti.”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. La brigata Spangaro (una porzione di essa), il 7 settembre 1860, il giorno che Garibaldi entrò trionfante in Napoli, si trovava ancora a Lagonegro ed in partenza per Sala Consilina. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 251, in proposito scriveva che, mentre si trovavano a Lagonegro: “…., la sera, verso le otto, mentre stavamo etc…, ci arrivò un dispaccio: “7 settembre 1860. – Oggi, alle undici, Garibaldi è entrato a Napoli”.”. Du Champ, a p. 259, in proposito scriveva pure che: “La notizia dell’ingresso di Garibaldi a Napoli si diffuse rapidamente a Lagonegro, che ben presto fu tutta illuminata.”. Dunque, alle otto di sera ricevono a Lagonegro il dispaccio che annunziava l’arrivo di Garibaldi a Napoli. Dunque, il 7 settembre 1860, il Du Champ era con la sua brigata a Lagonegro, in attesa di rimettersi in marcia. Dopo Lagonegro, Du Champ descrive le soste a Sala e ad Auletta, dove si fermarono e dove giorni dopo la marcia proseguì. Un’altra domanda che ci facciamo è quella in cui ci chiediamo con quale brigata il Du Champ arrivò a Lagonegro ?. Du Champ, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti.”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. L’altra parte della brigata Spangaro è quella del Du Champ, che, invece marciò sulla strada consolare arrivando a Lauria e a Lagonegro il 7 settembre e solo il 9 settembre arriverà a Napoli via terra. Maxime Du Camp (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles”, a p. 220, in proposito scriveva che: “A Lauria, la roue de notre veiture se brisa completement. Il fallut attendre quatre heures. J’etais assis à lombre d’un quartier de rocher qui surpomble la ruote, et je considerais un vieux bourrelier qui raccomodait un bat de mulet. Etc…”. Poi, a p….., in proposito scriveva: “La premiere fois, c’etait dans le mois d’aout 1806. Les gens du pays tenaient pour le roi Nasone, qui etait en Sicile, et recevaient de l’argent, des munitions, tout ce quil fallait enfin, du cardina Ruffo, qui fut un saint homme. Etc…”. Sempre il Du Camp proseguendo il suo racconto, a pp. 225-226, in proposito scriveva che: “Nous rencontrons, à quelques lieues de Lauria, une magnifique cascade qui moutonne, en ressauts blanchissants, et qui n’est autre que la source du fleuve Trecchena, qu’on nomme aussi Noce. A un détour du chemin, Lagonegro debusque tout à coup, debout sur une colline, avec sa grande rue si large qu’elle ressemble à une place immense. Là comme à Cosenza, nous nous trouvons dans l’impossibilité d’avoir des betes de trait, et nous sommes forces de garder le postillon qui nous mene depuis Rotonda, pauvre garcon plein de bonne volonté, mais qui nous demontre que, sous peine de tomber fourbus, ses chevaux ne pauvent plus aller. Partout nous nous enquerons des nouvelles; on dit que Garibaldi est a Sala ou à Eboli et que les royaux sont à Salerne. La ville est plein de soldats venus directement de Cosenza ou amenes par mer jusqu’à Sapri.” che tradotto significa: “Incontriamo, a poche leghe da Lauria, una magnifica cascata che gorgoglia, a salti bianchi, e che non è altro che la sorgente del fiume Trecchena, detto anche Noce. A una curva della strada emerge all’improvviso Lagonegro, adagiata su una collina, con la sua via principale così ampia da sembrare un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, troviamo impossibile avere animali da tiro, e siamo costretti a trattenere il postiglione che ci conduce dalla Rotonda, un povero ragazzo pieno di buona volontà, ma che ci mostra che, pena l’esaurimento, il suo i cavalli non possono più andare. Ovunque ci informiamo sulle novità; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i reali siano a Salerno. Il paese è pieno di soldati provenienti direttamente da Cosenza o portati via mare a Sapri.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 246-247, in proposito scriveva che: “Dov’è Garibaldi ? – Eh! chi può saperlo? – L’esercito napoletano è a Salerno ? – Così si dice. – A Lauria, la ruota della nostra vettura si sfascia completamente. Dovemmo aspettare quattro ore. …”. Il Du Champ, a pp. 249-250, in proposito scriveva pure che: “Dopo Lauria, il paesaggio ritorna ad essere rigoglioso, ma di un rigoglio tutto settentrionale: domina la flora francese, le querce sono numerose così le alberelle; qua e là appaiono dei castagni e alla loro ombra delle eriche in fiore; abbondano i torrenti, che, zampillando dala cima della montagna, lasciano cadere verso la valle le loro belle acque limpide; ed esse saltellando sulle rocce levigate ci spruzzano sul volto perline di schiuma; sono sormontati da alcuni ponti, e che ponti! Di legno, sconnessi e vacillanti; io non so che provvidenza amica dei viaggiatori li tenga in equilibrio, perché, a vederli, si crederebbe che basti una pedata ad abbatterli. Tagliata ai fianchi del monte, la strada non gli gira intorno secondo una linea circolare, ma si spezza continuamente ad angolo acuto, come quei fulmini a zig zag dipinti dai pittori nei quadri di tempesta. Ad alcune leghe da Lauria incontriamo una magnifica cascata, che spumeggia in balzi biancheggianti e non è altro che la sorgente del fiume ‘Trecchena’, che chiamiamo anche il ‘Noce (1). Ad una svolta, sbuca d’improvviso il paese di Lagonegro, erto su una collina, con la via principale così larga da rassomigliare ad un’immensa piazza. Lì, come a Cosenza, non ci è possibile trovare bestie da tiro, e siamo costretti a tenere il postiglione che ci ha portati da Rotonda in poi; povero ragazzo, è pieno di buona volontà, ma ci dimostra che, se non si vuole correre il rischio di vederli cadere sfiniti, i cavalli non possono proseguire. Dappertutto chiediamo notizie; si dice che Garibaldi sia a Sala o ad Eboli e che i regi siano a Salerno. La città è piena di soldati, venuti direttamente da Cosenza o condotti per mare fino a Sapri. Si è sparsa la voce che l’esercito dovrebbe concentrarsi a Lagonegro, ma nessuno può confermarla, e gli stessi capi ci confessano di non aver cicevuto nessun ordine a questo riguardo; si vorrebbe sapere tutto quello che avviene, si vorrebbe marciare avanti; si sente istintivamente che la conclusione è vicina e tutti son presi dalla smania di parteciparvi. Etc…”. Nel proseguire il suo racconto, il Du Champ racconta dell’episodio di cui aveva appreso a Lagonegro, e a p. 251, scriveva ancora: “Due giorni prima del nostro arrivo, era accaduto a Lagonegro un fatto singolare. Tre ufficiali del nostro esercito, in camicia rossa, e provenienti da Sapri, erano entrati nella città. Vi trovarono tremila Napoletani, uno squadrone di cavalleria, etc…”.
Nel 7 o 8 (?) settembre 1860, a Sapri, alle ore 19,00 l’arrivo via mare da Palermo, una porzione della brigata SPANGARO (ex brigata “CASTEL PUCCI” formata da Giovanni NICOTERA), al comando del colonnello Spangaro. Da Sapri, il giorno 8 ripartì per Napoli ma dovette fermarsi a Salerno, dove proseguì per Napoli in treno a Nocera
Della brigata Spangaro (….) ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…(45)…”. Dunque, Policicchio, sulla corta di non saprei quale autore scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. Etc…”, e aggiungeva che la brigata Spangaro: “….giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Ma vediamo meglio cosa accadde. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il 1º e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordine superiore sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a ….. Sapri ! il 9 era a Salerno, il 10 entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Dunque, il generale Pittaluga scriveva che la Brigata SPANGARO (la ex Castel Pucci), partita il 1° e 3 settembre da Livorno, arrivò a Palermo insieme a Giovanni Nicotera tra il 3 ed il 5 settembre 1860. Da Palermo, scrive il Pittaluga, la Brigata ai comandi di SPANGARO, avendo il Nicotera dato le sue dimissioni, riparte il giorno 7 settembre 1860 per mare diretta a Sapri. Forse era una porzione della Brigata che poi ripartirà da Sapri ed arriverà a Salerno il 9 settembre 1860. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7. pom. e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a dì 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli alle ore 9. Il giorno 8 il resto della stessa brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9; e riunita sul Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si aqquartierava.”. Dunque, la brigata Spangaro si trattenne a Palermo fino al 7 settembre 1860, e solo il 7, dal porto di Palermo ne ripartì per giungere a Sapri il 7 alle 19 di pomeriggio e l’8 settembre. Il 7 settembre 1860 partì da Palermo solo una porzione della Spangaro che da Sapri, arrivò a Salerno via mare l’8 settembre 1860, come vedremo innanzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Infatti, in Appendice, Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II”, pubblica la “Riassunto delle tabelle di marcia” e, a pp. 514-515, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO, …..7 Settembre partenza da Palermo (?); 8 settembre arrivo a Sapri; 9 settembre arrivo a Salerno; etc…“. Maraldi scriveva che “La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Carlo Pecorini Manzoni (….), a p. 514, nell’Allegato II, Tabella di Marcia – Riassunto, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: 1° settembre partenza; 2 settembre sul mare; 3 settembre Palermo; 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno; 10 settembre Napoli etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno, il 10 era in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Dunque, il generale Pittaluga conferma la notizia dataci dal Policicchio ma egli scrive che: “…quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a…..Sapri! Il 9 era a Salerno.”. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, in proposito scriveva e parlava della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, la Spangaro che si imbarcava a Sapri e, a p. 175, in proposito scriveva: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Entasses pele-mele su le point, nous pumes du moins laisser reposer nos jambes et dormir à la belle etoile, car la nuit était magnifique. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenu à une demi-encablure par notre travers, le capitaine nous jeta ces mots avec son porte-voix: – He! les chemises rouges! Garibaldi est entré à Naples hier matin. Etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi. Affollati alla rinfusa, abbiamo almeno potuto riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica. All’alba segnalammo un piroscafo battente bandiera inglese che veniva verso di noi contro la fiancata. Giunti a mezzo cavo che ci attraversava, il capitano ci gridò queste parole attraverso il suo megafono: – Ehi! le magliette rosse! Garibaldi è entrato ieri mattina a Napoli.“. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno …. settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno …. settembre 1860. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre, credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta di Agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 settembre tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”. Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Della brigata Spangaro (….) ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…(45)…”. Dunque, Policicchio, sulla corta di non saprei quale autore scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. Etc…”, e aggiungeva che la brigata Spangaro: “….giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Dunque, Policicchio scriveva che la brigata Spangaro arrvava a Sapri proveniente da Palermo e da Sapri partì per Salerno il giorno 6 settembre 1860. Dunque, per partire il 6 da Sapri, dal suo porto, è probabile che il 5 settembre la brigata di Pietro Spangaro (la ex di Castel Pucci e del Nicotera, arrivati dal 1° al 3 settembre a Palermo, dove il Nicotera si era dimesso). Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, descrive la sosta a Lauria e poi a Lagonegro dandoci notizie molto interessanti. Fu a Lagonegro di sicuro il 7 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 262, in proposito scriveva che: “Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 266, in proposito scriveva che: “Noi (1) facemmo del nostro meglio per sfuggire ovazioni che ci fermavano ad ogni passo, ed io, stanco di essere abbracciato, tirato etc…”. Du Champ, a p. 266, nella nota (1) postillava: “(1) * Noi….cioè il gruppetto composto dal colonnello Spangaro, da Sander Teleky e dal Du Champ.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: “Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. Vi sono qui alcuni errori. Bersani è Bertani ed inoltre i volontari di Nicotera furono organizzati con i fondi raccolti dal Bertani ma furono opera del Nicotera stesso a Castel pucci in Toscana. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre finalmente le brigate della divisione Eber, Spangaro (anteriormente Nicotera) e Milano, furono sollevate dagli avanposti e chiamate a Caserta.”. Dunque, Rustow scriveva che la brigata Spangaro “anteriormente” era detta brigata Nicotera.
Nel 7 settembre 1860, a Sapri, (8 settembre a Policastro), altri garibaldini e truppe nelle lettere di un garibaldino
Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, un’altra lettera a p. 68, è datata 7 settembre 1860, dove scriveva che: “Sapri, le 7 septembre. Nous apprenons ce matin que Garibaldi est entré hier soir à Salerne et qu’il y a été parfaitement accueilli. Rien autre chose de nouveau . Je passe ma journée sur le pont à écrire.”, che tradotto significa: “Sapri, 7 settembre. Stamattina abbiamo saputo che Garibaldi è entrato a Salerno ieri sera ed è stato accolto calorosamente. Niente di nuovo. Sto trascorrendo la giornata sul ponte a scrivere.”, e poi l’altra datata 8 settembre, a pp. 68-69: “Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée , accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En dépit du temps qui paraît vouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui mérite à peine aujourd’hui le nom de village , car elle ne renferme pas plus de quatre cents âmes.”, che tradotto significa: “Garibaldi è a Napoli. È entrato ieri di giorno, accompagnato solo da pochi suoi amici. Nonostante il tempo, che sembra stia cambiando, sto andando con i miei due connazionali a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, una città che oggi merita a malapena il nome di villaggio, dato che non conta più di quattrocento anime. Le è senza dubbio stato dato questo titolo in memoria della sua passata importanza, e perché dà il nome al golfo che si estende davanti a lei. Secondo uno storico attendibile, fu completamente distrutta nel 1055 da Roberto il Guiscardo e, cinque secoli dopo, fu nuovamente saccheggiata dai Turchi. È da quest’ultimo periodo che Policastro non è più risorta. Le paludi circostanti e le risaie che vi si sono formate, inquinando etc…“. In questa lettera datata 8 settembre 1860, il volontario garibaldino di stanza con la sua truppa a Sapri scriveva che, “nonostante il tempo che sembra non stia cambiando”, egli si reca con alcuni suoi amici “connazionali” (francesi) a Policastro per una escursione ovvero visita al paese di Policastro Bussentino, che egli scriveva contava non più di 400 abitanti. Di Policastro, a pp. 69-70 egli scriveva che: “En dépit du temps qui paraît vouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui mérite à peine aujourd’hui le nom de village, car elle ne renferme pas plus de quatre cents âmes . On lui donne sans doute ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prête son nom au golfe qui s’étend devant elle . D’après un historien digne de foi , elle fut , en 1055 , entièrement détruite par Robert Guiscard, et cinq siècles plus tard , elle fut encore saccagée par les Turcs. C’est depuis cette dernière époque que Policastro ne s’est plus relevée. Les marais environnants et les rizières qu’on y a établies , en viciant l’air , ont sans doute aussi empêché l’accroissement de la population. Indépendamment de nombreuses ruines , je remarque aussi dans ce pays une flore extrêmementriche ; mais comme je ne suis ni archéologue , ni botaniste , je me dispenserai de faire une longue description de ces richesses aux doux parfums , aux brillantes couleurs En revenant , nous sommes assaillis par un orage épouvantable ; nous nous réfugions dans une vieille tour romaine , et de là nous contemplons le grandiose spectacle d’un orage en mer. A six heures , nous parvenons à nous sauver; nous trouvons sur le rivage l’ancienne compagnie de Flotte, attendant son embarquement. A dix heures , le Benvenuto lève l’ancre , remorqué par un vapeur qui s’en va à Salerne.”, che tradotto significa: “Nonostante il tempo che sembra voler cambiare, vado con i miei due compatrioti a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, una città che oggi difficilmente merita il nome di villaggio, perché non conta più di quattrocento anime. Le è senza dubbio dato questo titolo in memoria della sua passata importanza, e perché dà il nome al golfo che si estende davanti a lei. Secondo uno storico attendibile, fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, e cinque secoli dopo, fu nuovamente saccheggiata dai Turchi. È da quest’ultimo periodo che Policastro non è più risorta. Le paludi circostanti e le risaie che vi sono state create, inquinando l’aria, hanno senza dubbio impedito anche l’aumento della popolazione. Oltre alle numerose rovine, noto anche in questo paese una flora estremamente ricca; ma non essendo né un archeologo né un botanico, mi asterrò dal dare una lunga descrizione di queste ricchezze con i loro dolci profumi e i loro colori brillanti. Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riusciamo a salvarci; troviamo sulla riva la vecchia compagnia della Flotta, in attesa di imbarcarci. Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. A quale corpo o brigata garibaldina appartenesse questo volontario che scrisse le belle lettere pubblicate dal Maison non ci è dato sapere. Sappiamo che arrivò a Sapri il 3 settembre 1860 con il vapore “Benvenuto” che come lui stesso scrisse, ripartì alla volta di Salerno, alle ore 10 del 9 settembre 1860: “Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. Infatti, sempre il Maison, a p. 71 pubblica un’altra lettera di un volontario garibaldino: “En mer ( Sapri ), le 9 septembre . Il est une heure du matin , le vapeur nous abandonne à nos propres forces. Peu d’instants après , la mer devient grosse et le vent contraire . En un mot , nous essuyons une véritable tempête . Le drapeau d’alarme reste arboré toute la journée . Malgré cela nous ne recevons aucun secours. Enfin , ne sachant que faire , le capitaine se décide à retourner à Sapri, où nous arrivons vers neuf heures du soir.”, che tradotto significa: “In mare (Sapri), 9 settembre. È l’una del mattino, il piroscafo ci abbandona a noi stessi. Pochi istanti dopo, il mare si fa agitato e il vento è contrario.Insomma, stiamo vivendo una vera tempesta. La bandiera d’allarme rimane issata per tutto il giorno. Nonostante ciò, non riceviamo alcun aiuto.Infine, non sapendo cosa fare, il capitano decide di tornare a Sapri, dove arriviamo verso le nove di sera.”. Sempre il Maison, a pp. 71-72 pubblica un’altra lettera datata 10 settembre 1860, e scrive: “En mer, le 10 septembre. A minuit nous repartons de Sapri avec un bon vent. Malheureusement les vents, comme « les destins et les flots, » sont changeants, si bien que la mer redevenant mauvaise et le vent contraire , nous voguons encore au hasard toute la journée. Vers les sept heures , l’Emma, le yacht d’Alexandre Dumas, passe à côté de notre bâtiment , filant dans la direction de Naples . Je l’acclame d’un vivat qui m’est immédiatement rendu ; puis l’un et l’autre bâtiment , en signe de salut , arborent pavillon, comme deux amis qui se tendent la main en se disant: Au revoir !”, che tradotto significa: “In mare, 10 settembre. A mezzanotte ripartimmo da Sapri con un buon vento. Purtroppo i venti, come “i destini e le onde”, sono mutevoli, così che, con il mare di nuovo agitato e il vento contrario, navigammo a caso per tutto il giorno. Verso le sette, l’Emma, lo yacht di Alexandre Dumas, passò accanto alla nostra nave, dirigendosi verso Napoli. La acclamai con un applauso, che fu subito ricambiato; poi entrambe le navi, in segno di saluto, alzarono le bandiere, come due amici che si tendono la mano e dicono: Arrivederci!”. Dunque, questo volontario garibaldino scrive che riparte da Sapri il 10 settembre 1860 alle 24 mezzanotte e dice pure che alle 7 del mattino dell’11 settembre 1860 incontrarono lo Yact Emma di Alexandre Dumas che credo fosse al largo di Agropoli o di Salerno.
Nell’8 settembre 1860, da Sapri, un garibaldino, si recò a visitare Policastro e da lì si imbarcò sul piroscafo “Benvenuto” che da Sapri era diretto a Salerno, ma si imbatte in una tempesta e fa rientro nel porto di Sapri
Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 68-69 e ssg. trascriveva una lettera del 8 settembre 1860 e scriveva: “Garibaldi est à Naples. Il y est entré hier dans la journée , accompagné seulement de quelques-uns de ses amis (1). En dépit du temps qui paraît vouloir changer, je vais avec mes deux compatriotes faire une excursion à Policastro, au delà de Sapri, ville qui mérite à peine aujourd’hui le nom de village , car elle ne renferme pas plus de quatre cents âmes. On lui donne sans doute ce titre en souvenir de son importance passée, et parce qu’elle prête son nom au golfe qui s’étend devant elle. D’après un historien digne de foi , elle fut , en 1055, entièrement détruite par Robert Guiscard , et cinq siècles plus tard, elle fut encore saccagée par les Turcs. C’est depuis cette dernière époque que Policastro ne s’est plus relevée. Les marais environnants et les rizières qu’on y a établies , en viciantl’air , ont sans doute aussi empêché l’accroissement de la population . Indépendamment de nombreuses ruines , je remarque aussi dans ce pays une flore extrêmementriche ; mais comme je ne suis ni archéologue , ni botaniste , je me dispenserai de faire une longue description de ces richesses aux doux parfums, aux brillantes couleurs En revenant, nous sommes assaillis par un orage épouvantable ; nous nous réfugions dans une vieille tour romaine, et de là nous contemplons le grandiose spectacle d’un orage en mer. A six heures , nous parvenons à nous sauver; nous trouvons sur le rivage l’ancienne compagnie de Flotte , attendant son embarquement. A dix heures , le Benvenuto lève l’ancre, remorqué par un vapeur qui s’en va à Salerne.“, che tradotto significa: “Garibaldi è a Napoli. È entrato ieri di giorno, accompagnato solo da pochi suoi amici. Nonostante il tempo che sembra cambiare, vado con i miei due compatrioti a fare un’escursione a Policastro, oltre Sapri, una città che oggi difficilmente merita il nome di villaggio, perché non contiene più di quattrocento anime. È senza dubbio dato. Le viene senza dubbio dato questo titolo in memoria della sua passata importanza, e perché presta il nome al golfo che si estende davanti a lei. Secondo uno storico attendibile, fu, nel 1055, completamente distrutta da Roberto il Guiscardo, e cinque secoli dopo, fu saccheggiata di nuovo dai Turchi. È da quest’ultimo periodo che Policastro non è più risorta. Le paludi circostanti e le risaie che vi furono istituite, inquinando l’aria, hanno senza dubbio impedito anche l’aumento della popolazione. Indipendentemente dalle numerose rovine, noto anche in questo paese una flora estremamente ricca; ma non essendo né archeologo né botanico, mi asterrò dal farne una lunga descrizione. di queste ricchezze dai profumi dolci e dai colori brillanti. Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riusciamo a salvarci; troviamo sulla riva la vecchia compagnia della Flotta, in attesa di imbarcarsi. Alle dieci, il Benvenuto salpa, trainato da un piroscafo diretto a Salerno.”. Maison, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) D’après M. Edwin James, témoin oculaire , Garibaldi passapar Eboli. A Salerne , il prit le chemin de fer. Sur tout le parcours du train , à chaque village , à chaque station , l’enthousiasme et la joie dépassaient toute expression. Les femmes présentaient des drapeaux, jetaient des fleurs sur les voitures et se disputaient la main du général pour l’embrasser. Les syndics lui adressaient des félicitations ; les prêtres et les moines, debout , entourés de leurs ouailles sur les collines , jetaient leurs vivats , et , tenant le crucifix d’une main, l’épée de l’autre, les agitaient dans l’air avec force bénédictions. Au moment où le train passait devant la garde du roi , à Portici , les soldats jetèrent leurs bonnets en l’air et s’associèrent de tout leur coeur au cri de Vive Garibaldi !.”, che tradotto significa: “(1) Secondo il signor Edwin James, un testimone oculare, Garibaldi passò da Eboli. A Salerno, prese la ferrovia. Lungo tutto il treno, in ogni villaggio, in ogni stazione, l’entusiasmo e la gioia superavano ogni espressione. Le donne presentavano bandiere, gettavano fiori sulle carrozze e facevano a gara per baciare la mano del generale. I sindaci gli rivolgevano le loro congratulazioni; i preti e i monaci, in piedi, circondati dai loro greggi sulle colline, lanciavano i loro applausi e, tenendo il crocifisso in una mano e la spada nell’altra, li agitavano in aria con forti benedizioni. Mentre il treno passava davanti alla guardia reale, a Portici, i soldati gettarono in aria i loro berretti e si unirono con tutto il cuore al grido di “Viva Garibaldi!”.”.
Nell’8 settembre 1860, a Lagonegro, CLEMENTE CORTE precedeva e scriveva al generale SIRTORI suggerendogli gli itinerari da prendere
Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Le truppe garibaldine verso Napoli”, a p. 440, in proposito scriveva che: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazione del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fosero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo a Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 era a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Lo precedeva il Corte che gli faceva pervenire di tappa in tappa informazioni e consigli sul cammino da percorrere. Così, ad esempio: “Itinerario conveniente Castrovillari-Rotonda con fermata e rancio a Morano. Poi Rotonda-Lauria con pernottamento a Castelluccio. Tappa Rotonda-Lagonegro troppo lunga, 29 miglia. Vino in nessun luogo. Paesi senza risorse”.”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, riferendosi al dispaccio che Garibaldi scrisse a Sirtori, in proposito scriveva che: “..a Tarsia. Di là Garibaldi scrisse al suo Capo di Stato Maggiore: “Tarsia, 1° settembre 1860. Generale Sirtori….etc…a Rogliano (dove lasciai il colonnello Corte), etc…”. Il colonnello “Corte” citato da Agrati è Clemente Corte (….), colonnello dell’Esercito Meridionale, unito allo Stato Maggiore di Sirtori. Il colonnello Clemente Corte era comandante della 2° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione con a capo il colonnello Ferrari. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Nel trambusto di quella marcia affrettata di tutte le truppe garibaldine su Napoli, si ebbero purtroppo altri episodi incresciosi; da parecchie parti giunsero al Sirtori lagnanze e proteste. Da Lagonegro il Corte scriveva scriveva l’8 di settembre: “Credo bene rapportare che stranieri- francesi, tedeschi, inglesi – seguendo l’esercito, ora che il pericolo è passato, commettono violenze d’ogni sorta. Un tale Ulrich prussiano, emetteva buoni abusivi. Rimproverato da me e dal capitano Rasponi, ci minacciò. Non potei arrestarlo per mancanza di forza, ma lo farò appena possibile…Un ufficiale ungherese pretendeva i cavalli dell’Intendenza generale. Non mi par dignitoso che un’accozzaglia d’ogni paese venga a trattar come terra di comquista un paese che fa guerra per la sua indipendenza.”.”. Riguardo Clemente Corte, Alberto Dallolio (….), nel suo “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 431, in proposito scriveva che: “Corte, colonnello Clemente, p. 85, 169”. Dallolio, a p. 85, scriveva che: “Dell’invio di cotesti volontari non si hanno notizie precise. Pare che il numero richiesto dapprima per la spedizione Medici fosse poi ridotto, e non è da stupirne, perchè in quei giorni Genova rigurgitava di giovani anelanti a raggiungere Garibaldi: in fatti una lettera di Clemente Corte al Tanari, scritta da Genova il 3 giugno, parla di tener pronti 100 uomini scelti, i quali veramente furono mandati tutti da Bologna.”. Da Wikipedia leggiamo che Clemente Corte fu Ufficiale d’artiglieria dell’esercito regolare sardo, fu decorato della medaglia d’argento al valor militare nella battaglia di Novara del 1849. Fu Capo di Stato Maggiore di Garibaldi nei Cacciatori delle Alpi nella guerra del 1859. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 al seguito della spedizione di Giacomo Medici, ma il suo gruppo, composto del piccolo bastimento “Utile” e della nave “Charles and Jane”, fu catturato dalla Marina borbonica; i circa 950 volontari furono condotti a Gaeta e, successivamente rilasciati, ripartirono il 15 luglio 1860 con la nave Amazon. Riuscito però, dopo varie vicissitudini, a raggiungere ugualmente la Sicilia, il C. si distinse combattendo a Milazzo (dove riportò una grave ferita) e sotto le mura di Capua. Fu ferito al petto nella presa della città di Milazzo e si comportò da valoroso nell’assedio della fortezza di Capua. Dunque, Clemente Corte faceva parte dello Stato Maggiore del generale Sirtori che in quesi giorni si era aqquartierato a Lagonegro. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 84-85, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana informa lo storico Cilibrizzi (1) fu costituita con 3.500 insorti. Era formata su otto colonne: 1° Colonna: Potenza – Comandante Francesco Pomarici; 2° Colonna: Comandante Giuseppe Domenico Lacava; 3° colonna: Tricarico – Comandante Francesco Paolo Lavecchia etc….La Brigata Lucana divenne poi “Brigata Basilicata” comandata dal Colonnello Clemente Corte che si distinse poi nelle battaglie combattute contro i Borboni sul Volturno e nell’assedio di Gaeta.”.
L’arrivo del generale Giuseppe SIRTORI, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale, con il suo Stato Maggiore che, dal suo Quartiere Generale coordina l’arrivo e le partenze ed i rifornimenti per le truppe in marcia o in viaggio via mare che devono raggiungere al più presto Garibaldi a Napoli
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro.“. Dunque, il generale Sirtori, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, in proposito scriveva che: “Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti generali garibaldini seguono velocemente sulle strade di Calabria.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, in proposito scriveva che: “Il lavoro intorno a Sirtori è febbrile. Telegrammi arrivano e partono ad ogni momento e portano per tutto indirizzo: – Bixio o Medici etc.., dove si trova. – Da ogni parte si comunicano continui spostamenti, si chiedono istruzioni, viveri, scarpe soprattutto, mezzi di trasporto, anche per gli sbandati napoletani che vagano a torme per paesi e campagne. Poi anche il Quartier generale si sposta, da Cosenza a Spezzano, da qui a Castrovillari.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva che: “Ho riprodotto questo elenco perchè il lettore possa farsi un’idea delle difficoltà in cui si trovava il Sirtori per regolare l’avanzata di tanti corpi sparsi e ansiosi tutti di giungere a Napoli; senza contare, come ho già detto, le difficoltà dell’Intendenza per il vettovagliamento e per i mezzi di trasporto, a proposito dei quali successe a Paola un disgustoso incidente cui parecchi accennano, specialmente il Bandi ed il Rustow.”. Agrati aggiunge pure: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale. Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola etc….Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo da questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini etc…”. Agrati, a p. 444, in proposito aggiungeva: “Comunque, per terra o per mare e più o meno ordinate, le truppe avanzavano e le provincie ad una ad una riprendevano l’antica vita tranquilla. Il Corte da Sapri comunicava in data del 9 che ormai laggiù non restavano che i magazzini della Divisione Bertani.”. Ma ciò non corrisponde al vero, come vedremo perchè da Sapri partirono altre truppe fino al 14 settembre 1860. Dunque, Agrati, sulla scorta dei dispacci inviati e ricevuti scriveva che il generale Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale di Garibaldi, si spostava con il suo Quartier generale da posto a posto. Agrati scriveva che Sirtori, il 6 settembre era a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Era sempre preceduto dal colonnello Clemente Corte. Su Sirtori ha scritto Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio.
Nel 8 settembre 1860, a PAOLA, l’arrivo della Divisione MEDICI (XVII Divisione) sul “Governolo”, in attesa di potersi imbarcare per Napoli. La brigata di Medici partirà da Paola ed arriverà a Napoli solo il 15
Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 60, in proposito scriveva: “Imbarco delle truppe a Paola. La prepotenza di N. Bixio e le incertezze di G. Sirtori. “ San Fili – 7 settembre — Alle quattro il generale Medici ordina a me ed a Lombardi (2) di partire per Paola e far caricare gli effetti di vestiario. Vi andiamo in carrozza e ritorniamo in giornata, perchè è venuto contrordine di partenza dovendosi andare per via di terra. Ritorno a San Fili, paese che si prestò assai male ad approvvigionare la truppa per causa del signor sindaco…, in casa del quale fummo ad alloggiare „. “ Paola • 8 settembre — Si riceve la notizia che Garibaldi entrò ieri in Napoli alle ore dodici meridiane (3), e quindi grande allegria festeggiata con tazze d’acqua gelata offerta dal sindaco ! (“ Partiamo per Paola: giunti, prendiamo alloggio in casa Maraviglia: la famiglia è rispettabilissima ed il capo di casa fu cinque anni a Precida, prigioniero. All’entrare in Paola, sulla strada, ci colse vento così forte e polvere così densa che fermammo le carrozze. Durò poco, ma ci colse sulla sera una fitta pioggia e vento e tale oscurità che la nostra truppa in marcia ne soffrì non poco. “ Io mi recai ad alloggiare a San Francesco di Paola, convento poco lungi dal paese. Lo visitai e lo trovai ricco di bellissimi atrii; evvi una buona biblioteca. Dopo, cenai assieme a due signori del paese che mi furono di guida: i condimenti erano all’olio, perchè l’istituzione proibisce latticini e carni.”. Castellini, a p. 61, in proposito aggiungeva: “ 9 settembre— Si distribuisce il vestiario : al battaglione Menotti (1) diedero cappelli alla calabrese . Etc…”. Castellini, a p. 61, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Castellini, a pp. 62-63-64, aggiungeva che: ““ A bordo del Governólo abbiamo notizie di Napoli e di Garibaldi. Noi stiamo alquanto arrabbiati vedendoci gli ultimi, ma speriamo fra due giorni di imbarcarci — e forse in parte oggi. “… Si vede un altro vapore: vedremo se sarà per noi ! Sembra che a Napoli vi sarà breve fermata di due mesi e subito dopo si farà la campagna del Veneto, ma su queste notizie nulla so di positivo. Medici è disgustato perchè fu stornato il nostro imbarco oggi, per causa di Sirtori probabilmente, che noi chiamiamo ironicamente il cardinale, ed i cui ordini non si comprendono „. * 12, 13 settembre — Fermata a Paola. “ Il dire quanta ansietà abbiamo per attendere i vapori è cosa incredibile. Ad ogni momento vado sul balcone di casa Maraviglia ad osservare il mare in tutte le direzioni delle coste ma specialmente della costa di Sapri e Salerno, nella speranza che spunti, che giunga qualche vapore e che ci tolga dall’esiglio. “ Il 12 giunge un vapore, e subito evviva, grida di gioia, ma poi lo si vede costantemente avanzare da solo, e questo ci recava tristezza pensando che non soddisferebbe al bisogno. 10 ricevo ordine di recarmi a bordo per rilevare le istruzioni del comandante e per sentire se giungano altri vapori. 11 vapore arrivato è L’Indipendente, della nostra marina, che ha ordine di portare 600 uomini e nulla sa se giungano altri vapori. “ Medici ordina si fermi il vapore sino a che ne giungano altri e nel frattempo si fanno caricare tutti gli equipaggi, sino a che, il 13, vedendo che non giungono vapori, il comandante domanda di partire e però, concesso questo, parte,facendosi sera, con a bordo i dispersi, un picchetto per ogni reggimento e il capitano Moscarello per la scorta “ 14 settembre — Il giorno 14 all’alba siamo coi nostri cannocchiali alle finestre, ma nulla si vede, tranne qualche legno a vela, e già si mormora contro il cardinale e contro tutti quelli che ci condannano all’esiglio. “ E quello che fa il massimo torto al cardinale si è che ci spiccò forse cinque telegrammi, che altrettanti in sette giorni d’esiglio ne spedimmo a lui ed al ministro della marina, senza che ancora mostrino di conoscere l’esistenza nostra in Paola. “ E questo dev’essere il capo di stato maggiore? Che a Tiriolo ci ordina di fermarci e poco dopo telegrafa a tutti i corpi domandando notizie della nostra Divisione? (1). “ Ma ritorniamo alla parte storica. Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori. Come giungono, al solito io mi reco abbasso per ricevere gli ordini e si sa che il Mongibéllo porterà 700 uomini, e 400 l’Archimede, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e — se non ve ne fosse — di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliano che l’Amalfi, che potrebbe portare 1200 uomini, e la Maria Teresa capace di altri 400, sono a Sapri e che ne ritorneranno vuoti a Napoli per mancanza d’istruzioni di recarsi a Paola, a Sapri assicurandosi che a Paola non vi è truppa. “ Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1). Viaggiamo felicemente con nove nodi all’ora, ed essendo 144 miglia, faremo la via in sedici ore giungendo a Napoli intorno a mezzodì „. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che la Divisione Medici era a Paola in attesa di imbarcarsi per Napoli. Ma poi, come vedremo in seguito essa non riuscirà ad imbarcarsi per Napoli per un litigio e la prepotenza di Nino Bixio. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che il generale Sirtori, rispondendo a Garibaldi, nel dispaccio del 9 settembre 1860 gli comunicava che: “Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Etc…”. Dunque, il generale Sirtori, in un dispaccio del 9 settembre 1860 comunicava a Garibaldi che la Divisione Medici era a Paola in attesa di potersi imbarcare per Napoli ma stava giungendo anche la brigata di Nino Bixio che era anch’essa diretta a Paola per imbarcarsi per Napoli. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Dunque, il generale Nino Bixio era il comandante luogotenente della XVIII Divisione. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille””, a p. 199, in proposito scriveva: “Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, …..pur non potendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola – seppe portare a termine felicemente, etc….”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva che: “….Alle 6 pom. del giorno stesso, infatti, si metteva in marcia per Rogliano coi suoi 4 mila uomini – è il Bixio stesso che indica tale cifra – e ne dava comunicazione al Sirtori in Lagonegro. Il quale Sirtori aveva già disposto che a Paola andasse il Medici e questi era già sul posto, sicché prevedeva che i mezzi di trasporto anche per il Bixio non ci sarebbero stati. Forse a scanso di responsabilità dice ben chiaro nella sua lettera a Garibaldi che il Bixio marciava non per suo ordine ma “per ordine direttamente ricevuto da costà”. Il fatto è che, il 9 settembre, non appena giunse a Paola, precedendo di poche ore i suoi, il Bixio si affrettò a telegrafare al Sirtori che: “….in seguito all’ordine di Cosenz la mia Divisione sta per arrivare qui, Medici pure è a Paola. Tempo brutto: non so se potremo imbarcarci. Qui ci troveremo 4500 uomini della mia Divisione, più Medici con la sua e con parte di quella di Cosenz, ciò che è molto.”. Veramente due giorni prima aveva detto che i suoi eran 4000 soltanto; in ogni modo, i suoi con quelli di Medici e con la Brigata della Divisione Cosenz erano per Paola non soltanto molti, ma troppi. Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Per quel che si è visto possiamo attribuire la prima colpa di tale situazione al Cosenz e, poiché questi aveva ordinato al Bixio d’andare a Paola in nome di Garibaldi, al Dittatore stesso, il quale pare che non avrebbe dovuto dare ordini diretti senza prima intendersi col suo Capo di Stato maggiore, a cui solo spettava di dirigere l’avanzata delle truppe. La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”. Ma da questo telegramma non appare nulla di quanto era successo. Il Bixio aveva voluto imbarcarsi prima del Medici, dicendo ch’egli era venuto assai prima di lui in Sicilia. Invano gli si era osservato che già da qualche giorno il Medici attendeva in Paola di potersi imbarcare; egli non aveva intender ragioni ed il Medici, pro bono pacis, aveva ceduto. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari.”. Infatti, Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 197, in proposito scriveva che: “Ferdinando Eber (1825-1885) ….Garibaldi lo promosse colonnello brigatiere della divisione Turr.”. Bandi racconta dell’arrivo di Bixio e Medici e delle loro Brigate insieme a Eber a Paola. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI. Stando in Cosenza, avevo udito l’annunzio del miracoloso ingresso del dittatore in Napoli, e a me tardava raggiungerlo, per ripigliare presso di lui il posto che avevo lasciato per accompagnarmi col colonnello Malenchini. Troppo tempo però ci voleva per giungere a Napoli per via di terra; sicchè domandai a Bixio qual fosse il porto più vicino nel quale avrei trovato modo di imarcarmi. Bixio mi disse che andassi con lui a Paola, e che colà mi imbarcherei prontamente con la sua divisione perchè nel dì venturo, tre legni a vapore dovevano giungere in porto, per toglierla a bordo e trasportarla a Napoli. Mi posi, dunque, in cammino, insieme alla sua gente, etc…Cavalcavo accanto a Menotti, etc….Giungemmo al villaggio di Santa Fele, che siede sopra un breve altipiano……Etc…M’accorsi allora che Bixio aveva in animo di giungere colla sua divisione a Paola innanzi che vi giungessero le truppe che, durante la notte, avevano marciato dinanzi a noi. Curioso di vedere come sarebbe finita quella gara, spronai il cavallo e raggiunsi certi battaglioni di Cosenz, che andavano marciando alla distanza di un miglio o poco più, comandati dal colonnello Fardella (38). Trottai ancora qualche tempo e mi trovai ancora in mezzo ad un reggimento di Medici. Giunto che fui in Paola, vidi nella rada il ‘Governolo’, corvetta della marina sarda, e tre grossi piroscafi da trasporto, e vidi che i soldati di Medici avevano già trasportato sulla spiaggia i bagagli, e si disponevano a cominciarne l’imbarco. Sulla spiaggia erano due ufficiali dello stato maggiore generale, lasciati quivi dal Sirtori per vegliare l’imbarco delle truppe, con ordine espresso che la divisione Medici s’imbarcasse per la prima; e c’era il capitano Andrea Fossi, che i miei lettori già conoscono, e che fu il timoniere del ‘Piemonte’, nella traversata da Genova a Marsala. A una cert’ora, Bixio che colle sue genti era passato di corsa in mezzo ai battaglioni di Cosenz e a una parte della divisione Medici, giunse in Paola; e recatosi sulla spiaggia, e veduto che Medici etc…”. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio sorto a proposito del diritto di precedenza nel montare a bordo, Nino Bixio aveva rotto la testa a più d’un compagno con il calcio di un fucile, il che non gli aveva impedito poi di pentirsi come sempre della sua furia selvaggia e di stringere amicizia con le vittime che aveva quasi mandate all’altro mondo (2).“. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 63-64, scriveva della colonna Medici ferma a Paola ed in proposito aggiungeva: “ 14 settembre….“Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1).”. Castellini, a p. 64, nela nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attrezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibéllo. — La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17* divisione.”. Dunque, la XVII Divisione era la Divisione di Giacomo MEDICI ed a questa apparteneva la brigata d Eberhardt. Infatti, della XVII Divisione il Comandante era Giacomo Medici; Capo di Stato Maggiore della Divisione era il luogotenente Colonnello Ferrari; comandante della 1° Brigata era il colonnello Simonetta; comandante della 2° Brigata era il colonnello Corte; il comandante della 3° Brigata era il colonnello Eberhardt; e poi c’era la 4° brigata con Dunne e la 5° Brigata con Mussolino.
| 17.a Divisione | Comandante | Luogot. Gen. Medici |
| Stato Maggiore di Divisione | Capo | Luogot. Col. Ferrari |
| 1.a Brigata | Comandante | Colonn. Simonetta |
| 2.a Brigata | Comandante | Colonn. Corte |
| 3.a Brigata | Comandante | Colonn. Eberhard |
| 4.a Brigata (aggregata alla 5.a Brigata) | Comandante | Colonn. Dunne |
| 5.a Brigata (aggregate alla 4.a Brigata) | Comandante | Colonn. Mussolino |
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Dunque, il nipote di Nicostrato Castellini, dal suo Diario, conferma che solo il 15 settembre partì da Paola e da Sapri, sul “Mongibello” una parte della Divisione Medici. Partì Eberardt.
BRIGATA EBER
Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc…Fu nominato Governatore Generale delle 3 Province di Cosenza, Catanzaro e Reggio il fratello del Generale Morelli, homo di un gran onore. Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Lui poi con Cosenz trovasi nella Basilicata a Sinistra di Potenza con un corpo di 50/m(ille) tutti Calabresi, e nazionali Napoletani, che vennero attruppati in parte dal Colonnello Boldoni compaesano. Etc…”. In questa lettera, Zancani rivela che a Paola vi erano le brigate Eber che Garibaldi mandò a Sapri. Zancani, il 3 settembre 1860 scriveva da Cosenza che Garibaldi il 1° settembre 1860: “…..partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri.”. Notizia che è inesatta perchè non sarà Garibaldi che andrà a Paola ma sarà Turr, su ordine di Garibaldi ad andare a Paola, dove ivi era Rustow con le truppe del Bertani. Inoltre, però Zancani scrive di “le brigate Ebber” che Garibaldi “mandò” a Sapri. Nandor Eber comandava la Legione Ungherese. Da Wikipedia leggiamo che tra i corpi stranieri dell’Esercito Meridionale costituito in Sicilia da Garibaldi vi era la Legione Ungherese. Tra gli ufficiali stranieri erano presenti anche gli esuli ungheresi István Türr, al quale è stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma, Nándor Éber, Carlo Eberhardt, Lajos Tüköry caduto a Palermo e il polacco Aleksander Izenschmid de Milbitz. È stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma anche al “garibaldino-finlandese” Herman Liikanen. Nándor Éber (nato Eberl Ferdinandus Balthasar Bartholomeus) (Budapest, 23 maggio 1825 – Budapest, 27 febbraio 1885) è stato un giornalista e militare ungherese naturalizzato britannico, prese parte alla spedizione dei Mille. Ferdinand Eber giunse in Sicilia come corrispondente del “Times” per cui lavorava dall’epoca della guerra in Crimea. Dopo aver fornito a Garibaldi informazioni utili sullo schieramento borbonico all’interno della città di Palermo, il 16 maggio 1860, partecipò alla formazione della legione ungherese. Questa inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere 500 volontari. La Brigata, denominata “Eber”, racchiuse tutti i combattenti stranieri e fu guidata da Eber con il grado di colonnello brigadiere e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Passata al comando di Stefano Turr, divenuto in quei mesi governatore di Napoli, fu utilizzata per reprimere focolai di rivolta in provincia di Avellino, fino al Plebiscito. La legione ungherese era un’unità militare di cavalleria creata da Giuseppe Garibaldi, parte dell’esercito meridionale garibaldino, attivo tra il 1860 e il 1867 Era così detto poiché composta da esuli e soldati magiari che avevano già combattuto al fianco delle altre formazioni garibaldine durante il periodo del Risorgimento, come Stefano Turr. Costituita in Sicilia, nella città di Palermo il 16 luglio 1860, inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere un folto gruppo di 500 volontari comandati dal colonnello brigadiere Nándor Éber (1825-1885) (per questo chiamati anche Brigata “Eber“, che in realtà racchiuderà tutti i combattenti stranieri), corrispondente del quotidiano The Times con la cittadinanza inglese e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 138, in proposito scriveva: “La spedizione Medici…..Col suo arrivo si formarono pertanto fra il 20 e il 22 giugno tre colonne, la prima guidata da Medici, destinata ad avviarsi per il litorale, obiettivo Messina, la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti. Tutte, compiute il loro itinerario dovevano concentrarsi alla punta del Faro.”. Dunque, il Cesari, a p. 138 scriveva che: “….la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti.”. Dunque, il Cesari scriveva che la Brigata Eber era la 2à Brigata che faceva parte della Divisione Turr. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Dunque, il nipote di Nicostrato Castellini, dal suo Diario, conferma che solo il 15 settembre partì da Paola e da Sapri, sul “Mongibello” una parte della Divisione Medici. Partì Eberardt. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA EBER: 31 agosto Marcellinara, 1 settembre Catanzaro, 7 settembre Cosenza, 8 settembre San Fil., 9 settembre Paola, 10 settembre Id. Imbarco, 11 settembre Napoli, 12 e 13 Napoli, 15 Caserta.”.
Nel 8 settembre 1860, a Sala e Auletta, Maxime Du Champ e Spangaro
Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti……Il temporale si stava calmando quando arrivammo ad Auletta, dove potemmo cambiare i cavalli….Attraversammo alcuni fiumicelli, Fiume Negro, Fiume Bianco, su ponti stretti etc…”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Secondo il racconto del Du Champ, la brigata in marcia con il colonnello Pietro Spangaro arrivò a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Du Champ, a p. 262, in proposito scriveva che: “Uscendo da Eboli, ….e quando arrivammo a Salerno…..eravamo a Vietri, …..Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”.
Nel 8 settembre 1860, a Lagonegro arriva, proveniente da Lauria, il generale SIRTORI, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale, con il suo Stato Maggiore dove installa il Quartiere Generale
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro.“. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, il 9 settembre rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Dunque, Agrati, sulla scorta dei dispacci inviati e ricevuti scriveva che il generale Sirtori, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale di Garibaldi, si spostava con il suo Quartier generale da posto a posto. Agrati scriveva che Sirtori, il 6 settembre era a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Era sempre preceduto dal colonnello Clemente Corte. Nel testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Sòriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Come egli stesso scriverà il 9 settembre 1860 in un dispaccio inviato a Garibaldi a Napoli, Sirtori arrivò nella notte dell’8 settembre 1860, a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore che ivi si aqquartierò insieme alla brigata “Sacchi”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la Brigata Sacchi e col 1° Bataglione della Brigata Albuzzi.”. Siccome Sirtori prima di arrivare l’8 settembre 1860 a Lagonegro con la brigata Sacchi si trovava a Lauria, egli, insieme al suo Stato Maggiore si recherà a Lagonegro il giorno 8 setembre 1860 portando con se anche la Brigata “Sacchi” e il 1° Battaglione della Brigata “Albuzzi”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi…..Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, etc…”. Dunque, la brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Dunque, considerato ciò che scrisse nel dispaccio il Sirtori a Garibaldi, anche lui, insieme alla brigata Sacchi arrivò a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibaldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Lo precedeva il Corte etc…”. Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda. Orsini è a Cosenza col resto dell’artiglieria. Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Mille calabresi circa agli ordini di Pace son verso Sala. Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza. Stocco sta armando gente in Catanzaro e provincia. Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Agrati aggiunge pure: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale. Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola etc….Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo da questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini etc…”. Il generale Giuseppe Sirtori scrivendo il 9 settembre 1860 da Lagonegro a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori, con un dispaccio del 9 settembre 1860 comunicava a Garibaldi, che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori comunicava a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 199-200 e ssg., riserendosi al generale Sirtori, in proposito scriveva che: “….un ben arduo compito, che il Sirtori, pur non tendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola….”.
Il colonnello GAETANO SACCHI, comandante della Brigata “SACCHI”
Da Wikipedia leggiamo che Gaetano Sacchi, nella guerra del 1859 si arruolò nei Cacciatori delle Alpi, con il grado di maggiore. Passato nell’esercito regolare piemontese come comandante del 46º reggimento di linea, non poté seguire Garibaldi con i Mille nella spedizione in Sicilia, ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata SACCHI”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Sempre su Wikipedia leggiamo che la “QUARTA SPEDIZIONE”, ovvero i volontari Bresciani nella Spedizioni, Medici, Cosenz e Sacchi. Il 30 maggio il Guerzoni era di nuovo a Brescia e ne ripartì il 5 giugno con 137 uomini, che salparono da Genova con Giacomo Medici diretti a Palermo. La spedizione di Enrico Cosenz partì invece ai primi di luglio in due scaglioni ed era formata da altrettanti volontari che salparono sempre dal porto di Genova. La quarta colonna forte di 200 uomini partì il 16 luglio al comando di Gaetano Sacchi. I bresciani della seconda e della terza spedizione si distinsero nella presa di Milazzo. La quinta colonna di 200 uomini lasciò Brescia il 7 agosto e la sesta, sempre formata dallo stesso numero di volontari, il 1º settembre. Questi garibaldini riuscirono a partecipare all’ultima fase della campagna combattendo a Caiazzo e nella battaglia del Volturno. L’ultimo contingente di altri 140 volontari continuarono ad affluire al porto di Genova a piccoli scaglioni anche dopo la battaglia del Volturno, fino agli ultimi giorni di ottobre, ossia alla fine della guerra. Caduta l’ipotesi per il rifiuto del sovrano, Sacchi si risolse alle dimissioni e il 19 luglio salpò da Genova guidando una delle spedizioni di supporto ai Mille di Marsala: poco meno di 2000 uomini a bordo del piroscafo Città di Torino che sbarcarono a Palermo tre giorni dopo. Essi arrivarono a Palermo. Venne chiamata la “Quarta spedizione”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso ; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Dunque, il Guerzoni ci parla di un GAETANO SACCHI, che, a questo punto non è la stessa persona di ACHILLE. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”. Riguardo la “compagnia” o “Brigata Sacchi”, che a noi interessa perchè vedremo innanzi essere passata per Sapri, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Il Cesari (….), scriveva che “la brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso”, quando “Sacchi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le dimissioni dall’esercito piemontese”. Da Wikipedia leggiamo che Gaetano Sacchi nella guerra del 1859 si arruolò nei Cacciatori delle Alpi, con il grado di maggiore. Passato nell’esercito regolare piemontese come comandante del 46º reggimento di linea, non poté seguire Garibaldi con i Mille nella spedizione in Sicilia, ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Da Wikipedia leggiamo che Il 30 maggio il Guerzoni era di nuovo a Brescia e ne ripartì il 5 giugno con 137 uomini, che salparono da Genova con Giacomo Medici diretti a Palermo. La spedizione di Enrico Cosenz partì invece ai primi di luglio in due scaglioni ed era formata da altrettanti volontari che salparono sempre dal porto di Genova. La quarta colonna forte di 200 uomini partì il 16 luglio al comando di Gaetano Sacchi. I bresciani della seconda e della terza spedizione si distinsero nella presa di Milazzo. Infatti, Gaetano Sacchi non potè seguire Garibaldi in Sicilia ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Quei volontari costituirono l’ossatura della IV brigata, operativamente aggregata alla divisione Türr, comandata da Sacchi in qualità di maggiore generale. Questa sua formazione, sbarcata a Villa San Giovanni nel settembre del 1860, partecipò alla risalita del Meridione continentale affrontando nel suo percorso diversi scontri, fino a prendere parte alle battaglie decisive di Caiazzo e del Volturno tra il 19 settembre e il 2 ottobre. Mario Menghini, sulla Treccani on-line scrive che Sacchi comandò la quarta spedizione salpata il 18 luglio 1860. Secondo il Pecorini-Manzoni, la Brigata del colonnello Gaetano Sacchi dipendeva dal Quartier Generale del Generale Sirtori. Alla sua esperienza nel Meridione Sacchi dedicò un’interessante ricostruzione a metà degli anni Settanta (Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella campagna del 1860 dal 19 luglio al 12 febbraio 1861, in Soriga (….), 1913, pp. 84-102), quando ormai la sua carriera militare aveva esaurito la fase attiva, dopo essere stato operativo durante il primo decennio postunitario Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Del colonnello Gaetano Sacchi (….) e, delle sue memorie, ha scritto Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Su Gaetano Sacchi vi è la sua “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. La Relazione fu pubblicata da Renato Sòriga (….). Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, a p. 63, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie), nella nota (1) postillava: “(1) …( 1 ) Le notizie qui esposte sulla vita del Sacchi furono da me desunte dal suo ricco carteggio, sul quale potrà esercitare la sua pazienza chi volesse saperne di più. Riguardo alla sua figura morale, eccone un vigoroso abbozzo di Nino Bixio, tratto da una sua lettera al Sacchi stesso del 15 settembre 1859 : « Tu sai che io ti amo e stimo come il migliore dei miei amici; anima valorosa ! Iddio ha dato a te l’anima migliore ch’io mi conosca ed ha completato in te la dolcezza e l’energia d’un soldato valoroso incomparabile » . (Dall’autograto nel Museo del Risorgimento di Pavia ; ed . L. Sasso, Lettere inedite di N. Bixio a G. Sacchi in Rivista d’Italia , 1910….etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Renato Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 84, in proposito scriveva che: “Compagno d’armi del Generale Garibaldi sino dal 1843 in Montevideo ( America meridionale ) ove con lui divisi pericoli, fatiche e glorie, sicuramente gli sarei stato compagno nella spedizione di Sicilia se altri doveri non mi avessero tenuto vincolato a segno che lo stesso Garibaldi m’imponeva di rimanere al mio posto di Comandante del Reggimento di Linea 46° in una coi miei compagni che pur anelavano far parte di quella spedizione. Ogni desiderio di Garibaldi è legge per me e per i suoi commilitoni. Compresi dal dovere di cooperare per quanto fosse in noi con qualunque sacrificio al benessere della Patria, sacrificammo a questa le nostre aspirazioni rimanendo al nostro posto. Parlo di me, di Chiassi, Pellegrini, Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46° di Linea; con tutta coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni , attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell’Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni.”. Sempre sulla rete troviamo scritto: “Scrive il colonello Sacchi nella sua relazione, in data 8 agosto 1860: si continua la marcia sotto un sole ardente, senza acqua lungo la strada e con uno strato di polvere finissima che estenua affatto i soldati. Qualche tempo dopo scrive: un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine. Tonina non intende fare la vivandiera o l’infermiera e, negli scontri armati, si batte con tale coraggio da far dire a qualcuno che avrebbe potuto comandare un battaglione se la sua condizione di donna non glielo avesse impedito.”. Dunque, la “Brigata Sacchi” era in Sicilia già l’8 agosto 1860 e partecipò alla conquista di Sicilia. Secondo l’Appendice B del testo di Treveljan, da Genova il Sacchi si partì da Genova o da Livorno (?) per Marsala, con 1535 volontari garibaldini, il 18 luglio 1860 sul vapore “La città di Torino”. Sulla Brigata Sacchi troviamo scritto sulla rete che: “Anche la Spedizione dei Mille annovera fra i suoi arruolati due donne, di cui una, Tonina Masanello, non compare nemmeno nell’elenco dei partecipanti. In effetti non parte da Quarto insieme con gli altri, ma solo più tardi con la cosiddetta quarta Spedizione, ovvero la Brigata Sacchi. Nata in provincia di Padova nel 1833, Tonina sposa un giovane che condivide i suoi ideali. Ben presto i coniugi si rifugiano a Modena per timore di essere arrestati. È in quella città che apprendono dell’impresa che Garibaldi sta preparando. La decisione non è facile, ma alla fine fanno la loro scelta: affidano la loro bambina a una famiglia amica e vanno a Genova. Appreso che Garibaldi è già partito, non si scoraggiano. Si uniscono alla Brigata Sacchi composta da più di duemila volontari, che parte in quei giorni per portare rinforzi. Per potersi arruolare Tonina si veste da uomo e si fa passare per il cognato Antonio Marinello. La Brigata Sacchi raggiunge Garibaldi a Palermo e prosegue per la Calabria percorrendola a tappe a piedi fra scontri con le truppe borboniche e un clima altrettanto nemico.”. Su Gaetano Sacchi vi è la sua “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. La Relazione fu pubblicata da Renato Sòriga (….). Renato Sòriga (….), nel suo, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, a p. 63, in proposito scriveva di Gaetano Sacchi (traendo dale sue Memorie): “…Garibaldi ed organizza in Modena il 4º Reggimento di linea di cui ebbe il comando anche dopo l’annessione del Ducato al Piemonte. Nel 1860 sarebbe stato indubbiamente dei Mille, se Garibaldi, per non disgregare le forze regolari della nuova Italia non gli avesse imposto di rimanere nell’esercito. Ad ogni modo, non a pena gli si presenta il destro, senza pregiudicare la disciplina, dà le dimissioni e con duemila volontari formanti la quarta spedizione garibaldina raggiunge il Duce dei Mille a Palermo. Il resto degli avvenimenti sono noti.”. Sòriga, nella nota (1) postillava: “(1) …( 1 ) Le notizie qui esposte sulla vita del Sacchi furono da me desunte dal suo ricco carteggio, sul quale potrà esercitare la sua pazienza chi volesse saperne di più. Riguardo alla sua figura morale, eccone un vigoroso abbozzo di Nino Bixio, tratto da una sua lettera al Sacchi stesso del 15 settembre 1859 : « Tu sai che io ti amo e stimo come il migliore dei miei amici; anima valorosa! Iddio ha dato a te l’anima migliore ch’io mi conosca ed ha completato in te la dolcezza e l’energia d’un soldato valoroso incomparabile » . (Dall’autograto nel Museo del Risorgimento di Pavia ; ed . L. Sasso, Lettere inedite di N. Bixio a G. Sacchi in Rivista d’Italia , 1910….etc…”. Renato Sòriga pubblicò le memorie (la Relazione) del Sacchi a p. 84 nel Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913: “RELAZIONE SUI FATTI D’ARME DELLA BRIGATA SACCHI NELLA CAMPAGNA DEL 1860 DAL 19 LUGLIO AL 12 FEBBRAIO 1861.” e a p. 84, in proposito scriveva: “Questo indirizzo più che tutto giovò a persuadere i soldati ed io potei senza tema di disordini nel Reggimento chiedere la dimissione dal servizio con altri ufficiali e riunire in Genova 2 mila e più uomini che forniti di tutto il necessario si d’armi che di vestiario ed altro occorrente dal Bertani, s’imbarcarono a bordo del piroscafo il Torino, la sera del 19 luglio.”. Renato Sòriga, traendo dalle memorie del Sacchi scriveva che il colonnello Gaetano Sacchi arrivò a Palermo insieme ai volontari dell’ex Spedizione di Castel Pucci e con il Nicotera, che li aveva raccolti in Toscana. Infatti, Nicotera e il Sacchi prima furono arrestati dal Ricasoli e poi furono costretti a rinunciare alla invasione dello Stato Pontificio e furono fatti istradare dal Cavour in Sicilia per aggregarsi a Garibaldi. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Tutto il lavorio di Bertani e di Mazzini per attuare una forte spedizione nell’Umbria fu sempre, a tempo opportuno, avvedutamente devolto ai fini del Governo. Quando parve a Cavour che il Ricasoli tentennasse lo fece chiamare dal Re (30 luglio 1860) e poco dopo (8 agosto) scriveva al marchese Gualterio: “Il Ministero ha impedito questa spedizione e prese efficaci misure perchè altra non si compia”(1).”. Arzano, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Su Gaetano Sacchi ha scritto anche Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. Giacinto De Sivo, a p. 361, in proposito scriveva che: “Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; etc…”. Dunque, Gaetano Sacchi era maggiore della Brigata del Nicotera che dovette portarsi a Palermo per volere di Cavour e del Governatore della Toscana Ricasoli. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Forse quando il Nicotera arrivò, Sacchi era già a Palermo ?. Arrivati a Palermo però, Sòriga, a p. 63 scriveva che Gaetano Sacchi, dopo aver dato le dimissioni dall’Esercito Piemontese: “…dà le dimissioni e con duemila volontari formanti la quarta spedizione garibaldina raggiunge il Duce dei Mille a Palermo.”. Sappiamo pure che arrivato a Palermo, però, Nicotera presentò le sue dimissioni a Garibaldi e rinuncia al programma garibaldino di sbarcare in Calabria. Ma il Sacchi cosa fa ?. Nicotera presentò le dimissioni a Garibaldi ed il Sacchi invece ?. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Giacinto De Sivo scriveva che “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: ….la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: “Il colonnello Sacchi che noi abbiamo lasciato al Comando del 46° Fanteria, …., e il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul ‘Torino’ la sera del 14 luglio. Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco di altra gente etc…Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Alla sua esperienza nel Meridione Sacchi dedicò un’interessante ricostruzione a metà degli anni Settanta (Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella campagna del 1860 dal 19 luglio al 12 febbraio 1861, in Soriga (….), 1913, pp. 84-102), quando ormai la sua carriera militare aveva esaurito la fase attiva, dopo essere stato operativo durante il primo decennio postunitario Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Del colonnello Gaetano Sacchi (….) e, delle sue memorie, ha scritto Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Quei volontari costituirono l’ossatura della IV brigata, operativamente aggregata alla divisione Türr, comandata da Sacchi in qualità di maggiore generale. Questa sua formazione, sbarcata a Villa San Giovanni nel settembre del 1860, partecipò alla risalita del Meridione continentale affrontando nel suo percorso diversi scontri, fino a prendere parte alle battaglie decisive di Caiazzo e del Volturno tra il 19 settembre e il 2 ottobre. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi il 3 agosto alle 4 ant. partiva da Soveria Mannelli, si fermava a Carpenzano, ed alle 3 pom. del 1° settembre si riuniva tutta a Rogliano, ove in seguito a sentenza di un Consiglio di Guerra fu passato per le armi il caporal (tromba a nome Canepa Luigi reo di furto. Lo stesso giorno partiva la brigata da Rogliano alle ore 4 pom., e arrivava a Cosenza alle ore 10 pom. accolta con festa dalla popolazione. Alle 2 del giorno 3 la Brigata Sacchi riprendeva da Cosenza la marcia, giungeva a Taverna Nuova alle 4 ant., riposava fino alle 4 pom., da dove partiva per Tarsia, e vi giungeva alle 10 e mezzo pom. Riposava fino alle 5 pom del giorno 4, da dove partiva per Camerata passando per Spezzano Albanese. Alle 4 ant. del 5 settembre la Brigata Sacchi si muoveva per Castrovillari, alle 5 pom. dello stesso giorno riprendeva la marcia per Morano, dove giungeva alle 8 trovando tutto il paese illuminato. Alle 2 ant. del 6 partiva per Campotenese. Alle 9 ant. dello stesso giorno arrivava alla Rotonda. Alle 4 ant. del 7 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia per Castelluccio, dove arrivava alle 8 passando a spalle d’uomo il fiume Merenzo. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, etc…”. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 87-88, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “….qui pure la Brigata è rappresentata dalla Compagnia Racchetti e dalle due Compagnie comandate dal Maggiore Chiassi, che ebbe la fortuna, mentre si portava a raggiungere la Brigata da Monreale, ove era rimasto distaccato, di unirsi al Generale e partecipare a quella gloriosa fazione in cui ebbe una buona parte di gloria, meritandosi gli encomii del Dittatore, che incaricava il Generale Bixio di esternare al Maggiore Chiassi la sua soddisfazione pel brillante valore spiegato da lui e dai suoi soldati e per l’intel ligenza con cui diresse le varie fazioni che gli vennero affidate. Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1 ) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.”. Sòriga, a p. 88, nella nota (1) postillava che: “(1) Edita nella citata Rivista d’Italia, del luglio 1912.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Dunque, il Cesari scriveva che: “..e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) etc….“. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: “Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1 settembre Rogliano, 2 settembre Cosenza, 3 settembre Tarsia, 4 settembre Camerata, 5 settembre Castrovillari, 6 settembre Morano Campo tan., 7 settembre Lauria, 8 settembre Lagonegro, 9 settembre id., 10 settembre Sapri, sul mare, 11 Napoli, 12 e 13 Id.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: “(Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: “(Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: “(Documento 64) 3° brigata Milano, 3° Battaglione, Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom. il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc….Egli consegnò allo Stato Maggiore del sig. brigatiere Eber in Santa Maria questi ufficiali napoletani. Il Comandante il Battaglione. Firmato Venuti.”. Dunque, in questo documento, VENUTI, Comandante il 3° Battaglione della 3° Brigata Milano, citava il luogotenente EMILIO CANEPA, ed il brigatiere EBER, dello Stato Maggiore di Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: “(Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 440, in proposito scriveva che: “(Documento 70) 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Caserta, 21 settembre 1860….coi bersaglieri in testa piazzai i due battaglioni di linea all’altezza dei battaglioni della brigata Puppi. Etc…, ed il 3° battaglione nuovamente comandato dal capitano sig. De Caroli, al quale affidai provvisoriamente il comando (sebbene già ferito sin dal principio della battaglia da una scheggia di mitraglia alla coscia sinistra) etc…Rileverà dai rapporti dei comandanti dei battaglioni, che qui le compiego, le perdite sofferte dalla brigata, e propongo per promozione di merito il sig. capitano De Caroli al grado di maggiore, lo stesso per il capitano Venuti, il sig. Vergani e Cavarrotti sotto-tenenti al 1° battaglione al grado di tenente, il furiere Zambetori al grado di sottotenente, i tenenti Magagna, Corbelli e Novelli del 2° battaglione al grado di capitano, il tenente Ferrari col braccio amputato al grado di Capitano. Del 3° battaglione propongo al grado di capitano il tenente Canepa, i sotto-tenenti Curti, Prunota, Pozzi, Monti, Geronimi etc…L’ajutante maggiore in 2° il tenente Zanner, il capitano Sig. Pifferi e capitano Mazzoni per un segno di distinzione, nonchè i sotto-tenenti Romualdi Alessandro, Ferrari Enrico, Lumari Luigi, Ragazzi Luigi e Ascarioni Lambro. Per i bersaglieri milanesi, cioè per il capitato Pedotti, tenente Oltrati, tenente Gadioli, sotto-tenente Rotondi, …sotto-tenente Quintini, etc..Raccomando il mio ajutante di campo Sig. Galuzzi. Firmato, il Comandante la Brigata DE GIORGIS.”. Come si è visto, a Capua, Rustow sostituì il Gandini, con De Giorgis che, pure faceva parte del corpo allegato alla XV Divisione di Turr. Notiamo che, in questo documento il comandante, il capitano o maggiore si firma DE GIORGIS. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 442, in proposito scriveva che: “(Documento 71) Sig. colonnello brigatiere Rustow. 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Santa Maria, 20 settembre 1860….dato l’ordine di ritirata i pochi nostri disimpegnati con alcuni bersaglieri lombardi (capitano Pedotti) restarono a mantenere il fuoco finchè tutti furono rientrati a Santa Maria, sbarrando etc…..l’esempio degli ufficiali, luogotenente Zancarini e sotto-tenenti Chiappa e Desimoni etc…Firmato Luogotenente Zancarini Giuseppe.”. In questo documento, il luogotenente ZANCARINI GIUSEPPE, comandante del …..scrive a Rustow il 20 settembre 1860 e cita l’ufficiale ZANCARINI e i sotto-tenenti CHIAPPA e DESIMONI. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: “(Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI, citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: “(Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: “(Documento 79) Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI.
La Brigata “SACCHI” (la IV Spedizione ?)
