
(Fig. 1) Carta del’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (5).

Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Con la progressiva e definitiva dissoluzione dello Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli, le sue origini e l’evoluzione storico-urbana del centro costiero. Questo saggio vuole fare il punto di tutte le notizie storiche raccolte e documentate sulla cittadina di Sapri suntate anno per anno che sono ivi trattate in questo blog in maniera organica e approfondita con altri miei saggi a cui si rimanda per gli opportuni approfondimenti.

La formazione della piana costiera di Sapri
Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), a p. 3, in proposito scrivevo che: “Il territorio del “basso Cilento”, del Golfo di Policastro e del suo entroterra, ha un paesaggio impervio, ricco di montagne, lacchi amenomati, ora brulli ora coperti da folti boschi, che ci donano un senso di pace e di commozione in uno spettacolo, talvolta, di atavica so-litudine e d’immortale bellezza. La fascia costiera si rivela totalmente diversa rispetto al suo entroterra. Si scorgono numerose grotte, cale dirute ed uliveti che, dalle balze a ridosso del mare, si rispecchiano nelle acque di un limpidissimo azzurro. La costa è ricca di paesi, ieri piccoli borghi marinari di pescatori, oggi affollati di turisti nei tre mesi estivi. L’ampio Golfo di Policastro, costituisce l’estremo lembo della Campania, al confine con la Basilicata, l’antica “Lucania”. Esso, comprende la piccola pianura costiera di Sapri che è posta ai margini sud-orientali del Golfo di Policastro, stretta tra le propaggini del Monte Coccovello ad est, dal Monte Olivella a nord e dalle colline ad ovest e nord-ovest. Al limite della piana costiera, troviamo il rilevato ferroviario che lambisce la corolla di colline (mediamente lungo la curva di livello a quota +15 sopra il livello del mare). So-stanzialmente, il rilevato ferroviario, costituisce anche il limite alle aree urbanizzate, poste quasi tutte fra il rilevato ferroviario e la linea costiera che, con la sua fascia lito-ranea, lambisce il mare e la caratteristica baia antistante. La formazione e la conforma-zione che la pianura costiera di Sapri ha assunto nei secoli, può avvalorare alcune ipotesi sulle sue origini. Il paesaggio che oggi vediamo è stato modellato dalle significative variazioni climatiche che si sono avvicendate nel corso del Quaternario ed Olocene e dalle recenti oscillazioni del livello del mare. Il Cesarino, al riguardo, credeva che il Torrente Brizzi ” oggi modesto, scarica in mare le ultime acque di quell’immenso serbatoio idrico che fù la Valle del Noce: l’antico lago pleistocenico si svuotò nel corso dei millenni sia attraverso la vallata di Castrocucco in Calabria, sia attraverso la vallata di S. Costantino che incombe su Sapri. E la profonda gola scavata dal Torrente Brizzi nella roccia rivela la notevole portata che dovette avere nell’antichità. Se si aggiunge che la zona è interessata da quel movimento bradisismico che riguarda la Calabria costiera, e che i detriti alluvionali hanno depositato una coltre di parecchi metri.” (1) I deterioramenti climatici succedutisi nei secoli, hanno causato una serie di ciclici alluvionamenti che hanno provocato notevoli trasformazioni al paesaggio. Tali fenomeni hanno determinato l’accumulo di ingenti quantità di detriti fluviotorrenziali, causando un’aggradazione del piano di campagna ed una progradazione costiera. L’urbanizzazione del centro abitato è andato adeguandosi alle periodiche esondazioni che talvolta si sono rivelate di notevole portata. Sono testimonianza i molti antichi fabbricati della ‘Marinella’, che presentano porzioni di ambienti e gli ingressi dei fronti principali al di sotto del piano di campagna o stradale. In seguito a scavi effettuati per lavori edilizi, sono stati ritrovate pavimentazioni e manu-fatti edilizi completamente interrate e ricoperti da terreni alluvionali. I fenomeni alluvionali che nelle varie epoche, hanno interessato gran parte della pianura costiera di Sapri, hanno determinato anche fenomeni di progressivo impaludamento dalla piana. I toponimi ‘Skidros’ o ‘Sapros’ (pantano, palude), richiamano senza ombra di dubbio ad un fenomeno di impaludamento. Inoltre, devo aggiungere che, sul lato nord-est della piana, tra la località ‘Mocchie’ e le colline del Timpone, nell’antichità, doveva aprirsi una piccola insenatura perfettamente navigabile per le leggere barche dell’epoca.
SAPRI, TERRITORIO, L’AMPIA BAIA, IL PORTO NATURALE, LA COSTA
Alcune notizie sulla formazione geologica del territorio
Nel 1966, nel Bollettino della Società dei Naturalisti in Napoli (…), vol. LXXV, 1966, pubblicato a Napoli nel 1967, a pp. 188-189, leggiamo di Sapri e della formazione geologica del territorio circostante.


Giulio Schmiedt (….), nel 1975, pubblicò un interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, dal titolo ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia, Parte II- I Porti delle Colonie Greche’ pubblicato a Firenze nel 1975. Schmiedt (2), gà molti anni prima, nel 1972 aveva pubblicato un altro interessante studio sui porti della Magna Grecia ed aveva citato quello di S. Croce a Sapri. Si tratta dello studio ‘Il livello antico del Mar Tirreno – Testimonianze dei resti archeologici, a cura di’ (2.1). Nello studio ‘Antichi porti d’Italia’, lo Schmiedt (2), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato Vibo ad Sicam e che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino” (riferendosi al punto ove si trova il Faro Pisacane) (2), a cui ho dedicato lo studio: “Il vecchio Fortino borbonico a Sapri”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti e che vediamo illustrato nella foto del satellite. Al limite della piana costiera, troviamo il rilevato ferroviario che lambisce la corolla di colline (mediamente lungo la curva di livello a quota +15 sopra il livello del mare). Sostanzialmente, il rilevato ferroviario, costituisce anche il limite alle aree urbanizzate, poste quasi tutte fra il rilevato ferroviario e la linea costiera che, con la sua fascia litoranea, lambisce il mare e la caratteristica baia antistante. La formazione e la conformazione che la pianura costiera di Sapri ha assunto nei secoli, può avvalorare alcune ipotesi sulle sue origini. Il paesaggio che oggi vediamo è stato modellato dalle significative variazioni climatiche che si sono avvicendate nel corso del Quaternario ed Olocene e dalle recenti oscillazioni del livello del mare. Il Cesarino, al riguardo, credeva che il Torrente Brizzi ”oggi modesto, scarica in mare le ultime acque di quell’immenso serbatoio idrico che fù la Valle del Noce: l’antico lago pleistocenico si svuotò nel corso dei millenni sia attraverso la vallata di Castrocucco in Calabria, sia attraverso la vallata di S. Costantino che incombe su Sapri. E la profonda gola scavata dal Torrente Brizzi nella roccia rivela la notevole portata che dovette avere nell’antichità. Se si aggiunge che la zona è interessata da quel movimento bradisismico che riguarda la Calabria costiera, e che i detriti alluvionali hanno depositato una coltre di parecchi metri.” (1). I deterioramenti climatici succedutisi nei secoli, hanno causato una serie di ciclici alluvionamenti che hanno provocato notevoli trasformazioni al paesaggio. Tali fenomeni hanno determinato l’accumulo di ingenti quantità di detriti fluviotorrenziali, causando un’aggradazione del piano di campagna ed una progradazione costiera. L’urbanizzazione del centro abitato è andato adeguandosi alle periodiche esondazioni che talvolta si sono rivelate di notevole portata. Sono testimonianza i molti antichi fabbricati della ‘Marinella’, che presentano porzioni di ambienti e gli ingressi dei fronti principali al di sotto del piano di campagna o stradale. In seguito a scavi effettuati per lavori edilizi, sono stati ritrovate pavimentazioni e manufatti edilizi completamente interrate e ricoperti da terreni alluvionali. I fenomeni alluvionali che nelle varie epoche, hanno interessato gran parte della pianura costiera di Sapri, hanno determinato anche fenomeni di progressivo impaludamento dalla piana. I toponimi ‘Skidros’ o ‘Sapros’ (pantano, palude), richiamano senza ombra di dubbio ad un fenomeno di impaludamento. Inoltre, devo aggiungere che, sul lato nord-est della piana, tra la località ‘Mocchie’ e le colline del Timpone, nell’antichità, doveva aprirsi una piccola insenatura perfettamente navigabile per le leggere barche dell’epoca. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Mezzogiorno”, vol. II parlando di Velia e della scomparsa di gran parte della città, delle sue vestigia, a p. 729, in proposito scriveva: “Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, sappiamo che all’epoca dell’eruzione pliniana del Vesuvio, si ebbero sulla costa ingenti precipitazioni atmosferiche che determinarono l’accumulo di detriti, modificando la linea costiera della già ampia baia di Sapri con le sue insenature naturali.

