La ‘Carta del Cilento’, d’epoca Aragonese, manoscritta e inedita

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(Fig. 1) Carta corografica ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, manoscritta, inedita e da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (2), nel 1980

Gli studi e le ricerche

Nel lontano 1987 pubblicai a stampa in alcuni miei scritti uno studio (1) frutto di anni di ricerca e di fatiche che mi portarono a rintracciare alcune notizie storiche su Sapri e sul ‘basso Cilento‘ ed una serie di carte manoscritte inedite e sconosciute (1). Ancora studente iscritto alla Facoltà di Architettura  dell’Università ‘Federico II’ di Napoli frequentavo spesso l’Archivio di Stato di Napoli che, al suo interno custodiva tesori di inaudita bellezza per la nostra storia. Verso la fine degli anni ’70, nell’Archivio di Stato di Napoli rinvenni la carta in questione ivi custodita in una cartellina cartacea insieme ad altre mappe e disegni nella “Raccolta Piante e disegni” della Sezione ‘Diplomatico – Politica’. Si tratta della carta corografica con toponomastica che rappresenta parte del Regno di Napoli. Alla segnatura la carta era segnata come  ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘. Questa carta, già studiata e citata nel lontano 1973 da Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), non era completamente dimenticata. Mai pubblicata ma solo parzialmente citata, io penso che si tratti di una carta geografica d’epoca Aragonese (Fig. 1) (2).

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia

(Fig. 1) Carta corografica ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, manoscritta, inedita e da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (2) – particolare dell’entroterra e delle nostre coste.

In seguito, il 16 maggio 1981 chiesi ed ottenni la fotoriproduzione in b/n (come da ricevuta), che pubblicai citandola, insieme  ad altri interessantissimi documenti su alcuni articoli a stampa (1), alcuni dei quali sono stati quì riproposti riveduti ed approfonditi. La carta in questione, di cui parlerò, da me scoperta e rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN), che tutt’ora la conserva, fu da me pubblicata nel 1987 (1). Recentemente, nel 2015, ho richiesto ed ottenuto dall’Archivio di Stato di Napoli, che la conserva, la sua fotoriproduzione digitale (Fig. 1). In questi miei studi (1), frutto di ricerche durate anni, pubblicavo alcune notizie storiche su Sapri ed in particolare la carta corografica in questione (Fig. 1). In particolare, nel lontano 1987, la citai in un mio studio pubblicato a stampa sulla rivista “I Corsivi”, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, del Dicembre 1987. Questa carta inedita e manoscritta, non datata e di anonimo, ci consente di arricchire la ricostruzione storica del territorio cilentano. La carta corografica d’epoca Aragonese, illustrata in Fig. 1, forse è appartenuta alla ricca biblioteca di Alfonso V, Re di Napoli. Nel 1987 (1), in un mio studio pubblicato a stampa, a proposito di questa carta, così scrivevo: “…di cui sappiamo che una copia fatta riprodurre dal cartografo Ferdinando Galiani, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.(1).

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(Fig….) Stralcio della riproduzione fotografica da me richiesta all’ASN

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(Fig. 4) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta) della carta illustrata in Fig. 1 (recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

La carta in questione, che segnalava Tancredi (…) ed il Guzzo (…) è una carta inedita di probabile epoca Aragonese, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (…), nella Sezione ‘Manoscritti e Rari’, i cui riferimenti bibliografici corretti sono:  “Raccolta di piante e disegni, C. XXXII, n. 2”. La “C” stà per Cartella. Dunque, la Cartella n. XXXII = 32, n° 2. La carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto “‘1756’ ?, sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. Nel 1987 (1), in un mio studio pubblicato a stampa, a proposito di questa carta, così scrivevo: “…di cui sappiamo che una copia fatta riprodurre dal cartografo Ferdinando Galiani, è conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi.(1)

La carta d’epoca Aragonese che rintracciai nel 1981 all’Archivio di Stato di Napoli  e pubblicai nel 1987 (Fig. 1)(2)

Piante e Disegni, cartella XXXII, 2, convert. 2

(Fig. 1) Carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (2) e, citata nel 1987 (1) – particolare dell’entroterra e del litorale Saprese

In questo studio pubblico e parlo  della carta corografica del ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘ (Fig. 1)(2), manoscritta e a colori, di autore anonimo e non datata e da me rintracciata e scoperta verso gli ultimi anni ’70 e, fatta riprodurre il 16 maggio 1981 (Fig. 4), dall’Archivio di Stato di Napoli, dove si trova a tutt’oggi custodita. La carta in questione, conservata all’Archivio di Stato di Napoli, di cui, possediamo la fotoriproduzione digitale tratta dall’originale, recentemente (nel 2015) pervenutaci dall’ASN, dove essa è conservata, sul retro della riproduzione da me richiesta ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 4), è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, “lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981”, “Raccolta Piante e disegni” della Sezione ‘Diplomatico-Politica’. Si tratta di una carta corografica, manoscritta, disegnata e dipinta a colori, di autore ignoto e non datata. Recentemente, nel 2008, i due studiosi La Greca e Valerio (…), pubblicavano alcune carte sul ‘Cilento’, simili, conservate alla Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi – forse proprio quelle di cui si dice essere state copiate dal Galiani e, credendo di avere rintracciato le carte d’epoca aragonese, affermavano che la nostra carta sia una copia di quelle conservate a Parigi. Nel 2008, i due studiosi, Fernando La Greca e Vladimiro Valerio (…), in un loro studio ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, pubblicarono alcune carte tratte e conservate alla Biblioteca Nazionale di Francia. I due studiosi, non citarono la nostra carta e, sebbene abbiano rivelato i retroscena e le origini di queste carte, forse anche della nostra, non la citarono, scrivendo alcune inesattezze (7).  Recentemente abbiamo chiesto all’ASN, sulla segnatura e collocazione di questa carta da noi rintracciata nel 1981 e dall’ASN, ci è pervenuta la seguente risposta dal funzionario Dr. Palmieri: “Gent.le Prof. Attanasio, in risposta alla sua email datata 30 gennaio u.s., pervenuta allo scrivente in data 5 febbraio 2018, si comunica che la scheda riporta: “Campo all’isola di S. Giovanni: pianta topografica fatta riprodurre dall’Abate Galiano dall’ originale francese. (sec. XVIII, 1756 ?) – Biblioteca Nazionale di Parigi.. Infatti, sulla ricevuta rilasciataci il 16 maggio 1981 e, illustrata nell’immagine, postillai ed annotai ciò che era stato scritto a mano sul retro dallo stesso Archivista. Sul retro era scritto: “‘1756’ ?, sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.. La carta corografica da noi pubblicata, riguarda il territorio del Principato Citra, del Regno borbonico delle Due Sicilie che, corrispondeva all’attuale Provincia di Salerno. La carta geografica e corografica inedita “Principato Citra – Regno di Napoli“, di cui pubblichiamo l’immagine digitalizzata illustrata nella Fig. 1, è di estremo interesse per la storia di Sapri, poichè in essa, tra un ‘Bibone novo’, le odierne cittadine di Vibonati e Sapri, figura un “Bibo ad Siccam odie ruin.”. La carta manoscritta e a colori, è una delle prime carte corografiche moderne – anteriore ad esempio, quella dell’ex Vescovo di Pozzuoli  Fra Paolino Minorita, della metà del XIII secolo. La carta manoscritta in questione, anche se più recente rispetto ai portolani del secolo XIII, che pure annoverano Sapri, costituisce un’importante testimonianza del passato per Sapri e per tutto il ‘basso Cilento’. La carta, che nel ‘700, gli fu data la segnatura di   ‘Principato Citra – Regno di Napoli, è di estrema importanza per la storia di Sapri e per tutto il Cilento, per le  numerosissime informazioni riportate come ad esempio i tantissimi toponimi (nomi di luogo), i fiumi e le montagne citate. In questa carta corografica (Fig. 1), vengono indicati i toponimi principali dei luoghi, l’orografia del territorio, fiumi e montagne, alture e poi si vedono indicate anche le Torri marittime che a quel tempo si conoscevano. Da un’analisi più accurata sul file digitale della sua fotoriproduzione tratta dall’originale ottenuto dall’Archivio di Stato di Napoli, dove essa è conservata (Fig. 1)(2), si possono notare particolari inediti e notizie interessantissime sui toponimi e sulla storia locale. In essa, all’altezza del Golfo di Policastro, tra Sapri e Torraca, tra i tantissimi toponimi e nomi di luoghi che essa cita, figura la scritta: “Bibo ad Siccam odie ruin.” (Fig. 1) (2), di cui si rimanda allo studio ivi pubblicato: “La ‘Bibo ad Siccam’ citata da Cicerone”. Essa riveste una particolare fonte per la toponomastica, la geografia e la corografia storica per la ricchezza dei nomi dei luoghi che essa riporta (8). Sull’antichità di questa carta, come abbiamo già cercato di dimostrare, rinviamo anche ad altri nostri studi, come “La Torre Angioina del Buondormire”, a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti. La carta in questione è conosciuta da alcuni studiosi che l’hanno citata ma è rimasta inedita. Su questa carta si è scritto poco o niente. Poco si conosce dell’origine di questa carta e della sua probabile datazione. Dall’esame de visu del file digitale inviatoci recentemente dall’ASN, si evince che molti toponimi locali, citati nella carta in questione (Fig. 1), dimostrano l’antichità di questa carta. Nessun’altra carta geografica, nautica o corografica conosciuta, riporta una ricchezza di informazioni e di dati così come in questa. Abbiamo esaminato uno dei tanti toponimi citati come ad esempio il toponimo di  “Petrasia” (posto tra Villammare e Sapri) che, non solo non viene mai citato in tantissime carte di epoche anteriori e di cui abbiamo quì pubblicato e già parlato, ma il toponimo di ‘Petrasia’, lo troviamo nel ‘Libro del Re Ruggero’, che è un testo geografico scritto in arabo e risale al XI-XII secolo (9), ovvero d’epoca ancora più anteriore della carta in questione. Sulla datazione di questa carta, o della sua probabile epoca di stesura e delineazione, possiamo dire che sappiamo di alcune carte delineate a Napoli, durante l’epoca Aragonese ma poi scomparse, di cui parleremo. In questo studio, oltre a pubblicare la carta in questione (Fig. 1)(2), il cui originale a colori è molto più grande, pubblico anche alcune immagini di particolari ingranditi che illustrano la porzione del Golfo di Policastro dalla costa e l’entroterra Saprese fino ai promontori oltre il Monte Bulgheria. 

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(Fig. 1) Carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘ – particolare del litorale e dell’entroterra Saprese (2)

Fonti e Studi: sull’origine di questa antichissima cartapecora dipinta a mano di probabile epoca Aragonese

