Gli studi
Nel 1987, pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse.


(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), conservata all’Archivio di Stato di Napoli e da me scoperta e pubblicata per la prima volta, dove non figura il toponimo di Castel Ruggero.
Castel Ruggero
Il borgo è stato realizzato su uno sperone roccioso ed è situato a circa 1 km dal capoluogo. Si trova nella parte meridionale del Cilento ed è attraversato dalla strada Statale n. 18 Tirrenica Inferiore. Il suo clima mite, tipicamente mediterraneo, ne fanno il luogo ideale per una vacanza lontana dalla bolgia delle marine. In un mio studio dal titolo “Notizie storiche su Castelruggero“, che pubblicai nel 1988, sulla rivista “I Corsivi” (1), scrivevo che, non lontana da Torre Orsaja o Orsaia, posta su di un colle, in una posizione strategica tale da poter controllare e guardare il Golfo di Policastro da una parte e verso il Vallo di Diano dall’altra, Castel Ruggero è oggi un ridente borgo medievale di incantevole bellezza e di indubbio fascino storico-paesaggistico. Un piccolo casale doveva già esistere all’epoca del Principato Longobardo di Salerno. Esso faceva parte di quella seconda linea difensiva impiegata dai Longobardi contro le improvvise penetrazioni dei Saraceni provenienti dalle vicine Calabrie (l’antico Bruzio)(4). Castel Ruggero non viene però menzionato nella ben nota lettera pastorale (bolla) di Alfano I, Arcivescovo di Salerno, datata all’ottobre 1079, con la quale veniva restaurata l’antica sede episcopale bussentina e nella quale figura l’elenco delle trenta parrocchie della Diocesi Paleocastrense (di Policastro)(…).
Castel Ruggero e la dominazione Normanna nel secolo XII
Nel 1997, lo studioso locale Angelo Guzzo, nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, a p. 123-124, così scriveva di Policastro e di quel periodo storico: “Intanto morto Roberto il Guiscardo, nell’anno 1085, durante l’assedio di Cefalonia, era diventato re di Sicilia, suo nipote Ruggero II, figlio di Ruggero I. Questi continuò e portò a perfetto compimento l’opera di ricostruzione di Policastro intrapresa dal padre e, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro, insignita del titolo di Contea, a suo figlio bastardo Simone, che ne divenne così il suo primo Conte (59). In questa stessa occasione, Ruggero II offrì in dono alla sede Vescovile di Policastro insieme con la perpetua investitura baronale, il castello, detto da lui “De Rogerii”, corrispondente all’odierno centro di Castelruggero, distante da Policastro circa 15 chilometri (60).”. Il Guzzo (…), traeva queste notizie e postillava a riguardo nelle sue note (59 e 60), dal G. Volpe (…) e dal Cataldo (…). Pietro Ebner (…), a p. 481, nel vol. II del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), parlando di Torre Orsaia, scriveva in proposito: “……………..”. Il luogo su cui attualmente sorge Castel Ruggero, poi, considerato di grande importanza strategica già dai Longobardi, ospitò intorno al 1150 un accampamento di truppe di Ruggero II il Normanno (da cui il nome Castra Roggerii). Come abiamo già scritto, la prima notizia di un “Castrum Rogerii” è del 1110 (16). Corretta è l’ipotesi che attribuisce all’etimo del toponimo alla tradizione secondo cui Castel Ruggero venne fondato da Ruggero I d’Altavilla, conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo, alcuni anni dopo la distruzione di Policastro, avvenuta nell’anno 1065. Ci riferiamo però a Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo il Normanno. Conosciuto anche come il ‘Gran Conte Ruggero’ o Jarl Rogeirr. La prima notizia di un “Castrum Rogerii” è del 1110 (…). Corretta è l’ipotesi che attribuisce all’etimo del toponimo alla tradizione secondo cui Castel Ruggero venne fondato da Ruggero I d’Altavilla, conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo, alcuni anni dopo la distruzione di Policastro, avvenuta nell’anno 1065. La storia del paesino inizia intorno all’anno mille, all’epoca del condottiero normanno Roberto il Guiscardo, quando le incursioni dei pirati, la malaria e la distruzione di Policastro, messa in atto dallo stesso Guiscardo nel 1065, spinsero le popolazioni costiere a spostarsi verso zone più interne del territorio. Venne così a costituirsi un primo centro abitato nella “Terra Turris Ursajae”. Il luogo su cui attualmente sorge Castel Ruggero, considerato poi di grande importanza strategica dai Longobardi ospitò intorno al 1150 un accampamento delle truppe di Ruggero il Normanno, da cui il nome ‘Castra Roggerii’. Come abiamo già scritto, la prima notizia di un “Castrum Rogerii” è del 1110 (8). Corretta è l’ipotesi che attribuisce all’etimo del toponimo alla tradizione secondo cui Castel Ruggero venne fondato da Ruggero I d’Altavilla, conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo, alcuni anni dopo la distruzione di Policastro, avvenuta nell’anno 1065. Ci riferiamo però a Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo il Normanno. Conosciuto anche come il ‘Gran Conte Ruggero’ o Jarl Rogeirr. La prima notizia di un “Castrum Rogerii” è del 1110 (8). Corretta è l’ipotesi che attribuisce all’etimo del toponimo alla tradizione secondo cui Castel Ruggero venne fondato da Ruggero I d’Altavilla, conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo, alcuni anni dopo la distruzione di Policastro, avvenuta nell’anno 1065. La storia del paesino inizia intorno all’anno mille, all’epoca del condottiero normanno Roberto il Guiscardo, quando le incursioni dei pirati, la malaria e la distruzione di Policastro, messa in atto dallo stesso Guiscardo nel 1065, spinsero le popolazioni costiere a spostarsi verso zone più interne del territorio. Venne così a costituirsi un primo centro abitato nella “Terra Turris Ursajae”. Il luogo su cui attualmente sorge Castel Ruggero, considerato poi di grande importanza strategica dai Longobardi ospitò intorno al 1150 un accampamento delle truppe di Ruggero il Normanno, da cui il nome ‘Castra Roggerii’. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, a p. 59, in proposito scriveva che:

(Fig…) Nicola Corcia (…), vol. III, p. 59, parla di Castel Ruggiero e di Fistelia
Il Corcia (…), nel suo vol. III, a p. 59, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Giustiniani, Diz. geog., t. VIII, p. 56 “.
Ruggero I di Sicilia (fratello di Robero il Guiscardo) e suo figlio primogenito Simone
Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero o Jarl Rogeirr (Hauteville-la-Guichard, 1031 circa – Mileto, 22 giugno 1101), figlio di Tancredi d’Altavilla e fratello di Roberto il Guiscardo della dinastia degli Altavilla, Conte di Calabria, fu il conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Ruggero potrebbe essere giunto in Italia meridionale molto probabilmente nel 1057 attraverso la “via Francigena” per unirsi al fratello Roberto per il quale, alla morte del loro fratellastro Umfredo, si erano aperti spiragli di predominio. I due furono insieme nella conquista dei territori di Puglia e Calabria non ancora sottomessi. Ruggero fu inizialmente vassallo del fratello Roberto, duca di Puglia e di Calabria, come conte di Calabria, e stabilì la propria corte a Mileto, in Calabria. Proprio a Mileto, nel Natale del 1061, sposò la normanna Giuditta d’Evreux, figlia del conte Guglielmo d’Evreux e di Hadvise Gerè. Ancora in Calabria i fratelli Roberto e Ruggero si lanciarono alla conquista della Puglia e della Sicilia. Dalla prima moglie, Ruggero I, ebbe un figlio chiamato Giordano che non sopravvisse al padre. Non è certo se il suo secondo figlio maschio, Guglielmo, sia nato anch’egli fuori dai matrimoni oppure dalla sua prima o seconda moglie. Anche Adelasia (1074 – 1118), fu la terza e ultima moglie di Ruggero che la sposò nel 1087; era nipote di Bonifacio e apparteneva quindi alla famiglia degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Con Adelasia o Adelaide del Vasto, Ruggero I d’Altavilla, ebbe quattro figli. Il primo figlio Simone (1093 – 1105), Conte di Sicilia che come vedremo sarà affidata Policastro e poi avrà come terzo figlio Ruggero (1095 – 1154), futuro Re di Sicilia (Ruggero II d’Altavilla) e successore del padre. Tra i maggiori suoi cronisti dell’epoca vi è stato Guglielmo di Puglia, ‘Le gesta di Roberto il Guiscardo’, introduzione, traduzione e note di Francesco De Rosa, Cassino 2003 e, Goffredo Malaterra. Riguardo i cronisti dell’epoca, gli studiosi della bibliografia antiquaria come l’Antonini e il Troyli, traevano alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana”, che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (21). Goffredo Malaterra (…), anche noto come ‘Geoffroi Malaterra’ (… – XI secolo), è stato un monaco benedettino di origine normanna, autore del ‘De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius’, una cronaca sull’origine dei Normanni in Italia, con particolare attenzione per le spedizioni siciliane del Gran Conte Ruggero (Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo), che conobbe personalmente. Ma la sua narrazione si ferma a luglio del 1098. Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136)(22), a cui probabilmente si rifà l’Ughelli (18), fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico dell’epoca Normanna. La sua opera più importante, la ‘Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie’, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Si abbina bene con la cronaca del suo contemporaneo Falcone Beneventano, che si oppone invece a Ruggero. Dal punto di vistra strettamente bibliografico, le notizie storiche intorno all’epoca di Ruggero II re di Sicilia, sulla contea di Policastro e su Castel Ruggero, come abbiamo visto, dovremmo far riferimento ai cronisti dell’epoca, che ci hanno lasciato alcuni manoscritti. Verso la fine del secolo XI e durante il XII secolo, queste contrade erano dominate dai Normanni e dai parenti di Roberto il Guiscardo che si era impossessato di Policastro. Il Cilento, dopo il periodo Longobardo, nell’anno 1059, fu concesso in feudo a Roberto il Guiscardo da parte del suocero Gisulfo II, Principe di Salerno; Gisulfo II, Principe di Salerno, vinto, dovette cedere tutto a Roberto il Guiscardo, figlio di Tancredi d’Altavilla. Nel 1080 Roberto, liberato già dalla scomunica, veniva di nuovo fatto Duca di Puglia e Calabria “per vexillum” e, fatta edificare la Cattedrale di Salerno con marmi di Paestum, quando fu rinvenuto il corpo di S. Matteo Apostolo. Policastro, conquistato nel 1055 dal normanno Roberto il Guiscardo, fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘castellaro’ di Capitello. Al Guiscardo si deve, inoltre, la costruzione della navata centrale della Cattedrale, poi più volte ampliata nel corso dei secoli. Il Campanile, in particolare, fu edificato nel 1167. Come abiamo già scritto, la prima notizia di un “Castrum Rogerii” è del 1110 (8). Corretta è l’ipotesi che attribuisce all’etimo del toponimo alla tradizione secondo cui Castel Ruggero venne fondato da Ruggero I d’Altavilla, conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo, alcuni anni dopo la distruzione di Policastro, avvenuta nell’anno 1065. Ci riferiamo però a Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo il Normanno. Conosciuto anche come il ‘Gran Conte Ruggero’ o Jarl Rogeirr (nato ad Hauteville-la-Guichard nel 1031 circa e morto a Mileto il 22 giugno 1101), figlio di Tancredi d’Altavilla (il capostipite della dinastia degli Altavilla) e fratello di Roberto il Guiscardo. Fu Conte di Calabria e fu il primo conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Dalla terza ed ultima moglie, moglie Adelaide del Vasto (Adelasia), che sposò nel 1082, Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo, ebbe quattro figli, il primo del quale fu Simone (Simeone), Conte di Sicilia, nato nel 1093 e morto nel 1105, a cui diede Policastro. Ruggiero I (fratello di Roberto il Guiscardo), ebbe anche il terzo figlio, Ruggero II (1095-1154), futuro Re di Sicilia e successore del padre. Giuseppe Cataldo (16) nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattiloscritto inedito del 1973, che a p. 29, parlando di Policastro, riportava diverse notizie interessanti sul periodo di dominazione Normanna: “Morto il Guiscardo nel 17 luglio 1085 a Cefalonia per epidemia, lasciò a Ruggiero II, figlio della seconda moglie o nipote di Gisulfo II, il Ducato di Puglia e di Calabria. Ruggiero prese tanto a cuore le sorti di Policastro, che dal 1085 al 1111 la ricostruì, la difese e la curò come un vero padre. Indi la consegnò al figlio Simone col titolo di Conte. In questo periodo conclusivo dei lavori di restauro fu Vescovo Arnaldo….L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui ‘De Rogerio’….“. Ma il Cataldo (…), si sbagliava parlando di Ruggero II. Non si trattava di Ruggero II e nemmeno di Ruggero Borsa, figlio della seconda moglie di Roberto il Guiscardo e di Sichelgaita ma si trattava di Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo che nell’anno 1152, consegnò la contea di Policastro al figlio primogenito Simone. Ruggero I, fratello del Guiscardo e primo re di Sicilia, nell’anno 1152, lasciò il Cilento al figlio Simone. Primo Conte di Policastro fu suo figlio Simone, detto il Bastardo. Simone era il primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo). Il suo dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II re di Sicilia. Il Cataldo (16), proseguendo il suo racconto e, riferendosi a Ruggero II (ma sbagliava perchè si trattava di Ruggero I, fratello di Roberto, scriveva: “Ruggiero era già Re di Puglia, Calabria e Sicilia dal 1130, anno di nascita del Regno di Napoli”. Il Cataldo (16), prosegue scrivendo: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): ‘Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit’. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria.”. Il Laudisio (9-10), nella sua nota (52), di p. 17 di Visconti (10), riportava alcune notizie in merito alle origini di Castel Ruggero e, scriveva in proposito che le notizie erano stata tratte dall’Ughelli (18). Come scrive il Cataldo, la notizia è tratta dall’Ughelli (18), ma l’Ughelli, nel 1659, nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), scriveva a p. 758 (vedi Fig…): “In ora Lucaniae quam Principatum Citra appellant, Civitas Littoralis tota fere diruta Policastrum vocatur….Satis admodum ejus origo antiqua, nomen retinens a Graeco vocabulo, quasi Magnum Castrum. Amplam fuisse, indicant ejus vestigia, et ruinae. Diversis enim ex varia fortuna Bellis cessit in praedam. Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa: “il duca Roberto il Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 distrusse Policastro, che ha accompagnato il titolo di Re Rogerio magnificamente restaurato e decorato Simeone diede a suo figlio un bastardo.”, come possiamo leggere dallo stesso Troyli e dalle immagini illustrate nelle Figg. 3-4.
Policastro e Castel Ruggero per l’Antonini
L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, Discorso X, Parte II, a p. 415,sulla scorta dell’Ughelli (18), scrive a p. 415 che traendo alcune notizie dall’Ughelli (18), tomo VII, p. 542, alla sua nota (1), scrive:

