Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente, come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Questo saggio vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse e disaggregate notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende storiche del basso Cilento. In questo saggio cercherò di approfondire la storia di Casaletto Spartano e di Battaglia.


(Fig….) Carta del Cilento (…) – carta corografica – probabile epoca aragonese – particolare dell’entroterra con i casali di Tortorella, Casaletto e di Battaglia
CASALETTO SPARTANO
Casaletto è uno dei piccoli comuni del basso Cilento, nell’entroterra del Golfo di Policastro. Casaletto, oggi detto “Spartano“, si trova lungo la SS. 16 (statale n. 16) che risalendo la dorsale appenninica dopo Torraca e Tortorella prosegue per Casaletto fino ad arrivare al “Fortino”, frazione di Casaletto, posta verso il Lagonegrese. Infatti, il Comune di Casaletto comprende diverse piccole contrade e di montagne, alcune delle quali vengono a confinare con il Comune di Sapri. La statale n. 16 ricalca più o meno il percorso che fece Garibaldi nel risalire dalle Calabrie verso Napoli, all’epoca capitale del Regno delle Due Sicilie. Da Wikipedia, alla voce “Casaletto Spartano” apprendiamo che Casaletto Spartano è un comune italiano di 1288 abitanti della provincia di Salerno in Campania. Oggi Casaletto Spartano è costituito dai due principali centri abitati che sono la vicina frazione Battaglia e il capoluogo, più tutta una serie di contrade rurali, circa una trentina, sparse su tutto il territorio che ha una superficie complessiva di oltre 70.17 km². Casaletto Spartano e Battaglia sono divise dal corso d’acqua Rio di Casaletto e collegate tra di loro con alcuni sentieri. Dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al distretto di Sala del regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1927, durante il regno d’Italia ha fatto parte del mandamento di Vibonati, appartenente al circondario di Sala Consilina. Sempre da Wikipedia leggiamo che il luogo maggiormente rappresentativo di Casaletto, è senz’altro “Il Capello”. Tale località si inserisce in un complesso sorgitivo contraddistinto da un elevato valore ambientale. La località prende il nome dalla cascata “Capelli di Venere” la cui denominazione deriva dalla rigogliosa crescita della pianta Capelvenere. In prossimità del corso d’acqua si trova anche un mulino ben conservato e un vecchio rudere denominato “Sorgitore”, che consente la deviazione delle acque provenienti dalla sorgente che ha origine presso la località Melette, in modo che una parte delle acque alimentino il mulino e la restante parte vadano a finire nel fiume. Il Capello presenta anche tutta una serie di percorsi interni che consentono di visitare vari luoghi panoramici che il corso d’acqua crea lungo il suo tragitto. In passato, la necessità di collegamenti brevi fra i diversi centri abitati posti soprattutto in prossimità del Rio di Casaletto, ha portato alla nascita di una serie di sentieri che collegano le diverse contrade rurali fra di loro ed in particolare a Casaletto Spartano e la frazione Battaglia. Fra i più importanti vi è senz’altro quello religioso delle “Rocche”, ma anche il sentiero di “Cannati” e quello che collega in Capello con il mulino di “Felice Bello”. La caratteristica principale di questi sentieri è senz’altro il fatto che si sviluppano lungo il Rio di Casaletto, attraversando luoghi incontaminati e consentono di osservare il corso d’acqua lungo il suo tragitto. Sul territorio casalettano sono presenti numerose grotte carsiche che sino ad oggi sono state esplorate solo da pochi curiosi. Le principali sono quelle di Mariolomeo e quelle del Vottarino. Le grotte sono accessibili solo a persone esperte e solo per alcuni periodi dell’anno. Singolare il detto tratto dalla tradizione orale popolare: “Ra’ Casaletto a Battaglia ngè un tiro ‘i mitraglia, ra’ Battaglia a Casaletto ngè un tiro ‘i scuppetta”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 639 e sgg., in proposito scriveva che: “Casaletto, …….Abitanti (‘casalettani’) 550 e con le frazioni (Battaglia, vedi, e Fortino km. 12) 1912. Da Salerno km. 138, da Sapri km. 24. A Policastro (diocesi). A Lagonegro (tribunale). Le notizie sul villaggio sono scarsissime……Il Giustiniani (4) ubica il villaggio in una valle a 68 miglia da Salerno e a 6 miglia dal mare di Policastro. Gli abitanti, ai suoi tempi tutti dediti all’agricoltura, erano 1000 (v. Battaglia).”. Ebner, a p. 639, nella nota (1) postillava: “(1) Pacichelli, op. cit., I., p. 336”. Ebner, a p. 639, nella nota (4) postillava: “(4) Giustiniani, cit., III, Napoli 1797, p. 204.”. Nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (…), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, parlando della Valle del Mingardo e della Valle del Bussento, nel cap. XI a pp……., partendo da Rofrano verso Castelruggiero e del Monte Centaurino, in proposito scriveva che: “…………………”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 639 e sgg., in proposito scriveva che: “Casaletto, dopo il 1861 ‘Casaletto Spartano’, Università autonoma fino alla sua elevazione a Comune. Ecc..”.
Origini di Casaletto (oggi Spartano), e Battaglia, un primo nucleo chiamato “Spartoso” secondo l’antica leggenda dell’invasione di formiche fu distrutto e fu abbandonato
Di origine medioevale il paese, secondo una leggenda locale, si sviluppò intorno all’antica contrada “Spartoso”, da cui potrebbe derivare il nome Spartano. L’abbandono del vecchio nucleo, sempre secondo questa vecchia leggenda, fu causato da un’invasione di formiche. Il termine “Spartano” fu aggiunto a “Casaletto” solo dopo l’unità d’Italia. Esso deriva da “sparto”, una pianta delle aree mediterranee, presente quasi ovunque nel territorio casalettano. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a pp. 5-6, in proposito scriveva che: “Secondo una leggenda locale, il primo nucleo si sviluppò nei pressi di un antico villaggio denominato “Spartoso”, del quale sono tuttora visibili alcuni ruderi; da qui si narra derivi il nome Spartano. Ecc…”. Il Montesano (….), a pp. 5-6, in proposito scriveva che: “Più verosimilmente il primo nucleo del paese sorse ai piedi del monte Valicorvo (1) perchè il lugo era ricco di acqua, essendo presenti in zona numerose sorgenti e soprattutto il fiume. Il termine “Casaletto” deriva, come si può facilmente intuire, dal termine “casale”, ossia “piccolo casale”. Il termine “Spartano” invece fu aggiunto a “Casaletto” solo dopo l’Unità d’Italia ecc…”. Molto più verosimilmente il primo nucleo del paese sorse ai piedi del monte Difesa perché il luogo era ricco di acqua, essendo presenti in zona numerose sorgenti e un piccolo fiume. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a pp. 5-6, in proposito scriveva che: “L’abbandono del vecchio nucleo, sempre secondo questa antica leggenda, fu causato da un’invasione di formiche (le formiche distruttrici di centri abitati sono presenti in molte leggende di fondazioni di paesi, non solo del Cilento: si tratta di un’immagine metaforica che rappresenta l’invasione di un popolo nemico molto numeroso). Ecc..”. Dunque, il Montesano riferisce dell’antica tradizione o leggenda tramandatasi oralmente secondo cui, il primo nucleo abitato fu abbandonato a causa di una invasione di formiche, di grosse formiche. Il Montesano faceva pure notare che quella dell’invasione di grosse formiche “distruttrici di centri abitati” è presente in diverse leggende che riguardano diversi centri nel Cilento. Infatti, Amedeo Fulco (….), e del suo “Memorie storiche di Tortora”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a p. 40, aggiungeva che: “Rimane però a Tortora costante la voce della tradizione popolare ……quando narra che Blanda sarebbe stata distrutta da un’invasione di grosse formiche nere che avrebbero reso sul suo territorio impossibile la vita. Ecc…”. Riguardo l’antica leggenda tamandatasi oralmente vorrei citare, le notizie intorno a S. Saba di Collesano. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 86, parlando dei monasteri e della regione Mercuriense, citava Ajeta. Il Campagna, a p. 86, in proposito scriveva che: “Durante la permanenza di Saba al monastero di S. Michele, la “Regione mercuriense” era fiorente di istituzioni monastiche, di “città e castelli”, anche alle frange della stessa (24), dove si propagò la fama della sua santità e dei suoi miracoli. Fu qui che gli giunse una pressante richiesta di soccorso, a causa d’una invasione di locuste, che infestavano il territorio di Mercurio e, contemporaneamente, quello di Ajeta (25). Saba partì, ma, lungo il viaggio per Ajeta, si fermò nel monastero dei Siracusis (26), e lasciò che altri monaci proseguissero per liberare quelle terre dagli ortotteri.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il Campagna, a p. 86, nella sua nota (25), postillava che: “(25) Ajeta deve la sua origine ad insediamenti monastici, VI-VII secolo, sulla collina, ora, detta “Itavetere”. L’attuale centro è successivo. Per P. Guillou, Ajeta era una “turma” del “Thema” di Calabria, in “Calabria bizantina”, op. cit.”. Il racconto e le notizie intorno a S. Saba ed Ajeta sono tratte dallo sudio di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania, che fu pubblicato da Cozza- Luzi (…), nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘. L’opera del Cozza-Luzi, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500.
Dal VI sec. d. C., Battaglia fondata da comunità greche ivi trasferitesi dalla vicina Calabria a causa delle incursioni saracene
Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a p. 20, nella nota (23) postillava che: “(23) La radice del nome, applicando la teoria portata avanti da Pasquale Natella per toponimi simili come Battipaglia e Vatolla, va ricercata probabilmente nel termine greco “βατος” (rovo). Ad avvalorare tale ipotesi viene in soccorso anche il vescovo Laurdisio, che la ritenne fondata da monaci italo-greci. Inoltre come puntello ulteriore a questa ipotesi interviene il dialetto: infatti nella forma dialettale si conserva la dizione greca della “β“: il nome del paese è, infatti, “Vattaglia” Etimologicamente possiamo quindi affermare che il termine stava ad indicare un’area (dal latino ‘lea’: prato) piena di rovi.”. Il Montesano, che citava Pasquale Natella, si riferiva a Pasquale Natella (….) e del suo “I Sanseverino di Marsico Una terra un regno I. Il gastaldato di Rota (VIII-XI secolo)” – Edizione Arci Postiglione, 2008. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…”. Dunque, secondo il Ludisio, nei piccoli casali di Battaglia, insieme a quello di Morigerati si erano stabiliti delle comunità di monaci “che allora si distinguevano perla loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…”. Monaci e comunità greche o bizantine che già esistevano quando ” giunsero nella nostra diocesi”, “cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”. Infatti, Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Come abbiamo visto ‘Casalecti’ nel medioevo era, insieme alla vicina ‘Bactalearum’ (23) (quest’ultima fondata, secondo il vescovo Laudisio, da “venerabili monaci orientali” che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche (24) che, come abbiamo visto, si insediarono nel territorio del sud Italia a partire dal VI secolo d.C. a seguito dell’occupazione bizantina) un casale della Terra di Tortorella.”. Montesano, a p 19, nella nota (24) postillava che: “(24) Sinossi della diocesi di Policastro – Nicola Maria Laudisio – ed. di storia e letteratura – 1975, pag. 73.”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Secondo il Laudisio (11) saranno proprio i monaci greci a permettere la nascita di Morigerati e Battaglia. Ecc….In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei Greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede vescovile era vaccante e lo sarà fino al 1067……ecc….Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato ecc…”. Il Gentile a p. 49, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci, op. cit., pag. 278 sub nota 1.”. L’origine di ‘Battaglia’ citata al Laudisio (….), ovvero un’origine remota dovuta alle persecuzioni di monaci provenienti dall’Oriente sin dal VI sec. d. C. e che, nel X-XI secolo, con i Normanni si ingrandirono grazie alle popolazioni calabresi chiamate dai monaci dei monasteri italo-greci ivi esistenti già da secoli. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, ecc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (20) postillava: “(20) Tancredi, Il Golfo, cit., p. 72 sgg.”. Ebner si riferiva al testo di Luigi Tancredi (….), “Il Golfo di Policastro – Itinerario tra sogno e realtà”, pubblicato nel 1975 (la prima delle sue pubblicazioni). Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(21) Casaletto Spartano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 199, in proposito scriveva che: “Alcuni studiosi locali sostengono che vi fossero rifugiate alcune famiglie di Tortora, paese del cosentino, per sfuggire alle incursioni ed alle razzie dei pirati saraceni che infestavano, all’epoca, il litorale tirrenico inferiore. Il luogo sarebbe apparso loro naturalmente ben protetto, per cui avrebbero deciso di fermarvisi stabilmente, iniziando una nuova vita (1).”. Il Guzzo, a p. 199, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Fulco, Memorie storiche di Tortora – Napoli – pag. 18”. Si tratta di Amedeo Fulco (….), e del suo “Memorie storiche di Tortora”. Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Le tradizioni locali sono concordi essere stato un antico paese e dalla sua distruzione essere surti Tortora, Tortorella e Battaglia.”. Dunque, è qui che il Fulco inizia a parlarci dell’antica tradizione tramandata nel tempo che vuole l’origine di Tortorella e Battaglia alla fuga da Tortora. Il Fulco, a p. 40, aggiungeva che: “D’allora la vita e le vicende della città di Blanda restano avvolte nellle tenebre del mistero. Rimane però a Tortora costante la voce della tradizione popolare che, come abbiamo riferito vuole Tortora, Tortorella e Battaglia di origine blandane, e che favoleggia talvolta rifacendosi chissà a quale particolare ondata di pirati saraceni del X o dell’XI secolo sulle coste e nei paraggi, quando narra che Blanda sarebbe stata distrutta da un’invasione di grosse formiche nere che avrebbero reso sul suo territorio impossibile la vita. La tradizione storica comunque ha a nostro avviso un valido fondamento storico che bisogna ricercare negli avvenimenti dei quali furono campo d’azione le nostre contrade, protagonisti i Saraceni e i Greci, e spettatori inermi i nostri antenati. Dobbiamo riportarci, cioè, ai tempi in cui l’Emiro saraceno della Sicilia Al-Hasan attacca i bizantini della Calabria con il pretesto che essi etc…”. Il Fulco, a p. 40, aggiungeva che: “D’allora la vita e le vicende della città di Blanda restano avvolte nellle tenebre del mistero. Rimane però a Tortora costante la voce della tradizione popolare che, come abbiamo riferito vuole Tortora, Tortorella e Battaglia di origine blandane, e che favoleggia talvolta rifacendosi chissà a quale particolare ondata di pirati saraceni del X o dell’XI secolo sulle coste e nei paraggi, quando narra che Blanda sarebbe stata distrutta da un’invasione di grosse formiche nere che avrebbero reso sul suo territorio impossibile la vita. La tradizione storica comunque ha a nostro avviso un valido fondamento storico che bisogna ricercare negli avvenimenti dei quali furono campo d’azione le nostre contrade, protagonisti i Saraceni e i Greci, e spettatori inermi i nostri antenati. Dobbiamo riportarci, cioè, ai tempi in cui l’Emiro saraceno della Sicilia Al-Hasan attacca i bizantini della Calabria con il pretesto che essi etc…”. Amedeo Fulco, nel ….., a pp. 41-42-43, riferendosi a S. Saba di Collesano ed ai Saraceni nel 952, in proposito scriveva che: “Tuttavia maggiori nubi si adensavano sulla Calabria e se n’ebbe sentore nella primavera dell’anno successivo 952, quando l’Emiro musulmano ricomparve scortato da una flotta e sconfisse duramente per terra e per mare i Bizantini dopo lunga e sanguinosa battaglia, conclusasi il 7 maggio, nella quale Malacheno trovò gloriosa morte e Pascalio riuscì a stento a salvarsi. Tutta la Calabria, fino al Crati e al Lao, fu allora preda dei Mulsulmani che saccheggiarono ecc….E fu proprio dal Mercurion che San Saba sotto l’incubo dell’avanzata musulmana che minacciava, ecc…. San Saba dovete giungere con la schiera dei profughi che andava sempre più ingrossandosi lungo la dolorosa peregrinazione, a Scalea, da qui alla marina di Aieta, quindi a Blanda, e, risalendo la valle del fiume Noce, nell’amena contrada di Tortora che dal suo nome fu chiamata San Savo e vi fu eretta una cappella. Niente di più verosimile dunque che una parte dei Blandani, se non la maggior parte di essi, seguissero, atterriti, e sfiduciati come erano, il Santo monaco che si fermò in territorio di Lagonegro, dove fondò un monastero (quod et muris quasi propugnaculis munivit) e che i Balandani si stabilissero quali a Tortorella, quali a Battaglia che sono località prossime al centro lucano di Lagonegro. E’ un’ipotesi plausibile che avvalora come si può notare, la tradizione, la quale, per essere costantemente tramandata di generazione in generazione, deve necessariamente avere un fondo di verità. Altri Blandani, e forse quelli ecc…ecc…”. Dunque, il Fulco fa derivare l’origine di Tortorella, Battaglia e Casaletto dai profughi “Blandani” (la vecchia Tortora) ai tempi delle frequenti e turbolente invasioni dei Saraceni in lotta contro i Bizantini (anno 952 di cui ci parla il Porfirogenito). Il Guzzo, senza alcun fondamento, a p. 200 scriveva che: “Tale tesi, però oltre a non trovare conferma in storici più accreditati, appare poco probabile, trattandosi di una zona molto lontana dalla terra di provenienza, quando le difficoltà per gli spostamenti erano notevolissimi. E’ più facile supporre, invece, che si sia trattato di una colonia agricolo-pastorale.”. Dunque, il Guzzo, in sostanza prima lo nega e poi la concede. Riguardo i centri del Mercurion e la tesi del Fulco, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro – lucani”, a p. 44 riferendosi al viaggio di San Nilo, in proposito scriveva che: “Tentiamo ora di rifare, sia pure a grandi linee e per quanto è possibile, l’itinerario che …..Il viaggio di Nicola nella sua prima parte si svolge per aspre strade interne e tra erti e boscosi monti. Quasi certamente per evitare non graditi incontri con masnade musulmane frequenti sempre sulle coste del Tirreno dove, anzi, poco a nord del Mercurion hanno degli stanziamenti fissi, come Saracinello e Saraceno. E se di questo ne rimane la denominazione ad una contrada a nord-ovest di Tortora, del primo se ne conserva il nome ed il ricordo nelle immediate vicinanze di Praia a Mare la quale è la vecchia Plaga Sclavorum sorta al tempo di Niceforo Foca proprio per controbilanciare con una colonia di Sloveni la presenza dei Musulmani (31). Così dopo aver raggiunto con tutta probabilità raggiunto verso settentrione la zona che rimane tra Lauria e Lagonegro e levante Trecchina e Rivello a ponente, ecc…”. Il Cappelli, a p. 2, nella nota (31) postilava che: “(31) Vedi Lomonaco, Monografia sul Santuario di N. S. della Grotta a Praia degli Schiavi, etc., Napoli, 1858, p. 4; O. Dito, La popolazione calabrese dai più antichi tempi ai nostri giorni, in “Calabria vera”, n. s. IV (Reggio di Clabria, 1923), p. 104; ecc..”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Giustiniani (18), ….ci informa ….e del feudatario “Caraffa della Stadera”. Egli ci informa pre delle numerazioni dal 1532 al 1669 (19). Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitisi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carraffa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(20) Tancredi, Il Golfo di Policastro etc..”, p. 72.”.

(Fig….) La carta dell’Italia nel Codice greco Codex Vidobonensis (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (…).

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…)

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco.

(Fig….) Particolare della carta dell’Italia contenuta Codice Veneziano Marciano greco n. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…)(Archivio digitale Attanasio)
Nel 1021, Guaimario III, principe longobardo di Salerno concede a Tortorella e i suoi casali, il demaniale con i fiumi e acque, notizie desunte da un manoscritto di Pasquale Gallotti del XVIII secolo
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15, in proposito scriveva che: “Le prime notizie relative a Casaletto sono rintracciabili in un antico manoscritto di memorie demaniali compilato da D. Pasquale Gallotti da Casaletto sulla fine del XVIII secolo e posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, nel quale si legge che il longobardo Guaimario III principe di Salerno, “Nell’anno 1021” concede “all’Università di Tortorella e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze. Ecc…”. Il Montesano scrive che questa notizia su Tortorella ci è pervenuta attraverso un manoscritto compilato sulla fine del XVIII secolo da don Pasquale Gallotti da Casaletto. Egli scrive che queste “memorie demaniali” erano possedute nel 1930, dall’Avv. Nicola La Falce. Dunque, il Montesano riportava la notizia tratta da un manoscritto di “memorie demaniali” compilato da Pasquale Gallotti “sulla fine del XIII secolo” (posseduto nel 1930 dall’Avv. Nicola La Falce), dove si sosteneva la notizia secondo cui il Principe Longobardo di Salerno Guaimario III, nell’anno 1021, avrebbe concesso all’Università di Tortorella “…e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze.”. Dunque, la notizia, meritevole di ulteriori approfondimenti riguarda l’anno 1021 e donazioni che fece il principe longobardo di Salerno Guaimario III. Questa notizia, la notizia di una concessione del principe longobardo Guaimario III potrebbe ricollegarsi ad un’altra notizia su un’altra concessione di Guaimario III a Caselle in Pittari, concessione però del 1106. Di donazioni e fondazioni da parte del Principe di Salerno, il longobardo Guaimario III si hanno per diversi casi di cui ivi ho scritto dei saggi a cui rimando per ulteriori approfondimenti. Per quanto riguarda la notizia di un principe di Salerno Guaimario III ho già scritto ivi in un altro mio saggio sul monastero di Sant’Angelo a Pitraro a Caselle in Pittari.
Nel 1106, il principe longobardo Guaimario III istituì un ‘Ius patronato’ e fondò il monastero benedettino e la chiesa dal titolo “Sant’Angelo di Pitraro” a Caselle in Pittari
Andrebbero ulteriormente indagate le interessanti notizie storiche secondo cui agli inizi dell’XI secolo (anno 1106 secondo il Gatta), il Principe longobardo Guaimario III donò “l’Abbazia di Sant’Angelo” a Caselle in Pittari, oggi diruta, ai monaci benedettini, forse dei monaci dipendenti dall’Abbazia benedettina “Cassinese” della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. La notizia era stata data prima da Ottavio Beltrano e poi da Costantino Gatta. La notizia parla sempre di donazioni fatte dal Principe Longobardo Guaimario III e riguardo quella riferita dal Beltrano e poi dal Gatta la fanno risalire all’anno 1106. Cesare D’Engenio Caraccolo (…), nel suo, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, 1671, a pp. 134-135 e s., così descriveva il casale di Caselle in Pittari nel Principato Citra: “DI CASELLA……..vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; ….Ecc…”. Dunque, il primo a darci la notizia è Cesare D’Engenio Caracciolo. Egli scrive che nel 1106, il Principe Longobardo di Salerno Guaimario istituì a Caselle in Pittari un Ius patronato sotto il titolo di “S. Angelo di Pitraro”. Il D’Engenio, scriveva pure che in questo posto era tradizione fosse apparso l’Arcangelo Michele venerato nel Gargano. Egli scrive pure che “la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grancia di S. Lorenzo della Padula de’ Padri Certosini, & una Torre antichissima.”. Costantino Gatta (…), riferiva di un Monastero a Caselle in Pittari fatto costruire dal principe longobardo Guaimario III, nell’anno 1106. Come è stato già detto, sulla data di fondazione del monastero di S. Angelo in Pittari, nel 1106, fu proposta dal Beltrano e poi dal Gatta. Ma sulla notizia di una fondazione e di una donazione fatta dal Pincipe Guaimario III nel 1106 sussistono dei dubbi in quanto questo Principe di Salerno morì nel 1027. Cesare D’Engenio Caraccolo (…), nel suo, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, 1671, a pp. 134-135 e s., così descriveva il casale di Caselle in Pittari nel Principato Citra: “DI CASELLA. Non si deve tacere la Terra di Casella…..stà dentro terra sei miglia discosto dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato instituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno.”. Questa notizia verrà in seguito riportata da Costantino Gatta (….), nel suo “…………………”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 648, vol. I parlando di Caselle (in Pittari), in proposito scriveva che: “Il Gatta (3) colloca “Casella” su un erto colle e ricorda “in detta contrada la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul monte Pietrato” dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento circa”. L’Ebner a p. 648, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gatta, cit., p. 308.”. Giuseppe Gatta (…), nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Costantino Gatta (il padre), nella sua opera “La Lucania Illustrata”, nel 1723 per i tipi di Abri, a pp. 66-67-68, parlando delle meraviglie del Regno di Napoli, in proposito scriveva che: “Tali sono le sacre, e venerabili Spelonche in questa Provincia di S. Angelo in Fasanella, di S. Angelo in Pittari di Caselle, & molte altre, nelle quali questo gran Principe, fin da tempi immemorabili, è stato venerato,……..quindi è che intendendo Guaimario il terzo di questo nome, Principe di Salerno essere nella sua dizione tal santuario nell’anno 1106. per servigio dell’istesso, fondò nella sommità di detto monte un commodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirto beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi. Ecc…”.
Nel 1079, Casaletto e Battaglia non compaiono tra le trenta località elencate nella “bolla di Alfano I”
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 639 e sgg., in proposito scriveva che: “Casaletto,…….Esso non è compreso tra quelli che vennero assegnati alla ricostruita diocesi di Policastro da parte dell’arcivescovo Alfano di Salerno (1066/7), nè ne dice mai il vescovo Laudisio nel suo saggio sulla diocesi di Policastro. ecc….”. Infatti, riguardo questa notizia, Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella, a p. 19, in proposito scriveva di Tortorella, che invece figura e scriveva: “La prima notizia documentata su Tortorella è possibile reperirla nella lettera pastorale dell’Arcivescovo Primate di Salerno Alfano trascritta dal vescovo Laudisio nella sua già citata ‘Sinossi’ (25).”. La ricostituzione della sede episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (…), non figurano Casaletto e Battaglia, che tuttavia dovevano essere casali di Tortorella che invece figura tra le trenta località elencate:

(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…)