La carta da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli è simile ad alcune carte oggi conservate nella Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, che solo recentemente, nel 2008, sono state pubblicate da Ferdinando La Greca e Vladimiro Valerio (7), ma non è la stessa.  Sul retro della riproduzione in b/n fu annotato: “‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.” (Fig. 4). Sappiamo che le carte conservate a Parigi alla BNF e, pubblicate da La Greca e Valerio (7), furono fatte copiare da Ferdinando Galiani per ordine del Ministro borbonico Tanucci. La domanda che mi pongo è la seguente: la nostra carta, rinvenuta all’ASN, è una copia delle carte Parigine o piuttosto come io credo potrebbe essere ipotizzabile che questa carta, al contrario sia proprio una delle carte originali d’epoca Aragonese e trafugate da Carlo VIII in Francia ?. Dell’autore di queste copie, eseguite a Parigi, nulla si conosce, come pure della vicenda delle copie fatte eseguire dal Galiani a Parigi, è controversa. Nulla esclude che la carta conservata all’Archivio di Stato di Napoli (Fig. 1), sia una delle carte originali fatte trasportare a Parigi da Carlo VIII e, poi in seguito rinvenute e rintracciate da Ferdinando Galiani come di seguito vedremo. Sappiamo che alcune copie fatte eseguire dal Galiani a Parigi, furono portate a Napoli. E’ molto probabile che l’origine della carta conservata all’ASN, sia proprio questa. La carta da noi scoperta, sul retro, nella segnatura, riporta la data del “1756 ?”. Infatti, proprio in quell’anno, il Galiani si recò a Parigi per rintracciare le antiche carte d’età aragonese che erano state trafugate da Napoli e portate in Francia da Carlo VIII, quale bottino di guerra. Le mappe geografiche d’epoca Aragonese, conservate all’Archivio di Stato Napoletano, sono citate in un saggio di Valerio (7): “L’enigma delle pergamene aragonesi” saggio che troviamo in ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, pubblicato nel 2008 con Fernando La Greca (7). Il Valerio, a p. 16 e s., in proposito scriveva che: “La più antica notizia sull’esistenza di pergamene geografiche aragonesi ci è fornita da Ferdinando Galiani (1728-1787), segretario dell’ambasciata napoletana a Parigi, che ebbe modo di consultarle, nel 1767, negli archivi dei ‘Dépòts’ militari a Versailles: “Ho trovato un tesoro”, scriveva al Tanucci il 6 aprile 1767. “In un luogo segreto di qui trovansi non pochi avanzi delle carte geografiche, che, per quanto io possa congetturarne, i nostri antichire fecero fare del Regno di Napoli, e verisimilmente furono portate qui da Carlo VIII….Sono un monumento eramente curioso ed utile. Sono sopra pergamena scritta con carattere quasi longobardo. Vi si vedono luoghi che oggi non esistono, e mancano i fondati dopo” (26)”. Il Valerio a p. 16, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Ibidem p. 60” e rimanda a nota 25, dove il Valerio postillava delle lettere o epistolario scritto dal Galiani al Ministro Bernardo Tanucci (…), pubblicate da Filippo Nicolini (…), in ‘Lettere di (Bernardo Tanucci) a Ferdinando Galiani’, Laterza, Bari, si veda tomo II, p. 60. Riguardo l’epistolario del Tanucci, si veda anche l’epistolario pubblicato anche recentemente da diversi autori. Il Valerio a p. 16 (7) continuava dicendo che: “Tuttavia, dopo la descrizione fattane da Galiani, per quante ricerche ed indagini siano state svolte in passato dai più attenti studiosi di cartografia Napoletana, Aldo Blessich e Roberto Almagià, non si era riusciti a trovare traccia delle preziose pergamene originali. Solo di recente è stato possibile ricostruire e verificare l’intera storia attraverso un attento studio della corrispondenza del Galiani ed il riscontro che si è potuto effettuare su alcune copie su carta rinvenute a Parigi e a Napoli e su quattro pergamene inedite – sebbene gli interrogativi poste da queste ultime, di cui tra breve parleremo, siano di gran lunga superiori alle domande alle quali forniscono risposta.”. Dunque, il Valerio, a p. 17, parla di alcune carte, lui dice copiate, rinvenute a Parigi e a Napoli e poi aggiunge che oltre a queste vi sono “quattro pergamene inedite” di cui dice: “di cui a breve parleremo”. Il Valerio (7) ci parla di queste quattro pergamene e a p. 18 e scriveva che: “Le copie su carta furono eseguite a Parigi direttamente sugli originali, e di tale operazine Galiani ci fornisce un esatto resoconto nella sua corrispondenza col ministro napoletano Tanucci. Sappiamo che la copiatura avvenne sotto il suo diretto controllo poichè “l’inchiostro delle pergamene si è trovato obliterato che que’ giovani disegnatori non si sono fidati, ho dovuto farle copiar sotto gli occhi miei” (38) e che vennero realizzate due copie, una da inviare a Napoli ed un’altra “necessaria a conservarsi qui (a Parigi), in caso di qualunque disgrazia di quelle che si mandano” (39). Le copie su cartaeseguite dal Galiani e giunte sino a noi assommano a tredici elaborati, dei quali sei sono conservati nell’Archivio di Stato di Napoli (40) e sette nella Bibliothèque Nationale di Parigi (41).”. Il Valerio, a p. 18, riguardo le due note (38) 3 (39) postillava delle lettere del Galiani e l’epistolario del Tanucci pubblicate da Nicolini (…) e si riferiva alle due lettere del 1 giugno 1767, riportata da A. Bazzoni (…) e l’altra del …….., pubblicata da Nicolini, II, p. 144. Il Valerio, a p. 18, nella sua nota (40) in proposito postillava che: “(40) Ecco di seguito una schedatura sommaria delle sei carte conservate nella “Raccolta Piante e Disegni” dell’Archivio di Stato di Napoli.”. Nella schedatura delle sei carte esistenti all’ASN elencate da Valerio a pp. 18-20, la nostra, quella da me scoperta all’ASN è citata sempre nella nota (40) a p. 20 in cui il Valerio postillava che: “(40) (p. 20) – Cartella XXXII, n° 2: senza titolo (Cilento da Agropoli a Maratea), 515 x 1220 mm (margini irregolari). Orografia prospettica a sfumo con ombreggiatura a destra, centri abitati in carminio, alcuni di essi sono eseguiti con molta accuratezza (Maratea, Policastro, Agropoli, etc.). Scala di circa 1: 75.000.”. Devo precisare che effettivamente la carta in questione è senza titolo ed il titolo da me ivi riportato ovvero “Principato Citra – Regno di Napoli” è una notazione posta sul retro della carta fatta probabilmente dal conservatore dell’Archivio. Inoltre, devo precisare che alcune osservazioni del Valerio (…) su questa carta sono inesatte, come ad esempio il fatto che egli scrive nel 2008 che essa sia inedita. Come ho potuto avere modo di dimostrare questa carta è stata da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli verso la fine degli anni ’70 e nel 1981, come attesta la ricevuta (Fig. 4), feci richiesta ed ottenni la sua fotoriproduzione in bianco/nero. La pubblicai e ne parlai in un mio scritto nel 1987 (1). La carta, come ho già scritto, era già conosciuta a Natella e Peduto nel 1973. Il Valerio (…) su questa nostra carta conservata a Napoli nell’ASN, a p. 20, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Gli esemplari conservati nella Bibliothèque Nationale a Parigi sono, come si è detto (vedi nota 39), la seconda copia tratta dagli originali aragonesi. Fortunatamente nella diaspora subita dai due fondi, quello parigino e quello napoletano, i pezzi sopravvissuti si integrano dando luogo ad un solo doppione, la carta del Cilento (Archivio di Stato di Napoli, cart. XXXII, n° 2 e Bibliothéque Nationale di Parigi, Ge AA 1305/6.”. Dunque, il Valerio (7), a p. 20 nella sua nota (41) ritiene che la nostra carta che quì chiama “Carta del Cilento”, conservata all’ASN sia un doppione con quella conservata a Parigi. Le due carte invece sono completamente diverse per fattura e per grafica come si può vedere. La nostra, ovvero quella conservata all’ASN è senza ombra di dubbio non di fattura coeva ma redatta sicuramente io credo nel XV secolo e che si distingue nettamente dall’altra conservata a Parigi, quella pubblicata integralmente da Fernando La Greca (7), di fattura recente. Il Valerio (7) a p. 20 sempre nella sua nota (41) postillava che: “(41) Le carte rimaste a Parigi sono conservate nel dipartimento di Carte et Plans con la segnatura Ge AA 1305/1-7 e sono tutte prive di titolo. Ecco di seguito una descrizione sommaria.”. Il Valerio nella sua nota (41) a p. 20, nella sua descrizione sommaria che fa delle 7 carte rimaste a Parigi così scrive della carta n. 6: “- N° 6 (Cilento da Agropoli a Maratea); 560 x 1280 mm ca. Identico alla copia in ASN, cart. XXXII, n° 2 (vedi nota precedente).”. Questo ‘tesoro storico‘, come lo definì lo stesso Galiani scopritore, conservato nella Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, sono di evidente fattura catalana e d’età aragonese. Tuttavia, al di là delle somiglianze con le carte conservate alla BNF, la nostra carta (Fig. 1), è di sicuro una carta delineata a Napoli e, appartenuta alla corona d’Aragona. Le carte pubblicate dai due studiosi (7), conservate a Parigi, sono simili a quella da noi scoperta a Napoli (Fig. 1)(2), ma non le stesse. I caratteri utilizzati per la scrittura dei toponimi, oltre che del disegno, ci fanno ritenere che la nostra carta rintracciata all’ASN (Fig. 1), non sia una copia fatta eseguire dal Galiani ma crediamo essere essa stessa una delle carte originali di inequivocabile fattura catalana e d’epoca aragonese. Noi quì, pubblichiamo per la prima volta l’immagine integrale, illustrata nella Fig. 6, pervenutaci recentemente dalla BNF. E’ molto probabile che la carta Parigina illustrata in Fig. 6, sia proprio una di quelle rintracciate dal Galiani.

Piante e Disegni, cartella XXXII numero 2, copia,,,,

(Fig. 1) Particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (3)

Pietro Ebner (…), parlando di Capitello, vol. I, p. 625, segnala che il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978 (?)(credo che l’Ebner si riferisca a questo lavoro, anche se, dobbiamo precisare che l’Ebner, nel vol. I, a p. 688, nella sua nota (10), lo segnala come “Il Golfo ecc..”): “assicura che sulla collina Castellaro vi sono ancora i ruderi di un antico castello e afferma di aver consultato nell’ASN una pianta (3) del 1746 dove sono indicati Policastro, il Castellaro, Capitello e Petrasia. Sopra Capitello, dov’è l’odierno villaggio di Ispani, era Agata e sopra Petrasia, Bibone Nove, a 3 km. da quest’ultimo toponimo “Bibo ad Siccam” odie ruinat”. Nel territorio vi è pure una torre di difesa (“alla Punta” di Capitello”) ora restaurata (4).”. Ebner (…), a p. 625, del suo vol. I, nella sua nota (3), postillava che: “(3) ASN, ‘Sezione piante topografiche’, cart. 32, n. 2.”. La carta in questione, citata da Pietro Ebner (…), sulla scorta di una citazione del sacerdote Luigi Tancredi (…), e poi del Guzzo (…), che la citava dieci anni dopo è una carta inedita di probabile epoca Aragonese, inedita e da me scoperta verso la fine degli anni ’70, e di cui chiesi la fotoriproduzione in b/n, all’Archivio di Stato di Napoli, che la conserva, il 16 maggio 1981. Preciso subito che, verso la fine degli anni ’70, allora studente alla Facoltà di Architettura a Napoli, misi al corrente della sensazionale scoperto, il sacerdote Luigi Tancredi (…), con il quale collaboravo, che nel 1978 la citò in un suo scritto a stampa. Preciso ancora che i riferimenti bibliografici della sua segnatura della sua collocazione presso l’ASN, non sono quelli citati sia dal Tancredi (…), che ne parla nella sua nota (13) a p. 63, ne quelli citati da Ebner (…), nella sua nota (3), a p. 625, vol. I, in una sua pubblicazione del 1982. Il Tancredi (…), nella sua nota (13), a p. 63, postillava a riguardo: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2.”. Il Tancredi (…) e l’Ebner (…), postillavano e citavano la carta in questione ma non con i riferimenti bibliografici giusti che invece sono quelli indicati nella ricevuta che posseggo ed illustrata nell’immagine. La carta in questione, all’epoca in cui la rintracciai era inedita e sconosciuta. La citai, con i corretti riferimenti bibliografici nell’opuscolo a stampa “I Corsivi”, pubblicato nel Dicembre 1987 (1). L’Ebner (…), parlava di una carta del 1746, ma dalla postilla impressa sul retro, si legge che non è del 1746, ma è del 1756. Ma, la sua datazione deve farsi risalire a molti secoli indietro. Io credo che sia un documento risalente ai primi anni della dominazione Aragonese nel Regno di Napoli, forse fatta redigere e commissionata da Alfonso I d’Aragona per motivi fiscali sulla base di documenti tratti dalla cancelleria Angioina. In realtà, ancor prima delle citazioni del Tancredi e dell’Ebner (…), la carta fu citata dai due studiosi salernitani che pubblicarono il pregevole saggio su Policastro. Nel 1973, i due storici salernitani Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono un pregevole saggio su Policastro Bussentino, un antichissimo borgo del basso Cilento. Nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, a p. 486,citarono l’interessante carta che io ritengo fosse d’epoca Aragonese. I due studiosi, a p. 486 nella loro nota (11), postillando di un rudere esistente su una collina a Capitello e detto ancora oggi “Castellaro”, postillavano che: “(11) ……..Il termine ‘castellaro’, raro in Italia meridionale, è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Sebbene i due studiosi citassero una carta esistente all’Archivio di Stato di Napoli datandola intorno al 1600 fu proprio a causa di questa prima citazione che decisi di approfondire la notizia e mi misi subito alla ricerca di questa antichissima carta. Nel frattempo, i due studiosi (…) che, nel 1973 pubblicarono l’interessante saggio su Policastro, influenzarono il saggio di Tancredi (…), ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che fu dato alle stampe nel 1978, pochi anni dopo e che in copertina pubblicava la stessa identica foto del Golfo di Policastro, pubblicata dai due studiosi nel 1973, a p. 485. Il sacerdote, a quel tempo era bibliotecario della Diocesi e fu uno dei principali collaboratori dei due studiosi Natella e Peduto (…). I due studiosi, a p. 486, parlando del Castellaro di Capitello, scrivono che esso “….è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Tuttavia, i due studiosi salernitani sebbene nella nota (11) avessero fornito l’esatta collocazione della carta in questione conservata presso l’ASN, essi non fornivano nessun riferimento bibliografico intorno all’origine di questa carta e la datavano intorno al 1600. Andando avanti nelle mie personali ricerche sulla carta mi accorsi che questa carta era stata vista e studiata da Aldo Blessich (…) e da Michelangelo Schipa (…) che all’epoca, nel 1895, scrivevano sulla rivista topografica e storica napoletana ‘Napoli Nobilissima’ occupandosi dell’antica cartografia Napoletana. Inoltre, osservandola de visu all’ASN, mi accorsi che sebbene nella segnatura riportasse la probabile datazione del “1756?” mi accorsi che la carta poteva essere molto più antica.  L’immagine che mostriamo è uno stralcio della carta corografica in questione e, riguarda la carta citata dai due studiosi. E’ una carta topografica come vogliono i due studiosi ma particolare e dunque io direi più una carta corografica. In seguito la carta in questione venne citata prima dal Tancredi e poi da Pietro Ebner. Nella carta inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, tra i centri di Policastro e Capitello, troviamo segnato un toponimo “Castellaro”, con l’immagine di un piccolo casale o guppetto di edifici. I caratteri utilizzati per la scrittura “gotica minuscola” ed il tipo di impaginazione della stessa, fanno ritenere che la carta in questione fosse molto più antica. Io credo che si tratti di una carta del 1400.

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(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…).

