Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sullo sbarco di Giuseppe Garibaldi a Sapri, avvenuto il 3 settembre 1860. Prima di Garibaldi, il 2 settembre 1860 sbarcarono centinaia di garibaldini che Turr portava da Paola via mare. Insieme a Turr arrivarono a Sapri anche alcuni agenti di Cavour. Il Risorgimento italiano è comunemente ricordato dalla maggioranza delle persone soprattutto per l’opera di personaggi come Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II. Tuttavia, insieme ad essi, operarono migliaia di giovani che affrontarono sacrifici e pericoli per la libertà; tra loro i fratelli Magnoni ed i volontari delle brigate destinate agli Stati Pontifici, Parmensi, Milanesi, Bolognesi ed Emiliani, che parteciparono da volontari alla marcia verso la Capitale del Regno borbonico. Le loro vicende personali s’intrecciarono con i più importanti avvenimenti che caratterizzarono l’epopea popolare. Il lettore può così conoscere attraverso quanti rischi e privazioni quella generazione abbia realizzato l’evento più importante della storia italiana: l’Unità d’Italia.

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La Spedizione dei Mille
La spedizione dei Mille fu uno degli episodi cruciali del Risorgimento. Si svolse dal 1860 al 1861 quando un migliaio di volontari, al comando di Giuseppe Garibaldi, partì nella notte tra il 5 e il 6 maggio da Quarto (borgo di Genova e allora Regno di Sardegna), alla volta della Sicilia, che faceva parte del Regno delle Due Sicilie. Lo scopo della spedizione era di rovesciare il governo borbonico e appoggiare le rivolte scoppiate sull’isola. I garibaldini sbarcarono l’11 maggio presso Marsala e, con il contributo di volontari meridionali e a rinforzi alla spedizione, aumentarono di numero, creando l’Esercito meridionale. Dopo una campagna di pochi mesi con alcune battaglie vittoriose contro l’esercito borbonico, i Mille e il neonato esercito meridionale riuscirono a conquistare tutto il Regno delle Due Sicilie, permettendone l’annessione al nascente Regno d’Italia. I Mille sono la più nota delle formazioni garibaldine della campagna nell’Italia meridionale comandata da Giuseppe Garibaldi, durante la Spedizione dei Mille. Furono il primo nucleo dell’Esercito meridionale, che conquistò il Regno delle Due Sicilie per unirlo al Regno di Sardegna, tramite annessione, mediante proclamazione del Regno d’Italia sotto la dinastia di Casa Savoia. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella “Prefazione”, a p. 5, in proposito scriveva: “….”Sapri preannuncia Marsala, il sacrificio ha aperto la strada al trionfo. I venti furono poscia Mille e poscia Legioni. Il sole di Marsala, di Calatafmi, di Palermo, di Milazzo, di Napoli, sorse all’alba di Sapri”. Così i patrioti meridionali, nel 1864, intesero e sentirono il nesso fra le due rivoluzioni, quella di Pisacane, fallita nel ’57, e quella vittoriosa di Garibaldi. Ma quel nesso che essi avevano stabilito era dettato, certamente, più dal sentimento che dalla verità storica. Infatti, a distanza di decenni da quegli avvenimenti, rasserenatesi le passioni, è emersa in piena luce la provvisorietà di quella sintesi, e si è imposto il problema di capire meglio, storicamente, quei fatti; e assieme al problema, naturalmente, le diverse soluzioni. Secondo una nota tesi, che si deve ad Aldo Romano, quella democrazia meridionale che aveva dato luogo all’impresa di Sapri, ed era ispirata alla dottrina rivoluzionaria di Pisacane, non si dissolse dopo il ’57. Essa sostenne compatta la rivoluzione garibaldina del ’60; ma tradita dai troppi compromessi coi moderati, affidò alle nascenti forze socialiste l’eredità del pensiero di Pisacane.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 262, nella nota (84) riferendosi alla “Spedizione di Sapri”, di Carlo Pisacane, del 1857, postillava che: “(84) Si disse meno preparata della garibaldina di Marsala. Ma può dirsi preparata la spedizione di Sicilia, dove pare che Garibaldi non volesse andare ? Il generale pensava a Roma. Si lasciò convincere dal telegramma mostratogli dal Crispi. Comunque non può dirsi preparata una spedizione che contava un migliaio di fucili, 500 sciabole, sei casse di scarpe, ventidue scatole di consommè, un cesto di vermicelli, una cassa di proclami, una bella bandiera, 94 mila lire, 1088 uomini e una donna (la moglie di Crispi). A Genova non si riuscì a trovare nemmeno una carta topografica della Sicilia! Eppure, tremila picciotti si unirono al generale che prometteva terre e libertà.”. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p……, in proposito scriveva che: “I. La Sicilia e i Borboni. L’Italia deve l’emancipazione dal dominio straniero, l’indipendenza, l’unità e la libertà allo spirito d’abnegazione e di sagrificio del suo popolo, all ‘ indomito coraggio de ‘ suoi martiri, al valore de ‘ suoi soldati , al genio de ‘ suoi eroi , al senno de’ suoi uomini di Stato, all’ acuta preveggenza e al patriottico fervore dei principi che or ne moderano i destini. Ma forse più tarda e più lunga sarebbe tornata l’opera della sua redenzione, senza la tristizia incomparabile, la codarda ferocia, l’inettitudine fenomenale, la lurca libidine d’assoluto potere di coloro che per tanto tempo la tennero mancipia e divisa e la conculcarono ignobilmente. I Borboni di Napoli ebbero, coll ‘ Austria e dall’Austria sorretti, il tristo privilegio, di primeggiare fra gli oppressori del bel paese….”. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 95, postillava in nota che: “Questo diario fu scritto giorno per giorno . La parte politica e militare era, dopo la partenza, spedita man mano a Londra al seguente indirizzo: << Mr Freeman , 1 Malden Terrace, Haverstock Hill, N. W. London . ».”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the Thousand = Garibaldi e i Mille”, a pp. 88-90, in proposito scriveva che: “Il Mazzini peraltro trovò la tempra d’uomo necessaria al suo scopo nel Napoletano Carlo Pisacane, nel calabrese Giovanni Nicotera e nel siciliano Rosolino Pilo (1). Il 25 giugno 1857, Pisacane e Nicotera salparono da Genova, in un vaporetto chiamato Cagliari, etc…Il Pisacane perciò sbarcò invece nella prossima isola-ergastolo di Ponza impadronendosene con la sua piccola forza, per mezzo di un abile colpo di mano. Il Pisacane liberò e imbarcò con lui sul ‘Cagliari’ 200 galeotti comuni, oltre una dozzina di condannati politici e un centinaio di soldati della guerra di liberazione (3). Fu con queste forze equivoche che sbarcarono a Sapri. Alcuni liberali dei paraggi tentarono di spargere il grido di ‘Viva Murat’, ma il grido degli invasori era ‘Viva l’Italia, Viva la Repubblica’ (4).”. Treveljan, nella traduzione della Dobelli, a p. 88, nella nota (4) postillava che: “(4) Sapri, 195; Nicotera, 15.”. Treveljan, per “Sapri”, intendeva il testo: “Sapri = Bilotti (P.E.), La Spedizione di Sapri (da Genova a Sanza). 1907” e per “Nicotera” intendeva il testo di: “Nicotera = Mauro (M.), Biografia di Giovanni Nicotera.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “L’anno 1860 fu l’anno glorioso per la nostra Italia, specialmente per il meridione. L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi (1807-1882) capo della famosa “Spedizione dei Mille”, partito da Quarto (Genova) il 5 maggio con due navi, il Piemonte e il Lombardo, era sbarcato l’11 dello stesso mese a Marsala, in Sicilia, per conquistare il Regno di Napoli. Il re Francesco II tentò invano di fare opposizione per tre motivi: l’astuzia di Garibaldi nell’accerchiare il nemico o nell’evitarlo, senza toccare lo stretto di Messina e sbarcando a Melito di Portosalvo in Calabria; la dissoluzione dello Stato e la debolezza del re e l’abbandono dei soldati; il terreno infuocato della rivoluzione, repressa, ma accesa dall’eroismo dei martiri, tra cui il Carducci e il Pisacane, degni precursori del Garibaldi. Questo eroe camminò di vittoria in vittoria finché il I° ottobre, colla battaglia del Volturno, consegnò il Reame di Napoli a Vittorio Emanuele II, Re d’Italia. Francesco II, rifugiatosi nella fortezza di Gaeta, morì nel 1894.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a p. 78, in proposito scriveva che: “Questi ed altri avvenimenti si leggono nei volumi: – Michele Lacava: Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860, Nap. 1895; Raffaele Riviello: Cronaca Potentina dal 1799 al 1882, Potenza, 1891; Mariano D’Ajala: Memorie 1808-1877, Roma, 1877; Sergio De Pilato: Il brigantaggio di Basilicata.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patriotti”. Il testo di De Cesare è “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, dove però il De Cesare, sebbene il testo sia interessante per i tanti documenti trascritti, non parla affatto della marcia di Garibaldi da Paola verso Sapri e, per quella parte, si rifà quasi integralmente al testo di Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che avevo redatto per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), a p……, in proposito scrivevo che: “…………”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 379-380 e ssg., liquida così in poche brevi parole la sua marcia per le Calabrie, Basilicata e Salernitano: “La nostra marcia lungo le Calabrie fu un vero e splendido trionfo, progredendo celeremente tra marziali e fervidissime popolazioni, una gran parte delle quali già in armi contro l’oppressore borbonico. A Soveria mise giù le armi la divisione Vial, forte di circa ottomila uomini, dandoci un materiale immenso in cannoni, moschetti e munizioni. La brigata Caldarelli capitolò colla colonna calabrese di Morelli a Cosenza. Infine dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le mie colonne che non potevan raggiungermi per quanto procedessero a marcie forzate, io giunsi nella bella Partenope.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a p. 187, in proposito scriveva che: “Molto si è ricamato sul portento della conquista di mezzo regno in diciotto giorni. Sempre questo reame fu facile a conquistare, e difficile a tenere: Enrico VI etc…, e ora dopo il ’60; chè le popolazioni si gittano su’ monti alla brigantesca contro il dominio straniero.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 186, in proposito scriveva che: “La fine del Regno Borbonico. Alla fine del settembre 1860, sotto l’azione congiunta dei due eserciti esterni, quello garibaldino e quello regolare sardo, il secolare regno di Napoli si sfasciò, grazie anche all’adesione del paese in ogni suo strato. La storiografia ha dato la spiegazione del perchè il processo unificatore, durante la risalita garibaldina verso Napoli, apparve una vera e propria improvvisazione: ed è che, fin quando era vissuto Ferdinando II, egli, nella coscienza della sua indipendenza e nel suo ostinato isolamento, aveva mostrato di saper controllare il vecchio apparato amministrativo del regno, facendo credere che l’ancien regime potesse protrarsi nel tempo. Negli ultimi anni di regno di Ferdinando II, la vita intellettuale e morale espressa nel Mezzogiorno d’Italia fu orientata verso l’esterno e contro la dinastia borbonica. Quanto di vivo vi era nella classe dirigente meridionale venne infatti orientato sia verso la condanna dei Borboni, sia verso il ripudio di ogni autonomia del Mezzogiorno, scegliendo la via piemontese all’Unità…(p. 189 Il Mezzogiorno portò tuttavia nell’Italia unita, le insufficienze ed i profondi squilibri della sua economia, che la politica dell’assolutismo borbonico non aveva risolto.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 74, in proposito scriveva: “La II° Guerra dell’Indipendenza d’Italia (1859) portò l’annessione della Lombardia al Piemonte; le popolazioni della Toscana, della Romagna, delle Marche, con plebiscito, proclamarono l’annessione delle proprie regioni al regno d’Italia con a capo Vittorio Emanuele II. Mancava il regno delle Due Sicilie che era ancora feudo del Borbone. Giuseppe Garibaldi ruppe ogni indugio e col tacito consenso del Ministro Cavour, e invitato dai patrioti siciliani, il 5 maggio 1860, …salpò da Quarto (Genova) e sbarcò in Sicilia a Marsala con le sue Camicie Rosse.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo “C. Chizzolini di Capitello”, ma egli errava perchè non si tratta di “Capitello”, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina. Andrea Gulielmini (….), nel suo, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877, a p. 11, in proposito scriveva: “I pericoli, gli ostacoli, anzi la quasi impossibilità di quel titanico ardimento, lo fanno più glorioso, perchè attestano la serena premeditazione del martirio. Quei prodi andarono a morire per svegliare i dormienti.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nella “Prefazione”, a p. V scriveva: “Ai primi del 1860, gli esuli siciliani del 1849, R. Pilo, G. La Masa, F. Crispi, tentarono di convincere Garibaldi a mettersi a capo di una impresa extra legale, della liberazione della Sicilia, e riuscirono ancche a persuadere il re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, di consentire che la spedizione fosse preparata in territorio piemontese. Così, non ostante le esitazioni di Garibaldi, desideroso di non allungare la lista dei tentativi mazziniani falliti, e l’opposizione del Cavour, che non si sentiva di compromettere l’opera fino allora perseguita, l’impresa venne deliberata. Un migliaio di volontari, in parte reduci dalla guerra del 1859, in parte stranieri, irregolari della lunga lotta che da anni si combatteva in Europa, per il trionfo dei principi della libertà e della nazionalità, la mattina del 5 maggio 1860, s’imbarcavano clandestinamente a Quarto, non lntano da Genova, e sei giorni dopo sbarcavano sulla costa occidentale della Sicilia, a Marsala…..Il successo ridonò al governo piemontese e al Cavour l’ardire di cui poco prima essi avevano mancato: non soltanto i volontari accorrono numerosi, ma la loro partenza è favorita, organizzata dal governo di Torino. Rinforzato da questi aiuti, due mesi più tardi, Garibaldi, dopo aver spezzato tutte le resistenze borboniche, valicava lo Stretto e metteva piede sulla parte continentale del paese. Da questo momento ha principio l’incredibile collasso interno del regno, che farà di questa seconda fase dell’impresa quasi una passeggiata militare.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nella “Prefazione”, a p. VI, in proposito scriveva: “Rinforzato da questi aiuti, due mesi più tardi, Garibaldi, dopo aver spezzato tutte le resistenze borboniche, valicava lo Stretto e metteva piede sulla parte continentale del paese. Da questo momento ha principio l’incredibile collasso interno del regno, che farà di questa seconda fase dell’impresa quasi una passeggiata militare….Quali le cause dell’improvviso crollo del più antico e maggiore stato d’Italia ? Come si spiega la rapida sconfitta di uno dei più numerosi eserciti degli stati italiani ? C’erano particolari forze che travagliavano da più tempo la società napoletana, e che l’avevano corrosa e minata? C’era stata una trasformazione della compagine dello stato, che aveva alimentato il vecchio equilibrio sociale, senza riuscire a crearne uno nuovo, e che a lungo andare ne aveva reso vacillante la struttura? A queste e altrettanti domande tenta di rispondere il presente lavoro.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), soli in grado di porre un freno ai tumulti, e in Garibaldi vedono l’unico uomo che in quel momento possa far rispettare la proprietà e mettere fine ai disordini. Così, contadini e proprietari, popolo minuto e borghesi, operai e professionisti, per motivi diversi e talora opposti, associano al nome di Garibaldi l’idea della ‘liberazione’: affrancamento della servitù per gli uni, restaurazione dell’ordine per gli altri. E, accorrono, “nobili e plebei, proprietari e commercianti”, a combattere pel “riscatto della patria”(93).”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) A Potenza, il 19 agosto, si era formato un governo prodittatoriale (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc…, cit., p. 120; A. Romano-Manebrini, Documenti sulla rivoluzione di Napoli, ecc.., cit., p. 60). Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; e la narrazione di A. de Meo, in A. Alfieri d’Evandro, Della insurrezione nazionale del Salernitano, ecc..ecc.., cit., pp. 58-66). Ad Altamura, il 30 Agosto, è proclamato il governo provvisorio (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc.ecc.., cit., pp. 168-169).”. Demarco, a p. 183, nella nota (93) postillava: “(93) Dal preambolo dell’ordine del giorno del gen. T. De Dominicis, Vallo, 4 settembre 1860 (Il Garibaldi, n. 14, 6 settembre 1860, p. 54; v. anche la corrispondenza da Altamura ne ‘La opinione nazionale’, n. I, n. 34, 4 settembre 1860, p. 136).”. Demarco, continuando il suo racconto scriveva: “Le province aiutavano in tal modo la marcia dell’esercito garibaldino. Ai primi di settembre del ’60, nel Cilento, in casa del barone Mazziotti, si proclamava la decadenza di Francesco II. E nella capitale “la rivoluzione non attendeva che il segnale per manifestarsi” (94). Imbarcandosi per Gaeta, il 6 settembre, il sovrano denunziava in un proclama di protesta ai potenti d’Europa l’occupazione del regno da parte di un “ardito condotttiero” con tutte le “forze” di cui disponeva l’Europa “rivoluzionaria”, invocando il nome di un sovrano d’Italia”(95). In questo tramonto rossoreggiante di ambizioni, di speranze, di odi, di furore, di desideri, di paure, si chiude il regno dell’ultimo sovrano delle Due Sicilie. Ma “scacciare un re dal trono non è rivolzione; la rivoluzione si compie quando le istituzioni, gli interessi, su cui quel trono si poggiava, si cangiano”(96).”. Demarco, a p. 184, nella nota (94) postillava: “(94) N. Nisco, Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860, ecc.., cit., libro III, p. 112.”. Demarco, a p. 184, nella nota (96) postillava: “(96) C. Pisacane, Saggio su la rivoluzione, ecc..ecc…, p. 233”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 177-178, in proposito scriveva: “Nel periodo che dalla restaurazione va al 1860 (71), le forze della borghesia fondiaria, etc…”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), etc…”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; “. Infatti, Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”.
FONTI bibliografiche:
Antonio Guarasci (….), nel suo “La spedizione dei mille in Calabria – Aspetti e problemi di storia Cosentina”, estratto da “Calabria nobilissima”, n. 41-42, 1961, a p. 39, nella nota (46) postillava che: “(46) Sulla marcia di Garibaldi in Calabria oltre al lavoro di C. Agrati, Da Palermo al Volturno, Milano, 1937, gli studi e le fonti più recenti sono quelli contenuti nella raccolta degli ‘Atti del 2° Congresso storico calabrese (Napoli, 1961): E. De Palma, Alcuni aspetti del 1860 in Calabria e nel Mezzogiorno; G. Cingari, Lo stabilimento di Mongiana nella crisi del 1860; G. Aromolo, La difesa borbonica delle coste Calabre e lo sbarco di Garibaldi; C. Nardi, S. c.; A. Serra, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille; A. Pepe, La marcia di Garibaldi in Calabria nel 1860 e la sua deviazione per Sapri. A queste bisogna aggiungere la recentissima e informatissima ‘Storia del Regno di Napoli (in continuazione di quella di Pietro Colletta) di Francesco De Fiore, già citata, e pubblicata da A. F. Parisi in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’, fasc. cit.”. Si tratta di un saggio di Antonio Emilio Parisi, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, (Roma, a. 1957, fasc. I-II; anno XXIX, 1960, fasc. I; e 1960, fasc. II pp. 117-135), in cui il Parisi pubblicò il manoscritto di Francesco De Fiore (….), “Continuazione della Storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta”. Il saggio del Parisi è interessante ma riguarda i fatti di Reggio e di Soveria. Benedetto Croce (….), nel suo Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza & Figli, Bari, 19….. condannò le opere “patriottarde e umanistiche” di Pietro Colletta, Carlo Botta e Vincenzo Cuoco, in quanto storicamente incongruenti e non imparziali, pur avendo esse propugnato idee moderne quali l’anticlericalismo, la libertà e l’uguaglianza e avendo in tal modo contribuito al progresso. Francois Lenormant (….), nel 1866 fu in Italia allo scopo di studiare le antichità della Lucania e della Puglia, soprattutto l’antica Terra d’Otranto. A Lecce e in provincia, guidato da Filippo Bacile, rilevò e disegnò alcuni trulli o truddhri salentini, conosciuti come pajare. Nel 1879 visitò la Calabria partendo da Taranto; nel 1882 attraversò la Basilicata partendo da Catanzaro con destinazione Napoli. I suoi viaggi nel sud Italia sono descritti nei suoi reportage di viaggio, À travers l’Apulie et la Lucanie e La Grande Grèce. Quest’ultima opera ne ispirò almeno altre due: “Sulla riva dello Jonio” di George Gissing e “Old Calabria” di Norman Douglas. Sia Gissing sia Douglas ripercorsero infatti lo stesso itinerario di Lenormant, alla ricerca dei luoghi e dei personaggi descritti dall’archeologo francese. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg. Il testo di George Gissing (….) è George Gissing, By the Ionian sea : notes of a ramble in Southern Italy, London, Chapman and Hall, 1901 e Norman Douglas, Old Calabria, London, Secker, 1915. Oltre ai seguenti autori, Luigi Rossi (….), nel suo “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di…, ed. Plectica, Salerno, tip. Cava de Tirreni, 2005. F. Franco, La rivoluzione garibaldina del 1860 nel Salernitano, Rufolo e Cantelmo, Salerno, 1959. R. Soriga, Dalle memorie di Gaetano Sacchi /1849-1860), in “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, marzo-giugno, 1913, pp. 37-8. L. Quandel-Vial, Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabria dal 23 luglio al 6 settembre 1860, Tip. degli Artiglieri, Napoli, 1900, e a quelli che io stesso ivi citerò, sono stati consultati i seguenti: Mario Menghini, “La Spedizione garibaldina in Sicilia e di Napoli”, 1907; Maxime Du Camp, “La Spedizione delle due Sicilie”; Giuseppe Cesare Abba, “Storia dei Mille” e “Da Quato al Volturno”; John Witehead Peard, Journal, etc…Un’altro testo di cui consiglierei la lettura è Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”. Nella prefazione Raffaele De Cesare ci parla di un “Memor” un suo amico ma nel testo di Treveljan tradotto dall Dobelli, a p. 424 si postillava: “De Cesare, F. di P. = De Cesare (R.) – Una famiglia di patriotti. 1889. E’ la miglior narrazione, attinta alle fonti locali, della marcia di Garibaldi da Reggio a Napoli, e dell’insurrezione calabrese.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “Fra i molti scrittori, i quali, più o meno confusamente, descrissero quella marcia, vanno eccettuati Giacomo Racioppi e Michele Lacava, le cui narrazioni sono abbastanza precise e documentate. Da Rotonda, dove giunse il 2 settembre, Garibaldi scese alla marina di Scalea, dove s’imbarcò.”. Infatti, Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 138 e ssg., in proposito scriveva che: “……..”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc….”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 880, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Di tutti i componenti non ricordo i nomi ma sono tutti registrati nella ‘Cronistoria’ di Michele Lacava, miniera di notizie e documenti di quel tempo, e nel libro di Racioppi sui moti di Basilicata.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a p. 78, in proposito scriveva che: “Questi ed altri avvenimenti si leggono nei volumi: – Michele Lacava: Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860, Nap. 1895; Raffaele Riviello: Cronaca Potentina dal 1799 al 1882, Potenza, 1891; Mariano D’Ajala: Memorie 1808-1877, Roma, 1877; Sergio De Pilato: Il brigantaggio di Basilicata.”. White Mario Jessie, Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra; Garibaldi e i suoi tempi, illustrazioni di Edoardo Matania, Treves, Milano, 1884; White Mario Jessie, In memoria di Giovanni Nicotera, ed………..La White attinse all’archivio privato di Agostino Bertani, di cui le carte gran parte oggi si trovano conservate per donazione del Bertani al Comune di Milano. Si veda anche Pizzolorusso Antonio, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885 (vedi ed. Ripostes), Salerno, 2001. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 449, in proposito scriveva che: “Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata, con documenti nuovi e importanti, in un libro , dedicato alla famiglia Morelli, che tanta parte ebbe in quegli avvenimenti.”. De Cesare, a p. 449, nella nota (I) postillava: “(1) R. De Cesare, op. cit.”. Si tratta del testo: “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, Roma, ed. Forzani, 1889. Francesca Bellavigna (….), nel suo “I Diari di Eleonora Ludolf Pianell (1863-1891)”, stà in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, Napoli, ed. 2004, vol. CXXII, nella sua Introduzione, a pp. 605-606, in proposito scriveva: “In questo filone di ricerca si collocano i ventisei Diari di Eleonora Ludolf Pianell che fanno parte del Fondo Manoscritti del Gen. Pianell, presente presso la Società Napoletana di Storia Patria. Nel 1901 infatti Eleonora, vedova del Generale, donava alla Società le carte ufficiali appartenute al marito riguardanti la sua carriera militare nell’esercito borbonico. Nel 1906, con una seconda donazione, consegnava alla stessa Società i suoi ventisei Diari, che vanno dal 1863 al 1891. Non furono donati alla Società Napoletana i Diari degli anni precedenti….la stessa Eleonora nel 1902 pubblicò alcune pagine scelte dei Diari unitamente ad alcune lettere del marito con il titolo: Il generale Pianell, memorie (1859-1892), Firenze, Barbèra, 1902….I Diari di Eleonora Ludolf Pianell sono ventisei semplici quaderni, scritti fitti fitti,….Nei Diari di Eleonora Ludolf Pianell si ha come una parziale continuazione della vita del Gen. Pianell. Fino al 1860 sono i documenti ufficiali militari che ci rimandano la figura dello stratega ed anche nelle pagine dei Diari si registra spesso l’assenza del generale, che preferiva trovarsi in mezzo ai suoi soldati in guerra o ai campi militari, etc..”. Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “……..”. Renato Dentoni Litta (….), nel suo “Echi garibaldini nell’Archivio di Stato di Salerno”, nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a pp. 298-299, in proposito scriveva che: “La documentazione di un altro ufficio, il Governatorato, che nasceva proprio con un decreto di Garibaldi, quale dittatore delle Due Sicilie, fornisce altre utili indicazioni: un primo decreto del 12 settembre 1860 dichiara i Governatori delle provincie “le prime autorità civili e amministrative con cessazione delle funzioni degli Intendenti”….Etc…L’attività di questi primi giorni del governatorato fu certamente convulsa, come testimoniano alcuni dei primi documenti che recano ancora il sigillo borbonico frettolosamente annullato con un tratto di penna.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 576, in proposito scriveva: “Chiudiamo qui la presente opera senza avventurarci a sperare di avere con essa data una storia completa della guerra per l’indipendenza e l’unità d’Italia. Se non siamo riesciti a trovare e narrare la verità in tutti i punti, abbiamo almeno sempre inteso a non fare omaggio che ad essa.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 133, in proposito scriveva che: “Consultando un qualsiasi testo scolastico, delle medie superiori o delle superiori, in cui viene proposto l’iter fatto da Garibaldi durante la “Spedizione dei Mille”, si noterà che non è riportato il suo passaggio dal golfo di Policastro. Perché questa deficienza ? Una scorciatoia ? Una cosa ininfluente? Una dimenticanza ? Un errore ? Oppure un’ignoranza ? Chi lo sa ! Un tassello, questo, che alla maggioranza manca, ma non per colpa di ciascuno, bensì per colpa della scuola, dei suoi programmi e dei suoi testi.”. Alla corretta riflessione del Policicchio, devo aggiungere che, purtroppo, le notizie storiche sul “passaggio di Garibaldi dal Golfo di Policastro”, non solo, a mio avviso, è poco corretto parlare di “golfo di Policastro”, bensì di Sapri, Vibonati e Torraca, ma, le notizie storiche non solo non appaiono e vengono censurate sui “testi scolastici, delle medie superiori o delle superiori”, ma il passaggio di Garibaldi e delle truppe garibaldine trasportate da Paola a Sapri da Turr e da Rustow non vengono menzionate dai maggiori testi di storia attuali. Anche i più recenti studi e testi pubblicati a stampa si occupano poco o niente di questi eventi, forse giudicandoli marginali, ma come ha giustamente notato Policicchio: “…il passaggio dal golfo di Policastro fu la mossa più astuta, anche se senza combattimento, messa in atto da Garibaldi durante l’intera Spedizione.”. Policicchio ha ragione anche quando scrive che: “Perché questa deficienza ? Una scorciatoia ? Una cosa ininfluente? Una dimenticanza ? Un errore ? Oppure un’ignoranza ? Chi lo sa ! Un tassello, questo, che alla maggioranza manca, ma non per colpa di ciascuno, bensì per colpa della scuola, dei suoi programmi e dei suoi testi.”. Ricordiamoci l’importanza di questi fatti accaduti con Pisacane e con Garibaldi, prodromici per l’Unità d’Italia, non vengono a mio avviso celebrati doverosamente dalle istituzioni e vengono poco trattati dagli stessi Insegnanti di Storia negli Istituti Superiori, giacché i nostri ragazzi, i ragazzi del Cilento, conoscono molto poco questi fatti. A queste considerazioni devo aggiungere che recentemente sono fiorite alcune pubblicazioni che poco anno a che fare con la Storia e con i fatti. Ad esempio, il testo di Riccardo Finelli, e del suo “150 anni dopo ai quaranta all’ora sulle tracce di Garibaldi”, che, sulla scorta del tortorese Michelangelo Pucci (….), ci fa un racconto distorto di quei convulsi giorni.
TESTIMONI OCULARI CHE PERTECIPARONO ALLA MARCIA DI GARIBALDI
Il colonnello polacco WILHELM (GUGLIELMO) RUSTOW, ufficiale garibaldino, comandante del corpo “Rustow” che si unì alla Divisione Turr
Da Wikipedia leggiamo che Rüstow è nato a Brandeburgo sulla Havel nel Brandeburgo entrò nell’esercito prussiano e prestò servizio per alcuni anni, fino alla pubblicazione di Der deutsche Militärstaat vor und während der Revolution (Zurigo, 1850). Rüstow partecipò alla rivoluzione del 1848. Fu condannato da una corte marziale a 32 anni e mezzo di reclusione in fortezza, ma riuscì a fuggire in Svizzera, dove ottenne un incarico militare. Nel 1857 fu nominato maggiore. Tre anni dopo Rüstow partecipò alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi come colonnello e capo di gabinetto . A Rüstow si devono attribuire le vittorie di Capua (10 settembre 1860) e Volturno (1 ottobre 1860). Alla fine della campagna in italia meridionale si stabilì a Zurigo. Tre anni dopo Rüstow partecipò alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi come colonnello e capo di gabinetto . A Rüstow si devono attribuire le vittorie di Capua (10 settembre 1860) e Volturno (1 ottobre 1860). Alla fine della campagna in italia meridionale si stabilì a Zurigo. Allo scoppio della guerra franco-prussiana del 1870, offrì i suoi servigi alla Prussia, ma fu respinto. Nel 1878, alla fondazione di una cattedra militare a Zurigo, Rüstow fece domanda per il posto, ma insegnò solo per un breve periodo. La cattedra venne definitivamente data ad un altro ufficiale Emil Rothpletz, per questo motivo Rüstow si suicidò ad Aussersihl vicino a Zurigo. Scrisse numerose opere di storia militare, di strategia e tattica militare.
- La Guerre Italienne (1862)
Della sua opera esistono alcune versioni tradotte di cui innanzi riporto i brani che interessano lo sbarco di Sapri. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861); Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860; il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Rustow = Rustow (W.) – La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente, con 8 carte e piani. Versione del dottor G. Bizzonero. Milano, Tip. G. Civelli, 1862. E’ una traduzione del libro del Rustow ‘Erinnerung aus dem Italienischen Feldzuge von 1860. L’ultima parte della campagna è tutta di prima mano.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Nel 1° Settembre arrivò a Paola il generale Turr. Il corpo di Rustow fu per ordine di Garibaldi unito alle ore 15. divisione comandata da Turr e dovette quindi, in quanto bastavano i navigli presenti, imbarcarsi tosto per Sapri per guadagnare ancora più tempo, e formar per tal guisa l’avanguardia di tutto l’esercito. Vennero quindi imbarcati nella sera del 1. Settembre circa 1500 uomini, cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma; dovendo il resto della brigata Parma seguire il più presto possibile, ed anche quella di Bologna, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Le precedenti incertezze, e poi questa decisione, non potevano che facilitare notevolmente le operazioni di Garibaldi, il quale, giunto a Sapri, ordinava senz’altro al generale Rustow di avanzare con la sua brigata Milano, la prima che in quel momento si trovava già pronta e ordinata, per guadagnare rapidamente la strada consolare.“. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Da un’altra parte Rustow nella sua storia scritta in tedesco, poi tradotta in italiano (1), parla “del suo lavoro, il cui tema consisteva nella organizzazione di un piccolo esercito per combattere Lamorcière.” Ma stabilito altrimenti nei decreti della provvidenza, Rustow lo condusse in salvo e, secondo lui, a lui solo si devono le gesta della legione sul Volturno. Bertani non è nominato neppure una volta. Ora la verità è che tutti i comitati di provvedimenti aiutarono; Giacomo Sani intendente assiduo ed esperto contribuì assai; Bertani e sotto i suoi ordini Rustow ordinarono militarmente le brigate, e sul Volturno Rustow e i valorosi che le componevano fecero il loro dovere. Ma Bertani, il quale non leva mai a nessuno il suo merito, anzi fregiò molti col proprio, fu quello che creò, spedì o condusse a Garibaldi le legioni. E l’aver ordinato la rivoluzione nel Regno e nel Pontificio è pur lavoro suo, nè Domeneddio può togliergli quella gloria.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione. Così egli divenne mio superiore. All’aspetto lo si prendeva per un professore, dalla faccia barbuta, e quegli occhiali sul naso impiastricciato di tabacco, aveva spirito e lingua pronta, grande ammirazione pel bel sesso, grande inclinazione pel buon vino. Alla divisione però fece molto bene.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Lo storico tedesco Guglielmo Rustow ci dà, al riguardo, particolari minuti e precisi. Egli era giunto il 1° luglio a Genova ed era stato fatto Capo di Stato maggiore del Corpo che si stava formando, del quale era comandante il colonnello Luigi Pianciani, uomo non di guerra ma di saldi principi mazziniani e che, come il Maestro, faceva in tale occasione tacere le sue idee repubblicane. Costui pubblicò in quello stesso 1860 una storia della prima parte della sua spedizione – Dell’andamento delle cose in Italia – che con quanto ne scrisse il Rustow forma la fonte principale al riguardo….”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnello G. Rüstow, che avevano specialmente diretta l’organizzazione.“.