Il bradisismo della fascia costiera del Cilento, e gli effetti sulle città costiere ormai scomparse
Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a p. 43 e ssg. parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Profondamente mutate dalle condizioni di un tempo sono le condizioni attuali della piana di Pesto, che però si vanno risollevando con la bonifica. Una volta l’aria vi odorava di fiori, ed ora vi è greve morbosa; ….le zanzare malariche insidiano la salute dei butteri, e le mandre di bufali tengono il campo. E’ interessante approfondire questo mutamento che si è verificato, perchè esso riguarda la sparizione di Pesto, di cui è stata data, solo di recente, la spiegazione giusta. Si credeva, fino a poco tempo addietro, che quella sparizione fosse dovuta alla malaria e alle incursioni dei Saraceni, che nel IX secolo avrebbero spinto i Pestani ad abbandonare la città e a riparare a Capaccio Vecchio, che sorge sui monti retrostanti (p. 15). Già il Gunther, studiando il bradisismo del Golfo di Napoli, aveva avuto l’intuizione che la scomparsa di Pesto fosse da attribuirsi allo stesso fenomeno, che avrebbe avuto come conseguenza la malaria, e, quindi, l’abbandono. Gli scavi recenti hanno dimostrato che la città è rimasta sepolta sotto una spessa coltre di materiali di origine palustre, fortemente cementati fra loro. In base a questa osservazione il DE LORENZO, e dopo di lui il D’ERASMO, hanno così ricostruito il fenomeno (3). Nel VI sec. a.C., e forse anche prima, la piattaforma di travertino su cui posa Pesto dovè iniziare un lento movimento di discensione per effetto del bradisismo del litorale tirrenico. All’epoca di Augusto, questo movimento doveva essere giunto a tal punto che cominciava a formarsi il pantano in prossimità di Pesto. Strabone dice che il fiume, impaludando, rendeva la città malsana (4). Il movimento discendente continuò ancora durante l’Impero e il Medio Evo, si che alla fine di questo il livello del mare doveva essere superiore all’attuale di più di 10 m., e la piattaforma su cui poggia Pesto doveva emergere pochissimo. Impediti di correre liberamente al mare, il Sele e i prossimi corsi d’acqua – fra cui è “Capo di fiume”, che scorre vicino a Pesto – ristagnando, formarono l’acquitrinio e così prepararono a poco a poco alla città antica il funereo manto – che presso Porta Marina mostra uno spessore di oltre cinquanta metri. Naturalmente è da connettere con questi movimenti di bradisismo la variazione della linea di spiaggia, la quale si è avvicinata o si è allontanata, a seconda della direzione discendente o ascendente del movimento.”. Il Magaldi, a p. 43, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. De Lorenzo, Sulla causa geologica della scomparsa dell’antica città di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia dei Lincei”, Cl. Sc. fis. s. 6°, vol. XI (1930); G. D’Erasmo, Il bradisismo di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia Scienze fis. e mat.” s. 4à, vol. IV (1934), (ripubblicato per cura dell’Ente per le antichità e i monumenti della provincia di Salerno”, ivi, 1935).”. Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 85 e ssg., in proposito scriveva: “21. Lineamenti di geologia saprese. La baia di Sapri costituisce una depressione morfostrutturale attualmente colmata da una potente pila sedimentaria di depositi alluvionali recenti e delitizii-littorali. Questi depositi legati alla trasgressione “versiliana”, avvenuta progressivamente all’ultimo stadio glaciale, il Wurm III, a partire cioè da 15.000 anni fa (1). In parole povere Sapri giace su fanghi, limi, sabbie e pietre via via accumulatisi nei millenni trascorsi ai piedi delle montagne circostanti in seguito ai dilavamenti dei pendii e per il deposito congiunto di materiali marini rilasciati dalle acque sia in fase di avanzata – verso l’interno- che di ritirata – verso il largo. Materiali diversi scesero dalle montagne da tre bacini principali (tav. 7) e gradualmente vennero convogliati verso il sottostante specchio d’acqua marino. Il mare, a sua volta, sia per i fenomeni di avanzata e ritirata dalla costa che per effetto delle correnti e delle mareggiate, accumulò altro materiale, determinando successive linee di contenimento dei materiali che scendevano dai monti. Ecc..”. Il Magaldi, a p. 91, nella nota (1) postillava: “(1) L. Brancaccio, Geologia regionale della Campania”. Il fenomeno del bradisismo ha interessato gran parte della fascia litoranea della costiera Tirrenica ed ha influito sulle numerose ed al tempo floride città magno-greche sorte sulle costa del basso Cilento. Come si è detto per l’esempio di Paestum, la maggior parte di queste città sono in seguito scomparse. La tradizione popolare ed i racconti settecenteschi attribuscono cause varie, maremoti, terremoti, distruzioni vandaliche e saraceniche ecc.., ma le rovine d’epoca romana che ancora oggi si possono vedere nell’area di S. Croce a Sapri non sono mai state rilevate con cura scientifica e soprattutto non sono state mai studiate. Gli studi sulle preesistenze dell’antichità possono rivelare risvolti inattesi, come ad esempio si è potuto fare nel “Serapo” a Pozzuoli. La ricostruzione dell’andamento del bradisimo ai Campi Flegrei, a partire dal IV sec. d.C. nel corso dei secoli fino ai tempi moderni è stata possibile grazie a osservazioni compiute sulle rovine di una costruzione di epoca romana, situata a poche decine di metri dal porto di Pozzuoli: il Serapeo. Erroneamente considerato come un tempio dedicato al dio egizio Serapide (da cui il nome) è stato in realtà un mercato romano dal I al II secolo AD. La peculiarità di questa costruzione è la presenza, a varie altezze sulle tre colonne ancora erette, di fori prodotti da molluschi marini (litodomi) che vivono nella fascia intertidale (tra la bassa e l’alta marea) e che quindi sono indicativi del livello marino nel passato. Grazie alla datazione di tali fori è stato possibile ricostruire le oscillazioni del livello del mare nel tempo dovute al sollevamento o abbassamento del suolo a Pozzuoli per effetto del Bradisimo. Avendo studiato ed osservato da Architetto la tipologia costruttiva adottata in epoca romana allorquando vennero costruiti i piloni frangiflutti oggi detti “Pila” a mare, in località S. Croce, sono stato sempre convinto che in quel punto il mare esisteva ed è per questo motivo che i romani costruirono l’antico molo costituito da piloni posti in successione. Ma, come dicevo la tipologia costruttiva dei piloni è differente perchè essa cambia. La costruzione delle fondamenta dei piloni appoggiata al suolo marino presenta una malta pozzolanica, ovvero una malta a base di calce e pozzolana che è una malta idraulica, ovvero una malta adatta ad indurirsi nelle costruzioni sottomarine, o per meglio dire nelle costruzioni dentro l’acqua. Infatti, i piloni, oggi dette “Pila” sono immersi nell’acqua del mare. Dunque, il mare in quel tratto litoraneo della costa saprese vi è sempre stato. E’ per questo motivo che i Romani costruirono quell’opera idraulica e portuale. Se questo è vero, ed è vero, come io credo, dimostra che la linea di costa della baia saprese veniva si a modificarsi ma non nel modo come è stato affermato in recenti studi. Grazie alla datazione di tali fori è stato possibile ricostruire le oscillazioni del livello del mare nel tempo dovute al sollevamento o abbassamento del suolo a Pozzuoli per effetto del Bradisimo. Avendo studiato ed osservato da Architetto la tipologia costruttiva adottata in epoca romana allorquando vennero costruiti i piloni frangiflutti oggi detti “Pila” a mare, in località S. Croce, sono stato sempre convinto che in quel punto il mare esisteva ed è per questo motivo che i romani costruirono l’antico molo costituito da piloni posti in successione. Ma, come dicevo, la tipologia costruttiva dei piloni è differente perchè essa cambia. La costruzione delle fondamenta dei piloni appoggiata al suolo marino presenta una malta pozzolanica, ovvero una malta a base di calce e pozzolana che è una malta idraulica, ovvero una malta adatta ad indurirsi nelle costruzioni sottomarine, o per meglio dire nelle costruzioni dentro l’acqua. Infatti, i piloni, oggi dette “Pila” sono immersi nell’acqua del mare. Dunque, il mare in quel tratto litoraneo della costa saprese vi è sempre stato. E’ per questo motivo che i Romani costruirono quell’opera idraulica e portuale. Se questo è vero, ed è vero, come io credo, dimostra che la linea di costa della baia saprese veniva si a modificarsi ma non nel modo come è stato affermato in recenti studi. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento. Etc…”. E’ interessante l’ipotesi del La Greca sulle origini della città di Vibone, che in sostanza riprende ciò che aveva in precedenza scritto e creduto l’Antonini.Non è chiaro se il La Greca, nel riferirsi alle rovine di S. Croce si riferisca ad una città di origine sabellica o Lucana o si riferisca alla colonia latina di Vibona. Si è visto che, sebbene si propenda per l’ipotesi della Villa romana di S. Croce appartenente come proprietà ai “Sempronii”, duumviri, probabilmente parenti a Tiberio Sempronio Longo, della colonia romana di Buxentum, non ritengo valida l’ipotesi che i “Sempronii”, probabilmente proprietari della villa di Sapri, ricoprissero la carica di duumviri (o duumviro edile) per disporre della colonia di Vibo ma essi disponevano della colonia romana e Sillana di Buxentum. Il La Greca, a p. 34 continuando il suo discorso sull’area di S. Croce scriveva pure che: “Ricerche recenti nell’area della villa romana di Santa Croce a Sapri (72) hanno stabilito che il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m. La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) postillava: “(72) Toccaceli 2003”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) si riferiva al testo del geologo Romeo Toccaceli (….), ed a p….., nella bibliografia scriveva: “(72) TOCCACELI 2003 = R. M. TOCCACELI, Evidenze geoarcheologiche della variazione del livello del mare in età storica: l’insediamento romano di S. Croce (Sapri – Golfo di Policastro), in ALBORE LIVADIE – ORTOLANI 2003, pp. 255-264. TRA LAZIO E CAMPANIA 1995 = AA. VV., Tra Lazio e Campania.”, su cui contenuto nutro dei dubbi. Il La Greca si riferisce ad uno studio geomorfologico del geologo Romeo Toccaceli di Sapri che, nel 2003 riteneva che “…il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m.”. Il Toccaceli (ed in questo caso il La Greca, ritenevano che in epoca storica, senza peraltro specificare quale epoca storica a cui si riferisse, il livello del mare era più basso di circa mt. 1, 80. Dunque, essi ritenevano che nell’antichità, l’area delle rovine di S. Croce, il livello del mare era molto più basso dell’attuale, tanto che, il La Greca affermava che in epoca antica: “La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca riteneva che il molo frangiflutti (le pilae) e le “cammerelle”, in epoca antica non erano bagnate dal mare, ovvero erano all’asciutto. Se pur ammettendo l’evidenza geologica che nell’antichità la linea costa presentasse un andamento particolare, non mi pare possibile, invece che “un andamento particolare”, l’avesse pure la linea orografica del sottosuolo di Sapri e della baia di Sapri. Inoltre, ammettendo per buona l’ipotesi e gli studi del Toccaceli (….), da cui risuta che tutta la villa ed il molo (le pilae), rovine che insistono nell’area di S. Croce, in parte sommersi dall’acqua, siano state in epoca antica “e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto”, mi chiedo come sia stato possibile che, la tipologia costruttiva del molo frangiflutti (dalla tradizione chiamato le “Pile” (da “Pilae”, ovvero pilone), denoti una diversa tipologia costruttiva adatta alle costruzioni marine ?. Mi spiego meglio. Dall’analisi della costruzione della Pilae, un molo frangiflutti costruito a protezione delle opere prossime alla battigia del mare a S. Croce, si vede chiaramente quale sia stato sempre il livello del mare. Le “Pilae”, di Sapri sono costituite da una porzione posta sotto l’acqua del mare e, un’altra porzione che affiora dal livello del mare, visibile al visitatore. Esse sono state costruite con due tipologie costruttive diverse tra loro. La porzione di opera sottomarina è stata infatti costruita usando una malta idraulica a base di pozzolana. Questo dimostra che i romani costruirono le “Pilae” nell’acqua del mare che, all’epoca, già era presente. Infatti, l’opera serviva a proteggere la piccola insenatura dai flutti marini, marosi, che in certi giorni di burrasca si vedono infrangersi proprio verso la Pilae. Dunque, se a S. Croce, il livello del mare è stato, come io credo, almeno dall’epoca romana come è attualmente, ne va da se che l’ipotesi del La Greca e di altri non hanno fondamento. A S. Croce, il mare c’è sempre stato così come lo vediamo ora e con lo stesso livello. Era talmente sostanziale la presenza del mare che i romani dovettero costruire il molo frangiflutti a divesa dei venti di mezzogiorno particolarmente rovinosi nelle giornate di burrasca. Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 73 e 74, venivano pubblicati due disegni ricostruttivi della villa d’epoca romana che mostrano chiaramente la Villa disposta all’asciutto e su un pianoro leggermente rialzato rispetto alla linea della battigia del mare. La ricostruzione dell’autore dei disegni, però, nella sua ricostruzione a volo d’uccello (dall’alto) della villa di S. Croce, non tiene minimamente conto delle opere portuali, del criptoportico delle “Camerelle” e del molo frangiflutti. Le evidenze archeologiche in sito denotano, è vero, delle opere murarie ad un livello superiore a quello marino ma queste costituiscono un tutt’uno con le opere murarie sottostanti, quelle cioè che si vedono dalla battigia del mare, che sono opere portuali e che, nel caso del molo frangiflutti (detto Pila), posto un pò più avanti, erano opere costruite con le loro fondamenta nel mare stesso, dunque opere portuali.
La faglia tettonica Sapri-Nocara
Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 85 e ssg., in proposito scriveva: “22. Profilo strutturale e sismico di Sapri. Assetto strutturale. Sapri è compresa nella catena sud-appenninica che si è formata attraverso sollevamento del Pliocene (sette milioni di anni fa) e nel Quaternario (due milioni di anni fa). Peculiarità di Sapri è quella di essere al vertice di ben due linee di faglia. Una si sviluppa da Sapri alla piana del Sele, la seconda – denominata proprio Sapri-Nocara – si sviluppa in direzione della costa jonica. Quest’ultima è importante in quanto trasversale rispetto alla catena sud-appenninica. Le faglie non sono altro che fratture entro le masse rocciose all’interno della crosta terrestre. Ecc…”. Il Magaldi, a p. 91, nella nota (1) postillava: “(1) L. Brancaccio, Geologia regionale della Campania”. Giovannipaolo Ferrari (….), nella Relazione per il P.U.C. redatto per il Comune di Sapri, a p. 12, in proposito recentemente scriveva: “L’attuale conformazione della baia di Sapri e del suo immediato retroterra – dunque – è il risultato di numerosi fattori geologici e climatici, succedutisi soprattutto nell’arco del Quaternario, da circa due milioni di anni fa. Tali fattori interagenti e avvenenti in fasi morfogenetiche successive, hanno lasciato scarse tracce bene identificate e databili, sicchè le indicazioni concernenti le più significative tappe evolutive possono essere ricavate dallo studio generale della più vasta dinamica del margine tirrenico della catena appenninica. Il disegno generale della costa, nelle linee fondamentali, risale al Quaternario Antico (Pleistocene Inferiore), che, nella cronologia assoluta, può essere posto tra un milione e 700.000 anni dal presente. La forma circolare o tozzamente quadrata della baia è sicuramente attribuibile ai movimenti tettonici che hanno interessato le successioni rocciose del Mesozoico e del Terziario ed hanno accompagnato il lento sollevamento dell’area durante l’ultima era. Il successivo modellamento è stato determinato dalle variazioni climatiche tipiche dell’era quaternaria, i cui più marcati effetti sono stati le oscillazioni del livello marino per cause glacioenstatiche (avanzamento e ritiro dei ghiacci polari). Altro effetto notevole delle fasi fredde è stato la produzione di grandi quantità di detriti lungo i versanti montuosi, che, come si è detto, hanno dato origine alla piana su cui insiste l’abitato. Evidenti nei dintorni sono le tracce di antiche spiagge fossili sollevate anche a diverse decine di metri dal livello marino odierno, i cui affioramenti, compresi tra i 50 e 70 metri s.l.m., sono disposti a forme di tipici terrazzi a morfologia subpianeggiante. L’emersione dei depositi marini antichi è stata seguita da una fase lacustre e palustre, che ha interessato l’intera baia. In tempi storici, il lento arretramento della linea di riva è stato accompagnato dall’interramento e sovralluvionamento delle aree costiere.”.
La baia naturale di Sapri e il porto
L’Antonini, della baia di Sapri in proposito scriveva che: ” che è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca di circa mezzo miglio, guardando per diritto a mezzogiorno; quindi è che spirando quei venti non sono sicuri nel porto;”. Il Troyli, nel 1675, parlando dei porti del Cilento, dice: “Con vedersi col medesimo seno di Policastro il Porto che di Sapri oggigiorno s’appella: il quale sebbene alquanto ripieno, è di solito di piccioli bastimenti capace, comecchè da Scirocco gagliardamente battuto; pure fù dalla natura cotanto ben disposto, che rassembra uno dei più bei porti, che abbia mai veduto. E se fosse ugualmente profondo nelle sue acque capace sarebbe di una grandissima armata navale.” (2). Nel 1815, Romanelli (6), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (6).

(Fig. 3) Croquì di Sapri, Genio militare francese, disegno a mano libera, inchiostro su carta, epoca occupazione Napoleonica del Regno di Napoli, da me scoperto presso la Biblioteca Nazionale di Napoli dove si trova conservato nella Sezione ‘Manoscritti e rari’ (8).

