Blanda Julia, colonia romana e Blanda, sede vescovile

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) un mio studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, dopo la dissoluzione dell’Impero Romano e l’avvento delle prime comunità cristiane. Gli studi e le ricerche iniziati a Salerno nei primi anni ’80 proseguirono negli anni di studi universitari in seguito a Napoli. Gli studi condotti su vari fronti, le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei primi anni del cristianesimo. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. La città di Blanda ha origini molto antiche.

Blanda, secondo Agostino Fiore era città dei Focei

Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (….), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’, curata a pp. 438-439 e ssg. parlando di Maratea ci parla di Blanda e scriveva in proposito che: “Questa Terra, in così elevato lugo posta, (quando non sia la Città inferiore) fu creduta esser la Blanda (3) degli antichi (dal P. Fiore senz’autorità alcuna creduta per abitazione de’ Focesi) e noi tanto più ne siam persuasi, quando che gli autori son quasi tutti uniformi.”. Da Wikipedia leggiamo che Focea (greco antico: Φώκαια, Phṓkaia; latino: Phocaea, in italiano anche Fogliavecchia, desueto) era una città greca della Ionia, fondata sul sito della odierna città di Foça (o Eskifoça) in Turchia, a circa 60 km a nord-ovest di Smirne.

La città sepolta di Irie

Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Quando venne poi distrutto Siluci questo castello di Lauro aveva già assunto il nome di Lauria come nota lo stesso storico Placido Troilo, il quale così si esprime: “Essendo stata sopra Lauria la terra di Siruci che in lingua del paese si addimanda presentemente Siluci, questa fu poi distrutta e gli abitanti andarono ad abitare a Lauria. In feudo nobile il luogo si permutò ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.” Troilo Abbate Placido libro 1 pag. 171. Colla distruzione di Seleucio venne dunque d ingrandirsi il territorio di Lauria Superiore il cui abitato era limitato alle antiche case dei cosiddetti Cafari Pinti e di S. Veneranda ed aveva una cinta di mura presso la cui porta trovavasi la chiesetta di S. Giovanni, oltre alla porta di S. Antonio Abate nell’altra cinta dei Cafari Pinti. I cittadini di Lauria Superiore accolsero gli abitanti di Seleucio (corrotto Siluci) e così formarono un sol dialetto. I cittadini di Lauria inferiore oriundi da Blanda ebbero un altro dialetto che anche attualmente porta le desinenze dei verbi simili a quelle di Tortora e di Maratea, paesi che accolsero anche parte dei profughi di Blanda. Lauria dunque fu primariamente detta Laurum oppidum ex lauro arbore, dice un antico manoscritto della storia degli Abati del Sagittario che a tempo del Vescovo Leonasi conservavasi nella curia vescovile di Tursi. Lo conferma la carta geografica dei Longobardi del seolo IX – lo conferma ancora lo stemma di Lauria su cui risalta il verde alloro al quale si accoppia un uccello favoloso, il basilisco, ciò che dimostra che Lauro si chiamò Lauria quando questo lembo dell’antica Lucania aveva perduto il suo nome ed aveva assunto il nome di Basilicata, onde molti paesi adottarono nella regione sullo stemma il basilisco. La leggenda dei capitani greci che avessero fondato Lauria non resiste alla severa critica di un oculato archeologo. Questa leggenda fu inventata di sana pianta da un presunto erudito che trovavasi di passaggio per Lauria interpellato da alcune persone. Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel itorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. I figli di Iria (detta in latino Uria) i figli di Blanda e gli abitanti di Seluci, riunitisi in queste balze per difendersi da elementi ostili, edificarono una cappella che dedicarono alla Madonna delle Armi come prima di ingrandirsi col rione inferiore ne avevan costruita un’altra dedicata a S. Maria alla Porta (1). Quest’ultima dimostra infatti che l’antico Lauro incominciava proprio da questa cappella ove era una delle porte delle mura di cinta dell’abitato e che in poco tempo venne accresciuto della grossa borgata di Lauria Inferiore, ciò che non poteva avvenire senza una nuova colonizzazione.”.

L’ubicazione del sito di Blanda

I siti dell’antica città di Blanda, come pure quello di Scidro, non sono stati mai del tutto accertati con precisione ed anche le recenti scoperte nel territorio di Castrocucco e Tortora, sono delle ipotesi. A testimonianza della loro presenza, vi sono alcuni toponimi di origine e derivazione greca. In epoca greco-romana, i traffici economici si svolgevano prevalentemente per via mare e da quì l’importanza che assunsero a quell’epoca, alcuni scali marittimi, ed è ipotizzabile che queste piccole comunità abbiano avuto contatti con altre colonie greche situate sullo Ionio. Oggi, riguardo l’antica città di Blanda, Wikipedia scrive in proposito: che gli scavi archeologici condotti da Gioacchino Francesco La Torre hanno inequivocabilmente confermato la localizzazione di Blanda”. Oggi Wikipedia scrive: “Blanda (detta poi Blanda Julia) è stata un’antica città enotria, lucana e romana situata sul colle Palècastro nel territorio del comune di Tortora, in Provincia di Cosenza (subito dopo Castrocucco di Maratea). Blanda è citata in alcune iscrizioni ritrovate nelle vicinanze di Tortora, in una delle quali è ricordata con l’appellativo di Julia. Wikipidia afferma che: “Scavi e ricerche effettuate in territorio di Tortora nelle località di San Brancato e Palècastro da Gioacchino Francesco La Torre per conto della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria hanno definitivamente e inequivocabilmente individuato il sito di Blanda, città prima enotria, poi lucana e successivamente romana, nelle due contrade citate. In particolare a San Brancato sono state portate alla luce oltre 120 tombe enotrie e lucane con ricco corredo costituito soprattutto da vasi di varie dimensioni di fattura italica con qualche pezzo di importazione da colonie magno-greche; sul colle Palècastro, dove era già in evidenza una possente cinta muraria, è stato indagato un centro abitato romano, datato I secolo a. C. – V secolo d. C, con tre tempietti, un foro (dove è stato rinvenuto anche un plinto calcareo piedistallo di un monumento commemorativo con iscrizione latina del I secolo dedicatoria al duunviro M. Arrio Clymeno, due vie intersecantisi ad angolo retto e varie insulae con abitazioni civili; ai piedi del colle è stata messa in evidenza la parte inferiore di un mausoleo monumentale. Divenuta sede vescovile, la nuova città disponeva di una grande chiesa, sita nella zona di San Bracato, a pianta centrale con ingresso ad ovest e tre absidi, circondata da sepolture, sorta tra il VI e il VII secolo.”Da Wikipedia leggiamo che la Blanda lucana fu uno dei referenti costieri degli insediamenti sparsi lungo la valle del Noce. Nel III secolo a.C., Blanda si spopolò in seguito alle guerre romane contro Annibale. Secondo il racconto di Tito Livio la città fu espugnata dal console Quinto Fabio Massimo nel 214 a.C., per poi divenire, dopo un secolo di vita stentata, colonia romana nel I secolo a.C. Dopo un terremoto che distrusse la città intorno al 70 a.C., i Romani ricostruirono l’abitato, edificandovi un foro con basilica e tre templi dedicati alla Triade Capitolina e collegando le abitazioni con strade ortogonali, riportate alla luce dai recenti scavi archeologici. Si istituì anche un duunvirato. In età augustea la città viene elevata a Municipium, e continuò il duunvirato. Al nome venne aggiunto l’aggettivo Julia in onore di Augusto. Blanda non fu comunque una grande città, edificata su appena 5 ettari di terreno, non fu un centro di popolamento, bensì un centro amministrativo e giudiziario che controllava un territorio abbastanza vasto e con annesso litorale. Nel XVII secolo Camillo Pellegrino fu il primo ad identificare la città perduta con Maratea, ipotesi che fu criticata da Luca Mandelli nell’opera Lucania Sconosciuta (tuttora inedita).  Nel XIX secolo Andrea Lombardi e Nicola Corcia continuano ad individuare l’antica città nei pressi di Maratea, ma sono i primi a motivare la netta distinzione tra la città attuale e Blanda, collocando questa nell’agro della cittadina lucana, nei pressi di Santavenere. Questa tesi fu mantenuta fino al 1891, quando lo storico Michele Lacava identificò definitivamente il sito di Blanda, collocandola nei pressi di Tortora, dove si recò in prima persona per le ricerche archeologiche. Nel XIX secolo Andrea Lombardi e Nicola Corcia (43), continuano ad individuare l’antica città nei pressi di Maratea, ma sono i primi a motivare la netta distinzione tra la città attuale e Blanda, collocando questa nell’agro della cittadina lucana, nei pressi di Santavenere. L’ipotesi del sito di Blanda creduto a Maratea, fu mantenuta fino al 1891, quando lo storico Michele Lacava (27), identificò definitivamente il sito di Blanda, collocandola nei pressi di Tortora, dove si recò in prima persona per le ricerche archeologiche: « gli scavi condotti sul colle tra il Noce e la Fiumarella hanno riportato alla luce un piccolo complesso forense, una piazza circondata da portici, botteghe e da un edificio basilicale, dotato di una fontana pubblica, di basi per statue onorarie e aperta, sul lato occidentale, su tre edifici templari tra loro ravvicinati. ». Dopo gli scritti di autori come Theodor Mommsen, Heinrich Nissen e Amedeo Maiuri, che sostennero il Lacava, gli scavi archeologici condotti da Gioacchino Francesco La Torre hanno inequivocabilmente confermato la localizzazione di Blanda. Certo è che la tesi sostenuta da alcuni come il Cluverio (28), l’Holstenio (28) e Costantino Gatta (8) che credevano l’antica città di Blanda (di cui parla anche il papa S. Gregorio Magno (11)), fosse ubicata nel paese chiamato ai primi del ‘600 ‘Porto di Sapri’, è sostenuta da alcune testimonianza storiche. Prime fra tutte il fatto che l’ubicazione di Blanda nel ‘Porto di Sapri’ , ovvero nel possedimento del Barone di Torraca Decio Palamolla (di Scalea). ‘Porto di Sapri’, era la denominazione di Sapri negli antichi documenti notarili come ad esempio un documento pubblicato dal Gaetani (30) del 1719, sulle decime versate dalla popolazione per la Madonna dei Cordici. Il fatto che Decio Palamolla fosse di Scalea e che su un prospetto dell’insigne studioso Almagià (31), su una delle più antiche carte nautiche fino a noi giunte, la carta nautica di Pietro Vesconte del 1311 (Fig. 3), alla voce del toponimo di Maratea, risulta un ‘nome cancellato’, mentre troviamo un ‘Porto de La Scalea’, subito dopo il toponimo di ‘Saprà’. Oppure, sulla più antica carta nautica conosciuta, la ‘Carta Pisana’ (Fig. 8), come si può vedere chiaramente nell’immagine che pubblichiamo e che viene confermata nel prospetto dell’Almagià (31), non si legge alcun toponimo scritto di Blanda o di Maratea ma si leggono i toponimi di ‘Saprà’ e poi di un ‘Porto de La Scalea’, subito dopo Saprà. Noi crediamo che il sito dell’antica sede vescovile di Blanda (citata dal papa S. Gregorio Magno (11), che nell’anno ‘649 aveva il vescovo Pasquale al Concilio Lateranense) nel 1290, epoca attribuita alla ‘Carta Pisana’ (detta Pisana ma era una carta genovese, epoca in cui la città di Policastro era una colo- nia genovese), vi era il ‘Porto de La Scalea’, che non era sito in Saprà (Sapri) ma come scrive il Visconti (18): “Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora.”. Le testimonianze sin quì citate, compreso quella del Porto de La Scalea, diverso dal sito e scalo marittimo importante (segnato in rosso) di ‘Scalia’ (Scalea), potrebbero rappresentare anche un’altra tesi. La tesi potrebbe essere quella che in un certo periodo, come afferma il Lanzoni (16): «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15), e quindi, come dice il Lanzoni (16), a causa delle continue incursioni Longobarde, nel VII secolo, alcune città lucane preesistenti (di cui parla Tito Livio), che intorno al V e VI secolo d.C., iniziarono a costituirsi giovani nascenti comunità cristiane, come l’antica città di Blanda che, a causa delle frequenti incursioni longobarde, dovettero trasferirsi in luoghi vicini ma più sicuri come poteva essere il ‘Porto di Sapri’ e ad indurre il papa S. Gregorio Magno (11) ad affidarne la cura al Vescovo Felice di Paestum (trasferitosi ad Agropoli fortificata). Infatti, nell’antico testo di Mario Nigro, del 1557, nelle sue note, alla voce Sapri, lo chiama ‘Safri castellum’ (33) e a p. 199 scrive: “Mox Talaus urbis fuit Sybaritarum colonia paululum à mari semota, prope cuius locum in litore maris castellu est quod iuniores Paleocastrum uocant, Talao finui imminens, ubi & ammis Talaus Dianius nunc in radicibus Apenini exortus apud Masecum castellum: ad leva penes se alterum Sallam nomine relinques penetratos suterraneis speluncis monte in mare it. Inde Safri: Malatia castella. Postea Laus amnis in mare uadit, Laino modo nomine in quo ager Lucanius terminatur. In mediterraneo aut haec habentur, Ulci Compsas antiqua oppida. Item aliud Potentia no in celebre cui nomen ad hoc tepus restat, non procul à fonte Pyxi cui adiacent. Inde Blanda oppidum fuit situ ualidum.”. Alla luce di tutte queste dissertazioni e citazioni, alle quali nutriamo dei seri dubbi, non ci resta altro che poter lasciare ad altri il ragionevole dubbio sulle ipotesi ed opinioni in merito all’esatta ubicazione del sito di Blanda, degli eruditi del ‘500 e ‘600, testimoni del loro tempo. Certo è che, un’esatta collocazione del sito di Blanda non potrà prescindere da quanto quì riportato. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “Questa Terra in così elevato luogo posta, (quando non sia la Città inferiore) fu creduta esser la ‘Blanda’ (3) degli antichi (da P. Fiore senz’autorità alcuna creduta per abitazione dè Focesi) e noi tanto più ne siam persuasi, quanto che gli autori son quasi tutti uniformi, a riserba di ‘Barrio’, che cogli argani ha voluto, benchè inutilmente, tirarla fino a Belvedere.”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 66, così scriveva di ‘Blanda’: “22. Blanda……………………….