Il generale ISTVAN (STEFANO) TURR

Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr. E’ qui doveroso ricordare la bella ed eroica figura di Soldato e di patriota del Generale Turr. Per quanto nato (nel 1825) in Ungheria da genitori ungheresi e perciò di nazionalità magiara, egli è pure annoverato nella storia del nostro Risorgimento come uno dei suoi prodi artefici. Egli fu di quella numerosa schiera di volontari magiari che nel 1849 disertarono dall’esercito austro-ungarico per passare nelle file di quello sardo-piemontese. Malgrado che per un complesso di circostanze la formazione dei volontari magiari avesse avuto uno scarsissimo impiego sul campo di battaglia della “fatal Novara”, pure una legione di volontari ungheresi, della quale faceva parte il Turr si ricostituì di nuovo in Piemonte nel 1859. Essa venne immessa tra le fila garibaldine dei “Cacciatori delle Alpi” e partecipò con essa attivamente alla nostra seconda guerra di Indipendenza. Nel combattimento del 16 giugno a Treponti l’allora colonnello Stefano Turr fu gravemente ferito; ciò diede modo a Giuseppe Garibaldi di renderlo ancora più caro e quando lo seppe ristabilito, lo invitò ad essere suo prezioso collaboratore nella spedizione dei “Mille”. Terminata la guerra nell’Italia meridionale il generale garibaldino Stefano Turr ottenne di essere inquadrato nell’Esercito piemontese e nel 1862 Vittorio Emanuele II lo volle suo aiutante in campo. Collocato in disponibilità quando nel 1867 fu definitivamente sciolta la legione ungherese, Stefano Turr, che già era passato a fauste nozze con Adelina Wjse Bonaparte, cugina di Napoleone III, rese ancora utili servizi al Governo italiano nel campo diplomatico, facendosi promotore di una sua idea di arrivare a conciliare l’Austria con l’Italia. Etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 444, in proposito scriveva che: “Rustow, Brig. Mil. = Rustow (Wilhelm) – La brigata “Milano” nella campagna dell’Italia meridionale del 1860. Versione dal tedesco. Eliseo Porro. Milano, tip. Salvi, 1861. Versione italiana del Die Brigate Milano, 1860. Il Rustow, un esule tedesco, era al comando di questa brigata o meglio piccolo battaglione “Milano”, già affidato al comando del Pianciani, poi a quello del Turr, a Sapri e al Volturno. Importante.”. Da Wikipedia leggiamo che István Türr, conosciuto in Italia come Stefano Turr (Baja, 10 agosto 1825 – Budapest, 3 maggio 1908), è stato un militare e politico ungherese. Divenne noto in Italia per la grande parte avuta nella campagna dei Cacciatori delle Alpi e nella spedizione dei Mille. Nel 1859 combatté in Italia come capitano dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, che lo tenne sempre in grande stima. L’anno successivo lo seguì alla spedizione dei Mille: fu promosso generale di divisione dell’Esercito meridionale e venne gravemente ferito. Scelto da Garibaldi quale governatore di Napoli svolse un certo ruolo nella preparazione e nello svolgimento del plebiscito del 21 ottobre 1860. Nominato generale di divisione dell’esercito sabaudo, fu collocato in aspettativa nel dicembre 1861 e un anno dopo fu nominato Aiutante di campo onorario di re Vittorio Emanuele II. Massone, fu membro della Loggia “Dante Alighieri” di Torino e Gran maestro del Grande Oriente Ungarico in esilio, di cui Lajos Kossuth fu Gran maestro onorario . Da Wikipedia leggiamo che Stefano Turr, nel 1859 combatté in Italia come capitano dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, che lo tenne sempre in grande stima. L’anno successivo lo seguì alla spedizione dei Mille: fu promosso generale di divisione dell’Esercito meridionale e venne gravemente ferito. Scelto da Garibaldi quale governatore di Napoli svolse un certo ruolo nella preparazione e nello svolgimento del plebiscito del 21 ottobre 1860. Nominato generale di divisione dell’esercito sabaudo, fu collocato in aspettativa nel dicembre 1861 e un anno dopo fu nominato Aiutante di campo onorario di re Vittorio Emanuele II. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 194-195, in proposito scriveva che: “Per tal modo le forze raccolte da Bertani a servizio partito estremo mazziniano cadevano sotto il governo del Turr, il più cavouriano degli ufficiali garibaldini.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 10, in proposito scriveva che: “Come Garibaldi decise di arrischiare l’impresa, chiamò a sè il colonnello ungherese Stefano Turr, nel quale riponeva tutta la sua fiducia e confidenza, e gli comunicò il suo pensiero….Lo stesso progetto Garibaldi confidava ad un suo provato d’armi, il colonnello Sacchi che fin dal 1842 aveva diviso con lui i pericoli, le fatiche e le glorie di un lungo assedio, e di una guerra eroica a Montevideo etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 451-452, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Questa è la vera storia della spedizione del golfo degli Aranci; nè saremo entrati in tanti particolari senza la persistenza di Turr nel dare a credere che ‘egli’ e la sua ‘divisione’ fossero gli unici al soccorso di Garibaldi nelle vicinanze e nell’entrata a Napoli; mentre non aveva seco che la ‘dimessa spedizione’ già condotta a Paola. A leggere l’immenso volume di 496 pagine, intitolato ‘Storia della 15ma divisione Turr, si direbbe che tutto fece lui e senza di lui nulla si fece. Egli invece dal 2 luglio, quando lasciò Palermo per incomodi di salute, non ebbe comando attivo se non dopo il 7 settembre per domare la reazione in Ariano; poi il 19, disgraziatamente, sul Volturno, nell’assenza di Garibaldi che era a Palermo….Da un’altra parte Rustow nella sua storia scritta in tedesco, poi tradotta in italiano (1), parla “del suo lavoro, il cui tema consisteva nella organizzazione di un piccolo esercito per combattere Lamorcière.” Ma stabilito altrimenti nei decreti della provvidenza, Rustow lo condusse in salvo e, secondo lui, a lui solo si devono le gesta della legione sul Volturno. Bertani non è nominato neppure una volta. Ora la verità è che tutti i comitati di provvedimenti aiutarono; Giacomo Sani intendente assiduo ed esperto contribuì assai; Bertani e sotto i suoi ordini Rustow ordinarono militarmente le brigate, e sul Volturno Rustow e i valorosi che le componevano fecero il loro dovere. Ma Bertani, il quale non leva mai a nessuno il suo merito, anzi fregiò molti col proprio, fu quello che creò, spedì o condusse a Garibaldi le legioni. E l’aver ordinato la rivoluzione nel Regno e nel Pontificio è pur lavoro suo, nè Domeneddio può togliergli quella gloria.”. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 145-146 scriveva che: “Il contingente straniero della 15° Divisione, già così ricco, si accrebbe, con la Spedizione Pianciani, che approdò in quei giorni a Messina. Appunto allora ci venne nientemeno che lo storico Guglielmo Rustow. Poichè gli avvolgimenti della diplomazia, ed alte influenze sventarono il disegno originario della spedizione, quello cioè di gettarsi sulle coste pontificie, e i suoi capi, il Pianciani e il Bertani, si dimisero, le brigate, di cui essa si componeva, vennero distribuite fra i comandi dell’esercito meridionale. Il colonnello Rustow, che era con il Pianciani, rimasto quindi in disponibilità, fu chiamato dal Turr a disimpegnare le funzioni di capo di stato maggiore della sua divisione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: “LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per se considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Turr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato, l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Je vois le général Turr. Il est venu de Cosenza ȧ Paola pour presser le départ des troupes qui s’y trouvent. Le patriote hongrois , bien que tout jeune encore , a su , par son courage et son intrépidité, joints à de sérieuses connaissances dans l’art militaire, mériter le grade de général de division. Il a des dehors très-sympathiques et il possède pour le moins autant l’affection detous les volontaires que la confiance de son chef. Garibaldi , m’assure – t -on , avance sur Naples sans rencontrer aucun obstacle. Etc…”, che tradotto significa: “Vedo il generale Turr. È venuto da Cosenza a Paola per sollecitare la partenza delle truppe. Il patriota ungherese, sebbene ancora molto giovane, si è guadagnato il grado di generale di divisione per il suo coraggio e la sua intrepidezza, uniti alla sua seria conoscenza dell’arte militare. Ha un aspetto molto simpatico e gode almeno tanto dell’affetto di tutti i volontari quanto della fiducia del suo comandante. Garibaldi, mi è stato assicurato, sta avanzando su Napoli senza incontrare alcun ostacolo. Etc…”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 182, in proposito scriveva:“Il fatto è che l’unica cavalleria seria a quel tempo era quella del generale Turr, composta da ungheresi, eccellenti e instancabili cavalieri che rendevano un grande servizio e che avevano l’aspetto più pittoresco con le loro uniformi verdi e rosse e i loro grandi stivali da cavallerizzo.”.
LUIGI PIANCIANI

Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani, esule in Francia e a Londra collaborò alle iniziative mazziniane. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. La spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud, non vedendo attuato il piano inizialmente previsto il Pianciani si dimise. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d ‘ una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Egli era giunto il 1° luglio a Genova ed era stato fatto Capo di Stato maggiore del Corpo che si stava formando, del quale era comandante il colonnello Luigi Pianciani, uomo non di guerra ma di saldi principi mazziniani e che, come il Maestro, faceva in tale occasione tacere le sue idee repubblicane. Costui pubblicò in quello stesso 1860 una storia della prima parte della sua spedizione – Dell’andamento delle cose in Italia – che con quanto ne scrisse il Rustow forma la fonte principale al riguardo particolari minuti e precisi.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 261, in proposito scriveva che: “I vapori della spedizione erano otto, e due di essi avevano a rimorchio due velieri, sì che formavano una squadra di dieci legni in tutto. Se n’era dato il comando supremo al colonnello Pianciani perché coloro sui quali si er contato dapprima, Medici, Cosenz, Sacchi, erano già partiti per l’Isola. Anche un colonnello Charras francese s’era limitato a suggerire un piano che non pare fosse disposto a metter personalmente in atto. Dell’essere venuti a mancare questi capi, il Mazzini si lagnava col Crispi in una lettera del 18 luglio: “….Eravamo già pronti due o tre volte quando cenni imperiosi di Garibaldi etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: “Dice il Pianciani che si ebbero grandi proteste fra i volontari per la deviazione e che, per quel che lo riguarda, egli vi si rassegnò, perché dalla Sicilia, avrebbero poi potuto raggungere la mèta prima fissata, alla qual condizione soltanto egli aveva accettato il comando supremo. Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “A capo di questi volontari si era posto il colonnello Pianciani, il quale si era scelto il Rustow come capo di stato maggiore.”. Da Wikipedia leggiamo che Luigi Pianciani era figlio primogenito del Conte Vincenzo Pianciani e di Amalia Ruspoli, figlia del Principe Ruspoli di Cerveteri. Partecipò alla campagna meridionale del 1860 guidando nell’agosto una spedizione a sostegno delle truppe garibaldine forte di circa 8.940 uomini che prese il suo nome. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 161, in proposito scriveva della Spedizione Pianciani: “Mentre il Nicotera facea gente in Toscana, altri corpi di volontari si formavano altrove, sotto il comando supremo del conte Luigi Pianciani, il quale facendo calcolo d’avere sotto i suoi ordini ottomila uomini e anche più, si disponeva ad assalire lo Stato del papa, per terra e per mare. Etc…”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a p. 208, in proposito scriveva: “Ad accrescere sue militari forze, il Generale sollecitava lo arrivo in Sicilia di quella quarta spedizione di volontari, che declinando il luglio, si raccoglievano in Sardegna nella rada di Terranova sotto il comando del Colonnello Pianciani.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, in proposito scriveva: “Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Rustow aggiunge che il piccolo esercito di volontari era comandato dal colonnello Pianciani che volle Rustow come capo di Stato maggiore e comandante in secondo. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “….così, lo stesso giorno in cui il colonnello Pianciani s’imbarcava a Genova per andare a raggiungere le sue truppe, acquartierate nella zona paludosa e male scelta di Terranova, tre battaglioni di bersaglieri (1), arrivati in tutta fretta da Torino, etc…”. Il colonnello Cesari Cesari (….) descritta la situazione dei volontari in Sicilia inizia a parlarci dei volontari della spedizione Pianciani. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “Così infatti avvenne e dopo pochi giorni di sosta a Golfo Aranci, nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) L. Pianciani, Dell’andamento delle cose in Italia, Milano, 1860 e Pittaluga, op. cit., p. 127-128 e 129.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 258, in proposito scriveva: “Comandante in capo di essa era il colonnello Pianciani e capo dello stato maggiore generale il colonnell G. Rüstow, che avevano specialmente diretto l’organizzazione.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 291-292, in proposito scriveva: “Comandante in capo ne era il colonnello Pianciani, capo dello stato maggiore generale il colonnello W. Rüstow, i quali due ne avevano curato l’organizzazione.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: “Bertani, vuotati e rivuotati i suoi arsenali e magazzini per la Sicilia soddisfacendo ad ogni richiesta di Garibaldi, aveva allestita una legione di seimila uomini, armi, munizioni e sufficienti mezzi di trasporto. Mancavagli un capo noto per prendere il supremo comando; Medici, Bixio, Cosenz, Sacchi e altre stelle minori erano con Garibaldi. Il colonnello Charras, francese , aveva fatto un magnifico piano d’invasione, ma a lui non bastava il cuore a cozzare coi suoi compatrioti. ‘ Garibaldi aveva suggerito Brignone, generale piemontese, ma l’idea sola fece venire la pelle d’oca a Fanti e a Cavour , sicchè Bertani persuase il colonnello Pianciani ad accettare il comando provvisorio , col Rustow, bravo ufficiale tedesco, per capo di stato maggiore.”.
L’Archivio privato della famiglia MAGNONI di Rutino

In seguito alle note vicende della Spedizione dei “Mille”, alcuni protagonisti hanno conservato presso i loro Archivi privati, interessantissimi documenti che svelano alcune notizie storiche non ancora del tutto chiarite. E’ il caso dell’Archivio privato della famiglia Cilentana dei Magnoni, originari di Rutino, un casale cilentano. Solo recentemente sono stati catalogati e riordinati alcuni fondi dell’archivio dei Magnoni. E’ solo attraverso alcuni di questi documenti che oggi possiamo svelare alcuni fatti non del tutto ancora chiariti. Anna Sole, nel suo saggio citava l’“Archivio privato Magnoni”, per il quale abbiamo trovato scritto diverse cose. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “La “Nazione Armata”. Cambio di regime e tradizione politica nel salernitano del 1860”, in “Garibaldi – Il mito e l’antimito” a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), ed. Plecta s.a.s, Salerno, a p. 128, in proposito scriveva che: “Vicende politiche cui militeranno da protagonisti tutti o quasi i politici e i militari dell’estate del ’60. La Rivoluzione salernitana invece si chiudeva con gli ordini del giorno di saluto ai volontari, redatti e distribuiti dai comandati di battaglione, da Fabrizi e da Sirtori, al comando dell’Esercito Meridionale.”. Dunque, Pinto cita dei documenti “Ordini del giorno di saluto ai volontari” redatti e distribuiti dai comandanti di battaglione. Molti di questi documenti non sono stati del tutto studiati e catalogati. Molti di essi furono pubblicati dall’Alfieri D’Evandro (…), nel suo opuscolo. Ma molti di questi, redatti e distribuiti ad esempio dal comandante Teodosio De Dominicis pare siano conservati nell’Archivio Privato della Famiglia Magnoni di Rutino. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 80, in proposito scriveva che: “2. La raccolta di lettere, proclami, documenti militari conservati dalla Famiglia Magnoni, è stata l’ultima disponibile in ordine di tempo. Per Ruggero Moscati, fu il nucleo di una vera e propria embrionale tradizione politica nel Mezzogiorno (5).”. Pinto, a p. 80, nella nota (5) postillava: “(5) Moscati R., Il Vallo di Diano nel 60, in “Rassegna Storica Salernitana”, XXI, 1960, pp. 49-50.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 79, in proposito scriveva che: “(1) Un ringraziamento particolare per aver potuto consultare i documenti dell’Archivio Privato Magnoni va all’Avv. Teresa Magnoni ed ai suoi familiari. Inoltre agli amici Rosario Salvatore etc…, per l’aiuto nel riordino dei documenti. Per le abbreviazioni ASS Archivio di Stato di Salerno; ACS Archivio Centrale dello Stato; ASN Archivio di Stato di Napoli; APM, Archivio Privato Magnoni.”. Dunque, per “Archivio privato Magnoni” si intende un fondo di carte e documento appartenente alla Famiglia Mgnoni e non distinguibile rispetto ai Fondi degli Archivi citati. Come scrive Pinto, questo Fondo privato è stato in parte riordinato dallo stesso con l’aiuto di alcuni amici. Pare che oggi, l’Archivio Privato della Famiglia Magnoni faccia capo all’Avv. Teresa Magnoni. Cerchiamo di saperne di più. Pinto, a p. 81, in proposito scriveva che: “Michele era il più conosciuto della famiglia…E’ possibile ricostruire la prima parte della sua attività politica,….Le Fonti sono quelle conservate nell’Archivio di Stato di Salerno per i processi tra il ’48 e il ’59, il materiale del Comitato Segreto di Napoli e l’Archivio Privato degli Eredi.”. Dunque, l’Archivio Privato Magnoni è un archivio in mano agli Eredi della famiglia Magnoni. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara. Esiste una discreta documentazione utile a comprendere il ruolo dei Magnoni e il rituale rivoluzionario (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 84, nella nota (21) postillava: “(21) L’originale di tale incarico, come gli estratti dei documenti esistenti nel Grande Archivio di Napoli, le notizie attestate dal Municipio di Rutino, il discorso del Mirabelli, i giornali del 1860, sono stati messi a mia disposizione da Teresita Magnoni, discendente dai patrioti.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che il documento originale dell’incarico dato da Garibaldi a Michele Magnoni si trova conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli (ex Grande Archivio). Riguardo i documenti del de Dominicis segnalati dalla Sole e conservati presso l’Archivio della Famiglia Magnoni devo segnalare ciò che scriveva Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: “che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo. Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Su questi documenti, anche Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 84, nella nota (21) postillava: “(21) L’originale di tale incarico, com gli estratti dei documenti esistenti nel Grande Archivio di Napoli, le notizie attestate dal Municipio di Rutino, il discorso del Mirabelli, i giornali del 1860, sono stati messi a disposizione da Teresita Magnoni, discendente dei patrioti.”.
GIUSEPPE GUERZONI
Paolo Emilio Curatulo (….), nella presentazione al testo riedito di Giuseppe Guerzoni (….), “Garibaldi”, ed. Barbèra, 1926, così scriveva dell’autore: “Ma su tanti autorevoli biografie sovrasta quella di Giuseppe Guerzoni, del garibaldino senza macchia e senza paura, che fu amico fedele del Duce dei Mille e al suo fianco combattè tutte le battaglie dell’indipendenza. Soldato e letterato, la consuetudine dei classici gli aveva insegnato, nello scrivere, la dignità della forma. L’essere stato in varie occasioni il depositario del pensiero dell’eroe e attore degli avvenimenti di un’epoca coeva; l’avere conosciuto profondamente l’animagaribaldina, tutte queste qualità onde lo scrittore si adornava, fecero sì che i due volumi del Guerzoni, pubblicati subito dopo la morte di Garibaldi dall’editore Barbèera, giustamente appariscono ed ancor oggi restano indispensabili a coloro che si danno allo studio di quel periodo meraviglioso del nostro Risorgimento. Se non chè, l’opera del Guerzoni, appunto perchè minuta e densa di fatti, non è un libro per tutti, onde con lodevole proposito alcuni anni or sono l’Editore nell’intento di mantenere viva quest’opera che, insieme alle Memorie autobiografiche, rappresenta una fra le più importanti documentazioni storiche della vita dell’Eroe, etc…”. Da Wikipedia leggiamo di Giuseppe Guerzoni che nel 1860 seguì la Spedizione dei Mille. Arruolatore di volontari nel 1860 a Brescia, anch’egli seguì Garibaldi verso la Sicilia, ma sbarcò poi a Talamone agli ordini di Zambianchi con il compito di far insorgere il Lazio e creare così una manovra diversiva conosciuta cola la Diversione del Zambianchi, terminata nell’insuccesso. Si recò in Sicilia con la Spedizione Medici e prese parte alla Battaglia di Milazzo, dove si distinse venendo promosso maggiore e decorato con una seconda medaglia al valore, combatté poi fino a Capua e alla Battaglia del Volturno. Nello stesso anno, 1860, trasferì la sua residenza a Castel Goffredo, dove il padre Lino fu nominato segretario comunale, rimanendovi sino al 1870, quando emigrò a Montichiari.
NICOSTRATO CASTELLINI
Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”. Si tratta di un testo di un manoscritto del Castellini che suo nipote pubblicò dopo averne lette le pagine sgualcite dal tempo. Nicostrato Castellini (…..) fu diretto testimone, al’epoca giovane volontario garibaldino che si trovò a Paola e a Sapri. Il nipote Gualtiero, a pp. 63-64, in proposito scriveva: “……”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Gualtiero Castellini, era di famiglia di origine trentina, nacque a Milano il 13 genn. 1890 da Orsini ed Emma Sighele. Il nonno paterno, Nicostrato, nato a Rezzate (Brescia) il 17 ott. 1829, era maggiore garibaldino quando cadde in combattimento a Vezza d’Oglio il 4 luglio 1866: volontario nel ’48, aveva poi partecipato alla difesa di Venezia nel ’49; nel 1860, raggiunto Garibaldi con la spedizione Medici, s’era distinto nelle battaglie di Milazzo, Caiazzo e del Volturno; aveva seguito Garibaldi nel ’62 (ma era in missione il giorno di Aspromonte). A Milano, dove si era stabilito nel ’53, ebbe parti di rilievo in numerosi organismi garibaldini, e fu promotore e dirigente della società di Tiro a segno; collaborò con L. Luzzatti nella promozione e creazione di istituti cooperativi. Di un interesse non puramente documentario risultano pertanto alcuni dati biografici essenziali del C.: non è del tutto casuale, infatti, che una delle prime opere, Pagine garibaldine, tenti una ricostruzione di quell’arco di tempo tenendo direttamente presenti le memorie del nonno paterno Nicostrato. In realtà doveva trattarsi di un episodio tutt’altro che marginale ed isolato, e non solamente in quanto la sua produzione annovera anche altre pagine “garibaldine”, ma soprattutto perché la sua particolare biografia contribuì in qualche misura a configurare quella presunta filiazione risorgimentale del nazionalismo italiano, che fu centrale nelle formulazioni teoriche come nelle posizioni politiche del Castellini. Su Nicostrato Castellini, da Wikipedia leggiamo che egli nel 1860 fu alla campagna nell’Italia meridionale, con la seconda spedizione di Giacomo Medici, a sostegno della spedizione dei Mille, distinguendosi per valore nella presa di Milazzo, nella battaglia del Volturno e a Caiazzo, ove fu promosso al grado di maggiore. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. XII, in proosito scriveva che: “Non tocca a me di additare al lettore quelle che io credo le pagine principali del volune. Tuttavia oso dire che nel diario dell’ufficiale di Stato maggiore della divisione Medici, scritto giorno per giorno dal 17 luglio al 23 dicembre del 1860, mi pare di aver ritrovato un primo abbozzo della storia di quella divisione: divisione gloriosa, che, come tutte le altre legioni garibaldine, meriterebbe di essere studiata con maggior cura, se talora non mancassero pur troppo allo studioso anche i documenti essenziali (1). Ed io credo che le correzioni, gli episodi ignorati, i cenni intorno agli itinerari garibaldini in Calabria, la relazione sul combattimento di Cajazzo ed altre pagine contenute nel diario del Castellini, siano per lo storico di notevole interesse, come sono preziose etc…”. Castellini (…), a p. XVII, in proosito scriveva che: “Un popolo che non ha storia può avere forse idealità ? Chi misconosce i sacrifici de’ nostri padri non può che ignorarli; chi li ricorda ben sa come non mai “unità di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né col sacrificio di più nobili e sante anime, né con maggior più libero consentimento di tutte le parti sane del popolo.”. Nel testo Castellini dice che il suo avo, Nicostrato era commilitone ed amico di Adamoli.
STEFANO CANZIO
Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 410, aggiungeva pure che: “Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Infatti, Stefano Canzio (…., nel suo “Diario”, manoscritto, già pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, nei proclami, nelle corrispondenze, nei diarii e nelle illustrazioni del tempo”, da p. 454 pubblicò il “Diario di un Garibaldino che fece parte della prima spedizione delle Calabrie”, e a p…..
GIUSEPPE DEZZA
Su Giuseppe Dezza (….), ed il suo “Memorie inedite”, citato da Agrati, posso solo dire che la Dobelli (Treveljan) scrive “Dezza” e non “Drezza”. Il Dezza si distinse nella battaglia di S. Angelo. Infatti, l’Agrati, a p. 618, scriveva: “Dezza Giuseppe. Note autobiografiche manoscritte e relazioni diverse.”. Su questo manoscritto vi è il testo di Franco Catalano (…), ed il suo “Memorie autobiografiche e carteggio: (1848-1875) / Giuseppe Dezza”. Si tratta del testo di Giuseppe Dezza (…), di cui ha scritto Franco Catalano (….), nel suo, “Memorie autobiografiche e carteggio: (1848-1875) / Giuseppe Dezza”. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Dezza (Melegnano, 23 febbraio1830 – Milano, 14 maggio1898) è stato un generale, politico e patriota italiano. Volontario appena diciottenne nelle Cinque giornate di Milano, sottotenente nei Cacciatori delle Alpi, colonnello dei I Mille e del Regio Esercito, dove arrivò al grado di tenente generale. Successivamente fu anche deputato e senatore. La sua figura ripercorre il Risorgimento italiano dal 1848 fino ai primi decenni del nuovo Stato unitario, passando per le guerre d’indipendenza e la Spedizione dei Mille. Essendo ingegnere, venne incaricato di provvedere ad alcuni lavori di fortificazione presso Olcenengo. Qui fece conoscenza di Nino Bixio, che fu colpito dalla competenza nel lavoro e dalla fermezza nei modi del Dezza, che allora era un soldato semplice. Da questo momento nacque con il Bixio un lungo rapporto di amicizia e di fiducia, che si rafforzò negli anni successivi.
EMILE MAISON: le lettere manoscritte autografe di alcuni garibaldini sbarcati a Sapri nei primi di settembre da lui pubblicate
Uno dei testi citati dal Treveljan è quello di Emile Maison (….), e del suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari garibaldini che parteciparono alla marcia di Garibaldi dalle Calabrie fino a Napoli. Su un sito in rete troviamo scritto in francese che: “Emile Maison, ancien officier de Garibaldi lors de l’expédition des Mille, fut l’un des premiers volontaires étrangers à avoir combattu en Pologne (cf. Aleksander Gieystoz. Echanges entre la Pologne et la Suisse du XIVe au XIXe siècle… Genève, Droz, p. 224). Il est l’auteur notamment de: – Expédition de Chine. Lettres d’un volontaire au 102ème , recueillies et mises en ordre par Emile Maison. Paris : B. Duprat, 1861./ – Journal d’un volontaire de Garibaldi. Paris: A. de Vresse, 1861. Bibliothèque Arnauld de Vresse . / – Une page d’histoire : Inès de Castro, par Émile Maison. Annecy: impr. de J. Dépollier, 1885. / – Caprera : les Loisirs de Garibaldi, par Émile Maison . Paris : E. Dentu, 1861. / – Le Parti hispano-prussien. Paris : A. Sagnier, 1876… ( Cl Gr) “, che tradotto è: “Emile Maison, già ufficiale di Garibaldi durante la spedizione dei Mille, fu uno dei primi volontari stranieri ad aver combattuto in Polonia (cfr. Aleksander Gieystoz. Scambi tra Polonia e Svizzera dal XIV al XIX secolo… Ginevra, Droz, p. 224). È autore in particolare di: – Spedizione dalla Cina. Lettere di un volontario del 102°, raccolte e ordinate da Emile Maison. Parigi: B. Duprat, 1861./ – Diario di un volontario garibaldino. Parigi: A. de Vresse, 1861. Biblioteca Arnauld de Vresse. / – Una pagina di storia: Inès de Castro, di Émile Maison. Annecy: stampa. di J. Dépollier, 1885. / – Caprera: Ozio di Garibaldi, di Émile Maison. Parigi: E. Dentu, 1861. / – Il partito ispano-prussiano Parigi: A. Sagnier, 1876… (Cl Gr)”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861, pubblicò diverse lettere di volontari garibaldini che marciarono al seguito delle truppe. Nell’opera il Maison, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) D’après M. Edwin James, témoin oculaire , Garibaldi passapar Eboli. Etc…”, che tradotto significa: “(1) Secondo il signor Edwin James, un testimone oculare, Garibaldi passò da Eboli.”. Dunque, Maison scriveva che il sig. M. Edwin James, fu un testimone oculare della marcia di Garibaldi prima che arrivasse a Napoli. Chi era questo signore? M. Edwin James …….