e, così parla di Policastro e di Ruggero I d’Altavilla, di Simone suo figlio e di Castel Ruggero:



(Fig….) Pagine n. 416-417 (estratti), tratte dalla ‘Lucania’ , parte II dell’Antonini (…)
La Signoria dei Sanseverino
La casata dei Sanseverino ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia. L’Acocella (43), in un suo pregevole studio, scriveva in proposito: “Dopo l’anno 1097, nuove forse politiche ed egemoniche si affermarono nella zona…Tra i capi normanni, che miravano al dominio di essa si distinsero Troisio o Torgisio di Rota (che in seguito si disse S. Severino) e Guglielmo del Principato, che mirava a formarsi una signoria tra il Tanagro e il Golfo di Policastro. Spentasi la discendenza di Guglielmo, i discendenti di Torgisio rimasero padroni di gran parte del Cilento inferiore (44). Si puo dire che nei secoli a venire la storia del Cilento e delle nostre terre si identificherà con la storia della Badia di Cava e con quella, nel complesso benefica, dei potenti Sanseverino.”. Il cavaliere, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l’odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome. Secondo Infante (…), “nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo, il Cilento dovette trovare necessariamente la sua unità fino al 1083, quando incomincia il dominio effettivo della Badia di Cava sul feudo della Baronia di Castellabbate, come sarà chiamata dall’edificazione del castello nel 1127, in seguito alla conferma da parte del Guiscardo della donazione fatta da Gisolfo. Malgrado il Cilento fosse sotto la signoria dei Normanni, notiamo tra i feudatari molti di sangue Longobardo. Tra questi notiamo Guaimario, conte di Capaccio ed erede diretto dei Principi di Salerno. Guaimario, nel 1097, signore di Giffoni, donò alla Badia di Cava il casale di Massanova (…)”. Scrive sempre l’Infante, sulla scorta del Del Mercato (…) e dell’Acocella (…): “Nel 1082, il già citato Ruggero Sanseverino, capostipite della famiglia in Italia, dona alla Badia di Cava alcuni casali ed alcune terre nel Cilento. Nel 1083, il Guiscardo rinnovò alcuni privilegi donati da Gisulfo alla Badia di Cava, mentre tutto il resto del Cilento era governato dal visconte Boso. Nel 1085, muore il Guiscardo e diviene capo della gente Normanna il figlio Ruggero I d’Altavilla. Non sappiamo di preciso in quale anno il feudo del Cilento passa alla famiglia Sanseverino, la prima investitura è fatta a favore di Enrico figlio di Turgisio (…). Non si può escludere che la contea del Cilento fosse dei Sanseverino già prima del 1082, infatti le donazioni fatte da Ruggero in quell’anno indicavano già una loro signoria sul Cilento., d’altra parte il fatto che nel 1083, il Cilento fosse amministrato dal Visconte Boso, non esclude che i Sanseverino ne fossero Conti. Infatti, Turgisio Sanseverino nel 1113 fa alcune donazioni alla Badia di Cava. Le donazioni dell’epoca, non lasciano dubbi sul fatto che la famiglia Sanseverino fosse già feudataria del Cilento (….). L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.

(Fig…) La Molpa, immagine satellitale tratta da google maps
L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando della Molpa, scrive che i suoi numerosi e sicuri approdi naturali che furono molto utilizzati da Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia, nei suoi innumerevoli viaggi da e verso la Sicilia.


(Fig….) Antonini (…), pp. 374-375, tratta dal Vol. II, Parte II, Discorso VII sulla Molpa e su re Ruggero I Gran Conte di Sicilia
L’Antonini (…), cita un’episodio citato anche da Pierre Aubè (.…) nel suo, Roger II de Sicilie, e dal Del Buono (…), che in una sua pubblicazione sul ‘Basso Cilento’, postillava che:
Nel 1128, Ligorio, “Ligorius, filius quondam Mansonis comitis, qui videlicet Ligorius germanus fuit Guayferii”
Riguardo l’antico monastero di S. Angelo a Tresino ed il conte Mansone, Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino, a p. 178 riporta una ulteriore interessante notizia, infatti, in proposito ella scriveva che: “L’ingresso nel network cavense può dirsi compiuto solo nel maggio del 1128 quando ‘Iohanes iudex, filius quondam Leonis qui dicitur est de Costantina, et Ligorius, filius quondam Mansonis comitis, qui videlicet Ligorius germanus fuit Guayferii, olim genitoris Sice uxoris ipsius iudicis’, offrono a Cava la porzione dello stesso Ligorio e tutto ciò che della chiesa era appartenuto al suddetto Guaiferio (831).”. La Visentin, a p. 178, nella nota (831) postillava che: “(831) AC, XXII 54”. Dunque, è proprio in questo documento, della donazione all’Abbazia di Cava, nel 1128, del monastero di S. Angelo di Tresino che si possono chiarire i passaggi di proprietà e sopratutto l’origine del conte Mansone che poi ritroveremo nella notizia storica che riguarda Roccagloriosa. Infatti, la Visentin riporta la frase del documento in latino: “Giovanni il giudice, figlio dell’ex Leone, che si dice fosse di Costantino, e Ligorio, figlio dell’ex conte di Mansone, che evidentemente era cognato di Ligorio con Guayferius, un tempo padre di Sice, la moglie del giudice stesso”. Oppure: “l’ex Leonis, che si dice essere di Costantino, e Ligorius, figlio dell’ex conte Mansone, che evidentemente Ligorio era il fratello di Guaiferio, un tempo padre di Sice, la moglie del giudice stesso.”. Questo passaggio la Visentin lo chiarisce meglio proseguendo nel racconto. Infatti, a pp. 166-167, in proposito scriveva che: “Nel gennaio del 1126 Ugo, ‘que dicitur Mansella’, camerario del duca Guglielmo, e suo cognato Atenolfo, confermano a ‘Rossemannus’, priore della SS. Trinità, ‘integras terras cum vineis at terras etc……proprie gulia dicitur (761). Nel maggio 1128 Ruggero II che, attraverso Ligorio, ‘filius quondam Mansonis comitis’, e il giudice Giovanni, conferma all’abate cavense Simeone le terre, il ‘castrum’ e le cappelle di Santa Maria già contenute e ampiamente descritte nel documento del 1126 di Ugone ‘Mansella (764). Nel marzo del 1186 Guglielmo, etc…”. La Visentin, a p. 167, nella nota (761) postillava che: “(761) AC, F 34”. La Visentin, a p. 167, nella nota (764) postillava che: “(764) AC, XXII 55”. Dunque, “Ligorio” era figlio del defunto conte Mansone ecc…Amedeo La Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia”, dove a p. 27, in proposito scriveva che: “Che il monastero di Santa Maria ‘ad Gulia’ possa essere una fondazione degli atranesi o sia stato da essi riattivato, ci risulta deducibile anche dal fatto che costoro erano già presenti in loco con tutta la loro capacità imprenditoriale e non nuovi a fondazioni di chiese. Infatti, uno di essi, un certo Ligorio di Giovanni, aveva fondato quella di San Giovanni di Tresino (46) ed altri (tale Costantino di Giovanni e Giovanni Butrunino) possedevano terre in zona (47); etc…”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) CDC, vol. I, p. 388, nel 986 la concederà al presbiterio Bernardo.”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (47) postillava che: “(479 CDC, vol. I, p. 253; vol. II, p. 106”. Dunque, il La Greca ci parla di un “Ligorio figlio di Giovanni” mentre la Visentin ci dice di un “Ligorio figlio del conte Mansone”. Su questi personaggi e questa notizia il La Greca mi sembra meglio chiarire. Infatti, a p. 52, in proposito scriveva che: “Intanto, morto Guglielmo nel 1128, lo stesso re Ruggero provvide a confermare alla Badia le dette terre e pertinenze (92). In suo nome, alla presenza del giudice Ursone, il giudice Giovanni figlio del fu Leone e Ligorio figlio del fu Mansone, conte, unitamente al monaco Pietro detto Boso, rappresentante dell’abate di Cava Simeone, dichiarano che “….in pertinentiis Lucanie ubi proprie Gulia dicitur…., intra quas” etc…”. Il La Greca, a p. 52, nella nota (92) postillava che: “(92) ABC, XXII 55, A. 1128.”. Dunque, il La Greca scriveva che “Ligorio era figlio del fu conte Mansone”, Giovanni era figlio di Leone ecc.. Riguardo il duca Guglielmo, il La Greca si riferisce al duca Guglielmo, conte di Principato, il cuo camerario era Ugone Mansella e suo cognato Atenolfo, nel 1126. Poi scrive pure di re Ruggero II d’Altavilla che in quel tempo, anno 1128 si era impossessato di buona parte delle terre del Cilento.
Nel 1130, Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia, figlio di Ruggero I d’Altavilla
Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato (Adelaide o Adelasia del Vasto). Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Appena ereditato il trono del padre Ruggero I, confermò con il ‘Crisobollo’ (un privilegio di cui parleremo), dell’aprile 1131, le precedenti donazioni fatte dai suoi predecessori alla chiesa di Rofrano. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelaide del Vasto, riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1122). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei. Nel 1105, morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e suo cugino Guglielmo II, duca di Puglia (figlio e successore di Ruggero Borsa e Adela di Fiandra e nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria e da non confondere con il nipote di Ruggero II, Guglielmo II detto il Buono). Quando nel luglio del 1127, suo cugino Guglielmo II, morì senza figli ed eredi, Ruggero II reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le ‘Assise di Ariano’, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito. Il Laudisio (9-10), nella sua ‘Synopsi’, scriveva: “Il Re Ruggero”, (riferendosi a Ruggero II Re di Sicilia), fondatore di questo nostro Regno di Napoli, nel 1152,….nello stesso tempo, concesse al Vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero. Come risulta poi da un’antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia.”. Il Laudisio (…), si riferiva a re Ruggero I d’Altavilla (morto nell’anno 1101), il gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo, ed in particolare alla sua moglie vedova Adelasia che, nell’anno 1152, consegnò la contea di Policastro (che aveva insignito del titolo), al figlio primogenito Simone. Noi riteniamo che questa notizia debba essere ulteriormente indagata in quanto Ruggero I, non poteva donare la Contea di Policastro al figlio Simone nell’anno 1152, in quanto Ruggero I, morì nel 1101 e, non poteva essere nemmeno la madre di Simone, Adelasia, in quanto ella resse la reggenza fino al 1122, quando l’atro fratello di Simone, Ruggero II, ereditò il regno. Pertanto, noi crediamo che la donazione del 1152, a cui si riferiscono le cronache, doveva essere una conferma di Ruggero II. Infatti, il figlio di Ruggero I, Simone si ammalò e prese il comando del Regno suo fratello Ruggero II re di Sicilia, nel 1122. Ereditando il Regno del padre, Ruggero II, concesse il feudo o la Baronia di Castel Ruggero ad Arnaldo, secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro, e confermava le vecchie donazioni e privilegi concesse da suo padre Ruggero I, alla chiesa Paleocastrense. Forse proprio nell’anno 1152, Ruggero II d’Altavilla, terzogenito di Ruggero I, ereditando il regno del padre – essendosi ammalato il fratello Simone, confermò le precedenti donazioni e privilegi che il padre Ruggero I aveva fatto nelle nostre terre. In seguito, dopo la sua fortificazione, ‘Castum Rogerii’, si ingrandirà assumendo l’importante ruolo di difesa e di controllo dello stretto passo che attraversa l’antica e preesistente via carovaniera di penetrazione che dal mare, dal Golfo di Policastro, risaliva nell’interno verso il Vallo di Diano. Nel 1152 Policastro era stata dichiarata contea per volere del nipote del Guiscardo, Ruggero II re di Sicilia, terzo figlio di Ruggero I (fratello del Guiscardo) e, fratello di Simone. Il Guzzo (13), a p. 175, parlando di ‘Buxentum’, riporta alcune notizie e, sulla scorta del Cataldo (20) e il De Giorgi (14), scriveva in proposito che: “Intanto, morto Roberto il Guiscardo, nell’anno 1085, durante l’assedio di Cefalonia, era divenuto Re di Sicilia suo nipote Ruggero II, figlio di Ruggero I. Ruggero II, continuò e portò a perfetto compimento l’opera di ricostruzione della città intrapresa dal padre e, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro, insignita del titolo di Contea, a suo figlio bastardo Simone ed in questa stessa occasione Ruggero II offrì in dono alla sede Vescovile, insieme con la perpetua investitura baronale, il castello, detto da lui ‘De Rogerii’, corrispondente all’odierno centro di Castelruggiero…”. Il Guzzo (…), però commette lo stesso errore del Cataldo quando, riferendosi a Ruggero II, scrive che: Ruggero II, nell’anno 1152, consegnò la rinata Policastro, insignita del titolo di Contea, a suo figlio bastardo Simone”. Il Guzzo (…), sbaglia a scrivere che si trattava di Ruggero II, in quanto Simone era suo fratello e figlio di Ruggero I da cui aveva già ricevuto la contea di Policastro. Ruggero II, ereditato il regno, confermò le precedenti donazioni del padre. L’Ughelli (18), trae però la notizia – lo dice il Cataldo – dal cronista Normanno dell’epoca, Alessandro Telesino. A questo punto, il Cataldo, mette il riferimento bibliografico di “Alessandro Telesino: I, 3“. Ma, il Cataldo (…) sbaglia di nuovo in quanto il cronista Alessandro Telesino, come si può ben leggere nell’immagine di Fig. 5, non parla di re Ruggero I, fratello di Robero il Guiscardo, ma ci parla del nuovo erede al trono di Sicilia, ovvero di Ruggero II, fratello di Simone, ambedue figli di re Ruggero I. Come si può vedere nell’immagine di Fig…., che illustra la pagina ….., del Libro I, Cap. III, della ‘Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie’, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia, scritta da Alessandro Telesino (22), cronista dell’epoca, in cui si parla di re Ruggero II e di Simone.