Corcia, p. 66 su Blanda

(Fig…) Corcia Nicola, op. cit., p. 66, vol. III

Blanda Julia

Sulla iscrizione o lapide marmorea di cui ho parlato ha parlato anche Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora” pubblicato nel 1976, a p. 18, parlando di Blanda, in proposito a Tito Livio scriveva che: “Ma le notizie che si hanno sulla vita di questa città risalgono fino al secolo VIII d.C.. Da una iscrizione sepolcrale registrata dal Momsen (19) si rileva che Blanda ebbe l’appellativo di ‘Julia’ nella seconda metà del I secolo a.C., quando cioè, era in pieno sviluppo il processo di colonizzazione romana dell’Italia meridionale. Ecco il testo dell’Iscrizione, nella quale si fa riferimento a Marco Dosseno Ulsiano figlio di Marco, duovir iure dicundo di ‘Blanda Julia’:….

Nel 218 a.C., BLANDA, città lucana secondo la testimonianza di Tito Livio

Nel 218 a.C., la caduta di Blanda durante la 2° guerra Punica secondo Tito Livio

Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio, parlando della guerra contro i Cartaginesi, elenca delle città espugnate dal console Quinto Fabio, tra cui Blanda ed in proposito scriveva che:  «oppida vi capta Conpulteria, Telesia, Compsa inde, Fugifulae et Orbitanum ex Lucanis; Blanda et Apulorum Aecae oppugnatea» (Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, 20,5). Da Wikipedia leggiamo che la Blanda lucana fu uno dei referenti costieri degli insediamenti sparsi lungo la valle del Noce. Nel III secolo a.C., Blanda si spopolò in seguito alle guerre romane contro Annibale. Secondo il racconto di Tito Livio la città fu espugnata dal console Quinto Fabio Massimo nel 214 a.C., per poi divenire, dopo un secolo di vita stentata, colonia romana nel I secolo a.C.. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 439-440, parlando di Maratea e di Blanda scriveva che: “‘Livio’ nel ‘lib. 24. dice, che Fabio prese le seguenti Città, e pur mette Blanda frà i Lucani: ”Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Cossa, Melae, Fuisulae, & Orbitanium. Ex Lucanis Blandae, & Ancae oppugnatae'”. Emilio Magaldi (….), nel suo “Lucania Romana”. Egli, nella Parte I, nel cap. IV, dedicato alla II guerra Punica contro Annibale a p. 138, in proposito scriveva pure che: “Intanto in Campania Casilino, assediata contemporaneamente dai due consoli, cadeva, e il colpo fu accusato anche da Capua, che vedeva approssimarsi il suo giorno. Dopo la caduta di Casilino, mentre Marcello tornava presso Nola, Fabio si diresse verso il Sannio per punire e recuperare alcune città che avevano defezionato. Fra le città nominate in questo punto della narrazione di livio, troviamo ricordata la lucana ‘Blanda’, di cui si dirà a suo luogo (2).”. Il Magaldi, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Livio, XXIV, 20, 5 seg.: ‘oppida vi capta Compulteria, Telesia, Compsa inde, Fagisulae et Orbitanium, ex Lucanis Banda et Apulorum Aecae oppugnatae’. Sull’identificazione di queste città v. De Sanctis, o.c., III, 2, p. 262. Abbiamo già detto che Compsa era presso il confine dell’Irpinia con la Lucania. Il Racioppi, o. c., I, p. 359, n. 1, propone che al posto di Blanda si legga Bantia. Il Racioppi non trova “verosimile che Fabio dal Sannio, o anche da Consa, venisse ad espugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio”. La emendazione del Racioppi è dichiarata arbitraria dal De Sanctis, il quale ricostruisce così l’azione dei Romani in Lucania: “Nella Lucania, dove la maggior parte della regione costiera era rimasta fedele, procedettero riconquistando verso mezzogiorno, e con l’occupazione di Blanda ricacciarono, può dirsi, i Cartaginesi nell’interno del paese. Occupazione questa che fu effettuata probabilmente da Ti. Gracco mentre Annibale si trovava altrove e l’esercito di Annone, battuto a Benevento, non poteva nel momento tener testa ai ‘volones’. Tale offensiva in Lucania mirava soprattutto, occupando colà il nemico, a impedire che si usassero altrove le forze indigene e puniche stanziate in quella regione. Con la offensiva nel paese degli Irpini ed in Puglia si era invece raggiunto l’effetto, strategicamente etc…”. Il Magaldi, in proposito cita Giacomo Racioppi (….), che, nel suo “Storia dei Popoli della Lucana e della Basilicata”, vol. I, cap. XVII, a p. 359, così si esprime: “Intanto Casilino, non potuta soccorrere a tempo da Annone, fu presa da Fabio,…..Di qua, fa punta nella Lucania settentrionale e s’impadronisce di Bantia (1). Quindi passa in Apulia etc…”. Il Racioppi, a p. 359, nella nota (1) postillava: “(1) Livio, lib. IV, dec. III, cap. 20: “Fabius in Samnium ad ….recipiendas armis quae defecerant urbes processit. Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Compsa, Melae, Fulfulae, et Orbitanium. Ex Lucanis, Blandae, Apulorum Aecae appugnatae….Haec inter paucos dies gesta….”. Qui, in luogo di Blandae, io penso si abbia a leggere Bantiae. Blanda, se non fu Maratea, fu di certo prossima al mare Tirreno, sulla spiaggia che corre da Pesto a Laino; ed oggi, con probabilità maggiore, è allogata a Tortora. – In Lucania era Tito Sempronio, mentre nel Sannio era Fabio, di cui (dice Livio ivi stesso) ‘circa Luceriam provincia erat’. Non pare, dunque, verosimile che Fabio dal Sannio, od anche da Consa, venisse ad oppugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio. Questa inverisimiglianza è rimossa del tutto, se, nel passo di Livio, si legga “Bantiae”.”. Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum. E’ nominata come città lucana da Livio, Mela, Plinio ed altri scrittori. Livio narra che nella seconda Punica fu oppugnata con Anxia da Fabio Massimo. L’antica città, come opina l’Antonini, era alquanto entro terra nel sito detto ‘S. Venere’, ove s’incontrano molti ruderi e sepolcri con vasi, monete ed altre cose antiche; ecc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “……………………..” dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio.. Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, pubblicato nel 1976, a p. 16, parlando di Blanda, in proposito a Tito Livio scriveva che: “Ma notizie più interessanti fornisce lo storico Tito Livio (14) (59 a.C. – 17 d.C.) nel rievocare le imprese compiute dal console Quinto Fabio Massimo nella seconda guerra punica (219-201 a.C.): “Fabius………………………………………” “Fabio mosse in territorio sannita a devastare i campi e a piegare con la forza delle armi le città che erano passate dalla parte dei Cartaginesi. Il territorio dei Sanniti di Caudio fu devastato in modo disastroso: i campi furono incendiati per vasto tratto, si fece gran botino di bestiame e d’uomini. Furon conquistate con la forza le città fortificate Compulteria, Telesia (presso i Caudini), quindi Compsa (degli Irpini), Fagifulae e Orbitanium; fra le città lucane fu espugnata Blanda, tra quelle apule Aecae. In queste città furon fatti prigionieri o uccisi 25.000 nemici e ne furono presi 370 che s’eran dati alla fuga. Costoro, mandati a Roma dal console, furono tutti fustigati a sangue alla presenza del popolo e precipitati da una rupe. Queste le imprese compiute da Q. Fabio nello spazio di pochi giorni”. Questo dice il Fulco traducendo Tito Livio. Il Fulco a p. 16 scriveva ancora che: “Dalla testimonianza di Livio – valutata nel contesto di tutto il XXIV libro – si desume: 1) che Blanda era centro lucano di primaria importanza se viene citata tra le città che nella seconda guerra punica si schierarono dalla parte di Annibale; 2) che nel 214 a.C. fu espugnata da unità del Console Quinto Fabio Massimo, lo stesso che aveva conquistato Taranto (15), per essersi alleata con i Cartaginesi al fine di contrastare l’espansione romana nell’Italia meridionale; 3) che anche i Blandani subirono la sorte degli abitanti di altre città lucane, espugnate per non aver rispettato gli accordi sanciti nell’alleanza con Roma stipulata nel 298 a.C. (16). Etc…”.

Nel ………d.C., Blanda secondo Plinio il Vecchio

La prima citazione della città di ‘Blanda’ è di Plinio il vecchio (Gaius Plinius secundis), nella sua ‘Historia naturalis’ (libro III, 72): « Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda, flumen Baletum, portus Parthenius Phocensium et sinus Vibonensis… » (« Sul litorale Bruzio, la città di Blanda, il fiume Baletum, il porto Partenio Focenio e il golfo Vibonese… »)(2). Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (….), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’, curata a pp. 438-439 e ssg. parlando di Maratea ci parla di Blanda e scriveva in proposito che: “Questa Terra, in così elevato lugo posta, (quando non sia la Città inferiore) fu creduta esser la Blanda (3) degli antichi (dal P. Fiore senz’autorità alcuna creduta per abitazione de’ Focesi) e noi tanto più ne siam persuasi, quando che gli autori son quasi tutti uniformi. a riserba di Barrio, che cogli argani ha voluto, bene inutilmente, tirarla fino a Belvedere. Pomponio Mela al lib. 2. cap. 2 c’è l’ha detto: Temesa, Clampetia, Blanda, Buxentum, Velia. Plinio, …..

Da Wikipedia leggiamo che di Blanda ne parla Plinio ne la sua Naturalis historia. Nel III libro scrive: «Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda, flumen Baletum, portus Parthenius Phocensium et sinus Vibonensis…», «Sul litorale Bruzio, la città di Blanda, il fiume Baletum, il porto Partenio Focenio e il golfo Vibonese…» (Plinio il Vecchio, Historia Naturalis, libro III, 72) Curiosamente Plinio colloca la città nel Bruzio, indicandola tra le terre degli Osci, ma il naturalista badava principalmente a raccogliere nella sua opera i nomi dei luoghi e non la loro esatta collocazione. Tolomeo, nella sua Geografia, pone la città di Blanda nell’interno della Lucania, nelle vicinanze di Potentia. Tito Livio, parlando della guerra contro i Cartaginesi, elenca delle città espugnate dal console Quinto Fabio, tra cui Blanda: «oppida vi capta Conpulteria, Telesia, Compsa inde, Fugifulae et Orbitanum ex Lucanis; Blanda et Apulorum Aecae oppugnatea» (Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, 20,5) Blanda appare, oltre che nella Tavola Peutingeriana, come statio nell’Itinerario antonino e negli Itineraria dell’Anonimo Ravennate e di Guido Pisano. «quod Tyrrenum civitas est Bibona Valentia, Tenno, Tempsa, Clampetia, Herculis, Cerellis, Laminium, Blandas, Cesernia, Veneris, Buxonia, Bellia, Herculia, Pestum quae est destructa nunc…» (Guido Pisanus, Geografica, 74.). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno.

Plinio colloca la città nel Bruzio (Calabria), indicandola tra le terre degli Osci. Infatti, il nostro territorio, fu il regno degli Enotri e degli Opici, ma di queste civiltà restano ben poche tracce. Tra il VI e il V sec. a.C., vi si stabilirono alcune colonie greche ed enotrie di cui si conoscono solo i nomi tramandatici dalla letteratura classica. Di queste una è nota, ”Pyxus”, ovvero Pixunte, (l’odierna Policastro Bussentino). Altre sono introvabili: Blanda, Molpa, Lao, Scidro. Il grande geografo alessandrino, Claudio Tolomeo, nella sua Geografia (3), pone la città di Blanda nell’interno della  Lucania, nelle vicinanze di Potentia (Potenza). Scrive il Romanelli (25): “la descrizione che ne fa Tolomeo (3), quantunque l’avesse riposto tra le città mediterranee, perchè non toccava la riva del mare: Lucanorum, mediterraneae Ulci, Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum.”. Il Curzio (37), dice in proposito di Blanda: Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Ecc..”. Infatti, il nostro territorio, fu il regno degli Enotri e degli Opici, ma di queste civiltà restano ben poche tracce. Tra il VI e il V sec. a.C., vi si stabilirono alcune colonie greche ed enotrie di cui si conoscono solo i nomi tramandatici dalla letteratura classica. Di queste una è nota, ”Pyxus”, ovvero Pixunte, (l’odierna Policastro Bussentino). Altre sono introvabili: ”Blanda”, Molpa, Lao, Scidro. Partendo dalle indicazioni dateci dall’Antonini (27), cerchiamo di ricostruire i riferimenti bibliografici sull’antica città di Blanda, mai del tutto localizzata, in seguito alle prime citazioni riferiteci da Plinio, Claudio Tolomeo, Strabone e da Tito Livio. Dopo Tolomeo, Blanda viene citata anche  da Tito Livio (4), che, parlando della Guerra contro i Cartaginesi, elenca delle città espugnate dal console Quinto Fabio, tra cui Blanda: « oppida vi capta Conpulteria, Telesia, Compsa inde, Fugifulae et Orbitanum ex Lucanis; Blanda et Apulorum Aecae oppugnatea » (4). Blanda appare, oltre che nella Tavola Peuntingheriana (5)(Fig. 1), come statio nell’Itinerario anonimo e negli Itineraria dell’ Anonimo Ravennate (6) e di Guido Pisano: « quod Tyrrenum civitas est Bibona Valentia, Tenno, Tempsa, Clampetia, Herculis, Cerellis, Laminium, Blandas, Cesernia, Veneris, Buxonia, Bellia, Herculia, Pestum quae est destructa nunc… » (7). Le prime citazioni in assoluto dell’antica città di Blanda, elevata a sede vescovile (con l’avvento delle prime comunità cristiane – fine sec. VI e inizi VII secolo d. C.), sono quelle contenute nell’epistolario del papa S. Gregorio Magno, di cui abbiamo già parlato. In seguito sappiamo di un libro di Guido da Pisa o Guido Pisanus (7), il Libro I del ‘Liber de veriis Historiis‘, che è stata una delle maggiori fonti di Flavio Biondo (….), un cartografo del ‘400.