(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)
Io credo che alcuni centri come Vibonati, Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). Del resto sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”. I confini della restaurata diocesi paleocastrense, secondo quanto stabilito nella lettera del primate salernitano, andavano su una piccola parte del Golfo di Policastro ed il suo entroterra e arrivavano fino ad Abatemarco in Calabria. A nord invece arrivavano a lambire una parte della Lucania occidentale fino ad alcuni borghi ma non comprendevano i borghi a ridosso del Vallo di Diano. Oltre a questi centri ivi elencati e tratti dalla ‘Synopsi etc…’ del Laudisio, il Laudisio aggiunge anche: “eccettuate quelle chiese, le loro pertinenze e gli altri beni, che, pur trovandosi entro i suddetti confini della diocesi di Policastro, siano stati riconosciuti dal nostro confratello e vescovo Pietro e dai suoi successori come proprietà, per diritto ereditario, della chiesa di Paestum……confratello Maraldo, vescovo della chiesa di Paestum, e dei suoi successori.”. Dunque, secondo quanto scrive il Laudisio, alcuni centri pur essendo dentro i confini della rinata diocesi di Policastro dipendevano dalla diocesi di Paestum (di Capaccio). Il Laudisio (…), a p. 72 aggiunge ancora un’altro particolare interessante: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Jonico.”. Dunque, anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in antichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastro si perdeva nella notte dei tempi. Sempre il Laudisio a tal proposito aggiungeva che: “Vi è un’antica tradizione nel paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, ecc…..Dunque, questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao (37) fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo fu ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: …..”. Ma il Laudisio sulla scorta del Barrio (…) parlava dell’origine sibaritica di Scalea. Sulla questione ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59) p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”.
Nel 1167, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano) e la Signoria dei Sanseverino
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo ?), da cui a Silvestro (II, + 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, + 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo poi fu spogliato della contea e della Signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo Stato di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio) “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Ecc…”. Ebner, a p. 636, nella nota (22) postillava che: “(22) Reg. A., f 125”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Riguardo i Guarna, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), che i conti Guarna discendevano da Goffredo d’Altavilla, …….ecc….Da Goffredo (+ 1163), il secondo Goffredo, conte di Conversano, da cui discendenti Sibilla (+ 1103) che sposò Roberto di Normandia (v. Ebner, Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo o Goffredo, Silvestro (+1163), Guglielmo (+ 1180) e poi Filippo.”. Sempre Ebner (….), a p. 419 parlando di S. Arsenio, in proposito scriveva che: “Alla morte di Guglielmo (+1180) successe, nella contea e signoria di Diano, Filippo al quale vennero bloccati i beni per ribellione. La contea di Marsico fu tenuta ‘maritali nomine’ da Guglielmo di Sanseverino che aveva sposato Isabella Guarna di Marsico (sorella di Filippo) prima che la contea fosse devoluta al fisco. Ecc…”.
Nel 1177, a Casaletto, il vescovo di Policastro Giovanni III consacrò la chiesa madre di S. Nicola di Bari
Da Wikipedia leggiamo che il primo documento che può dare una collocazione storiografica al paese è una piccola lapide di pietra con scritta in latino attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa madre di San Nicola, la quale ricorda la consacrazione della chiesa, recante la data del 1177. Il toponimo “Casaletto” deriva, come si può facilmente dedurre, da “casale”. Infatti ‘Casalecti’, nel medioevo, era, insieme a ‘Bactalearum’ (Battaglia) un casale delle terre di Tortorella. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 17-18 in proposito scriveva che: “Accantonando quindi l’ipotesi di una possibile datazione della nascita del paese all’inizio del IX secolo andiamo a prendere in considerazione il primo vero e solido “documento” che ci permette di inserire Casaletto nell’arco temporale della Storia, “depositato” nella chiesa Madre intitolata a San Nicola di Bari. Su una piccola lapide di pietra attualmente posta all’ingresso della navata laterale sinistra della chiesa, contigua al campanile, una scritta in latino ci ricorda che, sotto il vescovo di Policastro Giovanni III, nell’anno 1177, fu consacrata la chiesa: ecc….(riporta l’epigrafe scritta in latino), ecc…”, che come si è detto è posta sul portale della chiesa madre di S. Nicola a Tortorella. Sull’iscrizione (epigrafe), il Montesano aggiungeva che: “I dati sull’epigrafe, probabilmente settecentesca, furono desunti, come anche specificato nella stessa, dal medaglione commemorativo depositato all’interno dell’armadio delle reliquie all’interno della sagrestia. Ecc..”. Dunque, il Montesano riporta la notizia storica su Casaletto tratta da una epigrafe scritta in latino scolpita su una lapide di pietra posta nella chiesa madre parrocchiale di Casaletto, la chiesa di San Nicola di Bari. La notizia storica riguarda la consacrazione della chiesa di San Nicola all’epoca del vescovo di Policastro nell’anno 1177, il vescovo Giovanni III. Su un Vescovo della Diocesi di Policastro chiamato “Giovanni III” vi sono opinioni contrastanti. La lapide di Casaletto si aggiunge ad un’altra notizia che riguarda questo “Giovanni III”, vescovo della ricostruita Diocesi di Policastro. Infatti, sebbene nelle cronostassi dei presuli di Policastro che fece il vescovo Mons. Nicola Maria Laudisio, vi è una iscrizione (epigrafe) scritta in caratteri gotici scolpiti in una lapide di pietra posta sul Campanile della Cattedrale di Policastro. L’iscrizione ci parla della costruzione del Campanile nell’anno 1166, all’epoca di re Guglielmo II il Buono. Nel 1745, nella sua prima edizione, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 417, parlando di Policastro e della sua Cattedrale in proposito scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto bene ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici. Nel secondo ordine della sua torre, o sia campanile colla sottoposta Iscrizione di carattere Gotico ci mostra l’autore, e ‘l tempo di sua edificazione. TEMPORE MAGNIFICI W. SDI. REGIS IOANNES .III. EPUS DO ET BEATAE M. HOC OPVS FECIT. MCLXXVII. ANNO INCARNATIONIS XPI M. APLI XV. IND. II.”. Nel 1831, ebbe la luce l’edizione introvabile del testo scritto da Mons. Nicola Maria Laudisio (….), Vescovo di Policastro nella sua “Sinossi della Diocei di Policastro”, a p. 95 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Termina qui la sillogia dei vescovi di Policastro che si trova nelle stanze a loro dedicate. Ma bisogna riconoscere che è rimarchevole e non completa; ed infatti sulla torre campanaria della Catedrale, nel secondo ordine (13), si legge che Giovanni terzo vescovo di Policastro, fece fare quell’opera al tempo del re normanno Guglielmo II. L’iscrizione, in caratteri gotici, è questa: NEL TEMPO DEL RE GUGLIELMO II IL MAGNIFICO GIOVANNI TERZO VESCOVO FECE FARE QUEST’OPERA IN ONORE DEL SIGNORE E DELLA BEATA VERGINE MARIA NEL 1167 DELL’INCARNAZIONE DI CRISTO IL 15 DEL MESE DI APRILE SECONDO DELLA INDIZIONE. Questo vescovo Giovanni manca tra i vescovi ricordati; il suo nome, difatti, non si trova nella silloge dei vescovi di Policastro.”. Si veda pure (Ughelli, vol. I, p. 1246), ovvero: Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, vol. I, p. 1246; Si veda pure sulla Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro, Tomo VII, p. 542 e da p. 758 a p. 800 (Policastrensis Episcopi)


CASALETTO E BATTAGLIA IN EPOCA SVEVA ED ANGIOINA
Nella metà del ‘200, i casali di Casaletto e Battaglia (Casalecti et Bactalearum)
Nel 1745, nella sua prima edizione della “Lucania – Discorsi”, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) a p. 436 parlava di Tortorella ed in proposito scriveva che: “Un miglio lontano da Tortorella sono due altri piccioli luoghi, Casaletto, e Battaglia.”. Antonini non dice altro.

(Fig…) Antonini Giuseppe, op. cit., p. 436
Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’ parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15 in proposito scriveva che: “Sempre in questa “Memoria” si ricordano anche i nomi dei casali di Tortorella (‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bactorum, Casalecti et Bactalearum’).”. Dunque, il Montesano citava la “Memoria” dove si ricordano i nomi dei casali di Tortorella: “Bactorum, Casalecti et Bactalearum”. A quale “momoria” si riferiva il Montesano ?. Il Montesano, a p. 15, in proposito scriveva che: “Nel 1321 il Re Roberto confirmò lo stesso, e tolse le onze”, così come riportato nell'”In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella” (19), memoria redatta nell’aprile del 1931 da Francesco Polito – De Rosa, cofirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti.”. Il Montesano (…), a p. 16, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e dell ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Covane di Gaetano – Salerno 1931 – Appendice, p. 5.”. Chi era l’autore di questa memoria scritta pubblicata a stampa, chi era Francesco Polito de Rosa, il cui memoriale scrive il Montesano “posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, ecc..” ? Il Montesano a p. 74, in proposito scrive che: “L’unificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia in un unico Ente, secondo una leggenda che si tramanda nel corso degli anni e riportata anche dal Sostituto Procuratore del Re Francesco Polito-de Rosa nella sua memoria, datata 1931, “In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella”, avvenne nel 1810, per mano del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi ecc..ecc… (108).”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il Sostituto Procuratore del Re. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi di usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”. Dunque, il Montesano riportava una notizia tratta da una Memoria manoscritta del 1931 e tratta da una causa di limiti intentata dal Comune di Casaletto contro il Comune di Tortorella, dove si leggeva che “si ricordano anche i nomi dei casali di Tortorella (‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bactorum, Casalecti et Bactalearum’)”. Il Montesano (…), a p. 21, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero. Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini ecc..” ed io dico figlio del “Gibel de Loria” presente nel ‘Catalogus Baronum’. Il Montesano ci ricorda che secondo l’abate Giovan Battista Pacichelli (…), nel suo “Il Regno di Napoli in Prospettiva”, la Terra di Tortorella, con i suoi casali di Vibonati, Casaletto e Battaglia, verso il 1250, dipendeva dalla “Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero”. Dunque, secondo il Montesano, il Pacichelli (…) citava Riccardo di Lauria e parlava dei casali che dipendevano dalla “Baronia di Lauria”. Legendo il Pacichelli non ho trovato questa notizia ma mi chiedo sulla base di quale notizia il Pacichelli (….) adduceva che Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia “faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.” ?
Nel 1200, le precettorie del basso Cilento
Antonella Pellettieri (….), nel “La città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio” ed. Altrimedia, 2007, a p. 22, in proposito scriveva che: “Tra le inchieste pervenute c’è fortunatamente anche quella condotta da Stefano arcivescovo di Capua, che reca al suo termine un elenco delle ‘domus seu preceptorie prioratus Capue, nec non membrorum omni dicti prioratus (5). Tra le 100 ‘domus’ menzionate, tutte a quanto pare suddivise per zone, vengono nominate nell’ordine la ‘domus Ebuli (Eboli), ecc…

La Pellettieri, a p. 22, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. l’edizione del testo di M. Salerno, K. Toomaspoeg, L’inchiesta di papa Gregorio XI sugli Ospedalieri, cit.”. Sempre la Pellettieri, a p. 24, in proposito scriveva che: “Della precettoria di Cuccaro si sa che era dedicata a S. Giovanni (16) e tra il 1378-80 fu assegnata a fra Matteo de Cara di Roccagloriosa, insieme alle case di Policastro, Roccagloriosa, Tortorella (17) e Moliterno, che dovevano essere commende di scarso valore, visto che per tutte nel 1378 il precettore versò al Tesoro 13 ducati di ‘responsiones’, e due anni dopo, soltanto per Rocca e per Cuccaro, la somma di 10 ducati, forse perchè le altre si erano ulteriormente impoverite. Riguardo alle altre piccole ‘domus’, si sa che la precettoria di Policastro (18) era intitolata a S. Giovanni, quella di Roccagloriosa (19) a S. Giacomo, e alla morte del Cara furono assegnate nuovamente insieme, con l’esclusione di Tortorella e Moliterno, a fra Antonio di Policastro, con atto del 21 ottobre 1384 (20); oltre a ciò si ha notizia di un precettore di Policastro nel 1424, il napoletano Antonio Casatini (21).”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (16) postillava che: “(16) AOM, Codice 281, c. 52r. Sulla località di Cuccaro si veda L. Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato, op. cit., vol. IV, pp. 184-189.”. Riguardo la sigla AOM, la Pellettieri nella sua nota (….) postillava che: “National Libray, Malta, AOM, cod. 321.”. Sempre riguardo la sigla ‘AOM’, la Pellettieri, a p. 63 aggiungeva che: “Sui possedimenti di San Mauro la Bruca e Rodio sono stati rinvenuti sinora tre cabrei: uno conservato alla National Library di Malta redatto nel 1626 (con la segnatura di Archivio Ordine di Malta, n. 6159) ecc..”. Dunque la sigla ‘AOM’ significa Archivio Ordine di Malta che si trova alla Valletta. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Sulla località cfr. L. Giustiniani, cit., vol. IX, p. 219.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Su Policastro, cfr. L. Giustiniani, cit., vol. VII, pp. 224-229.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Su Roccagloriosa, L. Giustiniani, cit., vol. VIII, pp. 33-35.”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (20) postillava che: “(20) AOM, Codice 321, cc. 201r – 204v; codice 281, c. 52r”. La Pellettieri a p. 24, nella sua nota (21) postillava che: “(21) B. del Pozzo, Ruolo Generale, cit., sub anno 1420.”.
Le origini di Casaletto attraverso la datazione dell’epigrafe scolpita sul portale della Chiesa di S. Giovanni a Casaletto

(Fig…..) Foto di Letizia Peluso
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “Secondo la tradizione locale, un elemento che potrebbe darci una mano a stabilire il momento della “nascita” del paese è la scritta sul portale della chiesetta di San Giovanni Battista, che sorge di fianco alla Chiesa Madre sul lato che volge a sud e che prospetta sull’omonima piazzetta. Sull’elemento orizzontale del citato portale trittico in pietra locale si può leggere, al centro della trabeazione, “A. D. I (?) 801”. Ho utilizzato il condizionale perchè questa scritta si presta a due diverse letture: la prima, “Anno Domini Iesu” (20) 801″, è quella più affascinante anche se purtroppo storicamente non percorribile: infatti l’introduzione della numerazione indo-araba nel continente europeo è avvenuta solo nel XIII secolo, oltre quattrocento anni dopo (21). La seconda, quella più realistica, “A. D. 1801″, ci porterebbe a datare il portale (comparandolo anche con quello quasi coevo e di simile fattura della cappella privata della famiglia Polito De Rosa dedicata a Sant’Antonio in via Selice e datato 1833) all’inizio del XIX secolo, ipotizzando la realizzazione del portale legata ad un intervento di restauro all’inizio dell’ottocento della cappella, in quanto, e la cosa è ampiamente documentabile, la stessa è di alcuni secoli più antica. Ecc…”.

(Fig….) Foto di Letizia Peluso
Dunque, riguardo l’epigrafe, la scritta scolpita sull’antico portale della chiesetta di San Giovanni a Casaletto, attigua alla chiesa Madre di San Nicola, il Montesano avanzava due ipotesi sulle origini della chiesetta e di Casaletto. La prima ipotesi del Montesano è quella secondo cui la chiesetta potrebbe risalire all’anno ‘801 d.C., mentre la seconda ipotesi, meno “affascinante” ma più concreta, si riferisse all’anno 1810. Il Montesano, però, riguardo alla seconda ipotesi, ovvero che la chiesa fosse abbastanza recente precisa che se la scritta si riferisse all’anno 1810, è solo perchè vi furono dei lavori di restauro. Infatti, scrive il Montesano che dalla documentazione emersa negli Archivi Notarili di Sala Consilina, condotta da Alfonso Leone, risulta che la chiesa esisteva nel XV secolo. Il Montesano (….) a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “Infatti, la Chiesa di San Giovanni, così come riportato anche nel secondo volume della “Storia del Vallo di Diano” (22), era già esistente e aperta al culto nel XV secolo, essendo sede della Confraternita di San Giovanni.”. Di questa notizia parlerò in seguito. Il Montesano, a p. 17, nella nota (22) postillava che: “(22) A cura di Nicola Cilento – Storia del Vallo di Diano – Età medioevale – vol. 2°; appendice: “Una ricerca di storia rurale (1466-1478) nell’archivio notarile di Sala Consilina” di A. Leone”. Infatti, Alfonso Leone (….), nel suo saggio “Una ricerca di storia rurale (1466-1478) nell’archivio notarile di Sala Consilina” in ‘Storia del Vallo di Diano – Età medioevale’ (il testo è a a cura di Nicola Cilento), vol. II, in una ricerca delle fonti sulla “storia rurale tra il 1466-1478 del Vallo di Diano”, ricerca condotta sui documenti conservati nell’Archivio Notarile di Sala Consilina, a p…….., in proposito scriveva che: “……..
Nel 1239, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano), dopo la Signoria dei Guarna, la Signoria dei Sanseverino
Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239. Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Il più antico e inedito diploma che ci informa dei feudatari di Diano è del 1195 (21). Con esso il figlio di Goffredo di Hauteville, conte di Capitanata (+ 1101) e fratello del Guiscardo, che aveva assunto il nome del vinto Filippo Guarner, conte di Marsico e signore di Diano, vendette terre demaniali, site nel territorio della città di Diano e propriamente a Valle dei Razzoni, pertinente alla chiesa di S. Marciano (fucina dei falsi documenti, a dire di M. Galante), grancia dell’Abbazia di Cava. Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo ?), da cui a Silvestro (II, + 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, + 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo poi fu spogliato della contea e della Signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo Stato di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio) “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ruggiero che era stato investito anche degli altri beni confiscati, avendo imprigionato a Salerno alcuni baroni, temendo di essere incolpato da re Manfredi fuggì presso Carlo d’Angiò che, conquistato il Regno, lo investì anche della baronia di Diano.”. Ebner, a p. 636, nella nota (22) postillava che: “(22) Reg. A., f 125”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Riguardo i Guarna, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), che i conti Guarna discendevano da Goffredo d’Altavilla, quarto figliolo di Tancredi (vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), il quale prese nome, secondo il costume del tempo, dal condottiero imperiale Warner (era stato chiamato da papa Leone IX contro i Normanni) e perciò Guarna, da lui ucciso nella battaglia di Civitate in Capitanata (a. 1053). Da Goffredo (+ 1163), il secondo Goffredo, conte di Conversano, da cui discendenti Sibilla (+ 1103) che sposò Roberto di Normandia (v. Ebner, Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo o Goffredo, Silvestro (+1163), Guglielmo (+ 1180) e poi Filippo.”. Sempre Ebner (….), a p. 419 parlando di S. Arsenio, in proposito scriveva che: “La giurisdizione criminale, invece, continuò a essere esercitata dai conti Guarna, signori di Diano, da cui dipendeva S. Arsenio. Nel 1054 anche Silvestro (II) Guarna donò il casale di S. Pietro di Tramutola alla Badia. Alla morte di Guglielmo (+1180) successe, nella contea e signoria di Diano, Filippo al quale vennero bloccati i beni per ribellione. La contea di Marsico fu tenuta ‘maritali nomine’ da Guglielmo di Sanseverino che aveva sposato Isabella Guarna di Marsico (sorella di Filippo) prima che la contea fosse devoluta al fisco. Federico II concesse al figliuolo di Guglielmo, Tomaso (I), di comprarla devolvendo però alla R. Corte la contea di Sanseverino e la baronia del Cilento e versando mille once d’oro. Dopo la ribellione di Tomaso, il figliolo di Ruggero, scampato alla morte e condotto a Lione da papa Innocenzo IV (ne sposò la nipote, figlia del conte Fieschi) (5), riebbe le contee di Marsico e di Sanseverino da re Manfredi. Degli angioini Ruggero (sposò in seconde nozze Teodora, sorella di S. Tommaso d’Acquino) ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”.
Nel 1239, i Morra e la Congiura di Capaccio
Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.
Nel 1250, Tortorella, i suoi casali di Casaletto e Battaglia e la baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria
Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 21 in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero. Ecc…” ed io dico figlio del “Gibel de Loria” presente nel ‘Catalogus Baronum’. Il Montesano ci ricorda che secondo l’abate Giovan Battista Pacichelli (…), nel suo “Il Regno di Napoli in Prospettiva”, la Terra di Tortorella, con i suoi casali di Vibonati, Casaletto e Battaglia, verso il 1250, dipendeva dalla “Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero”. Dunque, secondo il Montesano, il Pacichelli (…) citava Riccardo di Lauria e parlava dei casali che dipendevano dalla “Baronia di Lauria”. Legendo il Pacichelli non ho trovato questa notizia ma mi chiedo sulla base di quale notizia il Pacichelli (….) adduceva che Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia “faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.” ? Dunque, secondo il Montesano, il Pacichelli (…) citava Riccardo di Lauria e parlava dei casali che nel 1250 dipendevano dalla “Baronia di Lauria”. Legendo il Pacichelli non ho trovato questa notizia ma mi chiedo sulla base di quale notizia il Pacichelli (….) adduceva che Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia “faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.” ? Chi era Riccardo di Lauria ? Qual’è il collegamento del feudo di Lauria con quello di Tortorella e gli altri centri di cui ho parlato ?. Il collegamento si trova nel ‘Catalogus Baronum’ compilato intorno al 1144. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando della contea di Lauria, a p. 205 in proposito scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).”. Il Campagna, nella sua nota (29) postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, pag. 222.”. Dunque, il Campagna scriveva sulla scorta del Pesce che a sua volta scriveva sulla scorta del Racioppi e sulla storia di Riccardo di Lauria.
RICCARDO DI LAURIA E PALIANA DI CASTROCUCCO
Nel 12……, Riccardo di Lauria al tempo di Federico II di Svevia
Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, il Campagna scriveva che la Terra di Aieta e di Lauria ebbero come signore e feudatario un Riccardo di Lauria. Il Campagna aggiunge pure che dopo la morte di Riccardo di Lauria, il feudo fu ereditato dal figlio che aveva lo stesso nome. Dunque, secondo il Campagna, vi erano due Riccardo di Lauria. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Antica famiglia che trasse il predicato dalla contea di Lauria. “Loria” è forma umanistica dello stesso predicato. La famiglia pare abbia avuto per capostipite un de Clojrat, omonimo d’una Terra di Normandia. Si ignora se fu uno dei quaranta cavalieri venuti nel Mezzogiorno d’Italia al servizio di Guaimario di Salerno o se sia venuto con gli Altavilla. Ebbero feudi che andavano da Lauria a Lagonegro, e, sul Tirreno, lungo le coste della Calabria, della Basilicata e della Campania (C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 21, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.“. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Nel periodo svevo dunque, Scalea, come altri centri della Calabria e Basilicata era un feudo e precisamente di Riccardo di Loria. Il feudo comprendeva, all’epoca di Federico II, parte della Basilicata e della Calabria aventi come centri Lauria all’interno e Scalea sul mare. Al ritorno della V crociata Federico II tolse i feudi a molti baroni che, durante la sua assenza, si erano mostrati poco fedeli; fra questi figura anche Riccardo di Lauria. Poi Riccardo di Lauria sposò in seconde nozze Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia madre di Manfredi, figlio naturale di Federico II. Dall’unione nacque nel 1250 nel castello di Scalea, Ruggero di Loria. Riccardo, a seguito della parentela acquisita, riottenne la sua baronia e si mostrò degno di fiducia verso la casa sveva per la quale nel 1266 morì gloriosamente a fianco di re Manfredi nella battaglia di Benevento.”.
Nel 12….. (?), Riccardo di Lauria (figlio di Gibel de Loria) si unisce in prime nozze con Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (131) postillava che: “(137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25. (138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Nell’edizione del 1610 ho trovato che Filiberto Campanile (…..), nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili”, stampato a Napoli, nel 1610, ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Il Campanile scriveva che: “La Casa di Loria, ò vero dell’Oria, le cui armi sono tre fascie d’argento interposte in altre tante azzurre, è una delle più antiche del nostro Regno. Il primo, che di questa famiglia ritroviamo nominato ne’ Regij Archivij è Riccardo Signor di feudi in Basilicata, à cui nell’anno 1239. l’Imperador Federico II. come uno dei Baroni del Regno, comette alcuni Stadici datigli da’ Paduani, e nel medesimo tempo il manda per Vicerè, e Capitano à guerra nella Provincia di Terra di Bari. Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina. Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”.