CLEMENT CARAGUEL: il racconto di un volontario garibaldino che sbarcò a Sapri
Jean Francois Clément Caraguel (….), nel suo, Souvenir et aventures d’un volontaire Garibaldien”, Paris, 1882, racconta della brigata Sacchi e dell’altra parte della sua brigata, che, proveniente da Rotonda, arrivò e restò a Sapri alcuni giorni prima di imbarcarsi sul piroscafo “Vittoria” per Napoli. Caraguel, a p. 175, ci parla dell’arrivo e della permanenza a Sapri, per alcuni giorni nei primi di Settembre e, in proposito scriveva: “On quitte les Calabres à Rotondo pour entrer dans la Basilicate. Un vapeur, la ‘Vittoria’, nous attendait à Sapri pour nous transporter à Salerne; il avait dejà à bor la division Sacchi. Etc…”, che tradotto significa: “Lasciamo la Calabria a Rotondo per entrare in Basilicata. A Sapri ci aspettava un piroscafo, il ‘Vittoria’, per trasportarci a Salerno; aveva già a bordo la divisione di Sacchi.“. Dunque, Clément Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che, era già a Sapri in attesa e che aveva a bordo le truppe della brigata Sacchi. A Sapri, infatti, li aspettava il piroscafo Vittoria, dove in seguito si imbarcarono il giorno 8 o 9 settembre 1860 per arrivare a Napoli. Dal testo di Caraguel, però, non si comprende bene quali fossero le date precise dell’arrivo a Sapri e dell’imbarco a Sapri per Napoli. Si comprende che tutta la faccenda accade solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, ovvero in seguito al giorno 7 settembre 1860. Inoltre, dall’analisi del testo non si comprende bene quale fosse la brigata di Caraguel che arrivò da Rotonda a Sapri. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Una porzione della brigata Spangaro giungeva da Palermo per via di mare a Sapri il giorno 8 e per mancanza di carbone dovette scendere a Salerno e proseguire per Napoli per ferrovia. (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Dunque, il Mazziotti, cita la stessa notizia del Caraguel, a p. 175, ma, il Mazziotti, scriveva che “una porzione della brigata Spangaro giungeva a Sapri, pervia mare, da Palermo,il giorno 8”, riferendosi al giorno 8 settebre 1860. Caraguel agginge che, a Sapri, eran attesi dapircafo “Vittoria” per trasportarli a Salerno e aiungeva pure che sul “Vittoria” vi era già la brigata Sacchi. Dunque, di sicuroil contingente di Caraguel non era l brigata Sacchi. Mazziotti scriveva che era “una porzione della brigata Spangaro”. Prenndedo pe buona la notizia del Maziotti, il contingente a cui apparteneva Caraguel, la sua brigata, la ex Nicotera (la nuova brigata detta “Spangaro”), che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovette fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, “Bibliografia”, a p. 420, in proposito scriveva che: “Caraguel = Caraguel (Clément) – Souvenirs et aventures d’un volontaire garibaldien. Paris, 1861. Reminescenze personali di un volontario francese della spedizione Medici. Buono per le geste della compagnia francese del De Flotte a Solano, lungo il percorso della Calabria e al Volturno.”. Da Wikipedia leggiamo che si fece conoscere anche con la pubblicazione, nel 1861, di Souvenirs et aventures d’un bénévole de Garibaldi, raccolti durante una delle spedizioni dei Mille. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 117, in proposito scriveva: “Fu lì che sbarcammo. I carabinieri genovesi e i bersaglieri sbarcarono per primi, al comando del generale Cosenz. Fu poi la volta della Beni-Croq-‘Poules e della compagnia inglese, unite sotto il comando di de Flotte.“, dunque, Caraguel si trovava con le brigate che dipendevano dal generale Cosenz che costituivano la 16° Divisione, a cui era unita la brigata di De Flotte. Da Wikipedia leggiamo che De Flotte, col grado di colonnello e al comando della Legione francese (da lui organizzata), agli ordini del generale Cosenz, nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1860 effettuò, uno sbarco sulle spiagge di Favazzina; durante l’avanzata verso l’interno ci fu uno scontro con un reparto di cacciatori napoletani, presso Solano (piccolo villaggio attualmente suddiviso tra i comuni di Bagnara Calabra e Scilla), e qui il De Flotte «ardente patriota, intimo amico di Garibaldi e da questi amorosamente rimpianto» cade ucciso. Il Caraguel ne parla nel capitolo XVIII. Dunque, Clement Caraguel, ci ha lasciato una bella testimonianza dell’imbarco nella baia di Sapri sul vapore “Vittoria” che aveva già a bordo le truppe della brigata Sacchi e della sua brigata, la ex Nicotera, che imbarcatosi a Sapri, il giorno 8 settembre 1860, dovettero fermarsi a Salerno e da Nocera proseguirono per Napoli dove arrivarono il giorno 9 settembre 1860. Analizzandoperò le parole di Mazziotti, ho dei dubbi che si trattasse della brigata Spangaro perchè, mentre Mazziotti scriveva che era arrivata da Palermo a Sapri via mare, il Caraguel, invece, a p. 174 scriveva che prim di entrare in Basilicata, a Rotonda, la sua compagnia si trovava a “Mormanno”, che è un paese della Calabria non vicino al mare. Infatti, Caraguel racconta l’episodio di un volontario malato che incontrarono a Mormanno e che “fecero montare su un asino”, durante il tragitto per Rotonda. Dunque, da Rotonda, proseguirono il tragitto marciando fino a Paola, dove si imbarcarono per Sapri, Caraguel non lo dice, oppure marciarono fino a Lagonegro e scesero a Sapri, dove si imbarcarono sul Vittoria per Napoli. E’ questa colonna una parte della brigata Spangaro ? Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 172, in proposito è scritto: “Così, mentre la brigata Spangaro compiva per mare le due tappe da Palermo a Sapri e poi da Sapri a Salerno, la brigata Sacchi giungeva pure per mare da Spadafora a Sapri e proseguiva poi direttamente per Napoli.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10, colà si imbarcò sul piroscafo ‘La Vittoria’ per Napoli e vi giunse la sera (2).”. Mazziotti, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Caraguel – Souvenirs et aventures, pag. 175.”. Il Mazziotti prosegue il suo racconto sulla scorta di Clement Caraguel ma ci parla del giorno 10 settembre in cui la brigata del Sacchi. Dunque, Mazziotti, sulla scorta di Caraguel scriveva pure che, la brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri, il giorno 10 settembre 1860 e da questo se ne deduce che la brigata del Caraguel arrivò a Sapri il giorno 10 settembre 1860 trovando già la brigata Sacchi. Dunque, se ne deduce che se la brigata Sacchi si trovava già sul piroscafo “Vittoria” e Mazziotti scriveva che “La brigata Sacchi arrivò da Lagonegro a Sapri il giorno 10” se ne deduce che la brigata di Caraguel arrivò a Sapri anch’essa il giorno 10 settembre 1860. Dunque, a questo punto abbiamo una informazione in più e ci chiediamo quali erano le brigate che da Lagonegro arrivarono a Sapri il 10 settembre 1860 ?. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 134, in proposito scriveva: “Mentre tornavamo ai nostri alloggiamenti, scoppiò un violento temporale e la pioggia continuò a cadere per tutta la notte. Il generale Cosenz inviò il suo aiutante di campo, il signor Misky, un eccellente ufficiale che si era distinto nei combattimenti della giornata, a controllare se ci mancasse qualcosa e se tutto fosse in ordine.”. Clément Caraguel (….), nel suo “Souvenirs et aventurs d’un volontaire garibaldien”, a p. 136, in proposito scriveva: “Il comando di Paugam, che sostituì de Flotte alla testa della compagnia.”. Caraguel, a p. 167, in proposito scriveva: “L’intera divisione Medici arrivò a Rogliano proprio mentre stavamo partendo.”. Dunque, Caraguel non apparteneva alla Divisione Medici. Caraguel ci parla anche di un suo amico che faceva parte dello Stato Maggiore del generale Milbitz. In Sicilia, Caraguel era con le compagnie del generale Medici con il quale era venuto. Infatti, Caraguel, a Patti ricevè l’ordine di raggiungere Patti (vedi p. 60 e ssg.). Caraguel aveva visto Garibaldi quando si trovava a bordo del Washington e aveva avuto il conforto della signorina Jessi White, che più volte cita. Si trova a Milazzo durante lo scontro. Testimonia dell’entrata a Messina della compagnia di Medici.
Il generale borbonico Ludovico Quandel-Vial
Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Quandel era terzo figlio maschio di Donna Geltrude Vial, figlia del generale Pietro Vial, e di Giovanni Battista Quandel. Il padre era capitano nell’esercito delle Due Sicilie, grado che aveva conseguito sul campo nel corso della battaglia di Tolentino, cui aveva partecipato come ufficiale dell’esercito di Gioacchino Murat. Col grado di primo tenente, il 28 luglio 1860 prese parte alla battaglia di Capua, alla battaglia del Volturno e alla battaglia del Garigliano, al comando della Batteria nº 5. Si tratta del generale borbonico Ludovico Quandel-Vial che, in aggiunta alla sua attività come militare e politico, Ludovico Quandel fu anche autore di cronache militari. Tra le sue opere più rappresentative si ricorda Una pagina di storia – Giornale degli avvenimenti politici e militari nelle Calabrie dal 25 luglio al 7 settembre 1860 (Napoli, Tipografia Artigianelli – 1900), nel quale descrive le operazioni militari che videro opposti gli eserciti garibaldino e del Regno delle Due Sicilie. Questa cronaca è uno dei documenti di riferimento di una delle scuole del Revisionismo del Risorgimento. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 212 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle Calabrie i regii, oltre al presidio di questa città, avevano le due divisioni Briganti e Melendez, in dodicimila uomini, che tenevano il paese tra Gallico e Punta del Pezzo; più innanzi, a Monteleone, era il maresciallo Vial con altrettanti; altri rinforzi approdavano a Paola; ed in Cosenza trentacinquemila uomini della brigata Caldarelli. Etc…”. Infatti, Ludovico Quandel raccoglierà molti documenti e relazioni del maresciallo Vial, suo parente.
GIACOMO RACIOPPI
Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 166 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Giacomo Racioppi ritornò allora in paese e, per dieci anni – dal 1864 al 1874 – si dette ad un intenso studio, componendo varie opere, fra cui la forte monografia su “Antonio Genovesi” e la “Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860”. Iniziò anche l’altra famosa opera dal titolo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, che vide poi la luce nel 1889. Il Racioppi rientrò negli uffici pubblici nel 1874….Ma Giacomo Racioppi lasciò le sue orme incancellabili nel campo della storia. Sin dal 1863, scrisse “La Spedizione di Carlo Pisacane”, che completò poi nel 1887, con gli “Echi di Sapri”. (p. 168) Le maggiori opere di Racioppi sono: “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” e “Storia dei moti di Basilicata e delle provincie contermini nel 1860″.”. Cilibrizzi, su queste due opere del Racioppi, a p. 168 scriveva: “Queste due opere restano fondamentali, malgrado alcune inevitabili inesattezze. Poche province italiane possono vantare una ricostruzione storica così vasta ed obiettiva.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Egli nacque a Moliterno il 21 maggio 1827. Ricevette la prima educazione dal padre, Francesco, che fu Giudice di Pace. Venne poi condotto a Napoli a continuare la sua istruzione sotto la guida di uno zio, Antonio Racioppi, abate liberale e dotto insegnante di letteratura italiana e latina. Oltre gli studi letterari, Giacomo Racioppi coltivò gli studi di storia, di filosofia, di economia e di giurisprudenza. In quel periodo, la città di Napoli era pervasa da vaste correnti patriottiche. Dati i suoi sentimenti liberali, Racioppi suscitò ben presto i sospetti della polizia. Egli fu arrestato il 22 febbraio 1849, giacchè nel suo domicilio, tra i vari opuscoli, venne anche trovato qualche copia della famosa ‘Protesta’ di Luigi Sttembrini contro i Borboni. Racioppi fu rinchiuso nelle carceri di Santa Maria Apparente, dove, accanto ai delinquenti vi erano illustri personaggi della politica, del foro, delle lettere e delle scienze, ….la prigionia di Racioppi durò quattro anni. Etc…”. Sull’opera di Giacomo Racioppi, ha scritto anche Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, dove, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487. Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva pure che: “I documenti raccolti dagli eredi di Giacinto Albini e che erano stati, in parte, consultati da Giacomo Racioppi, vengono pubblicati ed illustrati da Michele Lacava nella sua ‘Cronistoria’.”. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867. Questo interessante volume, scrisse Rocco Brienza, è privo di non pochi fatti, e qualcuno, dei tanti riportati, merita di essere meglio chiarito. E’ a mia piena conoscenza come il Racioppi siasi…rivolto ai suoi compagni politici per sapere degli avvenimenti. Moltissimi tacquero, qualcuno disse anche troppo. Cfr. Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 10 luglio 1868. Nonostante le giuste critiche mosse dal B. al R. questa Storia dei moti rimane la più completa trattazione sui fatti svoltisi in Basilicata nel 1860. Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di Pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”.
Nel 1859, i Consigli Decurionali – il Decurionato – il Consiglio comunale nei Comuni del Regno delle Due Sicilie
Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 153, in proposito scriveva: “….maggiore autonomia avrebbe concesso ai Consigli Comunali – Ducurionati – e ai Consigli provinciali e distrettuali in loro mani.”. Da Wikipedia leggiamo che Il “Consiglio Decurionale” era l’organo collegiale che amministrava i comuni nel Regno di Napoli e delle Due Sicilie, prima dell’Unità d’Italia. In sostanza, era l’equivalente dell’odierno consiglio comunale, ma con una composizione e delle funzioni specifiche dell’epoca. Dal tardo Medioevo sino all’età napoleonica il decurionato costituiva l’insieme delle persone che si occupavano di ciò che attualmente chiameremmo amministrazione comunale. A partire dal periodo dei re napoleonidi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, nel Regno di Napoli gli odierni comuni, chiamati in precedenza “Università” e con a capo un governatore di nomina regia, furono ridenominati “decurionati”. Alle decisioni del decurionato potevano prendere parte tutti i cittadini (i “decurioni”) con una rendita superiore a 24 ducati per i paesi fino a 3 000 abitanti, con limiti aumentati per i comuni di dimensioni maggiori. La carica di sindaco era invece elettiva. Era costituito da un numero ristretto di persone elette per sorteggio[senza fonte] e sottoposto a un rigoroso controllo dell’intendente, che rappresentava il potere regio. Solo coloro che erano iscritti nella lista degli “eligibili”, approvata dagli intendenti, potevano far parte del decurionato. Nei paesi fino a 3 000 abitanti il decurione, che poteva anche essere analfabeta, doveva possedere una rendita annua non inferiore a 24 ducati, in quelli fino a 6 000 una rendita doppia e in quelli più popolosi una rendita quadrupla, e assieme agli altri decurioni costituiva i due terzi dell’organo collegiale, percentuale ridotta nel 1806 ad un terzo. I decurioni erano tre ogni 1 000 abitanti, si riunivano almeno una volta al mese, e con l’intervento del sindaco, del cancelliere comunale e del parroco redigevano la lista di leva, proponendo alle autorità competenti le guardie urbane ordinarie e supplenti. A partire dal periodo dei re napoleonidi Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, nel Regno di Napoli gli odierni comuni, chiamati in precedenza “Università” e con a capo un governatore di nomina regia, furono ridenominati “decurionati”. Alle decisioni del decurionato potevano prendere parte tutti i cittadini (i “decurioni”) con una rendita superiore a 24 ducati per i paesi fino a 3 000 abitanti, con limiti aumentati per i comuni di dimensioni maggiori. La carica di sindaco era invece elettiva. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 154, in proposito scriveva: “Limitando il diritto di voto a pochissimi, il Parlamento sarebbe stato non la rappresentanza della nazione, ma una camera di grandi proprietari terrieri, eletta da altri proprietari, percheè la ricchezza era per buona parte investita in terreni e perchè vi erano province, come la Basilicata e la Calabria, nelle quali pochi signori possedevano quasi tutte le terre.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a pp. 85-86, in proposito scriveva: “La nuova instituzione ebbe il nome di Comune (1), equivalente a quello di ‘Unità o (Universitas) e comprendeva fisicamente tutto il territorio o comprensorio, moralmente tutto il popolo ivi residente. Il Comune era amministrato da sei cittadini reggimentari, due con l’Ufficio di Sindaco e quattro “Eletti”(2). Venivano eletti nel maggio di ogni anno, su proposta del primo Sindaco, che scadeva dall’incarico, in pubblico Parlamento, prima per acclamazione di popolo (unica voce ‘et nemine penitus discrepante vel contradicente’), poi per votazione segreta. L’intera ‘Giunta’ formava il ‘Consilium sex virorum’. Il Sindaco nominava altri collaboratori d’ufficio, come il Cancelliere, il Mastro d’atti, lo Scriba, i Razionali, i Procuratori di Cappelle, il Maestro del Monte Frumentario, il Predicatore Quaresimale, ecc..”.
Il Registro deI verbali delle delibere del CONSIGLIO DECURIONALE del Comune di Sapri
Esistono delle delibere Decurionali del Comune di Torraca che suffragano alcune notizie di quel periodo ma, per quel che ci è dato sapere ad oggi, le spese del Comune di Torraca riguardavano le “guide” che dovevano accompagnare il generale Turr in perlustrazione e risalire verso Lagonegro. Le guide servivano a Turr per una maggiore sicurezza nell’attraversare un territorio a lui sconosciuto ed evitare che si potesse imbattere in truppe borboniche nemiche. Sui documenti che attesterebbero le notizie dateci da Policicchio, più innanzi parlerò dell’unico libro esistente presso il Comune di Sapri. Si tratta di una raccolta di Delibere Decurionali del Comune di Sapri che inizia dal 1818 e finisce al 1847, ovvero a prima dei fatti del Carducci. Di tutta la parte che riguarda il periodo di Garibaldi vi sono i documenti conservati all’Archivio di Stato di Salerno e di Napoli. Il 1° gennaio 1810, durante il decennio francese, Sapri fu eretta a Comune autonomo dal governo Napoleonico di Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo e, continuò a rimanere tale con il nuovo avvento della casata borbonica e con l’Unità d’Italia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88 in proposito scriveva che: “La rifondazione possiamo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.“. Dal 1811 al 1860, Sapri ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala Consilina del Regno delle Due Sicilie. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno hanno pubblicato gli stralci dei documenti contenuti nei fascicoli inerenti Torraca conservati presso il Comune di Torraca negli anni che interessano la nostra ricerca e non mi pare che vi siano documenti significativi che riguardino il periodo, il 1860, anno del passaggio di Garibaldi. Riguardo il periodo di Garibaldi ed il comune di Torraca, possaimo desumere i decurioni, i Sindaci, gli Intendenti borbonici dell’epoca ecc..In generale, il periodo del 1860, per il comune di Sapri ed il comune di Torraca, non è molto documentato e rappresentato. Non si capisce e non si conoscono i reali motivi della dispersione di molta documentazione che riguarda il periodo del passaggio di Garibaldi e questo non solo riguarda gli Archivi Municipali, come ad esempio gli Atti Decurionali ma ciò riguarda anche la documentazione dell’epoca conservata presso gli Archivi di Stato di Salerno e di Napoli. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a pp. 85-86, in proposito scriveva: “L’erezione a Comune del villaggio di Sapri, distinto da quello di Torraca, avvenne quasi certamente nel 1720, quale Terra o Università. Lo si deduce dai primi sigilli municipali, rinvenuti tra i carteggi vescovili, precisamente nei documenti delle Sacre Ordinazioni dei chierici, relativamente alla compilazione del Sacro Patrimonio (3) etc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Larifondazione, possaimo dire, del Comune, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810. Nel periodo che va dal 1808 al 1815, epoca murattiana, il sigillo del Comune di Sapri, appartenente al Distretto e Circondario di Vibonati, in Provincia di Principato Citra (Salerno), viene semplificato: ha fondo chiaro e contenuto leggermente diverso: un uccello sulle acque, con un emblema sulla testa e la scritta in giro ovale: “Come di Sapri-Provincia di Salerno”(6). Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”.
Nel 3 settembre 1860, a Sapri, Sindaco: don VINCENZO PELUSO, nipote del famigerato prete e Capo Urbano all’epoca di Carducci e di Pisacane
Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “9) Prospero La Corte 1822; 10) Francescantonio Peluso, 1834; 11) Pasquale Autuori, 1844; 12) Vincenzo Peluso, 1852; (13) Pasquale Autuori, 1865; (14) etc….(7)”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi, a Sapri, all’epoca di Garibaldi, nel 1860, il Sindaco era Vincenzo Peluso che fu Sindaco di Sapri dal 1852 (1857, sbarco di Pisacane) al 1865, quando fu eletto Sindaco don Pasquale Autuori. Purtroppo notizie più precise in tal senso non vi sono a causa dei diversi roghi avvenuti presso il Municipio di Sapri, in occasione dei quali sono andati definitivamente persi i documenti municipali dell’epoca, in particolare le Delibere del Consiglio Decurionale. Riguardo il Comune di Sapri, sempre Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”. Dunque, il Tancredi scriveva che al tempo di Garibaldi il Sindaco di Sapri era Vincenzo Peluso. Si tratta di Vincenzo Peluso, il vecchio prete pluriomicida ?, la cui fazione era filo-borbonica. No, si trattava del nipote del famigerato prete, e nel 1857 era Capo Urbano di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, secondo il Mallamaci, all’epoca di Pisacane il Sindaco di Sapri era Leopoldo Peluso, altro nipote del famigerato Prete Vincenzo. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Vicenzo Peluso (omonimo dello zio prete) che era capourbano e l’altro, Leopoldo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo guidato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.“. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera….Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria.”. Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.“. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti.
La scomparsa di gran parte della documentazione originale dell’epoca
Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno hanno pubblicato gli stralci dei documenti contenuti nei fascicoli inerenti Torraca conservati presso il Comune di Torraca negli anni che interessano la nostra ricerca e non mi pare che vi siano documenti significativi che riguardino il periodo, il 1860, anno del passaggio di Garibaldi. Riguardo il periodo di Garibaldi ed il comune di Torraca, possaimo desumere i decurioni, i Sindaci, gli Intendenti borbonici dell’epoca ecc..In generale, il periodo del 1860, per il comune di Sapri ed il comune di Torraca, non è molto documentato e rappresentato. Non si capisce e non si conoscono i reali motivi della dispersione di molta documentazione che riguarda il periodo del passaggio di Garibaldi e questo non solo riguarda gli Archivi Municipali, come ad esempio gli Atti Decurionali ma ciò riguarda anche la documentazione dell’epoca conservata presso gli Archivi di Stato di Salerno e di Napoli. Molti dei documenti, atti, delibere decurionali, lettere, documenti d’Uffici pubblici, ecc…, che furono redatti all’epoca dei fatti che caratterizzarono la marcia di Garibaldi per la conquista dell’ex Regno borbonico delle Due Sicilie, andarono persi in seguito non solo a causa del loro deterioramento negli anni, spostamenti dai vari Archivi ecc.., a causa degli incendi che in ogni Comune si ebbero, o quelli causati dai borbardamenti del secondo conflitto mondiale, come l’ultimo eclatante di San Paolo Belsito dove andarono persi i preziosi documenti antichi conservati nell’allora Grande Archivio di Napoli, ma vi furono anche molti documenti che non furono sufficientemente raccolti e protetti e forse pure fatti sparire volutamente in quei luoghi, come Sapri, che furono i luoghi dove furono protagonisti i fatti e gli uomini suggellati alla Storia da Pisacane a Garibaldi. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, hanno pubblicato i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno che riguardano la “Questione demaniale”. Dopo il 1860, nl periodo detto “Post-Unitario”, nel 1861, nacque la questione dei confini e dell’attribuzione delle terre demaniali di cui si servivano i diversi Comuni vicini. Infatti, i 4 autori, nel loro “Temi per una storia di Torraca”, a p. 267 ci parla dell’“Archivio Demaniale”, e per es. dei diversi processi intentati dai Comuni come quello di Torraca, che nel “Archivio Demaniale. Atti Demaniali. Torraca. Busta 820. Fascicolo 1 – Documenti a prò del Comune (di) Torraca in sostegno della domanda di scioglimento di promiscuità, contro i Comuni di Tortorella, Vibonati, Battaglia e Casaletto, cc. ss. 56. 1651-1874.”. Ecc… Dopo il 1860 nacque la “Questione demaniale” che si protrasse fino al 1874 con innumerevoli istanze e processi civili intentati tra i comuni limitrofi. Sulla questione demaniale, si veda pure i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno elencati da p. 43 del testo sulla Mostra documentaria “La provincia di Salerno nell’età del Risorgimento”, a cura dell’A.SS. catalogo, 1957, Salerno. I 4 autori, nel loro “Temi per una storia di Torraca”, a p. 268 ci parla dell’“Archivio Demaniale”, e per es. dei diversi processi intentati dai Comuni come quello di Torraca, che nel “Fascicolo 8 – Il Barone Vespasiano Palamolla, chiede una copia legale della divisione dei Demani che fu eseguita nel 1813, e carteggio vario. cc. ss. 55. 1832-1835.”. Infatti, in seguito all’occupazione francese e subito dopo con i Borboni si acuirono le controversie demaniali tra i Baroni ed i loro possedimenti ed i Comuni. E’ a mio avviso che, in questo periodo saranno effettuate alcune operazioni chirurgiche sul territorio di Sapri, ex di Torraca, dell’ex baronia dei Palamolla e dei diversi processi tra i Palamolla di Torraca ed i Carafa di Policastro. Una parte del territorio di Sapri passerà nei confini del territorio di Vibonati, con cui il Nicotera aveva avuto da sempre ottimi rapporti, sia con i Sindaci che con gli attendibili del posto. Oltre alle diversie controversie tra Comuni diversi a viciniori, nacque anche la questione demaniale dovuta alla cessione di terre demaniali che furono accaparrate dai latifondisti dell’epoca, famiglie di ex-borbonici che facevano il bello ed il cattivo tempo in ogni Comune. In tutto questo si inserì la lotta politica per il successo elettorale della Sinistra democratica di Giovanni Nicotera. Del periodo in cui Nicotera fu Ministro degli Interni del Governo Depretis, non sono chiarissime alcune cose che avvennero nei nostri Comuni, che nel frattempo, dopo il Plebiscito del 21 Ottobre 1860 erano diventati comuni del Regno d’Italia. E’ un periodo, questo che dovrà essere ancora indagato. E’ in questo periodo che scomparvero diversi documenti che, in parte riguardavano le responsabilità storiche dei fatti del ’57 con Pisacane ma che riguardavano proprio gli uomini di spicco nella nascente politica del Regno d’Italia. Primo fra tutti Giovanni Nicotera che aveva saldi rapporti con molti uomini politici e novelli amministratori dello Stato post-unitario nella Provincia di Salerno. La questione venne alla luce grazie a Giovanni Nicotera, superstite della Spedizione di Carlo Pisacane, dopo la sua liberazione dal carcere di Favignana, nel 1860, volle vendicarsi verso quelli che lui credeva essere i responsabili del fallimento della tragica spedizione di Sapri. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Egli, infatti, in questi anni riuscì a stringere in un fascio compatto tutte le forze di opposizione del Mezzogiorno e a condurle sotto il suo controllo….In questo periodo (1869), Nicotera riuscì con abile e tenace lavoro ad erigersi una vasta “signoria” nel Mezzogiorno, utilizzando tutte le forze politiche ivi esistenti….La storia, quindi del Mezzogiorno all’opposizione in questi anni, coincide in gran parte con la storia dell’attività politica del Nicotera, giacché, come si legge in un rapporto della Prefettura di Napoli del 27 marzo 1868, “malgrado i suoi difetti, e la insipienza militare, costui esercita una incontestabile influenza sul partito della opposizione, ed è il solo in Napoli che, volendolo, potrebbe creare un forte partito rivoluzionario”…”.”. Di Capua, a p. 43, nella nota (29) postillava: “(29) Alfredo Capone, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1970, pp. 88-89 e 265 e seg.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 13, nella nota (6) postillava: “(6) Le vicende relative ai documenti sulla spedizione di Sapri sono, in parte, oscure.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. La documentazione inerente i fatti e le verità sulla Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, non rivestono solo un importanza per la verità storica di quei fatti ma anche perchè molti uomini e patrioti che parteciparono ai preparativi e forse contribuirono al suo tragico fallimento furono, nel 1860, tra i protagonisti della marcia di Garibaldi verso Napoli, alla capitolazione del Regno delle Due Sicilie. Molti personaggi che vedremo in questa ricerca, per i loro trascorsi e la loro partecipazione ai moti insurrezionali del ’48 e del ’57, ebbero una parte attiva nella risalita di Garibaldi, dalla sua partenza da Quarto fino a tutta l’epopea garibaldina della battaglia sul Volturno. Essi, ebbero parte attiva nella politica e nell’amministrazione dello Stato Unitario in seguito ai Plebisciti. Essi, ebbero ruoli e parte anche nell’Italia post-Unitaria, come vedremo in seguito. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “L’anno 1860 fu l’anno glorioso per la nostra Italia, specialmente per il meridione. L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi (1807-1882) capo della famosa “Spedizione dei Mille”, partito da Quarto (Genova) il 5 maggio con due navi, …..etc…il terreno infuocato della rivoluzione, repressa, ma accesa dall’eroismo dei martiri, tra cui il Carducci e il Pisacane, degni precursori del Garibaldi.”. L’uccisione di Costabile Carducci, a Sapri e lo sbarco dei Trecento della Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri furono i prodromi e precursori dell’impresa di Garibaldi e delle sue truppe Garibaldine. Ma, anche molti documenti del 1860 riguardanti l’impresa di Garibaldi e del suo passaggio dalle nostre plaghe, non sono più reperibili, forse essi sono scomparsi, tanto che alcuni passaggi rimangono ancora oscuri e non del tutto chiariti. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella “Prefazione”, a p. 5, in proposito scriveva: “”Sapri preannuncia Marsala, il sacrificio ha aperto la strada al trionfo. I venti furono poscia Mille e poscia Legioni. Il sole di Marsala, di Calatafmi, di Palermo, di Milazzo, di Napoli, sorse all’alba di Sapri”. Così i patrioti meridionali, nel 1864, intesero e sentirono il nesso fra le due rivoluzioni, quella di Pisacane, fallita nel ’57, e quella vittoriosa di Garibaldi. Ma quel nesso che essi avevano stabilito era dettato, certamente, più dal sentimento che dalla verità storica. Infatti, a distanza di decenni da quegli avvenimenti, rasserenatesi le passioni, è emersa in piena luce la provvisorietà di quella sintesi, e si è imposto il problema di capire meglio, storicamente, quei fatti; e assieme al problema, naturalmente, le diverse soluzioni. Secondo una nota tesi, che si deve ad Aldo Romano, quella democrazia meridionale che aveva dato luogo all’impresa di Sapri, ed era ispirata alla dottrina rivoluzionaria di Pisacane, non si dissolse dopo il ’57. Essa sostenne compatta la rivoluzione garibaldina del ’60; ma tradita dai troppi compromessi coi moderati, affidò alle nascenti forze socialiste l’eredità del pensiero di Pisacane.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “…sotto la spinta di tante recriminazioni, allora, iniziò pure, prima strettamente intrecciato alle polemiche politiche e personali, poi col passar del tempo sempre più svincolato da esse, un più serio processo di accertamento storico della verità, che fu portato avanti da uomini politici e da storici che cominciarono a raccogliere memorie e documenti su quei fatti. Tale processo storico, iniziato in quegli anni, dura tuttora; e non metterebbe conto di ricordarne le principali tappe se il giudizio su quegli avvenimenti non fosse rimasto, ancora oggi, assai dubbio e non avesse messo capo a conclusioni assai discordi e talora contraddittorie.”. Alfredo Capone scriveva che nell’Italia post-Unitaria, proprio a causa della rabbia di Giovanni Nicotera, iniziò un processo storico di revisione che dura tuttora. Capone, a p. 12, continuava: “Tale pubblica presa di posizione di Nicotera il quale apriva un processo morale agli organizzatori napoletani della spedizione di Sapri, sollevò nel partito democratico meridionale il più grave smarrimento e tutto una serie di reciproche accuse e di autodifese che durarono assai a lungo, fino al ’65, cioè fino a quando il successo elettorale della Sinistra a Napoli non giunse a far tacere la spinosa questione nell’interesse di tutti.”.