Nel ’77 d.C. (I sec. d.C.), Plinio il Vecchio, nel libro 3°, cap. 5°, il “SINUS VIBONENSIS” (il golfo Vibonese)

Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione della “Lucania” del 1745 (ed. Gessari), a p. 423 scriveva che: “….e che così sia, sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3. Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il golfo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto. Quando Cicerone dopo la morte di Cesare ecc…”.

Antonini, p. 424

Dunque, l’Antonini cita Plinio (…) ed il suo cap. 5 del Libro 3 della sua “Naturalis Historia”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 10, in proposito scriveva che: Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Plinio il Vecchio: Proximum autem huic flumen Melphes et oppidum Buxentum, graece Pixus: Laus amnis; fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus. Trad.: “Qui vicino (Palinuro) c’è il fiume di Molpe (Mingardo) e la città di Bussento, la greca Pixunte: indi il fiume Lao; vi fu anche la città dallo stesso nome. Da questo luogo comincia la costiera dei Bruzii.”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “L’elenco straboniano delle città lucane lungo il litorale tirrenico coincide con quello di Plinio il Vecchio, in N.H. III 5,71-72: “A Silaro regio tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit, nec ibi rara mutatione incolarum. Tenuerunt cum Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime a Sannitibus orti duce Lucio. Oppidum Paestum, Poseidonia Graecis appellatum, sinus Paestanus, oppidum Elea quae nunc Velia, promontorium Palinurum…oppidum Buxentum Graece Pyxus, Laus amnis-fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda (invece Liv. XXIV 20,6: ….ex Lucanis Blanda). La descrizione di Plinio ha tuttavia un carattere limitato e si discosta poco da quella che si legge nel ‘De Chorographia’ di Pomponio Mela, opera scritta sotto Caligola o al principio del regno di Claudio. Di poco posteriore alla ………… di Strabone così come la ‘historia’ pliniana, è in effetti un compendio con un arido elenco di nomi e dati matematici e per l’Italia si limita a pochi cenni sommari (II, 58). Il geografo Pomponio Mela compila quasi lo stesso elenco procedendo da sud a nord e indicando, fra le città rivierasche della Lucania tirrenica, le seguenti località: ‘Blanda, Buxentum, Velia, Palinurus, Paestanus sinus, Paestanus oppidum, Silarus amnis…..omnia Lucaniae loca (Pom. MELA, De chor. II, 4).”. Da Wikipedia leggiamo che Caio Plinio Secondo, conosciuto come “Plinio il Vecchio” (in latino: Gaius Plinius Secundus; Como, 23 – Stabia, 25 agosto o 25 ottobre 79), è stato uno scrittore, naturalista, filosofo naturalista, comandante militare e governatore provinciale romano. Plinio fu un uomo caratterizzato da un’insaziabile curiosità e scrisse molte opere, ma tutta la sua vasta produzione è ad oggi perduta, tranne per pochi frammenti. Tra queste opere si ricordano: il De iaculatione equestri; il De vita Pomponii Secundi, biografia in due libri del poeta tragico Publio Pomponio Secondo, di cui era devoto amico; i Bellorum Germaniae libri XX; gli Studiosi libri III, manuale sulla formazione dell’oratore; i Dubii sermonis libri VIII, su questioni grammaticali; e gli A fine Aufidii Bassi libri XXXI, sulla storia dell’Impero dal periodo in cui si interrompeva la storia di Aufidio Basso. L’unica opera pervenutaci è il suo capolavoro, la Naturalis historia; una vasta enciclopedia in 37 volumi che tratta di geografia, antropologia, zoologia, botanica, medicina, mineralogia, lavorazione dei metalli e storia dell’arte. L’opera enciclopedica è il risultato di un’enorme mole di lavoro di preparazione condotto su oltre 2000 volumi di più di 500 autori. Tale opera, letta e studiata nei secoli successivi, specialmente nel Medioevo e nel Rinascimento, rappresenta oggi un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell’antichità. La fama di Plinio è anche legata alla sua morte, di cui ci è testimone il nipote-figlio adottivo Plinio il Giovane. Plinio il Vecchio era a capo della flotta romana stanziata a Capo Miseno, quando si verifica una delle più grandi catastrofi della storia, l’eruzione del Vesuvio del 79. Corso in aiuto di una sua amica, Rectina, e degli altri abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano. La Naturalis historia, come detto, fu pubblicata nell’anno 77; già nel titolo l’opera si presenta come ricerca di carattere enciclopedico sui fenomeni naturali: il termine historia conserva il suo significato greco di indagine, e va notato che la formula ha dato la denominazione alle scienze biologiche, cioè alla storia naturale nel senso moderno della locuzione. Il primo libro fu completato dal nipote Plinio il Giovane dopo la morte dello zio e contiene la dedica a Tito, il sommario dei libri successivi ed un elenco delle fonti per ciascun libro. L’enciclopedia tratta svariati temi, dal generale al particolare: dopo la descrizione dell’universo (II libro), si passa a geografia ed etnografia del Bacino del Mediterraneo (III-VI libro), per poi trattare di antropologia (VII libro) e zoologia (VIII-XI libro). Antonini scriveva che Plinio il Vecchio (….) nel 77 d.C. “…Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il glofo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto.”. Dunque, Antonini sulla scorta di Plinio scriveva che egli cita il “Sinus Vibonensis” e, seguendo il ragionamento di Antonini che postilla sulla cronologia dei luoghi citati, egli pone il “Sinus” (il Golfo) “Vibonensis” tra il promontorio di Tortora fino ad arrivare a quello di Palinuro, ovvero ciò che oggi chiamiamo Golfo di Policastro. Scriveva Antonini: “e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia”. Dunque secondo l’Antonini l’ipotesi che si trattasse di “Vibo Valentia” non è plausibile vista la sua enorme distanza dagli altri luoghi che Plinio pone cronologicamente vicini ed in successione tra loro. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Plinio il Vecchio fa rientrare Buxentum nel Sinus Vibonensis, dove si trovano le “isole Itacesie” proprio di fronte a Vibo (contra Vibonem) (65), ma pone Hippo, chiamato Vibo Valentia, solo dopo molte altre città verso sud, e nel golfo di Terina (sinus ingens Terinaeus)(66). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (65) postillava: “(65) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 7, 85”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (66) postillava: “(66) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72-73”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: La contemporanea descrizione di Plinio il Vecchio ricorda per la Lucania, dopo Palinuro, il fiume Melpes (Lambro), la città fortificata di Bussento (oppidum Buxentum), corrispondente alla greca Pissunte (Graeciae Pyxus), quindi il fiume Lao, presso il quale vi fu un oppidum con lo stesso nome; di qui inizia il litorale del Bruzio, con la città fortificata di Blanda (80). Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Va ricordato anche l’accenno agli ottimi vini lucani fatto da Plinio, con riferimento ai vini della zona di Turi, di Grumento e di Lagaria, usati anche come specialità medicinali (83). La produzione romana di vino sembra continuare una specializzazione di questo territorio già attestata in epoca greca e lucana (84).”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (80) postillava che: “(80) 80 Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72. Vd. FUSCO 1992.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (81) postillava che: “(81) Tolomeo, Geogr., III, 1, 8-9”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (83) postillava che: “(83) Plinio il Vecchio, Nat. hist., XIV, 6, 69.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (84) postillava che: “(84) GUALTIERI 2003, p. 159; vd. VANDEMERSCH 1994.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.

BLANDA CITTA’ VESCOVILE

Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 327, in proposito scriveva che: “L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il LANZONI pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Il Magaldi, a p. 327, nella nota (1) postillava: ‘'(1) Cfr. C.I.L., X, 458 (addit., p. 964)(= Diehl, 1010): In D(omino) D(eo) et Spirito Santo Iuliano / ep(isco)p(us) / qui vixit annis L mensibus / III d(iebus) II Feliciane coiugi bene/merenti cum filis suis bene/merenti fecit Iuliano in pace.”. Il Magaldi, a p. 327, nella nota (2) postillava: ‘'(2) Cfr. Lanzoni, o. c., p. 25″. Il Magaldi, a p. 326, in proposito scriveva: ‘’In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano:. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4).”. Il Magaldi, a p. 326, nella nota (4) postillava: ‘'(4) Cfr. Lanzoni, o. c., p. 3.”. Alcune notizie sul vescovo di Blanda Iulia, Giuliano (“Iulianus”) provengono dal sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Dopo il periodo delle piccole repubbliche della Magna Grecia si eclissò Laino, in seguito a sconvolgimenti politici e tellurici ed emerse Blanda, città ricordata da Livio, la quale fin dai primi secoli dell’Era Cristiana divenne città vescovile. Laus o etc….Tra l’odierna Maratea e Tortora sorgeva Blanda, ricordata da Livio come sopra ho detto. Da qualche poco erudito scrittore del Medio Evo la si voleva designare come sorta presso l’odierna Belvedere calabra. Niente è più assurdo di tutto ciò. Basta dare uno sguardo alla Tavola Peuntingeriana per accertarsi di ciò, quant’anche non si volesse prestar fede a Livio che la chiama città Lucana……”.

Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Quando venne poi distrutto Siluci questo castello di Lauro aveva già assunto il nome di Lauria come nota lo stesso storico Placido Troilo, il quale così si esprime: “Essendo stata sopra Lauria la terra di Siruci che in lingua del paese si addimanda presentemente Siluci, questa fu poi distrutta e gli abitanti andarono ad abitare a Lauria. In feudo nobile il luogo si permutò ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.” Troilo Abbate Placido libro 1 pag. 171. Colla distruzione di Seleucio venne dunque d ingrandirsi il territorio di Lauria Superiore il cui abitato era limitato alle antiche case dei cosiddetti Cafari Pinti e di S. Veneranda ed aveva una cinta di mura presso la cui porta trovavasi la chiesetta di S. Giovanni, oltre alla porta di S. Antonio Abate nell’altra cinta dei Cafari Pinti. I cittadini di Lauria Superiore accolsero gli abitanti di Seleucio (corrotto Siluci) e così formarono un sol dialetto. I cittadini di Lauria inferiore oriundi da Blanda ebbero un altro dialetto che anche attualmente porta le desinenze dei verbi simili a quelle di Tortora e di Maratea, paesi che accolsero anche parte dei profughi di Blanda. Lauria dunque fu primariamente detta Laurum oppidum ex lauro arbore, dice un antico manoscritto della storia degli Abati del Sagittario che a tempo del Vescovo Leonasi conservavasi nella curia vescovile di Tursi. Lo conferma la carta geografica dei Longobardi del seolo IX – lo conferma ancora lo stemma di Lauria su cui risalta il verde alloro al quale si accoppia un uccello favoloso, il basilisco, ciò che dimostra che Lauro si chiamò Lauria quando questo lembo dell’antica Lucania aveva perduto il suo nome ed aveva assunto il nome di Basilicata, onde molti paesi adottarono nella regione sullo stemma il basilisco. La leggenda dei capitani greci che avessero fondato Lauria non resiste alla severa critica di un oculato archeologo. Questa leggenda fu inventata di sana pianta da un presunto erudito che trovavasi di passaggio per Lauria interpellato da alcune persone. Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel litorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. I figli di Iria (detta in latino Uria) i figli di Blanda e gli abitanti di Seluci, riunitisi in queste balze per difendersi da elementi ostili, edificarono una cappella che dedicarono alla Madonna delle Armi come prima di ingrandirsi col rione inferiore ne avevan costruita un’altra dedicata a S. Maria alla Porta (1). Quest’ultima dimostra infatti che l’antico Lauro incominciava proprio da questa cappella ove era una delle porte delle mura di cinta dell’abitato e che in poco tempo venne accresciuto della grossa borgata di Lauria Inferiore, ciò che non poteva avvenire senza una nuova colonizzazione.”.

