
(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Attanasio)
Dal 1151, re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo”, Simone suo fratellastro e la contea di Policastro
Da Wikipedia leggiamo che Davide Abulafia (….) scriveva di Guglielmo che: “«Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine».”. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo (Palermo o Monreale, 1120 – Palermo, 7 maggio 1166), discendente degli Altavilla, è stato un Re di Sicilia dal 1154 al 1166. Quarto figlio di Ruggero II e di Elvira di Castiglia, Guglielmo fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154. Successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Cresciuto ed educato nella sfarzosa corte di Palermo, subì moltissimo l’influenza della cultura araba diffusa nell’isola e, una volta salito al trono, aggiunse alle sue titolature anche il laqab arabo di al-mustaʿizz bi-llāh («che invoca il potere a Dio»). Non rinunciò a dedicarsi alle delizie e agli agi di cui poteva disporre e trascurò così le cose del Regno, affidandone la gestione a persone di fiducia: tra queste Maione di Bari che egli nominò amiratus amiratorum (emiro degli emiri), una specie di Primo ministro plenipotenziario. Dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’Impero germanico, portata dal Barbarossa, di quella dell’impero di Bisanzio portata da Manuele I Comneno e da quella del papato retto da Adriano IV. All’interno dovette anche affrontare le insidie dei baroni avversi all’assolutismo stabilito da Ruggero II. Probabilmente debilitato da una malattia (o forse, come sostengono i suoi detrattori, distratto dalle mollezze di corte), trascurò inizialmente i pericoli e le minacce portate al suo regno. Pietro Giannone, nel suo Istoria civile del Regno di Napoli (…), a p. 173, riferendosi a re Ruggero II (padre del futuro re Guglielmo I), in proposito scriveva che: “Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”. Infatti, sempre da Wikipedia leggiamo che quando nel 1154 morì Ruggero II di Sicilia, il Regno di Sicilia passò a Guglielmo, quartogenito del re. Questo depose Simone sostenendo che Taranto era troppo importante per essere governata da un figlio illegittimo e diede il principato al figlio Guglielmo. E’ probabile che questo Simone, sia Simone Conte di Policastro, detto il ‘Connestabile’ e, vissuto al tempo di re Guglielmo I detto il Malo (anche questo figlio di re Ruggero II). Da ciò deduciamo che se Simone era figlio illegittimo di re Ruggero II, doveva essere anche fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, pure figlio (legittimo) di re Ruggero II. Pietro Giannone ci dice pure che il padre a questo Simone lasciò il “Principato di Taranto” e, aggiunge pure che il Principato di Taranto “ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”, ovvero che il suo fratellastro, Guglielmo I detto il Malo che successe al padre Ruggero II, tolse il Principato di Taranto a Simone donandogli la contea di Policastro. Secondo Wikipidia, un Principe di Taranto fu Enrico, fratellastro di Guglielmo I detto il Malo. (ca. 1130 – prima del 1145), principe di Taranto. Da Wikipidia alla voce “Principato di Taranto” leggiamo che: “1144 – Simone, figlio di Ruggero II, diventa Principe di Taranto quando suo fratello Guglielmo diventa Principe di Capua e duca di Puglia;”. Dunque, da Wikipidia leggiamo che questo Simone è “Simone di Taranto”. Da Wikipia leggiamo che Simone era un figlio naturale di Ruggero II di Sicilia. Nel 1148 ricevette dal padre il Principato di Taranto, che era in precedenza del fratello Guglielmo che ricevette il Principato di Capua in seguito alla morte di Alfonso (1144). Quando nel 1154 morì Ruggero II di Sicilia, il Regno di Sicilia passò a Guglielmo, quartogenito del re. Questo depose Simone sostenendo che Taranto era troppo importante per essere governata da un figlio illegittimo e diede il principato al figlio Guglielmo. E’ probabile che questo Simone, sia Simone Conte di Policastro, detto il ‘Connestabile’ e, vissuto al tempo di re Guglielmo I detto il Malo (anche questo figlio di re Ruggero II). Da ciò deduciamo che se Simone era figlio illegittimo di re Ruggero II, doveva essere anche fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, pure figlio (legittimo) di re Ruggero II. Su “Simone d'”, leggiamo dalla Treccani on-line che Simone d’Altavilla, era figlio naturale di Ruggero II, ottenne, alla morte del padre, il principato di Taranto. Ciò suscitò il. risentimento del fratellastro Guglielmo I, il quale, valendosi del suo potere sovrano, non eseguì la volontà del padre defunto, adducendo che Simone, come illegittimo, non poteva occupare un feudo così importante. L’arbitrio compiuto nei suoi riguardi eccitò in Simone un profondo odio contro Guglielmo I, ed egli non aspettò che la prima occasione per vendicarsi, tanto da entrare nella congiura organizzata da Matteo Bonello (1161), divenendone in breve uno dei capi. Il 29 marzo fu lui a condurre i congiurati alla presenza del re e a trarlo prigioniero. Egli aspirava a salire sul trono, e intorno a lui si formò un partito, capeggiato da Gualtiero Offamilio (Walter of Mill), che sostenne la sua candidatura. Ma questa, come le altre, cadde quando Guglielmo, liberato, riprese il potere ed iniziò la repressione. Simone si rifugiò a Caccamo con Matteo Bonello e alcuni congiurati e nelle trattative per la pace, che i ribelli avviarono con Guglielmo, Simone fu sacrificato e costretto all’esilio. Le Chronache del tempo, al tempo delle congiure contro re Guglielmo I detto il Malo, re del Regno di Sicilia, ci parlano del principe Simone, Conte di Policastro e Connestabile del Regno. Simone insieme a Matteo Bonello partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo del 1160: Maione di Bari, Emiratus Emiratorum del Regnum, fu assassinato. Il 9 marzo 1161 Simone, con il suo nipote Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo, tutta la famiglia reale, mentre diversi membri della corte vennero trucidati e fu avviata una caccia ai musulmani che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. La congiura prevedeva la deposizione del re e la salita al trono del giovane Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Anche se la popolazione sostenne l’ascesa al trono di Simone, prima che potesse essere incoronato i cospiratori persero l’appoggio popolare e l’insurrezione finì. Quindi Simone, insieme agli altri insorti, fu costretto a liberare il re che gli concesse in cambio del suo perdono l’esilio volontario. Nel 1166 non rivendicò il trono del regno che così passò al nipote Guglielmo II di Sicilia, “il Buono“. Qualche storico l’ha identificato con quel figlio di Ruggero II, che, alla morte di Guglielmo I (1166), invitò senza risultato l’imperatore di Bisanzio ad aiutarlo a salire al trono; ma l’identificazione non è sicura. Fonti e Bibl.: P. Litta, Fam. cel. ital., Normanni re, tav. III; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie, II, Paris 1907, cfr. Indice; G.B. Siragusa, Il regno di Guglielmo I, Palermo 1929, pp. 183 ss. Su Simone, fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, prima Principe di Taranto e poi deposto dal fratellastro e divenuto nel 1154 Conte della Contea di Policastro ho scritto nel mio saggio “Dal 1154 al 1161, Simone, conte di Policastro”.

(Fig….) Il regno di Guglielmo I detto il Malo, nel 1154, dopo la morte del padre Ruggero II
Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelaide o Adala), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro
Ruggero Borsa morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II. Dopo la morte di Ruggero Borsa (Ruggero I di Puglia, figlio di Roberto il Guiscardo), si aprì la successione al Ducato di Puglia con il figlio Guglielmo II di Puglia che però era ancora minorenne e quindi prese la reggenza la madre Adala o Adelaide figlia di Frisone. Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: “Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110). Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Napoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani, Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317. Su questa “Adala” ha scritto Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 416 parlando di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I, nella nota (8) postillava che: “(8)…..Ancora più banale è l’annotatore (Naldi) del ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae regis Libri quattuor’ di Alessandro di Telese, nell’edizione fattane dal De Re (‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti’, vol. I, cit., l. I, c. 3, p. 90, e p. 149, n. 2), là dove, per lumeggiare la persona di “Adelasia”, appena accennata dal cronista, scrisse che fu “figliola di Roberto Marchese delle Fiandre, detto il Frisio, e nipote di Filippo re di Francia e nipote di Bonifacio marchese di Monferrato”. Si dirà, per incidenza, che lo strano abbaglio è avvenuto per la confusione di Adelasia, moglie di Ruggero di Sicilia, con un’altra “Adala” (ricordata dal Malaterra, l. IV, 20, pp. 98-99, e 26, p. 104, con questo nome), la quale, figlia di Roberto il Frisone, fu invece moglie di Ruggero I, duca di Puglia, figlio e successore del Guiscardo.”. Dunque, proprio in questa nota, Pontieri postillava che “Adala” fu la moglie di Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e suo successore.
Dal 1114 al 1127, re Guglielmo II di Puglia e la contea di Policastro
Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando dei Normanni nel Principato Salernitano, in proposito scriveva che: “Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner ci parla di tre ‘Ruggero’ ma cita anche “Simone”, fratello del futuro re Ruggero II, ed entrambi figli di Ruggero I di Sicilia, quello che chiama il “Gran Conte”. Dunque, Ebner scrive che Simone, erede primogenito e fratello del futuro Ruggero II d’Altavilla, morì nell’anno 1113. Dunque, se dopo la morte di Roberto il Guiscardo (a. 1085) si aprì la successione fra Ruggero Borsa ed il fratellastro Boemondo, entrambi figli di Roberto il Guiscardo. Dall’altra, dopo la morte, nel 1113 senza eredi di “Guglielmo II di Puglia” (cosiddetto dagli storici moderni), erede e successore di Ruggero Borsa, suo padre e, si aprì la successione con i due fratelli del Regno di Sicilia, i figli di Ruggero I d’Altavilla: Simone ed il futuro Ruggero II d’Altavilla. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Dunque, sia da Ebner che da Wikipidia apprendiamo che Guglielmo II di Puglia, visse dal 1095 al 1127. Infatti, l’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36)…..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, dopo la morte di Ruggero Borsa, il figlio minorenne Guglielmo detto “II di Puglia”, diventò “terzo duca” del Ducato di Puglia e di Calabria, con la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. L’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36) …..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre anche lo stesso carattere debole e inetto: durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta di Giordano conte di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Nel 1114, aveva sposato Guaidalgrima, una figlia del conte Roberto di Alife, ma i due non ebbero figli. Alla sua morte, nel 1127, Guglielmo non aveva eredi legittimi e l’intero Mezzogiorno normanno fu ereditato dal cugino, il Gran Conte Ruggero, futuro Re di Sicilia. Generalmente considerato una figura insignificante dagli storici moderni, Guglielmo fu molto rispettato dai propri contemporanei, fu popolare fra i suoi feudatari e lodato per la sua abilità militare. Nel 1125, appena trentenne si preoccupò di erigere il proprio mausoleo funebre nella cattedrale di Salerno: era un triste presagio, morì due anni dopo. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti) parlando della Diocesi e riferendosi a Castelruggero, in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di Contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; ecc..”. Dunque, il Laudisio si riferiva al Simone che successe al padre re Ruggero II e non a Ruggero Borsa. Nell’anno 1152, entra in scena Ruggero I d’Altavilla, gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. Infatti, Ruggero Borsa, non aveva figli di nome Simone. Il “figlio bastardo”, Simone, a cui fanno riferimento le cronache, era figlio di Ruggero I d’Altavilla (e fratello di Ruggero poi detto Ruggero II) e, figlio di Adelasia del Vasto che resse il regno di Sicilia ed altri possedimenti normanni fino al 1122. Il Cataldo (…), a p. 29, scriveva: “Il Duca Roberto Normanno la distrusse nel 1065; il Re Ruggiero poi la ricostruì splendidamente e, insignita del titolo di Contea, la donò al suo figlio bastardo”. Quì il Cataldo, scrive correttamente il “Re Ruggero”, riferendosi a Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo. Si tratta del conte Simone, primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo e non di Ruggero II). Il Conte Simone, figlio bastardo di Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e gran-conte di Sicilia. Il Cataldo scrive pure che in quell’anno (a. 1152), Ruggero Borsa offrì al Vescovo il “Castello” “De Rogerio” (il borgo fortificato di Castelruggero). Infatti, in quegli anni, sotto Ruggero Borsa si costituì la baronia ecclesiastica di Torre Orsaia e Castelruggero. Il Cataldo, scriveva ancora su “Simone” (figlio bastardo di re Ruggero I d’Altavilla), che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”.”. La notizia del “Simone” che finì in carcere è veritiera ma ciò non accadde nel 1155. Questo “Simone” era figlio illegittimo di Ruggero I d’Altavilla ed era fratello di Ruggero II d’Altavilla che salirà al trono di Sicilia nel 1130. Il Cataldo, proseguendo ancora il suo racconto scriveva pure che: “L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” ecc…” e poi pure che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, ecc…”. Dunque, il passaggio è molto contraddittorio. Le notizie del Cataldo su Policastro sono tratte dal Laudisio e dall’Ughelli. Il Cataldo (….) subito dopo aggiunge che: “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc..”.
Nel 1122, Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia
Da Wikipidia leggiamo che Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato (Adelaide o Adelasia del Vasto). Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Appena ereditato il trono del padre Ruggero I, re Ruggero II confermò con il ‘Crisobollo’ (un privilegio di cui parleremo), dell’aprile 1131, le precedenti donazioni fatte dai suoi predecessori alla chiesa di Rofrano. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelaide del Vasto, riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1122). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei. Nel 1105, morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e suo cugino Guglielmo II, duca di Puglia (figlio e successore di Ruggero Borsa e Adela di Fiandra e nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria e da non confondere con il nipote di Ruggero II, Guglielmo II detto il Buono). Quando nel luglio del 1127, suo cugino Guglielmo II, morì senza figli ed eredi, Ruggero II reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le ‘Assise di Ariano’, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Il Pontieri, a pp. 468-469, in proposito scriveva pure che: “Senonchè questo curioso condominio, di cui Ruggero II otterrà nel 1122 l’annullamento da parte del debole cugino Guglielmo I in rivalsa degli aiuti allora da lui prestatigli (114), era stato inteso nel senso che al duca di Puglia fosse devoluta la metà dei tributi riscossi nei nuemerevoli territori, senza che ciò giustificasse una limitazione della giurisdizione del conte di Sicilia e di Calabria su di essi: nulla, pertanto, impediva che questi elevasse alla funzione permanente di capitale del suo stato Palermo etc…”. Pontieri, a p. 469, nella nota (114) postillava che: “(114) Falcone Beneventano, Chronicon de rebus aetate sua gests’, in Del Re, Cronisti, cit., vol. I, p. 186: “medietatem suam Palermitanae civitatis, et Messanae et totius Calabriae”, d’accordo Romualdi Salernitano, ed. Garufi, p. 213: “mediam civitatem Panormi que ei (‘scil.: Guglielmo I) iure hereditario pertinebat, illi (scil.: Rogerio II) vendidit”.”.
Nel 1136, Goffredo di Camerota, “domnum de Camarota” acquistò un fondaco al porto di Oliarola
Antonio Caputo (….), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), cita una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo scriveva che il “primo duca di Camerota”, Goffredo di Camerota, nell’anno 1136 acquistò un fondaco a “Oliarola” (Ogliastro Marina (come da documenti Cavensi – ABC, XXIII, 106, a. 1136), per l’attività che svolgeva, quella di commerciante trasportatore di carne secca in salamoia che veniva trasportata per conto dell’Abbazia di Cava dei Tirreni al porto di “Ogliarola” (Ogliastro Marina). Riguardo il villaggio di “Olearola”, Ebner, nel vol. II, a p. 214, in proposito scriveva che: “Villaggio sorto nei pressi dell’omonimo approdo, uno dei cinque “porti” del distretto di Cilento.”. Ma di questo documento Ebner non ne parla. Riguardo il dominus del Casale di Olearola, nel 1130, ha scritto Pietro Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando del casale di “Olearola” (Oliarola ecc..), a p. 214, in proposito scriveva che: “Di Oliarola è notizia ancora in due diplomi, il primo del 1121, il secondo del 1130…..Con il diploma (4) del 1130, Nicola, figlio di Guglielmo, conte del Principato, concesse ai nipoti Costabile e Maddalena “totum feudum” che era stato di Milo, figlio del fu Magenolfo, sito “in pertinentiis de cilento”. Tra le terre concesse “un pezzum de terra, in loco ubi dicitur Ollarola” confinante con l’omonimo fiume, “qui dicitur de Ollarola”. Nel novembre del 1131, innanzi ai giudici Alferio e milite Giovanni, Leone “qui dicitur barbi cepulla”, figlio del fu Giovanni, Martino, figlio del fu Pietro detto Vasamonaca, e il sacerdote monaco Giovanni, detto amalfitano, attestarono (5) che quando Sergio, figlio del fu Dauferio, etc…”. Dunque, nel 1130, anno in cui ci risulta il documento cavense del 1136, in cui il primo duca di Camerota, un certo “Goffredo” acquistò un fondaco ad Oliarola, in quegli anni, il dominus del Cilento era “Nicola di Principato”, figlio di “Guglielmo di Principato, conte del Principato”. Dunque, il Caputo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Sulle origini questo personaggio, forse normanna, scriveva pure Amedeo La Greca. Infatti, Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 81 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni.”. Però poi, proseguendo il La Greca fornisce notizie più dettagliate su questo personaggio e scriveva che: “Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Sempre il La Greca (….), nello stesso testo, a p. 81, in proposito a Goffredo scriveva che: “Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca, come “ipotesi di lavoro” propendeva nel credere che che il primo “duca di Camerota” sia stato “Goffredo di Camarota”, “mercante” e “domnum di Camerota”, padre di Ruggiero di Camerota che figura nel “Catalogus Baronum” (nel 1144) “Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136)”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota” era il figlio di Goffredo (Ruggiero). Goffredo, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, in questo breve passaggio il La Greca scriveva che “Ruggiero di Camerota”, che compare nel “Catalogus Baronum” era “figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’, nel 1136″. Dunque, il “domnum di Camerota”, Goffredo, era padre di Ruggiero di Camerota. Antonio Caputo scriveva che Goffredo di Camerota “primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.“. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota”, Goffredo dotò l’antica Abbazia di San Pietro di Licusati dei suoi beni (La Greca scriveva “primi possedimenti”) dell’Abbazia. Il La Greca scriveva pure che il duca di Camerota, che Ebner e Caputo individuavano come il mercante “Goffredo di Camerota”, possedeva i vasti territori che dal feudo di Camerota si estendevano fino ai casali di Lentiscosa e Licusati. Infatti, il La Greca individua tra queste assegnazioni all’antica abbazia benedettina di S. Pietro, la chiesa di S. Biagio a Camerota, la chiesa di S. Martino, la chiesa di S. Nicola, verso Licusati, la chiesa di S. Giovanni de lo Colazone nei pressi del torrente omonimo, la chiesa di S. Giuliano e la chiesa di S. Maria de li Piani a Lentiscosa, la chiesa di S. Maria Maddalena e la chiesa di S. Vito a Camerota, l’ospedale ad essa annessa, la chiesa di S. Antonio a Lentiscosa e la chiesa di S. Maria del porto a Palinuro. Tutti questi beni furono tutti donati e assegnati all’abbazia di S. Pietro di Licusati. Di dette assegnazioni il La Greca non fa menzione dell’antico monastero di S. Cono a Camerota. In queste note il La Greca (….), sulla scorta di Ebner chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: ecc…”. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota“ dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Sulla figura di questo feudatario vi sono notizie certe dateci da Pietro Ebner (….), che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 736-737 parlando di “Corbella” in proposito scriveva che: “Prima notizia nel ‘Catalogus baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de principatuo’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio 1144 nella restituzione della parte di Cosma, etc….Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acuafredda, Orso, figlio di Martin, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169, Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo etc…”. Ebner, a p. 737, nella nota (6) postillava che: “(6) Catal. baronum, nn. 434, 437, 460, 461.”. Ebner, a p. 737, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Ebner, a p. 737, nella nota (8) postillava che: “(8) I, ABC, XXXIV, 16, 16 marzo a. 1169.”. Su “Goffredo di Corbella” ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva che: “Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota.”. Dunque, in questo passaggio Ebner parlando di una vendita a Corbella chiarisce l’origine di Goffredo di Camerota. Ebner (….), nel vol. I, a p. 737, nella sua nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, in proposito scriveva pure che da Florio di Camerota dipendevano pure: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Dunque, Ebner, a p. 737 scriveva che da Florio di Camerota dipendeva anche: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Riguardo questa notizia Pietro Ebner (….), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737 “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”) parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato tra Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dunque, Ebner cita un atto stipulato da Orso, figlio di Landolo di Acquafredda con il milite Pietro, figlio di Martino. Il contratto fu stipulato previo assenso del feudatario di Corbella che doveva essere il feudatario che diede l’assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. Dunque, Ebner scrive che da questo atto di compravendita si evince che il signore di Corbella era “Goffredo di Camerota”. Ebner ci dice pure che di “Goffredo di Camerota”, si ha notizia nel “Catalogus Baronum”. Dunque, Ebner segnalava che questo personaggio “Goffredo di Ruggiero di Camerota” figurava nel “Catalogus Baronum”, iniziatosi a compilare intorno all’anno 1144.
L’ospedale annesso alla chiesa e cappella di S. Vito a Camerota
Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi alle donazioni del “duca di Camerota”, forse un certo “Goffredo di Cammarota”, all’antica abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che tra queste vi erano le: “le chiese di…..e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”.“. Dunque, il La Greca scriveva che il “duca di Camerota”, che ipotizza essere “Goffredo di Camerota”, intorno all’anno 1136 dotò l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati di alcuni beni nel territorio di Camerota. Il La Greca scriveva pure che tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche “assegnazione” della “chiesa” di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Dunque, il La Greca, sulla scorta del Di Mauro e del Gentile scriveva che fu il duca di Camerota a donare la chiesa di S. Vito di Camerota, che in origine era una chiesa rupestre e, che in seguito sarà dotata di ospedale, sarà donata all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Onofrio Pasanisi fu di diverso avviso. Egli scriveva che la “chiesa di S. Vito a Camerota e l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa, “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”. Il Pasanisi testimonia la presenza a Camerota dell’Ospedale che dipendeva dall’antico monastero di S. Pietro di Licusati. La presenza a Camerota di una istituzione Ospedaliera dipendente dal monastero (di S. Pietro di Licusati) attesta la presenza nell’area degli Ospedalieri Gerolosomitani. Rileggendo il testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79 apprendiamo che “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc..”. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca scriveva che la “chiesa” o la “cappella” di S. Vito a Camerota”, di cui ho parlato in un altro mio saggio, in origine era una chiesa rupestre, forse un eremo lauritico, ma in seguito questa cappella “sarà poi fornita anche di un ‘hospitale'”. La cappella di S. Vito a Camerota sarà dotata di un Ospedale. Infatti, il Pasanisi sebbene abbia scritto che sia l’Ospedale che la chiesa di S. Vito siano scomparse scrive pure che a Camerota esistevano “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima)”. Cosa significa tutto questo? Della chiesa o meglio ancora, della “cappella” di S. Vito di Camerota che, in origine era chiesa rupestre, ho parlato in un altro mio saggio perche si tratta di una grotta scavata nel banco tufaceo. Secondo Angelo Gentile, come vedremo innanzi scriveva che, la “cappella di S. Vito”, ai tempi del monastero dei cappuccini e poi convento di monache, doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: “Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. Sappiamo che in passato questo Ospedale e la cappella di S. Vito dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, …..istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop.”. Sempre il Di Mauro, a p. 379, in proposito scriveva che: “San Vito o Santo Vito o SANTU VITU, ‘dommula’ (piccola casa) – Chiesa di – ‘O-Spitale Sandu Vitillu o Ospedale della Chiesa di -; in un deposito c’erano botti in cui si raccoglieva l’incenso della Pineta di Sant’Iconio (vedi);”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota,……. gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”.
Nel 1136, la “chiesa” o “cappella di S. Vito” fu donata dal “duca di Camerota”, forse Goffredo di Camerota all’Abbazia di S. Pietro di Licusati
Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Ma non risulta grancia di Grottaferrata che aveva nell’omonimo monastero di Rofrano il suo alter ego nelle terre dei principi longobardi: infatti, non è inserito tra le dipendenze assegnate a Santa Maria di Rofrano nel diploma di re Ruggero II all’abate Leonzio nel 1131 (70). Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.“. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota“ dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Sempre il La Greca (….), a p. 81, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato direttamente nel ‘Catalogus Baronum (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursu storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: “i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre naturalmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc…Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Ecc..”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche quella di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”. Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, la “cappella di S. Vito” doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: “Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. Come scrive Angello Gentile su un blog in rete, “la “cappella” risultava scavata nel tufo e vi si accedeva, dopo breve salita, attraverso un’apertura senza alcuna porta, all’interno si notavano sei nicchie, due a dx, due a sx e due sulla parete di fondo.”. Come ho già scritto in un altro mio saggio sulle cappelle rupestri, S. Vito di Camerota era una grotta scavata nel banco tufaceo e probabilmente un’antica cappella funeraria dove venivano seppelliti i defunti già in epoca paleocristiana. Un sacello. Infatti, Angelo Gentile, in un blog da egli curato scriveva che “alla domanda di cosa poteva essere risposi immediatamente, memore di due esperienze pregresse, una da divulgatore storico e l’altra da storico. Ricordavo, infatti, di aver visto simile struttura a nicchie in occasione di un mio intervento quale guida, richiesta, pro amici di Modena in visita ad Ischia: li accompagnai tra l’altro al Castello aragonese e poi al Convento delle Clarisse ed alla sua chiesa dell’Immacolata, fondato nel 1575 dalla vedova d’Avalos per ospitare le figlie delle famiglie napoletane nobili, destinate a non sposarsi per non disperdere il patrimonio fondiario. Sotto la struttura cristiana potei far visitare agli amici (qualche signora rimase sconvolta) il famoso locale del “putridarium” ovvero scolatoio cioè un luogo appositamente previsto dove i cadaveri delle monache venivano posti, seduti, in nicchie. Al centro della seduta un foro che serviva per il deflusso dei liquidi, raccolti in appositi vasi di argilla, in napoletano “cantarelle”, dal greco “cantharus”. Successivamente le ossa erano raccolte, pulite, esposte al sole per renderle bianche e, finalmente, sepolte negli ossari. Quindi doppia sepoltura a salma ormai essiccata. Il luogo veniva quotidianamente visitato dalle monache per riflettere sulla caducità della vita secondo il detto della Genesi (3,19) “Polvere sei e in polvere tornerai”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, nel 1754 in C.O. Camerota fs 4410 pag. 418 possiede 41 territori, più quattro capitali in prestito; istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop. dal santo siciliano decapitato il 15 giugno del 304/5 sul fiume Sele (Ebner III, 19); altre leggende narrano dei miracoli ed esorcismi operati dal giovane santo (M. Mello, 19/24).”.
Nel 1136, il conte Silvestro di Marsico dona ai benedettibi di Cava il casale di Sant’Arsenio
Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 87 così si esprimeva: “…; mentre lo sviluppo dell’abitato di Sant’Arsenio, che sarebbe stato donato da Silvestro Conte di Marsico nel 1136 ai benedettini cavesi, è l’unico centro dello stesso versante menzionato come casale dalla documentazione prodotta negli stessi anni (34).”. L’Alaggio, a p. 87, nella nota (34) postillava che: “(34) A. Didier, Regesti delle pergamene di Teggiano, cit., ibidem, reg. 177. Sull’autenticità dell’atto di donazione di Silvestro di Marsico si nutrono forti dubbi, la dipendenza di Sant’Arsenio dalla Badia di Cava sarebbe tuttavia provata da una bolla di Eugenio III, anche se il testo della conferma papale non fa riferimento all’esistenza di un casale (P. Guillaume, L’Abbaye de Cava, op. cit., p. XXXIII).
Nel XII secolo, le Baronie cresciute con Guglielmo I detto il ‘Malo’
Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, successore di Ruggero II di Sicilia, ovvero dopo la sua morte. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo fu re di Sicilia dal 1154 al 1166. «Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine». Il Fusco dunque, per la storia del Vallo di Diano citava il Codice Verginiano dove sono pubblicati oltre 6000 documenti conservati all’Abbazia di Montevergine che come sappiamo aveva acquistato buona parte dei possedimenti e dei beni della chiesa del Vallo di Diano. Fra questi documenti, la gran parte riguardano documenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che in queste terre ebbe un ruolo fondamentale e possedeva tantissimi monasteri e grangie. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano quella del ‘vescovo-barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’igùmeno del cenobio greco di San Giovanni a Piro; e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Ecc…”. Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) pare che, Policastro fosse rimasta Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…), anche all’epoca di Federico II di Svevia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Dunque, Pietro Ebner, scriveva che al tempo dei due re Guglielmi, Guglielmo I il Malo e re Guglielmo II il Buono, si formarono anche grazie ai due regnanti Normanni, delle vere e proprie Baronie ecclesiastiche, come quella molto potente dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, di Rofrano, di Policastro (di Torre Orsaja), ecc….Queste baronie, divennero via via molto potenti fino all’ascesa di Federico II di Svevia che le combattè cercando di riportarle nel loro giusto potere feudale. Nel 1189, dopo la morte di re Guglielmo II il Buono, sebbene la capitale del Regno di Sicilia fosse a Palermo, Salerno e le nostre terre, avevano ancora un ruolo particolare ed importante nel Regno. Lo dimostra la notizia che, nell’anno 1189, forse era già morto re Guglielmo II il Buono e ritroviamo Riccardo Florio di Camerota a fianco del suo collega Luca Guarna a derimere una controversia giudiziaria. Non abbiamo notizie certe in merito alla situazione nel Golfo di Policastro e delle altre Baronie sorte durante l’epoca dei due re Guglielmi. I principi e signori, oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all’abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. I vescovi ambivano di avere nelle loro diocesi i Cavensi per il bene che vi operavano. I papi, oltre la conferma delle donazioni, concessero il privilegio dell’esenzione. In questo modo l’abate di Cava dei Tirreni finì per avere una giurisdizione spirituale, dipendente solo dal Papa, sulle terre e sulle chiese di cui la Badia aveva la proprietà. Da parte sua Cava costituiva per i papi un caposaldo di cui potevano fidarsi pienamente, tanto da affidarle in custodia alcuni antipapi. Degli anni e della dominazione Normanna, Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 145, in proposito alla fine della dominazione Longobarda e agli albori della Baronia ecclesiastica dell’Abazia di Cava dei Tirreni, scriveva che: “Nel 1100, infine, per volontà di papa Urbano II, si stabilì, tramite uno strumento pubblico rogato nel castello di Agropoli, quali fossero i confini fra il territorio del vescovo pestano e quello della Badia di Cava che una ventina di anni dopo avrà il suo centro spirituale, economico e militare nel nuovo ‘castello dell’Abate’.”. Sempre il La Greca a p. 168, sciveva che: “Possesso della Badia di Cava erano gli approdi di ‘Santa Maria di Giulia’ (odierna San Marco), di ‘San primo di Cannicchio’ (a nord-ovest di Acciaroli), di Santa Maria di Pioppi (Pioppi), dello ‘Stagno’ (o ‘Marinelle’, a Tresino di Agropoli), del ‘Puzzillo’ (fra Santa Maria e San Marco di Castellabate) di Oliarola’ (Ogliastro marina) e San Matteo (alla foce dell’Alento), che rappresentarono il naturale sbocco di mercato dei prodotti agricoli in eccedenza dell’entroterra, gestito con oculatezza, soprattutto tramite costanti miglioramenti dei rapporti coi coloni che i benedettini seppero instaurare sulla scia della riforma agraria già operata a Sant’Arcangelo da Pietro da Salerno fin dal 1067.”.
Nel 1145 (?), il ‘Catologus Baronum’ redatto dai Camerari di re Guglielmo I detto il “Malo”
Il Giustiniani (…), scriveva che “Dal ‘Catalogo de’ baroni’, che contribuirono sotto Guglielmo II nella spedizione in Terra Santa, si ha che a Policastro vi erano diversi Feudatari (24). Il Re Ruggeri dopo che l’ebbe rifatta, dicesi d’averla data con titolo di Contea a Simone suo figlio naturale. “. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parleremo oggi, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. Il ‘Catalogus Baronum’ (Catalogo dei Baroni) è l’elenco di tutti i vassalli e dei relativi possedimenti compilata dai Normanni all’indomani della conquista dell’Italia Meridionale. Fu esportata dai Normanni nel resto del Regno per affrontare e risolvere l’annoso problema posto dalla scarsa collaborazione offerta dai signorotti locali verso il governo centrale a causa dalla poca conoscenza che il governo aveva delle loro disponibilità. Questo nuovo ufficio, il cui personale era principalmente formato da Saraceni, aveva sede a Salerno, con giurisdizione su tutto il regno eccetto che sulla Calabria e sulla Sicilia (aree più stabili e sotto il diretto controllo regio), occupandosi anche di: gestire le terre regie e le proprietà demaniali, autorizzare la vendita delle terre, controllare l’operato dei baroni. Per ottemperare a questi compiti, nel ‘Catalogus Baronum’ furono raccolte informazioni dettagliate sui singoli signori riguardo alle loro disponibilità patrimoniali (castelli, fortezze, terreni) oltre all’entità delle forze in armi e di quelle mobilitabili. Il “Catalogo” quantifica, inoltre, anche quanto ciascuno dei feudatari doveva fornire al re in occasione della sua partecipazione alle crociate o per la difesa del regno dalla minaccia araba. La ‘Duana Baronum’ grazie al suo “Catalogo” riuscì effettivamente a controllare la periferia ed assicurare stabilità al Regno, perché dalla sua istituzione, e per molti anni, scomparvero le rivolte baronali. Si può quindi affermare che la creazione di quest’ufficio rappresentò una delle più importanti tappe per la centralizzazione del sistema amministrativo normanno. Oggi lo studio del ‘Catalogus Baronum’ risulta preziosissimo per accertare l’identità dei signori, l’estensione delle loro proprietà e, quindi, ricostruire la storia e la toponomastica dei luoghi citati. Il Catalogus Baronum è il nome collettivo (non originale, ma usato in età moderna) di tre testi presenti nei registri angioini (n. 242 da 1322, fol. 13-63) che contengono dati feudali sul ducato di Puglia e sul Principato di Capua. La maggior parte è costituita dal ‘Quaternus magne expeditionis’ (nn. 1-1262), iniziato durante il regno di Ruggero II, negli anni 1150-52, e rivisto nel periodo 1167-68. Secondo Evelyn Jamison (…), fu preparato in vista della difesa militare (magna expeditio) dall’alleanza greco-tedesca. Gli inserimenti sono in ordine geografico e cominciano con la Terra di Bari indicando se il feudo è stato assegnato direttamente dal re oppure se era di un valvassore, il nome del feudatario, il nome del feudo, la valutazione in unità di soldati (milites) che può fornire e il rendimento totale ‘cum augmento’. Il ‘Catalogus Baronum’ è il nome collettivo (non originale, ma usato in età moderna) di tre testi presenti nei registri angioini (n. 242 da 1322, fol. 13-63) che contengono dati feudali sul ducato di Puglia e sul principato di Capua. Durante la revisione del 1167-68, che riguardò principalmente gli Abruzzi, ma anche in parte la Puglia, furono usati ‘quaterniones curie’. La seconda parte (nn. 1263-1372) è un altro registro normanno, stilato intorno al 1175, contenente i cavalieri di Arce, Sora ed Aquino. La terza parte è del periodo svevo (circa 1239-40) e contiene i feudatari secolari (Nr. 1373-1427) ed ecclesiastici (nn. 1428-1442) della Capitanata. Il testo presente nel registro angioino è tratto dalla copia sveva. La maggior parte è costituita dal ‘Quaternus magne expeditionis’ (nn. 1-1262). Molto studiato e ripubblicato in passato come ad esempio da Bartolomeo Capasso (…) e dalla Jamison (…), questo antichissimo documento ci permette di conoscere alcune notizie storiche sulle nostre terre tra gli anni del 1154 e il 1169 (secondo il Capasso), in epoca Normanna. Il Catalogus Baronum (Catalogo dei Baroni) è l’elenco di tutti i vassalli e dei relativi possedimenti compilata dai Normanni all’indomani della conquista dell’Italia meridionale. Pietro Ebner (…), nel vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p. 236 riguardo il ‘Catalogus Baronum’, scriveva: “Come è noto, il ‘Catalogus baronum’, compilato dai camerari della ‘dohana questorum et baronum’, per non si sa quale impresa militare, venne datato dal Capasso (…), tra il 1154 e il 1169 (…), dalla Jamison (…) (a. 1137) e dal De Petra il 1140 e il 1148 (84). Un inedito diploma (a. 1144) di Alfano di ‘Castrimaris’ (Velia), uno dei compilatori del ‘Catalogus, mi consentì di collocare detta redazione tra il 1144 e il 1148 (85). Ai nomi dei milites ivi elencati non sempre sono indicati i feudi relativi. Molti erano i feudi ‘unius militi’ con una rendita di 20 once d’oro, appena sufficiente al mantenimento di un cavaliere (87). Altri, soprattutto quelli associati nel ‘Catalogus’ alle voci di Capaccio, Laurino, ecc. erano obbligati a fornire milites non in quanto possessori di feudi, ma di ‘villanos’ a titolo feudale ecc…Il Catalogus, più che un elenco di feudi, è un registro militare (90). Esso elenca 3800 cavalieri con relativo seguito che le ‘terre’ feudali erano tenute a fornire al re, tranne l’Abbas sanctae Trinitatis Cave’ (a. 409) che ne era esentato per particolare privilegio (91). Ecc..”. Ebner (…), nelle sua nota (85), scriveva in proposito: “I., ABC, G 43, a. 1144, VII, Castellammare della Bruca (Velia): Alfano de castello moris dona al ‘Monastero de Caveis sancte Trinitas (Abate Falcone), e pro anima ecc..”. Ebner (…), nelle sua nota (87), scriveva in proposito: “Diversamente dalle città demaniali (Napoli, Salerno, ecc..), che pagavano un ‘tributum’ o ‘datum’, i feudi erano esenti da imposte.”. La Falcone (…), scriveva che: “..il ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II del 1185...” . Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scriveva: “Ai tempi di Guglielmo il buono” (re Guglielmo II detto il Buono), fece compilare il ‘Catalogus Baronum’ per “..la seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187″. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. La studiosa Falcone (…), sulla scorta di Ebner (…), faceva notare che: “Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Guglielmo II di Sicilia, detto ‘il Buono’ (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I detto ‘il Malo’ e di Margherita di Navarra.