(Fig. 5) Alessandro Telesino, Libro I, Cap. III, pubblicato in Del Re (32), p. 90
Nel 1131, il privilegio normanno e il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II
La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo pregevole studio Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, che si trova nel testo (vedi nota 11), in proposito alla baronia di Rofrano, scriveva: “Il castello di Rofrano fu governato dall’abate di Grottaferrata per più di tre secoli e, a dimostrazione del profondo legame che li ha legati e li lega tuttora, la locale chiesa di S. Maria assunse il titolo di S. Maria di Grottaferrata, vivo ancora oggi. Tale governo è documentato da esigue fonti archivistiche, alcune custodite nell’Archivio dell’abbazia, alcune presso altri istituti.”. Alcuni di queste fonti d’Archivio, che la Falcone cita, è il privilegio di Ruggero II d’Altavilla che concedeva all’abate Leonzio, su richiesta, la chiesa di S. Maria di Rofrano, sita nella diocesi di Policastro, con il suo cospicuo patrimonio formato da nove grange, cioè chiese dotate di terreni amministrati e gestiti direttamente da monaci. Secondo la studiosa Falcone (…), sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. Del documento normanno detto ‘Crisobollo’, abbiamo già parlato in un nostro saggio ivi pubblicato.
Nel 1136, all’epoca di re Ruggero II d’Altavilla, re di Sicilia, Gemma vendette un terreno
Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a pp. 333-334 parlando di “Policastro Bussentino”, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense vi sono alcuni documenti riguardanti Policastro, tra cui l’importante vendita di un censile che ci informa di Landolfo, “olim domini de policastro” (24). Nello stesso anno 1136, ma nel mese di marzo, a Policastro, Gemma, figlia del fu Leone, detto Maiozza, insieme al marito Nicola, figlio di Bonifacio, alla presenza del giudice Pietro, “de civitate paleocastro” vendettero al fratello di Gemma, Giovanni, la metà di un castagneto fuori della città di Salerno per 10 soldi di tarì salernitani (25).”. Ebner, a p. 334, nella nota (24) postillava che: “(24) I, ABC, XXIV, 2 agosto a. 1136, XIV, Salerno: nel monastero puellarum sancti georgii, esistente nella città di Salerno, di cui domna aloara dei gratia venerabilis abbatissa prehest, alla presenza del giudice Oto, la monaca Mabilia, figlia del fu Landolfo, olim domini de Policastro, vendette a Boemondo figlio del fu Erberto detto capo d’Asino (l’abbiamo visto genero di Troisio di S. Severino) unum hominem censilem spettantegli di nome Rocco, con moglie e figli, per 50 tarì salernitani. Grimoaldo notaio.”.