PAOLO DI TARSO (S. PAOLO) 

Paolo di Tarso, nato con il nome di Saulo e noto come san Paolo per il culto tributatogli (Tarso, 4[Nota 2] – Roma, 64 o 67), è stato uno degli apostoli. È stato l’«apostolo dei Gentili», ἐθνῶν ἀπόστολος,[1] ovvero il principale (secondo gli Atti degli Apostoli non il primo) missionario del Vangelo di Gesù tra i pagani greci e romani. Secondo i testi biblici, Paolo era un ebreo ellenizzato, che godeva della cittadinanza romana. Non conobbe direttamente Gesù, e, come tanti connazionali, avversava la neo-istituita Chiesa cristiana, arrivando a perseguitarla direttamente. Sempre secondo la narrazione biblica, Paolo si convertì al cristianesimo mentre, recandosi da Gerusalemme a Damasco per organizzare la repressione dei cristiani della città, fu improvvisamente avvolto da una luce fortissima e udì la voce di Gesù che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Reso cieco da quella luce divina, vagò per tre giorni a Damasco, dove fu poi guarito dal capo della piccola comunità cristiana di quella città, Anania. L’episodio, noto come “conversione di Paolo”, diede l’inizio all’opera di evangelizzazione di Paolo.  Come gli altri primi missionari cristiani, rivolse inizialmente la sua predicazione agli ebrei, ma in seguito si dedicò prevalentemente ai «Gentili». I territori da lui toccati nella predicazione itinerante furono in principio l’Arabia (attuale Giordania), poi soprattutto l’Acaia (attuale Grecia) e l’Asia minore (attuale Turchia). Il successo di questa predicazione lo spinse a scontrarsi con alcuni cristiani di origine ebraica, che volevano imporre ai pagani convertiti l’osservanza dell’intera legge religiosa ebraica, in primis la circoncisione. Paolo si oppose fortemente a questa richiesta e, con il suo carattere energico e appassionato, ne uscì vittorioso. Fu fatto imprigionare dagli ebrei a Gerusalemme con l’accusa di turbare l’ordine pubblico. Appellatosi al giudizio dell’imperatore – come era suo diritto, in quanto cittadino romano – Paolo fu condotto a Roma, dove fu costretto per alcuni anni agli arresti domiciliari, riuscendo però a continuare la sua predicazione. Morì vittima della Persecuzione di Nerone e venne decapitato nel 64 o nel 67 d.C.. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38): – “A proposito dell’apostolo Paolo, quanto tempo fu legato alla catena a Roma dal centurione che lo vigilava? Per ben due anni, riprende Pesiliano; però in questo frattempo egli andava dove voleva, predicava l’Evangelo dinanzi il Pantheon come presso il Palazzo di Cesare e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola. Egli vuolsi, che dopo, assoluto da Cesare, si fosse recato in Ispagna e di là passando per le Gallie fosse ritornato in Oriente. Egli predicò in molte città Orientali ed infine da Nicopoli*) riprese il viaggio per l’Italia ove fondò molte chiese tra le quali quella di Vibone (l’odierno Monteleone = Vibo Valentia) nel Bruzio, di Bussento e di Velia sul litorale lucano”. Etc…….Il passo di S. Epifanio, Padre della Chiesa Orientale, è generico e non scende a tanti particolari; ma è la chiave di volta di tutta una tradizione, indubbiamente autorevole. Etc…”. Dunque, secondo il Cataldo, il Curzio si rifece ad alcuni passi di S. Epifanio. Non esistono riferimenti archeologici diretti (come epigrafi) o testimonianze di autori extra-cristiani che si riferiscano direttamente alla vita e all’operato di Paolo. Le fonti storiche sono sostanzialmente di quattro tipi. Gli Atti degli Apostoli, parte del Nuovo Testamento, tradizionalmente attribuiti a Luca, ritenuto, secondo la dottrina, autore anche dell’omonimo vangelo. Da Wikipedia leggiamo che Epifanio di Salamina, o anche Epifanio di Costanza di Cipro (Eleuteropoli, 315 circa – 403), è stato un vescovo e scrittore greco antico venerato dalle Chiese cattolica, ortodossa e ortodossi orientali come santo e Padre della chiesa. Condusse per trent’anni vita monastica nel suo paese natale e nel 367 fu eletto metropolita di Cipro e vescovo di Salamina. Fu contrario all’adorazione dei santi e lasciò scritto che non si devono onorare i santi oltre il loro merito perché soltanto Dio è colui cui dobbiamo adorazione. Di grande importanza è Ancoratus, ovvero l’uomo ben ancorato, tradotto in italiano con L’ancora della fede, un buono e solido catechismo dell’epoca, scritto nel 374. Subito dopo (374-377) scrisse la sua opera più nota, il Panarion (tradotto in latino con il titolo: Adversus omnes haereses), dove sono considerate e combattute circa 80 eresie diverse. Il titolo Panarion indica la cassetta di pronto soccorso con le medicine contro il veleno dei serpenti. Fu un enorme compendio delle eresie diffuse al suo tempo, ricco di citazioni di opere pervenute in frammenti e altrimenti andate perdute. Era fortemente contrario all’uso delle immagini sacre nella Chiesa. Nei primi capitoli, fornisce accesso ai lavori contro le eresie, del martire Giustino, del greco Ireneo Contro le eresie, e il Syntagma di Ippolito Il Panarion è stato tradotto in inglese per la prima volta tra il 1987 e il 1990. Epifanio fece notare che quando viaggiava in Palestina entrò in una Chiesa per pregare e vide una tenda con un’immagine di Cristo o di un Santo che egli strappò. Egli disse al vescovo Giovanni che tali immagini erano “opposte… alla nostra religione” (vedi sotto). Questo evento fece germogliare i semi del conflitto che generarono la disputa tra, da una parte, Rufino e Giovanni contro, dall’altra, San Girolamo ed Epifanio. Epifanio alimentava questo conflitto, ordinando presbitero il fratello di Girolamo a Betlemme, sconfinando quindi nella giurisdizione di Giovanni. Questa disputa continuò durante il 390, in particolare nelle opere letterarie di Rufino e Girolamo, attaccandosi l’un l’altro. Infatti, Sofronio Eusebio Girolamo invece riferisce, verso la fine del IV secolo, che Paolo di Tarso o S. Paolo era originario di “Giscala di Giudea” (attuale Jish in arabo, Gush Halav in ebraico, nell’attuale Galilea) ed emigrò a Tarso con i parentes (genitori o nonni) quando la città fu conquistata dai Romani. Non è chiara la fonte (“favola”) dalla quale attinge Girolamo. Il dettaglio della conquista romana della città è verosimilmente un anacronismo: vere e proprie operazioni militari romane in Giudea sono testimoniate sotto Gneo Pompeo Magno (63 a.C.) e soprattutto durante la prima guerra giudaica (66-74), che vide la cattura di Giscala nel 67 per resa all’allora generale Tito. Per questo gli studiosi contemporanei rigettano l’ipotesi della nascita a Giscala, sebbene rimanga possibile un’origine galilaica dei suoi antenati, probabilmente nonni, poi trasferitisi a Tarso.[senza fonte]. 

BLANDA E BACCHILO, VESCOVO DI MESSINA

Oltre al Gagliardo (…), citato dal Laudisio e dal Tancredi, un’altra notizia simile che riguarda l’apostolo San Paolo che, fonderà la Diocesi di Bussento, la conosciamo da Nicola Curzio (…) che, nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, edito nel 1910, parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo (…), primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo di Tarso che ordinò il primo vescovo della diocesi di Messina, san Bacchilo. Secondo il Curzio (…), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…).

Riguardo Bacchilo, primo vescovo di Messina che si recò a Blanda, in Wikipedia leggiamo che l’arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela (in latino: Archidioecesis Messanensis-Liparensis-Sanctae Luciae) è una sede metropolitana della Chiesa cattolica in Italia appartenente alla regione ecclesiastica Sicilia. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo che ordinò il primo vescovo, san Bacchilo. Tuttavia, si hanno notizie storicamente documentabili solo dal V secolo: il primo vescovo noto è Eucarpo I presente al sinodo romano del 502. Dalle lettere dei papi Pelagio I e Gregorio Magno si conoscono i nomi di altri vescovi: Eucarpo II, Felice e Dono. Altri vescovi messinesi sono presenti ai concili ecumenici celebrati in Oriente: Benedetto, Gaudioso e Gregorio. Sempre in Wikipedia, nella nota (23) postillava che, nella cronostassi dei Vescovi di Messina, il primo a comparire è Bacchilo, dove è scritto che: “Protovescovo della diocesi messinese, la prima menzione della sua memoria liturgica appare in: G. Buonfiglio e Costanzo, Messina Città Nobilissima, Venezia, 1606, p. 79: «…a’ venticinque dell’istesso [gennaio] della conversione di S. Paolo, in memoria della sua predicatione, et elettione di Barchirio primo Vescovo della Città» (Mellusi, Dalla Lettera della Madonna alla Madonna della Lettera, p. 257). Alcuni storici hanno fatto di Bacchilo e Barchirio due vescovi distinti (D’Avino, Cenni storici…, p. 335). Inoltre, nella nota (24) postillava che: “Secondo la tradizione Barchirio fu il primo vescovo consacrato da san Paolo prima di subire il martirio a Roma: Filippo Giacomo d’Arrigo (abate), La verità svelata nel dritto restituito a chi si deve, overo Prerogative, e privilegj della nobile,, Venezia, Domenico Tobacco, 6 gennaio 1733, p. 124. URL consultato il 2 maggio 2019 (archiviato il 2 maggio 2019).. Titolo esteso: “La verità svelata nel dritto restituito a chi si deve, overo Prerogative, e privilegj della nobile, esemplare città di Messina capitale del Regno di Sicilia. Opera dell’abbate d. Filippo Giacomo d’Arrigo dottore di sagra teologia, dedicata all’eccellentiss. signor d. Michele Ardonio… per Michele Ardoino, con licenza dei superiori”.

I due autori, nel loro “Messina, Città Nobilissima”, a p. 79, lo chiamavano “Barchirio”. In un blog sulla città di Messina leggiamo però che Barchirio fu successore di Bacchilo nella sede di Messina, dove fu consacrato vescovo nell’anno 68 d.C.. Il blog dice che il nome di Barchirio si trova citato in un manoscritto greco conservato nel Monastero basiliano di Santa Maria a Reggio. In Wikipedia leggiamo che a Messina, secondo la tradizione cattolica, San Paolo, nel corso delle sue peregrinazioni per il Mediterraneo alla volta di Roma per diffondere la Buona Novella, sarebbe approdato nell’anno 41 d. C. a Messina, città già allora molto fiorente dal punto di vista economico grazie al suo porto. Qui egli, predicando la dottrina cristiana, avrebbe infiammato subito i cuori di molti messinesi e, tra essi, dei Senatori cittadini del tempo, i quali, saputo dall’Apostolo delle Genti dell’esistenza, a Gerusalemme, della Madre del Signore, decisero subito di recarvisi per chiedere la sua benedizione sulla Città. In un altro blog leggiamo che Bacchilo fu discepolo dell’Apostolo San Paolo, Bacchilo fu dallo stesso consacrato vescovo di Messina nel 42 d.C. Secondo la tradizione fu lui ad inviare l’ambasciata alla Vergine Maria, per annunziarle la conversione della Città, a cui la Vergine rispose con una lettera chiusa fra i suoi capelli in cui fra l’altro diceva: Benediciamo voi e la vostra città (come si legge sul monumento posto nel mare dello stretto). Rimase a capo della Chiesa messinese per molti anni e morì vecchio nella seconda metà del I secolo. Barchirio, fu successore di Bacchilo nella Sede di Messina, fu consacrato vescovo circa nel 68 d.C. Il nome si ritrova in un manoscritto greco conservato nel Monastero basiliano di Santa Maria a Reggio. Morì alla fine del I secolo, dopo circa 20 anni di episcopato.

Nel 64 d. C. (I sec. d.C.), LETONIA di Blanda, vedova del patrizio romano Novio ritornò a Velia

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di Velia, a p. 9, in proposito scriveva che: “Il Curzio, nella sua “Melania di Blanda”, parla di Letonia, oriunda di Blanda e vedova del patrizio Novio, morto in prigione per tradimenti politici. Letonia, trascorsi alcuni anni a Roma, avendo saputo che San Pietro vi predicava una religione nuova, capace di lenire il dolore, volle ascoltarne la voce e si fece cristiana. Continuò ad abitare in Roma fino al tempo di Nerone, ma, inorridita dalle crudeltà di costui, ritornò a Velia, dove visse in meditazione ed in preghiera, liberò gli schiavi ed istruì nella fede la giovane Melissa (110). La fede cristiana aveva messo radici sante e salde nel cuore di Letonia che, alla visita di cari ospiti che le consigliavano sacrifici agli dei per il suo defunto marito, potè rispondere: “Oh!…..non profferite più questi nomi di dei falsi e bugiardi. Nella mia casa non vi sono più dei Mani, come non vi sono più Lari e Penati. V’è semplicemente il timore di un Dio Eterno, Giusto, Onnipotente” (111).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (110) postillava: “(110) Curzio, op. cit. p. 18”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (111) postillava: “(111) Curzio, op. cit. p. 19”. Il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”.

Nel 66 d. C., PESILIANO, centurione che vigilava su S. Paolo e fidanzato con MELANIA di Blanda, si convertirono al cristianesimo

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38): Etc…..Questo racconto, in 24 capitoletti, narra la storia di due fidanzati: Melania di Blanda e Pesiliano, novella leva dell’esercito imperiale di Nerone. Essi hanno abbracciato con gioia la nuova religione di Cristo, grazie alla missione degli Apostoli Pietro e Paolo. L’autore, versato nelle discipline classiche e nelle ricerche storiche all’inizio del sec. XX, mette in luce una delle tante testimonianze della nostra fede. Il passo di S. Epifanio, Padre della Chiesa Orientale, è generico e non scende a tanti particolari; ma è la chiave di volta di tutta una tradizione, indubbiamente autorevole. Etc…”.  Dunque, secondo il Cataldo, che scrive sulla scorta del sacerdote Nicola Curzio, il centurione di Nerone che, vigilava sulle catene a S. Paolo, insieme alla fidanzata Melania di Blanda, si convertirono al Cristianesimo.