Storia del ‘Catalogus Baronum’
Il ‘Catalogus Baronum’ (Catalogo dei Baroni) fu compilata dai Normanni all’indomani della conquista dell’Italia Meridionale. Fu redatto verso la metà del XII secolo dalla ‘Duana Baronum’, l’ufficio regio preposto agli affari feudali, che lo mantenne aggiornato per gli anni a venire costituendo il suo principale strumento di lavoro. Secondo alcuni era redatto sul modello della dîwân al-majlis, introdotta in Sicilia dai precedenti governanti Fatimidi per il controllo del trasferimento di proprietà delle terre. In esso sono elencate le baronie (le terre), le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. La ‘duana baronum’ fu esportata dai Normanni nel resto del Regno per affrontare e risolvere l’annoso problema posto dalla scarsa collaborazione offerta dai signorotti locali verso il governo centrale a causa dalla poca conoscenza che il governo aveva delle loro disponibilità. Il Catalogo venne realizzato da re Ruggero II d’Altavilla, tra il 1150 e il 1152. La redazione del catalogo seguì di pochi anni la convocazione delle ‘Assise di Ariano‘, con le quali Ruggero II, stabilì una sorta di nuova costituzione del Regno e nuovi e maggiormente definiti rapporti con i feudatari. Nel corso della rivolta contro Guglielmo I del 1161, il ‘Catalogo’ venne gettato, insieme a quasi tutti gli altri documenti amministrativi del Regno, nel grande falò acceso nel cortile del palazzo reale, e andò distrutto. Dopo la soppressione della rivolta, il Catalogo venne ricostruito — largamente a memoria, un’impresa titanica — da Matteo d’Aiello (Matteo da Salerno, sull’opera di Matteo si veda Garufi C.A. (…)); l’opera venne completata nel 1166 sotto Guglielmo II. Rimase poi in uso fino al passaggio del Regno di Sicilia (fondato da Ruggero II) agli Hohenstaufen, nel 1194, per essere poi gradualmente assorbito dall’amministrazione imperiale. Durante la revisione del 1167-68, che riguardò principalmente gli Abruzzi, ma anche in parte la Puglia, furono usati ‘quaterniones curie’. La seconda parte (nn. 1263-1372) è un altro registro normanno, stilato intorno al 1175, contenente i cavalieri di Arce, Sora ed Aquino. La terza parte è del periodo svevo (circa 1239-40) e contiene i feudatari secolari (Nr. 1373-1427) ed ecclesiastici (nn. 1428-1442) della Capitanata. Il testo presente nel registro angioino è tratto dalla copia sveva. La maggior parte è costituita dal ‘Quaternus magne expeditionis’ (nn. 1-1262), iniziato durante il regno di Ruggero II, negli anni 1150-52, e rivisto nel periodo 1167-68. Secondo la studiosa Evelyn Jamison (…), fu preparato in vista della difesa militare (magna expeditio) dall’alleanza greco-tedesca. E’ attraverso questo antichissimo documento, oggi scomparso perchè appartenente all’Archivio Regio Angioini, andato perso nell’incendio di S. Paolo Belsito del Grande Archivio di Napoli, ma molto studiato e pubblicato nel 1653 dal Borrelli (…), nell’appendice al suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’. Guglielmo II di Sicilia, detto ‘il Buono’ (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. Nel 1130 o 1131, al tempo di Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (che era salito, nel maggio 1166 al trono appena dodicenne alla morte del padre Guglielmo II di Sicilia, sotto la tutela della madre), vennero confermati all’Abate Leonzio (dell’Abazia di Grottaferrata da cui dipendeva quella di Rofrano), alcuni privilegi e concessioni fatti anni prima da suo nonno Ruggiero II di Sicilia. Purtroppo, questo antichissimo documento Normanno-Svevo, conservato nei Registri Angioini, non esiste in originale. Gli autori come il Minieri Riccio o il Filangieri o il Capasso (…), la Jamison (…), hanno pubblicato, solo la loro trascrizione integrale che è quella che ci resta, dopo la totale distruzione della documentazione angioina, distrutta durante gli eventi bellici del 1943. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. Recentemente abbiamo chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, la collocazione del documento per la sua fotoriproduzione digitale ma purtroppo, la dott. ssa Orciuoli, così ci rispondeva: “purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. L’unico manoscritto del testo (Napoli, Reg. Ang. 242, ff. 13r-63r). Di questo antichissimo documento, ci resta la sua trascrizione integrale redatta nel 1963 dalla studiosa Evelyn Jamison (…). Infatti, quando nel 1972, l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo (…), di Roma, decise di ripubblicare la vecchia edizione del testo pubblicato dalla Evelyn Jamison (…), Raffaello Morghen, nelle ‘Avvertenze’ al nuovo testo, scriveva in proposito: “Negli anni fra il 1952 ed il 1960 corsero tra Evelyn Jamison e l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo le prime trattative per la pubblicazione del Catalogus Baronum, una delle fonti di maggior rilievo per la conoscenza della storia del Regno di Sicilia tra il 1150 e il 1168 ecc…Il fatto che l’unico manoscritto del testo (Napoli, Reg. Ang. 242, ff. 13r-63r) sia andato perduto nel 1943, nella distruzione dei Registri Anioini conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, rende tanto più preziosa l’edizione della Jamison e giutifica ampiamente la decisione dell’Istituto. L’opera è andata in stampa a cominciare dal 1963 ecc..”. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione digitale del prezioso testo pubblicato dalla Jamison (…), di cui quì pubblichiamo degli estratti sulle nostre terre.
Nel 1145, il ‘Catalogus Baronum’ (Catalogo dei Baroni)
Bartolomeo Capasso (…), “Sul Catalogo dei Feudi e dei Feudatari delle Provincie Napoletane sotto la dominazione Normanna”, che citava e diceva che l’antico documento conservato presso il Grande Archivio di Napoli, andato perso nel rogo del 1943, fu pubblicato integralmente per la prima volta da Carlo Borrelli. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono” e che in seguito, alcune saranno avocate al fisco di Federico II di Svevia per fellonia. Con il ‘Catalogus baronum’, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come ad esempio il centro di Camerota. Il ‘Catalogus Baronum’ o “Catalogo dei Baroni” fu pubblicato per la prima volta da Carlo Borrelli (9), in Appendice al suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653. Il Borrelli (…) a pp. 48 e sg., ci parla dei sottoposti che dipendevano da Lampo di Fasanella ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Il Borrelli (…) a p. 46, parla dei “Barones Regni de Principatv – De Comestabulia Lanpi de Fasanella” e, nell’elencarli tutti. Il Capasso (…), a p. 21, dissertando sulle origini del documento conservato negli Archivi Angioini (poi andati persi), scriveva che: “Mancano poi interamente, nè per verità dovevano starci, le Calabrie, le quali allora ed anche per parecchi anni dopo appartenevano amministrativamente parte della Sicilia, e non del Ducato di Puglia, conseguenza della prima divisione fatta dopo la conquista Normanna da Roberto Guiscardo, ed il Gran Conte Ruggiero, indi nei pimi anni dagli Angioini distrutta.”. Da Bartolomeo Capasso (…), a p. 26 si apprende che: “Altrove all’articolo 456 registrasi Ebolo Camerario, pel feudo di un milite, che teneva in servizio da Florio di Camerota;”. Sempre dal Capasso (…), a p. 28 leggiamo che: “Ma posto tutto ciò quale fu lo scopo di questo Catalogo, quando esso fu compilato, quando nuovamente rifatto? Il P. Carlo Borrello, che fu il primo a pubblicarlo, opinò che fosse stato descritto sotto Guglielmo il Buono, per una spedizione intrapresa in Terra Santa. Egli non determina l’anno di questa spedizione, ma il Duca della Guardia con più precisione afferma che “stabilita ad istanza di Papa Gregorio VII l’anno 1187 da tutt’i Principi della Cristianità l’impresa di recuperare Gerusalemme da mano d’infedeli, Re Guglielmo il Buono, principe di molta pietà, vi concorse, e chiese a questo fine ai Baroni del Regno duplicato il servizio dei loro feudi.”. A sostenere questa sua opinione altre prove lo stesso Borrello non adduce, se non chè nel ritrovarsi in esso Catalogo i nomi di Tancredi di Lecce, di Gilberto di Gravina, di Gionata di Consa, e di altri Baroni, che florivano certamente ai tempi dei Normanni, ed anche il nome dello stesso Re Guglielmo rammentato al foglio 19; tutte cose però che non danno alcun’indizio di un anno preciso qualunque, nè di una spedizione in Terra Santa. Il Fimiani poco si discostò dal Borrello, e dal Duca della Guardia. Egli crede che avendo Saladino nel 1181 nuovamente aggredito il regno di Gerusalemme, e non potendo Balduino, che allora nella sua minore età ivi regnava, resistere, Papa Alessandro III eccitasse i Principi Cristiani, tra i quali specialmente Guglielmo II Re di Sicilia, ad una forte e vigorosa spedizione contro i musulmani per conservare il Regno di Gerusalemme alla Cristianità. Nell’occasione dunque di questa grande spedizione in Terra Santa questo Catalogo, a suo giudizio, doveva esser compilato, onde si avesse la nota del servizio, al quale i Baroni del Regno di Puglia eran tenuti; e ciò secondo lui sarebbe manifesto dalle parole “pro auxilio magnae expeditionis”, che parecchie volte ricorrono. Tutti gli altri scrittori generalmente hanno adottato questo esercito, e non mai di una flotta (‘stolium’), in tutto il Catalogo non possono far pensare ad una Crociata, o ad una spedizione qualunque in Oriente ed in Africa, nelle quali le navi erano certamente necessarie, e d’altronde non si poteva temere dal regno, specialmente nella prima ipotesi, l’invasione di un nemico così lontano.”. Questo scriveva Bartolomeo Capasso (…) a p. 31. Dunque, il Capasso (…), citava Borrelli (…) e citava Carmine Fimiani (…) che pure scrisse sui Normanni e sul Catalogo dei Baroni al tempo di re Guglielmo II di Sicilia. Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali critico diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc’, nel vol. XII, nell’Indice a p. 176, alla voce “Camerota”, scriveva: “Camerota, Camberota, o Camarota, in Principato Citra in Diocesi di Policastro, 1116. n. 7. Sarolo di Cambarota ‘Ibid’ Florio di Camerota, Giustiziere, 1150. n i. Esiliato, va in Gerusalemme. V. 1165 n. 1. Ritornato, va per Ambasciata in Inghilterra, 1176, n. I”. Infatti il Di Meo (…), ci parla di Florio di Camerota e per l’anno 1116 al n. 7, ne parla a p….. Sempre il Di Meo, a pp. 287-288 ci parla di Florio di Camerota nell’anno 1165 e racconta l’episodio del Vescovo di Capua e dei sospetti del papa verso congiurati a re Guglielmo II. Sempre il Di Meo, a pp. 168 del vol. …, ci parla di Florio per l’anno 1150. Sempre il Di Meo, nel vol…., a pp. 372-373, ci parla di Florio di Camerota nell’anno 1176, all’epoca di re Guglielmo II e racconta l’episodio della commissione che si reca in Inghilterra da re Enrico II. Sempre il Di Meo (…), nel vol. XI, a pp. 428-429, per l’anno 1185, ci parla dell’accordo tra re Guglielmo II di Sicilia e l’Imperatore Federico Barbarossa e, in proposito scriveva che: “Scrive l’Anonimo Cassinese, che ‘Si fece una pace ferma tra l’Imperador Federico, e il Re Guglielmo. Esso Re mandò Costanza sua zia (amitam) in moglie all’illustre Re Arrigo figlio del detto Imperador Federico. Goffredo di Viterbo Prete Cappellano, e Notaio di Corrado III. Federico I e Arrigo VI. che ebbe nell’anno seguente diede a fine, e presentò al Papa Urbano la Cronaca sua, scrisse al seguente: ecc..ecc.., poi continua e scrive: “L’Anonimo Cassinese notò ancora, che Guglielmo Re di Sicilia spedì un esercito copioso in Romania, e quivi prese la città di Durazzo ecc..ecc….Più precisamente Giovanni di Ceccano: ‘Il Re Guglielmo ordinò un massimo esercito di mare, e di terra: creò Capitano della flotta di mare il Conte Tancredi, e dell’esercito di terra fece Comandante il Conte ecc…’”. Sempre il Di Meo (…), nel vol. X, a pp. 14- 434-436- 438, parlando del ‘Catalogo dei Baroni’, ed in proposito scriveva che: “Il Borrelli con altri crede, che il fin del Catalogo, e questo l’unico, fu di raccorre soldati per la spedizione di Terra Santa. Ma avendo scorso tutto con attenzione lo stampato dal Borrelli suddetto, e buona parte eziando dell’original Ms. non ci trovo, se non che parecchi asserivano se, o i loro Militi ‘pro auxilio magna expeditionis’. Così, p. 29 & 30 in Ripa Candida ecc..ecc…”. Poi ancora scrive il Di Meo a p. 438: “Che se parliamo del tempo della spedizione, per cui faceasi gente; io stimo, che ne fosse costante, e abituale il progetto, come lo era il bisogno, e che per molti anni fossero i nostri Popoli ad essi incitati. Quella in Africa ebbe luogo tra il 1159 e il 1180. ovver 81. una terza nel 1187. Si può aggiungere quella in favor del Papa del 1167.”. Del ‘Catalogus Baronum’, ha scritto anche il Racioppi (…) che citava lo studio di Bartolomeo Capasso (…), “Sul Catalogo dei Feudi e dei Feudatari delle Provincie Napoletane sotto la dominazione Normanna”, che citava e diceva chel’antico documento conservato presso il Grande Archivio di Napoli, andato perso nel rogo del 1943, fu pubblicato integralmente per la prima volta da Carlo Borrelli. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono” e che in seguito, alcune saranno avocate al fisco di Federico II di Svevia per fellonia. Con il ‘Catalogus baronum’, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come ad esempio il centro di Camerota. Il ‘Catalogus Baronum’ o “Catalogo dei Baroni” fu pubblicato per la prima volta da Carlo Borrelli (9), in Appendice al suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653. Il Borrelli (…) a pp. 48 e sg., ci parla dei sottoposti che dipendevano da Lampo di Fasanella ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Il Borrelli (…) a p. 46, parla dei “Barones Regni de Principatv – De Comestabulia Lanpi de Fasanella” e, nell’elencarli tutti. Il Capasso (…), a p. 21, dissertando sulle origini del documento conservato negli Archivi Angioini (poi andati persi), scriveva che: “Mancano poi interamente, nè per verità dovevano starci, le Calabrie, le quali allora ed anche per parecchi anni dopo appartenevano amministrativamente parte della Sicilia, e non del Ducato di Puglia, conseguenza della prima divisione fatta dopo la conquista Normanna da Roberto Guiscardo, ed il Gran Conte Ruggiero, indi nei pimi anni dagli Angioini distrutta.“.