GIOVANNI NICOTERA SUPERSTITE DELLA SPEDIZIONE DI CARLO PISACANE
Le polemiche e le accuse di NICOTERA sul fallimento della “Spedizione di Sapri” e la scomparsa di gran parte della documentazione originale dell’epoca
Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 222, in proposito scriveva che: “…Le sante ossa dei De Luca, dei De Mattia, dei De Dominicis e dei Carducci fremettero certo di sdegno. Pisacane e Nicotera si accorsero dell ‘ inganno in cui erano caduti, poichè non vi rinvennero appoggio alcuno, che anzi venne loro consigliato da alcuni padulesi di partirsene subito, perchè a Sala era riunita una forza imponente e già si disponevano per altrove.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri. Nel ’60 egli incontrò a Calatafimi Giuseppe Fanelli, di ritorno da Smirne dove si era rifugiato dopo i fatti di Sapri, e i due si sarebbero picchiati se non fossero intervenuti Garibaldi e Matina a dividerli; poi a Palermo aggredì Antonio Santelmo dandogli del traditore (1); nello stesso anno fece pubblicare dal Popolo d’Italia una sua lettera contro Fanelli e Teodoro Pateras, in cui affermava di voler “provare, fra non molto, in una memoria documentata intorno ai fatti del 1857 che l’esecuzione di solenne promesse fatte a Pisacane da Pateras e Fanelli fu cagione principale della sua morte e di grave disonore per il paese”(2). La annunziata memoria di accusa effettivamente fu scritta, ed ebbe come principale bersaglio il Fanelli. Nicotera lo incolpò di aver promesso una vasta cospirazione in Basilicata ed a Salerno, di aver dato per conclusi gli accordi con i relegati di Ponza, con il barone Gallotti a Sapri, con l’Albini in Basilicata, con coloro che dovevano far scoppiare la sommossa a Napoli; di non aver tenuto fede agli accordi presi con Pisacane a Napoli. Nicotera sostenne infine che il ritardo di un giorno del telegramma di conferma non poteva giustificare la condotta del Comitato, e così concludeva: “Indi risulta che Fanelli evidentemente mentì sempre e mancò a tutti gli impegni presi, ed ora alla menzogna accoppia la calunnia asserendo che Pisacane operò diversamente quello che si era stabilito”(3).”. Capone, a p. 12, nella nota (3) postillava: “(3) “Accusa di Giovanni Nicotera al Comitato”, senza data, di pugno del Dragone in M.R.R., b. 346, f. 53, 12, pubblicata da A. Romano, in appendice all’Epistolario di C. Pisacane da lui curato, op. cit., pp. 527-530.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 13, nella nota (6) postillava:“(6)……Il 3 novembre 1860 Luigi Dragone scrisse al Mazzini chiedendo notizie del cassettino contenente i documenti del Comitato napoletano (M.R.R., b. 346, f. 54, doc. 12); il cassettino, secondo quanto riferisce lo stesso Dragone in una lettera ad A. Morici del 23 luglio 1861 (M.R.R., b. 346, f. 54, n. 8) era a Londra in possesso di tale Benedetto F., implicato nei fatti di Sapri e uno degli accusati dal Nicotera. Nel luglio ’61, il cassettino con i documenti giunse da Londra e rimase presso Fanelli, il quale fece una prima scelta delle lettere relative al ’56-57 e, assieme a Nicola Fabrizi, preparò un ‘dossier’ in propria difesa. (lettera di L. Dragone ad A. Morici, 30 luglio 1861, in M.R.R., b. 346, f. 54, n. 10). Il Racioppi, nello scrivere il suo opuscolo, si servì della documentazione fornitagli dal Fanelli.”. Capone si riferiva la testo di Giacomo Racioppi (….): “La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri”, che fu quasi una risposta all’altro scritto del Venosta, di poco precedente. Capone, a p. 12, continuava: “Tale pubblica presa di posizione di Nicotera il quale apriva un processo morale agli organizzatori napoletani della spedizione di Sapri, sollevò nel partito democratico meridionale il più grave smarrimento e tutto una serie di reciproche accuse e di autodifese che durarono assai a lungo, fino al ’65, cioè fino a quando il successo elettorale della Sinistra a Napoli non giunse a far tacere la spinosa questione nell’interesse di tutti. Ma, sotto la spinta di tante recriminazioni, allora, iniziò pure, prima strettamente intrecciato alle polemiche politiche e personali, poi col passar del tempo sempre più svincolato da esse, un più serio processo di accertamento storico della verità, che fu portato avanti da uomini politici e da storici che cominciarono a raccogliere memorie e documenti su quei fatti. Tale processo storico, iniziato in quegli anni, dura tuttora; e non metterebbe conto di ricordarne le principali tappe se il giudizio su quegli avvenimenti non fosse rimasto, ancora oggi, assai dubbio e non avesse messo capo a conclusioni assai discordi e talora contraddittorie.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 14-15, in proposito scriveva: “Infatti la polemica sulla spedizione di Sapri, che aveva visto schierati da una parte il Nicotera e dall’altra parte il Fanelli, spalleggiato e difeso dai capi del partito d’azione, aveva delle grosse implicazioni politiche che mettevano in discussione il patriottismo di tutto il partito d’azione meridionale. Il De Monte si rendeva conto che fare il processo alla spedizione di Sapri significava anche fare il processo alla democrazia meridionale, e non c’è quindi da meravigliarsi delle sue cautele e dei suoi giudizi, specie se si pensa che egli scriveva negli anni in cui, sotto la spinta dell’opposizione soprattutto nel Mezzogiorno, si preparava l’avvento della Sinistra al potere; il suo libro del resto fu pubblicato a Napoli, poco dopo la “rivoluzione” del 18 marzo 1876 (10). Perciò il De Monte, mentre da una parte si era guardato bene dal versare altro olio sul fuoco di quelle scabrose vicende, dall’altra si era sforzato di dare ai fatti una interpretazione il più possibile onorevole per i democratici meridionali; una interpretazione che fosse al tempo stesso storicamente documentata e perciò conclusiva di ogni polemica. Ma, alcuni anni più tardi, una smentita alle tesi del De Monte venne da uno dei massimi esponenti della democrazia italiana, Aurelio Saffi..etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a p. 15, in proposito scriveva: “Il problema delle responsabilità del Comitato napoletano fu di nuovo affrontato, pochi anni dopo, dal Bilotti nel suo esauriente volume sulla spedizione di Sapri (13). L’autore, pur senza fare di questo problema il centro della sua narrazione, si attesta su una linea interpretativa più vicina a quella di Nicotera e di Saffi che a quella del De Monte e di Albini. Infatti il Bilotti – secondo cui il Racioppi “volle troppo discolpare il Comitato ed i corrispondenti delle province”(14) – non manca di sottolineare come l’impulso alla organizzazione della spedizione venisse proprio dai patrioti di Napoli e di Basilicata, e in particolare dall’Albini e dal Fanelli; fu infatti, secondo il Bilotti, la lettera di quest’ultimo del 2 febbraio 1857 “forse dettata dal solo entusiasmo, che determinò Mazzini a rivolgersi al Mezzogiorno d’Italia”(15).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Aspetti della vita intellettuale a Salerno dopo il 1860 e gli studi intorno al Risorgimento”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 417, in proposito scriveva che: “Il risveglio fu opera di Matteo Mazziotti (16), il quale trovò in P.E. Bilotti – un calabrese che dal 1891 dirigeva con intelligenza pari alla solerzia il nostro Archivio di Stato – un collaboratore che per innata modestia aveva l’aria di un discepolo, ma era già un animatore ed un maestro….(p. 419) indi nel 1912 diede alla luce il vol. su “La reazione borbonica nel Regno di Napoli” (17). L’abbrivo dato dal Mazziotti e dal Bilotti alla conoscenza della storia del Risorgimento minacciava di spegnersi perché non alimentato e non sorretto; e perciò il Bilotti si affannò a promuovere la creazione di una rivista; e poichè egli giustamente temeva la dispersione delle poche forze locali, stimò miglior consiglio che l’iniziativa partisse da un organismo di cultura già esistente, la ‘Commissione Archeologica Salernitana’, della quale era stato prima autorevole membro e poi Presidente dal 1908. Malgrado gli sforzi di quel valentuomo l’iniziativa non trovò la desiderata realizzazione: passarono così dieci anni, densi di drammatici avvenimenti che chiamarono cittadini a ben altri doveri; ma poi, finita la prima guerra mondiale, nella ripresa delle opere di pace, si diede inizio alla pubblicazione dell'”Archivio storico per la provincia di Salerno”, e vita ad una ‘Società di storia patria’ che tuttora, malgrado la colpevole mancanza di appoggio dele autorità, degli enti cittadini pubblica ancora un suo organo di stampa, la “Rassegna Storica Salernitana”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 42 e ssg., in proposito scriveva: “10) La bibliografia sulla reazione seguita ai moti del 1848 e sulla attività svolta dai liberali lucani nel decennio che precedette la insurrezione del 1860, nonostante la monografia del Racioppi (2), e quella del Lacava (3), presenta ancora notevoli e rilevanti lacune…., ….nessuno se non esponenti del potere costituito, si sofferma, prima del 1860, sugli avvenimenti politici e sulle ripercussioni che questi avevano avuto in Basilicata (6). Soltanto dopo la annessione delle provincie meridionali al Piemonte e la proclamazione del Regno d’Italia, vengono pubblicati scritti polemici diretti a denuziare alla opinione pubblica coloro che avevano tradito i loro compagni di fede dopo il 1848 e che avevano assunto il ruolo di confidenti della polizia borbonica. Sulla base di documenti tratti dai processi celebrati a Potenza dopo il 1849, Pasquale Ciccotti svela l’attività di alcuni delatori che, dopo la caduta del Borbone, avevano aderito al nuovo governo e vantato precedenti liberali (1) e Rocco Brienza denunzia elementi del clero potentino che avevano assunto uno spregevole atteggiamento nei confronti della polizia borbonica (2). Ma l’accusa più grave vien mossa, nel 1863, a Vincenzo De Leo, patriota ed uomo di azione tra i migliori che abbia avuto la Basilicata nel 1848-49, schieratosi, nel 1860, con gli insorti: Felice Venosta, in un lavoro sulla spedizione di Carlo Pisacane a Sapri (3), accusa il De Leo di aver tradito la causa liberale preavvisando le autorità borboniche di quanto si macchinava e, nel condannare l’atteggiamento assunto dal Comitato Lucano di fronte al tentativo mazziniano, attribuisce ai liberali della Basilicata le cause dell’insuccesso della spedizione di Sapri. Contro le accuse e le insinuazioni del Venosta reagisce, molto autorevolmente, Giacomo Racioppi (4), il quale, dopo qualche anno, illustra ampiamente l’attività svolta in Basilicata dai liberali nel decennio che precedette l’insurrezione del 1860 (5).”. Pedio, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Ciccotti, Le spie borboniche liberali del 1861, Potenza, 1861.”. Pedio, a p. 43, nella nota (3) postillava: “(3) Venosta Felice, Carlo Pisacane e i compagni martiri a Sanza, Milano, 1863”. Pedio, a p. 43, nella nota (4) postillava: “(4) Racioppi, La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri, Napoli, Margheri, 1863. Cfr. anche le lettere del Racioppi a Pietro Lacava edite dal Tripepi, Curiosità storiche cit., pp. 147. Contro l’accusa del Venosta il De Leo pubblicò, nel 1885, una nota autobiografica, Commemorazione della spedizione di Sapri – Un episodio dello sbarco di Pisacane a Sapri. Su tale argomento cfr. Pedio, Uomini e martiri cit., p. 309 s. Per la infondatezza di tale accusa cfr. per tutti Nello Rosselli, Carlo Pisacane nel Risorgimento Italiano, Genova, Emiliano degli Orfini, 1936, p. 442.”. Pedio, a p. 43, nella nota (5) postillava: “(5) Racioppi, Storia dei moti cit.”. Pedio, a p. 43, nella nota (6) postillava: “(6) Luigi De Monte, Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla spedizione di Sapri, Napoli, Stamp. del Fibreno, 1877”. Sempre il Pedio (….), continuando il suo racconto scriveva pure che: “Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata durante il Risorgimento, ed, in particolare, di quelli svoltisi nel decennio 1850-1860, vien data dopo l’avvento della sinistra la potere. Dopo la pubblicazione dei documenti editi dal De Monte (6), allo scopo di dimostrare che gli artefici della insurrezione lucana avevano militato in quella stessa corrente da cui traevano origine i nuovi uomini politici italiani, si afferma, e ci si convince, che in Basilicata, prima del 1860, avesse svolto notevole attività il movimento mazziniano che avrebbe fatto capo a Giacinto Albini, e che i più noti patrioti avessero militato nella corrente democratica (1). Tale travisamento della realtà storica è stata opera non solo dei parlamentari lucani interessati a vantare tradizioni liberali, ma anche, e soprattutto, di Decio Albini, il quale, dimenticando che la corrente liberale alla quale aveva aderito Giacinto Albini prima del 1860 ed i Lacava soltanto dalla primavera di quell’anno, era stata restia ad accettare un programma radicale ed, in particolare, quello mazziniano, in una breve monografia altera la verità storica e, anzicchè limitarsi ad illustrare quelli che erano stati realmente i contatti avuti dal padre prima con il Comitato facente capo al Fabrizi e poi con il Comitato dell’Ordine dal quale, nel 1860, era stato delegato ad organizzare, a dirigere e ad arginare la insurrezione in Basilicata allo scopo di impedire un eventuale sopravvento dei radicali che facevano capo al Comitato d’Azione (2), afferma che il padre ed i suoi più vicini collaboratori avevano aderito al movimento mazziniano (3). E questa tesi viene sostenuta da Pietro Lacava, il quale, nell’illustrare l’attività svolta dai liberali lucani nel decennio che precedette il 1860 (4), contribuisce ad avvalorare la leggenda di un Giacinto Albini mazziniano (5). Affermatisi questa convinzione, che noi riteniamo, quanto meno, esagerata, si susseguono una serie di opuscoli e di articoli (1), i cui autori, omettono ogni indagine, che arebbe facilmente dimostrato quale programma politico fosse stato accettato da coloro che erano stati i maggiori artefici del movimento insurrezionale del 1860 in Basilicata, si limitano a parafrasare gli scritti di Decio Albini, il quale continua a ripetersi in una serie di pubblicazioni il cui contenuto non trova riscontro nelle fonti e nei documenti del tempo (2). Inoltre, ritenendo affiliazioni mazziniane quelle numerose vendite carbonare che, con la denominazione di ‘Giovine Italia’, avevano svolto la loro attività in Basilicata nel 1847-49 (3), l’Albini definisce mazziniani quei patrioti lucani dei quali compila brevi cenni biografici per il ‘Dizionario del Risorgimento Nazionale’ del Rosi (4).”. Pedio, a p. 44, nella nota (2) postillava: “(2) Del Pedio, oltre l’intoduzione ai ‘processi e documenti cit., pp. 11 ss. ed Uomini e martiri cit., p. 297, cfr. l’articolo su Giacinto Albini redsatta per il Dizionario biografico degli Italiani. “. Pedio, a p. 44, nella nota (3) postillava: “(3) Decio Albini, La pedizione di Sapri e la provinci di Basilicata, Roma, Terme Diocleziane, 1891 “. Pedio, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) Pietro Lacava, Prefazione alla ed. del 1909 della Storia dei moti del Racioppi.”. Pedio, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) Che Giacinto Albini abbia avuto rapporti con il Comitato mazziniano operante in Napoli nel 1857 è indiscusso. Ma ciò non significa che abbia accettato quel programma. Attraverso i documenti pubblicati dal De Monte si è portati a ritenere che, durante tutto il 1857, l’Albini sarebbe vissuto in Basilicata in continuo contatto con il Comitato mazziniano di Napoli. Al contrario, documenti ufficiali del tempo provano che Giacinto Albini, incluso tra gli attendibili politici, aveva ottenuto di fissare la propria residenza in Napoli dove era sottoposto a sorveglianza di polizia e, di conseguenza, nella impossibilità di visitare i paesi della Basilicata. Infatti, quando nel maggio del 1857 si sospettò che l’Albini avesse rapporti con i liberali di Anzi e di Pietrapertosa, l’intendente della provincia di Basilicata si rivolse a Napoli, perché si procedesse all’arresto dell’Albini (cfr. ASP., Intendenza Baslicata, 7/57). Ciò, naturalmente, non esclude che Giacinto Albini abbia potuto svolgere questa attività settaria quale comprovata dai documenti pubblicati dal De Monte. Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto acettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. I documenti da noi consultati smentiscono, d’altra parte, una attività svolta in Basilicata in relazione alla spedizione di Carlo Pisacane, avvalorata, invece, dai documenti pubblicati dal De Monte nel 1877 e da quelli, forniti in copia, nel 1887, dalla vedova di Luigi Dragone a Decio Albini e pubblicati in un opuscolo commemorativo etc…A porre un dubbio sull’attività attribuita a Giacinto Albini nel 1857 dai suoi biografi è lo sesso Racioppi, in quella sua breve nota sui fati di Sapri pubblicata, nella sua edizione definitiva, in appendice alla edizione del 1909 della sua Storia dei moti p. 393 s.). D’altra parte, anche se non si vuol tenere conto di queste nostre affermazioni, un fatto è certo: nessun tentativo per cercare di accorrere in aiuto di Carlo Pisacane da parte dei liberali lucani, nessuna manifestazione di soliderarietà agli eroi di Sapri nei vari centri abitati della Basilicata. Cfr. in proposito Pedio, L’insurezione lucana nell’agosto del 1860, ed. fuori commercio, Napoli, XVIII febbraio 1960. “. Pedio, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. da ultimo Decio Albini, La cospirazione mazziniana nella Lucania (1849-1860) in Lucania gens, a. II (Roma, 1923), V, pp. 6 ss. Sulla attività svolta dai liberali lucani nel 1857 cfr. anche quanto scrive Giuseppe Solimene su Mauro D’Elia da Lavello in ‘La spedizione di Sapri di C. Pisacane: I primi albori del socialismo in Lucania in Pensiero ed Arte, a. XII, n. 12 (Bari, dicembre 1956), pp. 5 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (3) postillava: “(3) Oltre Pedio, Processi e documenti, cit., cfr. dello stesso autore: Evoluzione politica della borghesia, cit., pp. 468 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (4) postillava: “(4) A dimostrare l’infondatezza delle affermazioni dell’Albini e di coloro che a lui si sono uniformati, sono i documenti del tempo esistenti nell’Archivio di Stato di Potenza (Cfr. Pedio, Processi e documenti, cit.) Cfr. in proposito anche G. Mondaini, I moti politici cit., pp. 264 ss. e Pedio, Di una società segreta e delle sue diramazioni in Basilicata e in Terra d’Otranto in Archivi d’Italia e Rassegna Internazionale degli Archivi, s. II, a. X (1943), fasc. 3-4, pp. 73 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (5) postillava: “(5) Tale argomento è stato ampiamente trattato, oltre che dal Racioppi nella Storia dei moti cit., anche nella Cronaca potentina del Riviello cit., pp. 157 ss. Oltre Pedio, La reazione borbonica in Basilicata dopo il 1848 in Atti XXVII Congresso Nazionale Istituto Storia del Risorgimento, cit., pp. 539 ss., cfr. anche Matteo Mazziotti, La reazione Borbonica nel Regno di Napoli, Soc. Ed. Albrighi e Segati, 1912; Alfredo Ricci, etc…”. Pedio, a p. 46, in proposito scriveva che: “…mentre, invece, è da prendersi in considerazione il sospetto avanzato da questo autore che molti degli studiosi lucani di storia patria si siano lasciati trascinare ad esagerare e, financo, ad alterare i fatti svoltisi nella nostra regione durante l’età del Risorgimento (4).”. Pedio, a p. 46, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. in proposito Pedio, Radicali cit., p. 5.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva pure che: “I documenti raccolti dagli eredi di Giacinto Albini e che erano stati, in parte, consultati da Giacomo Racioppi, vengono pubblicati ed illustrati da Michele Lacava nella sua ‘Cronistoria’. Questa ampia raccolta di documenti, cui attingeranno tutti coloro che tratteranno del 1860 in Basilicata, deve essere, però, consultata con molta cautela. I documenti relativi al periodo precedente al 1860 pubblicati dal Lacava, in gran parte dispersi, destano, infatti, sospetti sulla loro autenticità: notizie date per certe non trovano riscontro in atti ufficiali; patrioti che, secondo il Lacava, avrebbero seguito Garibaldi e fatto parte dell’Esercito Meridionale (1), non sono compresi nell’elenco della Società di Solferino e San Martino (2), l’atteggiamento ultraradicale che, secondo alcuni documenti pubblicati dal Lacava, avrebbero assunto in determinati momenti Giacinto Albini ed i suoi più diretti collaboratori, non trova conferma in altri documenti del tempo che, a differenza di quelli pubblicati nella ‘Cronistoria’ del Lacava, è possibile consultare nei loro originali.”. Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (2) postillava: “(2) Elenco dei soldati italiani della provincia di Potenza che hanno fatto una o più delle sette compagnie dal 1848 al 1870 per l’Indipendenza Italiana, Padova, Soc. Solferino e S. Marino.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a p. 52, in proposito scriveva che: “…..non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487 Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867. Questo interessante volume, scrisse Rocco Brienza, è privo di non pochi fatti, e qualcuno, dei tanti riportati, merita di essere meglio chiarito. E’ a mia piena conoscenza come il Racioppi siasi…rivolto ai suoi compagni politici per sapere degli avvenimenti. Moltissimi tacquero, qualcuno disse anche troppo. Cfr. Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 10 luglio 1868. Nonostante le giuste critiche mosse dal B. al R. questa Storia dei moti rimane la più completa trattazione sui fatti svoltisi in Basilicata nel 1860. Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di Pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Carlo Nardi (….), nel suo, Le truppe del Ghio e il passaggio del “Calderaio”, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 298, nella nota (10) postillava: “(10) M. Rosi, I Cairoli, Torino, Bocca, 1908. Il Rosi pubblicò (pp. 339-349) la lunga lettera, in cui il giovanissimo Cairoli narrava la sua marcia attraverso la Calabria fino a Spezzano Albanese, ove fu ospite della famiglia Rinaldi, di cui, uno dei figli, Orazio, era stato compagno di collegio di Agesilao Milano e, implicato nella vicenda di costui, era stato condannato a 20 anni di carcere duro.”. Gulielmini Andrea, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877.
I PRODROMI
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri che redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito così scrivevo che: “I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento della amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi. Successivamente, in seguito ai moti del 1848, alcuni sapresi si macchiarono della morte del patriota Costabile Carducci, anima dei moti antiborbonici del ’48. Del triste episodio, raccontato dal Mazziotti (162), dal Cassese (163), e dal Pesce (164), esiste a Sapri, un manoscritto del Canonico Timpanelli, oggi gelosamente custodito dalla famiglia Tavernese. Il Carducci, la notte del 4 luglio 1848, proveniente con altri tre suoi compagni dall’impresa delle Calabrie, diretti a casa del patriota barone Giovanni Gallotti, ed intenti a proseguire per Napoli, per l’apertura del nuovo Parlamento, fù fatto prigioniero sulla spiaggia di Sapri, insieme ai suoi compagni, da alcuni sapresi filoborbonici, tra cui il prete Vincenzo Peluso. Tradotto poi con l’inganno a Lagonegro “per la via della ‘fontana della Spina’…..al punto designato detto della ‘scala’, dove due alte rocce tagliate a picco restringono il varco a due chilometri da Acquafredda”, il Carducci fù orrendamente ucciso. Il 10 luglio 1848, un distaccamento della guardia nazionale di Trecchina, alla fontana della spina, raccolse il povero corpo martoriato del Carducci che poi sarà sepolto nella Chiesa della Concezione ad Acquafredda. Le “Ricordanze” di Luigi Settembrini, ricordano il triste episodio e come il prete Peluso, responsabile di quell’orrendo delitto, fu protetto alla Corte di Ferdinando II di Borbone il quale, inviò a Sapri la nave militare Tancredi per salvare il Peluso e portarlo impunito a Napoli. In seguito, tutti quei personaggi che avevano attivamente partecipato al triste episodio, furono lautamente ricompensati dal Re, che talvolta concesse pensioni e ricompense in danaro.”. Nella mia nota (162) postillavo che: “(162) Mazziotti Matteo, Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848, vol. II, (1909), rist.di Galzerano ed.”. Nella mia nota (163) postillavo che: “(163) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n.14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp.I-IV.”. Nella mia nota (164) postillavo che: “(164) Pesce C., Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda, Napoli, 1895.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 174, in proposito scriveva: “Arrivato a questo punto della narrazione, mi si presenta l’ azione più rilevante, e nel tempo stesso più sventurata, che la parte rivoluzionaria ebbe tentata nelle province meridionali in quel tristo periodo di scoraggiamento generale. Io intendo parlare della eroica spedizione di Sapri, preconizzatrice di quella de’ Mille di Marsala. Era mio intendimento narrarla particolareggiata; ma la sua importanza richiedeva una compiuta monografia co’ documenti giustificatici. Mi posi anche al lavoro; ma mi avvidi che la economia dell’opera generale ne avrebbe sofferto; che avrei dovuto uscire dallo scopo prefissomi, di notare alcune memorie sulla rivoluzione del 1860, e sulle cause preparatorie, talchè avrei dovuto modificare il mio concetto. E tanto più mi raffermai quanto che nel corso del 1864 vennero fuori in Napoli alcuni scritti che narravano del fatto, e tra questi citerò come autorevole quello di Niccola Fabrizi.”.
Nel 1848 e 1857, i LIBERALI nel basso Cilento e le loro attività patriottiche prodromiche alla Spedizione
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) nella nota (165) postillavo che: “(165) Cassese L., op. cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B.77; vedi pure Bilotti P.E., La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza, p. 195; vedi pure Fischietti G., Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1877, pp. 5, 6 e ss.”. Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovena e antica”, a p. 120, in proposito scriveva che: “Non mancavano, poi, i liberali, malgrado l’accurata sorveglianza borbonica, come precedentemente indicato (6).”. Tancredi, a p. 120, nella nota (6) postillava: “(6) Tra i paesi della zona, che parteciparono all’impresa di Pisacane, ricordiamo Scario con alcuni appartenenti alla famiglia Bruno e Santa Marina con membri della famiglia Maccarone: uno di essi, Maccarone Domenico, fu catturato, processato e imprigionato.”. Infatti, riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Il Bilotti, a p……, nell’“Elenco generale dei compromessi disposti per ordine alfabetico dei rispettivi comuni di origine”, a p….., troviamo un “Vallato Carmine di Cuccaro; 241. Lazzaro Luigi di Policastro; Smimmero Luigi di Polla; Tropeano Gaetano di San Pietro di Polla; 285. Maccarone Giovanni di Santa Marina; 299. Tuoti Francesco di Scalea; 327. Raele Raffaele (forse di Lagonegro o di Lauria)”. Dunque, secondo i documenti consultati dal Bilotti, Giovanni Maccarone, era di Santa Marina-Policastro (non di Scario) e vi era anche un altro Maccarone Domenico di Santa Marina-Policastro che fu tradotto a Montesano. Sulla figura del patriota e liberale Mansueto Brandi citato dal Bilotti, ho scritto nell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “In un paese quasi deserto i rivoltosi, in piazza trovarono Mansueto Brandi il quale si prodigò medicando uno di loro il Colacicco, etc…“. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 185-186 parla dell’ingresso dei Trecento a Sapri e scriveva che: “….unico ad avvicinarsi fu Mansueto Brandi da Torraca, pregiudicato politico di vecchia data, il quale non solo simpatizzò subito coi capi, ma si offerse a medicare la mano ferita a Giuseppe Colacicco, e si unì poi alla Spedizione (1).”. Bilotti, a p. 185, nella nota (1) postillava: “(1) Atto di accusa, p. 40”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, etc…”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 64, in proposito scriveva che: “….c’era un uomo semplice, al quale il comitato di Napoli non aveva pensato, perchè non sapeva governare la penna per sostenere una corrispondenza: Mansueto Brandi. Conosciuto da tutti come brav’uomo, pieno d’entusiasmo e d’iniziativa, etc…”. Ancora sui sorvegliati politici del tempo, il Bilotti, nel capitolo IX “Tra Salerno e Gaeta” raccontando dell’arresto di un traditore: “Un traditore fra i cospiratori – Arresto dei fratelli Taiani e sequesto di corripondenze compromettenti – Sospettati rapporti di Nicola Taiani nel distretto di Salerno etc…”, a p. 160 e sgg., in proposito egli scriveva che: “…le autorità giudiziarie non prendevano riposo, massime dopo l’arresto “degli emissari demagogici” Nicola e Salvatore Taiani da Maiori. I due fratelli giravano pel regno il primo coonestando i suoi viaggi col qualificarsi tipografo ambulante etc….Ad entrambi si erano sequestrate etc…a Salvatore varie carte e principalmente “una lettera enigmatica” con firma di un tale Gennaro Siniscalco, etc…Gli si trovò anche una carta di passaggio etc…Si seppe inoltre che il Nicola Taiani era stato più volte in segrete ferenze con D. Giovanni Amatruda da Agerola allora dimorante in domicilio forzoso a Napoli, ma compromesso in politica fin dal 1843. Nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Non si comprende come tali notizie fossero pervenute alla polizia, ma è certo che furono impartiti ordini pressanti ai giudici regi di Torreorsaia, Vibonati e Gioi perchè procedessero ad immediate perquisizioni e nel cas, all’arresto dei ‘pervenuti’, e poi anche ai giudici etc…”. Sempre il Bilotti, a p. 183 scriveva pure che: “Avveniva intanto a Montemurro verso la metà di maggio 1857, l’arresto di tal Vincenzo Gerbasi, soprannominato ‘Fatariello’, che fu uno dei più fidati emissari dei liberali di Padula; etc..”. Dunque, sempre il Bilotti scriveva che dalle carte sequestrate al Taiani di Maiori si seppe che, nel portare una lettera dell’Amatruda al De Curtis in Roccagloriosa il Taiani vi era stato festeggiatissimo; con altre lettere, certamente sovversive, era poi di lì partito, dirigendosi successivamente da De Luca in Torreorsaia, da Cavaliere in Capitello, e da D. Gennaro Siniscalchi in Cardile. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Sempre il Bilotti, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. Giacomo Di Pietro – 3. Nicola Vita – 4. Antonio La Corte – 5. Salvatore Tinelli – 6. Francescantonio Vecchio – 7. Federico Vecchio – 8. Gaetano Vecchio – 9. Nicola Vecchio – 10. Giuseppe Guerra. – 11. Giuseppe Giffoni Fasanaro – 12. Giuseppe Pugliese – 13. Biagio Giffone – 14. Girolamo Giudice – 15. Clemente Giffoni – 16. Francesco Pugliese-Ciccone – 18. Angelo Tinelli – 23. Socrate Ant.à La Corte – 24. Giovanni Magaldi – 25. Francesco Timpanelli – 27. Carmine Timpanelli – 30. Francesco Colimodio – etc… – 37. Vincenzo La Corte – 38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – ect….”. Pisacane recandosi a casa del noto liberale don Giovanni Gallotti trovò solo i fratelli Emanuele Gallotti ed il sacerdote don Filomeno Gallotti che spiegò a Pisacane che suo padre, il barone don Giovanni Gallotti, insieme ai due fratelli, Salvatore Gallotti e Raffaele Gallotti erano al Fortino. Dunque, secondo il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. In primo luogo non ho chiarito se i due fratelli, Salvatore e Raffaele Gallotti fossero i fratelli del barone don Giovanni Gallotti o fossero altri due fratelli del sacerdote don Filomeno Gallotti. Inoltre, il luogo dove si trovassero i due fratelli, Salvatore e Raffaele, insieme al padre, è sicuramente il Fortino di Casaletto in quanto sarebbe stato strano che i tre si sarebbero uniti al manipolo di urbani di Sapri per andare contro i rivoltosi a punta Fortino a Sapri. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”. Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi filo-borbonici furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p…., nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sempre il Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Cfr. il telegramma di condoglianze inviato a Caprera da un comitato vibonatese nel 1882, in occasione della morte del generale (La Gazzetta del Circondario di Sala C.na, n. 37, 12 giugno 1882; P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 29, n. 59). Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, Garibaldi incontrò tra altri il giudice regio Francesco Saverio Cajazzo, il sindaco Giuseppe Giffoni e il capitano della Guardia Nazionale Vincenzo Pugliese.”. I testi citati sono: P. Russo, Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta, Salerno, Grafespres, 2000. Inoltre, è citato il testo di Ferruccio Policicchio (….), “Le camicie rosse del Golfo di Policastro” in AA. VV., Garibaldi e garibaldini in Provincia di Salerno, Salerno, Plectica, 2005. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i quali, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Su don Terenzio, Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo già settario fin dal 1820, avea ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col su parente D. Leonino Vinciprova da Omignano etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Il testo citato è di Antonio Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovena e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “Sapri, naturalmente, non poteva essere assente in questa gara, guardando al futuro con trepidazione e speranza. Attesa la posizione felicissima, sul mare, crocevia di tre regioni, la vigilanza era intensa: i messaggi arrivavano piuttosto tempestivamente. E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, per gli anni 1849-1850, a p. 263, in proposito scrivevano: “Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe esssere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo della famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: “Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”. Felice Fusco (….), sulla scorta del Bilotti. Egli, nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68, in proposito scriveva che: “In una lettera a Fanelli già ricordata egli così delineava la cospirazione vallese: etc….”….In questa provincia si sta organizzando un partito reazionario sotto la direzione di Perazzo di Vibonati, Palmieri di Polla, e Coletti di Diano, i quali promettono a ciascun individuo 5 carlini per giorno….etc….(52).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Fusco, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”. Si tratta del testo di Leopoldo Cassese, La Spedizione di Sapri, ed. Laterza, Bari, 1969.