La nostra carta, rispetto a quelle parigine, ci sembra molto più ricca di informazioni e più antica. A noi sembra che la nostra carta non sia una copia delle Parigine ma al contrario crediamo fosse una di quelle carte originarie appartenute alla corte Aragonese e poi trafugate in Francia da Carlo VIII. La nostra carta, rivela dei toponimi che denotano a nostro avviso una maggiore autenticità e antichità rispetto alle carte conservate in Francia. Credo che il Galiani, abbia lasciato delle copie al Museo Parigino ed abbia sottratto alcune carte originali quelle originali. Credo che il Galiani, fece credere di aver fatto eseguire delle copie ma in realtà, egli ha sottratto alcune carte per sostituirle con delle copie. Credo che questa ipotesi non si possa del tutto escludere. La fattura della carta da noi rintracciata a Napoli e conservata all’Archivio di Stato di Napoli, ed i caratteri utilizzati per la scrittura dei tantissimi luoghi e toponimi ivi indicati ci fanno ritenere che la carta in questione denoti un’origine molto più antica delle stesse carte conservate in Francia. Io credo che la carta conservata oggi all’ASN, fosse una delle carte originali appartenute alla corte Aragonese (XV secolo) e che al contrario, fù sostituita dal Galiani con una riproduzione da lui commissionata all’uopo per trarre in inganno i bibliotecari del Museo Parigino. La carta in questione da noi rintracciata a Napoli, che riporta la data del 1756, non è una copia di una carta molto più antica, appartenuta alla corona d’Aragona del Regno di Napoli, poi trafugata da Carlo VIII che la portò in Francia e oggi custodite presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi. Credo che la carta da noi rinvenuta all’ASN, sia proprio una delle carte trafugate da Carlo VIII, dal Regno di Napoli e poi in seguito portate in Francia e scoperte nel XVIII secolo dall’abate Galiani. Sulle antiche mappe esistenti all’ASN, sempre dal Valerio (7), in un altro suo saggio: ………………………. a p…., nella sua nota (44) cita e si riferiva al saggio di Marco Iuliano (…): “Cartapecore geografiche: cartografia calabra in età aragonese”, un saggio del 2002 che si trova in “Storia della Calabria nel Rinascimento a cura di Simonetta Gualtieri”. Scrive il Valerio (7) che Iuliano nel suo saggio a pp. 50 e s., riportava un passo della lettera che Ferdinando Galiani scriveva al Tanucci il 1° settembre 17…., ovvero che: tra il giugno e il settembre un Luigi XII e Ferdinando il Cattolico, disegnata in 56 pergamene che tutte si uniscono insieme senza lacuna, senza intervallo.”. Il Valerio (7), ragionando sulle mappe ritrovate dal Galiani in Francia, così conclude: “Si può oggi asserire come un dato di fatto che tra l’ultimo quarto del Quattrocento e i primi decennî del Cinquecento un imponente lavoro di ricognizione topografica e di determinazioni astronomiche sia stato portato avanti dalla corte aragonese di Napoli e continuato, o semplicemente aggiornato, dal governo vicereale spagnolo. (…). Non è plausibile che le mappe ritrovate dal Galiani in Francia, dislocate tra Parigi e la Lorena, siano state realizzate in un breve arco temporale. Il disegno in scala topografica pressoché costante di un territorio vasto e morfologicamente complesso come il Mezzogiorno d’Italia comporta anni, se non decennî, non meno di lavoro sul territorio che di elaborazioni a tavolino. (…). Per comprendere la complessità delle operazioni e le molteplici competenze necessarie per il suo compimento, basti pensare alle osservazioni astronomiche di latitudine (…) al disegno accurato e miniaturizzato dei centri abitati maggiori, alle modalità di rilevamento e di trattamento del paesaggio sia dal punto di vista antropico che storico. (120)”. Sempre il Valerio (7), nel suo libro pubblicato con il La Greca, a p. 29 trattava di alcuni disegni studiati già dal Blessich e citati da Roberto Almagià. Il Valerio tratta di questo argomento nel capitolo “Le carte dei confini” e a p. 29 in proposito scriveva che: “(75) Le uniche copie note sono della Società Napoletana di Storia Patria, stampe cat. V, 229 A,B,C,D e misurano ecc…”. Per queste carte il Valerio cita l’Almagià ed il Mazzetti (…), che ripubblicò il testo più approfondito dell’Almagià. Il Valerio cita Roberto Almagià, Monumenta Italiae Cartographica, cit., p. 13 (…) e Ernesto Mazzetti (…), (a cura di), Cartografia Generale del Mezzogiorno e della Sicilia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1972, p. 233.

S. Pantaleone (tra Bosco e il fiume Bussento), S.to Macario, Sirsio (vicino foce del Bussento), S. Maurizio, la Molara, Casale dell’Oliva (Scario), Casal Bovio, Fulgenti (sopra Rofrano),  casali scomparsi   

Nel 1559, le  ricerche e acquisizioni di Camillo Porzio, storico e feudatario di Centola, i legami con uno scritto del Pontano ecc..

Già dai tempi dell’acquisto del feudo di Centola e di gran parte dei territori da parte del famoso erudito e storico napoletano Camillo Porzio (…), si evince chiaramente il rinvenimento di antichissimi documenti storici che lui stesso cercò e raccolse e rinvenne in zona e nei suoi vasti possedimenti dell’ex Baronia dei Sanseverino. Sarebbe interessante indagare ed approfondire nei diversi lasciti e carteggi del Porzio (…) quali fossero le antiche fonti da cui egli stesso attinse per la stesura del suo capolavoro di storia: “La Congiura dei Baroni”, avvenimento che ebbe proprio qui, in queste zone, il suo drammatico epilogo. Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. Camillo Porzio nacque a Napoli nel 1525 e morì nel 1603. E’ stato uno storico e avvocato italiano, noto per la sua monografia sulla quattrocentesca ‘Congiura dei baroni’ che si svolse anche e soprattutto nelle nostre zone. Affermatosi rapidamente come uno dei più celebri avvocati di Napoli, riuscì ad incrementare la già cospicua fortuna paterna fino all’acquisto (1559) del fondo di Centola, un vero e proprio feudo; il che, assieme al suo attivo sostegno al governo vicereale ed alle amicizie altolocate, lo inserì di diritto nella “nobiltà di toga” napoletana. L’attività del Porzio negli anni della maturità era divisa fra l’attività di avvocato, l’amministrazione del feudo e gli incarichi pubblici nel governo della città: inoltre era anche attivo negli ambienti culturali della città (ed evidentemente anche in altri ambienti, come si è visto). Pur non avendo più la rilevanza culturale del passato, i circoli culturali napoletani erano ancora in contatto con aree più vivaci, come Roma o Firenze. E’ proprio a Centola che amministrando il suo povero feudo che il Porzio ebbe modo di indagare sulla vicenda della ‘Congiura dei Baroni’ napoletani al tempo di Ferrante d’Aragona e che si svolse prevalentemente nei nostri luoghi. L’opera si chiamava: ‘La congiura de’ baroni del Regno di Napoli contra il re Ferdinando primo e gli altri scritti’, a cura di Ernesto Pontieri, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1964. Del feudo di Centola che appartenne al Porzio, a pp. 9-11 ha scritto lo storico Agostino Gervasio (…), nel suo Vita di Camillo Porzio’, in L’istoria d’Italia nell’anno 1547 e la descrizione del Regno di Napoli di Camillo Porzio, Napoli, dalla stamperia Tramater, 1839, pp. 4-6. Molte notizie storiche sul feudo di Centola e dei suoi dintorni si possono ricavare dalla sua stessa opera: ‘La congiura de’ baroni del regno di Napoli contra il re Ferdinando primo’, pubblicata a Roma per la stamperia di Paolo Manunzio nel 1565. Dalla Treccani on-line leggiamo che: Nel 1559 Porzio riuscì ad acquistare il feudo di Centola, nel Cilento, messo all’asta dalla nobile famiglia degli Alagna. Un’operazione immobiliare prestigiosa quanto complicata, destinata a creare duraturi contrasti fra gli eredi di Porzio, in quanto la proprietà, acquistata con somme versate da Porzio, fu intestata però al cognato, Marino Russo. Al 1562 risale il più antico riferimento alla prima opera storica di Porzio, in una lettera di Seripando del 23 marzo. La Congiura de’ baroni fu pubblicata nel 1565 a Roma, presso Paolo Manuzio, sovrintendente dal 1561 della Tipografia Vaticana. Quando il testo venne dato alle stampe, Seripando era morto da due anni, ma ne aveva caldeggiato a lungo la stesura e, molto probabilmente, anche la pubblicazione. Alla base della scelta di Porzio di ricostruire la congiura del 1484, sino ad allora mai trattata monograficamente dagli storici, era la convinzione che quegli eventi fossero all’origine di quanto avvenuto in Italia a partire dalla discesa del re di Francia Carlo VIII nel 1494. Una connessione, quella tra la rivolta del baronaggio meridionale e i suoi esiti e l’invasione francese nella penisola, già evidenziata da Tristano Caracciolo nel De varietate fortunae, un testo esplicitamente utilizzato da Porzio come fonte. Tuttavia, nella dedica a Carlo Spinelli, duca di Seminara, Porzio faceva riferimento a questa tesi attribuendola a Paolo Giovio, «padre delle moderne istorie», conosciuto a Firenze presso la corte medicea. La narrazione ripercorre nel dettaglio tutte le fasi della vicenda. Il I libro prende le mosse dalla descrizione dei tre personaggi cruciali della ribellione – il principe di Salerno Antonello Sanseverino, Antonello Petrucci, Francesco Coppola – e illustra i diversi fili intrecciatisi nella trama della congiura, a cominciare dai malumori diffusi presso alti funzionari ed esponenti del baronaggio meridionale nei confronti del re, e più ancora del principe ereditario Alfonso, di voler drasticamente ridimensionare il loro potere feudale o impossessarsi delle loro ricchezze. Quando Porzio si accinse a scrivere la storia della rivolta baronale del 1484 non esisteva ancora, a circa ottant’anni di distanza da quegli avvenimenti, una narrazione circostanziata. Ne aveva fornito una ricostruzione Giovanni Albino nel De gestis Regum Neapolitanorum ab Aragonia che, però, fu pubblicato postumo nel 1589 né si può affermare con certezza che Porzio avesse letto il manoscritto, che in molti punti, sia descrittivi sia interpretativi, si distanzia dal racconto di Porzio. Certamente il De bello Neapolitano di Giovanni Pontano, che narrava una vicenda simile ma avvenuta diversi anni prima (la guerra dei baroni svoltasi tra il 1459 e il 1465), e che metteva in scena in parte gli stessi personaggi, fu una delle fonti coeve utilizzate da Porzio, visto che Pontano è uno dei pochi autori citati all’interno dell’opera e, oltretutto, compare nella lista premessa al testo dei «luoghi onde l’auttore ha tratta l’istoria», insieme con Bartolomeo Sacchi (Platina), Raffaele Maffei (Volterrano), Marcantonio Coccio (Sabellico), Niccolò Machiavelli, Bernardino Corio, Philippe de Commynes, Tristano Caracciolo. Porzio aveva potuto attingere anche a testimonianze dirette e, soprattutto, ai documenti originali e a stampa dei processi intentati contro i baroni. Tuttavia, la Congiura di Porzio è strettamente legata, oltre che alla grande storiografia umanistica quattro-cinquecentesca, di cui riprende ideologie e lessico (Cirillo Monzani, in Opere di Camillo Porzio, 1846, p. XXXIV, definì Porzio «discepolo del Machiavelli»), anche ovviamente ai modelli della storiografia classica, in particolare Sallustio, un riferimento imprescindibile, dall’età umanistica, per gli autori di opere storiche monografiche. A questa fase della vita risale anche un altro testo di Porzio, la Relazione del Regno di Napoli, scritta dopo l’arrivo a Napoli, nel 1575, del viceré Iñigo López de Mendoza, marchese di Mondejár. Si tratta di una descrizione accurata della posizione geografica, della divisione in province, delle condizioni economiche e di alcune annotazioni storiche riguardanti il Regno, fino alla «disposizione degli animi de’ regnicoli verso il presente dominio» (1839, p. 170). Rimasta inedita, la Relazione fu pubblicata per la prima volta nel 1839 insieme con il I libro della Istoria d’Italia. Tra le fonti utili per la ricostruzione storiografica dell’opera del Porzio sul Regno di Napoli in epoca Vicereale vi è l’Archivio segreto Vaticano, Fondo Borghese, Serie I, vol. 44, cc. 28r-29v. Sul feudo di Centola ai tempi del Porzio ha scritto pure Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 107 e s. parlando del Cap. IV “Camillo Porzio signore di Centola e di Sanseverino” raccontava la complicata vicenda dell’acquisizione del feudo da parte del ricchissimo ereditiero e storico Camillo Porzio. Gli antefatti dell’acquisizione da parte del Porzio del feudo di Centola sono importanti per capire che attraverso quel feudo ed i contatti che il Porzio intrattenne in quegli anni, lo portarono a conoscere una serie di documenti di non poco conto per la ricostruzione storiografica delle vicende che interessarono le nostre terre. Gli antefatti dell’acquisizione da parte del Porzio del feudo di Centola sono importanti per capire che attraverso quel feudo ed i contatti che il Porzio intrattenne in quegli anni, lo portarono a conoscere una serie di documenti di non poco conto per la ricostruzione storiografica delle vicende che interessarono le nostre terre. Il Barra, a p. 111 accennava del Cardinale Seripando che aveva caldeggiato l’acquisto del feudo ed in proposito scriveva che: “In effetti, il cardinale parlava non genericamente ma con cognizione di causa, poichè oltre ai suoi legami di parentela coi Morra, suo fratello Giovan Ferrante era abate commendatario di S. Maria degli Angeli di Centola.”.