Nel ’41 e nel ’68 d. C. (I sec. d.C.), TILENO a Blanda e BACCHILO a Bussento (su ordine di S. Paolo si recò a Bussento e poi a Blanda)

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, scriveva in proposito che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo  ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Pubblicato nel 1910, scriveva che il luogo di Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “Bussento”, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: Sempre dal Curzio, si apprende che dell’esistenza di Bussento (Ecco là Bussento come primeggia sul Golfo. Che ridente posizione! (Cap. III, p. 10), la quale, con i ridenti centri marittimi della Magna Grecia, forma “una ghirlanda di gemme, la cui greca bellezza è ammirata nel mondo intero!…” (p. 11), offrendo ai naviganti una incantevole veduta (131). Questa cittadina fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina (mandatovi da S. Paolo nell’anno 41 ed ivi vissuto fino al 68), assieme alle altre comunità costiere. Bacchilo, partito da Blanda, attraversando le falde del monte Coccovello su un cavallo grigio, raggiunse Bussento, dove parlò in nome dell’Apostolo Paolo, esercitando sugli animi un fascino indicibile ed inebriandoli delle divine bellezze della fede cristiana (p. 29 e 30). Da Bussento il venerando presule passò a visitare la comunità vicina di Vibone ad Sicam (132).”. Sempre il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Il Curzio, nel citato racconto del I° secolo dell’era cristiana (Melania di Blanda), ne parla spesso, accennando alla comunità cristiana guidata dal Presbiterio Tileno e visitata da Bacchilo, Arcivescovo di Messina, mandatovi da S. Paolo qualche anno dopo la fondazione, nel 68: – “Il dì seguente a notte inoltrata giunse a Blanda il venerando Bacchilo. La notizia del suo arrivo si sparse in breve per tutta la città, appena che l’alba ebbe nella dimane fugate le tenebre della notte, tanto che in poco d’ora s’erano già radunati nell’atrio della casa di Tileno i pochi fedeli di Blanda. Il vescovo incomincia la sua evangelica allocuzione. Il suo dire esercita ugli animi un fascino indicibile. Tutti pendono dal suo labbro. Egli parla in nome dell’Apostolo Paolo, e dopo aver descritte le dolcezze della vita mistica al lume della fede, incoraggia i fedeli a star sempre in guardia acciocchè non fossero assaliti dal principe delle tenebre. Fa loro comprendere che la vita dell’uomo sulla terra è una milizia e che il vessillo sotto cui militano i cristiani è l’insegna di nostra redenzione. Operato quindi il sacrificio incruento e distribuito ai fedeli il pane eucaristico, il venerando vescovo si accinge a partire per Bussento”(195)”. Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (131), postillava che:  “(131) Curzio N., op. cit., pp. 10-11”. Il Cataldo (…), nella sua nota (132), postillava che:  “(132) Curzio N., op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (132) postillava che: “(132) Curzio, op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo a p. 22, nella nota (195) postillava: “(195) Russo Francesco: Storia della Diocesi di Cassano al Jonio, Laurenziana, Napoli, 1968, vol. III, pp. 17-19”. Il Cataldo (…), nella sua nota (193), postillava che:  “(193) Curzio N., op. cit., pp. 30.”. Il Cataldo (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”.

BLANDA JULIA

Nel ‘250-320 d.C. (III sec. d.C.), BLANDA e GIULIANO (“Iulianus”), suo Vescovo in una stele di Aieta

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che,  parlando di Blanda in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); “Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26).”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi (…), riguardo l’antica sede vescovile di Blanda Iulia, citava il testo di padre Francesco Russo (…), ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, il Tancredi citava il vol. III a p. 18 dove infatti il Russo parla dei vescovi di Blanda Iulia. Francesco Russo (…), nel vol. III a p. 18 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito scriveva che: “Blanda Julia, cittadina del litorale tirrenico della Calabria (1), al confine con la Lucania, ha il privilegio – insieme con Tauriano – di aver conservato il titolo più antico, che si ricordi un Vescovo di Bruzio. 1) GIULIANO (sec. III-IV). Risulta dalla seguente epigrafe, trovata nell’agro di Aieta, in cui si crede ubicata l’antica Blanda: “: 

IN DD. ET. SPIRITU. SANCTO. IVLIANO.

EPP. C. QVI. VIXIT. ANNIS. L . MENSIBVS.

III. D. II. FELICIANE. CONIVGI. BENE

MERENTI. FECIT. JVLIANO. IN PACE (2)

Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a p. 326, in proposito scriveva che: Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora…….Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). Ecc..”. Il Magaldi (…) a p. 327, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Si ricordi che nel volume del ‘Corpus’ che a noi interessa sono riportate le iscrizioni latine anteriori al VII sec., salvo qualche eccezione……Cfr. C.I.L., X, 458 (addit., p. 964) (= Diehl, 1010): In D(omino) D(eo) et spirito Santo Iuliano ep(isco) p (u)s / qui vixit annis L mensibus / III d(iebus) II Feliciane coiugi bene/merenti ecc…..Pure cristiano è il frammento C.I.L., X, 177 da Potenzia, da cui non si ricava quasi nulla. Ma che l’iscrizione sia cristiana si ricava dal segno della croce, che è ben chiaro.”. Riguardo la notizia di un primo Vescovo dell’antica sede vescovile di Buxentum, chiamato Giuliano (“Iulianus”) anche il Lanzoni (…) a p. 323, in proposito scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458).”.

C.I.L., vol. X, p. 964

Dunque, il Lanzoni per il vescovo ‘Iulianus’ cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia). Francesco Russo (…), a p. 18, continuando il suo racconto scriveva che: “Si tratta, come si vede, di un Vescovo coniugato, la cui età è assegnabile all’epoca immediatamente precostantiniana, presumibilmente tra il 250 e il 320. Ci troviamo perciò di fronte ad una veneranda antichità: e non è detto che Giuliano sia il primo o uno dei primi Vescovi di Blanda. Il fatto poi che sia un ‘Julianus’ di Blanda che il ‘Leucosius’ di Tauriano appartengano a cittadine della costa – conferma – ancora una volta – che il Cristianesimo, venuto dall’Oriente via mare, ha raggiunto prima le zone marittime e poi, ma solo dopo, le zone interne.”. Il Russo a p. 17 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Viene ubicata nell’agro di Tortora, in contrada “Piarelli”, presso l’imboccatura del fiume Noce. Cfr. M. Lacava, ‘Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1891; ‘Notizie degli Scavi’, 1897, p. 176.”. Il Russo, a p. 18, nella sua nota (2) postillava che: “(2) T. Momsen, ‘Corpus Inscriptionum Latinarum’, XI, 458; ‘Bull. d’Archeologia Cristiana, 1876, p. 92; A. Crispo, ‘Antichità Cristiane della Calabria prebizantina, in A.S.C.L., XIV, 16; Fulco, ‘Memorie St. di Tortora, 44.”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 69, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: “Nel corso del IV o V secolo si diffuse il cristianesimo nel territorio e Blanda divenne cristiana e sede vescovile. Si fa risalire a quest’epoca una lapide funeraria rinvenuta ad Aieta, riportata dal Momsen nel ‘Corp. Inscr. Lat.’ dedicata al vescovo Iulianus. Nonostante il nome latino, il vescovo sembra di rito greco-bizantino poichè nell’iscrizione si nominava la moglie ‘Feliciana’ e si accennava ai figli. Nel rito greco-bizantino infatti presbiteri ed episcopi potevano essere, e in maggioranza lo erano, sposati. Nel rito latino, invece, era già prassi che i vescovi e i presbiteri fossero scelti tra celibi. La crisi politica e militare dell’Impero d’Oriente determinò un graduale passaggio di poteri civili e giudiziari nelle mani del vescovo.”. Alcune notizie sul vescovo di Blanda Iulia, Giuliano (“Iulianus”) provengono dal sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a pp. 60-61 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa constatazione, di per sé quasi ovvia, è suffragata dall’unica fonte che ci parli della Lucania in questi anni, l’epistolario di Gregorio Magno. Gli effetti dell’invasione dei Longobardi su alcune diocesi del Mezzogiorno sembrano essere stati desolanti: nel luglio del 592, infatti, il pontefice doveva incaricare Felice vescovo di Agropoli di compiere una visita pastorale con ampi poteri di intervento “quoniam Velina, Buxentina et Biandana ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine” (29). Si tratta delle diocesi di ‘Velia’ (identificata con Castellammare della Bruca, presso Pisciotta), ‘Buxentum’ (Capo della Foresta, presso Policastro, o Pisciotta nella Valle di Novi) e ‘Blanda Iulia’ (probabilmente Porto di Sapri), tutte nel Cilento, e quindi nei confini della Lucania tardo-antica (30): e la mancanza di vescovi e sacerdoti, per quanto non necessariamente collegata a vicende militari recenti, è un indizio abbastanza chiaro della situazione difficile della regione, senza dubbio connessa con i torbidi seguiti all’occupazione longobarda.”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (29) postillava che: “(29) Gregorio Magno, Registrum epistolarum, II, 35, vol. I, p. 120”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (30) postillava che: “(30) Cfr. F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604, “Studi e testi”, 35, Faenza, 1935, pp. 322-23″.

Blanda, nella tav. VI d’Europa della ‘Geographia’ di Tolomeo

Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: Tolomeo’ alla ‘tavola VI d’Europa, sebben la faccia mediterranea, dice chiaramente esser in Lucania. Ecco le di lui parole: ecc..”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e con esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Tolomeo’ alla ‘tavola VI d’Europa, sebben la faccia mediterranea, dice chiaramente esser in Lucania. Ecco le di lui parole: ecc..”.

Antonini, p. 439 su maratea ecc

(Fig….) Antonini (…), p. 439

Il grande geografo alessandrino, Claudio Tolomeo, nella sua Geografia (3), pone la città di Blanda nell’interno della  Lucania, nelle vicinanze di Potentia (Potenza). Scrive il Romanelli (25): “la descrizione che ne fa Tolomeo (3), quantunque l’avesse riposto tra le città mediterranee, perchè non toccava la riva del mare: Lucanorum, mediterraneae Ulci, Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum.”. In altri studi abbiamo parlato delle carte geografiche dette tolemaiche perchè copiate dall’opera geografica del geografo alessandrino, come ad esempio quella che quì pubblichiamo (Fig. 4)(34), conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli ed attribuita al cartografo Nicolò Germanico. Questa carta è bellissima ed interessantissima per i toponimi ivi contenuti. In essa leggiamo i toponimi  di Velie (Velia) e Brixentu (Policastro) e Blanda. In seguito, nel XV secolo, si ebbero le prime pubblicazioni a stampa della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo, dette ‘Cosmographia’, dove alcuni abili monaci copisti e miniaturisti copiarono alcune carte redatte dal geografo alessandrino come ad esempio quella di Fig. 4, conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sulla Geografia di Tolomeo, trascritta e tradotta dal greco in latino (Fig. 3).

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(Fig. 4) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (34)

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(Fig. 4) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (34)

Riguardo l’antica città di Blanda, lo studioso Michele Lacava (29), ci riporta dei passi dell’introvabile manoscritto del Mandelli (19) che criticava l’ipotesi di Camillo Pellegrino (38) che fu il primo ad identificare la città perduta con Maratea: « Di tal opinione fu quel raro ingegno dei nostri tempi Camillo Pellegrino, il quale nella Tavola in piano del Ducato di Benevento segnolla in questo sito: Blanda, nunc Maratea (…) Parvemi ciò inverosimile, poiché dicendoci Livio, Blanda fosse città mediterranea della Lucania, e Tolomeo espressamente poi annoverandola tra i luoghi fra terra di essa provincia, non mi sembra potersi in questo tratto marittimo situare. ……Tolomeo in vero riconosce Blanda fra terra, ma quella Tavola di Pirro Ligorio è Maratea giù e Maratea suso, che sarebbe la Blanda mediterranea.”. (19). Anticamente la Lucania comprendeva un vasto territorio che si estendeva da Paestum a Potenza, passando ovviamente per il Vallo. Non per nulla, due paesi della provincia di Salerno, molto distanti tra loro, si chiamano Vallo della Lucania e Atena Lucana. Ebbene, proprio da un paese dell’antico territorio lucano, Diano, detto oggi Teggiano, venne, nella seconda metà del Seicento, la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano cominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano.

Urb.gr.82,

(Fig. 4) Particolare delle nostre coste nella Carta dell’Italia contenuta nel Codice Vaticano Urbinate Greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo.

(…) (Figg. 1) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

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(Fig. 5) La carta dell’Italia nel Codice greco Codex Vidobonensis (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (9).

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(Fig. 6) Carta d’Italia annessa al Codice Vaticano latino 5698, manoscritto, il più antico Codice latino conosciuto. Immagine tratta dal Mazzetti (…)

Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, pubblicato nel 1976, a p. 16, parlando di Blanda, in proposito a Tito Livio scriveva che: Blanda è inoltre citata da Claudio Tolomeo (17), cosmografo del II sec. d.C., come città lucana nel seguente ordine: Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum, ed è considerata città mediterranea della Lucania. Ciò s’accorda con la testimonianza di Livio e non contrasta con quella di Pompeo Mela, che la vuole città rivierasca.”.

Nel 43 d.C. (I sec. d.C.), POMPONIO MELA parla di Buxentum, Blanda e Ceserma

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania -Discorsi”, parlando di Maratea a pp. 438-439, in proposito scriveva di Barrio (…) e di Pomponio Mela (…). Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: ‘Pomponio Mela’ al ‘lib. 2. cap. 2.’ ce l’ha detto: ‘Temesa’, Clampetia, Blanda, Buxentum, Velia, Plinio’, siccome sopra si disse, la mette nel golfo Vibonense, il quali indubbiamente finisce alla punta della Cirella, onde non può essere Belvedere, ch’è è più in là, e fuor di esso:….”. Il geografo latino Pomponio Mela (39), secondo il Cluverio (35), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca ci parla del geografo latino Pomponio Mela (….) e della sua opera geografica intitolata “De chorogr……….”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ripetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a p. 168 parlando delle coste Tirreniche, in proposito scriveva che: “Pomponio Mela (‘De Chorograf., II, 69), ricorda Buxento, Blanda ecc…”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “L’elenco straboniano delle città lucane lungo il litorale tirrenico coincide con quello di Plinio il Vecchio, in N.H. III 5,71-72: “A Silaro regio tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit, nec ibi rara mutatione incolarum. Tenuerunt cum Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime a Sannitibus orti duce Lucio. Oppidum Paestum, Poseidonia Graecis appellatum, sinus Paestanus, oppidum Elea quae nunc Velia, promontorium Palinurum…oppidum Buxentum Graece Pyxus, Laus amnis-fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda (invece Liv. XXIV 20,6: ….ex Lucanis Blanda). La descrizione di Plinio ha tuttavia un carattere limitato e si discosta poco da quella che si legge nel ‘De Chorographia’ di Pomponio Mela, opera scritta sotto Caligola o al principio del regno di Claudio. Di poco posteriore alla Γεωγραφια di Strabone così come la ‘historia’ pliniana, è in effetti un compendio con un arido elenco di nomi e dati matematici e per l’Italia si limita a pochi cenni sommari (II, 58). Il geografo Pomponio Mela compila quasi lo stesso elenco procedendo da sud a nord e indicando, fra le città rivierasche della Lucania tirrenica, le seguenti località: ‘Blanda, Buxentum, Velia, Palinurus, Paestanus sinus, Paestanus oppidum, Silarus amnis…..omnia Lucaniae loca (Pom. MELA, De chor. II, 4).”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De chorographia (“Descrizione dei luoghi”), Cosmographia (“Descrizione del mondo”) o anche De situ orbis (“La posizione della terra”). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo delle Colonne d’Ercole, subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’Ecumene, cioè dei luoghi abitati, in particolare quelli lungo le coste, mentre tratta più sommariamente i territori interni. Pomponio Mela è uno dei più antichi scrittori che parla della Cina. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano.  L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”.