(Fig. n….) Disegno del ritratto di Carlo Pisacane
Il ricordo della storica impresa di Carlo PISACANE, dei suoi “Trecento” e dello sbarco a Sapri, prodromi della insurrezione del 1860
Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nel 1857, Giuseppe Mazzini, sospettando che a Napoli, in previsione della morte di Ferdiando II, gravemente malato, si affermi un movimento di restaurazione murattiana, tendente a riportare sul trono il figlio dell’infelice Re di Napoli, fucilato a Pizzo Calabro, cerca di prevenire il pericolo e, venuto segretamente a Genova, organizza una spedizione nel regno borbonico e ne affida il comando a Carlo Pisacane (20).”. Di Capua, a p. 34, nella nota (20) postillava che: “(20) Patriota, martire e scrittore (Napoli 1818 – Sanza 1857). Ufficiale dell’esercito borbonico, lasciò il servizi ed emigrò in Francia per dedicarsi alla causa italiana. Capo di S. M. dell’esercito repubblcano a Roma nel 1849 durante la Repubblica Romana, orientò il suo pensiero politico verso il socialismo. Partito il 24 giugno da Genova, si arrestò all’isola di Ponza ove liberò circa 300 detenuti che andarono ad ingrossare la sua schiera. Il 29 giugno sbarcò a Sapri e si inoltrò verso l’interno. Giunto a Padula fu affrontato da truppe borboniche e da contadini ostili. Nello scontro l’improvvisata formazione venne facilmente sopraffatta e dispersa. Pisacane, allora, con pochi superstiti, si ritirò verso Sanza e, vista ormai perduta ogni speranza, morti o caduti prigionieri quasi tutti i suoi compagni in quell’ultimo combattimento si uccise.”. Infatti, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the Thousand = Garibaldi e i Mille”, a pp. 88-90, in proposito scriveva che: “Il Mazzini peraltro trovò la tempra d’uomo necessaria al suo scopo nel Napoletano Carlo Pisacane, nel calabrese Giovanni Nicotera e nel siciliano Rosolino Pilo (1). Il 25 giugno 1857, Pisacane e Nicotera salparono da Genova, in un vaporetto chiamato Cagliari, etc…Il Pisacane perciò sbarcò invece nella prossima isola-ergastolo di Ponza impadronendosene con la sua piccola forza, per mezzo di un abile colpo di mano. Il Pisacane liberò e imbarcò con lui sul ‘Cagliari’ 200 galeotti comuni, oltre una dozzina di condannati politici e un centinaio di soldati della guerra di liberazione (3). Fu con queste forze equivoche che sbarcarono a Sapri. Alcuni liberali dei paraggi tentarono di spargere il grido di ‘Viva Murat’, ma il grido degli invasori era ‘Viva l’Italia, Viva la Repubblica’ (4).”. Treveljan, nella traduzione della Dobelli, a p. 88, nella nota (4) postillava che: “(4) Sapri, 195; Nicotera, 15.”. Treveljan, per “Sapri”, intendeva il testo: “Sapri = Bilotti (P.E.), La Spedizione di Sapri (da Genova a Sanza). 1907” e per “Nicotera” intendeva il testo di: “Nicotera = Mauro (M.), Biografia di Giovanni Nicotera.”. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, parlando di “Padula et Consilinum”, a pp. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “Dans les fureurs aveugles des guerres civiles le sang appelle le sang; la conscience s’oblitère et l’on se croit en droit de châtier les atrocités par d’autres atrocités. Au mois d’août 1860, une colonne de l’armée garibaldienne prenait terre, à Sapri pour opérer dans le Cilento parallèlement au mouvement en avant du corps principal; c’était le colonel Pianciani qui la commandait. Il envoya undétachement à Sanza. Un nommé Savinu La Veglia, que la voix publique désignait comme ayant porté le premier coup à Pisacane désarmé, fut arrêté chez lui et fusillé sans jugement dans la prison. C’était répondre au meurtre par le meurtre. L’homme que l’on traitait ainsi pouvait être un assassin; ceux qui le mirent ù mort sans observer aucune forme, sans débat contradictoire, ne se firent pas des justiciers, comme ils se l’imaginaient, mais eux-mêmes des assassins. Au moment de partir de Gènes, Pisacane avait écrit un testament, que les journaux publièrent après sa mort. « Je suis persuadé, y disait-il, que si l’entreprise réussit j’obtiendrai les applaudissements universels; si je succombe, le public me blâmera, on m’appellera fou, ambitieux, turbulent, et ceux qui, ne faisant jamais rien, passent leur vie h critiquer les autres, examineront l’oeuvre minutieusement, mettront à découvertmes erreurs et m’accuseront d’avoir échoué faute d’esprit, de coeur et d’énergie. » Il se trompait. Sa tentative avait lieu dans des conditions qui rendaient le succès impossible elle a misérablement échoué. Mais trois ans ne s’étaient pas écoulés qu’il passait grand homme et que sa mémoire recevait les hom…mages réservés aux plus glorieux martyrs de la cause nationale. Sur le quai de la Marine à Salerne, le chef-lieti de la province où il mourut, on voit une statue élevée a Carlo Pisacane, precursore di Garibaldi. Dans tout l’ancien royaume napolitain il n’est presque pas une ville où l’on ne rencontre une rue ou une place Pisacane. J’ai même lu à ce sujet chez un voyageur français, homme de beaucoup d’esprit et des mieux pensants, mais qui avait eu là une distraction singulière, deux pages d’indignationéloquente, flétrissant l’abaiesomentmoral dans lequel est tombée l’Italie piémontisée, qui donne aux rues de ses villes le nom d’un « criminel vulgaire qui a tenté l’assassinat d’un roi. 1) Carlo Pisacane confondu avec Agesilao Milano! la méprise est forte. Il serait bon de s’informer un peu plus exactement des choses avant de se mettre en frais de morale indignée. Du reste il ne faut pas s’y méprendre, l’aventure de Pisacane, qui avait semblé au premier abord une folie piteusement avortée, fut par ses conséquences un événement fort considérable. L’effarement et le désarroi que le gouvernement de Naples avait montré devant celle entreprise d’une poignée d’hommes, la façon dont, avant d’être arrêtés par etc…“ che tradotto significa: “….Nelle furie cieche delle guerre civili il sangue chiama sangue; la coscienza è cancellata e crediamo di avere il diritto di punire le atrocità con altre atrocità. Nell’agosto 1860, una colonna dell’esercito garibaldino prese terra, a Sapri ad operare nel Cilento al fianco del movimento in avanti del corpo principale; era il Il colonnello Pianciani che lo comandava. Ha inviato un distaccamento a Sanza. Qualcuno di nome Savino La Veglia, che la voce pubblica ha designato come avendo sferrato il primo colpo al disarmato Pisacane, è stato arrestato a casa sua e fucilato senza processo nel prigione. Stava rispondendo all’omicidio con l’omicidio. L’uomo che è stato trattato in questo modo avrebbe potuto essere un assassino; coloro che lo hanno messo a morte senza osservare nessuna forma, senza dibattito contraddittorio, lo è non hanno agito da vigilantes, come immaginavano, ma loro stessi sono assassini. Quando lasciò Genova, Pisacane aveva scritto un testamento, che i giornali pubblicarono dopo la sua morte. “Sono convinto”, ha detto, “di questo se l’impresa riesce mi prenderanno gli applausi universale; se soccombo, il pubblico darò la colpa, sarò chiamato pazzo, ambizioso, turbolento, e quelli che, senza fare mai nulla, spendono il loro la vita h critica gli altri, esaminerà il lavoro con attenzione, esporrò i miei errori e mi accuserà di aver fallito per mancanza di spirito, di cuore ed energia. » Aveva torto. Il suo tentativo si è svolto in condizioni che hanno reso il successo impossibile, fallì miseramente. Ma non erano passati tre anni come passò lui grande uomo e che la sua memoria ha ricevuto maghi riservati ai martiri più gloriosi della causa nazionale. Sulla banchina della Marina a Salerno, il capo lieti della provincia dove morì, vediamo una statua eretta a Carlo Pisacane, precursore del Garibaldi. In tutto l’antico regno napoletano non c’è quasi una città dove non ci incontriamo una strada o una piazza Pisacane. Ho letto anche questo soggetto in un viaggiatore francese, un uomo dai molti di ingegno e di pensiero migliore, ma chi l’aveva avuto c’era una singolare distrazione, due pagine di eloquente indignazione, appassendo l’umiliazione morale in cui cadde l’Italia piemontese, che dà il nome alle strade delle sue città ad un “criminale”. volgare che ha tentato l’assassinio di un re (1). Carlo Pisacane confuso con Agesilao Milano! l’equivoco è forte. Sarebbe bello scoprirlo un po’ più esattamente sulle cose prima di iniziare a spese della moralità indignata. Inoltre, non dovrebbe esserci errore, l’avventura di Pisacane, che a prima vista era sembrato una follia pietosamente abortita, fu dalle sue conseguenze un evento molto significativo. Lo sgomento e lo sgomento che ha suscitato il governo di Napoli aveva mostrato davanti a questa compagnia una manciata di uomini, il modo in cui, prima di essere arrestati da etc…”. Il Lenormant ci parla dell’Agosto 1860, non di Luglio e non di Settembre. Il Lenormant, a p. 134 aggiungeva che: “D’ailleurs l’exemple de Pisacane ne fut pas perdu pour Garibaldi. Il lui montra que la République faisait peur aux populations du royaume de Naples, qu’elles tenaient au principe de la monarchie et que si l’on voulait les ……” che, tradotto significa: “Inoltre, l’esempio di Pisacane non andò perduto a Garibaldi. Lui lui dimostrava che la Repubblica spaventava le popolazioni del regno di Napoli, che detenevano principio della monarchia e questo se li volessimo etc….”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60”, ed. Le Monnier, Firenze, 1960, a p. 35, in proposito scriveva che: “Si potrebbe dire che tra gli esuli meridionali, a prescindere dallo Scialoja (33) che quanto meno è l’unico a portare il discorso su aspetti concreti (finanziari), vi sia il solo Pisacane ad avere un suo programma politico per il futuro, e a non limitarsi all’obiettivo immediato (34).”. Moscati, a p. 35, nella nota (34) postillava: “(34) Vedi fascicolo dedicato a Pisacane in occasione del centenario della Spedizione di Sapri dalla rivista “Cronache Meridionali” (a. IV, n. 10, ottobre 1957) e G. Berti, La dottrina pisacaniana della rivoluzione sociale, in “Studi storici”, 1959-1960, I, 2.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 3, in proposito scriveva: “Per intendere come si giunse e come funzionò la Prodittatura Lucana, è utile dare uno sguardo generale e riassuntivo a tutto quel movimento liberale, che si era svolto in quella regione dal 1848 in poi. Gli eventi di quell’anno e quelli che seguirono, cacciarono anche là molte persone nelle galere, altre ne spinsero in esilio, ne spaventarono e paralizzarono altre; mentre d’altra parte sorgeva un elemento giovane e nuovo, che, prima ignoto o appartato, ripigliava quel movimento in conformità della sua educazione e delle condizioni generali. Avvenuta l’insurrezione del 18 Agosto 1860, tutto il paese, com’è facile immaginare, si trovò innanzi a nuovi compiti, soprattutto a compiti reali ed anche urgenti…..In questa azione si trovarono a cooperare con le loro passioni, coi loro presupposti, con i loro precedenti sopravanzati al 1848, patrioti allora liberati dalle galere, reduci dall’esilio ed elementi nuovi, con tutte le modalità e varietà, che sogliono presentare questi avvenimenti; …..(p. 4) Questo atteggiamento creò due correnti nel regno napoletano: una più scarsa di simpatia verso il Piemonte, l’altra più numerosa di odio contro il Borbone, che, specialmente dopo che la Francia e l’Inghilterra ebbero richiamati dalla capitale i loro rappresentanti, fu giudicato ostacolo quasi unico contro il civile progresso. Così quando il Mazzini nel 1856 lanciò il suo appello, che chiamava tutti gli uomini liberi a raccogliersi sotto il vessillo dell’Unità, a Napoli si formò il ‘Centro Promotore del sud Peninsulare’…..E quando Carlo Pisacane ideò la sua spedizione nell’Italia Meridionale, il comitato napoletano aveva fatto assegnamento sulla Lucania, più che sul Cilento. L’impresa Pisacane ebbe una conclusione dolorosa e triste, che portò il dolore e lo sconforto nelle provincie meridionali, affievolendone lo spirito di organizzazione. Ma un nuovo avvenimento riaccese gli animi repressi: la seconda Guerra d’Indipendenza. Un nuovo partito, ispirato da Cavour e diretto da Lafarina, sorgeva intanto a Torino. Il programma del nuovo partito era come si sa: ‘Indipendenza, Unione, Casa Savoia’. La nuova associazione risvegliò gli antichi mazziniani di Napoli. Essi riordinarono le file del vecchio centro, che mutò nome. Si chiamò ‘Comitato Centrale dell’Ordine’ e fondò un suo organo clandestino: ‘Il Corriere di Napoli’. Ad Albini, che era uno dei componenti il Comitato di Napoli, fu affidata la cura di tutte le provincie meridionali, e specialmente della Provincia di Potenza. Egli chiamò in vita l’antica organizzazione del 1857, per quanto inattiva ancora in piedi, perchè contro di essa la reazione non aveva incrudelito come era avvenuto nel Cilento, per opera dell’intendente Rosica, uomo temperato e mite e che non aveva neanche creduto alle accuse mosse dall’intendente di Salerno. Nell’agosto del 1859 il Comitato dell’Ordine di Napoli aveva dato disposizioni per la rivolta…..(p. 6) L’insurezione si voleva subito durante l’agosto, ma non se ne fece nulla e non fu un male. A Napoli intanto incominciano i dissidi politici. Il Comitato dell’Ordine, che prima faceva capo al partito Laarina, quando nel suo seno entrò il Matina, si orientò risolutamente verso Genova e il Bertani. Il Comitato, però per quanto formato da uomini di diverse mentalità politiche, operò in principio concordemente. I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Andrea Gulielmini (….), nel suo, L’eroe superstite di Sapri – schizzi storici per Andrea Guglielmini, Salerno, Tip. Migliaccio, 1877, a p. 11, in proposito scriveva: “I pericoli, gli ostacoli, anzi la quasi impossibilità di quel titanico ardimento, lo fanno più glorioso, perchè attestano la serena premeditazione del martirio. Quei prodi andarono a morire per svegliare i dormienti.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, a p. 79, in proposito scriveva: “Tra il ’57 ed il ’60, vi fu infatti un mutamento completo dell’equilibrio delle forze politiche in gioco, e non valutare ciò era un errore di prospettiva, generoso, ma che poteva essere anche fonte di numerose illusioni (69). Come quelle che lo stesso Nicotera, che rimase a lungo legato al ‘mito’ di Sapri, coltivò dopo il ’60, fino a che quel ‘mito’ non si andò via via consumento, a contatto con la dura prosa dei molti e difficili problemi del nostro Stato unitario.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 174, in proposito scriveva: “Arrivato a questo punto della narrazione, mi si presenta l’ azione più rilevante, e nel tempo stesso più sventurata, che la parte rivoluzionaria ebbe tentata nelle province meridionali in quel tristo periodo di scoraggiamento generale. Io intendo parlare della eroica spedizione di Sapri, preconizzatrice di quella de’ Mille di Marsala. Era mio intendimento narrarla particolareggiata; ma la sua importanza richiedeva una compiuta monografia co’ documenti giustificatici. Mi posi anche al lavoro ; ma mi avvidi che la economia dell’opera generale ne avrebbe sofferto; che avrei dovuto uscire dallo scopo prefissomi, di notare alcune memorie sulla rivoluzione del 1860 , e sulle cause preparatorie, talchè avrei dovuto modificare il mio concetto . E tanto più mi raffermai quanto che nel corso del 1864 vennero fuori in Napoli alcuni scritti che narravano del fatto , e tra questi citerò come autorevole quello di Niccola Fabrizi.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a pp. 179-180 e ssg., in proposito scriveva: “….La catastrofe fu piena, dolorosissima. I prodi di Sapri, gli antesignani della spedizione de’ Mille, furono quasi tutti chi uccisi, chi prigionieri. E ciò dopo lotte animose , senza guide , in mezzo a tutt ‘ i disagi, atutte le mancanze, a tutte le privazioni non solo di aiuti , ma del necessario non solo a combattere, ma a vivere. Essi vennero aggrediti , oppressi da truppe, gendarmi, e popolazione aizzata dagli agenti della polizia. Le uccisioni e le ferite fatte barbaramente , all’uso de’ cannibalı. La parte maggiore in tali scene di sangue fu dovuta a’ gendarmi , alla guardia urbana, e contadini. Tra questi anche le donne si videro precipitarsi come belve inferocite su’ disbarcati, ad alcuno de’ quali fu data la caccia su pe’monti come a fiere, e trucidato barbaramente. A quella popolazione poco o nulla culta fu dato ad intendere che si trattasse di briganti, di ladri, di pirati che scendevano a rubare ed a saccheggiare. Le arti più nefande da parte delle Autorità furono aggiunte al piombo ed alla baionetta ; talchè da que’ valorosi si ebbe a lottare non solo contro le forze ordinate del Governo, ma contro i pregiudizi e gli errori di tutta intera una popolazione. Combattendo eroicamente morirono il Pisacane, degno capo tra tutti, il Falcone, animoso giovane calabrese scampato l’anno prima dalla persecuzione poliziesca di Napoli. Il Nicotera ferito al braccio, ferito alla mano, colpito alle spalle, da un colpo di scure al capo cadde nel suo sangue rimanendo esanime per un pezzo, e poi fatto prigione, e quindi, dopo una processura, condannato nel capo, e poi tramutata la pena in ergastolo fatto espiare non dove la legge dicea, ma dove la ferocia voleva, cioè nel fosso di S. Caterina in un’ isola di Sicilia, fosso profondo dove surge l’acqua , dove chiunque vi fu gettato , non v’era vissuto e dove pure il Nicotera vi rimase per anni, liberato poi dalla Rivoluzione nel 1860. Un moto insurrezionale come quello di cui Sapri fu l’episodio più doloroso, dovea di necessità produrre gravissimi effetti. Se si riusciva, la faccia del mondo si mutava; se no, la tirannide si consolidava, ma le parti politiche si ricomponevano.”.
I GALLOTTI BARONI DI CASALETTO SPARTANO E BATTAGLIA

I GALLOTTI A SAPRI: GIOVANNI (padre), ex barone di Casaletto e Battaglia ed i figli: RAFFAELE, SALVATORE, don FILOMENO (sacerdote) ed EMANUELE, ed il nipote di Giovanni, PAOLO GALLOTTI proprietario della taverna del Fortino
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, il sacerdote don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che aveva abitazioni a Sapri e al Fortino di Casaletto. Sua madre era Rachela Giudice. Dunque, la famiglia dei Gallotti, feudatari di Casaletto e Battaglia, che avevano una casa a Sapri, attualmente in via Nicodemo Giudice, al civico….., da non confondere con i Gallotti di Piazza del Plebiscito, era composta dal barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che all’epoca di Pisacane (1857) avrebbe avuto circa 60 anni. Giovanni aveva tre figli: Salvatore, Filomeno che era prete, Emanuele e Raffaele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Angelo Guzzo (…), nel suo“Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Casaletto Spartano e di Battaglia, a p. 216, in proposito scriveva che: “Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Gallotti per la somma di 3260 ducati, mentre Scipione Gallotti già possedeva, nel territorio il casale di Tornito. Successivamente, per rinuncua di Carlo, la baronia passò al figlio Mario Gallotti, che la possedette fino alla morte, avvenuta il 14 gennaio 1768. Gli successe il figlio Mario Antonio, che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778 (4). La famiglia Gallotti, avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Guzzo, a p. 216, nella nota (3) postillava: “(3) L. Giustiniani, Dizionario geografico etc.. – Op. cit., vol. III, p. 204”. Guzzo, a p. 216, nella nota (4) postillava: “(4) P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento – Roma, 1982 – vol. I – pag. 550.”. Sulle origini del feudo di famiglia, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di “Battaglia”, vol. I, a p. 550, in proposito scriveva che: “L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (morto il 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia del padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio.”. Dunque, il barone di Battaglia don Giovanni Gallotti era uno dei quatro figli del barone Mario Antonio Gallotti. Il barone Mario Gallotti morì il 14 gennaio 1768 e gli successe il figlio Mario Antonio Gallotti che ottenne l’intestazione del casale l’11 febbraio 1778. In seguito, la baronia dei Gallotti “avendo posseduto il feudo per un periodo superiore ai duecento anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale Conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei Feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e in quelle dei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovani e Antonio.”. Dunque, in seguito alla morte di Mario Antonio Gallotti, successe il figlio Mario Gallotti, il quale aveva quattro figli, tra cui il nostro don Giovanni Gallotti. Antica famiglia originaria del Cilento; fedautaria di Battaglia, Casaletto, Farneto, Valladonna, ascritta nel Reg. Feud. e riconosciuta ammissibile nelle Regie Guardie del Corpo dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie nell’anno 1847. A Casaletto Spartano (comune di Battaglia) i Gallotti possedettero il castello baronale sin dal 1500, oggi trasformato in un apprezzato e confortevole Bed & breakfast, arredato con mobili d’epoca. Nel 1696 Ettore Carafa, conte di Policastro, vendette il casale a Carlo Carlotta (o Gallotta) per 3260 denari. Scipione Gallotta già possedeva nel territorio il casale di Tornito. L’11 febbraio 1778 al padre Mario Gallotti (m. 14 gennaio 1768), che aveva l’intestazione della baronia di Battaglia per rinuncia di suo padre Carlo, successe il figlio Mario Antonio. La famiglia Gallotti, che aveva posseduto il feudo per un periodo superiore ai 200 anni, venne così ascritta dall’abolito Tribunale conservatore della Nobiltà del Regno, al Registro dei feudatari, nella persona del barone Mario, successo al predetto Antonio, e nei figliuoli Carlo, Giuseppe, Giovanni ed Antonio. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 67-68, in proposito scriveva che: “Il Dittatore accettò con i suoi compagni, per alcune ore, l’ospitalità di Giovanni Gallotti già condannato a venti anni di ferri dalla Gran Corte di Salerno per i moti del 1848 in Sapri (2).”. Mazziotti, a p. 132, nella nota (2) postillava: “(2) Delle vicende del Gallotti e dei suoi figli ho scritto ampiamente nel mio lavoro ‘Carducci e i moti del Cilento del 1848 e Reazione borbonica. Veggasi anche Pecorini-Manzoni – Storia della 15. Divisione Turr nella campagna del 1860, pag. 149.”. Dunque, sui Gallotti di Battaglia, Matteo Mazziotti dice di avere scritto molto nel suo testo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848″ e nel testo“L’insurezione salernitana nel 1860”, notizie che vedremo meglio in seguito. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Sui Gallotti ne parla anche Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a pp. 74-75, parlando di Rocco Stoduti di Torraca e della reazione Sanfedista del 1799, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine di controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Rocco Stoduti (padre) uccise tre esponenti della famiglia Gallotti a Torraca e a Vibonati decapitò crudelmente il sindaco Giovanni Alano. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, per gli anni 1849-1850, a p. 263, in proposito scrivevano: “Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe esssere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Il testo citato è di Antonio Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885. Felice Fusco scriveva che Antonio Pizzolorusso (….), dei liberali promessi a Pisacane, riporta i nomi dei Gallotti, della famiglia Gallotti baroni di Battaglia, di don Giovanni Gallotti e dei suoi figli: “i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; etc…”. Dunque, secondo Pizzolorusso, oltre a Raffaele e Filomeno, vi erano anche “Diomede Gallotti di Sapri” e Francesco Gallotti di Sapri. Inoltre, Pizzolorusso (….), riporta anche il nome di un certo “padre Luigi da Torraca”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovanni Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “VII….La sera del 5 luglio giunsero al così detto Fortino presso Casalbuono e, secondo le loro istruzioni, si affrettarono ad avvertire il barone Giovanni Gallotti, che dimorava allora colà in una sua villa, dell’arrivo del Carducci in Sapri. L’annunzio sorprese il Gallotti, vecchio amico del Carducci, capitano della guardia nazionale a Sapri e capo della parte liberale del paese. Già arrivato il Carducci ?! Ed i suoi conterranei non lo avevano avvisato !. Forse non lo avevano potuto ! E perchè ? Balenò a la mente del Gallotti il sospetto di qualche colpo dei Peluso e della vecchia banda di lui. Immediatamente armatosi, discese a celeri passi con i tre arrivati e con due suoi fidi, Mansueto Brandi e Domenico Mercadante, a Sapri. Etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148).”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Dunque, la famiglia dei Gallotti, feudatari di Casaletto e Battaglia, che avevano una casa a Sapri, attualmente in via Nicodemo Giudice, al civico….., da non confondere con i Gallotti di Piazza del Plebiscito, era composta dal barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che all’epoca di Pisacane (1857) avrebbe avuto circa 60 anni. Giovanni aveva tre figli: Salvatore, Filomeno che era prete, Emanuele e Raffaele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Riguardo poi ai Gallotti, è interessante ciò che emerse nel famoso Processo al Nicotera. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi Santelmo Antonio, Francesco e Giovanni , Forte Antonio, Francesco e Angelo, Romano Federico , Vecchio Giovanni, Cardillo Michele e Giuseppe e Cardillo Michele, di Giuseppe , de Marco Michele e Gaetano , Scolpino Felice , Paolo e Giuseppe, Tepidino Vincenzo , Padula Vincenzo e Michele, Masullo Raffaele, Gervasi Vincenzo, Bianco Angelomaria, Soriano Domenico, Robertucci Michele e Alferio, Ferrara Antonio, Gallo Michele, e Amabile, Faluotico Giuseppe, Mugno Vincenzo e Fiorante, Volpe Pietro, di Giuseppe Michele, sacerdote, Bruno Gabriele, Alliegro Domenico, Sanseverino Raffaele, Perillo Francesco , de Rosa Tommaso, Falce Antonio, Cernicchiaro Pietro , Bifano Pasquale, Zipparro Domenico, Viggiano Pietro e Carlo , Alfano Michele , Gallo Vincenzo , Patrizzi Giuseppe e Raffaele, de Simone Giovanni, di Giuseppe Evangelista, Arato Vincenzo, Barra Michele , Rizzo Ignazio , e Pierri Vincenzo , di Padula , La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola , Diomede e Francesco , di Sapri, Curcio Giuseppe, Peluso Liborio , Cioffi Nicola e Vincenzo , Barra Carmine, Zipparri Pasquale , Caccurri Camillo , Gravina Pietro, Cernicchiaro Pietro , Felizzolo Biagio , Falce Giuseppe , P. Luigi da Torraca , Bifani Pasquale e Nicola, Brandi Pasquale, Falco Carmine, Viggiano Carlo e Cono, Zipparro Domenico e Antonio , Mercadante Nicola , Cesarino Francesco , Falce Anna e Antonio , Fiorito Francesco, di Torraca; Lenza Giovanni, di Roccagloriosa ; de Benedictis Giuseppe, Brienza Angelo e Vincenzo , Cammarano Raffaele, Arenaro Vincenzo , Trotta Pietro , di Sassano ; Morone Tommaso, di S. Giacomo; Matina Giovanni, di Diano, de Stefano Baldassarre ed Ermenegildo, di Casalnuovo; Bellezza Angelo, di Buonabitacolo e Rega Vincenzo, di Giffoni; Scorziello Pasquale, di Roccadaspide; Orlando Pasquale , di Agnone ; Mazzariello Angelo, di S. Giorgio ; Mangia Nicola, di Poderia; Botta Pietro, di Giffoni, Budetta Pasquale, Pietropaolo e Agostino , Pizzuti Luigi, Masucci Giuseppe , d’Aiutolo Agostino , di Rovella ; Calabritto Tommaso , di Pugliano ; Quaranta Angelo, di Palo ; Esposito Anselmo, di Nocera ; Sarnelli Gioacchino , di Bracigliano; Lobuglio Giuseppe, di Diano ecc .”. Dunque, Pizzolorusso elenca i “pochi che ne presero parte”, riferendosi alla Spedizione di Carlo Pisacane, e come vediamo nei citati nomi tratti dall’elenco di Pizzolorusso notiamo diverse famiglie e nomi che, oltre ad essere del posto e dei paesi circonvicini a Sapri (del basso Cilento) figurano pure molti di Torraca e di Sapri. Pizzolorusso pubblicò il suo testo nel 1885, quando già erano noti gli atti tratti dal processo di Firenze intentato dal Nicotera. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 405, in propposito scriveva che: “Ed io ricordo che poco tempo fa vi si conservava dai signori Gallotti, quasi prezioso cimelio, la grossa seggiola a spalliera su cui erasi seduto Garibaldi in quella breve sosta, e che alcuni vecchi Battaglioti mi narravano l’apparizione di ‘Carlobardo’ (sic) come d’un fantasma prodigioso, che fugava l’esercito nemico come il sole fuga la tempesta….”. Sempre il Pesce, a p. 407, in proposito scriveva che: “Da parte del Comune si dovè provvedere a svariate esigenze, alle quali attese egregiamente l’Avv. Antonio Ladaga, il quale fu assunto alla carica di Sindaco dopo le dimissioni di D. Antonio Gallotti e dopo breve sindacato di D. Felice Consoli, etc…”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “….fiume Noce e si fermò nel castello del barone Labanchi di Maratea, in attesa della barca che doveva condurlo a Sapri, dove in effetti giunse verso le ore 14 e dove già il giorno prima erano sbarcate, provenienti da Paola, la divisione Rustow e le Brigate Milano e Spinazzi della Divisione Turr. Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; etc…”. A Sapri, nell’attuale via Nicodemo Giudice, al n. 106 vi è un’antico palazzotto che apparteneva alla famiglia dei baroni Gallotti di Battaglia, su cui ho scritto in un altro mio saggio. La famiglia Gallotti di Battaglia, frazione del Comune di Casaletto Spartano, non è da confondere con l’altra famiglia dei Gallotti che abitavano e possedevano l’altro palazzotto che affaccia su Piazza del Plebiscito a Sapri, la famiglia del dr. Nicola Gallotti che fu uno dei primi Sindaci di Sapri. Non credo che vi sia stata parentela fra le due famiglie. La prima, dei baroni Gallotti di Battaglia possedevano anche vaste proprietà in località Fortino del Cervara che si trova non lontano dal piccolo casale di Battaglia. Questo palazzo, sito a Sapri in via Nicodemo Giudice si trovò al centro di due fatti storici che hanno caratterizzato gli anni del Risorgimento italiano nel 1848, nel 1857 e nel 1860 a causa del loro principale inquilino, il barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti ed i suoi figli. Forse lo stemma di famiglia è quello che si trova dipinto sul soffitto dell’androne dell’ingresso principale in via Nicodemo Giudice a Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 continuando il suo racconto scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice etc….”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, nei cap. X e XI, a p. 189, in proposito scriveva che: “Fu pensiero dei rivoluzionari, nell’entrare in Sapri, quello di vendicare l’assassinio di Costabile Carducci, e perciò mentre Pisacane con altri uomini si recava in casa del barone Gallotti (2) etc…”. Bilotti, a pp. 189-190, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. Etc…”. Secondo una recente segnalazione dell’amico Massimo Basilici, studioso di Pereto, un paese dell’Abruzzo, dai Registri conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, risultano alcune evidenze su alcuni Eboli di Sapri trasferitisi a Poggio Cinolfo. Basilici ha condotto delle ricerche anagrafiche e storiche sulle famiglie e cognomi comuni di Pereto servendosi della ricca documentazione conservata presso gli Archivi di Stato dell’Aquila ed altro. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente in proposito scriveva che: “Agli inizi dell’Ottocento a Poggio Cinolfo visse Francescantonio di professione ‘calderaro’. (66).”. Nella sua nota (66) egli postillava che: “(66) ASAq, Poggio Cinolfo, Nati, anno 1844. Da segnalare che in altre registrazioni anagrafiche di Poggio Cinolfo si trova distinta la professione di ‘ferraro’.”. Basilici (….) per “ASAq”, intende l’Archivio di Stato di Aquila. Basilici riferendosi a Francescantonio Eboli scriveva pure che: “Sposò Gallotti Rosa, di professione ‘filatrice’ (68), domiciliata in Poggio Cinolfo che sarebbe nata intorno all’anno 1811. (68).”. Basilici (….), in un suo scritto inviatomi recentemente, a p. 117 in proposito scriveva che: “Da quanto rinvenuto nei registri di Poggio Cinolfo e quelli di Sapri, si possono estrarre delle considerazioni: – il cognome Eboli ad inizio Ottocento era presente in entrambi i paesi con un certo Francescantonio. A Sapri di Eboli ve ne erano diversi, mentre a Poggio Cinolfo uno solo. – a Sapri si trovano diverse persone che di professione erano ramaioli, ovvero era una professione diffusa che in altri paesi, come ad esempio Poggio Cinolfo, erano chiamati calderari. Ecc..”. Dunque, l’amico Basilici ci parla dell’antica Famiglia degli Eboli a Sapri e a Pareto. Basilici, nell’“Appendici” al suo testo, a p. 115 riferendosi agli “Eboli” in proposito scriveva che: “Le Origini. Di seguito sono riportate le ricerche condotte per trovare informazioni sulle origini degli Eboli di Poggio Cinolfo.”. In realtà ed inconsapevolmente, l’amico Basilici attraverso la sua ricerca trova diversi documenti interessantissimi sugli Eboli di Sapri. Il Basilici, a p. 116 egli in proposito scriveva che: “Prendendo in considerazione la provenienza da Sapri, è stata condotta una ricerca sui matrimoni a Sapri dal 1844, andando a ritroso fino all’anno 1828. Non si trova alcun matrimonio con Rosa Gallotti. Si trova invece il matrimonio di un certo Francescantonio Eboli, di professione pastore, il 6 giugno 1841 di anni 26. Era figlio di Biagio, anche lui pastore, e di Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome) di 17 anni di Sapri (147).”. Basilici a p. 116 nella sua nota (147) postillava che: “(147) ASSa, matrimoni, anno 1841, registrazione numero 8.”. Infatti, all’Archivio di Stato dell’Aquila, troviamo al fascicolo 5762, registrazione n° 8 (immagine n° 36), il 6 giugno 1841 troviamo un certo “Francescantonio” Eboli, forse mio avo, di professione pastore e figlio di Biagio Eboli, anche lui pastore e Anna Maria Gerbasi. Sposò Maddalena Pasquale (Pasquale è il cognome), di 17 anni di Sapri. Ferdinando e Amedeo La Greca e Antonio Capano e Migliorino (….), nel loro “Temi per una storia di Torraca”, parlando della documentazione relativa a Torraca conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno ed in particolare dei Processi politici presentati davanti alla “Gran Corte Criminale – Processi per Reati Politici”, a p. 263, in proposito scrivevano: “Busta 257. Fascicolo 15-16 – Processo istituitosi a seguito della denuncia sporta dal farmacista Felice Mercadante per tentata cospirazione nel comune di Torraca. Imputati: …..Nicola Cesarini (Cancelliere), Carmine Crisci, notaio, Giovanni Gallotti di Mario, possidente, Giuseppe Gallotti fu Leonardo di anni 48, possidente, Carmine Perazzo, possidente. Anni: 1849-1850.”. In questo incartamento è presente un “Giovanni GALLOTTI di Mario, possidente” che potrebbe esssere il don Giovanni Gallotti, figlio di Mario Antonio Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e di Battaglia, che aveva immobili a Sapri e al Fortino.