I fratelli Giuseppe e Annibale Antonini di Centola,  Bernardo e Ferdinando Galiani e mons. Garampi

Come vedremo e cercherò di dimostrare, l’accurata ricostruzione storiografica dei fatti e delle cose che contraddistinsero le nostre zone non può prescindere da un’accurata ricerca geo-storica. Lo studio cartografico, delle antiche mappe e dei toponimi, nomi dei luoghi, deve necessariamente intrecciarsi con lo studio delle fonti e dei documenti. Come vedremo, gran parte delle ricerche e degli studi partono proprio da Centola e forse dall’antica Abbazia benedettina di cui tratto in questo mio saggio, l’Abbazia di Santa Maria di Centola. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,…”. Già dai tempi dell’acquisto del feudo di Centola e di gran parte dei territori da parte del famoso erudito e storico Camillo Porzio (…), si evince chiaramente il rinvenimento di antichissimi documenti storici che lui stesso cercò e raccolse e rinvenne in zona e nei suoi vasti possedimenti dell’ex Baronia dei Sanseverino. Sarebbe interessante indagare ed approfondire nei diversi lasciti e carteggi del Porzio (…) quali fossero le antiche fonti da cui egli stesso attinse per la stesura del suo capolavoro di storia: “La Congiura dei Baroni”, avvenimento che ebbe proprio qui, in queste zone, il suo drammatico epilogo. Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. A mio avviso furono proprio le ricerche e la raccolta di antichi documenti che indussero l’erudito Ferdinando Galiani ad accettare dal Cardinale……………..l’incarico gravoso di Abate dell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola. Di Centola era Giuseppe Antonini, dove nacque il 14 gennaio 1683. Giuseppe Antonini (…), barone di San Biase, fu avvocato ed erudito, che ha legato il suo nome allo studio della storia e della topografia della Lucania e del Cilento. I suoi studi furono trasfusi nell’opera ‘La Lucania, Discorsi’, pubblicata per la prima volta nel 1745.

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Nel 1745 diede alle stampe i suoi Discorsi sulla ‘Lucania’, che nel 1756 accrebbe e che nel 1790-91 il nipote Francesco Mazzarella Farao ripubblicò, arricchendoli di copiose annotazioni, difendendo l’opera e la memoria dell’Antonini dalle accuse di P. Magnoni e dei non pochi critici e detrattori. Nel 1745, due anni prima, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) pubblicò la sua “La Lucania – I Discorsi”, era abate di S. Maria di Centola Girolamo Gascone, il quale, mostrò diversi privilegi e carte greche all’Antonini. Giuseppe Antonini (…), barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi). Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini, Annibale, era anche Abate a Parigi che nel 1734 pubblicò in Francia un guida di Parigi. Molte delle notizie già in precedenza raccolte dai fratelli Antonini qui proprio nel Cilento ed in particolare a Centola, passarono di mano agli amici fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Fu proprio l’Abate Gascone che aveva raccolto molti documenti antichi appartenuti all’Abbazia di Centola che si deve il merito di averli mostrati agli Antonini di cui il fratello maggiore, Annibale, era come lui uomo di chiesa. Insieme alla figura dei fratelli Antonini: Giuseppe e Bernardo, a metà del ‘700 spiccano altre due figure di eruditi che si conoscevano e a cui dobbiamo legare le approfondite ricerche storiografiche e geo-storiche successive.  Come scrisse lo stesso Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 718 in proposito scriveva che: “Nel ‘700 è notizia di un altro abate commendatario mitrato della badia, D. Ferdinando Galiani di Napoli, figlio del regio consigliere marchese Matteo e nipote del noto cappellano maggiore del re, Celestino, già arcivescovo di Taranto e poi di Tessalonica e presidente del supremo tribunale misto.”. Ferdinando Galiani, detto l’abate Galiani (Chieti, 2 dicembre 1728 – Napoli, 30 ottobre 1787). Nacque a Chieti nel 1728, da una famiglia originaria di Lucera: la sua formazione avvenne a Napoli, dove ebbe modo di conoscere l’opera di Giambattista Vico e fu allievo di Antonio Genovesi. La figura del Galiani è importantissima per la storia dei nostri luoghi e credo anche per i legami con l’Antonini. I legami con i due fratelli Antonini e i fratelli Galiani sono interessantissimi per le connessioni, a mio avviso esistenti, con gli Antonini (…) Giuseppe e Annibale (…), i quali, come vedremo era connessi sia al territorio dell’ex e ormai dissoluta Baronia dei Sanseverino e con il Galiani stesso che come sappiamo si recò a Parigi in missione e su incarico del ministro Bernardo Tanucci e rinvenne le famose carte corografiche di probabile epoca Aragonese e di cui una da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli e da me ivi pubblicata e di cui ivi ho pubblicato un particolare dell’area in questione (vedi Fig. 1) e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile. Proprio su quel fondo di antiche mappe scoperte alla BNF, l’abate Ferdinando Galiani affermava: “Un tesoro, storico, documentario e scientifico, “un monumento veramente curioso ed utile” (…). Queste pergamene, fatte riprodurre e copiare di nascosto dal Galiani, permisero a Rizzi Zannoni di comporre la “Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, opera mirabile ma completamente diversa dalle mappe trovate da Galiani. La pur breve permanenza dell’Abate Ferdinando Galiani nell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola, permise a questo grande ricercatore ed esperto cartografo di ottenere antichi documenti, donazioni e privilegi appartenuti all’Abbazia benedettina, forse ormai irrimediabilmente perduti ma soprattutto ottenere le giuste dritte e riferimenti bibliografici e storiografici di notizie storiche molte volte citate dall’Antonini nella sua “Lucania”. Il periodo della permanenza del Galiani a Centola e della prima edizione dell’opera dell’Antonini (…), è più o meno lo stesso. Gli stessi fratelli, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini ed il fratello maggiore Annibale Antonini (…), grande erudito del tempo e Abate a Parigi conoscevano i due fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Lo stesso Giuseppe Antonini, allorquando pubblicò nel 1745 la prima edizione della sua “La Lucania” conosceva bene i fratelli Galiani di cui il fratello minore, Ferdinando, nel 1747, due anni dopo, e non a caso – dico io – fu investito della carica di abate dell’antica Badia di S. Maria di Centola e, che dal ministro Bernardo Tanucci fu incaricato di cercare le carte d’epoca Aragonese. Infatti, lo stesso Giuseppe Antonini (…), allorquando, nel 1745, pubblicò la sua ‘Lucania’ conosceva anche il Tanucci a cui dedicò l’opera:

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Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini (…), Annibale (…) scrisse l’opera ‘Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs’, Nouvelle édition, Paris, 1734. Riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Ferdinando La Greca (…), nel suo saggio scritto insieme a Vladimiro Valerio (…): ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, nel 2008, nel suo capitolo “Le vicende delle mappe”, parlando sempre della sua carta Parigina e, dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini e a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scriveva che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) ecc…” e, poi ancora a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, ecc…”. Sempre il La Greca (…), continuando il suo racconto scriveva che: A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antonini per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio, la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. Ho voluto riproporre integralmente questo passo di Ferdinando La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, la trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. Sull’incarico ricevuto dall’Abate Ferdinando Galiani (…), ha recentemente scritto anche Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’. Il Barra a pp. 201 e s. ha dedicato un intero capitolo dal titolo: “L’ultimo Abate Commendatario: Ferdinando Galiani”.

Giuseppe e Annibale Antonini e Bernardo e Ferdinando Galiani

Proprio su quel fondo di antiche mappe scoperte alla BNF, l’abate Ferdinando Galiani affermava: “Un tesoro, storico, documentario e scientifico, “un monumento veramente curioso ed utile” (7). Queste pergamene, fatte riprodurre e copiare di nascosto dal Galiani, permisero a Rizzi Zannoni di comporre la “Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, opera mirabile ma completamente diversa dalle mappe trovate da Galiani. Il Rizzi-Zannoni, si servì di queste carte d’età Aragonesi, rintracciate a Parigi dal Galiani e consegnate al Tanucci ma la sua opera è completamente diversa come si vede nella carta del Cilento da lui delineata. Riguardo la citazione di Antonini (…) di una “Bibo ad Sicam”, è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. Il La Greca (…) a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428”. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”. La citazione del La Greca (…), riguardo la citazione dell’Antonini (…) è interessantissima in quanto dice che “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”, citato dallo stesso Livio, Cicerone e nel Chronicorum Casinensium Epitome, unico erudito che per la prima volta non solo la cita ma la pone a Vibonati. Ovviamente sul sito di Vibonati bisognerà fare delle ovvie precisazioni che farò. Dunque, il La Greca, scrive questo in quanto stà parlando della “Vibo ad Sicam” citata nella carta corografica conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi (la carta n. 6, da lui pubblicata nel suo testo insieme al Valerio che è collocata come “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote :GE AA-1305 – feuille 6, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia, di cui egli dice essere uguale a quella da me scoperta all’ASN e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile. Sempre il La Greca (…), parlando sempre della sua carta Parigina e, parlando dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini come si è visto e scrive che: “unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè)” che secondo lui menziona il toponimo “Vibo ad Sicam”. Infatti, il La Greca (…), a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scrive che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) (227), abbia avuto modo di vedere le mappe, o parte delle mappe, prima del Galiani, facendone largo uso nella sua opera, ma nascondendo tale fonte. Quasi costantemente, nella sua descrizione, sembra avere davanti agli occhi e seguire passo passo la nostra mappa, con i suoi nomi, i suoi fiumi, degli affluenti, dei monti, dei paesi, dei santuari, delle isole, e segnalando i ponti lungo le strade. Molte sue ipotesi sul sito di paesi antichi scomparsi trovano riscontro sulla mappa, come ad es. ‘Vibo ad Siccam’ presso Sapri, e ‘Petilia’ sul Monte della Stella (peraltro riportata nella mappa solo come ‘Mercato Petilia’). Inoltre, nella sua descrizione di Paestum ecc…” e, a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, giungendo a indicare anche i nomi delle persone preposte ai vari uffici e alle quali rivolgersi per consultare volumi e documenti. Probabilmente l’abate si era imbattuto, durante le sue ricerche, nelle mappe aragonesi, e riconoscendo le località del Regno di Napoli, doveva essersi procurato facilmente qualche copia, poi inviata al fratello. Le mappe, fino al 1738, secondo il Galiani (230), erano state nell’Archivio della Corona di Parigi; ppoi, sfuggite ad un incendio, erano state portate a Versailles (Dépòt de la Marine). A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antoni per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio , la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. Ho voluto riproporre integralmente questo passo del La Greca (…) perchè mi sembra, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, la trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. L’Ipotesi di La Greca è molto interessante. Il La Greca (…), a p…., nella sua nota (229) postillava che: “(229) A. Antonini, Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs, Nouvelle édition, Paris, 1734”. Il La Greca a p…., nella sua nota (230) postillava che: “(230) B. Tanucci, Lettere a Ferdinando Galiani, cit., pp. 231-232 (11 luglio 1768).”. Il La Greca a p…, nella sua nota (231) postillava che: “(231) J.J. Winckelmann, Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi, in Id., Opere, a cura di C. Fea, 1832, pp. 18-19; vd. J. Raspi Serra (a cura di), ‘Paestum idea e immagine. Antologia di testi critici e di immagini di Paestum (1750-1836), Panini, Modena, 1990, pp. 31-34.”. Sempre riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Sebbene il La Greca (7) si riferisse alla carta Parigina, di gran lunga più recente di quella conservata all’ASN, a p. 46 in proposito scriveva che: “Fra le testimonianze medievali, un ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, sulla ‘Montagna della Bulgheria’, lato mare richiama la nota storia della fondazione di Amalfi: alcune famiglie romane, partite per Costantinopoli verso il 339 d.C., sorprese da una tempesta, ripararono dapprima a Ragusa, e poi in Lucania nei pressi di Palinuro, dove fondarono la città di Molpe; in seguito passarono ad Eboli e infine sulla costa rocciosa e inaccessibile, dove fondarono Amalfi (62).”. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (62) postillava che: “(62) Vd. M. Camera, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20.”.

Nel 1747, Ferdinando Galiani, abate dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli dal 1747 al 1765