Nel III-IV sec. d.C., l’“Itinerario Antonino” 

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.

Nel VII sec. d.C., Blanda e Ceserma nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate

Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: “Più recenti notizie di Blanda si hanno dall’Anonimo Ravennate (22), vissuto intorno al VII sec., il quale riporta nel IV libro il nome di Blanda tra Laminium e Cesernia: Tempsa, Clompetia, Cerillis, Laminium, Blandas, Cesernia, Buxentum, e lo ripete nel V libro con variazione nel nome di Laminium: Laminium, Blandas, Cesernia. L’ordine, da sud a nord, seguitò dall’Anonimo Ravennate nell’elencazione delle città costiere meridionali, ci dice che Laminium (Lao) era a nord di Cerillis (Cirella) e Blanda a nord di Laminium, così com’è realmente.”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Anonymi Ravennatis, ‘De Geographia’, IV, 32 e V, 2”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 430, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “…e nell’Anonimo di Ravenna’ chiamasi ‘Ceserma (I), seguitando forse l’antica carta di ‘Peutingero’, dove col medesimo nome vien chiamato.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. La prima edizione della ‘De Geographia’ dell’Anonimo di Ravenna è di don Placido Porcheron (…). L’Anonimo di Ravenna (6), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di ‘Cosmografia ravennate’. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.. Numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana. L’Anonimo di Ravenna (o ravennate) (6). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “…ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.

Nel VII sec. d.C., Blanda e Cesariana nella Tabula Peuntingheriana

La Tabula peuntingheriana, Itineraria militare. La Tavola o Tabula Peutingheriana (da Peuntinger, il nome del suo scopritore) è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Cesariana, a pp. 71-72, in proposito scriveva che: Dopo Buxentum, in fondo al porto natuale di Sapri si trovava la stazione navale di ‘Caesariana’ (1) ch’era anche stazione di intreccio della via che da Nerulo per Caesariana costeggiava il litorale tirreno fino alla ‘Colonna reggina’….La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo a Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). In questa essa si trova tra Pesto e Blanda, etc…”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Tra l’odierna Maratea e Tortora sorgeva Blanda, ricordata da Livio come sopra ho detto. Da qualche poco erudito scrittore del Medio Evo la si voleva designare come sorta presso l’odierna Belvedere calabra. Niente è più assurdo di tutto ciò. Basta dare uno sguardo alla Tavola Peuntingeriana per accertarsi di ciò, quant’anche non si volesse prestar fede a Livio che la chiama città Lucana. Mi direte forse, che cosìè mai questa Tavola Peuntingeriana? Essa prese il nome da Corrado Peutinger, nato ad Auusta nel 1465, celebre erudito ed archeologo, il quale diede impulso alle indagini archeologiche in Germania e salvò molti manoscritti. Scovrì a Spira nel 1500 la detta tavola Peuntingeriana che designava le strade militari dell’Impero Romano. L’originale di questa tavola fu data dal principe Eugenio alla Bibliotea di Vienna. Per comporendere l’importanza di questa tavola occorre una breve disgressione. Quando Teodosio il grande (il più degno Imperatore del Basso Impero) ebbe vinti gli usurpatori dell’impero di Valentiniano, rimase solo nell’Impero Romano e prima di morire volle dividere il medesimo impero ai figli. Risiedendo egli a Costantinopoli e dovendo per ben due volte tornare in Italia per sistemare l’impero di occidente, del quale era rimasto assoluto padrone, fece incidere a Costantinopoli la tavola suddetta acciocchè, conducendo l’esercito d’Oriente attraverso il Meridione d’Italia, per recarsi a Milano, avesse una idea precisa della strada militare e delle borgate e colonie militari che avrebbe attraversate anche per fornirsi di nuovi soldati. Da questa tavola risulta preciso il sito di Blanda, cioè ad sexdecim millia passuum a flumine Laino, come nota anche benissimo lo storico Ughellio.”.

Guido da Pisa, nella sua “Geographica” parla di Blanda

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Etc…”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Da Wikipedia leggiamo che Guido da Pisa (Pisa, … – XII secolo) è stato un geografo italiano. Diverse fonti citano un Guido compilatore di testi storici e geografici. Nella raccolta che costituisce il codice Vaticanus latinus 11.564 della Biblioteca apostolica Vaticana, egli unì le Chronica maiora di Isidoro di Siviglia con le Historiae adversus paganos di Paolo Orosio, aggiungendo (c. 184 recto) la notizia di un terremoto avvenuto a Pisa nel 1117. Un’altra compilazione, contenuta nel codice Egerton 818 della British Library di Londra, comprende le Collectanea rerum memorabilium di Gaio Giulio Solino e il De septem miraculis mundi del venerabile Beda, e si conclude con sei esametri nei quali Guido si presenta come autore della raccolta: «Me Guido collegit studiose» (c. 52 recto). L’opera più nota di Guido è la Geographica, in quattro libri: il primo libro, composto da brani tratti dalla Cosmographia dell’Anonimo ravennate, dall’Historia Longobardorum di Paolo Diacono e dalle Collectanea di Solino, descrive i territori dei quali si componeva l’Impero romano; il secondo libro descrive brevemente l’antica società romana, seguendo le Etymologiae di Isidoro di Siviglia, il terzo tratta della geografia, seguendo ancora l’Anonimo ravennate, e il quarto libro descrive la guerra di Troia secondo il De excidio Troiae historia di Darete Frigio e le gesta di Alessandro Magno dello Pseudo-Callistene. Il nome dell’autore è presente sia nel prologo – «ego Guido inductus pro scientia mea» – che alla fine dell’opera – «Ex quibus haec Guido documenta decora reliquit» – menzionando anche l’anno in cui fu scritta l’opera: «anno ab incarnatione eius millesimo centesimo XIX». L’opera è contenuta nel codice Bruxellensis 3897-3919 della Bibliothèque Royale di Bruxelles; parzialmente nel Florentinus Riccardianus 881, nel Mediolanensis Ambrosianus R 114, nel Romanus Sessorianus 286 della Biblioteca nazionale di Roma, e nel Caesareus CCCXXXIII, Endlicheri 3.190 di Vienna.

Blanda secondo il Barrio

Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “……quanto che gli autori son quasi tutti uniformi, a riserba di ‘Barrio’, che cogli argani ha voluto, benchè inutilmente, tirarla fino a Belvedere.”.

Barrio, p. 83

(Fig….) Barrio, op, cit., p. 837

L’Antonini (…) a pp. 440-441, riguardo ciò che scriveva il Barrio di Blanda scriveva che: Crediamo che l’autorità di tanti valentuomini possa bastare a far creder, che Maratea, non Belvedere fosse stata Blanda, rimettendoci alla sottoposta nota, per riprovar ciò che ne disse ‘Barrio’, e lasciando da parte lo stravagante abbaglio preso dall’Ughellio, nel ‘tom. 7. , dove scrive: “Blandam quidam putant esse eam, quae nunc appellatur Castello a mare delle Bruca; questo stesso, che da noi fu dimostrato esser Velia (I). Se mai Blanda fosse stata quella, che oggi chiamasi Belvedere, avrebbe dovuto ‘Barrio’ dire ancora, che sia stata Città Vescovile; ecc…”. L’Antonini a p. 440 nella sua nota (1) postillava che: “(I) su ciò che aveva scritto Barrio su Blanda.”.

Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (….), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’, curata a p. 440 e ssg. parlando di Maratea ci parla di Blanda e scriveva in proposito che: Crediamo che l’autorità di tanti valentiuomini possa bastare per a far credere, che Maratea, non Belvedere fosse stata la Blanda, rimettendoci alla sottoposta nota, per riprovar ciò che ne disse Barrio, e lasciando da parte lo stravagante abbaglio preso dall’Ughellio nel tomo 7. , dove scrive: ‘Blandam quidam putant esse eam, quae nunc appellatur Castello a mare della Bruca’; questo stesso, questo stesso che da noi fu dimostrato esser Velia (I). Se mai Blanda fosse stata quella che oggi chiamasi Belvedere, avrebbe dovuto Barrio dire ancora che sia stata Città Vescovile; ed i paesani alcuna memoria, ne conserverebbero; giacchè non si mette in dubbio, che Blanda avesse avuto il suo Vescovo. Etc…”.

Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,…..Da qualche poco erudito scrittore del Medio Evo la si voleva designare come sorta presso l’odierna Belvedere calabra. Niente è più assurdo di tutto ciò. Basta dare uno sguardo alla Tavola Peuntingeriana per accertarsi di ciò, quant’anche non si volesse prestar fede a Livio che la chiama città Lucana……”.

Mario Nigro, il Cluverio, l’Holstenio e Costantino Gatta ritenevano che l’antico sito della città di Blanda fosse nel ‘Porto di Sapri’

Nel 1557, Mario Nigro su Safri e su Blanda

Alcuni studiosi della bibliografia antiquaria come il Volpe (41), il Volpi (42) e, l’Antonini (27), si basarono e trassero molte notizie alcuni eruditi e studiosi del ‘500, come ad esempio Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII che, nel 1557, a p. 199, indica nell’indice del testo la pagina in cui parla di Blanda.  Infatti, nell’antico testo di Mario Nigro, del 1557, nelle sue note, alla voce Sapri, lo chiama Safri castellum’ (33) e a p. 199 scrive: “Mox Talaus urbis fuit Sybaritarum colonia paululum à mari semota, prope cuius locum in litore maris castellu est quod iuniores Paleocastrum uocant, Talao finui imminens, ubi & ammis Talaus Dianius nunc in radicibus Apenini exortus apud Masecum castellum: ad leva penes se alterum Sallam nomine relinques penetratos suterraneis speluncis monte in mare it. Inde Safri: Malatia castella. Postea Laus amnis in mare uadit, Laino modo nomine in quo ager Lucanius terminatur. In mediterraneo aut haec habentur, Ulci Compsas antiqua oppida. Item aliud Potentia no in celebre cui nomen ad hoc tepus restat, non procul à fonte Pyxi cui adiacent. Inde Blanda oppidum fuit situ ualidum.”, che tradotto dal latino sarebbe: Poco dopo, Talon della città era un sibarita, una colonia un po ‘dal mare diminuisce con l’altezza, nei pressi del luogo di cui ci, sulla riva del mare, villaggio è che il giovane Paleocastrum sono chiamati, di Talaus i seni della, che si affaccia sul, e dove ha animis Talon Dianius ora ai piedi delle piste della sorto tra Masecum il villaggio, alla mano sinistra è nelle mani di lui c’era un altro Sallam il nome del sarà per la penetrare grotte auterra montagna al mare. Poi castelli (i villaggi) Safri, Malatia. Dopo questo, la lode del fiume sfocia nel mare, ‘va’, il campo di ‘Laino Lucanius’, del modo in cui termina nel nome del. Queste parole si trovano al suo interno, o, punizione dell’iniquità: Compsam antiche città. Famosa anche per nessun altra forza il cui nome rimane a questo momento, non lontano dalla fonte Pyxi cui è adiacente. Dopo Blanda questo è liscia dalla lingua è stata la città la situazione del soggiorno.”. Le interessantissime notizie riportate da scrittori testimoni del loro tempo andrebbero ulteriormente indagate.

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(Figg. 4-5) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199 (33).

Nel 1568, il ‘Seno Saprico’ secondo Scipione Manzella Napolitano

Dal punto di vista strettamente letterario, la prima citazione di Sapri è quella di Scipione Mazzella Napolitano (36), che nel suo “Descrizione del Regno di Napoli“, del 1568, nella  sua descrizione del ‘Principato Citra (o Citeriore), a pag. 79, scrive anche di Sapri: Appresso Policastro col suo golfo, che gli antichi chiamano ‘Seno Saprico’ dalla città di Sapri, oggi nominata Li Bonati…”.

Nel 1600, Blanda secondo Filippo Cluverio

Un altro erudito del tempo che a metà del ‘600 scrisse un’opera rimasta immemorabile è Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italia antiqua”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (35). Filippo Cluveri, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di ‘Blanda opidum’. Ciò che scrive il Cluverio su Blanda a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (35), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg. 6-7).

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(Figg. 6-7) Filippo Cluveri(o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (35).