Da Wikipedia leggiamo che il 30 maggio il Guerzoni era di nuovo a Brescia e ne ripartì il 5 giugno con 137 uomini, che salparono da Genova con Giacomo Medici diretti a Palermo. La spedizione di Enrico Cosenz partì invece ai primi di luglio in due scaglioni ed era formata da altrettanti volontari che salparono sempre dal porto di Genova. La quarta colonna forte di 200 uomini partì il 16 luglio al comando di Gaetano Sacchi. I bresciani della seconda e della terza spedizione si distinsero nella presa di Milazzo. Infatti, Gaetano Sacchi non potè seguire Garibaldi in Sicilia ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a pp. 156-157, in proposito scriveva che: “Ciò stabilito pertanto, ciascuno a seconda del suo disegno si mise in moto. Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso ; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore, etc…”. Guerzoni, a p. 153, aggiungeva: “Eccolo quindi trasferire colà il suo Quartier generale: riunirvi le due brigate Medici e Cosenz, tenendo pronta a raggiungerle quella del Sacchi ; etc…”. Riguardo la “compagnia” o “Brigata Sacchi”, che a noi interessa perchè vedremo innanzi essere passata per Sapri, nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Il Cesari (….), scriveva che “la brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso”, quando “Sacchi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le dimissioni dall’esercito piemontese”. Secondo il Pecorini-Manzoni, la Brigata del colonnello Gaetano Sacchi dipendeva dal Quartier Generale del Generale Sirtori. Alla sua esperienza nel Meridione Sacchi dedicò un’interessante ricostruzione a metà degli anni Settanta (Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella campagna del 1860 dal 19 luglio al 12 febbraio 1861, in Soriga (….), 1913, pp. 84-102), quando ormai la sua carriera militare aveva esaurito la fase attiva, dopo essere stato operativo durante il primo decennio postunitario Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Del colonnello Gaetano Sacchi (….) e, delle sue memorie, ha scritto Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Su Gaetano Sacchi vi è la sua “Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861″, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. La Relazione fu pubblicata da Renato Sòriga (….). Renato Sòriga pubblicò le memorie (la Relazione) del Sacchi a p. 84 nel Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913: “RELAZIONE SUI FATTI D’ARME DELLA BRIGATA SACCHI NELLA CAMPAGNA DEL 1860 DAL 19 LUGLIO AL 12 FEBBRAIO 1861.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Giacinto De Sivo scriveva che “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: ….la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora etc…”. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “Questo indirizzo più che tutto giovò a persuadere i soldati ed io potei senza tema di disordini nel Reggimento chiedere la dimissione dal servizio con altri ufficiali e riunire in Genova 2 mila e più uomini che forniti di tutto il necessario si d’armi che di vestiario ed altro occorrente dal Bertani, s’imbarcarono a bordo del piroscafo il Torino, la sera del 19 luglio. Lasciavo in Genova l’attivo ed energico Pellegrini, pure Capitano dimissionario del 46° per attendere all’imbarco altra gente appartenente alla spedizione. Arrivo a Palermo il 22 organizzo subito una Brigata di 4 Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei bravi compagni del 46°. Non parto subito per raggiungere Garibaldi perchè mi mancano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto. Il primo battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quartoda Pellegrini; per Capo diStato Maggiore il Capitano Amos Occari etc…”. Siamo a Luglio in Sicilia. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “E in seguito morirono pure qui, nel 26 Ottobre, Giovanni Gino di Torino appartenente all’Artiglieria dell’Italia Meridionale, e nel 2 Novembre ‘Rocco Pagliariello’ di Palermo della Brigata Sacchi.”. L’avv. Carlo Pesce scriveva che, a Lagonegro, il 2 Novembre 1860 lasciò la vita “Rocco Pagliariello”, un garibaldino di Palermo appartenente alla Brigata Sacchi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), a pp. 170-171-172, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi il 3 agosto alle 4 ant. partiva da Soveria Mannelli, si fermava a Carpenzano, ed alle 3 pom. del 1° settembre si riuniva tutta a Rogliano, ove in seguito a sentenza di un Consiglio di Guerra fu passato per le armi il caporal (tromba a nome Canepa Luigi reo di furto. Lo stesso giorno partiva la brigata da Rogliano alle ore 4 pom., e arrivava a Cosenza alle ore 10 pom. accolta con festa dalla popolazione. Alle 2 del giorno 3 la Brigata Sacchi riprendeva da Cosenza la marcia, giungeva a Taverna Nuova alle 4 ant., riposava fino alle 4 pom., da dove partiva per Tarzia, e vi giungeva alle 10 e mezzo pom. Riposava fino alle 5 pom del giorno 4, da dove partiva per Camerata passando per Spezzano Albanese. Alle 4 ant. del 5 settembre la Brigata Sacchi si muoveva per Castrovillari, alle 5 pom. dello stesso giorno riprendeva la marcia per Morano, dove giungeva alle 8 trovando tutto il paese illuminato. Alle 2 ant. del 6 partiva per Campotenese. Alle 9 ant. dello stesso giorno arrivava alla Rotonda. Etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, riferendosi a dopo Capua, a p. 212, in proposito scriveva: “La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; Erano infine aggregati allo Stato Maggiore: Du Camp Massimo celebre scrittore francese, il quale scriveva nella ‘Revue de deux mondes’ e nel ‘Debats sempre in favore dell’Italia ancor prima della guerra del 1859, etc…Intendenza Militare:….; Corpo Sanitario:…..; Tribunale Militare:….; Comando della Brigata Sacchi: Maggiore Generale Sacchi Gaetano; etc…”. Pecorini, a p. 454, in proposito scriveva: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA SACCHI: Maggior generale Sacchi; Stato Maggiore: Maggiore Amos Oscari; 4° Reggimento: Tenente Colon. Vinchler; 2° Reggimento: Tenente Col. Pellegrini; 3° Reggimento: Tenente Col. Bossi.”. Pecorini, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Esaminando inoltre i registri dello stato civile del Municipio, m’è occorso di riscontrare che parecchi soldati garibaldini, durante quella marcia trionfale, lasciarono la giovane vita – credo per morte naturale in conseguenza dei disagi e delle sofferenze della vita militare, etc….E in seguito morirono pure qui, nel 26 Ottobre, Giovanni Gino di Torino appartenente all’Artiglieria dell’Italia Meridionale, e nel 2 Novembre ‘Rocco Pagliariello’ di Palermo della Brigata Sacchi. A tutti essi vada ora il mio pensiero grato e riconoscente anche a nome della Patria et…”. L’avv. Carlo Pesce scriveva che, a Lagonegro, il 2 Novembre 1860 lasciò la vita “Rocco Pagliariello”, un garibaldino di Palermo appartenente alla Brigata Sacchi. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Dunque, Giacinto De Sivo scriveva che a Spatafora, la Brigata Sacchi era composta da 1500 volontari garibaldini. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 84, in proposito scriveva che: “Compagno d’armi del Generale Garibaldi sino dal 1843 in Montevideo (America meridionale ) ove con lui divisi pericoli, fatiche e glorie, sicuramente gli sarei stato compagno nella spedizione di Sicilia se altri doveri non mi avessero tenuto vincolato a segno che lo stesso Garibaldi m’imponeva di rimanere al mio posto di Comandante del Reggimento di Linea 46° in una coi miei compagni che pur anelavano far parte di quella spedizione. Ogni desiderio di Garibaldi è legge per me e per i suoi commilitoni. Compresi dal dovere di cooperare per quanto fosse in noi con qualunque sacrificio al benessere della Patria, sacrificammo a questa le nostre aspirazioni rimanendo al nostro posto. Parlo di me, di Chiassi, Pellegrini, Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46 ° di Linea; con tutta coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni , attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell’Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni.”. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Arrivo a Palermo il 22, organizzo subito una Brigata di quattro Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei compagni del 46°. Il primo Battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per Capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Occari.”. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 87-88, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “….qui pure la Brigata è rappresentata dalla Compagnia Racchetti e dalle due Compagnie comandate dal Maggiore Chiassi, che ebbe la fortuna, mentre si portava a raggiungere la Brigata da Monreale , ove era rimasto distaccato, di unirsi al Generale e partecipare a quella gloriosa fazione in cui ebbe una buona parte di gloria, meritandosi gli encomii del Dittatore, che incaricava il Generale Bixio di esternare al Maggiore Chiassi la sua soddisfazione pel brillante valore spiegato da lui e dai suoi soldati e per l’intel ligenza con cui diresse le varie fazioni che gli vennero affidate. Veggasi la Relazione del Maggiore Chiassi (1) per tutto quanto riguarda quel distaccamento da Monreale in Sicilia sino alla sua congiunzione con la Brigata in Lagonegro il giorno 8 settembre.”. Sòriga, a p. 88, nella nota (1) postillava che: “(1) Edita nella citata Rivista d’Italia, del luglio 1912.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, in proposito scriveva che: “Si cessa di portare in situazione la Brigata Puppi (3), già comandata dal Colonnello Brigatiere dello stesso nome, morto sul campo di battaglia il 19 settembre, che avea a Capo di Stato Maggiore il capitano Pecorini ed a comandante di Battaglione i maggiori Cattabeni, Bossi e Pentotti, essendo stata sciolta dal Dittatore in seguito alle perdite sofferte sul Volturno e a Cajazzo, e che ridotta ad un solo reggimento questo passò sotto il comando del tenente colonnello Bossi in forza alla Brigata Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Dallolio (….) continuando il suo racconto, a p. 156, in proposito scriveva che, le truppe condotte da Genova in Sardegna nel golfo degli Aranci, la spedizione cosidetta e, riferendosi alla brigata Bologna, poi in seguito Puppi, in proposito scriveva: “I quattro battaglioni formavano la brigata Bologna comandata dal colonnello Puppi di Siena, morto poi dinanzi a Capua. Essa fu posta dapprima agli ordini del colonnello Pianciani e fece parte della cosidetta spedizione Bertani del Golfo degli Aranci. Più tardi fu incorporata alla Divisione Turr: decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, in proposito scriveva che: “Si cessa di portare in situazione la Brigata Puppi (3), già comandata dal Colonnello Brigatiere dello stesso nome, morto sul campo di battaglia il 19 settembre, che avea a Capo di Stato Maggiore il capitano Pecorini ed a comandante di Battaglione i maggiori Cattabeni, Bossi e Pentotti, essendo stata sciolta dal Dittatore in seguito alle perdite sofferte sul Volturno e a Cajazzo, e che ridotta ad un solo reggimento questo passò sotto il comando del tenente colonnello Bossi in forza alla Brigata Sacchi.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 212, in proposito scriveva: “La brigata Puppi nei combattimenti del 19 agosto sotto Capua e 21 a Caiazzo, ebbe l’onore di trovarsi la più esposta al fuoco etc…brigata senza più il capo perchè morto in battaglia, onde fu che il generale Garibaldi sulla proposta di Turr ne determinò lo scioglimento; con gli uomini di essa formavasi un reggimento comandante tenente colonnello Bossi, che andava a far parte della Brigata Sacchi col seguente ordine del giorno: “Caserta, 27 settembre 1860. Comando generale della 15° Divisione. Dietro disposizione del Ministro della Guerra il comando della brigata Sacchi riceverà sotto i suoi ordini la residuale forza della sciolta brigata Puppi. Firmato Turr.”. La brigata Bologna, o Puppi, fu decimata a Capua e a Cajazzo e quindi, rimastane poche forze essa fu sciolta. Il colonnello Puppi morì a Capua, ucciso da una mitragliata borbonica. Dallolio scriveva pure che dopo la battaglia di Cajazzo, in cui morirono molti della brigata Bologna, “decimata a Capua e a Caiazzo, fu sciolta, e la residua forza fu dal Turr aggregata alla brigata Sacchi.”. La brigata “Bologna” diventò la brigata “Sacchi”. Infatti, nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi poi verso Caserta sciolta e chiamata Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Di lui ha scritto Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giambattista Cattabeni, a a Bologna fu organizzatore dei Cacciatori Bolognesi, che avrebbero dovuto partecipare alla liberazione delle Marche, ma a causa della situazione internazionale l’azione venne dirottata in Sicilia, imbarcandosi da Genova per il Sud. Erano ufficiali di Puppi, il PECORINI, Capo di Stato Maggiore, e i Comandanti di Battalione, il maggiore CATABENI, FERRACINI, BOSSI, e PENTOTTI. Dunque, il Capo di Stato Maggiore della Brigata era PECORINI, ovvero l’autore del testo Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”. Da Wikipedia alla voce “Luigi Bossi” leggiamo che nel 1860, lasciato l’esercito regio per dissidi con i suoi superiori, Bossi corse ad arruolarsi con i volontari di Garibaldi impegnati nella campagna dell’Italia meridionale. Maggiore comandante del 3º Reggimento della Brigata del colonnello Puppi, in seguito, a Caserta passata alla Brigata “Sacchi”, Bossi concluse la spedizione con il grado di tenente colonnello. Da Wikipedia apprendiamo che La “Brigata Puppi” era un’unità militare dell’epoca risorgimentale che combatté a fianco di Giuseppe Garibaldi. Fu così chiamata in onore del suo comandante, il generale Niccolò Puppi, che morì combattendo con coraggio. Questa brigata, dopo aver subito perdite significative in battaglia, venne aggregata a un’altra unità, e la sua memoria è legata alle imprese garibaldine. Comandante: Generale Niccolò Puppi, che fu ferito a morte in combattimento. Pubblico qui la storia della Spedizione Sacchi [>>] (chiamata anche la quarta spedizione) raccontata dal suo principale protagonista e cioè Gaetano Sacchi stesso [>>]. Questa relazione è stata pubblicata nel 1913 sul Bollettino della Società pavese di Storia Patria. Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909.
- Composizione: Era un’unità militare che fu aggregata alla mia brigata e riorganizzata in un terzo reggimento.
- Comandante: Il comando fu dato al tenente colonnello Bossi di Pavia.
- Evento storico: L’unità combatté durante il Risorgimento, subendo perdite significative in due combattimenti nel 19 e 21, in cui il suo comandante fu ferito a morte.
- Comportamento: Nonostante la perdita del comandante, la brigata dimostrò grande coraggio e resistenza, secondo quanto riportato da un rapporto
Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: “(Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: “(Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: “(Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: “(Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI, citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: “(Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: “(Documento 79) Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI.
Nel 7-8 Settembre 1860, a Lauria, la “Brigata SACCHI”
Carlo Pecorini-Manzoni (….), a pp. 170-171-172, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 4 ant. del 7 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia per Castelluccio, dove arrivava alle 8 passando a spalle d’uomo il fiume Merenzo. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie…..La brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivavano due vapori ove si imbarcava la Brigata…..Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno. La truppa di questa Brigata venne acquartierata a Castel Nuovo.“. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che la Brigata SACCHI, dopo essersi fermata a Lauria, il giorno 8 settembre 1860, e da Lauria arrivava a Lagonegro. Da Lagonegro la Brigata Sacchi partirà ed arriverà a Sapri il giorno 10 settembre 1860. La brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Sacchi proveniente dalla Calabria, arrivava in Rotonda alle ore 9 del giorno 6. Alle 4 ant. del 7 riprendeva la marcia per Castelluccio dove arrivava alle 8, passando a spalle d’uomo il fiume Lao. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom….“. Lacava scriveva che la brigata Sacchi partiva alle 17,00 ed arrivava alle 20,30 del giorno 7 a Lauria. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc..“. Lacava scriveva che la Brigata Sacchi, col maggiore Chiassi si portava a Sapri e partiva da Sapri diretta a Napoli solo il 10 settembre 1860. Renato Sòriga, continuando il suo raccontro tratto dalla “Relazione del Sacchi”, scriveva che il 1° settembre la brigata Sacchi era a Rogliano con Garibaldi e il 2 settembre era a Cosenza. Si prosegue e arrivano a Tarsia, a Spezzano Albanese, passando per Camerata, Castrovillari, Campo Tenese, Rotonda. Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “Alle due ant. (6 settembre) partenza per Campo Tenese, da cui si continua la marcia dopo breve sosta perchè l’acqua è cattivissima. Alle 9 ant. si arriva alla Rotonda e ci si accampa fuori paese essendo questi ingombro d’insorti calabresi che partono poche ore dopo il nostro arrivo. Il Dittatore col suo Stato Maggiore ci precede sempre. Alle 4 ant. (7 settembre) si parte per Castelluccio; si passa a spalle d’uomini il fiume Mercurio; alle ore otto si arriva al paese e ci si accampa in un boschetto in vicinanza di un convento. Alle 5 ant. si parte per Lauria ove si arriva alle ore otto e mezza pom. per una scoscesa e lunga discesa; la truppa viene ricoverata nelle case e chiese imperversando un forte temporale. In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 settembre) il giorno sette. Alle tre e mezza pom. arriva il Generale Sirtori, comandante in capo interinale e mi ordina di recarmi con la Brigata in Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere i mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…“. Dunque, secondo il Soriga (….), il colonnello Gaetano Sacchi, l’8 settembre, arrivato a Lagonegro con la sua Brigata, proveniente da Lauria e, dopo una marcia durata diversi giorni, a Lagonegro si riunì con le Colonne del maggiore Chiassi che già si trovavavano a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Soriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi. Infatti, Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie scriveva che la truppa (le sue Compagnie), del maggiore Giovanni Chiassi “Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata.”. Il colonnello Gaetano Sacchi testimonia di aver trovato Chiassi e le sue Compagnie a Lagonegro. Chiassi era sbarcato a Sapri il giorno 6 setembre 1860, proveniente via mare da Pizzo. Sacchi arrivò a Lagonegro alle ore 22,00 tutti stanchi ed inzuppati di acqua a causa dei forti temporali che avevano trovato sulla strada consolare. Soriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue Compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Pecorini, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell'”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Qui il Policicchio scriveva che a Sapri si imbarcarono i volontari garibaldini della brigata Sacchi. Ferruccio Policicchio, sulla scorta del generale Gaetano Soriga, scriveva che la brigata “Sacchi”, marciando a piedi da Spadafora, in provincia di Messina, il 7 settembre 1860 giungeva a Lauria. Il Soriga racconta dell’arrivo con i suoi volontari garibaldini a Lauria, l’8 settembre 1860. Infatti, al loro arrivo, scrive il Soriga, come vedremo, appresero dell’arrivo a Napoli del generale Garibaldi. Policicchio scrive pure che, la brigata Sacchi unitasi a quella del maggiore Chiassi marciò fino a Sapri dove si imbarcò per Napoli. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1 settembre Rogliano, 2 settembre Cosenza, 3 settembre Tarsia, 4 settembre Camerata, 5 settembre Castrovillari, 6 settembre Morano Campo tan., 7 settembre Lauria, 8 settembre Lagonegro, 9 settembre id., 10 settembre Sapri, sul mare, 11 Napoli, 12 e 13 Id.”.
Nell’8 settembre 1860, a Lagonegro, l’arrivo della Brigata SACCHI, il 1° Battaglione della Brigata ALBUZZI insieme al Generale SIRTORI
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 440, in proposito scriveva: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro: “Sono arrivato a Lagonegro stanote con la Brigata Sacchi e col 1° Bataglione della Brigata Albuzzi.”. Siccome Sirtori prima di arrivare l’8 settembre 1860 a Lagonegro con la brigata Sacchi si trovava a Lauria, egli, insieme al suo Stato Maggiore si recherà a Lagonegro il giorno 8 setembre 1860 portando con se anche la Brigata “Sacchi” e il 1° Battaglione della Brigata “Albuzzi”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi…..Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, etc…”. Dunque, la brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Dunque, considerato ciò che scrisse nel dispaccio il Sirtori a Garibaldi, anche lui, insieme alla brigata Sacchi arrivò a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1 settembre Rogliano, 2 settembre Cosenza, 3 settembre Tarsia, 4 settembre Camerata, 5 settembre Castrovillari, 6 settembre Morano Campo tan., 7 settembre Lauria, 8 settembre Lagonegro, 9 settembre id., 10 settembre Sapri, sul mare, 11 Napoli, 12 e 13 Id.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), a pp. 170-171-172, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 4 ant. del 7 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia per Castelluccio, dove arrivava alle 8 passando a spalle d’uomo il fiume Merenzo. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie…..La brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivavano due vapori ove si imbarcava la Brigata…..Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno. La truppa di questa Brigata venne acquartierata a Castel Nuovo.“. Dunque, Pecorini-Manzoni scriveva che la Brigata SACCHI, dopo essersi fermata a Lauria, il giorno 8 settembre 1860, e da Lauria arrivava a Lagonegro. Da Lagonegro la Brigata Sacchi partirà ed arriverà a Sapri il giorno 10 settembre 1860. La brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata ed al giorno 7 settembre 1860, in proposito scriveva che: “Alle 5 ant. si parte per Lauria ove si arriva alle ore otto e mezza pom. per una scoscesa e lunga discesa; la truppa viene ricoverata nelle case e chiese imperversando un forte temporale. In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 settembre) il giorno sette. Alle tre e mezza pom. arriva il Generale Sirtori, comandante in capo interinale e mi ordina di recarmi con la Brigata in Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere i mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…“. Dunque, secondo il Soriga (….), il colonnello Gaetano Sacchi, l’8 settembre, arrivato a Lagonegro con la sua Brigata, proveniente da Lauria e, dopo una marcia durata diversi giorni, a Lagonegro si riunì con le Colonne del maggiore Chiassi che già si trovavavano a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Soriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi.
Il maggiore GIUSEPPE GRIOLI e le sue Compagnie Garibaldine della Brigata SACCHI
Attraverso la testimonianza del colonnello Gaetano Sacchi (….) pubblicate da Renato Sòriga (….) sappiamo che da Lagonegro il giorno 10 settembre molte compagnie di volontari garibaldini tra cui quella del maggiore Giuseppe Grioli marciarono ed arrivarono a Sapri. Grioli l’11 settembre 1860 non riuscì ad imbarcarsi con le sue cinque compagnie di volontari per insufficienza di mezzi di trasporto. Sacchi e la sua brigata si imbarcò a Sapri l’11 settembre. Le cinque compagnie condotte dal maggiore Giuseppe Grioli a Sapri si trovavano a Lagonegro e da lì marciarono per Sapri. Ma non sappiamo con certezza queste cinque compagnie di volontari garibaldini se appartenessero alla Brigata del Sacchi. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 84, in proposito scriveva che: “Compagno d’armi del Generale Garibaldi sino dal 1843 in Montevideo ( America meridionale ) ove con lui divisi pericoli, fatiche e glorie, sicuramente gli sarei stato compagno nella spedizione di Sicilia se altri doveri non mi avessero tenuto vincolato a segno che lo stesso Garibaldi m’imponeva di rimanere al mio posto di Comandante del Reggimento di Linea 46° in una coi miei compagni che pur anelavano far parte di quella spedizione. Ogni desiderio di Garibaldi è legge per me e per i suoi commilitoni. Compresi dal dovere di cooperare per quanto fosse in noi con qualunque sacrificio al benessere della Patria , sacrificammo a questa le nostre aspirazioni rimanendo al nostro posto. Parlo di me , di Chiassi, Pellegrini , Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46° di Linea; con tutta coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni , attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell’Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri , delle nostre aspirazioni.”. Dunque, Chiassi e Grioli erano stati compagni d’arme del Sacchi e comandarono le compagnie della sua Brigata. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Arrivo a Palermo il 22, organizzo subito una Brigata di quattro Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei compagni del 46°. Il primo Battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per Capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Occari.”. Dalla Treccani on-line, apprendiamo che il Maggiore Giuseppe Grioli, fu combattente nella guerra del 1859 con il corpo dei Cacciatori delle Alpi, nel 1860 il Grioli partecipò con la spedizione Medici alla liberazione del Mezzogiorno, meritando una medaglia d’argento e il grado di capitano, con il quale fu ammesso successivamente nell’esercito regolare. La progressione di carriera, che lo vide prender parte come maggiore alla campagna del 1866 per il Veneto ottenendovi la croce militare di Savoia per il comportamento suo e del reggimento di cui aveva assunto il comando a Custoza il 24 giugno, si interruppe bruscamente, e per volontà dello stesso G., nel 1875: infatti, subito dopo aver dovuto assistere col suo reggimento alla parata che rendeva gli onori militari a Francesco Giuseppe in visita a Padova, il G., allora tenente colonnello, presentò le proprie dimissioni e restituì l’onorificenza che l’Austria gli aveva concesso per l’occasione. Fu collocato in riserva il 10 febbr. 1878 e promosso 15 anni dopo colonnello di fanteria. Proseguendo il suo racconto il Sòriga scriverà che il Grioli arriverà a Napoli solo giorno 12 settembre 1860 e quindi presumibilmente partirà pure da Sapri il giorno 12 settembre 1860. Dalla Treccani on-line, Giuseppe Monsagrati scriveva che Giuseppe Grioli, fu combattente nella guerra del 1859 con il corpo dei Cacciatori delle Alpi, nel 1860 il Grioli partecipò con la spedizione Medici alla liberazione del Mezzogiorno, meritando una medaglia d’argento e il grado di capitano, con il quale fu ammesso successivamente nell’esercito regolare. Sappiamo che Giuseppe Grioli, col grado di Maggiore portò cinque compagnie a Lagonegro che avevano viaggiato insieme alla Brigata Sacchi e quindi insieme al generale Sirtori che ivi portò il suo Quartiere Generale. Altre notizie del maggiore GRIOLI ci vengono dal generale Gaetano Sacchi, nella sua Relazione pubblicata da Renato Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 84, in proposito scriveva che: “Parlo di me, di Chiassi, Pellegrini, Winkler, Lombardi, Grioli, Isnardi e tanti altri che con me si trovavano vincolati nel 46° di Linea; con tutta coscienza lavorammo a mantener salda la disciplina ed impedire le diserzioni, attendendo pazienti il giorno in cui senza tema di promuovere lo scioglimento del Reggimento potessimo accorrere pur noi a dividere i pericoli e la gloria dei nostri compagni nell’Italia meridionale e contribuire alla unità della Patria, meta dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni.”. Dunque, Grioli ed altri citati dal Sacchi, lavorerà per organizzare i volontari dlla Brigata Sacchi. L’organizzazione di questa Brigata avvenne all’interno del 46° reggimento di linea dell’Esercito regolare Piemontese, da cui poi, in seguito, si dimisero. Dunque, il maggiore Grioli, come pure il maggiore Chiassi facevano pare del 46° Reggimento di linea. Essi fecero parte della Spedizione di volontari organizzati e guidati da Gaetano Sacchi, spedizione di volontari a sostegno delle truppe garibaldine nell’Italia meridionale (1860).
Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: “(Documento 61) Brigata Sacchi 1° Reggimento. Vaccheria, presso S. Leucio, oggi 15 settembre 1860. Alle ore due dopo mezanotte il tenente Ferrabini Alessandro con una pattuglia etc…Il Luogotenente Colonnello L. Winkler.”. Dunque, in questo documento che riguarda la Brigata Sacchi del 1° Reggimento si cita il tenente FERRABINI ALESSANDRO. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 434, in proposito scriveva che: “(Documento 63) 15° Divisione Turr Brigata Puppi, Caserta, 16 settembre 1860. Sia lode al maggiore Ferracini, al capitano Tessera, etc…Firmato Puppi.”. Dunque, in questo documento, il colonnello PUPPI, cita il maggiore FERRACINI e il capitano TESSERA. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 432, in proposito scriveva che: “(Documento 64) 3° brigata Milano, 3° Battaglione, Avamposto di Santa Prisca, 18 settembre 1860. Rapporto. Ieri verso un’ora pom. il sig. luogotenente Emilio Canepa, avente l’ispezione al battaglione percorreva la nostra linea, etc….Egli consegnò allo Stato Maggiore del sig. brigatiere Eber in Santa Maria questi ufficiali napoletani. Il Comandante il Battaglione. Firmato Venuti.”. Dunque, in questo documento, VENUTI, Comandante il 3° Battaglione della 3° Brigata Milano, citava il luogotenente EMILIO CANEPA, ed il brigatiere EBER, dello Stato Maggiore di Rustow. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 436, in proposito scriveva che: “(Documento 66) Al Signor genrale Turr. S. Leucio, sera, 18 settembre 1860. In questa mattina con due compagnie della Brigata Puppi…etc…Vidimmo invece venire il 2° Reggimento della brigata Sacchi. Ho comunicato al Sig. colonnello Pellegrini che lo comanda la parola d’ordine e di campo. Dietro istruzioni del maggiore Ferracini etc…Firmato Alessandro DE-Bianchi Capitano della 1° Compagnia 3° Battaglione.”. Dunque, in questo documento indirizzato al generale Turr, il capitano della 1° Compagnia, 3° Battaglione, della Brigata PUPPI, il Capitano ALESSANDRO DE-BIANCHI, citava il colonnello PELLEGRINI che comandava il 2° Reggimento della Brigata SACCHI e citava il maggiore FERRACINI della Brigata sua Puppi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 440, in proposito scriveva che: “(Documento 70) 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Caserta, 21 settembre 1860….coi bersaglieri in testa piazzai i due battaglioni di linea all’altezza dei battaglioni della brigata Puppi. Etc…, ed il 3° battaglione nuovamente comandato dal capitano sig. De Caroli, al quale affidai provvisoriamente il comando (sebbene già ferito sin dal principio della battaglia da una scheggia di mitraglia alla coscia sinistra) etc…Rileverà dai rapporti dei comandanti dei battaglioni, che qui le compiego, le perdite sofferte dalla brigata, e propongo per promozione di merito il sig. capitano De Caroli al grado di maggiore, lo stesso per il capitano Venuti, il sig. Vergani e Cavarrotti sotto-tenenti al 1° battaglione al grado di tenente, il furiere Zambetori al grado di sottotenente, i tenenti Magagna, Corbelli e Novelli del 2° battaglione al grado di capitano, il tenente Ferrari col braccio amputato al grado di Capitano. Del 3° battaglione propongo al grado di capitano il tenente Canepa, i sotto-tenenti Curti, Prunota, Pozzi, Monti, Geronimi etc…L’ajutante maggiore in 2° il tenente Zanner, il capitano Sig. Pifferi e capitano Mazzoni per un segno di distinzione, nonchè i sotto-tenenti Romualdi Alessandro, Ferrari Enrico, Lumari Luigi, Ragazzi Luigi e Ascarioni Lambro. Per i bersaglieri milanesi, cioè per il capitato Pedotti, tenente Oltrati, tenente Gadioli, sotto-tenente Rotondi, …sotto-tenente Quintini, etc..Raccomando il mio ajutante di campo Sig. Galuzzi. Firmato, il Comandante la Brigata DE GIORGIS.”. Come si è visto, a Capua, Rustow sostituì il Gandini, con De Giorgis che, pure faceva parte del corpo allegato alla XV Divisione di Turr. Notiamo che, in questo documento il comandante, il capitano o maggiore si firma DE GIORGIS. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 442, in proposito scriveva che: “(Documento 71) Sig. colonnello brigatiere Rustow. 15° Divisione (Turr) Brigata Milano. Rapporto del 19 settembre 1860 sotto Capua…..Santa Maria, 20 settembre 1860….dato l’ordine di ritirata i pochi nostri disimpegnati con alcuni bersaglieri lombardi (capitano Pedotti) restarono a mantenere il fuoco finchè tutti furono rientrati a Santa Maria, sbarrando etc…..l’esempio degli ufficiali, luogotenente Zancarini e sotto-tenenti Chiappa e Desimoni etc…Firmato Luogotenente Zancarini Giuseppe.”. In questo documento, il luogotenente ZANCARINI GIUSEPPE, comandante del …..scrive a Rustow il 20 settembre 1860 e cita l’ufficiale ZANCARINI e i sotto-tenenti CHIAPPA e DESIMONI. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 444, in proposito scriveva che: “(Documento 72) Al Colonnello Brigatiere Sacchi. 20 settembre 1860…..Si distinsero maggiormente per dovere e per coraggio ed intelligenza nel dirigere le compagnie, il maggiore Grioli, Occari, ed i capitani Stagni Gaetano della 15° e Calderoni Sivio della 10°. Firmato Tenente Colonnello Pellegrini.”. In questo documento, il tenente Colonnello Pellegrini della Brigata Sacchi, scrivendo al colonnello Gaetano SACCHI, citava il maggiore GRIOLI, OCCARI ed i capitani STAGNI GAETANO della XV Divisione e CALDERONI SILVIO della X Divisione. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 450, in proposito scriveva che: “(Documento 77) Signor generale Sacchi. Piedimonte, 22 settembre 1860. Il caporale Dellacqua della 9° Compagnia, ed il soldato Macchi dell’11° furono dei primi feriti….La compagnia comandata da Sgarallino, armata etc…Firmato Rachetti Capitano”. In questo documento, il capitano RACHETTI della Brigata Sacchi scrive al colonnello Gaetano Sacchi, e cita il caporale DELLACQUA della 9° compagnia ed il soldato MACCHI dell’11°. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 452, in proposito scriveva che: “(Documento 79) Brigata Sacchi, 2° Reggimento, Casino Reale di S. Leucio, 22 settembre 1860. …Col 3° Battaglione Grioli occupai etc…Col 4° battaglione Occari occupai il Casino Reale etc..ed il signor colonnello Albuzzi si ritirò colla sua gente e 3 compagnie 1° reggimento brigata Sacchi. I soldati del battaglione Grioli etc…Soltanto Musicò che trovavasi come sentinella, etc..unitamente ai soldati Maffoni e Camicie che portarono in salvo il ferito soldato Gianzani Angelo della 10° compagnia del mio reggimento. Musicò e Maffoni sono della 7° compagnia, Camicie dell’8° del battaglione Fabbri brigata Assanti….etc… Firmato G. Pellegrino.”. In questo documento, il Comandante del 3° Reggimento della Brigata Sacchi, G. PELLEGRINO, scriveva al Sacchi e citava il 3° battaglione GRIOLI, il 4° battaglione OCCARI, il colonnello ALBUZZI, colla sua gente, il soldato sentinella, MUSICO’, GIANZANI ANGELO, soldato ferito della 10° Compagnia del 3° Reggimento, i soldati MUSICO’ e MAFFONI e CAMICIE dela 7° compagnia dell’8° Battaglione FABBRI della Brigata ASSANTI.
Nell’8 settembre 1860, a Lagonegro, il Maggiore Giuseppe GRIOLI e le sue cinque Compagnie di volontari garibaldini della Brigata SACCHI
Attraverso la testimonianza del colonnello Gaetano Sacchi (….) pubblicate da Renato Sòriga (….) sappiamo che da Lagonegro il giorno 10 settembre molte compagnie di volontari garibaldini tra cui quella del maggiore Giuseppe Grioli marciarono ed arrivarono a Sapri. Grioli l’11 settembre 1860 non riuscì ad imbarcarsi con le sue cinque compagnie di volontari per insufficienza di mezzi di trasporto. Sacchi e la sua brigata si imbarcò a Sapri l’11 settembre. Le cinque compagnie condotte dal maggiore Giuseppe Grioli a Sapri si trovavano a Lagonegro e da lì marciarono per Sapri. Ma non sappiamo con certezza queste cinque compagnie di volontari garibaldini se appartenessero alla Brigata del Sacchi. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 85, in proposito scriveva che: “Arrivo a Palermo il 22, organizzo subito una Brigata di quattro Battaglioni, l’addestro nelle manovre coadiuvato dai miei compagni del 46°. Il primo Battaglione è comandato da Winkler, il secondo da Isnardi, il terzo da Chiassi, il quarto da Pellegrini; per Capo di Stato Maggiore il Capitano Amos Occari.”. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: “Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Questi passi sono la testimonianza diretta di Gaetano Sacchi, le sue memorie raccolte da Roberto Sòriga (….). Essi riguardano la sua colonna che il giorno 10 settembre 1860 arrivò a Sapri, e dove una parte della sua truppa riuscì ad imbarcarsi per Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli con le sue cinque Compagnie, che avrebbe dovuto imbarcarsi per Napoli era dovuto rimanere a Sapri per insufficienza di mezzi di trasporto mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Infatti, Gaetano Sacchi, nella sua Relazione scriveva che: “Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie.”. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″.
Nell’8 Settembre 1860, a Lagonegro, la “Brigata garibaldina SACCHI” e cinque compagnie del maggiore Giuseppe GRIOLI, dove trovarono accampati la compagnia del maggiore CHIASSI che era arrivato a Sapri il 6 settembre 1860 e, da Sapri si portò a Lagonegro
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Infatti, Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La brigata Sacchi proveniente dalla Calabria, arrivava in Rotonda alle ore 9 del giorno 6. Alle 4 ant. del 7 riprendeva la marcia per Castelluccio dove arrivava alle 8, passando a spalle d’uomo il fiume Lao. Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom….“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Si tratta del testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Renato Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Sòriga, continuando il suo raccontro tratto dalla Relazione del Sacchi, scriveva che il 1° settembre la brigata Sacchi era a Rogliano con Garibaldi e il 2 settembre era a Cosenza. Si prosegue e arrivano a Tarsia, a Spezzano Albanese, passando per Camerata, Castrovillari, Campo Tenese, Rotonda. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “Alle due ant. (6 settembre) partenza per Campo Tenese, da cui si continua la marcia dopo breve sosta perchè l’acqua è cattivissima. Alle 9 ant. si arriva alla Rotonda e ci si accampa fuori paese essendo questi ingombro d’insorti calabresi che partono poche ore dopo il nostro arrivo. Il Dittatore col suo Stato Maggiore ci precede sempre. Alle 4 ant. (7 settembre) si parte per Castelluccio; si passa a spalle d’uomini il fiume Mercurio; alle ore otto si arriva al paese e ci si accampa in un boschetto in vicinanza di un convento. Alle 5 ant. si parte per Lauria ove si arriva alle ore otto e mezza pom. per una scoscesa e lunga discesa; la truppa viene ricoverata nelle case e chiese imperversando un forte temporale. In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 settembre) il giorno sette. Alle tre e mezza pom. arriva il Generale Sirtori, comandante in capo interinale e mi ordina di recarmi con la Brigata in Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere i mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…“. Dunque, secondo il Sòriga, il colonnello Gaetano Sacchi, l’8 settembre, arrivato a Lagonegro con la sua Brigata, proveniente da Lauria e, dopo una marcia durata diversi giorni, a Lagonegro si riunì con le Colonne del maggiore Chiassi che già si trovavavano a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Sòriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Nel testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Soriga, a p. 94, in proposito scriveva pure che: “Alle quattro e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro, un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori di conseguenza, cioè strade rotte, pozzanghere da per tutto, alberi svelti e gettati sulla colonna etc.. Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri.”. Dunque, secondo il Sòriga, il colonnello Gaetano Sacchi, l’8 settembre, arrivato a Lagonegro con la sua Brigata, proveniente da Lauria e, dopo una marcia durata diversi giorni, a Lagonegro si riunì con le Colonne del maggiore Chiassi che già si trovavavano a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Soriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi. Infatti, Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie scriveva che la truppa (le sue Compagnie), del maggiore Giovanni Chiassi “Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata.”. Il colonnello Gaetano Sacchi testimonia di aver trovato Chiassi e le sue Compagnie a Lagonegro. Chiassi era sbarcato a Sapri il giorno 6 setembre 1860, proveniente via mare da Pizzo. Sacchi arrivò a Lagonegro alle ore 22,00 tutti stachi ed inzuppati di acqua a causa dei forti temporali che avevano trovato sulla strada consolare. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc..“. Dunque, il Lacava si sbagliava scrivendo che, la Brigata Sacchi, arrivata a Lagonegro “colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Secondo la testimonianza del Sacchi (in Sòriga) la Brigata Sacchi arrivata a Lagonegro trovò già la compagnia del Chiassi che era arrivata a Sapri il 6 setembre 1860. Lacava scriveva che la Brigata Sacchi, col maggiore Chiassi si portava a Sapri e partiva da Sapri diretta a Napoli solo il 10 settembre 1860. Identico errre fa il Pesce, che scriveva sulla scorta del Lacava. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 48-49 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “In quel rincontro, come in moltre altre contingenze, è d’uopo ricordare che la casa Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone pei bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgobro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine. Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi, che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era del tutto sgombra – ripartì nel mattino del 10 per Sapri, dove s’imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 54 riferendosi alla presenza a Lagonegro della brigata del generale borbonico Caldarelli, in proposito scriveva che: “L’Aldinio, giovane, forte, coraggioso ed aitante della persona, spinto da quell’ondata d’entusiasmo e di fede, ed indossata la camicia rossa, che tutt’ora si conserva dall’affetto filiale, fece parte dello stato maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi fu nominato Ricevitore delle Privative in Reggio Calabria, ma non accettò l’impiego per non parere d’aver tratto profitto dal suo patriottismo (1). Ritiratosi in patria, fu nominato Capitano della 1° Compagnia della Guardia Nazionale al posto del fratello Gennaro, e serbò sempre per Garibaldi un culto ed una venerazione introducendo pure, nei primi anni dell’unità italiana, una splendida festa patriottica e commemorativa nel giorno onomastico dell’Eroe. Morì fra il compianto generale nel 1892 in patria, lasciando larga eredità di affetti e di sangue.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel (….), ma, ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi…..Alle 5 pom. partiva per Lauria arrivando alle 8 e mezzo pom. Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, etc…”. Dunque, la brigata Sacchi, da Lauria riprendeva la marcia per Lagonegro alle 14,30 del giorno 8 settembre 1860. Dunque, considerato ciò che scrisse nel dispaccio il Sirtori a Garibaldi, anche lui, insieme alla brigata Sacchi arrivò a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Dunque, anche il Pecorini-Manzoni fa lo stesso errore perchè scrive che la Brigata Sacchi fu raggiunta dal maggiore Chiassi con le sue Compagnie. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, riferendosi a dopo Capua, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Esaminando inoltre i registri dello stato civile del Municipio, m’è occorso di riscontrare che parecchi soldati garibaldini, durante quella marcia trionfale, lasciarono la giovane vita – credo per morte naturale in conseguenza dei disagi e delle sofferenze della vita militare, etc….E in seguito morirono pure qui, nel 26 Ottobre, Giovanni Gino di Torino appartenente all’Artiglieria dell’Italia Meridionale, e nel 2 Novembre ‘Rocco Pagliariello’ di Palermo della Brigata Sacchi. A tutti essi vada ora il mio pensiero grato e riconoscente anche a nome della Patria et…”. L’avv. Carlo Pesce scriveva che, a Lagonegro, il 2 Novembre 1860 lasciò la vita “Rocco Pagliariello”, un garibaldino di Palermo appartenente alla Brigata Sacchi. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell'”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”.
Nell’8 settembre 1860, a Lagonegro, da Sapri, dove era arrivato il 6 settembre, il maggiore Giovanni CHIASSI con le sue Compagnie, si ricongiunge con la Brigata SACCHI e con il generale Sirtori
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio etc…, Nino Bixio aveva rotto la testa etc…(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Una di queste Brigate che, viaggiando via mare da Pizzo e poi da Paola, fu quella del Maggiore Giovanni Chiassi che, come vedremo in seguito, a Lagonegro si unirà alla truppa della Brigata Sacchi. La truppa del Maggiore Chiassi, proveniente da Pizzo, in Calabria, sbarcherà a Sapri il giorno 6 settembre 1860 e da Sapri marciò per Lagonegro dove sarà lì il giorno 8 settembre, allorquando ivi arriveranno le truppe del colonnello Sacchi. La brigata Sacchi, come vedremo in seguito, il giorno 8 settembre 1860 arriverà a Lagonegro ed ivi troverà la truppa della Brigata del Maggiore Chiassi. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, Mazziotti scriveva che la Brigata Sacchi era a Lagonegro ed il giorno 10 settembre marciò ed arrivò a Sapri per imbarcarsi per Napoli. L’8 settembre 1860, a Lagonegro, da poco era arrivato il maggiore Chiassi con le sue compagnie, sbarcato a Sapri il giorno 6 settembre. Le compagnie del maggiore Chiassi avevano marciato fino a Lagonegro dove si ricongiunsero con la Brigata di Sacchi, che, nel frattempo era arrivata a Lagonegro alle ore 15,30 marciando da Lauria. Nel testo di memorie del generale Gaetano Sacchi scritto da Roberto Sòriga (….), “Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860)” che si trova nel “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913. Infatti, Sòriga, nel fascicolo 1-2 del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Gaetano Sòriga (….), a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere mezzi di trasporto di mare per Napoli. Alle 4 e mezza pom. si parte da Lauria per Lagonegro; un ostinato temporale ci accompagna per sei ore di marcia con incessante e dirottissima pioggia, vento, grandine e tutti gli accessori etc…”. Soriga, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri.”. Dunque, la testimonianza di Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie (scrive il Sòriga) testimonia che arrivò prima il Maggiore Chiassi a Sapri, dove era sbarcato il giorno 6 settembre 1860 e poi marciando arrivò a Lagonegro dove solo il giorno 8 settembre fu raggiunto dalla truppa del colonnello Gaetano Sacchi. Infatti, Gaetano Sacchi, nelle sue Memorie scriveva che la truppa (le sue Compagnie), del maggiore Giovanni Chiassi “Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata.”. Dunque, anche il Pecorini-Manzoni scriveva che, le compagnie del maggiore CHIASSI si partì e marciò da Sapri per ricongiungersi a Lagonegro alla Brigata Sacchi, che arriverà a Lagonegro il giorno 8 settembre. Dunque, il Pecorini-Manzoni (….), scriveva il contrario e cioè che la Brigata Sacchi arrivò a Lagonegro alle ore 22,30 del giorno 8 settembre 1860 e che dopo fu raggiunta dalla truppa del maggiore Giovanni Chiassi. Arrivati entrambi a Lagonegro il giorno 8 settembre 1860, le compagnie di Chiassi e la Brigata Sacchi ricongiuntesi, su ordine di Sirtori, da Lagonegro dovranno marciare per Sapri per poi imbarcarsi sul “Vittoria” per Napoli. Infatti, Roberto Sòriga (….), a pp. 93-94, parlando dell’altra Brigata, la Sacchi, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. L’8 settembre 1860, a Lagonegro, da poco era arrivato il maggiore Chiassi con le sue compagnie, sbarcato a Sapri il giorno 6 settembre. Le comagnie del maggiore Chiassi avevano marciato fino a Lagonegro dove si ricongiunse con la Brigata di Sacchi, che, nel frattempo era arrivata a Lagonegro alle ore 15,30 marciando da Lauria. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) …..la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.“. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc..“. Dunque, il Lacava si sbagliava scrivendo che, la Brigata Sacchi, arrivata a Lagonegro “colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Secondo la testimonianza del Sacchi (in Sòriga) la Brigata Sacchi arrivata a Lagonegro trovò già la compagnia del Chiassi che era arrivata a Sapri il 6 setembre 1860. Lacava scriveva che la Brigata Sacchi, col maggiore Chiassi si portava a Sapri e partiva da Sapri diretta a Napoli solo il 10 settembre 1860. Identico errre fa il Pesce, che scriveva sulla scorta del Lacava. Infatti, l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, …etc…”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Pesce, sulla scorta del Lacava, scriveva che il maggiore Chiassi, con le sue compagnie, giunse a Lagonegro l’8 settembre, ricongiungendosi con la brigata Sacchi. Pesce, sempre sulla scorta del Lacava scriveva pure che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta del Lacava aggiungeva che le brigate di Chiassi e quelle del Sacchi, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, giorno 10 settembre, scesero a Sapri dove si imbarcarono a Napoli su due vapori. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi…..Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza.”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell'”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″.
Nell’ 8 settembre 1860, a Sapri, una porzione della “Brigata NICOTERA”, diventata Brigata SPANGARO, attese di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” (Caraguel) per Napoli, ma, partita dovette fermarsi a Salerno, dove proseguì per Napoli in treno a Nocera
Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1° settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7. pom. e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a dì 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli alle ore 9. Il giorno 8 il resto della stessa brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9; e riunita sul Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si aqquartierava.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Giuseppe Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Scilia e di Napoli”, a p. 311, parlando dell’arrivo dei volontari a Napoli, in proposito scriveva che: “I garibaldini arrivano ogni giorno. Finora sono giunte le brigate Bixio, Turr, Cosenz e Nicotera, i cui uffiziali sono ornati di fascioni tricolori. Una porzione della Brigata Turr è andata ad Ariano etc…(Nazione del 15 settembre 1860).”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini Manzoni (….), a p. 514, nell’Allegato II, Tabella di Marcia – Riassunto, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: 1° settembre partenza; 2 settembre sul mare; 3 settembre Palermo; 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno; 10 settembre Napoli etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Ma, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, per alcuni giorni nei primi di Settembre e, in proposito scriveva: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.“. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ? Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: “Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: “A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut , avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes , et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: “A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Salerno era stata presa pochi giorni prima dal colonnello Pear, senza che fosse stato sparato un colpo; tutto era accaduto nel modo più coraggioso del mondo. Ecco come: Pear, che era partito qualche ora prima delle sue truppe, arrivò al largo di Salerno con due dei suoi ufficiali. Indossava una blusa nera e loro bluse rosse. Questo particolare non è insignificante. Cosa si può fare di fronte a una roccaforte nemica se non la si prende? Pear mandò uno dei suoi compagni in parlamento a Salerno per intimare alla guarnigione di arrendersi, altrimenti sarebbe stato lanciato un assalto con un esercito di diecimila uomini. La prodigiosa marcia di Garibaldi si era trasformata la testa di tutti, e quella del governatore non era più solida delle altre. Nel suo imbarazzo, chiese ordini da Napoli per telegrafo. Gli fu detto di lasciarsi consigliare dalle circostanze e di arrendersi se non credeva di poter resistere.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, etc…”. Non so da quale testo Policicchio abbia preso la notizia che la brigata Spangaro (ex brigata Nicotera) “e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Forse si riferiva alla porzione della brigata che proveniva da Palermo. Ma da come abbiamo visto dalle varie testimonianze, una porzione dell’ex brigata di Nicotera (la ex Castel Pucci), arrivò da Palermo a Sapri l’8 settembre 1860 e da qui, sempre l’8 settembre ripartì per Napoli imbarcandosi sul piroscafo “Vittoria”. La porzione della brigata Spangaro, dunque arrivò a Salerno con il piroscafo “Vittoria” che ivi dovette sbarcarli a causa della mancanza di carburante. La brigata proseguì il suo viaggio, l’8 settembre 1860 da Nocera a Napoli, dove arrivò in treno il 9 settembre 1860. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: “Il mattino dell’8 settembre giunse a Salerno la prima colonna di garibaldini formata da piemontesi milanesi e volontari, che, vestiti con camiciotto biancaccio e con giacca bruna, si schierarono innanzi all’Intendenza. Tra essi si scorgevano anche ragazzi su quindici e sedici anni. A mezzodì circa e per un’ora intera un gruppo di milanesi che formava l’avanguardia, unitosi alla Guardia Nazionale ed alla banda musicale e seguita dalla folla, percorse le vie della città, cantando inni patriottici e prorompendo in ovazioni a prò della libertà e di Garibaldi. Cessata la dimostrazione, quel gruppo di volontari decise di partire anch’esso per Napoli. Lasciò difatti Salerno alle ore 20 circa ?(40). Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”.
Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7. pom. e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a dì 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli alle ore 9. Il giorno 8 il resto della stessa brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9; e riunita sul Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si aqquartierava.”. Dunque, la brigata Spangaro si trattenne a Palermo fino al 7 settembre 1860, e solo il 7, dal porto di Palermo ne ripartì per giungere a Sapri il 7 alle 19 di pomeriggio e l’8 settembre. Il 7 settembre 1860 partì da Palermo solo una porzione della Spangaro che da Sapri, arrivò a Salerno via mare l’8 settembre 1860, come vedremo innanzi. Carlo Pecorini-Manzoni (….), a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri, dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, senonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9; che riunita sul largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Infatti, in Appendice, Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, nell’“Allegato II”, pubblica la “Riassunto delle tabelle di marcia” e, a pp. 514-515, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO, …..7 Settembre partenza da Palermo (?); 8 settembre arrivo a Sapri; 9 settembre arrivo a Salerno; etc…“. Maraldi scriveva che “La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Carlo Pecorini Manzoni (….), a p. 514, nell’Allegato II, Tabella di Marcia – Riassunto, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: 1° settembre partenza; 2 settembre sul mare; 3 settembre Palermo; 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno; 10 settembre Napoli etc…”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno, il 10 era in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Dunque, il generale Pittaluga conferma la notizia dataci dal Policicchio ma egli scrive che: “…quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a…..Sapri! Il 9 era a Salerno.”. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2)”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Clement Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, in proposito scriveva e parlava della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, la Spangaro che si imbarcava a Sapri e, a p. 175, in proposito scriveva: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Entasses pele-mele su le point, nous pumes du moins laisser reposer nos jambes et dormir à la belle etoile, car la nuit était magnifique. Au point du jour, on signala un steamer sous pavillon anglais qui venait sur nous à contre-bord. Parvenu à une demi-encablure par notre travers, le capitaine nous jeta ces mots avec son porte-voix: – He! les chemises rouges! Garibaldi est entré à Naples hier matin. Etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi. Affollati alla rinfusa, abbiamo almeno potuto riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica. All’alba segnalammo un piroscafo battente bandiera inglese che veniva verso di noi contro la fiancata. Giunti a mezzo cavo che ci attraversava, il capitano ci gridò queste parole attraverso il suo megafono: – Ehi! le magliette rosse! Garibaldi è entrato ieri mattina a Napoli.“. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno …. settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno …. settembre 1860. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre, credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta di Agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 settembre tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”. Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Della brigata Spangaro (….) ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…(45)…”. Dunque, Policicchio, sulla corta di non saprei quale autore scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. Etc…”, e aggiungeva che la brigata Spangaro: “….giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”. Dunque, Policicchio scriveva che la brigata Spangaro arrvava a Sapri proveniente da Palermo e da Sapri partì per Salerno il giorno 6 settembre 1860. Dunque, per partire il 6 da Sapri, dal suo porto, è probabile che il 5 settembre la brigata di Pietro Spangaro (la ex di Castel Pucci e del Nicotera, arrivati dal 1° al 3 settembre a Palermo, dove il Nicotera si era dimesso). Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, descrive la sosta a Lauria e poi a Lagonegro dandoci notizie molto interessanti. Fu a Lagonegro di sicuro il 7 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 262, in proposito scriveva che: “Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 266, in proposito scriveva che: “Noi (1) facemmo del nostro meglio per sfuggire ovazioni che ci fermavano ad ogni passo, ed io, stanco di essere abbracciato, tirato etc…”. Du Champ, a p. 266, nella nota (1) postillava: “(1) * Noi….cioè il gruppetto composto dal colonnello Spangaro, da Sander Teleky e dal Du Champ.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: “Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. Vi sono qui alcuni errori. Bersani è Bertani ed inoltre i volontari di Nicotera furono organizzati con i fondi raccolti dal Bertani ma furono opera del Nicotera stesso a Castel pucci in Toscana.
Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, per alcuni giorni nei primi di Settembre e, in proposito scriveva: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.“. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ? Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: “Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: “A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures, arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut , avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes , et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: “A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Salerno era stata presa pochi giorni prima dal colonnello Pear, senza che fosse stato sparato un colpo; tutto era accaduto nel modo più coraggioso del mondo. Ecco come: Pear, che era partito qualche ora prima delle sue truppe, arrivò al largo di Salerno con due dei suoi ufficiali. Indossava una blusa nera e loro bluse rosse. Questo particolare non è insignificante. Cosa si può fare di fronte a una roccaforte nemica se non la si prende? Pear mandò uno dei suoi compagni in parlamento a Salerno per intimare alla guarnigione di arrendersi, altrimenti sarebbe stato lanciato un assalto con un esercito di diecimila uomini. La prodigiosa marcia di Garibaldi si era trasformata la testa di tutti, e quella del governatore non era più solida delle altre. Nel suo imbarazzo, chiese ordini da Napoli per telegrafo. Gli fu detto di lasciarsi consigliare dalle circostanze e di arrendersi se non credeva di poter resistere.”.
Nell’8 settembre 1860, da Paola, due compagnie della Divisione COSENZ (Divisione XV), al comando del generale MILBITZ si imbarcarono per raggiungere il porto di Sapri
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri.”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI Divisione di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Quali erano le due Compagnie del Cosenz che da Paola si erano imbarcate per Sapri ? Perchè Sirtori non le cita espressamente ? L’Agrati scriveva che le due Compagnie di Cosenz erano quelle “già distaccate ad Alta Fiumara”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva che: “La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”. Il Marini però scriveva che da Paola le colonne del Cosenz si imbarcarono la sera del 10 settembe 1860. Da chi dipendeva la Brigata Milbitz ?. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a Pp. 155-156, i proposito scriveva che: “La brigade Milbitz faisait partie de la division Cosenz . Dire l’histoire de ce brave général Milbitz, ce serait raconter l’agonie de la Pologne et les désastres de la France en 1815 , la campagne de Varsovie en 1831 , et les luttes héroïques de Garibaldi en 1848. Blessé, proscrit , le général Milbitz se réfugia en Grèce, où il vécut en donnant des leçons de mathémathiques jusqu’au jour où le premier cri d’indépendance retentit en Sicile. Il fut un des premiers qui débarquèrent à Marsala.”, che tradotto significa: “La Brigata Milbitz faceva parte della Divisione Cosenz. Raccontare la storia di questo coraggioso generale Milbitz significherebbe raccontare l’agonia della Polonia e i disastri della Francia nel 1815, la campagna di Varsavia del 1831 e le eroiche lotte di Garibaldi nel 1848. Ferito ed esiliato, il generale Milbitz si rifugiò in Grecia, dove visse impartendo lezioni di matematica fino al giorno in cui il primo grido d’indipendenza risuonò in Sicilia. Fu uno dei primi a sbarcare a Marsala.”. Inoltre, Caraguel a p. 156 aggiunge che: “……”. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Il “Maggiore Generale de Milbitz” era comandante della 2° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione della XVI Divisione di Enrico Cosenz con a capo il Maggiore Serafini. Dunque, la “Brigata Milbitz”, citata dal Sirtori era la 2° Brigata della XVI Divisione di Enrico Cosenz. La 2° Brigata della XVI° Divisione Cosenz era comandata dal Maggiore Generale De Milbitz. Da Wikipedia leggiamo che Aleksander Izenschmid, conte di Milbitz (Kuršėnai, 20 agosto 1800 – Torino, 17 giugno 1883) è stato un militare e patriota polacco. Appresa della spedizione dei Mille, partì per la Sicilia e, nel luglio 1860, a Palermo fu nominato da Garibaldi generale ispettore di tutto l’Esercito meridionale. Al comando della brigata “Milbitz” prese parte alla battaglia di Milazzo e durante la campagna napoletana, comandante della XVI Divisione, fu posto a difesa di Santa Maria di Capua durante la Battaglia del Volturno, nel corso della quale il 1º ottobre fu ferito. In un altro sito sul web leggiamo che Milbitz, nel 1859 rientrò in Italia, dove partito per la Sicilia fu subito nominato da Garibaldi generale ispettore di tutto l’esercito, al comando di una brigata a Milazzo e della 160° Divisione al Volturno. Enrico Fardella (….), un garibaldino volontario, fece parte della Brigata di A Izensmid Milbitz. Il Fardella attraversato lo stretto tra il 21 e 22 agosto e sbarcato sul continente, il Fardella proseguì la marcia senza gravi problemi. Sempre da Wikipedia alla voce “battaglia del Volturno” leggiamo che intanto si continuava a combattere con accanimento a Santa Maria Capua Vetere, dov’era ferito lo stesso generale Izenschmid Milbitz, sostituito da Enrico Fardella al comando della brigata, e si segnalava la presenza della cavalleria ungherese del maggiore Scheiter accorsa da Caserta insieme alla brigata Eber della riserva comandata da Türr. Alle ore 18 i borbonici furono costretti a ripiegare facendo ripristinare la linea garibaldina Santa Maria Capua Vetere-Sant’Angelo in Formis. Nel frattempo si combatteva pure sulle colline a est da Monte Tifata, a Monte Viro e a Castel Morrone, dove cadeva Pilade Bronzetti alla testa del 1º Battaglione Bersaglieri, che andò distrutto. Sulla Divisione del Cosenz, Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, a p. 301, in proposito scriveva che: “…la divisione Cosenz, comandata dal Milbitz, etc…”. Dunque, il generale Milbtz comandava la Divisione del Generale Cosenz. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” apprendiamo che la Divisione del generale Enrico Cosenz era composta da due Brigate ed una di esse era al comando del generale Milbitz.
| 16.a Divisione | Comandante | Luogot. Gen. Cosenz |
| Stato Maggiore di Divisione | Capo | Magg. Serafini |
| 1.a Brigata | Comandante | Colonn. Assanti |
| 2.a Brigata | Comandante | Magg. Gen. De Milbitz |
Nell’ 8 settembre 1860, a Sapri, una porzione della “Brigata MILBITZ” (Divisione Cosenz, XV Divisione), è in attesa di imbarcarsi per Napoli
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Dunque, Carlo Agrati scriveva che, da Lagonegro, il 9 settembre 1860, il Generale Sirtori comunicava a Garibaldi che: “Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Sirtori aggiungeva altre informazioni e scrivendo a Garibaldi che: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che era arrivato nella notte a Lagonegro insieme alla brigata “Sacchi” ed al 1° battaglione “Albuzzi”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio. Queste brigate facevano parte della Divisione Cosenz, che come abbiamo visto era con Garibaldi ed il 3 settembre sbarcò a Sapri. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che “Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”.
Nel 9 e 10 settembre 1860, a Sapri, il rientro nel porto del piroscafo “BENVENUTO” (diretto a Salerno) che si imbatte in una tempesta, e poi la sua ripartenza per Salerno, nel racconto di un garibaldino
Emile Maison (….), Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 70-71 e ssg. trascriveva una lettera del 9 settembre 1860 e scriveva: “A six heures , nous parvenons à nous sauver; nous trouvons sur le rivage l’ancienne compagnie de Flotte, attendant son embarquement. A dix heures, le Benvenuto lève l’ancre, remorqué par un vapeur qui s’en va à Salerne.Il est une heure du matin, le vapeur nous abandonne à nos propres forces. Peu d’instants après , la mer devient grosse et le vent contraire . En un mot , nous essuyons une véritable tempête . Le drapeau d’alarme reste arboré toute la journée . Malgré cela nous ne recevons aucun secours . Enfin , ne sachant que faire , le capitaine se décide à retourner à Sapri, où nous arrivons vers neufheures du soir. A minuit nous repartons de Sapri avec un bon vent. Malheureusement les vents, comme « les destins et les flots, » sont changeants, si bien que la mer redevenant mauvaise et le vent contraire , nous voguons encore au hasard toute la journée . Vers les sept heures, l’Emma , le yacht d’Alexandre Dumas , passe à côté de notre bâtiment, filant dans la direction de Naples. Je l’acclame d’un vivat qui m’est immédiatement rendu ; puis l’un et l’autre bâtiment , en signe de salut , arborent pavillon , comme deux amis qui se tendent la main en se disant : Au revoir !“, che tradotto significa: “Sulla via del ritorno, siamo assaliti da una terribile tempesta; ci rifugiamo in un’antica torre romana e da lì contempliamo il grandioso spettacolo di una tempesta in mare. Alle sei riuscimmo a salvarci; trovammo la vecchia compagnia della Flotta sulla riva, in attesa di imbarcarci. Alle dieci, il Benvenuto levò l’ancora, trainato da un piroscafo diretto a Salerno. Era l’una del mattino, il piroscafo ci lasciò soli. Pochi istanti dopo, il mare si fece agitato e il vento contrario. In una parola, incontrammo una vera tempesta. La bandiera d’allarme rimase issata per tutto il giorno. Nonostante ciò, non ricevemmo alcun aiuto. Alla fine, non sapendo cosa fare, il capitano decise di tornare a Sapri, dove arrivammo verso le nove di sera. A mezzanotte lasciammo Sapri di nuovo con un buon vento. Purtroppo, i venti, come “destini e onde”, erano mutevoli, così che il mare si fece di nuovo agitato e il vento contrario, navigammo a caso per tutto il giorno. Verso le sette, l’Emma, lo yacht di Alexandre Dumas, passò accanto alla nostra nave, diretto a Napoli. Io esultai, che mi fu subito ricambiato; poi entrambe le navi, in segno di saluto, issarono le loro bandiere, come due amici che si tendono la mano e dicono: “Arrivederci!”.
Nel 9 settembre 1860, il colonnello RUSTOW e la sua Brigata MILANO, i primi ad arrivare a Napoli
Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 313, in proposito scriveva:“….Siccome presso Ariano trovavasi la brigata Bonanno e Türr da principio non aveva a sua disposizione che guardie nazionali , la brigata Milano, la quale non era entrata in Napoli che la mattina del 9 , dovette perciò rimettersi in marcia nelle ore pomeridiane dello stesso giorno. Essa portossi colla ferrovia a Nola e di là alla sera fino a Mugnano e Cardinale. Il 10 marciò ad Avellino; di là Türr coi bersaglieri ed un battaglione montato sui carri si spinse ancora fino a Denticane (Venticane) , mentre Rüstow cogli altri due battaglioni seguiva di riserva fino a Pratola.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a p. 314, in proposito scriveva:“A Napoli erano intanto arrivate fino dal pomeriggio del 9 altre truppe dell’ esercito italiano meridionale, dapprima singoli battaglioni del corpo di Rüstow, delle brigate Bologna e Parma, indi altri molti , anche di altri corpi e divisioni. I forti di Napoli si arresero gli uni dopo gli altri ed i loro presidii , parte si recarono liberi a Capua ed al Volturno, parte si dispersero. La città era in uno stato di festa permanente , piena di allegria e di giubilo.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 207, in proposito scriveva che: “Il Turr voltava allora con la sua brigata a compiere la reazione ad Ariano; onde toccò al Rustow con la brigata detta Milano d’entrar primo in Napoli. E di corto per la strada di ferro a poco per volta entrava in Napoli di notte, per ascondere sua luridezza; e alloggiava a Pizzofalcone, ov’erano ancora soldati nostri. Quei primi furon più che mille, il resto venne poi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p.159, in proposito scriveva che: “VIII. Il Rustow insieme con la sua brigata Milano, giunto in Eboli il 7, ebbe ordine di trovarsi a Napoli per il giorno dopo. Ques’ordine non fu però osservato, perchè i volontari erano stanchi per le lunghe marce e per giunta mancavano i carri per trasportarli. Il Rustow pensò allora di mandare a Salerno un distaccamento della guardia nazionale di Eboli, per radunare quanti più carri e carrozze trovasse per via, su cui furono fatti salire tutti coloro che si sentivano più in grado di proseguire la marcia…..arrivò il 9 a Napoli.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Un telegramma, diretto al Sindaco di Auletta e firmato dal Gen. Turr, spedito dal Fortino di Casaletto Spartano il 4 settembre, informava che sarebbero transitati, diretti a Salerno, 25.000 uomini, e bisognava procurare viveri e vettovaglie; in marcia di avvicinamento era anche la colonna di Rustow, e reparti del Battaglione “Lucania” sarebbero giunti l’8 settembre.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 163, in proposito scriveva che: “Lo Stato Maggiore avrebbe desiderato che, al momento dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, vi si trovasse pronto un buon numero di garibaldini, perciò fu telegrafato subito al generale Gandini, comandante della brigata Milano, di partire presto da Eboli e di recarsi a Vietri etc…”. Il generale Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 349, in proposito scrivea che: “Mentre Turr accorreva d’Auletta in seguito del Dittatore, per entrare con lui a Napoli, Rustow era arrivato ad Eboli il giorno 7 colla brigata Milano. Ivi ricevette a tarda sera l’ordine di andare a Napoli colla detta brigata, affinchè il Dittatore etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “…, mentre il generale Fabrizi, che aveva raccolto e concentrato nuove forze nel Cilento, le guidava fra il 7 e il 10 settembre a Salerno in varie colonne, rispettivamente comandante da valorosi patrioti: il Guardile, il Galloppo, il Curzio, il Magnone, il Passero, il De Dominicis.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 24, in proposito scriveva che: “Dopo alcune ore, si continuò la marcia verso Sala. Il giorno 6 ad Auletta, ove si vedevano ancora le traccie parlanti del terremoto del 1858. Il giorno 7 ad Eboli. Oramai ci trovavamo distanti una sola tappa dalla forte posizione di Salerno. Poteva la piccola brigata Milano osare di affrontarla ?. Si. Accadde l’impossibile ! La piccola forza imbarcata a Sapri, come di solito, era stata ingrandita dalla fama, la quale non curando molto gli zeri l’aveva fatta salire fino a 15 mila uomini. In verità noi avevamo appena altrettanto cartucce; ma Salerno fu abbandonata prima del nostro arrivo.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a pp. 234-235, in proposito scriveva che: “Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’indusse a deporre le armi ; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli , ove fu raggiunto da Garibaldi , che con molta esultanza fu accolto dal popolo guidato da molti cittadini, che sin dall’anno primo congiuravano e tra questi erano: Santoro Vito, Melillo Vito, Selvaggio Nicola, Cavaliere Raffaele, Pisciotta Vincenzo, Postiglione Luigi, Sansimone Pasquale, Caputo Vincenzo, Principale Francesco, Scocozza Gerardo, Druella Vito , Sica Oraziantonio , Caniato Donato, Pintozzi Luigi , di Spagna Berniero, Bianco Vito, Nigro Leonardo ed altri. Pervenuta la notizia a Salerno che Garibaldi era arrivato ad Eboli, molti giovani delusero la vigilanza della polizia e partirono ver quella parte e abboccatisi col generale Turr, spedirono poi al sindaco il seguente telegramma. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 159-160, in proposito scriveva: “Il mattino dell’8 settembre giunse a Salerno la prima colonna di garibaldini formata da piemontesi milanesi e volontari, che, vestiti con camiciotto biancaccio e con giacca bruna, si schierarono innanzi all’Intendenza. Tra essi si scorgevano anche ragazzi su quindici e sedici anni. A mezzodì circa e per un’ora intera un gruppo di milanesi che formava l’avanguardia, unitosi alla Guardia Nazionale ed alla banda musicale e seguita dalla folla, percorse le vie della città, cantando inni patriottici e prorompendo in ovazioni a prò della libertà e di Garibaldi. Cessata la dimostrazione, quel gruppo di volontari decise di partire anch’esso per Napoli. Lasciò difatti Salerno alle ore 20 circa ?(40). Ma Salerno attendeva nuovi garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Etc…”.