I GALLOTTI A SAPRI: GIOVANNI (padre), ex barone di Casaletto e Battaglia ed i figli: RAFFAELE, SALVATORE, don FILOMENO (sacerdote) ed EMANUELE, ed il nipote di Giovanni, PAOLO GALLOTTI proprietario della taverna del Fortino
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), abbandonando la vita riservata e settaria che fino ad allora aveva condotto, si distinse, a partire dal 1848, per avere abbracciato le novità dell’epoca e si rese responsabile d’avere strenuamente lottato per la libertà e le istituzioni liberali. Con spirito di dedizione e la consapevolezza della incommensurabile portata sociale degli innovatori concetti politici, affrontò la sua azione sfidando le incomprensioni, le resistenze e lo scetticismo alimentati dai pregiudizi e dalla gretta paura del nuovo che caratterizza ogni fase di avanzamento e di progresso. Fece parte del comitato rivoluzionario e fu in mezzo ai settari. Spedì emissari nel Cilento e nelle Calabrie per dare e ricevere notizie. Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Era in Chiesa quando l’arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, celebrò Messa col canto del Te-Deum per ringraziamento. Con l’accordo del Sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, fece loro dare cento ducati dalla casa comunale. Quando Carducci fu catturato ad Acquafredda minacciò di morte gli autori e spedì corrieri a Maratea per liberare i suoi amici. Un rapporto di Polizia dice che Giovanni Gallotti “non si astenne neppure dalla tracotanza di dire che il re doveva rinunciare al trono o fuggire, perché era prossima a proclamarsi la Repubblica”. Fu indicato come esaltato liberale e accusato di “cospirazione ed attentato contro la sicurezza interna dello Stato”. Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”. Policicchio, a p. 216, racconta pure che: “Achille de Nicolais, militare di riserva del 3° Reggimento Cacciatori della Guardia Reale, detenuto a Salerno per falsità in scrittura privata, a cominciare da maggio 1856, più volte, con insistenza, alle diverse autorità domandò d’essere con riservatezza ascoltato avendo da rapportare cose rilevanti. All’Intendente denunciò: – che le prigioni centrali di Salerno erano diventate il centro delle riunioni politiche, particolarmente dopo la liberazione di Stefano Passero; – che giornalmente i detenuti politici, tra cui il barone Gallotti di Sapri, si riunivano nella stanza del custode; – che stampa estera, proclami anche del Mazzini, corrispondenza degli “emigrati” Mazziotti e de Dominicis annunciante una prossima ribellione, veniva loro portata dallo stesso Passero e dal figlio di de Dominicis (50). In una delle richieste diceva che “un gran deposito di armi vi era nel Cilento, bisognante ad armare quella Nazione non appena scoppiata la rivoluzione, e mettere in libertà tutti i carcerati”. Il de Nicolais, temendo per la vita, chiese di essere trasferito a Napoli. Una sì fatta deposizione doveva sommariamente giungere al Commissariato Provinciale di Polizia che, il 23 gennaio 1857, così concluse (51): “il de Nicolais ha sempre avuto per abituale occupazione nella sua prigionia quella d’inventar fandonie, esposte ai superiori, e forse anche per farsi giuoco della stessa col mantenerle in continuo esercizio per essere tradotto da un carcere ad un’altro, per vendicarsi con qualche detenuto o custode”. Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.“. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “VII….La sera del 5 luglio giunsero al così detto Fortino presso Casalbuono e, secondo le loro istruzioni, si affrettarono ad avvertire il barone Giovanni Gallotti, che dimorava allora colà in una sua villa, dell’arrivo del Carducci in Sapri. L’annunzio sorprese il Gallotti, vecchio amico del Carducci, capitano della guardia nazionale a Sapri e capo della parte liberale del paese. Già arrivato il Carducci ?! Ed i suoi conterranei non lo avevano avvisato !. Forse non lo avevano potuto ! E perchè ? Balenò a la mente del Gallotti il sospetto di qualche colpo dei Peluso e della vecchia banda di lui. Immediatamente armatosi, discese a celeri passi con i tre arrivati e con due suoi fidi, Mansueto Brandi e Domenico Mercadante, a Sapri. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “Come abbiamo letto, il principale protagonista di questo stralcio, oltre ovviamente a Pisacane, è Giovanni Gallotti. Questi era il secondo dei quattro figli di don Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia (148). All’epoca dei fatti era già avanti con l’età, quasi sessant’anni, ma era ancora molto attivo politicamente e considerato il referente principale dei liberali nel golfo di Policastro. Infatti nel portafoglio del cadavere di Pisacane a Sanza, tra i vari fogli, fu trovato l’appunto “Giovanni Gallotti al Fortino”(149). In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno. Lui era al Fortino, o meglio alla casina di famiglia in località San Marco distante circa un chilometro, dove si recherà Pisacane all’alba del 30 giugno. Anche qui però, come abbiamo già visto Pisacane non potrà incontrarlo, essendosi già consegnato il giorno prima al giudice di Lagonegro insieme al figlio Salvatore.”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p….., in proposito scriveva che: “Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? Gli entusiasmi stemperati non si riaccendono più ed una forte delusione all’inizio delle imprese paralizza tutto e tutti demoralizza. Così in gran parte si spiegano le diserzioni avvenute.”. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Bilotti, a pp. 189-190, scriveva pure che: “Dalla casa Gallotti Pisacane ebbe polvere, alquante munizioni ed altri aiuti, ma non nelle proporzioni che si aspettava da un liberale notissimo, quantunque non legato ai nazionalisti (4).”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, in proposito scriveva che: “Il « Cagliari » durò un pezzo a bordeggiare poi sparì , e quando meno se lo aspettavano quei di Sapri, venne effettuito rapidamente lo sbarco nel luogo meno guardato , cioè tra Policastro e Sapri, in contrada Oliveto nel tenimento di Vibonati. E così nella notte tra il 28 e 29 giugno Carlo Pisacane e Giovanni Nicotera si trovarono su quella spiaggia, seguiti da quel pugno di generosi, con coraggio più unico che raro, ed innalzarono lo stendardo dell ‘ insurrezione al grido di « Viva l’Italia ! » . Così essi si spinsero in un’impresa , della quale nel loro patriottismo non si curavano neppure di misurare il temerario ardimento : era ardimento eroico dinanzi al quale chiunque ama il suo paese deve inchinarsi. Approdata che fu quella coorte sul lido di Sapri, Pisacane e Nicotera sparsero per quei luoghi il seguente proclama : << Cittadini ! E tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II ; a voi basta volerlo. La Capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione per troncare la quistione in un colpo solo. Per noi il Governo di Ferdinando ha cessato di esistere, ancora un passo e avremo il tempo, facciamo massa e cominciamo dove i fratelli ci aspettano ; noi abbiamo lasciato le famiglie e gli agi della vita, per gittarci in una intrapresa che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente come se la causa non fosse la vostra ? Vergogna a chi potendo combattere non si unisce a noi. La vittoria non sarà dubbia ; il vostro esempio sarà seguito dai paesi vicini , il nostro numero crescerà ogni giorno più, e in breve, tempo saremo un esercito di libertà. ». “Gli abitanti però non risposero all’appello ( 1 ).”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (15) postillava: “(15) Pizzolorusso riporta i nomi di Samuele La Corte, Mansueto Brandi, i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; Giuseppe Curcio, Liborio Peluso, Nicola e Vincenzo Cioffi, Carmine Barra, Camillo Caccurri, Pietro Gravina, Pietro Cernicchiaro, Biagio Filizzola, padre Luigi da Torraca, Pasquale e Nicola Bifani, Pasquale Brandi, Carmine Falco, Carlo e Cono Viggiano, gli Zipparro (Pasquale, Domenico, Antonio, Giuseppe), Francesco Fiorito da Torraca (A. Pizzolorusso, I martiri ecc.., cit., p. 220 sg., n. 1).”. Il testo citato è di Antonio Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885.
Nel 1850, don EMANUELE GALLOTTI, sacerdote di Sapri e figlio del barone di Battaglia, GIOVANNI GALLOTTI e la poesia per Costabile Carducci
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “A seguito di una falsa denuncia da parte di alcuni detenuti a cui fu promessa la libertà in cambio, D. Emanuele Gallotti di Giovanni, sacerdote di Sapri, fu carcerato perchè in casa, dopo perquisizione avvenuta ad opera del Giudice di Vibonati, venne ritrovata una poesia inneggiante alla morte di Costabile Carducci. Per ordine della polizia fu mandato prima nel monastero di Montoro per rimanervi “loco carcoeris” in attesa di provvedimento giudiziario. Ma poiché vi erano già altri quattro sacerdoti della Diocesi di S. Angelo dei Lombardi fu tramutato, sempre ristretto, nel monastero di S. Maria delle Grazie in Salerno. La poesia, all’epoca dei fatti, era di pubblico dominio nel Golfo e, sebbene la Gran Corte di Potenza (46) avesse riconosciuto come autori D. Carlo Gallotti (47), D. Agnesina e D. Concettina Veri di Maratea, il sacerdote venne lo stesso trattenuto in prigione. Tra le diverse suppliche in cui chiese i provvedimenti di giustizia e metterlo in libertà, sostenne: “I suoi nemici lo accusarono falsamente. Finsero di trovare tal poesia, quando egli aveva dimorato d’apprima per sei mesi qui in Salerno, in quell’abitazione da loro scardinata, aperta, depredata, e lasciata poi in balia di tutti.”. La libertà veniva reclamata oltre che per sé anche per “assistere ai bisogni del padre e del fratello che languiscono nelle prigioni” (48)”. Policicchio (….), a p. 214, nella nota (46) postillava: “(46) Sentenza del 15 febbraio 1850”. Policicchio, a p. 214, nella nota (47) postillava: “(47) Agli inizi del 1850, pur essendo stato riconosciuto autore della poetica composizione, ebbe dal Ministro dell’Interno, ramo polizia, il permesso, per un anno, di girare le Province del Regno e dare lezioni essendo egli “poeta estemporaneo”. Dallo stesso Ministro, in modo riservato, venne diramata circolare a tutti gli Intendenti con la quale si ordinava di essere il Gallotti diligentemente sorvegliato sia nei suoi movimenti che nei temi toccati e svolti durante le sue lezioni. L’intendente di Salerno, nell’accusare ricezione e ottemperanza della circolare, al Direttore della polizia in Napoli aggiunse: “stimo doveroso di sottomettere, evidenziando alla sua diligenza, che se mal non mi ricordo nel 1847 vi furono disposizioni contro di questo poeta, di non farlo cioè rientrare nel Regno, mentre egli si trovava nelle Marche di Ancona”. Alla fine di marzo, insieme alla moglie, si portò a Montano, ospite di D. Antonio Lauro di Torchito ed i temi trattati furono seguiti da quel giudice regio, D. Nicola De Majo. La mattina del 27 partì per Avellino. In giugno si recò a Caserta e poi in Piedimonte d’Alife. Alla fine dell’estate fece perdere le tracce di sé e in ottobre venne emanata altra circolare per “rintracciarlo e farlo mettere a stretta sorveglianza” (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 89, f. 17).”. Policicchio, a p. 214, nella nota (48) postillava: “(48) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 135, f. 1.”.
Nel 16 gennaio 1851, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e del figlio SALVATORE e Raffaele riuscì a dileguarsi
Matteo Mazziotti (….), nel suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, a pp. 157, in proposito scriveva che: “Le più attive indagini si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi essi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, col loro grande meraviglia trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno. Anno 1850”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Avanti si è detto che Garibaldi, a Sapri, fu ospite di Giovanni Gallotti, persona liberale il quale conobbe le prigioni borboniche. Non solo Giovanni soffrì per opinioni politiche sotto il Borbone, ma l’intera famiglia i cui membri erano annoverati tra gli attendibili politici. Le misure poliziesche contro elementi più progressisti o semplicemente sospettati, furono imponenti ed i migliori cittadini – nel campo dell’industria, delle arti o del pensiero – dovettero subire ignominiosi processi, montati dalla polizia e scontare conseguenti condanne in orribili bagni penali con i peggiori malviventi.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni. La sua biografia politica dalla polizia borbonica fu definita “Tristissima”, ma peggio fu che educò i figli ad avere la sua stessa condotta politica. I regnicoli erano costretti a sopportare le nefaste conseguenze di un regime di sopraffazioni e di violenze. In un simile contesto, Giovanni Gallotti, uno tra i tanti liberali del nostro sud (49), abbandonando la vita riservata e settaria che fino ad allora aveva condotto, si distinse, a partire dal 1848, per avere abbracciato le novità dell’epoca e si rese responsabile d’avere strenuamente lottato per la libertà e le istituzioni liberali. Con spirito di dedizione e la consapevolezza della incommensurabile portata sociale degli innovatori concetti politici, affrontò la sua azione sfidando le incomprensioni, le resistenze e lo scetticismo alimentati dai pregiudizi e dalla gretta paura del nuovo che caratterizza ogni fase di avanzamento e di progresso. Fece parte del comitato rivoluzionario e fu in mezzo ai settari. Spedì emissari nel Cilento e nelle Calabrie per dare e ricevere notizie. Con la bandiera tricolore andò incontro ai rivoltosi Cilentani capitanati da Costabile Carducci e Stefano Passero ospitandoli in casa propria. Era in Chiesa quando l’arciprete di Sapri, don Nicola Timpanelli, celebrò Messa col canto del Te-Deum per ringraziamento. Con l’accordo del Sindaco di Sapri, Angelo Tinelli, fece loro dare cento ducati dalla casa comunale. Quando Carducci fu catturato ad Acquafredda minacciò di morte gli autori e spedì corrieri a Maratea per liberare i suoi amici. Un rapporto di Polizia dice che Giovanni Gallotti “non si astenne neppure dalla tracotanza di dire che il re doveva rinunciare al trono o fuggire, perché era prossima a proclamarsi la Repubblica”. Fu indicato come esaltato liberale e accusato di “cospirazione ed attentato contro la sicurezza interna dello Stato”. Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Policicchio, a p. 215, nella nota (49) postillava: “(49) Sul vigilato politico Domenico Crocco Egineta, fu Carlo, di S. Marina, accusato di avere corrispondenza con gli emigrati Mazziotti e Mariconda (suo suocero), arrestato il tre marzo 1859 per i troppi e sospetti spostamenti tra Licusati e Napoli. (Ivi, b. 22, f. 38).”.
Nel 1852, la reazione borbonica e l’arresto del barone di Battaglia, don GIOVANNI GALLOTTI e del figlio SALVATORE
Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 109, sulla scorta del Cassese (….) proseguendo il suo racconto sul Gallotti ed i suoi figli scriveva pure che: “Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa.”. Paolo Emilio Bilotti, nel suo “La Spedizione di Sapri – Da Genova a Sanza”, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: “Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Pisacane trovò solo due figli di Giovanni Gallotti, Emanuele e Filomeno, i quali riferirono che il genitore con altri due fratelli (Salvatore e Raffaele) si trovava nel loro casino di campagna al Fortino (13)….Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, etc…”. Fusco, a p. 289, nella nota (16) postillava: “(16) M. Mazziotti, La reazione borbonica, ecc.., cit., p. 157. Secondo l’intendente di Potenza il “domestico” era stato il “latore della corrispondenza dei Gallotti con l’efferato Carducci” (ivi).”. Dunque, il Fusco, postillando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti citava il Mazziotti, Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, dove, a pp. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri. Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite del palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accusati di aver promosso disordini in Sapri allorchè erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi, spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristofaro Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi però rinvenne un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicchè dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non chè, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronchi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2).”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Nota del sottointendente di Vallo, Giuseppe Mollo, del 1° febbraio 1850, Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 8.”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (2) postillava: “(2) Verbale di arresto del 7 maggio 1850, incartamento suindicato.”. Mazziotti, a pp. 156-157 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Proprio nello stesso giorno la squadriglia Vairo arrestava nella pubblica piazza di Maratea i più accesi liberali del paese, tra cui Raffaele Ginnari, fido seguace del Carducci e Domenico Mercadante persona assai devota a la famiglia Gallotti, accorso anche egli a Sapri nel luglio. Di un altro seguace del Carducci, Pasquale Bifano di Torraca, so seppe la morte avvenuta il 10 marzo del 1849 in Basilicata. Le più attive indagini della polizia si dirigevano contro Giovanni Gallotti ed i suoi figli, capi della parte liberale in Sapri. Molte sorprese eseguite nella loro casa in Sapri riuscirono vane essendosi allontanati dal paese. Gli sbirri penetrarono la sera del 6 agosto 1850 nella villa Gallotti al Fortino, sicuri, per informazioni ricevute, di afferrare ormai la preda; ma, con loro grande meraviglia, trovarono vuota l’abitazione (1). Qualche mese dopo, il 16 gennaio 1851, la polizia ebbe assicurazione che nella casa Gallotti a Sapri, erano nascosti i due figli di lui Salvatore e Raffaele, anch’essi implicati nello stesso processo. I gendarmi entrarono nella villa di notte: Salvatore cadde nelle loro mani, Raffaele, gettandosi da una finestra molto bassa, potette prendere il largo. In quelli stessi giorni la polizia ebbe da una confidente segreto avviso che Giovanni Gallotti, si trovava in Lagonegro in casa di un suo intimo amico, un tale Felice Arpaia. Un sergente dei gendarmi sorprese infatti colà non solo il Gallotti, ma anche il fido domestico di lui Mansueto Brandi ritenuto come “latore della corrispondenza del Gallotti con l’efferato Carducci” (2).”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (1) postillava: “(1) Nota dell’Intendente di Potenza al suo collega di Salerno dello stesso giorno. Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 18.”. Mazziotti, a p. 157, nella nota (2) postillava: “(2) Nota dell’Intendente di Potenza dello stesso dì, ivi.”. Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”.Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a pp. 94 e ssg., in proposito scriveva pure che: “Capitolo III. Il Processo Carducci. I. In seguito a la denuncia del Lamberti e del Ginnari, il giudice regio Gaetano Bianchi, del circondario di Maratea, iniziava un processo per l’aggressione di Acquafredda. Si sapeva che la maggior parte dei colpevoli era del comune di Sapri, il quale è compreso nel circondario di Vibonati; quindi il Bianchi per l’accertamento di essi, si rivolse al suo collega Michele Palieri. Il Palieri, profondamente compreso del suo dovere, si pose sollecitudine a l’opera, ma purtrooppo lo attendevano le più amare sorprese. Allorchè il giorno 8 luglio sbarcò a Sapri il colonnello Recco. Il buon giudice si vide, lui, il primo funzionario del paese, ricevuto con aperto dispregio dal colonnello. Dovette vedere invece il prete Peluso accolto con dimostrazioni di ossequio e portato in trionfo, sciolta la guardia nazionale e ricostruita la guardia urbana sotto il comando proprio di un fratello del Peluso. E questo prete indegno, macchiato di tanti misfatti, saliva tra le acclamazioni e le feste su una nave regia mandata a bella posta per lui!”. Mazziotti, ancora, a p. 95 e ssg. in proposito scriveva: “Il Palieri indignato di simile impudenza si apprestava a procedere per questo sendo misfatto, quando nel pomeriggio del giorno 13 gli si disse dell’approdo del maggiore Manzi, con un battaglione di cacciatori. Affrattatosi a là rada ebbe ad assistere a le cordiali accoglienze del Manzi a i capiurbani Pecorelli e Peluso, che con i loro proseliti arrivavano a frotte, evidentemente prevenuti dell’arrivo. Il Manzi, allineato il suo battaglione sul lido, lesse ad alta voce, con tono solenne, una lettera del ministero della guerra che incitava i due capiurbani di Policastro e di Sapri “a cooperarsi per il felice successo della truppa”…..Giovanni Gallotti, pochi giorni prima elogiato pubblicamente “per avere garantito l’ordine e cercato di assicurare degli assassini a la giustizia” (1) fu ricevuto tanto male, che sdegnosamente lasciò Sapri appartandosi nella sua villa al Fortino. Nonostante questo doloroso spettacolo, il Palieri, ….non temette di avvicinarsi al Manzi, in atto di saluto cortese e deferente. Ma l’arrogante ufficiale, anzicchè corrispondergli gentilmente, gli scagliò contro parole sconcie e villanee quindi gli volse superbamente le spalle. A questa vista le bande del Peluso e del Pecorelli si diedero a sghignazzare e poi quasi, inebriate da la gioia, a correre per le vie mettendo grida minacciose ed insolenti contro i migliori del paese. Etc…”. Mazziotti, proseguendo il bel racconto riferisce delle gravi traversie che dovrà affrontare il giovane giudice di Vibonati Gaetano Palieri. Mazziotti, a p. 97, nella nota (1) postillava: “(1) Archivio di Napoli, incartamento Palieri, sa lettera del 14 luglio 1848 al procuratore generale di Salerno.”. Sempre sul giudice Palieri, il Mazziotti parlando della visita a Sapri del Recco nella nota (1) di pagina 99 postillava: “(1) Processo Carducci, vol. 2°, parte 2°.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “Costabile Carducci ed i moti del Cilento del 1848”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1909, vol. II, a p. 104 e ssg. parlando del “Capitolo III – Il Processo Carducci”, in proposito scriveva che: “Per la continua ispirazione del prete si giunse al punto di accusare il Palieri di avere nel gennaio favorito l’invasione delle bande cilentane, e di poi, nel luglio, tentato in complicità con il Gallotti, di liberare e di proteggere un bandito. Bastò questo per creare contro il giudice regio un processo per lesa maestà. E mentre il Palieri, ignaro di tutta questa trama, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, …..Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”.
Nel 1852, la reazione borbonica e l’arresto di CRISTOFARO FALCONE
Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 194 in proposito scriveva che: “Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, dove, a pp. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “V. Il prete Vincenzo Peluso, l’autore del truce assassinio di Costabile Carducci, anelava di vendicarsi contro i suoi nemici, i liberali di Sapri. Ad ispirazione del vecchio prete che, ospite del palazzo reale di Napoli, godeva il favore della Corte, si istruì un voluminoso processo contro centoventuno individui, accusati di aver promosso disordini in Sapri allorchè erano andati in cerca del Carducci. Cominciarono gli arresti. Fin da la metà del luglio 1848 il maggiore Vincenzo Manzi, spedito con un battaglione a reprimere la rivolta nel Cilento, aveva fatta sorprendere da un drappello dei suoi la casa di Cristofaro Falcone di Policastro, uno dei più devoti amici e cooperatori del Carducci. Il Falcone, probabilmente informato della visita poco gradita che lo attendeva, aveva prudentemente trascorso la notte altrove. Il Manzi però rinvenne un figlio di lui giovinetto, vivente tutt’ora, di nome Socrate e lo tenne in prigione qualche tempo nel castello ducale di Diano, come detentore di corrispondenze criminose trovate nella casa. Le corrispondenze però riguardavano il padre del giovine, sicchè dopo breve intervallo questi riebbe la libertà (1). Se non chè, la sera del 7 maggio 1850, il tenente dei gendarmi Luigi Ronchi comandante la tenenza di Sala Consilina irruppe con una schiera dei suoi dipendenti nella casa del Falcone ed arrestò tanto lui che il figlio (2).”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (1) postillava: “(1) Nota del sottointendente di Vallo, Giuseppe Mollo, del 1° febbraio 1850, Archivio di Salerno, anno 1850, fasc. 8.”. Mazziotti, a p. 156, nella nota (2) postillava: “(2) Verbale di arresto del 7 maggio 1850, incartamento suindicato.”. Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”.
Nel 23 dicembre 1856, la Gran Corte Criminale graziò don Giovanni GALLOTTI ed il figlio Salvatore
Mazziotti, Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, a pp. 157-158, in proposito scriveva che: “Compiuta l’istruzione comparve tutta la vanità del processo, non essendo possibile gabellare come delitto la ricerca che i liberali di Sapri e dei paesi vicini avevano fatta del Carducci. Il Procuratore Generale della Gran Corte di Salerno, vistosi a mal partito, andò indagando qualche fatto che avesse potuto qualificarsi come delitto e lo rinvenne. Risultava dagli atti che nei primi di luglio Daniele Calderaro, cancelliere comunale di Sapri (1), era partito da paese portando seco la chiave dell’ufficio (2). Giovanni Gallotti, funzionante da Sindaco, dovendo disbrigare alcune urgenti faccende comunali, aveva fatto scassinare la porta dell’ufficio ed affidate provvisoriamente, mediante verbale del 5 luglio, le funzioni di cancelliere al ‘decurione’ Domenico Bello (3). Il processo venne limitato a gli autori di questo fatto ed a coloro che avevano preso parte o favorito lo sbarco in Acquafredda quali ‘promotori di guerra civile’. La Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 e 22 marzo 1852, mandò assolti tutti coloro che erano accorsi a Sapri per liberare il Carducci, tra cui il Brandi: leggittimò l’arresto e rinviò a giudizio soltanto il Falcone, i due Gallotti, il Ginnari ed il Mercadante. Avverso la decisione costoro ricorsero alla Corte Suprema di Giustizia che il 28 giugno 1852 respinse il ricorso. Apertesi il dibattimento dinanzi la Gran Corte speciale di Salerno, difesero i Gallotti, l’avvocato Gennaro Galdi, i Falcone, l’avvocato Francesco La Francesca, il Ginnari ed il Mercadante l’avvocato Baione. Nel collegio della difesa intervenne negli ultimi giorni della discussione l’insigne avvocato napoletano Federico Castriota. La Gran Corte speciale con Sentenza del 6 novembre 1852, condannò il Ginnari a ventiquattro anni di ferri, Giovanni Gallotti a venti, il Mercadante a diciannove, Salvatore Gallotti e Cristofaro Falcone a tredici. Accolse come estranaeo al fatto Socrate Falcone (1). Nondimeno questi restò parecchi anni in carcere e poi subì due anni di domicilio forzoso a Sala Consilina. Il Ginnari andò a scontare la pena nel bagno di Procida e poi nel 1859 condonatagli la pena, venne mandato a domicilio forzoso in Scalea (2). Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno. Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) Ufficio corrispondente a quello attualmente di Segretario.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (2) postillava: “(2) Il Calderaro era accorso ad Acquafredda a premura del prete Vincenzo Peluso, come ho narrato nel Carducci, vol. 2°, pag. 8. Aveva preso parte all’assassinio del Carducci.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (3) postillava: “(3) I consiglieri comunali si chiamavano ‘decurioni’.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Un decreto Reale del 9 marzo 1853 commutò la pena a Giovanni Gallotti e a suo figlio Salvatore a dieci anni di relegazione, che espiarono a Ventotene finchè con decreto del 18 dicembre 1856 ebbero la grazia sovrana. Altri due figli di Giovanni Gallotti, Raffaele ed Emanuele, dovettero risiedere due anni a Salerno.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, …..Insieme al figlio Salvatore fu tra i primi a cadere nella rete della polizia borbonica. La loro condanna fu una prima volta abbreviata da venti a dieci anni di ferri dopo aver goduto di una benevolenza sovrana nel 1852, e una seconda volta graziata con rescritto del 23 dicembre 1856, sei mesi prima che avvenisse la spedizione di Pisacane.”.
Nel 6 luglio 1857, il barone di Battaglia don GIOVANNI GALLOTTI ed il figlio SALVATORE, furono arrestati a Lagonegro ed il 31 ottobre 1857 furono condannati
Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Avvenuta nel 1857 la spedizione di Sapri e la morte di Carlo Pisacane, nel taccuino dell’estinto, si trovarono scritti i nomi dei Gallotti: tutti essi furono tratti novellamente in carcere il 31 ottobre 1857 (1) insieme con il loro domestico Mansueto Brandi e non riebbero definitivamente la libertà che il 18 agosto 1859 (2). Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Mazziotti, a p. 158, nella nota (1) postillava: “(1) La sentenza narrando l’avvenimento di Acquafredda, disse con solenne mendacio che il Carducci aveva gridato “Viva la Repubblica”.”. Mazziotti, a p. 159, nella nota (2) postillava: “(2) Venuti i nuovi tempi il Ginnari ebbe la nomina di tenente di dogana, il 13 novembre 1860. Morì a Lagonegro, come ricevitore delle privative, il 3 febbraio 1865, lasciando tre figli, un maschio a nome Casimiro, che divenne ispettore delle ferrovie, e due figlie. La moglie di Raffaele Ginnari morì di colera il 1855.”.Mazziotti, a p. 160, nella nota (1-2) postillava: “(1-2) Archivio di Salerno, gabinetto anno 1859, s.z., n. 6, carte fuse, fascio 14, n. 929.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Il Bilotti, che in parte scriveva anche sulla scorta del Fischietti e del Mazziotti, scriveva che i due figli del barone don Giovanni Gallotti, Raffaele e Filomeno fecero visita a Pisacane al Fortino di Casaletto. Bilotti aggiunge però che il barone don Giovanni Gallotti, con l’altro suo figlio Salvatore Gallotti, che pare avessero riparato in Lagonegro, furono ivi arrestati. Il Bilotti, a p. 189, nella nota (2) postillava: “(2) Il barone Giovanni Gallotti, condannato nel 1848 a venti anni di ferri ebbe due grazie, l’ultima delle quali non rescritto 23 dicembre 1856. A 6 luglio fu arrestato di nuovo insieme col figlio Salvatore. Erano così avversi alla dinastia borbonica, da ignorare perfino chi fosse la madre di Francesco II. Di fatti a 29 maggio 1859, dopo cioè diciotto mesi di carcere sofferto per ordine della polizia, avanzarono istanza al re implorando la libertà in nome della madre di lui, ‘la santa Maria Teresa di Savoia’.”. Bilotti, a p. 190, nella nota (4) postillava: “(4) Proc. di Firenze, pag. 54”. Bilotti, a p. 187, nella nota (3) aggiungeva alla sua postilla che: “Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. etc…”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108 a p. 109 parlando del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, in proposito scriveva che: “Inoltre avevano già vissuto direttamente una esperienza simile, meno di dieci anni prima, con Costabile Carducci (sembra che, prima di essere catturato ad Acquafredda di Maratea e poi barbaramente ucciso, fosse diretto proprio alla casa dei Gallotti a Sapri). Infine, fatto questo non secondario, sia Giovanni che il figlio Salvatore, da poco usciti dalle patrie galere mediante indulto del Re per i citati fatti del 1848, erano da tempo inseriti nella lista degli attendibili politici e quindi controllati in ogni loro mossa. Malgrado ciò furono lo stesso arrestati ed indagati, anche se non risultano inseriti nell’atto di accusa del Procuratore Generale del Re Francesco Pacifico presentato contro “Giuseppe Nicotera ed altri molti detenuti” utilizzato per imbastire il “megaprocesso” che si tenne nei mesi successivi, con enorme risalto della stampa non solo italiana ma di tutta Europa, a Salerno. Alla fine di questa défaillance da parte di Giovanni Gallotti non venne giudicata, nel suo ambito, alla stregua di un tradimento nei confronti della causa liberale, tant’è che, dopo tre anni, durante la spedizione dei mille, Giuseppe Garibaldi, appena sbarcato a Sapri, lo andò a salutare, recandosi a casa sua.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 288, nella nota (13) postillava: “(13) Il vecchio Giovanni, forse stanco ormai di tante lotte e carcerazioni, consigliò di tenersi in disparte e di ritirarsi a Lagonegro “per non incontrarsi co’ ribelli”, come sembrò di poter arguire il giudice istruttore di Sala Ferdinando Giannuzzi (ivi, b. 204, vol XL, c. 9; b. 199, voll. XLII e XLIII). La decisione, forse sofferta, non impedì il loro ennesimo arresto (31 ottobre 1857). Le tristi condizioni carcerarie dovettero indurli a confessare al procuratore generale Francesco Pacifico di non aver voluto associarsi ai “maledetti rivoltosi” (ivi, b. 199, vol. XLII, cc. 22 – 26)……Cfr. pure Mazziotti: La reazione borbonica ecc…, cit., pp. 156-159″. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 216-217, racconta pure che: “Sei mesi più tardi si ebbe la spedizione del “bel Capitano”! Addosso a Pisacane, ucciso come tutti sappiamo nel conflitto di Sanza il 2 luglio 1857, furono trovati due biglietti riguardanti Giovanni Gallotti. Uno recava la scritta: “CERCARE A SAPRI DEL BARONE GALLOTTI”. L’altro: “GIOVANNI GALLOTTI AL FORTINO”. Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi. Dopo la disfatta di Padula e Sanza, da un filone di indagini emerse che a Sapri, Giovanni Gallotti, aveva presentato a Pisacane un cassettino con circa 15 rotoli di polvere da sparo e che altri della famiglia, al Fortino, ebbero contatti con i ribelli facendo sapere a Pisacane che tutto era pronto per la rivolta e che da 15 giorni la famiglia pagava gente con la diaria di 40 grana giornaliera. Inoltre, un membro della famiglia, incoraggiando le masse, asseriva che a Padula avrebbero trovato gente armata. Tutti sappiamo, che le cose così non andarono. Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi a Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.”. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, in proposito scriveva: “Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi. “All’indomani però dopo una mezz’ora fatto giorno alquanti faziosi andarono nella casina Gallotti, ed uno di essi, che D. Salvatore poscia disse essere il capo dell’orda, ascese sulla stanza superiore, i Gallotti si alzarono e vi discorsero qualche quarto d’ora, e quindi, rimasto in casa il solo Salvatore, Raffaele e Filomeno ne sortirono con quegl’insorti e quando la turba mosse per Casalnuovo i Gallotti rientrarono nel casino (52).”. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15”. Policicchio, a p. 216, nella nota (51) postillava: “(51) Ivi, b. 51, f. 15.”. Policicchio, a p. 217, nella nota (52) postillava: “(52) Ivi, b. 33, f. 64.”. Policicchio, a p. 217, in proposito aggiungeva: “In conseguenza dei fatti di Pisacane, Giovanni Gallotti e il figlio Salvatore furono arrestati il 6 luglio 1857. Raffaele e Filomeno, accusati di reità di Stato per aver attentato alla sicurezza interna, furono latitanti (53).”. Policicchio, a p. 217, nella nota (53) postillava: “(53) Al potere giudiziario, per gli avvenimenti del 1857, furono anche passati elementi che prevedevano l’arresto di Raffaele e Filomeno Gallotti. Ma la gran Corte, con decisione del 21 dicembre 1858 “riservata la provvidenza di giustizia sulla spedidizione il mandato d’arresto”, richiesto dal Pubblico Ministero, a quando sarebbe stato espletato il giudizio a carico di Giovanni Matina e altri 11 coimputati.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo. Rese doveroso pensiero a Carlo Pisacane e suggerì, come fece a Cosenza per i fratelli Bandiera, che si innalzasse un monumento in suo onore.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Rita Tagliè (….), nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008. La Tagliè, nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, a p. 174, in proposito scriveva che: “Sapri, 22 settembre 1860. Lettera del sindaco di Sapri al Governatore della provincia di Salerno in merito all’adesione del comune al nuovo governo di Vittorio Emanuele (ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f.lo 5). La lettera è firmata, oltre che dal Sindaco, dal capitano della Guardia Nazionale Giovanni Gallotti. Vi è descritta la cerimonia che accompagnò l’adesione del comune di Sapri al nuovo regime: musica, spari, colpi di cannone e, nella chiesa illuminata a giorno, il canto del Te Deum in onore del nuovo sovrano, al quale fece seguito il discorso dell’avvocato Salvatore Gallotti, figlio del suddetto capitano, che terminò col grido di “Viva l’Italia una, Vittorio Emmanuele Re d’Italia e viva Garibaldi”. La cerimonia si concluse con un lauto banchetto offerto dal capitano della Guardia Nazionale agli indigenti. E’ da ricordare che i figli di Giovanni Gallotti, in occasione della spedizione di Sapri, diedero ospitalità a Pisacane ed ai suoi compagni al Fortino, mentre il Gallotti stesso ed il figlio Salvatore, che avevano conosciuto il carcere della Vicaria dopo i moti del Quarantotto, fuggirono a Lagonegro. Giovanni Gallotti, nel 1852, aveva riportato la condanna a venti anni di carcere per reati politici, che fu per grazia sovrana ridotta prima a dieci anni e poi del tutto condonata. La fuga a Lagonegro, tuttavia, non valse a salvare dal carcere i Gallotti, che furono di nuovo arrestati il 6 luglio 1857.”. La Tagliè, a p. 175 pubblicava il la lettera del Sindaco di Sapri, datata 22 settembre 1860 conservata presso l’Archivio di Stato di Salerno, “Prefettura – Gabinetto”, b.1, f.lo 5. La Tagliè pubblica la lettera e scrive: “Adesione del comune di Sapri al nuovo regime.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 387, in proposito scriveva che: “Ond’è che giustamente Michele Lacava, concordando col pensiero del de Meo, nota “che gli uomini del 1848 presero parte secondaria nella rivoluzione del 1860; le persecuzioni, le galere, avevano in essi fatto venir meno la fede dell’avvenire della Patria. La rivoluzione del 1860 fu in gran parte opera della goiventù che non aveva precedenti positivi. (10).”. Cassese, a p. 388, nella nota (19) postillava: “(19) Vedi Lacava, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, Napoli, A. Morano, 1865.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 291, riferendosi a Giovanni Nicotera, in proposito scriveva che: “Anche in questo costituto tenne parola delle trame dei Murattiani, ma sempre tacendo i nomi di coloro che vivono nell’interno del regno. Confermò poi i diversi proclami da lui sotoscritti, sebbene gli sarebbe stato facile negarli a causa della ferita alla mano dritta che gl’impediva di scrivere, e quindi fare il confronto del carattere, come pure la missione che si era dato appena giunto a Sapri di arrestare e fucilare il capourbano Peluso, che è precisamente quello che assassinò l’infelice Carducci. In una parola, dai suoi costituti nulla rilevasi che possa menomamente far male, né agli uomini del suo partito, né al suo principio politico, né infine agli stessi Murattiani che sono nel Regno.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il processo di Salerno”, a pp. 47-48, in proposito scriveva: “Prendendo spunto da una dichiarazione fatta dal Nicotera nell’interrogatorio del 9 luglio, in cui egli disse che il barone Gallotti, l’uomo cui gli sbarcati avrebbero dovuto rivolgersi, “non si fece mica vedere”, Spirito disse: “Ma, non iscorgete voi, o signori, in queste parole il dispetto che sentiva il Nicotera contro colui che aveva il dovere di farsi trovare, ed invece non si fece vedere ?….I figli del barone Gallotti resero dei favori, dei servizi al Pisacane e al Nicotera e i loro nomi non comparvero; il barone Gallotti se ne fuggì, e Nicotera dette una certa indicazione che non fu certo una difesa pel barone Gallotti. Ora io penso: Nicotera ha creduto forse nel rendere qualche servizio ai Borboni di soddisfare altresì un certo suo sentimento di non nobile vendeta? Questo, o signori, me lo farebbero sospettare quasi tutti i nomi che egli ha indicato. Contro ciascuno di essi Nicotera ha dimostrato prima o poi di avere qualche ragione di risentimento. Difatti, il Gallotti non si fece vedere; il Santelmo che fu da lui chiamato taditore a Palermo e per cui ci dovette essere una sentenza di un consiglio di guerra che lo dichiarò innocente; l’Albini, che dal distretto di Lagonegro doveva prima di ogni altro soccorrere la spedizione ed a cui Nicotera, un giorno a Napoli fece aspri rimproveri per non essersi mosso; Pateras, come risulta dalla storia del Comitato di Napoli, doveva andare a sollevare la Basilicata, la quale doveva essere il centro della rivoluzione, e non andò o non poté andare; ….etc…Nel rapporto che l’11 luglio il Pacifico inviò al Ministro di Grazia e Giustizia, in seguito all’interrogatorio del9 del Nicotera, si può leggere: “Nel foglio 5 sono indicati i nomi di Giovanni Galloti al Fortino, Venanzio Aldini, Antonio Sant’Elmo. Per le spieghe date dallo stesso Nicotera, eran quelli da cui si doveva far capo nello sbarco a Sapri”(50).”. Capone, a p. 48, nella nota (50) postillava: “(50) A.S.N., Min. Grazia e Giustizia, b. 5268, v. 7; nella stessa occasione Nicotera indicò come appartenenti a persone di Genova, molti nomi segnati nei documenti di Pisacane, e disse che Giovanni Bazigher, attaché della legazione inglese era persona cui s doveva far capo (ibiem). Sul Gallotti, v. la testimonianza di G. Fischetti (Cenno storico dell’invasione dei liberali in Sapri nel 1857, Napoli, 1857) il quale affermò che il Gallotti, alle notizie dello sbarco dei rivoltosi, fuggì a Lagonegro per non compromettersi; v. P.E. Bilotti, op. cit., p. 199.”. Devo però precisare che il testo del Fischetti non fu scritto nel 1857 come scrive Capone ma fu scritto all’epoca di Nicotera Ministro proprio per ingraziarselo. Capone, a pp. 48-49 aggiunge: “Ora in un foglio di appunti presi dal Pacifico dopo l’interrogatorio del Nicotera era scritto fra l’altro: “Dirigere le indagini verso il Barone Gallotti…Procurare di conoscere i due padulesi che andarono incontro all’orda”(52). In seguito alle indicazioni del Nicotera furono arrestati Antonio e Angelo Forte etc….”.