Anche Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum. Secondo il Cluverio questa città era sita sul Tirreno alla dritta del fiume Noce sull’altura un miglio sopra Maratea. Ecc..”. Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italiae antiquae”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (…). Filippo Cluveri (…) (o Philppi Clvveri), nel cap. XIV, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di Blanda opidum’. Ciò che scrive il Cluverio su Blanda a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (…), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg…..). Infatti, il noto umanista Filippo Cluverio o Philipp Cluver (…), nella sua “Italiae Antiquae”, nel vol. II, Lib. IIII (IV), a p. 1263 parla di “Blanda oppidum” dove scriveva che: “BLANDA ‘oppidum’ ridiculè Barrius facit ‘Belvedere’ (ni sorsan ‘Maratéa’!) Praeter Tabulam, Melae quoque & Plinio memoratur; & plurali numero Livio BLANDAE; ut infrà videre est in Ancis, post Grumentum. In Lucanorum Blandas suisse finibus, cis Laum amnem, etiam ex Tabula pater. Falsus igitur heic quoque, ut saepè in aedem Lucanià posteà, Plinius, qui Brutiis adscripsit, dicto lib. III, cap. V. ‘Oppidum’, inquit, ‘Buxentum’; Gracè Pyxùs. Laùs amnis. fuit & opidum eodem nomine. Ab eo Brutium litus; opidum Blanda; flumen Batum’. Mela, lib. II, cap. IV, litus hoc in Lucanorum & Brutiorum nomina non distinguit. Adverso itinere incedens: ‘Hippo’, inquit, ‘nunc Vibon, Temesa, Clampesia, Blanda, Buxentum, Velia’. Ecc…”:

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(Figg…..) Filippo Cluveri (o), ‘Italia antiqua’, 1624, Libro III, p. 1263 (…)

Il Cluverio (…), parla della città di Blanda e del porto di Sapri nel Libro IIII (IV), Cap. XIV, a p. 1263. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (…), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (…). Il Cluverio scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Il Cluverio (…) nella sua opera geografica si rifece ad alcune carte geografiche pubblicate dal cartografo Abramo Ortellio (…), ed in particolare all’atlante “Theatrum Orbis terrarum” del ……..Il Theatrum Orbis Terrarum (“Teatro del mondo”) è considerato il primo vero atlante moderno; redatto da Abramo Ortelio, consisteva in una raccolta di mappe con testi a supporto, che formavano un libro impreziosito dall’aggiunta di lamine di rame incise specificatamente. Il Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio venne dato alle stampe per la prima volta il 20 maggio 1570, da Gilles Coppens de Diest, ad Anversa. Tre edizioni in latino, oltre a una in olandese, una in francese e una in tedesco, fecero la loro comparsa prima della fine del 1572; ben 25 edizioni furono pubblicate prima della morte di Ortelius avvenuta nel 1598 e molte altre furono pubblicate dopo la sua scomparsa tanto che l’atlante continuò ad essere richiesto fino al 1612.

(Fig….) Filipp Cluver (Cluverio), carta d’Italia per la prima volta pubblicata nel 1630

Cluverio, p. 1209, cap. X, la mappa dell'Ortellio

(Fig….) Filippo Cluverio (…), op. cit., p. 1209 stralcio della carta geografica di Abramo Ortellio

Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore, riferendosi al Barrio che fu ripreso dal Cluverio in proposito scrivea che: “E dell’averla descritta oltre al Lao, siccome ne fu da ‘Cluverio’ ripreso, così noi pigliammo poco sopra la libertà di darne la verace lezione in questa maniera: “Oppidum Buxentum, graece Pixus, Oppidum Blanda, Flumen Batum, Laus amnis; fuit, & Oppidum eiusdem nominis. Ab eo Brutium litus &. Ecc..”.

Nel ‘914, Blanda, secondo il Troyli fu distrutta dai Saraceni

Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”. L’identificazione di Blanda con il sito di Maratea, fu ripresa nel secolo successivo da Placido Troyli (10), dall’Antonini (27) e più tardi da Domenico Romanelli (25): « Non in altro sito adunque convien riporre Blanda, che a Maratea, un miglio distante dal mare, siccome opinò saggiamente l’Olsteino, esatto dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo di anzi accennato ». Il Romanelli (25) ed il Troyli (10), credono il sito di Blanda sia quello di Maratea, riferendosi alla lettera del papa (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile…e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9-10 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,….Lo storico Troilo dice che i Saraceni fierissimi nemici dei Cristiani, dopo di aver devastate le marine del regno, distrussero anche nella Lucania, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia nel 914 dell’Era Cristiana. Il coro di Blanda, in legno di noce, venne trasportato a Tortora ove si conservò fino a 28 anni or sono, ma attualmente si trova nel museo di Budapest, come opera preziosa venduta inconsciamente da un incompetente ecclesiastico agli stranieri.…..Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. …..(scrive a p. 12): Troilo Abate Placido libro 1 pag. 171.”. Il Curzio si riferiva all’opera dell’abate Placido Troyli (….), “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. I, parte II, dove a p. 171 ci parla dei popoli Sirini, Orsentani, Sontini e Volcentani e sempre a p. 171 parlando dei popoli “Sirini” egli scriveva che: “..( o Sirino come altri lo chiamano) abitavano e sorsi sovra Lauria, vicino alle foci del Fiume Siri detto in oggi corrottamente ‘Sinno’. Essendo ivi stata anticamente la Terra di Siruci, che in lingua del paese presentemente si addimanda ‘Siluci’. Quale poi distrutta, e gli Abitatori giti ad abitare in Lauria; in Feudo nobile il Luogo si permutò, ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.. Dunque, la citazione del Curzio non ha senso perchè il Troyli si riferisce alla distrutta e antica città di Siluci ed a Lauria non alla distruzione dei Saraceni. Il Troyli parla di Blanda a pp. 162 e ssg., ma non dice nulla della distruzione dei Saraceni. Monsignor Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934 scrisse la stessa notizia di Lauria, ed in proposito a p. 11 scriveva che: ‘’Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro.…..(scrive a p. 12): Troilo Abate Placido libro 1 pag. 171.”. L’identificazione di Blanda con il sito di Maratea, fu ripresa nel secolo successivo da Placido Troyli (10), dall’Antonini (27) e più tardi da Domenico Romanelli (25): « Non in altro sito adunque convien riporre Blanda, che a Maratea, un miglio distante dal mare, siccome opinò saggiamente l’Olsteino, esatto dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo di anzi accennato ». Il Romanelli (25) ed il Troyli (10), credono il sito di Blanda sia quello di Maratea, riferendosi alla lettera del papa (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile…e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11).

Nel 1624, Luca Holstenio, Blanda e il Porto di Sapri

Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (27) riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (27) che, parlando di Sapri e di Blanda (Fig. 2), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (27), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (28) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: (I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. Sempre l’Antonini (…) a p. 439 parlando di Maratea e di Blanda in proposito scriveva che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Ecc…”. L’Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439 postillava che: Questo stesso autore nelle ‘note a Carlo di S. Paolo’, dimenticatosi di quanto si dice, scrisse, che Blanda era al porto di Sapri; e nelle ‘note ad Ortelio, fol. 32. dove questo dice: ‘Blandam Lucanis fuisse ad scriptum’, egli soggiunse: ‘Recte, nam X. M.P. disiabat Buxento. Vestigia eius maxima apparent ad portum Sapri.”. Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geografi- cum ortelii, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latino e, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) ag- giunge: “L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una città dell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda, riferisce: Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.

Nel 1723, Costantino Gatta: nel mare di Sapri fu ingoiata l’antica sede vescovile di Blanda

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Sapri”, a pp. 590-591, in proposito scriceva che: “….e del Gatta (5) che ubica Blanda a Sapri. Egli insiste sulle “sue ruine” e dei “grandi avanzi di fabbriche (6) che asserisce di aver visto personalmente. Il Laudisio (7), però, dopo aver detto della chiesa di Sapri fu elevata a parrocchia nel 1725 (8), continua richiamando anch’egli l’opinioe dell’Holstenius che ivi “fuisse olim sitam antiquam Blandam, urbem episcopalem”, affermando pure lui l’esistenza di resti archeologici (9), tra cui, “nella piazza di Sapri”, l’epigrafe di Lucio o Sempronio Prisco (10), trascritta dall’Antonini nelle lettere a Matteo Egizio e nella Lucania, p. 434. Il Laudisio mostra di essere dell’opinione di dell’Holstenius esclamando “non ergo mediterranea civitas, ut contra opinatur”. Ivi era perciò, conclude il Laudisio, l’antica città di Blanda (11), sede vescovile, di cui è detto nella nota lettera di Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, residente ad Agropoli.”. Ebner, a p. 590, nella nota (5) postillava che: “(5) Gatta, cit., p. 305 sg. “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”. Ebner, a p. 590, nella nota (6) postillava che: “(6) Antonini cit., I, p. 431: “due augusti acquedotti (….), una lunga strada larga circa nove palmi (….) una continuata muraglia d’opera reticolata (….), molte piccole stanze rovinate (….), chiarissimi indizi di pitture etc….”Ebner, a p. 590, nella nota (7) postillava che: “(7) Laudisio cit., p. 33 sg.”. Ebner a p. 590, nella nota (8) postillava che: “(8) Laudisio, ibidem, Ecclesiam Portus Saprorum anno 1725 in Parochialem erexerat, ma un documento dell’Adp ANTICIPA L’EREZIONE AL 1719.”. Ebner, a p. 590, nella nota (9) postillava che: “(9) Laudisio, ibid., Enim vero extant adhuc hodie moenium ruinae lepidibus que vere antiquitatem praeseferunt et praedicant vetustam.”. Infatti, il Visconti (….), nelle sue note alla ‘Synopsi’ del Laudisio (17), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (….) che, la identifica con Sapri. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Provincia di Lucania”, a p. 306, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”.

Gatta, p. 306

Costantino Gatta (….), a p. 306, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Il Gatta si riferisce a Lucas Holstenio (….) ed alla sua note all’Italia antica di Cluverio”. Il Gatta, parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era da lui creduta a Sapri che a quel tempo, si chiamava ‘Porto de Sapri’ . Infatti, risulta sui documenti notarili ed ecclesiastici che nel ‘600 e ‘700, il piccolo centro costiero di Sapri, veniva denominato con il toponimo di ‘Porto di Sapri’ , come ad esempio i cartigli della Principessa Carafa, oppure sui documenti notarili del Barone Palamolla. Il Gatta, parlandoci di Blanda, riferisce anche una seconda notizia, ovvero, riferendosi alla città di Blanda:  Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare”. Si tratta della notizia di una catastrofe naturale o un maremoto accaduto nell’antichità che vine raccontato dalla tradizione orale popolare.

Blanda nel manoscritto del Mannelli

Riguardo l’antica città di Blanda, lo studioso Michele Lacava (29), ci riporta dei passi dell’introvabile manoscritto del Mandelli (19) che criticava l’ipotesi di Camillo Pellegrino (38) che fu il primo ad identificare la città perduta con Maratea: « Di tal opinione fu quel raro ingegno dei nostri tempi Camillo Pellegrino, il quale nella Tavola in piano del Ducato di Benevento segnolla in questo sito: Blanda, nunc Maratea (…) Parvemi ciò inverosimile, poiché dicendoci Livio, Blanda fosse città mediterranea della Lucania, e Tolomeo espressamente poi annoverandola tra i luoghi fra terra di essa provincia, non mi sembra potersi in questo tratto marittimo situare. Ma non dovendo ne’ volendo contradire a quel sì degno scrittore, honor del nostro secolo, che in queste materie di antichità s’ha lasciato addietro quanti moderni prima di lui hanno scritto, volli per lettera palesargli il mio dubbio come altre volte già feci di smiglianti cose, e ne riportai questa risposta: Di Velia e di Blanda non si sovviene hòra quali autori ebbero a credere Pisciotta e Maratea; e per essere ciò notato da me fuori del mio istituto principale, non ne presi di molta cura. Tolomeo in vero riconosce Blanda fra terra, ma quella Tavola di Pirro Ligorio è Maratea giù e Maratea suso, che sarebbe la Blanda mediterranea. Ma io ne rimetto alla diligenza di V. S. non già a quella di Gioseffo Moleto che nella sua edizione di quel Geografo espose Blanda per Castellamare Della Bruca, accortomi nelli nomi antichi della nostra Campania di siffatti errori suoi e di altri men cauti autori. Non essendo dunque necessitato dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo diazi accennato.» (19). Anticamente la Lucania comprendeva un vasto territorio che si estendeva da Paestum a Potenza, passando ovviamente per il Vallo. Non per nulla, due paesi della provincia di Salerno, molto distanti tra loro, si chiamano Vallo della Lucania e Atena Lucana. Ebbene, proprio da un paese dell’antico territorio lucano, Diano, detto oggi Teggiano, venne, nella seconda metà del Seicento, la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano cominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano.

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(Fig. 10) Una pagina tratta dall’originale del manoscritto del Mannelli (19)

Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., riguardo la città di Blanda, in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino….. eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda.”.

Le origini della Diocesi di Bussento (Buxentum), secondo il Mannelli

Riguardo la Bolla di Alfano I,  è corretto ciò che affermava il Laudisio nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36), che riferiva del Troyli (16), il quale affermava: “la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il manoscritto del Mannelli, è stato trascritto sia dal Gatta (14) che dal Gaetani (9). Nel Gaetani (9), troviamo il passo del Mannelli, citato dall’Ebner (5), a p. 23. Il Gaetani (9), in un suo scritto, trae le notizie storiche su Policastro dal manoscritto inedito del Mannelli (17) (Fig. 3), che aveva letto e ricopiato integralmente da un manoscritto conservato e fattogli vedere da Scipione Volpicella. Abbiamo ritrovato il manoscritto originale del Mannelli (17), a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, in un altro nostro studio ivi pubblicato: “Il Manoscritto di Luca Mannelli”, di cui abbiamo pubblicato solo le dieci pagine che ci parlano di Policastro e, come si può vedere nell’immagine che riportiamo (Fig. 3), esso è stato fedelmente riportato dal Gaetani (9). Luca Mannelli, o Mandelli, scrisse nei primi anni del ‘600, un prezioso manoscritto intitolato ‘Lucania sconosciuta‘ (…), rimasto inedito, già conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno e, per molti secoli è stato introvabile e, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. In questo nostro studio, pubblichiamo tutto il Capitolo IX del Libro II, ovvero le pagine che ci parlano della storia di Camerota e di Policastro, proponendoci di pubblicare anche le pagine seguenti del manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, che riguardano il territorio fino a oltre Scalea. Luca Mannelli o Mandelli, era un frate Agostiniano (dell’Ordine di S. Agostino). Nella fortuna critica della sua “Lucania sconosciuta” c’è una palese contraddizione: da parte, il Mandelli è utilizzato e citato, dal Seicento in poi, fino ad oggi, dagli storici che si sono occupati del territorio lucano e poi salernitano; dall’altra, nonostante tale persistente ed indiscussa vitalità, la sua opera, tranne appunto la parte che riguarda il Vallo di Diano, è rimasta manoscritta. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini (…) e del Troyli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico sono stati i primi a comporre una storia organica dei nostri territori. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava (…). Quì, pubblichiamo le dieci pagine del secondo volume (Libro II), Capo (Capitolo) IX, che raccontano e ricostruiscono alcuni eventi di storia delle nostre terre, in particolare la pagina illustrata in Fig…., parla di Camerota e Policastro e quelle seguenti. Le pagine che pubblichiamo (…), sono tratte dal manoscritto di Luca Mannelli, ‘La Lucania sconosciuta’, conservato alla Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, da cui abbiamo ottenuto la riproduzione dei file digitali. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(Fig….) Mannelli (…), pag. 46r e 47v della ‘Lucania Sconosciuta’ (Archivio digitale Attanasio)

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(Fig….) Pagina n. 47r, tratta dal Libro II, Cap. IX del manoscritto del Mannelli (…)

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(Fig….) Pagina n. 48v, tratta dal Libro II, Cap. IX del  manoscritto del Mannelli (…)

L’ubicazione di Blanda Iulia (il Porto di Sapri ?), per il Lanzoni 

Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”La notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando delle antiche Diocesi crisiane, oltre a citare quella di “Buxentum”, cita quella di “Blanda Julia (Porto di Sapri)” , in proposito scriveva che:

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(Fig….) Lanzoni (…), p. 323

Riguardo Sapri, il Lanzoni, a p. 323, in proposito scrive che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanne” : 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse Bleranae (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Di questi argomenti ho parlato nel mio saggio ivi: ‘La città sepolta nelle campagne sapresi’ e in ‘L’opera di cristianizzazione, le prime diocesi, l’anacoretismo ascetico ed il monachesimo nel basso Cilento’. Nei due miei saggi, cerco di fare il punto su ciò che è stato ipotizzato e scritto circa la presenza e le testimonianze di monaci iconoduli e basiliani stanziatisi nella notra terra.