Nel 9 settembre 1860, a Lagonegro, il generale SIRTORI scriveva a Garibaldi per comunicargli notizie sulle truppe raccoltesi a Lagonegro e a Sapri
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: “Intanto a Napoli giungevano rapidamente i diversi corpi dell’Esercito Meridionale, che liberi da ogni preoccupazine del nemico e con le navi a loro disposizione, sollecitavano la marcia. Dove quei corpi fossero, di preciso Garibldi non lo poteva sapere e ne aveva chiesto dopo il suo arrivo in Napoli al Sirtori, il quale a sua volta si spostava ogni giorno. Il 6 a Castrovillari, il 7 a Rotonda, l’8 a Lauria e a Lagonegro. Lo precedeva il Corte etc…”. Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda. Orsini è a Cosenza col resto dell’artiglieria. Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Mille calabresi circa agli ordini di Pace son verso Sala. Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza. Stocco sta armando gente in Catanzaro e provincia. Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Il generale Giuseppe Sirtori scrivendo il 9 settembre 1860 da Lagonegro a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori, con un dispaccio del 9 settembre 1860 comunicava a Garibaldi, che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori comunicava a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-442, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Ho riprodotto questo elenco perchè il lettore possa farsi un’idea delle difficoltà in cui si trovava il Sirtori per regolare l’avanzata di tanti corpi sparsi e ansiosi tutti di giungere a Napoli; senza contare, come ho già detto, le difficoltà di trasporto, a proposito dei quali successe a Paola un disgustoso incidente cui parecchi accennano, specialmente il Bandi ed il Rustow. Il Bixio etc…”. Agrati, a p. 444, in proposito aggiungeva: “Comunque, per terra o per mare e più o meno ordinate, le truppe avanzavano e le provincie ad una ad una riprendevano l’antica vita tranquilla. Il Corte da Sapri comunicava in data del 9 che ormai laggiù non restavano che i magazzini della Divisione Bertani.”. Ma ciò non corrisponde al vero, come vedremo perchè da Sapri partirono altre truppe fino al 14 settembre 1860. Agrati aggiunge pure: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale. Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola etc….Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo da questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini etc…”.
Nel 9 settembre 1860, a Sapri, il Battaglione “CORRAO”, in attesa di potersi imbarcare per Napoli
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che il generale Sirtori, rispondendo a Garibaldi, nel dispaccio del 9 settembre 1860 gli comunicava che: “Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito scriveva pure che: “Nello stesso tempo procedevano direttamente per Napoli, dopo aver preso imbarco a Paola, le altre due brigate di Eber e di Corrao.”. Dunque, mentre l’Agrati scriveva che il battaglione Corrao si imbarcò da Paola per Napoli ma fece tappa a Sapri, il Cesari scrive che da Paola, il battaglione Corrao andò direttamente a Napoli. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. I generali La Masa e Corrao erano comandanti della 6.a Brigata (aggregata alla 5.a Brigata) della 13° Divisione Stato Maggiore del Generale Turr. Del battaglione di Giovanni Corrao e del suo battaglione ha scritto Giuseppe Paolucci (….), nel suo “Giovanni Corrao e il suo battaglione alla battaglia di Milazzo”. Di Giovanni Corrao, ha scritto Giuseppe Paolucci (….), nel suo “Giovanni Corrao”, in “Archivio Storico Siciliano” 1900, anzi Paolucci Giuseppe, Giovanni Corrao e il suo battaglione alla battaglia di Milazzo, 1900.
Nel 9 settembre 1860, a Sapri, Clemente CORTE scriveva al generale Sirtori e comunicava che a Sapri le truppe erano tutte partite
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Comunque, per terra e per mare e più o meno ordinate, le truppe avanzavano e le provincie ad una ad una riprendevano l’antica via tranquilla. Il Corte da Sapri comunicava in data del 9 che ormai laggiù non restavano che i magazzini della Divisione Bertani.”. Ma ciò non corrisponde al vero, come vedremo perchè da Sapri partirono altre truppe fino al 14 settembre 1860.
Nel 9 settembre 1860, a Lagonegro, il generale Sirtori riceveva l’ordine di affrettare la marcia per Napoli
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Il Sirtori stesso riceveva a Lagonegro, il 9, l’ordine di sollecitare quanto possibile la sua marcia sulla capitale.”.
Nel 9 settembre 1860, a Salerno, l’arrivo di una porzione della “brigata SPANGARO” (ex NICOTERA), al comando di Pietro Spangaro
Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1° settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri; 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7. pom. e trovava ordine di continuare per Napoli, se non chè per mancanza carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi partiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli alle ore 9. Il giorno 8 il resto della stessa brigata partiva da Palermo direttamente da Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, e riunita sul Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acqquartierava.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri etc…”. Dunque, il Pecorini-Manzoni non ci parla del resto della brigata Spangaro che passò da Lagonegro. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre finalmente le brigate della divisione Eber, Spangaro (anteriormente Nicotera) e Milano, furono sollevate dagli avanposti e chiamate a Caserta.”. Dunque, Rustow scriveva che la brigata Spangaro “anteriormente” era detta brigata Nicotera. Dunque, il Rustow scriveva che la brigata Spangaro, in precedenza era detta “brigata Nicotera”. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. La brigata Spangaro (una porzione di essa), il 7 settembre 1860, il giorno che Garibaldi entrò trionfante in Napoli, si trovava ancora a Lagonegro ed in partenza per Sala Consilina. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, descrive le soste a Sala e ad Auletta, dove si fermarono e dove giorni dopo la marcia proseguì. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. L’altra parte della brigata Spangaro è quella del Du Champ, che, invece marciò sulla strada consolare arrivando a Lauria e a Lagonegro il 7 settembre e solo il 9 settembre arriverà a Napoli via terra. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 160, riferendosi l giorno 9 settembre 1860, in proposito scriveva che: “VIII….Ma Salerno attendeva nuovi Garibaldini. Pertanto, il giorno dopo, verso le 22.30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata da Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici.”. Qui c’è un errore perchè non è “Bersani” ma si tratta di Agostino Bertani. De Crescenzo scrivendo il giorno dopo si riferisce al 9 settembre 1860. De Crescenzo, a p. 160, nella nota (41) postillava: “(41) Il Nicotera era stato liberato il 3 giugno dalle carceri di Favignana con altri 127 prigionieri, e subito s’era dato ad organizzare un comitato liberale e la Gurdia Nazionale. Ora era stato mandato a preparare la nuova spedizione di volontari in Toscana. Riprenderà le armi nel ’66 e parteciperà alla campagna del Trentino, poi alla battaglia di Mentana. Etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, riferendosi a Salerno ed al giorno 9 Settembre 1860, a p. 160, in proposito scriveva che: “Pertanto il giorno dopo, verso le ore 22,30, si videro comparire due battelli a vapore, che portavano la banda di Giovanni Nicotera composta quasi tutta di toscani (41) e di qualche milanese. Era questa una parte della nuova spedizione di ottomila volontari comandata Luigi Pianciani, che, per desiderio del Bersani e dei mazziniani, avrebbe dovuto invadere gli Stati pontifici. Anch’essa, dopo essere stata complimentata dagli uomini più in vista, girò per la città cantando e gridando.”. De Crescenzo, a p. 160, nella nota (41) postillava: “(41) Il Nicotera era stato liberato il 3 giugno dalle carceri della Favignana con altri 127 prigionieri, e subito s’era dato ad organizzare un comitato liberale e la Guardia Nazionale. Ora era stato mandato a preparare la nuova spedizione di volontari in Toscana. Riprenderà le armi nel ’66 e parteciperà alla campagna del Trentino, poi alla battaglia di Mentana. Nel 1876-77 e nel 1891-92 sarà ministro dell’Interno, poi si ritirerà dalla politica militante.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; etc…”.
Nel 9 settembre 1860, a Sapri, una porzione della “brigata MILBITZ” (16° Divisione Cosenz), al comando di …………….., è in attesa di imbarcarsi per raggiungere Napoli
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi……Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier Etc…”. Dunque, Carlo Agrati scriveva che, da Lagonegro, il 9 settembre 1860, il Generale Sirtori comunicava a Garibaldi che: “Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Sirtori aggiungeva altre informazioni e scrivendo a Garibaldi che: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio, la Fardella, Laugier e Palizzolo. Queste brigate facevano parte della Divisione Cosenz, che come abbiamo visto era con Garibaldi ed il 3 settembre sbarcò a Gapri. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che “Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Da chi dipendeva la Brigata Milbitz ?. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Il “Maggiore Generale de Milbitz” era comandante della 2° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione della XVI Divisione di Enrico Cosenz con a capo il Maggiore Serafini. Dunque, la “Brigata Milbitz”, citata dal Sirtori era la 2° Brigata della XVI Divisione di Enrico Cosenz. Da Wikipedia leggiamo che Aleksander Izenschmid, conte di Milbitz (Kuršėnai, 20 agosto 1800 – Torino, 17 giugno 1883) è stato un militare e patriota polacco. Appresa della spedizione dei Mille, partì per la Sicilia e, nel luglio 1860, a Palermo fu nominato da Garibaldi generale ispettore di tutto l’Esercito meridionale. Al comando della brigata “Milbitz” prese parte alla battaglia di Milazzo e durante la campagna napoletana, comandante della XVI Divisione, fu posto a difesa di Santa Maria di Capua durante la Battaglia del Volturno, nel corso della quale il 1º ottobre fu ferito. In un altro sito sul web leggiamo che Milbitz, nel 1859 rientrò in Italia, dove partito per la Sicilia fu subito nominato da Garibaldi generale ispettore di tutto l’esercito, al comando di una brigata a Milazzo e della 160° Divisione al Volturno. Enrico Fardella (….), un garibaldino volontario, fece parte della Brigata di A Izensmid Milbitz. Il Fardella attraversato lo stretto tra il 21 e 22 agosto e sbarcato sul continente, il Fardella proseguì la marcia senza gravi problemi.
Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, per alcuni giorni nei primi di Settembre e, in proposito scriveva: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.“. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ? Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: “Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: “A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut , avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes , et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: “A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”.
ALTRI ARRIVI A PAOLA
Nel 9 settembre 1860, a Paola, l’arrivo della Divisione BIXIO (18° Divisione) ed il litigio tra il generale Nino Bixio ed alcuni soldati della Divisione Medici per imbarcarsi lui e la sua Divisione sul “Governolo” che aveva a bordo gli uomini della Divisione Medici
Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 60, in proposito scriveva: “Imbarco delle truppe a Paola. La prepotenza di N. Bixio e le incertezze di G. Sirtori….etc…”. Il nipote di Nicostrato Castellini, Gualtiero (….), traendo dal suo Dario scriveva della Divisione Medici che era già arrivata a Paola dove attendeva piroscafi per la partenza che li portasse a Napoli. Castellini, sulla scorta del Bandi (….) cita anche l’episodio del Bixio, che irritato ebbe un brutto diverbio con alcuni soldati della Divisione di Medici che già erano a Paola. Castellini, a pp. 61-62, in proposito aggiungeva: “9 settembre— Si distribuisce il vestiario: al battaglione Menotti (1) diedero cappelli alla calabrese „. “10 settembre — La divisione Bixio s’imbarca su cinque vapori napoletani. Non potendo compiere regolarmente l’imbarco, sulla sera vedo Bixio sciogliere il braccio offeso, saltare sulla scala dell’Elettrico, prendere un fucile al primo soldato che si presenta e dar calciate a sinistra ed a destra. Dopo mi si riferì che uccise un milite ed altro ne ferì, e di più — a bordo — diede altre molte bastonate. Cosa vergognosa in un generale! (2).”. Castellini, a pp. 61-62, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Castellini, a p. 61, nella nota (2) postillava: “(2) Il Bandi dice che il Bixio giunse di corsa alla spiaggia co’ suoi e di fronte al Medici che doveva imbarcarsi esclamò: — Io partii primo da Genova: non voglio che chi partì dopo, mi preceda a Napoli. E l’ottimo Medici cedette prò botto pacis. Alle quindici Bixio saltò su l’Elettrico per potervi stipare i soldati che gli pareva stessero troppo comodi. Gridando “carogne tutti„ sciolse il braccio — feritogli a Reggio da un garibaldino malaccorto — e con una carabina menò calci a tutti “ come battesse le spighe del grano col correggiato sull’aia„. Massacrò alcuni volontari stranieri, e i loro compatrioti ed il Dezza e il doloroso incidente fu chiuso. La scena quindi non accadde sul Governolo (che era una corvetta sarda), come fu detto da alcuno, ma su l’Elettrico, come dice il Castellini e come conferma il Bandi.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 199-200 e ssg., riserendosi al generale Sirtori, in proposito scriveva che: “….un ben arduo compito, che il Sirtori, pur non tendo evitare qualche doloroso incidente – valga per tutti quello fra il Bixio ed il Medici a Paola….”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva che: “Ho riprodotto questo elenco perchè il lettore possa farsi un’idea delle difficoltà in cui si trovava il Sirtori per regolare l’avanzata di tanti corpi sparsi e ansiosi tutti di giungere a Napoli; senza contare, come ho già detto, le difficoltà di trasporto, a proposito dei quali successe a Paola un disgustoso incidente cui parecchi accennano, specialmente il Bandi ed il Rustow. Il Bixio a Cosenza – dove tra l’altro aveva reso omaggio alla memoria dei fratelli Bandiera con una visita al vallone di Rovito, il luogo della loro fucilazione nel ’44 – aveva ricevuto il giorno 8, da Cosenz a nome del Dittatore, l’ordine di portarsi con la sua Divisione a Paola, dove, a quanto gli era stato detto, avrebbe trovato vapori per Napoli. Alle 6 pom. del giorno stesso, infatti, si metteva in marcia per Rogliano coi suoi 4 mila uomini – è il Bixio stesso che indica tale cifra – e ne dava comunicazione al Sirtori in Lagonegro. Il quale Sirtori aveva già disposto che a Paola andasse il Medici e questi era già sul posto, sicché prevedeva che i mezzi di trasporto anche per il Bixio non ci sarebbero stati. Forse a scanso di responsabilità dice ben chiaro nella sua lettera a Garibaldi che il Bixio marciava non per suo ordine ma “per ordine direttamente ricevuto da costà”. Il fatto è che, il 9 settembre, non appena giunse a Paola, precedendo di poche ore i suoi, il Bixio si affrettò a telegrafare al Sirtori che: “….in seguito all’ordine di Cosenz la mia Divisione sta per arrivare qui, Medici pure è a Paola. Tempo brutto: non so se potremo imbarcarci. Qui ci troveremo 4500 uomini della mia Divisione, più Medici con la sua e con parte di quella di Cosenz, ciò che è molto.”. Veramente due giorni prima aveva detto che i suoi eran 4000 soltanto; in ogni modo, i suoi con quelli di Medici e con la Brigata della Divisione Cosenz erano per Paola non soltanto molti, ma troppi. Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Per quel che si è visto possiamo attribuire la prima colpa di tale situazione al Cosenz e, poiché questi aveva ordinato al Bixio d’andare a Paola in nome di Garibaldi, al Dittatore stesso, il quale pare che non avrebbe dovuto dare ordini diretti senza prima intendersi col suo Capo di Stato maggiore, a cui solo spettava di dirigere l’avanzata delle truppe. La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”. Ma da questo telegramma non appare nulla di quanto era successo. Il Bixio aveva voluto imbarcarsi prima del Medici, dicendo ch’egli era venuto assai prima di lui in Sicilia. Invano gli si era osservato che già da qualche giorno il Medici attendeva in Paola di potersi imbarcare; egli non aveva intender ragioni ed il Medici, pro bono pacis, aveva ceduto. Senonché, ad un certo punto qualcuno aveva detto al Bixio che una parte dei suoi avrebbe dovuto restare a terra, poiché sui vapori, già zeppi, non c’era più posto. Allora egli era stato preso da uno di quei suoi eccessi di furia, nei quali realmente perdeva completamente l’uso della ragione….Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari. Il Bixio era salito a bordo furioso e vedendo il ponte ingombro di gente sdraiata e sonnacchiosa – eran i soldati della Compagnia del Wolf, quasi tutti tedeschi disertori – la sua furia s’era accresciuta sino a divenir ferocia. Etc…menava colpi all’impazzata gli erano saltati addosso, tanto che se non accorrevano quelli di cui parla il Rustow, il Bixio avrebbe pagato assai caro quell’eccesso di pazzia. Molti furono i feriti e parecchi gravemente; qualcuno, anche, purtroppo morì. Dice il Bandi che poi al Bixio non se ne fece tutta la colpa che meritava, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Il Bandi conferma il racconto e dà altri particolari.”. Infatti, Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 197, in proposito scriveva che: ” Ferdinando Eber (1825-1885) ….Garibaldi lo promosse colonnello brigatiere della divisione Turr.”. Bandi racconta dell’arrivo di Bixio e Medici e delle loro Brigate insieme a Eber a Paola. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI. Stando in Cosenza, avevo udito l’annunzio del miracoloso ingresso del dittatore in Napoli, e a me tardava raggiungerlo, per ripigliare presso di lui il posto che avevo lasciato per accompagnarmi col colonnello Malenchini. Troppo tempo però ci voleva per giungere a Napoli per via di terra; sicchè domandai a Bixio qual fosse il porto più vicino nel quale avrei trovato modo di imarcarmi. Bixio mi disse che andassi con lui a Paola, e che colà mi imbarcherei prontamente con la sua divisione perchè nel dì venturo, tre legni a vapore dovevano giungere in porto, per toglierla a bordo e trasportarla a Napoli. Mi posi, dunque, in cammino, insieme alla sua gente, etc…Cavalcavo accanto a Menotti, etc….Giungemmo al villaggio di Santa Fele, che siede sopra un breve altipiano……Etc…M’accorsi allora che Bixio aveva in animo di giungere colla sua divisione a Paola innanzi che vi giungessero le truppe che, durante la notte, avevano marciato dinanzi a noi. Curioso di vedere come sarebbe finita quella gara, spronai il cavallo e raggiunsi certi battaglioni di Cosenz, che andavano marciando alla distanza di un miglio o poco più, comandati dal colonnello Fardella (38). Trottai ancora qualche tempo e mi trovai ancora in mezzo ad un reggimento di Medici. Giunto che fui in Paola, vidi nella rada il ‘Governolo’, corvetta della marina sarda, e tre grossi piroscafi da trasporto, e vidi che i soldati di Medici avevano già trasportato sulla spiaggia i bagagli, e si disponevano a cominciarne l’imbarco. Sulla spiaggia erano due ufficiali dello stato maggiore generale, lasciati quivi dal Sirtori per vegliare l’imbarco delle truppe, con ordine espresso che la divisione Medici s’imbarcasse per la prima; e c’era il capitano Andrea Fossi, che i miei lettori già conoscono, e che fu il timoniere del ‘Piemonte’, nella traversata da Genova a Marsala. A una cert’ora, Bixio che colle sue genti era passato di corsa in mezzo ai battaglioni di Cosenz e a una parte della divisione Medici, giunse in Paola; e recatosi sulla spiaggia, e veduto che Medici etc…”. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, in proposito scriveva che: “Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti generali garibaldini seguono velocemente sulle strade di Calabria. Più degli altri impaziente è il Bixio. Narra il Dezza ch’egli vorrebbe dai volontari anche quello che il loro fisico non può dare. Sulla strada di Rogliano per stimolarli ricorre persino alle piattonate che distribuisce senza misericordia. I poveretti, affranti per il caldo, la sete, la fatica si lamentavano tanto che ad un certo punto il Dezza interviene ed intercede per loro. Non l’avesse mai fatto! Il Bixio si volge a lui con la sciabola sguainata e gli spinge addosso il cavallo. Il Dezza, anch’egli a cavallo, è costretto a fare un salto indietro ed a sguainare la sua. I due uomini sono di fronte in mezzo alla strada, tra i soldati atterriti. E’ un attimo. Il Bixio sembra rinsavire d’un tratto, gira il cavallo e via di galoppo imprecando e, per ripetere la frase del Bandi, “bestemmiando in tutti i dialetti d’Italia”(1).”. Agrati, a p. 411, nella nota (1) postillava: “(1) Memorie inedite di G. Drezza.”. Agrati in questo passaggio cita tre testi: quello di Dezza e quello del Canzio e quello del Bandi (….). Il testo del Stefano Canzio (….), genero di Garibaldi è il suo manoscritto consegnato a Treveljan nel 1908. Si tratta di: “Ragguaglio scritto a macchina dell’incontro di Vittorio Emanuele e Garibaldi”. L’Agrati, invece a p. 617 ci parla di “Canzio Stefano, Diario, manoscritto con schizzi (già pubblicato da M. Menghini), al Museo del Risorgimento di Milano.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi. A Paola in un litigio sorto a proposito del diritto di precedenza nel montare a bordo, Nino Bixio aveva rotto la testa a più d’un compagno con il calcio di un fucile, il che non gli aveva impedito poi di pentirsi come sempre della sua furia selvaggia e di stringere amicizia con le vittime che aveva quasi mandate all’altro mondo (2).“. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Dobelli citava l’Adamoli. Infatti, di Bixio, arrivato a Cosenza molto tempo dopo, scrive Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 153-154, in proposito , scriveva che: “I miei commilitoni, il giorno dopo, rivolto un saluto reverente alle tombe dei fratelli Bandiera fucilati in Cosenza nel 1844 , proseguirono alla volta di Paola, donde, sui vapori a loro destinati , sarebbero senza intoppi pervenuti a Napoli, se la sorte non avesse loro gettato innanzi il generale Bixio, con quel suo carattere indiavolato. Il Bixio aveva già, su la marina di Paola, commesso un atto di prepotenza, mandando il suo maggiore, Menotti Garibaldi, a impossessarsi de’ piroscafi assegnati alle truppe del Medici, e senz’altro imbarcando su essi la sua brigata. Siffatta esorbitanza aveva provocato da parte del Medici una vera esplosione di risentimento, e ne era seguito , fra’ due comandanti , un diverbio vivacissimo . Composta, non so poi come , la lite col Medici, Bixio fece allora intimare agli ufficiali del Governolo, che aveva già a bordo la mia brigata, di prender su anche le sue compagnie. Il comandante D’Aste gli rimandò il guardiamarina Puliga, quello stesso che presta ancora tanto onoratamente servigio come capitano di vascello ; e questi , presentatosi al Bixio , gli spiegò come sul Governolo non ci fosse più posto.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che la Divisione Medici era a Paola in attesa di imbarcarsi per Napoli. Ma poi, come vedremo in seguito essa non riuscirà ad imbarcarsi per Napoli per un litigio e la prepotenza di Nino Bixio. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. In quella occasione il Sirtori ebbe un dissidio con il Bixio che volle imbarcarsi prima del Medici. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Etc…”. Non so come abbia fatto il Rustow a narrare l’episodio del Bixio che a Paola va su tutte le furie contro i volontari della Divisione Medici. A me sembra strano, perchè Rustow non si trovava a Paola il giorno 9 settembre 1860, ma egli era con le truppe o volontari della Brigata Milano, nei giorni 31 agosto 1860, ivi arrivati con Agostino Bertani. Ho consultato i due testi citati da Agrati nella bibliografia ma la frase del Rustow non risulta. Agrati scriveva che il colonnello Wilhelm (Guglielmo) Rustow scriveva che: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Etc…”. Ho guardato attentamente ciò che scrive il Rustow nei tre testi che lo traducono in italiano: 1- Eliseo Porro (….), nel suo “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, Milano, ed. Salvi, 1861; 2- G. Bizzozero; 3- “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861. Carlo Agrati (….), cita l’episodio del violento litigio avvenuto a Paola con Bixio prendendo spunto da uno scritto di Rustow. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo etc…”.”, e aggiunge che Rustow raccontava che: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Bixio infuriato venne subito con Puliga a bordo, gridando: “Le farò vedere io se non c’è più posto” “Salendo a bordo buttò in mare un bavarese che si salvò per miracolo: poi preso un fucile per la canna si fece largo a colpi di calcio, senza ritegno, sempre ripetendo al Puliga: “Vede se non c’è posto? Vede come si fa?” Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”. A parte che sui due testi tradotti in italiano dal Rustow non ho trovato traccia di ciò che scrive l’Agrati ma poi a me pare strano che Rustow possa citare, come testimone oculare, questo episodio che risale al 9 settembre 1860, quando lui e le sue truppe, la brigata Milano ed altri, si trovavano verso Capua. Bixio riuscirà a partire da Paola, diretto a Napoli, solo il giorno 10 settembre 1860. Tuttavia, la citazione di Agrati è interessante perché fa parlare a Rustow che ci parla del omandante della nave Governolo, D’Aste, ci parla del guardiamarina Puliga, che salì a bordo del Governolo, ci parla dei bavaresi che erano presenti, Eber e Wolf, etc….Su Puliga, su Wikipedia leggiamo che Carlo Alberto Quigini Puliga partecipò alla campagna navale del 1860-1861 imbarcato dapprima sulla corvetta a ruote Governolo, e poi sulla pirofregata Vittorio Emanuele, venendo decorato con una medaglia d’argento al valor militare per essersi distinto nei combattimenti sul Garigliano e a Mola di Gaeta. Il 1 settembre 1860 venne promosso sottotenente di vascello, e luogotenente di vascello di seconda classe il 1 ottobre 1862. Dunque egli faceva parte della marina Piemontese, forse inviato a Paola e a Sapri dal Persano. Sempre su Wikipedia leggiamo che il “Governolo” è stata una pirofregata di II rango a ruote della Regia Marina, già della Marina del Regno di Sardegna. Dopo aver fatto la spola insieme ad altre fregate e vapori sardi, il Governolo fu assegnata poi alla squadra comandata dall’ammiraglio Persano, la Governolo partì da Napoli il 13 (per altre fonti 11) settembre 1860 per prendere parte all’assedio di Ancona. Riguardo il “Wolf” citato da Rustow (….), che dice: “…Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”. Dunque, Wolf era uno dei tanti volontari Bavaresi. Da Wikipedia si apprende che Erano presenti anche volontari stranieri, affluiti in tempi diversi. Risultano impiegati in combattimento il 1-2 ottobre, circa 200 cavalleggeri ungheresi e altri 200 fanti ungheresi. In precedenza furono impiegati 50 francesi di De Flotte caduto in Calabria. Erano presenti anche un centinaio di disertori borbonici stranieri comandati da Wolfe gruppi di britannici (19), la presenza di soldati stranieri borbonici era molto più alta, infatti al comando di Von Mechel erano 3.000 soldati, oltre ad alcune compagnie svizzere chiamate Schweizertruppen. Il 15 ottobre le navi Emperor e Melazzo sbarcano a Napoli la Legione Britannica, chiamata anche Garibaldi Excursionists composta di circa 600 volontari successivamente impiegati in alcuni combattimenti. La notizia del Wolf proviene dal Treveljan.
LA 2° BRIGATA DI FERDINANDO EBER (DIVISIONE TURR = XIII)
Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc…Fu nominato Governatore Generale delle 3 Province di Cosenza, Catanzaro e Reggio il fratello del Generale Morelli, homo di un gran onore. Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Lui poi con Cosenz trovasi nella Basilicata a Sinistra di Potenza con un corpo di 50/m(ille) tutti Calabresi, e nazionali Napoletani, che vennero attruppati in parte dal Colonnello Boldoni compaesano. Etc…”. In questa lettera, Zancani rivela che a Paola vi erano le brigate Eber che Garibaldi mandò a Sapri. Zancani, il 3 settembre 1860 scriveva da Cosenza che Garibaldi il 1° settembre 1860: “…..partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri.”. Notizia che è inesatta perchè non sarà Garibaldi che andrà a Paola ma sarà Turr, su ordine di Garibaldi ad andare a Paola, dove ivi era Rustow con le truppe del Bertani. Inoltre, però Zancani scrive di “le brigate Ebber” che Garibaldi “mandò” a Sapri. Nandor Eber comandava la Legione Ungherese. Da Wikipedia leggiamo che tra i corpi stranieri dell’Esercito Meridionale costituito in Sicilia da Garibaldi vi era la Legione Ungherese. Tra gli ufficiali stranieri erano presenti anche gli esuli ungheresi István Türr, al quale è stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma, Nándor Éber, Carlo Eberhardt, Lajos Tüköry caduto a Palermo e il polacco Aleksander Izenschmid de Milbitz. È stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma anche al “garibaldino-finlandese” Herman Liikanen. Nándor Éber (nato Eberl Ferdinandus Balthasar Bartholomeus) (Budapest, 23 maggio 1825 – Budapest, 27 febbraio 1885) è stato un giornalista e militare ungherese naturalizzato britannico, prese parte alla spedizione dei Mille. Ferdinand Eber giunse in Sicilia come corrispondente del “Times” per cui lavorava dall’epoca della guerra in Crimea. Dopo aver fornito a Garibaldi informazioni utili sullo schieramento borbonico all’interno della città di Palermo, il 16 maggio 1860, partecipò alla formazione della legione ungherese. Questa inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere 500 volontari. La Brigata, denominata “Eber”, racchiuse tutti i combattenti stranieri e fu guidata da Eber con il grado di colonnello brigadiere e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Passata al comando di Stefano Turr, divenuto in quei mesi governatore di Napoli, fu utilizzata per reprimere focolai di rivolta in provincia di Avellino, fino al Plebiscito. La legione ungherese era un’unità militare di cavalleria creata da Giuseppe Garibaldi, parte dell’esercito meridionale garibaldino, attivo tra il 1860 e il 1867 Era così detto poiché composta da esuli e soldati magiari che avevano già combattuto al fianco delle altre formazioni garibaldine durante il periodo del Risorgimento, come Stefano Turr. Costituita in Sicilia, nella città di Palermo il 16 luglio 1860, inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere un folto gruppo di 500 volontari comandati dal colonnello brigadiere Nándor Éber (1825-1885) (per questo chiamati anche Brigata “Eber“, che in realtà racchiuderà tutti i combattenti stranieri), corrispondente del quotidiano The Times con la cittadinanza inglese e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 138, in proposito scriveva: “La spedizione Medici…..Col suo arrivo si formarono pertanto fra il 20 e il 22 giugno tre colonne, la prima guidata da Medici, destinata ad avviarsi per il litorale, obiettivo Messina, la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti. Tutte, compiute il loro itinerario dovevano concentrarsi alla punta del Faro.”. Dunque, il Cesari, a p. 138 scriveva che: “….la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti.”. Dunque, il Cesari scriveva che la Brigata Eber era la 2à Brigata che faceva parte della Divisione Turr. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 208 scriveva: “Eber (Nandor, Ferdinando) tuttavia, non era, per essere precisi, niente altro che uno scrittore; ma ogni Ungherese nasce ussaro. Era uno di quegli eccellenti corrispondenti che il ‘Times’ invia attraverso il mondo intero: così ha fatto le guerre e ha compiuto lunghi viaggi che lo hanno reso un cosmopolita.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 143-144, in proposito scriveva che: “De’ molti stranieri che capitavano al nostro quartiere perchè amici del Turr e dell’Eber, rammento ancora il conte Teleky etc..; il parigino Maxime Du Camp, alto, bruno, innamorato della nostra Italia e della camicia rossa che indossava; come l’indossava un turco autentico, Kadir bey, buon diavolo, grande amico di Turr, ….l’inglese Austin Dohnage, etc…; ma Eber non sapendo dove impiegarli, li aveva dispensati dal servizio, etc…”. Carlo Agrati (….), cita l’episodio del violento litigio avvenuto a Paola con Bixio prendendo spunto da uno scritto di Rustow. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo etc…”.”, e aggiunge che Rustow raccontava che: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Bixio infuriato venne subito con Puliga a bordo, gridando: “Le farò vedere io se non c’è più posto” “Salendo a bordo buttò in mare un bavarese che si salvò per miracolo: poi preso un fucile per la canna si fece largo a colpi di calcio, senza ritegno, sempre ripetendo al Puliga: “Vede se non c’è posto? Vede come si fa?” Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”. Dunque, Agrati scrive che dell’episodio del Bixio a Paola, il 9 settembre 1860, era presente Eber che con Wolf intervenne nel litigio di Bixio. Agrati scriveva che la notizia è data da Rustow. A parte che sui due testi tradotti in italiano dal Rustow non ho trovato traccia di ciò che scrive l’Agrati ma poi a me pare strano che Rustow possa citare, come testimone oculare, questo episodio che risale al 9 settembre 1860, quando lui e le sue truppe, la brigata Milano ed altri, si trovavano verso Capua. Bixio riuscirà a partire da Paola, diretto a Napoli, solo il giorno 10 settembre 1860. Tuttavia, la citazione di Agrati è interessante perché fa parlare a Rustow che ci parla del omandante della nave Governolo, D’Aste, ci parla del guardiamarina Puliga, che salì a bordo del Governolo, ci parla dei bavaresi che erano presenti, Eber e Wolf, etc….Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, riferendosi alle Divisioni del generale Turr, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Dunque, la Brigata Eber faceva arte della Divisione Turr che andò ad Ariano, appena arrivata a Napoli.
| 13.a Divisione | Comandante | Luogot. Gen. Türr |
| Stato Maggiore di Divisione | Capo | Col. Rüstow e Luog. Col. Alessandri |
| 1.a Brigata | Comandante | Colonn. Spangaro |
| 2.a Brigata | Comandante | Colonn. Eber |
| 3.a Brigata (Milano) | Comandante | Luogot. Col. De Giorgi |
| 4.a Brigata | Comandante | Magg. Gen. Sacchi |
| 5.a Brigata (aggregata alla 6.a Brigata).. | Comandante | Colonn. Fabrizi Luigi |
| 6.a Brigata (aggregata alla 5.a Brigata) | Comandante | Generali La Masa e Corrao |
Nel 9 Settembre 1860, la Brigata EBER muoveva per Paola dove arrivava alle ore 10 del mattino e ripartiva da Paola alle ore 9 del mattino per Napoli
La Brigata Eber, il 9 settembre 1860, marciava e giungeva alle ore 10 a Paola, dove lo stesso giorno 9 settembre 1860 davano fondo all’ancora i battelli a vapore inviati dal Sirtori per portare la Brigata Eber a Napoli. Il 9 settembre 1860, la Brigata Eber partì da Paola, alle ore 18,00 e solo il 10 e 12 settembre 1860 la Brigata Eber arrivò a Napoli. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 153 e ssg., riferendosi alla Brigata Eber, a Cosenza il giorno 7 settembre 1860, in proposito scriveva che: “I miei commilitoni, il giorno dopo, rivolto un saluto reverente ai fratelli Bandiera, fucilati in Cosenza nel 1844, proseguirono per Paola, donde, sui vapori a loro destinati, sarebbero senza intoppi pervenuti a Napoli, se la sorte non avesse loro gettati innanzi il generale Bixio, etc…”. Adamoli, a p. 155 concludeva: “La mia brigata proseguì senz’altri incidenti; giunse l’11 a Napoli, e due giorni dopo al campo presso Capua, etc…”. Adamoli, proseguendo il suo racconto, scriveva che da Cosenza, rimessosi dalla forte febbre si rimise in marcia ed arrivò a Paola dove trascorse il tempo in una locandaccia aspettando il vapore che lo portò a Napoli, dove arrivò verso gli ultimi di Settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Quella Eber arrivava alle 10 ant. del 1° settembre da Marcellinara a Catanzaro accolta con feste dalla popolazione; ivi veniva alloggiata nelle caserme e nelle chiese. In detta città raggiungevano il corpo molti volontari rimasti indietro nelle marce. La forza della Brigata era di 2966, dai quali presenti 2462, assenti 504, cioè ammalati 344, dispersi 160. Alle 5 pom. del 3 la Brigata Eber, percorrendo la consolare, marciava per Tiriolo, dove arrivava alle 11 pom., ed accampava al di qua del villaggio fino alla mattina del 4 (ore 6 ant.), che passava ad altro accampamento al di là del paese, ale 3 pom. muoveva per S. Pietro a Tiriolo, ove giungeva alle 10 pom. e si accampava sulla strada. Alle 2 ant. del 5 la Brigata Eber continuava per Soveria Mannelli, vi arrivava alle 7 ant., da dove riprendeva la marcia all’1 ant. del 6, ed un’ora dopo accapava a Rogliano al di qua del paese. La Brigata Eber alle 2 ant. del 7 lasciava Rogliano, ed alle 8 ant. giungeva in Cosenza. La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; ….”. Dunque, il Pecorini, a p. 171 scriveva: “La Brigata Eber (5 ant. del giorno 8) riprendeva la marcia, ed arrivava alle 10 pom. in S. Fili, ivi pernottava, ed alle 5 ant. del 9 muoveva per Paola, dove giungeva alle 10 ant. del giorno medesimo. Alle 9 ant. del 10 davano fondo l’ancora dirimpetto a Paola i battelli a vapore destinati al trasporto in Napoli della Brigata Eber. Alle 6 pom. aveva luogo la partenza; ….”. La Brigata Eber, il 9 settembre 1860, marciava e giungeva alle ore 10 a Paola, dove lo stesso giorno 9 settembre 1860 davano fondo all’ancora i battelli a vapore inviati dal Sirtori per portare la Brigata Eber a Napoli. Il 9 settembre 1860, la Brigata Eber partì da Paola, alle ore 18,00 e solo il 10 e 12 settembre 1860 la Brigata Eber arrivò a Napoli. Oltre alle brigate citate, nel Riassunto si citano anche i “Mille”, la “Brigata Bixio”, la “Brigata Eber” che, pare, non riguardano l’approdo di Sapri. Dunque, l’approdo e la tappa di Sapri pare non riguardasse la Brigata Eber, che invece si imbarcò a Paola ed Eber fu partecipe dell’episodio di Bixio. Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc…Fu nominato Governatore Generale delle 3 Province di Cosenza, Catanzaro e Reggio il fratello del Generale Morelli, homo di un gran onore. Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Lui poi con Cosenz trovasi nella Basilicata a Sinistra di Potenza con un corpo di 50/m(ille) tutti Calabresi, e nazionali Napoletani, che vennero attruppati in parte dal Colonnello Boldoni compaesano. Etc…”. In questa lettera, Zancani rivela che a Paola vi erano le brigate Eber che Garibaldi mandò a Sapri. Zancani, il 3 settembre 1860 scriveva da Cosenza che Garibaldi il 1° settembre 1860: “…..partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri.”. Notizia che è inesatta perchè non sarà Garibaldi che andrà a Paola ma sarà Turr, su ordine di Garibaldi ad andare a Paola, dove ivi era Rustow con le truppe del Bertani. Inoltre, però Zancani scrive di “le brigate Ebber” che Garibaldi “mandò” a Sapri.
Nell’10 settembre 1860, a Paola, le Divisioni COSENZ e BIXIO si imbarcano per Napoli
Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 61, in proposito aggiungeva: “….“10 settembre — La divisione Bixio s’imbarca su cinque vapori napoletani. Non potendo compiere regolarmente rimbarco, sulla sera vedo Bixio sciogliere il braccio offeso, saltare sulla scala dell’Elettrico, prendere un fucile al primo soldato che si presenta e dar calciate a sinistra ed a destra. Dopo mi si riferì che uccise un milite ed altro ne ferì, e di più — a bordo — diede altre molte bastonate. Cosa vergognosa in un generale! (2).”. Castellini, a p. 61, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. In quella occasione il Sirtori ebbe un dissidio con il Bixio che volle imbarcarsi prima del Medici. Sempre Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 441-443, in proposito scriveva pure che: “Il comandante di piazza, maggiore Marini,….La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvertendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”.”. Dunque, il comandante di Piazza, Marini, l’11 settembre 1860 scrisse al Sirtori comunicandogli che da Paola si erano imbarcati per Napoli, alle ore 14,30 con sei vapori le Compagnie presenti del Cosenz e del Bixio ed erano rimasti a terra la compagnia del Bixio. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI. Trottai ancora qualche tempo e mi trovai ancora in mezzo ad un reggimento di Medici. Giunto che fui in Paola, vidi nella rada il ‘Governolo’, corvetta della marina sarda, e tre grossi piroscafi da trasporto, e vidi che i soldati di Medici avevano già trasportato sulla spiaggia i bagagli, e si disponevano a cominciarne l’imbarco. Sulla spiaggia erano due ufficiali dello stato maggiore generale, lasciati quivi dal Sirtori per vegliare l’imbarco delle truppe, con ordine espresso che la divisione Medici s’imbarcasse per la prima; e c’era il capitano Andrea Fossi, che i miei lettori già conoscono, e che fu il timoniere del ‘Piemonte’, nella traversata da Genova a Marsala. A una cert’ora, Bixio che colle sue genti era passato di corsa in mezzo ai battaglioni di Cosenz e a una parte della divisione Medici, giunse in Paola; e recatosi sulla spiaggia, e veduto che Medici etc…”.
Nel 10 settembre 1860, a Paola, una porzione della “brigata MILBITZ” (16° Divisione COSENZ: cioè Laugier, Fardella e Palazzolo), è in attesa di imbarcarsi per Napoli
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro…..Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. Etc…”. Dunque, Carlo Agrati scriveva che, da Lagonegro, il 9 settembre 1860, il Generale Sirtori comunicava a Garibaldi che: “Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola.”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio, la Fardella, Laugier e Palizzolo. Queste brigate facevano parte della Divisione Cosenz, che come abbiamo visto era con Garibaldi ed il 3 settembre sbarcò a Sapri. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che, da Paola: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”. Dunque, a Paola, il giorno 10 settembre 1860, vi era una parte della Brigata Milbitz. Di cosa si trattava ?. Abbiamo già visto che Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Il “Maggiore Generale de Milbitz” era comandante della 2° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione della XVI Divisione di Enrico Cosenz con a capo il Maggiore Serafini. Dunque, la “Brigata Milbitz”, citata dal Sirtori era la 2° Brigata della XVI Divisione di Enrico Cosenz. Ma a Paola, il 10, secondo il Sirtori ed il comandante di Piazza del porto di Paola, il Maggiore Marini vi era una difficile situazione perchè ivi si trovava una parte della Brigata Milbitz e stava per arriare la truppa condotta da Nino Bixio, che come vedremo, prepotentemente ha uno scontro con le truppe di Medici. La Brigata del Milbitz, una parte di queste colonna, che faceva parte della colonna di Enrico Cosenz, non faceva parte delle truppe del Medici ma si trattava di una colonna comandata da “Laugier, Fardella e Palizzolo”. Di Fardella (….) ci parla Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a pp. 192-195, in proposito scriveva che: “XI. M’accorsi allora che Bixio aveva in animo di giungere colla sua divisione a Paola innanzi che vi giungessero le truppe che, durante la notte, avevano marciato dinanzi a noi. Curioso di vedere come sarebbe finita quella gara, spronai il cavallo e raggiunsi certi battaglioni di Cosenz, che andavano marciando alla distanza di un miglio o poco più, comandati dal colonnello Fardella (38). Trottai ancora qualche tempo e mi trovai ancora in mezzo ad un reggimento di Medici.”. Dunque, il Bandi, parlando di Paola e di ciò che accadde col Bixio, conferma che il colonnello Enrico Fardella (….) era un ufficiale di una parte della Divisione Cosenz (una parte della colonna Milbitz), quella che il generale Sirtori chiamava “Laugier, Fardella, Palazzolo”. Bandi, a p. 195, nella nota (38) postillava che: “Enrico Fardella marchese di Torrearsa (1821-1829) nato a Trapani. Nel ‘6’ fu governatore provvisorio di Trapani. Garibaldi lo nominò colonnello ed egli seguì il Dittatore fino a Capua. Disciolto l’esercito medidionale, si recò volontario negli Stati Uniti a combattere come sergente nella guerra di Secessione. Diventò sindaco di Trapani.”. Di colonnello Fardella, la Treccani on-line cita la sua biografia. Riconosciutogli da Garibaldi il grado di colonnello, organizzò un reggimento che fu assegnato alla brigata di A. Izensmid Milbitz. Attraversato lo stretto tra il 21 e 22 agosto e sbarcato sul continente, il Fardella proseguì la marcia senza gravi problemi. In Campania il 1° ottobre nell’avamposto di San Tammaro (Caserta) col suo reggimento si batté con coraggio e riuscì a respingere sei assalti del nemico; per le capacità dimostrate fu promosso comandante della brigata in sostituzione del Milbitz, ferito durante la battaglia. Il Bandi conferma che Enrico Fardella era colonnello e che egli si trovava con la sua Brigata a Paola e conferma pure della Divisione Cosenz ma non dice quale fosse la sua Brigata.
Nel 9 e 10 settembre 1860, da Sapri, partenza e viaggio in mare del vapore “Benvenuto” per Salerno e Napoli, nella lettera di un volontario garibaldino
Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison pubblicò un’altra lettera, a p. 71 datata 9 settembre 1860, che racconta il viaggio da Sapri del vapore “Benvenuto”: “En mer ( Sapri ), le 9 septembre . Il est une heure du matin , le vapeur nous abandonne à nos propres forces. Peu d’instants après , la mer devient grosse et le vent contraire. En un mot, nous essuyons une véritable tempête . Le drapeau d’alarme reste arboré toute la journée. Malgré cela nous ne recevons aucun secours. Enfin , ne sachant que faire , le capitaine se décide à retourner à Sapri, où nous arrivons vers neuf heures du soir.”, che tradotto significa: “In mare (Sapri), 9 settembre. È l’una del mattino, il piroscafo ci abbandona a noi stessi. Pochi istanti dopo, il mare si fa agitato e il vento è contrario. Insomma, stiamo vivendo una vera tempesta. La bandiera d’allarme rimane issata per tutto il giorno. Nonostante ciò, non riceviamo alcun aiuto.Infine, non sapendo cosa fare, il capitano decide di tornare a Sapri, dove arriviamo verso le nove di sera.”. Sempre il Maison, a pp. 71-72 pubblica un’altra lettera datata 10 settembre 1860, e scrive: “En mer, le 10 septembre. A minuit nous repartons de Sapri avec un bon vent. Malheureusement les vents, comme « les destins et les flots, » sont changeants, si bien que la mer redevenant mauvaise et le vent contraire , nous voguons encore au hasard toute la journée. Vers les sept heures , l’Emma, le yacht d’Alexandre Dumas, passe à côté de notre bâtiment , filant dans la direction de Naples . Je l’acclame d’un vivat qui m’est immédiatement rendu ; puis l’un et l’autre bâtiment , en signe de salut , arborent pavillon , comme deux amis qui se tendent la main en se disant : Au revoir !”, che tradotto significa: “In mare, 10 settembre. A mezzanotte ripartimmo da Sapri con un buon vento. Purtroppo i venti, come “i destini e le onde”, sono mutevoli, così che, con il mare di nuovo agitato e il vento contrario, navigammo a caso per tutto il giorno. Verso le sette, l’Emma, lo yacht di Alexandre Dumas, passò accanto alla nostra nave, dirigendosi verso Napoli. La acclamai con un applauso, che fu subito ricambiato; poi entrambe le navi, in segno di saluto, alzarono le bandiere, come due amici che si tendono la mano e dicono: Arrivederci!”. Dunque, questo volontario garibaldino scrive che riparte da Sapri il 10 settembre 1860 alle 24 mezzanotte e dice pure che alle 7 del mattino dell’11 settembre 1860 incontrarono lo Yact Emma di Alexandre Dumas che credo fosse al largo di Agropoli o di Salerno.
Nel 10 settembre 1860, a Lagonegro, l’arrivo della “Brigata ASSANDRI” (o ASSANTI), della 16° Divisione COSENZ
Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì…..”. Dunque, il generale Sirtori, da Lagonegro, il 9 settembre scrivendo a Garibaldi comunicava che la Brigata Assandri si trovava a Rotonda e che essa sarebbe arrivata il giorno 10 settembre a Lagonegro. Di quale brigata si trattava ? Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro, il 9 settembre comunicava a Garibaldi che, la Brigata Assandri si trovava a Rotonda ed era attesa a Lagonegro per il giorno dopo.A quale divisione apparteneva la “Brigata Assandri” ?. L’Esercito dell’Italia Meridionale, formato da Garibaldi constava della 16ª Divisione (Cosenz) 1ª Brigata (Assanti); 3° Reggimento (Albuzzi). Da Wikipedia leggiamo che il colonnello ASSANTI era comandante della 1° Bigata della 16° Divisione del generale Cosenz. Non so se il Sirtori, nel dispaccio indirizzato a Garibaldi si riferisca a “Gaetano Assanti” (Agrati dice “Brigata Assandri”), era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore della XVI “Divisione Cosenz”. Sul colonnello Gaetano Assanti, troviamo sulla Treccani on-line che nel 1860 prese parte alla spedizione deì Mille. Come colonnello nella 16a divisione, si segnalò a Mìlazzo, e nella battaglia del Voltumo si meritò l’ordine militare di Savoia. Credo che errasse Agrati chiamandolo “Assandri”. Dunque, sappiamo che il “3° Reggimento, detto “Albuzzi” era già a Lagonegro arrivato con Sirtori mentre l’Assandri era attesa a Lagonegro per il giorno 10 settembre 1860. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell'”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”.
Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, per alcuni giorni nei primi di Settembre e, in proposito scriveva: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.“. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ? Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: “Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: “A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut , avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes , et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: “A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”.
Nel 10 settembre 1860, da Lagonegro a Sapri, la marcia delle due brigate garibaldine: quella della brigata SACCHI, la compagnia del maggiore CHIASSI e, le 5 compagnie del maggiore GRIOLI. A Sapri li aspettava il piroscafo ‘Vittoria’ che li doveva trasportare a Salerno
Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a pp. 93-94, in proposito scriveva che: “In Lauria si viene a sapere l’entrata del Dittatore in Napoli (8 sett.) il giorno sette. Alle tre e mezzo pom. arriva il generale Sirtori, comandante in Capo interinale e mi ordina di portarmi con la Brigata a Lagonegro per quindi passare a Sapri e colà attendere mezzi di trasporto di mare per Napoli.”. Su Sirtori ha scritto Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a pp. 93-94, riferendosi alla sua brigata subito dopo Reggio, in proposito scriveva che: “Si giunge a Lagonegro alle ore 10 e mezza pom. inzuppati ed affranti. Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino (p. 94) la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta a terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie.“. Dunque, Sòriga scriveva che il 10 settembre 1860, dopo essersi riuniti a Lagonegro, la brigata Sacchi e quella del maggiore Chiassi, si partirono, forse anche insieme alle cinque compagnie del Maggiore Grioli, per andare a Sapri per imbarcarsi per Napoli. Sòriga sciveva a p. 94, tratta dalla “Relazione del Sacchi”, che: “Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia, etc…”. Questi passi sono la testimonianza diretta di Gaetano Sacchi, le sue memorie raccolte da Roberto Soriga (….). Essi riguardano la sua colonna che il giorno 10 settembre 1860 arrivò a Sapri, e dove una parte della sua truppa riuscì ad imbarcarsi per Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, …etc…”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Pesce, sulla scorta del Lacava, scriveva che il maggiore Chiassi, con le sue compagnie, giunse a Lagonegro l’8 settembre, ricongiungendosi con la brigata Sacchi. Pesce, sempre sulla scorta del Lacava scriveva pure che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Dunque, il Pesce, sulla scorta del Lacava aggiungeva che le brigate di Chiassi e quelle del Sacchi, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, giorno 10 settembre, scesero a Sapri dove si imbarcarono a Napoli su due vapori. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “…., e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sbombra – ripartì nel mattino del 10 per Sapri, dove s’imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 49, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la surriferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708”. Nel 1928, il Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860) etc…”, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “A Sapri, vi concentrarono le brigate Milano, Spangaro, Sacchi. La prima era, abbiamo visto, proveniente da Paola; la seconda giungeva a Sapri da Palermo e da Sapri fu licenziata per Salerno il sei settembre; la terza giungeva a piedi da Spadafora, in provincia di Messina e solo l’otto settembre, a Lauria, seppe dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Da Sapri proseguì direttamente per Napoli. Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a p. 175, riferendosi al 7 settembre 1860, in proposito scriveva che: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate . Un vapeur, la Vittoria, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait déjà à bord la division Sacchi. Entassés pêle-mêle sur le pont , nous pûmes du moins laisser reposer nos jambes et dormir à la belle étoile , car la nuit était magnifique. Etc…”, che tradotto significa: “Lasciammo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi. Stipati tutti insieme sul ponte, potemmo almeno riposare le gambe e dormire sotto le stelle, perché la notte era magnifica.”. Dunque, Caraguel testimone oculare della marcia delle brigate Medici scriveva che il 7 settembre 1860, dopo aver lasciato la Calabria, nella notte arrivò a Sapri e aggiungeva che: “Un piroscafo, il Vittoria, ci aspettava a Sapri per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione Sacchi.”, ovvero nella notte dell’8 settembre 1860 egli con la sua truppa di volontari garibaldini arrivò a Sapri dove li attendeva il piroscafo “Vittoria”, che aveva a bordo la divisione Sacchi, i quali, entrambi dovevano essere trasportati a Salerno. Partirono il giorno dopo, all’alba del 9 settembre 1860, insieme alla divisione Sacchi, dopo aver dormito tutta la notte sul ponte del “Vittoria”. Partirono dal porto di Sapri, all’alba del 9 settembre 1860 diretti a Napoli ma dovettero far sosta a Salerno. Infatti, Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: “A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut , avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes , et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: “A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”. Dunque, Clement Caraguel (….), un garibaldino volontario francese, ci ha lasciato una bella testimonianza della marcia che, il 9 settembre, dopo un giorno di riposo a Lagonegro, intrapresero per scendere a Sapri e da lì imbarcarsi per Napoli. Infatti, la truppa, di cui faceva parte Caraguel, si imbarcò sul vapore “Vittoria” che, aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera. La truppa del “Sacchi”, l’8 settembre si trovava, insieme alle truppe del maggiore Chiassi a Lagonegro da dove ripartiro il 10 mattina, dopo un giorno di riposo, per raggiungere la baia di Sapri, dove si imbarcarono per Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell'”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”.
Nel 10 settembre 1860, a Sapri, la brigata SACCHI, le compagnie del maggiore CHIASSI e, la compagnia di Clement Caraguel, aspettavano prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Partirono l’11
Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….“. Dunque, Lacava scriveva che la brigata Sacchi, il 9 era rimasta a Lagonegro ed alle ore 4 del giorno 10 settembre 1860 riprende la marcia da Lagonegro per andare a Sapri per imbarcarsi per Napoli. La brigata Sacchi si imbarcherà per Napoli, sul piroscafo “Vittoria” solo il giorno 11 settembre 1860, lasciando a Sapri la compagnia del maggiore Grioli che non potrà imbarcarsi per insufficienza di mezzi. Infatti, come vedremo, sul piroscafo “Vittoria” si erano imbarcati la compagnia Sacchi e dopo ore arriverà e si imbarcherà anche la compagnia di Clement Caraguel (….), che ci ha lasciato una bella testimonianza. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc..“. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, in proposito scriveva: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. ….Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. Etc…”. Dunque, l’Agrati riportando il dispaccio di Sirtori a Garibaldi dove è scritto che “metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa di imbarcarsi per Napoli”. Dal dispaccio di Sirtori sappiamo che a Sapri vi era metà della brigata Milbitz e sappiamo pure che Sirtori comunica tutto ciò a Garibaldi il giorno 9 settembre 1860 e dunque, a Sapri, il giorno 9 e 10 settembre 1860 vi era “metà della Brigata Milbitz”, vi era arrivata la brigata Sacchi e vi era arrivata la brigata a cui apparteneva Clement Caraguel, vi era pure la compagnia del maggiore Grioli che dovette restare a Sapri, il giorno 11 settembre 1860. Dunque, il generale Sirtori, arrivato l’8 settembre 1860 a Lagonegro, con il suo Stato Maggiore, rispondeva a Garibaldi che da Napoli gli chiedeva informazioni sulle truppe di volontari garibaldini che dovevano partire dai nostri luoghi e dovevano raggiungere la capitale, Napoli, in quanto Garibaldi ne aveva urgente necessità. Il generale Giuseppe Sirtori scrivendo il 9 settembre 1860 da Lagonegro a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”.
Nel 10 settembre 1860, a Sapri, l’arrivo di Clement Caraguel con la sua compagnia di volontari garibaldini. Sul ponte del piroscafo “Vittoria” ormeggiato nella baia di Sapri troveranno la brigata Sacchi dove si imbarcheranno per andare a Salerno e a Napoli
Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Dal racconto del Caraguel, non si comprende bene quale fosse la sua compagnia. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, nei primi giorni di Settembre 1860 e per alcuni giorni, in proposito scriveva: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.“. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Dunque, Guida scriveva che la compagnia garibaldina del maggiore Chiassi, si imbarcava il 10 settembre 1860 a Sapri per Napoli insieme alla brigata Sacchi. Dunque, la compagnia del maggiore Chiassi potrebbe essere quella del Caraguel in quanto la compagnia del Caraguel si imbarcò a Sapri insieme alla brigata Sacchi. Ma se notiamo bene ciò che scriveva Caraguel, egli scrive che la sua compagnia incontrò la Brigata Sacchi solo sul ponte del Vittoria che era ormeggiato a Sapri, mentre nei racconti che ci parlano della compagnia del Maggiore Chassi sappiamo che egli con la sua compagnia era già stato a Sapri. Caraguel ci dice che egli arrivò a Sapri solo dopo la brigata Sacchi e quindi se ne deduce che non si tratta della compagnia di Chiassi. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ? Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: “Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: “A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut, avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes, et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: “A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”.
Nell’10 Settembre 1860, a Sapri, il Maggiore Giuseppe GRIOLI e cinque Compagnie di volontari garibaldini si accamparono a Sapri e non potettero partire per Napoli per insufficienza di mezzi di trasporto
Attraverso la testimonianza del colonnello Gaetano Sacchi (….) pubblicate da Renato Sòriga (….) sappiamo che da Lagonegro il giorno 10 settembre molte compagnie di volontari garibaldini tra cui quella del maggiore Giuseppe Grioli marciarono ed arrivarono a Sapri. Grioli l’11 settembre 1860 non riuscì ad imbarcarsi con le sue cinque compagnie di volontari per insufficienza di mezzi di trasporto. Sacchi e la sua brigata si imbarcò a Sapri l’11 settembre. Le cinque compagnie condotte dal maggiore Giuseppe Grioli a Sapri si trovavano a Lagonegro e da lì marciarono per Sapri. Ma non sappiamo con certezza queste cinque compagnie di volontari garibaldini se appartenessero alla Brigata del Sacchi. Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: “Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Questi passi sono la testimonianza diretta di Gaetano Sacchi, le sue memorie raccolte da Roberto Sòriga (….). Essi riguardano la sua colonna che il giorno 10 settembre 1860 arrivò a Sapri, e dove una parte della sua truppa riuscì ad imbarcarsi per Napoli. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli con le sue cinque Compagnie, che avrebbe dovuto imbarcarsi per Napoli era dovuto rimanere a Sapri per insufficienza di mezzi di trasporto mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Infatti, Gaetano Sacchi, nella sua Relazione scriveva che: “Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie.”. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860. Dalla Treccani on-line, apprendiamo che il Maggiore Giuseppe Grioli, fu combattente nella guerra del 1859 con il corpo dei Cacciatori delle Alpi, nel 1860 il Grioli partecipò con la spedizione Medici alla liberazione del Mezzogiorno, meritando una medaglia d’argento e il grado di capitano, con il quale fu ammesso successivamente nell’esercito regolare. La progressione di carriera, che lo vide prender parte come maggiore alla campagna del 1866 per il Veneto ottenendovi la croce militare di Savoia per il comportamento suo e del reggimento di cui aveva assunto il comando a Custoza il 24 giugno, si interruppe bruscamente, e per volontà dello stesso G., nel 1875: infatti, subito dopo aver dovuto assistere col suo reggimento alla parata che rendeva gli onori militari a Francesco Giuseppe in visita a Padova, il G., allora tenente colonnello, presentò le proprie dimissioni e restituì l’onorificenza che l’Austria gli aveva concesso per l’occasione. Fu collocato in riserva il 10 febbr. 1878 e promosso 15 anni dopo colonnello di fanteria. Proseguendo il suo racconto il Sòriga scriverà che il Grioli arriverà a Napoli solo giorno 12 settembre 1860 e quindi presumibilmente partirà pure da Sapri il giorno 12 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, di Rossi Luigi, ed. Plectica), a pp. 299-290, in proposito scriveva che: “Il generale Gaetano Sacchi lascia memoria che a Lauria: etc…”. Quì il Policicchio, a p. 290 trascrive un passo del racconto del testo in nota (45) dove egli, a p. 290 postillava: “(45) R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi (1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-38″. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “Da Rotonda avanzava intanto la Brigata garibaldina Sacchi che giunse a Lagonegro a tarda sera dell’8 settembre, festosamente acclamata dalla popolazione che, abbandonando da tempo il lavoro, sentiva e viveva il fremente palpito dell’impresa gloriosa e manifestava tutta la sua simpatia alle eroiche camicie rosse che con i loro canti di vittoria facevano fremere all’unisono tutti i cuori della commovente apoteosi dell'”Italia s’è desta”. A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”.
Nell’11 settembre 1860, a Sapri, alle 4 del mattino, i garibaldini della Brigata SACCHI e la truppa del maggiore Giovanni CHIASSI si imbarcarono e l’11 arrivarono a Napoli. Restarono a terra cinque compagnie della brigata Sacchi col maggiore Grioli
Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: “Per nostra fortuna troviamo il Maggiore Chiassi con le sue Compagnie che da Reggio, ove era rimasto per qualche tempo Comandante di Piazza s’imbarcava a Pizzo e sbarcava il 6 a Sapri, marciando di lì a Lagonegro per congiungersi con la Brigata. L’aiuto suoi e dei suoi soldati ci fu di gran sollievo; premurosi avevano preparato fuochi e refezioni pei loro compagni che prevedevano dover arrivare affranti e inzuppati, come realmente erano. Passo una rivista alla Brigata (9 sett.) che mi trovo finalmente aver tutta riunita, ed ordino la partenza per terra di un convoglio di muli, cavalli e carri. Alle quattro ant. (10 sett.) si parte per Sapri prendendo una scorciatoia che riesce molto faticosa; dopo sette ore di marcia ci si accampa in un bosco fuori paese e si fa il rancio con carne salata. Arrivano due piccoli vapori ed un brigantino; quasi tutta la notte s’impegna nell’imbarcare la truppa, per insufficienza di mezzi resta in terra il Maggiore Grioli con cinque Compagnie. Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Nella notte dell’11 settembre si imbarcarono con grosse difficoltà ma restarono a Sapri, per insufficienza di posti e di vapori, cinque compagnie con il Maggiore Grioli. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709) Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….“. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “Alle 2 e mezza del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal maggiore Chiassi colle sue compagnie. La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Etc..“. Lacava scriveva che la Brigata Sacchi, col maggiore Chiassi si portava a Sapri e partiva da Sapri diretta a Napoli solo il 10 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 513, nel “Riassunto delle tabelle di marcia”, del “Esercito meridionale 15° Divisione Turr”, compilato dallo “Stato Maggiore Sez. Operazioni Militari e Personale”, alla tappa di “Sapri”, in proprosito scriveva che: “Brigata Sacchi – 8-9 settembre – Lagonegro; 10 settembre – Sapri sul mare; Brigata Spangaro – 8 settembre – Sapri; Brigata Puppi – 4 settembre – Sapri-Vibanate; Brigata Milano – 31 agosto – Paola, 1° settembre – sul mare, 2 settembre – Sapri; 3 settembre – Vibonote.; “. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Pecorini-Manzoni, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) Alle 2 e mezzo pom. del giorno 8 la Brigata Sacchi riprendeva la marcia da Lauria per Lagonegro, ove giungeva alle ore 10 e mezzo pom., colà fu raggiunta dal Maggiore Chiassi colle sue compagnie.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514, nell’Allegato II – Riassunto della Tabelle di Marcia, in proposito scriveva che: “BRIGATA SACCHI: 1° settembre Rogliano; 2 settembre Cosenza; 3 settembre Tarsia; 4 settembre Camerata; 5 settembre Castrovillari; 7 settembre Lauria; 8-9-10 settembre Lagonegro; 11 settembre Sapri sul mare. Napoli; etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 408-409, in proposito scriveva pure che: “Nella sera dell’8 Settembre, proveniente dalle Calabrie per Lauria, giunse in Lagonegro pure la Brigata Garibaldina Sacchi che fu raggiunta ivi dal Maggiore Chiassi con le sue compagnie, e dopo un giorno di riposo – poichè la via non era ancora del tutto sgombra – ripartiti nel mattino del 10 per Sapri, dove si imbarcò per Napoli su due vapori (1).”. Pesce, a p. 409, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi la sufferiferita ‘Cronistoria del Lacava, pag. 708.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Si tratta di Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882.
Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Dal racconto del Caraguel, non si comprende bene quale fosse la sua compagnia. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, nei primi giorni di Settembre 1860 e per alcuni giorni, in proposito scriveva: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.“. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Dunque, Guida scriveva che la compagnia garibaldina del maggiore Chiassi, si imbarcava il 10 settembre 1860 a Sapri per Napoli insieme alla brigata Sacchi. Dunque, la compagnia del maggiore Chiassi potrebbe essere quella del Caraguel in quanto la compagnia del Caraguel si imbarcò a Sapri insieme alla brigata Sacchi. Ma se notiamo bene ciò che scriveva Caraguel, egli scrive che la sua compagnia incontrò la Brigata Sacchi solo sul ponte del Vittoria che era ormeggiato a Sapri, mentre nei racconti che ci parlano della compagnia del Maggiore Chassi sappiamo che egli con la sua compagnia era già stato a Sapri. Caraguel ci dice che egli arrivò a Sapri solo dopo la brigata Sacchi e quindi se ne deduce che non si tratta della compagnia di Chiassi. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ? Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: “Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: “A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut, avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes, et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: “A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”.
Nell’11 settembre 1860, a Sapri era rimasto il maggiore GRIOLI con 5 compagnie della Brigata Sacchi che riusciranno ad imbarcarsi per Napoli solo nel mattino del 12 settembre 1860
Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella Campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: “Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Renato Sòriga (….) scriveva che il Maggiore Grioli, insieme a cinque compagnie della Brigata Sacchi arrivò a Napoli verso sera, e dunque presumibilmente il maggiore Grioli, nello stesso giorno del 12 settembre 1860 si era imbarcato a Sapri. Era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.
Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Dal racconto del Caraguel, non si comprende bene quale fosse la sua compagnia. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, nei primi giorni di Settembre 1860 e per alcuni giorni, in proposito scriveva: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.“. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche ed economiche-sociali nel centenario dell’impresa dei Mille”, Napoli, Istituto Meridionale di Cultura, s.a. (1961), a p. 104, in proposito scriveva che: “A Lagonegro giunsero pure le compagnie garibaldine del Maggiore Chiassi che, per raggiungere sollecitamente Salerno, si imbarcarono il 10 settembre a Sapri con la brigata Sacchi.”. Dunque, Guida scriveva che la compagnia garibaldina del maggiore Chiassi, si imbarcava il 10 settembre 1860 a Sapri per Napoli insieme alla brigata Sacchi. Dunque, la compagnia del maggiore Chiassi potrebbe essere quella del Caraguel in quanto la compagnia del Caraguel si imbarcò a Sapri insieme alla brigata Sacchi. Ma se notiamo bene ciò che scriveva Caraguel, egli scrive che la sua compagnia incontrò la Brigata Sacchi solo sul ponte del Vittoria che era ormeggiato a Sapri, mentre nei racconti che ci parlano della compagnia del Maggiore Chassi sappiamo che egli con la sua compagnia era già stato a Sapri. Caraguel ci dice che egli arrivò a Sapri solo dopo la brigata Sacchi e quindi se ne deduce che non si tratta della compagnia di Chiassi. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. Etc…Qui si trovano altri 500 circa ed altri ancora a Lauria, a Castelluccio, a Spezzano a Cosenza…..Si devono dirigere su Napoli queste masse o si devono sciogliere ? Attendo suoi ordini a Nicastro.”. Dunque, secondo le memorie di Gaetano Sacchi, il generale Sirtori arrivò a Lauria, dove egli si trovava con la sua brigata, alle 15,30 del pomeriggio insieme al suo Stato Maggiore e gli ordina di recarsi a Sapri per imbarcarsi. Dunque, il generale Sirtori comunicava a Garibaldi, in un dispaccio del 9 settembre 1860 che egli era arrivato con il suo Stato Maggiore a Lagonegro, di notte, insieme alla Brigata Sacchi e con il 1° Battaglione “Albuzzi”. Sirtori scriveva a Garibaldi che la truppa si sarebbe imbarcata a Sapri per Napoli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prendedo per buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ? Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: “Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici. Clement Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, a pp. 176-177 parlando della partenza da Sapri, all’alba dell’8 settembre 1860, per dirigersi a Salerno, in proposito scriveva che: “A ces mots il y eut comme une commotion électrique sur tout le navire . Les dormeurs les plus obstinés bondirent sur leurs jambes et un immense tonnerre d’applaudissement et de hourras accueillit cette nouvelle. L’équipage anglais répondit par le cri de Vive Garibaldi ! Le steamer hissa par trois fois ses couleurs et s’éloigna rapidement. Dans l’après-midi nous touchions à Salerne , mais l’ordre était venu de continuer notre route sur Naples , sans nous arrêter ; personne ne put descendre à terre. Salerne avait été prise peu de jour auparavant par le colonel Pear, sans coup férir ; tout s’était passé le plus galamment du monde . Voici comment : Pear , qui avait devancé sa troupe de quelques heures , arriva devant Salerne avec deux de ses officiers . Il portait une blouse noire et ceux- cides blouses rouges . Ce détail n’est pas indifférent. Que faire devant une place ennemie à moins qu’on ne la prenne ? Pear envoya un de ses compagnons en parlementaire à Salerne pour sommer la garnison de se rendre , faute de quoi on donnerait l’assaut, avec une armée de dix mille hommes. La marche prodigieuse de Garibaldi avait tourné toutes les têtes, et celle du gouverneur n’était pas plus solide que les autres . Dans son embarras , il demanda des ordres à Naples par le télégraphe. On lui répondit de prendre conseil des circonstances et de se rendre s’il ne croyait pas pouvoir tenir.”, che tradotto significa: “A queste parole ci fu una specie di scossa elettrica in tutta la nave. I dormienti più ostinati balzarono in piedi e un immenso tuono di applausi e acclamazioni accolse questa notizia. L’equipaggio inglese rispose al grido di “Viva Garibaldi!”. Il piroscafo issò tre volte la bandiera e si allontanò rapidamente. Nel pomeriggio toccammo Salerno, ma era giunto l’ordine di proseguire la rotta verso Napoli, senza fermarsi; nessuno era potuto scendere a terra. Etc…”.
Nel 11 Settembre 1860, la brigata del generale COSENZ arriva nel Vallo di Diano
Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155, in proposito scriveva che: “Garibaldi, troppo sicuro precedeva l’Armata sfidano i pericoli di eventuali imboscate. Difatti, la Brigata ‘Cosenz’ giunse nel “Vallo” solamente l’11 settembre, e così pure la Brigata di Artiglieria, composta da 200 uomini e 150 cavalli.”.