(Fig….) “Porto di Sapri’, “Rilievo originale eseguito dal Ten. Blois del Genio Napoletano. Sono riportati resti dell’antico porto romano.”, datato 1 gennaio 1819, rilievo in scala 1: 5000, con la seguente collocazione: cart. n. 82, doc. n. 52, Comune di Sapri, Prov. Salerno; vecchio schizzo pubblicato dallo Schmiedt (4), è conservato presso il Nuovo Archivio, sede S. Marco dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, Sezione ‘Stampe Antiche’: (n. 141142)(9).
La baia naturale di Sapri, una cassa armonica naturale
Come si può vedere dall’immagine satellitale tratta da google maps ed in un disegno del Genio militare napoletano che pubblicai anni fa, il litorale del paese di Sapri, ha la forma di un ferro di cavallo. La particolare conformazione orografica del territorio ed in particolare del litorale saprese, può annoversarsi tra le poche ed uniche baie naturali esistenti al mondo. Simile alla baia di Sapri è la baia di Acapulco in Messico. La particolare conformazione a ciampa di cavallo della baia di Sapri, oltre a donarle la particolare caratteristica di un porto naturale conosciuto e citato nei primi portolani esistenti, le dona anche la particolare caratteristica di naturale cassa armonica di risonanza acustica. Infatti, questa particolare conformazione naturale quasi ad emiciclo (un semicerchio con un angolo di 180°) è stato prima adottato negli Odeon greci (teatri) e poi in seguito proprio come la baia di Sapri a forma di ‘ciampa di cavallo’ la pianta dei primi teatri lirici come il San Carlo di Napoli o la Scala di Milano, rinomati per la loro risonanza acustica. In certe particolari giornate ventose, ma anche non particolarmente ventose, si può ascoltare il rumore del mare e dei gabbiani a centinaia di metri di distanza dalla battigia del mare. Nella mia abitazione che è posta nel centro abitato ma a ridosso della linea ferroviaria cioè a 600 metri dalla spiaggia, mi risveglio spesso con il rumore del mare. Il Rizzi (3), parlando dei porti cilentani, così dice del porto di Sapri: “8 -, In distanza di 15 miglia dall’Infrischi è situato il porto di Sapri, dove si avvisano dei notabili avanzi di anti-che fabbriche. Ha la circonferenza di circa 2 miglia, di maniera che possono restare nume-rosi navali. Quando spirano i venti di libeccio-mezzogiorno, e ponente-libeccio, si stà mal sicuro……Il porto di Sapri, che è di figura circolare, ha la bocca verso mezzogiorno della grandezza di mezzo miglio circa. Mercè un braccio di fabbrica, che si farebbe stendere dalla parte di occidente, verrebonsi a riparare in parte gli inconvenienti ai quali è soggetto.”. Secondo il Rizzi, nel 1809, Sapri aveva un’attrezzatissima flotta per la pesca formata da 7 pescherecci di 3 tonnellate cadauno e da un numero imprecisato di barche.

Il fiume sotterraneo ‘Lubertino’ e u’ vull j l’acqua, in località Sciarapotamo
Già l’Antonini nel 1795, nella sua ‘Lucania’ a pag. 430, chiamava questo fiume sotterraneo ‘fiume Obertino‘. Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale ‘di Capobianco’, ma all’epoca ve ne era un altra oggi scomparsa la Torre ‘Obertino’. Gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo. Antonini (4) nei sui discorsi, così scriveva nel 1795: “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli ( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho…” (4 – p. 435). Lo scrittore e viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage. Il Ramage (….), nel suo “Attraverso il Cilento”, parlando del suo viaggio e della sua visita a Sapri, dopo aver descritto alcune cose viste a Sapri fornendo interessanti ed utili notizie storiche, lasciando il paese, in proposito scriveva che: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino. Fui felice di risalire in barca, perchè il riverbero del sole sulla sabbia rendeva pesante qualsiasi sforzo. Mentre avanzavamo le montagne si avvicinavano sempre di più alla riva, fino a sovrastare il mare. Il sentiero tortuoso si snodava lungo i pendii dei monti, ma a quest’ora del giorno sarebbe stata una vera follia tentare di percorrer la piedi. Non vi era un filo di aria ed il caldo era il più intenso che avessi provato; eppure i marinai non sembravano accorgersene, nonostante che i loro torsi nudi fossero esposti direttamente ai raggi del sole. Ora sono diventato prudente, perchè l’estate scorsa, mentre salivo lungo la strada che portava al palazzo di Tiberio nell’isola di Capri, ecc…”. Sempre il Ramage continuando il suo racconto e, mentre viaggiava in barca in direzione di Acquafredda e Maratea scriveva che: ”Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che, vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, una polla d’acqua ribolle dal fondo del mare con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo è possibile bere l’acqua dolce perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”. Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (4) chiamava “fiume Obertino“, in prossimità della torre vicereale omonima, oggi scomparsa. Il fiume ‘Lubertino’, figura anche sulla carta geografica inedita, da me ritrovata presso l’Archivio di Stato di Napoli (5). Nella carta, figura il fiume ‘Lubertino’. Si tratta di un fiume di natura carsica che scorre sotto terra e che sfocia in mare aperto quasi di fronte allo scoglio dello ‘Scialandro‘. La tradizione popolare lo ha sempre chiamato ‘ u vull j l’acqua‘ ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di bollire), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo del mare e visibile ad occhio nudo. Oggi l’acqua del fiume carsico viene captata e va ad alimentare un acquedotto per Sapri. Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Acquafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc..ecc..

(Fig. 4) Lo scoglio dello Scialandro dopo il porto e la baia di Sapri.
Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pres si dello scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (4) chiamava “fiume Obertino“, in prossi- mità della torre vicereale omonima, oggi scomparsa. Il fiume ‘Lubertino’, figura anche sulla carta geografica inedita, da me ritrovata presso l’Archivio di Stato di Napoli (5).

(Fig. 5) Carta del’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (5).
Nella carta, figura il fiume ‘Lubertino’. Si tratta di un fiume di natura carsica che scorre sotto terra e che sfocia quasi di fronte allo scoglio dello ‘Scialandro‘. La tradizione popola- re lo ha sempre chiamato ‘ u vull j l’acqua‘ ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di bollire), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo del mare e visibile ad occhio nudo. Oggi l’acqua del fiume carsico viene captata e va ad alimentare un acquedotto per Sapri.
Il fiume carsico ‘Obertino’ o ‘Lubertino’ e il fenomeno a mare detto “u vull’ j l’acqua”
Nel 1815 la Torre detta di “Capobianco” era ancora visibile tanto che il Romanelli (7), parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…..Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (7). Dunque, il Romanelli (…), nel 1815 scriveva di Sapri e del suo Porto che vi erano due torri che chiamava 1) Torre del “Buondormire” e l’altra Torre detta del “Lubertino”. Dunque, il Romanelli non la chiamava Torre di “Capobianco” ma la chiamava Torre del “Lubertino”. Il toponimo “Lubertino” deriva molto probabilmente dalla vicina foce del fiume carsico e sotterraneo chiamato dall’Antonini (…) “Obertino” e da altri “Lubertino”. Si tratta di un fiume carsico che a mare da origine al fenomeno carsico detto dalla tradizione popolare “u vull’ j l’acqua”, di cui mi sono occupato in un altro mio saggio. La Torre detta di “Capobianco” o di “Capo Bianco“, era ancora visibile nel 1828, allorquando il viaggiatore inglese Craunfurd Tait Ramage (21), la vide e la citò nel suo ‘Viaggio nel Regno delle due Sicilie’. Ecco cosa scriveva in proposito lo scrittore e viaggiatore inglese Craufurd Tait Ramage (21), letterato scozzese, precettore dei figli del Console Inglese presso la corte borbonica di Napoli che, nell’Aprile del 1828, intraprese un viaggio a piedi nel Regno delle due Sicilie, arrivando sino a Sapri ed oltre parte della Calabria: “Ritrovai la barca ad una punta che costituisce una delle estremità del porto. Le due estremità di questo sono protette da due Torri, quella ad ovest si chiama Buondormire e l’altra ad est, Lubertino.”. Il fenomeno carsico del “Vullo di acqua”, venne bene descritto dallo scrittore e viaggiatore scozzese Croufurd Tait Ramage (….), che nel 1828, nel suo “Viaggio nel Regno delle due Sicilie“, lo descriveva. Leggendo la sua traduzione in “Attraverso il Cilento” con introduzione di Raffaele Riccio, edizione dell’ippogrifo il Ramage (….) a pp. 137-138, dopo aver parlato di Sapri, del suo porto e delle sue Torri, continuando il suo racconto ci descrive quando è sulla barca diretto a Maratea. Ramage in proposito scriveva che: “Fui felice di risalire in barca, perchè il riverbero del sole sulla sabbia rendeva pesante qualsiasi sforzo. Mentre avanzavamo le montagne si avvicinavano sempre più alla riva, fino a sovrastare il mare. Il sentiero tortuoso si snodava lungo i pendii dei monti, ecc…Mentre stavamo procedendo in direzione di Maratea i marinai mi parlarono dell’esistenza di un curioso fenomeno, e mi rammaricai di non averlo potuto vedere, prima di lasciare Sapri. Mi dissero che vicino a Sapri, nei pressi di una roccia chiamata Scialandro, emerge dal fondo del mare una polla d’acqua, che esce con tale forza da creare una corrente d’acqua dolce nel bel mezzo di quella salata e mi dissero pure che, quando il mare è calmo, è possibile bere l’acqua dolce, perchè questa non si mischia con quella salata, quando invece tira il vento essa si vede solo ribollire in mezzo al mare.”. Il Ramage si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello scoglio dello Scoglio dello ‘Scialandro’, ed in particolare parla della polla d’acqua che ribolle sul pelo dell’acqua del mare prospiciente il tratto di costa che lo separa dallo scoglio detto dello ‘Scialandro’ (Fig. 2), che figura e viene indicato anche nella carta che abbiamo pubblicato (Fig. 1). La polla d’acqua di cui ci riferisce C.T. Ramage (4), la tradizione popolare l’ha sempre chiamato ‘ u vull j l’acqua‘ ( il significato dialettale di ‘u vull‘ è di ‘bollire’), ovvero il ribollire di polle di acqua sul pelo dell’acqua di mare, proprio nel tratto di mare antistante lo scoglio dello Scialandro e dovuto alla sorgente d’acqua dolce del fiume carsico e sotterraneo che in quel punto sgorga direttamente con tale forza da fare ribollire il pelo dell’acqua del mare e visibile ad occhio nudo. Altri eruditi che, nel 1700, riferirono alcune notizie su Sapri è stato Beltrano (5) e Pacicchelli (6). Un altro erudito del tempo che ci ha parlato del fiume Lubertino o Obertino e del ‘U vull j l’acqua‘ è stato il dott. Nicola Gallotti, che, dopo l’Unità d’Italia, fu eletto primo Sindaco di Sapri, esercitando nel contempo la professione medica a Sapri e di cui oggi ci restano testimonianze alcuni suoi scritti a stampa (di cui ne posseggo due). Al di là delle osservazioni prettamente mediche che il dottore Gallotti faceva e descriveva, risultano essere un’interessante testimonianza del nostro passato in quanto in essi vengono raccontate alcune notizie di storia locale ed altro. Ad esempio si parla di un fiume carsico sotterraneo che nasce dalla vicina montagna e che sfocia a mare all’altezza dello scoglio dello “Scialandro”, nei pressi della località detta “Sciarapotamo”, dove passando dal mare si può vedere ancora a pelo d’acqua “u vull’ j l’acqua”, in dialetto il ribollire dell’acqua del mare (7). La natura carsica dei luoghi nei pressi della baia saprese, la presenza del Monte Ceraso è attestato dalla presenza di numerose sorgenti come ad esempio la sorgente dell’“Acqua media“ nei pressi del porto. Questa sorgente di acqua dolce, mista a quella salata di mare, che sgorga ai piedi del costone roccioso nei pressi del porto, si mischiava con l’acqua di mare salata ed è per questo motivo che veniva utilizzata nell’antichità dalle popolazioni locali per le sue qualità purgative. Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Acquafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc… Da ragazzo, mio nonno mi mandava a prendere quest’acqua in quanto essa aveva notevoli qualità purgative e depurative. La particolare salinità di questa acqua, gli donava proprietà depurative e purgative. Alla fonte sgorga un’acqua leggermente salina a causa della vena d’acqua carsica che arriva dalla montagna e si mischia con quella salata del mare. La prima citazione che ritroviamo sul fiume di cui parliamo è quello della carta corogra- fica illustrata nella prima immagine (Fig. 1) Carta del’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2). Nella carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (XV secolo), da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 1)(2), il fiume figura come “Fiume Lubertino” o ‘Obertino’. La carta di Fig. 1, è di notevole importanza per l’entroterra saprese e per la sua storia, in quanto in essa figurano tantissimi toponimi interessanti. Nella carta, dunque, viene citato questo fiume carsico sotterraneo che scorre nella montagna e sfocia in mare aperto e, la carta lo chiama “Fiume “Lubertino”, che si vede disegnato sulla terra ferma, lungo la costa di Sapri in direzione di Acquafredda e proprio di fronte allo Scoglio dello ‘Scialandro‘ (Fig. 3). Guardando la carta (di probabile epoca aragonese) (Fig. 1), il fiume Lubertino, doveva nascere da due sorgenti, una è nei pressi di Torraca e l’altra invece è la ‘Serra Corbara’, delle montagne poste prima di Lagonegro, forse in località ‘Fortino’. In seguito, il fiume, sarà citato anche dall’Antonini (3) che, nella sua ‘Lucania’ del 1745 (I edizione) e poi nel 1797, per i tipi di Tomberli, lo chiamava ‘Obertino’. Nei pressi di questo fiume, oggi si vede solo la Torre cavallara vicereale di ‘Capobianco’ ma, più anticamente vi era nello stesso luogo la Torre detta dell’ ‘Obertino’. Io credo che la Torre ‘Obertino’, che nel XIX secolo era chiamata Torre di Capobianco, prendesse il nome proprio dal fiume carsico sotterraneo. Antonini (3) nei sui Discorsi (XI), nel 1745, così scriveva: “Ritornati al mare di Sapri, e ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un notevole fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nei giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nei tempi di mediocre agitazione è coverto o confuso, ne si vede, che il solo suo gorgogliare. Or da quì sino alla marina di Maratea, che n’ è sette miglia lontano, e ch’ è una catena di continuati dirupatissimi alti scogli ( i frontoni), si trovan varie sorgive, e ruscelli di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho…” (3). L’Antonini (3) si riferiva al fiume sotterraneo di natura carsica, che ancora oggi scorre nei pressi dello Scoglio dello Scialandro, che l’Antonini (3) chiamava “fiume Obertino“, in prossimità della torre Vicereale omonima, oggi scomparsa. Come l’Antonini (3) che pure era stato a visitare Sapri e questi luoghi, gli antichi scrittori e viaggiatori, raccoglievano sul posto informazioni dagli abitanti del luogo ma prendevano sempre spunto da vecchie mappe o carte manoscritte come ad esempio la carta che quì pubblichiamo (Fig. 1) che è di sicuro una copia di una carta molto più antica e risalente all’epoca Aragonese (2).
Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 75 e ssg., in proposito scriveva: “Forse nessun individuo, una volta arrivato a Sapri in un modo o nell’altro, è sfuggito al racconto della catastrofe che, in epoca imprecisata, avrebbe colpito l’antica città di Sapri facendola scomparire tra i flutti. Sapri, secondo una radicata memoria popolare, “s’aprì”. Il Crippa si chiedeva quali fossero state le cause della scomparsa dell’antica città di Sapri, al di là dei toponimi che essa ha avuto nei secoli, ovvero si chiedeva se l’antica memoria paesana avesse un fondamento. Riguardo l’ipotesi di un maremoto, il Crippa, a p. 78 e 79 scriveva: “Dato che le località marine molto spesso possono risentire delle conseguenze idrodinamiche di terremoti, non è dunque possibile che Sapri, più che un terremoto, possa essere stata cancellata da un maremoto. Un indizio potrebbe ritrovarsi nelle contrade del “terremoto che accompagnò il sollevamento del Mare Novo presso Pozzuoli, il 25 settembre 1538”, quando “il mare si ritirò, così che l’intero golfo di baia rimase per qualche tempo all’asciutto, quindi ritornò, tutto rovinando” (1). Il maremoto di Pozzuoli del 1538 fu solo un fenomeno localizzato o si estese fino alle coste di Sapri ?. Fu per effetto di quel maremoto che la Carta Nautica del Mercatore, cinquantuno anni dopo, nel 1589, segnalò Sapri con la denominazione di “Sapri ruinata” ?.”. La carta citata dal Crippa, la carta del 1589, di Gerardo Mercatore, cartografo olandese, italianizzato, ed il toponimo che riportava di “Sapri roui nata”, da cui ho tratto il nome al presente blog che curo, ha citato Sapri come luogo conosciuto dagli eruditi, sia per il noto scalo marittimo rappresentato dall’ampia baia e per la presenza di notevoli costruzioni d’epoca antica, che all’epoca erano moltissime più numerose e ancora non depredate dagli antiquari campani che ivi venivano a rifornirsi. Il luogo era ben conosciuto agli eruditi come il Mommsen e l’Antonini che in seguito visitarono Sapri e ne denunciarono le indebite spoliazioni. Che un’antica città vi fosse stata nell’anticihità non vi sono dubbi. Del resto molte città antiche esistevano in antichità lungo la costa ma esse sono tutte scomparse. Ne sono testimonianze le città di Pesto e di Velia, quasi del tutto ricoperte da ua coltre di detriti alluvionali.
Recentemente, Antonio Luppino ha pubblicato sul sito web “Golfonetwork” (http://www.golfonetwork.it/newsarchivio20112012/news_commenti.asp?NewsID=3128), ha pubblicato il saggio “Sapri, foto del bombardamento nel 1943 del ponte Brizzi”, dove appaiono due di queste interessanti immagini, la Figg. 2-5 fornitigli dal Prof. Antonio Scarfone (1). Questa forse è la più antica foto aerea di Sapri. In essa possiamo vedere come era Sapri nel settembre del 1943. E’ un documento di estrema importanza per la storia di Sapri.