(Fig.…) Pietro Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, p. 334
La datazione dell’antico documento Normanno
L’Antonini (…), datava il documento: “Il diploma che ho presso di me tradotto dal greco, porta la data dell’anno del Mondo 6639., che secondo il computo ordinario corrisponde all’anno di Cristo, 1130 o 1131 (…). Sempre l’Antonini (…), riferiva che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini (…), nella sua nota (1) di p. 388, sulla datazione dell’antico documento Normanno, vi era enorme differenza con il computo che aveva fatto “Petavio Ratibn. Temp. par. lib. 3 e 2″, e dice che ivi egli scrive: “Olimpias prima coepit anno periodi Juliani 3938, qui est 777. ante Christiantum aeteram.”. L’Antonini, sulla scorta del Fazello (…) e di Giovanni Villani il Fiorentino, reputa che l’antica donazione di Ruggero II, Re di Sicilia, sia databile all’anno 1131. Quindi, nel 1130 o 1131, al tempo di Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (che era salito, nel maggio 1166 al trono appena dodicenne alla morte del padre Guglielmo II di Sicilia, sotto la tutela della madre), vennero confermati all’Abate Leonzio (dell’Abazia di Grottaferrata da cui dipendeva quella di Rofrano), alcuni privilegi e concessioni fatti anni prima da suo nonno Ruggiero II di Sicilia. L’Antonini (…), nella sua nota (2), sulla scorta del Fazello (…), scrive che: “Ruggieri fu coronato in Palermo nel MCXXIX; anzi che Gio: Villani il Fiorentino scrive, che Onorio II, fin dal MCXXV l’avesse dato il titolo di Re, onde vien ad essere prima di papa Innocenzo II, e dell’Antipapa Anacleto.”. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: “Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Ebner (3), afferma che la notizia è tratta dal ‘Catalogus baronum’ (…), del Borrelli (…), dove sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Lo studioso Giovanni Scandizzo, scrive che: “Da quel momento gli Abati di Grottaferrata ebbero la giurisdizione spirituale e civile su Rofrano, tanto che l’abate Nicola II, eletto proprio nel 1131, in una lapide ora conservata nel museo dell’Abbazia, fece scrivere: “Assunsi la carica di egumeno io, Nicola, signore di Grottaferrata e di Rofrano”. E il suo successore, Nicola III, che fu abate dal 1140 al 1153, viene definito rufranites, ossia rofranese, e questo testimonia lo stretto rapporto creatosi tra Grottaferrata e Rofrano. Questo rapporto durò fino alla seconda metà del XV secolo.”. Da quel momento gli Abati di Grottaferrata ebbero la giurisdizione spirituale e civile su Rofrano, tanto che l’abate Nicola II, eletto proprio nel 1131, in una lapide ora conservata nel museo dell’Abbazia, fece scrivere: “Assunsi la carica di egumeno io, Nicola, signore di Grottaferrata e di Rofrano”. E il suo successore, Nicola III, che fu abate dal 1140 al 1153, viene definito ‘rufranites’, ossia rofranese, e questo testimonia lo stretto rapporto creatosi tra Grottaferrata e Rofrano.
Altre donazioni dei duchi Normanni
L’Antonini (2), riferiva che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini (2), nella sua nota (1) di p. 388, sulla datazione dell’antico documento Normanno, vi era enorme differenza con il computo che aveva fatto “Petavio Ratibn. Temp. par. lib. 3 e 2”. L’Antonini, sulla scorta del Fazello (19) e di Giovanni Villani il Fiorentino, reputa che l’antica donazione di Ruggero II di Sicilia sia databile all’anno 1131. Guglielmo II di Sicilia, detto ‘il Buono’ (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. L’Antonini, sulla scorta del Fazello (…) e di Giovanni Villani il Fiorentino, reputa che l’antica donazione di Ruggero II di Sicilia sia databile all’anno 1131. Nel 1130 o 1131, al tempo di Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (che era salito, nel maggio 1166 al trono appena dodicenne alla morte del padre Guglielmo II di Sicilia, sotto la tutela della madre), vennero confermati all’Abate Leonzio (dell’Abazia di Grottaferrata da cui dipendeva quella di Rofrano), alcuni privilegi e concessioni fatti anni prima da suo nonno Ruggiero II di Sicilia. Fra le fonti d’Archivio, che la Falcone (10), scriveva in proposito: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. La Falcone (10), continua: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro ecc… (si veda nota 200).”. Infatti, è proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parleremo oggi, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. Si tratta di un crisobolla’ o un privilegio concesso dal Re di Sicilia, il Normanno Ruggero II d’Altavilla, figlio di Ruggero I o Ruggero Borsa. Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Inoltre, la Falcone (10), scriveva in proposito: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. La studiosa Falcone (…), sulla scorta di Ebner (…), faceva notare che: Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”.
Turris Petrusiae, Petralia, Torre della Petrosa, Petrasia
Nutriamo dei dubbi sulla citazione di Ebner e dei due studiosi Natella e peduto, circa una ‘Petrosa’ e ‘Turris Petrusiae’. Lo storico Pietro Ebner (7), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, ci parla sia di Castel Ruggero che di Torre Orsaia, dicendo molto poco o quasi niente sul periodo delle origini e della dominazione Normanna nell’area. Riguardo il secondo, Torre Orsaia, scriveva: “Il villaggio, dalla torre, fu detto dapprima Torre inferiore a distinguerlo da quello detto Torre superiore (odierno Castel Ruggero), forse la ‘Turris Petrusiae’ (vedi oltre), di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due abitati erano feudi della mensa vescovile di Bussento-Policastro. Il Laudisio (…) ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro £ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 481, parlando del casale e degli Statuti di Torre Orsaia, sulla scorta di Onofrio Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Detta prima Torre Inferiore mentre la Torre superiore era il “castrum Rogerii” (odierno Castel Ruggiero), forse la “Turris Petrusiae” di cui parla l’Ughelli nell’affermare che i due casali erano feudi della mensa vescovile di Policastro. I vescovi bussentini, per sfuggire al succedersi delle incursioni saraceniche su Policastro, cercarono rifugio all’interno, e cioè a Torre Orsaia. Il casale finì per essere riconosciuto (XIII secolo) come loro franco allodio (1) con l’affermarsi della loro signoria nel luogo. Infatti, convenuti davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli nel 1524 da Giovanni Carrafa, conte di Policastro, i presuli non poterono esibire l’originale privilegio di concessione, diversamente dal conte attore che, nell’esibire il diploma di concessione della Contea (v. p. sgg.), dimostrò che gli abitanti di Torre Orsaia l’avevano sempre riconosciuto come loro signore in occasione del pagamento dell’adoa, dei meritaggi e del riscatto del figlio Pietro Antonio, fatto prigioniero dai francesi. Chiarì pure che Castel Ruggiero, su cui i vescovi vantavano il dominio, era stato fondato e fortificato da Antonello de Petrutiis e che proprio dal primo ministro di re Ferrante aveva preso il nome di “la Petruccia” (2). A loro volta i vescovi sostennero che, come confermava lo stesso diploma di concessione della contea, i Carrafa vantavano su Torre Orsaia, la sola giurisdizione criminale, esibendo i capitoli originali concessi dal de Petruttis (“regius consiliaribus ac secretarius, utilis domini civitatis Policastri ac iurisdictionis casalis Turris”). I capitoli vennero impugnati di falso dai procuratori del conte, ma l’esame calligrafico delle firme di Antonello e del figliuolo Giovanni Antonio (confermava “que genitor hoborandus concessit”) vennero riconosciute autentiche nel 1544 dal vescovo di Muro Severo de Petruttis, superstite figliuolo di Antonello, dall’abbate Berardinetto di Franco (era stato ufficiale della cancelleria di re Ferrante e intimo del primo ministro) e pure dal pronipote Francesco M. de Petrittis Orsini che aveva ereditato, e conservava, l’archivio del ministro nella sua abitazione di Chieti (3). La vertenza fu conclusa da una sentenza della Real Camera (22 maggio 1563) che confermò al conte di Policastro la solo giurisdizione criminale di Torre Orsaia (f 1364). Il Pasanisi (4), che pubblicò gli statuti, afferma che i vescovi finirono per diventare i signori del luogo, tanto è vero che il censo della “pregata. Ecc…”. Pietro Ebner (…), vol. II, a p. 481, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Processi della Cmmissione feudale, n. 2599, vol. 441, f 365.”. Ebner (…), a p. 481, nella sua nota (2) postillava che: “(2) R. Camera della Sommaria, processi, n. 6255, vol. 574, ff 38, 39, 50 e 199 v.”. Ebner (…), vol. II, a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(3) R. Camera della Sommaria, processi, n. 1419, n. 153, p. a. ff 908 e 909 v.”. Ebner (…), a p. 482, nella sua nota (3) postillava che: “(4) O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 37 sgg.”.
Nella pagina successiva, l’Ebner, scrive che: “La Torre venne ricostruita e potenziata da Antonello de Petruciis, primo ministro di Re Ferrante, quando era signore del luogo, per cui il nome di ‘Turris Petrusiae’. L’Ebner, quindi, disserta su ciò che affermava il Laudisio (…), senza spiegare quale fosse l’antico manoscritto da cui il Laudisio traeva notizie. Ebner, prosegue su Torre Orsaia, citando il Laudisio (che abbiamo già esaminato) ed il Troyli. Noi, ci fermiamo all’epoca Normanna. Riguardo invece il feudo di Castel Ruggero, l’Ebner, nel suo vol. I, scriveva: “Come ho detto nello scrivere di Torre Orsaia, i vescovi bussentini, per sfuggire al succedersi delle scorrerie saracene su Policastro, si rifugiarono nell’interno a Torre inferiore (Torre Orsaia).”. Anche in questo caso, l’Ebner, non dà alcun riferimento bibliografico se non quello del Laudisio e del Troyli, che abbiamo già peraltro esaminato. La ricostruzione che fa l’Ebner è interessante ma nessuno accenno ai documenti Normanni. Nel pregevole studio dei due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (3), che nel 1973, parlano di Policastro, vi sono accenni alla storia di Castel Ruggero e, scrivevano: “Unico riferimento preciso nella breve storia di Policastro del Volpe (20) è da considerarsi la sua dichiarazione circa le mura della città, che vennero formate sotto Ruggiero I (20): rifatte, per meglio dire, nella stuttura che attualmente è visibile. La notizia riceve conferma non dubbia dal geografo Edrisi (1139-1154) che così si esprimeva: ‘Da Molva a b. lìquast. rù ventiquattro miglia. E’ fortilizio grande e popolato vicino al quale da tramontana (scorre) un fiume (Bussento) (…).“. E’ corretto ciò che affermano i due studiosi quando credono che la citazione di Edrisi (26) nel suo ‘libro del re Ruggero’ (1139-1154), scritto proprio al tempo di re Ruggero I di Sicilia, parlando della costa e del litorale da Molpa a Palinuro, scriveva: ‘Da Molva a b. lìquast. rù ventiquattro miglia. E’ fortilizio grande e popolato vicino al quale da tramontana (scorre) un fiume (Bussento) (…).“, confermando che a Policastro furono costruite possenti mura fortificate ma ciò non ha nulla a che fare con ‘Petrosa’ o con Torre Orsaia. La citazione di una ‘Petrosa’, nel ‘libro di Re Ruggero’ del geografo Edrisi (26), non è riferibile a Torre Orsaia. Nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’, finito verso l’anno 1154, del geografo al-Idrisi (26), dei due studiosi Amari e Schiapparelli, essi scrivono che il geografo di re Ruggero II, non solo citava il porto di Sapri, ma secondo la traduzione dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del testo in arabo di al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, scrive: “Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” (1). Poi aggiunge: ” Da questo Capo a qast.r.k.lì (Castrocucco) tredici miglia” . Nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.“. Edrisi, fu invitato dal re Ruggero II di Sicilia a corte a Palermo, dove realizzò una raccolta di carte geografiche note con il titolo “Il libro di Ruggero”. Quindi, da ciò che leggiamo dai due studiosi Natella e Peduto e dal Volpe (20), notiamo che essi si riferiscono a Ruggero I, mentre Edrisi, ha scritto al tempo di re Ruggero II di Sicilia. E’ vero che nei documenti dell’epoca di Antonello Petrucci e della Congiura dei Baroni, sotto Carlo II d’Angiò, chiamava Torre Orsaia (la Torre Inferiore), “Turris Petrusiae”, ma è anche vero che il Malaterra (…), raccontando dell’assedo di Aiello in Calabria e, con il Cap. XXXVIII, ci parla della costruzione di un castello a ‘Petralia’. Il Lo Curto (…), nella sua traduzione del Malaterra, scrive che il conte Ruggero d’Altavilla: “..nell’anno del signore del 1066 edificò a Petralia un castello fuori delle mura della città fortificandolo con molta cura mediante torri e bastioni..”. Nella carta corografica d’epoca aragonese, ricca di toponimi che non figurano in nessun’altra carta geografica del Regno, da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig….)(….), come si può ben vedere, figura il toponimo di ‘Petrasia’ – molto simile al toponimo citato dal Malaterra (…), è posta sulle alture subito vicino la costa, quasi in corrispondenza dell’attuale Villammare, ove attualmente si può vedere la Torre della Petrosa, che prende il nome dell’attuale località di Villammare, ovvero località Petrosa. Villammare, era la marina od il porto di Vibonati o ‘Li Bonati’.

(Fig. 7) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli (2).
‘Castrum Rogerii’, seconda linea di difesa Angioina
Successivamente furono gli Angioini a potenziare la roccaforte a causa della Guerra del Vespro per fronteggiare le frequenti scorribande di Almugaveri (Saraceni Arabi) che al soldo di Pietro d’Aragona cercavano in tutti i modi di risalire dalle Calabrie verso la conquista di Napoli, capitale del Regno, sul cui trono sedeva Carlo I d’Angiò. Alle spalle di una prima linea di difesa formata da Capitello, S. Marina e Bosco, sempre risalendo il fiume Bussento, ne fu fatta una seconda con centri a Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castel Ruggero. Dei tre centri, solo il primo figura nell’elenco dei piccoli centri del Regno (feudi), in cui la popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della Guerra del Vespro (15). Per l’argomento, si veda pure il Carucci (6), nel suo pregevole volume II, al suo ‘Codice diplomatico Salernitano del secolo XIII’.