Nel 3 settembre 1860, RAFFAELE GALLOTTI, figlio del barone don Giovanni, si pose al seguito di Garibaldi
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 284, in proposito scriveva che: “Nel frattempo, Garibaldi fu ospite di Giovanni Gallotti (31), dei Baroni di Battaglia, vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse, sbrigandovi affari politici e di governo.”. Policicchio, a p. 284, nella nota (31) postillava: “(31) Condannato a 20 anni di ferri per i fatti del 48 fu graziato una prima volta con rescritto del 23 dicembre 1856. Di nuovo arrestato il 6 luglio 1857 insieme al figlio Salvatore, dopo i fatti di Pisacane, fu condannato per effetto del decreto n. 30 del 16 giugno 1859.”. Chi fosse il congiunto del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, il quale era “vicino alle camicie rosse per avere un congiunto Ufficiale tra le Camicie Rosse”, il Policicchio non lo dice. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 218, continuando il suo racconto scriveva che: “Il successivo 30 ottobre, invece, Raffaele fu ristretto per ordine della polizia ordinaria e destinato alle carceri distrettuali di Sala. Il 21 febbraio 1860, all’Intendente chiese di rivedere la sua posizione. Il seguente 29 rispose che l’istanza non poteva trovare accoglimento perchè il caso era in dipendenza del potere giudiziario. Con decisione 27 giugno 1860, dalla Gran Corte Criminale di Salerno, fu riabilitato (55) e, giunto Garibaldi in casa del padre si pose al suo seguito (56).”. Policicchio, a p. 218, nella nota (55) postillava: “(55) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 88, f. 33.”. Policicchio, a p. 218, nella nota (56) postillava: “(56) Ricordi di famiglia tramandano che, ignorando chi l’avesse concessa, la stessa godeva di una pensione a lei assegnata.”.
In seguito al 1857, l’arciprete Nicola TIMPANELLI di Sapri, uno dei perseguitati dalle autorità borboniche
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Costabile Carducci e il dramma d’Acquafredda – Episodio della rivoluzione Napoletana del 1848 per il Cav. Carlo Pesce”, a proposito dei liberali a Sapri nel 1848, ai tempi di Costabile Carducci e della sua orrenda uccisione, a p….., in proposito scriveva che: “I moti del 1848 e la concessa Costituzione lo irritarono fortemente, e poichè allora in Sapri la parte liberale, cui facevan parte il Barone Gallotti, i La Corte, gli Autuori, i Timpanelli ed altri, pareva avesse preso il sopravvento sui Pelosiani, che in mille guise spadroneggiavano ed angariavano; etc…”. Dunque, ai tempi di Costabile Carducci e dei moti rivoluzionari del ’48 nel Cilento, i liberali in Sapri erano il Barone Giovanni Gallotti, il La Corte, gli Autuori, i Timpanelli. Essi si opposero non poche volte al gruppo dei “Palusiani”, un gruppo di Sapresi che facevano quadrato intorno alla figura discussa del prete Vincenzo Peluso che era un noto filoborbonico. Questo gruppo di sapresi furono soprattutto dei Sanfedisti. Essi furono molto attivi nella rivolta del 1799, ai tempi della “Repubblica Partenopea”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 117, in proposito scriveva che: “E’ risaputo che furono almeno 122, ben identificati e di notevole prestigio, i liberali che dovettero peregrinare da campagna a campagna, da casolare a casolare, perseguitati dal Giudice Fischietti (e pure lui sbaglia il suo cognome). Tra essi spiccano le figure di D. Nicola Timpanelli, Arciprete, di Luigi Tinelli, Sindaco, del Barone Giuseppe Gallotti, Vice-Sindaco, di Giovanni Del Prete, Assessore Delegato. Ad essi si aggiunse Costabile Carducci, nato a Capaccio nel 1804. Etc…”. Dunque, il Tancredi riferendosi al 1848, all’anno cioè in cui fu ucciso a Sapri Costabile Carducci, scriveva che i liberali della zona era 122 e che essi erano stati ben identificati dalla polizia borbonica. Tra questi spiccavano i nomi dell’arciprete Nicola Timpanelli, del Sindaco di Sapri, Luigi Tinelli, del Vice-Sindaco di Sapri, il barone Giuseppe Gallotti (non quello di Piazza Plebiscito ma quello di via Nicodemo Giudice), Giovanni Del Prete, Assessore Delegato del Comune di Sapri, nel 1848. Sulla figura di Giovanni Del Prete, Luigi Tancredi, a p. 118, in proposito scriveva che: “Giovanni Del Prete, liberale di provata fede, fu perseguitato in modo violento dai gendarmi; per sfuggire alle loro insidie, fu costretto ad emigrare in Brasile, ove morì. Si disse che, prima di partire, fu convocato con un pretesto da giudice Fischietti, nella Pretura di Vibonati, ove gli furono rivolte parole altamente offensive, ma egli seppe dignitosamente rispondere, senza affatto tradire la sua fede di liberale.”. Tancredi, per i fatti del Carducci, a p. 118, nella nota (5) citava il testo di Matteo Mazziotti (….), “Costabile Carducci e i moti del Cilento nel 1848”, Albrighi e Segati, Milano, 1909, vol. II, pag. 13 e ss. Tancredi, a p. 119, scriveva pure che: “Contro Sapri, forse unico paese liberale, più temuto, si rivolsero, nel tempo, i rigori più gravi. Riportiamo l’atto di accusa contro il Timpanelli, il Tinelli e il Del Prete, emesso dalla Gran Corte Criminale di Principato Citra. Copia autentica dell’atto fu rilasciata dalla Procura del Re presso il Tribunale di Salerno in data 28 marzo 1884, debitamente vistata. Suona così: “Imputati di attentato e cospirazione, aventi per oggetto il distruggere e cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’autorità reale, nonché di aver eccitato la guerra civile fra gli abitanti di una stessa popolazione, discorsi tenuti in luoghi pubblici e in pubbliche adunanze, provocato direttamente gli abitanti del Regno a commettere i reati predetti e di altri discorsi sediziosi, tendenti allo stesso reo fine di cambiare il Governo”.”. Riguardo ai sobillatori e rivoltosi controllati dalla polizia, Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, e continuando il suo racconto scriveva che: “….ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ? “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottintendente di Sala a 16 giugno 1860”. Paolo Emilio Bilotti (….), nel 1907, nel suo ‘La Spedizione di Sapri, da Genova a Sanza’, a pp. 186-187, parlando dei fatti dello Sbarco dei trecento di Carlo Pisacane a Sapri, così ricordava la figura dell’illustre arciprete e patriota don Nicola Timpanelli di Sapri, postillando nella sua nota (3), di p. 186, in proposito scriveva che: “(3) Arch. di Salerno – Fasc. 39 del 1850 – Atti politici. L’arciprete Timpanelli…. Dopo l’avvenimento di Sapri si ridusse in Rivello, dove non cessò mai, fino alla morte, di favorire la causa della libertà, benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua. Arch. di Salerno – Fasc. 283 – Inv. di pol….(p. 187) In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio, ma non è vero poi quello che si compiaccque di asserire il Fischietti, che cioè egli fosse divenuto amico del Borbone per avere, col pane somministrato ai rivoltosi, evitato il sacco a Sapri. Aggiunge anzi il Fischietti che al Timpanelli fosse stata donata la medaglia d’oro dell’ordine di Francesco I; ma è falso, poichè le persone insignite di quella onoreficenza furono soltanto dieci e i loro nomi sono stati pubblicati da Michele La Cava a pagina 218 della sua ‘Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860.’.”. Dunque, il Bilotti ci informa che dopo l’uccisione del Carducci, il Timpanelli preferì allontanarsi da Sapri e si stabilì a Salerno e poi in seguito a Rivello, dove non cessò mai, fino alla sua morte, di favorire la causa della libertà, “benchè le insidie dei suoi nemici personali non gli dessero tregua.”. Infatti, anche in occasione della Spedizione di Carlo Pisacane, egli “In Sapri egli procurò e somministrò alla Spedizione una discreta quantità di pane e di formaggio.”. Questa notizia si desume dagli Atti “Arch. di Salerno – Fasc. 283 – Inv. di pol..”. Dunque, l’arciprete don Nicola Timpanelli, non solo era perseguitato dai suoi nemici sapresi, la fazione dei Pelusiani, del prete Vincenzo Peluso e dei suoi accoliti che si contrapponevano alla nutrita fazione dei liberali vicini al barone di Battaglia don Giovanni Gallotti, ma egli era insidiato fin dal 1851 dalle autorità borboniche. Il Bilotti, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: 1. Michele Palmieri – 2. Giacomo Di Pietro – 3. Nicola Vita – 4. Antonio La Corte – 5. Salvatore Tinelli – 6. Francescantonio Vecchio – 7. Federico Vecchio – 8. Gaetano Vecchio – 9. Nicola Vecchio – 10. Giuseppe Guerra. – 11. Giuseppe Giffoni Fasanaro – 12. Giuseppe Pugliese – 13. Biagio Giffone – 14. Girolamo Giudice – 15. Clemente Giffoni – 16. Francesco Pugliese-Ciccone – 18. Angelo Tinelli – 23. Socrate Ant.à La Corte – 24. Giovanni Magaldi – 25. Francesco Timpanelli – 27. Carmine Timpanelli – 30. Francesco Colimodio – etc… – 37. Vincenzo La Corte – 38. Salvatore Gallotti – 45. Mansueto Brandi – 46. Giusepe M. Brandi – 54. Raffaele Gallotti – 55. Carlo Gallotti – ect….”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Di tutti i liberali promessi (15) solo uno, Mansueto Brandi, che Mazziotti documenta come “domestico” dei Gallotti (16), si unì ai ‘rivoltosi’, ai quali l’arciprete Nicola Timpanelli fornì pane e formaggio.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Mentre i rivoltosi si avviano al Fortino, il vescovo, verso le ore quindici italiane, si porta in chiesa con tutta la popolazione, per un rito di ringraziamento per lo scampato pericolo: celebra una messa “alla spaguola” e pronunzia poi un discorso per incitare il popolo ad essere fedele al sovrano, e le sue parole equivalgono nel tono concitato alla grande paura provata nelle ore trascorse (26). Eppure il Fra Diavolo della rivoluzione italiana ed i banditi al suo ordine avevano di proposito del tutto ignorato la sua presenza.”. Cassese, a p. 57, nella nota (26) postillava: “(26) B. 197, vol. I, interrogatorio dell’arciprete di Torraca Timpanelli.”. Timpanelli era si arciprete ed apparteneva al clero di Torraca ma era di Sapri e si era già distinto sia nei moti del ’48 con Carducci e sia in occasione dello sbarco di Pisacane.
Don FILOMENO GALLOTTI, sacerdote e figlio di don Giovanni Gallotti
Su Filomeno Gallotti, Sindaco di Sapri troviamo una notizia interessante nel testo di Lucio Leone e Filomena Stancati (….), che, nel loro “Giovanni Nicotera attraverso le carte dell’Archivio Cataldi”, ed. Gigliotti, 2011, a p. 37, in proposito scrivevano: “Tra i pentarchi, egli più degli altri rappresentava il simbolo del patriottismo risorgimentale. Ecco perché nel 1886 il Consiglio Comunale di Sapri gli conferì la cittadinanza saprense in segno di gratitudine, perché a Sapri, dove il nome di Giovanni Nicotera “era divenuto carissimo da tutti i cittadini”, era stato per prima innalzato “il grido e il vessillo della libertà e dell’indipendenza”. Presiedeva quella seduta, in qualità di primo cittadino, il Sindaco Filomeno dei Baroni Gallotti, che senz’altro apparteneva a quella famiglia di cospiratori che avrebbe dovuto collaborare con Pisacane e i suoi dopo lo sbarco di Sapri (31).”. Leone e Stancati, a p. 37, nella nota (31) postillavano: “(31) Archivio Cataldi, cit., Numero Unico, cit., p. 2. Sulla partecipazione dei Gallotti, vedi L. Cassese, La spedizione…, cit., pp. 54-58. Durante il processo di diffamazione Nicotera-Visconti (v. p. 79 del presente volume), la ‘Gazzetta d’Italia’ aveva accusato Giovanni Nicotera di avere fatto il nome del Barone Giovanni Gallotti nel corso del processo di Salerno. La Corte, però, visti gli atti di quel processo, confutò l’accusa, in quanto era vero che Nicotera aveva fatto il nome del Gallotti ma perché sapeva che quel nome era già noto agli inquirenti ancora prima del processo, attraverso le carte reperite sul corpo di Pisacane, nelle quali era scritto: “Giovanni Gallotti al Fortino”.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p….., in proposito scriveva che: “Fu inutile però aspettare, perchè Pisacane da nessuno ebbe visite, fuorchè da due figli del barone Giovanni Gallotti, cioè da Raffaele e da Filomeno, etc…”. Felice Fusco scriveva che Antonio Pizzolorusso (….), dei liberali promessi a Pisacane, riporta i nomi dei Gallotti, della famiglia Gallotti baroni di Battaglia, di don Giovanni Gallotti e dei suoi figli: “i Gallotti (Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede, Francesco) da Sapri; etc…”. Dunque, secondo Pizzolorusso, oltre a Raffaele e Filomeno, vi erano anche “Diomede Gallotti di Sapri” e Francesco Gallotti di Sapri. Inoltre, Pizzolorusso (….), riporta anche il nome di un certo “padre Luigi da Torraca”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 220, nella nota (1) postillava: “(1) Dei pochi che vi presero parte notaronsi Santelmo Antonio….Barra Michele , Rizzo Ignazio , e Pierri Vincenzo , di Padula , La Corte Samuele, Brandi Mansueto, Gallotti Raffaele, Filomeno, Nicola, Diomede e Francesco , di Sapri, etc…”. Dunque, Pizzolorusso elenca i “pochi che ne presero parte”, riferendosi alla Spedizione di Carlo Pisacane, e come vediamo nei citati nomi tratti dall’elenco di Pizzolorusso notiamo diverse famiglie e nomi che, oltre ad essere del posto e dei paesi circonvicini a Sapri (del basso Cilento) figurano pure molti di Torraca e di Sapri. Pizzolorusso pubblicò il suo testo nel 1885, quando già erano noti gli atti tratti dal processo di Firenze intentato dal Nicotera. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 214-215, in proposito scriveva che: “Giovanni Gallotti, di Mario e Giovanna Donnapenna, era sesto genito della baronia di Battaglia. Sposò Rachela Giudice dalla quale ebbe cinque figli maschi: Salvatore, Emanuele, Raffaele, Pasquale e Filomeno; morì a Sapri il 17 maggio 1873 all’età di 75 anni.”. Dunque, il sacerdote don Filomeno Gallotti era uno dei sei figli (cinque fratelli maschi e una sorella) dell’ex barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che aveva abitazioni a Sapri e al Fortino di Casaletto. Sua madre era Rachela Giudice. Dunque, la famiglia dei Gallotti, feudatari di Casaletto e Battaglia, che avevano una casa a Sapri, attualmente in via Nicodemo Giudice, al civico….., da non confondere con i Gallotti di Piazza del Plebiscito, era composta dal barone di Casaletto e Battaglia, don Giovanni Gallotti, che all’epoca di Pisacane (1857) avrebbe avuto circa 60 anni. Giovanni aveva tre figli: Salvatore, Filomeno che era prete, Emanuele e Raffaele. Don Giovanni Gallotti era il secondo dei quattro figli di Mario Gallotti, ultimo feudatario di Casaletto e Battaglia. Policicchio, a p. 216, racconta pure che: “Scattata l’inchiesta, il capo urbano di Sapri, Vincenzo Peluso, “che avrebbe voluto annientata la famiglia Gallotti”, sparse voce che Raffaele e Filomeno Gallotti ogni giono andavano ad affacciarsi sulla costa detta ‘Serralunga’ ed aspettavano il momento dello sbarco di rivoltosi.”. Sempre il Policicchio, a p. 216, racconta pure che: “Un altro filone d’indagine acclarò, invece, che giunto Pisacane a Sapri, nella notte tra il 28 e 29 giugno 1857, avveniva che: “Quando i faziosi occuparono l’abitato di Sapri si fecero giudare alla casa del Barone Gallotti in cui trovavasi D. Emanuele e D. Filomeno. All’analoga dimanda di quei tristi D. Emanuele disse che il padre, e il fratello D. Salvatore erano all’altra casina al Fortino, ed i rivoltosi lo incaricarono salutare il D. Giovanni in loro nome. Al sorgere poi del giorno 29 fu visto il Filomeno sulla piazza avvicinarsi all’orda, chiamatovi da Giovanni Nicotera, che lo abbracciò e baciò con l’incarico di salutare il padre e il fratello D. Salavatore.”. Il 29 giugno, quando i rivoltosi erano a Torraca, effettivamente Giovanni Gallotti si trovava al Fortino con i figli Salvatore e Raffaele ed egli si allontanò portandosi a Lagonegro. Il figlio Salvatore lo seguì fino un certo punto, ma poi tornò al Fortino giustificando di non avere avuto forze sufficienti per raggiungere a piedi Lagonegro al seguito del padre. Filomeno, nel corso del medesimo giorno 29 giugno, si recò al Fortino e si riunì ai fratelli. Gl’insorti giunti circa alle ore 22 del 29 al Fortino fecero sosta nella taverna di tal Vincenzo Cioffi senza che alcuno dei Gallotti ebbe contatti con i rivoltosi.“. Policicchio, a p. 216, nella nota (50) postillava: “(50) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 51, f. 15.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 108-109, riferendosi al 1857 quando vi fu lo sbarco dei “Trecento” di Carlo Pisacane, in proposito scriveva che: “In realtà Pisacane aveva già iniziato a cercarlo, senza successo, appena sbarcato a Sapri, recandosi alla sua abitazione nell’attuale via N. Giudice e dove aveva trovato solo i due figli, Emanuele e il prete don Filomeno.”. Montesano, a p. 108, nella nota (148) postillava: “(148) Ferruccio Policicchio, Le camicie rosse del Golfo di Policastro, Gutemberg edizioni, 2011, pag. 149.”. Montesano, a p. 108, nella nota (149) postillava: “(149) Leopoldo Cassese, la spedizione…(op. cit.) – pag. 193.”.
Nel 1858, Cesare Gallotti, Ministro della Giustizia del Regno delle Due Sicilie
Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 34, in proposito scriveva che: “Oltre di essi abbiamo visto dei Ministri; nel 1858 il concittadino Avvocato Generale Cesare Gallotti, venuto per affari personali, quando era Direttore del Ministero di Giustizia, etc…”. Dunque, Raele scriveva che l’Avvocato Generale, Cesare Gallotti (…), nel 1858, Direttore del Ministero della Giustizia del Regno delle Due Sicilie sotto il regno di Ferdinando II, era di Lagonegro e, nel 1858 si recò a Lagonegro per affari personali. Non sappiamo se i Gallotti di Lagonegro fossero imparentati con i Gallotti di Casaletto Spartano, quelli per intenderci che avranno un ruolo nello Sbarco dei Trecento di Carlo Pisacane a Sapri. Il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 479, in proposito scriveva che: “………”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 386, in proposito scriveva pure che: “Venne in quel tempo a Lagonegro, per i suoi affari privati, l’Avvocato Generale D. Cesare Gallotti, il quale era direttore del Ministero di Giustizia, e fu ricevuto festosamente dal Sindaco Pesce e da tutta etc…Morì il Gallotti in Napoli nell’11 Febbraio 1860, e fu sepolto nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico Maggiore, dove gli è retta la tomba con un’iscrizione in cui, etc…sembra aver taciuto la sua patria.”.
I GALLOTTI di Torraca e l’abate don NICOLA GALLOTTI di Torraca (?)