Nel 12 settembre 1860, da Sapri partenza del maggiore GRIOLI con 5 compagnie della Brigata Sacchi diretti a Napoli
Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella Campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: “Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Renato Sòriga (….) scriveva che il Maggiore Grioli, insieme a cinque compagnie della Brigata Sacchi arrivò a Napoli verso sera, e dunque presumibilmente il maggiore Grioli, nello stesso giorno del 12 settembre 1860 si era imbarcato a Sapri. Era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.
Nel 12 settembre 1860, partendosi da Sapri arriva a Napoli, il maggiore GRIOLI con 5 compagnie della Brigata Sacchi
Renato Sòriga (….), nel suo “Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913, ed in particolare nella “Relazione sui fati d’arme della brigata Sacchi nella Campagna del 1860 etc…”, a p. 94, in proposito scriveva che: “Alle quattro circa ant. (11 sett.) si salpa da Sapri; alle nove pom. si dà fondo nel porto di Napoli; dopo di aver dato le disposizioni opportune per lo sbarco, mi porto dal Dittatore al Palazzo d’Angri. Alle tre ant. (12 sett.) è compiuto lo sbarco e la truppa viene acquartierata a Castel Nuovo; verso sera arriva il Maggiore Grioli con le altre Compagnie della Brigata.”. Dunque, dalle Memorie di Gaetano Sacchi e dalla sua Relazione, Sòriga scriveva che il Maggiore Grioli era rimasto a Sapri mentre, con la sua Brigata garibaldina, il Sacchi riuscì ad imbarcarsi per Napoli dove potè arrivare l’11 settembre 1860. Sòriga scrive che l brigata garibaldina del Sacchi arrivò a Napoli l’11 settembre alle ore 21,00 della sera. Sòriga scrive pure che il Maggiore Grioli arrivò nel porto di Napoli il giorno dopo, di sera del 12 settembre 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, a pp. 708-709, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 708, aggiungeva che: “La Brigata Sacchi alle 4. ant. del giorno 10 riprende la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori dove si imbarcava la Brigata….(p. 709)….Alle 4. ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivavano la porto di Napoli, all 9 pom. etc….Il giorno 10 alle 11 ant. giungeva a Salerno la Brigata Puppi, che veniva accolta dalla popolazione con indicibile festa; l’11 riprendeva la marcia per Nocera, e di là per la ferrovia arrivava a Napoli aqquartierandosi a Pizzofalcone.“. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 170-171, nella nota (1) postillava che: “(1) La Brigata Sacchi alle 4 ant. del giorno 10 riprendeva la marcia da Lagonegro per Sapri: ivi giungeva alle 11 ant. Arrivarono due vapori ove si imbarcava la Brigata. Alle 4 ant. del dì 11 la Brigata Sacchi salpava da Sapri, lasciando a terra cinque compagnie col Maggiore Grioli, per insufficiente capienza del legno destinato al trasporto, ed arrivava al porto di Napoli alle 9 pom. del suddetto giorno.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”.
Nel 12 settembre 1860, a Napoli, NICOTERA, CRISPI, DEPRETIS, AMARI arrivano da Palermo
Dalla Treccani on-line leggiamo che Mario Menghini scriveva che Giovanni Nicotera raggiunse subito dopo Garibaldi a Napoli. Nicotera dovette restare però una diecina di giorni a Palermo o in Sicilia perchè Depretis gli negò il permesso di allontanarsi dalla Sicilia ed imbarcarsi per Napoli e poter raggiungere Garibaldi che, nel frattempo era diventato prodittatore della Capitale. Mauro Macchi (….), nella sua “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato ; pure gli riuscì recarsi dal dittatore, che lo accolse con immensa gioia, e dopo qualche giorno, giunti in Napoli i 1500 volontari toscani, lo invito a prenderne il comando, ma egli rifiutò preferendo rimanere nello Stato Maggiore del Generale. Terminata la guerra, nella quale i toscani segnalaronsi per coraggio, nella famosa giornata del 1.º ottobre 1860, il Nicotera si dimise da colonnello brigadiere.”. I dissensi partigiani dell’ottobre 1860 provocarono un duello tra lui e F. Petruccelli della Gattina. Denis Mack Smith, p. …. aggiunge che il 12 settembre 1860, dopo una diecina di giorni di permanenza a Palermo, Nicotera arrivò a Napoli per andare da Garibaldi e Mazzini che si era ivi stabilito. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 447, riferendosi al Depretis, in proposito scriveva che: “….decise di partire anch’egli per Napoli, lasciando provvisoriamente al suo posto il Paternò. Partì infatti da Palermo l’11 settembre sullo stesso vapore del Crispi. Proprio in quel giorno Garibaldi emanava il noto proclama: “Vicino o lontano io sono con te, bravo popolo di Palermo etc…”. Parole quest’ultime che non lasciavano prevedere quando avvenne. Poiché il Crispi e il Depretis, giunti a Napoli il 13, furono ricevuti da Garibaldi il giorno seguente e gli esposero le rispettive ragioni. Garibaldi, dice il Palamenghi, si riservò di decidere, ma ricevuta subito etc…”. Dunque, secondo l’Agrati, Depretis e Crispi arrivarono a Napoli il 13 settembre 1860. Agrati fa riferimento al Diario dello Statista Francesco Crispi raccontato dal nipote Tommaso Palamenghi-Crispi (….), nel suo “I Mille”, ed. Treves, 1927. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 256, in proposito scriveva che: “Egli era partito l’11 settembre in mattinata, giungendo a destinazione all’alba del 12; e il mattino stesso alle nove s’incontrò con Garibaldi. Con la sua nave erano giunti a Napoli anche Crispi ed il barone Nicotera.”. Dunque, Mack Smith scriveva che il 12 settembre 1860 sbarcò a Napoli lanave che portava da Palermo Depretis, Crispi ed il barone Giovanni Nicotera, che raggiunsero Garibaldi già aqquartierato a Napoli. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 315, in proposito scriveva che: “Nella prima settimana del governo di Garibaldi a Napoli, giunse colà anche la maggior parte degli altri capi radicali: Crispi, Nicotera e Depretis arrivarono il 12 dalla Sicilia; Alberto Mario e sua moglie, Jessie White, si trovavano già nella città; nella stessa nave che il 17 portò Mazzini giunsero anche Aurelio Saffi ed il professor Saliceti; giunsero poi Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari, le due più eminenti figure del movimento federalista italiano e due dei maggiori intellettuali fra i deputati al Parlamento.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Articolo dell’Unità Italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. La lunga crisi politica del Partito d’Azione: dal Plebiscito alla Convenzione di Settembre”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 87 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra il 12 e il 17 settembre 1860, sulla scia di Garibaldi, giunse a Napoli tutto lo Stato maggiore del partito democratico: Crispi, Nicotera, Depretis, Saffi, Saliceti, Cattaneo, Ferrari, e lo stesso Mazzini (1).”. Capone, a p. 87, nella nota (1) postillava: “(1) D. Mack Smth, Garibaldi e Cavour nel 1860, Torino, 1958, p. 315; v. pure E. Passerin d’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, op. cit., R. Romeo, Dal Piemonte sabaudo all’Itali liberale, Torino, 1963; F. Bracato, La Dittatura garibaldina nel Mezogiorno e in Siclia, Trapan, 1965; A. Sirocco, Governoe paese nel Mezzogiorno nella crisidllunificaione, 1860-1861, op. cit., etc…”. Sempre riguardo il 12 settembre 1860, a Napoli, Alfredo Capone (….), nel suo L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a pp. 87-88 e ssg., riferendosi a Giuseppe Mazzini, in proposito scriveva che: “Questi, durante il suo soggiorno napoletano rimase personalmente nell’ombra, ma cercò in ogni modo di contrapporre Garibaldi ai moderati, e comunque non sembrava affatto adattato all’idea del trionfo della monarchia”(2): se egli condannava ogni esclusivismo repubblicano (“Nicotera (….) come Castelli, evidentemente vogliono combattere soltanto per la Repubblica, ma secondo me hanno torto”(3)), approvava poi le impennate repubblicane dello stesso Nicotera. Ed egli stesso dichiarava sull’Unità Italiana di voler riabbracciare la sua “pura bandiera”(4). Intorno al 20 settembre, inoltre, i radicali esercitarono massicce pressioni su Garibaldi, e sembrò incombente la minaccia di un fronte anticavouriano e potenzialmente repubblicano comprendente Garibaldi e Mazzini: “Vimercati – scriveva Cavour a Nigra – qui est arrivé hier me dit que Bertani, Mario, Miss White, Nicotera, Libertini, Sterbini, forment une haie de chemises rouges autour de Garibaldi, et insolent de tout homme raisonnable. Il s’est réconcilié publiquement avec Mazzini”(5). Edoardo Fusco scriveva poi al Ranucci: “si presentò, or son tre giorni, una deputazione di dodici persone, introdotte alla presenza del Dittatore (….). Ne formavan parte Zuppetta, Agresti, Libertini, Nicotera ed altri (….) chiesero al Dittatore che fosse proclamata la Repubblica, poiché ‘il paese la voleva’. Il buon senso di Garibaldi schivò in parte il pericolo, ma solo in parte e momentaneamente”(6).”. Capone, a p. 87, nella nota (2) postillava: “(2) D. Mack Smith, op. cit., p. 313”. Capone, a p. 88, nella nota (6) postillava: “(6) Lettera del 25 settembre 1860 in C.C. Liberaz. del Mezzogiorno, vol. V, p. 305”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 13 scriveva che: “….Crispi solo sostenne essere debito ubbidire a Garibaldi e, vedendosi soverchiato, abbandonò Palermo ed andò ad appellarsene al Generale stesso in Napoli (1). Con lui, sul piroscafo Panther, il giorno 11 settembre partì per Napoli anche il prodittatore in persona ed a lui, Michele Amari, ministro per gli affari esteri, faceva consegnare l’interessante promemoria riprodotto nel Doc. X. Nell’archivio Bertani si conservano sotto questa data parecchi documenti che danno modo di apprezzare, oltre le fasi delle trattative, anche i patti espliciti che Garibaldi intendeva porre all’annessione, nella quale egli soprattutto vedeva la consegna della nuova conquista alla diplomazia ed al dominio del protocollo, da lui ritenuto, alla causa nazionale, sì nefasto (3).”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) ….; Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), etc…”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”. Vincenzo Giordano (….), nel suo “La vita e i discorsi parlamentari di Giovanni Nicotera nelle legislature VIII – IX – X-XI e XII”, a p. CI, e ssg, in proposito scriveva che: “Il Borbone si era ritratto colle sue truppe nelle due fortezze di Capua e Gaeta , ed i volontarii privi di artiglierie non potevano espugnarle da soli. Se nonchè essi compresi dal desiderio grande dei popoli di raggiungere l’ultimo fine dell’ unità nazionale, cedevano il posto d’allora in poi all’azione dell’ esercito regio e del Governo di Torino, dopo di avere strenuamente combattuto, durante un mese circa, intorno alle mura di Capua, e salvato Napoli, il primo ottobre dall’ eccidio e dalla rovina, che i borboniani le avrebbero senza fallo arrecati, se avessero superato il contrasto glorioso che le schiere di Garibaldi, a Santa Maria, e quelle di Bixio, ai ponti della Valle, avevano opposto loro. In frattanto scioltasi la brigata di Castel Pucci, Nicotera era tornato presso Garibaldi ed aveva preso parte alle diverse fazioni avvenute sotto Capua, salvando il 14 ottobre il battaglione di Stocco, a Caserta, circondato completamente dai regii. La rivoluzione sequestrò durante il suo Governo le medaglie d’oro che i Borboni avevano destinate per coloro che avevano assassinato Pisacane e i compagni suoi. Quelle medaglie furono raccolte in buon numero, vennero fuse e per opera specialmente di Nicotera se ne coniò una gran medaglia per il generale Garibaldi.”.
Nel 12-13 e 14 Settembre 1860, ancora a Paola, la Divisione MEDICI in attesa di imbarco per Napoli
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi….(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”. Si tratta di un testo di un manoscritto del Castellini che suo nipote pubblicò dopo averne lette le pagine sgualcite dal tempo. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 61, in proposito aggiungeva: “…“10 settembre — La divisione Bixio s’imbarca su cinque vapori napoletani. Non potendo compiere regolarmente l’imbarco, sulla sera vedo Bixio sciogliere il braccio offeso, saltare sulla scala dell’Elettrico, prendere un fucile al primo soldato che si presenta e dar calciate a sinistra ed a destra. Dopo mi si riferì che uccise un milite ed altro ne ferì, e di più — a bordo — diede altre molte bastonate. Cosa vergognosa in un generale! (2).”. Castellini, a p. 61, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Castellini, a pp. 62-63-64, aggiungeva che: ““A bordo del Governólo abbiamo notizie di Napoli e di Garibaldi. Noi stiamo alquanto arrabbiati vedendoci gli ultimi, ma speriamo fra due giorni di imbarcarci — e forse in parte oggi. “… Si vede un altro vapore: vedremo se sarà per noi ! Sembra che a Napoli vi sarà breve fermata di due mesi e subito dopo si farà la campagna del Veneto, ma su queste notizie nulla so di positivo. Medici è disgustato perchè fu stornato il nostro imbarco oggi, per causa di Sirtori probabilmente, che noi chiamiamo ironicamente il cardinale, ed i cui ordini non si comprendono „. * 12, 13 settembre — Fermata a Paola. “ Il dire quanta ansietà abbiamo per attendere i vapori è cosa incredibile. Ad ogni momento vado sul balcone di casa Maraviglia ad osservare il mare in tutte le direzioni delle coste ma specialmente della costa di Sapri e Salerno, nella speranza che spunti, che giunga qualche vapore e che ci tolga dall’esiglio. “ Il 12 giunge un vapore, e subito evviva, grida di gioia, ma poi lo si vede costantemente avanzare da solo, e questo ci recava tristezza pensando che non soddisferebbe al bisogno. 10 ricevo ordine di recarmi a bordo per rilevare le istruzioni del comandante e per sentire se giungano altri vapori. 11 vapore arrivato è L’Indipendente, della nostra marina, che ha ordine di portare 600 uomini e nulla sa se giungano altri vapori. “ Medici ordina si fermi il vapore sino a che ne giungano altri e nel frattempo si fanno caricare tutti gli equipaggi, sino a che, il 13, vedendo che non giungono vapori, il comandante domanda di partire e però, concesso questo, parte, facendosi sera, con a bordo i dispersi, un picchetto per ogni reggimento e il capitano Moscarello per la scorta “14 settembre — Il giorno 14 all’alba siamo coi nostri cannocchiali alle finestre, ma nulla si vede, tranne qualche legno a vela, e già si mormora contro il cardinale e contro tutti quelli che ci condannano all’esiglio. “ E quello che fa il massimo torto al cardinale si è che ci spiccò forse cinque telegrammi, che altrettanti in sette giorni d’esiglio ne spedimmo a lui ed al ministro della marina, senza che ancora mostrino di conoscere l’esistenza nostra in Paola. “ E questo dev’essere il capo di stato maggiore? Che a Tiriolo ci ordina di fermarci e poco dopo telegrafa a tutti i corpi domandando notizie della nostra Divisione? (1). Etc…”. Il nipote di Castellini, a p. 64, nella nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibello. – La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17° divisione.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 440-441, riferendosi al generale Sirtori, che l’8 settembre era a Lagonegro, in proposito scriveva che: “Alla richiesta di Garibaldi, il Sirtori, rispondeva da Lagonegro in data 9 settembre: “Sono arrivato a Lagonegro stanotte con la brigata Sacchi e col 1° Battaglione Albuzzi. La truppa partirà oggi di qui per imbarcarsi per Napoli. La Brigata Assandri è a Rotonda: domani sarà quì. Due Brigate sono in marcia da Castrovillari a Rotonda. Orsini è a Cosenza col resto dell’artiglieria. Metà della Brigata Milbitz è a Sapri in attesa d’imbarcarsi per Napoli o per dove Lei piacerà: l’altra metà, cioè Fardella, Laugier e Palizzolo, è a Paola. La Divisione Medici è a Paola: la Divisione Bixio è diretta a Paola per ordine avuto da costà. Il Battaglione Corrao e due Compagnie di Cosenz, già distaccate ad Alta Fiumara si sono già imbarcate a Paola per Sapri. Etc…”. Il generale Sirtori scrivendo il 9 settembre a Garibaldi gli comunicava i suoi movimenti e quelli di altre truppe. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che era arrivato nella notte a Lagonegro insieme alla brigata “Sacchi” ed al 1° battaglione “Albuzzi”. Sirtori, da Lagonegro comunicava a Garibaldi che metà della Brigata Milbitz (….) era a Sapri, in attesa di imbarco per Napoli, e gli comunicava pure che l’altra metà della Milbitz si trovava ancora a Paola, ed in particolare a Paola era rimasta, insieme alla Divisione Medici che avrebbe dovuto partire ma come vedremo non ha potuto a causa del Bixio, la Fardella, Laugier e Palizzolo. Queste brigate facevano parte della Divisione Cosenz, che come abbiamo visto era con Garibaldi ed il 3 settembre sbarcò a Sapri. Lo conferma il maggiore Marini, comandante di Piazza a Paola che comunicò a Sirtori lo stato dell’arte a Paola. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 442, in proposito scriveva che: “Il comandante di piazza, maggiore Marini, conferma al Sirtori la difficile situazione: “Paola, 10 settembre, ore 4 ant. Qui vi è parte della Brigata Milbitz della Divisione Cosenz, cioè Laugier, Fardella e Palizzolo e vi sono anche le Divisioni per tanta agglomerazione di gente.”…..La sera arrivarono i vapori e il Marini s’affrettò ad imbarcare quanta gente poté, avvetendo ad imbarco finito il Sirtori: “Paola, 11 settembre, ore 2,30 pom. Arrivati ieri sera in rada 6 vapori. Ho imbarcati i Battaglioni di Cosenz e la Divisione Bixio. Resta la Divisione Medici. Viveri a sufficienza.”.”. Da Wikipedia leggiamo che Giacomo Medici fu nominato colonnello della I brigata della 16ª divisione dell’Esercito meridionale, entrò a Palermo il 21 giugno. A luglio combatté alla battaglia di Milazzo, costrinse Messina alla resa dopo un assedio di otto giorni e ne firmò la relativa convenzione; fu promosso maggior generale della 17ª divisione e fu presente alla battaglia del Volturno. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola e che in quel giorno soltanto riusciva ad imbarcarsi su due piccoli vapori già borbonici, il ‘Mongibello’ e l”Archimede’, un terzo delle sue forze. Gli altri due terzi, 2 mila uomini circa, poterono partire con lui qualche giorno più tardi, giungendo a Napoli quando già gli altri corpi si radunavano nella pianura intorno a Caserta, ove abbiamo visto arrivare primo di tutti il Turr reduce a Ariano. Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo in questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini e 160 mila cartucce. Partirà domattina.”.“.
Nel 15 settembre 1860, da Paola, la partenza di parte della Divisione MEDICI per Napoli: parte solo Eberhardt
Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 63-64, scriveva della colonna Medici ferma a Paola ed in proposito aggiungeva: “ 14 settembre….Ma ritorniamo alla parte storica. Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori. Come giungono, al solito io mi reco abbasso per ricevere gli ordini e si sa che il Mongibéllo porterà 700 uomini, e 400 l’Archimede, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e — se non ve ne fosse — di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliano che l’Amalfi, che potrebbe portare 1200 uomini, e la Maria Teresa capace di altri 400, sono a Sapri e che ne ritorneranno vuoti a Napoli per mancanza d’istruzioni di recarsi a Paola, a Sapri assicurandosi che a Paola non vi è truppa. “ Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1). Viaggiamo felicemente con nove nodi all’ora, ed essendo 144 miglia, faremo la via in sedici ore giungendo a Napoli intorno a mezzodì „. Ed infatti il Mongibéllo entrò il 15 settembre nel porto di Napoli, con i primi scaglioni della divisione Medici. Agli ufficiali ed ai soldati furono concesse, dopo tanti giorni d’“ esiglio „, alcune giornate di riposo. Il capitano Castellini ne approfittò, com’era suo costume, per visitare i dintorni, il Museo di Napoli, etc…”. Castellini, a p. 64, nela nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attrezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibéllo. — La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17* divisione.”. Dunque, la XVII Divsion era a Disioe di Giacomo MEDICI ed a questa apparteneva la brigata d Eberhardt. Infatti, della XVII Divisione il Comandante era Giacomo Medici; Capo di Stato Maggiore della Divisione era illuogotenente Colonnello Ferrari; comandante della 1° Brigata era il colonnello Simonetta; comandante della 2° Brigata era il colonnello Corte; il comandante della 3° Brigata era il colonnello Eberhardt; e poi c’era la 4° brigata con Dunne e la 5° Brigata con Mussolino.
| 17.a Divisione | Comandante | Luogot. Gen. Medici |
| Stato Maggiore di Divisione | Capo | Luogot. Col. Ferrari |
| 1.a Brigata | Comandante | Colonn. Simonett |
| 2.a Brigata | Comandante | Colonn. Corte |
| 3.a Brigata | Comandante | Colonn. Eberhard |
| 4.a Brigata (aggregata alla 5.a Brigata) | Comandante | Colonn. Dunne |
| 5.a Brigata (aggregate alla 4.a Brigata) | Comandante | Colonn. Mussolino |
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, riferendosi alle Divisioni del generale Turr, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Dunque, il nipote di Nicostrato Castellini, dal suo Diario, conferma che solo il 15 settembre partì da Paola e da Sapri, sul “Mongibello” una parte della Divisione Medici. Partì Eberardt. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Medici partì dopo il 15 da Paola con le restanti truppe della sua Divisione che non avevano potuto imbarcarsi per mancanza di barche. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola e che in quel giorno soltanto riusciva ad imbarcarsi su due piccoli vapori già borbonici, il ‘Mongibello’ e l”Archimede’, un terzo delle sue forze. Gli altri due terzi, 2 mila uomini circa, poterono partire con lui qualche giorno più tardi, giungendo a Napoli quando già gli altri corpi si radunavano nella pianura intorno a Caserta, ove abbiamo visto arrivare primo di tutti il Turr reduce a Ariano. Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo in questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini e 160 mila cartucce. Partirà domattina.”.“.
A SAPRI I GALLOTTI E L’UNITA’ D’ITALIA
Nel 1860, il barone Giovanni GALLOTTI nominato maggiore nell’Esercito Meridionale e Capitano della Guardia Nazionale
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, etc….”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella (….), e del suo “Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870)”, Lodi, Ellebi, 2000; oppure Amicarella Romolo, “Il Risorgimento in Basilicata. I Lucani nelle guerre di indipendenza dal 1848 al 1870″. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio, Cajazzo ha scritto anche Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”.
Nel Settembre 1860, gli Atti deliberativi dei Municipi per l’adesione al Governo Unitario Nazionale del Re del Piemonte Vittorio Emanuele II
Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “In virtù della circolare del primo settembre emanata dal governo provvisorio salese (“Cittadino sindaco. Essendosi felicemente inaugurata una nuova era…..convocherà immediatamente il Decurionato e lo farà deliberare per l’atto di adesione al Governo Unitario Nazionale…)(103) i decurionati dei vari borghi dei due distretti si affrettarono a votare l’atto formale di adesione al governo di Vittorio Emanuele II. A Buonabitacolo “il collegio decurionale” così scrisse nella deliberazione di adesione: “…con voti unanimi…solennemente stabilisce di aderire al governo nazionale di Vittorio Emanuele II re d’Italia…”(104); e a Vibonati: “Unanimemente, liberamente, e ponderatamente rendendosiinterprete dei cittadini che rappresenta fa solenne atto di adesione al governo unitario nazionale acclamando Re Vittorio Emanuele di Savoia, e Dittatore Giuseppe Garibaldi”(105). A Montesano “numerosissimo popolo cantò “con un entusiasmo indscrivibile l’inno ambrosiano” e così San Rufo (dove si registrarono “generali esternazioni di straordinaria gioia”), a Torre Orsaia (grande entusiasmo per Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo”), a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo furono in pratica riaffermati e sanciti col plebiscito del 21 d’ottobre, in virtù etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (103) postillava: “(103) Cfr. Il Lampo, Napoli, Bullettino 484 del 5 settembre 1860, n. 34; P. Russo, Un brandello ecc.., cit., p. 42 e n. 87”. Fusco, a p. 359, nella nota (104) postillava: “(104) E. Giudice, Storia civile e religiosa ecc.., p. 45 “. Fusco, a p. 358, nella nota (105) postillava: “(105) ACV (= Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1; F. Policicchio, Le Camicie Rosse, cit., p. 291.”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Non mancarono casi di avversine al nuovo governo (a Buccino, Maiori, Scafati, Baronisi, Eboli, Campagna). Ivi, p. 23 sg.”. Fusco, a p. 359, nella nota (107) postillava: “M. Montesano, Partiti politici e plebisito a Napolie nelle provincie meridionali nel 1860, in “Arch. Storico per le Provincie Napoletane”, a. IV, quarta serie, 1966, pp. 64-66″. Fusco, oltre a citare il giornale “Il Lampo”, di cui alcuni esemplari sono conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, citava anche il testo di Pasquale Russo (….) e del suo “Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta”, ed. Grafespress, Castelcivita (SA), 2000, bibliograficamente ben aggiornato e informato. Riguardo la Circolare citata dal Fusco, Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai cmmissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). Anche Roberto Parrella (…), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torre Orsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). Etc…”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che: “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 175, in proposito scriveva che: “Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda. All’avanzata delle Camicie Rosse, sostenute dai contadini e da da parte della borghesia, etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 169, in proposito scriveva: “Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuov governoe numerose le manifestazioni digiubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro”(225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.”. Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”. L’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, “b. 1, f. 5”, rapporto del 12 settembre 1860, contiene il rapporto del 22 settembre 1860. Storia archivistica: Il fondo era già conservato nell’antico Archivio provinciale a cui era pervenuto dalla Prefettura di Salerno a partire dal 1873 e poi ancora all’inizio del sec. XX. Un ulteriore versamento risale al 1940 e l’ultimo, relativo al Cemento armato, al marzo 2013. Ad oggi è parzialmente riordinato e consultabile sulla base di inventari, per le serie sistemate, e di elenchi di versamento per le serie ancora in corso di ordinamento. Le carte del Gabinetto della Prefettura di Salerno sono giunte all’Archivio di Stato di Salerno per versamenti, il primo effettuato all’inizio del secolo e il secondo nel 1940. La documentazione è stata inventariata nel 1954.
Nel 14 Settembre 1860, l’atto deliberativo del Municipio di Sapri per l’adesione al Governo Unitario di Vittorio Emanuele II
Riguardo gli Atti promulgati dalle giunte Decurionali dei Municipi all’epoca ed in particolare del Municipio di Sapri si ha notizia da Rita Tagliè. Il Capitano della Guardia Nazionale del Distretto o del Circondario, Giovanni Gallotti di Sapri, il barone Gallotti di Casaletto Spartano – Fortino, il 22 settembre 1860 scriveva una lettera, pubblicata dalla Tagliè, e conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto Prefettura, dove si giustificava per il ritardo nella comunicazione dell’adesione del Municipio e del Decurionato di Sapri al Governo Unitario del Regno d’Italia e a Vittorio Emanuele II. La lettera, che il Gallotti inviava al Governatore della Provincia di Salerno, è firmata anche dall’allora Sindaco di Sapri. L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. La notizia dell’“Atto di adesione del Comune di Sapri al nuovo Regno”, è riportata anche da Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti.”. Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Etc…”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5″. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. La Tagliè, a p. 174, continuando sulla lettera del Sindaco di Sapri e, riferendosi alla lettera scriveva che: “Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum etc…”. Anche Roberto Parrella (…), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torre Orsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). Etc…”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che: “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. La notizia della lettera del Gallotti inviata il 22 settembre 1860 è confermata da Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 171, in proposito scriveva che: “A Sapri l’atto deliberativo del Municipio per l’adesione al Governo Unitario fu sottoscritto il 14 settembre.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, le assicuro che il giorno 15, 16 e 17 corrente (e non prima a causa degli embarchi Garibaldini) di già ebbero luogo in questa popolazione. Etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 171, in proposito scriveva che: “In quella circostanza, curiosità, Sapri mutò anche la numerazione del protocollo. L’atto assunse il n. 1 di spedizione. Ma, presso la sede del Sotto Governatore non giunse e, il 24 successivo, dal sindaco, il Sotto Governatore fu assicurato d’averlo spedito in triplice copia e che un eventuale reclamo andava avanzato alla Direzione Postale (6). In ogni caso: “mi onoro farvene arrivare altre copie.”. Policicchio, a p. 171, nella nota (6) postillava: “(6) Il Direttore dell’ufficio primario delle poste di Casalbuono, traslocando a Sala, in questi termini si congedava dal Sindaco e cittadinanza di Vibonati il 17 novembre 1861: “Parto sapendo di non aver dispiaciuto in qualche riscontro, la sua gentil persona, e cotesti Patrioti, poiché per mia fortuna veruna doglianza fin’ora mi è arrivata”. ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati) b. 14, f. VI (categoria: Governo dal 1860 al 1865).”. La notizia venne riportata anche da Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “…a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”. Fusco, a p. 359, nella nota (106) postillava: “(106) ASS, Gab. di Prefettura, b. 1, f. 5; AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc.., cit., p. 22. Etc…”. Felice Fusco, scriveva che: “…a Sapri (l’adesione fu festeggiata con tre giornate di festa)(106). Gli atti di adesione al nuovo governo etc…”.
Nel 15, 16 e 17 settembre 1860, a Sapri si fecero tre giorni di festa ed il barone Giovanni Gallotti offrì un pranzo per i Sapresi indigenti
Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Etc…”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5″. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. La Tagliè, a p. 174, continuando sulla lettera del Sindaco di Sapri e, riferendosi alla lettera scriveva che: “Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti.”. Inoltre, la Tagliè, a p. 174 aggiungeva sui Gallotti a Sapri che: “E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”. L’interessante documento, il dispaccio del Gallotti, in cui si scrive che il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti organizzò a Sapri, insieme ad altre autorità per i giorni 15, 16 e 17 tre giornate di giubilo e di festeggiamenti, rivela anche che all’epoca dello sbarco delle truppe Garibaldine a Sapri, il barone don Giovanni Gallotti ricopriva l’importante carica di Capitano Nazionale della Guardia Nazionale. Sui tre giorni di festa tenutisi a Sapri, in seguito al passaggio di Garibaldi ed al ruolo, sempre più mortificato e bistrattato che tenne il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Roberto Parrella (…) che, nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina” (sta in Rossi Luigi, AA.VV., “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigenti un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che: “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, le assicuro che il giorno 15, 16 e 17 corrente (e non prima a causa degli embarchi Garibaldini) di già ebbero luogo in questa popolazione. Etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava il testo dell’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Policicchio continua trascrivendo la lettera del Gallotti che scriveva al Governatore sulla festa tenutasi a Sapri nei tre giorni del 15, 16 e 17 settembre 1860: “Esse sono state celebrate col massimo entusiasmo di gioja, allegrezza, spari, colpi di cannone, toselli eretti all’invitto Vittorio Emanuele, e ‘l Dittatore Garibaldi nella Piazza, toselli ornati con ricche ceri, e Musica. La Chiesa illuminata a giorno nel canto del Te Deum coll’intervento del Municipio, Guardia Nazionale, Guardia Doganale comandata dallo Tenente D. Giuseppe Monaco, nonchè tutta la popolazione accorsa, riempiva di vaghezza gli occhi che la miravano, soprattutto un’allucuzione di entusiastica favella spiccata nella Chiesa dell’avvocato Salvatore Gallotti figlio del Capitano, compiva la nobile arringa col grido Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Rè d’Italia e Viva Garibaldi. Applausi immensi. Etc…”. Il Capitano Giovanni Gallotti scriveva al Governatore che nei tre giorni di festeggiamenti, la Chiesa madre dell’Immacolata Concezione, nell’attuale piazza del Plebiscito a Sapri era “illuminata a giorno nel canto del Te Deum coll’intervento del Municipio, Guardia Nazionale, Guardia Doganale comandata dallo Tenente D. Giuseppe Monaco, nonchè tutta la popolazione accorsa, riempiva di vaghezza gli occhi etc…” e aggiungeva “…favella spiccata nella Chiesa dell’avvocato Salvatore Gallotti figlio del Capitano, compiva la nobile arringa col grido Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Rè d’Italia e Viva Garibaldi.”. Aggiungeva pure il Gallotti che: “….Diè compimento al fausto giorno un lauto banchetto ordinato dalla filantropia del Capitano Nazionale Barone Gallotti, che dava agli indigeni, venendo assisto dal d° Tenente Monaco, e situati innanzi ai detti Toselli era bello il vedere ed il sentire il grido di quei tutti, nel mentre che gustavano del pranzo Viva Italia una, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi, nonché accorse da Vibonati il Giudice Regio D. Francesco Saverio Cajazzo, che fece cerchio con la G° Nle e l’ammonì sulle nobili ideee di condotta.”. Dunque, il Gallotti diede pubblica lode al giudice del Circondario Francesco Saverio Cajazzo che dice essere venuto e accorso da Vibonati, sede del suo Ufficio e che in Piazza “fece cerchio con la Guardia Nazionale di Sapri e del Circondario”.
Nel 15, 15 e 17 settembre 1860, Salvatore Gallotti, figlio del barone di Battaglia Giovanni Gallotti (Capitano della Guardia Nazionale), era Avvovato
Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, scriveva che secondo il rapporto del Sindaco di Sapri, Francesco Gaetani che il 22 settembre inviò al Governatore della Provincia di Salerno, in occasione dei tre giorni di festeggiamenti tenutisi a Sapri, il 15, 16 e 17 settembre 1860, nel rapporto vi è scritto che: “….al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”.”.
Nel 15, 15 e 17 settembre 1860, il Tenente D. Giuseppe MONACO, Comandante della Guardia Doganale di Sapri
Nel 17 settembre 1860, da Paola partenza per Napoli di altri 2000 volontari della brigata MEDICI
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 239, in proposito scriveva che: “L’arrivo delle rimanenti forze garibaldine fu accellerato dai nuovi mezzi di trasporto che il recente acquisto del porto di Napoli offriva. Dalla retroguardia, parte continuò la sua marcia, ma parte fu portata per mare salpando da Paola o da Sapri. L’ultima divisione con il Medici raggiunse Napoli il 15 settembre e i giorni successivi….(2).”. Dobelli, a p. 239, nella nota (2) postillava: “(2) Turr, Div., 178-180, 514-515, e carta; Castellini, 61-64; Bandi, 279-282; Adamoli, 153-155.”. Clement Caraguel (….), e del suo “Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”. Si tratta di un testo di un manoscritto del Castellini che suo nipote pubblicò dopo averne lette le pagine sgualcite dal tempo. Nicostrato Castellini (…..) fu diretto testimone, al’epoca giovane volontario garibaldino che si trovò a Paola e a Sapri. Il nipote, Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 63-64, scriveva della colonna Medici ferma a Paola ed in proposito aggiungeva: “ 14 settembre….Ma ritorniamo alla parte storica. Verso le undici del mattino, mentre già si aveva rinunciato a speranza, vediamo due colonne di fumo spuntare dietro la punta di Sapri e poco dopo spuntare due vapori. Come giungono, al solito io mi reco abbasso per ricevere gli ordini e si sa che il Mongibéllo porterà 700 uomini, e 400 l’Archimede, che i comandanti ebbero ordine di recarsi a Sapri per levar gente, e — se non ve ne fosse — di recarsi a Paola allo stesso effetto. Ci ragguagliano che l’Amalfi, che potrebbe portare 1200 uomini, e la Maria Teresa capace di altri 400, sono a Sapri e che ne ritorneranno vuoti a Napoli per mancanza d’istruzioni di recarsi a Paola, a Sapri assicurandosi che a Paola non vi è truppa. “ Si ordina che s’imbarchi Eberhardt. Io domando d’andare e infatti, ricevuto l’ordine di recarmi a tutelare l’imbarco, reco con me l’equipaggio (1). Viaggiamo felicemente con nove nodi all’ora, ed essendo 144 miglia, faremo la via in sedici ore giungendo a Napoli intorno a mezzodì „. Ed infatti il Mongibéllo entrò il 15 settembre nel porto di Napoli, con i primi scaglioni della divisione Medici. Agli ufficiali ed ai soldati furono concesse, dopo tanti giorni d’“ esiglio „, alcune giornate di riposo. Il capitano Castellini ne approfittò, com’era suo costume, per visitare i dintorni, il Museo di Napoli, etc…”. Il nipote di Castellini, a p. 64, nella nota (1) postillava: “(1) Cioè gli attezzi e le munizioni della divisione, rimorchiati per poche ore in uno sciabecco dal Mongibello. – La brigata Eberhardt apparteneva con quella Simonetta alla 17° divisione.”. Dunque, la XVII Divsion era a Disioe di Giacomo MEDICI ed a questa apparteneva la brigata d Eberhardt. Infatti, della XVII Divisione il Comandante era Giacomo Medici; Capo di Stato Maggiore della Divisione era illuogotenente Colonnello Ferrari; comandante della 1° Brigata era il colonnello Simonetta; comandante della 2° Brigata era il colonnello Corte; il comandante della 3° Brigata era il colonnello Eberhardt; e poi c’era la 4° brigata con Dunne e la 5° Brigata con Mussolino. Dunque, il nipote di Nicostrato Castellini, dal suo Diario, conferma che solo il 15 settembre partì da Paola e da Sapri, sul “Mongibello” una parte della Divisione Medici. Partì Eberardt. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 170, in proprosito scriveva che: “…entravano in Napoli (dal 10 al 12 settembre) dopo aver percorso le marce e traversate di mare descritte in appendice (1) le altre Brigate della sua Divisione, cioè Eber, Puppi e Spangaro. La Brigata Eberhardt passò alla 17° Divisione Medici, La Brigata Sacchi continuava a dipendere direttamente dal Quartier Generale principale.”. Medici partì dopo il 15 da Paola con le restanti truppe della sua Divisione che non avevano potuto imbarcarsi per mancanza di barche. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Fra gli ultimi a partire fu il Medici che ancora il 14 era a Paola e che in quel giorno soltanto riusciva ad imbarcarsi su due piccoli vapori già borbonici, il ‘Mongibello’ e l”Archimede’, un terzo delle sue forze. Gli altri due terzi, 2 mila uomini circa, poterono partire con lui qualche giorno più tardi, giungendo a Napoli quando già gli altri corpi si radunavano nella pianura intorno a Caserta, ove abbiamo visto arrivare primo di tutti il Turr reduce a Ariano. Ultimo, quando già da parecchi giorni s’eran avute le prime scaramucce sul Volturno, arrivò da Messina il corpo del Dunne. Lo vediamo in questo telegramma del Cosenz, ministro della Guerra, diretto a Garibaldi a Caserta: “Napoli, 24 settembre 1860, ore 11,30 ant. E’ giunto Dunne con 1500 uomini e 160 mila cartucce. Partirà domattina.”.“.
Nel 19 settembre 1860, la BRIGATA LUCANA del colonnello BOLDONI entrò trionfante a Napoli
Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati” (147)”. Dal Governo prodittatoriale si passava, così, al governo dei poteri illimitati. Giacinto Albini, ben conscio, come scrisse anche in diverse circolari, che il governo dell’emergenza era terminato, eliminò le giunte insurrezionali con un decreto del 29 agosto. Con questo “pose in prestito” alla rivoluzione gli avanzi di cassa delle finanze comunali e nominò, secondo le leggi amministrative borboniche, il segretrio nazionale della provincia nella persona di Giacomo Racioppi. Infine dispose la formazione di un corpo di milizie, il “Battaglione Lucano”, composto da 540 uomini, divisi in tre compagnie, ognuna delle quali di 180 armati (148).”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava: “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”. Venturi, a p. 74, nella nota (148) postillava: “(148) R. Rivilello, Cronaca Potentina, …., op. cit., p. 243.”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 251 in proposito scriveva che: “Mentre il Governatore Giacinto Albini con i suoi ‘poteri illimitati’ ristabiliva gli ufficii della magistratura, le schiere degl’Insorti Lucani venivano organizzate, prima a Vietri e poi a Salerno, in ‘Brigata dei Cacciatori Lucani’, licenziandosi coloro che per età, per cure di famiglia, o per altra qualsiasi causa, non potevano più a lungo permanere sotto le bandiere dell’Insurrezione. Ne restarono circa due mila e cinque cento, ed il Boldoni vi mise a capo dello Stato Maggiore il Maggiore Emilio Petruccelli, affidando il comando dei quattro Battaglioni al prete Nicola Mancusi di Avigliano, a Francesco Paolo La Vecchia di Tricarico, a Giuseppe Domenico La Cava di Corleto, ed a Francesco Paolo Pomarici di Anzi. La brigata Lucana entrò a Napoli nel 19 Settembre, sfilando con marziale disinvoltura lungo la via Toledo etc…(p. 252). A Napoli il comando della Brigata Lucana fu tolto al Boldoni e dato a Clemente corte, Colonnello di Garibaldi, la qual cosa spiacque a moltissimi, perchè fu fatta forse per segreti disegni, ed in maniera alquanto brusca ed inaspettata. Agl’Insorti Lucani Garibaldi diede, come distintivo, un nastro blù con fibietta da portarsi sull’omero sinistro. Per mancanza di documenti non posso dire quali nuovi ordinamenti subisse la Brigata Lucana nel far parte della Divisione del General Medici; ne quale posto occupasse nelle giornate del 1 e del 2 Ottobre, allorchè vi fu sanguinoso combattimento fra i soldati di re Francesco e le valorose schiere di Garibaldi.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 411, in proposito scriveva pure che: “VI. Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 237, in proposito scriveva che: “La brigata Lucana e l’assedio di Capua. Giunto che fu il Dittatore a Casalnuovo, e venutovi, per mettersi agli ordini di lui, il Colonnello Boldoni, gli insorti della Lucania furono incorporati nella divisione del Generale Cosenz. Laonde il Colonnello ebbe ordinato alle sparse legioni di raccogliersi a Vietri di Potenza, ove trasmutava il quartier generale; li ordinò in brigata che disse dei Cacciatori Lucani; e queste divise in quattro battaglioni secondo i distretti della provincia, di poco meno che tremila uomini in tutto (1). La brigata ebbe nuovo ordiamento a Salerno; poichè diede licenza a’ militi più vecchi di ritrarsene; nominò capo dello stato maggiore il signor Emilio Petruccelli; e capo dei battaglioni i signori Giuseppe-Domenico La Cava, Francesco Paolo La Vecchia, Nicola Mancusi, e Francesco Paolo Pomarici. Restarono sotto le armi duemila centosettantasei militi. La brigata entrò il giorno 19 settembre nella città di Napoli “salutata (dice uno scrittore straniero) da calorose acclamazioni del popolo di Napoli il quale, a spettacolo nuovo sui lastrici della città capitale, vedeva la prima volta, senza il terrore dei seguaci della Santa-fede, gl’insorti popoli delle provincie nelle sue fogge ruvide, bizzarre e pittoresche, in armi da caccia e da museo, d’ogni sorta gente e condizione commisti, e preti e frati vessilliferi e capifila”(2). A Napoli un terzo riordinamento, e questo fu l’ultimo della brigata Lucana. Il Colonnello Boldoni fu surrogato dal colonnello Clemente Corte. Al Boldoni faceva ingiuria l’origine sua; cioè il partito che l’ebbe eletto alla impresa di Basilicata, e lo indirizzo di una politica, che egli non nascondea, ma bandiva sotto gli auspicii del Conte di Cavour. Codesto lo aveva reso non bene accetto, poscia mal visto a coloro, che ormai levavano bandiera in aperta opposizione al ministro di Sardegna: e poichè il Dittatore aveva vinto, e dei servigi di quello non pareva più bisogno, gli spiriti partigiani vollero sbrigarsene; e per quali vie non monta. Sinistrarono gli atti di lui; ne calunniarono intenzioni e parole; non dubitarono di mentire in nome del popolo appo il Dittatore; e il Boldoni fu rimosso dal comando della brigata; nè parola di lode venne a temperare la crudezza del fatto subitaneo. Cominciava da lui la manifestazione prima di quella febbre di demolizione, che poscia abbiam vista senza limiti appiccarsi a tutti gli animi, e aggredir tutti gli uomini e le cose. Unica, forse e sempre generosa, la città di Corleto non dimenticò il Colonnello Boldoni; ….Il Colonnello Clemente Corte, giovane ardito, operosissimo, valoroso e valente ebbe l’onore di guidare al fuoco la giovane brigata dei volontari Lucani. Ricominciando il novello e più acconcio ordinamento, le mutò il nome in brigata di Basilicata; scompose lo scheletro, o, come dicono, i quadri; non tenne conto, e ben fece, dei gradi che la rivoluzione etc…”. Racioppi, a p. 237, nella nota (1) postillava: “(1) Il giorno 5 di settembre, a Vietri, il battaglone detto di Lagonegro numerava 671 militi; quello di Potenza 957, il terzo di Matera 478; il quarto di Melfi 810; in uno 2916.”. Racioppi, a p. 237, nella nota (2) postillava: “(2) E. Maison, Journal d’un volontaire de Garibaldi. Paris, 1861, pag. 88.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 52-53, in proposito scriveva pure che: “Al nobile esempio di tanti volontari insorti in quei giorni di febbrile entusiasmo, parecchi nostri concittadini, arrolatisi nelle schiere garibaldine, presero parte alla marcia trionfale verso la Capitale, dove la Brigata Lucana – formata in maggioranza dei volontari di Basilicata, comandata dal colonnello Boldoni e forte di circ 3000 militi, divisi in 4 battaglioni corrispondenti ai 4 Distretti della Basilicata – entrò nel 19 Settembre riscuotendo le più calorose acclamazioni dal popolo napolitano, tratto ad ammirare, non più col terrore etc…Fra i nostri volontari garibaldini vanno ricordati Michele Aldinio di Giuseppe, Carlo Tortorella di Giuseppe, Michele Cosentino di Francesco e Gennaro Mitidieri di Nicola, i quali, per schietto e generoso impulso dell’animo, seguirono il Generale nella sua avventurosa impresa. L’Aldinio, giovane, etc…, fece parte dello Stato Maggiore del Generale Sirtori, ed in premio dei servizi resi, fu nominato etc…”. Pesce, a p. 53, nella nota (1) postillava: “(1) Fra quei volontari emerse la figura gigantesca e balda del Capitano Gennaro Iannarelli di S. Severino Lucano, il quale, dopo aver combattuto coraggiosamente a Santamaria, fu a capo di una compagnia di Guardie Mobili per la repressione del brigantaggio nel Circondario di Lagonegro, etc…”. Il Pesce, a p. 55 scriveva pure che: “Ammirato e carezzato dai commilitoni per la sua tenera età e pel suo coraggio, fu iscritto, semplice milite, nel 1. Battaglione della Brigata Lucana, la quale, dopo che fu bene riordinata dei migliori elementi della disciplina militare dal nuovo Colonnello Clemente Corte, succeduto al Boldoni, e fu fornita, nei depositi di Aversa, d’armi e di divisa, fu aggregata alla Divisione del Generale Medici, e fu guidata al combattimento con mirabile slancio. E’ risaputo che gli insorti lucani ebbero, come distintivo, un nastro bleu con fibbietta da portarsi sull’omero sinistro.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a pp. 24-25-26, in proposito scriveva che: “Dopo l’entrata in Napoli, la Brigata Lucana si organizzò per distretti: il distretto di Matera fu dato a Carmine Ferri, che, avendo assicurato la tranquillità e data forma costituzionale alla città, riprese il suo posto di combattente, e il distretto di Lagonegro fu affidato al Lavecchia. Il 19 settembre la Brigata Lucana si riunì a Napoli, dopo aver spazzato il salernitano dei residui dell’esercito borbonico, e dopo aver compiuta la rivoluzione nell’avellinese. Gl’insorti lucani, vestiti ed armati alla meglio, vennero accolti con grandi feste, e costretti a fare il giro della città: Napoli, con quell’atto, volle dare il merito alla Basilicata di essere stata la prima ad insorgere e di aver meglio organizzata la rivoluzione. Garibaldi passò in rivista la brigata, riorganizzò gl’insorti in nome dell’Italia e li lasciò liberi. I vecchi furono costretti a ritornare a casa; i giovani, inquadrati da ufficiali garibaldini, formarono la nuova brigata, che si distinse sotto le mura di Capua e sulle sponde del Volturno. I tricaricesi furono rattristati dalla perdita del patriota Giuseppe Bronzini, morto a Napoli in seguito agli strapazzi di guerra. Finito il loro compito, i nostri patrioti ritornarono a casa, lieti di aver servita la Patria, e di aver concorso a liberare le nostre terre dalla soggezione borbonica; non chiesero nè onori nè ricompense. Il Lavecchia fu nominato prefetto, ma rifiutò dicendo: “Non abbiamo lavorato per ottenere una pagnotta”. Sorsero poi i vittoriosi, che misero in disparte gli autentici combattenti e carpirono gli onori destinati a chi aveva ben meritato della Patria. Il successo della campagna del ’60 dev’essere attribuito alla Basilicata.“. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Nicola Mignogna, a pp. 113-114, in proposito scriveva: “469) Brigata Lucana – Quartier Generale in Salerno – Ordine del giorno, Salerno li 15 settembre 1860, s. 1., nè a.” Foglio a stampa contenente le disposizioni impartite dal colonnello Boldoni per il funzionamento della brigata Lucana destinata ad essere aggregata all’Esercito Meridionale. I quattro battaglioni, quello del distretto di Lagonegro, costituito da 554 uomini, quello di Potenza, da 546, quello di Matera, da 497 uomini e quello di Melfi, da 579 uomini, vengono rispettivamente affidati al comando di Giuseppe Domenico Lacava, di Francesco Pomarici, di Francesco Emilio Petruccelli, recatosi a Napoli, sarà capo di Stato Maggiore della brigata Leopoldo Scoppa, si porta a conoscenza la costituzione di Commissione di donne con il compito di sovvenire ai bisogni etc…”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 84-85, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana informa lo storico Cilibrizzi (1) fu costituita con 3.500 insorti. Era formata su otto colonne: 1° Colonna: Potenza – Comandante Francesco Pomarici; 2° Colonna: Comandante Giuseppe Domenico Lacava; 3° colonna: Tricarico – Comandante Francesco Paolo Lavecchia etc..La Brigata Lucana divenne poi “Brigata Basilicata” comandata dal Colonnello Clemente Corte che si distinse poi nelle battaglie combattute contro i Borboni sul Volturno e nell’assedio di Gaeta.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 31-32, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana – che passò poi al comando del colonnello Clemente Corte col nuovo nome di ‘Brigata Basilicata’ – si battè valorosamente il 2 ottobre, alla battaglia del Volturno, e il 15 il 19 e il 30 ottobre all’assedio di Capua.“.
Nel 1860, la BRIGATA BASILICATA al comando di Clemente CORTE
Nel 18 e 19 settembre 1860, a Capitello, la Guardia Nazionale di Capitello arrestava Giuseppantonio Scarpitta, Domenico Sabini e Concetta De Simone
Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “La notte del 18 e 19 settembre 1860, la Guardia Nazionale di Capitello arrestava Giuseppantonio Scarpetta, Domenico Sabini e Concetta De Simone, accusandoli di cospirazione contro la nuova forma digoverno, poichè avversi al nuovo regime liberale e desiderosi del ritorno della dinastia borbonica. Furono arrestati a causa deiloroprecedenti politici, e per essersi “di notte spostati a Sapri in casa Peluso, e per spargersi da essi voci sulla instabilità dell’attuale Governo….Giuseppantonio Scarpitta e Domenico Sabini nella sera del 18 detto comparivano in Capitello, asserendo voler comperare dè pesci; quindi su di una barca recaronsi in Sapri ove portarono a quel Capo Nazionale un fucile che si apparteneva a D. Annibale Peluso: ritornarono a Capitello verso le ore 7:00 in 8 della notte. Essi erano realmente affezionati alla famiglia Peluso, e da qualche testimone si assicura di aver guardato, assistito e scortato l’ex Capo Urbano Vincenzo Peluso da un punto all’altro, essendo latitante. I medesimi con altri si sono attivati a diffondere notizie sulla certezza del cangiamento dell’attuale Governo, e sulla venuta degli Austriaci; sul conto di Concetta De Simone si è liquidato solamente d’essere confidente della famiglia Peluso, e d’essere stato in sua casa il Sabini nel giorno prcedente alla notte. Gli arrestati né loro interrogatori negavano di avre in modo alcuno cospirato contro il Governo”(240).”. Del Duca, a p. 177, nella nota (240) postilava che: “(240) A.S.S., Gran Corte Criminale, Process Politci, 1860, Compendio de Giudicato Regio di Vibonti del processo sul tentativo di cospirazione ordito a Capitello e Ispani, busta 172, fascicolo 15.”. La notizia è interessantissima anche perchè, sebbene a Sapri vi fossero alcune famiglie liberali presenti nel paese e in zona, in occasione dell’intensa attività di sbarco delle truppe garibaldine dirette verso la capitale del Regno borbonico, vi sia siano state altre famiglie di sediziosi, contrari al nuovo stato delle cose, come ad esempio la famiglia dei PELUSO, da decenni impegnata contro i liberali della zona. La notizia ed i Verbali conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, sono degni di nota e le notizie che contengono dovrebbero essere ulteriormente indagate. Tuttavia, a prima vista possiamo trarre delle notizie. La prima è quella che il 18 e 19 settembre 1860, a Sapri, vi era una “Casa Peluso” “Capo Nazionale”, dove, i tre arrestati a Capitello, Giuseppantonio Scarpitta, Domenico Sabino e Concetta De Simone, si recarono e dove fu da loro consegnato un fucile che sarebbe appartenuto a “don Annibale Peluso”. Il rapporto del Giudice di Vibonati dice pure che i tre “….erano realmente affezionati alla famiglia Peluso, e da qualche testimone si assicura di aver guardato, assistito e scortato l’ex Capo Urbano Vincenzo Peluso da un punto all’altro, essendo latitante.”. E qui la notizia mi sembra plausibile essendo il Capo Urbano di Sapri all’epoca dell’arrivo di Garibaldi Vincenzo Peluso, che, per l’occasione si rese latitante, insieme ad altri attendibili e borbonici della zona.
Nel 22 settembre 1860, il Sindaco di Sapri era Francesco GAETANI
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 172, in proposito scriveva che: “Il Capitano della Guardia Nazionale, Giovanni Gallotti, al “Cittadino Governatore Civile della P.à di Salerno”, facendosi avallare lo scritto dal sindaco Francesco Gaetani, il 22 settembre 1860 scrisse: “Giusto la circolare con cui si ordinava tre giorni di feste per l’adesione al nuovo Governo di Vittorio Emanuele Rè d’Italia, etc…”. Policicchio, a pp. 179-180 pubblicava l’interessante documento, e a p. 180, a margine postillava: “Missiva di Giovanni Gallotti con cui si rendono noti i festeggiamenti a Sapri. Su concessione dei Beni Culturali e Ambientali, Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto di Prefettura, b. 1, f. 1.”. Parrella si riferisce alla sua nota (21) dove postillava: “(21) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 12 settembre 1860.”, che contiene ciò che è postillato nella nota (25), ovvero che: “(25) Ivi, rapporto del 22 settembre 1860.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “13) Pasquale AUTUORI; 14) Francesco GAETANI 1870 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. La notizia dell’“Atto di adesione del Comune di Sapri al nuovo Regno”, e quindi della lettera del Sindaco di Sapri, è riportata anche da Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti.”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. Dunque, la Tagliè riferisce della lettera che il Sindaco di Sapri, Francesco Gaetani, nel 22 settembre 1960 scrisse al Governatore della Provincia di Salerno, in merito all’“Adesione del comune di Sapri al nuovo Governo di Vittorio Emanuele II”. Il documento interessantissimo è conservato presso l’Archivio di Stato di Salerno, ramo Prefettura, Gabinetto, b. 1, foglio 5. Scrive sempre la Tagliè che nella lettera vi è un rapporto dove vennero descritti i festeggiamenti che si tennero a Sapri per l’adesione al nuovo governo, festeggiamenti promossi a Sapri dal Capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti e figli, che si tennero per tre giorni consecutivi, il 15, 16 e 17 settembre 1860. La Tagliè scrive che nella lettera di Gaetani “Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti.”. Tagliè, a p. 174, concludeva su i Gallotti, baroni di Battaglia scrivendo che: “E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”.
Nel 24 settembre 1860, a Torraca, Vincenzo GAETANI, capo della Guardia Nazionale e l’arresto di Francesco Torre di Vibonati
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 198, in proposito scriveva che: “Appena dopo il passaggio di Garibaldi, il 24 settembre 1860, il Capo Brigata della Guardia Nazionale di Torraca, Vincenzo Gaetani di Saverio, ordinò l’arresto, eseguito da Domenico Zipparro (5) e Carmine Barra, “in contrada Olmo (6), nella piazza, dell’abitato di Torraca” a danno di Francesco Torre di Vincenzo, di Vibonati, accusato d’aver pronunciato parole contro Vittorio Emanuele e Garibaldi. Francesco Torre, guardaboschi (7) del demanio promiscuo dei comuni di Casaletto, Tortorella e Vibonati, perché emissario delle autorità borboniche, fu destituito dalla carica con la seguente motivazione: “i boschi comunali a lui affidati sono stati sempre devastati, e precisamente le contrade nelle vicinanze dei Comuni di Torraca, e Sapri, e la legna di siffatti devastamenti con lui consenso, pe per suo profitto si sono venduti ad abitanti di Sapri, ed ai padroni di bastimenti siciliani ancorati al lido di detto comune, ed egualmente ha praticato cogli abitanti di Torraca. Etc…(8).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (5) postillava: “(5) Insieme a Francesco Brandi, il 6 dicembre 1856 richiese di essere cancellato dall’elenco degli attendibili. Le informazioni prese dal Sotto Intendente fecero ritenere ce la loro condotta “non sia stata buona per modo che non convenga di depennarli dallo elenco degli attendibili. Essi figurano nella 2° categoria dello elenco dei sorvegliati, ed io riportandomi a quella biografia, reputo non secondabile la loro domanda” (ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 86, f. 24).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (6) postillava: “(6) La storia orale tramanda che all’ombra di quest’albero, abbattuto non da molto, Carlo Pisacane, la mattina del 29 giugno 1857, lesse il suo proclama di libertà al popolo.”. Policicchio, a p. 198, nella nota (7) postillava: “(7) L’amministrazione forestale agli amministratori di Scalea chiese se i guardaboschi facessero o no il loro dovere. Il Decurionato “non trova motivi per rimuovere etc…” (ACSCL, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 5 dicembre 1860, p. 117v).”. Policicchio, a p. 198, nella nota (8) postillava: “(8) ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati), b. 3, f. 1, Delibera Decurionale del 2 dicembre 1860.”.
Nel 24 settembre 1860, a Capitello si faceva contrabbando di sale
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 250, in proposito scriveva che: “Oltre che debellare il brigantaggio, alla Guardia Nazionale furono assegnate altre funzioni. Nella baia di Capitello, il 24 settembre 1860, approdò un brigantino siciliano i cui marinai, in assenza temporanea del Ricevitore Doganale, Raffaele Falcone, a cui doveva eseguirsi la consegna del sale, si posero a contrabbandare il prodotto trasportato. Il 27 marzo il funzionario di dogana segnalava “l’arresto avvenuto di quattro somari con circa cantaja due di sale contrabbando, e con essi tre individui”(23).”. Policicchio, a p. 250, nella nota (23) postillava: “(23) ASS, Governatorato, b. 15, f. 713.”.
Nel 1860, a Roccagloriosa, i martiri per la libertà e per l’Unità d’Italia
Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, Grafica Jannone, Salerno, 1986, a p. 74, in proposito scriveva che, di Roccagloriosa era: “Giustino De Caro, nato il 1789, era ufficiale nelle guardie d’onnore durante il decennio francese, e poi fu capitano nella milizia provinciale del paese natio. Fu uno dei più valorosi eroi della rivolta del Cilento nel 1828. Di fronte a inaudite torture, non volle mai tradire le idee di libertà. Arrestato, fu condannato a 26 anni di ferri e imprigionato nella caserma della Maddalena; poi passò all’ergastolo di S. Stefano, dove ebbe a compagno Cono Mercurio. Un atto sovrano del 18 dicembre 1830 gli commutò la pena nella relegazione a Ponza. Ottenne la grazia nel 1831 e, ritornato nel paese natio, vi morì l’anno stesso (119). Vincenzo Prota (1820-1903) apparteneva alle Società Segrete a Napoli dove studiava. Fu segnalato proditoriamente alla polizia borbonica, che lo catturò ed imprigionò assoggettandolo alla fustigazione, perché si rifiutò di svelare i nomi dei congiurati. Sopportò cinicamente 101 legnate senza parlare: i medici presenti ordinarono la sospensione della tortura, perché il Prota era già agli estremi. Però, dopo, egli si riprese e fu rinchiuso di nuovo in prigione, dove stette fino alla venuta di Garibaldi, che lo liberò. Ritornò in patria e visse minorato fino all’età di 83 anni. P. Salvatore da Acquavena, Francescano dell’Ordine degli Osservanti. Fu eletto ministro provinciale della Provincia di Principato tra il 1860-70 (180).”. Romaniello, a p. 74, nella nota (119) postillava: “(119) De Crescenzo G., o.c., p. 134”. Romaniello, a p. 75, nella nota (120) postillava: “(120) Paterno (da) P. Raffaele, o.c., p. 61″. Nella nota (119) Romaniello citava il testo di Gennaro De Crescenzo, “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, ma a p. 134, non troviamo nulla.
Dopo il 27 settembre 1860, a Napoli, Mazzini fonda il giornale Il Popolo d’Italia
Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 94-95, in proposito scriveva che: “Su una posizione simile è Mazzini, che riprende subito l’azione col vecchio spirito. Durante la Dittatura egli pensa di fare del Mezzogiorno la base di una prossima iniziativa rivoluzionaria (6), credendo che vi sia lo stesso fermento del 1859-60 in Sicilia. per suo impulso si costituisce a Napoli fin dal 27 settembre l’Associazione Nazionale Unitaria; contemporaneamente egli incoraggia la costituzione di una società operaia (7) e fonda un giornale, “Il Popolo d’Italia”. Da Wikipedia leggiamo che Il quotidiano “Il Popolo d’Italia” fu fondato da Giuseppe Mazzini nel 1860 a Napoli, come organo di stampa dell’Associazione Unitaria Italiana. Aveva lo scopo di sostenere l’unificazione nazionale e la causa risorgimentale. Mazzini, allora esule a Londra, inviò alcuni suoi uomini a Napoli per organizzare la pubblicazione. Il giornale, che riprendeva il nome di un precedente quotidiano mazziniano, “Italia del Popolo”, si rivolgeva principalmente alla sinistra risorgimentale, mazziniani, garibaldini e repubblicani.
Nel 2 ottobre 1860, a Caserta, morì il giovane di Lagonegro
Da Wikipedia leggiamo che la battaglia del Volturno indica alcuni scontri armati tra i volontari garibaldini e le truppe borboniche, avvenuti tra il 26 settembre e il 2 ottobre 1860 nei pressi del fiume Volturno, durante la spedizione dei Mille. Il territorio impegnato dalle vicende belliche è sito nell’attuale provincia di Caserta, delimitato all’incirca in un triangolo avente i vertici nelle città di Capua, Caiazzo e Maddaloni. Sebbene in inferiorità di uomini e mezzi, i volontari dell’Esercito meridionale al comando di Giuseppe Garibaldi, dopo duri combattimenti nelle località sunnominate, riuscirono a respingere il tentativo dei napoletani di rompere l’accerchiamento di Gaeta e marciare su Napoli, convincendo i generali borbonici ad interrompere ogni tentativo di avanzata e a ritirarsi nelle posizioni di partenza. La battaglia fu l’ultimo tentativo fatto da Francesco II di respingere i garibaldini e riconquistare il proprio regno, ma il suo fallimento segnò definitivamente la fine del Regno delle Due Sicilie: il Re infatti, demotivato e persa la fiducia nei suoi comandanti, decise di chiudersi a Gaeta con i resti delle forze a lui fedeli, in attesa di un eventuale aiuto straniero alla sua causa, che tuttavia non giunse mai. Francesco II si arrese definitivamente il 13 febbraio 1861, dopo cinque mesi di assedio da parte dell’esercito piemontese. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 57-58, in proposito scriveva che: “Fu appunto in questo combattimento del 2 Ottobre, presso Caserta, che il giovanetto Michele Cosentino fu gravemente ferito, per cui, dopo avr partecipato ai genitori la gloriosa e triste sorte toccatagli, e chiesto perdono del dispiacere ad essi recato per la sua improvvisa partenza, morì dopo pochi giorni nell’ospedale del campo in Maddaloni. Di lì a poco, nell’anno stesso, quale triste fatalità! morirono pure la madre Rosa Aldinio, e poscia il padre Francesco, forse per le gravi amarezze provate pel generoso trascorso e per l’immatura morte del diletto figliuolo!. ‘A Lui non ombre pose, non pietra, non parola’ la Patria, ed il suo nome fu tosto coperto dall’oblio, ma fu rievocato nel discorso dell’On. Giustino Fortunato nel 20 Settembre 1898, per l’inaugurazione delle lapidi commemorative nella sala del Consiglio Provinciale di Basilicata, nelle quali è segnato pure il nome del nostro concittadino assieme con quello di Cristoforo Grossi, vittime ambedue degli stessi generosi sensi di libertà (1).”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 31-32, in proposito scriveva: “La Brigata Lucana – che passò poi al comando del colonnello Clemente Corte col nuovo nome di ‘Brigata Basilicata’ – si battè valorosamente il 2 ottobre, alla battaglia del Volturno, e il 15 il 19 e il 30 ottobre all’assedio di Capua. Nella battaglia del Volturno, caddero Carlo Mazzei di Maratea, Francesco Abalsamo di Senise, Francesco Basile di Potenza, Michele Cosentino di Lagonegro e Antonio D’Angieri di Forenza.”.