Dunque, il Campanile scriveva che “Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina.”, ovvero scriveva che Roberto si sposò in prime nozze con “Paliana di Castrocucco” e da lei ebbe una figlia chiamata “Beatrice” che sposò Riccardo d’Arena, Signore di Arena e di Santa Caterina. Su un blog in rete troviamo scritto che Riccardo (+ ucciso da Jeronimo Sambiase nella battaglia di Benevento 26-2-1266 – Re Manfredi muore nella medesima occasione tra sue braccia), Signore di Lauria dal 1254, Signore di Scalea nel 1266; aveva feudi in Basilicata (1239) e in Calabria, Vicerè e Capitano di guerra in Terra di Bari, Gran Privado del Re Manfredi di Sicilia. 1°) = Paliana di Castrocucco. 2°) = Bella d’Amico, figlia di Guglielmo d’Amico e di Macalda Scaletta Signora di Ficarra (+ all’ospedale di Messina, in miseria), fu la Governante della Regina Costanza d’Aragona e si risposò con Alaimo di Leontina. Rosanna Lamboglia (….) scriveva che i documenti ci riportano a due Riccardo di Lauria e a due matrimoni, con una “Paliana di Castrocucco”. Il primo Riccardo di cui si parla nei documenti è un Riccardo che in età sveva aveva sposato una certa “Paliana Pascale di Castrocucco”. Inoltre, i documenti angioini ci parlano di un “Riccardo di Lauria” che nel 1277 ha sposato una “Paliana o Palliana di Castrocucco”, figlia del Giustiziere di Basiliaca “Podiolo”. Sul “Riccardo di Lauria” d’epoca Sveva, la Lamboglia scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. Infatti, i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: “Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi.”. Dunque, la Lamboglia scrive che questo Riccardo di Lauria visse al tempo di Federico II di Svevia e che ad un certo punto sposò in prime nozze con la nobile Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia che gli portò in dote i feudi di Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra che appartenevano al padre di lei, Podiolo, giustiziere di Basilicata al tempo di Federico II. Dalla prima moglie Palliana di Castrocucco, Riccardo di Lauria ebbe una figlia. Augurio e Musella scrivono che la figlia si chiamava “Beatrice”, mentre su Wikipedia leggiamo che Riccardo ebbe “Costanza di Lauria”. Augurio e Musella (….), a p. 24-25, in proposito scrivevano che: “Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Riccardo di Lauria sposò:
- Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
- Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
- una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
- Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.
Nel 12….., Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia (….), a p. 47, nella nota (137) postillava che: “(137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi overo insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25. (138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Da Wikipidia leggiamo che Riccardo di Lauria sposò Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria. Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: “Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo……Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo di Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Ecc…”. Nell’edizione del 1610 ho trovato che Filiberto Campanile (…..), nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili”, stampato a Napoli, nel 1610, ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Dunque, il Campanile scriveva che “Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina.”, ovvero scriveva che Roberto si sposò in prime nozze con “Paliana di Castrocucco” e da lei ebbe una figlia chiamata “Beatrice” che sposò Riccardo d’Arena, Signore di Arena e di Santa Caterina. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: “La mancanza di fonti preclude ogni possibilità di una esposizione cronologica nella successione delle baronie nel governo di Ajeta. Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono a lungo la Terra furono i de Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Nel periodo svevo dunque, Scalea, come altri centri della Calabria e Basilicata era un feudo e precisamente di Riccardo di Loria. Il feudo comprendeva, all’epoca di Federico II, parte della Basilicata e della Calabria aventi come centri Lauria all’interno e Scalea sul mare. Al ritorno della V crociata Federico II tolse i feudi a molti baroni che, durante la sua assenza, si erano mostrati poco fedeli; fra questi figura anche Riccardo di Lauria. Poi Riccardo di Lauria sposò in seconde nozze ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Ecc…”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (138) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”.
Nel 1269, re Carlo I d’Angiò concede Tortorella ed i suoi casali di Battaglia e Casaletto, Sanza e Roccagloriosa a ‘Onorato di Moliers’, togliendoli al proditores Roberto di Tortorella
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini e poi tra aragonesi e angioini (metà XIII secolo-inizio XIV secolo), purtroppo scarsamente documentato, Tortorella, con i suoi casali, fu soggetta a diversi passaggi di proprietà. Nel ‘Liber Donationum Caroli Primi’ databile alla seconda metà del XIII secolo (probabilmente 1269) si legge che il Re Carlo I d’Angiò concede il castrum di Tortorella, insieme a quello di Sanza e di Roccagloriosa, a Onorato di Moliers (33).”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Liber donationum, Reg. 7, f 96: Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa uncias VII et tarenos VII, wt bona quond, Costantie de Loriano, frumenti salma II, valoris tar. II (Et nominanturvaxalli dicti Guglielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basiluis de Agata, Philippa de Comite, Giulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, eg bona Roberti de Turturella, proditoris.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni di stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni d stampa e letteratura – 1982, pag. 675.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, a p. 675, parlando di Tortorella scriveva che: “Mancano notizie utili sul villaggio antecedentemente all’età angioina, quando se ne leggono diverse e interessanti. Già nel ‘Liber donationum’ vi è la concessione da parte di re Carlo dei feudi di Sanza e di Tortorella a Onorato di Moliers (1) insieme al feudo di Roccagloriosa e di altri beni. I ‘Registri’ ci informano anche di un’ordinanza che riguarda Onorato circa i suoi vassalli di Sanza e di Tortorella (2), ecc..”. Ebner (…) a p. 675, nella sua nota (1) postillava che: “(1) ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 96 = vol. II, p. 263, n. 116: “Honorato de Moliers et heredibus (etc. conceduntur) ‘Sansa e Turturella pro unciis LIII, castrum Rocce de Gloriosa pro unc. XXX, et bona Guglielmi de Villani, que habuit in Policastro, qui valent uncias VII et tarenos VII; et bona quond. Costantie de Loriano, frumenti salmas II, valoris tar. II (Et nominantur vaxalli dicti Guilielmi in Policastro: Basilius de Comite, Basilius de Agatha, Philippa de Comite, Gulielmus de Loiano). Item bona Johannis de Pisio, proditoris, et bona Roberti de Turturella, proditoris. Su quest’ultimo v. a Padula.”. L’Ebner (…), a p. 675, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Reg. 1272, XV ind., f 76 = vol. VIII, p. 149, n. 275.”. Infatti, rileggendo il vol. VIII della ricostruzione dei Registri angioini pubblicati dall’Accademia Pontaniana (del Filangieri) a cura di Jolanda Donsì Gentile (…), a p. 149, nel documento n. 275 del Registro XXXVII leggiamo che: “275. – (Mandatum pro Honorato de Moliens, de vassallis terrarum eius Sanse et Turturelle) (Reg. 1272, XV ind., f. LXXVI).”. La Donsì Gentile a tergo del documento postillava che esso era stato tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c., n. 609.”. Dunque, è attaverso questo documento tratto dalla Cancelleria angioina di re Carlo I d’Angiò, che veniamo a conoscenza di due “proditores” di ribelli partigiani probabilmente di Manfredi o di Corradino di Svevia: di Giovanni de Pisio di Policastro e di Roberto di Tortorella. Il milite Roberto di Tortorella, ex partigiano di Manfredi e forse anche di Corradino di Svevia, con Carlo Martello, riscatterà la sua posizione.
Nel 1277, la terra di Lauria viene restituita ai Loria
Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Solamente infatti con l’avvento dell’Angioino e nel 1277, per ordine di ‘Ferrerium vel Sperronum’, allora giustiziere di Basilicata, tali possedimenti ritornano definitivamente ai Loria. Il Giustiziere afferma infatti che su queste terre servivano per designazione della curia imperiale gli antenati dei Loria (122).”. La Lamboglia, a p. 45, nella nota (122) postillava che: “(122) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 623″.
Nel 1278, Tortorella (ed i suoi casali di Casaletto e Battaglia) è concessa al milite Nasone Galarato o Galanzano (Galeran)
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella (e dei suoi casali Casaletto e Battaglia) all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente passò per la somma di 40 once d’oro, nelle mani del milite Nasone Galarato o Galanzano (Galeran) in cambio del Casale di Trecase, che si trovava nel Giustizierato di Terra d’Otranto, e di altri beni a Brindisi (34). Dai ‘Registri angioini’ risulta inoltre che, nel 1278, il cavaliere Nasone era anche signore di Battaglia.”. Nicola Montesano (…), a p. 21, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Chiese Baroni e popolo del Cilento – Pietro Ebner – Edizioni di storia e letteratura – 1982, pag. 675.”. Del ‘Liber Donationum Regni Caroli Primi’, ho parlato nel capitolo precedente dal titolo: “I documenti tratti dalla Cancelleria Angioina”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Chiese baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 675 parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “I ‘Registri’ angioini ci informano che….Il feudo passò poi al milite Nasone di Galarato o Galenzano (Galeran), il quale aveva restituito alla Curia il casale di Trecase nel giustizierato di Terra d’Otranto e altri beni a Brindisi, ricevendone appunto la terra di Tortorella nel giustizierato di Principato e Terra Beneventana (3). Il feudo era stato concesso al milite Nasone per 40 once d’oro (4). Troviamo ancora notizie di questo cavaliere nel 1278, quando risulta signore anche di Battaglia (5) (vedi) e poi quale custode delle strade di Ascoli in Capitanata (6).”. Ebner, a p. 675, nella nota (3) postillava che: “(3) Reg. 28, ff 69 t e 70 = vol. XIX, p. 46, n. 159.”. Ebner, a p. 675, nella nota (4) postillava che: “(4) Reg. 7, f 102 = vol. II, p. 264, n. 125”. Ebner a p. 675, nella nota (5) postillava che: “(5) Reg. 1278 C, f 135 t = vol. XXI, p. 298, n. 259”. Ebner a p. 675, nella nota (6) postillava che: “(6) Reg. 4, f 111,= vol. II, p. 126, n. 487 (Nasone de Galarato commictitur custodia stratarum Escoli = Ascoli in Capitanata. Su questo Nasone cfr. pure Reg. 4, f 31 = vol. II, p. 56, n. 200 sulla custodia del castello di Pietra Montecorvino (castrum Petre): Foggia VII aprile, XII ind.”.
Nel 1285, TOMMASO (II) SANSEVERINO, figlio di Ruggero II Sanseverino
Da Wikipedia leggiamo che Tommaso (II) Sanseverino era figlio di Ruggero II Sanseverino e di Teodora d’Aquino, sorella di San Tommaso, nacque nel 1255 circa. Nel 1284 al padre Ruggero II fu affidata da Carlo, principe di Salerno e, a quel tempo, Vicario Generale di suo padre Carlo I d’Angiò, la custodia e la difesa della città di Salerno dai ribelli (durante il periodo dei Vespri Siciliani), mentre Tommaso, che dallo stesso principe venne nominato capitano di guerra, era stato spedito a difendere il litorale che da Salerno va a Policastro. Morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula. Alla morte del padre Ruggero II Sanseverino, nel 1285, gli successe e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro dal 1291, signore di Atena dal 1295, signore di Postiglione dal 1295 (ma rinuncia nel 1298), signore di Sanza dal 1294, signore di San Severino di Camerota, Casal Boni Ripari, Pantoliano, Castelluccio Cosentino, Corbella, Monteforte (di Vallo), Serre e Padula dal 1301, signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Scorto’ il Duca di Calabria per accogliere il nuovo re Roberto di Napoli di ritorno da Avignone (ottobre 1310). Tommaso sentì molto l’influenza del santo zio, Tommaso d’Aquino, che più di una volta aveva soggiornato al castello di Sanseverino ove ebbe una delle sue estasi, infatti si interessò attivamente per la glorificazione dello zio. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Dunque, il Gatta scriveva di Tommaso II Sanseverino. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero Sanseverino e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 135 scriveva che: “Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2). Questi per quanto prode nelle armi era altrettanto pio e devoto. Nella sua vita, che si protrasse durante i regni di Carlo II d’Angiò e parte di quello di Roberto, fece larghe donazioni alle chiese e specialmente a quella di S. Tommaso di Marsico che beneficò con quattro diplomi nel 1295, 1296, 1304, e 1314 (3). Signore anche di Diano ottene dai monaci di Montevergine la concessione di una piccola chiesa dedicata a S. Lorenzo nella pianura sotto Padula ed ivi edificò lo splendido monumento d’arte che è la Certosa di S. Lorenzo di Padula. In essa volle, alla sua morte avvenuta nel 1320, essere sepolto e su la tomba fu posta questa epigrafe: ecc…”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico Napoletano”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico. Tommaso dalla prima sua moglie Isnaldo d’Agaldo aveva avuto un figlio Enrico; contratte di poi seconde nozze con Sveva d’Avezzano dei conti di Tricarico ebbe quattro figli fra i quali giusta facoltà avuta da re Carlo II di Angiò, ripartì i feudi. Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1).”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 parlando del casale di Teggiano, in proposito scriveva che: “Nel 1291 Tommaso di Sanseverino aveva acquistato Centola, Polla e Cuccaro, nel 1294 Sanza, nel 1295 Atena, Postiglione, Sala Consilina, S. Severino di Camerota, Casal Buoni Ripari, Pantuliano, Castelluccio (Cosentino), Corbella, Monteforte (Cilento), Serre, Padula, nel 1301 e Policastro nel 1305. Ebbe inoltre confermate le baronie di Cilento, Diano, Lauria, S. Angelo a Fasanella e Magliano Vetere. Nel 1395 ebbe infine confermata la baronia di Diano e S. Arsenio. Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Felice Fusco (…), a p. 158, parlando del periodo di re Ladislao, nella sua nota (7) postillava riguardo il casale di Buonabitacolo che fu fondato nel 1333 dal suo figlio terzogenito Guglielmo III Sanseverino: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) ecc…”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “….nel 1294, Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196). La pace di Caltabellotta (1302) chiuse la rovinosa guerra del Vespro e ridiede un pò di tranquillità alle martoriate contrade del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. Le agevolazioni fiscali da parte della Corona per un verso, l’opera benefica di Tommaso II Sanseverino (197) dall’altro permisero una relativa rinascita economica delle varie ‘Terre’. Nel 1306 il Sanseverino fondò la Certosa di Padula, effettuò opere di bonifica del Vallo (fece ripulire il canale del ‘Fossato’), si prese cura dei numerosi feudi tra cui il ‘Castrum Sanse’. Ecc….Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208 riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Alla fine del XIII secolo Caselle….e nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..ecc…”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che: “Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, II, p. 82.”. Il Fusco nella sua nota 128 a p. 101 postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Sbaglia Ebner (ivi) quando – come appare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo a dire”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms. Napoli, 1890 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione cuulturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci, Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sansee’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: “Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Felice Fusco (…), a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 203 sg.).”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239. Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Quello di Lurino, ‘Li Lauri’, sorto con l’assenso di re Ladislao d’Angiò-Durazzo, fu portato in dote ai Sanseverino da Margherita di Vlamontone, che nel 1273 andò in sposa a Tommaso Sanseverino, il fondatore della Certosa di Padula. Il ‘castrum Laurini’ era stato concesso al padre di Margherita, Enrico di Valmontone, da Carlo I d’Angiò nel 1271 (cfr. P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Roma, ed. di Storia e Letteratura, 1982, II, p. 81). Tommaso Sanseverino comprò (1294) il ‘castrum Sanse’ da Tommaso Guilberto da Chiusano per 20 once annue (ASN, Reg. Ang., n. 77, fol. 14; F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale, in “Euresis”, VIII, (1992), p. 208). Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.
Nel 6 settembre 1289, Carlo II d’Angiò ordinava a Riccardo de Ruggiero e a Riccardo D’Aiello di recarsi al Castello di Tortorella
Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 675-676, nella sua nota (…) e, in proposito scriveva che: “È del 1289 un ordine perentorio di Re Carlo II ai salernitani Riccardo de Ruggiero e Riccardo D’Aiello di recarsi immediatamente, sotto pena di confisca dei loro beni, rispettivamente al castello di Tortorella e a quello di Sanza, di cui erano possessori, per custodirli diligentemente “ne gravetur ab hostibus” (9)”. Ancora Ebner, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”. Forse è a questo “Riccardo de Ruggiero” che si riferiva Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, quando parlando di Tortorella ed i suoi casali di Casaletto e Battaglia all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel 1289 le Terre di Tortorella erano invece possedute da Riccardo de Ruggiero. Fu probabilmente in questo periodo che dette Terre di Tortorella entrarono a far parte del feudo di Lauria.”. Dunque, il Montesano riporta la notizia che nel 1289, la terra di Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia appartenevano ad un certo “Riccardo de Ruggero”, mentre Pietro Ebner ci parla di un ordine impartito da re Carlo II d’Angiò in cui si obbligava i “salernitani” “Riccardo de Ruggiero” a recarsi immediatamente “rispettivamente al castello di Tortorella”, “sotto pena di confisca dei loro beni”, “ne gravetur ab hostibus” (9)”. La notizia proviene dai Registri Angioini pubblicati da Carlo Carucci. Ebner, nella nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”. Dunque, Ebner postillava di Carlo Carucci e del suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII. La notizia è tratta dal vol. II, ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII, pag. 204, documento n. 97. Infatti, Carlo Carucci (….), a p. 204 parlando del documento n. 97, in proposito scriveva: “LXXXXVII. 1289, 6 settembre, Napoli. Carlo II ordina a Riccardo de Ruggiero e a Riccardo D’Aiello, salernitani, che, sotto pena della perdita dei loro beni, vogliano immediatamente portarsi l’uno al castello di Tortorella, l’altro a quello di Sansa, di cui sono rispettivamente padroni, e provvedere alla difesa di essi dai nemici.”. Il Carucci, a p. 204 postillava: “Reg. ang. n. 46, fol. 314b.”. Il Carucci riporta il testo del documento: “Riccardo Rogerii, militi, de Salerno. Fidelitati tue, sub pena ammissionis terre, quam tenes a curia nostra….precipimus quatinus, statim visis presentibus, qualibet mora et occasione cessantibus, ad terram tuam Turturelle te personaliter conferas et ipsius terre diligentem custodiam, de gravetur ab hostibus, curaturus (nel testo: moraturus). Data Neapoli, die VI septembris III indictionis. Similes facte sunt Riccardo de Agello, militi, de Salerno, quod conferat se ad terram suam Sanse, de verbo ad verbum, ut supra.”. Chi era questo “Riccardo Ruggerii” ?. Il Carucci scriveva che il documento angioino ci parla di due militi “Salernittani” al servizio di re Carlo II d’Angiò a cui fu ordinato di recarsi immediatamente presso i loro beni, ovvero il castello di Tortorella di cui era padrone. Dunque, nel 1289, il castello di Tortorella apparteneva al milite salernitano Riccardo Rogerio. Questo secondo l’interpretazione dei registri angioini che ne fa il Carucci. Io credo che questo “Riccardo Rogerii, militi, de Salerno”, fosse il Riccardo di Lauria, fratello del grande ammiraglio, Ruggero di Lauria che, nel 1289, insieme a Riccardo d’Ajello, che teneva il castello di Sanza, subivano le pressioni di Carlo II d’Angiò a causa della guerra del Vespro (1282-1302). Riguardo il personaggio Matteo D’Ajello ha scritto Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “Negli ultimi anni della guerra i feudatari di ‘Sansa’ si avvicendano celermente, quasi a sottolineare la precarietà e l’instabilità dei tempi e del territorio bussentino. Infatti,, in appena un quarto di secolo, ben cinque Signori vengono menzionati dai ‘Registri Angioini’: nel 1278 Erberto d’Aureliano, che trova tempo e modo di impelagarsi in una contesa per motivi di confine col Signore di Padula Guglielmo di Saccovilla (‘contenncio vertitur inter herbertum de aureliano, tenentem….Terram Sanse et Guillelmum de Sanguenville tenetem terram Padule’)(192), nel 1289 Riccardo d’Aiello, di cui si è detto; nel 1290 Guglielmo Peregrino (193) e Leonardo de Alatri (un capitano degli Almugaveri!)(194) in parti uguali per aver restituito Policastrum al dominio regio (195); nel 1294 Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (192) postillava che: “(192) ASN, Reg. Ang., n. 28, fol. 109; A. Sacco, La Certosa di Padula, Roma, Unione Editrice, 1914-1930 (rist. an. a cura di Vittorio Bracco e Angelina Bracco, Salerno, Boccia, 1982), III, p. 11 6, doc. IX. Per altre notizie su Erberto d’Orléans, che fu tra l’altro anche Signore di ‘Policastrum e di Rocca Gloriosa, cfr., F. Fusco, Universale Capitulum etc., cit., p. 150, n. 21.”. Dunque, il Fusco scriveva che nel 1289 era padrone di Sanza Riccardo d’Aiello e questa notizia era tratta dai Registri Angioini. Felice Fusco, a pp. 206-207, in proposito scriveva che: “Sanza….partecipa – come si è detto – alle operazioni e alla difesa del ‘castrum Policastri’, è strenuamente difeso (nel 1299 Carlo II d’Angiò ordina al milite Riccardo d’Aiello (181) di recarsi subito ‘ad Terram suam Sanse’ per difenderla dagli attacchi nemici)(182), ecc…”. Il Fusco, a p. 206, nella nota (181) postillava che: “(181) Per questo personaggio cfr. F. Fusco, Universale Capitulum etc., cit. p. 149, n. 18.”. Il Fusco si riferiva al suo saggio “Universale Capitulum Terrae Sontiae, ovvero gli Statuti Municipali di Sanza”, Euresis, 1991, Salerno, Boccia. Il Fusco, a p. 206, nella nota (182) postillava che: “(182) ASN, Reg. Ang., n. 46, fol. 134”. Su Leonardo d’Alatro, il Fusco, a p. 208, nella nota (194) postillava che: “(194) Leonardo de Alatro, dopo essere stato capitano degli Almugàveri di ‘Policastrum’, si era convertito alla religione cattolica e alla causa angioina. Nel 1290 il Conte d’Artois gli concesse l’indulto e una rendita annua di 20 once d’oro. Ibidem”.
Nel 1294, Tommaso II Sanseverino comprò alcuni feudi del Vallo di Diano
Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “….nel 1294, Tommaso II Sanseverino che lo compra per 20 once annue da Tommaso Guilberto da Chiusano (196). La pace di Caltabellotta (1302) chiuse la rovinosa guerra del Vespro e ridiede un pò di tranquillità alle martoriate contrade del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. Le agevolazioni fiscali da parte della Corona per un verso, l’opera benefica di Tommaso II Sanseverino (197) dall’altro permisero una relativa rinascita economica delle varie ‘Terre’. Nel 1306 il Sanseverino fondò la Certosa di Padula, effettuò opere di bonifica del Vallo (fece ripulire il canale del ‘Fossato’), si prese cura dei numerosi feudi tra cui il ‘Castrum Sanse’. Ecc….Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Tommaso Sanseverino comprò (1294) il ‘castrum Sanse’ da Tommaso Guilberto da Chiusano per 20 once annue (ASN, Reg. Ang., n. 77, fol. 14; F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale, in “Euresis”, VIII, (1992), p. 208). Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.
Nel 1299, Carlo II d’Angiò, Principe di Salerno assegnò al Principato Citra o Citeriore 142 ‘Terre’
Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – linee di una storia etc…”, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alla fine del XIII secolo Caselle entrò a far parte ufficialmente del ‘Principato Citra’ con le assegnazioni di Carlo II lo Zoppo (126) ecc..”. Il Fusco, a p. 101, nella nota (126) postillava che: “Prima della divisione in ‘Principato Citra o Citeriore’ (il Salernitano) e in ‘Principatro Ultra’ (l’Avellinese) attuata da Carlo I d’Angiò nel 1284, il ‘Principato tout court comprendeva le aree di ambedue le province. Nel 1299 Carlo II lo Zoppo assegnò al Principato Citra circa 142 ‘Terre’, fra cui ‘Rofranum, Alfanum, Sansa, Turturella, Paludum (Padula) Rocca de Gloriosa, S.. Joannus ad Pirum, Casella, Mongerànum (Morigerati), Torraca, Policastrum (C. Carucci, Codice Diplomatico etc.., cit., III, pp. 408-411).”. Il Fusco si riferiva al testo di Carlo Carucci (….), ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1934 XII, di cui il vol. III è ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nel 1299 ‘Turturella’ viene anche citata nell’elenco dei paesi appartenenti al giustizierato del Principato Citra nel documento “attuativo” di divisione del giustizierato di Principato e della Terra Beneventana nei due giustizierati Citra e Ultra (36) a firma del re Carlo II d’Angiò. Tale divisione, resasi necessaria per l’eccessiva ampiezza del giustizierato (comprendeva grossomodo le attuali province di Salerno, Benevento e Avellino) era in realtà avvenuta formalmente già in data 12 giugno 1284 sotto Carlo I d’Angiò, ma evidentemente la ripartizione del territorio tra i due novelli giustizierati non fu facile e le questioni si protrassero a lungo (37).”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (36) postillava che: “(36) La definizione corretta è: ‘Iusticiariatus a serri Montorii citra Salernum e Iusticiariatus a serri Montorii ultra Salernum’.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Archivio Storico per la Provincia di Salerno – Anno VI-I- nuova serie – Tip. F.lli Di Giacomo – 1932, pagg. 90-91.”.
Nel 1305, Ruggero di Lauria, morte e successione nella Contea di Lauria
Da Wikipedia leggiamo che nel 1279 rimase vedovo di Margherita, sorella di Corrado e Manfredi Lancia dalla quale aveva avuto un figlio, Ruggiero, e tre figlie, Beatrice, Gioffredina e Ilaria. Si ritirò in Catalogna e morì a Cocentaina, presso Valencia, nel gennaio del 1305. Ruggiero di Lauria, morì nel 19 gennaio 1305 a Cocentaina in Spagna, lasciando eredi i suoi figli. I suoi beni furono ereditati da suo figlio Ruggiero e, alla morte di questi, da Berengario. I due studiosi a p. 21 citano un biografo dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria, il V. Visalli (…), che nel 1900, scrisse ‘Sulla nascita e la giovinezza dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria. Ricerche’. I due studiosi Augurio e Musella (…), a pp. 33-34, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Secondo le cronache più accreditate Ruggiero di Lauria ebbe due mogli. In prime nozze sposò, Margherita Lancia, sorella di Corrado Lancia, e in seconde nozze sposò Isaurina d’Entenca. Il primo figlio ebbe nome Ruggerione…..Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Esaurina d’Entenca …..ed ebbe Berengario, ecc..ecc..”. Sempre i due studiosi Augurio e Musella, a p. 34, in proposito scrivevano che: “Da Bianca Lancia (errore Margherita) ebbe anche tre figlie femmine che furono sposate con i più importanti esponenti della nobiltà catalana o italiana. La maggiore, Beatrice, sposò Giacomo di Xirica, nipote del re Pietro III, uno dei primi baroni del regno. Pare che questo matrimonio sia stato fortemente voluto dal papa Bonifacio VIII (65) quando questi conferì a Ruggiero di Lauria il feudo di Aci in Sicilia. Di lei si conserva una lettera, datata Valencia 18 gennaio 1305, con la quale chiedeva al re Giacomo II d’Aragona alcune grazie in favore di Saurina d’Entenca, vedova del padre e per il fratello Ruggierone (66). La seconda, Costanza, sposò il nobile don Noto di Moncada mentre l’ultima, Goffredina, il conte di Sanseverino. Secondo il De Lellis quanti titoli e feudi ebbe Ruggiero nel continente, tanti passarono con questo matrimonio in casa Sanseverino. Morta ancor giovane Margherita Lancia, Ruggiero si risposò con Saurina d’Entenca, figlia di Berengario d’Entenca, una delle famiglie più importanti di Aragona e Catalogna. Da questo matrimonio nacquero altri due figli, Carlo, Berengario e Margherita. Quest’ultima sposò in prime nozze Ugo di Chiaromonte, appartenente ad una delle prime famiglie di Sicilia, da cui discese Costanza di Chiaromonte, regina di Napoli. Ad Ugo di Chiaromonte fu affidato dall’Ammiraglio il baliato del figlio minore, Berengario. Dopo la morte di Ugo, Margherita sposò in seconde nozze Bartolomeo di Capua, ecc…ecc…”. I due studiosi, per la ricostruzione delle discendenza di Ruggiero hanno utilizzato la cronologia del Muntaner (…).
Nel 1308, Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia che appartenevano alla Contea di Lauria divengono feudo dei Sanseverino, quando Arrigo (Enrico) Sanseverino sposa Ilaria dell’Oria, figlia dell’Ammirglio Ruggero di Lauria
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, e dell’unione di Ilaria di Lauria e Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Nel 1308, le terre di Lauria passarono ad Enrico Sanseverino, IV conte di Marsico e Gran Connestabile del Regno di Napoli, che sposa la contessa di Lauria Ilaria, figlia del famoso ammiraglio Ruggiero di Lauria, che conquistò fama e onori durante la guerra del Vespro. Ruggiero, oltre che del titolo di Grande Ammiraglio del Regno d’Aragona e di Sicilia e di signore di Lauria, si fregiò anche dei titoli di signore delle terre di Castelluccio, Lagonegro, Laino, Maratea, Papasidero, Rivello e Rotonda. Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria la quale, in un matrimonio probabilmente più d’interessi che d’amore, pensò giustamente di porre il feudo di Lauria sotto la protezione delle effige della blasonata famiglia del marito. Da questa unione nacquero Tommaso e Ruggero. Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Aten. Viene nominato dal Re Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori. Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino ecc…”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’) riferendosi a Tommaso II Sanseverino a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) ……Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”.
Nel 1309, ILARIA DI LAURIA o Maria dell’Oria ed ENRICO II (“Arrigo”) SANSEVERINO successero nella Contea di Lauria
Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico. Tommaso dalla prima sua moglie Isnaldo d’Agaldo aveva avuto un figlio Enrico; contratte di poi seconde nozze con Sveva d’Avezzano dei conti di Tricarico ebbe quattro figli fra i quali giusta facoltà avuta da re Carlo II di Angiò, ripartì i feudi. Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc….L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero. Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Dunque, secondo il Mazziotti, Enrico (“Arrigo”) di Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino, morì nel 1336 a Diano dove sono sepolte le sue spoglie. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Lo storico locale di Lagonegro Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a p. 208 scriveva che: “Dopo di Ruggiero rattrovasi Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro, ‘Bartolomeo di Lauria’, nipote o cugino dell’Ammiraglio….A Bartolomeo di Lauria successe, nel 1350, l’unica figlia ‘Ilaria’, la quale sposò ‘Arrigo Sanseverino’ ed ereditò pure il feudo di Lagonegro, trasmettendolo al figlio o nipote ‘Gaspare Sanseverino’. Così Lagonegro passò, con la Contea di Lauria, sotto il dominio della potentissima famiglia Sanseverino, la quale possedeva in feudo, per le varie ramificazioni sue, quasi tutta la Basilicata, ed ebbe tanta parte negli avvenimenti che si succedettero per lungo tempo nel Regno.”. Non mi ritorna la cronologia riportate dal Pesce se confrontate con il Mazziotti, che scriveva sulla scorta di una lapide sulla tomba sacello di Enrico Sanseverino a Diano che egli morì nel 1336, mentre il Pesce scriveva addirittura che solo nel 1350 sua moglie “Ilaria di Lauria” (per il Pesce e per altri) o “Maria dell’Oria” per il Mazziotti, avesse ereditato il feudo di Lauria solo nel 1350. Non mi ritorna pure la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Su un sito web che ci parla della familia dei Sanseverino e delle sue ramificazione leggiamo che Enrico Sanseverino IV conte di Marsico morì nel 1314 e gli successe il figlio Tommaso III Sanseverino. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314).”. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino a cui è legato il nome della Certosa di Padula, morì nell’anno 1314 e stessa notizia troviamo su un sito web. Non mi ritrovo con quanto scriveva il Pesce sulla successione del feudo di Lauria. Mi chiedo come potevano succedere nei feudi Ilaria di Lauria ed il marito Enrico di Sanseverino nel 1350 se Enrico Saneverino morì nell’anno 1314. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano e di Tommaso II di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita……Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Da wikipidia, in riferimento a Tommaso II Sanseverino leggiamo che succedette a suo padre, e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro, ecc.., signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, nacque primogenito dalla prima moglie di Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, Margherita di Valmontone di Ariano. In seguito, sempre secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, sposò Ilaria di Lauria, figlia dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria che gli portò in dote 2000 once d’oro, ebbero due figli: Tommaso III Sanseverino e Ruggero Sanseverino. Dunque, secondo gli archivi Angioini, il nesso che legava la famiglia di Ruggiero di Lauria ai Sanseverino fu il matrimonio della figlia Ilaria e Enrico di Sanseverino, figlio di Tommaso di Sanseverino, che in seconde nozze nel 1302 aveva sposato Sveva, Contessa di Tricarico. Il nesso che legava i Sanseverino con i Loria o la famiglia di Ruggiero di Lauria è il matrimonio con Ilaria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino. Dunque, secondo Pietro Ebner (…), dal matrimonio di Ilaria di Lauria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino, nacque Tommaso III di Sanseverino. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: “Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forze di Carlo d’Angiò.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Ebner riguardo il Volpi si riferisce a Giuseppe Volpi (…) e al suo “Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio”, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II°, epigrafe a p. 57. Giuseppe Volpi (…), a p. 56 in proposito a Tommaso Sanseverino ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula data nel 1308 ai padri Certosini, riferendosi a quel periodo, scriveva che: “E in vero che piucche molto fioriva in quel secolo la pietà cristiana; imperocchè nello stesso tempo Maria di Loria figliuola dell’Ammiraglio Roggiero, e moglie di Arrigo Sanseverino (b) Contestabile del Regno nato dal suddetto Tommaso, fondò sette Conventi per gli Frati di S. Francesco, e tra questi quello dè Conventuali di Cuccaro, nella cui Sagrestia essendone stata posta la memoria, consumata poi nel tempo, fu rinnovata dal P. Maestro dè Rossi con un’altra iscrizione, con errore da lui intitolata ad Ilaria di Loria, la quale per essere stata sorella (c), e non figliuola dell’Ammiraglio Rogiero, non ebbe alcuna di queste Signorie, che egli le atribuisce, e che furono di Maria per ragion di Arrigo Sanseverino suo marito; onde crediamo, che il P. Maestro ingannato dalla similitudine del nome, posto che la prima lettera di Maria sia stata rosa dal tempo, senz’altra diligenza fare, giudicasse Ilaria la fondatrice. L’iscrizione è la seguente.”.

Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (a) postillava che: “(a) Camillo Tutini nel libro dè Contestabili del Regno”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (b) postillava che: “(b) Filiberto Campanile nella famiglia Sanseverina, Carlo De Lellis nella famiglia Sambiase.”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (c) postillava che: “(c) Registro del Re Roberto degli anni 1326 e 1327, presso Carlo De Lellis al luogo cit.”. Dunque, questo è ciò che scrive il Volpi sulla scorta del De Lellis e del Campanile. Pietro Ebner, scriveva che l’Antonini attibuisce la fondazione del monastero di Cuccaro ad Ilaria di Lauria, figlia dell’ammiraglio Ruggero di Lauria. Giuseppe Antonini (…), a p. 340 della sua “La Lucania”, nel discorso VI, a p. 336, in proposito a Cuccaro scriveva che: “Trovasi in questa terra un ricco Monistero di PP. Francescani, edificato già dalla pietà d’Ilaria di Loria, figlia del famoso Ruggieri, siccome ne faceva fede un’iscrizione posta nel Coro di questa Chiesa, oggi ingratamente tolta via. Ci è chi ha voluto, che quell’Ilariae (I) dovesse leggersi ‘Mariae’, e verrebbe ad esser sorella, non figlia di Ruggieri, quale l’iscrizione la chiamava; oltrechè la medesima da me più volte attentamente letta, a chiari caratteri diceva ‘Ilariae’; nè ci è mancato chi ad altri ancor abbia voluto questa fondazione attribuire, come fu il P. Ridolfo Toffiano’ nella ‘Storia della Religion Serafica al lib. II. dove registra i luoghi, e Monasteri di sua Religione: Venuto alla custodia (com’essi chiamano) di Principato, così scrive: ‘Locus Cuccari, quem construxit Magister Antonius piscopus Acernanus. Extant ejus insigna in Choro’. Ma altamente in ‘Toffiani’ s’inganna, perchè in un pilastro superiore del Chiostro, oggi rinnovato, ho io letto il numero dell’anno della fabbrica MCCCXXXIII. quando il Vescovo morì nel MDX. ed oltre a ciò nell’atrio inferiore è dipinto a fresco il ritratto della medesima Ilaria fondatrice. Conservavasi con molta venerazione in una particolar cappella vicino al chiostro un considerabile pezzo del legno della Croce di Cristo nostro Signore, ed altre insigne reliquie ancora.“. L’Antonini (…) a p. 339, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Scipione Ammirato’ nella famiglia di Diano fa menzione di questa Ilaria, e la chiama vedova di Enrico Sanseverino, nipote di Ruggiieri, Conte di Marsico. ‘Filiberto Campanile’ nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”. Dunque, l’Antonini (…), cita Scipione Ammirato (…) che nel suo ‘Delle Famiglie nobili napolitane’, Firenze, 1580-1651, la chiama “vedova di Enrico Sanseverino” e poi cita pure Filiberto Campanile (…) che nel suo ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile’, edito a Napoli il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, scriveva che “nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”.
Nel 1310, nasce Tommaso (III) Sanseverino, V conte di Marsico, figlio di Arrigo (Errico) e di Ilaria di Lauria
Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina e, riferendosi ad Errico Sanseverino e della sua unione con Ilaria di Lauria, in proposito scriveva che: “Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria la quale, in un matrimonio probabilmente più d’interessi che d’amore, pensò giustamente di porre il feudo di Lauria sotto la protezione delle effige della blasonata famiglia del marito. Da questa unione nacquero Tommaso e Ruggero. Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori.”. Dunque, Tommaso III Sanseverino nasce dall’unione di Errico Sanseverino e Ilaria di Lauria o dell’Oria, figlia del grande Ammiraglio. Nel 1310 diviene V conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Re Roberto d’Angiò lo nomina Gran Connestabile del Regno di Napoli. Nel 1330, alla morte del padre Errico, i possedimenti paterni cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero Sanseverino. Nel 1340, alla morte della madre, i possedimenti della madre cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero. Tommaso III Sanseverino muore il 27 aprile 1358. Riguardo la contea di Lauria, le notizie dateci dal Montesano contraddicono altre notizie intorno a Ruggero Berengario di Lauria, di cui parlerò innanzi. Infatti, Tommaso III Sanseverino dividerà i possedimenti paterni nel 1330 e quelli materni (della madre Ilaria), nel 1340. Dunque, secondo alcuni studiosi, Tommaso III Sanseverino diviene conte di Lauria ………….Su Tommaso III Sanseverino ha scritto pure Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento” riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc….L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Dunque, Matteo Mazziotti scriveva che Errico Sanseverino, padre di Tommaso III Sanseverino e di Ruggero Sanseverino, morì a soli 21 anni. Dunque, Errico (“Arrigo”) Sanseverino, marito di Ilaria dell’Oria, morì nel 1331. Infatti, il Montesano scrive dei possedimenti paterni passati a Tommaso III nel 1330. Mazziotti, a p. 136, riferendosi al primo figlio di Errico e Ilaria, ovvero a Tommaso III, in proposito dice che: “Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”.
Nel 1321, GUGLIELMO (III) SANSEVERINO, conte di Capaccio, figlio di Tommaso II e Sveva d’Avezzano successe al padre, nei feudi del Vallo di Diano
Nicola Montesano (…) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22 parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, il Montesano scriveva che Tortorella e i suoi casali di Casaletto e Battaglia entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio, Guglielmo Sanseverino. Dunque, Guglielmo Sanseverino era Conte di Capaccio. Il Montesano scriveva che alla morte di Guglielmo Sanseverino, non avendo figli maschi i suoi possedimenti furono ereditati e divisi tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino. Chi era Guglielmo Sanseverino ?. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Il primogenito Ruggiero morì nel 1302; il secondogenito, Enrico, che nel 1313 fu Contestabile del Regno, sposò Ilaria di Loria, da cui ebbe Tommaso e Ruggiero. Enrico morì nel 1314 e molti anni dopo il suo corpo trovò definitiva sepoltura in Santa Maria Maggiore a Teggiano. Il figlio Tommaso è sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio a Mercato Sanseverino. Cfr. A. Didier, Teggiano medievale, Salerno, Cantelmi, 1965, p. 39 sg.”. Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208 riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a p. 208, nella nota (197) postillava che: “(197) Figlio, come si è detto di Ruggero II, sposò in prime nozze Margherita di Valmontone, dalla quale ebbe Ruggiero ed Enrico; in seconde nozze Sveva d’Avezzano, da cui ebbe Giacomo, Guglielmo, Roberto e Ruggiero. Ecc…”. Dunque, questo Guglielmo Sanseverino era il secondo figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. Guglielmo aveva altri tre fratelli: Giacomo (primogenito), Roberto e Ruggero, oltre ai due fratellastri figli della prima moglie del padre (Margherita di Valmontone): Ruggero ed Enrico. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Guglielmo (III) Sanseverino era figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. La madre di Guglielmo III Sanseverino, Sveva d’Avezzano, è stata la seconda moglie di Tommaso II Sanseverino ed era Contessa di Tricarico, figlia di Gismondo di Tricarico e vedova di Filippetto Polliceno. Dunque anch’essa sposata in seconde nozze. Sulla discendenza di Guglielmo (III) Sanseverino, ha scritto Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 che, parlando del casale di Teggiano ci dice dei figli di Tommaso II Sanseverino, conte di Marsico (quello che fondò la Certosa di Padula) ed in proposito scriveva che: “Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Ecc…”. Riguardo Guglielmo Sanseverino ne ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “della contea e della Signoria di Diano……Guglielmo (I) Saneverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo Stato di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio) “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ecc…”. Ebner prosegue a p. 639 coon Tommaso Sanseverino. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Tommaso Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che nei feudi di Diano ecc… successe Tommaso (III) Sanseverino, figlio di Enrico e Ilaria di Loria. Ebner scrive solo che Guglielmo III Sanseverino fu uno dei figli della seconda moglie di Tommaso II Sanseverino. Dunque, Ebner ci dice di Guglielmo (III) Sanseverino, che era figlio di Tommaso II e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano, contessa di Tricarico e con cui ebbe altri quattro figli: GIACOMO, GUGLIELMO III, ROBERTO III e RUGGERO III. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239……Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982).”.
Nel 1321, re Roberto d’Angiò confermò le concessioni all’Università di Tortorella che nel 1021 fece Guaimario III
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 15 in proposito scriveva che secondo un manoscritto: “….il longobardo Guaimario III principe di Salerno, ecc….”Nell’anno 1021″ concede “all’Università di Tortorella e suoi casali il demaniale con i fiumi ed acque, col pagamento di poche onze. Nel 1321 il Re Roberto confirmò lo stesso, e tolse le onze”, così come riportato nell'”In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella” (19), memoria redatta nell’aprile del 1931 da Francesco Polito – De Rosa, cofirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti. Sempre in questa “Memoria” si ricordano anche i nomi dei casali della Terra di Tortorella (‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’).”. Il Montesano (…), a p. 16, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e dell ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Covane di Gaetano – Salerno 1931 – Appendice, p. 5.”. In Appendice però il Montesano riguardo questo testo aggiunge un autore “M. Gallotti” che dovrebbe essere il “confirmata dal Podestà dell’epoca Mario dei Baroni Gallotti.”. Chi era l’autore di questa memoria scritta pubblicata a stampa, chi era Francesco Polito de Rosa, il cui memoriale scrive il Montesano “posseduto, nel 1930, dall’avv. Nicola La Falce, ecc..” ? Il Montesano a p. 74, in proposito scrive che: “…..secondo una leggenda che si tramanda nel corso degli anni e riportata anche dal Sostituto Procuratore del Re Francesco Polito-de Rosa nella sua memoria, datata 1931, “In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella”, ecc…(108).”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il Sostituto Procuratore del Re. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”.
Nel 1330, a soli 21 anni muore Enrico (“Arrigo”) Sanseverino (figlio di Tommaso II) e marito di Maria dell’Oria o Ilaria di Lauria
Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento” riferendosi a Tommaso II Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Assegnò al primogenito Enrico la baronia del Cilento e la contea di Marsico (1). Questi ebbe alti uffici, fra cui Gran Contestabile; ma non godè a lungo, nè i feudi, nè gli onori, essendo morto a soli 21 anni. Le sue spoglie sono sepolte nella chiesa di Diano nella quale gli fu posta iscrizione: “Anno domini MCCCXXXVI. Hic Translatum etc…L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso Ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”.Su un sito web che ci parla della familia dei Sanseverino e delle sue ramificazione leggiamo che Enrico Sanseverino IV conte di Marsico morì nel 1314 e gli successe il figlio Tommaso III Sanseverino. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314).”. Dunque, secondo l’Ebner, nel 1314, morì Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino a cui è legato il nome della Certosa di Padula, che era ancora vivo. Il nonno di Tommaso III Sanseverino, Tommaso II Sanseverino alla morte del padre Enrico ra ancora vivo. Infatti, Tommaso II Sanseverino morì il 25 settembre del 1324, alla presunta età di 72 anni, fu sepolto nella Cappella della Certosa di Padula.
Nel 1330, TOMMASO (III) SANSEVERINO, V Conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento, Lauria, e Diano
In un sito sul web sui Sanseverino leggiamo che Tommaso III (1311 † 1358), figlio di Enrico († 1314) 4° Conte di Marsico, fu il 5° conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Gran Connestabile del Regno di Napoli, sposò nel 1326 in prime nozze Sibilla Pipino, figlia di Nicola Conte di Minervino e nel 1337, in seconde nozze, Margherita de Clignet, figlia ed erede di Giovanni de Clignet, Signore di Caiazzo e di Margherita Stendardo dei Signori di Arienzo e Arpaia. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi a Enrico Sanseverino, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “L’estinto aveva sposato Maria dell’Oria figlia del famoso Ammiraglio, che gli diede due figli Tommaso e Ruggiero.”. Dunque, Matteo Mazziotti scriveva che Errico Sanseverino, padre di Tommaso III Sanseverino e di Ruggero Sanseverino, morì a soli 21 anni. Dunque, Errico (“Arrigo”) Sanseverino, marito di Ilaria dell’Oria, morì nel 1331. Infatti, il Montesano scrive dei possedimenti paterni passati a Tommaso III nel 1330. Mazziotti, a p. 136, riferendosi al primo figlio di Errico e Ilaria, ovvero a Tommaso III, in proposito dice che: “Il primo di essi, che ereditò la baronia del Cilento e la contea di Marsico e tenne questi feudi durante il prosieguo del regno di Roberto e anche in vari anni del Regno di Giovanna I, è ricordato in diversi avvenimenti occorsi nella provincia di Salerno in tale periodo che non si riferiscono però alla baronia. Tommaso Sanseverino, che avea sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo, morì nel 1358 ed il suo corpo è sepolto nella chiesa di S. Antonio in Sanseverino, nella quale vi è la seguente epigrafe: “Hic jacet corpus magnifici domini Thomasii de Sancto Severino Comitis Marsici, Baroniarum Sancti Severini, Cilenti, Lauriae, et Castri S. Giorgi Domini et magni Regni Sicilia Comestabile: qui etcc…”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Minieri Riccio, op. cit., pag. 187”. Il Mazziotti, a p. 136 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta, Memorie della Lucania, parte 2°, cap. 2°, pag. 162.”. Il Mazziotti, a p. 135 nella sua nota (4) postillava che: “(2) Macchiaroli, Diano e l’omonima sua valle, pag. 137.”. Il Mazziotti, parlando di Tommaso (III) di Sanseverino scrive che egli era figlio di Ilaria di Lauria (“Maria dell’Oria”) ed Enrico Sanseverino e fratello di Ruggero, era nato nel 1310 e che nel 27 aprile 1358 morì dopo aver sposato Margherita Clignetti contessa di Caiazzo. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita……Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 febbraio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Dunque, secondo l’Ebner, Tommaso III Sanseverino era figlio primogenito di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino e di Ilaria di Lauria e nipote del nonno Tommaso II Sanseverino. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè Barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re anche Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori. Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, Tommaso III Sanseverino nasce dall’unione di Errico Sanseverino e Ilaria di Lauria o dell’Oria, figlia del grande Ammiraglio. Nel 1310 diviene V conte di Marsico, barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Re Roberto d’Angiò lo nomina Gran Connestabile del Regno di Napoli. Nel 1330, alla morte del padre Errico, i possedimenti paterni cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero Sanseverino. Nel 1340, alla morte della madre, i possedimenti della madre cadono in successione a lui ed al fratello Ruggero. Tommaso III Sanseverino muore il 27 aprile 1358. Secondo l’Ebner, nel 1330, alla morte di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, suo figlio Tommaso III Sanseverino gli successe nei feudi tra cui quello di Teggiano (e di Lauria ?), essendo pure figlio di Ilaria di Lauria. Dopo il primo matrimonio, Tommaso III Sanseverino, sposò Margherita Clignetta di Caiazzo da cui ebbe i due figli Antonio, Francesco poi conte di Lauria e, Luisa. Infatti, Pietro Ebner (…), a p. 639, in proposito scriveva che: “Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa….ecc..ecc..”. Dunque, Ebner dice che alla morte di Tommaso III Sanseverino, figlio di Errico e di Ilaria, gli successero nella contea di Lauria i figli della seconda moglie: Francesco e Luisa. Ebner scrive pure che: “Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 febbraio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner scriveva che morto Tommaso III Sanseverino nel 1358, il 24 febbraio 1359 gli successe il figlio Antonio, V conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca D’Andria. Ebner, vol. II, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”.
Nel 1333, GUGLIELMO (III) SANSEVERINO ed il casale di Buonabitacolo
Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 203 sg.).”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico“. Ma chi era questo Guglielmo Sanseverino che nel 1333 concesse ai cittadini di Casalnuovo ecc…Si tratta di Guglielmo (III) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino e della sua seconda moglie Sveva d’Avezzano. Sulla discendenza di Guglielmo (III) Sanseverino, ha scritto Pietro Ebner (…) nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639 che, parlando del casale di Teggiano ci dice dei figli di Tommaso II Sanseverino, conte di Marsico (quello che fondò la Certosa di Padula) ed in proposito scriveva che: “Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Margherita. Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino dei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a Demanio reale. Tommaso di Sanseverino, in seconde nozze sposò (1302) Sveva, contessa di Tricarico, da cui Giacomo, Guglielmo (III), Roberto e Ruggiero (III). Ecc…”. Dunque, Ebner ci dice di Guglielmo (III) Sanseverino, che era figlio di Tommaso II e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano, contessa di Tricarico e con cui ebbe altri quattro figli: GIACOMO, GUGLIELMO, ROBERTO e RUGGERO III. La madre di Guglielmo III Sanseverino, Sveva d’Avezzano, è stata la seconda moglie di Tommaso II Sanseverino ed era Contessa di Tricarico, figlia di Gismondo di Tricarico e vedova di Filippetto Polliceno. Dunque anch’essa sposata in seconde nozze. Giacomo Racioppi (…), nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Ecc…ecc…E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..”. Il Fusco nella sua nota 128 a p. 101 postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Ecc…”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico“. Dunque, secondo Felice Fusco, Guglielmo (III) Sanseverino era un fratellastro di Giacomo Sanseverino, era figlio di Tommaso II Sanseverino ed era nonno di Ruggero Sanseverino. Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).“. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Infatti, poco dopo, nell’anno 1333, re Roberto d’Angiò, concesse il feudo di Policastro ai Grimaldi. Il Camera (…), scriveva “per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico…..ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).”. Dunque, secondo Matteo Camera, Guglielmo III Sanseverino, nel 1333 dovette lasciare il feudo di Policastro che passò alla Curia e poi per decisione di Roberto d’Angiò fu donato ai Grimaldi di Genova. Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della famiglia Grimaldi a Policastro. Matteo Camera (…), citato da Natella e Peduto (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Da ultimo, re Roberto d’Angiò, nel 1333 concedette in feudo “et ad vitam” la città di Policastro a Gabriele, Antonio, e Princivalle de Grimaldo di Genova, per l’annuo valore di 120 once, tanto per essi che per Luciano de Grimaldo lor nipote (4): ma quegli abitanti ricusarono di prestar loro giuramento di vassallaggio “juramentum assicurationis”, e di pagare i proventi giurisdizionali (5) – Ecco come Roberto accarezzava i Grimaldi di Genova che tenevano per la parte guelfa (v. av. pag. 134.).”.
Nel 1333-1334, Guglielmo III Sanseverino, figlio di Tommaso II e padre di Giacomo, rinuncia a Policastro
Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).“. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”.
Nel 1342 muore Guglielmo (III) Sanseverino e si apre la successione dei feudi
Felice Fusco (….), nella sua “Quando la Storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medioevale” (si trova nella rivista ‘Euresis’), a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Tommaso nel 1321, ‘Sansa’ passò al figlio Guglielmo (200) fino alla sua morte (1342).”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (199) postillava che: “(199) ASN, Mon. Sopp., vol. 1564; A. Sacco, La Certosa di Padula, cit., I., p. 104, doc. II.”. Il Fusco, a p. 208, nella nota (200) postillava che: “(200) Ibidem, I, p. 135. Il 2 di novembre del 1333 Guglielmo fondò il casale di Buonabitacolo con l’insediamento di tre famiglie di Casalnuovo (ibidem, III, p. 125 sg.)”. Il Fusco, a p. 208, in proposito scriveva che: “Morto Guglielmo nel 1342, il ‘castrum’ di ‘Sansa’ restò ancora in potere dei Sanseverino col figlio Tommaso e, per successione, pervenne ad Americo Sanseverino, del ramo dei Signori di Padula, Laurino e Capaccio (1433)(202), il quale lo lasciò al figlio Guglielmo che, per aver preso parte alla Congiura dei Baroni etc…”. Dunque, secondo il Fusco, Guglielmo Sanseverino morì nel 1342. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico“. Nicola Montesano (…) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 22 parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Secondo il Montesano, il feudo di Tortorella, che apparteneva a Guglielmo Sanseverino, scrive il Montesano,“conte di Capaccio”, “alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”.
Nel 1400, la confraternita di San Giovanni a Casaletto
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “Infatti, la Chiesa di San Giovanni, così come riportato anche nel secondo volume della “Storia del Vallo di Diano” (22), era già esistente e aperta al culto nel XV secolo, essendo sede della Confraternita di San Giovanni. Insieme alla suddetta cappella vengono riportate, nel libro citato, anche “l’Ecclesia San Nicolai de Spartusio’ e l”Ecclesia di Santa Maria de la vita’”. Il Montesano, a p. 17, nella nota (21) postillava che: “(22) A cura di Nicola Cilento – Storia del Vallo di Diano – Età medioevale – vol. 2°; appendice: “Una ricerca di storia rurale (1466-1478) nell’archivio notarile di Sala Consilina” di A. Leone”. Infatti, Alfonso Leone (….), nel suo saggio “Una ricerca di storia rurale (1466-1478) nell’archivio notarile di Sala Consilina” in ‘Storia del Vallo di Diano – Età medioevale’ (il testo è a a cura di Nicola Cilento), vol. II, in una ricerca delle fonti sulla “storia rurale tra il 1466-1478 del Vallo di Diano”, ricerca condotta sui documenti conservati nell’Archivio Notarile di Sala Consilina, a p…….., in proposito scriveva che: “……..