(Fig…) Carlo Borrelli (…), del ‘Vindex Neapolitani etc.’, p. 46

(Fig….) ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamson (…), p…..
Per quanto riguarda il feudo di Camerota, nel ‘Catalogus Baronum’, di cui quì riportiamo i nn. 454-455-456-457, del ‘Catalogus’, pubblicato dalla Jamison (…), e di cui ci siamo occupati in un altro nostro saggio ivi pubblicato, ritroviamo “f. 30t 439. Florius de Cameroto (h)(3) tenet Corbellam (4) quod est sicut (c)” :


(Fig….) ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamson (…), p…..
Infatti, nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato da Evelin Jamison (…), a p….., troviamo un: “f…. 455. (Raul tenuit balium filii (b) Rogerii Camerote (3) quod feudam (c) duorum militum et cum augmento obtulit milites quattuor et pro alio / feudo unius militis quod dominus Rex ei redditit cum augmento milites duos (d). Una sunt inter feudam et augmentum milites sex)(e).”, ecc..ecc..”. Il La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) Dipendevano da costui anche Ebolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Pelitto e Goffredo di Ruggero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale.”. Per quanto riguarda il feudo di Camerota, nel ‘Catalogus Baronum’, di cui quì riportiamo i nn. 454-455-456-457, pubblicato dalla Jamison (…), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, da p. 581 in poi, proprio sulla scorta della Jamison (…), scriveva in priposito: “Dal ‘Catalogus baronum’ (…) si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella….”. L’Ebner (…), ci parla di “…e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”.
Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “…..il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano. Nel ‘Catalogus baronum’, databile tra il 1144-48, vennero elencati i feudi esistenti nel territorio del Regno e il numero dei ‘militi’ e ‘servientes’ che ciascun di essi doveva fornire all’imperatore come tassa (“adoa”): più il feudo era abitato, più militi doveva fornire in ragione di uno ogni 12 fuochi. Nel caso di Morigerati, ricadente in parte sotto il feudo dell’abate di S. Maria di Rofrano, si legge: “tenet Casellam et sum eo quod tenet in Nechinarani est feudum trium militum et cum aumento abtulit milites et servientes quindecim” (2). Il termine Nechinarani è un nome inventato perchè lo scrivano curiale male intese l’originale che subì una nasalizzazione da ‘Mò’ a ‘Nè’, con perdita del radicale, slittò su una forma gutturale ‘ch’, ed egli scrisse ciò che aveva capito. Esistono testimonianze di errori del genere, del resto i Giustizieri giravano per il regno con al seguito gli scrivani, i quali registravano nomi di località ignorando spesso dove queste fossero localizzate, essendo il loro un ufficio legato esclusivamente ad una posizione fiscale delle singole terre. Morigerati ricadeva per buona parte sotto la giurisdizione dell’abate di Rofrano unitamente a Caselle, tutte regolarmente tassate; un’altra parte, ricadeva sotto uno dei 44 piccoli feudi autonomi della città di Policastro e di Roccagloriosa, ma che vennero menzionati, perchè gli aggregati feudali comprendevano più terre e solo il centro abitato maggiore veniva registrato, perchè era questo che rendeva conto alle imposizioni fiscali. Per cui sotto Policastro è inclusa una popolazione di 300 fuochi, ma nei piccoli feudi intorno ad essa. (3).”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al “Calento” (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia.
I FEUDI E LE BARONIE DELLE NOSTRE TERRE NEL ‘CATALOGUS BARONUM’
Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II il Buono, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Pietro Ebner (…), riguardo il ‘Catalogus Baronum’, scriveva: “Altri, soprattutto quelli associati nel ‘Catalogus’ alle voci di Capaccio, Laurino, ecc. erano obbligati a fornire milites non in quanto possessori di feudi, ma di ‘villanos’ a titolo feudale ecc….Il Catalogus, più che un elenco di feudi, è un registro militare (90). Esso elenca 3800 cavalieri con relativo seguito che le ‘terre’ feudali erano tenute a fornire al re, tranne l’Abbas sanctae Trinitatis Cave’ (a. 409) che ne era esentato per particolare privilegio (91). Ecc..”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum’, tra le notizie utili relative al ‘Calento’ (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:..”. Chi era Guglielmo di Laviano?. La Falcone (…), scriveva che l’Abate di Rofrano, nel ‘Catalogus Baronum’, redatto per la seconda Crociata di re Gulielmo II di Sicilia, nel 1185: “…appare al seguito di Guglielmo di Laviano.”. Sempre la Falcone, sulla scorta del ‘Catalogus’, scriveva che il barone o feudatario Abate di Rofrano, nel 1185: “Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…). Secondo la Alaggio (…), parlando di un documento normanno del 1192, che riguardava la donazione del monastero di S. Onofrio all’Abbazia di Montevergine, scriveva che: “L’autore di questa donazione sarebbe Guglielmo di Laviano il quale, dal ‘Catalogus Baronum’ risulta essere stato feudatario ‘in capite de dominio rege di Laviano (42).”. La Alaggio (…), nella sua nota (42), scrive che la notizia è tratta da Cuozzo (…). L’Ebner (…), nel suo Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento, vol. II, p. 334, parlando dell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, scriveva in proposito: “Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 che riguardano Policastro (…).” e, poi lo stesso autore scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini. Il Giustiniani (…), scriveva che “Dal Catalogo de’ baroni, che contribuirono sotto Guglielmo II nella spedizione in Terra Santa, si ha che a Policastro vi erano diversi Feudatari (…). Nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo i seguenti centri delle nostre terre ed i relativi feudatari: Acquafredda n. 253, ; ‘Rofranus’ (Rofrano), n. 492; ‘Camerota’ n. 454; Bosco, sotto Giovanni Carafa, n…..; ‘Casella’ o Caselle in Pittari, nn. 492, ‘Rogerius de Casella‘, n. 602; ‘Cuccaro’ (Cuccaro Vetere), n. 453; ‘Mons Sano’ (Montesano sulla Marcellana), nn. 557-558-559; ‘Pertecara’ (Pertosa), n. 483; ‘Rocca de Gloriose’ (Roccagloriosa), nn. 560-561-562-563-564-565; ‘Turturella’ (Tortorella), n. 599, ecc.. Carta dell’Italia meridionale al tempo del ‘Catalogus Baronum’, tratta da Jamison (…).
Lampo di Fasanella, le nostre terre ed il suo ‘Comestabulia’ (distretto) al tempo del ‘Catalogus Baronum‘
L’antica famiglia longobarda dei Fasanella, perché questa si estinse con il connestabile Lampo di Fasanella. Costui era titolare, nel cosiddetto Catalogus Baronum, di un’ampia connestabilia che comprendeva tutto il territorio che aveva costituito il principato longobardo di Salerno al momento della conquista da parte di Roberto il Guiscardo nel 1076. Lampo, esponente della nobiltà longobarda, nell’ottobre del 1134 si diceva figlio del quondam Guaiferii comitis de Fasanella, e marito di Emma, figlia di Giovanni, figlio di Pandolfo, figlio del principe longobardo Guaimario di Salerno. Fedelissimo dei conti di Principato, partecipò nel 1155 con il suo senior, il conte Guglielmo III, alla ribellione contro re Guglielmo d’Altavilla, capeggiata dal cugino del re, il conte Roberto III di Loritello. Fu per questo motivo privato della sua carica di connestabile regio e dei suoi feudi di S. Angelo di Fasanella, Pantoliano, Castelcivita, Sicignano degli Alburni. È molto probabile che Lampo sia morto durante la ribellione, perché i suoi feudi entrarono in parte in possesso della Curia regia e in parte furono venduti a “Guillelmus de Palude”. Guglielmo de Palude e suo fratello Gisulfo erano milites di Silvestro, conte di Marsico Nuovo, già signore di Ragusa, e nipote del gran conte Ruggero d’Altavilla. Nel 1154 furono tra i sottoscrittori di un diploma del conte. Il loro cognomen toponomasticum derivava da Paludis, l’attuale Padula in provincia di Salerno. Guglielmo era già morto nel 1184, quando Tancredi, suo figlio e successore, signore di Fasanella, donò la chiesa di S. Lorenzo di Fasanella al monastero della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Le vicende successive dei possessi di Tancredi de Palude sono così riassunte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I’: “Hec baronia [scil. de Fasanella], fuit antiquitus d. Guillelmi de Postilione [sic, corrige: Palude], qui habuit duos filios, Tancredum et Guillelmum; et dictus Tancredus habuit duas filias: Alexandram uxorem Pandulfi de Fasanella, et aliam, que fuit uxor d. Riccardi de Fasanella fratris dicti d. Pandulfi. Philippa, secundogenita [sic, corrige: filia secundogeniti Guillelmi] fuit maritata tempore Friderici Thomasio domino Saponarie, qui mortuus fuit, et ipsa fuit exul a Regno, et cepit in virum d. Gilbertum de Fasanella” (Capasso, 1874, p. 346).
Nel 1145, ROFRANO nel ‘Catalogus baronum’

(Fig. 4) Pagina…., dell’Appendice al Vindex Neapolitanae nobilitatis, del Borrelli C., Catalogo dei Baroni, del 1653, in cui si elencavano i baroni: “Abbas Rofranus”, rimandando a p. 51

(Fig. 5) Pagina 51, del ‘Catologus Baronum’, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, del Borrelli C., del 1653, in cui si parla di: “Abbas Rofranus”, al p. 492

(Fig. 6) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di Rofrano, n. 492

(Fig. 7) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150.
Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Infatti, l’Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. L’Ebner prosegue, scrivendo che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: “Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. La studiosa Falcone (…), sulla scorta di Ebner (…), faceva notare che: “Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Anche il Breccia (…), riguardo al feudo di Rofrano, scriveva in proposito: “Per l’intero periodo normanno-svevo abbiamo soltanto due altre notizie sul monastero di Rofrano. Nel 1185, il suo abate appare nel ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta di Guglielmo II:”. Il Breccia (…), sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig. 4: “:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), et cum eo quod tenet in Nechinarani (Morigerati per la Jamison, vedi nota (6)), est feudum trium militum et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim” (21).”. Il Breccia (…), continua scrivendo: “Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. La Falcone (…), scriveva che l’Abate di Rofrano, nel ‘Catalogus Baronum’, redatto per la seconda Crociata di re Gulielmo II di Sicilia, nel 1185: “…appare al seguito di Guglielmo di Laviano.”. Sempre la Falcone, sulla scorta del ‘Catalogus’, scriveva che il barone o feudatario Abate di Rofrano, nel 1185: “Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…).
Nel 1142, la ‘Badia di S. Michele’ o ‘l’Abbazia di S. Michele in Pittari’ a Caselle in Pittari, divenne abbazia benedettina alle dipendenze della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (?)
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, a p. 646-647, del vol. I, parlando del casale che lui ipotizzava essere quello di “Caselle” e non di “Caselle in Pittari”, di cui parla nella pagina seguente, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola di Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit., p. 35 e n. C.”. Ma Pietro Ebner (…) scriveva che non riguardava il casale di Caselle in Pittari la notizia che nell’anno 1142 fosse passato al Vescovo di Capaccio. Infatti, Domenico Antonio Ventimiglia (…), a cui l’Ebner si riferiva, Domenico Ventimiglia, ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali etc…’, dove a p. 35 parlando del casale di ‘Acquavella’ scriveva che:

(Fig….) Ventimiglia Domenico (…), op. cit., p. 35
Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”…….e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo, …….unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava.”. Dunque, Amedeo La Greca, forse sulla scorta di quanto avesse scritto il Gatta, scrive che nel 1142, il cenobio ed il Santuario di Caselle passarono all’Abbazia di SS. Trinità di Cava dei Tirreni divenendo così abbazia benedettina dipendente da Cava. Anche Angelo Guzzo, scriveva che l’Abbazia o il monastero di Caselle in Pittari, esisteva ancora prima del 1142, allorquando sarebbe passata alle dipendenze della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro etc…’, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Il Guzzo, traeva l’interessante notizia dal Gatta (…), che nel 1732, a p. 308, del suo ‘Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania’, come scrive l’Ebner, a p….. del vol. I: “…..sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Angelo Guzzo (…) quando scriveva che il Principe Longobardo Guaimario III° “l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7)”, si riferiva alla citazione di Costantino Gatta (…) che a p. 69 scriveva che Guimario III°: “….donollo à Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.”. Abbiamo visto che il Fusco ci ha fatto notare una diversa cronologia del figlio di Gatta, ma a mio parere sono dubite e da approfondire ulteriormente le due notizie secondo cui il casale e la chiesa di Caselle in Pittari fossero passate al Vescovo di Capaccio e poi in seguito il passaggio alla SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Quanto asseriva Amedeo La Greca meriterebbe ulteriori approfondimenti, infatti, Pietro Ebner poneva dei dubbi sul passaggio alla chiesa ed al vescovo di Capaccio in quanto Ebner pensa che la notizia tratta da Domenico Ventimiglia si riferisca ad un altro casale chiamato “Caselle”. Sulla questione e le due notizie dateci dal La Greca, di una dipendenza di Caselle dagli Abati Cavensi dopo e prima dal vescovo di Capaccio, sebbene la notizia di un Guaimario III° che fondava ivi un cenobio induce a ritenere che fosse una donazione come di quelle consone alla politica longobarda della ‘tutio’ (difesa), il Fusco (…), a pp. 44, in proposito scriveva chiaramente che in seguito ai Longobardi: “Coi Normanni, che s’adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); Caselle ‘in Lucania’ fra ‘fragina et acquabella’, ricordata per l’anno 1137 (92); ‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93); un’altra ‘Casilla’ nell’agro di San Mango Cilento per l’anno 1187 (94); infine ‘Casolle’ nei pressi di Vatolla, di cui è ricordo in carte cavensi della fine del XII secolo (95)), nella prima metà del XII secolo era ancora possedimento dei Padri Basiliani proprio per la concessione normanna. Ecc..”. Interessante è pure la sua nota (93). Il Fusco, a p. 96, nella sua nota (93) postillava che: “(93) Il vescovo pestano Giovanni, ‘anno millesimo centesimo quadragesimo secundo, duedecimo regni roggerii regis siciliae et italiae, ….ob salutem animae….’ fece dono all’abate di Cava, Falcone, del monastero di Sant’Angelo ‘in territorio silve nigre ubi proprie casilla dicitur’. La donazione avvenne col consenso del proprietario, ‘willelmus de pestiglione’, che ecc… (ABC, G 36 e 37, a. 1142; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 352)(Traduzione delle citazioni latine: “Nel 1142, dodicesimo del regno di Ruggiero re di Sicilia e d’Italia, ….per la salvezza dell’anima….in territorio di Selva Negra dove propriamente il luogo chiamato Casilla…..Guglielmo di Postiglione nè aveva il patronato secondo la consuetudine del posto”). Erroneamente Gentile (A. Gentile, Un paese, una storia etc.., cit., p. 12, ritenne trattarsi di Caselle in Pittari. In realtà ‘Selva Negra’ era un casale di Postiglione. Cfr. E. Cuozzo, La Nobiltà dell’Italia meridionale e gli Hohenstaufen, Salerno, Gentile, 1955.”. Il Fusco, a p. 96, nella sua nota (94) postillava che: “(94) ‘Tenimentum sancti magni’ (San Mango Cilento)….’ascendit ad vallicellum de Casilla (contrada? abitato?): ABC, L 21, marzo a. 1187; P. Ebner, Chiesa, baroni etc., op. cit. II, p. 505, nota 27.”. Il Fusco, dunque poneva dei dubbi sulle due notizie dateci da Amedeo La Greca di una dipendenza di Caselle dagli abati cavensi ed ancor prima dal Vescovo di Capaccio, anzi riferendosi al Gentile (…), riteneva errata l’ipotesi che nel documento del 1142 del vescovo pestano Giovanni si trattasse del casael di Caselle in Pittari. Il Fusco a p. 44 dubitava che il documento normanno del 1142 “‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93);” si riferisse al casale di Caselle in Pittari, ma piuttosto si riferiva ad un altro Caselle. Stessa osservazione dice il Fusco per “Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); ecc..”. Il Fusco, a p. 95, nella sua nota (92) postillava che: “(92) ‘Jordanus, dominus Corniti (Corleto Monforte), filius Joanni, fili Pandulfi’, fili Guaimarii (Guaimario IV ma III) principis, pro octo terris in Lucania ubi fragina et acquabella dicitur, etc…..(Giordano, signore di Corleto, figlio di Giovanni figlio di Pandolfo figlio del principe Guaimario III, per otto terre in Lucania nelle località etc…). In pratica si trattò d’una vendita alla Badia di Cava di ‘res stabiles’ (beni immobili) situate a …..non a Caselle..L’atto fu redatto nel mese di marzo del 1137; P. Ebner, Chiesa etc, op. cit., vol. I, p. 415 e nota 131.”. Forse erano questi documenti a cui si riferiva Amedeo La Greca nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, quando asseriva che: “….sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo ………e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…“. Dunque secondo questi autori, non si trattava del cenobio e del casale di Caselle in Pittari. Quando Felice Fusco, a p. 44 scriveva che in un documento del 1142 era ricordata la Terra di ‘Casella’ “Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); Caselle ‘in Lucania’ fra ‘fragina et acquabella’, ricordata per l’anno 1137 (92); ‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93); ecc…” e, nella sua nota (93), a p. 96 postillava che il documento del 1142 “(93) Il vescovo pestano Giovanni, ‘anno millesimo centesimo quadragesimo secundo, duedecimo regni roggerii regis siciliae et italiae, ….ob salutem animae….’ fece dono all’abate di Cava, Falcone, del monastero di Sant’Angelo ‘in territorio silve nigre ubi proprie casilla dicitur’. La donazione avvenne col consenso del proprietario, ‘willelmus de pestiglione’, che ecc… (ABC, G 36 e 37, a. 1142; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 352) (Traduzione delle citazioni latine: “Nel 1142, dodicesimo del regno di Ruggiero re di Sicilia e d’Italia, ….per la salvezza dell’anima….in territorio di Selva Negra dove propriamente il luogo chiamato Casilla…..”, aggiungeva alla nota che errava il Gentile (…) che credeva si trattasse del casale di Caselle in Pittari, “In realtà ‘Selva Negra’ era un casale di Postiglione.”, citando Enrico Cuozzo (…) “Cfr. E. Cuozzo, La Nobiltà dell’Italia meridionale e gli Hohenstaufen, Salerno, Gentile, 1955.” che, sulla scorta di Evelin Jamison (…) commentò il ‘Catalogus Baronum’ pubblicato dal Borrelli (…) senza conoscere bene i nostri luoghi, non si è accorto che nell’antico privilegio del 1131 di re Ruggero II, detto dalla Follieri (…), ‘Crisobollo’, fra i diversi beni appartenuti alla chiesa di Rofrano e poi donati all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano veniva indicata e figurava una “Serra Nigella dicitur”. Io credo che la notizia di una donazione avvenuta nel 1142 che il vescovo pestano di Capaccio Giovanni fece dovrebbe essere ulteriormente indagata. La notizia fu tratta dall’Ebner dal Ventimiglia che la trasse dal Mai (…) e dal ……………….Infatti, sia l’Antonini (…) che il Ronsini (…), parlando dei beni elencati nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, dicono che in esso viene elencato “Fugenti”. Nel documento del 1131, vi è scritto: “qui dicitur Monacorum, illinc vengit ad campum Castagneti, qui dicitur de Pissotanis, inde recte pergit , et ferit timpam nuncupatam de Laurito, ascenditque per eamdem timpam, quae est prope ‘Fugentum’ per situm Fugenti ex parte, qua aqua descendit, et defluit per spinam usque ad ejusdem Fugenti ‘Lavandaram’, et ascendit per candem Lavandaram ad timpam, quae de ‘Serra Nigella’ digitur et de Serra Nigella pergit ad ‘Pentonem’, inde progreditur per pedes Rupis Sanctae Mariae, inde pergit recte usque ad decollam ‘Castaneolam’. Ecc..”. Io credo che la “Serra Nigella” doveva essere proprio la “Silva Negra” del documento del vescovo pestano. Si può notare pure che nell’antico documento Normanno è citato un torrente che viene detto ‘Xeropotamo’. Si tratta del torrente o fiume citato nella carta da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, illustrata in Fig. 1, in cui figura il fiume ‘Serrapotamo’. Si tratta del fiume Sciarapotamo, che scende da Montano Antilia “Montana” verso la valle del Mingardo. Forse il Mingardo. Il Mingardo, sorge dal Monte Pedulo e Centaurino e riceve le acque dei torrenti: Pruno, Tiglio e Urnia. Nella prima metà del suo corso (fino a Poderia) è detto Triverno. Si getta nel Tirreno, nei pressi del Castello di Molpa, vicino Palinuro, attraversando la Valle di Dragara. Il Monte Bulgheria, grande baluardo che si stende “a guisa di leon quando si posa” (….), lo separa dal mare. Il Bussento, sorge nei monti ad occidente di Caselle in Pittari; poi, presso questo paese, si precipita in una voragine da cui esce presso Morigerati (Nichirami per la Jamison), dopo circa 6 Km. di corso sotterraneo. Indi, riceve come affluente, il torrente Serapòtamo (ricordato anche da Boccaccio nel suo ‘Trattato sui fiumi’ (…)), ed apre la Vallata detta appunto del Bussento, che si estende fino al Golfo di Policastro. Io credo che la “Serra Nigella” o “Silva Negra” sia il “Centaurino” antichissimo possedimento della chiesa Rofranese, di cui ho parlato ivi in un altro mio saggio.

Nel 1144 Caselle e Morigerati, nel ‘Catalogus Baronum’, dipendenze della Baronia della chiesa e della badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano
L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al “Calento” (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia.

(Fig….) Pagina…., dell’Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), Catalogo dei Baroni, del 1653, in cui si elencavano i baroni: “Abbas Rofranus”, rimandando a p. 51
Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “….alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”…….e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà ecc..ecc..“. Dunque, Amedeo La Greca, voleva che la Terra di Caselle (riferendosi a Caselle in Pittari) dipendeva dalla “Baronia ecclesiastica” della Chiesa di Rofrano, in quanto, la “Terra” di Caselle risulta citata nel “Catalogus Baronum” che il Fusco dice essere un doumento del 1137. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Felice Fusco, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Coi Normanni, che si adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico ecc…”. Poi il Fusco continuando il suo racconto a p. 45 in proposito a Caselle in Pittari scriveva che: “Dal ‘Catalogus Barònum’, infatti, compilato intorno al 1137 (96), si apprende che l’abate di Rofrano era feudatario in ‘càèite de dòmino Rege (97) di ‘Casella’, nonchè della vicina Terra di ‘Nechinaràni’ (Morigerati)(98): le tre ‘Terre’ (Rofranum, Casella, Nechinaràni) lo obbligavano a fornire al re sei ‘milites’ e quindici ‘servientes’ per imprese militari (99).”. La studiosa Falcone (…), sulla scorta di Ebner (…), faceva notare che: “Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. Riguardo le antiche donazioni Longobarde alla chiesa locale (come quella di Rofrano), poi in seguito confermate da Ruggero II d’Altavilla con il ‘Crisobollo’ del 1131, la studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), alla sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in proposito scriveva che: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed i Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (….), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. L’Antonini (…), riferiva che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già il barone Giuseppe Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”.

L’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “…A quella di Agropoli…, si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”.