Nel 3 ottobre 1860, a Napoli il Governo Prodittatoriale di Giorgio PALLAVICINO
Da Wikipedia leggiamo che dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli, la situazione italiana era questa: le regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Basilicata, e quasi tutta la Campania) erano state conquistate da Garibaldi, mentre Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana erano entrate nel Regno d’Italia in seguito alla seconda guerra d’indipendenza italiana e ai successivi plebisciti. Il Sud e il Nord della penisola erano però ancora separati dalla presenza dello Stato Pontificio. L’avanzata di Garibaldi, inoltre, preoccupava i moderati e le corti europee sia per una sua possibile avanzata fino a Roma e per il rischio di una svolta repubblicana rivoluzionaria causa la presenza mazziniana sempre più attiva. L’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 segna un momento cruciale per l’Italia, con la fine del dominio borbonico e l’avvio dell’unificazione nazionale. La campagna dei Mille, iniziata a maggio, e il plebiscito di ottobre che sancisce l’annessione al Regno di Sardegna, sono passaggi fondamentali verso la nascita del Regno d’Italia. L’azione di Garibaldi in Sicilia e nel Sud Italia fu facilitata e in parte coordinata con il Regno di Sardegna, guidato dal Primo Ministro Camillo Benso, conte di Cavour. Cavour, pur non condividendo completamente l’approccio di Garibaldi, comprese l’importanza strategica di queste azioni per l’unificazione italiana sotto la corona sabauda. Dopo la conquista di Napoli, fu chiaro che l’intero Mezzogiorno avrebbe potuto essere annesso al Regno di Sardegna. Questo processo fu formalizzato attraverso un plebiscito tenutosi nell’ottobre 1860, che vide una schiacciante maggioranza dei votanti esprimersi a favore dell’annessione al Regno di Sardegna. L’annessione fu ratificata e il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere, portando alla creazione del Regno d’Italia, proclamato il 17 marzo 1861. L’intervento piemontese fu cruciale per garantire l’ordine e la stabilità durante la transizione, nonché per assicurare che l’unificazione avvenisse sotto l’egida piemontese, piuttosto che sotto una repubblica democratica come alcuni garibaldini avrebbero preferito. Sempre da Wikipedia, alla voce “Francesco Crispi” leggiamo che a Napoli il governo provvisorio di Garibaldi era in gran parte nelle mani dei fedeli di Cavour. Crispi, che arrivò in città a metà settembre, insistette con il generale e ottenne di concentrare il potere nelle sue mani. Tuttavia, la spinta rivoluzionaria che aveva animato la spedizione andava affievolendosi, specie dopo la battaglia del Volturno. Per rafforzare la sua posizione presso Vittorio Emanuele II, Garibaldi nominò il 3 ottobre 1860 prodittatore di Napoli Giorgio Pallavicino, un sostenitore di casa Savoia. Costui definì subito Crispi incompatibile con la carica di Segretario di Stato. Intanto Cavour aveva dichiarato che nell’Italia meridionale non avrebbe accettato altro che l’annessione incondizionata al Regno di Sardegna mediante plebiscito. Crispi, che aveva ancora la speranza di far proseguire la rivoluzione per riscattare Roma e Venezia, si oppose, proponendo di far eleggere al popolo un’assemblea parlamentare. A lui si affiancò (per motivi molto diversi) il federalista Carlo Cattaneo. Preso fra due fuochi, Garibaldi dichiarò che la decisione sarebbe spettata ai due prodittatori di Sicilia e di Napoli, Antonio Mordini e Pallavicino. Entrambi optarono per il plebiscito e Crispi, dopo la riunione decisiva del 13 ottobre di palazzo d’Angri, si dimise dal governo di Garibaldi. Il Cavour, che non si fidava di Agostino Bertani, segretario generale del dittatore Garibaldi, favorì la nomina del Pallavicino come prodittatore a Napoli da parte di Garibaldi subito dopo l’ingresso nella città (settembre 1860). Pallavicino si batté, contro il volere dello stesso Garibaldi, per l’annessione immediata delle province napoletane al Regno di Sardegna e dopo il plebiscito del 21 ottobre, venne decorato con il collare dell’Annunziata. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “….XLIII. II Marchese Giorgio Pallavicini. Il Plebiscito. – In quel mezzo giungeva a Napoli Giorgio Pallavicini, condannato dall’Austria nel 1821 con Gonfalonieri, Pellico, Rossini e gli altri cospiratori. Benveduto dal generale, che lo aveva già scelto per prodittatore delle provincie continentali , senza per altro averlo ancora nominato. Proveniva da Torino, ove il Re e Cavour gli avevano impartite istruzioni, che si riassumevano così: Nessuna transazione coi mazziniani, nessuna debolezza coi garibaldini, ma riguardi massimi per il loro capo . » << Il 3 ottobre un decreto dittatoriale nominava prodittatore delle provincie napoletane il marchese Giorgio Pallavicini -Trivulzio. Il 5 questi decretava la soppressione del dipartimento degli affari siciliani. Crispi conservava le sue funzioni di segretario generale della dittatura e di ministro degli esteri. Il 9 fu decretato il plebiscito: il popolo era chiamato per si o per no sulla seguente formola : << Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele, re costituzionale, e i suoi legittimi discendenti. Etc…”. Crispi, a p. 202 aggiungeva: “Con Pallavicini diede le dimissioni il ministero, e Garibaldi il 12 ottobre fece promulgare il decreto di Crispi convocante l’assemblea napoletana per l’11 corrente e incaricava Crispi di formare un nuovo ministero. Ma intanto i moderati organizzarono una dimostrazione popolare al grido di morte a Mazzini, morte a Crispi! Garibaldi dal palazzo della foresteria arringò i dimostranti, rimproverando loro le inconsulte grida….etc…Il 21 il plebiscito ebbe luogo a Napoli ed in Sicilia e fu votata la dedizione dell’antico regno delle due Sicilie a Vittorio Emanuele.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 146, in proposito scriveva che: “Il partito garibaldino e il partito cavouriano, che chiedeva l’annessione immediata, erano venuti ad aperto contrasto; una rottura sarebbe riuscita infinitamente dannosa alla causa nazionale, se pure non avrebbe dato luogo addirittura ad una guerra civile. Si era gia arrivati alla formazione di un ministero secondo gl’intenti del partito cavouriano; da un momento all’altro potevano scoppiare disordini; l’atteggiamento delle truppe che occupavano ancora il Castel Nuovo e Sant’Elmo era cupo e minaccioso. L’arrivo di Garibaldi che entrò in città col generale Cosenz e qualche ufficiale del suo stato maggiore, in vettura scoperta, accompagnato da alcune guide, troncò l’attesa di tutti i dubbiosi e gl’indecisi, il lavorio dei partiti e l’eventuale resistenza delle truppe borboniche rimaste. L’entusiasmo dei Napoletani non conosce limiti. Prima di mezzogiorno il generale Cosenz aveva formato un Governo; la sera, il generale Turr faceva ingresso in città con l’avanguardia della sua Divisione. Il giorno stesso le truppe borboniche sgomberavano il Castel Vecchio e alcuni punti fortificati; l’indomani capitolò Sant’Elmo, …..Garibaldi affidò all’ammiraglio Persano, suo vecchio amico, il comando della flotta e spedì un vapore a Genova, per offrie la prodittatura al marchese Pallavicino. Si sviluppò la Guardia Nazionale….Garibaldi si condusse con somma moderazione e saggezza. La sua situazione era difficile, tra annessionisti, repubblicani ed ex soldati e ufficiali regi. Avendo sempre di mira lo scopo della sua vita e delle sue lotte, l’unità d’Italia, sempre cercando di conseguirlo senza spargimento di sangue, egli procurò di conciliare repubblicani e annessionisti, formò coi soldati e ufficiali napoletani una Divisione a parte e, col grosso del proprio esercito etc…”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 131, in proposito scriveva che: “Francesco Crispi fu l’anima di governo di Garibaldi in Sicilia e a Napoli. Eguali sorti, dolori e lotte l’unirono lungo tempo col Dittatore dell’Italia meridionale. Crispi è repubblicano, come Garibaldi. Quando, a metà ottobre, la politica di Cavour venne ad aperto contrasto con quella di Garibaldi fu costretto a sacrificare il suo amico Crispi al principio costituzionale e all’unità delle popolazioni italiane, etc…”. Giuseppe Garibaldi, ebbe negli anni avvenire diverse amarezze causate da inevitabili dissapori con il Cavour e con i suoi partigiani. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione , nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre. Quello che più mi urtava nei maneggi di cotesto partito era di trovarne le traccie in certi individui che mi erano cari, e di cui mai avrei dubitato. Gli uomini incorruttibili erano dominati coll’ ipocrita ma terribile pretesto della necessità ! La necessità d’esser codardi ! La necessità di ravvolgersi nel fango davanti ad un simulacro di effimera potenza, e non sentire, non capire la robusta, imponente, maschia volontà d’un popolo che, volendo essere ad ogni costo, si dispone a frangere cotesti simulacri e disperderli nel letamaio da dove scaturirono. Cotesto partito, composto di compri giornali, di grassi proconsoli e di parassiti d’ ogni genere, sempre pronto a servire, con ogni specie d’abbassamento e di prostituzione , chi lo paga, e pronto sempre a tradire il padrone quando questi minaccia di crollare, quel partito, dico, mi fa l’effetto dei vermi sul cadavere: il loro numero ne segna il grado di putridume ! In ragion diretta del numero di questi vermi, si può valutare la corruzione d’ un popolo. Io ebbi a soffrire delle mortificazioni da quei signori che la facevan da protettori dopo le nostre vittorie e che ci avrebbero dato il calcio dell’ asino, come lo diedero a Francesco II, se si fosse stati sconfitti, le quali mortificazioni io certo non avrei tollerato, se si fosse d’altro trattato che della causa santa dell’Italia. Per esempio, giungono due battaglioni dell’ esercito sardo non dimandati, con lo scopo reale di non lasciar fuggire la preda della ricca Partenope ed assicurarla, ma col pretesto di mettersi ai miei ordini, se richiesti. Io li chiedo, e mi si risponde che devesi ottenere il beneplacito dell’ ambasciatore ; questi, consultato, risponde che si deve chiedere il permesso a Torino. Ed i miei prodi compagni frattanto si battevano e vincevano sul Volturno, non solamente senza il concorso di un solo soldato dell’ esercito regolare, ma privi dei contingenti che la gioventù generosa di tutta Italia voleva inviarci , e che Cavour e Farini trattenevano od imprigionavano. I pochi giorni passati in Napoli, dopo l’accoglienza gentile fattami da quel popolo generoso, furono piuttosto di nausea, appunto per le mene e sollecitudini di quei tali cagnotti delle monarchie, che altro non sono in sostanza che sacerdoti del ventre, Aspiranti immorali e ridicoli, che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello, colpevole solo d’esser nato sui gradini d’un trono, e per sostituirlo del modo che tutti sanno. Tutti sanno le trame d’una tentata insurrezione, che doveva aver luogo prima dell’arrivo dei Mille per toglier loro il merito di cacciar il Borbone, e farsene poi belli costoro presso l’Italia, con poca fatica e merito. Ciò poteva benissimo eseguirsi se coi grossi stipendi la monarchia sapesse infondere ne’ suoi agenti un po ‘ più di coraggio, e meno amor della pelle. Non ebbero il coraggio d’una rivoluzione i fautori sabaudi, ed era allora tanto facile di edificare sulle fondamenta altrui, maestri come sono in tali appropriazioni; ma ne ebbero molto per intrigare, tramare, sovvertire l’ ordine pubblico, e mentre nulla avean contribuito alla gloriosa spedizione, quando poco rimaneva da fare ed era divenuto il compimento facile, la smargiassavano da protettori ed alleati nostri, sbarcando truppe dell’esercito sardo in Napoli (per assicurare la gran preda, s ‘ intende), e giunsero al punto di protezionismo da inviarci due compagnie dello stesso esercito il giorno dopo la battaglia del Volturno, il 2 ottobre. Sempre il calcio dell’ asino !”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “La reazione borbonica. Nella realtà meridionale, si inasprirono i contrasti preesistenti e ben presto, le aspettative e le speranze delle masse dei contadini e dei braccianti vennero deluse, in special modo per qunto riguardava la distribuzione della divisione delle terre, ora divenute proprietà nazionale. Le divisioni tra sostenitori ed oppositori del nuovo governo dunque, andava acuendosi con notevoli ripercussioni sullo spirito pubblico. Ne conseguirono diverse manifestazioni di avversione al regime liberale, al fine di diffondere un movimento reazionario favorevole al ritorno dei Borbone, molte delle quali indirizzate contro coloro che, avendo sostenuto Garibaldi nella sua risalita verso Napoli, erano poi ritornati nei luoghi natii. A creare un sentimento antiunitario contribuirono anche le autorità civili, religiose e militari che, con le dimostrazioni di opposizione al nuovo assetto istituzionale, causarono il diffondersi di nuovi turbamenti sociali.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, ……Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Pallavicino, pochi giorni dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli fu nominato prodittatore, ma l’azione sua fu variamente discussa. Proclamato il plebiscito a Napoli, si dimise, ritraendosi nella solitudine di San Fiorano. Ebbe però dal re il Collare della SS. Annunziata. Inviato con pieni poteri in Sicilia poco prima di Aspromonte, gli fu rimproverata la sua condiscendenza per l’impresa di Garibaldi, e tornò a San Fiorano, dove nel 1867, dopo un viaggio elettorale rimasto storico, ospitò il suo grande amico; e colà visse gli ultimi anni di vita, assistito dalla consorte Anna Koppmann, figlia del governatore di Praga, con la quale si era unito durante la sua forzata dimora colà, e che fu editrice delle Memorie di lui (Torino 1882-1895, voll. 3).
Nel 7 ottobre 1860, a San Giovanni a Piro, movimenti reazionari
Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 177-178, in proposito scriveva che: “A San Giovanni a Piro, il 7 ottobre 1860, Gaetano Iannuzzi, scagliandosi contro coloro che inneggiavano al Generale, gridava: “Garibaldi vai a farti fottere”.
Nel 13 ottobre 1860, a Lentiscosa, movimenti reazionari
Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 177-178, in proposito scriveva che: “La notte del 13 ottobre del 1860, alle ore 22:00 nel borgo di Lentiscosa, frazione del Comune di Camerota accadde una sommossa popolare che era indirizzata a sollevare il popolo contro il nuovo governo liberale. Il Regio Giudice di Camerota Ferrari così descriveva la sommossa in un rapporto straordinario del 15 ottobre: “Mentre mi stava nella Marina di Scario, mi arrivava la notte del 13 ottobre andante uffizio del Capitano della Guardia Nazionale di Camerota Signor Nicola Greco, con che mi rapportava che nell’istesso giorno una mano di fanciulli di Lentiscosa, paesetto posto di a intorno di quattro milia, rione di Camerota, fatisi sul colle denominato Spodicela, dirimpetto all’abitato di Camerota, Vi erano circa 200 popolani, cioè fanciulli, donne e contadini; teneano a vicinanza della Chiesa di S.a Rosalina un tavolino ove aveano confinata una Bandiera Bianca, e due quadretti, le donne tenevano dei Pali, altri fiuri, gridavano a tutta voce Viva Francesco Secondo. Che avendo il detto Capitano Greco spedito colà il Guardia Luigi Cusati per conoscere di che si trattasse, da costui si seppe che il basso popolo di Lentiscosa, non escluse le donne era in completa reazione, etc….(241)”. Del Duca, a p. 179, nella nota (241) postillava: “(241) A.S.S., Gran Corte Criminale, Processi Politici, 1860, Compendio del Giudicato Regio di Camerota del processo sull’attaco e resistenza conto la forza pubblica e voci sediziose a Camerota, busta 250, fascicoli 3-4.”.
Nell’ottobre 1860, PIETRO LACAVA, Segretario del Governo Prodittatoriale Lucano, il traferimento del Mango a Potenza e Vice Governatore del Distretto di Lagonegro
Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il 6 settembre finì il governo prodittatoriale, e Garibaldi nominò G. Albini governatore con pieni poteri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….ad Auletta. Ivi, nel mattino del 6 Settembre, convenne la Deputazione Potentina con l’altro Prodittatore Giacinto Albini, il quale fu nominato allora, cessato il breve concorde duumvirato della Prodittatura, ‘Governatore della Basilicata con poteri illimitati’.”. Sempre il Pesce, a p. 59, in proposito scriveva che: “Il Governatore della Basilicata Giacinto Albini abolì tosto le giunte insurezionali, i comitati locali ed i commissari civili, e così fu richiamato a Potenza da Lagonegro il Commissario Giuseppe Mango, il quale, lungi dall’abusare del potere goduto, seppe conservare e rafforzare il plauso e la gratitudine dei suoi concittadini, ed in premio degli utili servizi resi alla rivoluzione fu nominato Giudice della Gran Corte Criminale di Potenza. Al posto del Mango fu mandato come Sotto-Governatore o Sotto-Intendente pel Distretto di Lagonegro il valoroso giovane Pietro Lacava, che tanta parte onorevole aveva presa in quei moti insurrezionali. Questi, venuto in Lagonegro nei primi giorni d’Ottobre, attese con tutta energia e con impareggiabile zelo al consolidamento del nuovo ordine di cose, e seppe in breve conquistare lo affetto e la stima di tutta la cittadinanza dell’intero Distretto, dove lasciò memorie ed amicizie imperiture.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, in proposito scriveva che: “Col plebiscito del 21 ottobre si può considerare come chiusa la gloriosa epopea dell’insurrezione napolitana, durata – come nelle classiche tragedie greche, dense d’azione per quanto rapide – breve tempo, nel quale i più grandiosi avvenimenti si successero con prodigiosa rapidità, mentre le popolazioni qui, come altrove, diedero prove mirabili di concordia, etc…(1).”. Pesce, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. E qui è d’uopo ricordare il seguente episodio di quel periodo: Essendo stato disciolto il benemerito esercito garibaldino, la schiera del Colonnello Pace di Castrovillari si ritirava da Napoli passando nel 17 Dicembre 1860 per Lagonegro, dove trovavasi di guarnigione un distaccamento di soldati lucani, quando surse improvvisamente, fra le due fazioni, per na certa inconsulta rivalità, un vivace alterco, che presto degenerò in aperto conflitto con vivace scambio di molte fucilate, per cui rimase morto un soldato lucano, certo Costantino Brescia, che stava di sentinella avanti al Palazzo Corradi, ora sede del Tribunale. Il Lacava, a quel rumoroso conflitto fratricida, accorse immediatamente insieme col Dottor Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, e lasciandosi etc…”. Su Pietro Lacava, poi Ministro e fratello di Michele Lacava (….), ha scritto Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Su Wikipedia leggiamo che Pietro Lacava, il 21 giugno 1860 fece parte del Comitato Centrale Lucano di Corleto Perticara e il 19 agosto, in seguito alla insurrezione della Basilicata, fu nominato segretario del Governo Protodittatoriale Lucano. Divenuto vice-governatore a Lagonegro, represse le manifestazioni legittimiste dell’ottobre del 1860. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 84-85, in proposito scriveva: “…………………….”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Nel 1860 la Basilicata insorse, dando il segnale della riscossa alle vicine regioni. Si è già detto che il 18 agosto di quell’anno, venne proclamato a Potenza il Governo prodittatoriale, i cui componenti furono Giacinto Albini e Nicola Mignogna. Pochi giorni dopo, venne istituita la Giunta insurrezionale, con sette uffici. A Giacomo Racioppi – ch’era subito accorso a Potenza – – fu affidata la direzione del quarto ufficio, che doveva occuparsi dell’amministrazione provinciale e comunale e degli affari demaniali. Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati.
Nel 14 ottobre 1860, a Torraca, il Decurionato ed il Sindaco PIETRO PAOLO PERAZZO ringraziarono il Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo
Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, riferendosi al giudice del Circondario Francesco Cajazzo, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (13) postillava: “(13) ASS, Intendenza Gabinetto, b. 109, f. 74.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 137, è di diverso avviso ed in proposito scriveva che: “In casa Del Vecchio Garibaldi……V’incontrò anche il Giudice regio di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, preparatore della rivolta del Golfo, a cui, come faceva con tutti coloro che lo aiutavano nelle sue avventure, rivolse queste nobili e generose parole: “Vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(10).”. Policicchio, a p. 137, nella nota (10) postillava: “(10) ACTRR (Archivio Comunale di Torraca), Registro raccolta delibere decurionali, Verbale del 14.10.1860.”. Dunque, mi par di capire che la notizia dataci dal Policicchio secondo cui Garibaldi avrebbe incontrato il Giudice Francesco Saverio Cajazzo in casa del Vecchio a Vibonati provenga dal verbale del Decurionato del Comune di Torraca. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”.
Nel …..ottobre 1860, la rimozione dei Governatori delle Provincie dai ‘poteri illimitati’
Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 249, in proposito scriveva pure: “Molti nomi sono segnati in questo periodo storico, e primeggia fra gli altri quello di Giacinto Albini, insigne per mente, per gentilezza di animo e per fortezza di propositi; ma furono moltissimi i benemeriti e gli operosi, etc…”. Riviello, a p. 250 scriveva che: “Cessato il Governo provvisorio della Prodittatura, cominciarono i ‘poteri illimitati’ del Governatore della Provincia di Basilicata – In virtù dei poteri illimitati conferitigli dal Generale Dittatore Giuseppe Garibaldi, con Decreto 6 Settembre 1860 – Nomina – a Segretario Generale della Provincia il Sig. Giacomo Racioppi – Potenza 10 Settembre 1860. Giacinto Albini (1)”.”. Riviello, a p. 254, in proposito scriveva pure che: “Prima del Plebiscito i Governatori dai ‘poteri illimitati’ furono rimossi dal loro ufficio, e quindi Giacinto Albini cessò di essere a capo della notra Provincia (1).”. Riviello, a p. 254, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Commendatore Giacinto Albini ritornò a Potenza nel 6 Novembre 1878 come Conservatore delle Ipoteche, e vi morì nell’11 Marzo 1884 – Tutta la cittadinanza ricordando i lieti e gloriosi giorni della Prodittatura, volle onorare la morte dell’insigne uomo etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 396, in proposito scriveva che: “E’ un vero peccato che tutti gli atti del periodo di Governatorato del Matina siano andati irrimediabilmente perduti, perché in base ad essi si sarebbe potuto disegnare il quadro della sua energica attività, intesa a dare un assetto nuovo alla provincia, rispondente ai suoi principi politici. Si sa che egli fu fieramente avverso alla borghesia neghittosa e in massima parte fino a pochi giorni innanzi ancora borbonica: fu intransigente, violento ed irruento, secondo il suo carattere; la qual cosa valse ad alienargli il consenso di tutto il moderatume salernitano, il quale con torbide manovre giunse a rovesciarlo dopo un mese di governo (33).”. Cassese, a p. 396, nella nota (33) postillava: “(33) Durò in carica fino alla prima decade di ottobre. Un manifesto del 18 ottobre è firmato dal governatore Mariano Englen.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 397, in proposito scriveva che: “Ed era naturale che la borghesia gli si opponesse! Si trattava di riorganizzare a tempo di primato tutta l’impalcatura dell’amministrazione provinciale, che si era schiantata; si trattava di sgomberare il terreno dei vecchi relitti del passato; di abbattere vecchi numi locali, boriosi quanto incompetenti; di combattere gli antichi borbonici diventati d’un tratto liberali con allegra e sfacciata manovra trasformistica; di dare al popolo, mediante saggi provvedimenti, una prova tangibile che una vera rivoluzione era in corso di attuazione; si trattava infine di stroncare energicamente i tentativi di reazione, fomentati dai borbonici e dal clero (34).”. Cassese, a p. 397, nella nota (34) postillava: “(34) Per le condizioni politiche della Capitale e delle province vedi il bel volume aneddotico di Gustav Rash, Garibaldi a Napoli nel 1860, Bari, Laterza, 1938, pp. 108 sgg.”. Da Wikipedia leggiamo che cessate le funzioni di governatore, ebbe un incarico secondario, alla fine del quale si ritirò a vita privata, dimenticato dal governo del neonato Regno d’Italia[senza fonte]. Solo in seguito a vive pressioni, il governo si decise a concedergli incarichi di prestigio, nominandolo Tesoriere generale della provincia di Benevento e successivamente Conservatore delle Ipoteche di Basilicata. Venne eletto deputato nel 1861 alle prime elezioni del Parlamento Italiano (elezione annullata in considerazione del suo ufficio retribuito), vice sindaco di Napoli nel 1867, consigliere comunale di Benevento nel 1868 e infine, dal 1876 al 1878, sindaco di Montemurro[senza fonte]. Dalla Treccani on-line leggiamo che il 10 settembre, dopo avere sciolto le giunte insurrezionali, l’Albini assumeva, in forza di un decreto di Garibaldi del 6 settembre, la carica di governatore della Basilicata con poteri illimitati. Tale carica conservò fino alla metà dell’ottobre seguente, eliminando in questo breve periodo i funzionari e i magistrati borbonici. Eletto il 27 genn. 1861 deputato nei collegi di Lagonegro e di Melfi, dovette rinunciare al mandato parlamentare essendo stato nominato, fin dal novembre 1860, ufficiale di nipartimento della ex Presidenza del consiglio di Napoli e, successivamente, direttore della Stamperia reale. Nel febbraio 1861 fu tra i fondatori in Napoli del Comitato di provvedimento per Roma e Venezia e, successivamente, promotore di numerose società operaie di mutuo soccorso in Campania e in Basilicata. Nel 1868 venne nominato tesoriere generale della provincia di Benevento, e in quella città fu esponente massonico e consigliere comunale, dopo essere stato, nel 1867, vicesindaco di Napoli. Sindaco di Montemurro dal 1876 al 1878, il 6 novembre di tale anno assunse la carica di conservatore delle ipoteche di Potenza. Quivi morì l’11 marzo 1884. Il figlio Decio (1865-1923), che fu presidente del Comitato romano della Società per la storia del Risorgimento, cercò di dimostrare, in una serie di brevi lavori sul Risorgimento lucano, il mazzinianesimo del padre: egli fu anche il fondatore di diverse riviste lucane. Ma la sua attività prevalente fu quella di medico chirurgo, con un particolare inteper i problemi dell’ infanzia. Per meglio comprendere la figura di Giacinto Albini e dei “Poteri illimitati”, ottenuti unitamente alla nomina di Governatore della Basilicata, in un suo saggio, Ernesto Pontieri (….), mette seriamente in luce la sua figura quale essa veramente era. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) ….Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto accettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. Etc…”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Pedio, a p. 53, nella nota (2) postillava: “(2) Pedio Edoardo, La prodittatura lucana nel 1860 in Atti del Congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento, Napoli, Miceli, 1939, pp. 317 ss.”. Per comprendere meglio il dopo 1860, è utile leggere le pagine di Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (….), nel loro, Territorio e Società nella Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1973. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 104, in proposito scriveva che: “Furono abolite le giunte insurrezionali, soppressi i Comitati locali d’azione e al posto del Commissario civil avv.to Mango nel circondrio di Lagonegro fu inviato come Sotto Governatore Pietro Lacava che organizzò e mise nel migliore stato di funzionalità tutta l’ammistazione civile, politica, giudiziaria del distretto.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati. Il 13 ottobre, il Racioppi venne nominato dall’Albini Segretario Generale del Governo della Provincia. Pietro Lacava ha scritto che “il Plebiscito di Basilicata fu votato sotto Racioppi, e con sue istruzioni”.
Nel 18 ottobre 1860, Mariano ENGLEN sostituì Giovanni Matina a Governatore del Salernitano
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 396, riferendosi al Matina, in proposito scriveva che: “….secondo il suo carattere; la qual cosa valse ad alienargli il consenso di tutto il moderatume salernitano, il quale con torbide manovre giunse a rovesciarlo dopo un mese di governo (33).”. Cassese, a p. 396, nella nota (33) postillava: “(33) Durò in carica fino alla prima decade di ottobre. Un manifesto del 18 ottobre è firmato dal governatore Mariano Englen.”. Sulla Treccani on-line leggiamo che Mariano Englen, il nuovo Governatore che sostituiva Matina, il 9 ag. 1860, poco prima della capitolazione borbonica, l’Englen fu nominato intendente della provincia di Bari, dove rimase fino al 7 novembre quando fu chiamato a sostituire il mazziniano Giovanni Matina come prodittatore di Salerno. Il 28 febbraio 1861 gli fu nuovamente affidata la presidenza del tribunale di commercio di Foggia, carica della quale non entrò mai in possesso in quanto, nell’aprile, fu nominato commissario demaniale di Cosenza. La nomina fu accompagnata da un decreto che gli concedeva soltanto “la metà del soldo”, per cui l’Englen si senti “nello stesso tempo premiato e punito”. Rientrò nella magistratura l’anno dopo con il grado di consigliere di corte di appello di Napoli. Politicamente l’Englen si era schierato con la Sinistra; anzi egli può essere considerato uno dei più fedeli interpreti della politica di Giovanni Nicotera (questa sua amicizia politica è anche documentata da una lettera del Nicotera a G. Lazzaro del 21 luglio 1871: “Dite al Billi [direttore politico del Roma] di mantenersi d’accordo coi nostri amici Bresciamorra, Englen, Piscopo e Fusco”). Nel 1870 l’Englen lasciò la magistratura con il grado di consigliere di Cassazione, per dedicarsi completamente alla vita politica. Eletto consigliere comunale di Napoli, venne subito inserito nella commissione d’inchiesta voluta dal Nicotera contro la precedente amministrazione Capitelli; nel 1871 divenne assessore ordinario. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 102, in proposito scriveva che: “Il costume assai basso della vita amministrativa, nella provincia di Salerno, come in altre del Mezzogiorno (8), si intrecciava strettamente con un altro fattore di maggior rilievo, che era la diffusa opposizione dell’opinione pubblica al governo moderato (9).”. Capone, a p. 102, nella nota (9) postillava: “(9) v. sul “Popolo d’Italia”, 19 ottobre 1860, le proteste di molti salernitani per la destinazione di Giovanni Matina, che era stato nominato da Garibaldi Governatore di Salerno, e per la sua sostituzione con l’Englen decisa dal Conforti.”. Raffaele Conforti era Ministro dell’Interno durante la Prodittatura di Napoli di Garibaldi ed il governo Pallavicino. Appoggiò la Spedizione dei Mille. Ritornò a Napoli in seguito all’amnistia concessa agli esuli da Francesco II, alla vigilia dell’arrivo dei garibaldini. Durante la dittatura del generale fu nominato ministro dell’Interno, e in tale veste organizzò il plebiscito a Napoli e fu lui a presentarne il risultato a Vittorio Emanuele II.
Dopo il 13 ottobre 1860, l’indizione del PLEBISCITO nell’ex Regno delle Due Sicilie per l’annessione al Piemonte, al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II
Da Wikipedia leggiamo che per rafforzare la sua posizione presso Vittorio Emanuele II, Garibaldi nominò il 3 ottobre 1860 prodittatore di Napoli Giorgio Pallavicino, un sostenitore di casa Savoia. Costui definì subito Crispi incompatibile con la carica di Segretario di Stato. Intanto Cavour aveva dichiarato che nell’Italia meridionale non avrebbe accettato altro che l’annessione incondizionata al Regno di Sardegna mediante plebiscito. Crispi, che aveva ancora la speranza di far proseguire la rivoluzione per riscattare Roma e Venezia, si oppose, proponendo di far eleggere al popolo un’assemblea parlamentare. A lui si affiancò (per motivi molto diversi) il federalista Carlo Cattaneo. Preso fra due fuochi, Garibaldi dichiarò che la decisione sarebbe spettata ai due prodittatori di Sicilia e di Napoli, Antonio Mordini e Pallavicino. Entrambi optarono per il plebiscito e Crispi, dopo la riunione decisiva del 13 ottobre di palazzo d’Angri, si dimise dal governo di Garibaldi. Il plebiscito delle province napoletane del 1860 si svolse il 21 ottobre 1860 nelle province continentali del Regno delle Due Sicilie, già sottoposte alla dittatura garibaldina, e sancì la fusione con il costituendo Regno d’Italia. Il plebiscito, indetto dal prodittatore per le province napoletane Giorgio Pallavicino, si tenne il 21 ottobre 1860, con il quesito: «Il Popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti?». Il Cavour, che non si fidava di Agostino Bertani, segretario generale del dittatore Garibaldi, favorì la nomina del Pallavicino come prodittatore a Napoli da parte di Garibaldi subito dopo l’ingresso nella città (settembre 1860). Pallavicino si batté, contro il volere dello stesso Garibaldi, per l’annessione immediata delle province napoletane al Regno di Sardegna e dopo il plebiscito del 21 ottobre, venne decorato con il collare dell’Annunziata. L’annessione fu formalizzata con regio decreto 17 dicembre 1860, nn. 4498 «Le province napoletane fanno parte del Regno d’Italia». Le annessioni furono formalizzate con regi decreti 17 dicembre 1860, n. 4498 («Le province napoletane fanno parte dello Stato Italiano») e 4499 («Le province siciliane fanno parte del Stato Italiano»). Il plebiscito è una forma di consultazione popolare su questioni politiche fondamentali, poste di solito sotto la forma di un’alternativa fra due possibilità. Nato nel diritto romano, è stato utilizzato diverse volte anche in età moderna e contemporanea. I plebisciti risorgimentali sono i plebisciti tenuti nel corso del XIX secolo per ratificare l’annessione di territori, in particolare in relazione al Regno di Sardegna e al Regno d’Italia, portando così all’Unità d’Italia. I plebisciti furono indetti per la legittimazione di annessioni e variazioni territoriali relative al Regno di Sardegna e successivamente al Regno d’Italia. Ormai in rotta con lo statista piemontese, come mostrò anche il suo discorso di condanna, in Senato, della cessione di Nizza e Savoia alla Francia, nel settembre 1860 Pallavicino fu chiamato a Napoli da Garibaldi, che ne ottenne la nomina a prodittatore e lo inviò, senza risultato, presso il sovrano a chiedergli le dimissioni del ministero Cavour. Al suo ritorno ebbe un durissimo scontro col generale e con Francesco Crispi e altri democratici sulla questione del plebiscito d’annessione, al quale egli era decisamente favorevole, ritenendo che la proposta di convocare un’assemblea per stabilire le condizioni di unione delle province meridionali al Piemonte potesse provocare una guerra civile. In questo senso scrisse una lettera aperta a Mazzini per esortarlo ad abbandonare Napoli, poiché riteneva la sua presenza fonte di pericolose divisioni. Forte dell’appoggio della guardia nazionale e di ripetute manifestazioni in favore del plebiscito svoltesi a Napoli, riuscì a far prevalere la sua volontà e a sopprimere la segreteria generale della Dittatura garibaldina e i pieni poteri dei governatori delle province, mossa invano contrastata da Crispi. La formula da lui concepita, «il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale», avrebbe dovuto garantire l’impegno del sovrano «di fare l’Italia – come gli avrebbe ricordato in una lettera da Pegli del 30 gennaio 1865 – colla sua Venezia e colla sua Roma» (Salazaro, 1866, p. 112). Cavour, pur avendo visto con scetticismo la nomina di Pallavicino a prodittatore, ammirò la fermezza di cui diede prova in quella circostanza, e ottenne dal re che gli fosse conferito il collare dell’Annunziata. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “….XLIII….Il 9 fu decretato il plebiscito : il popolo era chiamato per si o per no sulla seguente formula : << Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele, re costituzionale , e i suoi legittimi discendenti. Crispi frattanto proponeva la convocazione di una assemblea napoletana, per regolare il plebiscito e stabilire le norme dell’annessione. Sorse una fiera questione, su tale proposito. Pallavicini attaccava Crispi in faccia al generale, dicendolo un uomo nefasto e minacciando di ritirarsi se non lo si allontanasse . È lui che io ho scelto , non voi gli rispose bruscamente Garibaldi . Pallavicini se ne andò confuso, mormorando : – Io mi ritiro . – In anticamera incontrò Carlo Cattaneo e gli tese la mano ; questi non volle porgergliela e gli disse : Voi non sapete conoscere quali sieno i veri amici di Garibaldi. Con Pallavicini diede le dimissioni il ministero, e Garibaldi il 12 ottobre fece promulgare il decreto di Crispi convocante l’assemblea napoletana per l’11 corrente e incaricava Crispi di formare un nuovo ministero. Ma intanto i moderati organizzarono una dimostrazione popolare al grido di morte a Mazzini, morte a Crispi ! Garibaldi dal palazzo della foresteria arringò i dimostranti , rimproverando loro le inconsulte grida . Il risultato degli intrighi orditi contro Crispi fu ch’egli non riusci a comporre il gabinetto e diede il 15 ottobre le dimissioni da ministro degli esteri, conservando il solo ufficio di segretario di Garibaldi. Questi, stanco , annoiato , e anelante di tornarsene a Caprera , non insistè più per la convocazione dell’assemblea napoletana e pubblicò un proclama , nel quale annunziava che compiuto il plebiscito avrebbe deposto i suoi poteri in mano del re Vittorio Emanuele. Il 21 il plebiscito ebbe luogo a Napoli ed in Sicilia e fu votata la dedizione dell’antico regno delle due Sicilie a Vittorio Emanuele.”. Da Wikipedia leggiamo che il 3 novembre 1860 in Piazza regia (in seguito Piazza del Plebiscito) il presidente della corte suprema di giustizia di Napoli, Vincenzo Niutta, proclamò il risultato del plebiscito che sancì l’annessione del Regno di Napoli al Regno di Sardegna: «Proclamo che il popolo delle province meridionali d’Italia vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele, Re costituzionale e suoi legittimi discendenti». Il 4 novembre lo stesso fece il presidente della Corte suprema di giustizia siciliana, Pasquale Calvi. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 61-62, in proposito scriveva che: “Benché già il Regno delle Due Sicilie fosse stato occupato in nome di Vittorio Emanuele dal Generale Garibaldi, tuttavia, a sperimentare meglio l’opinione e lo spirito pubblico, si volle procedere ad un generale plebiscito, che, in effetti, ebbe luogo in tutti i Comuni del Regno a giorno stabilito, nel 21 Ottobre 1860. In Lagonegro la solenne funzione, bene organizzata dal Vice Governatore Lacava e dal Sindaco Ladaga, procedè in mezzo al più vivo entusiasmo, e senza qui descriverla, é pregio riportare integralmente il verbale, redatto e conservato nell’Archivio Municipale: “L’anno 1860, etc…”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 158, in pproposito scriveva che: “L’8 novembre, il Dittatore delle Due Sicilie presentava al Re d’Italia il plebiscito, deponendo con ciò la sua dittatura. L’indomani, prima di giorno, s’imbarcava sul ‘Waschington’ alla volta di Caprera. L’ultima volta che manifestò pubblicamente il proprio pensiero politico fu in occasione della consegna alla Legione Ungherese, a Napoli, di una bandiera in ricordo delle sue gesta di valore e di devozione all’Italia. Riferisco qui testualmente il discorso, perché esso caratterizza non solo le idee di Garibaldi, ma quelle della maggior parte del popolo italiano, e chiudo con ciò la prima parte della mia opera.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 74, in proposito scriveva che: “Si arrivava, così, al plebiscito di annessione del 21 ottobre 1860, in verità caratterizzato, come altrove, da operazioni svoltesi “senza alcuna garanzia di libertà d’espressione”. In Basilicata si ebbe la partecipazione di 98.213 votanti, circa il 20% della popolazione, con il risultato di 98.102 voti favorevoli ed appena 111 contrari (149). Ma era stata ignorata la questione sociale. Questo spiega perché, soprattutto nell’area del Lagonegrese, si andavano già registrando focolai di tensione, con alcune vere e proprie sollevazioni popolari, ancorché connotate, per una serie di motivi, da attiva presenza di ecclesiastici e “galantuomini”, alla questione sociale interessati per altri e contrari motivi (150). Ma questa è altra pagina.”. Venturi, a p. 74, nella nota (149) postillava: “(149) A. D’Andria (a cura di), Potenza Città capoluogo e del Risorgimento. 1799-1860. Per un tracciato cronologico e documentario, vedi Potenza, STES, 2010, p. 14, Cfr. Appendice, doc. VII.”. Venturi, a p. 74, nella nota (150) postillava: “(150) T. Pedio, Vita politica in Italia meridionale 1860/1870, Potenza, La Nuova Libreria Editrice, 1966, pp. 76-95.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 192 e ssg., in proposito scriveva che: “Nella sala del Trono, in Palazzo Reale, ventiquattro ore prima, Egli aveva presentato al Re i risultati del Plebiscito per l’annessione dell’Italia Meridionale, attraverso cifre assai eloquenti: nella Sicilia, 432.053 si, contro 667 no; nel Regno di Napoli, 1.302.064 si, contro 10.312 no. E le cifre vennero lette ad alta voce da un salernitano nativo di Calvanico, giurista famoso e Ministro dell’Interno sotto Ferdinando II, condannato a morte per le sue idee liberali, di nuovo Ministro a Napoli durante la Dittatura di Garibaldi: Raffaele Conforti.”. Vincenzo Giordano (….), nel suo “La vita e i discorsi parlamentari di Giovanni Nicotera nelle legislature VIII – IX – X-XI e XII”, a p. CI, e ssg, in proposito scriveva che: “Il giorno 21 ottobre le provincie meridionali pronunziavano il loro solenne Plebiscito. Il novembre Re Vittorio Emanuele al fianco di Garibaldi entrava in Napoli, ed il giorno dopo nella gran Sala del trono della Reggia, circondato dai grandi dignitarii della corona, dallo stato maggiore, dal ministro Farini e da tutto il Ministero, dal Sindaco di Napoli e da tutte le altre autorità, sempre presente Garibaldi, udiva pronunziare il seguente indirizzo dal ministro dell’ interno Conforti : Sire ! etc….”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale, giacchè Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata, con poteri illimitati. Il 13 ottobre, il Racioppi venne nominato dall’Albini Segretario Generale del Governo della Provincia. Pietro Lacava ha scritto che “il Plebiscito di Basilicata fu votato sotto Racioppi, e con sue istruzioni”.
Nel 21 ottobre 1860, a Sapri si votò per il PLEBISCITO di annessione e si votò in Piazza dell’Olmo che divenne Piazza del Plebiscito
Anche a Sapri si votò. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 415, in proposito scriveva pure che: “Benchè già il Regno delle Due Sicilie fosse stato occupato in nome di Vittorio Emanuele dal Generale Garibaldi, tuttavia, a sperimentare meglio l’opinione e lo spirito pubblico, si volle procedere ad un generale plebiscito, che, in effetti, ebbe luogo in tutti i Comuni del Regno a giorno stabilito, nel 21 Ottobre 1860.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 219-220, in proposito scriveva che: “I “Municipisti” di Sapri, al Governatore, esposero: “che con scandalo, e meraviglia osservano che uno ancora di coloro che furono i carnefici del fu Deputato Carducci, cioè il Brigatiere dei Dazj Indiretti Francesco Antonio Peluso….Ora va spargendo voce che Francesco 2° deve tornare che egli colla forza venne obbligato fare la votazione mentre la sua intenzione era quella del no.”. A conclusione dell’istruttoria, il Policicchio, a p. 221, nella nota (61) postillava: “(61) ASS, Governatorato, b. 15, f. 706.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio Chiazza, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860. Il Regno venne chiamato, il 20 e 21 ottobre, a rispondere sul quesito: ‘Il Popolo vuole l’Italia una, ed indivisibile con Vittorio Emmanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti’ ? A Vibonati si votò il 21 ottobre, ma non fu un vero e proprio voto popolare. Intervennero solo 551 individui perché un (….) ‘considerevole numero di ascendenti a più di centinaia si sono trovati assenti dal Comune perchè emigrati etc…”. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 381, in proposito scriveva: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio CHIAZZA, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860. Il Regno venne chiamato, il 20 e 21 ottobre, a rispondere sul quesito: “Il Popolo vuole l’Italia una, ed indivisibile con Vittorio Emmanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti?”. A Vibonati si votò il 21 ottobre, ma non fu un vero e proprio voto popolare. Intervennero solo 551 individui perché un (….) ‘considerevole numero di votanti ascendenti a più centinaia si sono trovati assenti dal Comune precedentemente alla pubblicazione dei decreti, buona parte all’estero, e nelle Americhe col mestiere di ramaj, altrimenti il numero dei votanti sarebbe stato di gran lunga maggiore; senza omettere che i voti raccolti etc….(20).“. In questo passaggio del testo del Policicchio vi è l’errore di stampa perchè si tratta del giudice regio di Vibonati Cajazza non “Chiazza”. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 382-383, in proposito scriveva: “Allo spoglio delle schede (tessere) nessuna sortì con la risposta No (21).”. Policicchio, a p. 382, nella nota (21) postillava: “(21) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 21 ottobre 1860. Etc…”.
Nel 21 ottobre 1860, a Lagonegro, il Plebiscito
L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 61-62, in proposito scriveva che: “Benché già il Regno delle Due Sicilie fosse stato occupato in nome di Vittorio Emanuele dal Generale Garibaldi, tuttavia, a sperimentare meglio l’opinione e lo spirito pubblico, si volle procedere ad un generale plebiscito, che, in effetti, ebbe luogo in tutti i Comuni del Regno a giorno stabilito, nel 21 Ottobre 1860. In Lagonegro la solenne funzione, bene organizzata dal Vice Governatore Lacava e dal Sindaco Ladaga, procedè in mezzo al più vivo entusiasmo, e senza qui descriverla, é pregio riportare integralmente il verbale, redatto e conservato nell’Archivio Municipale: “L’anno 1860, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, in proposito scriveva che: “Col plebiscito del 21 ottobre si può considerare come chiusa la gloriosa epopea dell’insurrezione napolitana, durata – come nelle classiche tragedie greche, dense d’azione per quanto rapide – breve tempo, nel quale i più grandiosi avvenimenti si successero con prodigiosa rapidità, mentre le popolazioni qui, come altrove, diedero prove mirabili di concordia, etc…(1).”. Pesce, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 62, in proposito scriveva che: “….dal Sindaco Ladaga, procedè in mezzo al più vivo entusiasmo, e senza qui descriverla, è pregio riportare integralmente il verbale, redatto e conservato nell’Archivio Municipale: “L’anno 1860, il giorno 21 Ottobre in Lagonegro. Il Decurionato del Comune suddetto, composto dai Signori….Biase Gallotti, etc…”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 255, in proposito scriveva pure: “Mentre si era lieti nell’accordo, con cui in Potenza erasi compiuta la votazione, in sull’annotare corse sorda la voce di essere giunte al Governatore della Provincia notizie di turbolenze popolari in alcuni paesi del Distretto di Lagonegro. Si seppe poi che nel giorno del Plebiscito in Carbone, etc…”. (p. 255). Nel luglio 1865 si rifece il giudizio a Salerno, e le condanne precedenti furono alquante mitigate (1). I votanti della Basilicata nel giorno del Plebiscito furono 98312, dei quali 98202 affermarono la formola prescritta, e 110 la respinsero. (256) – e di Lagonegro 1115 – Si- e 4 Nò (1). Col Plebiscito si chiuse la storica e gloriosa epopea dell’Insurrezione Lucana, nel cui breve periodo di tempo più di mezzo milione di abitanti, quanti ne aveva la Basilicata, governandosi da sè, seppe con patriottismo, con saviezza e con dignità mirabile esercitare la ‘Padronanza dei propri diritti’. Col voto solene del 21 Ottobre questo popolo con abnegazione generosa e con fede sincerissima affidò le proprie sorti al Re Galantuomo, Vittorio Emmannuele II, etc…”. Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, tra varie sentenze politiche, rese manifeste specialmente nel mandare i rappresentanti al Parlamento Nazionale, i Lagonegresi han seguito sempre le più sane, e nelle elezioni, quantunque alle volte un pò agitate, si son sempre manifestati quali sono: uomini d’ordine, non avendo nessuno di queste mai lasciato strascichi deplorevoli…”. Cristoforo Pepe (….), nel suo “Memorie storiche della città di Castrovillari”, a p. 222, in proposito scriveva che: “Nulla di nuovo in questo frattempo era avvenuto in Castovillari, tranne del plebiscito, che il 21 ottobre, sotto la presidenza di Vincenzo Principe, primo sindaco del nuovo governo, fu compiuto con entusiasmo e concordia dai cittadini di ogni classe e condizione, inaugurandosi in tal modo per l’Italia intera e pr la nostra patria in particolare un’era novella di libertà, di civiltà e di progresso.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 86, in proposito scriveva: “Il Plebiscito delle popolazioni lucane per il riconoscimento di Vitorio Emanuele II re d’Italia e della Unità italiana, ebbe luogo il 28 successivo con il seguente risultato: numero dei votanti, 98.312: – rispsero sì 98.202 – no 202. Per ogni distreo furono incaricati a vigilare ed assistere le operazioni speciali del plebiscito i sottosegnati: d) Distretto di Lagonegro: Francesco Lovito e Giuseppe Mango (Lagonegro).”. Riguardo il Plebiscito svolto a Scalea, Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “La gente delusa fu, in parte compensata, pochi giorni dopo, dalla visita di molti garibaldini. Una delibera comunale del 18 ottobre 1860 omologò le spese per il soggiorno dei garibaldini. Il nuovo consiglio comunale legalmente costituito, formato da G. de Cesare, Francesco Cupido, Giovanni Cupido, Emanuele Pepe, deliberò, nel 1861, d’intitolare il monte pecuniario che portava il nome di Ferdinando di Borbone a Giuseppe Garibaldi. Omologò inoltre le spese dei festeggiamenti per la proclamazione del regno d’Italia. Conferì la cittadinanza onoraria ad Alessandro Dumas padre che aveva a Scalea amici e ammiratori. Donato Cupido fu liberato e mandato a combattere il colera a Lagonegro.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Il 13 ottobre, il Racioppi venne nominato dall’Albini Segretario Generale del Governo della Provincia. Pietro Lacava ha scritto che “il Plebiscito di Basilicata fu votato sotto Racioppi, e con sue istruzioni”. Nel 1861, il Racioppi fu eletto deputato nei collegi di Tricarico e di Chiaromonte. Ma le due elezioni non vennero ritenute valide, giacchè egli era un funzionario dello Stato. Il Racioppi tenne la carica di Segretario Generale del Governo della sua Provincia sino al 1862. L’anno successivo fu trasferito da Potenza a Napoli, in qualità di Consigliere di Prefettura.”.
I tumulti sorti nel Lagonegrese in seguito al PLEBISCITO ed alle delusioni dei contadini
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 257 e ssg., in proposito scriveva che: “Ai 21 di ottobre fu proposto il Plebiscito; e nella Basilicata e sul numero di 98, 312 votanti, 98, 202 lo affermarono, 110 votanti il respinsero. Di cinque comunità del circondario di Lagonegro mancano i suffragii, avvegnacchè contristate da selvaggi e sanguinosi tumulti in quello stesso giorno, i comizii o non si adunarono o si disperero. Lo scrutinio generale dei voti di tutte le napoletane provincie diede il risultamento di 10,302,034 voti affermativi, e di 10,312 voti negativi.”. Sempre il Racioppi, a p. 261, nel cap. XX, in proposito scriveva che: “Il Plebiscito, che si votava ordinatamente il ventunesimo giorno di ottobre, interruppero fescennine tragedie plebee nel distretto di Lagonegro.”. Sempre il Racioppi, a p. 271, nel cap. XXI, in proposito scriveva che:“Le reazioni del Lagonegrese al 21 ottobre del 1860 non furono che un brigantaggio urbano; subiti imbestiamenti di plebi che parodiarono, in farse fescennine e sanguinose la rivoluzione politica della borghesia del 18 di agosto. Il brigantaggio, che debacca da sei anni nella provincia, non nacque, per vero dire, dai plebei commovimenti dell’ottobre: etc…”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 255, in proposito scriveva pure: “Mentre si era lieti nell’accordo, con cui in Potenza erasi compiuta la votazione, in sull’annotare corse sorda la voce di essere giunte al Governatore della Provincia notizie di turbolenze popolari in alcuni paesi del Distretto di Lagonegro. Si seppe poi che nel giorno del Plebiscito in Carbone, etc…”. (p. 255). Nel luglio 1865 si rifece il giudizio a Salerno, e le condanne precedenti furono alquante mitigate (1). I votanti della Basilicata nel giorno del Plebiscito furono 98312, dei quali 98202 affermarono la formola prescritta, e 110 la respinsero. (256) – e di Lagonegro 1115 – Si- e 4 Nò (1). Col Plebiscito si chiuse la storica e gloriosa epopea dell’Insurrezione Lucana, nel cui breve periodo di tempo più di mezzo milione di abitanti, quanti ne aveva la Basilicata, governandosi da sè, seppe con patriottismo, con saviezza e con dignità mirabile esercitare la ‘Padronanza dei propri diritti’. Col voto solenne del 21 Ottobre questo popolo con abnegazione generosa e con fede sincerissima affidò le proprie sorti al Re Galantuomo, Vittorio Emmannuele II, etc…”. Raffaele Riviello (….), nel suo “Cronaca Potentina dal 1799 al 1882″, Potenza, Stab. Tipog., 1888 e poi anche nel 1891, a p. 254, in proposito scriveva pure che: “Prima del Plebiscito i Governatori dai ‘poteri illimitati’ furono rimossi dal loro ufficio, e quindi Giacinto Albini cessò di essere a capo della notra Provincia (1).”. Riviello, a p. 254, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Commendatore Giacinto Albini ritornò a Potenza nel 6 Novembre 1878 come Conservatore delle Ipoteche, e vi morì nell’11 Marzo 1884 – Tutta la cittadinanza ricordando i lieti e gloriosi giorni della Prodittatura, volle onorare la morte dell’insigne uomo etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 418, in proposito scriveva che: “VIII. – A turbare la fulgida aurora del risorgimento nazionale, e ad occasione del plebiscito del 21 ottobre 1860 si ebbe a deplorare, in vari Comuni del Distretto di Lagonegro, un’insana reazione politica, accompagnata da selvagge scene di sangue, la quale fu come la nota discordante in mezzo a quella sublime armonia di pensiero e d’azione, fu la pagina nera del libro glorioso della nostra redenzione, ed apportò in mezzo al giubilo generale, il più triste lutto, che si propagò fino a questo Capoluogo. Dopo i rapidi ed insperati successi della rivoluzione, gli umori avversi al nuovo ordine di cose, suscitati e ravvivati più che dall’affetto per la caduta della dinastia, dei partiti municipali, dalle gare e gelosie intestine e da precedenti odi e rancori, scoppiarono violntemente quaa e là nel nostro Distretto, più che in qualunque altra regione, ad opera della più bassa plebe, che la parte liberale e dirigente non seppe o non potè calmare o tenere a freno. Centro di quel fiero moto rivoluzionario fu il piccolo Comune di Carbone. Etc…”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 53, in proposito scriveva pure che: “12) Dopo l’annesssione delle provincie meridionali al Piemonte e la proclamazione del Regno d’Italia, si notano in Basilicata…….”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 105-106, in proposito scriveva che: “Le votazioni si svolsero con entusiasmo e con massimo ordine in tutti i Comuni del Regno meridionale. Nel nostro circondario purtroppo furono dolorosamente turbate da alcune insane cruente reazioni che si verificheranno proprio il 21 ottobre in alcuni Comuni del Lagonegrese….Il Racioppi fa la diagnosi di fatti e trova che la causa prima e determinante di tali tumulti fu “la non equa distribuzine degli uffici municipali. Imperocchè – egli aggunge – in qualche terra si costituì una vera e propria oligarchia di poche famiglie, anzi di qualche famiglia; che nel primo turbinio di uomini e cose disponevano del divino e dell’umano, dittatori e despoti, insipienti e violenti; i quali tassavano il loro emuli di retrivismo, difamavano i loro nemici di borbonismo; e di ogni ingiuria vituperavano i governanti, se questi studiassero modi di refrenarli, non però riuscendo che ad inarcerbirli; perchè ogni forza mancava ancora al governo, se quella non era di una fazione ch volesse sorreggerlo; mancava ogni stablità, perchè l’ondeggare della tempesta era negli animi e nelle cose” (1). Sintomi di ribollimento si ebbero fin dalla vigilia del plebiscito in alcuni Comuni del distretto e in particolare a S. Cririco Raparo e a S. Martino d’Agri, dove turbe di ragazzi e di e di ex soldatiborbonici, certamente non di propria iniziativa, di notte tempo acclamarono il re bandito, agitando insegne della caduta monarchia e cntando inni borbonici.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Anche da Lagonegro partirono subito per i paesi in rivolta drappelli di guadie nazionali, di guardie mobili e di volontari comandati dagli ufficiali Gennao Giliberti, Alfonso Picardi e Venanzio Zambrotti. Essi scortarono prima il Sotto Governatore Lacava, che si fermò in Latronico per dirigere le operazioni di repressione, e poi ripresero la marcia verso i paesi ad essi assegnati. Il cpiano Zambrotti etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “La reazione borbonica. Nella realtà meridionale, si inasprirono i contrasti preesistenti e ben presto, le aspettative e le speranze delle masse dei contadini e dei braccianti vennero deluse, in special modo per quanto riguardava la distribuzione della divisione delle terre, ora divenute proprietà nazionale. Le divisioni tra sostenitori ed oppositori del nuovo governo dunque, andava acuendosi con notevoli ripercussioni sullo spirito pubblico. Ne conseguirono diverse manifestazioni di avversione al regime liberale, al fine di diffondere un movimento reazionario favorevole al ritorno dei Borbone, molte delle quali indirizzate contro coloro che, avendo sostenuto Garibaldi nella sua risalita verso Napoli, erano poi ritornati nei luoghi natii. A creare un sentimento antiunitario contribuirono anche le autorità civili, religiose e militari che, con le dimostrazioni di opposizione al nuovo assetto istituzionale, causarono il diffondersi di nuovi turbamenti sociali.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 74, in proposito scriveva che: “Si arrivava, così, al plebiscito di annessione del 21 ottobre 1860, in verità caratterizzato, come altrove, da operazioni svoltesi “senza alcuna garanzia di libertà d’espressione”. In Basilicata si ebbe la partecipazione di 98.213 votanti, circa il 20% della popolazione, con il risultato di 98.102 voti favorevoli ed appena 111 contrari (149). Ma era stata ignorata la questione sociale. Questo spiega perché, soprattutto nell’area del Lagonegrese, si andavano già registrando focolai di tensione, con alcune vere e proprie sollevazioni popolari, ancorché connotate, per una serie di motivi, da attiva presenza di ecclesiastici e “galantuomini”, alla questione sociale interessati per altri e contrari motivi (150). Ma questa è altra pagina.”. Venturi, a p. 74, nella nota (149) postillava: “(149) A. D’Andria (a cura di), Potenza Città capoluogo e del Risorgimento. 1799-1860. Per un tracciato cronologico e documentario, vedi Potenza, STES, 2010, p. 14, Cfr. Appendice, doc. VII.”. Venturi, a p. 74, nella nota (150) postillava: “(150) T. Pedio, Vita politica in Italia meridionale 1860/1870, Potenza, La Nuova Libreria Editrice, 1966, pp. 76-95.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 421, in proposito scriveva che: “In breve al reazione fu repressa in tutti i Comuni del Circondario, e così, ben presto, quelle buone popolazioni, passata la triste bufera reazionaria, e sbollita la momentanea aberrazione, rientrarono nell’ambito della legalità, e presero parte onorevole alla nuova redentrice vita italiana. Tuttavia, la statistica di quei luttuosi eventi riporta alla causa ben nove vittime umane, numerosi saccheggi di case private ed altre nefandezze, degne d’altri tempi e d’altri popoli. Alla pronta repressione della rivolta tenne dietro severa Nemesi vendicatrice; i più audaci e feroci reazionari – per lo più miseri contadini, proletari ed ignoranti, per oltre un centinaio, fra cui pure delle infelici donne – furono arrestati ed avvinti in lunghe catene furono tradotte in Lagonegro,, dove furono fatti segno dal feroce Comandante di Piazza Stilo ai più inumani trattamenti ed alle più dure sevizie e vendette, compatibili solo pei tempi eccezionali. Non bastando qui le prigioni della Pastina a contenere tutti gli arrestati, furono essi rinchiusi pure nei sotterranei del Tribunale, dove ne morirono tre; indi tutti quei miserabili furono portati a Potenza, dove istituitisi un regolare processo, 43 furono rinviati al giudizio della Corte d’Assise, etc…”.
Nell’ottobre 1860, dopo l’annessione delle Provincie Meridionali al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II
Ruggero Moscati (….), nel suo , Il Mezzogiorno d’Italia nel Risorgimento ed altri saggi, Ed. G. D’Anna, Messina-Firenze, a p. 99, in proposito scriveva che: “..il movimento “meridionalista” tenterà poi, ma molto in ritardo (con tutte le conseguenze da ciò derivanti) di colmare questa lacuna nella preparazione dei quadri nazionali del Mezzogiorno, attraverso lo studio delle condizioni reali in cui era venuto a trovarsi il Sud in seguito alla saldatura politica col resto d’Italia, attraverso il confronto tra le varie regioni, l’esame delle possibilità di sviluppo, di integrazione sul terreno economico, di valorizzazione delle tradizioni giuridiche ed amministrative meridionali.”. Poi, a p. 100 egli continua: “Dal punto di vista amministrativo ci fu poi un vero e proprio urto, provocato in gran parte dalla rigidezza dei funzionari piemontesi che maggioririsultati avrebbero potuto ottenere se avessero tenuto maggior conto delle tradizioni amministrative del Regno e, sia pure a costo di un certo ritardo nell’opera contingente di rinnovamento dell’amministrazione meridionale, le avessero in parte vivificate e valorizzate sul piano nazionale. Apparve in sostanza la sua paurosa ampiezza l’impreparazione reciproca del Mezzogiorno e di conto del resto d’Italia: del Mezzogiorno, che ben poco conosceva l’intera penisola, e, poichè in effetti mai s’era posto quel problema, nn si era preoccupato minimamente di studiare e di fissre in anticipo quella che avrbbe dovuto essere la sua funzione nello Stato italiano; del resto d’Italia, che nel Mezzogiorno conosceva solamente quel che era stato riferito dalla propaganda anti-borbonica. Sicchè ora, con tutta la tipica volontà possibile alle classi dirigenti subalpine – tipica l’incompremprensione di un uomo come Costantino Nigra – e gli stessi esuli napoletani che ritornava “piemontesizati” in patria era difficile separare ciò…”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 158, in pproposito scriveva che: “L’8 novembre, il Dittatore delle Due Sicilie presentava al Re d’Italia il plebiscito, deponendo con ciò la sua dittatura. Etc…”. Per comprendere meglio il dopo 1860, è utile leggere le pagine di Gabriele De Rosa e Antonio Cestaro (….), nel loro, Territorio e Società nella Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1973. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. La lunga crisi politica del Partito d’Azione: dal Plebiscito alla Convenzione di Settembre”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 87 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra il 12 e il 17 settembre 1860, sulla scia di Garibaldi, giunse a Napoli tutto lo Stato maggiore del partito democratico: Crispi, Nicotera, Depretis, Saffi, Saliceti, Cattaneo, Ferrari, e lo stesso Mazzini (1). Questi, durante il suo soggiorno napoletano rimase personalmente nell’ombra, ma cercò in ogni modo di contrapporre Garibaldi ai moderati, e comunque non sembrava affatto adattato all’idea del trionfo della monarchia”(2): se egli condannava ogni esclusivismo repubblicano (“Nicotera (….) come Castelli, evidentemente vogliono combattere soltanto per la Repubblica, ma secondo me hanno torto”(3)), approvava poi le impennate repubblicane dello stesso Nicotera. Ed egli stesso dichiarava sull’Unità Italiana di voler riabbracciare la sua “pura bandiera”(4). Intorno al 20 settembre, inoltre, i radicali esercitarono massicce pressioni su Garibaldi, e sembrò incombente la minaccia di un fronte anticavouriano e potenzialmente repubblicano comprendente Garibaldi e Mazzini: “Vimerati – scriveva Cavour a Nigra – qui est arrivé hier me dit que Bertani, Mario, Miss White, Nicotera, Libertini, Sterbini, forment une haie de chemises rouges autour de Garibaldi, et insolent de tout homme raisonnable. Il s’est réconcilié publiquement avec Mazzini”(5). Edoardo Fusco scriveva poi al Ranucci: “si presentò, or son tre giorni, una deputazione di dodici persone, introdotte alla presenza del Dittatore (….). Ne formavan parte Zuppetta, Agresti, Libertini, Nicotera ed altri (….) chiesero al Dittatore che fosse proclamata la Repubblica, poiché ‘il paese la voleva’. Il buon senso di Garibaldi schivò in parte il pericolo, ma solo in parte e momentaneamente”(6). E, in quegli stessi giorni, il Nicotera, che era allora il più attivo e più ortodosso esponente mazziniano, comunicava all’unità Italiana di Milano ed altri giornali: “Sono autorizzato dal Generale Garibaldi di dichiarare false le voci di una Dittatura da lui proposta al re e di qualsiasi accordo”(7). Ma, in realtà, il partito d’Azione, oltre alla chance immediata di contrapporre Garibaldi a Cavour, non aveva alcuna prospettiva politica a lunga scadenza con qualche possibilità di successo, giacché – e questa era forse una situazione che probabilmente riusciva difficile al Cavour di comprendere – dietro Garibaldi, nel Mezzogiorno, vi era un vuoto politico pressocché totale. E’ stato del resto giustamente sottolineato come rapidamente alla Dittatura “venne meno ogni appoggio nel paese e ogni possibilità di azione. Appena due settimane dopo la liberazione della capitale, l’esito della lotta era già segnato”(8). “Noi eravamo in una spaventosa minoranza” scrisse Bertani per spiegare la sconfitta dei democratici nel ’60; (9) una minoranza che aveva dovuto operare, nel Mezzogiorno, in uno spazio sociale assai risicato, quello della piccola borghesia, stretta fra la grossa borghesia terriera e i contadini. Su di essa, inoltre, gravava l’eredità negativa di una “poltica romantica” sfociante “nell’attività cospirativo-settaria, e nell’oscuro sottosuolo dell’azione clandestina” dove si “confondevano i motivi più eterogenei”, sicché, alla fine, le tendenze cospirativ, fin dal periodo quarantottesco, avevano “acquistato la forza di un istituto”(10). Questa eredità romantica, che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere, intatta, nel ’60, in molti democratici meridionali e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera. Egli, infatti, rappresentava proprio fisicamente la continuità del ‘mito’ di Sapri, che egli, uomo più pronto all’impulso che alla riflessione, tendeva a perpretare come una generica e polivalente “rivoluzione” meridionale, talora anche venata di umori regionalistici, e che, tuttavia, costituiva il sottofondo ideologico di una gran parte della democrazia del Mezzogiorno (11). Se quindi, dopo il plebiscito, questa confusa ideologia democratica era ancora ben viva, vieppiù alimentata dalle delusioni della sconfitta, tuttavia il pericolo repubblicano in nome del quale Cavour aveva giustificato l’annessione, era ormai praticamente scomparso.”. Capone, a p. 89, nella nota (11) postillava: “(11) A. Capone, Giovanni Capone, e il mito di Sapri, Roma, 1967”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “I. La Sinistra meridionale e i problemi del paese (1860-1865)”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 41 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che si trovarono a Napoli nei turbinosi mesi immediatamente successivi all’unificazione del Mezzogiorno, non furono pochi, come è noto, coloro che si provarono a dare un’analisi della complessa situazione politico-sociale dell’ex-Regno, e che credettero di individuare in questo o quel fatto storico o di costume, la causa prima di disgregamento meridionale. Le analisi più diffuse, ma anche le meno profonde, facevano per lo più riferimento alla complessiva arretratezza politica e civile della società meridionale, e delle sue classi dirigenti, come frutto del malgoverno e del dispotismo borbonico. Ma non mancarono coloro che spinsero il loro sguardo al di là della superficie e cercarono nelle vicende delle classi sociali la chiave per spiegare unitariamente la storia recente del Mezzogiorno. Ad esempio, abbastanza acutamente, uno scrittore del partito d’azione, in un articolo sul ‘Popolo d’Italia’ dal titolo “Popolani e borghesi di Napoli”, del gennaio 1861, poneva l’accento sulle vicende della borghesia meridionale: ne denunciava la arretratezza, ma soprattutto – ciò che è più interessante – ne sottolineava la ristrettezza, come classe sociale, il che dava ad essa un carattere di frammentarietà, sia sul piano degli atteggiamenti politici che dei concreti interessi economici (1). Dietro questo concetto di frammentarietà non c’è dubbio che si debba scorgere la divisione tra grossa e piccola borghesia terriera.”. Capone, a p. 41, nella nota (1) postillava: “(1) “Il Popolo d’Italia”, 14 gennaio 1861; sul giornale democratico, in questi mesi, cfr. il severo giudizio di E. Passerin d’Entrévers: “etc…”, in ‘L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 140.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), l’erede e il vindice dello spirito pisacaniano, e al tempo stesso l’accusatore violento di quei membri del Comitato napoletano che, secondo lui, sarebbero venuti meno agli impegni presi e avrebbero provocato il fallimento della spedizione di Sapri. Tale decisa presa di posizione di Nicotera ebbe naturalmente l’effetto di gettare scompiglio nelle file del partito democratico napoletano che, oltre alla delusione per la sconfitta politica, si vedeva così ricoprire di discredito.”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 46, in proposito scriveva che: “…mentre, invece, è da prendersi in considerazione il sospetto avanzato da questo autore che molti degli studiosi lucani di storia patria si siano lasciati trascinare ad esagerare e, financo, ad alterare i fatti svoltisi nella nostra regione durante l’età del Risorgimento (4).”. Pedio, a p. 46, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. in proposito Pedio, Radicali cit., p. 5.”. Pedio, a p. 46, in proposito scriveva che: “(11) Nonostante una ricca bibliografia sui fatti svoltisi in Basilicata nel 1860, ben poco è stato scritto sui contrasti esistenti tra le diverse correnti politiche operanti in quell’anno nei paesi lucani.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva che: “Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Pedio, a p. 53, nella nota (2) postillava: “(2) E. Pedio, La prodittatura lucana nel 1860 in Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento, Napoli, Miceli, 1939, pp. 317 ss.”. Pedio, a p. 61, in proposito scriveva che: “Rifacendosi agli studi di Giustino Fortunato, di Leopoldo Franchetti e di Francesco Saverio Nitti, Alfredo Vita, nel soffermarsi rapidamente sulle condizioni in cui versava la Basilicata dopo il 1860, esamina il fenomeo del brigantaggio, ne rileva l’aspetto economico e sociale e pone in risalto come, spesse volte, all’origine dello schieramento della borghesia in favore o contro quel movimento non sia stato un sentimento ideologico, bensì contrasti ed odi personali esistenti in seno alla classe dirigente lucana i cui maggiori esponenti si schierarono dall’una e dall’altra parte sol per combattersi a vicenda e dare sfogo, in tal modo, a vecchi rancori che avevano, sin dalla fine del sec. XVIII, caratterizzato le fazioni locali nei divesi centri abitati della regione (5).”. Pedio, a p. 61, nella nota (5) postillava: “(5) Vita, La Basilicata in La Riforma sociale, a. XIV (1907), vol. XVII, pp. 386.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 89 e ssg., in proposito scriveva che: “A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più di ogni altro il ‘Popolo d’Italia’; ma “la deliberata intenzione dei democratici di non spingere la loro opposizione fino alla lotta insurrezionale”(12) li inclinava sempre più all’accettazione dei fatti compiuti. Inoltre la rinuncia, anche se all’origine fu tattica, finì poi col mettere in luce l’animus più autentico del partito, che era piuttosto volontaristico e genericamente patriottico che effettivamente politico, insomma, ‘garibaldino’. Ad esempio, Mazzini scriveva a Saffi, di ricordare Nicotera, “e per lui ai capi-popolo” che “le dimostrazioni non hanno scopo se al grido di ‘vogliamo Garibaldi’ non aggiungono ‘abbasso Cavour”(13). In realtà, il mazzinianesimo, che prima dell’unità non aveva mai avuto salde radici nel Mezzogiorno, divenne poi una formula che acquistò consistenza etc…”. Alfredo Capone (….), a p. 91 e ssg., in proposito scriveva che: “I rapporti di Villamarina dipingevano la sua attività a tinte nerissime (“Dopo la partenza di Mario e Nicotera per le provincie (….) si ricevono quasi ogni giorno notizie di nuove infamie commesse”(19), le autorità sottoponeano i suoi spostamenti ad una sorveglianza strettissima (20). Ma in realtà la propaganda elettorale svolta dal Nicotera per le elezioni del ’61, sorprende per la sua moderazione; ‘Il Popolo d’Italia’, ricordava, ad esempio, che in una riunione elettorale a Salerno, nel corso di una discussione sul programma dell’Associazione patriottica locale, Nicotera “manifestò il desiderio che vi fosse aggiunta la frase ‘con modi legali” e così – commentava il giornale – “si ebbe l’occasione per ammirare la moderazione e la legalità di colui che voci sinistre accusavano di turbolente opinioni”(21). Una moderazione, si dirà, tattica. Ma nel discorso tenuto dal Nicotera a Cosenza il 17 gennaio, egli non solo accettava la monarchia, ma mostrava di condividere un’interpretazione ortodossa e in fondo conservatrice dei rapporti tra i partiti moderato e radicale. Più che di apparenze di una legalità formale, si trattava in questo caso di una vera e propria linea politica autonoma, diversa da quella mazziniana e tipicamente meridionale (21 bis).”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a pp. 75-76, in proposito scriveva che: “…l’insurrezione lucana dell’agosto 1860 va considerata come significativa risultante di un’accurata pianifcazione nazionale e meridionale, attuata con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione, sia pure in chiave moderata, al processo unitario, in modo tale da poterlo far percepire, proporio secondo gli indirizzi del Cavour, come “atto spontaneo” e venuto dalle popolazioni meridionali, non casualmente prima dello sbarco di Garibaldi in Calabria. Essa fu, anche per questo, abilmente affidata, con differenziate funzioni, a Giacinto Albini, Nicola Mignogna e Camillo Boldoni, uomini di sicura affidabilità, tutti passati a funzioni isituzionali all’interno della Prodittatura e del nuovo Stato. Si vuol dire che l’insurrezione lucana fu abilmente guidata per farla confluire nell’alveo cavouriano, lasciando fuori le istanze “socialiste” e “comuniste” di Garibaldi e dei radicali. Il primo segno di delusione e di una sorta di tradimento, che perpetuava l’esclusione dal potere delle masse popolari povere, fu il brigantaggio, che finì col prendere una piega reazionaria e illiberale. La repressione, la mancata distribuzione delle terre, le mancate riforme sociali, il servizio militare obbligatorio, le nuove tasse erano destinati ad aprire ulteriore frattua tra popolo e potere, anche se, questa volta, il potere era uno Stato che, in ogni caso, dava una Costituzione, apriva scuole e ospedali, e creava strade e ferrovie. E’ pur vero però che, mancando le riforme sociali, mancando la distribuzione delle terre, pur promesse, strade e ferrovie presto non servirono che ad agevolare la fuga verso altri Paesi ed altre terre, in cerca di una vita più vivibile. E fu la prima grande emigrazione.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, a pp. 78-79, in proposito scriveva: “Tra il ’57 ed il ’60, vi fu infatti un mutamento completo dell’equilibrio delle forze politiche in gioco, e non valutare ciò era un errore di prospettiva, generoso, ma che poteva essere anche fonte di numerose illusioni (69). Come quelle che lo stesso Nicotera, che rimase a lungo legato al ‘mito’ di Sapri, coltivò dopo il ’60, fino a che quel ‘mito’ non si andò via via consumento, a contatto con la dura prosa dei molti e difficili problemi del nostro Stato unitario.”. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 40, in proposito scriveva: “…e, la vittoria del Volturno dove ancora i Calabresi si coprono di gloria, si mette in moto la macchina diplomatica del Cavour e la sua abilità di politico e di negoziatore per impedire una soluzione repubblicana, com’era nelle speranze e nelle aspirazioni di molti garibaldini, e per sollecitare, con la proclamazione dell’annessione delle province liberate, una vittoria moderata, monarchica-unitaria. Garibaldi intanto lasciava la Calabria, liberata dal dominio borbonico, con i suoi essenziali problemi politici, amministrativi, economici, sociali e morali non risolti, mentre la borghesia si impossessava di tutto il potere del nuovo Stato, compreso quello locale, e sfruttava in ogni senso la vittoria del ’60…Fu la classe dirigente del periodo unitario che non volle e non seppe interpretare adeguatamente la lezione del Risorgimento ed estendere i vantaggi dell’Unità e i valori della libertà e della giustizia per i quali si era combattuto dal 1799 al 1860, a tutti gli italiani e quindi anche ai calabresi.”.