(Fig…..) Sapri, 9 Agosto 1943, ore 11,34, bombardamento del “Ponte Brizzi”

(Fig….) Sapri, 7 Settembre 1943, il centro abitato e la baia di Sapri dopo il bombardamento delle tuppe aeree anglo-americane

(Fig….) Sapri, fotografia erea del bombardamento del 7 settembre 1943 in cui si vede colpito il ponte e la galleria della linea ferroviaria Sapri-Reggio a ridosso della collinetta del Timpone
La fascia costiera di Sapri, dalla protostoria all’epoca romana
Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia. Nell’Aprile del 1995, consegnai a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“. Nello studio, raccoglievo e citavo tutti i miei precedenti studi fatti sulla zona di Sapri, i documenti e le testimonianze del passato che da anni erano stati oggetto dei miei studi. Nella Relazione, a p. 7, parlando di alcuni rinvenimenti riferibili ad un’epoca precedente a quella romana, citavo le archeologhe Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, che in un loro pregevole studio sulle ricognizioni e ricerche nel Golfo di Policastro (…) così si esprimevano: “La lettura globale dei dati raccolti lascia immediatamente intravvedere una documentazione straordinariamente ricca per le fasi più antiche della presenza umana dell’ambito in esame. Essa, infatti, si estende per lungo periodo che va dal Paleolitico inferiore sino all’età del Bronzo.”(7). Nella mia nota (7), postillavo che: “(7) Fiammenghi C.A., Maffettone R., ‘Ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro’, stà in “A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988.”, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, pag. 36.”. Continuando il mio racconto in proposito scrivevo che: “La carenza di documentazione dal Bronzo finale e per la successiva età del Ferro, peraltro più volte sottolineata, sembra allo stato attuale dalle indagini, da connettere probabilmente più alla lacunosità delle ricerche che non ad una effettiva mancanza di testimonianze.”. Continuando il mio racconto, citavo ciò che in proposito scriveva l’archeologa Giovanna Greco (…) e scrivevo che significativo in proposito è quanto scriveva a p. 18, dell’op. cit: “; ed infine, estremamente significative sono le tombe recuperate a Torraca (22) i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte (23).”. Giovanna Greco, a p. 18, nella sua nota (22), postillava che: “(22) W. Johannowsky, Atti, XXII, CSMG, Taranto, 1982, p. 422.”. Johannowski, citato dalla Greco, si riferiva ai ritrovamenti fatti in località Madonna dei Cordici. La Greco (…), nella nota (23), postillava che: “(23) Il modello di “colonizzazione indigena della costa” proposto per la prima volta da E. Greco va sfumato ed articolato in quel più complesso fenomeno di incontro-scontro tra le diverse realtà cantonali indigene e quella greco-coloniale dove la possibilità di una comune gravitazione tirrenica consente la partecipazione alle grandi vie di traffico commerciale marittimo ed all’interno, con il controllo dei valichi, forme di contratatto e grado di intensità di traformazioni di volta in volta differenti ed articolati.”. A p. 7, continuavo il mio racconto e parlando di ‘Scidro’, citando l’Archeologa Giovanna Greco (…), in proposito scrivevo che ella, in un suo scritto, sosteneva che: “Il recente recupero a Sapri alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.” (…). Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (…). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…). “. Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, nello stesso testo, a p. 38, in proposito ai rinvenimenti nell’area scrivevano che: “I rinvenimenti di ceramica a vernice nera della fine del V sec. a. C. da Vibonati (loc. S. Lucia), Tortorella (loc. Reggiano), Torraca (loc. Madonna dei Cordici) e Sapri stessa (loc. S. Croce), sono già da correlare ad una trasformazione dell’assetto territoriale legata al fenomeno della “sannitizzazione”.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a p. 20, in proposito scriveva che: “Nell’area sono stati identificati molti insediamenti preistorici, dal paleolitico al neolitico: c’è una notevole densità di abitati lungo la costa, in grotta; importanti sono le grotte di Camerota e di Praia a Mare (7). Più scarse le testimonianze relative all’età del bronzo e all’età del ferro, ma probabilmente solo per la mancanza di indagini sistematiche. In particolare, nella Grotta di Mezzanotte ad est di Sapri, e nella vicina loc. Chiappaliscia, sono stati individuati giacimenti paleolitici; sempre nel comune di Sapri, nella Grotta Cartolano, è stata segnalata la presenza di testimonianze dell’età del bronzo (8). Nella località Carnale di Sapri, su un’altura, sono state rinvenute ceramiche d’impasto della media età del bronzo, relative ad un insediamento agricolo-pastorale; tale ceramica evidenzia rapporti culturali con l’insediamento della Grotta del Noglio presso Porto Infreschi (9). Nell’insieme, la documentazione preistorica e protostorica può essere definita “una tenebra interrotta da improvvisi sprazzi di luce”: è quasi impossibile tracciare un quadro complessivo, ma i singoli siti dei ritrovamenti, sprazzi di luce, sono preziose fonti di conoscenza, sia pure lacunose, per determinate epoche o culture (10)”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (7) postillava: “(7) Vd. GRECO G. 1990b, p. 16; LA TORRE – COLICELLI 1999.”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (8) postillava: “(8) Vd. FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 36.”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (9) postillava: “(9) Vd. FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 34”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (10) postillava: “(10) Vd. ARCURI – TORRE 1998”.