(Fig….) Foto di Letizia Peluso
Le chiese di ‘S. Nicolai de Spartusio‘ (S. Nicola di Bari – chiesa madre) e di ‘Santa Maria de la vita’
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “Insieme alla suddetta cappella vengono riportate, nel libro citato, anche “l’Ecclesia San Nicolai de Spartusio’ e l”Ecclesia di Santa Maria de la vita’.”. Il Montesano, nella nota (22) postillava che questa ed altre notizie sono state ricavate dagli Archivi Notarili di Sala Consilina, documenti tratti e analizzati in uno studio da Alfonso Leone (….). Il Montesano, a p. 17, nella nota (21) postillava che: “(22) A cura di Nicola Cilento – Storia del Vallo di Diano – Età medioevale – vol. 2°; appendice: “Una ricerca di storia rurale (1466-1478) nell’archivio notarile di Sala Consilina” di A. Leone”. Infatti, Alfonso Leone (….), nel suo saggio “Una ricerca di storia rurale (1466-1478) nell’archivio notarile di Sala Consilina” in ‘Storia del Vallo di Diano – Età medioevale’ (il testo è a a cura di Nicola Cilento), vol. II, in una ricerca delle fonti sulla “storia rurale tra il 1466-1478 del Vallo di Diano”, ricerca condotta sui documenti conservati nell’Archivio Notarile di Sala Consilina, a p…….., in proposito scriveva che: “……..
Nel 1300 e 1400, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano) e la Signoria dei Sanseverino
Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).“. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”.
Nel 1342, muore Guglielmo III Sanseverino, figlio di Tommaso II, padre di Giacomo e nonno di Tommaso III Sanseverino dei conti di Marsico
Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (130) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitaculum’) ecc…”.
Nel 1384, Tommaso IV di Sanseverino, V conte di Marsico successe al padre Antonio
Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Antonio di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Tommaso IV ed in proposito scriveva che: “….nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: “Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc…ecc…”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”.
Nel 1386, Tommaso IV Sanseverino dei Conti di Marsico, signore di Laurino, Padula, Casaletto, Sanza, Buonabitacolo, Caselle ecc..
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “Alla fine del XIII secolo Caselle….e nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..ecc…”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che: “Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, II, p. 82.”. Il Fusco nella sua nota 128 a p. 101 postillava che: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), fu il secondo dei Conti di Tricarico, il ramo più noto dei Sanseverino dopo quello di Marsico. Sbaglia Ebner (ivi) quando – come appare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo a dire”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms. Napoli, 1890 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione cuulturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci, Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sansee’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”. Matteo Mazziotti, nel suo “La Baronia del Cilento”, riferendosi ad Tommaso III di Sanseverino, a p. 137, ci parla dell’erede Antonio ed in proposito scriveva che: “A lui successe tanto nella contea di Marsico che nella baronia del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della sua morte avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 640, parlando del casale di Teggiano, dopo la morte di Tommaso Sanseverino avvenuta il 27 aprile 1358, in proposito ai Sanseverino a Teggiano (Diano) scriveva che: “Alla morte di Antonio (gennaio 1383) gli successe Tommaso (IV) che sposò Francesca Orsini dei conti di Nola, ma che morì non prima del 20 luglio 1387. Seguì Luigi che sposò la cugina Caterina Sanseverino (ramo di Montescaglioso) da cui Tommaso e Giovanni. Il Conte Giovanni dispose poi che al figlio Luigi dovevano spettare anche la Terra di Diano e i feudi di Agropoli, Castellabate ecc… “. Felice Fusco (…), a p. 158, nella sua nota (7) ci parla di un altro Guglielmo Sanseverino e si riferisce ad un Guglielmo che nel 1333 era figlio di Tommaso II Sanseverino e della seconda sua moglie Sveva d’Avezzano. Il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 203 sg.).”.
Nel 1386, TOMMASO (IV) SANSEVERINO, figlio di Giacomo e padre di Americo
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc…”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (130) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitaculum’) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, done il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”.
Nel 1342, GIACOMO SANSEVERINO, figlio di Tommaso II Sanseverino
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico“. Matteo Mazziotti, a p. 145, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania, pag. 176; Racioppi, op. cit., vol. V, pag. 188.”. Riguardo il Racioppi citato dal Mazziotti, egli, nella sua opera “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta, nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a pp. 161-162, parlando dei figli di Tommaso II Sanseverino, in proposito scriveva che: “Da Enrigo suddetto per detta linea ne uscirono Conti di Marsico, dà quali gli Serenissimi Principi di Salerno. Dalla seconda Moglie, che fu Sveva d’Avezzano figlia di Gismondo Conte di Tricarico e Vedova di Filippetto Polliceno, con cui Ella non ebbe prole, generò quattro figli Giacopo, Guglielmo, Roberto e Rugiero: ed avendo ottenuto licenza dal Re Carlo Secondo di Angiò di dividere gli Stati alli dilui Figli, diede ad Errigo primogenito la Signoria Paterna, cioè il Contado di Marsico, la Baronia del Cilento, ed altre vastissime giurisdizioni; agli altri ecc..”.

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Ecc…ecc…E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc..”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (129) postillava che la notizia era tratta da: “(129) G. Pecori, Laurino e l’omonimo Stato. Notizie e Monumenti, ms., Napoli, 1980 (ristampa a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1994, p. 47); I. Bruno, Cilento in fiamme – Storia della città di Laurino, Salerno, Arci Postiglione, 1994, p. 42 (ristampa dell’edizione del 1962 a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Laurino).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (130) postillava che la notizia era tratta da: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il ‘casale’ di Bonihabitàculum) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, donde il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico“. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (132) postillava che la notizia era tratta da: “(128) Ruggiero, figlio di Giacomo (il primo figlio che Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula nel 1306, aveva avuto dalla seconda moglie Sveva d’Avezzano), ecc..”. Devo però precisare che la notizia dataci dal Fusco (…) tratta da probabilmente dal testo di G. Pecori (…), riguardo il nonno – scrive sempre il Fusco – Guglielmo Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino, non mi pare collimi con un’altra interessantissima notizia che proviene da Matteo Camera (…). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali delle Sicilie etc…”, vol. II, a p. 314, in proposito al feudo di Policastro che passò alla famiglia dei Genovesi Grimaldi, in proposito scriveva che: “Poco dopo la città di Policastro veniva rimessa nel regio demanio, per resignazione fattane dal riferito Guglielmo Sanseverino figlio del ‘defunto’ Tommaso gran conte di Marsico; “a qui immediate (detta Città di Policastro) a curia tenebat”; ricevendone in contraccambio “in excambio” alcuni piccoli castelli di egual valore (2).“. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ex regesti. Reg. Roberti an. 1333-1334 lit. D. fol. 92; in an. 1333 lit. D. fol. 247 v. et an. 1340 lit. A. fol. 24, 37 v.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “I Sanseverino possedevano ancora il feudo nel 1333 con Giacomo di Sanseverino (27), primogenito di secondo letto di Tommaso, secondo conte di Marsico, per parte di sua madre Sveva Avezzano. Era pure conte di Mileto, barone di Cilento e primo Conte di Tricarico. Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc..Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…..Sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco. Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni e dei titoli al fratello Antonello (sposò Giovannella Orsini del Balzo nel 1469) che morì senza eredi. Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei Baroni. Ribelli nel 1487 ai Sanseverino venne avocata la contea, ma vennero poi reintegrati nei loro beni con il privilegio di re Ferrante II del 15 agosto 1486. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Da Tommaso l’unico Giacomo, da cui il progenitore Ruggiero (secondo conte di Tricarico), Venceslao (terzo Conte), Stefano (conte di Matera) e Americo.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, Conte di Terlizzi e gran contestabile di Re Roberto. Il Tutini cit., pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit., II, p. 212 sgg.”.
Nel 1386, TOMMASO IV SANSEVERINO, figlio di Giacomo e padre di Americo
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; ecc…”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (130) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(130) Giacomo, che dal padre Tommaso e dal nonno Guglielmo (morto nel 1342; nel 1333 aveva fondato il casale di ‘Bonihabitaculum’) aveva ereditato le ‘Terre’ del Vallo meridionale e il ‘castrum Sanse’, morì senza eredi, done il passaggio dei suoi feudi ai Sanseverino del ramo dei Conti di Marsico.”.
Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao
Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..“. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”.
Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo
Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].
Nel 20 novembre 1441, AMERICO SANSEVERINO definì i confini dello Stato di Laurino
Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Nel 1345, per successione, passarono ad Americo (28) i feudi di Padula, Laurino, Montesano, Ruvo, Loreto, Sansa, Caselle, Mariani, e Casettone. Poi nel 1417 Giovanna II confermò (29) a Tommasello Sanseverino la baronia di Laurino, ecc..ecc…”. Dunque Pietro Ebner, parlando del casale di Laurino per l’anno 1345 citava un Americo Sanseverino di cui mi sono occupato nell’altro mio saggio sul periodo Angioino ed in particolare per l’anno 1345. Chi era questo Americo Sanseverino ?. Riguardo questo feudatario, Americo Sanseverino, Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (28) postillava che: “(28) Era nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto. Il Tutini, cit. , pp. 78-80, nel dire dei gran Maestri giustizieri, scrive che il ‘comes Caputatii’ (possedeva) ‘Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonabitacolus, Sansa’”. Dunque, in questa nota, Ebner postillava di un Americo Sanseverino che nel 1345 successe al padre, un altro Americo Sanseverino, nel possesso di alcuni casali e terre cilentane tra cui Laurino e Caselle. Infatti, Ebner scrive che questo Americo Sanseverino era “nato da un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran contestabile di re Roberto”. Ebner, proseguendo il suo racconto sul casale di Laurino, citava pure (a mio parere) un diverso Americo Sanseverino. Pietro Ebner, sempre parlando del casale di Laurino, a p. 82 aggiungeva che: “Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…”. Quì però l’Ebner si riferiva ad un altro Americo Sanseverino. Ma quì forse vi è un errore di Ebner perchè questo Americo Sanseverino di cui parlo non era figlio di un altro Americo Sanseverino, conte di Terlizzi e gran connestabile di re Roberto d’Angiò ma doveva essere il figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino. Infatti, Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle, a p. 101, nella sua nota (128) riferendosi al passo dell’Ebner postillava che: “(128) Sbaglia Ebner (ivi) quando come pare – ritiene Americo figlio d’un altro Americo (che non esiste) oppure lo confonde col figlio di Tommaso, anche lui chiamato Americo, come stiamo per dire.”. Dunque, infatti, questo secondo Americo di cui parlo ora era figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino. Ebner parlando di Laurino cita due Americo Sanseverino. Il primo è quello del 1345 mentre, l’altro è quello che nel 1433 riceve il privilegio dal re Alfonso I d’Aragona. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino riconoscendo i diritti della popolazione su alcuni terreni e aggiungendone altri (30).“. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit., II, p. 212 sgg.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo ‘Economia e società etc..’, a pp. 210-211-212, cita e ci parla delle n. 3 copie di questo privilegi concessi da Americo Sanseverino all’Università di Laurino e degli ‘Statuti di Laurino. Ebner a p. 211, in proposito scriveva che: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante inedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole ecc..ecc..”. Di questo Americo Sanseverino ha parlato anche Felice Fusco (…) che lo cita in un suo saggio su Sanza e Buonabitacolo ed anche in un suo libro sulla storia di Caselle. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle, a pp. 49-50 cita Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino “che nella metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio si estendevano fino allo Stato di Lurino”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (136) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: “Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Sempre a proposito di Guglielmo Sanseverino il Fusco però a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Alcontrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 203 sg.).”. Dunque, riguardo il Guglielmo Sanseverino, il Fusco si riferiva all’altro Guglielmo figlio di Tommaso Sanseverino, vissuto ai tempi di Carlo d’Angiò. Detto questo, ritornando a quanto il Fusco postillasse nell’altro suo lavoro su Casaletto, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando. Il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico), da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Dunque, il Fusco, confermava le notizie dateci da Ebner e aggiungeva che Americo di Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia di suo zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Dalla moglie Margherita Sanseverino ebbe tre figli: GASPARE, ANTONELLO e GUGLIELMO di Sanseverino. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Princie di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Dunque, secondo l’Ebner (…), Americo Sanseverino, aveva sposato la cugina Margherita Sanseverino, figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico. Da Margherita ebbe tre figli: Gaspare che morì nel 1468, Antonello che diventò Principe di Salerno e morì nel 1476 e che aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo e, Guglielmo Sanseverino, terzogenito. Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner parla di due Americo Sanseverino: il primo è “Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’.”. Il secondo Americo Sanseverino è un altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso Sanseverino (figlio del primo Americo) “…e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) ecc…”. Dunque, il secondo Americo Sanseverino, quello in questione che nel 27 febbraio 1433, secondo l’Ebner, e nel 1443 secondo il Fusco, fu nominato da re Alfonso d’Aragona 1° Barone del Principato Citeriore, nacque da Tommaso Sanseverino (forse Tommaso III) che ebbe un altro figlio appunto chiamato Americo. Ma chi era questo Americo di Sanseverino ?. Secondo l’Ebner, egli sposò “Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco” ma non dice quando.
Nel 27 febbraio 1433, AMERICO SANSEVERINO, 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore, duca di Laurino ed altre ‘Terre’, tra cui anche quella di ‘Casella’
Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel suo cap. 6 – Periodo Aragonese, parlando del periodo Aragonese e di Giovanni Sanseverino, a p. 150 e s.: “I. Nel parlamento generale indetto dal re Alfonso in Napoli nel 28 febbraio 1443 intervennero, fra gli altri baroni, Raimondo Orsini principe di Salerno e conte di Nola, Giovanni Sanseverino conte di Marsico e barone del Cilento ed Amerigo Sanseverino conte di Capaccio. Venne allora stabilita l’abolizione di ogni antica tassa ecc…ecc..”. Dunque, scrive il Mazziotti che Americo Sanseverino era presente alla convenzione promossa da re Alfonso I d’Aragona. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza.”. Pietro Ebner (…) nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento” a p. 610 del vol. I, parlando del casale di Capaccio, in proposito ad Americo o “Amerigo Sanseverino” Sanseverino scriveva che: “Scrive F. Campanile (45)…..La contea di Capaccio era stata assegnata ad Amerigo Sanseverino il 27 febbraio 1433, per i suoi meriti, da re Alfonso I d’Aragona (46).”. L’Ebner (…) a p. 610 del vol. I, di “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, parlando del casale di Capaccio, nella sua nota (46), lo chiama “Arrigo” ed in proposito cita lo stesso pp. 78-80 del Tutini (…) postillando che: “(46) Nella colletta di Principato Citra, disposta per il trionfo di re Alfonso, Arrigo risulta il primo barone della Provincia, scrive C. Tutini, cit. pp. 78 e 80: “Comes Caputatii, Aquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Caputatium, Caselle, Trentinaria, Mons fortis, Marginariatu, Contronum, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Bonabitacolus, Sanza.”. Ebner (…), nella sua nota (46) citava Camillo Tutini (…), ovvero il suo: “Dell’origine e fundazione dè Seggi di Napoli e il libro di De Lellis etc..’ pubblicato a Napoli nel 1754. Il Tutini (…), come scrive l’Ebner che lo cita e che a pp. 78-80 in proposito, parlando dei Maestri Giustizieri nel Regno di Napoli al tempo di Roberto d’Angiò scriveva su Americo Sanseverino fosse nato da un altro Americo Commestabile di re Roberto d’Angiò “il comes Caputatii” che (possedeva): “Acquaria, Castellutia, Camutta cum casalibus, Laurinum, Maglianum, Saccum, Capuatium, Caselle, Campora, Casale novum, Mons sanus, Padula, Buonatibacolus, Sansa.”.

(Fig…) Tutini Camillo, op. cit., pp. 78-80
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. Pare infatti che il primo esponente dell’illustre casato che possedette la ‘Terra di Casella’ sia stato Americo, conte di Terlizzi e Gran Connestabile di Roberto d’Angiò (127). Terzogenito di Ruggiero (128), Americo Sanseverino nella prima metà del XIV secolo ottenne dal nonno Giacomo il ducato di Laurino (129) ed altre ‘Terre’, fra cui forse anche quella di ‘Casella’. E’ certo che invece che di ‘Casella’ fu Signore il figlio Tommaso nella seconda metà del secolo, quando con Laurino (1386) diventò Signore del Vallo meridionale (‘Palude, Mons Sanus, Casale, Novum, Bonihabitàculum) e di Sansa ereditandole da Giacomo (130) del ramo dei Conti di Marsico; e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (di cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre del Vallo meridionale e delle Valli del Mingardo (‘Stato di Roccagloriosa (133)) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium – Morigerati). Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra’ di Casella almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben anche il Patronato”(135).”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. Dunque, la notizia sulle date della successione dopo la morte del padre Tommaso (forse Tommaso III) di Sanseverino dovrebbe essere ulteriormente indagata e precisata.
Dunque, Felice Fusco, sulla scorta di Pietro Ebner, cita l’altro Americo Sanseverino che nel 1441 aveva concesso un privilegio agli abitanti di Laurino e che nel 27 febbraio 1433 venne creato da re Alfonso I d’Aragona il 1° conte di Capaccio e 1° barone del Principato Citeriore. Il Fusco cita l’altro Americo Sanseverino, figlio di Tommaso (III ?) Sanseverino “che nella metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio si estendevano fino allo Stato di Lurino”. Il secondo Americo Sanseverino fu nominato Conte di Capaccio da Alfonso d’Aragona nel 1433. E’ di questo Americo che parlo. Felice Fusco, nella sua nota (132) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(132) ‘Li Lauri’ (Laurino) coi casali ‘Le Chiane Soprane’ (poi Piaggine), ‘Le Chiaine Sottane’ (dal 1873 Valle dell’Angelo), Fogna (dal 1931 Villa Littorio), ‘Zedalampe e Vio’ (scomparsi).”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: “Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino.
Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”.
Nel 1455-1456, Casaletto, Capizzo e Centola erano feudi posseduti da Carlo e Alfonso de Sangro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nel 1456 Casaletto, Capizzo e Centola erano posseduti dai fratelli Carlo e Alfonso di Sangro, investiti di quei feudi dopo la morte del padre Paolo (4).”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (4) postillava che: “(4) Ebner, Storia cit., pp. 137 sgg., 192, 201, 207, 217 e 246. Cfr. pure nel mio saggio ‘Economia e società cit., I, p. 262.”. Dunque, Ebner scriveva che nel 1456, i feudi di Centola, Casaletto e Capizzo erano posseduti dai fratelli Carlo e Alfonso di Sangro. I fratelli de Sangro avevano ereditato i feudi dal padre Paolo di Sangro. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 137-138, parlando della Baronia di Novi ai tempi degli Aragona, in proposito scriveva che: “2. Re Alfonso continuò a mostrare la sua cordiale benevolenza nei confronti del fedele Giovanni Antonio Marzano tanto da favorire il matrimonio di Marino, figlio unico del Grande ammirato, con la propria figlia Eleonora, cui diede in dono il principato di Rossano e buona parte della Calabria. Al medesimo barone di Novi, il sovrano donò Gioi, ……Ciò fu possibile perchè la baronia di Novi, passata dai Normanni de Mànnia ai discendenti cadetti dei principi longobardi di Salerno, secondo il diritto longobardo era divisibile. In quel tempo l’antica baronia era diventata un mosaico di feudi. Capizzo, con Casaletto e Centola (a. 1455) erano posseduti da Carlo e Alfonso di Sangro, investiti del feudo di Centola e casali anzidetti per la morte del loro padre Paolo (N Q f 58 e 59). Sala e Salella (N Q f 163), come l’odierno Vallo della Lucania (N Q f 62), già posseduti dai della Ratta di Caserta……Il 28 luglio 1429 (errore di trascrizione nel R Q per 1459) re Ferrante vendette per 1500 ducati (R Q 7, f 94) a Nicola da Procida, conte di Aversa, le terre di Laurito e Vibonati (R Q f 87).”. Dunque, anche in questo scritto Ebner chiarisce che secondo i Registri ancora esistenti, quelli che non sono andati distrutti in occasione dell’ultimo conflitto mondiale, ed in particolare i Registri Aragonesi, in particolare i Notamenti ai Repertori dei Quinternioni, nel 1455, i feudi di Centola, Capizzo e Casaletto erano stati ereditati dal padre Paolo di Sangro ai figli Carlo e Alfonso di Sangro (N Q f 58 e 59). Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, nel vol. II, a p. 262 parlando di “Centola”, in proposito scriveva che: “vedi vol. II”, ma non dice nulla, forse un errore di trascrizione.
Nel 1463, Lagonegro feudo di Venceslao Saneverino
Da Wikipedia leggiamo che nel periodo feudale, la cosiddetta “terra” di Lagonegro fece parte, della contea di Lauria. Passò successivamente nel 1463 a Vinceslao Sanseverino, dodicesimo conte di Lauria. Non avendo figli maschi ammogliò sua figlia Luisia con Barnaba Sanseverino, fratello di Roberto principe di Salerno, dandole in dote il suffeudo di Lauria consistente in Lauria, Ursomarso, Layno, Castelluccio, Trecchina e cedette le sue ragioni sopra Torturella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Bervicaro. Di Venceslao Sanseverino e di Barnaba ho scritto in un altromio saggio.
Nel 1485, i Petrucci, conti di Policastro e la Congiura de Baroni
Nel 1485, BERNARDINO SANSEVERINO E LA CONTEA DI LAURIA successe al padre BARNABO
Nel 4 luglio 1487, l’uccisione di Bernardino Sanseverino, conte di Lauria e la confisca dei suoi beni
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “La confisca per fellonia dei possedimenti del sesto ed ultimo conte di Lauria Bernardino Sanseverino, succeduto al padre Barnabo nel 1485 e anch’egli implicato come il cugino Antonello e il cognato conte di Policastro Giovanni Antonio Petrucci nella Congiura dei Baroni, avvenne in data 4 luglio 1487. Si racconta che morì nelle secrete di Castel dell’Ovo di Napoli il giorno di Natale del 1490 e il suo corpo, chiuso in un sacco, fu gettato in mare dai carcerieri.”.
Nel 1496, re Ferrante d’Aragona devolve Casalnuovo ad Antonio de Cardone e la toglie a Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio per la congiura de’ Baroni
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 635-636, in proposito scriveva che: “Nei ‘Quinternioni’ (4) si legge che “in anno 1496 lo detto Castello sive Casale di Casali nuovo si possedeva per Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio, per ribellione del quale re Federico donò detta terra di Casalnuovo a D. Ant. de Cardone insieme con la terra di Rivello”. Ebner, a p. 636, nella nota (4) postillava che: “(4) Quint., 1, f. 277.”. Ebner, a p. 636 scriveva pure che: “I Quinternioni ci informano dei diversi passaggi feudali. Nel ‘500, e fino al 1508, ne era signore Antonio di Cardona. Ecc…”.
Nel 1496, Caselle e Tortorella dopo la Congiura dei Baroni
Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “La Congiura dei Baroni del 1485 sovertì questo stato di cose nei vari feudi Guglielmo (che ormai aveva ereditato tutti i beni paterni) in quanto nei confronti dei ribelli gli Aragonesi non furono meno duri degli Svevi in séguito alla Congiura di Capaccio di quasi due secoli e mezzo prima. Teatro dello scontro ecc….Guglielmo, per aver partecipato alla congiura, perse tutti i suoi feudi. Alfonso II d’Aragona nel 1494 nominò il ‘milite Valerio de Gizzis’ di Chieti governatore (‘capitàneus) di tutti i feudi (fra cui Casella) appartenuti al Conte di Capaccio (149). Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo. Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazione del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anhe ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Riguardo questa fonte, il Fusco, a p. 103, nella nota (139) postillava che: “(139) Fonti Aragonesi, a cura degli Archivisti Napoletani, Napoli, presso l’Accademia Pontaniana, 1970, VII (il volume VII è curato da Bianca Mazzoleni).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (145) postillava che: “(145) Cfr. nota 131.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (146) postillava che: “(146) Fonti Aragonesi, cit., III, p. 50, nota 116. I ‘de Senis’ governarono anche le Terre di Casalnuovo (Casalbuono) e di Campora.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”.
Nel 25 ottobre 1498, re Federico I d’Aragona, smembrò la Contea di Lauria e diede le Terre di Tortorella, Battaglia e Casaletto a Giovanni Andrea Caracciolo
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “Pochi anni dopo il nuovo re di Napoli Federico I, succeduto a Ferdinando II, effettuò un vero e proprio smembramento della Contea di Lauria suddividendola in tanti piccoli feudi che furono messi all’asta e ceduti alla nuova nobiltà di toga. Come documentato nei Quinternioni conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, Lib. III°, al foglio 169 e Lib VII°, foglio 159, in data 25 ottobre 1498 il re conferì “le Terre di Tortorella con i casali di Libonati, Casaletto e Battaglia” al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, etc….”. Dunque, su concessione di re Federico I d’Aragona, in seguito ai fatti della Congiura de Baroni, il casale di Vibonati, che all’epoca veniva chiamato Libonati, venne devoluto, insieme a Casaletto e Battaglia al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo. Infatti, in seguito alla Congiura dei Baroni, re Federico I d’Aragona, che aveva assediato i Sanseverino a Teggiano, suddivise la Contea di Lauria appartenuta a Bernardino Sanseverino, ultimo conte di Lauria. Sul blog in rete del “Libro d’oro della Nobiltà Mediterranea” è scritto che G7. Giovanni Andrea (+ 1528), Patrizio Napoletano; ebbe le Serre di Tortovilla e Casaletto il 25-10-1498 e la terra di Misuraca il 25-4-1500, compra Scalea il 25-4-1501, Signore di Misuraca, Scalea, Tortorella con i casali di Libonati, della Battaglia e Casaletto; 1° Marchese di Misuraca dal 4-10-1523. = Andreanna, figlia ed erede di Paolo di Caivano Signore di Misuraca. H1. Paolo (+ assassinato nel corso di una ribellione di villici 1528), Patrizio Napoletano. = Donna Caterina Vittoria Acquaviva d’Aragona, figlia di Don Belisario 1° Duca di Nardò e di Sveva Sanseverino dei Principi di Bisignano (+ uccisa col marito 1528) (vedi/see) H2. Porzia (+ post 13-8-1546); 1 a) = 1523 Ferdinando Piscicelli, Patrizio Napoletano; 1 b) = Ferdinando Caracciolo, Patrizio Napoletano (vedi/see). H3. Isabella (+ post 1569), Marchesa di Misuraca e Signora di Scalea a Tortorella. = Don Ferdinando Spinelli 2° Duca di Castrovillari (vedi/see. H4. Aurelia (+ post 1558) = 1525 Francesco de Guevara Signore di Arpaia e Buonalbergo (vedi/see). H5. Antonia (+ post 1566) = Diego Sandoval de Castro. H6. Giulia = Vincenzo Casera.H7. Lucrezia (+ 3-12-1580), monaca dal 6-2-1528, poi Badessa del monastero di Santa Maria Donna Regina a Napoli dal 1-9-1569 al 30-8-1572.
I CARAFA DELLA STADERA
Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che i l’illustrissima e storica famiglia napoletana Carafa discende da altro più antico casato napoletano: i Caracciolo. Il capostipite fu Gregorio di Giovanni Caracciolo vissuto nel XII secolo, detto Carafa perchè ricopriva la carica di concessionario della gabella sul vino chiamata “campione Carafa”. Guerrello Caracciolo detto Carafa, Maresciallo del Regno, fu cavaliere dell’Ordine della Nave. Si divise in due grandi rami detti della Spina e della Stadera; capostipite della famiglia Carafa della Stadera fu Tommaso, figlio di Bartolomeo. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nido e, dopo la soppressione dei sedili (1800) fu iscritta nel Libro d’Oro Napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: barone di: Apricena, Binetto, Bonifati, Campolieto, Capriati, Civita Luparella, Colubrano, Rocca d’Aspro, Rutigliano, Sant’Angelo a Scala, San Mauro, Sessola, Tortorella, Trivigno, Tufara, Vallelonga. marchesi di: Anzi (1576), Baranello (1621), Bitetto (1595), Corato (1727), Montenero (1573), Montesardo, S. Lucido, Tortorella (1710). I Carafa raggiunsero i più alti gradi ecclesiastici nella Chiesa Romana con quindici cardinali e un Papa; Giovan Pietro Carafa (Capriglia 28-6-1476 † Roma, 18-8-1559), figlio di Giovanni Antonio dei conti Carafa e di Vittoria Camponeschi, figlia di Pietro Lalle, ultimo conte di Montorio, feudo in provincia di Teramo, fu eletto Papa il 23 maggio 1555 con il nome di Paolo IV. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Giustiniani (18), ….ci informa ….e del feudatario “Caraffa della Stadera”. Egli ci informa pre delle numerazioni dal 1532 al 1669 (19). Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitisi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carraffa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(20) Tancredi, Il Golfo di Policastro etc..”, p. 72.”. I Carafa o Caraffa sono una nobile e antica famiglia di origine napoletana, discendente dall’ancor più antica famiglia Caracciolo. Divisa in numerosi rami, i cui principali e più importanti sono i Carafa della Spina e i Carafa della Stadera, e decorata dei più alti titoli, raggiunse l’apice della sua potenza con l’elezione al soglio pontificio di Gian Pietro Carafa, papa con il nome di Paolo IV. Capostipite della famiglia Carafa della Spina fu Andrea, familiare della regina Giovanna I d’Angiò, il quale seguì Carlo III di Durazzo nella guerra d’Ungheria. I rappresentanti del Casato ricoprirono le più alte cariche in campo civile, militare ed ecclesiastico sino ad arrivare al soglio pontificio. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nilo e, dopo la soppressione dei sedili (1800), fu iscritta nel Libro d’Oro napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: Barone di: Bianco (1629), Carreri (1629), Cerro, Forlì (1629), Petrella, Rionegro (1666), Ripalonga, Roccasicone, Rocchetta, San Nicola di Leporino, Torraca; Conte di: Arpaia (1605), Condojanni (1629), Conte palatino (1622), Cerro, Grotteria (1496), Policastro, Roccella (1522); Marchese di: Brancaleone, Tortorella, Castelvetere (1530) con annesso il Granducato di Spagna di prima classe (1581); Duca di: Bruzzano (1646), Forli (1625), Montenero, Rapolla (1623), Traetto (1712); Principe di: Roccella (1594), Sacro Romano Impero (1563). Riguardo la famiglia dei Carafa, ha scritto il Cataldo (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 42, in proposito scriveva che: “Questa famiglia si divise in vari rami, fra cui i principali: i Carafa della Spina (Principi di Belvedere), della Bilancia (Duchi d’Andria), della Serra, ecc..a Tortorella vi erano i Marchesi dell’altro ramo: (Carafa della Stadera), i cui tenimenti passarono alla famiglia Rocco. Da essi uscirono personaggi illustri: – Giampietro Carafa (1476-1559), che fu papa Paolo IV nel 1555, ecc..”.