Nell’ottobre 1860, a Vibonati, il rinnovato corpo della Guardia Nazionale
Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 382-383, in proposito scriveva: “La Giunta Comunale Insurrezionale ordinò di rinnovare il corpo della Guardia Nazionale (22) escludendo chi era troppo vecchio e inabile, ritroso o negato: chi aveva commesso eccessi in servizio e chi era sospetto per condotta politica. Furono esclusi: Nicola Polito perché troppo vecchio; Biase Pifano fu Vincenzo perché ritroso al servizio; Antonio Filizola di Vito perché negato al servizio; Agostino Magaldi fu Mansueto perché di sospetta condota politica; Nicola Pifano fu Vincenzo per la stessa ragione; Carmine Vita di Vincenzo per aver commesso eccessi in servizio; D. Francesco Curzio fu Leonardo perché morto. Il Decurionato all’unanimità approvando l’esclusione dei suddetti individui nominò il corpo della Guardia Nazionale (23), aumentata di forza, composta dai soggetti che seguono (24): etc…”. Secondo le direttive del nuovo ordine, Vincenzo Vecchio fu nominato Commissario formatore del Governo Provvisorio della Provincia (il Governatore prese il posto dell’Intendente ed il Sottointendente venne chiamato Sottogovernatore). In occasione di una sua venuta a Vibonati per organizzare le Giunte Insurrezionali, di questo ed altri Circondari, il suo corpo di guardia causò al Comune, per diaria, una spesa di sette ducati e 80 grana. La somma fu prelevata dalle imprevedute (25). Il passaggio delle truppe garibaldine causò alla tesoreria comunale una notevole spesa che pose in lite Cassiere e Amministratori. Il Cassiere Luigi Brandi, vistasi rigettata l’istanza di rimborso della somma di lire 844:70 per le spese, a suo dire, sostenute; reclamò al Prefetto. Questi, il 22 maggio 1871, ordinò l’adunanza straordinaria del Consiglio comunale chiamandolo a stabilire il seguente: “1° Non negandosi il debito. E’ vero che etc….”.
Nel 22 ottobre 1860, a Vibonati, il Verbale della seduta Decurionale e le lodi al giudice Cajazzo
Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 385, in proposito scriveva: “…i Municipi ebbero il carico di far conoscere alle superiori autorità sia la buona che la cattiva condotta degli impiegati e i Decurionati furono invitati a manifestarsi. In altre parole, iniziò la caccia ai compromessi col precedente regime e si chiese che venissero poste in luce tutte le qualità personali, negative o positive che fossero, dei pubblici incaricati. Sul conto del Magistrato locale, il Decurionato espose: “(….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia nel suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica quale si addice ad un uomo ben noto, istruito, e che sente il vero amor di Patria etc…” (28).” Policicchio, a p. 385, nella nota (28) postillava: “(28) ACV, B.3 F.1., Delibera Decurionale del 22 ottobre 1860”.
Nel 6 novembre 1860, il Comune di Torraca ed il Consiglio Decurionale
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v.”. Dunque, la notizia dataci dal Policicchio proviene dall’Archivio Comunale di Torraca. Si tratta della Delibera decurionale del 6 novembre 1860.
Nel 9 novembre 1860, GARIBALDI lascia Napoli e si imbarca per Caprera
Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 158, in pproposito scriveva che: “L’8 novembre, il Dittatore delle Due Sicilie presentava al Re d’Italia il plebiscito, deponendo con ciò la sua dittatura. L’indomani, prima di giorno, s’imbarcava sul ‘Waschington’ alla volta di Caprera. L’ultima volta che manifestò pubblicamente il proprio pensiero politico fu in occasione della consegna alla Legione Ungherese, a Napoli, di una bandiera in ricordo delle sue gesta di valore e di devozione all’Italia. Riferisco qui testualmente il discorso, perché esso caratterizza non solo le idee di Garibaldi, ma quelle della maggior parte del popolo italiano, e chiudo con ciò la prima parte della mia opera.”. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Garibaldi, dopo le votazioni per il plebiscito che si tennero il 21 ottobre, Garibaldi approfittò della vittoria di Enrico Cialdini sul generale borbonico Scotti Douglas per superare il Volturno il 25 ottobre; incontrò Vittorio Emanuele II il 26 ottobre 1860, lungo la strada che portava a Teano, e gli consegnò la sovranità sul Regno delle Due Sicilie. Garibaldi accompagnò poi il re a Napoli il 7 novembre e, il 9 novembre si ritirò nell’isola di Caprera, partendo con il piroscafo americano Washington, dopo aver ringraziato l’ammiraglio George Mundy. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 227-228, in proposito scriveva che: “Il 21 finalmente il plebiscito ‘ era votato, così al di qua che al di là dello Stretto. La formola : < Il popolo vuole l’ Italia una e indivisibile sotto lo scettro di Casa Savoia, › era assai più comprensiva della semplice annessione al Piemonte, ma forse ne esagerarono la portata coloro che videro in esso il vincolo della Monarchia, la garanzia dell’ Unità, il pegno di Roma. L’unità d’Italia era già nel fatto dell’ unione di ven tidue milioni d’Italiani ; il vincolo della Monarchia stava nella storia d’una Casa, che da vent’anni aveva confuse le sue sorti a quelle dell’intera nazione ; il pegno stava nell’ evoluzione naturale del risorgimento italiano, e il Cavour stesso, molto prima che il plebiscito fosse bandito, lo dava al Parlamento nelle solenni parole: < Noi vogliamo fare di Roma la splendida capitale del Regno d’ Italia . > Col plebiscito e l’entrata di Vittorio Emanuele nel Regno l’opera di Garibaldi e della rivoluzione nel Mezzogiorno poteva dirsi finita. Pure, nè il Dittatore nè il suo Prodittatore lo credevano : il Pallavicino s’affaticava a profittare di quegli ultimi istanti per riordinare e migliorare l’amministrazione della cosa pubblica, quasi direbbesi, per rassettare la casa che doveva consegnare a’ novelli signori ; Garibaldi sentivasi obbligato a qualcosa più che montar la guardia al Volturno; etc….”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 232-233, in proposito scriveva che: “….Al di vegnente, 7 novembre, giorno prefisso al solenne ingresso di Vittorio Emanuele in Napoli, lo accompagnava in carrozza, seduto alla sua sinistra, nella consueta sua assisa, dirimpetto i due Prodittatori, sotto una proterva pioggia che sciupava gli archi, dilavava i parati e infracidiva i fiori, ma non poteva intiepidire l’ immenso entusiasmo dei Napoletani, ebbri di quel giorno tanto aspettato. E fu l’ultima comparsa pubblica del Dittatore. Gli furono offerti il collare dell’ Annunziata , il grado di Maresciallo, altri onori e stipendi: rifiutò ogni cosa. L’8 di novembre consegnò a Vittorio Emanuele, nella gran Sala del trono, il plebiscito delle Due Sicilie; poscia, diretto a’ suoi compagni d’armi un ultimo belligero addio, in sull’alba del 9, tacitamente, clandestinamente, quasi un fuggitivo, seguíto dal Basso , dal Gusmaroli, dal Coltelletti, dal Nuvolari e da qualche altro famigliare, s’imbarco sul Washington alla volta della sua Caprera.”.
Nel 1860, l’accusa all’ex Cancelliere del Regio giudicato di Vibonati, Giuseppe di(e) Leo
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 206, in proposito scriveva che: “il Cancelliere del Regio giudicato, Giuseppe di(e) Leo, al contrario, fu accusato di essere stato: “vivo persecutore degli imputati politici e di non essere affatto onesto (….) egli nell’epoca del 1857, e nel 1858 fu anche colla cennata qualità di cancelliere presso il Regio giudicato di questo Mandamento di Vibonati vivo persecutore degli imputati politici, teneva corrispondenza epistolare col sig. D. Salomone Peluso di Sapri impiegato, e domiciliato in Napoli, a solo oggetto di tenere sorveglianza ai sorvegliati politici, e comprimerli. Che nella sua carriera di cancelliere non era affatto onesto, e nelle cause assumeva un’interesse attivo sinistramente, ed occultamente a grave danno della giustizia, ed a pregiudizio degli interessi dei litiganti. Ora questo Municipio per le sue qualità si augurava sentirlo destituito, ed invece con meraviglia assoluta che nella sua carriera è stato promosso e migliorato.”. I Decurionato domandò: “che le autorità tenghino presente le qualità, e gli andamenti del nominato di Leo, e nella rettitudine giudichino se egli è meritevole a rimanere in carriera”(22).”. Policicchio, a p. 206, nella nota (22) postillava che: “(22) ACVBN (Archivio Comunale di Vibonati), b. 3 f. 1, delibera del 16 luglio 1861; F. Policicchio, Vibonati….cit., p. 385.”.
Nell’11 novembre 1860, lo scioglimento del’Esercito Meridionale
Da Wikipedia leggiamo che questo esercito, composto da volontari italiani e anche stranieri, raggiunse circa 50.000 uomini. Gli ufficiali indossavano l’uniforme di colore rosso, e quindi tutti i combattenti, come i Mille, furono definiti “camicie rosse”. Venne disciolto prima della proclamazione del Regno d’Italia. Cristoforo Pepe (….), nel suo “Memorie storiche della città di Castrovillari”, a p. 222, in proposito scriveva che: “….Ordinatosi lo scioglimento ed il disarmo dell’esercito meridionale, il solo reggimento Pace, per decreto di Vittorio Emanuele, ebbe lo speciale privilegio di far ritorno in patria con tutte le armi e bagaglio. Ciascun milite ebbe ducati 36, i caporali 43, i sergenti 90, i tenenti 120, ed i capitani 300. Il colonnello poi rinunciò per sè e pei suoi compagni alle indenità concesse dal Governo in favore dei danneggiati politici, facendo la nobile risposta che nè il suo sangue nè quello dei suoi concittadini si vendeva (1).”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 425, in proposito scriveva pure che: “L’esercito garibaldino, cotando benemerito alla causa dell’unificazione italiana, fu disciolto con decreto 11 Novembre 1860, poco dopo le battaglie del Volturno, onde si videro ritornare nei loro paesi di Basilicata e di Calabria, non così baldi e pieno l’animo di gioia e d’entusiasmo, e non senza qualche disinganno, quei volontari, che, pochi mesi prima, avevano seguito il Dittatore per la conquista di una sublime idealità, oramai raggiunta.”. Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Nell’Italia Meridionale si ebbe pure il brigantaggio con tutti i suoi terribili effetti dal 1861 al 1877. Richiamati al servizio militare i giovani del disciolto esercito borbonico, con Decreto del 20 Dicembre 1860, molti si rifiutarono, nascondendosi nelle case, o fuggendo nelle campagne. A questi si unirono malviventi, e insieme, col pretesto di ristabilire l’antica dinastia, cominciarono a turbare la pace dei cittadini. Dato il malpasso continuarono poi di scelleratezza in scelleratezza. Nel nostro territorio fu tolta la vita a parecchi cittadini. Nel 1864 in contrada Treconfini, a Migilmieri, i due fratelli Marino e Nicola detto ‘Capoluongo’, ed Apollonio, di Centola in Provincia di Salerno, uccisero l’un dopo l’altro 6 giovani, dei quali uno seminarista, che avevano catturato in Aieta in Calabria. Grazie a Dio nessun brigante era natio della nostra città.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 231-232, in proposito scriveva che: “E così gli ultimi giorni della sua Dittatura si avvicinavano. Il 31 ottobre consegnava solennemente alla Legione ungherese una bandiera ricamata per essa dalle signore napoletane; il 2 novembre Capua segnava la resa ; il 4 faceva ai Mille la solenne distribuzione delle medaglie loro decretate dal Comune di Palermo ; il 6 passava in rassegna sulla piazza di Caserta il suo stracciato, ma glorioso esercito, dopo aver atteso invano che il Re venisse ad onorare d’un suo sguardo i prodi che da Marsala a Sant’ Angelo avevano combattuto in suo nome (1).”. Guerzoni, a p. 232, nella nota (1) postillava, riferendosi a Vittorio Emanuele, che: “(1) I commenti per quella mancanza furono molti, acerbi e lunghi. Noi non possiamo credere ad una pensata scortesia; ma nessun impedimento doveva trattenere Vittorio Emanuele dal rendere all’esercito meridionale quel meritato onore. Se il giorno 6 il Re era impedito , la rivista poteva differirsi, ma egli doveva assistervi. Altre volte, in quei giorni, il Re, mal consigliato, mancò alle forme della cortesia, che erano in quel caso anco le forme della buona politica. Così, per esempio, fece scrivere al generale Della Rocca un Ordine del giorno di encomio all’esercito garibaldino, che poteva scrivere egli stesso!..”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 158, in pproposito scriveva che: “L’8 novembre, il Dittatore delle Due Sicilie presentava al Re d’Italia il plebiscito, deponendo con ciò la sua dittatura. L’indomani, prima di giorno, s’imbarcava sul ‘Waschington’ alla volta di Caprera. L’ultima volta che manifestò pubblicamente il proprio pensiero politico fu in occasione della consegna alla Legione Ungherese, a Napoli, di una bandiera in ricordo delle sue gesta di valore e di devozione all’Italia. Riferisco qui testualmente il discorso, perché esso caratterizza non solo le idee di Garibaldi, ma quelle della maggior parte del popolo italiano, e chiudo con ciò la prima parte della mia opera.”.
Nel 17 dicembre 1860, a Lagonegro, la scaramuccia sorta tra i calabresi del colonnello Pace di Castrovillari ed un distaccamento garibaldino e la morte di Costantino Brescia
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 425, in proposito scriveva pure che: “Ora avvenne che una compagnia di Calabresi, comandata dal Colonnello Pace di Castrovillari, la quale s’era assai distinta nella campagna di Capua, si ritirava, passando nel giorno 17 dicembre 1860 per Lagonegro, dove trovavasi di guarnigione un distaccamento di soldati del Battaglione Lucano, istituito dal Governatore Albini pel servizio territoriale e di sicurezza. Fra questi soldati e i reduci Calabresi sorse improvvisamente un vivace alterco, provocato evidentemente da una certa inconsulta rivalità, e camuffato da un futile pretesto per l’acquisto di certi fichi secchi, che si vendevano in piazza. Immantinente si corse alle armi da ambo le fazioni, fuvvi un vivace scambio di molte fucilate, e nel conflitto rimase morto, colpito nell’addome da una palla, un soldato lucano, certo Costantino Brescia, il quale stava di sentinella davanti a Palazzo Corrado – ora sede del Tribunale – dove era aqquartierato il distaccamento, comandato dal tenente Antonio Miraglia. Il Sotto Governatore Pietro Lacava, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a p. 75, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lacava resse le sorti del Distretto di Lagonegro, in quei tempi turbinosi e difficili, fino al Marzo 1861, quando fu richiamato per più importanti uffizi a Potenza, lasciando in tutti gli atti il ricordo del suo zelo e della sua energia e rettitudine. E qui è d’uopo ricordare il seguente episodio di quel periodo: Essendo stato disciolto il benemerito esercito garibaldino, la schiera del Colonnello Pace di Castrovillari si ritirava da Napoli passando nel 17 Dicembre 1860 per Lagonegro, dove trovavasi di guarnigione un distaccamento di soldati lucani, quando surse improvvisamente, fra le due fazioni, per na certa inconsulta rivalità, un vivace alterco, che presto degenerò in aperto conflitto con vivace scambio di molte fucilate, per cui rimase morto un soldato lucano, certo Costantino Brescia, che stava di sentinella avanti al Palazzo Corradi, ora sede del Tribunale. Il Lacava, a quel rumoroso conflitto fratricida, accorse immediatamente insieme col Dottor Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, e lasciandosi etc…”.
NEL 1861, LE PRIME ELEZIONI POLITICHE DEL REGNO D’ITALIA
Nel 27 gennaio 1861, le elezioni politiche del Regno d’Italia nel Lagonegrese
L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 427, in proposito scriveva che: “Il Collegio elettorale di Lagonegro, fu costituito, come adesso, dei cinque Mandamenti di Lauria, Maratea, Latronico e Rotonda, e non aveva che solo cinque sezioni, nelle quali, con buon concorso di elettori, e con molto entusiasmo, si procedè alla votazione del Deputato. Furonvi ben cinque candidati: Giacinto Albini, Giacomo Racioppi, Francesco Lovito, Francesco Maria Gallo e Gabriele Abatemarco. Nella prima votazione del 3 Febbraio 1861 fu eletto l’Albini con 466 voti, ma l’elezione di lui fu annullata dalla Camera perché egli occupava un impiego presso la Luogotenenza di Napoli. In conseguenza, ripetutasi la votazione del 7 Aprile, l’Avv. Francesco Maria Gallo di Lauria, il quale durante la rivooluzione erasi mostrato buon patriota, e per adempiere il nobile onorifico mandato a Torino, dove allora era la Capitale, consumò il suo modesto patrimonio; tuttavia di lui rimase il motto di Petruccelli della Gattina: ‘E’ un gallo che non canta’”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 87, in proposito scriveva: “Dopo il plebiscito delle popolazioni del Napoletano (già regno delle Due Sicilie e cioè delle regioni Abruzzo, Campania, Calabria e Sicilia, liberate da Garibaldi, il Governatore di Napoli, delegato del governo Piemontese, ordinò la convocazione dei comizi elettorali per la nomina dei Deputati al I° Parlamento nazionale italiano, e nel contempo, dispose il lavoro preparatorio per le elezioni stesse, facendo compilare le liste elettorali per ogni comune. (Gli elettori che rappresentavano appena il 2 per cento della popolazione, erano stati scelti fra i cittadini per cultura, anche se modesta, e per censo). Le elezioni ebbero luogo il 27 gennaio 1861 e riuscirono eletti i seguenti deputati nel Collegio a fianco di ognuno segnato: …..3) Ferdinando Petruccelli della Gattina da Moliterno (Collegio di Brienza); 4) Colonnello Boldoni Camillo da Barletta (Collegio di Corleto Perticara); 5) Giacinto Albini di Montemurro (Collegio di Lagonegro e Melfi) etc…”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 427, in proposito scriveva che: “Tra gli atti più solenni, dopo del Plebiscito, nella nuova vita italiana, vanno annoverate le elezioni dei Deputati al Parlamento le quali ebbero luogo e a norma della legge 20 Novembre 1859, già vigente nelle altre province della Monarchia, nel Capoluogo d’ogni Mandamento, e per la prima volta nel 27 Gennaio 1861.”. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 110-111, in proposito scriveva: “4) La destra parlamentare, come si era già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale.”.
Nel 27 gennaio 1861, le elezioni politiche del Regno d’Italia e la propaganda elettorale per NICOTERA candidato in Provincia di Salerno
Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 153, in proposito scriveva: “Il fatto nuovo delle elezioni del ’61 fu la partecipazione dei repubblicani, decisa nonostante l’opposizione di Saffi, Mario e Nicotera (48). Mazzini, ridottosi a sperare nel Parlamento, era sicuro di un grande successo nel Sud, che gli avrebbe permesso di mandare alla Camera “una minoranza numerosa e compatta che potesse riuscire anche a rovesciare Cavour, cioè l’influenza bonapartista”(49). Perciò “Il Popolo d’Italia”, in quei mesi principale interprete delle sue direttive, nel dicembre del ’60 sollecitò la pronta convocazione del Parlamento etc…Il programma si appoggiava all’autorità di Garibaldi, che però non volle dare esplicita adesione (51). I risultati delle elezioni furono deludenti per i democratici, che attribuirono l’insuccesso alla ristrettezza del suffragio (52), o alle pressioni del governo (53), o alla dispersione dei voti causata dalla disorganizzazione del partito (54)…..Ancor più che nel ’60 i democratici avevano impostato la campagna elettorale sulla immediata ripresa della lotta per il completamento dell’unità e su una campagna denigratoria contro Cavour, trascurando i problemi di politica interna, divenuti più complessi ed urgenti dopo la scomparsa del regno borbonico: da ciò era derivata la freddezza dell’elettorato, preoccupato delle difficoltà economico-amministrative dell’unificazione più che della sorte di Roma e Venezia.”. Alfredo Capone (….), a p. 91 e ssg., in proposito scriveva che: “I rapporti di Villamarina dipingevano la sua attività a tinte nerissime (“Dopo la partenza di Mario e Nicotera per le provincie (….) si ricevono quasi ogni giorno notizie di nuove infamie commesse”(19), le autorità sottoponeano i suoi spostamenti ad una sorveglianza strettissima (20). Ma in realtà la propaganda elettorale svolta dal Nicotera per le elezioni del ’61, sorprende per la sua moderazione; ‘Il Popolo d’Italia’, ricordava, ad esempio, che in una riunione elettorale a Salerno, nel corso di una discussione sul programma dell’Associazione patriottica locale, Nicotera “manifestò il desiderio che vi fosse aggiunta la frase ‘con modi legali” e così – commentava il giornale – “si ebbe l’occasione per ammirare la moderazione e la legalità di colui che voci sinistre accusavano di turbolente opinioni”(21). Una moderazione, si dirà, tattica. Ma nel discorso tenuto dal Nicotera a Cosenza il 17 gennaio, egli non solo accettava la monarchia, ma mostrava di condividere un’interpretazione ortodossa e in fondo conservatrice dei rapporti tra i partiti moderato e radicale. Più che di apparenze di una legalità formale, si trattava in questo caso di una vera e propria linea politica autonoma, diversa da quella mazziniana e tipicamente meridionale (21 bis).”. Alfredo Capone (….), a p. 92-93 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa impostazione di Nicotera, che era uno dei più rappresentativi esponenti dell’opposizione democratica meridionale, riassumeva in modo adeguato lo stato d’animo più autentico e diffuso del partito d’azione nel Mezzogiorno, quale esso era nella realtà, al di là di più avanzate, ma, spesso, solo dottrinarie sollecitazioni. Né si può dire che Nicotera fosse un isolato; anzi, egli era assai autorevole, nel partito, e inoltre la sua attività politica era circondata da un’ampia propaganda (23). In realtà egli esprimeva bene il carattere verbalmente radicale, ma socialmente moderato, della base del partito d’azione, che era pure più sensibile a concessioni immediate, che a un rigido dottrinarismo. Ciò, fra l’altro spiega anche come attorno a Nicotera si raggruppassero non solo gli “scontenti generici”, ma anche talune frange del conservatorismo autonomista.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “In una di queste “valli” ad esempio, dopo il ’60, ebbe vita e si sviluppò un altro ‘mito’ di Sapri; non quello ‘aureo’, legato a Pisacane, proiettato verso un futuro socialmente più giusto; ma un ‘mito’, per dir così, di stagno, immediato – legato all’eroe di Sapri’, a Giovanni Nicotera – che fu quasi una deformazione e una caricatura dell’altro. Questo mito, tanto minore, suggeriva non una rivoluzione sociale, ma una rivoluzione ‘meridionale’, confusa, velleitaria e ambiguamente polivalente…..Dietro Nicotera c’era, infatti, una gran parte della democrazia meridionale, tanto che, ad un certo momento, l’uomo e il partito si identificarono; e le ambiguità dell’uno, necessariamente, rimandano ai disorientamenti dell’altro. Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. Capone, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Vincenzo Giordano (….), nel suo “La vita e i discorsi parlamentari di Giovanni Nicotera nelle legislature VIII – IX – X-XI e XII”, a p. CXVIII, in proposito scriveva che: “Nella Camera egli neppure deviò dal suo programma nei molti anni che conta di vita parlamentare. Egli fu costantemente deputato di Salerno. I Salernitani, appena l’Italia fu libera lo mandarono al Parlamento loro rappresentante, proclamandolo la prima volta deputato nella stessa sala, ove tre anni innanzi i giudici del Borbone lo avevano condannato alla pena di morte; e lo rielessero di poi sempre e con simpatie ognor crescenti. Dicono i più che Giovanni Nicotera entrò nella Camera repubblicano e che la politica parlamentare lo abbia reso monarchico. Il fatto è questo, che Giovanni Nicotera nella Camera ha perduto molte angolosità, e la politica battagliera lo ha reso per tempo accorto che la politica del sentimento non era fatta per la politica pratica . Quando egli divenne un uomo parlamentare non comune , quando egli incominciò a perorare non in nome proprio , ma in nome degli amici politici , quando egli incominciò a capitanare altri colleghi nel Parlamento , certamente comprendeva che colà non si faceva la repubblica. E se egli modificò le sue opinioni si fu perchè l’ ambiente intorno a lui si era modificato. Giovanni Nicotera acquistò ben presto una posizione rispettabile nella Camera . E di vero noi lo vediamo dopo un anno appena , da che era deputato, nel 1862 , in una interpellanza sulla politica generale del Ministero Rattazzi, parlare a nome dei suoi amici politici , e fare uno dei suoi discorsi , che se non è dei più importanti , certo è uno di quelli che facevano prevedere che non sarebbe restato un oratore comune. Per altro a che stiamo noi qui ad almanaccare sulla fede politica, colla quale il Nicotera è entrato nel Parlamento italiano , quando abbiamo documenti che ci dicono con quali intendimenti egli vi è entrato ? Nei giornali di quell’ epoca troviamo il seguente indirizzo ai suoi elettori di Salerno, che è un vero programma parlamentare . Ed è tanto più importante questo documento in quantochè esso non venne scritto prima che fosse stato eletto , ma ad élezione etc…”. Andrea Guglielmini (….), nel suo, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877, a p. 23, in proposito scriveva: “Compiutasi felicemente la Rivoluzione nel ex Regno delle Due Sicilie e fatto il solenne Plebiscito, con cui queste Meridionali Provincie si congiunsero all’italia, Giovanni Nicotera venne eletto al Parlamento Nazionale dalla Città di Salerno che lo aveva accolto prigioniero nell’epoca memorabile del 1857, carico di catene, lacero di ferite, circondato di sgherri, ma non òmo dei trascorsi pericoli. E per 16 e più anni la fiducia dei suoi elettori si è in lui stato consolidata, che a dispregio dei suoi nemici e dei suoi calunniatori egli venne sempre rieletto con unanime ed invulnerata costanza. Né sedendo in Parlamento, Giovanni Nicotera si fece sfuggire occasione per militare tra quelli che tentavano colle armi il compimento dei destini d’Italia.”. Cristoforo Pepe (….), nel suo “Memorie storiche della città di Castrovillari”, a p. 222, nella nota (1) postiillava: “(1) Giuseppe Pace nel 1861 fu eletto Deputato al Parlamento nel collegio di Cassano al Ionio. Il 1864, col grado di colonnelo, fu mandato a Potenza per la distruzione del brigantaggio. E mntre si teneva ponto per la nuova guerra di Venezia, tornato in patria, il 3 magio 1866 morì repentinamente in Eboli nella verde età di appena 40 anni; essendo nato il 4 febraio 1826. Le sue ceneri furono trasportate in Castrovillari e riposano nella chiesa della Trinità.”.
IL FRANCOBOLLO DI 1/2 TORNESE DELLE PROVINCIE NAPOLETANE STAMPATO A ROCCAGLORIOSA
Tra gennaio e febbraio del 1861 i territori continentali dell’ex-regno delle Due Sicilie facevano già parte dei domini di Vittorio Emanuele II con il generico nome di “province napoletane”. Da marzo si sarebbero chiamati “regno d’Italia”. Naturalmente, per giungere alla vera unificazione ci sarebbe voluto ancora del tempo. Le differenze fra i territori del nord e quelli del sud erano ancora notevoli: oltre alle questioni sociopolitiche e infrastrutturali, i sistemi postali erano molto diversi, e così la moneta. Quella napoletana, formata da ducati, grana e tornesi, era una valuta solida e diffusa, che non poteva essere sostituita molto facilmente. Rimase quindi provvisoriamente in uso, al pari dei sistemi postali e dei francobolli, che portavano ancora i simboli dell’antico regime. Se non si poteva ancora sostituire la valuta, e se ci voleva tempo per le norme, la sostituzione dei francobolli era però urgente: non si potevano infatti tollerare ancora quelli con i simboli borbonici, e occorreva far circolare l’immagine del nuovo re. Il francobollo di 1/2 tornese, di colore verde, veniva stampato in una tipografia di Roccagloriosa. Si tratta di un francobollo facente parte di un’emissione filatelica per le Provincie Napoletane, le pro-vincie del Regno delle due Sicilie conquistate da Giuseppe Garibaldi, emessa in base al Decreto della Luogotenenza di Garibaldi (dittatore di Napoli) del 6.01.1861. Questo francobollo stampato a Roccagloriosa è il primo dell’emissione di 8 valori in grana e tornesi, la moneta borbonica in corso legale nel Regno delle due Sicilie prima dell’arrivo di Garibaldi. Il catalogo specializzato Sassone, riporta la data di emissione del 14 febbraio 1861. Infatti, nel riquadro a stampa litografica si vede l’effige del futuro Re d’Italia, Vittorio Emanuele II di Savoia. L’emissione era prevista senza effige ma quando a Teano Garibaldi il Regno delle due Sicilie al futuro Re d’Italia, la Direzione delle poste piemontesi del Regno di Sardegna in Torino, preferì inviare nelle Provincie napoletane una serie con valori in moneta borbonica, anche perchè le provincie meridionali non accettavano di buon grado la lira sardo-italiana. Questo francobollo, insieme agli altri della serie completa, fu in corso nelle Provincie Napoletane durante la reggenza garibaldina fino al 1862. In ossequio all’effige sovrana ne fu tollerato l’uso anche nel resto dell’Italia che ancora non era tutta unita. Questi franco-bolli sono molto rari gli esemplari usati fuori delle provincie napoletane. Da Wikipedia apprendiamo che Il francobollo da mezzo tornese delle Province Napoletane stampato in nero anziché nel colore corretto (verde) è noto come mezzo tornese nero ed è una variante rara del francobollo originale. Questo errore di stampa ha portato a una distribuzione esclusiva a Roccagloriosa (Salerno), rendendo gli esemplari usati provenienti da questo luogo particolarmente ricercati dai collezionisti.
Nel 17 febbraio 1861, la Legge piemontese per la ripartizione dei beni del Demanio e dei beni della Chiesa
Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a p. 97, in proposito scriveva: “Oltre al malcontento per le mancate promesse, si aggiunse lo sdegno del popolo per l’ingiusta ripartizione dei beni demaniali e di quelli delle Comunità religiose, soppresse con la legge piemontese del 17 febbraio 1861. L’acquisto di entrambi tali beni fu fatto, con irrisorio prezzo, dai già ricchi latifondisti o da qualche furbo doppio-giochista, millantando il credito di essere stato un autentico patriota (?)…della sesta giornata.”. Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 40, in proposito scriveva: “…e, la vittoria del Volturno dove ancora i Calabresi si coprono di gloria, si mette in moto la macchina diplomatica del Cavour e la sua abilità di politico e di negoziatore per impedire una soluzione repubblicana, com’era nelle speranze e nelle aspirazioni di molti garibaldini, e per sollecitare, con la proclamazione dell’annessione delle province liberate, una vittoria moderata, monarchica-unitaria. Garibaldi intanto lasciava la Calabria, liberata dal dominio borbonico, con i suoi essenziali problemi politici, amministrativi, economici, sociali e morali non risolti, mentre la borghesia si impossessava di tutto il potere del nuovo Stato, compreso quello locale, e sfruttava in ogni senso la vittoria del ’60…Fu la classe dirigente del periodo unitario che non volle e non seppe interpretare adeguatamente la lezione del Risorgimento ed estendere i vantaggi dell’Unità e i valori della libertà e della giustizia per i quali si era combattuto dal 1799 al 1860, a tutti gli italiani e quindi anche ai calabresi.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “La reazione borbonica. Nella realtà meridionale, si inasprirono i contrasti preesistenti e ben presto, le aspettative e le speranze delle masse dei contadini e dei braccianti vennero deluse, in special modo per quanto riguardava la distribuzione della divisione delle terre, ora divenute proprietà nazionale. Le divisioni tra sostenitori ed oppositori del nuovo governo dunque, andava acuendosi con notevoli ripercussioni sullo spirito pubblico. Ne conseguirono diverse manifestazioni di avversione al regime liberale, al fine di diffondere un movimento reazionario favorevole al ritorno dei Borbone, molte delle quali indirizzate contro coloro che, avendo sostenuto Garibaldi nella sua risalita verso Napoli, erano poi ritornati nei luoghi natii. A creare un sentimento antiunitario contribuirono anche le autorità civili, religiose e militari che, con le dimostrazioni di opposizione al nuovo assetto istituzionale, causarono il diffondersi di nuovi turbamenti sociali.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), soli in grado di porre un freno ai tumulti, e in Garibaldi vedono l’unico uomo che in quel momento possa far rispettare la proprietà e mettere fine ai disordini. Così, contadini e proprietari, popolo minuto e borghesi, operai e professionisti, per motivi diversi e talora opposti, associano al nome di Garibaldi l’idea della ‘liberazione’: affrancamento della servitù per gli uni, restaurazione dell’ordine per gli altri. E, accorrono, “nobili e plebei, proprietari e commercianti”, a combattere pel “riscatto della patria”(93).”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) A Potenza, il 19 agosto, si era formato un governo prodittatoriale (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc…, cit., p. 120; A. Romano-Manebrini, Documenti sulla rivoluzione di Napoli, ecc.., cit., p. 60). Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; e la narrazione di A. de Meo, in A. Alfieri d’Evandro, Della insurrezione nazionale del Salernitano, ecc..ecc.., cit., pp. 58-66). Ad Altamura, il 30 Agosto, è proclamato il governo provvisorio (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc.ecc.., cit., pp. 168-169).”. Demarco, a p. 183, nella nota (93) postillava: “(93) Dal preambolo dell’ordine del giorno del gen. T. De Dominicis, Vallo, 4 settembre 1860 (Il Garibaldi, n. 14, 6 settembre 1860, p. 54; v. anche la corrispondenza da Altamura ne ‘La opinione nazionale’, n. I, n. 34, 4 settembre 1860, p. 136).”. Demarco, continuando il suo racconto scriveva: “Le province aiutavano in tal modo la marcia dell’esercito garibaldino. Ai primi di settembre del ’60, nel Cilento, in casa del barone Mazziotti, si proclamava la decadenza di Francesco II. E nella capitale “la rivoluzione non attendeva che il segnale per manifestarsi” (94). Imbarcandosi per Gaeta, il 6 settembre, il sovrano denunziava in un proclama di protesta ai potenti d’Europa l’occupazione del regno da parte di un “ardito condotttiero” con tutte le “forze” di cui disponeva l’Europa “rivoluzionaria”, invocando il nome di un sovrano d’Italia”(95). In questo tramonto rossoreggiante di ambizioni, di speranze, di odi, di furore, di desideri, di paure, si chiude il regno dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie. Ma “scacciare un re dal trono non è rivolzione; la rivoluzione si compie quando le istituzioni, gli interessi, su cui quel trono si poggiava, si cangiano”(96).”. Demarco, a p. 184, nella nota (94) postillava: “(94) N. Nisco, Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860, ecc.., cit., libro III, p. 112.”. Demarco, a p. 184, nella nota (96) postillava: “(96) C. Pisacane, Saggio su la rivoluzione, ecc..ecc…, p. 233”. Ulteriore elemento di fragilità era costituito dall’ostilità della Chiesa cattolica e del clero nei confronti del nuovo Stato liberale, ostilità alimentata dalla Legge Rattazzi, che si sarebbe rafforzata dopo il 1870 con la presa di Roma (questione romana). Nel 1870, con la breccia di Porta Pia, Roma venne conquistata da un gruppo di bersaglieri e divenne capitale d’Italia l’anno seguente. Il Papa, privato del suo Stato, si proclamò prigioniero e lanciò virulenti attacchi allo Stato italiano, istigando per reazione un’altrettanto virulenta campagna laicista e anticlericale da parte della Sinistra. Il governo regolò unilateralmente i rapporti Stato-Chiesa con la legge delle guarentigie; il Papa respinse la legge e, disconoscendo la situazione di fatto, proibì ai cattolici di partecipare alla vita politica del Regno, secondo la formula «né eletti, né elettori» (non expedit).
Nel 17 marzo 1861, la proclamazione del REGNO D’ITALIA
Da Wikipedia leggiamo che Il Regno d’Italia fu lo Stato italiano unitario proclamato il 17 marzo 1861. La proclamazione fece seguito alla seconda guerra d’indipendenza italiana (1859), combattuta dal Regno di Sardegna contro l’Impero austriaco, e alla spedizione dei Mille, con la conquista del Regno delle Due Sicilie. La proclamazione del Regno rappresentò il culmine di quel movimento culturale, politico e sociale, nonché periodo storico, detto “Risorgimento”. Ad essa seguì la terza guerra d’indipendenza italiana (1866) e l’annessione dello Stato Pontificio, con la conseguente presa di Roma (20 settembre 1870). Dal 1861 al 1946, il Regno d’Italia fu una monarchia costituzionale, basata sullo Statuto Albertino, concesso nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia ai sudditi del Regno di Sardegna, prima di abdicare l’anno successivo. Al vertice dello Stato vi era il re, il quale riassumeva in sé i tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, seppur non esercitati in maniera assoluta.[7] Tale forma di governo fu avversata dalle frange repubblicane (oltreché internazionaliste e anarchiche) e si concretizzò soprattutto in due note vicende: la fucilazione di Pietro Barsanti (da alcuni considerato il primo martire della Repubblica Italiana) e l’attentato di Giovanni Passannante (di fede anarchica). Tutti questi territori saranno annessi ufficialmente al Regno di Sardegna tramite plebisciti, ratificati dal parlamento, e pubblicati sulla gazzetta ufficiale del Regno di Sardegna n. 306 del 26 dicembre 1860. Su richiesta dalla Francia di Napoleone III, in cambio dell’aiuto militare ricevuto contro gli austriaci, il Regno di Sardegna concesse la Contea di Nizza e il Ducato di Savoia. Il 21 febbraio 1861 la nuova Camera dei deputati approvò un disegno di legge con il quale Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re d’Italia, assumendone il titolo per sé e per i suoi successori. La legge 17 marzo 1861 n. 4671, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia del 17 marzo 1861 (formalmente però una legge del Regno di Sardegna) sancì l’assunzione da parte del monarca sabaudo del titolo di re. Dal punto di vista istituzionale e giuridico assunse la struttura e le norme del Regno di Sardegna, esso fu infatti de jure una monarchia costituzionale, secondo la lettera dello Statuto Albertino del 1848. Il Re nominava il governo, che era responsabile di fronte al sovrano e non al parlamento; il re manteneva inoltre prerogative in politica estera e, per consuetudine, sceglieva i ministri militari (Guerra e Marina). Il diritto di voto era attribuito, secondo la legge elettorale piemontese del 1848, in base al censo; in questo modo gli aventi diritto al voto costituivano appena il 2% della popolazione. Le basi del nuovo regime erano quindi estremamente ristrette, conferendogli una grande fragilità. Tornando al 1861, il Regno d’Italia si configurava come una delle maggiori nazioni d’Europa, almeno a livello di popolazione e di superficie (22 milioni su una superficie di 259320 km²), ma non poteva considerarsi una grande potenza, a causa soprattutto della sua debolezza economica e politica. Le differenze economiche, sociali e culturali ereditate dal passato ostacolavano la costruzione di uno Stato unitario. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 88, in proposito scriveva: “Eletti i deputati e nominati dal Re i Senatori, si riunì il nuovo parlamento, a Torino, il 18 febbraio 1861, che approvò la Legge dichiarando re Vittorio Emanuele II di Savoia, mentre il Senato l’approvò nella seduta del 28 successivo. Per la proclamazione ufficiale del Regno d’Italia (afferma Giuseppe Massari) Cavour presentò al Senato del Regno il relativo disegno di Legge.”. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a p. 87, in proposito scriveva: “Dopo il plebiscito delle popolazioni del Napoletano (già regno delle Due Sicilie e cioè delle regioni Abruzzo, Campania, Calabria e Sicilia, liberate da Garibaldi, il Governatore di Napoli, delegato del governo Piemontese, ordinò la convocazione dei comizi elettorali per la nomina dei Deputati al I° Parlamento nazionale italiano, e nel contempo, dispose il lavoro preparatorio per le elezioni stesse, facendo compilare le liste elettorali per ogni comune. (Gli elettori che rappresentavano appena il 2 per cento della popolazione, erano stati scelti fra i cittadini per cultura, anche se modesta, e per censo). Le elezioni ebbero luogo il 27 gennaio 1861 e riuscirono eletti i seguenti deputati nel Collegio a fianco di ognuno segnato: 5) Giacinto Albini di Montemurro (Collegio di Lagonegro e Melfi) etc…”. Da Wikipedia leggiamo che il Regno d’Italia fu lo Stato italiano unitario proclamato il 17 marzo 1861. La proclamazione fece seguito alla seconda guerra d’indipendenza italiana (1859), combattuta dal Regno di Sardegna contro l’Impero austriaco, e alla spedizione dei Mille, con la conquista del Regno delle Due Sicilie. La proclamazione del Regno rappresentò il culmine di quel movimento culturale, politico e sociale, nonché periodo storico, detto “Risorgimento”. Ad essa seguì la terza guerra d’indipendenza italiana (1866) e l’annessione dello Stato Pontificio, con la conseguente presa di Roma (20 settembre 1870). Dal 1861 al 1946, il Regno d’Italia fu una monarchia costituzionale, basata sullo Statuto Albertino, concesso nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia ai sudditi del Regno di Sardegna, prima di abdicare l’anno successivo. Al vertice dello Stato vi era il re, il quale riassumeva in sé i tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, seppur non esercitati in maniera assoluta. Tale forma di governo fu avversata dalle frange repubblicane (oltreché internazionaliste e anarchiche) e si concretizzò soprattutto in due note vicende: la fucilazione di Pietro Barsanti (da alcuni considerato il primo martire della Repubblica Italiana) e l’attentato di Giovanni Passannante (di fede anarchica). Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 90-91, in proposito scriveva: “…Ufficialmente, il 17 marzo 1861, può dirsi che ebbe inizio il funzionamento del governo del nuovo stato italiano, che organizzò la conseguente nuova struttura burocratica dello Stato stesso. Furono abolite le intendenze per ogni capoluogo di provincia e sostituite con le Prefetture, i cui capi, prefetti, furono nominati dal Ministro dell’Interno di Torino, allora capitale della nuova Italia. Per la Basilicata fu costituita una sola provincia: Potenza, con quattro circondari; e cioè: Potenza, Lagonegro, Matera e Melfi. …..2) Circondario di Lagonegro, formato dai comuni di: ….Capo di ogni circondario era il Sotto-Prefetto (attualmente soppresso). Come prima applicazione della nuova disposizione, il Govero di Torino nominò i prefetti, scegliendoli fra i Generali e gli ufficiali superiori dell’esercito piemontese (parlavano costantemente il loro dialetto) e tra le persone di fiducia (sempre dell’alta Italia) che già si erano distinte nella lotta per il Risorgimento. Quasi tutti i Prefetti non conoscevano nè le speciali condizioni di vita dei popoli meridionali, nè conoscevano i bisogni dei popoli stessi, tenuti dal governo borbonico nella più crassa ignoranza e nella più crudele miseria ed inciviltà. Ed i detti funzionari vennero, nella Basilicata, specialmente, con false prevenzioni contro il popolo ritenuto incivile, rozzo, ignorante e superstizioso. Potenza fu deliziata dalla presenza di un Prefetto, di origine francese, che non conosceva l’italiano e indovinava a senso qualche parole della nostra lingua.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 426, in proposito scriveva che: “Dopo breve dimora del Sotto Prefetto Calandra, il quale lasciò triste fama d’avere trescato coi briganti e coi manutengoli e di aver corrotto i pubblici servizi, onde fu costretto a fuggire di soppiatto da Lagonegro, fu mandato qui in missione straordinaria il Consigliere Delegato di Prefettura Carmine Senise, il quale tanto egregiamente aveva saputo preparare e dirigere, insieme con Giacinto Albini, l’insurrezione lucana. Il Senise giunse a ristabilire nel Circondario l’ordine e la morale, tristamente conculcati, etc…”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 93, in proposito scriveva: “Ce lo spiega il dotto e illustre storico, Prof. Antonio Lucarelli, nel suo “La Puglia nel secolo XIX”…..Lasciamo immaginare che cosa potè verificarsi nello svolgimento delle operazioni elettorali per la nomina dei consiglieri!…Gli elettori (come si è già detto) designati solamente per cultura e per censo, rappresentavano il 2 % della popolazione, per giunta, nel Meridione, non preparati nell’esercizio del creduto diritto di eleggere i propri rappresentanti nei comuni e nel Parlamento….Lo storico Giulio Petroni a tal riguardo affermò (egli ne fu spettatore….): “Le ambizioni, le avidità, i perduti poteri, i ricordi passati non indugiarono a ridestarsi, aggrupparsi, scindersi in partiti, prender nomi, e si udì chiamarli borbonici, clericali, moderati, progressisti, democratici e così via via. Tutti però si agitavano, parlavano, ostentavano i loro diversi proponimenti coi tanti nomi di libertà e di Patria”…..Il Pani Rossi affermò che l’ignoranza totale del popolo portò a soprusi ed a pateggiamenti in tutti i comuni e prevalsero sempre tutti quelli che per bramosia di vendetta, insinuanti ed ingordi, si impossessarono degli Uffici comunali come beni personali.”. Lorenzo Predome (….), nel suo“I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 110-111, in proposito scriveva: “4) La destra parlamentare, come si era già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale.”.
Nel 1861, SAPRI, Comune del Regno d’Italia
Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1924, durante il Regno d’Italia ha fatto parte del mandamento di Vibonati, nel 1924 il mandamento fu trasferito a Sapri fino al 1927 anno della sua soppressione appartenente al Circondario di Sala Consilina. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 92, in proposito scriveva: “2) Le costituite amministrazioni comunali. E per i Comuni cosa fu deciso? Dopo aver provveduto alla disciplina e alla riorganizzazione delle provincie, si dispose la formazione del Consiglio Comunale di ogni singolo paese. Come fu fatto per la scelta dei deputati, così venne eseguito per quella dei componenti del Consiglio di ciascun comune. La data delle elezione era fissata dal Prefetto della Provincia, previa autorizzazione del Ministero dell’Interno. Alla votazione partecipavano gli elettori residenti nel comune che erano già segnati nelle apposite liste e per la cultura e per il censo. Nel seno del Consiglio veniva scelto il Sindaco con i componenti la giunta comunale, che coadiuvava il Sindaco nell’amministrazione. La scelta del Sindaco veniva fatta dal Re per quei comuni con popolazione inferiore a 4.000 abitanti. Per quelli superiori a tale numero provvedeva ciascun consiglio comunale, scegliendo tra i suoi componenti stessi.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 94, in proposito scriveva: “Il Pani Rossi affermò che l’ignoranza totale del popolo portò a soprusi ed a pateggiamenti in tutti i comuni e prevalsero sempre tutti quelli che per bramosia di vendetta, insinuanti ed ingordi, si impossessarono degli Uffici comunali come beni personali.”.
Nel 1861, Sapri, i Gallotti e Giovanni Nicotera
Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, parlando di Giovanni Nicotera, uno dei principali protagosti della vita politica della Provincia di Salerno, in proposito scrivevano: “….perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Policicchio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221, in proposito scriveva che: “A questo punto del lavoro, per completezza, pare doveroso, allontanandoci del periodo di nostro interesse, come si è fatto per la famiglia Gallotti, dire della famiglia Peluso (62).”. Policicchio, a p. 221, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calbresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di ilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”.
Nel 1861, i primi Governi del Regno d’Italia e l’attività repressiva e reazionaria
In un blog su Ricigliano leggiamo che Ricigliano, interamente ricostruito partecipò di riflesso alle vicende storiche nazionali, sia nella costruzione dell’Unità d’Italia, grazie alla nobile figura di Onofrio Pacelli, sia nei contrasti post-unitari culminati nelle rivendicazioni contadine, nel brigantaggio e nell’emigrazione. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 41 scriveva: “I governi reazionari del primo periodo dell’unità lo sottoposero ad altre vessazioni, perché non aveva mai rinnegato il suo ideale repubblicano. Il 2 giugno 1861, anniversario della festa nazionale per la concessione dello Statuto Albertino, O. Pacelli, coraggiosamente sceso nella piazza di Ricigliano, arringa il popolo e lo incita alla ribellione, inneggiando alla Costituzione repubblicana. Conseguentemente fu l’ntervento degli organi tutori, questa volta del Regno d’Italia, e la denuncia di Onofrio, Vincenzo, Antonio e Cristoforo Pacelli e di Giovanni Pascale per “…tentato eccitamento alla guerra civile etc…”. Comincia così una lunga serie di denunzie, persecuzioni, processi a cui è stottoposto O, Pacelli nella nuova Italia, unita sì, ma in cui non era possibile professare liberamente il proprio convincimento politico.”. Di Capua, a p. 53, in proposito scriveva: “Questo episodio, di scarsa importanza agli effetti pratici, è indicativo per mostrare come attento, rigoroso e spietato fosse il controllo politico del nuovo regime unitario, tendente a reprimere con inesorabile durezza, ogni tentativo di opposizione al governo….Presso l’Archivio di Stato di Salerno ho ritrovato un grosso fascicolo (38) che illustra, con una documentazione doviziosa, il progredire degli avvenimenti successivi. Nei giorni seguenti gli eventi descritti, Onofrio Pacelli si era rifugiato a Salerno etc…”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 102, in proposito scriveva che: “Il costume assai basso della vita amministrativa, nella provincia di Salerno, come in altre del Mezzogiorno (8), si intrecciava strettamente con un altro fattore di maggior rilievo, che era la diffusa opposizione dell’opinione pubblica al governo moderato (9). Una opposizione che aveva le sue radici lontano, nel fatto cioè che sul Salernitano, come in tutto il Mezzogiorno, dopo il ’48, il movimento anti-borbonico, dopo l’esilio dei leaders moderati, aveva fatto perno soprattutto sulla piccola borghesia provinciale, che non aveva veri motivi per identificare i suoi interessi e le sue antiche aspirazioni – divisione dei demani comunali, divisione del latifondo ecclesiastico, ecc.. – con quelli del lontano Stato piemontese (10). Quindi il patriottismo locale si era sviluppato, negli anni precedenti l’unità, sotto il segno di un diffuso radicalismo che, se aveva un contenuto economico abbastanza concreto, sul piano dottrinario ondeggiava sotto la spinta di varie suggestioni ideologiche, sopravvivenze di carbonarismo, pisacanismo, mazzinianesimo, accolti, talora, senza una precisa consapevolezza politica, ma in ogni caso assai lontane dagli ideali moderati (11).”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 431-432, in proposito scriveva che: “Per assoluto difetto d’insegnanti, fu istituita, a cura e spese dello Stato, nel Gennaio 1861 in questo Capoluogo, una Scuola magistrale maschile per un corso accellerato di studii, sotto la direzione del Prof. Sac. Raffaele Schettini, fervente patriotta di Trecchina – il quale poscia, pei suoi sentimenti repubblicani, fu arrestato e morì in prigione – allo scopo precipuo di preparare alla meglio dei maestri per insegnare nelle scuole rurali dei piccoli paesi. La Scuola ebbe discreto concorso per lo più d’ecclesiastici, durò un anno solo e quando essa si chiuse, etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 176-177, in proposito scriveva che: “La reazione borbonica. Nella realtà meridionale, si inasprirono i contrasti preesistenti e ben presto, le aspettative e le speranze delle masse dei contadini e dei braccianti vennero deluse, in special modo per quanto riguardava la distribuzione della divisione delle terre, ora divenute proprietà nazionale. Le divisioni tra sostenitori ed oppositori del nuovo governo dunque, andava acuendosi con notevoli ripercussioni sullo spirito pubblico. Ne conseguirono diverse manifestazioni di avversione al regime liberale, al fine di diffondere un movimento reazionario favorevole al ritorno dei Borbone, molte delle quali indirizzate contro coloro che, avendo sostenuto Garibaldi nella sua risalita verso Napoli, erano poi ritornati nei luoghi natii. A creare un sentimento antiunitario contribuirono anche le autorità civili, religiose e militari che, con le dimostrazioni di opposizione al nuovo assetto istituzionale, causarono il diffondersi di nuovi turbamenti sociali.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, ……Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Renato Dentoni Litta (….), nel suo “Echi garibaldini nell’Archivio di Stato di Salerno”, nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a pp. 298-299, in proposito scriveva che: “La documentazione di un altro ufficio, il Governatorato, che nasceva proprio con un decreto di Garibaldi, quale dittatore delle Due Sicilie, fornisce altre utili indicazioni: un primo decreto del 12 settembre 1860 dichiara i Governatori delle provincie “le prime autorità civili e amministrative con cessazion delle funzioni degli Intendenti”. Pochi giorni dopo, esattamente il 17, si ritenne opportuno definire meglio le funzioni dei Governatori e fu emanato il decreto n. 55 che concedeva “facoltà e poteri straordinari ai governatori delle province”, tra l’altro fu data loro la facoltà di proclamare lo stato di assedio. Primo governatore della Provincia di Salerno fu Giovanni Matina, irruente liberale originario di Teggiano, etc…L’attività di questi primi giorni del governatorato fu certamente convulsa, come testimoniano alcuni dei primi documenti che recano ancora il sigillo borbonico frettolosamente annullato con un tratto di penna. Dalla loro lettura si evince un’evidente opera di controllo ed epurazione dai ranghi degli uffici provinciali di tutte le persone ritenute non degne o di scarsa fiducia in quanto eccessivamente legati al precedente governo. Si trattava di una preoccupazione importante che fu tenuta in massima considerazione anche successivamente, come dimostra la circolare del 29 novembre 1861, a firma del ministro degli Interni Ricasoli, nella quale si chiede ai Prefetti delle provincie napoletane e toscane di “esprimere il proprio avviso sulla capacità, moralità e condotta amministrativa e politica dei loro dipendenti”(6).”.
Nel 4 febbraio 1861, Francesco Antonio PELUSO, brigadiere dell’Ufficio Doganale (Fondaco de’ Dazj indiretti) di Capitello
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 219, in proposito scriveva che: “I “Municipisti” di Sapri, al Governatore, esposero: “che con scandalo, e meraviglia osservano che uno ancora di coloro che furono i carnefici del fu Deputato Carducci, cioè il Brigatiere dei Dazj Indiretti Francesco Antonio Peluso che trovasi fin dalla sua ammissione da circa dieci anni posto in questa dogana, che colle sue estorsioni complimentava i suoi parenti in Napoli D. Salomone e D. Moisè Peluso; che non ha mai prestato servizio avendo dormito in sua casa. In tutta la permanenza che qui fecero i Garibaldini più di giorni 40 fu latitante. Ora va spargendo voce che Francesco 2° deve tornare che egli colla forza venne obbligato fare la votazione mentre la sua intenzione era quella del no. Ed intanto costui non ostante vedesi nello impiego, ma anche fisso nel posto di Sapri avendo figurato nei passati tempi, e continua in simile riprevovevole condotta in epoca di sospirato risorgimento e di benessere protetto nelle sue scelleratezze. In punto in sua casa la Guardia Nazionale di Sala vi fa una visita domiciliare, ed egli è in fuga vi replichiamo ch’è la pietra di scandalo, almeno che venchi campiato fuori controllo. Una simile se ne diretta al Direttore.”. L’interessato, il 4 febbraio 1861, rivolgendosi alla stessa autorità cui si erano rivolti i sapresi, così giustificò: “Francescantonio Peluso del Comune di Sapri da molti anni trovasi in servizio in qualità di Brigatiere in questo Fondaco dei Dazi indiretti di Capitello. Il medesimo sarebbe appartenuto in legame di parentela a quegli altri Peluso etc…”. Della questione il Governatore ne interessò il sottoposto di Sala che, esperite le indagini, il 16 marzo 1861 rispose: “La supplica del Brigatiere de’ D. I. Francescantonio Peluso dimorante in Sapri, (….) con la quale lo stesso vorrebbe rimanere nella Dogana ove rattrovasi etc…”. Policicchio, a p. 221, nella nota (61) postillava: “(61) ASS, Governatorato, b. 15, f. 706.”.
Nel …………, 1861, a Sapri, Tommaso EBOLI
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 200, in proposito scriveva che: “Sul conto del Torre risultò un precedente: un danno volontario di tre ducati in pregiudizio di D. Tommaso Eboli di Sapri; nulla sul conto di Michele Fusco. Il giudice Francesco Saverio Cajazzo, per affetto della sovrana indulgenza del 17 febbraio 1861, dichiarò abolita l’azione penale del procedimento (11). Da Tommaso Eboli, nel 1818, il Comune di Sapri comprò il terreno su cui venne realizzato, nei pressi dell’odierna Trovatella, il primo camposanto del paese, poi dismesso dopo essere stato interessato da una frana. Egli, insieme ai figli Gaetano, Giuseppe e Domenico, era inserito nella terza classe degli attendibili politici perchè “nel 1848 aderirono alla corrente liberale senza eccedenza e senza decisa volontà”. Un altro figlio, Vincenzo, era incluso, invece, nella seconda classe degli attendibili: “nel 1848 spargeva notizie allarmanti ed esultava nel progresso del liberalismo”. Tommaso, anche a nome dei figli, chiese la cancellazione dalle “abominevoli liste” e, assicurando d’essere sempre stato attaccato al Re, così motivò la richiesta: “….quando l’Augusta persona del Sovrano si recò in Sapri, che spontaneamente gli esponenti, con i loro travagliatori, appianarono l’alpestre strada che da Sapri mena a Torraca (12) per dove S. M. passò e gli esponenti erano contenti per il solo bene di aver prestato a Lei.”. Le informazioni assunte sul conto della famiglia Eboli, facendo restare incompleto il carteggio, furono più lunghe e complicate del solito perché il Sottintendente si dovette rivolgere ai Giudici di Vibonati e Sanza in quanto la loro dimora era in ambo i Circondari (13). Avevano spostato i loro interessi economici a Sanza, dove vive ancora oggi la discendenza (14).”. Policicchio, a p. 200, nella nota (11) postillava: “(11) Testimonianza di D. Emmanuele Gaetani fu Vincenzomaria, di anni 75, proprietario di Torraca.”. Policicchio, a p. 200, nella nota (12) postillava: “(12) Il Re, prima di andare a Torraca, il 28 settembre 1852, fece sosta a Sapri per visitare il sacerdote, moribondo, Vincenzo Peluso, per i servigi resi durante i rivolgimenti del 1848 conclusisi con la morte di Costabile Carducci.”.
Nel 18 marzo 1861, a Sapri sbarcarono truppe garibaldine arrivate da Paola
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 161, in proposito scriveva pure: “Il Sindaco di S. Giovanni a Piro dovette somministrare al Colonnello Oriano Temes e al suo seguito, sei vetture per recarsi a Vallo. Del che ne fu rilasciato relativo “bono” di undici ducati e 40 grana (22). Nel medesimo Comune si presentarono il primo sergente dei carabinieri Salvatore Amispergh; Nicola Santoro, terzo sergente, Gaetano Curcio ed Eduardo Biscaglia caporali, tutti dello stesso corpo, i quali dichirarono che: “…partivano da Paola il giorno 18 corrente mese di marzo (1861) alle ore 23 imbarcati sul vapore denominato Torrente come conduttori di sessanta soldati sbandati…etc…(23).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (23) postillava: “(23) ACSGP, Registroraccolta delibere Decurionali anni 1861-1871, delibera del 20.3.1861, p. 185v.”. Policicchio, a p. 161, in proposito scriveva pure: “E siccome le spese straordinarie assorbite dalle truppe insurrezionali sostenute dal Comune ammontano a oltre 300 ducati, per l’importo dei detti 24 ducati il cassiere dovette ricorrere ad un prestito. Per tale motivo: “è inabilitato a poter fra fronte ad altri pagamenti e deve ricusare qualunque mandato”(24).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (24) postillava: “(24) Ivi, delibera del 5 Aprile e 3 maggio 1861, pp. 187-188v.”.
Nell’aprile 1861, a Camerota arrivò Ambrogio Biella di Milano, garibaldino e orologiaio
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 157, in proposito scriveva pure: “Nei primi giorni d’aprile 1861 ancora vi erano residui dell’Esercito Meridionale. A Camerota vi giunse un garibaldino di nome Ambrogio Biella di Milano, di professione orologiaio. Trovato il posto incantevole e libero dall’ormai sciolto Esercito garibaldino, vi rimase ad esercitare la sua arte. Ma il 14 aprile ebbe una rissa con alcuni della Gurdia Nazionale del luogo, riportò una ferita che dai medici fu giudicata mortale. Il milite era privo di mezzi e dal Comune venne aiutato per non farlo morire facendogli somministrare tutto ciò che gli veniva prescritto dai medici. Etc..”. Policicchio, a p. 157, nella nota (15) postillava: “(15) ASS., Governatorato, b. 4 f. 118”.
Nel 1861, la SINISTRA STORICA, DEMOCRATICI E REPUBBLICANI in Provincia di Salerno
Alfredo Capone (….), nel capitolo “I. La Sinistra meridionale e i problemi del paese (1860-1865)”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 41 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che si trovarono a Napoli nei turbinosi mesi immediatamente successivi all’unificazione del Mezzogiorno, non furono pochi, come è noto, coloro che si provarono a dare un’analisi della complessa situazione politico-sociale dell’ex-Regno, e che credettero di individuare in questo o quel fatto storico o di costume, la causa prima di disgregamento meridionale. Le analisi più diffuse, ma anche le meno profonde, facevano per lo più riferimento alla complessiva arretratezza politica e civile della società meridionale, e delle sue classi dirigenti, come frutto del malgoverno e del dispotismo borbonico. Ma non mancarono coloro che spinsero il loro sguardo al di là della superficie e cercarono nelle vicende delle classi sociali la chiave per spiegare unitariamente la storia recente del Mezzogiorno. Ad esempio, abbastanza acutamente, uno scrittore del partito d’azione, in un articolo sul ‘Popolo d’Italia’ dal titolo “Popolani e borghesi di Napoli”, del gennaio 1861, poneva l’accento sulle vicende della borghesia meridionale: ne denunciava la arretratezza, ma soprattutto – ciò che è più interessante – ne sottolineava la ristrettezza, come classe sociale, il che dava ad essa un carattere di frammentarietà, sia sul piano degli atteggiamenti politici che dei concreti interessi economici (1). Dietro questo concetto di frammentarietà non c’è dubbio che si debba scorgere la divisione tra grossa e piccola borghesia terriera.”. Capone, a p. 41, nella nota (1) postillava: “(1) “Il Popolo d’Italia”, 14 gennaio 1861; sul giornale democratico, in questi mesi, cfr. il severo giudizio di E. Passerin d’Entrévers: “etc…”, in ‘L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 140.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), l’erede e il vindice dello spirito pisacaniano, e al tempo stesso l’accusatore violento di quei membri del Comitato napoletano che, secondo lui, sarebbero venuti meno agli impegni presi e avrebbero provocato il fallimento della spedizione di Sapri. Tale decisa presa di posizione di Nicotera ebbe naturalmente l’effetto di gettare scompiglio nelle file del partito democratico napoletano che, oltre alla delusione per la sconfitta politica, si vedeva così ricoprire di discredito.”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 159, in proposito scriveva: “…, nell’ambito della Sinistra cominciavano a distinguersi due correnti, quella del rinnovato partito di Azione formato dagli uomini legati a Garibaldi e a Mazzini, e quella dei deputati, in prevalenza meridionali, che tendevano a porre in primo piano i problemi economico-amministrativi dell’unificazione. Tra questi diversi orientamenti non si trovò un’intesa; meglio sarebbe a dire che non la si cercò proprio, perchè non si avvertì chiaramente la divergenza esistente tra le due correnti, le cui istanze si accavallavano disordinatamente. Senza un piano d’azione, senza intese preventive, la Sinistra non ebbe nel Parlamento una linea di condotta precisa, né riuscì a mettere in difficoltà il governo, che seppe mantenere l’iniziativa. La Sinistra fu battuta innanzitutto nelle discussioni che potremmo dire preliminari, in cui non riuscì a far prevalere il principio dell’origine rivoluzionaria del nuovo Stato.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “In una di queste “valli” ad esempio, dopo il ’60, ebbe vita e si sviluppò un altro ‘mito’ di Sapri; non quello ‘aureo’, legato a Pisacane, proiettato verso un futuro socialmente più giusto; ma un ‘mito’, per dir così, di stagno, immediato – legato all’eroe di Sapri’, a Giovanni Nicotera – che fu quasi una deformazione e una caricatura dell’altro. Questo mito, tanto minore, suggeriva non una rivoluzione sociale, ma una rivoluzione ‘meridionale’, confusa, velleitaria e ambiguamente polivalente…..Dietro Nicotera c’era, infatti, una gran parte della democrazia meridionale, tanto che, ad un certo momento, l’uomo e il partito si identificarono; e le ambiguità dell’uno, necessariamente, rimandano ai disorientamenti dell’altro. Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. Capone, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 102, in proposito scriveva che: “Il costume assai basso della vita amministrativa, nella provincia di Salerno, come in altre del Mezzogiorno (8), si intrecciava strettamente con un altro fattore di maggior rilievo, che era la diffusa opposizione dell’opinione pubblica al governo moderato (9). Una opposizione che aveva le sue radici lontano, nel fatto cioè che sul Salernitano, come in tutto il Mezzogiorno, dopo il ’48, il movimento anti-borbonico, dopo l’esilio dei leaders moderati, aveva fatto perno soprattutto sulla piccola borghesia provinciale, che non aveva veri motivi per identificare i suoi interessi e le sue antiche aspirazioni – divisione dei demani comunali, divisione del latifondo ecclesiastico, ecc.. – con quelli del lontano Stato piemontese (10). Quindi il patriottismo locale si era sviluppato, negli anni precedenti l’unità, sotto il segno di un diffuso radicalismo che, se aveva un contenuto economico abbastanza concreto, sul piano dottrinario ondeggiava sotto la spinta di varie suggestioni ideologiche, sopravvivenze di carbonarismo, pisacanismo, mazzinianesimo, accolti, talora, senza una precisa consapevolezza politica, ma in ogni caso assai lontane dagli ideali moderati (11).”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’attività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867). Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Onofrio Pacelli fu seguace di quel partito e repubblicano. Nel 1866 si arruolò tra i “Cacciatori delle Alpi” e partecipò alla vittoriosa campagna di Garibaldi, nel Trentino, contro gli Austriaci. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale. Di un pregevole studio di Alfredo Capone (29) cito i passi seguenti: “….Questa eredità romantica, (quella di contrapporre Garibaldi a Cavour) che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere intatta, nel ’60 in molti democratici meridionali, e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera…A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più d’ogni altro il ‘Popolo d’Italia (30)…Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 111, in proposito scriveva: “La destra parlamentare, come si è già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale. Con l’avvento della sinistra, ormai consolidata dal propagarsi del Socialismo, fu formato il Governo il 20 marzo 1876 – con la presidenza dell’On. Agostino Depretis e con i ministri: on. Giovanni Nicotera, patriota calabrese. Nel decennio del Governo di sinistra al potere si ebbero alcune leggi che agevolarono le condizioni degli operai specialmente etc…”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 159, in proposito scriveva: “…, nell’ambito della Sinistra cominciavano a distinguersi due correnti, quella del rinnovato partito di Azione formato dagli uomini legati a Garibaldi e a Mazzini, e quella dei deputati, in prevalenza meridionali, che tendevano a porre in primo piano i problemi economico-amministrativi dell’unificazione. Tra questi diversi orientamenti non si trovò un’intesa; meglio sarebbe a dire che non la si cercò proprio, perchè non si avvertì chiaramente la divergenza esistente tra le due correnti, le cui istanze si accavallavano disordinatamente. Senza un piano d’azione, senza intese preventive, la Sinistra non ebbe nel Parlamento una linea di condotta precisa, né riuscì a mettere in difficoltà il governo, che seppe mantenere l’iniziativa. La Sinistra fu battuta innanzitutto nelle discussioni che potremmo dire preliminari, in cui non riuscì a far prevalere il principio dell’origine rivoluzionaria del nuovo Stato.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo Quarto “La polemica su Sapri”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 81 e ssg., in proposito scriveva che: “Fin dal primo momento del suo ritorno dalla fallita spedizione nello Stato Pontificio, prima a Palermo e poi a Napoli, Nicotera si presentò all’opinione pubblica come l’uomo di fiducia del Mazzini (1), l’erede e il vindice dello spirito pisacaniano, e al tempo stesso l’accusatore violento di quei membri del Comitato napoletano che, secondo lui, sarebbero venuti meno agli impegni presi e avrebbero provocato il fallimento della spedizione di Sapri. Tale decisa presa di posizione di Nicotera ebbe naturalmente l’effetto di gettare scompiglio nelle file del partito democratico napoletano che, oltre alla delusione per la sconfitta politica, si vedeva così ricoprire di discredito.”. Capone, a p. 81, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. G. Mazzini a Carlo Lodi, novembre 1860, in S.E.I., vol. LXX, Epistolario, vol. XLI, Imola, 1935, pag. 211: “Nicotera, del resto, rimane mio incaricato a Napoli”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Etc…”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a pp. 76-77 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma la realtà era tutta diversa da come Mazzini aveva sperato. Nicotera infatti si trovò di fronte l’ordine preciso di frazionare le truppe dei volontari che sarebbero partiti in convogli successivi per la Sicilia (61).”. Capone, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 454-455, in proposito scriveva che: “E non c’era, per di più, attorno a Garibaldi quella gente che aveva ideee notoriamente repubblicane ? E’ vero che tutti quanti affermavano che, pur di fare l’Italia, a quelle ideee avevan rinunciato, ma questa loro affermazione meritava fede ? Sono proprio leali come Garibaldi, Bertani e Mazzini, Nicotera e Carlo Cattaneo e tanti altri, fra cui lo stesso Crispi, quando sventolano la bandiera “Italia e Vittorio Emanuele!” ?”…. Intanto, il Pianciani, il Nicotera sulle bandiere della loro spedizione quello scudo non ce l’avevan neanche messo. Si deve riconoscere che per costoro Cavour aveva piena ragione di diffidare. Etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 341, in proposito scriveva che: “Il solo capo repubblicano attivo in Sicilia era stato Nicotera, il quale venne privato del comando proprio per tale motivo.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892).”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Mario Vinciguerra (…), nel suo “I partiti italiani dal 1848 al 1955”, a p. 57, in proposito scriveva che: “…..si mosse la politica interna italiana nel periodo 1861-’76, ed a causa di ciò questo periodo assistette alla graduale dissoluzione della maggioranza cavouriana uscita dalle elezioni del 1861. Questa maggioranza personale, anche dagli storici, perpetuando l’equivoco, si è continuata a chiamare con nomi allora in uso di sedtra (dopo il 1876 “destra storica”. un rispettoso atto di morte), oppure di “conservatori” o di “liberali”- in contrapposto ai “progressisti” o “democratici” della sinistra – ; ma è chiaro che questo oscillare incerto di nomi era sintomo di interiore mancanza di omogeneità; del convivere di idee e fini diversi, e talora discordi.. E, in realtà, che cosa poteva significare la denominazione di destra per un partito che aveva combattuto ad arma corta contro l’autentica destra del parlamento subalpino, ed anche ultimamente aveva fatto una specie di giuramento nelle mani di Cavour che Roma doveva diventare capitale del Regno d’Italia e cessare di esserlo dello Stato del Papa? Quali pensieri, quali sentimenti della parte di destra del paese poteva illudersi di rappresentare? E ce cosa poteva significare la denominazione si “conservatori” per un partito che, per mezzo della Società nazionale (v. cap. VII), dal 1856 al 1860, era entrato in rapporti con Garibaldi, etc…”. Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a p. 86, parlando di Nicotera scriveva: “Anche con l’avvento della Sinistra storica al governo, la situazione resta la stessa; anzi, per molti aspetti, l’atteggiamento disinvolto di molti suoi esponenti provoca rimpianti e delusioni. A Salerno, in particolare, lo “scandaloso processo” del 1877, che vede protagonista Nicotera, “fatti segno di atroci sospetti per la parte avuta nella spedizione di Pisacane”, si conclude “con la condanna degli ingiusti accusatori, ma anche con l’ombra che sempre lasciano queste cose”(79). Messi a disagio dalle diffidenze e pressati dai problemi quotidiani, sia gli uomini plitici sia gli amministratori locali sembrano definitivamente rinunciare al compito, svolto per un breve periodo, di celebrare l’unità nazionale al fine di coinvolgere i ceti popolari.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 591-592, in proposito scriveva che: “Ma la Sinistra aveva troppo promesso per poter tutto mantenere; d’altra parte i prodigi per accontentare Garibaldi neppur essa poteva farli; talchè non correranno molti mesi che il principale suo paladino ne sarà divenuto il principale avversario. Eccolo quindi nel 1879 piombare di nuovo come folgore a Roma, destandovi le consuete alternative d’inquietudine e d’entusiasmo, e predicando a tutti, dal Re che lo visitava pel primo in sua casa, al più modesto giornalista e al più umile operaio, la necessità di disfarsi dell’uomo fatale, e l’uomo fatale era per lui il Depretis; di riconciliare tutte le frazioni discordi della Sinistra, cementandone con un Ministero che ne comprendesse le sommità più pure l’auspicata concordia (1); di affrettar soprattutto l’adempimento delle fatte promesse, che per Garibaldi non ammettevano indugi e non conoscevano confine. Etc…”.