(Fig…..) Sapri, località “Carnale” soprale colline del Timpone lungo la statale che oprta a S. Costantino di Rivello
Nel 75 a.C., secondo il Guzzo ed il Tancredi, la frase “PARVA GEMMA MARIS INFERI” attribuita a Cicerone, come io credo, una delle tante bufale menzoniere su Sapri ricorre spesso nei blog pubblicitari sulla rete
Negli scritti di alcuni storici locali ricorre spesso la notizia di una lettera di Cicerone che scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il ‘Vicus’ come “Parva gemma maris inferi”, la cui traduzione letterale è “piccola gemma dei mari del Sud”. In questi scritti, però non vengono mai riferiti i riferimenti bibliografici. Questa notizia non è stata mai sufficientemente indagata. In questo blog che curo da pochi anni stò cercando di approfondire ed ulteriormente indagare alcuni temi e notizie. Questa notizia storica, come io credo è stata inventata di sana pianta, non è nuova nel panorama delle tante menzogne che via via si stratificano negli scritti locali e nelle storielle che vengono ripetute pedissequamente sulla rete. A questa si può affiancare il percorso chiamato “Appezzami l’asino”, appellativo o toponimo mai esistito nella sentieristica saprese. Al contrario, accade che la toponomastica antica, desumibile da documenti certi, non viene fatta conoscere. Da tempo ormai è invalso l’uso di epigrafi e cartelli non documentati. Ancora oggi non riesco a capire l’esatta provenienza della notizia ed ad individuare la lettera di Cicerone in cui egli, nel 75 a.C. scrive all’amico di Velia Caio Trebazio Testa. Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito scrivevo che: “Sulla scorta dell’Antonini, la storiografia locale, credeva riferirsi a Sapri Marco Tullio Cicerone, quando come questore in viaggio per la Sicilia occidentale, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a.C., diceva: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud). Marco Tullio Cicerone, nel I sec. navigò ripetute volte per le nostre coste; infatti nella lettera scritta nel 44 ad Attico (60) si legge: “perveni enim Vibonem ad Siccam”.”. Nella mia nota (60) postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.” riferendomi all’altra notizia e lettere ad Attico. Ancor prima, nel 1987, pubblicavo un mio saggio “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10 che fu citato da Felice Cesarino (…), nel suo saggio, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988. Nel 2014, lo studioso Antonio Scarfone (….), sulla scorta di alcuni scrittori locali, sul sito dell’ISPRA pubblicò il saggio dal titolo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, dove non troviamo nessun contributo o citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come ‘parva gemma maris inferi’, ecc…“, senza indicarne i riferimenti bibliografici. Nella mia Relazione riportavo la notizia dataci in precedenza da due storici locali, Angelo Guzzo e Luigi Tancredi. Riportavo la loro notizia della frase da loro attribuita a Marco Tullio Cicerone il quale, nell’anno 75 a.C., citava “Vibone”, appellandola con la seguente frase: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud).“. I due autori non hanno mai specificato quali fossero i reali riferimenti bibliografici riferiti alla frase di Cicerone e come io credo essi non esistono. Insomma la notizia è una delle solite e tante invenzioni dette su Sapri. Nella mia nota (60), della citata Relazione postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.” ….., dove, correttamente mi riferivo ad una lettera di Cicerone in “ad Atticum” dove Cicerone cita il sito di “Vibone ad Siccam”. La notizia dei due autori citati non è e non può essere tratta da un’epistola di Cicerone contenuta “ad Atticum”, opera di Cicerone, essendo una notizia che, come loro scrivono riguarda l’anno 75 a.C., quando Cicerone era in viaggio, di ritorno da Lilibeo (odierna Marsala in Sicilia), alla fine del suo mandato di questore dell’isola. Nella lettera, che riguarda l’anno 44 a.C., quando Cicerone si trova a Velia ospite della moglie dell’amico Talna (assente) e, che commenterò in avanti, Cicerone dice che egli perviene dalla località che chiama “Vibone ad Siccam”. Cicerone scrive pure che egli, da quella località si recò via mare a Velia, dove poi si troverà, ospite nella casa di Talna (assente). Dunque, gli storici locali, come io credo, giustamente hanno interpretato la località “Vibonem ad Siccam” come “Sapri”, a differenza della maggioranza degli studiosi che pone questa località quale “Vibo Valenzia” ma, hanno aggiunto la frase “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud)” che Cicerone, come vedremo non scrisse in quella lettera né come mi pare in nessun’altra. Resta comunque un dubbio sull’anno che i due autori locali pongono. La lettera da me citata riguarda l’anno 44 a.C., mentre i due autori ci parlano dell’anno 75 a.C.. In ogni caso, Cicerone scrive nel 75 a.C. ma non conosciamo l’esatto riferimento bibliografico e dunque non siamo sicuri della notizia. Vediamo la notizia dei due autori. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri – giovane e antica” parlando del “Vicus Saprinus” menzionato da Frontino, a p. 25, in proposito scriveva che: “Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore e filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’, “Piccola gemma dei mari del Sud”.”. Il Tancredi riferisce la notizia di una “parva gemma maris inferis” scritta da Cicerone riferendosi ad un “Saprinus” in una lettera scritta all’amico Caio Testa Trebazio ma il Tancredi non dice altro e non da alcun riferimento bibliografico di questa lettera. Nell’Antonini (….) non si fa cenno della notizia. Nel 1997, Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” a p. 175 parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky (….), nel suo “Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed il Guzzo (….) in seguito ci informano di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Angelo Guzzo (….), storico locale, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 222, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Il Guzzo ripete la stessa frase nell’altro suo lavoro. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, ‘Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed ancora prima il Guzzo (….), in seguito ci informano di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Angelo Guzzo (….), storico locale, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 222, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Il Guzzo ripete la stessa frase nell’altro suo lavoro. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, ‘Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed ancora prima il Guzzo (….), in seguito ci informano di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Tornato a Roma dopo la morte di Silla, Cicerone iniziò la sua vera e propria carriera politica, in un ambiente sostanzialmente favorevole: nel 76 a.C., dopo aver pronunciato la celebre orazione Pro Roscio comoedo, si presentò come candidato alla questura, la prima magistratura del cursus honorum. I questori, eletti per un massimo di venti membri, si occupavano della gestione finanziaria o assistevano propretori e proconsoli nel governo delle province. Eletto alla carica per la città di Lilibeo (l’odierna Marsala), nella Sicilia occidentale, svolse il proprio lavoro con scrupolo e onestà (tanto da guadagnarsi la fiducia degli abitanti del luogo). Durante la permanenza in Sicilia, visitò la tomba di Archimede a Siracusa: grazie al suo interesse per l’uomo, sono state rinvenute alcune importanti informazioni sullo scienziato (in particolare, per quanto riguardi il suo planetario). Dunque, secondo i due autori locali, nell’anno 75 a.C., allorquando cioè, Cicerone, trovandosi in viaggio da Lilibeo (Sicilia Occidentale, odierna Marsala), “diretto in Sicilia in qualità di questore”, come scrive Angelo Guzzo, “durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore”, come scrive il Tancredi, che, tuttavia è la stessa cosa, egli scrisse all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa “si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’.”. E’ molto probabile che il “Saprinus” citato dal Tancredi è riferito al luogo di “Vibone”. Dunque, secondo i due autori, Cicerone, nell’anno 75 a.C., in viaggio, diretto in Sicilia, essendo stato nominato Proconsole della Sicilia Occidentale, si era fermato a “Vibone” e, secondo i due autori, Cicerone, scrivendo all’amico di Velia, Trebazio Testa appellava Sapri o Vibone come la “gemma dei mari del Sud”. Esiste questa notizia ?. Esiste questa lettera di Cicerone a Trebazio ?. Se la notizia fosse veritiera, forse troviamo queste notizie nelle “Vite” di Plutarco. In Wikipedia leggiamo che i fatti del consolato in Sicilia vengono racontati in “Plutarco, Vita di Cicerone, 6, 1″. Ma, potrebbe trattarsi anche della “Historia” di Sallustio (….), oppure in “Bruto”, opera dello stesso Cicerone. Carlo Felice Crispo, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; 225-233: “Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale. Aveva 34 anni e cominciava allora la sua vita politica……Nel 76 Cicerone, già salito ad alta fama per l’orazione ‘pro Roscio’ e per importanti lettere politiche (2), era stato eletto ‘quaestor’ e nel 75 destinato alla Sicilia al seguito del pretore Sesto Peduceo.”.
Il Crispo, a pp. 1-2-3-4, ci parla però di “Vibone” (l’antica Hipponion) o si riferisce alla vicina “Bivona” che ospitava una masnada di fuggiaschi che vivevano di ladrocini. In ogni caso, il Crispo, del viaggio d’andata da Roma a Lilibeo, nel 75 a.C., il Crispo non dà riferimenti bibliografici ma ci parla di “Vibo Valentia”, l’antica “Vibo-Hippo”. Sulla questione ha scritto anche Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, dove, nel vol. I, a p. 38, in proposito scriveva che: “Fu destinato in Sicilia come questore del propretore Sesto Peduceo, con sede a Lilibeo (4). La Sicilia, come le altre provincie, era retta da un solo governatore, ma con lui erano due questori, l’uno a Siracusa e l’altro a Lilibeo…..Nessuno oggi può revocare in dubbio le affermazioni di Cicerone sulla bontà della sua opera di Questore in Sicilia. Ne fa fede il fatto che i Siciliani stessi gli rimasero graditissimi ed affezionati.”. Il Ciaceri, a p. 38 del cap. III, nella nota (4) postillava: “(4) ‘Brut.’, 92, 318: interim me quaestorem Siciliensis excepit annus.”. Il Ciaceri però continua il suo racconto a p. 39 passando direttamente al viaggio di rientro a Roma da Lilibeo e non dice nulla sul viaggio di andata a Lilibeo. Dunque, abbiamo solo il passo del Crispo che aveva scritto: “Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale.”, di cui non abbiamo alcun riferimento bibliografico, forse perchè la notizia dataci dai due autori locali non esiste o, come io credo, è acclarata la notizia intorno al viaggio di Cicerone che dovette recarsi in Sicilia ma non ci sono notizie del viaggio e della sosta alla “Vibone Lucana” come la chiama il Tancredi che aggiunge la frase “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. E’ probabile che la notizia di una lettera a Trebazio, non sia esatta, mentre, come io credo, notizie intorno a “Vibone” sono contenute nelle orazioni che Cicerone fece e ricordò nella sua opera “In Verrem”, di cui parlerò per l’anno 70 a.C.. Dunque, ritornando alla lettera di Cicerone ed al suo viaggio, l’arrivo il 24 luglio nel fondo dell’amico Sicca a “Vibone ad Siccam”, alla sosta di un giorno a Velia a casa dell’amico Talna, gli storici locali, come io credo, giustamente hanno interpretato la località “Vibonem ad Siccam” come “Sapri”, a differenza della maggioranza degli studiosi che pone questa località quale “Vibo Valenzia”. Resta comunque un dubbio sull’anno che i due autori locali pongono. La lettera da me citata riguarda l’anno 44 a.C., mentre i due autori, ci parlano dell’anno 75 a.C.. Tuttavia, è vero che Cicerone, nel 75 a.C., si recò in viaggio in Sicilia ed in una lettera del 71 a.C. scrisse di “Vibone”, dove era ospite dell’amico Sicca o Vibio Sicca, ma, riguardo il viaggio di andata di Cicerone in Siciliano non si sa molto.
La sorgente dell’“Acqua media” al Porto di Sapri
La natura carsica dei luoghi nei pressi della baia saprese è attestato dalla presenza di nu- merose sorgenti come ad esempio la sorgente dell’“acqua media“ nei pressi del porto. Que- sta sorgente di acqua dolce che sgorga ai piedi del costone roccioso nei pressi del porto, si mischiava con l’acqua di mare salata ed è per questo motivo che veniva utilizzata nell’an- tichità dalle popolazioni locali per le sue qualità purgative.



Tutto il territorio che si affaccia sulla costa saprese e soprattutto quello che va verso Ac- quafredda, ha una natura ed una conformazione geologica di natura carsica con corsi d’acqua sotterranei e sorgenti che qua e la affiorano e che in passato hanno permesso il diffondersi di masserie in quelle aspre montagne come all’Orto delle canne o in località Fenosa e Vigne ecc..ecc..

Alcune pubblicazioni a stampa del Dott. Nicola Gallotti
Il dott. Nicola Gallotti, dopo l’Unità d’Italia, fu eletto primo Sindaco di Sapri esercitando nel contempo la professione medica a Sapri e di cui oggi ci restano testimonianze alcuni suoi scritti a stampa che ivi riportiamo: “Condizioni igienico-sanitarie di Sapri”, Ed. Tipo- grafia Lagonegrese, 1891; “L’aqua potabile di Sapri – (Ricordi) per il Dott. Nicola Gallotti”, Tipolitografia Francesco Graniti, Napoli, 1901 (di mia proprietà); “L’aqua potabile in Sapri – osservazioni e proposte del Dott. Nicola Gallotti”, Napoli, Ed. Tipografia dell’Accademia Reale delle Scenze, 1902; “Sull’influenza ricomparsa in Sapri- dal Febraio all’Aprile del 1894”, Napoli, Ed. Tipografia di Michele Gambella, 1894; “Per l’inaugurazione del nuovo cimitero in Sapri – discorso del Sindaco Dott. Nicola Gallotti, pronunziato il 31 luglio 1904”, Lagonegro, Tipografia lucana, 1904 ( erano i tempi dei noti meridionalisti lucani come Giustino Fortunato).