(Figg. 8) Documento Angioino del 1271 (15), pubblicato Minieri-Riccio (16), dove non figurano le presenze focatiche di Torre Orsaja e a Castel Ruggero.
Le precedenti donazioni dei re Normanni al feudo ed alla chiesa di Rofrano
L’Antonini (…), riferiva che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. L’Antonini (…), nella sua nota (1) di p. 388, sulla datazione dell’antico documento Normanno, vi era enorme differenza con il computo che aveva fatto “Petavio Ratibn. Temp. par. lib. 3 e 2”. L’Antonini, sulla scorta del Fazello (19) e di Giovanni Villani il Fiorentino, reputa che l’antica donazione di Ruggero II di Sicilia sia databile all’anno 1131. Guglielmo II di Sicilia, detto ‘il Buono’ (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. L’Antonini, sulla scorta del Fazello (…) e di Giovanni Villani il Fiorentino, reputa che l’antica donazione di Ruggero II di Sicilia sia databile all’anno 1131. Nel 1130 o 1131, al tempo di Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (che era salito, nel maggio 1166 al trono appena dodicenne alla morte del padre Guglielmo II di Sicilia, sotto la tutela della madre), vennero confermati all’Abate Leonzio (dell’Abazia di Grottaferrata da cui dipendeva quella di Rofrano), alcuni privilegi e concessioni fatti anni prima da suo nonno Ruggiero II di Sicilia. Fra le fonti d’Archivio, che la Falcone (10), scriveva in proposito: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127.”. La Falcone (10), continua: Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro ecc… (si veda nota 200).”. Infatti, è proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parleremo oggi, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. Si tratta di un crisobolla’ o un privilegio concesso dal Re di Sicilia, il Normanno Ruggero II d’Altavilla, figlio di Ruggero I o Ruggero Borsa. Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla, fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Inoltre, la Falcone (…), scriveva in proposito: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (..), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239.
Nel 1135, Rainulfo di Alife, feudatario di Molpa al tempo dello scontro con Ruggero II
Da Wikipedia leggiamo che Rainulfo di Alife, detto de Airola, della famiglia Drengot Quarrel, (1093 circa – Troia, 30 aprile 1139), è stato un nobile normanno, conte di Alife, Caiazzo, Sant’Agata de’ Goti, Telese (1115-1139) e, in fasi alterne, di Avellino, Mercogliano, Ariano e Troia, nonché duca di Puglia (1137-1139). Era figlio del conte Roberto di Alife e di Gaitelgrima. Investito del titolo di conte sin da 1108, quando era ancora un fanciullo, incontrò papa Callisto II a Benevento nel 1120, fornendo atto di omaggio. Ebbe poi una dura lite col pontefice, risolta con la restituzione del monastero di Sancta Maria in Cingla presso Alife all’abbazia di Montecassino. Nel 1127, auspice il papa Onorio II, si alleò con Roberto II di Capua nel tentativo di contrastare la successione di Ruggero d’Altavilla al ducato di Puglia; questi riuscì a imporsi, ma dovette concedere a Rainulfo il possesso feudale della contea di Ariano. Dopo una breve alleanza con il sovrano, presto tornò ad opporglisi: nel febbraio 1130, alla morte di Onorio II, Rainulfo si schierò con il Papa legittimo Innocenzo II, contro l’antipapa Anacleto II. Ruggero, duca di Puglia e di Calabria e padrone della Sicilia, aveva riconosciuto come valida l’elezione di Anacleto ed ebbe in ricompensa la corona di Sicilia, il 25 dicembre 1130. Ma alcuni nobili feudatari normanni, che già da tempo mordevano il freno, non accettarono il nuovo sovrano e da qui si scatenarono gli eventi che portarono allo scontro militare il 24 luglio 1132 sul fiume Sarno presso Scafati. La battaglia di Scafati dapprima favorevole alle truppe regie, terminò in una disastrosa sconfitta per Ruggero. All’agosto del 1132 si fa risalire, secondo la tradizione, l’arrivo da Roma ad Alife delle reliquie di san Sisto, ottenute da Rainulfo che le aveva chieste al papa (Anacleto II). Nella primavera dell’anno seguente Rainulfo e Roberto si recarono a Roma dove prestarono giuramento a Lotario II, sceso in Italia per farsi incoronare imperatore da Innocenzo II (4 giugno 1133). Mentre i due erano assenti, Ruggero tornò alla riscossa catturando la moglie di Rainulfo (sua sorella Matilda) e il figlioletto: Rainulfo e Roberto dovettero rientrare precipitosamente, ma finirono col capitolare (giugno-luglio 1134). Rainulfo ottenne comunque la restituzione dei familiari. Nel luglio 1135, una nuova rivolta capeggiata da Rainulfo provocò la reazione del re, che entrò in Aversa, Capua e Alife con un esercito guidato dal cancelliere Guarino, costringendo Rainulfo a trovare rifugio in Napoli, unica città a resistere. Nel marzo 1136 Rainulfo e il fratello Riccardo di Rupecanina, con l’appoggio del Papa legittimo Innocenzo II, chiamarono in Italia l’imperatore Lotario. Innocenzo II e Lotario II di Supplinburgo, concentrarono a maggio 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole, assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga, quindi conquistarono la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il Pontefice tenne il Concilio di Melfi V nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I Padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore Lotario II di Supplimburgo delegittimò Ruggero II di Sicilia, della rivale Casata Altavilla, in favore di Rainulfo III di Alife, della Casata Drengot, nuovo Duca di Puglia. Poi a Benevento alla fine dell’estate Innocenzo e Lotario investirono Rainulfo del ducato di Puglia, mentre la contea di Alife passava a Riccardo. Ma, ripartito l’imperatore, Ruggero sbarcava di nuovo a Salerno ai primi di ottobre per ristabilire la sua autorità sulle città ribelli. Una nuova battaglia si svolse il 29 ottobre 1137 presso Rignano Garganico, dove il re, nuovamente sconfitto, perse molti soldati e trovò scampo nella fuga. La controffensiva regia, causò il grave saccheggio di Alife e Telese, ma le principali città della Puglia in mano a Rainulfo (Troia, Melfi, Canosa e Bari), non subirono alcun danno. Il Papa l’8 aprile 1139, scomunicò Ruggero, ma il 30 dello stesso mese Rainulfo morì. Solo con la morte di Rainulfo, forse causata da errori medici, Ruggero poté conquistare l’intera Italia Meridionale. Da Wikipedia, alla voce “Ruggero II” leggiamo che nel luglio 1135 una nuova rivolta capeggiata da Rainulfo provocò la reazione del re, che entrò in Aversa, Capua e Alife con un esercito guidato dal cancelliere Guarino, costringendo Rainulfo a trovare rifugio a Napoli, unica città a resistere. Contemporaneamente il previsto attacco di Lotario a Ruggero aveva guadagnato l’appoggio di Pisa, Genova e dell’Imperatore d’Oriente Giovanni II Comneno, ciascuno dei quali temeva la crescente potenza del regno normanno. Nel febbraio 1137 Lotario cominciò a spostarsi verso il Sud e fu raggiunto da Rainulfo e dai ribelli. A giugno assalì e prese Bari. Innocenzo II e Lotario concentrarono a maggio 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole e assediarono la città di Melfi, costrinsero Ruggero II alla fuga, quindi riuscirono a conquistare la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il Pontefice tenne il Concilio di Melfi V nel castello del Vulture nell’anno 1137: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I Padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’Imperatore Lotario II, delegittimò Ruggero II, in favore di Rainulfo di Alife, della famiglia Drengot, nuovo duca di Puglia. L’Imperatore rientrò in Germania. Ruggero, liberato dal pericolo incombente, riprese terreno, saccheggiò Capua e costrinse Sergio VII ad accettarlo come Signore di Napoli. A Rignano Garganico Rainulfo di nuovo sconfisse il Re, ma nell’aprile del 1139 morì e Ruggero sottomise gli ultimi ribelli. Solo con la morte di Rainulfo, forse causata da errori medici, Ruggero poté conquistare l’intera Italia Meridionale. Rainulfo sposò Matilde di Altavilla, figlia di Ruggero I di Sicilia, dalla quale ebbe il figlio Roberto e una figlia, Adelicia Drengot, che sposò Rainaldo dell’Aquila, Conte di Avenel. Da Adelicia Drengot e Rainaldo dell’Aquila nacque Matilde Avenel che sposò il Conte di Butera, Costantino II Paterno. Rainulfo era cognato di Ruggero II d’Altavilla.
Sulla figura del conte Rainulfo o Ranulfo di Alife, recentemente Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 22, nella nota (23) postillava che: “(23) Scriveva nel 1781 Lucido Di Stefano, governatore baronale di Centola, che “sebbene il Porto del medesimo (il Mingardo) oggi più non esiste, perchè terrapienato, pure il medesimo era appunto ove da marinai si fa la pesca de’ pesci colle sciabiche nella Molpa” (L. Di Stefano, Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro, Centro di Cultura e Studi Storici “Alburnus”, Salerno, 1994, vol. I, p. 173).”. Infatti, Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, il suo manoscritto pubblicato recentemente dal Comune di Acquara con testo tradotto e a cura di Barra e Capano e altri, parla della Molpa ed in proposito, nel Libro I, a p. 178, in proposito scriveva (sulla scorta dell’Antonini) che: “Fu poi, come scrive il Sig. Antonini, nel 1113 da’ Saraceni saccheggiata con tutta la Regione di Lucania. Appresso fu nuovamente saccheggiata dal Re Ruggiero in uno de’ suoi viaggi da Sicilia, e smantellate le Mura, che la cingevano, dal che ne venne la totale sua ruina e diserzione, e de’ suoi Casali, a riserba di Pisciotta, come scrive il citato Antonini. Etc…”. Il Di Stefano, che fu governatore di Centola scriveva soprattutto sulla scorta del Vescovo di Capaccio Mons. Nicolai sostenendo la sua tesi che la Molpa in origine fosse “Bussento”, sede Vescovile. Il Di Stefano, a pp. 233-234 discorrendo della Contea di Capaccio al tempo di re Ruggero II scriveva che: “Il Baron Antonini nella par. 2 Disc. 3, pag. 255 not. (1) scrivendo che “a tempo del Re Ruggieri era tenuta Capaccio dal famoso Ranulfo di Alife, ed allorche (erasi egli già a Ruggieri ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: ‘Capacium munitissimum ejus Oppidum, quo iter assumpserat, timido corde regreditur’, scrive l’Abbate Celesino su’l principio del lib. 3. Dice di più nel Disc. 3, pag. 374, che detto Ruggiero distrusse la Molpa, che da un nipote (238) di esso Conte Rainulfo si teneva Melfi, Troja, Avellino, Alife, ed altri Luoghi, portando nella not. (2) l’opinione dell’Anonimo Cassinese, che ‘Aliphas Rogerius redegit in cinerem’ l’anno 1133, etc…”. Dunque, il Di Stefano cita alcuni passi dell’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, a p. 255 (I edizione del 1745, mentre nell’edizione del 1795 è a p. 247) parlando di Capaccio, in proposito scriveva che: “Questo luogo, perchè di sua natura forte, sin da tempo de’ Normanni fu sempre da persone di conto (I) posseduto.”. L’Antonini, a p. 255, nella nota (I) postillava che: “(I) A tempo di Re Ruggieri era tenuto Capaccio dal famoso Ranulfo Conte di Alife; ed allorchè (erasi egli già a Ruggiero ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: “Capaciam munitissimum ejus Oppidum, quo iter assumpserat, timido corde regreditur” scrive l’Abate Celesino sul principio del lib. 3.”. L’Antonini, sulla scorta dell’Abate Celesino scriveva che Capaccio, al tempo di re Ruggero II “era tenuto Capaccio dal famoso Ranulfo Conte di Alife”. L’Antonini scriveva pure che, al tempo di re Ruggero II e, quando il conte Ranulfo si era già a lui ribellato, intuendo che re Ruggero II venisse a punirlo dalla Sicilia, egli “tornò con il cuore timoroso alla città dove aveva preso il suo viaggio, la città più fortificata”. Il Di Stefano, sempre sulla scorta dell’Antonini scriveva pure che l’Antonini, “Dice di più nel Disc. 3, pag. 374, che detto Ruggiero distrusse la Molpa, che da un nipote (238) di esso Conte Rainulfo si teneva Melfi, Troja, Avellino, Alife, ed altri Luoghi, portando nella not. (2) l’opinione dell’Anonimo Cassinese, che ‘Aliphas Rogerius redegit in cinerem’ l’anno 1133, etc…”. Questa notizia l’abbiamo analizzata in precedenza. Sempre il Di Stefano ci fa notare che l’Antonini, “nella sua Lettera al Signor Egizzio su la ‘Geografia’ del Sig. Langlet pag. 137, la porta dallo stesso Re bruciata nel 1129.”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, nel suo “Lettera D. Matteo Egizio al Sig. Langlet du Fresnoy o siano osservazioni sulla Geografia etc…”, in “Altra lettera del barone Antonini in risposta del Sig. Matteo Egizio scritta da Parigi a 14 settembre 1739”, a p. 137 riferendosi ad Alife (non alla Molpa), in proposito scriveva che: “…e ‘l Vescovo non vi abita per l’aria malsana. Vuò però ben credere che quando nel MCXXIX fu assediata, e bruciata dal Re Ruggieri, avesse avuto ancora belli edifizj etc…”.
Il Di Stefano dissertava e ragionava sulle date ed infatti aggiungeva che: “Da tale autorità mi surge una difficoltà, che se Guaimario suddetto cedé a Sica sua sorella nel 1137 la Contea di Capaccio, come col Pellegrino scrive il Volpe, come poi, secondo l’opinione dell’Abbate Celesino, Rainulfo era Conte di Capaccio nel 1129 o 1133, in tempo che Alife fu incenerita, cioè, otto, o quattro anni prima, che Guaimario si fé Religioso ? e perciò io pensavo, o la destruzione di Alife seguì dopo detto anno del 1137. Di fatto nello scrivere ciò, ho rattrovato nella Storia di Falcone Beneventano, che minutamente, come testimonio di veduta scrisse le guerre da esso Re fatte nel Regno, che Alife fu destrutta nell’anno 1138; onde resta già sciolta la mia difficoltà.”. Pietro Ebner (….) nel vol. I, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 605, dove, parlando della “Capaccio”, in proposito scriveva che: “Nell’età del re Ruggiero pare (19) che fosse signore di Capaccio Rainolfo di Alife. Nel 1132 l’abate Landone della chiesa di S. Nicola (20), costruita a “casa vetere” sotto il vecchio castello e appartenente a Giovanni, figlio di Gregorio, figlio di Pandolfo di Capaccio, dichiarò che la chiesa possedeva un terreno e un fabbricato fuori la città nuova di Capaccio, non molto lontano dalla “porta que dicitur de pagagno” e che per ordine di Giovanni concedeva a tre fratelli.”. Ebner, a p. 605, vol. I, nella nota (19) postillava che: “(19) Antonini, cit., I, p. 247, n. 2”. Il barone Giuseppe Antonini, ripreso più volte dal Di Stefano citava spesso l’“Abate Celesino”. Io credo che vi fosse un errore di stampa perchè l’autore che cita l’Antonini non è “Celesino”, un abate di chissà quale monastero ma si tratta di Alessandro di Telese detto il “Telesino”, o “Alessandro Telesino” (….). E’ molto strano perchè l’Antonini (….), a p. 375, nella nota (I) parla distintamente dellìAbate Telesino e non “Celesino”.