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 718 in proposito scriveva che: “Nel ‘700 è notizia di un altro abate commendatario mitrato della badia, D. Ferdinando Galiani di Napoli, figlio del regio consigliere marchese Matteo e nipote del noto cappellano maggiore del re, Celestino, già arcivescovo di Taranto e poi di Tessalonica e presidente del supremo tribunale misto.”. Eugenia Granito, parlando del documento n. 6 citava Francesco Barra (…) e il suo “Ferdinando Galiani e la Badia di S. Maria degli Angeli di Centola”, stà in “Il Picentino”, a. CX, nn. 1-2, gennaio-giugno 1975, pp. 13-19. Il Cammarano (…), a p. 13, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il nome abate, ha molteplici suddivisioni: abate de regimine governa soltanto il proprio monastero; abate nullius dioecesis ha autorità su un territorio eparato dalla diocesi, alla diretta dipendenza della S. Sede, e fu il caso di Centola; abate commendatario, al quale veniva conferita un’abbazia in commenda cioè in affidamento, alle dipendenze della S. Sede, e si verificò per Centola dopo il 1564. Ai tempi di cui intendiamo parlare per avere il titolo abate erano sufficienti la tonsura e un ordine minore. Alcuni di questi abati avevano il privilegio di portare la mitra, insegna vescovile, per cui si chiamavano abati mitrati. E l’abate di Centola godeva di questo privilegio. Difatti nella vita del Galiani, scritta dall’Avv. Luigi Diodati, si legge a pagina 86: “Quindi con tranquillità d’animo, e con rassegnazione di cristiano e di filosofo, morì al dì 30 ottobre 1787 verso le ore 20 d’Italia, dopo aver vissuto 58 anni, dieci mesi e due giorni  ecc…”. Il Cammarano cita Luigi Diodati (…) ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani Regio Consigliere’, Napoli, 1788. Ferdinando Galiani, detto l’abate Galiani (Chieti, 2 dicembre 1728 – Napoli, 30 ottobre 1787). Nacque a Chieti nel 1728, da una famiglia originaria di Lucera: la sua formazione avvenne a Napoli, dove ebbe modo di conoscere l’opera di Giambattista Vico e fu allievo di Antonio Genovesi. La figura del Galiani è importantissima per la storia dei nostri luoghi e credo anche per i legami con l’Antonini. I legami con i due fratelli Antonini e i fratelli Galiani sono interessantissimi per le connessioni, a mio avviso esistenti, con gli Antonini (…) Giuseppe e Annibale (…), i quali, come vedremo era connessi sia al territorio dell’ex e ormai dissoluta Baronia dei Sanseverino e con il Galiani stesso che come sappiamo si recò a Parigi in missione e su incarico del ministro Bernardo Tanucci e rinvenne le famose carte corografiche di probabile epoca Aragonese e di cui una da me rinvenuta nell’Archivio di Stato di Napoli e da me ivi pubblicata e di cui ivi ho pubblicato un particolare dell’area in questione (vedi Fig. 1) e a cui rimando per gli opportuni approfondimenti, nel mio saggio “Una carta corografica manoscritta e inedita, d’epoca Aragonese”, ivi pubblicata ed illustrata nell’immagine di Fig. 1, completamente diversa e più antica anche se simile. Proprio su quel fondo di antiche mappe scoperte alla BNF, l’abate Ferdinando Galiani affermava: “Un tesoro, storico, documentario e scientifico, “un monumento veramente curioso ed utile” (7). Queste pergamene, fatte riprodurre e copiare di nascosto dal Galiani, permisero a Rizzi Zannoni di comporre la “Carta Geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli”, opera mirabile ma completamente diversa dalle mappe trovate da Galiani. La pur breve permanenza dell’Abate Ferdinando Galiani nell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola, permise a questo grande ricercatore ed esperto cartografo di ottenere antichi documenti, donazioni e privilegi appartenuti all’Abbazia benedettina, forse ormai irrimediabilmente perduti ma soprattutto ottenere le giuste dritte e riferimenti bibliografici e storiografici di notizie storiche molte volte citate dall’Antonini nella sua “Lucania”. Il periodo della permanenza del Galiani a Centola e della prima edizione dell’opera dell’Antonini (…), è più o meno lo stesso. Gli stessi fratelli, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini ed il fratello maggiore Annibale Antonini (…), grande erudito del tempo e Abate a Parigi conoscevano i due fratelli Galiani: Bernardo e Ferdinando. Il fratello maggiore di Giuseppe Antonini (…), Antonio (…) scrisse l’opera ‘Memorial de Paris et de ses environs a l’usage des voyageurs’, Nouvelle édition, Paris, 1734. Ferdinando La Greca (…), nel suo saggio scritto insieme a Vladimiro Valerio (…): ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, nel 2008, parlando sempre della sua carta Parigina e, parlando dei toponimi contenuti nella carta cita l’Antonini e a pp. 72-73 si fa particolarmente interessante quando egli ritiene l’Antonini uno sprovveduto che non conoscesse Livio, Cicerone ecc.. e, scrive che: “Ci sono fondati sospetti che Giuseppe Antonini, barone di S. Biase, ed autore dell’opera ‘La Lucania’, pubblicata in un volume nel 1745 e in due volumi nel 1795 (dagli eredi) (227), abbia avuto modo di vedere le mappe, o parte delle mappe, prima del Galiani, facendone largo uso nella sua opera, ma nascondendo tale fonte. Quasi costantemente, nella sua descrizione, sembra avere davanti agli occhi e seguire passo passo la nostra mappa, con i suoi nomi, i suoi fiumi, degli affluenti, dei monti, dei paesi, dei santuari, delle isole, e segnalando i ponti lungo le strade. Molte sue ipotesi sul sito di paesi antichi scomparsi trovano riscontro sulla mappa, come ad es. ‘Vibo ad Siccam’ presso Sapri, e ‘Petilia’ sul Monte della Stella (peraltro riportata nella mappa solo come ‘Mercato Petilia’). Inoltre, nella sua descrizione di Paestum ecc…” e, a p. 73 si chiede “Come potè l’Antonini entrare in possesso di tali mappe? Probabilmente grazie al fratello maggiore, Annibale Antonini, abate a Parigi, uomo di vasta cultura, erudito, ed autore di varie opere, fra le quali, significativamente, una guida di Parigi per i viaggiatori stranieri, giunta nel 1734 alla seconda edizione (229). L’opera descrive in gran parte musei, archivi, biblioteche, pinacoteche; l’abate Antonini se ne mostra esperto conoscitore, giungendo a indicare anche i nomi delle persone preposte ai vari uffici e alle quali rivolgersi per consultare volumi e documenti. Probabilmente l’abate si era imbattuto, durante le sue ricerche, nelle mappe aragonesi, e riconoscendo le località del Regno di Napoli, doveva essersi procurato facilmente qualche copia, poi inviata al fratello. Le mappe, fino al 1738, secondo il Galiani (230), erano state nell’Archivio della Corona di Parigi; poi, sfuggite ad un incendio, erano state portate a Versailles (Dépòt de la Marine). A questo punto, possiamo facilmente immaginare che la notizia dell’esistenza di tali carte a Parigi sia passata dai fratelli Annibale e Giuseppe Antonini ai fratelli Berardo e Ferdinando Galiani. Una sicura connessione ci è raccontata dal Winckelmann: questi, nella sua ‘Prefazione’ (1760) alle ‘Osservazioni sopra l’Architettura degli Antichi’, parlando del suo viaggio a Paestum, racconta che l’architetto Bernardo Galiani (poi traduttore dell’opera di Vitruvio) era intervenuto sul testo manoscritto del barone Antoni per correggerne gli errori più evidenti, riguardanti proprio la descrizione di Paestum; era stato lasciato tuttavia un grosso abbaglio , la definizione della cinta muraria come “quasi ovale”, che sorprende molto il Winckelmann (231). L’Antonini pubblica il suo lavoro nel 1745, e diventa presto noto a tutti i viaggiatori del ‘gran tour’; molte sue descrizioni però non reggono alla prova dei fatti, come quella della muraglia ovale. E’ probabile che, anziano e pressato dalle domande dell’amico Berardo, infine Giuseppe Antonini si sia deciso a rivelare l’esistenza delle carte parigine, notizie girate da Berardo al fratello Ferdinando, ambasciatore a Parigi, che, avendo in mente la realizzazione di una carta moderna del Regno, dovette mettersi subito alla ricerca delle antiche mappe. Siamo nel campo delle ipotesi, ma appare plausibile che sia andata così.”. Ho voluto riproporre integralmente questo passo di Ferdinando La Greca (…) perchè, sebbene sia, come lui stesso sostiene, un’ipotesi, la trovo una buona e corretta ipotesi di lavoro su cui svolgere i necessari approfondimenti. L’Ipotesi di La Greca è molto interessante. Sempre riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Ma già dai tempi dell’acquisto del feudo di Centola e di gran parte dei territori da parte del famoso erudito e storico Camillo Porzio (…), si evince chiaramente il rinvenimento di antichissimi documenti storici che lui stesso cercò e raccolse e rinvenne in zona e nei suoi vasti possedimenti dell’ex Baronia dei Sanseverino. Sarebbe interessante indagare ed approfondire nei diversi lasciti e carteggi del Porzio (…) quali fossero le antiche fonti da cui egli stesso attinse per la stesura del suo capolavoro di storia: “La Congiura dei Baroni”, avvenimento che ebbe proprio qui, in queste zone, il suo drammatico epilogo. Alla morte del Porzio, nel 1580, gli successe la figliastra (e secondo alcuni figlia naturale) Fulvia Capece Scondito, nominata sua erede universale. A mio avviso furono proprio le ricerche e la raccolta di antichi documenti che indussero l’erudito Ferdinando Galiani ad accettare dal Cardinale……………..l’incarico gravoso di Abate dell’Abbazia di S. Maria (degli Angeli) a Centola. Sull’incarico ricevuto dall’Abate Ferdinando Galiani (…), ha recentemente scritto anche Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’. Il Barra a pp. 201 e s. ha dedicato un intero capitolo dal titolo: “L’ultimo Abate Commendatario: Ferdinando Galiani”. Il Barra (…), nel 2016, in proposito a p. 201, riferendosi all’ascesa al pontificato del Cardinale Prospero Lambertini, papa Benedetto XIV, scriveva che: “Ben noti erano infatti gli antichi e mai dismessi sentimenti di alta stima e di profonda amicizia che legavano al Galiani il nuovo pontefice……Due anni dopo, nel luglio del 1747, la benignità di papa Lambertini concesse inoltre al futuro autore della Moneta e del Commercio dei grani la vetusta badia di Santa Maria degli Angeli di Centola. Quest’ultima era tra quelle – ben 44 – considerate “nullius diocesis”, il cui abate commendatario (tranne quelle di regio patronato) era nominato direttamente dal pontefice nel Concistoro dei cardinali; e da ciò furono dette “abbazie concistoriali”, poi abolite con il Concordato del 1818. Ma Centola risultò per Galiani assai magro acquisto. Infatti, la remota badia Cilentana, invece di fornire al giovanissimo “abate” un valido sostegno economico per la sua vita di studioso e di cortigiano, si rivelò infatti subito un cattivo affare, che richiese sin dall’inizio spese cospicue e cure assidue, ecc….In effetti, quando l’ebbe in commenda il Galiani, della badia rimanevano quasi solo il titolo, l’antica e malandata sede (sul luogo dell’attuale Cimitero di Centola), modeste rendite e la giurisdizione spirituale, con poteri quasi vescovili, sul clero e sul migliaio di anime che popolavano ancora Centola (4).”. Il Barra (…), a p. 203, nella sua nota (4) postillava che: “(4) F. Sacco, ‘Dizionario geogafico-istorico-fisico del regno di Napoli’, Napoli, 1795, vol. I, p. 290; L. Giustiniani, ‘Dizionario geografico ragionato del regno di Napoli’, Napoli, 1797, vol. III, pp. 432-33; ecc..”. Dunque, il Barra, cita il testo di Francesco Sacco (…), ‘Dizionario geogafico-istorico-fisico del regno di Napoli’, Napoli, 1795, vol. I, p. 290. Il Barra (…) a p. 203 continuando il suo racconto scriveva che: “Il Galiani entrò quindi in possesso di “molte onoreficenze e privilegii”, a cui corrispondeva però assai scarsa sostanza.”.

L’Abate Ferdinando Galiani e le carte conservate all’ASN

Non crediamo che queste carte Parigine, conservate alla Biblioteca Nazionale di Francia, siano proprio quelle carte corografiche e bellissime appartenute alla corte Aragonese, di cui, probabilmente si impossessò Carlo VIII trafugandole in Francia. Questo ‘tesoro storico‘, come lo definì lo stesso Galiani scopritore, conservato nella Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, sono di evidente fattura catalana e d’età aragonese. Ma anche la vicenda del rinvenimento delle carte da parte del Galiani è controversa. Durante il Regno borbonico il Ministro Tanucci, nel gennaio 1759, nominò l’abate Ferdinando Galiani segretario d’ambasciata a Parigi, dove si recò nel successivo mese di maggio. Il Blessich (4), rintracciò in moltissime nelle maggiori biblioteche nazionali di Parigi, Valenza e di Vienna le antiche mappe d’epoca aragonese. Lo studioso napoletano, nella Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi individuò il fondo ivi conservato della bellissima collezione di una parte delle numerose carte manoscritte e mappe su pergamena appartenute alla corona d’Aragona di Napoli. Il fondo di carte e mappe d’epoca aragonese redatte nel XIV secolo da autori anonimi, individuati dal Blessich (4) e conservate alla BNF, erano certamente più di 50 e quasi tutte ad una scala corrispondente al 100.000. Oggi, quasi tutte, ma non tutte queste carte sono andate perdute. Altre invece, come quella da noi rintracciata (Fig. 1) (2), conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, sono le carte superstiti di due copie, della mappa del regno, realizzata a Napoli nell’ultimo decennio del XIV secolo, ad una scala oscillante tra 1:60.000 e 1:120. 000, fatte riprodurre ed acquistate e fatte eseguire nel 1767 dall’abate Ferdinando Galiani, che le rintracciò nella Bibliothèque Nationale de France a Parigi dove soggiornò su incarico del Ministro Tanucci. E’ stato a lungo indagato sull’origine della carta da noi rintracciata all’ASN. Il nutrito e bellissimo gruppo di carte manoscritte su pergamena,  in occasione della calata di Carlo VIII nel Regno di Napoli, furono trafugare in Francia, quale bottino di Guerra. Sappiamo che molto probabilmente, lo stesso Tanucci, diede incarico al Galiani, di rintracciare le carte a Parigi per poi acquistarle dallo stesso Galiani. Forse, le carte rintracciate dal Galiani a Parigi, sono proprio quelle trafugate da Carlo VIII e forse sono proprio quelle conservate alla BNF e pubblicate da La Greca e Valerio nel 2008 (7). La carta da noi scoperta, sul retro riporta la data del 1756, che è proprio la stesso anno, in cui il Galiani si recò a Parigi per rintracciare le antiche carte d’età aragonese che erano state trafugate da Napoli in Francia da Carlo VIII. L’incarico ricevuto dal Galiani era delicato perché bisognava in qualche modo indirizzare il lavoro di un ambasciatore poco capace, come lo spagnolo José Baeza y Vicentello conte di Cantillana, e bisognava affermare l’autonomia napoletana dalle altre corti borboniche, nel momento in cui Carlo di Borbone ereditava il trono spagnolo e lasciava a Napoli un re bambino e un Consiglio di reggenza. A Parigi, l’Abate Ferdinando Galiani soggiornò circa dieci anni (con un’interruzione nel 1765-66), svolgendo validamente i compiti diplomatici via via assegnatigli dal Ministro borbonico Bernardo Tanucci. Il Tanucci, aveva in animo di delineare una nuova carta geografica del Regno delle due Sicilie e diede l’incarico al Galiani che però non era un cartografo. Galiani, prima di ricevere l’incarico dal Tanucci di recarsi a Parigi per assistere il giovane inesperto Ambasciatore José Baeza y Vicentello, aveva ricevuto dal Tanucci, l’inarico di costruire una Carta corografica del Regno delle due Sicilie. Molto importanti sono stati i contatti col cartografo Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni. Il Galiani, durante il suo soggiorno a Parigi, riuscì a rintracciare nel Deposito della Marina militare francese le “preziose pergamene aragonesi” portate in Francia da Carlo VIII, ad acquistarle e ad inviarle al Tanucci. Galiani aveva trovato un gruppo di pergamene, riguardanti il Regno di Napoli e di Sicilia, fatte disegnare da Alfonso I d’Aragona Re di Napoli a metà del Quattrocento e poi trasferite in Francia da Carlo VIII.