(Fig….) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150.
Gustavo Breccia (…), sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig….: “..:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..”. Il Breccia (…), continua scrivendo: “Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Pietro Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: “Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 207, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel 1137 Caselle, insieme con Morigerati, dipendeva dal Cenobio e dalla chiesa di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano, come si evince dal “Catalogus Baronum”, un elenco di feudatari (e dei relativi feudi) tenuti a servire il Re nelle grandi imprese militari con cavalieri armati e serventi in proporzione alle possibilità del feudo (10).”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (10), postillava che: “(10) B. Capasso, Sul Catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Napoli, 1870, pag. 46 e ssg.”. Riguardo le nostre terre e le baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, ecc..”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (…). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel Catalogus baronum per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. . Infatti, Pietro Ebner (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), in proposito scriveva che: “…A quella di Agropoli…,si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Gastone Breccia (…), nel suo…………………………, in proposito scriveva che: “Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Il Breccia (…), però, sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig. 4: “….:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..”. Infatti, l’Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. L’Ebner prosegue, scrivendo che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) e Gastone Breccia (…), op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (….), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: “Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (…), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) e Gastone Breccia (…), op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il vol. I, p. 239.
Nel 1144, Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo di Camerota, signore di Corbella
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol . I, a pp. 736-737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva di Florio di Camerota: “Prima notizia nel ‘Catalogus Baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de Principato’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio del 1144 nella restituzione da parte di Cosma, igumeno nel monastero di Pattano, della chiesa e del monastero di S. Marina de lo Grasso (località sottostante a Vallo della Lucania) all’abate Falcone di Cava (5). Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169 Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo (Pietro Contardo di S. Mauro Cilento), terre, selve, vigne “in pertinentiis casali Cornu” e in altri luoghi. Trattasi dello stesso Ruggiero che nel 1168 vendette Stabiano all’abate Marino e nove feudi, oliveti e selve siti nel distretto di Cilento (a. 1178) all’abate Benincasa per sedici once d’oro e 800 tarì salernitani (9). Giacomo di Morra, figlio di Errico, signore di parecchi feudi nel Cilento, ebbe poi anche la Baronia di Corbella. Avendo preso parte alla congiura di Capaccio venne poi ucciso con il suo primogenito Goffredo. Un terzo figlio Ruggiero, fu accecato, ma continuò a vivere. Re Manfredi, concesse poi i loro feudi a Filippo Tornello, ma poi Carlo d’Angiò li restituì ai fratelli Giacomo e Ruggiero di Morra.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Catalogus Baronum, ed. E. Jamison cit., Roma, 1972.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ebner, Storia cit., p. 7, n. 41 ed Economia e società cit., I, p. 238, sg.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ne dice Romualdo Guarna, ad a. 1178 a proposito della ribellione dei “rustici” di Faiano. Cfr. Ebner, Economia e società, ma vedi pure pp. 208 e 309.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Catalogus Baronum, p. 439, vedi pure il n. 454.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (5), postillava che: “(5) I. ABC, XXV, 56, gennaio a. 1144, VII, Agropoli.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (7), postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (8), postillava che: “(8) I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (9), postillava che: “(9) I, ABC, XXXIV, 22, aprile a. 1172, Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc’, a pp. 238-239, nella sua nota (92), postillando, parlava dei militi e dei feudatari elencati nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamison (…) e, parlando di essi, in proposito a Ruggiero di Camerota, figlio di un Goffredo di Camerota, scriveva che: “Il Ruggiero di Camerota del successivo n. 455, è senza dubbio ‘Roggerius dominus de Camerota’ presente ad Agropoli nel gennaio 1144 – ined., ABC, XXV 56, VII – come mallevadore nell’atto di restituzione da parte dell’igumeno di Pattano, Cosma, di S. Marina de Grasso all’abate di Cava Falcone; lo stesso Ruggiero che – ined. G 50 febbraio a. 1146, X, S. Matteo ‘ad duo flumina – tradidit all’abate Marino di Cava il figliuolo del suo milite Gentecore – ipsum Johannem filium ipsius Gentecore – con tutto ciò che apparteneva al medesimo Giovanni. Il figliuolo Goffredo vendette – a. 1168 – all’abate Marino, Stabiano eben nove feudi alla Marina del Cilento – a. 1172 – all’abate Benincasa. Cfr. pure i nn. 455 – ‘Raul tenuit balium filii Rogerii Camerote’ – , 456 Ebolo di Magliano ecc…”. Dunque, dalle note postillate da Ebner, si apprende che Ruggiero di Camerota era sposato con Emma, i quali avevano un figlio, “Goffredo di Corbella”, risulta da una vendita del 1169 alla Badia di Cava de Tirreni. Pare che questo Ruggiero di Camerota (padre di Goffredo di Corbella), nel 1168 vendette Stabiano all’Abate Marino di Cava. Poi l’Ebner continua il suo racconto su Giacomo Morra e su suo figlio Enrico Morra, che divennero signori di Corbella e che furono uccisi da Federico II di Svevia per aver partecipato alla “Congiura di Capaccio”. Pietro Ebner, nel vol. I, a p. 437, ci parla del vecchio casale di ‘Acquafredda’, un casale forse sulle rive dell’Alento ed oggi scomparso come quello di Corbella, e che l’Ebner dice da non confondere con il casale vicino Maratea in Provincia di Potenza. Ebner a p. 437, in proposito scrive che: “Nell’Archivio Cavense mi è riuscito di reperire finora solo altri quattro documenti, tutti del XII secolo, che riguardano Acquafredda, villaggio che dagli atti cavensi s’induce ubicato nei pressi di Corbella, tra Corno, Musurecle e Pentamina.”. Tutti casali oggi scomparsi dalle mappe. Non sono riuscito a capire dove fossero. Ebner (…), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737 “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”), parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato ta Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dunque, il La Greca (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlavano di un feudatario di Camerota, chiamato Goffredo. Secondo il La Greca, sulla scorta di Ebner (…), questo mercante Goffredo, aveva un figlio ‘Ruggiero di Camerota’ che compare nel 1188 nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. Nel 1984, Errico Cuozzo (…), dopo un certosino lavoro pubblicò il “Commetario” al ‘Catalogus Baronum’, pubblicato nel 1913 dalla Evelyn M. Jamison (…). Il Cuozzo (…), a p. 122, ci parla di Ruggiero di Camerota al n. 439 (articolo o numero di elenco del ‘Catalogus Baronum’ pubblicato dalla Jamison. Il Cuozzo, a p. 394, nell’Indice delle Località, dice che ‘Camerota 454, poi S. Maria di Rofrano 492, poi scrive “Florius de Camerota, feud. di Camerota (Salerno), giustiziere del Principato di Salerno, poi maestro giustiziere in Palermo 439, 454-459, 578, 725, 849, 866.”:

Nel 1145, MORIGERATI (‘Nechinarani’) (Morigerati per la Jamison)
L’Ebner (…), scriveva: “Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. Il Breccia (…), sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig. 4: “..:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), et cum eo quod tenet in Nechinarani (Morigerati per la Jamison, vedi nota (6)), est feudum trium militum et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim” (21).”. Il Breccia (…), continua scrivendo: “Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”.

(Fig. 9) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Nechinarani”, n. 492, dove parla di Rofrano, Caselle (‘Casella’) e ‘Nechinarani’ per la Jamison Morigerati
Riguardo al toponimo “Nechinarani”, riportato e citato nella trascrizione pubblicata dalla Jamison (…), che ritiene fosse ‘Morigerati’, dobbiamo far presente che il testo pubblicato nel 16….dal Borrelli, scrive “Nechinan.” (con l’ultima n con l’accento), come si può ben leggere nella Fig. 4. Infatti, l’Ebner (…), scriveva (forse più correttamente: “Nechirani”.
Nel 1145, CAMEROTA (‘Cameroto’ ) e Licusati nel ‘Catalogus Baronum’
Nel ‘Catalogus baronum’, sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Con il ‘Catalogus baronum’, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come ad esempio il centro di Camerota. Il Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro ecc..’, sulla scorta dell’Ebner (…), parlando di Camerota, scriveva in proposito: “Nella seconda metà del XII secolo, si trova menzionato, come cittadino di Camerota, Riccardo Florio, “giustiziero’ di Guglielmo II il Buono, nipote di Ruggero I re di Sicilia. Egli era tenuto in così grande stima dal re, che questi, nell’anno 1176, lo mandò con Elia, vescovo di Troia, e con Arnulfo, vescovo di Capaccio, in Inghilterra, a chiedere in moglie, al re Enrico II, capostipite della famiglia dei Plantageneti, la figlia di questi Giovanna. Il Florio dovette possedere anche diversi feudi in quanto, al tempo della seconda Crociata, contribuì tangibilmente alla formazione dell’esercito per la Terra Santa, con l’offerta di 63 soldati scelti e 50 serventi ai pezzi di artiglieria (8). Il Guzzo (…), postillava che la notizia era tratta dall’Antonini (…), parte II, p. 412. L’Antonini (…), a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, scriveva in proposito che: “Ci conservò la memoria (I) di quest’uomo ‘Romualdo’ Arcivescovo di Salerno nella sua ‘Cronaca’ colle seguenti parole “, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176):

(Fig. 10) Antonini (…), Parte II, Discorso X, p. 412-413
L’Antonini (…), aggiunge che: “……

L’Antonini (…), a proposito di Florio di Camerota, nella sua nota (I), postillava che: “Trovo in Falcando, e nell’Inveges, ecc..”. L’Antonini si riferiva alle cronache dei due cronisti dell’epoca Ugo Falcando (…), ‘Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni’, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli e ad Agostino Inveges (…).




(Fig. 11) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di ‘Camerota’, n. da 454 a 457.
Nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo “Robertus comes de Bono Herbergo, Bonialberghi, 806-807; v. etiam 344-349”. Sempre nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo un “‘Marchisius’, v. Guillelmus; Hugo; Johannes; Manfridus”. L’Alfano (…), parlando di Licusati, scriveva: “feudo dei marchesi dei Marchese di Camerota.”. Si tratta del personaggio Normanno l’‘Odonis Marchisii’, citato in una pergamena greca del 1126, pubblicata dal Trinchera (…), di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Nell’antico documento del 1126, viene citata ‘Sighelgaita Marchisia’, la Principessa Longobarda e poi Normanna, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II che, fu la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antica pergamena viene chiamata ‘Marchisia’. La ‘Sighelgaita’ indicata, era la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antico documento del 1126, si confermava un privilegio ricevuto precedentemente dal Guiscardo. Forse, l’antico documento confermava privilegi del figlio di Sighelgaita e del Guiscardo, Ruggero Borsa che succederà al padre Guiscardo. Il nobile personaggio Normanno, Odo Marchese o Odo Marchisii, citato nell’antica pergamena, datata anno 1079, è il marito della figlia primogenita di Roberto il Guiscardo. Anche il monaco cronista normanno Raoul di Caen o Jumiegès (…), lo chiama ‘Marchisio’. Secondo alcuni, questo personaggio Oddone di Bonmarchis, era il marito di Emma, la primogenita di Roberto d’Altavilla, detto il ‘Guiscardo’, che durante la sua permanenza in Calabria Roberto, verso il 1051 sposò la prima delle sue due mogli, Alberada di Buonalbergo (figlia di Gerardo Buonalbergo), dalla quale nacquero: Emma (1052 circa – ?), che sposò Oddone di Bonmarchis. Emma e Oddobe di Bonmarchis, ebbero due figli: Tancredi, principe di Galilea (c.1072 – 1112) e Boemondo (c. 1055-1111), principe di Taranto (1085) e, principe di Antiochia nel 1098. Nel ‘Catalogus Baronum’, i baroni di Camerota, figura la famiglia ‘Marchese’. Infatti, un’altra interessante notizia, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, la leggiamo dal Gatta (…) che, nelle sue ‘Memorie ecc..’, a p. 292, forse sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (…), parlando di ‘Camerota’, così scriveva: “Questa Terra con titolo di Marchesato, si possiede dalla Famiglia Marchese, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine da’ Principi Normanni, (a), dalla qual generosa prosapia, ne son sorti uomini, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: fra’ militari fu celebre Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella vita militare Astone Marchese, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni; e nei tempi più bassi, sotto l’Austriaco dominio, han fiorito pure nelle armi Domizio, Ottavio, ed Orazio primo Marchese di Camerota.”.
Il Gatta (…), a p. 292, fornisce delle notizie certe sull’origine dell ‘Odo Marchisii’ e, sulla presenza di questa importante Famiglia Normanna nel ‘basso Cilento’, nel primo decennio dell’anno mille. Il Gatta (…), sulla scorta di un altro cronista dell’epoca, Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme (…), scrive che Tancredi (Principe di Galilea), era figlio di “Giovanni Marchese”. Il Gatta, (…), quindi, lo chiama ‘Giovanni Marchese’ e non ‘Odo Marchisi’. Lo storico De Blasiis (…), nel 1873, nel suo libro ‘L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI‘, ci parla di un Tancredi Marchisio e, dei suoi genitori: Emma e di Oddone Bon Marchisio. De Blasiis (…), parlando della prima Crociata in Terrasanta, scrive: “Fra i più nobili s’unirono a Boemondo suo fratello Guido, Tancredi (1) e Guglielmo suoi cugini figli di Oddone Bon Marchisio;”.


(Fig. 12) De Blasii (…), 1873, vol. III, cap. II, p. 54.
Il De Blasiis (…), nel suo ‘L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI’, a p. 54, nella nota (1), postillava: “De Meo crede Tancredi nipote di Boemondo, ed il Pirri con più grave errore lo dice figlio del Duca Roberto e di Ala. Chr. Reg. Sic. p. 13. Per testimonianza di Rodolfo Cadomense egli nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Ord. Vit. dice sorella del Guiscardo. Dal titolo di Marchisio argomenta il Muratori che Tancredi fu di stirpe italiana R.I.T.V. p. 282, ed alcuni cronisti gli danno per fratello di Guglielmo. Anon. Gest. Franc. Bald. Hist. Jeros.“. Dunque, il De Blasii (…), riguardo la Famiglia dei ‘Marchese’ di Camerota, scrive che di Meo (…)(non De Meo), crede che “Tancredi Marchisio”, sia nipote di Boemondo, ed il Pirri (…), in ‘Chronaca Regione Sicula’, p. 13, sbaglia credendolo figlio del Duca Roberto il Guiscardo e di Ala, sua moglie. Il De Blasii (…), continua il suo racconto, affermando che su ‘Tancredi Marchisio’ se ne ha testimonianza nel cronista dell’epoca normanna, Rodolfo Cadomense o Raoul di Caen o Jumieges (…), autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana», riteneva che ‘Tancredi’, nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Orderico Vitale (…), in ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderico Vitalis o Vitale, dice essere sorella del Guiscardo. Sempre dal De Blasii (…), apprendiamo che del titolo di Marchisio argomentava il Muratori (…), in R.I.T.V., p. 282, dove si dice che ‘Tancredi’ era di stirpe italiana, ed alcuni cronisti lo danno come fratello di Guglielmo (fratello del Guiscardo). L’Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. Per quanto riguarda il feudo di Camerota, nel ‘Catalogus Baronum’, di cui quì riportiamo i nn. 454-455-456-457, del ‘Catalogus’, pubblicato dalla Jamison (…), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, da p. 581 in poi, proprio sulla scorta della Jamison (…), scriveva in priposito: “Dal ‘Catalogus baronum’ (7) si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella, era tenuto a fornire due militi e con l’aumento quattro militi per Corbella e due per un altro feudo.”. L’Ebner (…), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Dunque, i Florio erano gli eredi dei Marchisio?. L‘Ebner prosegue il suo racconto sui Florio. Scrive in proposito l’Ebner: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…Ebner dice che ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, l’Ebner, scrive Florio è ricordato ancora da Falcando (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”). Il Capecelatro ricorda Guglielmo di Camerota, giustiziere del Principato, ai tempi (a. 1177) di re Guglielmo il Buono, con Luca Guarna.“. L’Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum‘, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (7), si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella, era tenuto a fornire due militi e con l’aumento quattro militi per Corbella e due per un altro feudo. Grande personaggio del Regno, Florio venne inviato in Inghilterra con i vescovi Elia di Troia e Arnolfo di Capaccio da re Guglielmo il Buono (II, 1166-1188) a re Enrico II per chiedergli la mano della figliuola Giovanna, sorella di Riccardo Cuor di Leone, che accompagnarono in Sicilia nel 1176 (8).”. “8- L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Conaca ad a.): Interea rex W (ilielmus) consilio Papae Alexandri (III, 1151-1189), Eliam Troianum electum, Arnulphum Caputaquense ecc…”. “Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme. Nel 1186 Florio fu uno dei giudici che condannarono Riccardo de Mandra conte di Molise, imputato di congiura contro il gran Cancelliere del Regno.”. Infatti, un’altra notizia degna di nota, che riguarda Florio di Camerota e re Guglielmo II è quella secondo cui, fallito il progetto di matrimonio di Guglielmo con la principessa bizantina, Maria, figlia dell’imperatore Manuele I Commeno, papa Alessandro III si oppose nel 1173 al matrimonio tra il re normanno e Sofia, figlia di Federico I Barbarossa. Nel 1176 fu inviato Alfano di Camerota, arcivescovo di Capua, a negoziare il matrimonio con la figlia di Enrico II d’Inghilterra, per instaurare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. La missione fu svolta con successo e la principessa fu condotta nella capitale. A Palermo il 13 febbraio 1177 Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone. Alfano di Camerota (1158 circa – 1182 circa) fu arcivescovo di Capua dal 1158 fino alla sua morte. Amico intimo di papa Alessandro III, ricevette da costui nel 1163 una lettera che lo avvertiva di una congiura contro il re Guglielmo I di Sicilia. Tramite suo nipote Florio di Camerota, Gran Giustiziere del Principato di Salerno, Alfano avvertì il re. Come ambasciatore di re Guglielmo II il Buono, nell’autunno del 1176 si recò in Inghilterra per negoziare il matrimonio di Giovanna, figlia di Enrico II, con Guglielmo II, allo scopo di creare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. Durante il viaggio fu accompagnato da Richard Palmer, arcivescovo inglese di Messina, e il conte Roberto di Caserta. La trattativa ebbe successo e il matrimonio – con la susseguente proclamazione di Giovanna quale regina di Sicilia – ebbe luogo il 18 febbraio 1177 a Palermo. L’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, da p. 581 in poi, parlando dei Florio nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), Pietro Ebner (…), , proprio sulla scorta della Jamison (…), parlando di Camerota e dei Florio, riportava un’altra interessante notizia su Tancredi (IV re di Sicilia): “Ricordo che Riccardo Cuor di Leone (I, 1188-1199), nel recarsi in Terrasanta con ottomila uomini per la Crociata, costrinse Tancredi, conte di Lecce, usurpatore del trono di Sicilia (IV re, 1190-1194) a liberare dalla prigionia la sorella Giovanna (a. di morte 1199), vedova di re Guglielmo, a pagargli la somma di 40 mila once d’oro (versate solo il terzo).“. L’Ebner, si riferiva al Tancredi, conte di Lecce che diventò il IV re della Sicilia. Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia (il figlio maggiore di Ruggero II di Sicilia) e di Emma dei conti di Lecce (figlia di Accardo II), divenne conte di Lecce nel 1149. Nel 1155 cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Tancredi rimase alcuni anni a Costantinopoli e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II detto il Buono (Guglielmo il Buono). Infatti, questi fatti risalgono al tempo della II Crociata del 1190 (dopo la morte di re Guglielmo il Buono). In quella occasione, Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra, in cui Riccardo si fece restituire la sorella Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, che era stata rinchiusa da Tancredi nel castello della Zisa. Nel Cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, v. A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. L’autore del testo, a p. 48, del Cap. III, poi ci parla invece di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).“. Quì gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. A p. 42, gli autori ci parlano di un Barone di Camerota nel 1136 e, poi citano Florio che figura nel ‘Catalogus Baronum’ (…), compilato nel 1185, epoca della terza Crociata di re Guglielmo II. Secondo, il cronista Rodolfo Cadomense (Roul Caen)(…), il feudatario di Camerota e Licusati doveva chiamarsi ‘Marchisio’, da Bon Marchisii o ‘Bonmarchis’, già esisteva nel 1185, anno della compilazione del nuovo ‘Catalogus baronum’, compilato per la III Crociata di re Guglielmo, ove figurava un ‘Florio di Cameroto‘. Quindi nel 1185 ma secondo la citazione dei due autori (…), nel 1136 (circa 50 anni prima), esisteva un feudatario di Camerota chiamato ‘Marchisio’.
Nel 1145, Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro di re Guglielmo I di Sicilia
La contea di Marsico fu una contea normanna nel Regno di Sicilia; aveva per capoluogo Marsico, oggi Marsico Nuovo, che si trova nella parte sud-occidentale della attuale Basilicata. Fu elevata a contea da Ruggero II, re di Sicilia nel 1150 in favore di Silvestro, figlio di Goffredo di Ragusa, figlio illegittimo di Ruggero I, Conte di Sicilia. Il Catalogus Baronum, pubblicato il 1168, registra la contea come “comes Silvester de Marsico” che ha in feudo “in demanio Marsicum … Roccettam … et … et Dianum Salam …” in “de Marsico”. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Manfredi re di Sicilia nominò Conte di Marsico, Enrico di Spernaria e poi Riccardo Filangieri. Dopo la caduta del re Manfredi, la contea è stata restituita alla famiglia Sanseverino da Carlo I re di Sicilia. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, a pp. 238-239, vol. I, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, ……Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula ecc…”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che Silvetro conte di Marsico, era il “comandante delle forze” della sua Contea di Marsico che si trovava inserita nella “comestabulia” (distretto) del Principato. Riguardo questo feudatario Normanno, forse di origine Langobarda, ha scritto anche Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando del castrum di Tortorella a p. 20, riferendosi a ciò che è scritto e rilevabile dal ‘Catalogus Baronum’ in proposito scriveva che: “In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; ecc..”. Dunque, il Montesano scriveva che il conte di Marsico e Signore di Diano, Silvestro Guarna era ministro di re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo” e, dice pure che era con lui imparentato. Il Montesano dice pure che Isabella Guarna, figlia del Conte Silvestro Guarna sposò Guglielmo Sanseverino, Barone del Cilento a cui portò la contea di Marsico. Sulla questione ne parlava l’Ebner. Ma la versione di Ebner differisce con quella, più aggiornata, del Montesano. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa etc…’, a p. 636 del vol. I, scriveva che: “Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo?), da cui a Silvestro (II, morto nel 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, morto nel 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo fu spogliato della contea e della signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) di Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo “stato” di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città “stato” di Diano. Beni tutti che vennero avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II) che pare avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ecc..”. Dunque, Pietro Ebner (…), scriveva che Isabella Guarna non era figlia di Silvestro Guarna, come scriveva il Montesano ma, Isabella Guarna era figlia di Guglielmo (III) Guarna di Marsico, fratello di Filippo ed entrambi figli di Silvestro Guarna (II) che lui dice morto nel 1163. Dunque, secondo l’Ebner, dopo la morte del nonno nel 1163, Silvestro Gurna (II), la nipote Isabella Guarna, figlia di Guglielmo (III) Guarna di Marsico, nel 1167 sposò Guglielmo (I) di Sanseverino, figlio di Enrico (I), e gli portò in dote la contea di Marsico e tenne la contea e lo stato di Diano costituito dai casali di Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città “stato” di Diano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando degli Statuti di S. Arsenio, un casale nel Vallo di Diano, a p. 418, vol. II. Ebner scive che a S. Arsenio, un casale del Vallo di Diano “L’arrivo dei monaci nel luogo va collocato nel IX secolo e l’abbandono del cenobio prima del novembre 1136, II, quando il feudatario conte Silvestro Guarna di Marsico (3) donò il casale …, limitatamente al alla giurisdizione civile all’abate cavense Simeone. (4).”. Nella sua nota (3) L’Ebner scriveva che: “(3)…..Gilberti (p. 20), Il Comune di S. Arsenio, Napoli, 1923, rileva da G. Galluppi, Nobiliario della città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 e s., che i conti GUARNA discendevano da Goffredo d’Altavilla, quarto figliolo di Tancredi (v. Dizionario enciclopedico italiano, I, Roma, 1955, p. 318), il quale prese nome, secondo il costume del tempo, dal condottiero imperiale Warner (era stato chiamato da papa Leone IX contro i normanni) e perciò Guarna, da lui ucciso nella battaglia di Civitate in Conversano, dai cui discendenti Sibilla (+1103), che sposò Roberto di Normandia (v. Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo e Goffredo, Silvestro (+ 1163), Guglielmo (+1180) e poi Filippo.”. Di questo documento o pergamena greca del 1136, in cui il conte di Marsico e Signore di Diano Silvestro Guarna donò il casale di S. Arsenio all’Abate cavense Simeone dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. La politica dei Normanni e delle loro munifiche donazioni al monastero di Cava. Ora vediamo la notizia del Montesano secondo cui Silvestro Guarna era ministro del re Guglielmo I di Sicilia detto il ‘Malo’. Forse dopo questa rivolta fu nominato primo ministro Silvestro Guarna ?. E poi in che modo Silvestro Guarna (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) con Guglielmo I di Sicilia ?. Guglielmo I° di Sicilia, detto il ‘Malo’ e figlio di Ruggero II d’Altavilla, ebbe come Ministro Maione di Bari il quale si trovò invischiato nella ‘Rivolta del Bonello’. Guglielmo I morì a 46 anni il 7 maggio 1166 e la sua morte fu descritta da Romualdo II Guarna medico e vescovo di Salerno. Romualdo II Guarna fu chiamato alla corte di Palermo per curare il re, suo nipote. Ma nulla potè contro l’ineluttabile fato. Dunque, Guglielmo I° di Sicilia era nipote del medico e arcivescovo Salernitano Romualdo II Guarna che fu cronista dell’epoca e che scrisse ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178, poi pubblicato dal Pratilli (…). È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Romualdi II. Archiepiscopi Salernitani, in Giuseppe Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80.Ma se l’Arcivescovo di Salerno Romualdo II Guarna era lo zio di re Guglielmo I di Sicilia, che grado di parentela aveva il conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna con i due personaggi ?.