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(Fig. 8) Carta Pisana, carta nautica manoscritta del 1290 – ingrandimento delle coste dell’Italia meridionale (32)

Blanda ed il ‘Porto de Sapri’ secondo l’Antonini

In questo studio, cercheremo di fare degli approfondimenti circa quanto ci riferisce Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (27) che riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (27) che, parlando di Sapri e di Blanda (Fig. 2), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (27), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (28) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”.

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(Fig. 2) Pagina 430 della ‘Lucania’ dell’Antonini (27)., in cui si parla di Blanda

Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (….), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’, curata a pp. 438-439 e ssg. parlando di Maratea ci parla di Blanda e scriveva in proposito che: “Questa Terra, in così elevato lugo posta, (quando non sia la Città inferiore) fu creduta esser la Blanda (3) …”. L’Antonini, a p. 438, nella nota (3) postillava che: “(3) Dalle parole che si leggono nella tante volte citata pistola di S. Gregorio indirizzata a Felice Vescovo di Agropoli commettendogli la visita delle Chiese di Velia, di Bussento e di Blanda chiaramente si scorge che per questi contorni Blanda fosse ‘Quoniam Velina, Buxentina & Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae’.”. L’Antonini, a p. 439 scriveva che: “Plinio, siccome sopra si disse, la mette nel golfo Vibonense, il qual indubitatamente finisce alla punta della Cirella, onde non può essere Belvedere, ch’è più in là, e fuor di esso: E dell’averla descritta oltre al Lao, siccome ne fu da Cluverio ripreso, così noi ci pigliammo poco sopra la libertà di dare la verace lezione in questa maniera: ‘Oppidum Buxentum, graece Pixus, Oppidum Blanda, Flumen Batum, Laus amnis; fuit, & Oppidum eiusdem nominis. Ab eo Brutium littus & c. Luca (I) Olstenio, nelle note all’Italia antica dello stesso Cluverio, mosso forse anche dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla Tavola Peuntingeriana, che dice:

                                                                                                              CESERMA

                                                                                                      BLANDA. M. P. VII.     

                                                                                                    LAVINIUM M.P. XVI.

                                                                                                     CERELLIS  M. P. VIII.

scrisse, e con esattissima misura, e giustizia: Unde colligo Blandam suissem , ubi nunc Maratea; Lainum fluvium. Tolomeo alla Tavola VI. d’Europa, sebben la faccia mediterranea dice chiaramente esser in Lucania. Ecco le di lui parole: ……………….Lucanorum mediterraneae: Ulci, Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum. Livio nel lib. 24 dice che Fabio prese le seguenti Città: e pur mette Blanda fra’ i  Lucani: ‘Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Cossa, Melae, Fuisulae, & Orbitanium, ex Lucanis Blandae, & Ancae oppugnatae’. Crediamo che l’autorità di tanti valentiuomini possa bastare per a far credere, che Maratea, non Belvedere fosse stata la Blanda, rimettendoci alla sottoposta nota, per riprovar ciò che ne disse Barrio, e lasciando da parte lo stravagante abbaglio preso dall’Ughellio nel tomo 7. , dove scrive: ‘Blandam quidam putant esse eam, quae nunc appellatur Castello a mare della Bruca’; questo stesso, questo stesso che da noi fu dimostrato esser Velia (I). Se mai Blanda fosse stata quella che oggi chiamasi Belvedere, avrebbe dovuto Barrio dire ancora che sia stata Città Vescovile; ed i paesani alcuna memoria, ne conserverebbero; giacchè non si mette in dubbio, che Blanda avesse avuto il suo Vescovo.

L’origine di alcuni centri del basso Cilento e della Lucania interna come Rivello che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“.

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito  scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”.

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

Città sepolte a Seluci e a Rivello

Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Quando venne poi distrutto Siluci questo castello di Lauro aveva già assunto il nome di Lauria come nota lo stesso storico Placido Troilo, il quale così si esprime: “Essendo stata sopra Lauria la terra di Siruci che in lingua del paese si addimanda presentemente Siluci, questa fu poi distrutta e gli abitanti andarono ad abitare a Lauria. In feudo nobile il luogo si permutò ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.” Troilo Abbate Placido libro 1 pag. 171. Colla distruzione di Seleucio venne dunque d ingrandirsi il territorio di Lauria Superiore il cui abitato era limitato alle antiche case dei cosiddetti Cafari Pinti e di S. Veneranda ed aveva una cinta di mura presso la cui porta trovavasi la chiesetta di S. Giovanni, oltre alla porta di S. Antonio Abate nell’altra cinta dei Cafari Pinti. I cittadini di Lauria Superiore accolsero gli abitanti di Seleucio (corrotto Siluci) e così formarono un sol dialetto. I cittadini di Lauria inferiore oriundi da Blanda ebbero un altro dialetto che anche attualmente porta le desinenze dei verbi simili a quelle di Tortora e di Maratea, paesi che accolsero anche parte dei profughi di Blanda. Lauria dunque fu primariamente detta Laurum oppidum ex lauro arbore, dice un antico manoscritto della storia degli Abati del Sagittario che a tempo del Vescovo Leonasi conservavasi nella curia vescovile di Tursi. Lo conferma la carta geografica dei Longobardi del seolo IX – lo conferma ancora lo stemma di Lauria su cui risalta il verde alloro al quale si accoppia un uccello favoloso, il basilisco, ciò che dimostra che Lauro si chiamò Lauria quando questo lembo dell’antica Lucania aveva perduto il suo nome ed aveva assunto il nome di Basilicata, onde molti paesi adottarono nella regione sullo stemma il basilisco. La leggenda dei capitani greci che avessero fondato Lauria non resiste alla severa critica di un oculato archeologo. Questa leggenda fu inventata di sana pianta da un presunto erudito che trovavasi di passaggio per Lauria interpellato da alcune persone. Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel itorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. I figli di Iria (detta in latino Uria) i figli di Blanda e gli abitanti di Seluci, riunitisi in queste balze per difendersi da elementi ostili, edificarono una cappella che dedicarono alla Madonna delle Armi come prima di ingrandirsi col rione inferiore ne avevan costruita un’altra dedicata a S. Maria alla Porta (1). Quest’ultima dimostra infatti che l’antico Lauro incominciava proprio da questa cappella ove era una delle porte delle mura di cinta dell’abitato e che in poco tempo venne accresciuto della grossa borgata di Lauria Inferiore, ciò che non poteva avvenire senza una nuova colonizzazione.”.

Note bibliografiche: 

(Fig…..) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) (Figg….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (Archivio digitale Attanasio)

(2) Troyli P. P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53.

(2) Plinio il vecchio, Historia naturalis, libro III, 72. Gaio Plinio Secondo (Gaius Plinius Secundus), conosciuto come Plinio il Vecchio. Si veda anche: Plinio il Vecchio, Historia naturalis, 70 d.C., circa, Napoli, Biblioteca Nazionale, MS, V. A.,3., ristampato a Firenze nel 1465.

(3) Tolomeo Claudio, ‘Geographia’, tab. VI Europa (III, 1, 70); si veda Fig. 4 (34).

(4) Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6. L’Ebner dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19

(5) (Fig. 1) La Tabula peuntingheriana, Itineraria militare. La Tavola o Tabula Peutingheriana (da Peuntinger, il nome del suo scopritore) è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto.

(6) Anonimo di Ravenna,  lib. 4 e 5. L’Anonimo di Ravenna, detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di Cosmografia ravennate. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.; numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Anonymi Ravennatis, ‘De Geographia’, IV, 32 e V, 2”.

(7) Guido Pisanus, Geografica, 74; il Libro I del Liber de veriis Historiis,o Liber Guidonis compositum de variis historiis, che è stata una delle maggiori fonti di Flavio Biondo, un cartografo del ‘400.

(8) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Mu- ziana, 1743. Si veda in proposito: op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306.

(9) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26- 29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(10) Troyli P.P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976. Si veda pure: Attanasio F., Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà in ” I Corsivi”, n. 12, 1978. Si veda pure: Troyli Placido Abate, op. cit. tomo I, part. II, cap. VI, parag. I, n. XIII.

(11) Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (26).

(11) Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (…), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (26).

(11) Gregorio Magno papa, Registro Episcopale, scritto tra il 590 e il 604; si veda anche: Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(12) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).

(13) Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383-384 ecc..

(14) Duchesne L., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde), in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367), stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370.

(15) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592.

(16) Lanzoni F., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323.

(17) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, ed. Tipografia de Dominicis, 1831.

(18) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Ro- ma, 1976, per la traduzione del testo latino si veda p. 88 e s.

(19) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 153. Il mano-scritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in Pyxous-Policastro, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, scriveva in proposito: ” la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, mona-co agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano incominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Dia-no, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rima-sta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fit-ta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”. Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, Padula, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro che mi fu donato da Gerardo Ritorto, a p. 520 e 521, nelle sue Note dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Na-poli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit. dice nella sua nota 59 a propo-sito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illu-strata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sco-nosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700 [Manus] [manoscritto] [manus:000017865212]. Si veda pure: Gaetani Rocco, L’antica Bussento oggi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Strazzullo Franco, La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Mar-tino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Na-poli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel con-vento dell’istesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua Synopsi ecc.., (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lu-cane” Sempre il Ludisio, nelle sua nota 36, afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(20) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) o p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli, op. cit. (1), p. 136 nota (c).

(21) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 589, 590, 591, 592.

(22) Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI), stà in Rassegna storica Salernitana, Anno XXIII,  Salerno, 1963, parte II, p. 6.

(23) Porfirio P., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(24) Cammarosano P., Storia dell’Italia medievale, dal VI all’XI secolo, ed. Laterza, Bari, 2001, p. 98.

(25) Romanelli D., Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, p…

(26) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Laudisio trae la notizia da:  “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736”

(27) Antonini G., La Lucania – discorsi, discorso XI, parte II, ed. Tomberli, Napoli, 1797.

(28) Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note  all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22  e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pu- re: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942.

(29) Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 17.

Gaetani - frontespizio-001

(30) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (17) e, in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano, la cita allo stesso modo del Mannelli (17), riportandone solo l’intestazione; si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2014 Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385.

(31) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in “Monumenta Italia Cartographica”, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, I – Coste liguri e tirreniche della penisola, p. 68.

(32) (Fig. 8) l’immagine è tratta dalla carta nautica più antica conosciuta ‘Carta Pisana’, l’ingrandimento ed il particolare delle coste tirreniche dell’Italia meridionale, tratta dal testo di Jerry Brotton, Le grandi mappe, editore Gribaudo, 2014, pagg. 52, 53.

(33) Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, commenta il libro XI della Geografia di Strabone

(34) (Fig. 4) – Boni V., scheda digitale sul sito della BNN: http://digitale.bnnonline.it/index.php?it/105/le-tavole. (Fig. 3) Nicolò Germanico, Cosmographia, VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, Biblioteca Nazionale di Napoli, Manoscritti, ‘Cosmographia’,  (cc- 83v- 84 r) che, si può vedere all’indirizzo: http://digitale.bnnonline.it/index.php?it/105/le-tavole.

(35) (Figg. 6-7) Filippo Cluverio, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

(36) Mazzella Napolitano S., Descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1568, p. 79

(37) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, cap. XIV, p. 29.

(38) Pellegrino C., Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751.

Pomponio Mela mappamondo xilografia veneziana 1482

(39) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (35), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria.

(40) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(41) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117.

(42) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(43) Corcia N., Storia delle due Sicilie dall’antichità più remota al 1789, Napoli, ed. della Tipografia Virgilio, 1847, Tomo III, la Lucania, pp..

(44) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, cap. XIV, p. 29.

(45) Greco G., Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia,Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32.

(46)  Johannowsky W., Atti XXII Congresso sulla Magna Grecia, Taranto, 1982, p. 422; si veda pure 1983b;

(47) La Greca F., L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana, Agropoli, 2010, pp. 19-25.

(48) Pellegrino C., Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751

(49) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Bozza Angelo, ‘La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888 (Archivio Attanasio)

(…) Fulco Aleardo Dino, ‘Blanda sul Paleocastro di Tortora’, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976 (Archivio Attanasio)

(….) Pucci Michelangelo Angelo, ‘Tortora – Natura Storia Cultura’ ed. Zaccara, Lauria (PZ), 2017 (Arcivio Attanasio)

 

 

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