NEL 25 gennaio 1494, ALFONSO II D’ARAGONA (ALFONSO D’ARAGONA FIGLIO DI RE FERRANTE I D’ARAGONA)

Da Wikipedia leggiamo che Alfonso II d’Aragona, ramo di Napoli (Napoli, 4 novembre 1448 – Messina, 18 dicembre 1485), fu duca di Calabria e poi re di Napoli per circa un anno, dal 25 gennaio 1494 al 23 gennaio 1495. Primogenito di Ferdinando I di Napoli, detto Ferrante, e della sua prima moglie Isabella di Chiaromonte (figlia di Tristano Conte di Copertino e di Caterina Orsini di Taranto) fu cugino di Ferdinando il Cattolico (re d’Aragona e co-reggente con la moglie Isabella di Castiglia, della Spagna unificata). Nel 1458, alla morte del nonno Alfonso il Magnanimo, suo padre Ferdinando divenne Re di Napoli e Alfonso fu investito duca di Calabria. Nel 1463 morì suo zio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, Principe di Taranto, che lasciò in eredità al quindicenne Alfonso alcuni dei suoi possedimenti. Ferrante morì il 28 gennaio del 1494. Sul trono gli succedette il figlio Alfonso II di Napoli. Alfonso, terrorizzato da una serie di cattivi presagi, come strani incubi notturni (forse attribuibili al ricordo delle sue vittime), il 23 gennaio 1495 abdicò in favore di suo figlio Ferdinando e fuggì in Sicilia, dove si rinchiuse in un monastero, mentre Carlo VIII entrava nel Regno raggiungendo Napoli il 22 febbraio 1495. Alfonso II morì a Messina alcuni mesi dopo, ovvero il 18 dicembre 1495.

Nel 23 gennaio 1495, re Alfonso II d’Aragona abdicò in favore del figlio Ferdinando II (detto Ferrandino)

Da Wikipedia leggiamo che re Ferrante morì il 28 gennaio del 1494. Sul trono gli succedette il figlio Alfonso II di Napoli, che a sua volta abdicherà molto presto in favore del proprio figlio Ferdinando II (detto Ferrandino) a causa dell’invasione tanto temuta da Ferrante di Carlo VIII di Francia, che nel 1494 calò in Italia. Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra‘, pubblicato recentemente, parlando del casale di Casaletto e Tortorella, a p. 40, riferendosi ad Antonello Sanseverino e la sua sconfitta nella ‘Congiura dei baroni’ ordita contro re Ferrante I d’Aragona, e riferendosi alla sua successione nel Regno di Napoli del figlio Alfonso II d’Aragona. Il Montesano, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nel 1494 Ferrante morì e gli successe il debole figlio Alfonso II. Antonello capì che era il tempo di agire e, ….riuscì a convincere il re di Francia Carlo VIII a scendere in armi a Napoli.”.

Nel 22 febbraio 1495, Carlo VIII entrava a Napoli

Carlo VIII invase l’Italia nel settembre del 1494. Carlo VIII di Francia scese in Italia a sconvolgere il delicato equilibrio politico che le città della penisola avevano raggiunto negli anni precedenti. L’occasione riguardò direttamente il regno di Napoli: Carlo VIII vantava una lontana parentela con gli angioini re di Napoli (la nonna paterna era figlia del Luigi II che tentò di sottrarre il trono partenopeo a Carlo II di Durazzo e a Ladislao I), sufficiente per poter rivendicare il titolo regale. Con la Francia si schierò anche il ducato di Milano: Ludovico Sforza, detto il Moro, aveva spodestato gli eredi legittimi del ducato Gian Galeazzo Sforza e sua moglie Isabella d’Aragona, figlia di Alfonso II d’Aragona, sposi nel matrimonio con cui Milano aveva suggellato l’alleanza con la corona aragonese. Il nuovo duca di Milano non si oppose a Carlo VIII, il quale si diresse contro il regno aragonese; evitando la resistenza di Firenze, il re francese occupò in tredici giorni la Campania e poco dopo entrò in Napoli: tutte le province si sottomisero al nuovo sovrano d’oltralpe, salvo che le città di Gaeta, Tropea, Amantea e Reggio. La sua fallimentare discesa in Italia nel 1494 inaugurò le cosiddette guerre d’Italia (definite “orrende” da Macchiavelli). Discese in Italia il 3 settembre 1494 con un esercito di circa 30 000 effettivi dei quali 8 000 erano mercenari svizzeri, dotato di un’artiglieria moderna. Venne accolto festosamente dai duchi di Savoia. Il suo esercito si accampò ad Asti, dove Carlo VIII ricevette l’omaggio dei suoi sostenitori: Margarita dè Solari fanciulla di undici anni (nel 1495 gli dedicherà Les Louanges du Mariage) alloggiando nel Palazzo del padre in Asti ne ascolterà le odi. Il 22 febbraio occupò Napoli praticamente senza combattere: il re Ferdinando II, detto Ferrandino, era già fuggito con tutta la corte in vista di una futura resistenza. Incoronato re di Napoli, vi stette fino a maggio quando il popolo e le armate napoletane, al grido di “ferro! ferro!”, nuovamente rinvigorite sotto le insegne aragonesi del giovane re Ferrandino, riuscirono a scacciare i francesi dal Regno. Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 160 in proposito al Periodo Aragonese scriveva che: “VII. Secondando le vive premure di Antonello Sanseverino e del principe di Bisignano il re di Francia Carlo VIII venne in Italia su la fine del 1494 quando a Ferrdinando I era successo il figliuolo Alfonso II già Duca di Calabria. Questi sapendosi molto inviso nel regno, all’approssimarsi del re Carlo cui si erano resi gli Abruzzi, rinunziò al trono a beneficio di suo figlio Ferdinando II nel 25 gennaio del 1495. Costui, scorgendo di non poter resistere all’invasione specialmente perchè gli si ribellavano i nobili ed il popolo, abbandonò la capitale recandosi nell’isola di Ischia. Il re Carlo nel 1° febbraio del 1495 entrò trionfalmente in Napoli accolto da grandi feste ed in breve tempo ebbe a suo favore tutte le provincie. Nel 17 maggio dello stsso anno egli, a compensare Antonello Sanseverino che gli era stato devoto e fido compagno nell’impresa, lo reintegrò in tutti i suoi beni, donandogli ecc…“.

Nel 17 maggio 1495, Carlo VIII reintegrò Antonello di Sanseverino, figlio di Roberto I Sanseverino in tutti i suoi beni

Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 160 in proposito al Periodo Aragonese e riferendosi alla venuta di Carlo VIII scriveva che: “VII…..Nel 17 maggio dello stesso anno egli, a compensare Antonello Sanseverino che gli era stato devoto e fido compagno nell’impresa, lo reintegrò in tutti i suoi beni, donandogli novellamente il principato della città di Salerno, le contee di Marsico e di S. Severino, e molti altri feudi tra cui la baronia del Cilento con i suoi Casali di Acquavella, Porcili, Guarrazzano, il territorio di Terricello, i casali di Omignano, ecc… e la terra di Agropoli (1).”. Dunque, secondo il Mazziotti, nel 17 maggio 1495, Carlo VIII, reintegrò Antonello di Sanseverino in tutti i suoi beni. Il Mazziotti, a p. 160 postillava nella sua nota (1) che:  “(1) Questo diploma è stato pubblicato dal Gatta nell’opera citata, parte 3°, cap. 2°, pag. 276.”.

Nel maggio 1495, Carlo VIII lascia il Regno di Napoli e ritorna in Francia

Incoronato re di Napoli, vi stette fino a maggio quando il popolo e le armate napoletane, al grido di “ferro! ferro!”, nuovamente rinvigorite sotto le insegne aragonesi del giovane re Ferrandino, riuscirono a scacciare i francesi dal Regno.

Nel 1496, la contea di Policastro, Caselle e Tortorella dopo la Congiura dei Baroni

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazione del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anhe ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”.

Fonti e Studi: Storia e origine di alcune carte catalane e delineate a Napoli in epoca Aragonese

Recentemente lo studio di Giuseppe Caraci (5), ha svelato i caratteri dei presunti elementi linguistici cari alla cartografia nautica catalana e della scuola maiorchina, di cui, alcuni cartografi erano attivi a Napoli all’età del Regno aragonese. La cartografia catalana e della scuola maiorchina fu sponsorizzata dalla corona spagnola che la finanziò per il grande apporto di conoscenze utili alla conquista del Regno di Napoli con la Guerra del Vespro e per la dominanza del Mare Mediterraneo. La loro precisione e la ricchezza delle informazioni soprattutto la toponomastica (nomi dei luoghi e dei porti o scali marittimi) ne ha fatto la fama e la fortuna. Caratteri molto simili ad uno stile gotico-longobardo, non molto dissimile dai codici e pergamene medievali, la scrittura dei luoghi e dei toponimi ivi contenuti in questa carta è simile a quella utilizzata in alcuni portolani catalani di scuola maiorchina. Sappiamo che nel Regno di Napoli, durante la dominazione Aragonese, furono delineate ed eseguite per motivi fiscali, delle carte corografiche di estremo pregio ed esattezza. Sappiamo che Alfonso I d’Aragona, Re del Regno di Napoli, a metà del Quattrocento, aveva fatto delineare e disegnare delle carte corografiche che il Galiani definì  “preziose pergamene aragonesi“, riguardanti il Regno di Napoli e di Sicilia, ricavate verosimilmente da rilevazioni censuarie del Catasto onciario dell’epoca, forse delineate nell’ambito dell’Accademia Pontaniana, attiva a Napoli nei primi anni del Rinascimento. Nel secolo che va dalla morte di Roberto d’Angiò alla salita al trono di Alfonso d’Aragona, il Mezzogiorno conobbe un lungo periodo di disfacimento interno. La biblioteca reale di Re Roberto andò dispersa ed in parte confiscata da Ludovico d’Ungheria. Appena dieci anni dopo, però, si assisteva ad un radicale e velocissimo mutamento culturale con una ripresa del movimento intellettuale che si allargò con Alfonso d’Aragona e più ancora al tempo di Re Ferrante d’Aragona, che fu quello in cui veramente si formò una cultura napoletana, latina e italiana. La Napoli di Afonso d’Aragona con il suo circolo, l’Accademia del Panormita prima e del Pontano dopo che vede un vero Rinascimento delle Arti e della cultura, nel cui contesto si ebbe una notevole ripresa degli studi geografici e cartografici. Il Valerio (7) tratta di questo argomento nel capitolo “Le carte dei confini” e a p. 29 in proposito scriveva che: “(75) Le uniche copie note sono della Società Napoletana di Storia Patria, stampe cat. V, 229 A,B,C,D e misurano ecc…”. Per queste carte il Valerio cita l’Almagià ed il Mazzetti (…), che ripubblicò il testo più approfondito dell’Almagià. Il Valerio cita Roberto Almagià, Monumenta Italiae Cartographica, cit., p. 13 (…) e Ernesto Mazzetti (…), (a cura di), Cartografia Generale del Mezzogiorno e della Sicilia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1972, p. 233. L’Almagià (…), a p. 13, parla della Tav. XIII, n. 2 che sono i disegni pubblicati da Valerio a pp. 28-29 e sono i Disegni dei Confini del Regno di Napoli di proprietà della Società di Storia Patria. In questo scritto l’Almagià dimostra di non conoscere la carta di cui ho trattato in questo mio saggio, ovvero la carta da me scoperta all’ASN. L’Almagià a p. 13, in proposito scriveva che: “Per tutto il resto dell’Italia Centrale non si hanno altri prodotti cartografici regionali del secolo XV, nè si ha notizia che ne esistessero. Probabile è invece l’esistenza di carte del Napoletano, almeno per il periodo Aragonese, poichè è noto che la Corte d’Aragona, oltre a tener dietro ai programmi della Geografia, cercò di promuovere in vario modo, anche per ragioni d’indole politica e amministrativa, una migliore conoscenza del Reame; sembra anzi che disegni del Napoletano su pergamena esistessero ancora alla fine del secolo XVIII negli Archivi di Versailles dove Ferdinando Galiani li scopriva e li studiava. Oggi tali disegni sono da ritenersi perduti, tranne forse uno, cioè il disegno di quattro fogli dei confini settentrionali del Regno di Napoli che qui per la prima volta si riproduce nella tavola XIII, n. 2. Dell’originale di esso, che sembra appunto che fosse stato ritrovato da Ferdinando Galiani a Versailles, non si ha più traccia; la nostra riproduzione deriva da una copia oggi in possesso della Società Napoletana di Storia Patria. Per la Geografia alla corte Aragonese vedi: Blessich A., ‘La Geografia alla corte aragonese di Napoli, Napoli, 1896, già citato; e per il Galiani e le famose pergamene aragonesi, anche Blessich, ‘L’Abate Galiani geografo, in Napoli Nobilissima, 1896, fasc. X. Il Blessich asserisce che il disegno in questione fu inciso in rme al principio del secolo XVI, ma non pare che la notizia abbia fondamento alcuno. Intorno ai fatti che hanno dato origine alla delimitazione dei confini nulla mi è riuscito di sapere: dal titolo si rileva che la mappa fu eseguita per ordine di Ferdinando (il Vecchio), che vien riprodotta sulla fede di carte pontificie ed aragonesi esistenti nell’Archivio della Mole Adriana e che è messa fuori (……..) “studio et opera di Joh. Pontani”. E’ da supporsi che l’opera del Pontano non consistesse che nel trarla in luce, forse in occasione di liti fra il governo napoletano e il pontificio. L’erudito Michele Tafuri, che ne possedeva una copia al principio del secolo XIX, l’attribuiva invece senz’altro al Pontano e da allora in poi i biografi di questo insigne umanista hanno in genere riprodotto la notizia senza controllo, anzi affermando talora che si trattasse di una carta generale del Reame. Cfr., Tafuri M., Epistolario di Gabriele Altilio, Napoli, 1803, pag. XLIV; Colangeli F., Storia dè filosofi e matematici napoltani, Napoli, 1826, vol. III, p. 172.”.