Nel 1145, ‘Gisulfo de Padule’, vassallo di Silvestro Guarna, conte di Marsico, nel ‘Catalogus Baronum’
Secondo il ‘Catalogus Baronum’, vi è un legame fra il casale di Tortorella, Gisulfo II di Padula, vassallo del conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna. Da Silvestro dipendeva Gisulfo di Padula e da lui dipndevano Tortorella, Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari che però dipendeva anche dall’Abbate di Rofrano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, a pp. 238-239, vol. I, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, ……Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Lauria’?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Dunque, l’Ebner collocava questo feudatario Normanno di origine Longobarda, Gisulfo di Padula (“de Palude”) nella Comestabulia (distretto) di Lampo di Fasanella nella contea di Marsico di Silvestro Conte di Marsico. E’ interessante ciò che scriveva Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 20 in proposito scriveva che: “Altre traccie relative al castrum di Tortorella si trovano nel ‘Catalogus Baronum’ (26) databile, in maniera molto approssimata alla metà del secolo XII (27). In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; da tale registro risulta inoltre che titolare del castrum era ‘Gisulfo di Palude’ (titolare anche di quello di Padula), il quale dichiarava di avere a disposizione 8 militi (28), con l’aggiunta di altri 68 militi e 60 inservienti (29). In esso si legge anche che ‘Thaerius de Turturella’, della contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 15 villani con l’aggiunta di un milite (30), mentre ‘Amerinus de Turturella’, sempre della Contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 4 villani (31).”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Venne datato da Bartolomeo Capasso tra il 1154 e il 1169, mentre la Jamison lo data al 1137 e il De Petra tra il 1140 e il 1148. Quest’ultima datazione viene sostenuta anche da Pietro Ebner, che lo data tra il 1144 e il 1148.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Gisulfus de Palude tenet de eodem Comite Paludem, et Turturellam, quae sicut dixet, est feudum VIII militum, et cum augumento ibtulit milites XVIII et servientes LX”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (30) postillava che: “(30) “Thaesarius de Turturella, sicut dixit, tenet villanos XV, & cum augumento obtulit militem I”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (31) postillava che: “(31) “Amerinus de Turturella ten. Vill. IV”.”. Come si è visto precedentemente la notizia di questi militi e feudatari deriva dal ‘Catalogus Baronum’ ed in proposito l’Ebner a p. 236, vol. I scriveva che: “6. Come è noto, il ‘Catalogus baronum’, compilato dai camerari della ‘dohana questorum et bonorum’, per non si sa quale impresa militare, venne datato dal Capasso tra il 1154 e il 1169 (83), dalla Jamison al 1137 e dal De Petra il 1140 e il 1148 (84). Un inedito diploma (a. 1144) di Alfano di ‘Castrimaris’ (Velia), uno dei compilatori del ‘Catalogus’, mi consentì di collocare detta relazione tra il 1144 e il 1148 (85).”. Inoltre l’Ebner a p. 240, in proposito alla Curia della Comestabulia (distretto) di Lampo di Fasanella scriveva che: “…non ritengo attendibile la tesi della Jamison che colloca Corneto del ‘Catalogus’ a Vallo della Lucania (95). Lampo fu signore invece di mezza Fasanella e del vicino Corneto ecc..”. Felice Fusco scriveva che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula e suo fratello Guglielmo: “(Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, The Norman, cit., , p. 109, parr. 599 – 602.”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Felice Fusco (….), sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ e del ‘Commentario’ del Cuozzo, scriveva che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, successore di Ruggero II di Sicilia, ovvero dopo la sua morte. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo fu re di Sicilia dal 1154 al 1166. «Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine”. Il Fusco scriveva sulla scorta dell’Ebner e del ‘Catalogus Baronum’ che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Pietro Ebner scriveva che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula e Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. È molto probabile che Lampo sia morto durante la ribellione, perché i suoi feudi entrarono in parte in possesso della Curia regia e in parte furono venduti a “Guillelmus de Palude”. Guglielmo de Palude e suo fratello Gisulfo erano milites di Silvestro, conte di Marsico Nuovo, già signore di Ragusa, e nipote del gran conte Ruggero d’Altavilla. Nel 1154 furono tra i sottoscrittori di un diploma del conte. Il loro cognomen toponomasticum derivava da Paludis, l’attuale Padula in provincia di Salerno. Guglielmo era già morto nel 1184, quando Tancredi, suo figlio e successore, signore di Fasanella, donò la chiesa di S. Lorenzo di Fasanella al monastero della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Gisulfo teneva padula e Tortorella e da lui dipendeva direttamente Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Caselle in Pittari però dipendeva non solo da milite Ruggiero ma anche dall’Abate della chiesa di Rofrano che a sua volta dipendeva da Gilberto da Laviano. Nel 1984, Errico Cuozzo (…), dopo un certosino lavoro pubblicò il “Commetario” al ‘Catalogus Baronum’, pubblicato nel 1913 dalla Evelyn M. Jamison (…). Il Cuozzo (…), riordinò gli appunti della Jamison conservati a……………e seguendo gli stessi articoli dell’insigne studiosa, commentò i diversi personaggi citati ed elencati nel ‘Catalogo dei Baroni’ per la prima volta pubblicato da Carlo Borrelli (…). Infatti, anche se oggi non si conosce l’esatta datazione del codice manoscritto scoperto dal Borrelli, e soprattutto se ne ipotizza l’uso, ovvero un registro dei feudatari del Regno che fornirono militi per una impresa militare che si pensa fosse la II o la III Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II il Buono. Dunque intorno alla metà del secolo XII. In esso vengono elencati i feudatari del Regno e dunque il documento è importantissimo per la storia delle nostre terre. In esso compaiono feudatari di Camerota, di Rofrano, di Cuccaro, di Policastro, di Roccagloriosa, di Torraca. Il Cuozzo (…), a pp. 133-134, ci parla di Florio di Camerota. Il Cuozzo, a p. 394, nell’Indice delle Località, dice che ‘Camerota 454, poi S. Maria di Rofrano 492, poi scrive “Florius de Camerota, feud. di Camerota (Salerno), giustiziere del Principato di Salerno, poi maestro giustiziere in Palermo 439, 454-459, 578, 725, 849, 866.”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162 parlando del n. 599 su “GISULFUS DE PALUDE” del ‘Catalogus Baronum’ lo commenta così: “599 – Gisulfus de Palude, feud. di ‘Silvester de Marsico (597) di Padula, Tortorella. Per i suoi feudi ‘in servitio’ cf. 600-602.” e poi aggiunge che: “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello ‘Guillelmus’, un diploma del conte Silvestro di Marsico in favore del monastero della SS. Trinità della Cava (Cava, perg. H 13; Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. XV.”.

Il Cuozzo cita il documento conservato nellArchivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e cita Leone Mattei Cerasoli che lo pubblicò come documento n. XV. Il Cuozzo, traeva la notizia del documento n. XV (pubblicato) da Mattei Cerasoli (…), nel suo ‘Tramutola’, in ‘Archivio Storico per la Calabria e Lucania‘, 13 (1943-1944 e l’altro n. 14 del 1945. Il Cuozzo (…), a p. 142, riferisce che nel 1154 Guglielmo di Padula “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello Gisulfo, un diploma di Silvestro, conte di Marsico (infra n° 597) in favore del monastero di Cava (Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. n° XV).”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’ citava Leone Mattei-Cerasoli, archivista dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e (cme scrive a p. XXXVI) si riferiva al testo su ‘Tramutola’ in ‘Archivio Storico Calabria e Lucania’, 13 (1943-1944), pp. 32-46, 91-118, 201-213; 14 (1945), pp.37-62. Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che “Nel ‘Catàlogus Barònum’ ad ogni modo ‘Casella’ è registrata anche come possedimento di ‘Gisulfus de Padule’, particolare spiegabile solo se si ammette una gradualità cronologica di annotazioni nel registro normanno (105).”. Infatti il Fusco nella sua nota (105) a p. 98 postillava che: : “(105) Infatti nel ‘Catalogus’ l’annotazione relativa a ‘Gisulfus’ (par. 602) si trova molto più avanti di quella relativa al cenobio rofranese (par. 492). Cfr. ad ogno modo B. Capasso, sul Catalogo etc…, p. 21.”. Sempre riguardo a Gisulfo di Padula, il Fusco a p. 46 scriveva che: “All’inizio quindi della seconda metà del XII secolo il ‘genius Northmannorum’ (stirpe normanna) aveva già preso possesso di varie ‘Terre’ del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. ‘Gisulfus’, che col fratello ‘Guillelmus’ traeva il suo ‘cognomen toponomasticum’ da ‘Palùdis’ (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, ‘The Norman etc’, p. 109, parr. 599 – 602.”. Riguardo il feudatario Normanno Gisulfo di Padula, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), del 1653, in cui si parla anche del fratello Guglielmo de Padule (“Guillelmus de Padule”): “Abbas Rofranus”, al p. 492, ripubblicato in seguito dalla Evelin Jamison (…), è scritto: “Guillelmus de Padule emit terram, qua fuit Lampi de Fasanella, quam postea tenuit Ioczolinus Sancti Felis, quam debet inquirere Marinus Ruffus Camerarius, & significare Curiae. Electus Muri pro auxilio Magnae expeditionis obtulit milites III.”.”. In questo passo il testo del Borrelli che pubblicava un antico manoscritto del ‘Catalogus Baronum’ al tempo di re Guglielmo II detto il Buono, è scritto che il fratello di Gisulfo di Padula, Guglielmo di Padula entrambi feudatari di Padula e di Tortorella, dipendevano da Lampo di Fasanella.

(Fig….) Pagina 51, del ‘Catologus Baronum’, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, del Borrelli C., del 1653, in cui si parla di: “Abbas Rofranus”, al p. 492

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Turturellam, Gisulfo de Palude, Sanse, Loria, Rogerius de Casella, ecc..”, n. da 598 a 602.
Nel 1145, Guglielmo di Padula, fratello di Gisulfo I di Padula
Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che: “All’inizio quindi della seconda metà del XII secolo il ‘genius Northmannorum’ (stirpe normanna) aveva già preso possesso di varie ‘Terre’ del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. ‘Gisulfus’, che col fratello ‘Guillelmus’ traeva il suo ‘cognomen toponomasticum’ da ‘Palùdis’ (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, ‘The Norman etc’, p. 109, parr. 599 – 602.”. Il Fusco scriveva sulla scorta dell’Ebner e del ‘Catalogus Baronum’ che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Pietro Ebner scriveva che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula e Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. È molto probabile che Lampo sia morto durante la ribellione, perché i suoi feudi entrarono in parte in possesso della Curia regia e in parte furono venduti a “Guillelmus de Palude”. Guglielmo de Palude e suo fratello Gisulfo erano milites di Silvestro, conte di Marsico Nuovo, già signore di Ragusa, e nipote del gran conte Ruggero d’Altavilla. Nel 1154 furono tra i sottoscrittori di un diploma del conte. Il loro cognomen toponomasticum derivava da Paludis, l’attuale Padula in provincia di Salerno. Riguardo il feudatario Normanno Gisulfo di Padula, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), del 1653, in cui si parla anche del fratello Guglielmo de Padule (“Guillelmus de Padule”): “Abbas Rofranus”, al p. 492, ripubblicato in seguito dalla Evelin Jamison (…), è scritto: “Guillelmus de Padule emit terram, qua fuit Lampi de Fasanella, quam postea tenuit Iozzolinus Sancti Felis, quam debet inquirere Marinus Ruffus Camerarius, & significare Curiae. Electus Muri pro auxilio Magnae expeditionis obtulit milites III.”.”. In questo passo il testo del Borrelli che pubblicava un antico manoscritto del ‘Catalogus Baronum’ al tempo di re Guglielmo II detto il Buono, è scritto che il fratello di Gisulfo di Padula, Guglielmo di Padula entrambi feudatari di Padula e di Tortorella, dipendevano da Lampo di Fasanella.

(Fig….) Pagina 51, del ‘Catologus Baronum’, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, del Borrelli C., del 1653, in cui si parla di: “Abbas Rofranus”, al p. 492 a p. 51
Nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’ da Carlo Borrelli (…), nel …….., prima i citare il vescovo di Capaccio, cita il milite “Guillelmus de Palude” ed in proposito al n. 492 è scritto che: “Guillelmus de Palude emit terram, quae fuit Lampi de Fasanella, quam postea tenuit Ioczolinus Sancti Felis, quam debet inquirete Marinus Ruffus Camerarius, & significare Curiae. Electus Muri pro auxilio Magnae expeditionis obtulit milites III.”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162 parlando del n. 599 su “GISULFUS DE PALUDE” del ‘Catalogus Baronum’ lo commenta così: “599 – Gisulfus de Palude, feud. di ‘Silvester de Marsico (597) di Padula, Tortorella. Per i suoi feudi ‘in servitio’ cf. 600-602.” e poi aggiunge che: “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello ‘Guillelmus’, un diploma del conte Silvestro di Marsico in favore del monastero della SS. Trinità della Cava (Cava, perg. H 13; Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. XV.”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrivendo del n. 599, ovvero di Gisulfo de Palude (di Padula) postillava “Fratello di ‘Guillelmus de Palude’ (infra n° 489)”. Dunque il Cuozzo (…) a p. 162 scriveva che il milite Guglielmo di Padula, fratello di Gisulfo di Padula, nel ‘Catalogus Baronum‘ figurava al n. 489. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a pp. 142-143, scrivendo del n. 489, ovvero di Guglielmo de Palude (di Padula):


Il Cuozzo (…), a p. 142, riferisce che nel 1154 Guglielmo di Padula “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello Gisulfo, un diploma di Silvestro, conte di Marsico (infra n° 597) in favore del monastero di Cava (Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. n° XV).”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’ citava Leone Mattei-Cerasoli, archivista dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e (cme scrive a p. XXXVI) si riferiva al testo su ‘Tramutola’ in ‘Archivio Storico Calabria e Lucania’, 13 (1943-1944), pp. 32-46, 91-118, 201-213; 14 (1945), pp.37-62. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’, al n. 489 a p. 142, sempre in proposito a Guglielmo di Padula scriveva che: “1184, febbraio: è morto. Suo figlio Tancredi, signore di Fasanella, ecc..”. Guglielmo era già morto nel 1184, quando Tancredi, suo figlio e successore, signore di Fasanella, donò la chiesa di S. Lorenzo di Fasanella al monastero della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Gisulfo teneva padula e Tortorella e da lui dipendeva direttamente Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Le vicende successive dei possessi di Tancredi de Palude sono così riassunte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I’: “Hec baronia [scil. de Fasanella], fuit antiquitus d. Guillelmi de Postilione [sic, corrige: Palude], qui habuit duos filios, Tancredum et Guillelmum; et dictus Tancredus habuit duas filias: Alexandram uxorem Pandulfi de Fasanella, et aliam, que fuit uxor d. Riccardi de Fasanella fratris dicti d. Pandulfi. Philippa, secundogenita [sic, corrige: filia secundogeniti Guillelmi] fuit maritata tempore Friderici Thomasio domino Saponarie, qui mortuus fuit, et ipsa fuit exul a Regno, et cepit in virum d. Gilbertum de Fasanella” (Capasso, 1874, p. 346).
Nel 1145, ‘Thaerius’ e ‘Amerinus’ (‘Armelino’ per Ebner), militi di ‘Turturellam’ nel ‘Catalogus Baronum’
Sempre Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a p. 20 in proposito scriveva che: “Altre tracce relative al castrum di Tortorella si trovano nel ‘Catalogus Baronum’ (26) databile in maniera molto approssimata alla metà del secolo XII (27). In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; da tale registro risulta inoltre che titolare del castrum era ‘Gisulfo di Palude’ (titolare anche di quello di Padula), il quale dichiarava di avere a disposizione 8 militi (28), con l’aggiunta di altri 68 militi e 60 inservienti (29). Ecc..”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Venne datato da Bartolomeo Capasso tra il 1154 e il 1169, mentre la Jamison lo data al 1137 e il De Petra tra il 1140 e il 1148. Quest’ultima datazione viene sostenuta anche da Pietro Ebner, che lo data tra il 1144 e il 1148.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Gisulfus de Palude tenet de eodem Comite Paludem, et Turturellam, quae sicut dixet, est feudum VIII militum, et cum augumento ibtulit milites XVIII et servientes LX”.”. Infatti, la Evelin Jamison (…), nel suo ‘Additional Work on the Catalogus baronum’, al n. 599, a p. 109 troviamo scritto: “Gisulfus de Palude tenet de eodem Comite Paludem (5) et Turturellam (6) que sicut dixit est feudam octo militum et cum augmento obtulit milites decem et octo et servientes sexaginta (a). Et isti tenent de eo.”. La Jamison (…), nella sua nota (6) a p. 109 in proposito al feudo di ‘Turturellam’ postillava che: “(6) Tortorella Salerno”. Pietro Ebner e il Cuozzo lo conferma scrivevano che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula, oltre Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Infatti, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus Baronum’ a p. 162, in proposito al feudo di Tortorella nel ‘Catalogus’ scriveva che: “599 GISULFUS DE PALUDE, feud. di ‘Silvester comes de Marsico (v. n. 598) di Padula, di Tortorella. Per i suoi feudi ‘in servizio’ cfr. 600-602” e poi aggiunge che: “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello ‘Guillelmus’, un diploma del conte Silvestro di Marsico in favore del monastero della SS. Trinità di Cava (Cava, perg. H 13; Mattei-Cerasoli, ‘Tramutola’, doc. XV).”. Dunque, su Tortorella solo la notizia che il casale dipendeva dal feudatario Gisulfo di Padula (“Palude” = Padula), vassallo di Silvestro conte di Marsico. Andando però a vedere il ‘Catalogus Baronum’ che parla dei milites che dovevano essere forniti da Policastro troviamo ulteriori notizie su Tortorella “Turturellam”. L’Ebner, nel suo, Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum‘, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (…), si rileva (Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro: Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani”. Ebner (…), a p. 580 del vol. II parlando di……………., sulla scorta della Evelin Jamison (….), nella sua nota (30) postillava che nel ‘Catalogus Baronum’ si desume che: “‘Catalogus baronum (Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro’: ……’et serviet Florio de Camerota de pheudo quod tenet de eo’; Teri di Tortorella 15 villani, un milite c.s.; ecc….Armelino di Tortorella, 4; ecc…”.

(Fig….) Ebner (…), vol. II, pp. 580
Sempre Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a p. 20 in proposito scriveva che: “Altre tracce relative al castrum di Tortorella si trovano nel ‘Catalogus Baronum’ (26)……..In esso si legge anche che ‘Thaerius de Turturella’, della contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 15 villani con l’aggiunta di un milite (30), mentre ‘Amerinus de Turturella’, sempre della Contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 4 villani (31).”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (30) postillava che: “(30) “Thaesarius de Turturella, sicut dixit, tenet villanos XV, & cum augumento obtulit militem I”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (31) postillava che: “(31) “Amerinus de Turturella ten. Vill. IV”.”. Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1145, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo. Infatti, la Evelin Jamison (…), nel suo ‘Additional Work on the Catalogus baronum’, nella ‘Comestabulia’ (distretto) di Policastro, a pp. 105-106, tra i milites di Policastro troviamo i nn. 579 e 586. A p. 105 troviamo sotto Policastro, il n. 579: “579 Thaerius de Turturella sicut dixit tenet villanos quindecim et cum augmento obtulit militem unum”. Mentre a p. 106, sempre sotto policastro troviamo il n. 586 “Amelinus de Turturella tenet villanos iiij (or)” e poi a fianco è scritto “Bonasera villanos iiij (or)”.


(Fig…..) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “De Policastro”, p. 106 dove parla di militi di Policastro
Infatti, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’ pone il n. 586 “Amelinus de Turturella” al n. 601 di “Gibel de Loria” e il n. 586 di “Thaerius de Turturella” al n. 578 e scrive che: “Absolon” era feudatario di Florio di Camerota. Di Florio di Camerota il Cuozzo al n. 454: “Florius de Camerota” che era collega e si trovava nella “Comestabulia” (distretto) di Lampo di Fasanella. Dunque forse i due militi Thaerius e Amelinus dovevano dipendee da Florio di Camerota o da Gibel de Loria che dipendeva direttamente da Gisulfo di Padula. Infatti Pietro Ebner (…), a p. 580 del vol. II parlando di……………., sulla scorta della Evelin Jamison (….), nella sua nota (30) postillava che: “‘Catalogus baronum (Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro’: ……’et serviet Florio de Camerota de pheudo quod tenet de eo’; Teri di Tortorella 15 villani, un milite c.s.; ecc….Armelino di Tortorella, 4; ecc…”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. Ecc..”. Dunque il Cuozzo scriveva che Gibel de Loria teneva tre villani in Policastro e diceva di guardare al n. 586 che è il numero che nella Jamison è indicato “Amelinus de Turturella”. Anche il Cuozzo, nel suo ‘Commentario’ al Catalogus a p. 159 per il numero 586 rimanda al n. 601 di Gibel di Lauria. La Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres”.
Nel 1145 ‘Gibel di Loria’ (padre di Riccardo di Lauria e nonno dell’ammiraglio Ruggero di Lauria) vassallo di Gisulfo di Padula
Secondo il ‘Catalogus Baronum’, vi è un legame fra la contea di Lauria e Gisulfo di Padula, vassallo del conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna. Da Silvestro Guarna dipendeva Gisulfo di Padula e da lui dipendevano Tortorella, Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Dunque, il personaggio di cui parlerò è Gibel di Lauria che figura nel ‘Catalogus Baronum’. Il ‘Gibel’ di cui parlano i due studiosi, che volevano fosse il nonno dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, è lo stesso di cui parlava l’Antonini (…), il quale segnalava la citazione nel ‘Catalogus Baronum’ del Borrelli ?. Forse si trattava proprio dello stesso feudatario. (…) Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento‘, parlando di Caselle in Pittari e del ‘Catalogus Baronum’ a p. 99, nella sua nota (108) postillava riguarda ‘Gibel’ di Lauria e scriveva che: “(108) Ivi, p. 109, par. 602 (Ruggiero di Caselle per conto di Gisulfo amministra – come disse – un feudo d’un solo cavaliere e col raddoppiamento potè fornire due). Anche i ‘feuda’ di ‘Sanza’ e di ‘Loria’ erano retti da suffeudatari: rispettivamente da ‘Domina Sanse’ e da ‘Gibel de Loria’ (ivi, par. 600 e 601).”. Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che: “All’inizio quindi della seconda metà del XII secolo il ‘genius Northmannorum’ (stirpe normanna) aveva già preso possesso di varie ‘Terre’ del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. ‘Gisulfus’, che col fratello ‘Guillelmus’ traeva il suo ‘cognomen toponomasticum’ da ‘Palùdis’ (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, ‘The Norman etc’, p. 109, parr. 599 – 602.”. Dunque, Felice Fusco scriveva che Gisulfo I di Padula nel 1154 era Signore oltre che di Padula e di Tortorella era Signore delle Terre di Sanza, Lauria e Caselle in Pittari. Il Fusco, scriveva “1154” perchè è in quell’anno che i due fratelli Gisulfo di Padula e Guglielmo di Padula risultano citati in una pergamena di ‘Tramutola’ pubblicata da Leone Mattei Cerasoli (…), come vedremo. Il Fusco, inoltre postillava di Padula e di Tortorella possedute e “avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107)”, dunque sulla scorta di Evelin Jamison (…) che pubblicò il ‘Catalogus Baronum’. Infatti, questi due militi e subfeudatari del Vallo di Diano e del Golfo di Policastro, dipendevano dal conte Silvestro di Marsico e vengono citati sul ‘Catalogus Baronum’. Dunque, secono quanto si rileva dal ‘Catalogus Baronum’, Gibel di Lauria era alle dipendenze di Gisulfo di Padula. Pietro Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”.

(Fig….) Ebner (…), vol. II, pp. 580
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, vol. I a pp. 238-239, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, …..Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Lauria’?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. L’Ebner (…), cita due volte Gibel Lorie o Gibel de Loria, citato più volte nel ‘Catalogus baronum‘ pubblicato dalla Evelin Jamison (…) al n. 601. Infatti, nel ‘Catalogus Baronum’, al n. 601, figura “Gibel di Loria”. La notizia del personaggio di Gibel dovrebbe essere ulteriormente indagato sull’antico testo del ‘Catalogus Baronum’ pubblicato per esempio da Carlo Borrelli (…), come il ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, dove per es. a pp. 58-59, per “Policastro” leggiamo “Gibel Loriae villanos III” e, anche a p. 59 per “De Marsico”, sotto “Guglielmo II Rege” leggiamo che: “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulpho sicut dixit feudum II. militem. & cum augumento obtulit milites IV.”, che poi troveremo riportato anche nel testo della Evelin Jamison.


(Fig…) Borrelli Carlo, ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, pp. 58-59
Infatti, la Jamison (…), al n. 601, a p. 109 troviamo scritto: “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulfo sicut dixit feudum (c) (8).” e, nella nota (c) scriveva che: “(c) name of fief om.” e nella nota (8) scriveva: “(8) Loria ‘provides the tenant’s toponymic, but this cannot here indicate the fief, because’ Lauria (Potenza) was in Val Sinni, the discrict of which Gibel was royal justiciar. He is stated ante 586* to have held three villeins in Policastro. Cfr. Commento.”. Nella sua nota (8) la Jemison (…), a p. 109, in proposito scriveva che: “Loria ‘fornisce il toponimo del suo feudatario, ma questo non può qui indicare il feudo, perché’ Lauria (Potenza) era in Val Sinni, il cui discreto Gibel era il giustiziere reale. Viene dichiarato ante 586* per aver tenuto tre villani a Policastro. Cfr. Commento.”. Sempre la Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres”.

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Turturellam, Gisulfo de Palude, Sanse, Loria, Rogerius de Casella, ecc..”, n. da 598 a 602.
Pietro Ebner e il Cuozzo lo conferma scrivevano che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula, oltre Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle.

(Fig….) Cuozzo E., op. cit., p. 162
Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII, XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = “1144. γιβλλος λωριας”, sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII, XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…)

Infatti, i due documenti, le due pergamene greche tradotte, trascritte e pubblicate dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II° di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II° di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I° di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.







(Fig…) Robinson Gertrude, op. cit., pp. 30 e s.
Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula, Gibel di Lauria, ci vengono incontro i due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria al padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata, ovvero a suo nonno Gibel. I due studiosi, a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Siamo così giunti al padre dell’ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23).”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrés en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Essi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che “Gibel dell’Oria o di Lauria”, personaggio citato nel ‘Catalogus Baronum‘, secondo il Cuozzo (…), feudatario che figura al n° 101, ma è errato perchè figura al n° 601, fosse il padre di Riccardo di Lauria di cui parleremo in seguito e dunque nonno dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. Secondo Musella e Augurio, dal ‘Catalogus Baronum’ risulta che Gibel di Lauria avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. Inoltre sempre secondo i due studiosi, Gibel era figlio della seconda moglie di Ruggiero, conte dell’Oria, Bulfanaria che ebbero appunto Roberto e Gibel. Sempre secondo i due studiosi, Gibel ebbe quattro figli: “Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo”. Riccardo il quartogenito fu conte di Lauria. Detto questo, devo aggiungere un’altra notizia riferita dal Mallamaci (…) che parlando di Torraca e di Totorella scriveva che l’ammiraglio Ruggero di Lauria aveva origini nella famiglia Sanseverino. Secondo la ricostruzione dei due studiosi, l’ammiraglio Ruggiero di Lauria, non ha origini nella famiglia Sanseverino con cui si imparentò essendosi la sorella Ilaria sposata con il figlio del conte di Marsico e dunque non trovo affatto esatto ciò che ha scritto il Mallamaci (…). Devo però aggiungere che ciò che scriveva il Mallamaci fa riflettere sulle origini dei feudatari della Contea di Lauria. Giovan Battista Pacichelli (…), parlando dell’epoca Sveva, con Federico II di Svevia, Caselle in Pittari insieme a Vibonati, Tortorella, Battaglia, doveva partecipare ai lavori di ristrutturazione e di rinforzo della fortezza di Policastro e dipendeva dalla Contea di Lauria che dipendeva da Riccardo di Lauria o Oria, il quale era figlio di Gibel e sarà il padre del noto Ammiraglio Ruggero di Lauria. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Il Campagna, senza dirlo esplicitamente scriveva che tra i feudatari che governarono il feudo di Aieta, dopo gli Scullando’, dopo cioè il 1171 (vedi nota 101 a p. 220), vi furono i “Lauria” o i “Loria”. Orazio Campagna, si riferiva a “Gibel di Loria”, il feudatario vassallo di Gisulfo di Padula e di Silvestro di Marsico, come è confermato nei due documenti pubblicati dalla Robinson (…) che ho citato.
Nel 1144, Roberto di Lagonegro, Genetes di Torraca, Roberto Scullando di Ajeta, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea, in una carta greca del monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), pubblicato da Getrude Robinson
Sugli Scullando, signori di Aieta, il Cappelli (…), a p. 220, parlando dei feudatari di Aieta e, riferendosi a Goffredo, feudatario di Aieta scriveva che: “A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli, sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Dunque a proposito del Roberto di Aieta, che il Cappelli dice forse avere assunto il Cognome di Scullando, il Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…). Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Il Cappelli, parlando degli Scullando, citava le carte greche “voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss” e, riguardo queste pergamene scriveva che questo Roberto Scullando, Signore di Aieta: “Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). I documenti pubblicati da Gertrude Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII, XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = “1144. γιβλλος λωριας”, sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII, XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…). Infatti, i due documenti, le due pergamene greche e trascritte e tradotte dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.