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’
Tuttavia, in Wikipedia leggiamo essere Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136) fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia benedettina del Santissimo Salvatore a Telese, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II. Dunque, il chronicon di Alessandro di Telese (….) è il testo scritto in latino “Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie”, oppure più correttamente il testo “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Gestis Rogerii Siciliae Regis” e “Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium”. Dall’unico manoscritto esistente (Barcellona, Biblioteca Central, cod. 996), una copia redatta a Monte Cassino intorno al 1330 e portata in Spagna al tempo dell’occupazione aragonese, l’antiquario Jerónimo Zurita y Castro trasse la editio princeps nel 1578, priva degli ultimi capitoli (da questa derivano Muratori e Del Re). L’Antonini scriveva che, all’inizio del testo del Libro III egli ci parla di re Ruggero II d’Altavilla e lo scontro con il conte Rainulfo d’Alife. Nel testo “Alessandro di Telese – Ruggero II Re di Sicilia” a cura di Vito Lo Curto (….) pubblicato a Cassino nel 2003, con traduzione e commenti, all’inizio del Libro III. Il Libro III si apre col Cap. I: “Ruggero si ammala. Muore sua moglie Alberia. Essendosi diffusa la falsa notizia della morte del re, il Principe Roberto da Pisa si dirige a Napoli con una schiera di soldati.”. Il cap. II, a p. 143: “Rainulfo, pensando che il re sia morto, cerca di recuperare le terre perdute.”. Dunque, i fatti citati dall’Antonini, narrati da Alessandro di Telese, risalgono a dopo la morte della prima moglie di re Ruggero II d’Altavilla e, subito dopo la conferma a re di Sicilia nel 1130. In particolare l’Antonini, sulla scorta del Telesino scriveva della ribellione del conte Rainulfo e che: “Ranulfo Conte di Alife; ed allorchè (erasi egli già a Ruggiero ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero II d’Altavilla sposò prima del 1118 Elvira di Castiglia (circa 1100 – 1135). Morta Elvira, solo nel 1149, cioè dopo ben quattordici anni di vedovanza (con la preoccupazione della successione dinastica dopo la morte in successione dei suoi primi tre figli maschi), si unì in matrimonio con Sibilla di Borgogna (1126 – 1150).
Tuttavia, sebbene avessi approfondito le mie ricerche sul nipote del Conte Rainulfo che teneva la fortezza della Molpa al tempo di re Ruggero II d’Altavilla, ancora nulla si sa. Sulla figura del conte Rainulfo o Ranulfo di Alife, Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 97, in proposito scriveva pure che: “….e della città di Benevento che dal Papa si pretendeva, come alla sede Apostolica appartinente, a qual’effetto il Pontefice fé lega con Roberto nuovo Principe di Capoa, e con Rainulfo Conte d’Alife cognato di Ruggiero, del quale ho parlato nel lib. 3 Disc. I chi invasero la Puglia per ordine del Papa, etc…”. Il Di Stefano, nel Libro III parlando della Contea di Capaccio, di Rainulfo di Alife, dei Comite a Capaccio e, sulla scorta di Filiberto Campanile (….), che egli chiama “Il Duca della Guardia”, a pp. 12-13-14, in proposito scriveva che: “Di costui e delle sue prodezze parla lungamente Falcone Beneventano nella ‘Storia del Re Ruggiero’, contro di cui fé cose inaudite chiamandolo però ‘Rainulfo’, ch’era Conte d’Avellino, di Alife, etc. e Principe etc….Aveva Rainulfo in moglie Matilda, sorella dello stesso Re. Venne la nemicizia tra loro, perche avendo Rainulfo un giorno ingiuriata la Contessa sua moglie, ed indi essendo andato a Roma, mandatovi da Ruggiero, questo in tal tempo fattasi venire la medesima col figlio, per vendicarsi, la mandò in Sicilia nel 1132 con detto suo figlio; onde poi cotanto tra loro guerreggiato, che se detto Conte non moriva, difficilmente il Re avrebbe acquistato la Puglia, e l’altre Regioni nostrali. Tolto Salerno al Re dal Som. Pontefice Innocenzo II, e da Lotario Impe., nel 1137 etc…..Morì Rainulfo nella Città di Troja di Puglia nell’anno 1139, e seppellito in quel Duomo etc…Dopo la morte di Rainulfo il Re s’insignorì di tutta la Puglia, del Principato di Capua, e del Ducato di Napoli, etc…”. Dunque, Rainulfo era cognato di re Ruggero II d’Altavilla, in quanto ne aveva sposato la sorella Matilda d’Altavilla, figlia di Ruggero I d’Altavilla e di …………
Nel 1135, il conte “Rainulfo” o “Rainolfo”, feudatario della città di Molpa ai tempi di re Ruggero II e suo nipote che la teneva: città e fortezza
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi”, vol. II, Parte II, Discorso VII, nel suo “Discorso VII – Di Palinuro, e della Molpa”, a p. 373-374-375 parlando della Molpa e, dopo aver detto di una donazione ad “Alderuna” del 1119, riferendosi a re Ruggero I d’Altavilla, re di Sicilia, in proposito scriveva che: “Non passarono molti anni etc…”, quindi dopo l’anno 1119, ovvero forse l’anno……, “che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Etc…”. L’Antonini, a p. 374 proseguendo il discorso sui viaggi che re Ruggero I d’Altavilla intraprese per necessità dalla Sicilia per Napoli doveva far sosta alla Molpa “Quindi si vede che per necessità dovette Ruggieri tant’altre volte tornare quì per ripartirne. Etc…”.

Sempre a p. 374, l’Antonini proseguendo il suo racconto e scriveva che: “Alcuni per tradizione dicono, che i Molpitani avendo preso ciò che dal naufragio d’una delle navi era al di loro lido approdato, senza volerlo restituire, l’avesse egli nel MCXXXV (1135) per vendetta saccheggiata, e smantellata di mura, che mai più si rifecero. Vogliono altri ( e questa sentenza appare la più verosimile) ch’ essendosi sparsa per Italia novella della morte di Ruggieri, tutti, o la maggior parte dè luoghi del Regno si sollevarono, fra quali anche la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggieri velocemente quì accorso, ne smantellò le mura, come fece a Melfi, a Troia, ad Avellino, ad Allife (2), e ad altri luoghi men forti ancora (3); etc…..Questo smantellamento di mura cagionò alla Molpa l’ultima sua ruina; poichè non essendo più tale, che potesse in quei confusi scelerati tempi sicura mantenervisi la gente, cominciò pian piano a mancar di abitatori, e quei casali (I), ch’erano dalla città dipendenti, pure cominciarono a fare lo stesso, in modo che nella final sua ruina, del MCDLXIV pochi abitati ve n’erano.”. Dunque, secondo l’Antonini che riferisce delle notizie storiche sulla Molpa, ai tempi di re Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, nell’anno 1135, il feudatario del luogo “la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: etc…”. Chi era questo feudatario della Molpa nel 1135 ?. L’Antonini scriveva che egli fosse un nipote del conte “Rainulfo” che teneva il luogo per conto di re Ruggero I d’Altavilla. L’Antonini, a p. 374, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Ecco come il Capecelatro, nella sua Storia, part. I, lib. I, il dice: ‘Ed egli imbarcatosi sopra la sua armata, s’avviò per gire in Palermo, ma assalito da fiera tempesta, per lo cammino se gli affogarono in mare ben venti legni carichi di ricche prede, e di prigioni Regnicoli”. Sempre l’Antonini, a p. 374, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Anonimo Cassinese, rapporta la distruzione di Alife all’anno MCXXXIII, in cui dice: “Rogerius Aliphas redegit in cinerem” ”. L’Antonini si riferiva a re Ruggero I d’Altavilla o si riferiva alle frequenti soste che dovette fare re Ruggero II d’Altavilla, suo figlio ?. Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo: “Non passarono molti anni e fu nuovamente saccheggiata da Ruggero II il Normanno, il quale cinta la corona di Re di Sicilia e di Puglia nella cattedrale di Palermo, nell’anno 1130 si accinse, con la sua flotta, a raggiungere Napoli. Durante il tragitto, assalite da una furiosa tempesta, venti delle sue navi affondarono con tutto il loro prezioso carico e due di esse furono trascinate dai marosi lungo sul lido della Molpa. I Molpitani, si impossessarono immediatamente di tutto ciò che le due navi contenevano e fecero orecchio di mercante alle reiterate richieste di restituzione avanzate dal Re Normanno. Ruggero II, allora sdegnato ed incollerito per il loro comportamento irrispettoso, decise di punirli severamente e, nell’anno 1133, saccheggiò la Molpa e la smantellò nelle sue mura che non vennero mai più riedificate. Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”. Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini”. Dunque, il Guzzo ci parla di re Ruggero II d’Altavilla e ci parla dell’anno 1135. Angelo Guzzo, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia” parlando della Molpa, a pp. 70-71 scriveva le stesse notizie. Anche in questo caso, il Guzzo, a p. 71, nella nota (15) postillava che: “(15) “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in G. Antonini – Op. cit., – Vol. I – Disc. VII – pagg. 374-375”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice……etc….e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) e un castello di cui sono visibili i ruderi etc…”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Il ‘castrum’ era a quota 140. La cala che si apre a sud del promontorio offre un ancoraggio protetto dai venti del IV quadrante. G. Schmidt, ‘Antichi porti’, cit., p. 322”. Pietro Ebner (….) nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 172 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure…etc…e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15).“. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) Antonini, cit., p. 374.”. Dunque, Ebner, a p. 172 scriveva che la popolazione di Molpa “aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo”. Ebner lo chiama “il conte Rainolfo”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’ rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa….la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta a più riprese (680-705-802-828-931-1113), dal normanno Ruggero II, che dopo il naufragio del 1133 tra Lambro e Mingardo subì la predazione di oro e argento dai suoi abitanti; nel 1135 se ne vendicò abbattendo le mura della fortezza, che, posseduta dal Conte Rainulfo, s’era ribellata a Ruggero, e ancora etc…”. Dunque, il Di Mauro scriveva che nel 1135, la città della Molpa “posseduta dal Conte Rainulfo, s’era ribellata a Ruggero”. Dunque, il Di Mauro scriveva che, nel 1135, nella città della Molpa vi fu uno scontro tra gli abitanti della Molpa e della sua fortezza tenuta dal Conte Rainulfo e un esercito di re Ruggero II d’Altavilla che distrusse la fortezza. Alcune notizie storiche sulla Molpa le ritroviamo nel testo di Francesco Cirelli (….), “Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”; sul testo di Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche.”. Il canonico Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, sulla scorta dell’Archivio Cavense (Arca L., n. 23), a pp. 164-165 parlando della Molpa, in proposito leggiamo che: “Secondo il Malaterra, questa città, fondata dai Normanni, verso l’anno 1507 fu abitata da Mercanti (12). L’archeologia, invece, attenendosi ai reperti, parla di città coeva a Palinuro (13). Sappiamo di certo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II d’Altavilla, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave con un tesoro ivi naufragata.“. Il Vassalluzzo, a p. 165, nella nota (12) postillava che: “(12) Malaterra, lib. I, etc…”. L’Antonini (…), cita anche Rainulfo d’Alife, nemico acerrimo di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia. Secondo l’Antonini (…) che sulla scorta di Falcone Beneventano (…), Molpa, nell’anno 1135, era tenuta da un nipote del Conte Rainulfo di Alife. Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo: “Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”. Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini”.
Nel 1135, Ruggero II d’Altavilla distrusse e sacchegiò la Molpa
Pietro Ebner (….) nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173, dove, parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15).“. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) Antonini, cit., p. 374.”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa….dal normanno Ruggero II, che dopo il naufragio del 1133, tra Lambro e Mingardo subì la predazione di oro e argento dai suoi abitanti; nel 1135 se ne vendicò abbattendo le mura della fortezza, che, posseduta dal conte Ranulfo, s’era ribellata a Ruggero, ecc..”. Infatti, l’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, nella parte II, a p. 375, parlando della Molpa, scrive che i suoi numerosi e sicuri approdi naturali che furono molto utilizzati da Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia, nei suoi innumerevoli viaggi da e verso la Sicilia.