Nel 25 aprile 1501, Giovanni Andrea Caracciolo acquista le Terre di Scalea
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: “….patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, il quale, due anni dopo, il 25 aprile 1500, divenne anche signore della Terra di Misuraca (60), avendo sposato Andreanna, unica figlia ed erede di Paolo di Caivano. Il 25 aprile 1501 compra inoltre le Terre di Scalea, mentre il 4 ottobre 1523 gli viene concessa dal Vicerè la corona di I° Marchese di Misuraca. A partire da questo periodo le notizie rintracciabili all’Archivio di Stato di Napoli relative a Casaletto diventano sempre più numerose (61). nel 1508 il “Magnifico Ioanni Andrea Caraczolo, (viene) tassato in ducati 51.4.19 1.2 per Turturella et Casalecto, comperia per il detto donativo” (62).”. Il Montesano, a p. 41, nella nota (60) postillava che: “(60) Oggi Mesoraca, Comune in Provincia di Crotone”. Il Montesano, a p. 41, nella nota (61) postillava che: “(61) La scarsità di notizie relative al precedente periodo angioino e aragonese è i realtà dovuta principalmente alla distruzione degli archivi storici avvenuti, in parte, con i bombardamenti del Grande Archivio di Napoli etc..”. Il Montesano, a p. 42, nella nota (62) postillava che: “(62) ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Partium, Inventario 1468-1688, vol. 75, 1508, f. 134”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a pp. 147-148, in proposito scriveva che:“In questi anni infelici, tuttavia, un punto di riferimento importante e un elemento di stabilità a Scalea fu rappresentato dalla famiglia Spinelli. Anche questa importante casata calabrese giunse a Scalea ‘maritali nomine’, cioè attraverso un matrimonio. Don Ferdinando Spinelli (morto nel 1547 c.a.), secondo duca di Castrovillari, secondo conte di Cariati, ecc…, sposò in seconde nozze Isabella Caracciolo, figlia ed erede di Giovanni Andrea, primo marchese di Mesoraca, signore di Scalea e Tortorella, e di Andreanna di Caivano, signora di Mesuraca. Con suo figlio, don Troiano I (c.a. 1530-66), secondo marchese di Mesoraca, che nel 1566 ottenne il titolo di principe di Scalea, inizia la serie dei principi. Essi fissarono la propria dimora nel palazzo dove presumibilmente già risiedevano i precedenti signori della città e che ancora oggi porta il nome di Palazzo dei Principi. Nelle sue grandi linee l’edificio, che fu ampliato e abbellito dagli Spinelli, oggi conserva la fisionomia che aveva ricevuto nel Cinquecento.”. Dunque, Giovanni Andrea Caracciolo, marchese di Mesoraca, signore di Scalea e di Tortorella, insieme alla moglie Andreanna di Caivano, ebbero come figli, le figlie Isabella e Porzia. Il Vacchiano ci dice che la figlia Isabella Caracciolo andò sposa a don Ferdinando Spinelli, secondo duca di Castrovillari che la sposò in seconde nozze e da cui si ebbe Troiano II Spinelli. Carmine Manco (…), nella sua “Scalea prima e dopo”, a p. 50, in proposito scriveva che: Tutte queste terre, che erano infeudate, titolate e che davano il titolo principesco, passarono nel 1556 agli Spinelli. Pertanto gli Spinelli presero il titolo di Principi di Scalea. Il primo Principe di Scalea fu Troiano e il secondo Ferdinando. Sotto il governo di questi vennero portati a termine i lavori di ampliamento della loro dimora, già dei Romano e dei Duchi di Sanseverino, che prese l’aspetto attuale e il nome di “Palazzo dei Principi…..(p. 52). Inoltre i tributi erano pesantissimi. L’amministrazione era confusa. Ogni sorta di abusi era possibile. Anche il napoletano Giovan Andrea Caracciolo che accentrava le cariche di fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea ne commise. In tutto questo caos a Scalea si fece qualcosa. I Palamolla riuscirono ad incrementare l’industria serica. Aumentò il commercio di cui erano mercanti oltre ai Palamolla, Sipio e Andrea Caputo, Antonio Macrino e Matteo Manfredi. Ecc…”. Dunque, in questo breve passo il Manco ci parla di Giovan Andrea Caracciolo che nel frattempo aveva assunto diverse cariche pubbliche del Viceregno spagnolo. Egli ricopriva le carice di “fundicario, vice-secreto, e portolano di Scalea“. A questo proposito il Manco scriveva che il Caracciolo aveva commesso diversi abusi. Infatti, Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Malgrado il possesso delle terre sicuramente il marchese Caracciolo non risiedeva in Tortorella, ma bensì nel palazzo marchesale di Misuraca. Ed è proprio lì che Giovanni Andrea trovò la morte (65); nel 1528 egli, insieme al figlio Paolo e sua moglie Caterina, venne trucidato in piazza a seguito di una rivolta contadina. Grazie all’aiuto di alcuni parenti riuscirono a mettersi in salvo soltanto le figlie che, scampate al massacro, trovarono rifugio a Catanzaro. Qui conobbero il duca di Castrovillari Ferrante Spinelli il quale con le sue truppe era corso in aiuto del vicerè Filiberto di Chalois, intento a contrastare il tentativo di conquista della città da parte delle truppe fracesi e di quelle del Duca di Capaccio. Il duca Ferrante s’invaghì della giovane e bella Isabella e, dopo aver liberato dall’assedio la città e, nel contempo, sposato in seconde nozze la marchesa, marciò con il proprio esercito su Misuraca, ristabilendo l’ordine costituito e restituendo il feudo alla nuova moglie Isabella. Dal matrimonio tra i due nacque Troiano Spinelli, il quale ereditò, nel 1548, il feudo della madre, essendo quello del padre spettante al figlio avuto dal primo matrimonio, il III duca di Castrovillari Don Giovanni Battista II (66).”. Il Montesano, a p. 43, nella nota (65) postillava che: “(65) Racconti calabresi – di Achille Grimaldi – stamperia del Filiberto, Napoli, 1860”. Il Montesano cita il duca Ferrante Spinelli mentre il Vacchiano lo cita come “Ferdinando Spinelli”. Da Wikipedia leggiamo che Mesoraca (IPA: /mezoˈraka/, Misuraca in dialetto mesorachese, Mesoràchion in greco bizantino) è un comune italiano di 5868 abitanti della provincia di Crotone in Calabria. Dal 1292 fu territorio dei Ruffo di Calabria, mentre dal 1523 entrò a far parte del Marchesato di Crotone come possesso dei Caracciolo. Alla famiglia Caracciolo è legato uno degli episodi più noti e cruenti della storia mesorachese: nel 1527 a causa del malcostume del signore e nella messa in pratica del diritto Ius primae noctis, una congiura alimentò una rivolta contadina che causò lo sterminio di parte dei componenti della famiglia ad eccezione delle figlie Isabella e Porzia, che riuscirono a scappare a Catanzaro; la rivolta fu repressa e vendicata dal principe Ferrante Spinelli, il quale sposò la marchesina Isabella Caracciolo per ripristinare il feudo, conservato dalla famiglia Spinelli fino al 1584.
Nel 1528, Giovan Andrea Caracciolo muore a Mesoraca in una rivolta contadina
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Malgrado il possesso delle terre sicuramente il marchese Caracciolo non risiedeva in Tortorella, ma bensì nel palazzo marchesale di Misuraca. Ed è proprio lì che Giovanni Andrea trovò la morte (65); nel 1528 egli, insieme al figlio Paolo e sua moglie Caterina, venne trucidato in piazza a seguito di una rivolta contadina.”. Il Montesano, a p. 43, nella nota (65) postillava che: “(65) Racconti calabresi – di Achille Grimaldi – stamperia del Filiberto, Napoli, 1860”. Il Montesano cita il duca Ferrante Spinelli mentre il Vacchiano lo cita come “Ferdinando Spinelli”. Da Wikipedia leggiamo che Mesoraca (IPA: /mezoˈraka/, Misuraca in dialetto mesorachese, Mesoràchion in greco bizantino) è un comune italiano di 5868 abitanti della provincia di Crotone in Calabria. Dal 1292 fu territorio dei Ruffo di Calabria, mentre dal 1523 entrò a far parte del Marchesato di Crotone come possesso dei Caracciolo. Alla famiglia Caracciolo è legato uno degli episodi più noti e cruenti della storia mesorachese: nel 1527 a causa del malcostume del signore e nella messa in pratica del diritto Ius primae noctis, una congiura alimentò una rivolta contadina che causò lo sterminio di parte dei componenti della famiglia ad eccezione delle figlie Isabella e Porzia, che riuscirono a scappare a Catanzaro; la rivolta fu repressa e vendicata dal principe Ferrante Spinelli, il quale sposò la marchesina Isabella Caracciolo per ripristinare il feudo, conservato dalla famiglia Spinelli fino al 1584.
Nel 1532, i feudi e casali di Centola, Capizzo e Casaletto a Girolamo di Sangro
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1532 il re investì Sigismondo di Sangro, per la morte del padre Alfonso, dei suddetti casali, con tutti i loro diritti, giurisdizioni, mero e misto imperio e cognizione delle prime cause. Il compilatore dei Quinternioni (5) tenne a segnalare che i predetti casali vivevano “iure Langobardorum”. Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6). Nel 1603 Maria Rosso, laica in ‘capitulis’, figlia di Ascanio Rosso, rinunziò a Centola donando il feudo allo zio Mario Rosso (7). Ecc…”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Ecc…”. Sulla famiglia dei di Sangro a Centola ha scritto Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, Gianalfonso de Sangro vendè nel 1516 il feudo a Giannicola Origlia, per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9). Sequestrato nel 1528, il feudo fu concesso a un dignitario fiammingo di Carlo V, Stefano Croppen (10). Nel 1539 i de Sangro vendettero per 9600 ducati la Molpa e Pisciotta al nobile italo-spagnolo Ferrante Bisbal, il quale aveva effettuato l’acquisto per conto di suo nipote Antonio Caracciolo.”. Il Barra, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Sempre il Barra, a p. 86, in proposito scriveva che: “Abbiamo ad esempio notizia di una controversia insorta nel 1459 tra Sigismondo de Sangro, barone di S. Sergio, e Giacomo Morra, barone di Sanseverino, a proposito di alcuni abitanti di S. Sergio che desideravano trasferirsi a Centola (20).”. Il Barra, a p. 86, nella nota (20) postillava che: “(20) “Atti del magnifico Gismondo de Sangro, possessore del casale di Sergio (sic), con lo magnifico Iacomo Morra, possessore della Terra di Sanseverino, e casale di Camerota, sopra la petizione di certi vassalli che habiano da rehabitare nel detto casale di Centola – 1459″ (ASN, Processi antichi della Sommaria, f 72, n. 5731).”.
Nel 1548, Trojano Spinelli erditò il feudo della madre
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 43, in proposito scriveva che: “Il duca Ferrante s’invaghì della giovane e bella Isabella e, dopo aver liberato dall’assedio la città e, nel contempo, sposato in seconde nozze la marchesa, marciò con il proprio esercito su Misuraca, ristabilendo l’ordine costituito e restituendo il feudo alla nuova moglie Isabella. Dal matrimonio tra i due nacque Troiano Spinelli, il quale ereditò, nel 1548, il feudo della madre, essendo quello del padre spettante al figlio avuto dal primo matrimonio, il III duca di Castrovillari Don Giovanni Battista II (66).”. Da Wikipedia leggiamo che da Isabella Caracciolo e Ferrante Spinelli nasce Troiano che subentro’ al padre.
Nel 1555, Trojano Spinelli vendette Tortorella a Giovanni Antonio Ricca
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Precedentemente, nel 1555, Trojano aveva già alienato separatamente la Terra di Tortorella a Giovanni Antonio Ricca. Successivamente lo stesso marchese Spinelli la riacquistò dal figlio Cesare Ricca e la rivendette definitivamente a Scipione Oferio per 6.000 ducati. Dopo pochi anni, nel 1569, la Terra di Tortorella passò nelle mani di Francesco Alderisio.”.
CASALETTO E BATTAGLIA SI STACCANO DAL FEUDO DI TORTORELLA
Nel 1562, Giovanni Antonio Gallotti acquistò da Trojano Spinelli, II marchese di Misuraca, Casaletto e Battaglia
Da Wikipedia leggiamo che nel 1562 i casali di Casaletto e Battaglia furono venduti da Trojano Spinelli, marchese di Mesoraca, principe di Scalea e signore delle terre di Tortorella, al barone D. Giovanni Antonio Gallotti e quindi staccati dal feudo originario (4). Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel 1562 i casali di Casaletto e Battaglia furono venduti dal II marchese di Misuraca, signore delle terre di Scalea (I principe di Scalea dal 12 marzo 1566), di Roccapiemonte, di Palazzi, di Brancaleone Trojano Spinelli al barone D. Giovanni Antonio Gallotti e quindi furono staccati dal feudo originario creando, di conseguenza, un nuovo feudo con autonomia propria. L’atto, insieme alla supplica per il Regio Assenso (67), è conservato all’Archivio di Stato di Napoli, archivio dei Quinternioni, Lib. 128, foglio 136.”.
Fabio Carafa, figlio di Lucrezia Carafa e Giovan Francesco Carafa della Stadera, dei conti di Montecalvo
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella, a p. 45, nella nota (68) postillava che: “(68) Fabio era il quinto dei sette figli di Giovan Francesco Carafa, II Conte di Montecalvo.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (69) postillava che: “(69) Biagio Aldimari – Historia genealogica della famiglia Carafa – stamperia Raillard, Napoli, 1691, pag. 420.”. Dunque, Fabio Carafa, era figlio di Lucrezia Carafa, e di Giovan Francesco Carafa della Stadera, dei conti di Montecalvo. Chi era la madre di Fabio ? Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che Lucrezia Carafa era figlia di Berlingieri feudatario di Novi e di Camilla Saraceno dei Signori di Tortorella. Dunque, la nonna di Giovanni Battista Carafa della Stadera fu Lucrezia Carafa, figlia di Berlingieri Carafa e di Camilla Saraceno dei Signori di Tortorella. Dei signori di Torella o di Tortorella ?. Sempre dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che Sigismondo Carafa (+ 1526), Signore di Montecalvo, Ginestra, Motta, Volturino, Pietra e Corsano investito il 7-5-1501, 1° Conte di Montecalvo dal 1525, Patrizio Napoletano. Sposa nel 1494 Eleonora di Sangro, figlia di Carlo Signore di Torremaggiore e di Caterina Gaetani dell’Aquila d’Aragona dei Conti di Fondi (+ post 1526) da cui A1. Giovan Francesco (+ Lauro 26-12-1555), 2° Conte di Montecalvo, Signore di Ginestra, Motta, Volturino, Pietra e Corsano dal 1526, Patrizio Napoletano. = Lucrezia Carafa, figlia di Berlingieri Signore di Novi e di Camilla Saraceno dei Signori di Torella. Sempre dal Libro d’Oro leggiamo che il feudo di Campolieto fu acquistato nel 1584 per ducati 14.50 da Fabio Carafa († 1593), conte di Montecalvo, il quale già possedeva i feudi boscosi di Martina e di Scannamatrea. Il figlio primogenito Francesco, sposò in prime nozze Zenobia di Bologna e, in seconde nozze, Girolama Tuttavilla. Il feudo col titolo ducale passò nel 1729 a Scipione di Sangro, figlio di don Fabrizio di Casacalenda.
Nel 1600, Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa dei conti di Moncalvo
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel 1600 l’unica figlia di Francesco, D. Vittoria Alderisio, sposò il patrizio Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa (68) dei conti di Moncalvo (69), portando il feudo sotto l’egida della potente famiglia Carafa, che governerà Tortorella, ecc..”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (68) postillava che: “(68) Fabio era il quinto dei sette figli di Giovan Francesco Carafa, II Conte di Montecalvo.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (69) postillava che: “(69) Biagio Aldimari – Historia genealogica della famiglia Carafa – stamperia Raillard, Napoli, 1691, pag. 420.”. Dunque, riguardo il feudo di Tortorella, Giovanni Battista Carafa della Stadera era il figlio terzogenito di Fabio Carafa dei conti di Moncalvo. Fabio Carafa della Stadera era il 5° figlio di Giovan Francesco Carafa della Stadera dei conti di Montecalvo. Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che Giovan Francesco Carafa della Stadera, 2° conte di Montecalvo, morto a Lauro nel 1555, era sposo di Lucrezia Carafa, figlia di Berlingieri feudatario di Novi e di Camilla Saraceno dei Signori di Tortorella. Dunque, la nonna di Giovanni Battista Carafa della Stadera fu Lucrezia Carafa, figlia di Berlingieri Carafa e di Camilla Saraceno dei Signori di Tortorella.
Nel 1600, donna Vittoria Alderisio, signora di Tortorella sposò Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa
Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nel 1600 l’unica figlia di Francesco, D. Vittoria Alderisio, sposò il patrizio Giovan Battista Carafa della Stadera, figlio terzogenito di Fabio Carafa (68) dei conti di Moncalvo (69), portando il feudo sotto l’egida della potente famiglia Carafa, che governerà Tortorella, in maniera a volte dispotica e violenta, fino al 1806. Il titolo di Marchese di Tortorella venne concesso il 20 luglio 1710 a Francesco Carafa (70).”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (68) postillava che: “(68) Fabio era il quinto dei sette figli di Giovan Francesco Carafa, II Conte di Montecalvo.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (69) postillava che: “(69) Biagio Aldimari – Historia genealogica della famiglia Carafa – stamperia Raillard, Napoli, 1691, pag. 420.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 165, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1569, Francesco Alderisio Junior cedette il feudo di Tortorella con i relativi casali e castelli alla sua unica figlia Vittoria, andata in sposa a Gian Battista Carafa. In conseguenza di tale matrimonio il feudo di Tortorella e conseguentemente Bonati, furono uniti al feudo di Policastro.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 202, in proposito scriveva che: “Il nipote di questi, Francesco Alderisio junior, cedette tutto alla sua unica figlia Vittoria, andata in sposa, i seguito, al marchese Giovan Battista Carafa Stadera e, in virtù di tale matrimonio, il feudo di Tortorella passò nelle mani di questa potentissima famiglia che la governò ininterrottamente per circa due secoli, fino all’abolizione della feudalità, (2 agosto 1806).(5)”. Il Guzzo, a p. 203, nella nota (5) postillava che: “(5) F. Rinaldi: Dei primi Feudi nell’Italia Meridionale – Napoli – 1886 – pag. 85.”.
Nel 1608, dopo il passaggio di Tortorella ai Carafa della Stadera, il feudo viene diviso e a Scipione Gallotta va Battaglia e Mario Gallotta va Casaletto
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Da questo poi passò ai Gallotti, poi agli Oroferio e quindi al nobile Francesco Alderisio nel 1569.”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 45, in proposito scriveva che: “Nel 1608 “Scipione Gallotta (viene) tassato in ducati 19.-16 per Casaletto et Battaglia con l’iurisditione delle seconde cause et portolania”. Da questo documento si evince anche che “quale terre sono state divise trà il detto scipione in ducati 12 et detto Mario Gallotta patre di Giovanni Francesco Antonio cioè à detto Scipione ducati 12 et detto Mario ducati 7.-16; la devisione in Quinternionum 35 f. 92″ (71). Il feudo viene dunque diviso tra Scipione, a cui tocca la Terra di Battaglia, e Mario, al quale va quella di Casaletto.”. Il Montesano, a p. 45, nella nota (71) postillava che: “(71) ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Partium – Inventario 1468 – 1688 – vol. 1997, 1615-1618, f. 190t.”.
Dal 1648, la popolazione di Casaletto
Da Wikipedia leggiamo che nel Seicento il paese fu, come tutta l’Italia meridionale, colpito dalla peste del 1656, che ridusse la popolazione a meno della metà. L’unificazione dei Comuni di Casaletto e Battaglia avvenne nel 1810, per ordine del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi ebbe l’incarico dal re di Napoli, Gioacchino Murat, di risolvere il problema del brigantaggio (filoborbonico) nel regno delle Due Sicilie. Giunto nel golfo di Policastro mandò ordini al sindaco di Casaletto di apprestare foraggi e vettovaglie per il suo esercito. Il sindaco però, volutamente o per scarsità di mezzi, non provvide a soddisfare le richieste del generale che, giunto in paese e sospettando il sindaco di essere in combutta con i briganti filoborbonici, lo fece fucilare nel luogo detto “alle pietre del Campo”, ordinando la riunificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia e imponendo al sindaco di Battaglia di trasferirsi a Casaletto, che fu eletto a capoluogo. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 639 e sgg., in proposito scriveva che: “Il Pacichelli (1) scrive della vecchia (1648) numerazione del villaggio (fuochi 120 = ab. 600) e nuova (1669) numerazione (82 = ab. 410). Il Galanti (2) ci dice solo dei suoi 961 abitanti, l’Alfano (3), che attribuisce il feudo alla famiglia Gallotti, scrive che contava 990 abitanti. Il Giustiniani (4)….Egli ci informa pure dei censimenti dal 1532 al 1669 (5). In nota (6) dico della popolazione del villaggio dal 1861.”. Ebner, a p. 639, nella nota (1) postillava: “(1) Pacichelli, op. cit., I., p. 336”. Ebner, a p. 639, nella nota (2) postillava: “(2) Galanti, cit., IV, p. 231.”. Ebner, a p. 639, nella nota (3) postillava: “(3) Alfano, cit., p. 38”. Ebner, a p. 639, nella nota (4) postillava: “(4) Giustiniani, cit., III, Napoli 1797, p. 204.”. Ebner, a p. 639, nella nota (5) postillava: “(5) Nel 1532 (fuochi 105 = ab. 510), 1545 (110 = 550), 1561 (113 = 565), 1595 (132 = 660), 1648 (120 = 600), 1669 (82 = 410)”. Ebner, a p. 639, nella nota (6) postillava: “(6) Nel 1861 (2379), 1881 ecc…”. Il Giustiniani (….), nel suo vol. II del “Dizionario istorico-ragionato del Regno delle Due Sicilie”, a p. 224 ci parla di Battaglia:

Nel 1696, Ettore Carafa della Stadera, conte di Policastro e barone di Battaglia
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: “Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta ?) per ducati 3260 (2).”. Ebner, a p. 550, nella nota (1) postillava: “(1) Giusiniani, op. cit., II, Napoli, p. 224.”. Ebner, a p. 550, nella nota (2) postillava: “(2) Quint., 174, f 105”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 213 parlando di Battaglia, in proposito scriveva che: “Appartenne, di certo, insieme con il vicino villaggio di Battaglia, al feudo dei Conti Carafa della Spina, padroni e signori di Policastro, che vi esercitarono a lungo un dominio ferreo e impietoso (1).”. Il Guzzo, a p. 213, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento – Op. cit., p. 639. L. Tancredi: Il Golfo di Policastro – Op. cit. – pag. 73.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 213 parlando di Battaglia, in proposito scriveva che: “Il flagello della peste del 1656 decimò l’operosa popolazione al punto da indurre Ettore Carafa, nel 1696, a vendere il casale al barone Carlo Gallotti, già proprietario di vigne e terreni.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Tancredi (20) scrive……dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo del barone Gallotti, della chiesa più volte restaurata e dell’antica chiesa di S. Vito fuori dell’abitato.”. Ebner, a p. 678, nella nota (20) postillava: “(20) Tancredi, Il Golfo, cit., p. 72 sgg.”. Ebner si riferiva al testo di Luigi Tancredi (….), “Il Golfo di Policastro – Itinerario tra sogno e realtà”, pubblicato nel 1975 (la prima delle sue pubblicazioni).
BATTAGLIA
Da Wikipedia leggiamo che la frazione maggiore, Battaglia, è un borgo medievale risalente circa al XII secolo col nome di Bactalearum. Essa sorge a meno di 300 metri (in linea d’aria) da Casaletto, da cui dista 3 km di strada. In base allo statuto comunale essa è l’unica località riconosciuta come frazione propriamente detta. La frazione di Fortino sorge sul confine con la Basilicata, ed una parte minore del suo abitato appartiene al comune lucano di Lagonegro, in provincia di Potenza. Essa rappresenta, quindi, un rarissimo caso di frazione divisa fra due amministrazioni regionali. Vi sono inoltre 24 località, costituite da piccoli gruppi di case e cascine rurali, e popolate da poche decine di abitanti. Esse sono: Affonnatora, Barbieri, Caravo, Castagna Grossa, Castello, Cerreta, Chiapponi, Conca, Farneto, Gioncoli, Grimalziali (o Gramiziali), Marano, Mariolomeo, Melette, Monte Grosso, Pantanelle, Pié dei Balzi, San Teodoro, Serra dell’Edera, Sisamo, Valle Frassino, Vallennora, Vallonsecco e Varco delle Chiappe. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando del casale di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (1) pone il villaggio in una valle circondata da monti a sei miglia dal mare di Vibonati e a 70 da Salerno. Ai suoi tempi il villaggio contava 960 abitanti, tutti dediti all’agricoltura.”.
La Famiglia Gallotti ed il Palazzo Gallotti a Battaglia

(Fig…..) Battaglia – Palazzo Gallotti
Da un articolo apparso su il Mattino, tratto dalla rete, troviamo scritto che: “Il secolo di Donna Maria festa al castello per la baronessa” – Festa il castello. Il piccolo borgo di Battaglia, deliziosa frazione di Casaletto Spartano (nel cuore del Cilento) si prepara a festeggiare «la baronessa». Il suo non è un compleanno come gli altri: Donna Maria Amato Polito in Gallotti compie cento anni. In realtà lei non immagina lo straordinario traguardo, la sua memoria è offuscata da un secolo esatto di vita e ricordi e pensa di non aver ancora superato i sessanta… ma ciononostante, volitiva ed energica come da ragazza, ha deciso di non lasciar passare inosservata la ricorrenza, invitando a palazzo tutto il paese, saranno suppergiù duecento anime. A Battaglia la conoscono tutti. È la moglie dell’avvocato Giosuè, figlio di quel Giuseppe Gallotti che nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. Un cognome importante, una famiglia illustre, feudataria anche di Casaletto, Farneto, Valladonna, riconosciuta nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. Ma a Donna Maria i titoli non sono mai interessati. Conosce Giosuè, suo unico fidanzato e marito, praticamente in culla, perché nati nello stesso anno a distanza di appena due mesi. La scintilla tra i due scoppia che sono adolescenti. La madre, nonna Menchina (Domenica) la manderà a studiare dalle monache clarisse di Teggiano, lui diventerà avvocato nel periodo bellico e nel 1940 si uniranno in matrimonio. La cerimonia avvenne proprio lì dove oggi spegnerà le sue cento candeline: a Palazzo Gallotti, imponente e superba residenza del 1400 che domina tutta la vallata del Rio Casaletto e guarda al mare di Tortorella. È qui che la dolce vecchina, madre di cinque figli, Giuseppe (ex funzionario dell’Enpi), Prosperina e Carla (insegnante di lettere e storia dell’arte) e Mario (architetto), nonna di sette nipoti (uno di loro è sacerdote a Salerno) e dodici pronipoti, vive ancora giornate lunghe e intense passate a ricordare. Questa residenza rappresenta la sua storia e quella della sua famiglia. Addirittura qui, durante il bombardamento, si trasferì temporaneamente il banco di Napoli che dovette abbandonare la sede di Sapri. E quando si faceva festa, da Salerno, dalla città, arrivavano i cognomi più influenti dell’epoca: Severini, Finamore, Tortorella. Il marito l’ha lasciata appena quattordici anni fa, si può dire che hanno trascorso una vita insieme, sempre sotto braccio. Lui non ha mai professato l’avvocatura per tutelare gli interessi di famiglia, lei, figlia di un’epoca in cui le suore non rilasciavano un diploma di studi finito se non un zibaldone di cultura generale, era molto rammaricata di non poter lavorare. Fu una donna all’avanguardia per la sua epoca. I figli raccontano di una mamma indipendente nel temperamento, molto più autoritaria del babbo, e soprattutto molto attiva, moderna. Faceva parte del Cif, il Centro Italiano Femminile, riuscì a fondare un asilo, ma soprattutto tutti se la ricordano quando, in sella al cavallo, imbracciava il fucile e andava a caccia, una delle sue tante passioni. Tra queste c’era anche il fumo. Incurante delle eventuali critiche, al pomeriggio, durante una partita di poker, si concentrava accendendosi una sigaretta. In paese forse era la sola ad avere la patente, insomma una donna con i pantaloni. Bruna, nasino alla francese, capelli ricci, Donna Maria era bellissima, e sempre alla moda. Gli abiti se li faceva realizzare da una sartoria di Napoli. Oggi come ieri custodisce la sua raffinatezza in una chioma di lunghi capelli bianchi che ogni mattina spazzola e raccoglie con una pettinessa. Saranno passati cento anni, eppure ancora adesso predilige i colori chiari e sgargianti e ama mangiare. Del resto è stata anche un’ottima cuoca. Pur essendo la “baronessa” con tanto di servitù e cuoco, è sempre stata lei a curare i pranzi per gli ospiti. La sua specialità era il tacchino ripieno che mangiavamo a capodanno e il brodo con le “fans”, palline di pasta choux che preparava con la massima cura e dovizia. E poi, come dimenticare le sue dispense colme di conserve e fichi secchi, salumi e tutto quello che la terra produceva. Da un articolo apparso su il Mattino, tratto dalla rete, troviamo scritto che: “Il secolo di Donna Maria festa al castello per la baronessa” – Festa il castello. Il piccolo borgo di Battaglia, deliziosa frazione di Casaletto Spartano (nel cuore del Cilento) si prepara a festeggiare «la baronessa». Il suo non è un compleanno come gli altri: Donna Maria Amato Polito compie cento anni. Donna Maria Amato Polito era la moglie dell’avvocato Giosuè, figlio di quel Giuseppe Gallotti che nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. La madre, nonna Menchina (Domenica). Madre di cinque figli, Giuseppe (ex funzionario dell’Enpi), Prosperina e Carla (insegnante di lettere e storia dell’arte) e Mario (architetto), nonna di sette nipoti (uno di loro è sacerdote a Salerno) e dodici pronipoti, vive ancora giornate lunghe e intense passate a ricordare. Antica famiglia originaria del Cilento; fedautaria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valladonna, ascritta nel Reg. Feud. e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca.
Nel 1300, il Santuario della Madonna dei Martiri a Battaglia
La cappella della famiglia Polito-De Rosa a Battaglia
Dal 1535, la popolazione di Battaglia
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Battaglia, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (1)…….Ai suoi tempi il villaggio contava 960 abitanti, tutti dediti all’agricoltura. Dal Giustiniani si apprende pure dei sensimenti dal 1532 al 1669, quando la popolazione era ancora più che dimezzata per la peste del 1656 (4).”. Ebner, a p. 550, nella nota (1) postillava: “(1) Giusiniani, op. cit., II, Napoli, p. 224.”. Ebner, a p. 550, nella nota (4) postillava: “(4) Nel 1535 (fuochi 66 = ab. 330), nel 1545 (69 = ab. 345), nel 1561 (74 = 370), 1595 (85= 430), nel 1648 (127 = 635), 1669 (57 = ab. 285).”.
Nel 1696, Carlo Garlotta (o Gallotti ?) acquistò Casaletto e Battaglia da Ettore Carafa, conte di Policastro
Lorenzo Giustiniani (….), nel suo vol. II del “Dizionario istorico-ragionato del Regno delle Due Sicilie”, a p. 224 ci parla di Battaglia: “Nel 1696 Ettore Carafa conte di Policastro la vendè a Carlo Carlotta per ducati 3260 (3).”. Il Giustiniani, vol. II, a p. 224, nella nota (3) postillava: “Quint. 174. fol. 105”. Il Giustiniani (….), nel suo vol. II del “Dizionario istorico-ragionato del Regno delle Due Sicilie”, a p. 224 ci parla di Battaglia: “Nel 1696 Ettore Carafa conte di Policastro la vendè a Carlo Carlotta per ducati 3260 (3).”. Il Giustiniani, vol. II, a p. 224, nella nota (3) postillava: “Quint. 174. fol. 105”. Il Giustiniani (….), nel suo vol. II del “Dizionario istorico-ragionato del Regno delle Due Sicilie”, a p. 224 ci parla di Battaglia: “Vi era il casale di ‘Tornito’, che si possedeva da Scipione Gallotta (4).”. Il Giustiniani, vol. II, a p. 224,nella nota (4) postillava: “Quint. 35. fol. 92”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: “Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta ?) per ducati 3260 (2). Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito (3).”. Ebner, a p. 550, nella nota (2) postillava: “(2) Quint., 174, f 105”. Ebner, a p. 550, nella nota (3) postillava: “(3) Quint. 35, f 92”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 213 parlando di Battaglia, in proposito scriveva che: “Il flagello della peste del 1656 decimò l’operosa popolazione al punto da indurre Ettore Carafa, nel 1696, a vendere il casale al barone Carlo Gallotti, già proprietario di vigne e terreni.”. Sempre Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Casaletto, a p. 639.
Nel 14 gennaio 1768 muore Mario Gallotti, barone di Battaglia
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Battaglia, a p. 550, in proposito scriveva che: “L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”.
Nel 1799, i Sanfedisti borbonici ed i moti carbonari del basso Cilento
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (278) postillava che: “(278) Con l’entrata dei Francesi in Napoli del 1799 il generale Championnet occupò la capitale del regno borbonico costringendo il re Ferdinando IV a fuggire in Sicilia) tutto il Cilento ebbe un fremito di riscossa: gli spiriti più nobili della borghesia progressista, impevuti delle idee liberali propugnate dalla Rivluzione Francese, si batterono per creare Municipalità democratiche in ogni paese, dove piantarono l’albero della libertà.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (279) postillava che: “(279) Leopoldo Cassese, Giacobini e realisti nel Vallo di Diano, in “Rassegna Storica Salernitana”, X (1949), pp. 134 ss., ora in ‘Scritti di Storia Meridionale, Salerno, Laveglia, 1970, pp. 63-149.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (280) postillava che: “(280) Ivi, passim; ASN, Casa Reale, vol. 177, Libro nel quale son descritti…..tutti gli individui….che son notati per materie di Stato, passim.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (281) postillava che: (281) Frate ebolitano dei Minori Osservanti, fu trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797 (N.M. Laudisio, Sinossi etc., cit. p. 36).”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (282) postillava che: “(282) L. Cassese, Scritti di storia etc., cit., p. 106 ss.; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 268.”. Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”.
Nel 1808, il Fortino del Cervato, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Desvernois
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest”. Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”.
Nel 1808, il Fortino del Cervaro, un piccolo fortilizio fatto costruire dal generale francese Nicolas Desvernois
Nel 1808, Il generale francese Nicolas Desvernois (….), inviato dal governo francese nella sottodivisione di Lagonegro, in proposito scriveva che, il Fortino del Cervaro era: “Una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro, un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri sul litorale ovest.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, dove a p. 312, in proposito scriveva che: “Sul monte Cervaro, lungo la strada rotabile, fu eretto un altro forte in fabbrica, dove risiedeva un distaccamento di soldati per tenere sgombra la strada; quel luogo, che conserva tuttavia il nome di ‘Fortino’, è reso ancor più rinomato perchè nel 1860 vi si soffermò, proveniente dalla marina di Sapri, il Generale Garibaldi, nella marcia trionfale della liberazione del Regno, come si dirà a suo luogo.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalnuovo, e già rinomata nella storia per svariate vicende politiche: ivi nel 1808 una guarnigione francese, che vi aveva eretto un fortilizio, fu assalita ed orrendamente massacrata dagli emissari borbonici sbarcati nel golfo di Policastro (1)….etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi pag. 325.”. Carlo Pesce (….), nel 1904, nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, nel suo cap…., a p. 325, in proposito scriveva che: “Quivi spesse volte le truppe francesi di passaggio erano aggredite e massacrate inesorabilmente, nè valse alla tutela ed alla sicurezza la prossima guarnigione del Fortino del Cervaro, che pure fu presa di mira. “Nel 1808 – scrive il Racioppi nel Vol. II pag. 461 della ‘Storia’ – una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia, al comando del Generale Inglese Sir Stuart e d’un principe reale, gittò sulle coste del golfo di Policastro gruppi di masnadieri e di galeotti, i quali furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilicata e di Salerno, e misero a fuoco e sangue Rocca Gloriosa, Torre Orsaia, Bosco e Sanza. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata – il ‘Fortino’ sul Cervaro – ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; assaltano il piccolo forte e massacrano tutti i soldati”. Alcuni di questi – riferisce la tradizione popolare – fuggirono nei paesi vicini in cerca di ricovero, che fu loro negato, e tutti, francesi e napoletani, finirono nella stessa orrenda morte.”. Il Pesce riferisce altri episodi riguardo il brigantaggio nel Lagonegrese. Dunque, il Pesce cita l’episodio della flotta Inglese al comando dell’ammiraglio Sir Stuart e cita Giacomo Racioppi (…), che nel suo vol. II del “Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Di questo genere di convulsioni sociali non ricorderò che qualche fatto. Una grande flottiglia di navi, uscita dai porti di Sicilia nel 1808, al comando del generale inglese lord Stuart e di un principe reale, lanciò sulle coste napoletane del Tirreno gruppi di masnadieri e di galeotti, allo scopo di spargere ed avvisare, come fecero, ogni sorta di incendi per l’interno del paese. Questi, gittati sul golfo di Sapri e Policastro, furono specialmente micidiali a mezza provincia di Basilcata e di Salerno; e misero a fuoco e a sangue Rocca Gloriosa, Torre orsaia, Bosco e Sansa. Tra Casalbuono e Lagonegro è una piccola opera fortificata, ove era posto un distaccamento di soldati francesi a tener sgombra ai commerci la strada; ecc..”. Dunque, secondo il Racioppi, nel 1808, la flotta Inglese al comando del generale Inglese Sir Stuart, lasciò sulle coste del Golfo di Policastro diversi filo-borbonici che cercarono in tutti i modi di contrastare l’occupazione francese. Molti di questi erano galeotti o ex galeotti, fuoriusciti, come ad esempio l’oriundo Rocco Stoduti di Torraca (dicono alcuni) o di S. Cristoforo dicono altri. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 106-107, in proposito scriveva che: “La frazione del Fortino, che deve il suo nome ad un posto di guardia fortificato per il controllo della strada delle Calabrie ed eretto durante il periodo francese (146), etc…”. Montesano, a p. 106, nella nota (146) postillava: “(146) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse nel golfo di Policastro, ed. Gutemberg, 2011, pag. 139.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 139, è di diverso avviso ed in proposito scriveva: “Il Fortino è nel salernitano, in territorio di Casaletto, sito lungo la consolare o strada delle Calabrie. Più precisamente era la via Popilia dei romani, oggi la strada Statale n. 19. Il Fortino nacque come piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Nicolas Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio: etc…”. Sempre il Policicchio, a p. 139, in proposito aggiungeva che: “Intorno, oggi vi sono sorte una trentina di abitazioni, certamente correlate alle necessità dei naturali (15).”. Policicchio, a p. 139, nella nota (15) postillava: “(15) F. Policicchio, Il Decennio francese nel golfo di Policastro, Gutemberg, Lancusi, 2001, pp. 151-164.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 285, in proposito scriveva che: “Ciò avvenne, pernottò a Vibonati mentre Turr lo attese al Fortino (35).”. Policicchio, a p. 285, nella nota (35) postillava: “(35) Piccola opera fortificata, tra Lagonegro e Casalbuono, realizzata dal generale francese Desvernois quando, agli inizi del 1808, fu inviato nella sottodivisione di Lagonegro per debellarvi il brigantaggio.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 4 settembre, verso mezzogiorno, il Dittatore giunse al ‘Fortino di ‘Casaletto Spartano’, posto sulla consolare per ‘Lagonegro’, centro strategico di grande importanza, che il Colonnello Fabrizi aveva fatto già presidiare.”. Sul Fortilizio del Cervaro, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Il Decennio francese nel golfo di Policastro”, Gutemberg, Lancusi, 2001, a p. 160 e ssg., in proposito scriveva che: “Il barone Desvernois (40), chiamato alla sottodivisione di Lagonegro (41), per ‘pacificare’ questa parte del Regno dal brigantaggio (42), come primo provvedimento – ci tramanda – istituì, fra il Principato Citeriore e la Calabria Citra, dei piccoli posti di guardia, abbastanza vicini tra loro, sulla ‘strada regia’, tra il ponte di Campestrino e Morano. Essi potevano tra loro comunicare e provvedere a vicendevole soccorso dando così sicurezza a chi la strada praticava. Ordinò a sindaci e proprietari che ognuno era tenuto ad abbattere, dai rispettivi terreni che costeggiavano la strada delle Calabrie, a proprie spese, tutti gli alberi d’alto fusto e pulirne i bordi dai cespugli fino a un tiro di fucile. A sorvegliare e proteggere i lavoratori fu incaricato l’esercito e le guardie civiche di ciasuna località competente per giurisdizione. Fece costruire una grossa muratura, con trincea, sul monte Cervaro (43); un’opera semi interrata, costituita da un largo fossato e presenziata da 50 uomini comandati da un capitano. Il posto (44) venne armato con due cannoni e presenziato da una riserva destinata a portare soccorso agli istituiti piccoli punti di guardia per dare sicurezza alla strada ed alle comunicazioni. Sorvegliava e proteggeva le comunicazioni da Moliterno a Senise ad est, di Vibonati e Sapri (45) sul litorale ovest.”. Policicchio, a p. 160, nella nota (40) postillava: “(40) Il primo febbraio 1808, fu nominato Luogotenente Colonnello ed inviato a comandare la Sottodivisione militare di Lagonegro. Dopo otto mesi fu nominato Colonnello alla corte e richiesto a Madrid da Napoleone. Comandante il 1° Reggimento dei Cacciatori a Cavallo. Con decreto 848 del primo gennaio gli fu conferito il titolo di Barone. Arrivò al grado di Generale. Nelle sue Memorie, più di ogni altro autore del tempo, ha molto mirato ad esaltare la sua attività di militare, perdendo l’opera, così, efficacia dal punto di vista storico-documentaria trovandovi in esse delle confusioni ed inesattezze, anche, se, in verità, quasi tutte le memorie di chi prese parte alle operazioni, stesse a distanza di tempo e di luogo, le esagerazioni si mostrano evidenti, a volte per rilevare il valore delle armi del partito di schieramento, a volte giustificare il loro operato.”. Policicchio, a p. 162, nella nota (47) postillava: “(47) A. Dufourq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326.”. E’ errato ciò che scrive Policicchio perchè si tratta di Albert Dufourcq (….).
Nel 1810, i francesi Napoleonici unificarono i due Comuni di Casaletto e Battaglia
I GALLOTTI di CASALETTO SPARTANO e BATTAGLIA
I GALLOTTI A SAPRI: GIOVANNI (padre), ex barone di Casaletto e Battaglia ed i figli: RAFFAELE, SALVATORE, don FILOMENO (sacerdote) ed EMANUELE, ed il nipote di Giovanni, PAOLO GALLOTTI proprietario della taverna del Fortino
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, il sacerdote don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che aveva abitazioni a Sapri e al Fortino di Casaletto. Sua madre era Rachela Giudice. Dunque, la famiglia dei Gallotti, feudatari di Casaletto e Battaglia, che avevano una casa a Sapri, attualmente in via Nicodemo Giudice, al civico….., da non confondere con i Gallotti di Piazza del Plebiscito, era composta dal barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che all’epoca di Pisacane (1857) avrebbe avuto circa 60 anni. Giovanni aveva tre figli: Salvatore, Filomeno che era prete, Emanuele e Raffaele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Casaletto Spartano e di Battaglia, a p. 216, in proposito scriveva che: “Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Gallotti per la somma di 3260 ducati, mentre Scipione Gallotti già possedeva, nel territorio il casale di Tornito. Successivamente, per rinuncua di Carlo, la baronia passò al figlio Mario Gallotti, che la possedette fino alla morte, avvenuta il 14 gennaio 1768. Gli successe il figlio Mario Antonio, che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778 (4). La famiglia Gallotti, avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Guzzo, a p. 216, nella nota (3) postillava: “(3) L. Giustiniani, Dizionario geografico etc.. – Op. cit., vol. III, p. 204”. Guzzo, a p. 216, nella nota (4) postillava: “(4) P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento – Roma, 1982 – vol. I – pag. 550.”. Sulle origini del feudo di famiglia, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: “L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Dunque, il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti era uno dei quatro figli del barone Mario Antonio Gallotti. Il barone Mario Gallotti morì il 14 gennaio 1768 e gli successe il figlio Mario Antonio Gallotti che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778. In seguito, la baronia dei Gallotti “avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Dunque, in seguito alla morte di Mario Antonio Gallotti, successe il figlio Mario Gallotti, il quale aveva quattro figli, tra cui il nostro don Giovanni Gallotti. Antica famiglia originaria del Cilento; fedautaria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valladonna, ascritta nel Reg. Feud. e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca. Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta) per 3260 denari. Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito. L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (m. 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia di suo padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, che aveva posseduto il feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (2) postillava: “(2) Delle vicende del Gallotti e dei suoi figli ho scritto ampiamente nel mio lavoro ‘Carducci e i moti del Cilento del 1848 e Reazione borbonica. Veggasi anche Pecorini-Manzoni – Storia della 15. Divisione Turr nella campagna del 1860, pag. 149.”. Dunque, sui Gallotti di Battaglia, Matteo Mazziotti dice di avere scritto molto nel suo testo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848″ e nel testo “L’insurezione salernitana nel 1860”, notizie che vedremo meglio in seguito. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Sui Gallotti ne parla anche Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a pp. 74-75, parlando di Rocco Stoduti di Torraca e della reazione Sanfedista del 1799, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Rocco Stoduti (padre) uccise tre esponenti della famiglia Gallotti a Torraca e a Vibonati decapitò crudelmente il sindaco Giovanni Alano. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, per gli anni 1849-1850, a p. 263, in proposito scrivevano: “Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe esssere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Il testo citato è di Antonio Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885. Felice Fusco scriveva che Antonio Pizzolorusso (….), dei liberali promessi a Pisacane, riporta i nomi dei Gallotti, della famiglia Gallotti baroni di Battaglia, di don Giovanni Gallotti e dei suoi figli: “i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; etc…”. Dunque, secondo Pizzolorusso, oltre a Raffaele e Filomeno, vi erano anche “Diomede Gallotti di Sapri” e Francesco Gallotti di Sapri. Inoltre, Pizzolorusso (….), riporta anche il nome di un certo “padre Luigi da Torraca”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “VII….La sera del 5 luglio giunsero al così detto Fortino presso Casalbuono e, secondo le loro istruzioni, si affrettarono ad avvertire il barone Giovanni Gallotti, che dimorava allora colà in una sua villa, dell’arrivo del Carducci in Sapri. L’annunzio sorprese il Gallotti, vecchio amico del Carducci, capitano della guardia nazionale a Sapri e capo della parte liberale del paese. Già arrivato il Carducci ?! Ed i suoi conterranei non lo avevano avvisato !. Forse non lo avevano potuto ! E perchè ? Balenò a la mente del Gallotti il sospetto di qualche colpo dei Peluso e della vecchia banda di lui. Immediatamente armatosi, discese a celeri passi con i tre arrivati e con due suoi fidi, Mansueto Brandi e Domenico Mercadante, a Sapri. Etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Dunque, la famiglia dei Gallotti, feudatari di Casaletto e Battaglia, che avevano una casa a Sapri, attualmente in via Nicodemo Giudice, al civico….., da non confondere con i Gallotti di Piazza del Plebiscito, era composta dal barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che all’epoca di Pisacane (1857) avrebbe avuto circa 60 anni. Giovanni aveva tre figli: Salvatore, Filomeno che era prete, Emanuele e Raffaele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Riguardo poi ai Gallotti, è interessante ciò che emerse nel famoso Processo al Nicotera. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi Santelmo Antonio, Francesco e Giovanni , Forte Antonio, Francesco e Angelo, Romano Federico , Vecchio Giovanni, Cardillo Michele e Giuseppe e Cardillo Michele, di Giuseppe , de Marco Michele e Gaetano , Scolpino Felice , Paolo e Giuseppe, Tepidino Vincenzo , Padula Vincenzo e Michele, Masullo Raffaele, Gervasi Vincenzo, Bianco Angelomaria, Soriano Domenico, Robertucci Michele e Alferio, Ferrara Antonio, Gallo Michele, e Amabile, Faluotico Giuseppe, Mugno Vincenzo e Fiorante, Volpe Pietro, di Giuseppe Michele, sacerdote, Bruno Gabriele, Alliegro Domenico, Sanseverino Raffaele, Perillo Francesco , de Rosa Tommaso, Falce Antonio, Cernicchiaro Pietro , Bifano Pasquale, Zipparro Domenico, Viggiano Pietro e Carlo , Alfano Michele , Gallo Vincenzo , Patrizzi Giuseppe e Raffaele, de Simone Giovanni, di Giuseppe Evangelista, Arato Vincenzo, Barra Michele , Rizzo Ignazio , e Pierri Vincenzo , di Padula , La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola , Diomede e Francesco , di Sapri, Curcio Giuseppe, Peluso Liborio , Cioffi Nicola e Vincenzo , Barra Carmine, Zipparri Pasquale , Caccurri Camillo , Gravina Pietro, Cernicchiaro Pietro , Felizzolo Biagio , Falce Giuseppe , P. Luigi da Torraca , Bifani Pasquale e Nicola, Brandi Pasquale, Falco Carmine, Viggiano Carlo e Cono, Zipparro Domenico e Antonio , Mercadante Nicola , Cesarino Francesco , Falce Anna e Antonio , Fiorito Francesco, di Torraca; Lenza Giovanni, di Roccagloriosa ; de Benedictis Giuseppe, Brienza Angelo e Vincenzo , Cammarano Raffaele, Arenaro Vincenzo , Trotta Pietro , di Sassano ; Morone Tommaso , di S. Giacomo ; Matina Giovanni, di Diano, de Stefano Baldassarre ed Ermenegildo, di Casalnuovo; Bellezza Angelo, di Buonabitacolo e Rega Vincenzo , di Giffoni ; Scorziello Pasquale, di Roccadaspide; Orlando Pasquale , di Agnone ; Mazzariello Angelo, di S. Giorgio ; Mangia Nicola, di Poderia; Botta Pietro, di Giffoni, Budetta Pasquale, Pietropaolo e Agostino , Pizzuti Luigi, Masucci Giuseppe , d’Aiutolo Agostino , di Rovella ; Calabritto Tommaso , di Pugliano ; Quaranta Angelo, di Palo ; Esposito Anselmo, di Nocera ; Sarnelli Gioacchino , di Bracigliano; Lobuglio Giuseppe, di Diano ecc .”. Dunque, Pizzolorusso elenca i “pochi che ne presero parte”, riferendosi alla Spedizione di Carlo Pisacane, e come vediamo nei citati nomi tratti dall’elenco di Pizzolorusso notiamo diverse famiglie e nomi che, oltre ad essere del posto e dei paesi circonvicini a Sapri (del basso Cilento) figurano pure molti di Torraca e di Sapri. Pizzolorusso pubblicò il suo testo nel 1885, quando già erano noti gli atti tratti dal processo di Firenze intentato dal Nicotera. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta….“. Sempre il Pesce, a p. 407, in proposito scriveva che: “Da parte del Comune si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve sindacato di D. Felice Consoli, etc…”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al n. 106 vi è un’antico palazzotto che apparteneva alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri. Non credo che vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Secondo una recente segnalazione dell’amico Massimo Basilici, studioso di Pereto, un paese dell’Abruzzo, dai Registri conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, risultano alcune evidenze su alcuni Eboli di Sapri trasferitisi a Poggio Cinolfo. Basilici ha condotto delle ricerche anagrafiche e storiche sulle famiglie e cognomi comuni di Pereto servendosi della ricca documentazione conservata presso gli Archivi di Stato dell’Aquila ed altro. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente in proposito scriveva che: “Agli inizi dell’Ottocento a Poggio Cinolfo visse Francescantonio di professione ‘calderaro’. (66).”. Nella sua nota (66) egli postillava che: “(66) ASAq, Poggio Cinolfo, Nati, anno 1844. Da segnalare che in altre registrazioni anagrafiche di Poggio Cinolfo si trova distinta la professione di ‘ferraro’.”. Basilici (….) per “ASAq”, intende l’Archivio di Stato di Aquila. Basilici riferendosi a Francescantonio Eboli scriveva pure che: “Sposò Gallotti Rosa, di professione ‘filatrice’ (68), domiciliata in Poggio Cinolfo che sarebbe nata intorno all’anno 1811. (68).”. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente, a p. 117 in proposito scriveva che: “Da quanto rinvenuto nei registri di Poggio Cinolfo e quelli di Sapri, si possono estrarre delle considerazioni: – il cognome Eboli ad inizio Ottocento era presente in entrambi i paesi con un certo Francescantonio. A Sapri di Eboli ve ne erano diversi, mentre a Poggio Cinolfo uno solo. – a Sapri si trovano diverse persone che di professione erano ramaioli, ovvero era una professione diffusa che in altri paesi, come ad esempio Poggio Cinolfo, erano chiamati calderari. Ecc..”. Dunque, l’amico Basilici ci parla dell’antica Famiglia degli Eboli a Sapri e a Pareto. Basilici, nell’“Appendici” al suo testo, a p. 115 riferendosi agli “Eboli” in proposito scriveva che: “Le Origini. Di seguito sono riportate le ricerche condotte per trovare informazioni sulle origini degli Eboli di Poggio Cinolfo.”. In realtà ed inconsapevolmente, l’amico Basilici attraverso la sua ricerca trova diversi documenti interessantissimi sugli Eboli di Sapri. Il Basilici, a p. 116 egli in proposito scriveva che: “Prendendo in considerazione la provenienza da Sapri, è stata condotta una ricerca sui matrimoni a Sapri dal 1844, andando a ritroso fino all’anno 1828. Non si trova alcun matrimonio con Rosa Gallotti. Si trova invece il matrimonio di un certo Francescantonio Eboli, di professione pastore, il 6 giugno 1841 di anni 26. Era figlio di Biagio, anche lui pastore, e di Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome) di 17 anni di Sapri (147).”. Basilici a p. 116 nella sua nota (147) postillava che: “(147) ASSa, matrimoni, anno 1841, registrazione numero 8.”. Infatti, all’Archivio di Stato dell’Aquila, troviamo al fascicolo 5762, registrazione n° 8 (immagine n° 36), il 6 giugno 1841 troviamo un certo “Francescantonio” Eboli, forse mio avo, di professione pastore e figlio di Biagio Eboli, anche lui pastore e Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome), di 17 anni di Sapri. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.
Nel 1848, nel 1857 e nel 1860, don Giovanni Gallotti, barone di Battaglia e di Casaletto Spartano