(Fig…) Robinson G., op. cit., pp. 30 e s.
Dunque, in questo documento greco del 1144, proveniente da Carbone, insieme a Roberto di Lagonegro e Genete di Torraca, figurava anche Roberto Scullando. Ma chi era questo Roberto Scullando di Aieta che figura in un documento del 1144 ?. Il Cappelli, parlando dei feudatari di Aieta, riferendosi a Goffredo dice che: (riferendosi all’abitato di Aieta): “e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque, il Cappelli scrive che da questa pergamena greca del 1144, in cui figurava anche “Gibel de Loria“, e “Roberto Scullando di Aieta” che il Cappelli dice “quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando”, dunque il Cappelli dice essere quel Roberto, figliastro di Normanno o forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che “in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque Roberto Scullando come è scritto pure nel documento citato dal Cappelli. Ma chi era il personaggio, il Signore di Aieta, Matteo, figlio del “fu Riccardo e di Clementa” ?. Di Riccardo di Clementa e del figlio Matteo ne parla Biagio Cappelli, citando un altro documento, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei-Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”.
Nel 1145, ROCCAGLORIOSA (‘De Rocca Gloriose’ ), nel ‘Catalogus Baronum’
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, nel vol. II, a p. 416, parlando di Tortorella scriveva che: “Notizie sicure sono invece nel ‘Catalogus baronum’ (12) che segnala almeno 11 cavalieri dal predicato di Roccagloriosa.”. Ebner, a p. 416, nella nota (12) postillava che: “(12) ‘Catalogus’ cit., (Jamison, p. 103) nn. 560-565: Pietro Biviano (7 villani e con l’aumento ‘obtulit militem’ I); Pietro di Guaimario…., Lando (8 villani e con l’aumento un milite); Roberto, fratello di Lando, (2 villani e con l’aumento pure un milite); Landolfo di Rocca (4 villani e con l’aumento un milite); Guglielmo di Rocca, a dire del questore Alfano di Castellammare della Bruca (Velia), aveva 13 villani; mentre Fimiano ne aveva 4; Guido Capodomine 3; Raul di Rocca 3; Guido e Alessandro 3; ‘Gualterius rusticus villanum unum’. Cfr. Ebner, Economia e società cit., p. 241.”. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Sui baroni e feudatari di Roccagloriosa, quelli citati nel “Catalogus Baronum” del Borrelli (….), ha scritto pure Lorenzo Giustiniani (….). Su Roccagloriosa ha scritto Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico-geografico ragionato del Regno di Napoli”, nel suo vol. III, a pp. 31-32-33, alla voce “Roccagloriosa”, in proposito scriveva che: “Terra in Principato Citeriore….Nel catalogo de’ baroni pubblicato dal dotto ‘Borrelli (I) dopo l’opera del ‘Marchese’ intitolata ‘Vindex Neapolitanae Nobilitatis’ si legge nella rubrica di ‘Rocca Gloriosa’ si legge che: ….”. Il Giustiniani a p. 32, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Pag. 56”:

Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, pienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Dalla causa citata dal De Micco (…), apprendiamo che i personaggi della ratifica e conferma del testamento del Conte Mansone, li troviamo citati e presenti nel ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Si tratta di Landulfo, fratello del Conte Mansone e figlio del Conte Normanno Leone (forse morto all’epoca) e pure si parla di Guidone, figlio di Alessandro (altro nipote di Leone e di Gaitellina sua moglie). Tutti militi di Rocca Gloriosa, come si può vedere nell’immagine tratta dal ‘Catalogus, pubblicato dalla Jamison. Il Laudisio (…), parlando di Roccagloriosa, scriveva in proposito che: “Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme” (i Cavalieri dell’Ordine di Malta). Ma il Laudisio, non dà alcun riferimento a riguardo. Dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: “E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Dalla causa citata dal De Micco (…), apprendiamo che i personaggi della ratifica e conferma del testamento del Conte Mansone, li troviamo citati e presenti nel ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Si tratta di Landulfo, fratello del Conte Mansone e figlio del Conte Normanno Leone (forse morto all’epoca) e pure si parla di Guidone, figlio di Alessandro (altro nipote di Leone e di Gaitellina sua moglie). Tutti militi di Rocca Gloriosa, come si può vedere nell’immagine tratta dal ‘Catalogus, pubblicato dalla Jamison.

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di Roccagloriosa, n. da 560 a 565
Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, ecc..”. Secondo il Catalogo dei Baroni, pubblicato dal Borrelli (55), i feudatari e i signori del luogo che governarono in queste terre ed in particolare a Roccagloriosa, furono: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Nel XIII secolo questo era uno dei castra exempia di Federico II di Svevia, e se ne riservava l’affidamento direttamente alla casta regnante. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al ‘Calento’ (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia. L’Ebner prosegue, scrivendo che:“Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. La studiosa Falcone (…), sulla scorta di Ebner (…), faceva notare che: “Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”.
Nel 1145, POLICASTRO nel ‘Catalogus Baronum’
L’Ebner (…), a p. 334, parlando dell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, scriveva in proposito: “Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 che riguardano Policastro (…).” e, poi lo stesso autore scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini. Sappiamo che nel 1167, durante il Regno di Guglielmo II il Magnifico (1166- 1189), il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale di Policastro. Pietro Ebner (…), parlando di Policastro, a p. 335 del vol. II, scriveva in proposito: “Il ‘Catalogus baronum’ ci informa dei cavalieri ed eredi che ai tempi di re Guglielmo possedevano villani a Policastro (30).”, e poi nella sua nota (30), postillava che:

(Fig. 14) Ebner (…), p. 334
Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1185, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo

(Fig. 15) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “De Policastro”, n. da 566 a 574.
CUCCARO VETERE (‘Cucculum’), nel ‘Catalogus Baronum’, del 1185

(Fig. 16) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Cucculum”, n. 453

(Fig. 17) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Turturellam, , Gisulfo de Palude, Sanse, Loria, Rogerius de Casella, ecc..”, n. da 598 a 602.
Nel 1154, re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo”, Simone suo fratellastro e la contea di Policastro
Da Wikipedia leggiamo che Davide Abulafia (….) scriveva di Guglielmo che: “«Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine».”. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo (Palermo o Monreale, 1120 – Palermo, 7 maggio 1166), discendente degli Altavilla, è stato un Re di Sicilia dal 1154 al 1166. Quarto figlio di Ruggero II e di Elvira di Castiglia, Guglielmo fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154. Successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Cresciuto ed educato nella sfarzosa corte di Palermo, subì moltissimo l’influenza della cultura araba diffusa nell’isola e, una volta salito al trono, aggiunse alle sue titolature anche il laqab arabo di al-mustaʿizz bi-llāh («che invoca il potere a Dio»). Non rinunciò a dedicarsi alle delizie e agli agi di cui poteva disporre e trascurò così le cose del Regno, affidandone la gestione a persone di fiducia: tra queste Maione di Bari che egli nominò amiratus amiratorum (emiro degli emiri), una specie di Primo ministro plenipotenziario. Dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’Impero germanico, portata dal Barbarossa, di quella dell’impero di Bisanzio portata da Manuele I Comneno e da quella del papato retto da Adriano IV. All’interno dovette anche affrontare le insidie dei baroni avversi all’assolutismo stabilito da Ruggero II. Probabilmente debilitato da una malattia (o forse, come sostengono i suoi detrattori, distratto dalle mollezze di corte), trascurò inizialmente i pericoli e le minacce portate al suo regno. Pietro Giannone, nel suo Istoria civile del Regno di Napoli (…), a p. 173, riferendosi a re Ruggero II (padre del futuro re Guglielmo I), in proposito scriveva che: “Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”. Infatti, sempre da Wikipedia leggiamo che quando nel 1154 morì Ruggero II di Sicilia, il Regno di Sicilia passò a Guglielmo, quartogenito del re. Questo depose Simone sostenendo che Taranto era troppo importante per essere governata da un figlio illegittimo e diede il principato al figlio Guglielmo. E’ probabile che questo Simone, sia Simone Conte di Policastro, detto il ‘Connestabile’ e, vissuto al tempo di re Guglielmo I detto il Malo (anche questo figlio di re Ruggero II). Da ciò deduciamo che se Simone era figlio illegittimo di re Ruggero II, doveva essere anche fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, pure figlio (legittimo) di re Ruggero II. Pietro Giannone ci dice pure che il padre a questo Simone lasciò il “Principato di Taranto” e, aggiunge pure che il Principato di Taranto “ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”, ovvero che il suo fratellastro, Guglielmo I detto il Malo che successe al padre Ruggero II, tolse il Principato di Taranto a Simone donandogli la contea di Policastro. Secondo Wikipidia, un Principe di Taranto fu Enrico, fratellastro di Guglielmo I detto il Malo. (ca. 1130 – prima del 1145), principe di Taranto. Da Wikipidia alla voce “Principato di Taranto” leggiamo che: “1144 – Simone, figlio di Ruggero II, diventa Principe di Taranto quando suo fratello Guglielmo diventa Principe di Capua e duca di Puglia;”. Dunque, da Wikipidia leggiamo che questo Simone è “Simone di Taranto”. Da Wikipia leggiamo che Simone era un figlio naturale di Ruggero II di Sicilia. Nel 1148 ricevette dal padre il Principato di Taranto, che era in precedenza del fratello Guglielmo che ricevette il Principato di Capua in seguito alla morte di Alfonso (1144). Quando nel 1154 morì Ruggero II di Sicilia, il Regno di Sicilia passò a Guglielmo, quartogenito del re. Questo depose Simone sostenendo che Taranto era troppo importante per essere governata da un figlio illegittimo e diede il principato al figlio Guglielmo. E’ probabile che questo Simone, sia Simone Conte di Policastro, detto il ‘Connestabile’ e, vissuto al tempo di re Guglielmo I detto il Malo (anche questo figlio di re Ruggero II). Da ciò deduciamo che se Simone era figlio illegittimo di re Ruggero II, doveva essere anche fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, pure figlio (legittimo) di re Ruggero II. Su “Simone d'”, leggiamo dalla Treccani on-line che Simone d’Altavilla, era figlio naturale di Ruggero II, ottenne, alla morte del padre, il principato di Taranto. Ciò suscitò il. risentimento del fratellastro Guglielmo I, il quale, valendosi del suo potere sovrano, non eseguì la volontà del padre defunto, adducendo che Simone, come illegittimo, non poteva occupare un feudo così importante. L’arbitrio compiuto nei suoi riguardi eccitò in Simone un profondo odio contro Guglielmo I, ed egli non aspettò che la prima occasione per vendicarsi, tanto da entrare nella congiura organizzata da Matteo Bonello (1161), divenendone in breve uno dei capi. Il 29 marzo fu lui a condurre i congiurati alla presenza del re e a trarlo prigioniero. Egli aspirava a salire sul trono, e intorno a lui si formò un partito, capeggiato da Gualtiero Offamilio (Walter of Mill), che sostenne la sua candidatura. Ma questa, come le altre, cadde quando Guglielmo, liberato, riprese il potere ed iniziò la repressione. Simone si rifugiò a Caccamo con Matteo Bonello e alcuni congiurati e nelle trattative per la pace, che i ribelli avviarono con Guglielmo, Simone fu sacrificato e costretto all’esilio. Le Chronache del tempo, al tempo delle congiure contro re Guglielmo I detto il Malo, re del Regno di Sicilia, ci parlano del principe Simone, Conte di Policastro e Connestabile del Regno. Simone insieme a Matteo Bonello partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo del 1160: Maione di Bari, Emiratus Emiratorum del Regnum, fu assassinato. Il 9 marzo 1161 Simone, con il suo nipote Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo, tutta la famiglia reale, mentre diversi membri della corte vennero trucidati e fu avviata una caccia ai musulmani che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. La congiura prevedeva la deposizione del re e la salita al trono del giovane Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Anche se la popolazione sostenne l’ascesa al trono di Simone, prima che potesse essere incoronato i cospiratori persero l’appoggio popolare e l’insurrezione finì. Quindi Simone, insieme agli altri insorti, fu costretto a liberare il re che gli concesse in cambio del suo perdono l’esilio volontario. Nel 1166 non rivendicò il trono del regno che così passò al nipote Guglielmo II di Sicilia, “il Buono“. Qualche storico l’ha identificato con quel figlio di Ruggero II, che, alla morte di Guglielmo I (1166), invitò senza risultato l’imperatore di Bisanzio ad aiutarlo a salire al trono; ma l’identificazione non è sicura. Fonti e Bibl.: P. Litta, Fam. cel. ital., Normanni re, tav. III; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie, II, Paris 1907, cfr. Indice; G.B. Siragusa, Il regno di Guglielmo I, Palermo 1929, pp. 183 ss. Su Simone, fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, prima Principe di Taranto e poi deposto dal fratellastro e divenuto nel 1154 Conte della Contea di Policastro ho scritto nel mio saggio “Dal 1154 al 1161, Simone, conte di Policastro”.
Nel 1143, Guglielmo, figlio di Simone, conte di Policastro, e di Thomasia
In merito alle connessioni esistenti tra le vicende feudali di Policastro e la discendenza dei conti di Paternò, le cui origini risalivano a quelle lombarde di Enrico, alcune notizie ci provengono attraverso le vicende del giustiziere di Valle Crati Alessandro di Policastro, a cui possono essere riferite quelle di Guglielmo di Policastro, figlio di Simone conte di Paternò. Guglielmo, figlio eufemio (benedetto) del conte Simone e della contessa Thomasia sua moglie, compare nel menzionato atto dell’agosto 1143 quando, assieme a loro, effettuò alcune donazioni al monastero di Santa Maria di Licodia. Atto che fu sottoscritto anche da “Rogerius filius comitis” e da “Manfredus filius comitis”, in qualità di testi. Guglielmo di Policastro risulta menzionato ancora in un atto del 1166, quando sappiamo dell’esistenza di una sua casa (οἴϰου γουλιάλμου παλεουϰάστρου) nella “Galca” (γάλϰας) di Palermo, vicina a quella di altri importanti dignitari della corte. Alessandro di Policastro, figlio di Guglielmo, compare invece per la prima volta, in un atto del giugno 1199, dove troviamo: “domino Alexandro filio Guillelmi regiis justitiariis”. Il giustiziere Alessandro fu un personaggio importante in Calabria durante il dominio svevo e tra i suoi discendenti, ebbe i figli Enrico, Simone e Roberto che fu vescovo di Catanzaro. Oltre a loro, i documenti dei primi anni del Duecento, evidenziano la presenza anche di altri componenti di questa casata, come testimoniano alcuni atti relativi alle abbazie cistercensi di Santa Maria della Sambucina e di Sant’Angelo de Frigillo. Salvatore Tramontana (….), nel saggio “Ruggero I d’Altavilla, il Cavaliere, l’Uomo, il Politico”, in “Ruggero I e la provincia Melitana” a cura di Giuseppe Occhiato, a p. 18, in proposito scriveva che: “Ruggero I – che nel 1089 sposava in terze nozze Adelasia del Vasto, figlia del piemontese marchese Aleramico – riusciva a far sposare le figlie, alle quali elargiva consistenti doti, con esponenti delle famiglie principesche più potenti del tempo. Maximilla, per esempio, andava sposa a Coloman, re d’Ungheria, Costanza a Corrado, figlio di Enrico I, imperatore del Sacro Romano Impero, Matilde a Raimondo IV di Saint-Gilles, conte di Tolosa, Flandina al conte Aleramico, fratello di Adelasia, Emma promessa a Filippo I re di Francia, accettava poi di contrarre matrimonio con Guglielmo III, conte di Clermont.”. Da Wikipedia leggiamo che Oltre ad Adelaide, si trasferirono in Sicilia, anche due sorelle, che sposarono due figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo, mentre il fratello Enrico sposò Flandina, figlia di Ruggero e Giuditta d’Evreux, e divenne conte di Paternò e Butera e capo degli Aleramici in Sicilia. Suo figlio Simone, conte di Butera e di Policastro, ebbe un figlio legittimo Manfredo e uno illegittimo, Ruggero, ma la linea maschile del ramo siciliano si estinse nel corso del XII secolo. Manfredo del Vasto, detto anche Manfredi del Vasto o Manfredi di Mazzarino (Sicilia, ante 1143 – Sicilia, 1193), fu barone di Mongiolino, conte di Butera, di Paternò e di Mazzarino. Figlio di Simone del Vasto e nipote di Enrico del Vasto e di Adelaide del Vasto, moglie del Gran Conte Ruggero, alla morte del padre, divenne il capo degli Aleramici di Sicilia e il conte dei Lombardi di Sicilia. Manfredo prese in moglie Beatrice, figlia di Oddone de Arcadio (o di Arcadio).[1] Secondo il Mugnos, Manfredo ebbe un figlio, Giovanni[2], che ne ereditò i feudi e per primo fu chiamato di cognome Mazzarino dal nome del possesso, considerabile così il capostipite dell’omonima famiglia.[3] Come riporta Vito Amico Giovanni si ribellò a re Giacomo II di Aragona che lo privò di tutti i suoi beni, e morì annegato nel 1286 insieme a Gualtieri di Caltagirone, mentre il possedimento di Mazzarino passò nel 1288 al messinese Vitale di Villanova.[1]
Simone del Vasto, sua moglie Tomasia e i loro figli Manfredi, Alessandro e Guglielmo di Policastro e suo figlio illegittimo Ruggiero Sclavo
Simone del Vasto, sposò la contessa Tomasia e a lui seguì suo figlio secondogenito Manfredi, di cui ci rimangono un atto dell’aprile 1154 ed un altro del dicembre 1158. Le cronache medievali riferiscono che Simone avrebbe avuto anche un figlio naturale detto “Rogerium Sclavum filium comitis Symonis spurium” (p. 63 del Liber di Falcando) che, dopo aver occupato i possedimenti paterni nel 1161 (…) ed aver tentato di resistere all’assedio postogli dal re Guglielmo, sarebbe successivamente esulato “ultra mare” con il consenso del sovrano (…). Secondo il La Lumia (…), uno dei capi della ‘Rivolta del Bonello’ ai tempi di re Guglielmo I, era Ruggero Sclavo, figlio illegittimo di Simone.

(Fig….) Ugo Falcando (…), su “Ruggiero Sclavo” ed il Principe Simone, suo padre, passo tratto dal Del Re (…), p. 326.
Ecco cosa scriveva il Di Meo (…), a p. 268, parlando di Simone e di Ruggero Sclavo suo figlio, nell’anno 1161, in occasione della ‘Rivolta del Bonello’:

Dunque, per il Di Meo (…), Simone “che diceasi Principe”, era il fratellastro di Re Guglielmo I detto il Malo e Ruggero Sclavo, figlio del Principe Simone, Tancredi figlio del Duca ecc.. Di quale Simone? Del Simone che partecipò alla congiura contro il Re e che era lo zio di un altro congiurato, di Tancredi. Il La Lumia (…), che sulla scorta di Ugo Falcando (…), scrive che Simone del Vasto aveva un figlio naturale (illegittimo) chiamato Ruggiero Sclavo (uno dei capi della rivolta contro re Guglielmo I, suo zio), se ne deduce che Simone del Vasto aveva un figlio chiamato Ruggiero Sclavo (lo scrive il Fazello). Infatti, le cronache e Carlo Alberto Garufi (…), riferisce che Simone del Vasto, ebbe due figli, Manfredo che ereditò i titoli e i possedimenti paterni e Ruggero, figlio illegittimo nato fuori dal matrimonio, come riportato da Ugo Falcando (…), che fu uno dei capi della rivolta baronale del 1160 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Ruggero Sclavo apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di re Ruggero I gran conte di Sicilia. Pochi mesi dopo la ‘Rivolta del Bonello’, Ruggero Sclavo, alleatosi con Tancredi d’Altavilla, il futuro IV re di Sicilia, fomentò una seconda ondata antisaracena. Ruggero si scagliò, insieme ai lombardi, contro i musulmani dell’isola: saccheggiarono il territorio e fecero un massacro della popolazione di religione islamica, sia che vivesse in città insieme ai cristiani, sia che vivesse nei villaggi dei dintorni. Come scrive il cronista dell’epoca Romualdo Guarna (…), detto il “Salernitano”, nel Chronicon sive Annales: « cepit seditionem in Sicilia excitare, terram de demanio regis invadere et Sarracenos ubicumque invenire poterat trucidare ». Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177. Riguardo il Simone del Vasto, lo scrittore Guido Di Stefano (…), nel suo, Monumenti della Sicilia Normanna, a p. 96, sulla scorta del Garufi (…), parlando di alcuni monumenti della Sicilia ed in particolare della chiesa di S. Maria la Cava (Tavv. 185-186) ad Aidone, scriveva in proposito: “…appare già entrata nell’uso per quel territorio la designazione di ‘longobardorum’; con espressione eguale a quella di Falcando, laddove (ed. cit. p. 70) racconta come nel 1061, Ruggero Sclavo “Buteriam, Platiam caeteraque Longobardorum oppida, quae pater eius (Simone di Butera, figlio di quel conte Enrico di Paternò che fu detto “conte dei paesi lombardi”) tenuerat occupavit”. E’ perciò probabile che la chiesa di S. Maria la Cava (o del Piano) risalga a quel tempo, anche se deve considerarsi errato il riferimento ad essa di un documento del 1134 che l’attribuirebbe alla contessa Adelicia (v. Pirro e White).”. Anche il De Stefano, postillava che il White (…), metteva in dubbio il documento del 1134, pubblicato dal Pirro (…)(vedi immagine). Il Di Stefano (…), a p. 95, sugli Aleramici, postillava che: “Sulla colonizzazione “lombarda” vedi: M. Amari, Storia Mus., cit. III, pp. 218-239 e C.A. Garufi (…), Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie, in Centenario della nascita di Michele Amari, vol. I, p. 47 sgg. è però sempre utile lo spoglio degli indici del Salernitano e del Falcando ecc..”. Sempre a proposito di Simone, nello stesso testo del Di Stefano (…), troviamo nell’Appendice, a cura di F. Giunta, ‘Altre testimonianze documentarie sull’attività edilizia nella Sicilia normanna, sulla scorta di Cusa (…), p. 558, scriveva in proposito: “Il Conte Simone concede al monastero di S. Maria di Licodia facoltà di costruire un casale.”.
Nel 1161, Ruggero “Sclavo”, figlio naturale di Simone del Vasto o Simone di Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o Paternò- Butera
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Pontieri scriveva che Ruggero Sclavo era figlio naturale di Simone del Vasto o Simone Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o conte di Paternò-Butera. Dunque, Ruggero Sclavo era nipote di Enrico del Vasto. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 436, in proposito scriveva che: “…fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54). Ruggero privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’inonorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177.
Simone del Vasto, conte di Monte Sant’Angelo
Pierre Aubè, nel suo, Roger II de Sicilie (….), parlando di un certo Simone conte di Monte Sant’Angelo, scriveva in proposito che: “il conte Roberto, figlio di Riccardo, conte di Boiano, e infine Simone, conte di Monte Sant’Angelo, cugino del re, in quanto figlio del Conte Enrico, zio acquisito di Ruggero II, da cui ha ereditato le rare qualità di statista e condottiero.”. Aubè si riferiva dunque ad un Simone cugino di re Ruggero II e figlio dello zio acquisito di re Ruggero II, ovvero Simone del Vasto, figlio di Enrico del Vasto, fratello della della terza moglie di re Ruggero I, Adelaide del Vasto, la madre di re Ruggero II. Nel febbraio 1137, l’Imperatore tedesco Lotario III, in guerra contro re Ruggero II di Sicilia, cominciò a spostarsi verso il Sud e fu raggiunto da Rainulfo e dai ribelli. Aubè (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Falcone Beneventano (…), continua a p. 235, su Simone del Vasto, Conte di Policastro (che ereditò dal padre Enrico), e cita un episodio in cui l’Imperatore Lotario III: “L’8 maggio è a Monte Sant’Angelo, dove fa man bassa sul tesoro del conte Simone, cugino di Ruggero II.”. Quindi, Simone del Vasto, nel 1137, era un fedelissimo di re Ruggero II, oltre che suo cugino.
Nel 1154, Matteo di Salerno (Matteo d’Aiello), cancelliere del Regno
Matteo è documentato come notaio della cancelleria normanna (notarius domini regis) dal 1154 al 1160. In questo periodo era al seguito di Maione di Bari che reggeva le redini dello stato in vece del poco presente re Guglielmo I. Il suo legame con Maione, anch’egli di origini non nobili, diventò sempre più stretto e l’ammiraglio gli affidò incarichi sempre più importanti: nel 1156 Matteo partecipò alla redazione del trattato di Benevento insieme al vescovo di Salerno Romualdo II Guarna. Maione, inviso alla nobiltà normanna che lo accusava di usurpare il governo del regno, nel 1159 cadde vittima di una congiura capeggiata da Matteo Bonnel; Matteo da Salerno riuscì a sfuggire all’agguato mentre il re Guglielmo venne prima fatto prigioniero e poi reinsediato dal popolo. Il sovrano richiamò a corte Matteo e gli affidò l’incarico di ricompilare alcuni registri (tra cui il Catalogus baronum) che erano andati distrutti durante la sommossa. La stima del re per Matteo era tale che il funzionario nel 1166 compare come magister notarius ed in seguito gli fu affidato il governo dello stato insieme a Riccardo Palmer, al vescovo eletto di Siracusa ed al caid Pietro, un musulmano. Alla morte di Guglielmo (1166), secondo le ultime volontà di quest’ultimo, Matteo fece parte (con il gaito Pietro e con il vescovo di Siracusa Riccardo), del consiglio che affiancava la regina Margherita nella conduzione del regno, essendo il figlio Guglielmo non ancora maggiorenne. Tuttavia la regina, diffidando dei feudatari e del consiglio, preferì farsi circondare da alcuni suoi familiari: suo fratello, Enrico, giunse subito dalla Navarra ed ebbe il feudo di Montescaglioso; ma soprattutto suo cugino, Stefano di Perche, fu nominato cancelliere del regno, generando i risentimenti della corte ed in particolare di Matteo che aspirava a quel titolo. Alla fine i favoritismi verso i navarresi e i francesi finirono per infastidire anche la parte musulmana della corte che fino ad allora aveva goduto del favore del re grazie ai propri meriti e alle proprie capacità. Stefano di Perche, avvertendo i pericoli di una congiura, fece arrestare molti dei funzionari della corona tra cui anche Matteo; tuttavia quest’ultimo, dal carcere, riuscì comunque ad organizzare una sommossa che costrinse Stefano di Perche a lasciare la Sicilia nel 1168. Si formò quindi un nuovo gabinetto di dieci familiares regis, ovvero di consiglieri, tra cui figuravano, oltre a Matteo, il navarrese Enrico di Montescaglioso (fratello della regina), Riccardo Palmer, Romualdo Guarna e Gualtiero (a volte, erroneamente detto Offamilio) (precettore del giovane re) che fu eletto arcivescovo di Palermo. Dal dicembre 1169 Matteo compare nei documenti come vicecancelliere. Alla morte di Guglielmo II senza eredi il Regno precipitò nel caos a causa della guerra tra i pretendenti al trono: ovviamente Matteo, anche se già anziano e malato di gotta, si schierò con Tancredi di Lecce. In particolare la propaganda di Matteo contro Ruggero di Andria danneggiò quest’ultimo e assicurò a Tancredi la corona. Inoltre furono le esortazioni di Matteo che portarono il papa Clemente III a sostenere la causa del principe normanno contro l’imperatore Enrico VI. Per questi motivi Tancredi elesse Matteo a cancelliere, il primo dopo la cacciata di Stefano di Perche nel 1168. La salute di Matteo continuò a peggiorare e la morte lo colse nel 1193. Egli lasciò due figli, Riccardo e Niccolò, che ebbero una certa influenza nella vita del regno e continuarono la politica anti-sveva del padre.
Nel 1160-61, la Rivolta del Bonello
Da Wikipedia leggiamo che Il rapporto tra il re Guglielmo ed i nobili feudatari tornò presto a incrinarsi dopo che si sparse la voce che l’ultimo baluardo siciliano in Africa, la città di Mahdia, era stata conquistata dalla dinastia musulmana berbera degli Almohadi (gennaio 1160). La perdita dei territori d’Africa, che rendeva assai più problematici i traffici commerciali nel Mediterraneo, fu imputata all’admiratus del Regno, Maione di Bari, che avrebbe abbandonato la città senza colpo ferire, mentre questi spergiurava che l’ordine gli era stato imposto dal re. Guglielmo fu così costretto a contattare i nobili più scontenti che già minacciavano atteggiamenti di disobbedienza. La tradizione narra che Matteo Bonello fedele inizialmente alla corte di Palermo fu inviato in Calabria come ambasciatore del re Guglielmo, per cercare una soluzione diplomatica alle controversie con la nobiltà locale. Durante la missione avrebbe cambiato orientamento e voltando le spalle agli Altavilla si sarebbe messo a capo di una rivolta composta dalla nobiltà calabrese e pugliese. Di sicuro Bonello aveva particolarmente in odio l’ammiraglio del regno Maione, i vicari del re e gli emiri di origine araba che a loro volta godevano della piena fiducia del sovrano. Comunque poté godere in Sicilia dell’appoggio anche di diversi baroni, ma soprattutto della benevolenza popolare perché la corte era oramai considerata ostile ed invisa a larghe fasce della popolazione. Il 10 novembre del 1160 giunse sino a Palermo e nelle strade della capitale siciliana catturò e giustiziò in pubblico Maione di Bari fra il giubilo dei popolani. Una tradizione popolare vuole che Maione fosse stato ucciso davanti al palazzo arcivescovile, dove ancora oggi sul portone d’ingresso si troverebbe infissa l’elsa della spada del Bonello. Il re Guglielmo fu costretto, per placare la rivolta a dichiarare che non avrebbe arrestato Bonello. Ma la resa dei conti era solamente rimandata, poiché, uccidendo l’ammiraglio Maione, il Bonello si era inimicato una parte influente della corte siciliana. Successivamente Bonello si ritirò nel castello di Caccamo (PA) da dove nel marzo del 1161 organizzò una congiura contro lo stesso Guglielmo. Catturato ed imprigionato il sovrano, fu dichiarato decaduto e venne proclamato re il figlio Ruggero, peraltro ancora di minore età. La rivolta tuttavia divenne una sommossa incontrollata, vennero trucidati diversi membri della corte e fu avviata una caccia ai musulmani che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. I palazzi reali vennero saccheggiati e dati alle fiamme con la distruzione di un cospicuo patrimonio economico ed artistico (fra tutti il planisfero realizzato dal geografo arabo Idrisi per Ruggero II). La congiura prevedeva infine la conquista di Palermo, ma Bonello per motivi oscuri non mosse le proprie truppe. Questo gli costò la perdita del controllo dell’insurrezione e, in seguito ad un tradimento, venne arrestato da re Guglielmo, nel frattempo ritornato sul trono, nel suo stesso castello a Caccamo. La tradizione popolare parla di atroci torture ai danni di Bonello: sarebbe stato sfigurato e rinchiuso sino alla morte nei sotterranei dello stesso castello. Fallita la rivolta popolare a Palermo, alcuni degli sconfitti si erano rifugiati nei territori aleramici dell’isola (Butera, Piazza Armerina); Ruggero Sclavo, appena nominato conte di Butera, alleatosi con Tancredi, conte di Lecce e futuro re di Sicilia, scagliò i suoi uomini contro i saraceni: saccheggiarono il territorio e fecero un massacro della popolazione araba. Il re rispose mettendo insieme un esercito di Saraceni e si diresse verso Piazza Armerina e Butera, che conquistò e rase al suolo; i rivoltosi si arresero (estate 1161). Guglielmo I lasciò salva la vita a Tancredi e a Ruggero, ma li confinò fuori dal Regno: Tancredi riparò a Bisanzio, Ruggero forse si recò in Terra santa. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, a p. 119, in proposito scriveva che: “Morto nel 1154 il re Ruggiero, gli successe il figliuolo Guglielmo che regnò fino all’anno 1166. Sotto di lui avvenne una fiera rivolta di alcuni baroni nelle Puglie e nel Principato alla quale prese parte Ruggiero conte di Avellino che aveva sposato Fenicia di Sanseverino. Costui nel 1162 riuscì a fuggire mentre la contessa Fenicia fu in Avellino presa prigioniera e condotta a Palermo, da dove riuscì a salvarsi dipoi con suo figlio Guglielmo Sanseverino avuto in prime nozze con Arrigo Sanseverino barone del Cilento (3). In tale epoca Guglielmo Sanseverino era già successo a suo padre Arrigo nella contea di Sanseverino e nella baronia del Cilento, feudi che perdette per la fuga dal reame e che vennero dati al cugino Roberto Sanseverino conte di Caserta. Etc…”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 3°, pag. 69”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 3°, pag. 70”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Anno X, pag. 275. Egli riporta questa notizia dal Falcando.”.
Nel 1155, Simone di Policastro ‘Contestabile del Regno’, durante una Congiura contro Asclettino, Ammiraglio di re Guglielmo I detto il Malo
E quì si inseriscono alcuni fatti di cronaca raccontati da alcuni cronisti dell’epoca come ‘Romualdi Salernitani’ (Romualdo Guarna Arcivescovo di Salerno (…)), che vedono protagonista il principe Simone, conte di Policastro e ‘Connestabile’ di re Guglielmo I detto il Malo. La sua personalità e i fatti a lui relativi sono noti attraverso gli scritti di Romualdo Guarna Salernitano (…) e Ugo Falcando (…), cronisti contemporanei che in quegli anni frequentarono la Corte di Palermo e quindi da considerarsi testimoni oculari e attendibili degli eventi narrati. Simone Conte di Policastro, ne parlano le cronache al tempo di re Guglielmo I detto il Malo, che dopo la morte di suo padre re Ruggero II d’Altavilla, dovette fronteggiare diverse situazioni. Le cronache del tempo, ricordano Simone, Conte di Policastro che ebbe un ruolo importante in due diverse ongiure di palazzo contro re Guglielmo I: la congiura contro Maione, primo ministro di Re Guglielmo e, la ‘rivolta del Bonello’. Nel 1155 Tancredi di Lecce, cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Tancredi rimase alcuni anni a Costantinopoli e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II detto il Buono (Guglielmo il Buono). Il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana” ( come lo chiama anche l’Antonini), che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Il ‘Manoscritto del Marchese della Giaratana’ (…), fu citato più volte dall’Antonini (…), che così chiama questo manoscritto che fu è scritto da Settimo (Girolamo), Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi si il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Anche in questo caso, rileggendo la citazione che fa l’Antonini del ‘Marchese della Giarratana’, si fa riferimento a Simone il fratello primogenito di re Ruggero II, ambedue fratelli e figli del Conte di Sicilia Ruggero I. Nel 1155, mentre il Regno era minacciato dalla discesa in Italia di Federico Barbarossa e la Puglia veniva invasa dalle forze dell’imperatore bizantino Manuele Comneno alleato dei baroni ribelli al re Guglielmo I detto il Malo, il cancelliere Asclettino venne inviato dal re in Puglia con Simone di policastro per fronteggiare l’invasione. Testimonia il cronista del tempo Ugo Falcando (…), che la situazione era così incerta e ambigua che ovunque si diffondevano sospetti e timori e non si capiva chi parteggiava per il re e chi per i ribelli. Particolarmente ambigua fu il comportamento dell’ammiraglio Maione (primo ministro di re Guglielmo I) che, fingendo di appoggiare il re, tramava per prendere il dominio dei territori. Fu Maione che ordinò ad Asclettino di convocare a Capua il barone ribelle Roberto di Loritello, e di intimargli di deporre le armi e sciogliere l’esercito; ma il conte non abboccò al tranello tesogli e si rititrò in Molise continuando la guerra. Poco dopo avvennero delle intemperanze tra gli uomini di Asclettino e quelli di Simone; la cosa si trascinò al punto che il conflitto coinvolse anche i due comandanti che si rivolsero parole ingiuriose; Asclettino allora scrisse al re mettendololo in guardia da Simone, il quale – secondo la sua ricostruzione dei fatti – avrebbe tradito e fatto fallire il tentativo di catturare Roberto di Loritello; l’ammiraglio Maione, confermando questa tesi, rincarò la dose aggiungendo anche accuse di complotto contro il re e così determinò la caduta in disgrazia di Simone. Per sgombrare il campo da possibili concorrenti, Maione ordì anche contro Asclettino istigando questa volta Simone di Policastro ad accusare il cancelliere davanti a Guglielmo I di diversi crimini, tra i quali quello di aver complottato contro il re stesso. Nel 1156, Asclettino che rientrava a Palermo, si difese coraggiosamente, dicendosi pronto a rispondere ai singoli capi di imputazione, ma non gli sarebbe stato consentito di esibire le sue prove difensive. Venne dunque deposto ed incarcerato in una torre. Morì qualche tempo dopo nelle carceri di Palermo. Il Cataldo (…), sulla scorta del Falcando e del Fazello (…), scriveva che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), “visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere”. Infatti, Pino Rende, scrive che il Falcando (…), ci informa che “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Tommaso Falzello (…), nella traduzione di Remigio Fiorentino, sostiene che: “..si incominciò a dire che il conte Simone era ingiustamente ritenuto in carcere; e si spargevan alcune voci per le quali si conosceva ch’egli era chiesto che fosse liberato. L’Ammiraglio,…..cavò di carcere il conte Simone per comandamento del Re: dopo la cui liberazione parve, ch’ei si mutasse in maniera che…”. Poi il Fiorentino, postillava che: “un poco più sotto dice il Fazello che il conte Simone morì per buona fortuna in viaggio di morte naturale…..



(Fig….) Tommaso Fazello (….), passo tratto da Remigio Fiorentino, Deca II, Libro VII, Cap. IV, p. 115 e s.
La Chronaca del Falcando (…), ci parla di “Symon Comes Policastrensis”, a proposito di Majone, odiato ministro di Re Guglielmo I detto il Malo, figlio di re Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando (…), racconta di una congiura ordita contro il grande Ammiraglio e Ministro del Regno Majone, a cui partecipò il fratellastro di re Guglielmo I, insieme ad ad altri personaggi eminenti del Regno. Con Guglielmo I, Maione, fu primo ministro e probabilmente la persona più potente del regno dopo il re stesso. Inviso alla nobiltà siciliana ed al clero, su Maione ricaddero le responsabilità delle rivolte del 1156 e di quelle del 1160 contro la corte normanna, di cui parleremo. Di Simone, ne parlano le cronache come di un feudatario connestabile di Re Guglielmo I che fu imprigionato perchè si sospettasse avesse partecipato ad una congiura. Secondo Donald Matthew (…), nel suo ‘I Normanni in Italia’, a p. 74-76, parla di un Simone, Conte di Policastro, detto ‘connestabile’, a p. 22 parla di Simone, figlio di Ruggero I, il Gran conte, e poi a p. 194, parla di Simone, figlio di Ruggero II. Donald Matthew (…), nel suo ‘I Normanni in Italia’, a p. 74-76, parla di un Simone, Conte di Policastro, detto ‘connestabile’, poi a pp. 22 parla di Simone, figlio di Ruggero I, il Gran conte, e poi a p. 194, parla di Simone, figlio di Ruggero II. Esaminiamo il caso di Simone ‘il connestabile’, Conte di Policastro. Sulla scorta di Ugo Falcando (…), sappiamo che in seguito, Simone, liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Giuseppe Cataldo (…) nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattiloscritto inedito del 1973, a p. 29, parlando di Policastro, scriveva che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154, subiva la distruzione da parte del Barbarossa.“. Il Matthew (…), ci parla di Simone di Policastro, in occasione delle lotte di Guglielmo I, per la conquista del Regno di Sicilia e dei possedimenti del padre Ruggero I d’Altavilla, il Gran conte, morto e dopo l’assedio di Benevento. Guglielmo I di Sicilia detto il Malo era l’ultimo figlio di re Ruggero II e, a cui si possono riferire gli avvenimenti in cui è implicato questo Simone il Bastardo. Il Matthew (…), forse sulla scorta di Romualdi Salernitani (Romualdo Guarna Arcivescovo di Salerno e cronista dell’epoca) (…) e di Ugo Falcando (…), parlando di Guglielmo I, dopo l’attacco a Tinnis nel delta del Nilo e dopo il saccheggio di Almohadi di Pozzuoli, scrive che: “L’esercito di Guglielmo era anche demoralizzato; uno dei due comandanti, il Conte Simone di Policastro, era stato accusato dall’altro, il cancelliere reale Aschettino, di essere in lega con i ribelli ed era stato mandato prigioniero a Palermo. Quando nel settembre 1155 Guglielmo cadde malato, i fermenti di malcontento esplosero in aperta ostilità in tutta Italia meridionale.”. Poi, il Matthew (…), parlando delle lotte tra Guglielmo e Ruggero II, sulla scorta del ‘Liber de Regno Siciliae’, della cronaca di Romualdi Salernitani (Romualdo Guarna, cronista dell’epoca) (…), scriveva che: “Si ritiene che il ministro Maione di Bari, promosso di recente, temesse che la propria egemonia fosse minacciata dal valore di personaggi eminenti quale il connestabile Simone di Policastro, Roberto di Loritello e il conte di Squillace ecc..”. Sempre sulla scorta del cronista Salernitano (…), il Matthew (…), parlando della rivolta contro re Guglielmo I, scriveva che: “Il re fu stupefatto da queste accuse e marciò stupefatto su Butera portando con se il connestabile, conte Simone (conte di Policastro), liberato dal carcere.”.

Salvatore Tramontana, nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’ (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasione dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. Dunque, secondo lo studioso Salvatore Tramontana, il Simone Conte di Policastro, era figlio bastardo di re Ruggero II d’Altavilla, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato il diritto sul Principato di Taranto. Lo storico locale Giovan Battista Del Buono (…), dopo aver scritto che: “Il Re Ruggero, come è stato detto, fatta ricostruire la città di Policastro, la donò al figlio Simone, il quale era nipote della regina Adelaide ed era anche nipote del re Guglielmo.”. Il Del Buono, dunque, parlando di Simone e di Policastro, scrive che il re Ruggero (non dice quale), era nipote della regina Adelaide del Vasto che era la III moglie di re Ruggero I, e quindi il re Ruggero a cui si riferisce il Del Buono non può essere che re Ruggero II, ma il Del Buono si sbaglia perchè Simone, fu un figlio legittimo di re Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Re Ruggero II, era un fratello di Simone. Re Ruggero II, non ebbe figli chiamati Simone. Inoltre, il Del Buono scrive anche che questo Simone a cui fu donata la Contea di Policastro, era un nipote di re Guglielmo I. Abbiamo già visto che non è così. Il del Buono, proseguendo il suo racconto, racconta un episodio citato anche da Ebner e che fu tratto dalla cronaca di Romualdo Guarna (…), egli scriveva che: “A questo punto è bene fare una breve annotazione: mentre Guglielmo era a Salerno (1105), gli fu fatta pervenire una lettera dal papa indirizzata al signore di Sicilia, non re, il quale la respinse ed indispettito ordinò ad Asclettino, cancelliere del regno, di muovere contro gli stati della Chiesa, e con lui anche Simone di Policastro. Poichè le cose andarono male furono costretti a ritirarsi per l’insurrezione dei feudatari, e siccome la ribellione non fu domata, Asclittino ne dette la colpa a Simone, che fu imprigionato a Salerno. Allorchè i baroni Siciliani e la popolazione Salernitana insorsero, il re Guglielmo fu costretto a liberare Simone, che a sua volta accusò Asclittino dell’insuccesso e Asclittino fu imprigionato.”. Come abbiamo visto, questo passo è simile a ciò che scriveva l’Ebner (…), che citava e traeva la notizia da Romualdo Guarna (che noi quì pubblichiamo traendola dal Del Re (…)). Ma Romualdo Guarna (…), non parla di Simone di Policastro. La cronaca di Romualdo (…), dice che re Guglielmo I, indispettito dalla lettera di Papa Adriano IV, spedì un esercito ad occupare Benevento (gli Stati della Chiesa). Il 18 giugno 1156, si giunse all’accordo di Benevento, grazie al quale Guglielmo ottenne l’incoronazione ufficiale da parte del papa Adriano IV (novembre 1156). Scrive sempre il Del Buono che: “Nel 1127 il re Guglielmo morì senza eredi, e poichè il conte di Policastro Simone era morto nel 1113, e poichè il re Guglielmo non aveva lasciato eredi, Ruggero cugino di Simone e figlio di Ruggero il Gran Conte, aspirava alla successione, e fattosi nominare re della Sicilia e della Calabria, riunì il Mezzogiorno compreso la Sicilia in un solo regno che durò fino ai Borboni.”. Lo storico Gian Battista Caruso (…), parlando dei tumulti e della congiura scoppiata contro il re Guglielmo I detto il Malo, scriveva a pp. 145-146, che i Baroni (i feudatari che si ribellavano a Guglielmo I: “Ciò stabilmente parve a’ congiurati di confidarne il segreto al Conte Simone fratello bastardo del Re, ed a Tancredi suo nipote, figliuolo del duca Ruggieri, l’uno, e l’altro dè quali, essendo non senza motivo disgustati, e malsoddisfatti, facil cosa sarebbe di trarli nel loro sentimento, e di farli entrare nella stabilita congiura: disgussatissimo, era in vero il Conte Simone dal Re suo fratello; imperciocchè avendo il Re Ruggiero lasciato a lui in retaggio il Principato di Taranto gliene aveva impedito Guglielmo il possesso, essendo che non aveva assignarsi a bastardi in appannaggio un sì nobile Principato posseduto prima da Principi legittimi del Sangue Reale: non meno del Conte Simone era Tancredi suo Nipote ecc…”



(Fig….), Caruso G.B. (…), vol. I, parte II, Libro IV, pp. 145-146
Le cronache dell’epoca ci parlano del Conte di Policastro a causa di un’episodio di ribellione di cui fu accusato il conte Simone. Ma cerchiamo di capirne di più sull’episodio di cui si racconta negli annali. Attraverso il Matthew (…), sulla scorta di alcuni cronisti dell’epoca come Falcone Beneventano e dal ‘Liber de Regno Siciliae’ di Romualdo Salernitano (Romualdo Guarna) (…), scriveva che esistesse un Simone, Conte di Policastro, connestabile, ai tempi dei dissidi tra Guglielmo I ed alcuni baroni. Il Matthew (…), scrive: “L’esercito di Guglielmo era anche demoralizzato; uno dei due comandanti, il Conte Simone di Policastro, era stato accusato dall’altro, il cancelliere reale Aschettino, di essere in lega con i ribelli, ed era stato mandato prigioniero a Palermo. Quando nel settembre 1155 Guglielmo cadde malato, ecc…”. Ancora il Matthew scrive: “Si ritiene che Maione temesse che la sua egemonia fosse minacciata dal valore di personaggi eminenti quale il connestabile Simone di Policastro, Roberto Loritello e il Conte di Squillace.“. Scrive sempre il Matthew che: “Il re fu stupefatto da queste accuse e marciò senza indugio su Butera portando con se il connestabile, conte Simone, liberato dal carcere.”. Il papa, investì formalmente del regno, comprendente Sicilia, Puglia e Capua. Il papa si lasciò anche Napoli, Salerno, Amalfi. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando (…), ci informa che il nostro Simone di Policastro, “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”.


(Fig….) Caruso G.B. (…), p. 123 tratta dal Caruso, dove si parla di Simone, Conte di Policastro ‘Contestabile del Regno’
Il Caruso (…), sulla scorta di Falcando (cronista dell’epoca) (…), ci parla del Conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I. Il Caruso scrive: “…ed unitisi tanti, e si potenti nemici contro Guiglielmo, non potè il Cancelliero Ascontino lasciato dal Re con Simone Conte di Policastro, e Contestabile del Regno alla difesa della Puglia, e della Campagna ecc..”. Il Di Niscia, a p. 154, scriveva in proposito: ” In tale cospirazione ebbe parte anche il conte Simone, figliolo bastardo del re Ruggero, il quale era tenuto prigioniero.”. Lo studioso Salvatore Tramontana, nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’ (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasone dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. I palazzi reali vennero saccheggiati e dati alle fiamme con la distruzione di un cospicuo patrimonio economico ed artistico (fra tutti il planisfero realizzato dal geografo arabo Idrisi per Ruggero II). Successivamente, Guglielmo si dedicò a punire le comunità di terraferma che si erano sollevate contro di lui. Ridotte all’obbedienza le città e i feudatari ribelli della Calabria e della Puglia, arrivò in Campania, ma rinunciò ad attaccare Salerno a causa di una forte tempesta, e da qui fece ritorno in Sicilia. Sempre sulla scorta della ‘chronaca’ di Ugo Falcando (…), sappiamo che in seguito, Simone, liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”.

(Fig…..) Tommaso Fazello, p. 77, dove si parla dei tumulti scoppiati contro il re Guglielmo
Ebner (…), nella sua nota (27), riguardo a Simone, postillava:“Su Simone, vedi Falcando, Liber VIII, ma anche II e VI e I: ‘Symon qui Policastri remanserat’, ne era conte, re Guglielmo alloggiò nel palazzo di Terracena, come dice il Falcando, con il ministro di Bari e il cancelliere Asclittino.”.

(Fig…) Di Niscia (…), p….
Sempre secondo questa cronaca, in tale frangente, dopo essere intervenuto assieme al cancelliere Ascotinus, alla testa delle milizie regie per reprimere le sedizioni dei baroni pugliesi e per respingere le minacce d’invasione del regno, sospettato di tramare il tradimento, Simone fu privato della sua carica di contestabile ed imprigionato in Palermo. Sempre sulla scorta della ‘chronaca’ di Ugo Falcando (…), sappiamo che in seguito, Simone, liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Lo studioso Salvatore Tramontana, nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’ (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasone dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, in seguito alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. Poi il Tramontana scrive che, dopo la liberazione dalla prigionia di re Guglielmo I: “I congiurati in cambio del perdono regio, si impegnavano a deporre le armi: al principe Simone, al conte Tancredi e a tanti altri toccava la via dell’esilio..”. Da questo punto di vista, ci viene incontro lo studioso Pietro Ebner che nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, a p. 434 e p. 435, parlando di Policastro, e sulla scorta del cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano (…), cita un episodio della nostra storia in cui era implicato Simone:

Ebner (…), rifrendosi al Simone di Policastro, al tempo di re Guglielmo, è tratto dal cronista dell’epoca Romualdo Guarna (…), come egli postillava nella sua nota (29), per l’anno 1156. Infatti, l’Ebner (…), si riferiva a re Guglielmo I detto il Malo che a quel tempo fu osteggiato da papa Adriano IV e da alcuni baroni del Regno. L’Ebner (…), a p. 434, proseguendo il suo racconto, scriveva l’episodio che il re Guglielmo si trovava a Salerno nel 1155 e postillava nella sua nota (27) che: “Re Guglielmo alloggiò nel palazzo di Terracena, come dice il Falcando, con il ministro di Bari e il cancelliere Asclittino.”. L’Ebner scriveva a p. 434 che: “Qui giunsero Ambasciatori di papa Adriano IV con lettere indirizzate a Guglielmo, signore di Sicilia, e perciò non re. Re Guglielmo le respinse ed ordinò ad Asclittino, cancelliere del Regno, di muovere contro ecc..ecc..” (prosegue a p. 335 ivi):

Poi l’Ebner prosegue il suo racconto sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando: “Qui giunsero ambasciatori di papa Adriano IV con lettere indirizzate a Guglielmo, signore di Sicilia, e perciò non re. Re Guglielmo le respinse e ordinò ad Asclittino, cancelliere del Regno, di muovere contro gli Stati della Chiesa, dandogli come compagno appunto Simone (28). Asclittino e il conte di Policastro erano appena giunti a Ferentino quando furono costretti a tornare per l’insurrezione di molti feudatari. La ribellione non venne domata e Asclettino ne attribuì la colpa a Simone che, inviato a Salerno, venne incarcerato come traditore. Contro il provvedimento insorsero i baroni siciliani e la stessa popolazione salernitana, per cui re Guglielmo, indottovi dal ministro Maione, fu costretto a liberarlo. Simone ritorse le accuse di insuccesso ad Asclittino che fu poi imprigionato. Il re pose l’assedio a Benevento, per cui il papa comprese che fosse necessario trovare un accordo, per cui il noto trattato di Benevento che regolò per secoli il papato e il regno di Sicilia. Ciò consentì a re Guglielmo di iniziare la punizione dei ribelli, indottovi soprattutto da Maione che tendeva a diminuire il potere feudale. Non sarebbe sfuggito alla condanna anche il conte di Policastro se, nel frattempo, non fosse morto (29).”. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29- Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”.