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(Fig. 2) L’immagine illustra una delle tante carte corografiche del Regno di Napoli, delineate in età aragonese, rintracciate secoli dopo dal Galiani (11) e, pubblicate da Fernando La Greca e Vladimiro Valerio (7) – sono uniche per fattura e pregio storico ma si vede chiaramente essere diversissime dalla carta inedita da noi scoperta all’ASN (1)

Aldo Blessich e lo studio delle pergamene d’epoca Aragonese

Sulla scorta dello studioso napoletano Giuseppe Mazzantini (13), un’altro studioso napoletano, il Blessich (4), ricostruì la sezione geografica-astronomica della biblioteca della corona aragonese. Nel 1897, Giuseppe Mazzantini (14) pubblico un interessante studio dal titolo ‘La biblioteca del re d’Aragona in Napoli’, sulla base della quale Aldo Blessich (4) continuò i suoi studi sulla Geografia all’epoca della corte Aragonese di Napoli. Ancor prima, nel 1894, Giovanni Marinelli aveva pubblicato il suo mirabile studio sulla cartografia italiana dal titolo ‘Saggio di Cartografia Italiana ossia catalogo ragionato di carte geografiche, piante e prospetti di città, plastici, ecc. riguardanti la Regione italiana nei suoi confini geografici e storici’. Attraverso la ricognizione di alcune delle principali biblioteche europee, nelle quali lo studioso napoletano, il Blessich, rinvenne molti prodotti manoscritti. Nel saggio sulla ‘Geografia alla Corte Aragonese di Napoli nel XV secolo’, il Blessich (4) dà un quadro del patrimonio geografico librario e dell’opera cartografica svolta alla corte aragonese stessa. La biblioteca della corona Aragonese di Napoli, che si giovava di un fondo manoscritto della corona Angioina di Napoli (non andato del tutto perduto), aveva acquisito e possedeva testi manoscritti di enorme valore per l’epoca come la ‘Cosmographia’ di Tolomeo e la Geografia di Strabone. Il Blessich dà un regesto delle opere appartenute alla corona Aragonese e possedute dalla bibilioteca. Nello stesso periodo in cui i sovrani aragonesi come Alfonso il Magnanimo fondava a Napoli il suo circolo culturale e la corte si elevava a nuovo e fiorente centro culturale, vi è una fioritura  di certi studi tra cui quelli cartografici, anche grazie alle scuole maiorchine nate e finanziate proprio dalla corona spagnola. La penetrazione dei catalani e dei cartografi maiorchini nel Regno di Napoli, iniziata con Carlo II d’Angiò, si rafforzò dopo il matrimonio di Roberto con Sancia di Maiorca e, continuò al tempo di Giovanna I e Giovanna II. La perfezione della carte portolaniche o nautiche spagnole-aragonesi provenienti dalla scuola maiorchina, utilissima alle mire di conquista della casata spagnola sul giovanissimo Regno di Napoli Angioino, proseguì successivamente anche dopo l’affermarsi sul Regno della corona spagnola d’Aragona. Durante l’età del Regno aragonese si registra l’affluenza di numerosi cartografi e disegnatori di carte nautiche, soprattutto catalani e maiorchini (6). Napoli, era uno dei più importanti mercati del Mediterraneo. Infatti, sono provenienti dal Regno di Napoli Aragonese una serie di carte di estrema fattura e precisione. Sull’esistenza e sulla perfezione di prodotti corografici napoletani, la cui origine, abbiamo due testimonianze degne di fede: la prima è di Flavio Biondo che, per la compilazione della sua opera storico-geografica ‘l’Italia illustrata’, indirizzò una lettera al Re di Napoli Alfonso d’Aragona pregandolo di inviargli quelle carte d’Italia che egli possiede coi nomi del tempo di allora” (7); la seconda è invece dell’abate Galiani, che, durante il suo soggiorno a Parigi, riuscì a rintracciarle. Il Blessich, afferma che nel 1444 venne eseguita in Napoli laDescrizione del Regno di Napoli‘ ed altre opere contenenti carte e mappe geografiche di estrema fattura e precisione da cosmografi e cartografi come il Lorenzo Bonincontri, il suo allievo Giovanni Pontano, nè astronomo ne cartografo, e da Antonio Ferraris detto il Galateo. Sappiamo pure che moltissime carte corografiche e mappe disegnate dai cartografi in epoca Aragonese, appartenute alla corona d’Aragona del Regno di Napoli e conservate nella Biblioteca di Re Ferrante, furono poi trafugate da Carlo VIII che le portò in Francia, dove, ancora oggi alcune di esse si trovano conservate presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi. Nel 2008, Fernando La Greca (7) nell’introduzione al suo saggio “Anticihità classiche e paesaggio medievale nelle carte geografiche del Principato Citra curate da Giovanni Gioviano Pontano. Ecc..”, a p. 35 in proposito così si esprimeva: “O che veramente i ‘groma’ romani con le loro ‘lintea’, dopo la notte medievale, rcompaiono per la prima volta a Napoli, alla corte Aragonese ? E’ una bella ricerca da approfondire” Così scrive Aldo Blessich in un suo articolo di fine Ottocento sulla cartografia napoletana del XV sec. (1), e gli sembra “che realmente si tratta di un lavoro in cui il Pontano ntra come parte direttiva e politica (quando sul finire del XV secolo ancora presiedeva alle cure dello Stato), mentre che l’esecuzione tecnica si deve senza dubbio alcuno ad un cartografo suo amico o dipendente” (2)”. Il La Greca (7), in questo passo introducendo il suo saggio sulle carte Parigine che pubblicherà, cita Aldo Blessich (4) e ciò che sosteneva nel suo saggio ‘La geografia alla corte aragonese di Napoli’, a pp. 19-20 e a p. 29 (vedi nota 2), pubblicato a Roma nel 1897 (4). Come abbiamo già detto il Blessich iniziò approfonditi studi sulle carte geografiche del Regno di Napoli redatte nella cerchia del Pontano. Come vedremo più avanti il Blessich (4), approfondì gli studi precedentemente già svolti dal Marinelli (…). Il La Greca (7), sempre nell’Indroduzione a p. 35, per confutare alcune tesi del Blessich e per dare rilievo a fantomatiche scoperte di Vladimiro Valerio, in proposito scriveva che: “Queste linee di ricerca suggerite dal Blessich non sono state finora accolte, soprattutto perchè non si conoscevano ancora le carte geografiche aragonesi rinvenute e ricopiate da Ferdinando Galiani a Parigi (3). Tali carte, disperse nuovamente alla fine del ‘700 (4), sono state ritrovate, in parte, una ventina di anni fa, grazie alla tenacia di Vladimiro Valerio (5), negli Archivi di Napoli e nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Esse riportano, in scala costante e con dettaglio corografico, una buona estnsione del Regno di Napoli. La loro storia affascinante ci viene raccontata dallo stesso Valerio nel primo saggio di questo volume, ecc…”. Il La Greca (7), nel lodare il lavoro del Valerio (7), dice alcune isettezze rivelando anche incongruenze acclarate. Innanzitutto, non è vero che le carte scoperte dall’Abate Ferdinando Galiani (…), e fatte ricopiare su ordine del Tanucci (…), presso gli Archivi della Marina Francese non erano conosciute dagli studiosi del Regno di Napoli prima che se ne fosse occupato il Galiani. Il Galiani, che si recò a Parigi era un perfetto studioso e conoscitore dell’antica cartografia manoscritta ed era sempre alla costante ricerca di carte nautiche e geografiche del Regno di Napoli. Basta leggere il testo del 1897 di Giuseppe Mazzantini (…), ‘La biblioteca del re d’Aragona in Napoli’, e ancora prima il testo del 1788, di Diodati L., ‘Vita dell’Abate Ferdinando Galiani regio consigliere’, che racconta la vicenda della scoperta delle carte da parte del Galiani. Il Galiani che aveva dato prova con illustri illuministi francesi di conoscere bene la scienza cartografica, si mise a cercare queste antiche carte Aragonesi o appartenuti alla corte Aragonese proprio perchè ne era a conoscenza. Ma, al tempo del Galiani queste carte, di cui si conosceva l’esistenza, erano disperse e dunque furono cercate dal Galiani a cui bisogna dare il merito di averne ritrovate alcune. Il Galiani intuì che queste carte si potevano trovare presso gli Archivi Parigini. Il Galiani li ritrovò e per trafugarne gli originali che acquistò di nascosto, li fece ricopiare dallo stesso Rizzi-Zannoni, allora suo collaboratore a Parigi, e in Francia rimasero dunque solo le copie degli originali. Più o meno questa è la tesi del Blessich (…) che forse aveva visto le carte esistenti nel grande Archivio di Napoli prima della sua distruzione del 1943. Fondi questi dell’ASN ricostruiti poi in seguito dagli architetti Alisio e Mazzoleni. Ma vediamo sulla vicenda e sull’origine delle carte cosa scriveva Vladimiro Valerio (7) nel suo saggio 

Le carte corografiche del Regno di Napoli rintracciate a Parigi dall’Abate Ferdinando Galiani (…) e, pubblicate da La Greca e Valerio (…)

Sappiamo che a Parigi, presso la Biblioteca Nazionale di Francia (BNF), sono conservate alcune carte corografiche rintracciate secoli dopo dall’Abate Ferdinando Galiani, per ordine del  Ministro borbonico Bernardo Tanucci. Recentemente, abbiamo ottenuto dalla Biblioteca Nazionale di Francia, la riproduzione digitale di una di queste carte (….). Il Valerio (7) a p. 20 sempre nella sua nota (41) postillava che: “(41) Le carte rimaste a Parigi sono conservate nel dipartimento di Carte et Plans con la segnatura Ge AA 1305/1-7 e sono tutte prive di titolo. Ecco di seguito una descrizione sommaria.”. Il Valerio nella sua nota (41) a p. 20, nella sua descrizione sommaria che fa delle 7 carte rimaste a Parigi così scrive della carta n. 6: “- N° 6 (Cilento da Agropoli a Maratea); 560 x 1280 mm ca. Identico alla copia in ASN, cart. XXXII, n° 2 (vedi nota precedente).”Si tratta della carta corografica del Regno di Napoli, contrassegnata alla BNF, così: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote :GE AA-1305 – feuille 6.”, che pubblichiamo illustrata dalla Fig. 6.

GE AA-1305 Feuille 6.jpg

(Fig. 6) Carta corografica “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote :GE AA-1305 – feuille 6.”, che pubblichiamo illustrata dalla Fig. 6.”, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia e pubblicata da La Greca e Valerio nel 2016 (7).

Come si può ben vedere dall’ingrandimento fotografico delle immagini che seguono che illustrano i nostri litorali ed entroterra, anche se essa riteniamo di grande interesse per i numerosi toponimi che essa contiene e cita, non crediamo sia una delle carte originali appartenute alla corte Aragonese. Si vede chiaramente dalla sua fattura più precisa che questa è invece è una copia di quella da noi rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli, illustrata in Fig. 1. Dal confronto delle due carte, si evince che dal punto di vista della loro origine, ritengo quella dell’ASN, molto più antica di questa Parigina, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia di Fig. 6.

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La carta parigina part

(Fig. 6) Carta corografica “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote :GE AA-1305 – feuille 6.”, che pubblichiamo illustrata dalla Fig. 6.”, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia (18) e, pubblicata da La Greca e Valerio nel 2016 (7).

Alcune di queste carte Parigine, tra cui quella illustrate nella Fig. 6, conservate nella BNF, sono state pubblicate nel 2008 da Valerio (7). I due studiosi, dopo 27 anni dal rinvenimento della nostra carta, hanno ottenuto dalla Biblioteca Nazionale di Francia (BNF),  alcune carte, di cui quelle contraddistinte con T 3.3 e T 3.4, “Cilento” (7), che somigliano alla nostra. Confrontando le due carte del “Cilento”, contraddistinte con T 3.3 e T 3.4 (7), rintracciate alla BNF, dal Valerio (7), con la nostra conservata all’ASN, si vede che la somiglianza è notevole. Somigliano soprattutto i caratteri utilizzati per i numerosi toponimi e nomi dei luoghi, valli, monti e valli. Nel 2008, gli studiosi Vladimiro Valerio e Ferdinando La Greca (7), hanno pubblicato le due carte  contraddistinte con T 3.3 e T 3.4 “Cilento” (7). Come abbiamo già scritto, dall’esame de visu della nostra carta e delle carte Parigine, pubblicate dai due studiosi La Greca e Valerio (7), le Carte Parigine – forse proprio quelle rintracciate dal Galiani – risultano simili ma diverse dalla carta del Cilento da noi rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli. Dunque, Fernando La Greca (…) queste e uniche carte conservate a Parigi pubblica nel suo libro che scrive con il Valerio (…). Le pubblica in “Appendice” al testo da pp. 79 in poi e pubblica in particolare la carta che a Parigi ha la seguente collocazione: “BNF, ‘Cartes et Plans’, GE AA 1305 (6)”. La Greca (…), a p. 79, riguardo queste carte che pubblica, la 1305, la n. 6, nella sua nota (3) in proposito scrive: BNF, ‘Cartes et Plans’, GE AA 1305 (6). La carta è identica a quella esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (ASN), Raccolta Piante e Disegni, cart. XXXII, n. 2.”, riferendosi alla nostra carta in questione illustrata in Fig. 1. E’ evidente anche ad un profano che le due carte si somigliano ma non sono affatto identiche. Anzi. La nostra carta oltre che i caratteri e inchiostro diversi presenta delle vistose parti di colore bianco dovute a strappi che, molto probabilmente denotano la copiatura della stessa originale rispetto a quella copiata e recente che veniva adagiata sull’originale ed incollata in certi punti per farla meglio combaciare.