Nel 1861, il “mito” di Sapri, le polemiche e le accuse di Giovanni NICOTERA
Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) d………………”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci e ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 291, riferendosi a Giovanni Nicotera, in proposito scriveva che: “Anche in questo costituto tenne parola delle trame dei Murattiani, ma sempre tacendo i nomi di coloro che vivono nell’interno del regno. Confermò poi i diversi proclami da lui sotoscritti, sebbene gli sarebbe stato facile negarli a causa della ferita alla mano dritta che gl’impediva di scrivere, e quindi fare il confronto del carattere, come pure la missione che si era dato appena giunto a Sapri di arrestare e fucilare il capourbano Peluso, che è precisamente quello che assassinò l’infelice Carducci. In una parola, dai suoi costituti nulla rilevasi che possa menomamente far male, né agli uomini del suo partito, né al suo principio politico, né infine agli stessi Murattiani che sono nel Regno.”. Cassese, a p. 272 si chiedeva: “…quale fu l’atteggiamento di Nicotera durante il processo di Salerno e in che misura egli contribuì, per motivi di carattere soggettivo ed ideologico, alla formazione di quella spessa incrostazione di equivoci che ancora oggi fa apparire poco chiare certe linee di quel grande avvenimento?…..(p. 273) A redere più concitato ed enigmatico lo svolgimento del processo contribuì in misura esorbitante Giovanni Nicotera, che dopo la morte di Carlo Pisacane e di Giovanbattista Falcone, era rimasto il padrone incontrastato della scena, l’attore che sa di svolgere un ruolo di grande impegno in tutta l’azione drammatica. Figura sconcertante quella di Nicotera, figura apparentemente complessa, contraddittoria fino all’esasperazione, e perciò tra le più discusse e criticate, nella vita privata e in quella di uomo politico, patriota, cittadino, ministro. Il suo temperamento essenzialmente teatrale, la sua indole impulsiva, che lo spinse talvolta a gesti inconsulti, il suo esagerato amor proprio che lo portava a ritenersi infallibile, la paura quasi infantile di essere mal giudicato e di non far bella figura, che esasperava la sua suscettibilità: etc…(p. 277) Giovanni Nicotera, a sua volta, si scagliava dal carcere contro la “indifferenza” di Salerno che definiva “ingeneroso e corrottisimo paese” (poco dopo, però, secondo il suo solito mutò parere), senza rendersi conto che i tempi erano ormai mutati e che l’impresa di Sapri aveva segnato il limite ultimo della crisi del mazzinianesimo. Ma Nicotera non era un uomo tanto riflessivo da meditare sulle cause profonde del fallimento della spedizione; Nicotera, irascibile ed impulsivo, s’intestardì nel credere fermamente che la spedizione aveva avuto esito infelice perché vi era stato chi aveva tradito la causa per fiacchezza d’animo, per leggerezza, per incapacità e per paura. Per lui Fanelli, Dragoni, Pateras, cioè i capi del Comitato napoletano, si erano resi colpevoli di tradimento; avevano tradito etc…”. Cassese, a p. 279 racconta l’episodio accaduto con il duello con Petruccelli della Gattina. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva pure: “Pur nell’esplicito riconoscimento della grandezza morale del sacrificio di Pisacane, la critica al partito mazziniano, come vede, è fatta apertamente. La reazione quindi fu immediata: Mazzini stesso e Nicotera, in due lettere inviate al “Popolo d’Italia”, rigettarono ogni colpa del fallimento della Spedizione sui componenti del Comitato napoletano. Ma in difesa di questi insorse subito Nicola Fabrizi, che con Fanelli e Dragone era stato in stretti rapporti epistolari con Malta etc…”. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva che: “Quello contro cui si appuntò maggiormente l’ira di Nicotera fu il povero Fanelli. In quello stesso anno, 1864, incontrandosi con lui per le vie di Napoli, lo aggredì insultandolo con l’epiteto di traditore. La conseguenza fu una sfida a duello, che non ebbe luogo per intercessione di amici comuni…, ma poco dopo Nicotera, con la stessa impulsività con cui l’aveva aggredito, si riconciliò con lui e volle poi nel 1871 presentarlo lui stesso agli elettori di un collegio del salernitano, quello di Torchiara, dove fu eletto in competizione col barone Francesco Antonio Mazziotti. L’anno successivo fu la volta di Diego Tajani. Questi, come si sa, fu il difensore di Nicotera al processo di Salerno e riscosse lodi e ringraziamenti per la difesa che fece di lui e degli altri imputati. Ma Nicotera, tuttavia, serbava contro il Tajani un sordo rancore, che esplose in un attacco violento sul “Popolo d’Italia”, dove egli stesso accusò colui che lo aveva difeso con perizia e coraggio, di essere stato murattista, di essere stato pavido etc…(p. 283) Subito dopo aver assunto la carica di Ministro dell’Interno, Nicotera fu fatto segno ad un attacco giornalistico di particolare violenza. La “Gazzetta d’Italia” di Firenze, nel n. 307 del 1° novembre ’76, pubblicò un articolo intitolato ‘L’eroe di Sapri. Autobiografia di Giovanni Nicotera’, in cui veniva raccontata la partecipazione di Nicotera alla Spedizione e, in base ad alcuni interrogatori, veniva descritto il suo atteggiamento durante il processo di Salerno etc…..”, il 2 Novembre il il giornale fu sequestrato ed il giornalista Sebastiano Visconti fu messo sotto processo. Forse l’assenza di documenti attestanti l’opera di alcuni in quel periodo storico (ad esempio, al Comune di Sapri, mancano le Delibere Decurionali di quegli anni – il Libro esistente arriva fino al 1844), potrebbe trovare riscontro in cio che Leopoldo Cassese, a p. 285 riscontrava quando scrive: “E’ passato un secolo dal processo per la spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua ‘Cronaca del Comitato Segreto di Napoli’ – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quegli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”. Cassese, a p. 287, riferendosi al primo interrogatorio del 2 luglio 1857 che il Nicotera subì subito dopo l’eccidio di Sanza, in proposito scriveva pure che: “In questo interrogatorio Nicotera, dopo avere enfaticamente parlato della sua partecipazione ai moti del ’48 e agli avvenimenti della Repubblica Romana, disse tutto quello che sapeva della preparazione della Spedizione, dell’esistenza di un Comitato a Napoli, dei rapporti di Pisacane con i suoi componenti, dell’andata dello stesso Pisacane colà per assicurarsi dell’organizzazione nella capitale e nelle provincie, riconobbe tutti i documenti che gli furono esibiti e soprattutto si diffuse nel dare notizie circostanziate sul partito murattista e sulle sue mene in Napoli, rivelando i nomi dei suoi più attivi componenti. Diede poi i precisi connotati dei du giovani di Padula, i fratelli Santelmo, per consiglio dei quali la colonna dei rivoltosi si era diretta in quella cittadina….La descrizione dei due giovani di Padula portò all’arresto dei fratelli Santelmo, i quali il 13 agosto furono messi a confronto con Nicotera, ma costui, già pentito di aver detto troppo, finse di non riconoscerli. Tre anni dopo, come abbiamo visto, accusò uno dei due fratelli di tradimento.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Aspetti della vita intellettuale a Salerno dopo il 1860 e gli studi intorno al Risorgimento”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Ma, d’altra parte, i tempi non volgevano ancora propizi per iniziare una esatta valutazione degli avvenimenti, perchè erano ancora vivi molti uomini che vi hanno partecipato; era ancora vivo Giovanni Nicotera il quale riuscì a monopolizzare nella sua persona tutto il patriottismo salernitano, e a dominare, quasi incontrastato, la provincia come rappresentante politico del capoluogo dal 1861 alla morte, suscitando qui come in tutta la nazione, rancori profondi ed aspre polemiche a causa del suo temperamento dispotico e settario.”. Su Giovanni Nicotera, dopo l’epopea del 1860, nel 18….., ha scritto Jessie White Mario (….), nel suo, “In memoria di Giovanni Nicotera”, ed……………Come ho scritto, la White, moglie di Mario attinse alle carte dell’Archivio Bertani. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 228, in proposito scriveva che: “….Salerno memore del suo martirio, per rimunerarlo dei sagrifizi fatti per la patria ; dal 1861 in poi , gli ha sempre e in tutte le legislature, che da quell ‘ epoca sonosi seguite, rinnovato il mandato di rappresentarla in Parlamento ; nel quale egli da giovane acquistò subito brillante posizione , sino a che nel 1876, caduto il partito di destra dal potere , per sua principale attitudine, dal re Vittorio Emanuele, veniva chiamato al dicastero degli affari interni, nella cui qualità si distinse per ingegno e somma energia nel distruggere il brigantaggio , la camorra e la maffia. Egli tuttora vive , vigile custode dei destini d’ Italia, e il suo paese , S. Biase , a perenne ricordo delle sue virtù , come cittadino, soldato e uomo di Stato, gli ha eretto un grandioso monumento.”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I Democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 159, in proposito scriveva: “…, nell’ambito della Sinistra cominciavano a distinguersi due correnti, quella del rinnovato partito di Azione formato dagli uomini legati a Garibaldi e a Mazzini, e quella dei deputati, in prevalenza meridionali, che tendevano a porre in primo piano i problemi economico-amministrativi dell’unificazione. Tra questi diversi orientamenti non si trovò un’intesa; meglio sarebbe a dire che non la si cercò proprio, perchè non si avvertì chiaramente la divergenza esistente tra le due correnti, le cui istanze si accavallavano disordinatamente. Senza un piano d’azione, senza intese preventive, la Sinistra non ebbe nel Parlamento una linea di condotta precisa, né riuscì a mettere in difficoltà il governo, che seppe mantenere l’iniziativa. La Sinistra fu battuta innanzitutto nelle discussioni che potremmo dire preliminari, in cui non riuscì a far prevalere il principio dell’origine rivoluzionaria del nuovo Stato.”. Alfredo Capone (….), a p. 92-93 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa impostazione di Nicotera, che era uno dei più rappresentativi esponenti dell’opposizione democratica meridionale, riassumeva in modo adeguato lo stato d’animo più autentico e diffuso del partito d’azione nel Mezzogiorno, quale esso era nella realtà, al di là di più avanzate, ma, spesso, solo dottrinarie sollecitazioni. Né si può dire che Nicotera fosse un isolato; anzi, egli era assai autorevole, nel partito, e inoltre la sua attività politica era circondata da un’ampia propaganda (23). In realtà egli esprimeva bene il carattere verbalmente radicale, ma socialmente moderato, della base del partito d’azione, che era pure più sensibile a concessioni immediate, che a un rigido dottrinarismo. Ciò, fra l’altro spiega anche come attorno a Nicotera si raggruppassero non solo gli “scontenti generici”, ma anche talune frange del conservatorismo autonomista.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “I. La Sinistra meridionale e i problemi del paese (1860-1865)”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 41 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra gli uomini che si trovarono a Napoli nei turbinosi mesi immediatamente successivi all’unificazione del Mezzogiorno, non furono pochi, come è noto, coloro che si provarono a dare un’analisi della complessa situazione politico-sociale dell’ex-Regno, e che credettero di individuare in questo o quel fatto storico o di costume, la causa prima di disgregamento meridionale. Le analisi più diffuse, ma anche le meno profonde, facevano per lo più riferimento alla complessiva arretratezza politica e civile della società meridionale, e delle sue classi dirigenti, come frutto del malgoverno e del dispotismo borbonico. Ma non mancarono coloro che spinsero il loro sguardo al di là della superficie e cercarono nelle vicende delle classi sociali la chiave per spiegare unitariamente la storia recente del Mezzogiorno. Ad esempio, abbastanza acutamente, uno scrittore del partito d’azione, in un articolo sul ‘Popolo d’Italia’ dal titolo “Popolani e borghesi di Napoli”, del gennaio 1861, poneva l’accento sulle vicende della borghesia meridionale: ne denunciava la arretratezza, ma soprattutto – ciò che è più interessante – ne sottolineava la ristrettezza, come classe sociale, il che dava ad essa un carattere di frammentarietà, sia sul piano degli atteggiamenti politici che dei concreti interessi economici (1). Dietro questo concetto di frammentarietà non c’è dubbio che si debba scorgere la divisione tra grossa e piccola borghesia terriera.”. Capone, a p. 41, nella nota (1) postillava: “(1) “Il Popolo d’Italia”, 14 gennaio 1861; sul giornale democratico, in questi mesi, cfr. il severo giudizio di E. Passerin d’Entrévers: “etc…”, in ‘L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 140.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 119-120, in proposito scriveva che: “Tuttavia, gli sforzi del governo per ostacolare la continua ascesa della sinistra nel Mezzogiorno erano destinati al più completo insuccesso; una ascesa che – come è noto – fu uno dei fattori decisivi che portarono alla “rivoluzione parlamentare” del 18 marzo 1876 e all’assunzione, da parte di Nicotera, del Ministero dell’Interno nel primo Gabinetto Depretis (69).”. Capone, a p. 119, nella nota (69) postillava: “(69) B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Bari, 1928, p. 11.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 123-124, in proposito scriveva che: “Erano, pertanto, nel giusto coloro che, difronte ai tanti problemi sociali non risolti dallo Stato unitario avevano rivendicato per sé la vera eredità morale e politica di Sapri. Già il 2 luglio 1865, infatti, la commemorazione di pisacane fu tenuta a Salerno, non da Nicotera, ma da Onofrio Pacelli e Ermenegildo Romanelli, esponenti dei nascenti raggruppamenti democratici e socilaisti. Pacelli, in quella occasione, parlò del Risorgimento italiano come di una “rivoluzione troncata a mezzo”, e ribadì la necessità di riprender l cammino iniziato da Pisacane e poi interrotto; “non basta – egli disse – offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo (di Pisacane) programma, e giuriamo di compierlo”(81). Queste affermazioni del Pacelli aprivano coraggioe prospettive su un futuro più democratico e ponevano reali e gravi problemi che nuove forze politiche e sociali avrebbero poi dovuto avviare a soluzione. Le parole del Pacelli, inoltre, condannavano senza possibilità di appello, l’inganno del “mito” nicoterino di Sapri, come copertura ideologica di interessi prevalentemente conservatori.”. Capone, a p. 124, nella nota (81) postillava: “(81) “Il Popolo d’Italia”, 4 luglio 1865″. Capone, a p. 124, così concludeva: “Tuttavia, anche quel “mito” – di per sé equivoco – va visto all’interno delle vicende della Sinistra meridionale e del suo sforzo, certamente positivo, di trasformare le opposizioni allo Stato in opposizioni al Governo e di aprire a nuove forze, più concrete prospettive di inserimento nello Stato (82).”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 174, in proposito scriveva: “Arrivato a questo punto della narrazione, mi si presenta l’ azione più rilevante, e nel tempo stesso più sventurata, che la parte rivoluzionaria ebbe tentata nelle province meridionali in quel tristo periodo di scoraggiamento generale. Io intendo parlare della eroica spedizione di Sapri, preconizzatrice di quella de’ Mille di Marsala. Era mio intendimento narrarla particolareggiata; ma la sua importanza richiedeva una compiuta monografia co’ documenti giustificatici. Mi posi anche al lavoro; ma mi avvidi che la economia dell’opera generale ne avrebbe sofferto; che avrei dovuto uscire dallo scopo prefissomi, di notare alcune memorie sulla rivoluzione del 1860, e sulle cause preparatorie, talchè avrei dovuto modificare il mio concetto. E tanto più mi raffermai quanto che nel corso del 1864 vennero fuori in Napoli alcuni scritti che narravano del fatto, e tra questi citerò come autorevole quello di Niccola Fabrizi.”.
Dal 30 giugno 1861, la provincia di Salerno, feudo elettorale di Giovanni NICOTERA ed il suo ruolo nell’Italia post-Unitaria
E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, fin dal 1860 aveva anche intrapreso un’attività politica, pubblicando articoli su un giornale, Il popolo d’Italia, al quale collaborava anche Aurelio Saffi; per un decennio fu su posizioni di estrema opposizione; dal 1870 iniziò tuttavia ad appoggiare le riforme militari di Ricotti-Magnani. Massone, nel 1864 fu eletto membro del Grande Oriente d’Italia dall’Assemblea costituente di Firenze, dove nel 1867 fu membro della Loggia “Universo”. Nel 1869 fu Maestro venerabile della Loggia “Rigenerazione” di Napoli e nel 1872 fu eletto membro del Consiglio dell’Ordine. Dalla Treccani on-line leggiamo che quel successo partiva da lontano. L’azione politica dispiegata nel collegio di Salerno (comprensivo anche di Sapri), in cui fu eletto ininterrottamente dal 1861 al 1892, rivelava una compattezza nei consensi che annullava ogni distinzione tra schieramenti e ceti sociali. Si presentava come il martire di Sapri, ma non rinunciava a servirsi di ex borbonici che vedevano in lui l’avversario del nuovo regime e del piemontesismo. Inoltre, insieme con Giuseppe Lazzaro e al duca Gennaro Sambiase Sanseverino di San Donato, fu molto attivo nella vicenda amministrativa del Municipio e della Provincia di Napoli. Nonostante i contrasti ripetuti con i rappresentanti moderati del potere centrale, in particolare con il prefetto di Rudinì, i tre intesserono una fitta rete politica che, grazie al sostegno della massoneria e al consenso diffuso della piccola borghesia, assicurò a San Donato il controllo quasi ininterotto dell’amministrazione provinciale dal 1871 al 1901. Oltre al collegio di Salerno e all’area napoletana, in cui operava l’Associazione del progresso, un terzo polo territoriale che dava forza a Nicotera era la Calabria. Dal 1869 aveva insistito in Parlamento per il rafforzamento di alcune infrastrutture importanti come gli approdi di Paola e di Pizzo, lamentando l’isolamento regionale, che l’avrebbe poi portato a ripresentare continuamente la proposta modernizzatrice del tracciato ferroviario tra Eboli e Reggio Calabria. Da questi tre poli estese poi la sua influenza politica a Benevento, Caserta, Avellino e alla Puglia, mentre nell’area lucana si appoggiò su grandi notabili di livello nazionale come Pietro Lacava e Ascanio Branca. Questa articolata costellazione politica interregiornale poté contare altresì sul sostegno di alcuni fogli periodici: il Corriere delle Puglie a Bari, L’Avanguardia a Cosenza, La Costituzione a Benevento. Fattasi così portavoce della Sinistra meridionale, la rete nicoterina non riuscì però a impiantarsi in Sicilia, dove erano presenti altri leader e interessi già coalizzati. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera fu deputato del collegio di Salerno per trentatrè anni, dal 30 giugno 1861 – da quando vi fu eletto in seguito alle dimissioni di Giovanni d’Avossa – fino alla sua morte, avvenuta a Vico Equense il 13 giugno 1894 (1). Trentatrèanni di dominio incontrastato, che fecero di Salerno un vero e proprio “feudo” elettorale, governato dal barone Nicotera con metodi che apparvero così autoritari, che recentemente uno storico ha potuto paragonarli a quelli fascisti (2). Tuttavia, una analisi del rapporto tra Nicotera e il suo collegio elettorale, non può fermarsi soltanto agli aspetti del costume; i quali vanno calati nelle condizioni economico-sociali della provincia di Salerno e messi in relazione con gli orientamenti culturali e politici della borghesia salernitana negli anni dopo l’Unità (3).”. Capone, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) v. A. Moscati, I ministri del Regno d’Italia (vol. IV), op, cit., p. 13, e ‘La Provincia di Salerno vista dalla R. Società Economica, Salerno, 1935, pp. 86 e ssg.”. Capone, a p. 99, nella nota (2) postillava: “(2) M. Vinciguerra, I partiti italiani dal 1848 al 1855, Roma, 1955, p. 69, dove a proposito delle elezioni del 1876, si sottolinea la tendenza del Nicotera a costituire un “monopolio di partito”; il Vinciguerra, ivi, definisce Nicotera “un misto di giacobino e di feudatario meridionale”. Capone, a p. 99, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. G. Santoro, L’economia della provincia di Salerno nell’opera della Camera di Commercio, 1862-1862, Salerno, 1964; notizie sulle condizioni economiche della provincia di Salerno sono in L. De Rosa, Il Banco di Napoli nella vita economica nazionale (1863-1883) Napoli, 1964, pp. 390 e ssg.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nicotera, deputato di Salerno, appariva dunque – si potrebbe dire – l’uomo giusto al posto giusto. E non solo perché i salernitani conoscevano assai bene Nicotera, il compagno di Pisacane, il processato di Salerno, la vittima illustre della tirannide borbonica, cui essi avevano tributato anni prima un’ammmirazione calda e sincera; ma anche perché Giovanni Nicotera si presentava, all’indomani dell’Unità, come l’uomo di fiducia di Mazzini, il radicale per eccellenza, l’espressione più vera di quella generica “rivoluzione” meridionale che era stata la confusa ideologia della maggior parte del patriottismo locale che ora sembrava prolungarsi e personificarsi in lui. Era naturale, pertanto, che soprattutto la piccola borghesia intellettuale salernitana, che era partecipe e custode di quella ideologia, gli riserbasse un appoggio fervido e incondizionato.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 109, in proposito scriveva che: “Non solo le elezioni, ma nessun movimento politico locale sfuggiva al Nicotera che attraverso i suoi agenti controllava uomini e situazioni. Ad esempio, nel febbraio ’64 si tenne una riunione della Massoneria in cui, alla presenza di due emisari venuti da Napoli, si parlò di una prosima insurrezione; vi presero parte oltre ai mazziniani, gli agenti di Nicotera, cioè “non pochi di quei borbonici più screditati che presero una parte attiva alla elezione del Nicotera, gli avvocati De Bonis, Autuori, Brajone. In tal modo il Nicotera andava sempre più consolidando a Salerno il suo “regime”, e lo rafforzava, fra l’altro, collocando a capo delle aministrazioni comunali alcuni uomini fidati, travolgendo all’occorrenza senza scrupoli quanti ostacolavano i suo piani (29). Alla Prefettura, inoltre, giungeva notizia che Nicotera continuava ad eccitare nele zone più arretrate dela provincia il malcontento della popolazione contro il governo, attraverso la popagada dei suoi emsari nel circondario di Campagna, ad esempio, etc..”. Mario Vinciguerra (….), I partiti italiani dal 1848 al 1955, Centro editoriale dell’Osservatore, Roma, 1955, a pp. 68-69in proposito scriveva che: “…in quell’ambigua giornata del 18 marzo del ’76 avesse avuto luogo un avvenimento rivoluzionario, una “rivoluzione parlamentare”. Senonché, passata la giornata e le concesse polemiche giornalistiche, e rientrati nella carreggiata della normale vita parlamentare, si presentava il problema di come raggiungere la maggioranza: questa volta, per assicurare l’esistenza al ministero sorto dalla minoranza. A questo problema si dedicò, con passionalità che metteva in tutte le cose, un uomo singolare, che aveva preso posto al ministero dell’Interno: il barone Giovanni Nicotera. Nicotera era un misto di giacobino e di feudatario meridionale. Irruente ed astuto, generoso e prepotente, egli trovò naturalissimo che un ministro dell’Interno considerasse apertamente i prefetti come gli agenti elettorali e intimidatori in servizio del governo in carica. Etc..”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) d………………”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867). Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale. Di un pregevole studio di Alfredo Capone (29) cito i passi seguenti: “….Questa eredità romantica, (quella di contrapporre Garibaldi a Cavour) che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere intatta, nel ’60 in molti democratici meridionali, e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera…A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più d’ogni altro il ‘Popolo d’Italia (30)…Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”.
Nel 3 luglio 1861, le Elezioni Provinciali in Provincia di Salerno
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, oltre a dici dell’elezione di don Paolo Gallotti, figlio di Carlo e nipote di Giovanni, a Consigliere Provinciale della Provincia di Salerno, a p. 219, nella nota (60) postillava: “(60) Per il mandamento di Sanza (n. 28) fu eletto Giuseppe Picinni fu Filippo con voti 70; per il Mandamento di Montesano (n. 27) Francesco Gervasio fu Federico, voti 29; per il Mandamento di Diano (n. 26) Pasquale de Honestis fu Cono, voti 44; per il Mandamento di Torre Orsaja (n. 44) Giuseppe Speranza di Pietrantonio, voti 88, legale; per il Mandamento di Pisciotta (n. 46) Luciano Saulle fu Carlo voti 99; per il Mandamento di Camerota (n. 47) Vincenzo Sebastiano di Napoli, sacerdote, voti 101; per il Mandamento di Laurito (n. 48) il 70enne Francesco Carelli fu Domenico, legale, voti 172.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 219, in proposito scriveva che: “Legale di pofessione, morì settentenne il 21 aprile 1893. Durante il periodo del Governatorato, il 3 luglio 1861 fu proclamato Consigliere Provinciale, eletto per il Mandamento di Vibonati (59) Circondario di Sala, (Mandamento numero 29)(60) con 130 preferenze.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (59) postillava: “(59) Il comune di Vibonati, con delibera dell’8 agosto 1860 propose le terne dei candidati: Pugliesi Vincenzo, paternità Giacomoantonio, età 55, Legale, Vibonati, rendit. 268,12; Demarco Felice, di Domenico, età 55, Dr. Fisico, di Tortorella, rendita 151; Perazzo Pietro Paolo, di Carmine, età 65, legale, di Torraca; 2° Terna: De Petrinis Giuseppe, di Domenico, età 46 possidente, di Sala, rendita 2000; Gallotti Paolo, di Carlo, età 38, possidente, di Casaletto, rendita 125; Falcone Domenico, di Felice, età 44, possidente, di Sala, rendita 250.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 430, in proposito scriveva che: “Nel 19 Maggio 1861 si procedè pure nei tre Comuni del Mandamento all’elezione del Consigliere Provinciale, e rimase eletto il Dott. Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, cittadino di sensi retti e liberali; indi, essendo stato sciolto il Consiglio Provinciale di Basilicata con R. Decreto 21 Dicmbre 1862, fu eletto, nella votazione del 1° Marzo 1863, l’Avv. Giuseppe Mango, che ebbe nella storia cittadina onorevole parte, come s’è visto innanzi etc..Egli fu pure Deputato Provinciale, carica che per lo più fu conferita al Consigliere Provinciale del nostro Mandamento (1).”. Pesce, a p. 430, nella nota (1) postillava: “(1) Il Cav. Giuseppe Mango rimase nel Consiglio Provinciale fino al 1876, come ho riferito a p. 74, e morì in Napoli nel 1881 fra il compianto generale, e di lui ben disse il Prof. Rocco Romanelli in un’iscrizione etc…”.
Nel 1861, I MAZZIOTTI antagonisti di Giovanni Nicotera
Dunque, Capone scrive che nelle elezioni politiche del 1865, nella Provincia di Salerno fu eletto Lucio Magnoni, amico di Nicotera, nel collegio di Torchiara, che batté l’altro candidato Francesco Antonio Mazziotti (….), se non erro nipote dello zio Matteo Mazziotti, barone di Celso e noto storico. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Matteo nacque a Napoli, nel palazzo Mazziotti a Trinità Maggiore, dal barone Francesco Antonio Mazziotti di Celso e dalla baronessa Marianna Pizzuti. La famiglia apparteneva all’aristocrazia terriera cilentana, proveniente dal borgo di Celso (presso Pollica) che insieme a Stella e Torricelli costituivano i feudi familiari. Il padre, oppositore del regime borbonico era stato costretto prima a trasferirsi a Napoli sotto sorveglianza nel 1838 e, dopo la sua partecipazione ai moti del Cilento del 1848, fu costretto a riparare a Genova nel 1849. La madre, che aveva seguito il marito nel 1850, tornata a Napoli per problemi di salute nel 1851, dove diede alla luce Matteo, fu costretta nuovamente all’esilio nel 1853, accusata di propaganda mazziniana, e morì per un’epidemia di colera nel 1855. Il padre si risposò nel 1857 con la genovese Anna Gibelli. Da Wikipedia leggiamo che Francesco Antonio Mazziotti nacque a Stella Cilento, dal barone Pietro Mazziotti (figlio di Ferdinando Mazziotti barone di Celso e S. Maria della Stella, signore di Torricelli e dalla nobile Giustina Vassalli) e da Anna Maria Sodano, una donna di umili condizioni. Apparteneva ai baroni Mazziotti di Celso, discendenti degli omonimi patrizi di Capua. Il padre, che sotto l’occupazione francese aveva esercitato funzioni pubbliche ed era stato influenzato dalle idee liberali, fu arrestato dalla polizia borbonica per la sua adesione alla setta politica dei Filadelfi, morendo in carcere a Salerno nel 1829. Messo sotto la tutela dello zio Matteo, amministratore del patrimonio familiare, nell’ottobre 1830 Francesco Antonio Mazziotti si sposò con la baronessa Marianna Pizzuti, di Montecorvino Rovella e si stabilì nel palazzo Mazziotti a Celso di Pollica. Manifestò sentimenti liberali e nel giugno 1838 gli fu ordinato con un’ordinanza prefettizia di trasferirsi a Napoli. A Napoli risiedette nelle proprietà familiari: palazzo Mazziotti a Trinità Maggiore e villa Mazziotti a Posillipo. Nell’aprile 1860 il barone Mazziotti fece parte della commissione incaricata di reperire uomini, fondi e mezzi per la spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi. In luglio, fruendo dell’amnistia che re Francesco II di Borbone concesse per ingraziarsi i liberali in funzione anti – garibaldina, il patriota napoletano intrattenne fitti rapporti con il marchese di Villamarina, ambasciatore piemontese a Napoli, e con il conte di Cavour adoperandosi per l’annessione al Piemonte. Con le elezioni del 1861 per il nuovo Parlamento italiano, il barone Mazziotti fu eletto deputato per i collegi di Montecorvino e Torchiara, sedendo tra i banchi della Destra storica. Fu rieletto deputato del Regno d’Italia nel 1867 per il solo collegio di Torchiara, sostenendo alla camera dei deputati le posizioni della destra cattolica. Durante il suo mandato, con regio decreto del 25 novembre 1868, fu autorizzato a portare il titolo di barone di Celso. Sconfitto alle elezioni del 1870 dal candidato della Sinistra storica, Giovanni Nicotera, e poi anche nella tornata elettorale del 1871, Francesco Antonio Mazziotti morì improvvisamente il 29 gennaio 1878 a Napoli, a 66 anni, alla vigilia del suo terzo mandato.
Nel 3 luglio 1861, don Paolo GALLOTTI, figlio di Carlo e nipote del barone Giovanni fu proclamato Consigliere Provinciale
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 219, in proposito scriveva che: “Legale di pofessione, morì settentenne il 21 aprile 1893. Durante il periodo del Governatorato, il 3 luglio 1861 fu proclamato Consigliere Provinciale, eletto per il Mandamento di Vibonati (59) Circondario di Sala, (Mandamento numero 29)(60) con 130 preferenze.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (59) postillava: “(59) Il comune di Vibonati, con delibera dell’8 agosto 1860 propose le terne dei candidati: Pugliesi Vincenzo, paternità Giacomoantonio, età 55, Legale, Vibonati, rendit. 268,12; Demarco Felice, di Domenico, età 55, Dr. Fisico, di Tortorella, rendita 151; Perazzo Pietro Paolo, di Carmine, età 65, legale, di Torraca; 2° Terna: De Petrinis Giuseppe, di Domenico, età 46 possidente, di Sala, rendita 2000; Gallotti Paolo, di Carlo, età 38, possidente, di Casaletto, rendita 125; Falcone Domenico, di Felice, età 44, possidente, di Sala, rendita 250.”. Policicchio, a p. 219, nella nota (60) postillava: “(60) Per il mandamento di Sanza (n. 28) fu eletto Giuseppe Picinni fu Filippo con voti 70; per il Mandamento di Montesano (n. 27) Francesco Gervasio fu Federico, voti 29; per il Mandamento di etcc…”. Dunque, Policicchio scriveva che don Paolo Gallotti (uno dei figli di don Giovanni Gallotti, barone di Battaglia), in occasione delle elezioni del Consiglio Provinciale, il 3 luglio 1861 (“nel periodo del Governatorato”) fu proclamato Consigliere provinciale eletto nel Mandamento di Vibonati del Circondario di Sala Consilina. Policicchio scrive pure che il comune di Vibonati, l’8 agosto 1860 deliberò e propose la tera di candidati a detta elezione: Pugliesi (probabilmente Pugliese) Vincenzo ecc..”.
Nel 23 agosto 1861, a Centola, i briganti a Centola
Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 231, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto un’altra compagnia, al comando del capitano Caccia, dopo aver sostenuto per oltre due mesi continue scaramucce, li raggiunse e li battè a Torchiara; il 23 agosto avvenne uno scontro di distaccamenti a Centola, mentre il giorno seguente la compagnia del capitano Romagnani cacciava da Villanova le bande che infestavano Amalfi….Sparite le più grosse bande, i briganti si suddivisero in bande più piccole, le quali stancarono le truppe, costrette senza posa ad inseguirle. Finalmente la nostra provincia fu liberata (1862) almeno per il momento da questi malviventi “velenosi serpi – come scrisse al Patella un amico – etc…”.
Nel 1861, la Basilicata, il Lagonegrese e il Cilento, nel Meridione dopo l’annessione al Regno Sabaudo
Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 53-54, in proposito scriveva che: “12) Dopo l’annessione delle provincie meridionali al Piemonte e la proclamazione del Regno d’Italia, si notano in Basilicata fermenti di malcontento che destano viva preoccupazione. Questa, infatti, appare manifesta in alcuni scritti del tempo: Raffaele Rogges (8), Francesco Giambrocono (9), Rocco Brienza (10) e Pasquale Ciccotti (11), in discorsi e scritti di occasione, si soffermano sulle condizioni politiche in cui versa la provincia ed esortano tutta la popolazione ad essere unita intorno alla nuova monarchia (1). Nonostante i tentativi diretti a far convergere la popolazione lucana verso il nuovo ordine di cose, l’ordinamento economico e politico imposto dal Piemonte provoca un profondo malcontento in ogni stato della popolazione la quale, ancora incerta, segue quanto avviene in provincia ad opera del ceto contadino che, dopo aver tentato l’occupazione delle terre, manifesta la propria opposizione al nuovo ordine di cose in atti di brigantaggio che vengono promossi e protetti da coloro che sono rimasti fedeli ai Borboni, dai militari sbandati e dalla ricca borghesia terriera insoddisfatta dalla politica fiscale piemontese (2). Ad accrescere questo malcontento ancora latente, sono le condizioni generali della regione e la indifferenza delle autorità costituite di fronte ai bisogni della provincia: uomini che, per l’attività svolta in seno al movimento liberale rappresentano la parte migliore della borghesia lucana, insistono perché il potere centrale provveda ai più elementari bisogni della regione (3). Ogni loro richiesta, però, rimane inascoltata: le proposte, le ozioni, i voti non vengono presi in considerazione (4) ed a questo atteggiamento del potere centrale, si aggiunge quello dei nuovi funzionari governativi. Costoro assumono infatti, atteggiamenti autoritari che irritano la classe dirigentte (5) ed, estranei completamente all’ambiente, di cui non conoscono le abitudini e non comprendono neppure la lingua (6), anzicché affrontare i problemi che tormentano quelle popolazioni, sollecitano sottoscrizioni straordinarie che provino la devozione della borghesia lucana al nuovo ordinamento politico (1). Nonostante il malcontento venutosi a creare in coloro che avevano sinceramente partecipato alla insurrezione del 1860, il pericolo della reazione, i moti legittimisti svoltisi nell’aprile del 1861 (2), la spedizione di Borjes in Basilicata e la presenza delle numerose bande armate che operano nella regione, uniscono i liberali lucani nella lotta contro il brigantaggio (1) e nella reazione alla posizione assunta ufficialmente dalla Santa Sede nei confronti del nuovo Regno d’Italia (2). Ma la politica governativa, così come si manifesta in Basilicata, provoca sempre maggiori contrasti. Le autorità costituite assumono un atteggiamento inscusabile di fronte al legittimo malcontento della corrente liberale causato dalla indifferenza dei funzionari piemontesi che, preoccupati di reprimere il brigantaggio, di cui non hanno intuito le cause (3), non provvedono ai bisogni più urgenti della regione ed, amministrando la nuova provincia senza tener conto delle aspirazioni delle popolazioni lucane, spingono coloro che avevano promosso ed arginato la insurrezione del 1860 a schierarsi nel movimento di opposizione che fa capo a Giuseppe Garibaldi (1).”. Pedio, a p. 57, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Pedio, L’attività del movimento garibaldino nel biennio 1861-62 attraverso le circolari dell’Associazione dei Comitati di Provvedimento per Roma e Venezia in Rassegna Storica del Risorgimento, a. XLI (1954), pp. 507 ss.”. Pedio, a p. 61, in proposito scriveva che: “Rifacendosi agli studi di Giustino Fortunato, di Leopoldo Franchetti e di Francesco Saverio Nitti, Alfredo Vita, nel soffermarsi rapidamente sulle condizioni in cui versava la Basilicata dopo il 1860, esamina il fenomeo del brigantaggio, ne rileva l’aspetto economico e sociale e pone in risalto come, spesse volte, all’origine dello schieramento della borghesia in favore o contro quel movimento non sia stato un sentimento ideologico, bensì contrasti ed odi personali esistenti in seno alla classe dirigente lucana i cui maggiori esponenti si schierarono dall’una e dall’altra parte sol per combattersi a vicenda e dare sfogo, in tal modo, a vecchi rancori che avevano, sin dalla fine del sec. XVIII, caratterizzato le fazioni locali nei divesi centri abitati della regione (5).”. Pedio, a p. 61, nella nota (5) postillava: “(5) Vita, La Basilicata in La Riforma sociale, a. XIV (1907), vol. XVII, pp. 386.”. Pedio, a p. 61, continuando il suo ragionamento scriveva: “Questo severo giudizio, che non può essere generalizzato anche se chiarisce molte situazioni ed atteggiamenti, non trova consensi tra gli studiosi lucani di storia patria, i quali finiscono per accettare i risultati cui era pervenuto Nicola Nisco che avrebbe ravvisato nel brigantaggio un movimento politico e filoborbonico di ispirazione clericale (6). ….(p. 62) Della vita svoltasi in Basilicata nel decennio 1860-70 (6) si sono recentemente interessati Francesco Nitti, il quale dalle carte di Leonardo Passarelli trae notizie sul brigantaggio materano (7), il Lasorsa, che riassume gli studi del Piani Rossi (8), e, sull’aspetto della economia agraria, molto autorevolmente Raffaele Ciasca (9). Nonostante quegli ultimi contributi, il lavoro fondamentale su questo periodo di storia lucana rimane ancora l’ottimo studio critico di Umberto Zanotti Bianco (10) il quale, nel soffermarsi sulle condizioni in cui versava la regione subito dopo il 1860, traccia le linee cui dovranno attenersi coloro che vorranno illustrare la storia della Basilicata durante il Regno d’Italia ed individuare le cause e l’origine di quel male che, conseguenza delle condizioni economiche e sociali e dei contrasti manifestatisi latenti nella regione sin dal sec. XVIII, sarà estirpato soltanto nelle sue manifestazioni esteriori di brigantaggio senza che siano, però, eliminate le cause che, sotto diverse manifestazioni, continueranno a sussistere ed a caratterizzare la vita lucana nella seconda metà del sec. XIX (11).”. Pedio, a p. 62, nella nota (10) postillava: “(10) Zanotti Bianco, Introduzione storica, in ‘La Basilicata’, Roma, Unione It. Assistenza Infanzia, 1926, pp. 5 ss.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 76, in proposito scriveva che: “Il primo segno di delusione e di una sorta di tradimento, che perpetuava l’esclusione dal potere delle masse popolari povere, fu il brigantaggio, che finì col prendere una piega reazionaria e illiberale. La repressione, la mancata distribuzione delle terre, le mancate riforme sociali, il servizio militare obbligatorio, le nuove tasse erano destinati ad aprire ulteriore frattua tra popolo e potere, anche se, questa volta, il potere era uno Stato che, in ogni caso, dava una Costituzione, apriva scuole e ospedali, e creava strade e ferrovie. E’ pur vero però che, mancando le riforme sociali, mancando la distribuzione delle terre, pur promesse, strade e ferrovie presto non servirono che ad agevolare la fuga verso altri Paesi ed altre terre, in cerca di una vita più vivibile. E fu la prima grande emigrazione.”.
Nel 25 agosto 1862, Garibaldi e Nicotera lo raggiunge in Aspromonte
Da Wikipedia leggiamo che per l’intera esistenza Garibaldi colse ogni occasione per liberare Roma dal potere temporale; grazie al successo passato, nel 1862, organizzò una nuova spedizione, senza considerare che Napoleone III, l’unico alleato del neonato Regno d’Italia, proteggeva Roma stessa. Il 27 giugno 1862 Garibaldi si era imbarcato sul Tortoli a Caprera per la Sicilia. Durante un incontro commemorativo della spedizione dei mille, si convinse a marciare verso Roma (vedi anche: Roma o morte) e trovò 3 000 uomini nei pressi di Palermo pronti a seguirlo. Il 13 agosto arringò il popolo ad Enna, e il 19 incontrò la popolazione di Catania a Misterbianco. Prese due navi, la Dispaccio e la Generale Abbatucci, partendo di sera, costeggiando gli scogli, eluse le navi di Giovanni Battista Albini. Il 25 agosto 1862, alle 4 del mattino, sbarcava in Calabria, fra Melito di Porto Salvo e capo dell’Armi. Con duemila uomini, continuò la marcia, non seguendo la costa per via del fuoco di una nave; si inoltrarono quindi per il massiccio dell’Aspromonte. La sera del 28 agosto si contarono 1 500 uomini; il 29 agosto si scontrarono con le truppe di Emilio Pallavicini a cui il governo di Torino aveva affidato circa 3 500 uomini. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “….e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi. Era il 1861 , al compimento dell’unità della patria mancava Roma e Venezia e tutti avevano un palpito di simpatia per queste provincie, ancora soggette a straniero dominio, ed ecco che Garibaldi lascia la romita sua Caprera, viene nel continente , chiama a raccolta le antiche sue legioni, i suoi amici, tra questi il Nicotera, corre tutta la Sicilia e pervenuto a Catania, s’imbarca per le Calabrie attentandosi sulla etc…”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867).”.
Nel 1863, i Processi per sedizione ai rivoltosi che parteciparono ai tumulti in occasione del Plebiscito
Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 114, in proposito scriveva che: “Molte centinaia di persone, tra cui anche delle donne, furono arrestate e tradotte nelle carceri di Lagonegro per essere sottoposte a processo; alcune furono poi rimesse in libertà, mentre un centinaio di imputati furono trasferiti a Potenza, “dove – scrive il Pesce – istruitosi regolare processo, 43 furono rinviati al giudizio della Corte d’Assise, che da poco aveva incominciato a funzionare coi giudicipopolari, e che con sentenza del dicembre 1863 condannò cinque di essi alla pena di morte, 25 ai lavori forzati a vita e altre a pene minori. L’asprezza di quel verdetto fu mitigata dalla Corte d’Assise di Salerno, davanti alla quale fu ripetuto il dibattimento nel luglio dell’anno 1865″ (1).”. Guida, a p. 114, nella nota (1) postillava: “(1) Pesce C. – Storia della città di Lagonegro – Napoli – Stabilimento tip. Pausini, 1913, pag. 421.”. L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 421, in proposito scriveva che: “In breve al reazione fu repressa in tutti i Comuni del Circondario, e così, ben presto, quelle buone popolazioni, passata la triste bufera reazionaria, e sbollita la momentanea aberrazione, rientrarono nell’ambito della legalità, e presero parte onorevole alla nuova redentrice vita italiana. Tuttavia, la statistica di quei luttuosi eventi riporta alla causa ben nove vittime umane, numerosi saccheggi di case private ed altre nefandezze, degne d’altri tempi e d’altri popoli. Alla pronta repressione della rivolta tenne dietro severa Nemesi vendicatrice; i più audaci e feroci reazionari – er lo più miseri contadini, proletari ed ignoranti, per oltre un centinaio, fra cui pure delle infelici donne – furono arrestati ed avvinti in lunghe catene furono tradotte in Lagonegro, dove furono fatti segno dal feroce Comandante di Piazza Stilo ai più inumani trattamenti ed alle più dure sevizie e vendette, compatibili solo pei tempi eccezionali. Non bastando qui le prigioni della Pastina a contenere tutti gli arrestati, furono essi rinchiusi pure nei sotterranei del Tribunale, dove ne morirono tre; indi tutti quei miserabili furono portati a Potenza, dove istituitisi un regolare processo, 43 furono rinviati al giudizio della Corte d’Assise, etc…”.
Nel 1° marzo 1863, le elezioni provinciali nel mandamento del Lagonegrese
L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 430, in proposito scriveva che: “Nel 19 Maggio 1861 si procedè pure nei tre Comuni del Mandamento all’elezione del Consigliere Provinciale, e rimase eletto il Dott. Giovancrisostomo Buraglia di Rivello, cittadino di sensi retti e liberali; indi, essendo stato sciolto il Consiglio Provinciale di Basilicata con R. Decreto 21 Dicembre 1862, fu eletto, nella votazione del 1° Marzo 1863, l’Avv. Giuseppe Mango, che ebbe nella storia cittadina onorevole parte, come s’è visto innanzi etc..Egli fu pure Deputato Provinciale, carica che per lo più fu conferita al Consigliere Provinciale del nostro Mandamento (1).”. Pesce, a p. 430, nella nota (1) postillava: “(1) Il Cav. Giuseppe Mango rimase nel Consiglio Provinciale fino al 1876, come ho riferito a p. 74, e morì in Napoli nel 1881 fra il compianto generale, e di lui ben disse il Prof. Rocco Romanelli in un’iscrizione etc…”.
Nel 1864, le LOGGE MASSONICHE in Campania e Giovanni Nicotera
Aderì alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. E’ proprio con il programma mazziniano che iniziò la sua avventura con la sfortunata Spedizione di Carlo Pisacane che sbarcò a Sapri nel 1857. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, fu massone, nel 1864 fu eletto membro del Grande Oriente d’Italia dall’Assemblea costituente di Firenze, dove nel 1867 fu membro della Loggia “Universo”. Nel 1869 fu Maestro venerabile della Loggia “Rigenerazione” di Napoli e nel 1872 fu eletto membro del Consiglio dell’Ordine. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 107, in proposito scriveva che: “I democratici salernitani, inoltre, riuscirono a stabilire i primi collegamenti fra il capoluogo e la periferia della provincia: nel febbraio 64′ il prefetto di Salerno compilò un elenco di 37 aderenti al partito repubblicano, scelti fra quelli “che in questi ultimi tempi tennero vera ed attiva corrispondenza politica coi capi dei partiti di Napoli e Salerno e che attualmente sono incaricati della costituzione dei Comitati elettorali delle Logge Massoniche in tutti i Comuni della Provincia”(19).”. Capone, a p. 107, nella nota (19) postillava: “(19) A.S.S., Gab. Pref., fasc. cit.; sulla Massoneria a Salerno notizie in b. V, f. 8.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 109, in proposito scriveva che: “Non solo le elezioni, ma nessun movimento politico locale sfuggiva al Nicotera che attraverso i suoi agenti controllava uomini e situazioni. Ad esempio, nel febbraio ’64 si tenne una riunione della Massoneria in cui, alla presenza di due emissari venuti da Napoli, si parlò di una prossima insurrezione; vi presero parte oltre ai mazziniani, gli agenti del Nicotera, cioè “non pochi di quei borbonici più accreditati che presero una parte così attiva alla elezione del Nicotera, gli avvocati De Bonis, Autuori, Brajone”(28).”. Capone, a p. 109, nella nota (28) postillava: “(28) A.S.S., Gab. Pref., b. IV, f. 8. Non si può dire, che i voti cattolici e borbonici fossero un monopolio della Sinistra. Nelle elezioni del 1969 ad Amalfi, ad esempio, il prefetto di Salerno mobilitò, su pressioni del Ministro dell’Interno, vescovo e clero a favore dell’Acton contro il radicale Della Monica; cfr. A.S.S., Gab. Pref., b. IX, f. 26.”.
Nel 1864, le ELEZIONI POLITICHE e Giovanni Nicotera
Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 107, in proposito scriveva che: “I democratici salernitani, inoltre, riuscirono a stabilire i primi collegamenti fra il capoluogo e la periferia della provincia: nel febbraio 64′ il prefetto di Salerno compilò un elenco di 37 aderenti al partito repubblicano, scelti fra quelli “che in uesti ultimi tempi tennero vera ed attiva corrispondenza politica coi capi dei partiti di Napoli e Salerno e che attualmente sono incaricati della costituzione dei Comitati elettorali delle Logge Massoniche in tutti i Comuni della Provincia”(19).”. Capone, a p. 107, nella nota (19) postillava: “(19) A.S.S., Gab. Pref., fasc. cit.; sulla Massoneria a Salerno notizie in b. V, f. 8.”. Capone, continuando il suo racconto, a p. 107 scriveva: “Questa rete di associazioni dei repubblicani salernitani rappresentò, naturalmente, la base dell’organizzazione elettorale di Nicotera, il quale le affiancò pure, come abbiamo visto, molti capi elettori borbonici o ex-borbonici. Questo compllesso apparato, nelle elezioni del 10 gennaio 1864, diede a Nicotera un grosso ed importante successo, non solo elettorale, ma anche politico. In quelle elezioni, il deputato di Salerno, dimissionario dal dicembre ’63 (20), fu rieletto con un numero imponente di suffragi. L’11 gennaio, difatti, Nicotera così scriveva a Bertani: “E’ un completo trionfo. La prima volta che fui eletto, ebbi nel ballottaggio con Pinelli circa 264 voti; adesso con tutte le premure del Prefetto, le seduzioni e l’influenza del candidato governativo Centola, il quale è medico, è ricco, ed è di Salerno, ho avuto 532 voti, cioè più del doppio della prima elezione”(21). La rielezione di Nicotera a Salerno fu al centro dei commenti di tutta la stampa politica italiana, anche per il valore di “sfida” al “sistema” che Nicotera, dimissionario del Parlamento le aveva dato (22). Ed è da credere che, proprio per questo, il Prefetto di Salerno Bardesono, aveva fatto più di un tentativo per ostacolarla, così come accusava la stampa democratica (23).”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 105-106, in proposito scriveva: “3) I deputati lucani dal 1861 al 1870. Il nome dei deputati al Parlamento Nazionale eletti nel 1861 è stato dato in altra parte del libro e propriamente a pagina 87. Furono intanto costituiti i Collegi come nell’elenco sottosegnato, con i nomi dei deputati eletti dal 1861 al 1870….Collegio di Lagonegro: Albini Giacinto, Arcieri Antonio, Gallo Francesco Maria, Villani Giambattista…..etc….4) I deputati e senatori lucani nel 1864. In prosieguo e cioè fino al 1943, i deputati al Parlamento venivano eletti, ogni cinque anni, nei collegi della regione, mentre i Senatori erano nominati dal Re a vita.”.
Nel 1865, le ELEZIONI POLITICHE e Giovanni Nicotera
Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 111, in proposito scriveva che: “Nella provincia di Salerno, dominata da Nicotera, la nuova situazione si presentò nel ’65, con caratteristiche vistosamente esemplari. Innanzi tutto la nuova leadership del Nicotera fu sancita e celebrata elettorlmente dalla sua elezione di Saleno – dove gli fu contrapposto i Bixio – con un suffragio presssoché plebiscitario: 762 voti contro 194 (34). Ma tutta la provincia di Salerno registrò un imponente cambio di guardia. A Torchiara, Lucio Magnoni batté F.A. Mazziotti, a Sala Consilina, Giuseppe Giuliano batté Carlo Aveta; a Teggiano, Giovanni Matina batté Emilio Civita; nelle elezioni suppletive, Raffaele Fioretti batté ad Angri Francesco De Sanctis e, ad Amalfi, Federico Della Monica battè Domenico Pisacane; ma la vittoria, a S. Severino di Mattia Farina, ricco proprietario terriero, appoggiato dal Nicotera, su Raffaele Conforti, era un segno esemplare del “nuovo corso” della Sinistra (35). Non c’è quindi da meravigliarsi, se, dopo le elezioni del ’65, il distacco di Nicotera da Mazzini si fece più profondo e, anzi, definitivo.”. Capone, a p. 111, nella nota (35) postillava: “(35) La Provincia di Salerno vista dalla R. Società economica, op. cit., pp. citate. I Farina, filo-borbonici negli anni prima del ’60, si mantennero su posizioni di attesa subito dopo l’Unità, per poi schierarsi al fianco di Nicotera di cui furono intimi. Negli anni a cavallo del secolo, i Farina presero poi parte al movimento cattolico e furono magna pars del Partito Popolare a Salerno. Etc…”. Capone, a p. 112, nella nota (38) postillava: “(38) Cfr. la testimonianza del mazziniano Attanasio Dramis, il quale, invitato ad assumere la direzione delle Falangi Sacre mazziniane, consigliò si “rivolgessero al Nicotera, perché già inchinevole a passare il Rubicone”, in A. Romano, L’Unità italiana…, op. cit., p. 171.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, 2002, a p, 286, in proposito scriveva: “Cristoforo Ferrara di S. Biase, frazione di Ceraso, apparteneva ad una nota famiglia di liberali cilentani. Già distintosi nei moti del ’48 quando aveva fatto parte del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valaiante e Teodosio De Dominicis (319), ne l’65 fu eletto deputato nel Collegio di Vallo a spese del moderato Pasquale Atenolfi.”.
Onofrio Pacelli
Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Onofrio Pacelli fu seguace di quel partito e repubblicano. Nel 1866 si arruolò tra i “Cacciatori delle Alpi” e partecipò alla vittoriosa campagna di Garibaldi, nel Trentino, contro gli Austriaci. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale.”. In un blog su Ricigliano leggiamo che Ricigliano, interamente ricostruito partecipò di riflesso alle vicende storiche nazionali, sia nella costruzione dell’Unità d’Italia, grazie alla nobile figura di Onofrio Pacelli, sia nei contrasti post-unitari culminati nelle rivendicazioni contadine, nel brigantaggio e nell’emigrazione. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 34-35, in proposito scriveva che: “…Pisacane (20). A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con i Magnoni (22) di Rutino, per punire i trucidatori di Pisacane.”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc, cit. alla voce Magnoni, pp. 246-247.”. Di Capua, a p. 40 scriveva: “Dirò soltanto che Onofrio Pacelli prese parte ai moti rivoluzionari che precedettero l’arrivo di Garibaldi e, indossata la camicia rossa, partecipò alla Battaglia del Volturno e all’Assedio di Gaeta.”. Di Capua, a p. 41 scriveva: “I governi reazionari del primo periodo dell’unità lo sottoposero ad altre vessazioni, perché non aveva mai rinnegato il suo ideale repubblicano. Il 2 giugno 1861, anniversario della festa nazionale per la concessione dello Statuto Albertino, O. Pacelli, coraggiosamente sceso nella piazza di Ricigliano, arringa il popolo e lo incita alla ribellione, inneggiando alla Costituzione repubblicana. Conseguentemente fu l’ntervento degli organi tutori, questa volta del Regno d’Italia, e la denuncia di Onofrio, Vincenzo, Antonio e Cristoforo Pacelli e di Giovanni Pascale per “…tentato eccitamento alla guerra civile etc…”. Comincia così una lunga serie di denunzie, persecuzioni, processi a cui è stottoposto O. Pacelli nella nuova Italia, unita sì, ma in cui non era possibile professare liberamente il proprio convincimento politico.”. Di Capua, a p. 53, in proposito scriveva: “Questo episodio, di scarsa importanza agli effetti pratici, è indicativo per mostrare come attento, rigoroso e spietato fosse il controllo politico del nuovo regime unitario, tendente a reprimere con inesorabile durezza, ogni tentativo di opposizione al governo….Presso l’Archivio di Stato di Salerno ho ritrovato un grosso fascicolo (38) che illustra, con una documentazione doviziosa, il progredire degli avvenimenti successivi. Nei giorni seguenti gli eventi descritti, Onofrio Pacelli si era rifugiato a Salerno etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 123-124, in proposito scriveva che: “Erano, pertanto, nel giusto coloro che, difronte ai tanti problemi sociali non risolti dallo Stato unitario avevano rivendicato per sé la vera eredità morale e politica di Sapri. Già il 2 luglio 1865, infatti, la commemorazione di Pisacane fu tenuta a Salerno, non da Nicotera, ma da Onofrio Pacelli e Ermenegildo Romanelli, esponenti dei nascenti raggruppamenti democratici e socialisti. Pacelli, in quella occasione, parlò del Risorgimento italiano come di una “rivoluzione troncata a mezzo”, e ribadì la necessità di riprender l cammino iniziato da Pisacane e poi interrotto; “non basta – egli disse – offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo (di Pisacane) programma, e giuriamo di compierlo”(81). Queste affermazioni del Pacelli aprivano coraggio e prospettive su un futuro più democratico e ponevano reali e gravi problemi che nuove forze politiche e sociali avrebbero poi dovuto avviare a soluzione. Le parole del Pacelli, inoltre, condannavano senza possibilità di appello, l’inganno del “mito” nicoterino di Sapri, come copertura ideologica di interessi prevalentemente conservatori.”. Capone, a p. 124, nella nota (81) postillava: “(81) “Il Popolo d’Italia”, 4 luglio 1865″. Capone, a p. 124, così concludeva: “Tuttavia, anche quel “mito” – di per sé equivoco – va visto all’interno delle vicende della Sinistra meridionale e del suo sforzo, certamente positivo, di trasformare le opposizioni allo Stato in opposizioni al Governo e di aprire a nuove forze, più concrete prospettive di inserimento nello Stato (82).”. Su Onofrio Pacelli ha scritto pure Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a pp. 82-83, parlando di Nicotera scriveva: “…mese di settembre, quando Nicotera compie la svolta decisiva in senso costituzionale, accettando, lui che nel 1862 aveva partecipato al tentativo di Garibaldi sull’Aspromonte, la Convenzione di Napoleone III; tale atto, sancito durante una riunione pubblica a Napoli, costituisce u’evidente presa di distanza da Mazzini (62) e rivela – come ancor più dimstreranno i risultati elettorali del 1865 nel Mezzogiorno, favorevoli ai democratici – che i rilevanti successi costituiscono l’elemento decisivo per “sanare molte fratture ideologiche” e per “indicare al partito una strada, (….) quella del distacco dal mazzinianesimo”(63). A comprova di tale svolta, già il 2 luglio 1865 la commemorazione di Pisacane tenuta a Salerno non è presieduta da Nicotera, “ma da Onofrio Pacelli e Ermenegildo Romanelli, esponenti dei nascenti raggruppamenti democratici socialisti”(64), e le parole pronunciate dal Pacelli in tale occasione condannano “l’inganno del “mito” nicoterino di Sapi, come copertura ideologica di interessi prevalentemente conservatori”(65). E, non a caso, alle elezioni svoltesi nell’ottobre successivo, “per distinguere garibaldini da garibaldini”(66), a Nicotera viene opposta, invano, la candidatura di Nino Bixio. Sicché la statua di Pisacane, costretta anch’essa a cambiare più volte collocazione per altre esigenze (67), viene condannata a non rappresentare più un simbolo significativo nemmeno per quel “partito nicoterino”, nel quale la borghesia salernitana si riconosce pressoché unanime e attraverso il quale egemonizza la vita pubblica cittadina fino alla fine del secolo”(68).”. Conte, a p. 84, nella nota (68) postillava: “(68) Per l’attività politica di Nicotera, a lungo intrecciata con le vicende salernittane, cfr. M. De Nicola, Trasformismo, autoritarismo, meridionalismo. Il ministro dell’interno Giovanni Nicotera, Il Mulino, Bologna, 2001.”. L’autore però non è De Nicola ma è Marco De Nicolò.
Nel 22 ottobre 1865, le elezioni politiche del Regno d’Italia nel Lagonegrese
L’Avv. Carlo Pesce, nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 427, in proposito scriveva che: “Nelle successive elezioni del 22 ottobre 1865 per la 9° legislatura fu eletto, come ho rifeito a pag. 78 nell’elenco dei Deputati del Collegio elettorale, il Prof. Antonio Arcieri di Latronico, illustre avvocato del Foro di Lagonegro, il quale militò sempre nelle file della Sinistra assieme con Depretis, Crispi, Nicotera, Lovito e Lacava, etc…(1).”.
Nel 1865, Pasquale AUTUORI, Sindaco di Sapri
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “13) Pasquale AUTUORI etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”.
Nel 1866, il colera a Lagonegro, ed in tutta l’area
Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 479, in proposito scriveva che: “Capo III. Il colera del 1866 secondo i libri parrocchiali. I libri parrocchiali ci danno pure notizie del colera del 1866 (v. il Lib. XIII dei defunti superiori ai 12 anni, e il XIV dei defunti fra i 12 anni). Il 23 settembre ne fu vittima Nicola Rossi di anni 43, in contrada Sierro, dov’era giunto, mentre ritornava dalle Americhe, e lì fu sepolto. Indi passarono ad altra vita altri 7 adulti e 3 bambini; ma non è detto se per quel morbo. In seguito, dal 3 novembre, quando sul Libro parrocchiale l’Economo Curato Pasquale Molinari scrisse: Hi sequentes mortui sunt morbo dicto cholera asiaticus, sino al 30 dicembre, ultimo dei giorni in cui si seppellirono i cadaveri nel luogo stabilito dalla Commissione Sanitaria, i morti – di ogni ceto sociale, pur non essendo mancate precauzioni – furono 134, cioè 63 uomini e 71 donne: il primo Francesco Consoli di anni 72. (p. 481) Il Dott. Giuseppe Donato Cupido, uno dei nostri medici, in una relazione a stampa scrive che il morbo “durò 18 giorni; attaccò 174 individui, ne uccise 96″. Certo egli volle indicare i periodi più acuti ( i suoi rapporti sanitari vanno dall’8 al 25 dicembre), avendo notato che già serpeggiava dall’anno innanzi. Lo stesso documento ha parole di biasimo pel Municipio etc…”. In un blog sulla rete troviamo scritto che nel 1866, un’epidemia di colera colpì Lagonegro, causando un’ondata di paura e disperazione. Sebbene la situazione fosse grave, non ci sono dati specifici disponibili sui decessi o sull’entità dell’epidemia in Lagonegro. Tuttavia, si sa che il colera era una malattia diffusa e devastante nel XIX secolo, causando un’enorme mortalità in molte aree d’Italia. Nel 1866, il colera causò solo 4 decessi, ma poi nel 1867 ne causò 231. A Lagonegro, come in altre località, alle prime avvisaglie della malattia si rafforzò la vigilanza e si adottarono nuovi provvedimenti restrittivi. È importante ricordare che il colera era una malattia particolarmente pericolosa nel XIX secolo, prima che si scoprissero le cause e le cure efficaci. La trasmissione avveniva principalmente attraverso l’acqua contaminata e la mancanza di igiene rendeva la malattia ancora più diffusa. Nonostante non vi siano dati specifici sull’epidemia di Lagonegro nel 1866, si può immaginare che la situazione fosse molto difficile per la popolazione, con un forte impatto sulla vita sociale ed economica del paese.
Nel 1866, la lettera del Sindaco di Casaletto Spartano al sottoprefetto di Sala Consilina
Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Purtuttavia ci è sembrato inutile riportare, come testimonianza del disagio economico in cui versava la popolazione rurale del Salernitano, una lettera che il Sindaco di Casaletto Spartano, un comune assai povero del Cilento, scriveva a sottoprefetto di Sala, nel ’66: una denuncia che sembra acquistare una portata ben più vasta dei motivi contingenti che l’avevano provocata. Egli scriveva: “Signor Marchese, i beatissimi di Firenze veggono attraverso il prisma dei loro agi e delle larghe indennità di rappresentanza e dei larghissimi soldi, e tutto appare dovuto. Ma se scendessero nella realtà dei fatti, se si degnassero entrare nel tugurio del povero, ecco allora la cosa sarebbe diversa….Qua il plebeo vende la sua opera per un anno, a tenue prezzo di otto, dieci ducati. Con questa vilissima somma occorre ai bisogni della famiglia e propri. Ora che sarà se da questa deduce 1,94 (lire otto) per il dazio del porco?…Il popolo che poco si ama essere cittadino di una grande Nazione…che non sa e non vede le reti di ferrovie, che annette alla parola Italia l’idea, son fatti, di una grossa prostituta, questo popolo imbeccato, sobillato dai borbonici, guarda solo che prima pagava il sale ad otto grani al rotolo, ora lo paga a dodici!, il sigaro ad un grano, ora a sette centesimi, che adesso paga la ricchezza mobile che prima non pagava; la tassa sulla successione che prima non era, il Dazio consumo che prima non esisteva, il grave aumento sul registro e sulla carta da bollo, questo popolo non può essere contento. A tutto ciò si aggiunga l’aumento dei cereali, il commercio estinto, l’agricoltura finita per mancanza di braccia, i pubblici lavori non menati innanzi né dal Governo né dalla Provincia”(4).”. Capone, a p. 100, nella nota (4) postillava: “(4) A.S.S., Gab. Pref. b. V, f. 5. Nel fondo Gabinetto di Prefettura si trovano scarsi documenti sulla economia della Provincia; da essi tuttavia si ricava qualche notizia utile. Il fenomeno dell’emigrazione era già, nel ’67, amplissimo in provincia di Salerno, etc…”. Stessa notizia fu riportata dal Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, 2002, a pp. 358-359, nella nota (384) postillava: “L’Unità non aveva portato miglioramenti per la povera gente: sono eloquenti a tal proposito, le parole del Sindaco di Casaletto Paolo Gallotti indirizzate al Sottoprefetto di Sala nel 1867: “La pubblica tranquillità minaccia turbarsi….qua il plebeo vende etc…” (ASS. Pref. Gab., b. 5, a. 1867).”.