L’Antonini (…), a p. 375, parlando di una città che lui chiama ‘Molpa’, sorta sul promontorio della ‘Molpa’ di Palinuro, di cui oggi restano pochi ruderi. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi.

Il Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo: “Non passarono molti anni e fu nuovamente saccheggiata da Ruggero II il Normanno, il quale cinta la corona di Re di Sicilia e di Puglia nella cattedrale di Palermo, nell’anno 1130 si accinse, con la sua flotta, a raggiungere Napoli. Durante il tragitto, assalite da una furiosa tempesta, venti delle sue navi affondarono con tutto il loro prezioso carico e due di esse furono trascinate dai marosi lungo sul lido della Molpa. I Molpitani, si impossessarono immediatamente di tutto ciò che le due navi contenevano e fecero orecchio di mercante alle reiterate richieste di restituzione avanzate dal Re Normanno. Ruggero II, allora sdegnato ed incollerito per il loro comportamento irrispettoso, decise di punirli severamente e, nell’anno 1133, saccheggiò la Molpa e la smantellò nelle sue mura che non vennero mai più riedificate. Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”. Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini”. Dal punto di vista strettamente bibliografico, la notizia è tratta dalla bibliografia antiquaria ed in particolare dal Capecelatro (…), che sulla scorta dell’Abate Telesino (…), e di Falcone Beneventano, raccontava questo episodio che in seguito fu citato dall’Antonini (…), che nella sua ‘Lucania’, vol. II, Parte II, Discorso VII, a p. 373-374-375. L’Antonini, parlando della città della ‘Molpa’, una città che esisteva sul promontorio della Molpa di Palinuro (vedi immagine), ormai diroccata da quando fu distrutta da re Ruggero II d’Altavilla, scriveva che:

Antonini, scriveva che: “Non passarono molti anni che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Falcone Beneventano ne riferisce uno nel MCXXVIII (1128), dopo che dal Papa Onorio ebbe il titolo di Duca; un altro nel MCXXX (1130), o secondo altri nel MCXXIX (1129), all’or che andò per coronarsi in Palermo. Un’altro che due anni dopo, appresso la gran rotta, ch’ ebbe nè piani di Nocera (o nel MCXXXI (1131), quando colle navi cariche di spoglie ebbe a sommergersi: “Audivimus praeterea viginti , & octo navigia auro & argento onerata, & mobilium , quae de Civitatibus expoliaverat , in profundo maris se submersisse (1). Quindi si vede che per necessità dovette Ruggieri tant’altre volte tornare quì per ripartirne. Alcuni per tradizione dicono, che i Molpitani avendo preso ciò che dal naufragio d’una delle navi era al di loro lido approdato, senza volerlo restituire, l’avesse egli nel MCXXXV (1135) per vendetta saccheggiata, e smantellata di mura, che mai più si rifecero. Vogliono altri ( e questa sentenza appare la più verosimile) ch’ essendosi sparsa per l’Italia novella della morte di Ruggieri, tutti, o la maggior parte dè luoghi del Regno si sollevarono, fra quali anche la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggieri velocemente quì accorso, ne smantellò le mura, come fece a Melfi ecc..(2). L’Antonini (…), alle sue note (1) e (2), postillava: “Capecelatro, sua Storia, part. I, libro I, e l’Anonimo Cassinese, rapporta la distruzione di Alife all’anno MCXXXIII, ecc..”. L’Antonini (…), cita anche Rainulfo d’Alife, nemico acerrimo di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia. Secondo l’Antonini (…) che sulla scorta di Falcone Beneventano (…), Molpa, nell’anno 1135, era tenuta da un nipote del Conte Rainulfo di Alife.

(Fig….) Antonini Giuseppe (…), brano tratto da Parte II, Discorso VII, pp. 374-375
Nel 1137 (?), il privilegio dell’Imperatore tedesco Lotario III al “monastero di S. Arcangelo” di S. Severino o Celle di Bulgheria
L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi Cilento un luogo posto fuor del corso dell’Alento, etc…”. Dunque, l’Antonini citava tre fonti da cui egli dice aver tratto le dette notizie. Antonini cita una carta o un diploma conservato presso l’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni; cita pure Scipione Ammirato ed infine cita l’Abate Gattola (…) che ci parla del privilegio di Lotario III. L’Antonini, a p. 279, in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura….e, se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. ”. L’Antonini, sempre sul privilegio di Lotario III, a p. 348 narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall’Abate Gattola’, ed in questo Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, etc…”. Antonini scriveva pure che questo antico Monastero forse benedettino “se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86.”. Infatti, l’Abate Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, nel vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.

L’Antonini a p. 279 della Parte III (e non IV) parla del miracolo di S. Pietro Pappacarbone e del figlio di Ruggiero Sanseverino, leggenda tratta da un racconto della vita di Pietro Pappacarbone di Ugo da Venosa (…). Dunque, l’Antonini, lega il monastero in questione, di cui dice essere nel luogo vicino “le Celle” con la questione dell’antico privilegio di Lotario III e con la questione che secondo lui ivi è accaduto il mircolo del figlio di Ruggero Sanseverino. A questo punto però mi chiedo se, nonostante l’eventuale abbaglio dell’Antonini zio (Giuseppe), il monastero di Benedettini, eventualmente di S. Arcangelo, posto nel luogo, come voleva l’Antonini, detto le Celle, esisteva o non era mai esistito perchè l’Antonini non l’avesse mai conosciuto ?. L’Antonini a p. 279 dice pure che di questo antico monastero di S. Arcangelo posto nel luogo detto le “Celle” : “se ne fa menzione in un privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Stor. Cassinese. fol. 86’.”. L’Antonini, parlando del Monastero di S. Arcangelo cita l’antico privilegio dell’Imperatore Lotario III che era stato “rapportato” dall’Abate Gattola (…) che lo riportava in ‘La Storia Cassinese‘, fol. 86. Infatti, anche il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ecc..”. Si tratta di Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86. Infatti, Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. L’Abate Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”. Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che: “Il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III.”, poi prosegue e parla di altri monasteri come quello di “S. Pancrazio” etc…Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. Erasmo Gattola (….), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, parlando della storia dei monasteri cassinesi o benedettini, a p. 86, in particolare scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che “il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III”.

(Fig…) Gattola Erasmo (…), op. cit., fol. (pag.) 86
Dell’antico privilegio dell’Imperatore Lotario III vi è traccia solo nella citazione del Gattola (…) e, nella“carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava”, che vide l’Antonini. Da Wikipedia leggiamo che Lotario II (III), detto anche Lotario di Supplimburgo (in tedesco Lothar von Süpplingenburg) (1075 – Breitenwang, 4 dicembre 1137), è stato Rex Romanorum e d’Italia dal 1125 al 1137 e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1133. Innocenzo II e Lotario II di Supplimburgo concentrarono a maggio nel 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole e si accamparono per tutto il mese. Mentre l’esercito imperiale giunse fino a Bari, che venne devastata. Poi assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga: il Sovrano aveva compreso che non poteva ostacolare l’esercito imperiale e si era rifugiato in Sicilia. Le forze congiunte, Imperiali e Papaline, quindi conquistano la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il pontefice tenne il concilio di Melfi nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore, delegittimò Ruggero II di Sicilia, della Casata Altavilla, in favore di Rainulfo di Alife, della Casata Drengot, nuovo duca di Puglia. Ma ben presto sorsero contrasti tra Lotario e Innocenzo sul possesso del ducato delle Puglie fino all’elezione congiunta del duca Rainulfo, mentre anche nell’esercito serpeggiava il malcontento. L’Antonini, a p. 279 scriveva pure che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che di questo monastero si parla in Scipione Ammirato (…), al suo ‘Delle famiglie nobili napoletane‘, pubblicato nel 1580. Scipione Ammirato (…), parlando dei Sanseverino, ed in particolare del Conte di Marsico Rainaldo Sanseverino, a p….., in proposito scriveva che:….L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura …….una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che del Monastero di S. Arcangelo presso il territorio di S. Severino veniva citato nel testo di Scipione Ammirato (….), “Delle famiglie nobile napoletane” dove egli parla del “Principio della Famiglia Sanseverino”. Di ciò che scrive Scipione Ammirato (…) parlerò in seguito.
Il conte Rotario (o Lotario III ?), in un passo del Censuale
Un’interessante notizia storica, tutta da approfondire ci viene dall’Antonini (…), che nella sua “Lucania – Discorsi” pubblicata in prima edizione nel 1745, a p. 363 parlando del casale di Centola dice di un “Censuale” (un inventario) conservato dall’Abate Gascone (….) dell’Abbazia di S. Maria di Centola, antichissima abbazia benedettina. La notizia è quella secondo cui il “conte Rotardus” fece una donazione al Monastero benedettino o “Obbedientiae” di S. Maria di Centola. Chi era questo “conte Rotardus” ?. L’Antonini, come vedremo lo chiama “Comes Rotardus”. Il canonico Giovanni Cammarano (….), a p. 45, del vol. III, in proposito, nella nota (3) postillava che: “3) Ebner in CBPC. scrive che “L’Antonini (I, pag. 364), ci informa di una antica testimonianza sulla Grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium et Censuale monasterii centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico o registro delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 720 parlando di Centola, nella nota (18) postillava e rimandava alle grotte di Palinuro e: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Ebner, nel vol. I, nel suo Capitolo V, a p. 161, in proposito scriveva che: “Proveniente da S. Elia di Carbone (13 marzo 1458) la commissione giunse al mnastero di S. Maria di Centola il 18 successivo. In quel tempo, e fino al 1620, Centola era un casale di Camerota. Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone.”. In questo “Censuale”, l’Antonini dice di aver letto, tra le tante notizie storiche la seguente: “Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur.”. Poi in seguito vedremo in particolare. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola‘ che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Infatti, l’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: “Habes & speluncae, sive griptas Ossorum ad mare Molfe eu utroque latere flumini Menicardi: Alique eu illis locantur, ubi mare non est intrasmeabile, relique sunt ad nullum usum, quoniam mare occupat ostium illarum griptarum. Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram lateritiam antiquam, que claudebat tres griptas ubi sunt tumulata ossa Romanorum, qui circa hec colfora naufragaverunt.”:

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p. 363
Il testo della frase scritta in latino tradotto dovrebbe essere il seguente: “Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava.”. Notizia questa molto interessante. Infatti, nel 1954, Pietro Visconti (…), nel suo “Paesaggi Salernitani”, a p. 122, in proposito scriveva che: “Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…..a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”. Nel testo del ‘Censuale’ trascritto dall’Antonini è scritto che: “al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del conte Rotario”, a quale donazione si riferiva il Censuale e l’Antonini ?. Secondo la traduzione che fa il Visconti del testo del Censuale trascritto in Antonini, a p. 363, L’Antonini, parlando della “le Grotte delle Ossa”, lungo la fascia costiera del promontorio della Molpa, un promontorio non molto distante dall’Arco di Palinuro. L’Antonini parlando dei numerosi naufragi di flotte romane scriveva che al tempo di detta donazione al Monastero di S. Maria di Centola, nella “le Grotte delle Ossa”, “il mare non vi penetrava”. Sempre Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 271 parlando di Palinuro e delle grotte della Molpa, nella sua nota (24) postillava che: “(24) C. De Giorgi (Da Salerno al Cilento, Firenze 1902, p. 195) scrive che sotto il promontorio della Molpa vi è una grande cavità lunga 15 m. con un grande rettangolo centrale che divide la grotta in due caverne. Cfr. pure Ebner, Storia, pp. 244 e 266.”dove accenna a queste grotte per i nascondigli usati in occasione dei moti rivoluzionari del 1828-29. L’Antonini trascriveva il brano nel 1745 e in sostanza raccontava che nelle grotte dette delle Ossa nella Molpa entrava l’acqua ma al tempo della donazione al Monastero questo non accadeva. Del conte Rotardo e della donazione al Monastero di S. Maria di Centola ancora nessun’altra notizia. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro e, riferendosi però ad un’altra donazione di cui parlava sempre l’Antonini, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’”. Di cosa si tratta? Una donazione fatta al monastero di S. Maria di Centola al tempo del Conte Rotario. E chi era questo Conte Rotario di cui parla l’antico Censuale dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola ?. Potrebbe essere quel Lotario III della donazione riportata dall’Abate Gattola citata dall’Antonini ?. Da Wikipedia leggiamo che “Rotario” potrebbe essere Rotari (in latino Rothari, citato anche come Chrotharius ; Brescia, 606 – 652) è stato re dei Longobardi e re d’Italia dal 636 al 652. Però nel testo si parla del “conte Rotardus”, dunque credo sia più vicino a Rotardo, il conte Rotardo.
I duchi normanni successori di Simone e di Ruggero II
Il canonico Giuseppe Cataldo (…), riferendosi a Policastro in epoca Normanna, prosegue il racconto e scrive: “I successori di Ruggiero furono: Guglielmo I (1154-1166) e Guglielmo II il Magnifico (1166-1189). Sotto quest’ultimo, il Vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale (1167).“. Sempre dal Cataldo, apprendiamo che: “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Il Cataldo, si riferisce a Federico I, meglio noto come Federico Barbarossa, che nel 1154, distrusse Policastro.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.
(2) (Fig. 1-2) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, (…) e il Valerio (…), in un suo pregevole saggio. Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.
(3) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto da ‘L’Universo’, rivista dell’I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512-513-514; Si veda pure: Gay J. (o Giulio), L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.
(4) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un castello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra.

(Fig….) Capitolo XI del manoscritto inedito di Luca Mannelli, conservato alla BNN (5).
(5) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (2), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.
(6) Carucci C., ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.
(7) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592; riguardo Castel Ruggero, si veda vol. I, pp. 686-687-688; su Torre Orsaja, si veda vol. II, pp. 687-668-669670-671-672.
(8) Archivio Storico della Badia di Cava de’ Tirreni, XXX, 3
(9) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (…), p. 27 (p. 17 in Visconti (10)). L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di), op. cit. (7), p. 74.
(10) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p………..
(11) La Bolla di Alfano I, il Laudisio (9), riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Storico Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di), op. cit. (7).
(12) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.
(13) Guzzo A., Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti Grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978.
(14) De Giorgi Cosimo, Da Salerno al Cilento, ed. M. Cellini, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, dal titolo “Viaggi nel Cilento”; si veda la Valle del Mingardo Cap. X e la Valle del Bussento, Cap. XI, e s.; si veda p….
(15) Minieri-Riccio, Il Regno di Carlo I di Angiò negli anni 1271 e 1272 per Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1875, pp. 41 e s.
(16) Cataldo G., Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, dattiloscritto inedito, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (13), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.
(17) Troyli, Historia generale del Reame di Napoli, Tomo I, Part. 2, n. 66, (lo scrive il Ludisio nella sua nota 53 di p. 18 del Visconti (10)), scriveva in proposito: “Ursaia, nella parte superiore di Policastro, al fiume Selo più delle altre vicina; terra oggidì popolata ed alla Mensa vescovile appartenente.”. La Fig. 4, illustra la pagina 136 del testo illustrato ivi.
(18) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, in “de Episcopi Polycastrensi”, pagina o columnum n. 758 (“p. 542”), parla di Roberto il Guiscardo ecc..; a p. 542 e da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro. Il Cappelletti (54), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”. Riguardo il vescovo Arnaldo, successore di Pietro, ne parla a p. 789 e s. e per tutti i suoi successori.
(19) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso di Castel Ruggero, si veda pp……….
(20) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X., vedi p. 117 (citata dal Cataldo), ma noi facciamo riferimento all’edizione di Lo Curto (12), p. 117.
(21) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblica i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”. Cronaca del Telesino (22), pubblicata dal Del Re G., op. cit. (…).
(22) Alessandro Telesino (…), a cui probabilmente si rifà l’Ughelli (18), Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136), fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico dell’epoca Normanna. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Fu scritta su commissione della sorella del sovrano, Matilda, moglie di Rainulfo di Alife, e si tratta senz’altro di propaganda a favore del re normanno, anche se Rainulfo era il peggior nemico di Ruggero. Si abbina bene con la cronaca del suo contemporaneo Falcone Beneventano, che si oppone invece a Ruggero. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”, il Muratori, dice di pubblicare nel suo libro IV, il manoscritto del Telesino, le gesta del re Ruggero di Sicilia, a p. 607. Questo testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Rebus Gestis Rogerii Siciliae Regis e Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium in: ‘Rerum Italicarum Scriptores’ a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, pp. 609–645. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. “Alexandri Telesini De rebus gestis Rogerii Siciliae regis”, è stato pubblicato in Giuseppe Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, vol. I, Napoli 1845, pp. 82–156. Per Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2 (si dovrebbe trattare del Del Re).
(23) Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca F., Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929.
(24) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri.
(25) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992.
(26) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79; Per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92;si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del ‘Libro di Re Ruggero’, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.
(27) Fazello T., Storia di Sicilia, II, 7, 1-3, pp. 52-55-56

(28) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento. In particolare il Gaetani, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (..). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385. ; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.
(29) (Figg…..) “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: “, datato 1 Dicembre 1271, era conservato al Grande Archivio di Napoli, oggi Archivio di Stato di Napoli. E’ un documento d’epoca Angioina, “….in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita”. Il documento Angioino è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25). Il Del Mercato, dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Il documento è stato pubblicato anche dal Carucci C., Codice diplomatico salernitano del secolo XIII, (…), vol. I, ovvero ” 1201-1281- Salerno durante la dominazione sveva e quella del primo angioino – a cura di Carlo Carucci”, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, p. 400 e 401, che postillava a p. 400 che era stato tratto da Minieri-Riccio che a sua volta l’aveva tratto da “Napoli. Archivio di Stato. Reg. Ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, in Minieri Riccio, p. 41”. Minieri-Riccio (…), op. cit. p. 41 e s., pubblica il documento a p. 41 sotto “Anno 1271, indizione 15°, dal 1 Settembre 1271 al 31 Agosto 1272”, e che nella sua nota (172), a p. 118, postillava che il documento era così collocato: “Reg. 1272 A. n. 13 fol. 186-187 t.”. Purtroppo, questo documento angioino non esiste in originale. Gli autori come il Minieri Riccio o il Filangieri, hanno pubblicato, solo la loro trascrizione integrale che è quella che ci resta. Purtroppo, la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. Riguardo i Registri Angioini all’Archivio di Stato di Napoli, i Registri di Carlo I d’Angiò, si veda Filangieri R., I registri della Cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di R. Filangieri, Napoli 1950, reg. VI, 427 p. 299; si veda pure: Dierreu Paul, Les Archives Angevines de Naples, etude sur les Registres du Roi Charles I (1265-1285), par Paul Durrieu, Tomo I, Paris, ed. E. Thorin, 1886; Mazzoleni Jole, ……………..
(29) Di Meo A., Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1803, Tomo VIII, p. 179 e s.; riguardo le notizie intorno al Vescovo Arnaldo, si veda: Di Meo Alessandro, che nel Tomo IX, p. 164 e s., dove, parlando dell‘”anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla di dell’Ughelli (18) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo.

(30) (Fig…..) De Micco Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio e Archivio Diocesano di Policastro).
(31) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (2), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 (…) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (2), p. 154, nota (4) (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (2), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (2), ma il Laudisio (9), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (….), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”.

(32) Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p. 90.
(33) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.
(34) Falcone G., Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G., op. cit. (35), p. 147 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(35) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G., L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.
(36) Barone N., La badia di Grottaferrata sotto la protezione dei re angioini di Napoli, in ‘Archivio della Società Romana di Storia Patria, XXVII (1905), pp. 217-222.
(37) Pagliara N., ‘Grottaferrata e Giuliano della Rovere’, stà in ‘Quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura’, 13 (1989), pp. 19-42.
(38) Abbondanza R., Arcamone, Aniello, in Dizionario biografico degli Italiani, 3, 1961, pp. 738-739.
(39) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).
(40) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887, il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).
(41) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).
(42) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p. 359, riguardo la Bolla di Amato, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.
(43) Acocella N., Salerno medievale ed altri saggi, p. 485; Si veda pure Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.
(44) Pontieri E., si veda ‘Cilento‘, stà in Enciclopedia Italiana, X, 240 e si veda pure Gatta, op. cit. (10), pp. 148 sgg. 275 e s.
(45) Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Si veda pure: Camillo Minieri-Riccio, Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme, Venezia, ed. Valgrisi, 1592. Il De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli, ed. A. Dekten, 1873, (3), vol. III, cap. II, p. 54. Poi, nella nota (1), spiega: “De Meo crede Tancredi nipote di Boemondo, ed il Pirri con più grave errore lo dice figlio del Duca Roberto e di Ala. Chr. Reg. Sic. p. 13. Per testimonianza di Rodolfo Cadomense egli nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Ord. Vit. dice sorella del Guiscardo. Dal titolo di Marchisio argomenta il Muratori che Tancredi fu di stirpe italiana R.I.T.V. p. 282, ed alcuni cronisti gli danno per fratello di Guglielmo. Anon. Gest. Franc. Bald. Hist. Jeros.“.
(46) Manoscritto del Marchese della Giaratana. Citato più volte dall’Antonini (…), che così lo chiama, questo manoscritto è stato scritto da Settimo (Girolamo), Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi si il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Secondo l’Antonini (…), parte II, Discorso X della sua ‘Lucania’, a p. 417, scrive sul “Conte Ruggiero di questo nome, legittimo uno e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel Manoscritto del Marchese di Giarratana”. Il Cataldo (16), a proposito di Ruggero I d’Altavilla, scriveva a p. 29, del suo, dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche di Policastro Bussentino’, che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): ‘Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit’. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Quindi, il Cataldo (16), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana”, che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (21). Quindi, secondo il Cataldo (16), il “manoscritto del Marchese della Giarratana” (come lo appella pure l’Antonini) è stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori, a p. 603 del suo Tomo V del suo ‘Rerum Italicarum Scriptores – Raccolta degli storici Italiani’, a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, (forse pp. 609–645), si veda nuova edizione, a cura di Giosuè Carducci (vedi immagine).

(47) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio).
(48) Del Buono G.B., Profilo storico del Basso Cilento, Stab. Tip. Luigi Spera, 1983, p. 72

(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: O. Pasanisi, I capitoli di Torre Orsaia concesi dal vescovo di Policastro, stà in “Arch. stor. prov. di Salerno” fasc. 1, 1935, p. 32 e sgg.. (Archivio Storico Attanasio).