Questi libretti, di cui ne posseggo due, al di là delle osservazioni prettamente mediche che il dottore Gallotti faceva e di cui parlava, risultano essere un’interessante testimonianza del nostro passato in quanto in essi vengono raccontate alcune interessanti notizie di storia locale ed altro. Ad esempio si parla del valore terapeutico dell’“acqua media”, la cui fonte i trova ai piedi del costone roccioso del porto di Sapri, sistemata in tempi recenti ma irrimediabilmente compromessa dai lavori e dalle masserizie del porto. Da piccolo mio nonno mi mandava a prendere questa acqua in quanto essa aveva notevoli qualità purgative e depurative. Alla fonte sgorga un’acqua leggermente salina a causa del fatto che la vena d’acqua carsica che arriva dalla montagna si mischia con quella salata del mare il tutto però da un connubio naturale ed assolutamente. Oggi viste le condizioni di completo degrado in cui si trova la sorgente sconsiglio chiunque la sua raccolta e ber- la. Altra particolarità che ci racconta il dott. Gallotti nei suoi scritti è quella di un fiume carsico sotterraneo che nasce dalla vicina montagna e che sfocia a mare all’altezza dello scoglio dello “Scialandro” dove passando dal mare si può vedere ancora a pelo d’acqua “ u vull’ j l’acqua”, in dialetto il ribollire dell’acqua del mare. L’acqua in quel punto è dol- ce ed è freddissima proprio perché proviene da un fiume carsico sotterraneo che veniva annoverato come Fiume lubertino” nella carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, d’epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. Nella carta in questione il fiume “lubertino” si vede disegnato proprio di fronte allo scoglio dello ‘Scialandro‘ (Fig. 5) (5).
Via S. Paolo sulle colline di Sapri
(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva oltre Vibonati
Mia zia, Maria Attanasio raccontava che sua nonna Teresa Eboli (la “vava”), gli diceva che andava con sua madre a pregare nella Cappella di Santa Maria di Porto Salvo, sita nelle contrade sopra le colline di Sapri, nei pressi della Madonna dei Cordici e poco dopo l’attuale locale chiamato “le Capannelle”. In quei luoghi, vi era anticamente una chiesetta intitolata a “Santa Maria di Porto Salvo”. Mia zia Maria, racconta che, molte famiglie Sapresi, si recavano a piedi, a far visita alla Madonna di Porto Salvo, una statuetta lignea di cui si sono perse le tracce, per farsi benedire. Oggi, di quella cappella si sono perse le tracce e sono rimati in piedi i suoi ruderi. Proprio in quelle contrade, oltre ai ruderi della chiesetta di Santa Maria di Porto Salvo che vediamo illustrati nell’immagine, vi è anche una strada interpoderale e sterrata, sulle mappe chiamata “via San Paolo”. Questa contrada è stata sempre nel territorio della Baronia di Torraca, prima Universitas Aragonese e poi infine Comune, ma come si può ben vedere nell’immagine del satellite essa è posta non molto distante dalla costa di Sapri, con la sua ampia baia. Nei pressi di queste collinette vi è il Santuario dedicato a Santa Maria dei Cordici e il Seminario vescovile di ‘Pietradama’ che, Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, scriveva a p. 248 (v. ristampa curata da Rossella Gaetani): “…guardando in alto, vedo il colossale e incompleto Seminario di Pietradama, che spaventò il dittatore d’Italia nelle acque di Sapri.”. Oggi, guardando le mappe, la località è chiamata “Torrette Tempe”. Vibonati, è stato da secoli collegato con il territorio Saprese, da una strada interpoderale, di campagna, che corre lungo la dorsale costiera, all’altezza del locale le ‘Capannelle’. Proprio l’attuale località denominata ‘le Capannelle’, molto vicina alla contrada dei ‘Cordici’ , è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale ……….del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri. Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (…), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri , oggi nominata Li Bonati…” (…). Scipione Mazzella Napolitano, forse sulla scorta di altri che lo precedettero, affermava che il luogo di Sapri nel 1568, fosse nominato ‘Li Bonati’. La carta d’epoca aragonese dell’immagine Fig. 1, riveste una particolare importanza ed interesse non solo perchè riporta nomi di luoghi, alcuni dei quali ancora oggi poco conosciuti, ma anche in quanto è forse l’unica testimonianza scritta del luogo citato ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Probabilmente i resti dell’antica città di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘, cosa significa questo termine o toponimo citato nella carta?. E’ sicuramente un toponimo, ovvero un nome di un luogo. ‘Bibo’ stà per Vibo o Bibone o Vibone. ‘Ad Siccam odie ruin.‘, si riferisce ad un luogo ove si vedono delle rovine, odie ruinata, oggi rovinata, forse un’antica città in rovina ed abbandonata. Letteralmente la scritta in latino ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘ si traduce: ‘Bevo alla spada oggi rovinata’ (?). La carta in questione da noi pubblicata (Fig. 1), colloca il toponimo Bibo ad Siccam odie ruin. tra un Bibone novo, forse l’odierna cittadina di Vibonati, Torraca e Sapri. E’ forse da collegare a questa antica carta d’epoca aragonese la curiosa prima citazione di Sapri. La carta in questione colloca il toponimo tra le campagne delle odierne Vibonati, Sapri e Torraca. Sappiamo di resti antichi, forse di un’antica città, rinvenuti nelle campagne tra Sapri e Torraca, nell’area dell’antico ‘Seminario‘ vescovile ‘Fanuele’. Infatti nella carta in questione il luogo viene posto nell’entroterra saprese, sulla dorsale che sale verso Torraca. Sappiamo anche di reperti archeologici rinvenuti nelle campagne che da Sapri vanno sulla dorsale verso Torraca ed in particolare in località Madonna dei Cordici. Sappiamo di inportanti rinvenimenti anche recenti rimasti occultati in località Seminario Arcivescovile (abbandonato dalla Curia da due secoli), oggi nella proprietà dei Borea che ivi hanno costruito e che si sono sapute voci di scorribande di tombaroli in quei luoghi. Questo territorio, presenta delle importanti fonti sorgive che alimentavano certamente in epoca romana, le ville romane e le strutture portuali a S. Croce in epoca romana, attraverso gli acquedotto che scendono al Porto di Sapri. Inoltre, dobbiamo segnalare che le fonti sorgive presenti nella località dove oggi è presente una chiesetta detta la Madonna dei Cordici, potrebbero avvalorare l’ipotesi del significato dell’etimo: ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Alla luce di queste considerazioni, andrebbe ulteriormente indagata e rivista tutta la politica archeologica delle autorità Sapresi e della Soprintendenza della Campania, al fine di mettere in luce e di meglio valorizzare tutta l’area archeologica compresa fra il Seminario ‘Fanuele’ e ‘Madonna dei Cordici’, e le colline che degradano fino ai versanti sapresi delle contrade di ‘Fortino’, di ‘S. Martino’ e forse ‘Fenosa’. L’attuale documentazione dei rinvenimenti in quell’area, attesta e conforta la tesi di una città sepolta e scomparsa tesi questa suffragata dagli innumerevoli ritrovamenti puntualmente occultati dalle stesse autorità deputate alla tutela del patrimonio.
Il “FIUME SAPRI”, ricordato da Leandro Alberti, Collenuccio, Antonini e Lacava
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII”, dopo aver parlato di Scalea, a pp. 446-447 parlando del fiume Lao, in proposito scriveva che: “I meno accorti nel nono secolo credettero, che, ‘l fiume, che passa per Lauria, fosse il Lao; e perciò così la chiamarono, quasi ‘Laus rivus’. A tempi vicini Leandro Alberti, non avendo affatto veduto questi luoghi, scrive che ‘l fiume Sapri (che mai non fu al mondo) divide Laino, e la Lucania da Bruzj; poi lo chiama Lao, e quindi taccia ‘Strabone’ e ‘Tolomeo’ di aver quì allogato questo fiume: ‘quando’ (dice) ‘in queste contrade (vedete che altra confusione) non si trova altro che il fiume Melfe’. Egli peraltro copiò questa torta, e non vera sentenza dal ‘Collenuccio’, nel lib. 1 della ‘Storia del Regno di Napoli’, dove scrisse: “Continua poi la Lucania per una gran parte, detta oggi Basilicata, dal Silaro fino al fiume chiamato Sapri, che anticamente era detto Lao.”. L’Antonini, quando scriveva che “I meno accorti nel nono secolo credettero, che, ‘l fiume, che passa per Lauria, fosse il Lao; e perciò così la chiamarono, quasi ‘Laus rivus’.”. L’Antonini non sbagliava quando diceva che gli storici antichi del IX secolo sbagliavano perchè credevano che il fiume “Lao”, cioè il fiume che chiamarono “Laus rivus” fosse il fiume che passava per Lauria. Infatti il fiume che passa vicino Lauria è il fiume Noce, che sfocia nelle vicinanze della marina di Castrocucco. L’Antonini cita pure il Collenuccio (….) e la sua “Storia del Regno di Napoli”, vol. I dove scrisse dei confini della Basilicata che va dal fiume Silaro “Continua poi la Lucania per una gran parte, detta oggi Basilicata, dal Silaro fino al fiume chiamato Sapri, che anticamente era detto Lao.”. Il Colenuccio scriveva che il “fiume Sapri” anticamente era chiamato “fiume Lao”. La notizia tratta dall’Antonini merita ulteriori approfondimenti. Dunque, l’Antonini cita Leandro Alberti. Interessante è ciò che scrisse Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., ecc…”. La notizia che Leandro Alberti scrisse del fiume Sapri ci è riferita anche da Michele Lacava (….), “Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana”, Napoli, 1891, a p. 35 riferendosi al fiume Lao, in proposito scriveva che: “E Stefano Bizantino sull’autorità di Apollodoro disse di aver dato il nome alla città di Lao: Laos urbs Lucaniae, Auctore Apollodoro….A Lao amne (1).”. Sempre il Lacava (…), a p. 38, in proposito a Lao scriveva: “Stefano Bizantino, nel suo dizionario, de Urbibus, scrisse: Laos, urbs Lucaniae, de qua Apollodorus lab. 2 de Terra, sic dicta a Lao fluvio, gentile Lainus. Questi i testi antichi etc…”. Il Lacava, a p. 35, nella nota (1) postillava: “(1) Il Negro nel 7° comment. della Geografia chiamollo col nome di fiume Lucano. Leandro Alberti col nome di fiume di Sapri, e dice: è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida per alcun caso si vede. Il Merola scrive del pari che le sue acque sieno sempre chiare: aquas habet perpetua claras, adeo ut nullo unquam casu turbentur. Lo stesso disse il Ferrario.“. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII”, dopo aver parlato di Scalea, a p. 447 parlando del fiume Lao, in proposito scriveva che: “Mario Negro nel 7° comnento della Geogr. chiamalo coll’antico, e col medesimo nome di Laino, ma gli dà anche l’altro di Lucano. “Postea Lucanus amnis in mare vadit, Laino modo nomine, in quò ager Lucanus finis. Merola e il Ferrario scrivono di questo fiume: che mai non abbia le sue acque torbide: “Nun quam turbari ajuno”, ma essa è una bella favoletta, avendolo io veduto, anche dastà torbido quando avea piovuto. Il Citato Merola nella sua Geografia, ebbe giustissime notizie del fiume, e della terra; etc…”. Infatti, Leandro Alberti (…..), nel suo “Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l’origine et le Signorie delle Città et delle Castella”, Bologna, 1550, a pp. 198-199 parla della Basilicata e dei nostri luoghi e, a p. 201, riferendosi all’attuale fiume Lao (che pare in antichità fosse detto fiume Mercure) e di Laino Castello (che egli chiama “Faino cast.”), in proposito scriveva che: “Poscia più avanti si dimostra Faino cast. col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria. Imperò che il Borgo è di quà dal detto fiume nella Basilicata, & il Cast. di là, nella Calabria. Esce questo fiume vicino a Vincinello, Cast. della Basilicata & scedendo fra gli alti, e strani balci di queste montagne verso ‘l Mezzogiorno & partendo la Basilicata dalla Calabria al fine sbocca nel mar Tirreno. Ella è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida alcun caso si vede. Credo sia questo Laino il Cast. Lauo, nomato da Pli. & similmente esso fiume sia il Lauo, pur da quello membrato, per la vicinità d’amendui insieme, & altresì per la conformità del nome Lauo, et Laino avenga che dica il corrotto testo di Plinio. Saus. Et nomeno credo sia da quel Tolomeo addimandato Laus, & da Strabone Talauus, & Lauus perchè in questi luoghi non si trova altro fiume che il Melfe avanti nominato. Etc…”.


(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199
Quella dell’Alberti è una notizia molto interessante che andrebbe ulteriormente indagata. Quella dell’Alberti è una notizia molto interessante che andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, l’Alberti, a p. 201 scriveva che: “Poscia più avanti si dimostra Faino cast. col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria.”. Dunque, l’Alberti scriveva che il “fiume Sapri” divide i due borghi medievali di Laino Castello e Laino Borgo e dice pure che questo fiume, che chiama “Sapri” divideva, la Lucania, ovvero la Basilicata dei suoi tempi dai Bruzi, ovvero la Calabria dei suoi tempi. Dunque, l’Alberti si riferiva all’attuale fiume Lao che sfocia nel mare Tirreno. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 68 e ssg. parlando degli antichi popoli della Basilicata ed in particolare degli Enotri, in proposito scriveva: “I nomi dei fiumi sono quelli che più resistono alle mutazioni delle genti rivierasche, nel corso dei tempi. Il nome del fiume Siri o Sinno, del Serrante, del Sarmento, del Sera-potamo, del Sauro, della Sciàura o Sora, del Silaro o Sele che scorrono per la regione lucana, quello di Esaro, che ripete due volte presso Sibari e Crotone, rampollano manifestamente dalle radici sanscrite “sar” ire e fluere; “sol e sel” ire (onde “salila” e “sara” acqua) e “snu” fluo…”. Dunque, il Racioppi ravvisava l’importanza dei toponimi locali dei fiumi, che essi avevano nell’antichità per conoscere le origini dei luoghi che essi attraversano con il loro corso antico. E’ per questo motivo che la notizia dell’Alberti, sebbene destasse qualche dubbio, resta molto interessante. L’Alberti, a p. 201 scriveva che dal borgo di Laino Castello, un paese della Calabria, non molto distante dalla costa e da Scalea, nasceva il “fiume Sapri” e dice che questo fiume: “Poscia più avanti si dimostra Faino cast. col borgo. Partisce il Cast. dal Borgo il fiume Sapri che anche divide la Lucania dai Brutij, overo la Basilicata dalla Calabria.“. L’Alberti spiega che il “fiume Sapri” divide il casale di “Laino borgo”, che cade in Basilicata ed il casale di “Laino castello” che invece si trova dall’altra parte del fiume e che cade in Calabria. Inoltre, l’Alberti spiega che il “fiume Sapri” “esce” (nasce) nei pressi di Viggianello (che egli chiama “Vincinello”), scende dalla Basilicata e va a sfociare nel mare Tirreno. Qui però devo precisare che a mio avviso, l’Alberti, si riferisce proprio all’attuale fiume Lao. Si potrebbe pensare che l’Alberti abbia confuso il fiume Lao con l’attuale fiume Noce, ma siccome egli a p. 199 parla del fiume “Cocco” che corrisponde al fiume Noce (e che sfocia nei pressi della marina di Castrocucco), non può non essere il fiume Lao, quello che egli chiama “fiume Sapri”. L’Alberti, però, è vero che non si riferisse al fiume Lao, ed è vero, come scrive l’Antonini che avesse fatto confusione. Lo dimostra il fatto che egli aveva già parlato del fiume Lao nelle pagini precedenti. L’Alberti, a p. 198 e ssg., in proposito al confine tra la Basilicata e la Calabria, ovvero tra la Lucania ed il Bruzio, in proposito scriveva: “Credo che questo fosse Melfi castello, da gli antichi castello, dal qual’è nominato il fiume che corre sotto esso Molfe in vece di Molfe, descritto da Plinio. Dicono alcuni esser questo fiume quel ch’è discosto da Policastro da due miglia, et quell’altro esser il Lauo, hora Cocco addimandato, ch’è lontano da questo Melfi da 30 miglia (come scrive Pietro Razzano) il qual Lauo è termine della Lucania, come io dissi. Vero è, che soggiunge detto Razzano parere à lui essere in contrario le parole di Strabone, dicendo che dopo Pissunto, ui è il Golfo Talauo, col fiume Talauo, et l’ultima città della Lucania poco dal mar discosto già colonia dei Sibariti; et che erano 400 stadij, overo 50 miglia fra Elea, o Velia, et questa città. Et che questi tali pensano fosse l’antedetta città, ove hora si vede la nobile città di Policastro. Il che se vero fosse, nò sarebbe il fiume Talavo, del qual ne fa menzione Strab. et quivi sarebbe il termine di Lucania. Cociosia cosa che secondo Strabone Plinio et Tolomeo il detto fiume Talauo, ò sia Lauo, partisce la Lucania da i Brutij, hora Calabria detta. Et così non si annoverebbe Policastro nella Lucania, ma nè Brutij. Etc…”.