Alcune mappe esistenti all’ASN dell’ex Fondo Farnesiano

Sulle antiche mappe esistenti all’ASN, sempre dal Valerio (7), nel suo recente saggio del 2016, apprendiamo che nel 1986-87 – quindi sette anni dopo il nostro rinvenimento: “quattro pergamene di contenuto geografico furono ritrovate nel 1986-87 da M. Martullo Arpago, direttrice pro tempore dell’Archivio di Stato di Napoli, durante una ricognizione dei fondi geocartografici dello stesso Archivio (74), e mi furono mostrate durante la schedatura, finalizzata alla realizzazione della mostra e del catalogo ecc..” (14). Vladimiro Valerio (7), nel suo saggio citato, si riferiva al testo ‘Fonti cartografiche nell’Archivio di Stato di Napoli, a cura di…et alii’. In questo testo vennero pubblicate alcune carte esistenti all’Archivio di Stato di Napoli, di cui fu allestita la mostra di cui il testo illustra il Catalogo della Mostra organizzata nel 1987, pubblicato dall’Archivio di Stato di Napoli e a cui ha collaborato pure lui insieme alla Martullo Arpago (14). Le carte presentate ed esposte nella Mostra erano state tutte restaurate dal Laboratorio di Restauro dell’ASN. Nel catalogo della Martullo Arpago vi sono pubblicate alcune carte della “Sezione Diplomatico-Politica” dell’ASN, come ad esempio “Piante e disegni” da pp. 21 e s. ecc.., ma la carta in questione da me trattata non c’è e non viene fatto alcuno accenno. Fra le quattro carte o mappe su pergamena, citate da Valerio e scoperte nel 1987 dalla Martullo Arpago (14), non c’è quella del ‘Cilento’ da me rintracciata e di cui si tratta. Nel testo citato viene fatto un labile accenno da I. Principe che a p. 19 in proposito scriveva che: “anche se due secoli sono passati da quando, a proposito delle carte di Rizzi-Zannoni, l’abate Galiani sosteneva la conoscenza del territorio essere necessaria per una nuova politica di utilizzazione del territorio.”Sulla stessa pubblicazione a p. 21 il Pollastro E., in proposito alle carte esistenti all’ASN, scriveva che: “Alle raccolte della Biblioteca Nazionale di Napoli e della Società Napoletana di Storia Patria si affianca la raccolta di Piante e disegni dell’archivio napoletano costituita dopo il 1943, con lo scopo di integrare le perdite del materiale cartografico già descritto nel ‘Catalogo della Mostra di Topografia Napoletana in onore di Bartolomeo Capasso ordinata in occasione dell’XI Congresso Geografico Italiano, Napoli, 1930, e ….Le carte e i disegni compresi tra gli anni 1563-1964 per un numero complessivo di 1130 esemplari furono recuperati dal materiale disperso per le vicende belliche e identificati dagli architetti Giancarlo Alisio e Donatella Mazzoleni e dagli archivisti con il coordinamento della direzione. Ecc…”. Sempre nel saggio scritto con il La Greca, il Valerio (7), a p. 24 nel capitolo: “Alcune antiche pergamene di origine Aragonese”, in proposito scriveva che: “Tutte le osservazioni desunte dalle copie settecentesche di Galiani troviamo una puntuale conferma in alcune pergamene solo di recente pubblicate, e da me rinvenute nell’Archivio di Stato di Napoli nel lontano 1985 (64). Il velo di mistero sulle pergamene stava per essere definitivamente svelato da questo ritrovamento (65). Si tratta di quattro pergamene raffiguranti le Isole di Ischia e di Procida, una porzione del territorio della Campania, il Gargano e parte del basso Lazio (66).”. Vediamo a quali pergamene il Valerio si riferisce dicendo di averle scoperte nell’Archivio di Stato di Napoli. Il Valerio (7), nella sua nota (64) a p. 24, postillava che: “(64) Durante una ricognizione sulle fonti cartografiche conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, effettuata nel 1985, ebbi modo di riconoscere, in alcune pergamene provenienti dal fondo farnesiano, le mappe topografiche descritte da Galiani. D’accordo con la Direttrice dell’Archivio, dott.ssa Mariantonietta Martullo Arpago, decidemmo di rimandare ad un piùattento studio l’analisi di quelle pergamene, ma da allora nessuno dei due ha più avuto la calma necessaria per ritornare sull’argomento.”. Sempre il Valerio, a p, 24 nella sua nota (65) postillava che: “(65) Su queste pergamene cfr. V. Valerio, Cartography in the Kingdom ecc…,”. Sempre il Valerio, nella sua nota (66) a p. 24 postillava che: “(66) Ecco di seguito una schedatura sommaria delle quattro pergamene, tutte redatte con inchiostro carminio, conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Iconografico 64, 65, 66, 67 (già Archivio Farnesiano, 2114, n.i. 1,2,3 e 4: 64) Isola di Ischia e Procida ecc…”. Dunque queste le mappe scoperte dal Valerio durante una ricognizione effettuata con la Martullo Arpago nel 1985. La nostra mappa non figura e non è stata pubblicata. Il Valerio (7), nel suo recente saggio – non conoscendo la carta da noi rintracciata all’ASN, scriveva in proposito: “Cerchiamo ora d’individuare una possibile datazione delle mappe ricostruendone la storia. Direi che si può iniziare a sgombrare il campo dall’ipotesi che le carte siano state portate a Parigi da Carlo VIII e, ciò, non certo per il fatto che le pergamene che ci interessano siano per il Petrucci delle mere copie, che del resto ben potrebbero esser state eseguite nel regno di Francia a salvaguardia dei documenti originali, quanto invece per la presenza, in esse o tra di esse, di materiale certamente successivo alla venuta in Italia di Carlo VIII (1494-95).. In questo passo, il Valerio (…), scrive che il Petrucci (…): “siano delle mere copie”. Il Valerio (7) nel suo saggio: “La cartografia rinascimentale nel Regno di Napoli: le pergamene Aragonesi” si riferiva ad Armando Petrucci (…) a p. 205, al quale il Valerio aveva scritto per chiedere lumi sulla possibile datazione delle delle carte simili scoperte nel Fondo Farnesiano (…), di cui dirò e in proposito scriveva che:

Petrucci e Valerio, p. 205

Note bibliografiche:  

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ”I Corsivi”, Sapri, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘I Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, A- gosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) (Fig. 1) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta ed ottenuta il 16 maggio 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che volentieri pubblichiamo (Fig. 1); la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Recentemente abbiamo chiesto all’ASN, sulla segnatura e collocazione di questa carta da noi rintracciata nel 1981 e dall’ASN, ci è pervenuta la seguente risposta dal funzionario Dr. Palmieri: “Gent.le Prof. Attanasio, in risposta alla sua email datata 30 gennaio u.s., pervenuta allo scrivente in data 5 febbraio 2018, si comunica che la scheda riporta: ” Campo all’isola di S. Giovanni: pianta topografica fatta riprodurre dall’Abate Galiano dall’ originale francese. (sec. XVIII, 1756 ?) – Biblioteca Nazionale di Parigi.“. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

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(3)(Fig. 4) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig. 1 (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981.

Cattura

(4) Blessich Aldo, per le carte aragonesi si veda per questo autore: ‘La geografia alla corte aragonese di Napoli’, Roma, 1897 (Archivio Attanasio); stà in ‘Napoli Nobilissima’, a. VI, 1897, pp. 59-63 e, pp. 73-77 e, pp. 92-95.

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(4) Blessich Aldo, L’Abate Galiani geografo (1757-1787)’, stà in ‘Napoli Nobilissima’, a. V 1896, fasc. X, pp. 145-150 (Archivio Attanasio)

(5) Caraci G., Segni e colori degli spazi medievali- Italiani e Catalani nella primitiva carto- grafia nautica medievale, ed. Diabasis, 1993.

(6) Brancaccio Giovanni, Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda il capitolo Gli studi geografici e cartografici dell’età aragonese, p. 109.

La Greca e Vladimiro

(7) (Fig. 2) La Greca Ferdinando Valerio Vladimiro, Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 2008, da cui è tratta l’immagine illustrata in Fig. 2; le carte da loro pubblicate sono conservate nella BNF, con la seguente collocazione: “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. 

(…) Valerio Vladimiro, La cartografia rinascimentale del regno di Napoli: Dubbî e certezze sulle pergamene geografiche Aragonesi, stà in…………………. a p. 191; si veda dello stesso autore riguardo le mappe esistenti all’ASN, il Valerio, li ha citati nel saggio: “La Cartografia Rinascimentale del Regno di Napoli, dubbi e certezze sulle pergamene geografiche aragonesi, stà in una Rivista elettronica, Fabrizio Serra Editore, Pisa-Roma, 2016, p. 197.

Valerio

Vitolo Giovanni, Le mappe

(7) Vitolo Giovanni, La rappresentazione dello spazio nel mezzogiorno aragonese a cura di Giovanni Vitolo, ed. Laveglia & Carlone, 2016

(8) Attanasio Francesco, La ‘Bibo ad Sicam’ citata da Cicerone, ivi, vedi nel mese di ‘Agosto 2016’

(9) Brancaccio Giovanni, Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79, parla del Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi; per il Libro di Re Ruggero di al-Idrisi si veda: Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition; si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(10) Natella Pasquale Peduto Paolo, Pixous – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., anno LIII, n. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 486

(11) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e de’ principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri; riguardo invece le sue congetture intorno all’origine di Camerota, si veda p. 122.

(12) De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, ed. Cellini, Firenze, 1882, ristampa anastatica ed. Galzerano, Casal velino scalo, 1995 (Archivio Attanasio)

Mazzantini

(13) Mazzantini Giuseppe, La biblioteca del re d’Aragona in Napoli, Rocca S. Casciano, ed. L. Cappelli, 1897

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(14) Martullo Arpago M.A. – Castaldo Manfredonia M. – I. Principe – Valerio Vladimiro, Fonti cartografiche nell’Archivio di Stato di Napoli, a cura di…et alii, Napoli, Archivio di Stato di Napoli, Stab. Arti TIpografiche, Napoli, 1987

(15) De Marinis T., Per la storia della biblioteca dei re d’Aragona in Napoli, Stab. Tip. Aldino, Firenze 1909

(16) Iuliano Marco, Cartapecore geografiche: cartografia calabra in età aragonese, stà in “Storia della Calabria nel Rinascimento a cura di Simonetta Gualtieri”, 2002 

(17) Asse E., Lettres de’ l’Abbè Galiani a Madame d’Epinay, Paris, ed. Charpentier, 1881; si veda pure: Orsino V., Vita dell’Abbate Ferdinando Galiani – Regio Consigliere, Napoli, 1788.

(18) (Fig. 6) Carta corografica “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s. ID/Cote: GE AA-1305 – feuille 6.”, che pubblichiamo illustrata dalla Fig. 6.”, conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia e pubblicata da La Greca e Valerio nel 2016 (7)

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(19) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, parlando dell’antica città di Avenia, cita il documento notarile (…) (vedi nota 4 di p. 23), al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695″ (1), p. 73 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(20) Marinelli Giovanni, ‘Saggio di Cartografia Italiana ossia catalogo ragionato di carte geografiche, piante e prospetti di città, plastici, ecc. riguardanti la Regione italiana nei suoi confini geografici e storici’, Firenze, ed. Tipografia di M. Ricci, 1894 (Archivio Attanasio)

(21) Belli Vincenzo, A proposito di una carta aragonese (pergamena) contenente le isole di Ischia, Procida e Santo Stefano, stà in la “Rassegna d’Ischia, n. 4, 2013 (Archivio Attanasio)

Catalogo della mostra

(22) Rubino Mazziotti Franco, Catalogo della Mostra di Topografia Napoletana in onore di Bartolomeo Capasso ordinata in occasione dell’XI Congresso Geografico Italiano, Napoli, ed. Archivio di Stato di Napoli, 1930 (Archivio Attanasio)

(23) Jacazzi D., La memoria e l’immagine del territorio napoletano nelle pergamene Aragonesi, stà in “Architettura nella storia”, vol. I, 2008, ed. Skira, tav. VIII-1

(….) Motzo Bacchisio Roberto, Il Compasso da navigare, opera italiana della metà del secolo XIII, prefazione e testo del codice Hamilton 396 a cura di Bacchisio R. Motzo, Cagliari, Università, 1947

Diodati L.,

(…) Diodati L., Vita dell’Abate Ferdinando Galiani regio consigliere, Napoli, Vincenzo Orsino, 1788

(…) Nicolini Fausto, Lettere di (Bernardo Tanucci) a Ferdinando Galiani’, Laterza, Bari, 1914

(…) Almagià Roberto, Monumenta Italiae Cartographica, cit., p. 13, ristampa anastati, ed. Forni, Napoli, ………..(Archivio Attanasio), p. 13,

(…) Mazzetti Ernesto, (a cura di), Cartografia Generale del Mezzogiorno e della Sicilia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1972, p. 233 (Archivio Attanasio)

(…) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20

2 Commenti

  1. Avatar di Felice Esposito Felice Esposito ha detto:

    Ti faccio i miei complimenti per tutte le informazioni che hai pubblicato, che denotano uno studio approfondito e documentato sulla cartografia aragonese.

    1. Avatar di Sapri rouinata Sapri rouinata ha detto:

      Felice buonasera. Nel ringraziarti per i complimenti ti lascio la mia mail: fattanasio@tiscali.it

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