(Fig….) Palazzo Gallotti in via Nicodemo Giudice – lapide commemorativa del passaggio di Giuseppe Garibaldi ospite – foto Francesco Attanasio
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque scrivevo che a Sapri, Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Chi era il barone don Giovanni Gallotti che come vedremo aveva una casa al Fortino ed una casa a Sapri in via Nicodemo Giudice. Non era uno dei Gallotti del Palazzo in Piazza Plebiscito. Egli apparteneva ad una nobile famiglia di feudatari di Battaglia che è ed è stata baronia e frazione del comune di Casaletto Spartano nei cui confini vi è la contrada del Fortino di Cervara. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Casaletto Spartano”, vol. I, a p. 639, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2) ci dice solo dei suoi 961 abitanti, l’Alfano (3), che attribuisce il feudo alla famiglia Gallotti, scrive che etc…”. Ebner, a p. 639, nella nota (3) postillava: “(3) Alfano, op. cit., p. 38.”. Si tratta di Giuseppe Maria Alfano, ed il suo “Istorica descrizione del Regno di Napoli diviso in docedi provincie etc…”. L’Alfano a p. 117 ci parla della Provincia di Principato Citeriore o di Salerno e a p. 114, in proposito scriveva che: “Terra sopra una roccia di pietri vive, d’aria bassa, Diocesi di Policastro, etc…Il suo titolo di Baronia è di Gallotti.”. L’Alfano, a p. 111 scrive la stessa cosa di Battaglia. Dunque, la baronia era di Casaletto e di Battaglia. Il Guzzo però parlando del casale di Tortorella, a p. 202, in proposito scriveva pure che: “Dalla famiglia Caracciolo il feudo passò al marchese di Misuraca, Troiano Spinelli, il quale, nel 1555, lo vendette a Giovanni Antonio Ricca. Da questi passò ai Gallotti, poi agli Oferio etc…”. Dunque, i Gallotti erano stati anche baroni di Tortorella. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Tortorella”, vol. II, a p. 678, in proposito scriveva che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carafa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti, etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava: “(21) Tancredi, Il Golfo di Policastro, cit., p. 72”. Infatti, Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, a p. 73, in proposito scriveva che: “Il palazzo bastionato dei Baroni Gallotti, dominante da una piccola altura il caseggiato di Battaglia, fu costruito nel Cinquecento. La via “Rupazzi” collegava Casaletto con Tortorella.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: “L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Dunque, il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti era uno dei quatro figli del barone Mario Gallotti. Il barone Mario Gallotti morì il 14 gennaio 1768 e gli successe il figlio Mario Antonio Gallotti che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778. In seguito, la baronia dei Gallotti “avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Dunque, in seguito alla morte di Mario Antonio Gallotti, successe il figlio Mario Gallotti, il quale aveva quattro figli, tra cui il nostro don Giovanni Gallotti. Angelo Guzzo (…), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Casaletto Spartano e di Battaglia, a p. 216, in proposito scriveva che: “Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Gallotti per la somma di 3260 ducati, mentre Scipione Gallotti già possedeva, nel territorio il casale di Tornito. Successivamente, per rinuncua di Carlo, la baronia passò al figlio Mario Gallotti, che la possedette fino alla morte, avvenuta il 14 gennaio 1768. Gli successe il figlio Mario Antonio, che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778 (4). La famiglia Gallotti, avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Guzzo, a p. 216, nella nota (3) postillava: “(3) L. Giustiniani, Dizionario geografico etc.. – Op. cit., vol. III, p. 204”. Guzzo, a p. 216, nella nota (4) postillava: “(4) P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento – Roma, 1982 – vol. I – pag. 550.”.

(Fig…..) Battaglia – Palazzo Gallotti
Nicola Montesano, continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150).”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Altre notizie sui Gallotti ci vengono da Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con alcuni uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…..Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Sempre sui Gallotti, il Bilotti ne parla nel capitolo dedicato al Fortino. Il Bilotti, a p….., in proposito scriveva che: “….e vi si fermarono non soltanto per riposare e prendere un pò di cibo fornito alla meglio dal Cioffi, ma anche per attendere aiuti promessi o richiesti. Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, i quali poco dopo si distaccarono, forse con la promessa di affrettare l’arrivo di uomini e di vetttovaglie. Il loro padre, e l’altro fratello, Salvatore, rimpatriati da appena un mese per sovrana indulgenza, si trovavano in Lagonegro, ivi forse fuggiti, come opina il Fischietti, alla notizia dello sbarco dei rivoltosi. Essi avevano molto sofferto ed avevano legittima paura di nuve compromissioni (1).”. Bilotti, a p. 200, nella nota (1) postillava che: “(1) Tale precauzione del resto non valse a preservarli da un nuovo arresto.”. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: “Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberli di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”.
Nel 1848, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti
Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa.”. Paolo Emilio Bilotti, nel suo “La Spedizione di Sapri – Da Genova a Sanza”, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico.
Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.
Nel 1857, il barone don Giovanni Gallotti ed il figlio Salvatore, si erano consegnati al giudice di Lagonegro
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.“. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, scriveva che i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Sui Gallotti ha scritto anche l’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.
Nel 30 giugno, 1857, Pisacane ed i suoi “Trecento”, al Fortino del Cervaro (di Casaletto Spartano)
Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali del golfo di Policastro. Infatti, nel portafoglio de cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovan Gallotti al Fortino” (149).”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri etc.., pag. 193.”. Montesano, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era già al Fortino, o meglio, alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto, Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore. La scelta, per alcuni poco coraggiosa (per utilizzare un eufemismo) di non sposare l’iniziativa di rivolta, con il senno di poi, fu probabilmente ben ponderata. Primo perchè, a differenza di Pisacane e di Nicotera, i Gallotti avevano il polso della situazione locale: evidentemente non vedevano nessuna voglia, da parte della popolazione, “di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II” (150). Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.“.
Nel 1858, Cesare Gallotti, Ministro della Giustizia del Regno delle Due Sicilie
Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 34, in proposito scriveva che: “Oltre di essi abbiamo visto dei Ministri; nel 1858 il concittadino Avvocato Generale Cesare Gallotti, venuto per affari personali, quando era Direttore del Ministero di Giustizia, etc…”. Dunque, Raele scriveva che l’Avvocato Generale, Cesare Gallotti (…), nel 1858, Direttore del Ministero della Giustizia del Regno delle Due Sicilie sotto il regno di Ferdinando II, era di Lagonegro e, nel 1858 si recò a Lagonegro per affari personali. Non sappiamo se i Gallotti di Lagonegro fossero imparentati con i Gallotti di Casaletto Spartano, quelli per intenderci che avranno un ruolo nello Sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane a Sapri. Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 479, in proposito scriveva che: “……
Nel 4 settembre 1860, a Vibonati, le neviere per la preparazione del ghiaccio per la preparazione dei gelati
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 286, nella nota (37) postillava che: “(37) Sulle neviere di Vibonati, cfr. F. Policicchio, Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II, p. 519”. Policicchio postillando sulle “neviere di Vibonati”, ovvero sulla scorta di ghiaccio che le donne di Vibonati andavano a prendere sul monte Cervato, presso il Fortino, a p. 519 del suo volume “Vibonati nel secolo Decimonono, Gutemberg, Penta di Fisciano, 2003, parte II”, spiegava che: “Una volta a rendere questo servizio c’erano le neviere: località poste sui monti atte alla conservazione della neve di cui, poi, i Comuni concedevano la vendita a privati per i bisogni e la rivendita al pubblico. Anche Vibonati, quindi, aveva le sue neviere. La consuetudine era che, nei vari Comuni, la vendita si concedeva ad una sola persona per non aversi danni, al pubblico e al privato, etc…Il rivendicatore (ilconcessionario) si impegnava a non far mancare, giornalmente, la neve pena una ammenda, pari a lire 10 giornaliere agli inizi degli anni Ottanta. Etc…”. Del trasporto di neve dalle vicine montagne al tempo di Garibaldi vi è la testimonianza diretta del colonello Wilhelm Rustow. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 21-22, il Rustow nelle sue memorie, per bocca del Porro scriveva che: “Guidate da persone del luogo, la mattina del 4 settembre, discesimo pel Vallone del Molinello, per poi salire di nuovo, arrampicandoci con somma difficoltà fra gli aspri dirupi della Tempa dei Paglioli, da dove discendevano delle donne che portavano sul capo forti carichi di ghiaccio per la preparazione del dei gelati. Etc..”.
Nel 4 settembre 1860, il barone di Battaglia, don Paolo Gallotti, proprietario della taverna del Fortino che ospitò Garibaldi
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in proposito scriveva pure che: “Narrasi pure che ad alcuni fanciulli, accorsi colà, il Generale facesse distribuire del cibo e delle monete, accarezzandoli con paterno affetto – e ciò trova pieno riscontro nei vari aneddoti della sua vita intima – e che accettasse di buon grado un prezioso corallo, lavorato a foggia dello stivale d’Italia, offertogli dal proprietario del fabbricato Barone don Paolo Gallotti, il quale seppe bene attendere ai doveri d’ospitalità verso la gloriosa comitiva.”….Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti,…..”. Dunque, secondo il Pesce, la taverna del Fortino era di proprietà del barone di Battaglia, don Paolo Gallotti. Nel 2010, Riccardo Finelli (….), nel 2010, nel suo “150 anni dopo – ai quaranta allora sulle tracce di Garibaldi”, a pp. 156-157, in proposito scriveva: “Lì Nicola Colombo, col suo baffo simpatico, si dà da fare dietro alla maccina del caffé come suo padre prima di lui e come suo nonno prima ancora. Il nonno, di ritorno dall’America nel 1911 con un certo gruzzolo, acquistò il locale dei Gallotti, i baroni di Battaglia.”.
Nel 1879, a Napoli muore il barone GIOVANNI GALLOTTI
Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Gallotti (Napoli, 13 aprile 1803 – Napoli, 31 gennaio 1879) è stato un politico italiano. Discendente da un’antica famiglia originaria del Cilento, il barone Giuseppe Gallotti, patriota meridionalista, figlio di Salvatore e di Maria Giuditta Parisio, espresse le sue critiche alla politica piemontese che aveva portato all’unità d’Italia nel pamphlet “Delle presenti condizioni delle Provincie Napoletane”, pubblicato nel 1861. Fu nominato senatore del Regno d’Italia (VIII legislatura) il 15 maggio 1862. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno, Napoli e Sicilia”, Parte II, Cap. XIV, ed……., a p….., in proposito scriveva che: “3 agosto 1860 — Il comandante del primo battaglione era Achille di Lorenzo, succeduto al barone Gallotti, dimissionario. Nell’agosto, dei capi della guardia nazionale, cioè di quei primi capibattaglione, che avevano firmato nel luglio il magniloquente e comico indirizzo a don Liborio, rimaneva il solo Domenico Ferrante. I nuovi erano: Achille di Lorenzo, Gioacchino Barone, Francesco Caravita di Sirignano, il marchese di Monterosso, Raffaele Martinez, il marchesa di Casanova, Paolo Confalone, Michele Praus, il marchese Paolo Ulloa, il duca d’Accadia e Giovanni Wonviller, anzi Giovannino “Wonviller, come lo chiamavano gli amici. Allora era giovane, elegante, galante, uno dei lioni alla moda. Con gli animi cosi agitati, le voci più balorde trovavano credito, e le paure più puerili erano all’ordine del giorno. Il 16 agosto, una pattuglia di truppa regolare s’incontrò al largo etc…”.
Nel 1880, l’Avv. Giuseppe GALLOTTI, barone di Battaglia e Casaletto Spartano, Senatore del Regno d’Italia
Antica famiglia originaria del Cilento; fedautaria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valladonna, ascritta nel Reg. Feud. e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca. Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta) per 3260 denari. Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito. L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (m. 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia di suo padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, che aveva posseduto il feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio. Da un articolo apparso su il Mattino, tratto dalla rete, troviamo scritto che: “Il secolo di Donna Maria festa al castello per la baronessa” – Festa il castello. Il piccolo borgo di Battaglia, deliziosa frazione di Casaletto Spartano (nel cuore del Cilento) si prepara a festeggiare «la baronessa». Il suo non è un compleanno come gli altri: Donna Maria Amato Polito in Gallotti ecc.. A Battaglia la conoscono tutti. È la moglie dell’avvocato Giosuè, figlio di quel Giuseppe Gallotti che nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. Un cognome importante, una famiglia illustre, feudataria anche di Casaletto, Farneto, Valladonna, riconosciuta nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. Dunque, Maria Amato Polito fu sposa di Giusuè Gallotti, barone di Battaglia. Secondo l’articolo sulla rete, Giosuè Gallotti era figlio del noto letterato e patriota napoletano Giuseppe Gallotti, che, nel 1880 fu senatore del Regno d’Italia. Sul blog sulla rete troviamo scritto che l’amore per Giosuè, suo unico fidanzato e marito avvocato, figlio di Giuseppe Gallotti nel 1880 senatore del Regno d’Italia. Lo sposò nel 1940 proprio a Palazzo Gallotti, residenza del 1400, dove Donna Maria ha dato alla luce i suoi figli Giuseppe, Prosperina, Carla e Mario. Nonna di sette nipoti e dodici pronipoti. Il marito l’ha lasciata quattordici anni fa, dopo una vita sempre insieme, mano nella mano. Vive ancora nel suo castello, di fronte c’è Casaletto Spartano. Domina la vallata sul rio e ricorda un passato importante, di fatti che hanno rappresentato la storia per questo borgo.
Nel 1931, Francesco Polito-de Rosa, Sostituto Procuratore del Re del Regno d’Italia firmò insieme a Mario Gallotti (podestà di Tortorella), la memoria sul comune di Tortorella
Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 74 in proposito scriveva che: “L’unificazione dei comuni di Casaletto e Battaglia in un unico Ente, secondo una leggenda che si tramanda nel corso degli anni,…….avvenne nel 1810, per mano del generale francese Charles Antoine Manhès. Questi ecc..ecc… (108).”. Il Montesano (…), a p. 74 scriveva che questa leggenda “….si tramanda nel corso degli anni e riportata anche dal Sostituto Procuratore del Re Francesco Polito-de Rosa nella sua memoria, datata 1931, “In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi d’usurpazione del Comune di Tortorella”, …..(108).”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il Sostituto Procuratore del Re. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi di usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”. Il Montesano dunque scrive che Francesco Polito-de Rosa era il Sostituto Procuratore del Re. Il Montesano, a p. 74, nella nota (108) postillava che: “(108) Francesco Polito de Rosa – In difesa della verità storica e delle ragioni del Comune di Casaletto Spartano contro i tentativi di usurpazione del Comune di Tortorella – Fratelli Jovane di Gaetano – Salerno, 1931, Appendice, Nota 1, pag. 4”.
Nel 1943, durante i bombardamenti a Sapri, il Banco di Napoli venne trasferito a Battaglia nel Palazzo Gallotti
In un blog tratto dalla rete che parla della famiglia Gallotti di Battaglia apprendiamo che nel Palazzo Gallotti, imponente e superba residenza del 1400 che domina tutta la vallata del Rio Casaletto e guarda al mare di Tortorella, durante il bombardamento, si trasferì temporaneamente il banco di Napoli che dovette abbandonare la sede di Sapri.
I capelli di Venere
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, in ‘La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Attanasio e Archivio Comune di Sapri); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(….) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.
(…..) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383
(….) Troyli P.P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento. Si veda pure: Attanasio F., Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà in ” I Corsivi”, n. 12, 1978. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135.
(….) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (10). Si veda anche Porfirio (23) (Archivio Attanasio)
(….) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26- 29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952
(….) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370)
(….) Lanzoni Francesco, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323
(….) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in se-guito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino).
(….) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Ro- ma, 1976, per la traduzione del testo latino

(Fig. 1) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G., ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976 (17-18).
(….) Ughelli Ferdinando, Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli, op. cit. (1), p. 136 nota (c).
(….) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571; il Gaetani dice si veda Libro 2, Cap. 2, oppure libro II, part. I, p. 136 e s.
(…) Acocella Nicola, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI), stà in Rassegna storica Salernitana, Anno XXIII, Salerno, 1963, parte II, p. 6
(….) Porfirio Gaetano, Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.
(….) Cammarosano P., Storia dell’Italia medievale, dal VI all’XI secolo, ed. Laterza, Bari, 2001, p. 98
(….) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, Tomi II, Cap. III, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino.

(28) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, ed. Fiorentino, Napoli, 1963 (Archivio Attanasio)
(….) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (…) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017
(….) Gay I., L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri Ernesto, op. cit., 54.
(….) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Basilicata e della Lucania, Roma, Hoesche, pp. 102 e 134.
(….) Troya C., Storia dell’Italia nel medio-evo, ed. Stamperia Reale, Napoli, 1841, vol. I, pp. 141 e 142.
(….) Ammirato Scipione, Delle famiglie nobili napoletane, Firenze, ed. Marescotti Giorgio, 1780

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) De Rosa Gabriele, Vescovi popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’Opac, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso.

(…) Ebner Pietro, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, ed. di storia e letteratura, Roma, 1973, p. 91 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore: Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.
(….) Montesano Nicola, Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana, ed. Lighnthing Source UK Ltd, 2016 (Archivio Attanasio)
A. Dufourcq, Memoires du général Baron Desvernois, Plon-Nourrit, Paris, 1898, pp. 323-326