Dal 1867 al 1872, don FILOMENO GALLOTTI, figlio del barone Giovanni fu Esattore del Comune di Sapri
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Etc..”.
Nel 1867 muore Biagio Palamolla e FRANCESCO PALAMOLLA diventa il 7° Barone di Torraca e marchese di Poppano
Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “….Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta, si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli. Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolorosa pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”.
Nel 1868, a Padula, la Certosa di S. Lorenzo
Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “En 1868 le gouvernement italien l’a fermée de nouveau, en dispersant les moines et en confisquant ce qu’elleavait encore de biens. Il n’y est resté qu’un unique custode les meubles ont été vendus à l’encan, et les édifices abandonnés dépérissent rapidement, faute de réparations depuis quinze ans. Cette année enfin; le gouvernement etc…”, che tradotto significa: “….Certosa di San Lorenzo…..Nel 1868 il governo italiano richiuse, disperdendo i monaci e confiscando i beni che ancora le erano rimasti. Non c’è rimaneva solo un quarto di pannello, i mobili stati venduti all’asta e gli edifici abbandonati stanno rapidamente scomparendo a causa della mancanza di riparazioni quindici anni. Quest’anno finalmente; il governo etc…”.
Nel 1870, i moti mazziniani del ’70 a Napoli e provincie napoletane
Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a p. 112, in proposito scriveva che: “Il Nicotera si orientava sempre più verso un tipo di azione politica del tutto legalitaria (38), ciò non poteva non dare origine ad un conflitto fra i due schieramenti di opposizione. Ciò si vede in tutta evidenza in occasione dei moti mazziniani del ’70. Se il Prefetto di Napoli, il 2 aprile, scriveva al prefetto di Salerno: “Vuolsi pure che il Nicotera abbia in mano le fila della cospirazione in cotesta provincia e che si avvalga di tutta la sua influenza per riuscire allo scopo”, tuttavia il giorno seguente, scrivendo allo stesso, precisava: “Mi affretto a comunicarle varie altre notizie che da persone di fiducia mi vengono comunicate intorno alle mene dei mazziniani in codesta provincia. Il noto Calicchio Francesco che trovasi in Roccadaspide era d’accordo col Romanelli ed altri per provocare anche in Salerno un tentativo d’insurrezione. Federico La Monica, però, volle prima consultare il barone Nicotera, il quale avrebbe risposto che il paese non aveva seguito l’esempio di Pavia, etc…”.
Nel 17 maggio 1873, morì don Giovanni GALLOTTI, ultimo barone di Casaletto e Battaglia
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”.
Nel 1875, il discorso di Pietro Melazzi Lomonaco, Presidente della Società Operaia “Silvio Curatolo” di Aieta
Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora Con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 1960, ristampato dal Comune di Tortora a cura di Aleardo Dino Fulco, nel cap. V, a pp. 131-132, parlando del passaggio di Garibaldi a Tortora, Fulco cita il discorso di Pietro Melazzi Lomonaco: “L’evento storico è confermato, oltre che da fonti orali, da una lettera con firma autentica di Garibaldi datata da Roma 7 febbraio 1875 e conservata in casa Lomonaco, e dall’accenno che ne fece Pietro Melazzi Lomonaco, presidente della Società Operaia Silvio Curatolo di Aieta, nel suo discorso commemorativo di Garibaldi, tenuto ai soci di quel soldalizio il 9 luglio 1882. “Il 3 settembre 1860- egli disse – il Comune vicino di Tortora ebbe l’onore e il piacere di alloggiarLo fra le sue mura; anzi dimorò per varie ore in casa di mio fratello Biagio ch’è domiciliato e residente a Tortora, ove prese una refezione insieme ai Generali Bixio, Cosenz, Medici e Bertani, soli, senza niuna forza”.”.
LA SINISTRA STORICA
Da Wikipedia leggiamo che la Sinistra, detta in seguito storica per distinguerla dai partiti e movimenti di sinistra che si sarebbero affermati nel corso del XX secolo, è stata uno schieramento politico dell’Italia post-risorgimentale. Si parla comunemente di un’egemonia della sinistra storica tra la “rivoluzione parlamentare” del 1876 (quando succedette al governo della Destra) e la “crisi di fine secolo” del 1896. Il primo leader storico della Sinistra storica fu il piemontese Urbano Rattazzi, il quale nel 1852 realizzò insieme all’allora leader della Destra storica, Camillo Benso di Cavour, il cosiddetto “Connubio”. Rattazzi sarà sia Presidente della Camera dei Deputati che Presidente del Consiglio, con i voti sia della Destra, che della Sinistra. Il primo presidente del consiglio a capo di un governo solo della Sinistra storica fu Agostino Depretis, incaricato dal Re, oltre che dallo schieramento di cui faceva parte, si reggeva anche sull’appoggio di una parte della Destra, quella che aveva contribuito alla caduta del governo Minghetti. Nella sua azione di governo, Depretis cercò sempre ampie convergenze su singoli temi con settori dell’opposizione, dando vita al fenomeno del trasformismo. La fase egemonica della Sinistra storica si concluse nel 1896 a seguito delle elezioni politiche. Il governo Depretis, infatti, si era spostato verso l’ala conservatrice del parlamento, incontrando i moderati più progressisti, che erano stati inglobati all’interno di una più grande coalizione. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a pp. 110-111, in proposito scriveva: “4) Il Governo della Sinistra Parlamentare. La destra parlamentare, come si era già detto, governò dal 1861 al 1876, rimanendo sempre intransigente nell’applicazione di tutte le leggi sardo-piemontesi delle regioni annesse, non tenendo conto della democrazia e nè tampoco delle condizioni economiche e morali di tutto il popolo meridionale. Con l’avvento della sinistra, ormai consolidata dal propagarsi del socialismo, fu formato il Governo il 20 marzo 1876 – con la presidenza dell’on. Agostino Depretis (Mazzacorti – Pavia 1813. Stradella 1887) e con i Ministri: on Giovanni Nicotera, patriota calabrese (1828-1894).”. Nel decennio del Governo di sinistra al potere si ebbero alcune leggi che agevolarono le condizioni degli operai specialmente con la istituzione della Cassa Nazionale di assicurazione per gli infortuni sul lavoro (1883) l’abolizione dell’arresto personale per i debiti, e la riforma elettorale che elevò il numero degli elettori dal 2 al 7 per cento della popolazione. Etc…”. Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a p. 86, parlando di Nicotera scriveva: “Anche con l’avvento della Sinistra storica al governo, la situazione resta la stessa; anzi, per molti aspetti, l’atteggiamento disinvolto di molti suoi esponenti provoca rimpianti e delusioni. A Salerno, in particolare, lo “scandaloso processo” del 1877, che vede protagonista Nicotera, “fatti segno di atroci sospetti per la parte avuta nella spedizione di Pisacane”, si conclude “con la condanna degli ingiusti accusatori, ma anche con l’ombra che sempre lasciano queste cose”(79). Messi a disagio dalle diffidenze e pressati dai problemi quotidiani, sia gli uomini plitici sia gli amministratori locali sembrano definitivamente rinunciare al compito, svolto per un breve periodo, di celebrare l’unità nazionale al fine di coinvolgere i ceti popolari.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 591-592, in proposito scriveva che: “Ma la Sinistra aveva troppo promesso per poter tutto mantenere; d’altra parte i prodigi per accontentare Garibaldi neppur essa poteva farli; talchè non correranno molti mesi che il principale suo paladino ne sarà divenuto il principale avversario. Eccolo quindi nel 1879 piombare di nuovo come folgore a Roma, destandovi le consuete alternative d’inquietudine e d’entusiasmo, e predicando a tutti, dal Re che lo visitava pel primo in sua casa, al più modesto giornalista e al più umile operaio, la necessità di disfarsi dell’uomo fatale, e l’uomo fatale era per lui il Depretis; di riconciliare tutte le frazioni discordi della Sinistra, cementandone con un Ministero che ne comprendesse le sommità più pure l’auspicata concordia (1); di affrettar soprattutto l’adempimento delle fatte promesse, che per Garibaldi non ammettevano indugi e non conoscevano confine. Etc…”. Guerzoni, nella nota (1) postillava: “(1) Voleva un ministero Crispi, Cairoli, Zanardelli, Nicotera, Villa, Mancini: coloro precisamente che in quel momento più si dilaniavano.”.
Nel 1876-77, Giovanni NICOTERA, Ministro dell’Interno del Governo del Regno d’Italia e la sua avversione ai primi circoli socialisti
Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera fu costretto alle dimissioni nel dicembre 1877; formò quindi la “pentarchia”, con Crispi, Cairoli, Zanardelli e Baccarini, in opposizione a Depretis. Tornò al governo, sempre come ministro dell’interno, nel 1891, con il primo governo di Rudinì. Durante questo incarico reintrodusse la circoscrizione uninominale, si oppose alle agitazioni socialiste e propose invano l’adozione di severe misure repressive contro le banconote false stampate dalla Banca Romana. La sua permanenza al governo terminò con la caduta di Rudinì, nel maggio 1892. Morì a Vico Equense il 13 giugno 1894. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 160, nella nota (41) postillava: “(41) Il Nicotera….Nel 1876-77 e nel 1891-92 sarà ministro dell’Interno, poi si ritirerà dalla politica militante.”. E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, fin dal 1860 aveva anche intrapreso un’attività politica, pubblicando articoli su un giornale, Il popolo d’Italia, al quale collaborava anche Aurelio Saffi; per un decennio fu su posizioni di estrema opposizione; dal 1870 iniziò tuttavia ad appoggiare le riforme militari di Ricotti-Magnani. Massone, nel 1864 fu eletto membro del Grande Oriente d’Italia dall’Assemblea costituente di Firenze, dove nel 1867 fu membro della Loggia “Universo”. Nel 1869 fu Maestro venerabile della Loggia “Rigenerazione” di Napoli e nel 1872 fu eletto membro del Consiglio dell’Ordine. Con l’arrivo al governo della Sinistra storica, nel 1876, divenne ministro dell’interno nel primo governo Depretis, incarico che esercitò con particolare fermezza. Nel 1877 presentò al governo un progetto di legge per la riforma delle Opere Pie (IPAB), al termine di una lunga inchiesta che ne denunciava da un lato gravi abusi da parte degli amministratori e dall’altra alcune incongruenze con le necessità della pubblica assistenza. Fu costretto alle dimissioni nel dicembre 1877; formò quindi la “pentarchia”, con Crispi, Cairoli, Zanardelli e Baccarini, in opposizione a Depretis. Tornò al governo, sempre come ministro dell’interno, nel 1891, con il primo governo di Rudinì. Durante questo incarico reintrodusse la circoscrizione uninominale, si oppose alle agitazioni socialiste e propose invano l’adozione di severe misure repressive contro le banconote false stampate dalla Banca Romana. La sua permanenza al governo terminò con la caduta di Rudinì, nel maggio 1892. Morì a Vico Equense il 13 giugno 1894. Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) di Rutino, per punire i trucidatori di Pisacane.”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867). Dopo la presa di Roma (1870), la fittizia unità del partito si sciolse, e gli elementi più moderati confluirono e formarono quella sinistra parlamentare che doveva salire, con de Pretis, al potere nel 1876. Onofrio Pacelli fu seguace di quel partito e repubblicano. Nel 1866 si arruolò tra i “Cacciatori delle Alpi” e partecipò alla vittoriosa campagna di Garibaldi, nel Trentino, contro gli Austriaci. Il modello politico, perlomeno negli anni successivi al 1860, fu rappresentato da Giovanni Nicotera, che, come ho detto, divenne suo amico personale. Di un pregevole studio di Alfredo Capone (29) cito i passi seguenti: “….Questa eredità romantica, (quella di contrapporre Garibaldi a Cavour) che i moderati meridionali avevano bruciato durante un decennio di discepolato cavouriano, continuava a vivere intatta, nel ’60 in molti democratici meridionali, e, più che in ogni altro, in Giovanni Nicotera…A Napoli, è vero, era Mazzini ad ispirare più d’ogni altro il ‘Popolo d’Italia (30)…Chi si propose di trarre fuori dall’isolamento politico l’opposizione meridionale fu Giovanni Nicotera. Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 228, in proposito scriveva che: “….Salerno memore del suo martirio, per rimunerarlo dei sagrifizi fatti per la patria ; dal 1861 in poi , gli ha sempre e in tutte le legislature, che da quell ‘ epoca sonosi seguite, rinnovato il mandato di rappresentarla in Parlamento ; nel quale egli da giovane acquistò subito brillante posizione , sino a che nel 1876, caduto il partito di destra dal potere , per sua principale attitudine, dal re Vittorio Emanuele, veniva chiamato al dicastero degli affari interni, nella cui qualità si distinse per ingegno e somma energia nel distruggere il brigantaggio , la camorra e la maffia. Egli tuttora vive , vigile custode dei destini d’ Italia, e il suo paese , S. Biase , a perenne ricordo delle sue virtù , come cittadino, soldato e uomo di Stato, gli ha eretto un grandioso monumento.”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a pp. 39-40, in proposito scriveva che: “Ricerca, che darebbe anche frutti e novità di risultati, sarebbe quella di esaminare un pò da vicino la formazione, i precedenti, gli interessi, i legami con la terra, del gruppo cattolico, a mezza strada tra il borbonismo e l’autoritarismo, non limitandosi solo alle consuete e già note personalità di spicco (Savarese, Dragonetti, Cenni (37) e simili) così amorosamente studiati dall’Anzilotti, ma alla folla di ‘minori’ che saranno destinati ad avere notevole ‘peso’, e do a questa parola il senso letterale, nella vita del Mezzogiorno italiano. Uomini di destra che, poichè, per la ben nota situazione, non fu possibile dar vita in Italia ad un movimento cattolico-conservatore, aumentarono le file della sinistra meridionale, e, intorno a Nicotera, ne costituirono il nerbo, dando l’avvio con le elezioni del 1865 e del 1874, e con la rivoluzione parlamentare del ’76, a tutta una nuova fase della vita italiana. Ed erano uomini, questi ex-borbonici, cattolici-conservatori mascherati di sinistra, che, a differenza dei liberali di destra, mossi – e fu il loro limite – unicamente da ragioni ideali, portavano nella vita pubblica mentalità e sistemi che sembravano più moderni, anche se non erano assai spesso che la rispolveratura del vecchio paternalismo di tipo borbonico, ma comunque erano legati a problemi concreti e avevano ben diversi agganci con la situazione regionale e locale.”. Moscati, a p. 40, nella nota (37) postillava: “(37) Cfr. E. Passerin D’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 111, in proposito scriveva: “….fu formato il Governo il 20 marzo 1876 – con la presidenza dell’On. Agostino Depretis e con i ministri: on. Giovanni Nicotera, patriota calabrese. Etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 119-120, in proposito scriveva che: “Tuttavia, gli sforzi del governo per ostacolare la continua ascesa della sinistra nel Mezzogiorno erano destinati al più completo insuccesso; una ascesa che – come è noto – fu uno dei fattori decisivi che portarono alla “rivoluzione parlamentare” del 18 marzo 1876 e all’assunzione, da parte di Nicotera, del Ministero dell’Interno nel primo Gabinetto Depretis (69).”. Capone, a p. 119, nella nota (69) postillava: “(69) B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Bari, 1928, p. 11.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 120-121, in proposito scriveva pure che: “Una volta Ministro, Nicotera, tuttavia, come è noto, diede alla sua azione di governo un’impronta nettamente conservatrice, il che non mancò di sorprendere l’opinione pubblica che era abituata a considerarlo un “rivoluzionario”(72). L’eutoritarismo di Nicotera ministro allarmò inoltre la stessa opinione moderata liberale: scriveva ad esempio Caterina Pepoli Tattini al Capitelli, il 1° maggio 1876: “…il Nicotera, che per me è un vero Rabagas mostra quale salda convinzione reggesse le sue idee, quando gridava contro l’Assolutismo del governo. Ora proibisce i ‘meetings’ e credo diventerà l’elemento più assolutista del Ministero. Le nostre speranze debbono essere certo negli uomin del centro e del settentrione dell’Italia”(73). Ma ciò che dette all’azione del Nicotera un appariscente carattere conservatore, fu la sua pervicace opera di repressione del movimento repubblicano ed internazionalista (74). Quest’opera si esplicò in maniera assai vistosa proprio in provincia di Salerno, dove l’ufficiale “Corriere di Salerno” così ammoniva: “L’on. Nicotera ha dato prova anche una volta del senno e della serietà alle quali ispira i suoi principii di governo; e i radicali, se pure l’hanno potuta cullare, possono ormai abbandonare ogni lusinga, di trovare in lui per avventura un appoggio, un incoraggiamento de’ loro disegni”(75). Del resto, i prefetti cominciarono ad essere bombardati da un numero incredibile di circolari ministeriali che suggerivano misure repressive nei confronti del partito repubblicano, come del movimento internazionalista (76). Il Prefetto di Salerno, continuamente sollecitato ad indicare i nomi delle persone ostili al governo, finiva con l’inviarne un elenco, ma vi aggiungeva alcune intelligenti osservazioni etc…Egli scriveva infatti: “….ad eccezione di Matina Giovanni, De Honestis Giovanni, e Morone Erminio, niuno altro meritava e merita d’esservi annotato, perché se pure hanno convinzioni veramente repubblicane (del che è lecito dubitare) non hanno le altre qualità di carattere e posizione etc…”. Capone, a p. 123, nella nota (72) postilava: “(72) Sul primo Gabinetto Depretis e l’avvento della Sinistra al potere, v. G. Carocci, Agostino Depretis e la politica interna italiana dal 1876 al 1887, Torino, 1956; sul Nicotera Ministro così scrisse il De Cesare: “nel mutare, anzi nello sconvolgere l’amministrazione, non ebbe affatto misura. I prefetti delle grandi provincie dettero le dimissioni; gli altri tutti cambiarono di residenza, e così pure avvenne nelle altre amministrazioni dello Stato…quel primo ministero di Sinistra visse una vita assai agitata per l’irriquietezza quasi morbsa del Ministro dell’Interno, che prodigava favori agli amici, non levò scandalo la concessione di oltre settanta alte decorazioni, con un sol decreto ad altrettanti deputati della maggioranza… A quei deputati egli concesse il premio del voto favorevole alla tassa sugli zuccheri”; R. De Cesare, Sommario di Storia politica e damministrativa d’Italia (1801-1901) in Cinquanta anni di Storia Italiana, vol. I, Milano, 1911, p. 22 e p. 23; moltissime notizie sul Nicotera ministro in P. Vigo, Annali d’Italia, Storia degli ultimi trent’anni del secolo XIX, vol. II, pp. 115 e ssg.“. Capone, a p. 121, nella nota (73) postillava: “(73) cit., in R. Quazza, La disfatta della Destra, in “Rass. Storica del Risorgimento”, a. XIII, (1925), p. 232; la Pepoli Tattini si riferiva alla repressione di una dimostrazione a Corato, etc…“. Capone, a p. 121, nella nota (75) postillava: “(75) “Il Corriere di Salerno”, 29 agosto 1876; una copia in A.S.S., Gab. Pref. , b. XIV, f. 6.”. Capone, a p. 121, nella nota (76) postillava: “(76) Quanto all’internazionalismo, quasi quotidiane erano le circolari ministeriali che ne illustravano ai prefetti l’organizzazione e sollecitavano provvedimenti repressivi. Ma in Provincia di Salerno i fermenti internazionalisti erano quasi del tutto scomparsi, e nel settembre ’76, il prefetto di Salerno rispose che “le poche società operaie presentano bn poca vitalità e mostrano tendenze al postutto temperate ad intendimenti umanitari di mutuo soccorso, tenendosi estranee a brighe politiche. Soltanto la società operaia esistente a Pellezzano ove i diversi stabilimenti riuniscono una massa di oltre due mila operai potrebbe presentare una vera e propria importanza etc…”(A.S.S., Gab. Pref., b. XIV, f. 37). All’occhiuso ministro, per altro, non sfuggiva neanche il movimento di una piccola Società di mutuo soccorso tra tipografi, sospetta di socialismo, costituitasi in Salerno, su cui pure riferì, ma in modo del tutto tranquillante il Prefetto (A.S.S., Gab. Pref., b. XIV, f. 38). Nel 1878 il Melillo dirigeva il giornale “La rivendicazione del Popolo” etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Ed. Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo V: “Un feudo elettrale”, a pp. 120-121, in proposito scriveva pure che: “L’avvento della Sinistra al potere fu accolto nel Mezzogiorno con vera soddisfazione, soprattutto dalla piccola borghesia provinciale che a quell’avvenimento confidò un gran numero di speranze e di giuste attese. Il 26 marzo il Melillo organizzò a Mercato Cilento una associazione Giovanile Repubblicana (70), costituita prevalentemente da esponeni della piccola borghesia di vari paesi del Cilento, la quale tenne il 23 aprile una manifestazione a favore del nuovo Ministero, presieduta da Salvatore Magnoni. Pure il 23 aprile a Vallo della Lucania si organizzò un’assemblea popolare, per plaudire al primo Ministro della Sinistra, la quale approvò un ordine del giorno che indicava i punti di un nuovo programma di governo (71).”. Alfredo Capone (….), nel capitolo V “Un Feudo Elettorale”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “Si giunge così negli anni dell’avvento della Sinistra al potere, al termine della parabola di quel “mito” di Sapri che era stato incarnato da Nicotera: questi, che gli aveva dato un contenuto sempre più lontano dalle sue autentiche origini rivoluzionarie, ora, Ministro, sembrò addirittura rovesciarlo nel suo contrario, se non, peggio, nella sua caricatura. Ad esempio, un amico zelante del Ministro sentì il bisogno di avvertirlo che “La Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 1857 ricordava, narrando il fatto di Sapri, che sul “Cagliari” era inalberata la Bandiera rossa”; ed aggiungeva: “Mi perdoni se le ricordo questo dato, ma vedo che si prende una via pericolosa e tremenda”(79).”. Capone, a p. 123, nella nota (79) postilava: “(79) In A.C.S., Attilio De Pretis, serie IV, busta II, fasc. 13, è la minuta, non firmata, ed incompleta nella data (1877), del diploma di concessione del titolo.”. Si tratta dell’Archivio Centrale dello Stato a Roma. Mario Vinciguerra (….), I partiti italiani dal 1848 al 1955, Centro editoriale dell’Osservatore, Roma, 1955, a pp. 68-69in proposito scriveva che: “…in quell’ambigua giornata del 18 marzo del ’76 avesse avuto luogo un avvenimento rivoluzionario, una “rivoluzione parlamentare”. Senonché, passata la giornata e le concesse polemiche giornalistiche, e rientrati nella carreggiata della normale vita parlamentare, si presentava il problema di come raggiungere la maggioranza: questa volta, per assicurare l’esistenza al ministero sorto dalla minoranza. A questo problema si dedicò, con passionalità che metteva in tutte le cose, un uomo singolare, che aveva preso posto al ministero dell’Interno: il barone Giovanni Nicotera. Nicotera era un misto di giacobino e di feudatario meridionale. Irruente ed astuto, generoso e prepotente, egli trovò naturalissimo che un ministro dell’Interno considerasse apertamente i prefetti come gli agenti elettorali e intimidatori in servizio del governo in carica. Nei mesi che precedettero le elezioni del novembre 1876 avvenne una specie di terremoto nelle prefetture del Regno, tali furono i mutamenti di personale. I risultati superarono le aspettative.”. Vinciguerra, a p. 70, in proposito scriveva: “Passato il primo sbalordimento, il colpo di Nicotera fallì al suo scopo. Due anni dopo in quella enorme maggioranza, presentatasi alla camera con un unica bandiera, era la più grande confusione tra infiniti contrasti personali. “Fin dal 1878 in Italia – dirà una diecina di anni dopo Francesco Crispi – non vi furono partiti politici, ma uomini politici. Ogni gruppo, anzichè comprendere un ordine d’idee, comprendeva un’ssociazione d’individui, i quali fatalmente, secondo i casi, mutavano d’opinione”. E fin dal 1877 Francesco de Sanctis ammoniva: “Oramai siamo a questo, che non ci sono partiti solidamente costituiti, se non quelli fondati sulla ragione e sulla clientela, le due piaghe d’Italia”. Prima manifestazione in grandi proporzioni del rapido disgregamento di quella che chiamerò per precisione “la sinistra del ’76” (con le elezioni seguenti del 1880 era già diminuita di mole e mutata di fisionomia) fu la formazione, in mezzo ad essa del gruppo Cairoli, con Zanardelli, Beccarini, De Sanctis tra gli uomini preminenti; gruppo ostile a Deprètis, ostilissimo a Nicotera. Salvo la breve parentesi di un ministero Deprètis tra il dicembre ’78 e il luglio ’79, Cairoli governò per tre anni, con tre ministeri; ma al terzo di essi (novembre ’79) egli era esaurito, e, per comporlo, chiese mercè a Depretis, che c’entrò come ministro dell’Interno. Depretis aveva di nuovo via libera davanti a sè….”. Mario Vinciguerra (….), I partiti italiani dal 1848 al 1955, Centro editoriale dell’Osservatore, Roma, 1955, a pp. 74-75, in proposito scriveva che: “Come nei tempi andati, era una specie di “congiura di baroni”, che faceva capo a Nicotera e a Crispi. Le elezioni del 1880 permisero a Depretis una serie di ritocchi, mediante i quali si costituì una base di manovra, per effettuare il piano che volgeva nella mente. Presto il potere nel maggio del 1881 – in un’atmosfera di panico – , egli mandò innanzi l’anno dopo la legge lettorale che allargò il corpo elettorale di quasi quattro volte quello esistente (da 600 mila ad oltre 2 milioni di elettori), e contemporaneamente mutò il sistema del collegio uninominale in quello di grandi collegi regionali, con scrutinio di lista. Stabilite queste basi di azione, Depretis indisse le elezioni per l’autunno dell’82, etc….Nel maggio 1883 Zanardelli e Beccarini, che erano nel ministero, ne uscirono, e unitisi con altri tre promotori della sinistra, Cairoli, Crispi e Nicotera, fondarono una opposizione di sinistra intransigente, che fu chiamata prima con una punta di umorismo ‘Pentarchia’; ma il nome è poi passato alla storia.”. Benedetto Croce (….), nel suo, “Storia d’Italia dal 1871 al 1915”, Laterza, Bari, 1934 (V edizione riveduta), a p. 102, in proposito scriveva: “Si cominciava a sorridere delle “camicie rosse” e dei loro cortei: quante di quelle camicie rosse coprivano petti di guerrieri? Il Garibaldi appariva un povero cervello con le sue lettere e i suoi discorsi sconclusionati, e si circondava di gente equivoca, e aveva accettato una dotazione sul bilancio dello stato, col pretesto che, rifiutandola dai reazionari della Destra, poteva riceverla dai progressisti e repubblicaneggianti di Sinistra; e i clericlali gli avevano mutato il nome da “eroe dei due mondi” in “eroe dei due milioni”. Il Nicotera, che vendicativamente perseguitava gli uomini della Destra e li calunniava a tutto potere, era stato a sua volta fatto segno di atroci sospetti per la sua parte avuta nella spedizione di Pisacane, e ne era seguito uno scandaloso processo con la condanna degl’ingiusti accusatori, ma con l’ombra che sempre lasciano queste cose. Il Crispi aveva dovuto dimettersi da ministro, perchè tacciato di aver abbandonato la donna che gli era stata compagna nell’esilio e nei travagli, e di aver commesso bigamia. Il Depretis si era procacciato la nomea di cinico, curante solo di mantenersi al potere, ricorrente a tutte le arti della corruttela: egli aveva convertito la Camera (dicevano i più temperati) “in un vasto Consiglio Provinciale, in cui ogni deputato rappresentava il suo collegio, e il governo d’Italia solo pretendeva rappresentare la Nazione.”.
Nel 1876-77, il Processo di Firenze Nicotera-Visconti
Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 228, in proposito scriveva che: “….Salerno memore del suo martirio, per rimunerarlo dei sagrifizi fatti per la patria ; dal 1861 in poi , gli ha sempre e in tutte le legislature, che da quell’ epoca sonosi seguite, rinnovato il mandato di rappresentarla in Parlamento ; nel quale egli da giovane acquistò subito brillante posizione, sino a che nel 1876, caduto il partito di destra dal potere, per sua principale attitudine, dal re Vittorio Emanuele, veniva chiamato al dicastero degli affari interni, etc…”. Benedetto Croce (….), nel suo, “Storia d’Italia dal 1871 al 1915”, Laterza, Bari, 1934 (V edizione riveduta), a p. 102, in proposito scriveva: “Il Nicotera, che vendicativamente perseguitava gli uomini della Destra e li calunniava a tutto potere, era stato a sua volta fatto segno di atroci sospetti per la sua parte avuta nella spedizione di Pisacane, e ne era seguito uno scandaloso processo con la condanna degl’ingiusti accusatori, ma con l’ombra che sempre lasciano queste cose.”. Alfonso Conte (….), nel suo “Immagini e simboli dell’epopea unitaria a Salerno”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, dove, a p. 86, parlando di Nicotera scriveva: “Anche con l’avvento della Sinistra storica al governo, la situazione resta la stessa; anzi, per molti aspetti, l’atteggiamento disinvolto di molti suoi esponenti provoca rimpianti e delusioni. A Salerno, in particolare, lo “scandaloso processo” del 1877, che vede protagonista Nicotera, “fatti segno di atroci sospetti per la parte avuta nella spedizione di Pisacane”, si conclude “con la condanna degli ingiusti accusatori, ma anche con l’ombra che sempre lasciano queste cose”(79). Messi a disagio dalle diffidenze e pressati dai problemi quotidiani, sia gli uomini plitici sia gli amministratori locali sembrano definitivamente rinunciare al compito, svolto per un breve periodo, di celebrare l’unità nazionale al fine di coinvolgere i ceti popolari.”. Conte, a p. 86, nella nota (79) postillava: “(79) B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Laterza, Bari, 1934 (V edizione riveduta), p. 102.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 174, in proposito scriveva: “E tanto più mi raffermai quanto che nel corso del 1864 vennero fuori in Napoli alcuni scritti che narravano del fatto , e tra questi citerò come autorevole quello di Niccola Fabrizi.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, etc…”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a pp. 79-80, in proposito scrivevano: “Indubbiamente Giovanni Nicotera aveva molti avversari politici, che erano divenuti più numerosi e inesorabili soprattutto dopo la caduta della Destra e l’avvento della Sinistra al potere, nel marzo del 1876, tempo in cui Nicotera iniziò a rivestire l’incarico di Ministro dell’Interno nel primo Governo Depretis (1). A partire dal mese di maggio 1876 il giornale fiorentino Gazzetta d’Italia, diretto da Carlo Pancrazi, iniziò ad attaccarlo sistematicamente. L’aggressione si fece più dura, allorquando il giornale pubblicò un articolo dal titolo ‘L’Eroe di Sapri – Autobiografia di Giovanni Nicotera’ (e non biografia, si badi bene), in quanto scritta con elementi da lui indirettamente forniti, cioè alcuni documenti del processo di Salerno del 1858, tenutosi dopo la spedizione di Sapri (2). A vent’anni dal processo di Salerno, quel giornale con una serie di calunnie abilmente imbastite accusava esplicitamente il Ministro Nicotera di avere tradito i compagni durante l’istruttoria e il processo per guadagnarsi la grazia.”. I due autori, a p. 79, nella nota (1) postillava: “(1) Secondo F. Petruccelli della Gattina, autore di una Storia d’Italia dal 1866 al 1880 (Napoli, 1882), Depretis sarebbe stato costretto da Vittorio Emanuele II a nominare, suo malgrado, Giovanni Nicotera ministro dell’Interno: cfr. De Nicolò, Trasformismo etc…, cit, p. 106.”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci e ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 277 si chiedeva: “Giovanni Nicotera, a sua volta, si scagliava dal carcere contro la “indifferenza” di Salerno che definiva “ingeneroso e corrottisimo paese” (poco dopo, però, secondo il suo solito mutò parere), senza rendersi conto che i tempi erano ormai mutati e che l’impresa di Sapri aveva segnato il limite ultimo della crisi del mazzinianesimo. Ma Nicotera non era un uomo tanto riflessivo da meditare sulle cause profonde del fallimento della spedizione; Nicotera, irascibile ed impulsivo, s’intestardì nel credere fermamente che la spedizione aveva avuto esito infelice perché vi era stato chi aveva tradito la causa per fiacchezza d’animo, per leggerezza, per incapacità e per paura. Per lui Fanelli, Dragoni, Pateras, cioè i capi del Comitato napoletano, si erano resi colpevoli di tradimento; avevano tradito etc…”. Cassese, a p. 279 racconta l’episodio accaduto con il duello con Petruccelli della Gattina. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva pure: “Pur nell’esplicito riconoscimento della grandezza morale del sacrificio di Pisacane, la critica al partito mazziniano, come vede, è fatta apertamente. La reazione quindi fu immediata: Mazzini stesso e Nicotera, in due lettere inviate al “Popolo d’Italia”, rigettarono ogni colpa del fallimento della Spedizione sui componenti del Comitato napoletano. Ma in difesa di questi insorse subito Nicola Fabrizi, che con Fanelli e Dragone era stato in stretti rapporti epistolari con Malta etc…”. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva che: “Quello contro cui si appuntò maggiormente l’ira di Nicotera fu il povero Fanelli. In quello stesso anno, 1864, incontrandosi con lui per le vie di Napoli, lo aggredì insultandolo con l’epiteto di traditore. La conseguenza fu una sfida a duello, che non ebbe luogo per intercessione di amici comuni…, ma poco dopo Nicotera, con la stessa impulsività con cui l’aveva aggredito, si riconciliò con lui e volle poi nel 1871 presentarlo lui stesso agli elettori di un collegio del salernitano, quello di Torchiara, dove fu eletto in competizione col barone Francesco Antonio Mazziotti. L’anno successivo fu la volta di Diego Tajani. Questi, come si sa, fu il difensore di Nicotera al processo di Salerno e riscosse lodi e ringraziamenti per la difesa che fece di lui e degli altri imputati. Ma Nicotera, tuttavia, serbava contro il Tajani un sordo rancore, che esplose in un attacco violento sul “Popolo d’Italia”, dove egli stesso accusò colui che lo aveva difeso con perizia e coraggio, di essere stato murattista, di essere stato pavido etc…(p. 283) Subito dopo aver assunto la carica di Ministro dell’Interno, Nicotera fu fatto segno ad un attacco giornalistico di particolare violenza. La “Gazzetta d’Italia” di Firenze, nel n. 307 del 1° novembre ’76, pubblicò un articolo intitolato ‘L’erose di Sapri. Autobiografia di Giovanni Nicotera’, in cui veniva raccontata la partecipazione di Nicotera alla Spedizione e, in base ad alcuni interrogatori, veniva descritto il suo atteggiamento durante il processo di Salerno etc…..”, il 2 Novembre il il giornale fu sequestrato ed il giornalista Sebastiano Visconti fu messo sotto processo. Forse l’assenza di documenti attestanti l’opera di alcuni in quel periodo storico (ad esempio, al Comune di Sapri, mancano le Delibere Decurionali di quegli anni – il Libro esistente arriva fino al 1844), potrebbe trovare riscontro in cio che Leopoldo Cassese, a p. 285 riscontrava quando scrive: “E’ passato un secolo dal processo per la spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua ‘Cronaca del Comitato Segreto di Napoli’ – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quegli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 14-15, in proposito scriveva: “Infatti la polemica sulla spedizione di Sapri, che aveva visto schierati da una parte il Nicotera e dall’altra parte il Fanelli, spalleggiato e difeso dai capi del partito d’azione, aveva delle grosse implicazioni politiche che mettevano in discussione il patriottismo di tutto il partito d’azione meridionale. Il De Monte si rendeva conto che fare il processo alla spedizione di Sapri significava anche fare il processo alla democrazia meridionale, e non c’è quindi da meravigliarsi delle sue cautele e dei suoi giudizi, specie se si pensa che egli scriveva negli anni in cui, sotto la spinta dell’opposizione soprattutto nel Mezzogiorno, si preparava l’avvento della Sinistra al potere; il suo libro del resto fu pubblicato a Napoli, poco dopo la “rivoluzione” del 18 marzo 1876 (10). Perciò il De Monte, mentre da una parte si era guardato bene dal versare altro olio sul fuoco di quelle scabrose vicende, dall’altra si era sforzato di dare ai fatti una interpretazione il più possibile onorevole per i democratici meridionali; una interpretazione che fosse al tempo stesso storicamente documentata e perciò conclusiva di ogni polemica. Ma, alcuni anni più tardi, una smentita alle tesi del De Monte venne da uno dei massimi esponenti della democrazia italiana, Aurelio Saffi..etc…”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 43, nella nota (5) postillava: “(5) Racioppi, Storia dei moti cit.”. Pedio, a p. 43, nella nota (6) postillava: “(6) Luigi De Monte, Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla spedizione di Sapri, Napoli, Stamp. del Fibreno, 1877″. Sempre il Pedio (….), continuando il suo racconto scriveva pure che: “Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata durante il Risorgimento, ed, in particolare, di quelli svoltisi nel decennio 1850-1860, vien data dopo l’avvento della sinistra la potere. Dopo la pubblicazione dei documenti editi dal De Monte (6), allo scopo di dimostrare che gli artefici della insurrezione lucana avevano militato in quella stessa corrente da cui traevano origine i nuovi uomini politici italiani, si afferma, e ci si convince, che in Basilicata, prima del 1860, avesse svolto notevole attività il movimento mazziniano che avrebbe fatto capo a Giacinto Albini, etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo, “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, vol. I-II, ed. Barbèra, Firenze, 1882, a pp. 593-594, in proposito scriveva pure: “….da un alto sentimento di riconoscenza verso l’uomo che tanto aveva operato e tutto sacrificato per la patria sua, aveva ottenuto che il Parlamento approvasse e il Re sancisse (Vittorio Emanuele non aveva mestieri che altri lo istruisse delle quotidiane necessità del suo grande amico) una Legge che accordava a Garibaldi una rendita di lire cinquantamila annue a decorrere dal 1° gennaio 1875 ed inoltre un’annua pensione vitalizia di altre cinquantamila lire colla stessa decorrenza.¹ Ma Garibaldi in sulle prime scorse in quel dono un salario a’ suoi servigi, un oltraggio al suo disinteresse, una vittoria de’ suoi nemici, una perdita di quella indipendenza che fino allora era stata la più preziosa delle sue ricchezze, ed aspramente rifiuto. E in verità se egli avesse potuto respingere quel dono, l’ aureola della sua fronte avrebbe avuto una stella di più. Ma la vita ha realtà implacabili ; realtà che non perdonano nemmeno agli eroi, e Garibaldi pure dovette piegarvi la fronte. Finchè durò al potere la Destra persistette nel rifiuto; ma venuto agl’Interni Giovanni Nicotera e conosciuto più dappresso tutte le strettezze in cui il Generale si dibatteva, toccato egli stesso con mano la prova che così egli come i suoi figli potevano essere minacciati da un istante all’altro da una levata di creditori e dallo scandalo d’ un fallimento, trovò in un forte sentimento di dovere il coraggio di dipingere al Generale tutta la gravità delle condizioni sue, chiedendogli un’ altra volta l’accettazione di quel dono , che non era insomma se non il compenso inadeguato de ‘ suoi grandi servigi e un tributo doveroso che l’intera nazione veniva volontaria a deporre a’ suoi piedi. E tuttavia l’Eroe riluttò ancora, durando per parecchi giorni una delle più fiere battaglie della sua vita. Ma posto finalmente tra la sua fierezza d’uomo e il suo amore di padre, sbigottito dal pensiero di non lasciare a’suoi figli che un retaggio di miseria e forse di disonore, premuto, incalzato da ogni parte, dai parenti, dagli amici, consapevoli più di lui dei pericoli che da ogni parte stringevano, piegò tristamente il capo a inesorabile fato ed accetto.”.
Nel 1877, Re Vittorio Emanuele II concede a Giovanni Nicotera il titolo di BARONE DI SAPRI
Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “…..nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente il suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo V “Un Feudo Elettorale”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad esempio, un amico zelante del Ministro sentì il bisogno di avvertirlo che “La Gazzetta Ufficiale del 2 luglio 1857 ricordava, narrando il fatto di Sapri, che sul “Cagliari” era inalberata la Bandiera rossa”; ed aggiungeva: “Mi perdoni se le ricordo questo dato, ma vedo che si prende una via pericolosa e tremenda”(79). Infine, lo stesso Nicotera, quasi ad esorcizzare i fantasmi del pasato, si preoccupò di farsi concedere il titolo di “barone di Sapri”, dl re (80).”. Capone, a p. 123, nella nota (79) postilava: “(79) In A.C.S., Attilio De Pretis, serie IV, busta II, fasc. 13, è la minuta, non firmata, ed incompleta nella data (1877), del diploma di concessione del titolo.”. Si tratta dell’Archivio Centrale dello Stato a Roma. Capone, a p. 123, nella nota (80) postillava: “(80) ibidem.”.
Nel 1878 fino al 1905, don FILOMENO GALLOTTI, figlio del barone Giovanni fu Sindaco di Sapri
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Policicchio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”. Infatti, su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58.”.
Nel 1879, a Napoli muore il barone GIOVANNI GALLOTTI
Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Gallotti (Napoli, 13 aprile 1803 – Napoli, 31 gennaio 1879) è stato un politico italiano. Discendente da un’antica famiglia originaria del Cilento, il barone Giuseppe Gallotti, patriota meridionalista, figlio di Salvatore e di Maria Giuditta Parisio, espresse le sue critiche alla politica piemontese che aveva portato all’unità d’Italia nel pamphlet “Delle presenti condizioni delle Provincie Napoletane”, pubblicato nel 1861. Fu nominato senatore del Regno d’Italia (VIII legislatura) il 15 maggio 1862. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno, Napoli e Sicilia”, Parte II, Cap. XIV, ed……., a p….., in proposito scriveva che: “3 agosto 1860 — Il comandante del primo battaglione era Achille di Lorenzo, succeduto al barone Gallotti, dimissionario. Nell’agosto, dei capi della guardia nazionale, cioè di quei primi capibattaglione, che avevano firmato nel luglio il magniloquente e comico indirizzo a don Liborio, rimaneva il solo Domenico Ferrante. I nuovi erano: Achille di Lorenzo, Gioacchino Barone, Francesco Caravita di Sirignano, il marchese di Monterosso, Raffaele Martinez, il marchesa di Casanova, Paolo Confalone, Michele Praus, il marchese Paolo Ulloa, il duca d’Accadia e Giovanni Wonviller, anzi Giovannino “Wonviller, come lo chiamavano gli amici. Allora era giovane, elegante, galante, uno dei lioni alla moda. Con gli animi cosi agitati, le voci più balorde trovavano credito, e le paure più puerili erano all’ordine del giorno. Il 16 agosto, una pattuglia di truppa regolare s’incontrò al largo etc…”.
Nel 1880, l’Avv. Giuseppe GALLOTTI, barone di Battaglia e Casaletto Spartano, Senatore del Regno d’Italia
Antica famiglia originaria del Cilento; fedautaria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valladonna, ascritta nel Reg. Feud. e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca. Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta) per 3260 denari. Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito. L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (m. 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia di suo padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, che aveva posseduto il feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio. Da un articolo apparso su il Mattino, tratto dalla rete, troviamo scritto che: “Il secolo di Donna Maria festa al castello per la baronessa” – Festa il castello. Il piccolo borgo di Battaglia, deliziosa frazione di Casaletto Spartano (nel cuore del Cilento) si prepara a festeggiare «la baronessa». Il suo non è un compleanno come gli altri: Donna Maria Amato Polito in Gallotti ecc.. A Battaglia la conoscono tutti. È la moglie dell’avvocato Giosuè, figlio di quel Giuseppe Gallotti che nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. Un cognome importante, una famiglia illustre, feudataria anche di Casaletto, Farneto, Valladonna, riconosciuta nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. Dunque, Maria Amato Polito fu sposa di Giusuè Gallotti, barone di Battaglia. Secondo l’articolo sulla rete, Giosuè Gallotti era figlio del noto letterato e patriota napoletano Giuseppe Gallotti, che, nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. Sul blog sulla rete troviamo scritto che l’amore per Giosuè, suo unico fidanzato e marito avvocato, figlio di Giuseppe Gallotti nel 1880 senatore del Regno d’Italia. Lo sposò nel 1940 proprio a Palazzo Gallotti, residenza del 1400, dove Donna Maria ha dato alla luce i suoi figli Giuseppe, Prosperina, Carla e Mario. Nonna di sette nipoti e dodici pronipoti. Il marito l’ha lasciata quattordici anni fa, dopo una vita sempre insieme, mano nella mano. Vive ancora nel suo castello, di fronte c’è Casaletto Spartano. Domina la vallata sul rio e ricorda un passato importante, di fatti che hanno rappresentato la storia per questo borgo.
Nel 1886, il Sindaco di Sapri, don FILOMENO GALLOTTI ed il Consiglio Comunale concessero la cittadinanza onoraria a Giovanni NICOTERA, già Barone di Sapri
Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58.”. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “16) Filomeno GALLOTTI….1880 e 17) Nicola Gallotti, …..1895; 18) Evangelista PELUSO,….1897 etc…(7).”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”. Policicchio, a p. 218, in proposito aggiungeva pure che: “Filomeno, dopo l’Unità, tenne l’ufficio di tesoriere del comune di Sapri per due trienni, dal 1867 al 1872, rimanendo creditore, alla fine della sua gestione, della somma di lire 2.945,42. Successivamente rivestì la carica di Sindaco dal 1878 fino al 1905.”.
La linea ferroviaria Napoli-Reggio Calabria
Da Wikipedia leggiamo che già nel 1861 il ministro Peruzzi aveva proposto il collegamento, di grande utilità per Calabria e Sicilia e, nel 1870, la Camera del Regno aveva autorizzato il governo affinché procedesse alla sua costruzione. Gli studi vennero condotti dall’ingegnere Giordano per un itinerario da Eboli attraverso il Cilento e Vallo della Lucania fino a Sapri e Maratea e dall’ingegnere Gargiulo per un itinerario interno, più breve, attraverso il Vallo di Diano e la valle del Noce fino a Castrocucco. La scelta non fu facile e si ebbero accesi scontri in Parlamento tra le deputazioni lucana e campana fino a che nel 1879 con la Legge Baccarini non vennero recepite salomonicamente tutte e due. Data la riconosciuta importanza vennero ambedue inserite nella Tabella “A” tra le ferrovie da costruire a totale carico dello Stato. L’utilizzo della ferrovia per il trasporto degli agrumi, in quegli anni, iniziava ad intensificarsi dato che la tariffa speciale sui trasporti aveva ridato fiato al commercio degli agrumi. Si erano stipulati anche nuovi accordi con Francia, Austria-Ungheria e Svizzera e il traffico agrumario iniziava a spostarsi dall’America verso il centro-Europa passando così dal trasporto marittimo a quello con treni merci. Il completamento della linea ferroviaria Battipaglia-Reggio Calabria avrebbe reso i trasporti ferroviari più rapidi e quindi più convenienti; tuttavia il fallimento della Società Vittorio Emanuele nel 1872 e l’incarico, dato dal governo, alla Società per le Strade Ferrate del Mediterraneo di completare la rete calabra, non permise un celere avvio dei lavori progettati. Si dovette attendere la riorganizzazione delle ferrovie con la legge e le convenzioni del 1885 che affidarono la rete alla suddetta società perché si riavviassero speditamente i progetti. Tra il 1883 e il 1887 erano state attivate infatti solo le tratte Battipaglia-Agropoli-Vallo della Lucania di 50 km e Reggio Calabria – Bagnara di 29 km. Nel frattempo iniziava anche la costruzione delle tratte dell’itinerario via Vallo di Diano, ma molto a rilento, giungendo a completare il tratto tra Sicignano degli Alburni e Lagonegro solo nel 1892 ma non proseguendo più oltre.
Nel 1897, Sapri, nel racconto di Rocco Baldanza, “La signora di Sapri: storia dei nostri tempi”, dove egli racconta di Sapri e della contessa Gioconda Walvescky
In questi anni, tramite il mio amico Alfonso Monaco, un libraio del Vallo di Diano, sono venuto a conoscenza del testo di Rocco Baldanza, “La Signora di Sapri: storia dei nostri tempi”, ed. A. Paolini, Roma, 1879. Baldanza ha pubblicato alcuni testi dedicati all’epopea del Risorgimento Italiano, (si veda bibliografia in fondo) ed in particolare in questo testo egli racconta della giovane Gioconda Walvescky, che amò lo sfortunato Gian Battista Falcone che rimase ucciso nell’eccidio dei “Trecento” di Carlo Pisacane a Sanza. Secondo il Baldanza, la giovane amante seguì il giovane calabrese Falcone fino all’epilogo di Sanza ed il Falcone, prima di morire l’affidò alle cure del suo servitore di un tempo, il mugnaio di Sapri Matteo. Gioconda, malata di tisi si trasferì a Sapri nel 1858, un anno dopo, per poter andare spesso a Sanza. Nel testo, nel vol. I, Baldanza ci parla del Laveglia, definendolo “abietto e scaltro”. Il testo di Baldanza è molto interessante in quanto essendo stato pubblicato nel 1879, non solo ci racconta dell’eccidio dello sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane, ma in esso sono raccolte molte notizie di Sapri e su alcuni personaggi a Sapri in quei tempi. Venni a conoscenza che l’amico e giornalista Tonino Luppino era in possesso del volume primo, di cui ho una copia scansita in pdf. Subito mi misi a cercare questo volume che sembrava introvabile sul mercato librario. Notai che, uno dei pochi testi originali si trova presso la Biblioteca Centrale del Risorgimento a Roma e ne richiesi copia scansita. Ottenni ed ho il volume II sconosciuto ai più. Nel 1879 lo scrittore Rocco Baldanza (…) pubblicò una serie di racconti romanzati sull’epopea Garibaldina e Risorgimentale. Nel volume II della sua trilogia pubblicò a Roma, per i tipi di Adolfo Paolini, il volumetto II dal titolo ‘La signora di Sapri: storia dei nostri tempi‘. In questo piccolo volumetto il Baldanza racconta della permanenza a Sapri della compagna di Giovan Battista Falcone, che morì a Sanza insieme a Carlo Pisacane. Il Baldanza parla della giovane contessa Gioconda Valvescky o Walvescky figlia di Ignazio Walvescky parente di Napoleone III. La Walvescky, compagna di Giovan Battista Falcone venne ad abitare a Sapri dove morì di tubercolosi. Spesso si recava al sepolcro di Giovan Battista Falcone e Pisacane a Sanza devolvendo le sue ricchezze ai poveri bambini di Sanza. Il testo è conservato presso tre biblioteche, di cui anche la Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM. Pare che una copia del vol. II sia di proprietà dell’amico Tonino Luppino che lo segnalò per la prima sul blog Golfonetwork su indicazione dell’amico ALfonso Monaco. Bellissimo e commovente il racconto del Baldanza che scrive una pagina di storia del nostro paese, citando personaggi e luoghi dell’epoca postuma a Pisacane. Io posseggo una scansione di una parte del libretto per gentile concessione della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma.


(Fig….) Baldanza Rocco, La Signora di Sapri, Roma, Tipografia di Adolfo Paolini, 1879 (Archivio Attanasio)
Nel 28 settembre 1902, a Lagonegro vennero in visita i Ministri Pietro LACAVA e FINALI, nella visita del Primo Ministro Giuseppe ZANARDELLI
Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 34, in proposito scriveva che: “Oltre di essi abbiamo visto dei Ministri; ….nel 1890 i Ministri Finali e Lacava, il quale nel 1860 era stato Sottogovernatore in Lagonegro, nel 1902 il Presidente dei Ministri Zanardelli. questi tre ebbero ospitalità nel Palazzo della Sottoprefettura.”. Su Pietro Lacava, Ministro e fratello di Michele Lacava (….), ha scritto Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Lorenzo Predome (….), nel suo “I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia”, a p. 113, in proposito scriveva: “1) Le tristi condizioni dei Lucani. Benchè la Basilicata con la sua azione di intenso patriottismo e con vera dedizione, avesse il 18 agosto 1860 a Potenza, dichiarato decaduto il Borbone, nessuno dei patrii Governi succedutisi dal 1861 al 1902, rivolse l’attenzione, seriamente, sulle gravissime condizioni di vita della gente lucana. La regione abbandonata per molti anni, priva di strade, di case, di ospedali, e finanche di cimiteri (su 124 comuni 62 avevano il luogo santo per i morti)(?) non veniva neanche guardata o pensata. Solamente il consiglio e la Giunta Provinciale – provvidero con scarsi mezzi alla costruzione di strade, di ponti, di edifici pubblici per le scuole o per altri bisogni della vita del popolo.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 114-115, in proposito scriveva: “L’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, S.E. Giuseppe Zanardelli di Brescia, s’indusse a venire in Basilicata per notare “de visu”, quanto veniva richiesto dai deputati lucani. Il vegliardo primo Ministro venne in Basilicata sopportando gravi disagi e il 28 settembre 1902, in un discorso tenuto a Potenza espose quanto dolorosamente egli aveva visto e constatato di persona.”. Da Wikipedia leggiamo che dopo l’annessione, però, la Basilicata, afflitta da una povertà remota e, al tempo, la provincia più arretrata e isolata del regno borbonico, vide vanificare le proprie speranze di un cambiamento sociale: la mancata promessa di una redistribuzione demaniale, lo status quo mantenuto dalla classe dirigente e l’incomprensione del regio governo, generarono il malcontento del ceto popolare, che si tradusse in una rivolta armata. Il brigantaggio, fenomeno endemico del Meridione del quale la monarchia borbonica se ne servì ogni qual volta il proprio regno fosse minacciato da potenze straniere, agli albori dell’unità d’Italia assunse i connotati di una vera e propria guerra civile che interessò le province dell’ex Regno delle Due Sicilie per circa dieci anni, causando migliaia di morti tra rivoltosi e truppe del regio esercito. La Basilicata fu la provincia con il maggior numero di bande, di cui se ne contarono 47 in totale. Le più notorie, capeggiate da Carmine Crocco, fecero del Vulture la propria base operativa. Sconfitto il brigantaggio, la Basilicata, come tutta l’Italia del tempo, iniziò a subire la piaga dell’emigrazione; un fenomeno che, tuttora, affligge la regione. Tra fine Ottocento e inizio Novecento iniziò a emergere il meridionalismo, movimento politico-culturale in favore del Mezzogiorno che tra i suoi esponenti annoverò personalità lucane come Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Ettore Ciccotti e Raffaele Ciasca. Grazie all’impegno dei meridionalisti, la Basilicata conobbe un lieve ma fondamentale sviluppo, con la realizzazione di scuole, vie di comunicazione, acquedotti, e politiche di bonifica e cura farmacologica.
Bibliografia e Note Bibliografiche
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(1) Attanasio Francesco, “Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)
(2) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo inedito e dattiloscritto, Policastro nel 1973
(3) De Cesare Raffaele, La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi; Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”. Nella prefazione Raffaele De Cesare ci parla di un “Memor” un suo amico ma nel testo di Treveljan tradotto dall Dobelli, a p. 424 si postillava: “De Cesare, F. di P. = De Cesare (R.) – Una famiglia di patriotti. 1889. E’ la miglior narrazione, attinta alle fonti locali, della marcia di Garibaldi da Reggio a Napoli, e dell’insurrezione calabrese.”. Memor è il suo pseudonimo. De Cesare Raffaele, “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 19…..; De Cesare Raffaele, Una famiglia di patrioti – ricordi di due rivoluzioni in Calabria, Roma, Forzani, 1889;
(4) Racioppi Giacomo, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, edizione Laterza, 1909; Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata,
(5)
(6) Franco F., La rivoluzione garibaldina del 1860 nel Salernitano, ed. Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959
(7) Sòriga Renato, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, vol. XIII, marzo-giugno, 1913. Sòriga, nel fascicolo 1-2 del “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, da p. 59 a p. 109 ci parla di Gaetano Sacchi che sbarcò a Sapri con la sua brigata Garibaldina della Divisione Turr. Sòriga Renato, “La brigata Sacchi e la prima spedizione garibaldina nelle Calabrie”, in Rivista d’Italia, lugio 1912
(8) Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861, pubblicato in Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. Delle memorie di Gaetano Sacchi, Renato Soriga scriveva che: “Di questa memoria, il Museo del Risorgimento possiede due copie complete , in una numerosi documenti accessori , dei quali darò tra poco notizia nella mia relazione sulle Carte Sacchi.“. Sempre il Sòriga scriveva: “Molti anni dopo, nel 1875 , il Capitano Pecorini -Manzoni, che da tempo attendeva a redigere la storia della XV Divisione Türr nella campagna del 1860 , a mezzo d’un comune amico, pregava il Sacchi di pari favore. Anche in questa circostanza la bontà paterna del Generale non si smenti e sebbene si trovasse in cattive condizioni di salute, raccolse documenti, rievocò ricordi e stese altra memoria sull’operato della sua Brigata nella campagna del 1860 ( 1 ).”.
(9) Quandel-Vial Ludovico, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabria dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900
(10) Menghini Mario, La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli nei proclami, nelle corrispondenze, nei diarii e nelle illustrazioni del tempo , Società tipografica Editrice Nazionale, Torino, 1907
(11) Du Camp Maxime, L’Expédition des Deux-Siciles (La Spedizione delle Due Sicilie), ed……; vedi pure L. De Rosa, Maxime Du Champ – La Spedizione delle due Sicilie, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963
(11) Abba Cesare Giuseppe, “Arrigo. Da Quato al Volturno”, 1866; “Noterelle d’uno dei mille edite dopo vent’anni”, 1880; I Mille, ed. Bemporad e F., Firenze, 1868 (è interessante per lo sbarco in Sicilia ma non dice nulla sul resto); “Da Quarto al Faro. Noterelle d’uno dei mille”, 1882; “Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille”, 1891
(….) Anzilotti Antonio, Movimenti e contrasti per l’Unità Italiana, a cura di Luigi Russo, Bari, Laterza, 1930
(12) Witehead Peard John, Journal,
(13) Treveljan George Macaulay,“Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911; “Garibaldi and the Thousand”,
(14) Dobelli Emma Bice, Garibaldi e i Mille, ed. Zanichelli, Bologna, 1913, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan, “Garibaldi and the Thousand”
(15) Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861
(16) Policicchio Ferruccio, Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, Fisciano, 2011; Policicchio Ferruccio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica); Vibonati nel secolo Decimonono, ed. Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II
(17) Bilotti Paolo Emilio, La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”,
(18) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969; si veda pure: Luci ed ombre nel processo per la spedizione di Sapri, Salerno, 1958; La provincia di Salerno nell’età del Risorgimento, Catalogo della mostra documentaria, Salerno, 1957; Il Cilento al principio del secolo XIX, Salerno, 1956; Una lega di resistenza di contadini nel 1860 e la questione demaniale in un comune del salernitano, in « Movimento Operaio » n. 3, anno VI, maggio-giugno 1954 (nuova serie), pp. 684-723; L’Archivio di Gabinetto della Prefettura di Salerno, in «Movimento Operaio» n. 3, anno VI, maggio-giugno 1954 (nuova serie), pp. 464–493; Leopoldo Cassese, Scritti di storia meridionale, Pietro Laveglia editore, Salerno 1970 (volume postumo a cura di Pietro Laveglia e Antonio Cestaro)
(19) Pesce Carlo, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911
(20) Tancredi Luigi, Sapri – giovane e antica,…; Tancredi Luigi, Il Golfo di Policastro,
(21) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848, Albrighi e Segati, Milano, 1909; Mazziotti Matteo, L’insurrezione Salernitana nel 1860, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921); Mazziotti Matteo, La reazione borbonica nel salernitano; Matteo Mazziotti, Memorie di Carlo De Angelis, 1902; Mazziotti Matteo, La reazione borbonica nel Regno di Napoli, ed. Dante Alighieri di Albrighi e Segati, 1912; Matteo Mazziotti, “Ricordi di famiglia (1780-1860)”, Matteo Mazziotti, Il Conte di Cavour e il suo confessore, ed. Zanichelli, 1915
(22) Fusco Felice, Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri, ed. Galzerano, Casalvelino Scalo (SA), 2007
(23) Ebner Pietro, Storia di un feudo del Mezzogiorno, ed. Thesaurus
(24) Dumas Alexandre, padre, Les Garibaldiens (I garibaldini), 1861
(25) Bertani Agostino, Le spedizioni di volontari per Garibaldi – cifre e documenti complementari al resoconto Bertani, Genova, 1861; Bertani Agostino, L’epistolario di Giuseppe La Farina – Ire politiche d’oltre tomba raccolte da Agostino Bertani, Firenze, ed. Polizzi, 1869
(26) Mario Alberto, La Camicia rossa, ed. Sonzogno, Milano, 1875
(27) Pecorini-Manzoni Carlo, Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli,
(28) Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, 1928
(29) Bizzozero G., La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzozero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, Stabilimento Giuseppe Civelli, 1862
(29) Rustow Wilhelm (Guglielmo), La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861),
(30) Porro Eliseo, La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, Milano, ed. Salvi, 1861
(31) Moliterni Biagio, nel suo “Il ruolo del “Capitano Augier” nella Spedizione dei Mille” (stà in Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, 2017, LXXXIII, consultabile sul sito di ANIMI),
(32) White Mario Jessie, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra; Garibaldi e i suoi tempi, illustrazioni di Edoardo Matania, Treves, Milano, 1884; White Mario Jessie, In memoria di Giovanni Nicotera, ed………….
(33) Curàtulo Giacomo Emilio, Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria- Documenti inediti – Dieci lettere di Vittorio Emanuele a Garibaldi etc…”, ed. Zanichelli, Bologna, 1911; dello stesso autore si veda pure: “Scritti e figure del Risorgimento italiano con documenti inediti”, Torino, ed. Bocca, 1926
(34) Commissione Editrice (a cura di), La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia – Carteggio Camillo Cavour etc…”, vol. II (Agosto-Settembre 1860); si veda pure…..
(35) Morabito L. (a cura di), Genova garibaldina e il mito dell’eroe nelle collezioni private, Genova, 2008
(36) Pellion Carlo, conte di Persano, Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861″, Torino, 1870, vol. I-II,
(37) Piola Caselli Carlo – Cronache marinare di Giuseppe Alessandro Piola Caselli. Aneddoti della Marina Militare Sarda, Garibaldina ed Italiana (1843-1883), a cura di Federico Adamoli, 2014 – pubblicato in rete
(38) Agrati Carlo, Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937; si veda pure: Agrati Carlo, Giuseppe Sirtori. Il primo dei Mille, a cura di Adolfo Omodeo, Bari, G. Laterza & figli, 1940
(39) Maraldi Costanzo, La rivoluzione siciliana del 1860 e l’opera politico-amministrativa di Agostino Depretis, estratto dalla “Rassegna Storica del Risorgimento”, anno XIX 1932 – Aprile-Giugno (X) Fasc. II, Roma, tip. L. Proja, via Emilio Faà di Bruno, 7, 1932
(40) Crispi Francesco, Il Diario dei Mille, Treves, 1910; Crispi e l’impresa dei mille il diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio, Firenze, Soc. Edit. La voce, 19…..; Crispi Francesco, Crispi e l’impresa dei mille il diario del 1859 con prefazione di Guido Porzio, Firenze, Soc. Edit. La voce, 19…..; Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890; Memorie di un candidato. Il collegio elettorale di Tricarico in Basilicata
(41) Colombo Adolfo, Contributo alla Storia della Prodittatura di Agostino Depretis in Sicilia nel 1860, Saluzzo, 1911
(42) Castellini Gualtiero, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909; Eroi Garibaldini, ed. Zanichelli, Bologna, 1911
(44) Bandi Giuseppe, I Mille, con prefazione di Stefano Canzio, Edizioni Vie Nuove, Milano, 1962, edizione fuori commercio
(45) Alfieri d’Evandro Antonio, nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”,
(46) Dallolio Alberto, La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi, Bologna, ed. Zanichelli, 1910
(47) Forbes Charles Stuart, The campaign of Garibaldi in the two Sicilies, ed……….; Forbes C. S., Garibaldi’s Feldzung in beide Sizilien”, Leipzig 1865 (traduzione dell’edizione inglese del 1861)
(48) Lacava Michele, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava, Napoli, ed………., 1895; si veda pure: Lacava Pietro, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860
(49) Infante Antonio, Garibaldi nel Cilento“, Torchiara, 1984
(50) De Crescenzo Gennaro, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960; si veda pure: Dizionario salernitano di Storie e Cultura, ed. Jannone, 1960
(51) Pucci Michelangelo, Tortora – Natura, Storia Cultura”, “Cronaca del viaggio di Garibaldi da Rotonda al Fortino“, p. 99 e ssg.
(52) Fulco Amedeo, “Memorie storiche di Tortora con uno studio critico sull’antica Blanda”, Libreria Intercontinentalia, Napoli, 19…..; Fulco Amedeo, Memorie storiche di Tortora – Rubettino – Soveria Mannelli, 2002, ristampa a cura del Comune di Tortora
(53) Schettini Alfredo, Trecchina nel presente e nel passato – 1936, Tip. Ferrari, Alessandria, 1947
(54) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, 1982
(55) Damiano Domenico, Maratea nella storia e nella luce della Fede,
(56) Manco Carmine, Scalea prima e dopo,…..;
(57) Garibaldi Giuseppe, Edizione Nazionale degli scritti: vol. 11, Epistolario, vol. 5: 1860 (a cura di Massimo De Leonardis), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma, 1988; I Mille, Torino, Tip. Camilla e Bartolero, 1874; Memorie autobiografiche, Firenze, Barbèra, 1988 e ed. 1920
(58) Nisco Nicola, Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli (1824-1860), vol. II, “Francesco II”, Napoli, II. Ed. Morano, 1889; si veda pure edizione 1891
(59) Pianell (….), Il Generale Pianell – Memorie (1859-1892), Firenze, C. Barbèra editore, 1902; si guardi pure “Le grandi manovre autunnali del 2° corpo d’esercito nell’anno 1869 del luogotenente generale conte Pianell”, ed. Voghera, 1870; si veda pure: Francesca Bellavigna, “I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891)”, stà in Archivio Storico per le Provincie Napoletane, Napoli, 2004, p. 605
(60) Alfieri d’Evandro Antonio, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861,
(61) Cesari Cesare, La campagna di Garibaldi nell’Italia meridionale (1860), ed. Libreria dello Stato, Roma, 1928-VI
(62) Oddo Giacomo, “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866,
(63) Mario A., La camicia rossa, a cura di Spellanzon, Milano, 1954,
(64) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, Napoli, G. Rondinella, 1868,
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(…..) Berti Giuseppe, I democratici e l’iniziativa meridionale nel Risorgimento, ed. Feltrinelli, Torino, ….
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(….) De Ballesteros Ruiz, L’autodifesa del generale Ruiz de Ballesteros per taluni fatti militari del 1860,
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(….) De Castro Giovanni e Guastalla Enrico, Giuseppe Sirtori, ed. Dumolard, Milano, 1892
(….) De Fiore Francesco, “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”, manoscritto, pubblicato da Antonio Emilio Parisi, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, (Roma, a. 1957, fasc. I-II; anno XXIX, 1960, fasc. I; e 1960, fasc. II pp. 117-135)
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(…) Di Capua Giovanni, Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento italiano, Salerno, Cantelmi, 1985
(….) Di Capua Giovanni, Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985
(….) Donaver Federico, La spedizione dei Mille – l’idea inspiratrice etc…, Genova, Libreria nuova di F. Chiesa, 1910; descrive alcuni degli sbarchi dei garibaldini avvenuti dopo il primo sbarco di Marsala, come le spedizioni: Agnetta, Medici (con Caldesi e Malenchini), Cosenz. Il Donaver accenna anche a spedizioni di materiali provenienti da Malta e condotte dal siciliano Salvatore Castiglia.
(….) Durand-Bragher Henry, Quatre moise de l’expedition de Garibaldi en Sicilie et en Italie, Paris, ed. Dentu, 1861
(….) Elia Augusto, Note autobiografiche e storiche di un garibaldino, Bologna, Zanichelli, 1898
(….) Finelli Riccardo, 150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi, ed. Incontri,
(….) Fortunato Giustino, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano, Bari, Laterza, 1911, vol. II,
(….) Fratelli Terzaghi, “Album storico. Garibaldi nelle Due Sicilie ossia guerra d’Italia nel 1860. Scritta da B.G. con disegni dal vero, le barricate di Palermo, ritratti e battaglie, littografati da migliori artisti”
(….) Garibaldi Giuseppe, Memorie autobiografiche, Firenze, ed. Barbera, 1920
(….) Guarasci Antonio, La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961
(….) Gallotti Giuseppe, Delle presenti condizioni delle Provincie Napoletane, Ed. Nobile, Napoli, 1861
(….) Galton Francis, Vacation tourist in 1860, Macmillan, 1861
(….) Giannone Francesco, Memorie storiche statuti e consuetudini dell’antica terra di Oppido, Palermo, Tip. Marsala, 1902
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(Figg. 13-14) Attanasio F., Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, pubblicato a stampa sulla rivista ‘Progetto‘, anno V, 2, luglio 1994, pp. 3, 4 (1).












