(Fig….) Romualdo Guarna, tratto dal Del Re (…), p. 20
Il del Buono, proseguendo il suo racconto, racconta un’episodio citato anche da Ebner e che fu tratto dalla cronaca di Romualdo Guarna (…), scriveva che: “A questo punto è bene fare una breve annotazione: mentre Guglielmo era a Salerno (1105), gli fu fatta pervenire una lettera dal papa indirizzata al signore di Sicilia, non re, il quale la respinse ed indispettito ordinò ad Asclettino, cancelliere del regno, di muovere contro gli stati della Chiesa, e con lui anche Simone di Policastro. Poichè le cose andarono male furono costretti a ritirarsi per l’insurrezione dei feudatari, e siccome la ribellione non fu domata, Asclittino ne dette la colpa a Simone, che fu imprigionato a Salerno. Allorchè i baroni Siciliani e la popolazione Salernitana insorsero, il re Guglielmo fu costretto a liberare Simone, che a sua volta accusò Asclittino dell’insuccesso e Asclittino fu imprigionato.”. Come abbiamo visto, questo passo è simile a ciò che scriveva l’Ebner (…), che citava e traeva la notizia da Romualdo Guarna (che noi quì pubblichiamo traendola dal Del Re (…)). La cronaca di Romualdo (…), dice che re Guglielmo I, indispettito dalla lettera di Papa Adriano IV, spedì un esercito ad occupare Benevento (gli Stati della Chiesa). Il 18 giugno 1156, si giunse all’accordo di Benevento, grazie al quale Guglielmo ottenne l’incoronazione ufficiale da parte del papa Adriano IV (novembre 1156).
Nel 1160, Simone di Policastro, ‘Contestabile del Regno’ e la ‘rivolta del Bonello’ (1160-1161)
Guglielmo I lasciò salva la vita a Tancredi e a Ruggero, ma li confinò fuori dal Regno: Tancredi riparò a Bisanzio, Ruggero forse si recò in Terra Santa. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 83, nella sua nota (16) postillava che: “(16)…e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò II. Questo Guglielmo indusse altri baroni del salernitano a prendere parte alla congiura contro Maione, l’odiato ministro di Guglielmo il Malo, perchè tenace assertore della supremazia regia sull’aristocrazia. Alla congiura partecipò, spintavi da Mario Borrello, la stessa città di Salerno, poi liberata dall’ira del re (l’aveva assediata) da un miracolo di S. Matteo, ricorda Romualdo Guarna, ad ann. 1160.”. Nel 1155 Tancredi di Lecce, cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Il 10 novembre 1160 come vero e proprio “capro espiatorio” della crisi fu assassinato in pubblico da Matteo Bonello per le strade di Palermo. Il Falcando (…), scriveva che: “Il Conte Simone, della medesima congiura era partecipe; della qual cosa si vedevano ora assai chiari indizi.”:


(Fig…) Ugo Falcando (…), passo su Simone, tratto da Del Re (…), p. 298
Secondo Ugo Falcando (…), nel passo tratto da Del Re (…), a p. 298, scrive che: “Il Conte Simone che era rimasto a Policastro, viene ancora egli chiamato in Corte, perchè venuto, fosse subitamente preso: ma sul mettersi in cammino fu da avventurosa morte sopraggiunto.”. Il Falcando ci racconta che Re Guglielmo I, ordinò la scarcerazione del Conte Simone che in quel momento si trovava a Policastro, richiamandolo a Corte a Palermo per poi farlo arrestare. Ma Simone, nel corso di un avventuroso viaggio, morì. Secondo il Cataldo (…), era l’anno …….

(Fig….) Ugo Falcando, passo tratto da Del Re (…), p. 298
Non è chiaro se Romualdo Guarna (autore di una chronaca del tempo)(…), prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei baroni. Nel 1161 Tancredi di Lecce, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato i diritti sul Principato di Taranto partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo: la congiura, fomentata da Matteo Bonello (che l’anno prima aveva assassinato Maione di Bari), prevedeva la deposizione del re Guglielmo I detto il Malo e la salita al trono del giovane suo figlio Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Il 9 marzo 1161 Tancredi, con suo zio Simone di Taranto, espugnò il palazzo reale di Palermo, imprigionando lo stesso re Guglielmo e tutta la famiglia reale. Simone insieme a Matteo Bonello e a Tancredi di Lecce partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo del 1160. Il 9 marzo 1161 Simone, con il suo nipote Tancredi di Lecce, figlio naturale di Ruggero III di Puglia, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo, tutta la famiglia reale, mentre diversi membri della corte vennero trucidati. Simone, insieme agli altri insorti, fu costretto a liberare il re che gli concesse in cambio del suo perdono l’esilio volontario. Nel 1166 non rivendicò il trono del regno che così passò al nipote Guglielmo II di Sicilia, “il Buono”. Ebner dice che dei Florio di Camerota al tempo delle rivolte di re Guglielmo I, ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, l’Ebner, scrive Florio è ricordato ancora da Falcando: (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”).”. Pietro Ebner (…), riguardo Simone, scrive che: “Era nipote della della regina Adelaide, della stirpe Aleramica, vedova di Ruggiero I, il Gran Conte, che nel 1113 sposò Baldovino I, re di Gerusalemme. Simone quindi era anche parente di re Guglielmo I.“. Il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana” ( come lo chiama anche l’Antonini), che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Il ‘Manoscritto del Marchese della Giaratana’ (…), fu citato più volte dall’Antonini (…), che così chiama questo manoscritto che fu è scritto da Settimo (Girolamo), Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi si il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Anche in questo caso, rileggendo la citazione che fa l’Antonini del ‘Marchese della Giarratana’, si fa riferimento a Simone il fratello primogenito di re Ruggero II, ambedue fratelli e figli del Conte di Sicilia Ruggero I. Scriveva il Del Buono che: “Nel 1127 il re Guglielmo morì senza eredi, e poichè il conte di Policastro Simone era morto nel 1113, e poichè il re Guglielmo non aveva lasciato eredi, Ruggero cugino di Simone e figlio di Ruggero il Gran Conte, aspirava alla successione, e fattosi nominare re della Sicilia e della Calabria, riunì il Mezzogiorno compreso la Sicilia in un solo regno che durò fino ai Borboni.”. Nel 1161, Simone di Taranto, insieme a Tancredi di Lecce, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato i diritti sul Principato di Taranto partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo: la congiura, fomentata da Matteo Bonello (che l’anno prima aveva assassinato Maione di Bari), prevedeva la deposizione del re Guglielmo I detto il Malo e la salita al trono del giovane suo figlio Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Il 9 marzo 1161 Tancredi, con suo zio Simone di Taranto, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo e tutta la famiglia reale. Il palazzo reale fu saccheggiato, documenti distrutti, diversi membri della corte vennero trucidati mentre fu avviata una caccia agli eunuchi che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. Ma i cospiratori persero l’appoggio popolare e l’insurrezione finì. Gli insorti furono costretti a liberare il re (11 marzo). Tancredi riparò nei territori aleramici di Butera e Piazza Armerina, da Ruggero Sclavo, facendo massacro della popolazione musulmana dei numerosi casali saraceni presenti nella zona, ma fu catturato dal Re e le due città lombarde furono distrutte nel 1161. Il Re concesse al nipote in cambio del suo perdono l’esilio volontario a Costantinopoli. Qui Tancredi rimase alcuni anni e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II (Guglielmo il Buono). La tradizione narra che Bonello, signore di Caccamo, fedele inizialmente alla corte normanna di Palermo, fu inviato in Calabria come ambasciatore del re Guglielmo I, per cercare una soluzione diplomatica alle controversie con la nobiltà locale. Durante la missione avrebbe cambiato orientamento e, voltando le spalle agli Altavilla, si sarebbe messo a capo di una rivolta cui prese parte la nobiltà calabrese e quella pugliese. Di sicuro Bonello aveva particolarmente in odio l’ammiraglio (Amirus Amirati) del regno Maione di Bari. Di Simone, ne parlano le cronache come di un feudatario connestabile di Re Guglielmo I che fu imprigionato perchè si sospettasse avesse partecipato ad una congiura. Nel 1161 Tancredi di Lecce, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato i diritti sul Principato di Taranto partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo: la congiura, fomentata da Matteo Bonello (che l’anno prima aveva assassinato Maione di Bari), prevedeva la deposizione del re Guglielmo I detto il Malo e la salita al trono del giovane suo figlio Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Il 9 marzo 1161 Tancredi, con suo zio Simone di Taranto, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo e tutta la famiglia reale. Il Di Niscia (…), scriveva in proposito: “…e comparire sulla soglia i conti Simone e Tancredi, due principi spuri, fratello quel primo, quest’ultimo nipote a Guglielmo, entrambi rinchiusi e vigilati in palazzo.”.

(Fig….) Di Niscia (…), p…..
Il Di Niscia (…), raccontando della ‘rivolta del Bonello‘, ci parla del conte Simone, un principe spurio (figlio illegittimo o ‘bastardo’) e fratello del Re Guglielmo I detto il Malo. Questo Simone, insieme a suo figlio Ruggero Sclavo e al nipote Tancredi (Tancredi di Lecce che diventò il IV re del Regno di Sicilia), partecipò alla rivolta detta del Bonello, ovvero una congiura ordita da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I di Sicilia detto il ‘Malo’. Nel 1161, il palazzo reale fu saccheggiato, documenti distrutti,come pure il famoso ‘Catalogo dei Baroni’ (…), fatto redigere da re Ruggero II d’Altavilla e il libro di re Ruggero del geografo al-Edrisi (…). Gli insorti furono costretti a liberare il re (11 marzo); Tancredi riparò nei territori aleramici di Butera e Piazza Armerina, da Ruggero Sclavo, facendo massacro della popolazione musulmana dei numerosi casali saraceni presenti nella zona, ma fu catturato dal Re e le due città lombarde furono distrutte nel 1161. Il Re concesse al nipote in cambio del suo perdono l’esilio volontario a Costantinopoli. Qui Tancredi rimase alcuni anni e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II (Guglielmo il Buono).

(Fig….) Di Niscia (…), p…..

Simone o “Simeone”, ai tempi di re Guglielmo II detto il Buono
Salvatore Tramontana (…), a p. 629, sulla scorta del La Lumia, Storie Siciliane (…), e del Chalandon (…), scrive che, dopo la morte di re Guglielmo I e l’incoronazione di suo figlio Guglielmo II (detto il Buono) , nel maggio 1166 a re di Sicilia: “E’ comunque da respingere, e del resto non sembra che trovi conferma in un’altra fonte, la notizia di un cronista bizantino relativa a un tentativo di Simeone – il figlio bastardo di Ruggero II a cui, come abbiamo visto, re Guglielmo I non aveva voluto riconoscere i diritti sul principato di Taranto – di impossessarsi della corona della Sicilia con l’aiuto di Manuele Commeno (2).”. Il Tramontana, postillava nella sua nota (2) che la notizia era tratta da La Lumia, Storie Siciliane, a cura di F. Giunta, ed. La Religione Siciliana, Palermo, 1969, pp. 189 e 251 e F. Chalandon, Histoire, cit. II, p. 307.
Nel 1161, Ruggero “Sclavo”, figlio naturale di Simone del Vasto o Simone di Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o Paternò- Butera
Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Pontieri scriveva che Ruggero Sclavo era figlio naturale di Simone del Vasto o Simone Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o conte di Paternò-Butera. Dunque, Ruggero Sclavo era nipote di Enrico del Vasto. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 436, in proposito scriveva che: “…fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54). Ruggero privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’inonorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177.
Nel 1166, Tancredi di Lecce all’incoronazione di re Guglielmo II detto il Buono
Tancredi di Lecce, rimase alcuni anni a Costantinopoli e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II detto il Buono (Guglielmo il Buono).
Nel 1171, Manso Salernitano e la moglie Guttualda, in un atto di vendita rogato a S. Marco Argentano
Riguardo Manso o Mansone ha scritto anche il sacerdote padre Francesco Russo (….), nel suo “Medici e veterinari Clabresi (sec. VI-XV) – Ricerche storico-bibliografiche”, pubblicato a Napoli, nel 1962 e, dove a p. 110, in proposito scriveva che: “Un ‘Pietro’ medico compare come teste in un documento rogato in S. Marco Argentano nel gennaio del 1171. Si tratta di un atto di vendita fatto da Manso Salernitano – abitante in Cassano – e dalla moglie Guttualda a Domenico, abate cistercense della Sambucina (55).”. Il Russo, a p. 110, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Ivi (A. Pratesi, Carte latine di Abbazie calabresi, Città del Vaticano, 1958), p. 69-71. A voler tenere conto della donazione “ab incarnatione”, l’atto dovrebbe essere del genn. 1172.”.
Note bibliografiche:
(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(2) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).
(3) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.
(4) Capasso B., Sul catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Atti dell’Accademia di Archeologia, Letteratura e Belle Arti, s. I, IV, 1868, pp. 293–371.

(5) Jamison Evelyn M., Additional Work on the Catalogus baronum, Bollettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63, oppure (a cura di ), Catalogus Baronum (Fonti per la Storia d’Italia, 101), Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972, n. 492 (Archivio Storico Attanasio)
(6) Jamison Evelyn M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford C., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Storico Attanasio).
(7) Poma I., Sulla data della composizione originaria del Catalogus Baronum, Archivio Storico Siciliano XLVII, 1926/27, pp. 233–239.
(8) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150
(9) Enzensbergher H., Catalogus baronum, in ‘Lexikon des Mittelalters’ II, 1983, p. 1570 e segg.
(10) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda Discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio).

(11) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo le notizie sul ‘Catalogus baronum‘, l’autore scrive nel Cap. IV, ‘Contee e baronie nel territorio’, da p. 208 e s., ed in particolare egli scrive sul ‘Catalogus’ a p. 227,236,238,239,241,249. Sulle notizie su Rofrano, si veda p. 496-497 e s., mentre riguardo la notizia citata da Falcone (…), che l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239.
(12) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).
(13) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).
(14) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887, il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).
(15) Bertaux, L’art dans l’Italie meridionale – De la fin de l’Impire Romain a la conquete de Charles d’Anjou, Ecole de Francaise de Rome, Paris, ed. Fontemoing, 1904.
(16) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).
(17) Gli Archivi Angioini, conservati nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.
(18) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228, oppure Nuova Serie, vol. XLV, 1991, Luglio-Dicembre (Archivio Storico Attanasio).
(19) Falcone G., Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G., op. cit. (13), p. 147 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(20) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G., L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004, mensile di cultura, edito dal Centro Culturale Studi Storici, Eboli, 1996-2008, anno I-XIII, nn. 1-145.
(21) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69 (Archivio Storico Attanasio).


(22) Giovanelli Germano (Ieromano), Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Vita di S. Nilo, e pure: Grottaferrata, stà in ‘Bollettino della Badia di Grottaferata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Giovanelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata, 1962 (Archivio Storico Attanasio).
(23) Barra G., Rofrano, Terra della civiltà Greco-Bizantina, ed. Il Saggio, Eboli, 2017 (Archivio Storico Attanasio).
(24) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie…, op. cit., p. 292-293.
(26) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.
(27) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. I due antichi documenti membranacei (pergamene) d’epoca Normanna, ci parlano di un ‘Odo Marchisius’ o ‘Odone Marchisio’. Il Trinchera, scrive che ‘Odo Marchisii’, è citato in un’altra pergamena, da lui pubblicata a p. 128: “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV”.
(28) De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli, ed. A. Dekten, 1873, vol. III, cap. II, p. 54.
(29) Alaggio Rosanna, La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004, PP. 66-67 (Archivio Storico Attanasio).
(30) Alfano N. M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, ed. Vincenzo Manfredi, 1795, p……
(31) Cuozzo E., Catalogus Baronum- Commentario (F.S.I. n. 1, t.II, Istituto di Storia Italiano per il Mezzogiorno E.), Roma, 1984, p. 138, par. 469.
(32) Garufi Carlo Alberto, Necrologio del “Liber Confratrum” di San Matteo di Salerno, (Fonti per la storia d’Italia, 56), Roma 1922, p. 100.
(33) Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Si veda pure: Camillo Minieri-Riccio, Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme, Venezia, ed. Valgrisi, 1592 e, Alfano N.M., op. cit. (…).
(34) Il cronista Normanno Raoul di Caen o Jumiegès. Rodolfo Cadomense o Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana» o come ‘Gesta Tancredi’). Per l’opera di Caen, si veda Guizot M., Collection des memoires relatifs a l’Historire de France – Notice sur Raoul de Caen et Robert Le Moine – Faits et gestes du Prince Tancrede, Paris., ed. Chez J. – L-J. Briere, 1825, p…..Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen, lo chiama ‘Marchisio‘. Caen è citato da alcuni studiosi tra cui il Musca (…). Si veda pure di Oderici Vitale o Oderico Vitalis o Oderico Vitale, ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderic Vitalis o Vitale and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995. Si veda pure: ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (13), lo chiama ‘Marchisio’. Dopo la morte di Tancredi nel 1112, Radulfo redige le sue ‘Gesta Tancredi’ per ricordare le imprese del valoroso nobile normanno, Tancredi d’Altavilla, nipote di Roberto il Guiscardo, cugino di Boemondo e uno degli eroi della Crociata (1095-1099). L’opera fu scritta prima del 1118 ma si ferma bruscamente nel 1105, il resto del documento essendo certamente andato perduto. Questa storia, tutta in lode di Tancredi, non è peraltro meno preziosa per la storia generale della prima spedizione dei crociati in Oriente. Se Radulfo non ha visto tutte le cose che narra, era però quanto meno ben a conoscenza di ciò che raccontava, meglio di ogni altra persona, relativa al periodo 1096-1107. Detta cronaca è stata redatta in capitolo, alcuni dei quali in prosa, altri in versi poetici. Radulfo, in quanto storico, deve essere esaminato con attenzione particolare per chiarire o correggere alcuni punti storici, dal momento che egli differisce nel suo racconto da quelli degli altri autori a lui contemporanei. L’opera ha avuto una vicenda particolarmente sfortunata, sia sotto il profilo della tradizione, che sotto quello della considerazione quale fonte storica. L’unico manoscritto (Bruxelles, KBR, 5373, saec. XII), forse almeno parzialmente autografo, è rimasto sconosciuto per tutto il Medioevo, riemergendo e salvandosi dall’incendio che bruciò l’abbazia di Gembleux nel sec. XVIII. Trattato maldestramente con reagenti chimici, è arrivato fino a noi in uno stato assai scadente. Il fatto che il testo racconti gli eventi dal 1096 al 1106, anni in cui l’autore non era in Terrasanta, lo ha fatto considerare come un esercizio di mera encomiastica (a causa anche della patina retorico-stilistica altissima che lo caratterizza). Una cronaca sulla I Crociata pertanto “inutile”, a fronte di testimonianze dirette come i famosi ‘Gesta Francorum’. Per il manoscritto del Caen, si veda: Radulphi Cadomensis, ‘Tancredus’, a cura di E. D’Angelo, 2011, stà in ‘Corpus Christianorum Continuatio Mediaevalis’.
(35) Oderici Vitalis o Oderico Vitale, Oderico Vitalis o Oderico Vitale, ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderic Vitalis o Vitale and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995.
(36) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Storico Attanasio).
(37) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, con introduzione a cura di Francesco Volpe, Quaderni di Storia del Mezzogiorno, ristampa ed. E.S.I., Ercolano, 2003 (Archivio Storico Attanasio). Purtroppo, questo manoscritto inedito, pubblicato da Francesco Volpe, risulta per molte parti spurio. Nel Libro quinto, il Cap. I, è dedicata alla “Successione dei Baroni in ciascuna Terra della fellonia del Principe di Salerno fin oggi“, ma è pubblicata solo la prima delle sue pagine manoscritte che parla della Baronia di Rocca. Del Ventimiglia, si veda pure: Delle memorie del Principato di Salerno. Parte prima dall’anno 840 fino al 1127, ed. Raimondi, Napoli, 1788; si veda pure: Prodromo alle Memorie del Principato di Salerno, nel quale ricostruiva la storia di Salerno dalle origini fino al 840.
(38) Acocella N., Salerno medievale ed altri saggi, p. 485; Si veda pure Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.
(39) Pontieri E., si veda ‘Cilento‘, stà in Enciclopedia Italiana, X, 240 e si veda pure Gatta, op. cit. (10), pp. 148 sgg. 275 e s.
(40) Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Si veda pure: Camillo Minieri-Riccio, Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme, Venezia, ed. Valgrisi, 1592. Il De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli, ed. A. Dekten, 1873, (3), vol. III, cap. II, p. 54. Poi, nella nota (1), spiega: “De Meo crede Tancredi nipote di Boemondo, ed il Pirri con più grave errore lo dice figlio del Duca Roberto e di Ala. Chr. Reg. Sic. p. 13. Per testimonianza di Rodolfo Cadomense egli nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Ord. Vit. dice sorella del Guiscardo. Dal titolo di Marchisio argomenta il Muratori che Tancredi fu di stirpe italiana R.I.T.V. p. 282, ed alcuni cronisti gli danno per fratello di Guglielmo. Anon. Gest. Franc. Bald. Hist. Jeros.“.
(41) Santoro P.E., Il monastero di Carbone, Napoli, ed. Pellizzone, 1859, che parla del Monastero del Carbone.
(42) Il Trinchera (…), citava una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. (42) Il Trinchera (…), scriveva che l’antico privilegio del 1097, provenisse dall’“Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Di ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il ‘Vargas-Macciuccea’, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Nel 2003, Francesco Volpe, nel pubblicare un manoscritto inedito di Francesco Antonio Ventimiglia, un antico manoscritto apocrifo dell’erudito di Vatolla. Il manoscritto, “Cilento illustrato”, è uno dei documenti posseduti dallo stesso Volpe, in quanto lui stesso scrive, consegnato alla sua moglie dai due eredi dei Ventimiglia di Vatolla, e che per questo si salvò dalla scomparsa prima della morte dei due eredi di famiglia Ventimiglia. Il Volpe (…), scrive che a Vatolla, la famiglia Ventimiglia, aveva allestito una ricca ed opulenta biblioteca ed in particolare un copioso archivio di antichissime pergamene e privilegi. La ricca biblioteca privata dei Ventimiglia di Vatolla, fu studiata ed esaminata anche Matteo Mazziotti e da Pietro Ebner che spesso la frequentava. Il Volpe, a proposito dei Vargas-Macciuccea, scriveva in proposito: “La biblioteca di famiglia, che si era già costituita con un primo nucleo proveniente dal vicino convento francescano e che poi, proprio con Francesco Antonio, acquisì il vastissimo fondo dei Vargas Macciucca, che allora tenevano il feudo di Vatolla col munifico marchese Francesco. Questi testi figurano oggi nella biblioteca Ventimiglia della nostra Università e su taluni si può ancora rilevare qualche chiosa annotata da Francesco Antonio.”. Dunque, sui Vargas-Macciucca, il Volpe, dice che i Ventimiglia di Vatolla nel 1700, acquisirono il vasto fondo di carte e che oggi questo fondo di carte, si trova all’Università di Salerno. Infatti, il Volpe, scrive che: “Dopo la morte di Francesco Antonio, i suoi discendenti conservarono in ogni generazione la sua passione bibliofila, continuando ad ampliare la raccolta con testi pregiati, fino a portarla a consistenza dei settemila volumi donati all’Università di Salerno nel 1973.”. Il duca TOMMASO Vargas Macciucca, marchese di Vatolla, Cavaliere Gerosolimitano, Grande di Spagna, Regio Consigliere, Giudice della Gran Corte della Vicaria, nel 1777 divenne confratello dell’ Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, prima arciconfraternita laicale sorta a Napoli nel 1290 con il silenzioso auspicio del Pontefice Nicolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (1216 † 1280), ricordato anche da Dante (Inferno, XIX, 70-72).
(43) Vargas-Macciucca, Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765.
(44) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio).
(45) Tancredi, conte di Lecce (che diventò il IV re della Sicilia). Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia (il figlio maggiore di Ruggero II di Sicilia) e di Emma dei conti di Lecce (figlia di Accardo II), divenne conte di Lecce nel 1149. Nel 1155 Tancredi di Lecce, cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Tancredi rimase alcuni anni a Costantinopoli e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II detto il Buono (Guglielmo il Buono).
(46) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli ‘Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in ‘Monumenta Germaniae Historica’, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei ‘familiares regis’ ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29- Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, R’omualdi Salernitani Chronicon’ : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli, vol. I, da p. 1 e sgg. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”.

(49) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una ‘Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137, si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando, ci parla di un altro Simone, riferendoci che esso muore nell’anno 1155, presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando ci informa che il nostro Simone di Policastro, “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Quindi, il Falcando, è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), “visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informava che “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Infatti, l’Ebner (…), è la cronistoria di Ugo Falcando (…), che ci racconta della presenza del re Guglielmo I a Salerno nell’anno 1155 (un anno dopo la distruzione di Policastro da parte del Barbarossa). Per la cronaca di Ugo Falcando, si veda Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p…..

(50) Inveges Agostino, “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, parte ….degli Annali di D. Agostino Inveges, 1651; si veda suo Lib. 3, Hist. Pal.
(51) La ‘chronaca’ di Giovanni Ceccano, citata dall’Antonini a proposito di Florio di Camerota nell’anno MCLXXVII (1177), la troviamo in ‘Cronisti sincroni napoletani’, p. 412, di Giuseppe Del Re (…), nella versione del Volpicella (…) (Archivio Storico Attanasio).
(52) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’, p. 42

(…) Robinson Gertrude, ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930 (Archivio digitale Attanasio)

RICERCO A TITOLO PERSONALE NOTIZIE STORICHE SU FEUDO BARONI DI SANT’ELENA – MINEI – 1681 – PANTOLIANO – RIFER. LIVIO SERRA DI GERACE – GRAZIE A CHI PUO’ AIUTARMI IN QUESTA RICERCA.
mi scriva su fattanasio@tiscali.it. Cercherò di risponderle
http://patrimonio.archiviodistatonapoli.it/asna-web/scheda/anagrafe/IT-ASNA-00033779/Serra-di-Gerace-1458-1944-.html
CHIEDO NOTIZIE storiche: FEUDO DI S.ELENA – EREDE BARONESSA OTTAVIA PANTOLIANI MARITO DON PIETRO MINEI GIURECONSULTO – MARITALI NOMINE – BARONE DI S.ELENA – MORTO IL 1803 – e-mail dibernardoag@alice.it – Grazie!