Mi chiedo però come mai l’Alberti facesse tanta confusione e dicesse che il fiume, che chiama “Sapri” passasse fra i due borghi di Laino ?. Si riferiva forse all’attuale fiume Noce e non al fiume Lao ?. Mi chiedo se egli avesse confuso il fiume Noce con il fiume Lao. Non saprei, ma posso dire che nella confusione dei nomi egli dice pure dell’attuale fiume Noce perchè accenna al fiume Cocco. L’Alberti scriveva di questo fiume, che chiama “Sapri” e che dividesse i due borghi di Laino, essere un fiume “Ella è sempre l’acqua di esso fiume chiara, ne mai torbida alcun caso si vede.”. A questo punto, l’Alberti, aggiunge che di questo fiume parlarono Plinio e Tolomeo, scrivendo che “Credo sia questo Laino il Cast. Lauo, nomato da Pli. & similmente esso fiume sia il Lauo, pur da quello membrato, per la vicinità d’amendui insieme, & altresì per la conformità del nome Lauo, et Laino avenga che dica il corrotto testo di Plinio. Saus. Et nomeno credo sia da quel Tolomeo addimandato Laus, & da Strabone Talauus, & Lauus perchè in questi luoghi non si trova altro fiume che il Melfe avanti nominato. Etc…”. In questo passaggio troviamo un errore dell’Alberti che scriveva, ad es. del fiume “Cocco” e del fiume Bussento ma qui dice che in questi luoghi “…non si trova altro fiume che il Melfe avanti nominato.”. Ancora, però, non riesco a capire perchè l’Alberti citi il “fiume Sapri”. L’Alberti, a p. 198 cita più volte l’opera geografica di Pietro Razzano (….) (Pietro Ransano, umanista palermitano). Il fiume Lao, come si può vedere dalla vista satellitare, nasce nei pressi di Laino e sfocia nei pressi di Scalea. Oggi il fiume che attraversa Laino borgo, un comune del Cosentino in Calabria e non molto distante da Scalea e dalla costa Tirrenica, viene chiamato Lao. Guardando l’immagine satellitale di google maps si vede che da Laino Borgo passa il fiume Lao che va a sfociare nel mar Tirreno a Scalea nei pressi di S. Maria del Cedro. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel “Discorso XII” parlando di Laino, a p. 448 e del fiume Lao, in proposito scriveva che: “Il Signor Gatta, parendogli forse, che Lao fosse malamente detto, ha voluto aggiungervi un V, e chimarlo Lavo, ingannato peraltro da Leandro Alberti, che pure (I) così inettamente chiamollo.“. L’Antonini, a p. 448, nella nota (1) postillava: “(I) Altri pretendono, che si chiami Lao corrottamente per un Lago grandissimo, che colà stato fosse. Etc…”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 1743 pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 28 e ssg. nel cap. II: “Dei fiumi etc…”, in proposito scriveva che: “Il fiume ‘Lavo’, termine da molti Geografi assegnato a questa Provincia di Lucania con quella de’ Bruzj, benche al dire di ‘Strabone’ s’estendesse fino alla Cirella, che ora è compresa fra detti Bruzj: Ed a tempo de’ Normandi dilatavasi fino alla Terra della Scalea, che pur’ora è annoverata ne’ Bruzj, come scrisse Goffredo Malaterra. Nasce detto Fiume dalle contrade del famoso Monte Apollino, nelle cui vicinanze, e nella terra di Viggianello, e scorrendo verso mezo giorno depone le sue acque nel mar Tirreno fra la Scalea, e Cirella. Intorno al Fiume Siri, e del menzionato Lavo si ricovrarono i Sibariti scampati dalle rovine della loro Città, ed in questi luoghi ove aveano avuto l’Imperio si ritirarono per sfuggire l’odio implacabile de’ Crotoniesi loro Nemici, e vi popularono una Terra, che dal detto Fiume ‘Lavo’ si disse ‘Laino’, e ‘Strabone’ (a), facendo memoria di detti Sibariti esprime esser fra i Lucani ricovrati, e l’istesso confirma Gio: Giovane (b).”. Il Gatta, a p. 29, nella nota (b) postillava che: “(b) Gio: Giovane de varia Tarantinorum fortuna: Sibaritae a Crotoniatis subacti ad Lucanorum non durissimam servitutem sunt tracti.”. Il Monte “Apollino” è il monte Pollino in Calabria. Si tratta di un testo di Giovanni Giovine o Iuvene (…), ed il suo “De antiquitate, et de Varia Tarentinorum fortuna” edito a Napoli, nel 1589. Il testo è dedicato al Cardinale di Lauria Brancati. Il Iuvene, ci racconta dell’episodio della guerra dei Tarantini contro i Lucani e della battaglia di Lao. Il Gatta, non conoscendo questi luoghi ci parla del fiume Lao che forse anticamente veniva detto “Lavo” come scrisse Leandro Alberti. A quali cartografi, nel 1550, l’Alberti si riferiva ? Da dove nasce la notizia secondo cui il fiume Lao venne da lui chiamato “fiume Sapri” ?. Da Wikipedia leggiamo che l’opera più importante dell’Alberti, dedicata ai sovrani francesi Enrico II e Caterina de’ Medici, è senz’altro la Descrittione di tutta Italia, pubblicata a Bologna nel 1550. Ad essa seguirono in ottanta anni altre dieci edizioni a Venezia e due traduzioni latine a Colonia: nell’edizione veneziana del 1561 si aggiungono per la prima volta le Isole pertinenti ad essa, mentre quella del 1568 è arricchita dalle incisioni di sette carte geografiche. Opera di geografia e di storia, ricalca in gran parte la Italia illustrata di Flavio Biondo, ampliandola e migliorandola nell’esposizione e nella citazione delle fonti, ma mostrando scarso spirito critico, attenendosi egli «ai dati dei geografi antichi o, per la parte storico-antiquaria, ad autori moderni di dubbia attendibilità come Raffaele Volterrano o Annio da Viterbo: e solo quando vengono a mancare testi precedenti ricorre a elementi di più diretta esperienza […] parimenti nella critica storica preferisce riferire insieme le differenti versioni, anche di tempi e di valore molto diversi, senza prendere posizione”. Tuttavia, non riesco a capire l’origine della notizia sul fiume Sapri citata dall’Alberti. Esaminando alcuni scritti di alcuni autori, ci si imbatte nell’altro fiume, il fiume Sinni, molto conosciuto in antichità, di cui un suo affluente passa per Lauria. L’Alberti citando il “fiume Sapri” e, riferendosi al fiume Lao, nei pressi di Laino Borgo e di Laino Castello, (quindi non alla confluenza del fiume Lao con il fiume Argentino che si trova verso Orsomarso, che oggi si trova nel Parco della Valle del fiume Argentino), si riferiva al fiume Lao, che in atichità veniva detto “fiume Mercure”. Biagio Cappelli (….), ha parlato molto di quell’area geografica nella Calabria settentrionale a confine con la Basilicata e, dovendo parlare della regione ascetica dell’antico “Mercurion” ha detto pure alcuni riferimenti geografici della Valle del fiume Lao. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 262 e ssg., in proposito scriveva che: “….la confluenza del fiume Argentino con il Mercure-Lao (2), quasi ai confini attuali della Calabria settentrionale.“. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (1) postillava: “(1) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia, auctore ORESTE patriarca Hierosolimitani (…edidit et adnotationibus illustrant I. Cozza-Luzi), Romae, MDCCCXCIII, p. 138, n. 0.”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (2) postillava: “(2) V. in questo volume: Voci del Mercurion e Il Mercurion. E’ strano come assai di recente A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi proenienti dall’archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 1971, Città del Vaticano, 1958, p. 528, erroneamente situi Mercurion “nella valle del Crati”. Ivi ancora a pag. 484: la località Caricchio non si trova sita nel territorio di Morano Calabro, bensì in quello di Mormanno.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 313, nella nota (56) postillava che: “A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 197), Città del Vaticano, 1958, pp. 5; 9. E’ per lo meno strano come nel ricchissimo indice di questo volume (p. 528), il Pratesi, dopo tanti studi al riguardo, (v. in questo volume ‘Il Mercurion’), erroneamente situi il Mercurion nella valle del Crati; tanto più strano perchè il documento del 1065 da lui edito specifica che il monastero di S. Pietro, ricordato, ed altri erano situati “in valle que Mercuri nuncupatur”. Ora anche se attualmente il fiume Lao non è più detto Mercurion o Mercuri per tutto il suo corso, come nel medioevo, mantiene sempre la sua denominazione ufficiale di Mercure almeno nel suo primo tratto: e cioè dalle sue sorgenti fino allo scalo ferroviario di Laino Borgo (v. Carta d’Italia del T.C.I. al 25.000).”. Da Wikipedia leggiamo che il Lao è un breve fiume a corso perenne del versante tirrenico della Calabria. Nasce in Basilicata con il nome di Mercure. Prende il nome dall’antica colonia greca di Laos, polis della Magna Grecia. Nell’antichità il fiume era chiamato Laus (o Laos, Λαός in greco); era uno dei fiumi che segnava il confine tra i lucani e i bruzi. L’altro era il Chratis (Crati) nella parte terminale della foce, ma soprattutto lungo il corso del suo affluente Sybaris (Coscile), che nasce nel massiccio del Pollino, relativamente vicino alle sorgenti del Lao. Sboccava nel Sinus Laus (golfo di Policastro), nel Inferum mare. L’Alberti, a p. 201, ci dice pure che del fiume Lao parlò anche Plinio il Vecchio. Riguardo a Plinio il Vecchio (….) ed il suo “Naturalis Historia”, il Lacava a p. 46, in proposito scriveva che gli scrittori del passato sbagliavano ad ubicare Lao a Laino in quanto si basavano su una errata interpretazione di Plinio. Egli scrive che Plinio parla di Lao come di una città marittima, e quindi non può essere Laino. I passi di Plinio vengono scritti da Michele Lacava (….), nel suo “Blanda, Lao e Tebe Lucana”, che a p. 38, in proposito scriveva che: “Plinio il naturalista diceva: Oppidum Helia. Quae nunc Velia. Promontorium Palinurum; a quo sinu recedente…..Laus amnis: fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium litius III.”.
La baia naturale ed il porto di Sapri, forse uno dei Porti Velini cantati da Virgilio nell’Eneide
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” della baia di Sapri in proposito scriveva che: ”che è di figura semicircolare, ha quasi due miglia di circonferenza, e la sua bocca di circa mezzo miglio, guardando per diritto a mezzogiorno; quindi è che spirando quei venti non sono sicuri nel porto;”. Il Troyli (…), nel 1675, parlando dei porti del Cilento, dice: “Con vedersi col medesimo seno di Policastro il Porto che di Sapri oggigiorno s’appella: il quale sebbene alquanto ripieno, è di solito di piccioli bastimenti capace, comecchè da Scirocco gagliardamente battuto; pure fù dalla natura cotanto ben disposto, che rassembra uno dei più bei porti, che abbia mai veduto. E se fosse ugualmente profondo nelle sue acque capace sarebbe di una grandissima armata navale.” (2). Nel 1815, Romanelli (6) parlando della baia naturale di Sapri così scriveva: “di due miglia di circonferenza, e di un miglio di diametro di apertura ecc…Oggi le due punte sono guardate da due Torri, l’una ad occidente della di Buondormire, e l’altra ad oriente detta di Lubertino.” (6).

Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a p. 6 parlando di Velia scriveva che: “Tra l’altre città della Lucania veniva annoverata Bussento…..Velia era la terza città detta Veleia, & in Greco detta Eleia,…..Haveva questa Città bellissimi porti, mentre ‘Virgilio nel lib. 6 dell’Enead. dice ‘Portusque require Velinos’.”. Ancora, il Di luccia, a p. 7 parlando di Bussento scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”. Nel 1595, Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo “Descrittione del Regno di Napoli” (per i tipi di Stigliola) parlando del Principato Citra, a p. 79 in proposito scriveva che: “Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamavano seno saprico dalla città di sapri, oggi nominata Libonati.”. E’ interessantissima la notizia del Mazzella (…) a cui ho accennato per alcune torri oggi scomparse ma che vi erano lungo la nostra costa da lui citate e descritte, il Mazzella scriveva che il golfo di Policastro anticamente era chiamato “seno Saprico”, ovvero golfo di Sapri. Il Mazzella fa derivare la parola di seno Saprico dalla “città di Sapri oggi nominata Libonati”. Questa notizia attesta che nel 1595, il territorio di Sapri era compreso nel tenimento di Vibonati allora detto “Libonati”.

Scipione Mazzella Napolitano lo chiamava “SENO SAPRICO”
Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (4), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: ”Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”.
La Torre dello Scialandro figura pure nella carta dell’ “Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli’, delineata nel 1769 (I edizione) dal cartografo Filippo Rizzi-Zannoni. Dunque in questa carta si può vedere chiaramente il nucleo urbano di Sapri e le sue Torri.

(Fig…) Rizzi-Zannoni – Particolare dell’“Atlante Geografico del Regno di Napoli” o“Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, in quattro fogli (1769) (Archivio Attanasio)
Come possiamo vedere nella carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. ‘Manoscritti e rari‘, Ba 5d (2, che pubblicai nel 1998), in essa vengono riportate le tre torri esistenti e visibili all’epoca della stesura della carta. La carta citata riporta le tre torri conosciute e posto lungo il litorale di Sapri, ovvero essa riporta la Torre di “T. Buon Dormire”, posta ad occidente di Sapri, oggi località Fortino; la Torre di “T. Capobianco”, la “Foce Obertino”, entrambi toponimi segnati sul Monte Ceraso; a mare poi troviamo segnato “Lo Scoglio” e un pò distante troviamo infine la Torre “T. Scialandro” e subito dopo, poco distante la Torre “T. delle Grive”. Questa carta è interessantissima in quanto essendo del primo quarto del secolo XIX, ovvero 1815 testimonia che nel 1815, lungo la costa di Sapri ancora erano visibili le tre torri cavallare e di avvistamento di cui si è parlato e che la Torre detta oggi di “Mezzanotte”, all’epoca invece era detta con il suo toponimo originario ovvero Torre “T. Scialandro”. Dunque, l’attuale denominazione di “Torre di Mezzanotte” è errata.


(Fig…..) Carta manoscritta “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, Sez. Manoscritti e rari, Ba 5d (2. Questa carta da me scoperta è inedita ed è stata da me pubblicata nell‘Analisi sull’“Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Comune di Sapri)
Nel 4 settembre 1860, il racconto di un Garibaldino che sbarcato a Sapri racconta che:
Uno dei testi citati dal Treveljan è quello di Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a p. 63 e ssg. trascriveva una lettera del 4 settembre e scriveva: “Sapri, le 4 Septembre. En nois reveillant, nous nous trouvons dans le golfe de Policastro. Nous débarquons à Sapri, charmant petit village de cinq cents àmes, situé dans une position ravissante. Les oliviers, les figuiers, les orangers, les citronniers les grenadiers, et les lauriers-roses y croissent avec une profussion sans pareille. Je rencontre là une foule de gens qui parlent francais; ce son de ces chaudronniers ambulants comme nous en rencontrons à chaque instant dans nos village de France. Ils m’apprennent que Garibaldi était ici meme hier soir et qu’il marche directement sur Salerne. A peine débarqués nous allons, mes deux compatriotes et moi, nous promener dans un bois d’oliviers, derriere la place. Une brave femme, – qui ne doit plus savoir le compte de ses années tant elles sont nombreuses, – vient nous y trouver et nous offre un panier de figues qu’elle nous force d’accepter. Nous voulons lui en payer la veleur. Impossible. La pauvre vieille se recrie au nom de som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, ajoute la bonne vieille. Je crois decidement que la Calabre est animée d’un meilleur esprit que la Sicile. Ici tout le monde vous appelle frère (fratello); et chacun fait son devoir simplement avec une noblesse sans emphase. Aprèsse déjeuner, nous nous aventurons dans la champagne, où j’dmire quelques beaux types d’hommes et de femmes. Une figure vraiment céleste frappe soutout mes regards. C’est une jeune fille admirable de grace et d’e xpression; alle a une main posee sur la hanche et de l’autre elle tient sur satete une urne de forme antique. Son costume, qui rappelle la Grèce, s’allie merveilleusement au caractere de sa beauté. Elle porte une jube bleue, un corsage de meme couleur brodé d’or, ouvert sur le devant, ce qui permet de distinguer les delicates attaches et les formes de son cou, malgré les nombreux plis d’une chemise aussi blanche que fine. Quaunt aux pieds, comme ils son nus, je puis aussi en constater aisement la finesse et l’elégance. Je reste la quelque temps, plonge dans une muette exstase, car je n’ose faire un mouvement de preur de voir s’évanouvir cette brillante apparition, qui comptera parmi mes meilleurs souvenir d’artiste.”, che tradotto significa: “Sapri, 4 settembre. Al risveglio ci troviamo nel Golfo di Policastro. Sbarchiamo a Sapri, grazioso paesino di cinquecento abitanti, situato in una posizione deliziosa. Vi crescono ulivi, fichi, aranci, limoni, melograni e oleandri con una profusione senza pari. Lì incontro una folla di persone che parlano francese; questo suono di questi calderai itineranti che incontriamo ogni momento nei nostri villaggi in Francia. Mi dicono che Garibaldi è stato qui ieri sera e che sta marciando direttamente verso Salerno. Appena sbarcati io e i miei due connazionali andiamo a fare una passeggiata in un uliveto dietro la piazza. Una donna coraggiosa – che non deve più conoscere il numero dei suoi anni perché sono tanti – ci viene a trovare e ci offre un cesto di fichi che ci obbliga ad accettare. Vogliamo pagarlo per questo. Impossibile. La povera vecchia grida in nome di som ‘fratello Garibaldi’ “Tutto per l’amor della patria”, aggiunge la buona vecchia. Credo decisamente che la Calabria sia animata da uno spirito migliore della Sicilia. Qui tutti ti chiamano fratello; e ognuno fa il proprio dovere semplicemente senza enfasi. Dopo pranzo ci avventuriamo nello champagne, dove ammiro alcuni bellissimi tipi di uomini e donne. Ovunque una figura davvero celestiale colpisce il mio sguardo. È una giovane di grazia ed espressione ammirevoli; ha una mano sul fianco e con l’altra tiene sul sedile un’urna dalla forma antica. Il suo costume, che ricorda la Grecia, si combina meravigliosamente con il carattere della sua bellezza. Indossa una gonna blu, un corpetto dello stesso colore ricamato in oro, aperto sul davanti, che permette di distinguere le delicate allacciature e le forme del collo, nonostante le numerose pieghe di una camicia tanto bianca quanto fine. Quante volte sui piedi, poiché sono nudi, riesco anche a vederne facilmente la finezza e l’eleganza. Rimango lì per qualche tempo, immerso in un’estasi muta, perché non oso muovermi per paura di veder scomparire questa brillante apparizione, che annovererà tra i miei migliori ricordi di artista.”.
Nel 5 settembre 1860, il racconto di un Garibaldino che sbarcato a Sapri racconta che:
Uno dei testi citati dal Treveljan è quello di Maison Emile, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 65-66 e ssg. trascriveva una lettera del 5 settembre e scriveva: “Sapri, Acqua-Fredda, le 5 Septembre. Apres diner nous partons pour l’Acqua-Fredda (eau froide), à trois milles environ de Sapri, dance une barque danceuvrée par quatre matelots. L’expedition se compose de sept Italiens et de trois Francais, sous la conduite du capitaine du Benvenuto. Jamais je n’ai vu le ciel plus bleu et la mer plus calme. Les metelots, en soulevant leurs rames, font eclater toute la phosphorescence de cette mer toujours si belle et si poétique. Partis à huit heures, nous debarquons à neuf heures sur une plage tout à fait nue. Ne trouvant point de chemin, chacun escalade les rochers come il peut. Au bout d’une demi-heure, l’un de nous trouve une pauvre vielle femme, couchée en plein air davant la porte de sa maison, qui semble nous prendre pour des bandits. Enfin, tant bien que mal elle nous indique le chemis d’Acqua-Fredda, si toulefois on peut appeler chemin une especie de sentier impraticable, et bon tout au plus pour les chevres. Apres une heure de marche, nous apercevons quelches habitations et la point d’un clocher: nous poussons un soupir de saulagement; mais, helas! c’est en vain que nous frappons à toutes les portes: personne ne repond: nous pourrions nous croire, avec d’un peo d’imagination, danse quelque ville enchantée des ‘Mille et une Nuits’. Nous allions en venire aux moyens extremes, quand tout à coup un campagnard s’approche de nous avec force saluts et génuflexions. Peu d’istants apres, sa femme le rejoint et nous offre de l’eau pour nos rafraichir, puis …..de la paille pour faciliter notre campement à la belle etoile. On demand alors à ces braves gens commend il se fait toutes les maison restent fermées. Ils nous repondent qu’à notre aproche tout le monde s’est sauvé dans la montagne, le curé en tete. Le capitaine du navire ajoute: “Mais saviez-vous que nous etions des soldats de Garibaldi ?” – Signor, si! répondent-ils, seulement on disait que vous étiez de mechantes gens”, che tradotto è: “Sapri, Acqua-Fredda, 5 settembre. Dopo cena partiremo per Acqua-Fredda, a circa tre miglia da Sapri, su una barca con quattro marinai. La spedizione è composta da sette italiani e tre francesi, guidati dal capitano della Benvenuto. Non ho mai visto il cielo più azzurro e il mare più calmo. I marinai, alzando i remi, fanno emergere tutta la fosforescenza di questo mare, sempre così bello e così poetico. Partiti alle otto, sbarcammo alle nove su una spiaggia completamente brulla. Non trovando alcuna via, ognuno scala le rocce come meglio può. Dopo mezz’ora uno di noi trovò una povera vecchia, stesa all’aperto davanti alla porta di casa, che sembrava prenderci per banditi. Alla fine, come può, ci indica il sentiero dell’Acqua-Fredda, se però sentiero possiamo chiamarlo una specie di sentiero impraticabile, e buono tutt’al più per le capre. Dopo un’ora di cammino vediamo alcune case e la punta di un campanile: tiriamo un sospiro di sollievo; ma sfortunatamente! invano bussiamo a tutte le porte: nessuno risponde: potremmo credere, con un po’ di fantasia, di ballare in qualche città incantata da ‘Mille e una notte’. Stavamo per ricorrere a mezzi estremi, quando all’improvviso un connazionale si avvicinò a noi con molti saluti e genuflessioni. Pochi istanti dopo, la moglie lo raggiunge e ci offre dell’acqua per rinfrescarci, poi…paglia per facilitare il nostro accampamento sotto le stelle. Abbiamo poi chiesto a queste persone coraggiose come mai tutte le case fossero rimaste chiuse. Ci hanno detto che mentre ci avvicinavamo tutti fuggivano sulla montagna, con il sacerdote in testa. Il capitano della nave aggiunge: “Ma lo sapevate che eravamo soldati di Garibaldi?” – Signore, sì! rispondono: “solo loro hanno detto che eravate persone cattive”.
Nel 1959 il viaggio di Alberto Moravia e il mare di Sapri
Nel 1987, il sacerdote Mario Vassalluzzo (2), nel suo “Cilento ad occhio nudo” – una raccolta di saggi di alcuni autori che parlarono del Cilento – ripropose e trascrisse un saggio scritto e pubblicato a stampa da Alberto Moravia dal titolo “Il Mare fra Sapri e Paola” (1), pubblicato nel lontano 1959 sulla rivista bimestrale “Le vie d’Italia” (la n° 5 del Maggio 1959) edita nel Maggio dal Touring Club d’Italia (1). Nel 1959, lo scrittore Alberto Moravia dopo un soggiorno per motivi di lavoro, in un suo articolo invitava tutti a visitare la costa cilentana:




Note bibliografiche:
(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10 (Archivio digitale Attanasio)
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(1) Vedi: G.A.S., L’attività archeologica nel Golfo di Policastro 2, Sapri, 1979. vedi anche: Troyli P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, Tomo I, XVII, pag. 19
(3) Rizzi Filippo, Notizie statistiche sul Cilento, 1809, rist. ed. Galzerano, p. 39
(4) Antonini Giuseppe, La Lucania – I Discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1795, parte II, discorso XI, p. 430 e p. 435.
(5) (Fig. 5) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me sco- perta all’Archivio di Stato di Napoli nel 1975 – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui sappiamo che una copia, fatta riprodurre da Ferdinan- do Galia- ni, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.
(6) Romanelli D., Antica topografia Istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, Stamperia Reale, ristampa de: Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di La Greca F., ed. Galzerano, 1990, p. 101.
(Fig. 2) Giulio Schmiedt, Antichi porti d’Italia, scali fenicio-punici, i porti della Magna Grecia (7).
(7) Giulio Schmiedt, Antichi porti d’Italia, scali fenicio-punici, i porti della Magna Grecia, stà nella rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., 1975, a pag. 78. Alla voce ‘il Portolano del mediter- raneo’, l’autore mette la nota (172) Cfr. op. cit., supra, p. 166 e quindi si riferisce alla nota (171): “Nel Portolano del Mediterraneo (Basso Tirreno e Ionio occidentale) a p. 166 viene esplicitamente ricordato che le isobate dei m 5 passano a m 600 da Policastro.”.
(8) (Fig. 3) ‘Croquì di Sapri’, disegno del Genio militare francese, a mano libera su carta (all’impronta). Tratto da una grande raccolta di mappe e disegni appartenenti alla ex Bi- blioteca Provinciale di Napoli, oggi custoditi presso la Sezione Manoscritti e Rari della Bi- blioteca Nazionale di Napoli – B.N.N. Sezione Manoscritti e Rari ( manoscritto fine sec. XVIII) coll. Ba 25a (71 e, 2) idem (manoscritto inizio sec. XIX) coll. Ba 25a (32; 3) Archivio di Stato di Napoli, pandette Ministero Guerra e Segreteria di Guerra, fasci: 2306, 2409, 1960, 2325, 2364, 2325, 442, 437. Questa carta manoscritta è stata scoperta da me e da me pubblicata nel lontano 1975.
(9) (Fig. 1) “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri“, tratto da Schmiedt G., op. cit. (7), p. 78-79. Schmiedt, alla nota 173 di p. 78, scrive in proposito: “un vecchio schizzo eseguito nel 1819 a cura del Tenente Blois del Genio Napoletano” e, poi ancora: “Particolare della costa occidentale della baia di Sapri, dedotto da un rilievo a scala 1:500 eseguito nel 1819 dal Tenente Blois del Genio Militare Napoletano. Si notano i resti dell’antico molo di “Le Cammerelle”. Il disegno originale è conservato all’I.G.M. di Firenze – Nuovo Archivio, Sede S. Marco, classificazione catastale, 75-11, armadio 93, cartella 82, doc. n. 52, scans. 93, e si può ottenere la sua fotoriproduzione digitale andando sul sito: https://www.igmi.org/carte-antiche/digitale_300_dpi/carta-1507626269.46?searchterm=Genio+Napoletano.
(…) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA.