Alcuni storici hanno scritto che Garibaldi, nel percorso che fece da Sapri per risalire al Fortino del Cervaro passò da Torraca ed alcuni scrivono addirittura che egli dormì in casa Gallotti a Torraca. Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni” (Cap. III), in “Documenti e testimonianze, in “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, nel Cap. III, in “Documenti”, a p. 223, in proposito scriveva che: “11 settembre 1860. Bollettino della Rivoluzione Salernitana (per concessione di Maria Teresa Parascandalo). Il bollettino apparteneva alla famiglia Gallotti, famiglia vicina a Pisacane prima e Garibaldi poi. Infatti l’Abate Antonio Gallotti fu il basista di Pisacane. Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. La notizia di un “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” di proprietà della famiglia “Gallotti”, famiglia vicina a Pisacane prima e a Garibaldi poi, e l’altra notizia di un “Abate Antonio Gallotti basista di Pisacane” a Sapri, è degna di considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti. In primo luogo la notizia proviene dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” che, la Sole scrive essere stato di proprietà della famiglia Gallotti “di Torraca”. Ad Anna Sole, il Bollettino è stato concesso da Maria Teresa Parascandalo, documento conservato ed inserito nel “Catalogo della Mostra documentaria” tenutasi a Salerno presso l’Archivio di Stato in occasione del 150 anniversario della proclamazione dell’Unità d’Italia (2007-2008). Riguardo la notizia tratta dal “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, che sarebbe appartenuta alla famiglia Gallotti, scriveva che “(per concessione di Maria Teresa Parascandalo)”, che, nel medesimo testo, a p. 153, “Garibaldi Salerno. Documenti e testimonianze – Catalogo della Mostra documentaria – Archivio di Stato di Salerno, ottobre 2007-giugno 2008”, a cura di Eugenia Granito e Luigi Rossi (….), a p. 155, in proposito scriveva: “Si ringraziano per aver concesso in prestito cimeli e documentazione”, la dott.ssa Maria Teresa Parascandolo. Dunque, il prezioso cimelio che sarebbe stato appartenuto alla famiglia Gallotti di Torraca, il Bollettino della Rivoluzione Salernitana, fu fornito dalla dott.ssa Parascandolo. Sulla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo, Maria Luisa Storchi, ex Direttrice dell’Archivio di Stato di Salerno, nel presentare il testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, a pp. 13-14, in proposito scriveva: “In occasione della ricorrenza del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, l’Archivio di Salerno ha organizzato, in collaborazione con gli Archivi storici dei Comuni di Salerno, Cava de’ Tirreni ed Eboli e con il Centro Studi “Simone Augelluzzi” di Eboli, una mostra documentaria, bibliografica e iconografica dal titolo “Garibaldi a Salerno. Documenti e testimonianze.”. In seguito, a p. 14 aggiunge: “Un sentito ringraziamento va inoltre rivolto, per aver gentilmente concesso il prestito dei loro preziosi materiali, oltre agli Enti che hanno partecipato alla realizzazione della mostra, alla dott.ssa Vittoria Bonani, responsabile della Biblioteca Provinciale di Salerno, alla signora Teresa Abbonati Magnoni e alle figliole avv. Teresa e dott.ssa Natalia, e ai sigg.ri avv. Luigi Carrano, avv. Antonio Rienzo, …dott. Felice Nicotera, dott.ssa Maria Teresa Parascandolo.”. Riguardo Maria Teresa Parascandalo (….), leggendo un saggio di Enzo Puglia (….), sui “Papiri Ercolanensi”, intitolato “Genesi e vicende della Colectio Acta”, dove, a p. 227, in proposito scriveva: “Anche per la revisione di PHerc 1027 fu probabilmente utilizzata un’illustrazione prodotta per la Collectio Prior e rimasta inedita. Nel 1825 essa era stata ultimata da Giuseppe Parascandolo e anche approvata dall’Accademia, ma dovette a un certo punto andare dispersa perché oggi non si trova più nelle carte dell’Officina (lll).”. Puglia, a p. 227, nella nota (III) postillava: “(III) Cf. DE lORIO, op. cit., p. 76, e soprattutto M. CAPASSO, Carneisco, Il secondo libro del Filista (PHerc. 1027), edizione, traduzione e commento, La Scuola di Epicuro, X, Napoli 1988, p. 160.”. Dunque, Puglia ci parla di un Giuseppe Parascandalo, che, nel 1825, ultimò l’illustrazione del PHerc 1027, papiro Ercolanense. Da Wipedia leggiamo che Giuseppe Maria Parascandolo (Napoli, … – Napoli, 1838) è stato un archeologo e grecista italiano. Canonico, si occupò di lingua greca, che insegnò a Napoli a diverse leve di futuri archeologi, fra i quali Bernardo Quaranta e Giustino Quadrari. Tenne la cattedra di storia dei concili nell’Università di Napoli. Socio dell’Accademia Ercolanese, dal 1822 fu nominato, con decreto di Ferdinando I, lettore dei papiri di Ercolano (1). Tra le sue opere si ricordano l’Illustrazione di un marmo greco rappresentante le Cariatidi, pubblicata nel 1817, e le due Orationes del 1833. Wikipedia, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Regio Decreto n. 416 del 1º ottobre 1822, in «Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle Due Sicilie», Stamp. Reale, Napoli 1822, pp. 137-140”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Dunque, Anna Sole, parlando di Pisacane ci dice che, Garibaldi, nella risalita verso il Fortino di Battaglia, egli sostò in casa Gallotti a Torraca. Oltre alla notizia di una sosta di Garibaldi a Torraca, Anna Sole scriveva che a Torraca vi era “l’Abate Antonio Gallotti” che “fu il basista di Pisacane” e dove “nel 1860, Garibaldi sostò in casa sua”. Queste notizie sono le uniche che abbiamo ritrovato circa il passaggio di Garibaldi da Torraca o dal suo territorio per risalire al Fortino di Battaglia. Inoltre, queste notizie di Anna Sole, riguardano un altro Gallotti. Non riguardano il don Giovanni Gallotti, basista di Pisacane a Sapri, ma riguardano l’abate Antonio Gallotti che aveva una casa a Torraca e dove secondo il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana” (notizia di Anna Sole) “Nel 1860 durante il percorso della Spedizione dei Mille Garibaldi sostò a casa dei Gallotti a Torraca.”. Dunque, secondo questo cimelio, questo “Bollettino”, fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole (….), Garibaldi, nel 1860, nel risalire al Fortino passò per Torraca e dimorò in casa dell’abat Antonio Gallotti. Sulla figura dell’abate don Antonio Gallotti, che aveva una casa a Torraca, possiamo dire che Amedeo La Greca (….), nel suo “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015, che, a p. 203, in “Appendice” ci dice i “Sindaci di Torraca nell’Ottocento fino all’Unità”: “….; Nicola Barra, dal 1850/1854; Carmine Gallotti, dal 1855 al 1857; Francesco Nicola Cesarino, dal 1857 fino al ?; Carmine Crisci, dal 1858 al 1859; Francesco Nicola Cesarino, dal 1859 al ?; Pietro Paolo Perazzo, dal 1859/ 1860 / 1861”. E’ probabile che l’abate don Nicola Gallotti sia un familiare congiunto del Sindaco di Torraca, don Carmine Gallotti, che fu Sindaco dal 1855 al 1857, cioè fino al passaggio di Pisacane. Troviamo altre notizie che riguardano la famiglia dei Gallotti di Torraca, al tempo del passaggio di Carlo Pisacane. Di sicuro i Gallotti di Torraca non erano i Gallotti, baroni di Battaglia che avevano una casa a Sapri ed al Fortino. Una Gallotti, Antonia, era sposa del Del Vecchio di Vibonati, la famiglia che secondo alcuni avesse ospitato Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…(36).”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, abbiamo una Gallotti Antonia, consorte di Del Vecchio, a Vibonati, forse congiunta del Sindaco di Torraca al tempo di Pisacane, Gallotti Carmine, e dell’abate don Antonio Gallotti. Sui Gallotti di Torraca dovremo ancora indagare. Altri Gallotti a Torraca vengono citati nel testo di Amedeo La Greca (….), “Torraca preunitaria – Fatti – Personaggi-Curiosità (1806-1860)”, Ed. Centro Culturale per il Cilento, 2015. La Greca, cita un Leonardo Gallotti e a p. 128 scriveva: “Solo nel 1831 apprendiamo di altri due medici che avevano conseguito la “patente” di “condottato” (Carmine Gallotti e Antonio Brandi) per cui costoro, etc…”. Sempre il La Greca, a p. 165, in proposito scriveva: “Nel 1820 era maestro ancora il Gallotti (297), che però l’anno successivo (delibera decurionale del 19 marzo)(298) venne rimosso dal sindaco “considerando che il detto Sacerdote non solamente per lo passato, ma come al presente non esercita detta carica perchè più volte si è allontanato da questo Comune andando in Napoli, ed in Basilicata per più mesi, per cui l’infelice padre di famiglia vedendo la mancanza del detto Gallotti etc…”. Dunque, è forse questo il Sacerdote don Antonio Gallotti di Torraca ?. Non si tratta di don Antonio Gallotti di cui parla la Sole ma si tratta del prete don Francesco Maria Gallotti il quale, su collecito dell’Intendente Mazziotti, nel 1810, fu nominato dal Sindaco di Torraca, quale maestro della prima scuola pubblica in Torraca. Sempre il La Greca citava un altro Gallotti in Toccaca, a p. 245, in proposito scriveva: “Doc. n. 2. Terne di eleggibili. 1831-1839 (In ASS, Intendenza, B. 492, fasc. 27)…..21 ottobre 1832: terna per la carica di Sindaco: Giuseppe Gallotti, civile, anni 34, ;…..10 gennaio 1833: nuova terna per la carica di Sindaco: Carmine Perazzo di Pietro Paolo, negoziante, anni 26, etc…”. La Greca, a p. 247, in proposito scriveva: “1849-1857 (In ASS., Intendenza, B. 492, fasc. 35) 21 ottobre 1849: giuramento di Domenico Gallotti, immesso nella carica di Secondo Eletto (Sindaco Luigi Gaetano) etc…”. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 75, parlando del periodo francese, in proposito scriveva: “Nel Cilento iniziò così la lotta tra le opposte fazioni, le più agguerrite erano quelle contrarie ai francesi, ossia i vecchi sanfedisti del ’99 capeggiati dal vescovo di Policastro monsignor Ludovici. In questa occasione si mette in luce Francesco, figlio di Rocco Stoduti, il quale con un suo esercito dopo aspri combattimenti e numerose vittime, occupò Sicignano al fine d controllare il passo dello Scorzo. Le cose non andarono meglio a Torraca, dove il padre uccise tre esponenti della famiglia Gallotti, a Vibonati fu crudelmente decapitato il Sindaco Giovanni Alano, ma fu a Roccagloriosa, che avvenne l’episodio più grave.”. Dunque, in occasione dei fatti del 1799 (la reazione Sanfedista) si ha notizia dell’uccisione di tre esponenti della famiglia Gallotti di Torraca da parte di Rocco Stoduti. L’epoca di cui si parla risale al 1806, di cui ho ampiamente parlato in un altro mio saggio. Dunque, Mallamaci, presumo sulla scorta del Barra (….) scriveva che nel 1806, alcuni membri della famiglia Gallotti a Torraca furono uccisi dal piccolo esercito di Rocco Stoduti. Sui Gallotti a Torraca, ha scritto Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 93, parlando della visita di Carlo Pisacane a Torraca, in proposito scriveva: “Oltre al Viggiano ed al Tancredi, denunciarono furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco.”. In conclusione, dalle ricerche fin qui condotte, la notizia della Anna Sole, di un “Gallotti di Torraca, basista di Pisacane”, non risulta nulla. Come non risulta nulla sul pernottamento di Garibaldi in una casa a Torraca, casa dell’abate Antonio Gallotti. Tuttavia, visti i legami di sangue con alcuni Gallotti di Torraca ed alcune familgie di Vibonati, queste notizie dovranno essere ulteriormente approfondite. Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 390, nella nota (1) postillava dei sorvegliati speciali: “(1) Erano: D. Giovanni Matina, D. Luigi e D. Michele Magnone, sac. D. Vincenzo Padula, D. Vincenzo Gerbasi, Nicola Taiani, sac. D. Giuseppe Cardillo, D. Raffaele Cammarano, Mansueto Brandi, Vincenzo Cioffi, D. Antonio Santelmo, Fiorante Mugno e D. Fabrizio Lamberti, il quale ultimo fu trattenuto in carcere a disposizione della commissione per ben tre anni. (2) Ecco l’elenco di questi ultimi: 18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca; 29. Maccarone Domenico da S. Marina = Montesano; 39. Rocco Giuseppe da Tortorella = Montesano; Fasc. 436 – Inv. di polizia.”. Dunque, Bilotti citava, fra i sorvegliati speciali dalla polizia borbonica, “18. Gallotti Raffaele da Sapri = Torraca;”. Riportando il Bilotti l’elenco dei sorvegliati speciali anche Raffaele Gallotti, al n. 18, quale “da Sapri = Torraca” potrebbe far pensare che il “Torraca” del documento fornito dalla dott.ssa Maria Teresa Parascandolo ad Anna Sole sia in realtà “Sapri”, ovvero si riferisca ai Gallotti di Sapri e non di Torraca. Dunque, il “Bollettino della Rivoluzione Salernitana”, apparteneva alla famiglia Gallotti di Sapri, non di Torraca. Vi è però da approfondire la figura dell’Abate don Antonio Gallotti di Torraca. Vi era un abate don Antonio Gallotti di Torraca ? Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. Dunque, secondo gli Atti del Processo per la Spedizione di Carlo Pisacane, nella famiglia Gallotti, che aveva una casa a Sapri, in via Nicodemo Giudice, vi era un “sacerdote don Filomeno”, figlio del barone di Battaglia, don Giovanni Gallotti. Sempre per i fatti di Pisacane a Torraca, Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, dove, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; etc…”. Il Mallamaci, sulla scorta del Bilotti scriveva che, a Torraca, andarono incontro festosamente a Pisacane “….’Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino.”. Riguardo poi alla notizia secondo cui Garibaldi da Sapri arrivò a Vibonati e poi da Vibonati passò per Torraca alcuni storici hanno scritto ciò che dirò in seguito. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, nel 1911, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 Settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, posta lungo la strada rotabile tra Lagonegro e Casalbuono, etc…”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 399, in proposito scriveva pure che: “III…..Da Vibonati il Dittatore, nel mattino del 4 settembre, passando per Torraca, raggiunse, sulle pendici del monte Cervaro, la taverna del Fortino, etc…”. Pesce, a p. 399, nella nota 81) postillava: “(1) Vedi pagina 325”. Pesce, a p. 399, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi pagina 382”. Pare che la notizia che Garibaldi, partitosi da Vibonati, per risalire al Fortino del Cervaro abbia percorso una strada che passasse per Torraca. La notizia trova riscontro solo in Pesce e nel sacerdote don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: etc…”. Altre notizie su Torraca, nel periodo di Garibaldi, sono discordanti tra loro ed imprecise. In seguito, alcuni autori, più vecchi ed alcuni nuovi ci dicono che Garibaldi, nel risalire al Fortino di Battaglia, fece lo stesso percorso che fece Carlo Pisacane, nel 1857. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 146 e ssg., in proposito scriveva che: “Lasciarono Sapri nella tarda sera, e non poche guide armate si erano unite all’avanguardia…..Ecco ‘Torraca, Battaglia, Casaletto Spartano’. Era la strada dei “300”: una strada lunga e buia, in quel fatale 1857; ma breve e luminosa per i “Mille” di Garibaldi.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo, attraverso lo stesso percorso seguito da Pisacane tre anni prima, salì al Fortino etc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a pp. 96-97 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “Il 3 settembre,….a Vibonati, ……da qui il giorno dopo si recò al Fortino, facendo lo stesso percorso che aveva compiuto nel ’57 il Pisacane (attraversando quindi in parte, anche il territorio del comune di Torraca), etc…”. Dunque, il Mallamaci scriveva che Garibaldi, partitosi da Sapri, passò da Vibonati da dove per risalire al Fortino del Cervaro percorse la stessa strada che fece Pisacane nel 1857, ovvero secondo il Mallamaci, Garibaldi passò per Torraca. Sulla strada che percorse Pisacane ha scritto Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, a pp. 198-199, in proposito scriveva che: “Da Torraca due vie conducono al Vallo di Teggiano: una più breve, ma quasi tutta disagevole per burroni e dirupi, la quale per Tortorella, Battaglia, Casaletto Spartano e Buonabitacolo avrebbe menati a Padula dopo percorsi 23 miglia; l’altra pel Fortino di Cervara e Casalbuono, lunga 27 miglia, ma disagiata solo per 12 perchè dal Fortino in poi ove finiscono i cosi detti monti della Serra, è tutta rotabile, costituendo essa un tratto della consolare delle Calabrie……al Fortino di Cervara che è limite tra il Principato e la Basilicata…..etc…”.
ANTONIA GALLOTTI di TORRACA, sposata con NICOLA DEL VECCHIO di VIBONATI
Dove si trova questo palazzo storico di Vibonati ? Chi era la famiglia del liberale Nicola Del Vecchio ?. Garibaldi, arrivato a Vibonati fu ospitato nel palazzo de Nicollellis, nel centro storico, dove oggi vi è una lapide in ricordo dello storico evento. Alcune persone di Vibonati mi dicevano che il de Nicolellis fosse sposato con una Del Vecchio originari di Casaletto Spartano e con grosse proprietà al Fortino di Cervara. Forse i Del Vecchio avevano forti legami, forse anche di parentela con il barone di Bataglia don Giovanni Gallotti. Percorrendo il paese su Corso Umberto I si possono ammirare i tanti pregevoli portali che decorano i palazzi nobiliari del borgo antico, tanto che è consuetamente definito il borgo dei portali. Tra i palazzi spiccano il Palazzo De Nicolellis, risalante al 1400 circa, il quale ospitò il 3 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi. Il Palazzo De Nicolellis è a Vibonati in c.so Umberto I, al civico 189. Dunque, il Palazzo dove fu ospitato Garibaldi vi abitava il liberale Nicola Del Vecchio con sua moglie Antonia Gallotti. La Gallotti era forse parente del barone di Battaglia don Giovanni Gallotti anch’egli eminente liberale e referente della zona. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 146, in proposito scriveva che: “….Garibaldi…trascorse la serata e la notte a Vibonati presso la famiglia Del Vecchio (60).”. Fusco, sulla famiglia Del Vecchio, a p. 352, nella nota (60) postillava: “(60) Ferruccio Policicchio (Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in AA.VV., Garibaldi e garibaldini ecc…, p. 285 sg) scrive che in casa di Nicola Del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Dunque, Nicola Del Vecchio era il marito di Antonia Gallotti. A Vibonati vi è anche una lapide in ricordo dello storico evento. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, parlando di Sapri, a p. 189, in proposito scriveva che: “Sull’imbrunire del giorno 3 l’eroe montò a cavallo e partì alla volta di Vibonati dove fu ospite, per l’intera notte, della famiglia De Nicolellis (31).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, marito di Antonia Gallotti, etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “…., Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Etc…”. Policicchio, a p. 381, nella nota (18) postillava: “(18) La casa era stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, ap. 393 pubblicò la foto della stanza con il letto su cui dormì Garibaldi nel Palazzo dell’ex famiglia Del Vecchio, oggi De Nicolellis. Le foto della stanza sono di Angelo Gentile e sono state tratte dal testo di De Crescenzo (….). Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 136, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi fu ospite di Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico che, liberato dalla Gran Corte con decisione del 2 agosto 1851 per il reato politico attribuitogli, passò al potere della polizia e fu prima ‘emperato’ (7) a Sanza (8) e successivamente espatriato in Brasile dove morì il 4 febbraio 1868 all’età di anni 72.”. Policicchio, a p. 136, nella nota (7) postillava: “(7) Nel 1851, con R.R. del 7 ottobre, fu istituita in ogni provincia una commissione detta d’Empera, così definita dallo spagnolo ‘Emparar’ (relegare, confinare) etc…”. Policicchio, a p. 136, nella nota (8) postillava: “(8) Sul suo conto il Sottocapo Urbano onorario Sabino La veglia – dopo qualche anno più famoso Capo Urbano per aver combattuto Pisacane – nel 1852 relazionava: “Da circa otto mesi trovasi in questo comune confinato, qual imputato di politica reità un tale D. Federico del Vecchio da Vibonati. Etc…., e molto più perchè gode apertamente la protezione del Giudice e Capo Urbano i quali per aizzare gli animi si servono del cennato Del Vecchio come mezzo materiale; ….prudenza vuole che…., ma miglior sarebbe farlo menare sotto chiave per essere pernicioso alla società”. ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 39, f. 1.”. Dunque, Policicchio scriveva che a Vibonati, in occasione dei moti del ’48 si distinsero “Nicola del Vecchio, (1801-1873) membro della famiglia più liberale del paese, marito di Antonia Gallotti, compromesso politicamente nei rivolgimenti del ’48 e perciò compromesso nell’elenco degli attendibili insieme al congiunto Federico, dottore fisico e cerusico…etc…”. Secondo Policicchio, nella notte tra il 3 ed il 4 settembre 1860, Nicola Del Vecchio e sua moglie Antonia Gallotti ospitarono Garibaldi, nel loro palazzotto, poi in seguito divenuto palazzo De Nicolellis. Policicchio scriveva che “Nicola Del Vecchio (1801-1873) era membro della famiglia più liberale del paese”. Sui Del Vecchio di Vibonati, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, a p. 209, in proposito scriveva che: “A Vibonati, già lo abbiamo detto, la famiglia liberale per eccellenza fu quella del legale Clemente del Vecchio. Un Francescantonio del Vecchio (31), dopo essere stato varie volte membro del Decurionato, “sebbene scarso di istruzione”, fu indicato per l’impiego presso l’ufficio del registro e bollo di Vibonati. A scagionarlo dalle noie di polizia, accordandogli piena riabilitazione, il Sottointendente intervenne in questi termini (32): “D. Francescantonio del Vecchio di Vibonati, proposto per soprannumero del registro e bollo, è diverso da quello che fu Clemente che nel dì di due novembre 1850 fu arrestato (…) sacerdote da più anni defunto (33). Il primo dunque è di buona condotta politica, morale e religiosa, non avendo dato mai ad osservare cosa alcuna e le ultime informazioni ricevute mi accennano che sia anche sufficientemente idoneo per la carica.”. Ovviamente la famiglia Del Vecchio, a Vibonati, non fu l’unica di idee liberali. Una denuncia anonima del 18 aprile 1851, nei confronti di Francescantonio Pugliese di Nicolalfonso che aveva chiesto il posto nella pubblica amministrazione, rivela una pagina risorgimentale quarantottesca che si sperava essere punita dalla reazione borbonica, forse perchè il denunciante aspirava anch’egli al posto (34) etc…”. Policicchio, a p. 209, nella nota (31) postillava: “(31) Figlio di Domenico e Maddalena Giffoni, marito di Serafina Pugliese morto 74enne a Vibonati il primo giugno 1878.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (32) postillava: “(32) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 82, f. 27. Missiva del 24 febbraio 1858.”. Policicchio, a p. 209, nella nota (33) postillava: “(33) Dal registro dei misfatti dell’anno 1850, esistenti presso la cancelleria della G. C.C. del Principato Citeriore, sul conto di Francescantonio figlio di Clemente, sacerdote di Vibonati, risulta che questi fu arrestato con l’imputazione “di cospirazione tendente a distruggere e cambiare il Governo, con eccitare i sudduti e gli abitanti del Regno ed armarsi contro l’Autorità Reale; e da voci sediziose ed allarmanti profferite in luogo pubblico contro il Governo in Luglio 1848″. Con decisione del 2.8.1851 venne disposto di scarcerarsi, e conservarsi gli atti in archivio. Il sacerdote morì 40enne il 2 marzo 1853, ma il fratello Nicola (1801-1873) ospitò Garibaldi quando, salpato dal lido di Tortora, approdò a Sapri e pernottò a Vibonati.”. Dunque, Francescantonio Del Vecchio ed il fratello Nicola Del Vecchio erano figli di Clemente Del Vecchio, il sacerdote che si tolse l’abito talare partecipando ai moti insurrezionali del ’48. Clemente Del Vecchio era figlio di Domenico Del Vecchio e di Serafina Giffoni. Clemente del Vecchio era marito di Serafina Pugliese e morì 74enne a Vibonati il 1° giugno 1878. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIX-XX, in proposito scriveva che: “L’esercito di passaggio trovò primo nel Vallo di Diano vettovaglie, trasporti ed alloggi comodi, ed in parte anche danaro. Fui in questo difficile compito giovato dallo spirito veramente patrio delle popolazioni e da una classe di Cittadini onorevolissimi che mi furon larghi del loro consiglio e del loro aiuto. Nè darò termine a questo breve cenno di me senza render pubbliche grazie ai Cittadini: Giuseppe de Petrinis, fratelli Pappafico, fratelli Bigotti, Michele Pandelli, Giuseppe Arcieri, fratelli del Vecchio, Giuseppe Rossi, P. Alfonso da Pescopagano, Giuseppe Guerdile di Sala, fratelli Santelmo, Filomeno Padula e Scolpini di Padula, fratelli de Honestis, Matina, Michele de Meo, Antonio Carrano, Giambattista Santoro e Michele Candia di Diano, fratelli Ferri, de Benedictis e Sabini di Sassano, Marone di S. Giacomo, Pagano e Matina di S. Rufo, Spinelli di S. Pietro, Galloppi e del Bagno di Polla, Mele e Costa di S. Arsenio, Caruso e Guerra di Auletta, Orazio Abbamonte di Salvitelle, Oro di Caggiano, Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza, Giuseppe Gagliardi, Volpe e Gerbasio di Montesano, Gallotti e Brandeleone e parecchi altri, che voglio mi perdonino se in mezzo alla folla delle rimembranze mi cade dimenticarli. Sappiamo però che il mio cuore palpita per essi e l’animo freme di dolce riconoscenza in ricordandogli; etc…”. Dunque, in questo passaggio il d’Evandro cita alcuni dei cittadini, all’epoca con una posizione più agiata, che, furono attivi collaboratori della sua Segreteria. D’Evandro cita, i “Cittadini onorevolissimi”: “…fratelli del Vecchio, …..Giuseppe Gifoni Barone di Vibonati, Socrate Falconi di Policastro, Gallotti e Brandeleone etc…”. Dunque, il d’Evandro cita anche il Gallotti ed i barone di Vibonati Giuseppe Giffoni. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “Poi incominciò a marciare da Sapri alle ore 17 ponendosi a capo della colonna, proseguendo per Vibonati….A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236). Nel suo soggiorno a Vibonati, prima di partire, Garibaldi incontrò anche il Generale Comandante del Primo Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo Teodosio De Dominicis il quale, al suo ritorno, rivolgendosi ai suoi soldati disse che era andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia a Vibonati’, è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero che vanno al di là di quel che si dice di lui. Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali nella provincia, è stato preso dal Generale Cosenza mentre si attende in Sapri un terzo imbarco di Garibaldini. Conclude incitando i soldati e inneggiando a Viva l’Italia, Viva Vittorio Emmanuele, Viva Garibaldi” (237).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (237) postillava: “(237) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Il testo di Anna Sole (….), riporta un documento del De Dominicis tratto dall’Archivio Privato Magnoni. Invece, riguardo queste notizie il Del Duca si è riferito a Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a pp. 380-381, in proposito scriveva: “Durante la prodigiosa ascesa con gli avvenimenti che portarono Garibaldi e i Mille a liberare la Sicilia e Napoli, Vibonati ebbe ad ospitare il Generale nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1860, in casa Del Vecchio (18), oggi De Nicolellis, dove il letto conservato ancora come allora e una lapide marmorea con epigrafe ne ricordano l’evento. Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: “(….) Visto lo stato di oppressione sia morale, che materiale patito dalle popolazioni del Continente, e specialmente dei cittadini di questo Comune. Visto che..etc…Essendo pure questo Popolo ispirato fiduciosamente nella perona di Garibaldi nella fausta notte ch’ebbe l’onore accoglierlo nelle sue mura. Unanimamente, liberamente, etc..(19).”.”. Policicchio, a p. 381, nella nta (18) postillava: “(18) La casa e stata da poco (1841) ristrutturata.”. Policicchio, . 381, nel nota (19 potillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Dunque, in primo luogo, il documento, di cui il Policicchio pubblica il testo scritto, è il Verbale della seduta Decurionale del Comune di Vibonati, del 4 settembre 1860 che venne trasmessa al Governatore Pro-Dittatore del Distretto di Sala Consilina, Giovanni Matina ed al suo Segretario Alfieri D’Evandro. Policicchio scrive che il documento si trova conservato presso l’Archivio Comunale di Vibonati (ACV), ma del documento non abbiamo potuto avere contezza. Ne tantomento questo importante documento è stato pubblicato dall’Alfieri D’Evandro. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “Si fermò per il pranzo in casa del barone Gallotti; poi si recò a Vibonati e passò la notte in casa della famiglia Del Vecchio.”. Sulla famiglia Del Vecchio di Vibonati, Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, riferendosi al passaggio di Garibaldi, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Sulla nomina dei “Commissari organizzatori dei singoli Circondari” ed in particolare di Vibonati e di Vincenzo Del Vecchio, ha scritto Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 15, in proposito scriveva che: “N° 16. Il Pro-Dittatore del Salernitano Cittadino Giovanni Matina. Visto il Decreto de’ 30 Agosto col quale si fissarono i Commissarii organizzatori delle Giunte insurrezionali municipali, decretiamo quanto appresso: I Cittadini Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio sono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati. Essi avranno gli stessi poteri da’ nostri antecedenti Decreti Pro-Dittatoriali ai Commissarii Organizzatori concessi. Sala 4 Settembre 1860. Pel Dittatore Garibaldi – Il Pro-Dittatore – G. Matina. Il Segretario del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Dunque, con questo Decreto del 4 Settembre 1860, promulgato a Sala Consilina dal Matina, Antonio de Meo e Vincenzo del Vecchio, cittadini, furono nominati Commissarii Organizzatori dei circondarii di Padula, Montesano, Sanza e Vibonati.”. Dunque, la nomina al cittadino Vincenzo del Vecchio avvenne dopo l’eventuale passaggio in Vibonati, del Fortino e di Casalnuovo.
FRANCESCO SAVERIO CAJAZZO, giudice regio del Circondario di Vibonati
Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto anche Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 124-126, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, e ancor prima a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula gli aveva disse di aver avuto disposizione di arrestare qualunque disturbatore dell’ordine pubblico o autori di voci allarmanti se colti in flagranza. Il 16 aprile 1959, dimostrando di essere magistrato capace, al Sotto Intendente scrisse: “…………”. Risultò che il comandante, “mostrandosi per nulla esatto nello adempimento delle disposizioni che riceve”, non faceva altro che commettere abusi traendone profitti e promuovendo il pubblico malcontento (17). Da un ricorso anonimo, scritto nella primavera del 1859, il giudice Cajazzo fu accusato di essere un immorale, un accanito liberale e un finto realista perché amico di D. Fleice Romano, Sindaco di Padula, e di un suo figlio Michele. Fu accusato di proteggere la latitanza del “rivoltoso politico” D. Federico Romano, loro congiunto, il quale aveva preso parte, il 1° luglio 1857, ai moti rivoluzionari animati da Carlo Pisacane (18). In Padula la famiglia Romano sicuramente ebbe corrispondenza con “l’orda rivoluzionaria”(19). Giovanni Breglia (20), alfiere del settimo reggimento di linea, il 28 marzo 1859, si vide “nel dovere di sottoporre alla superiore saggezza” dell’Intendente, che il Sindaco di Padula, D. Felice Romano, medico di professione, era cugino di D. Federico Romano che in febbraio 1859 si ammalò e poi morì. Nella denuncia testualmente si legge: “………”(21). Istruita la pratica, il Sottointendente concluse di non darsi peso al fatto denunziato (22). L’accusa non resse perchè, raccolte le informazioni, si dedusse che l’infermità era ignorata dalle autorità e quando fu nota: “……..”. La responsabilità della latitanza venne addebbitata all’inerzia delle forze dell’ordine o all’abilità del latitante ad evitarle. Il mancato arresto fu poi fu imputato al capo brigata della gendarmeria di Padula, sig. Lo Befaro, il quale traeva profitto d’ogni cosa. Etc…“. Sempre Policicchio, a p. 127, in proposito scriveva: “L’immoralità del Giudice Cajazzo derivava da una illecita tresca con una donna considerata “esser stata rifiuto de’ Padulesi” e che due volte aveva ingravidato. Ebbero l’incarico di compiere indagini sulla veridicità della denuncia del Sindaco di Padula, il Comandante degli Urbani, il Giudice Istruttore De Vincentiis di Sala, il sotto Itendente Calvosa, e il vescovo di Diano (oggi Teggiano). Mentre l’inchiesta era ancora in corso il Cajazzo fu trasferito da Padula a Vibonati con Rescritto del 28 settembre 1859 (24). Le risultanze delle indagini non furono unanime. A fine marzo, sul conto del Magistrato, il Calvosa una prima volta scrisse: “…………..”. Il De Vincentiis rapportò che tutto era un intrigo dell’arciprete Santomauro (25) e dei suoi amici, i quali, sotto false apparenze filo-borboniche erano troppo creduti dalle autorità del Distretto e dal Vescovo. Ad Agosto il Calvosa fece inversione di rotta e, confermando il contenuto dell’anonima denuncia, riscrisse che il Cajazzo era a conoscenza dell’esposto per la presenza di una spia tra gli impiegati della Intendenza, ma che ignorava chi fosse, e che il G.I. de Vincentiis invece di cercare di approfondire la verità, eludendo il proprio dovere, …..”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Etc…”. Dunque, del giudice Regio del Circondario di Vibonati, all’epoca di Garibaldi ci parla Felice Fusco (….) e Ferruccio Policicchio. Sul giudice Regio, Francesco Saverio Caiazzo, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, nella nota (16) postillava: “(16) Destinato a Padula con nota del 13.2.1858. (ASS., Intendenza Gabinetto, b. 58, f. 5).”. Policicchio, a p. 125, nella nota (17) postillava: “(17) ASS., Intendenza Gabinetto, b. 44, f. 1.).”. Policicchio, a p. 127, nella nota (24) postillava: “(24) Con unica nota del Ministero di Grazia e Giustizia il Re autorizzava il trasferimento dei seguenti Giudici di 2° classe: Francesco Catone da Vibonati a Padula; Francesco Saverio Cajazzo da Padula a Vibonati; Francesco Grisolia da Laviano a Postiglione; Andrea d’Alessio da Postiglione a Pisciotta; Luigi Ricciardelli da Pisciotta a Diano; Giovanni Oliva da Diano a Laviano. (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 65, f. 22).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 128, riferendosi al Giudice di Vibonati, Francesco Catone, in proposito scriveva che: “Il Presule da parte sua esortò il Cajazzo a rompere quell’unione, etc…Senza fare riferimento alla latitanza di don Francesco Romano così concludeva: “Circa i sentimenti politici posso dirle che avendosi interrogato un di lui intimo amico di questi così espresso: “Il Giudice signor Cajazzo non è il più fedele suddito di Francesco Secondo; egli quando fervea la guerra tra gli alleati e l’Austria si mostrava premuroso di sapere delle notizia per semplice curiosità, non per dovere della carica, e quando il Ministro o altra Autorità della Provincia e del Distretto davano delle disposizioni poco legali, perché le circostanze de’ tempi così richiedevano, egli ne sparlava e diceva non potersi tollerare, anzi doversi eliminare tali abusi dalle Autorità”(26).”. Policicchio, a p. 128, nella nota (26) postillava: “(26) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 154, f. 12”. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 385, in proposito scriveva: “…i Municipi ebbero il carico di far conoscere alle superiori autorità sia la buona che la cattiva condotta degli impiegati e i Decurionati furono invitati a manifestarsi. In altre parole, iniziò la caccia ai compromessi col precedente regime e si chiese che venissero poste in luce tutte le qualità personali, negative o positive che fossero, dei pubblici incaricati. Sul conto del Magistrato locale, il Decurionato espose: “(….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia nel suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica quale si addice ad un uomo ben noto, istruito, e che sente il vero amor di Patria etc…” (28).” Policicchio, a p. 385, nella nota (28) postillava: “(28) ACV, B.3 F.1., Delibera Decurionale del 22 ottobre 1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 120-121, riferendosi al Giudice di Vibonati, Francesco Catone, in proposito scriveva che: “Ad aumentare la tensione esistente nel Golfo, per i suoi antecedenti più recenti, si unì, contribuendovi molto, l’incapacità a saper valutare soprattutto i problemi provenienti dal mare, del Giudice di Vibonati, Francesco Catone. Il Circondario di Vibonati era di un interesse particolare, esso richiedeva un giudice abile ed energico con accorgimenti e ponderazione non comuni. Al complesso e delicato lavoro, il 13 aprile 1859, si aggiunse un temporale. Il cattivo tempo costrinse molti legni mercantili ad ancorarsi nella baia di Scario, non seppe capire che ciò era dovuto alle intemperie, uno di loro, battente bandiera austriaca, non volle dichiarare il carico e allarmò il Regno. Il 20 aprile, poi, il Giudice di Maratea gli segnalava un vapore ad elica senza bandiera e, in proposito, il Sottointendente di Sala espose: “(….) mi è gradito rassegnarle, che il Regio Giudice di Vibonati si è fatto ad emettere tali e tante disposizioni, e ad agire con tale carattere di pubblicità che ha recato un allarme nel Circondario, e nella più parte de’ comuni del Distretto, senza che fosse lasciato vedere fin qui, ed anco etc…io chiedo con calore la destinazione di altro Giudice nel Circondario di Vibonati. Le raccomando perciò questo bisogno, etc…”. Dal Ministero di Polizia fu disposto “onde venga spedito in quel Circondario un Magistrato più idoneo”(3). Verrà trasferito con Rescritto del 28 settembre 1859.“. Policicchio, a p. 121, nella nota (3) postillava: “(3) ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 107, f. 6.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 121, in proposito scriveva che: “Dal ministero di Polizia fu disposto “onde venga spedito in quel Circondario un Magistrato più idoneo”(3). Verrà trasferito con Rescritto del 28 settembre 1859.”.
Nel 1857, i GALLOTTI, baroni di Sanza e di Morigerati, attendibili ma anche filoborbonici
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. Uno di essi è decurione, un altro è supplente giudiziario (entrambi hanno pratiche illecite), sicché “disgraziatamente le cariche vengono dalla detta famiglia occupate, perché oltre ai medesimi evvi d. Diomede Gallotti, figlio al supplente Sindaco e Consigliere distrettuale, e D. Gaetano 1° Eletto”. “Costoro – ribadisce in altro rapporto il sottointendente – che si arrogano il titolo di Baroni, non desiderano le cariche comunali che per esercitare un dispotismo tanto più nefando, in quanto gravita su una popolazione misera e bisognosa”. Le frodi a danno dell’amministrazione comunale, del Monte frumentario, e dell’intera popolazione erano fatti di dominio pubblico, e perciò sottoposti ad essere travisati ed esagerati con elementi fantastici. La realtà di essi però rimaneva, e non potè esimere l’autorità provinciale dall’adottare il provvedimento della destituzione del sindaco e del cancelliere comunale, del Primo Eletto d. Gaetano, nonché del decurione d. Francesco Gallotti il quale, perché si emendasse dei sui turpi vizi, fu per un breve periodo rinchiuso nel monastero di Sanza. Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2).”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Fusco, a p. 283, sempre sulla tecnica delle scatole cinesi, nella nota (52) postillava che: “(52) Cfr. n. 36.”. Fusco a p. 282, nella nota (36) postillava che: “(36) L. De Monte, Cronaca del Comitato segreto etc…, cit., p. XCVIII sg. – Il testo originale della lettera di Vincenzo Padula si conserva presso il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, b. 346, n. 27.”. Il testo citato è quello di Luigi De Monte, “Cronaca del Comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”, del 1877. Dunque, il De Monte (….) pubblicava la lertera del prete Vincenzo Padula al Fanelli dove venivano interessanti rivelazioni sui filoborbonici del basso Cilento. Della lettera, ne ha parlato anche Paolo Emilio Bilotti (….), nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 71 scriveva ancora: “Di fatti fin dal mese di febbraio il prete Vincenzo Padula, uomo liberalissimo, pur lamentando l’arresto di molti amici, aveva assicurato che il suo comune offiva duecento militari tutti armati, etc…Assicurava inoltre che quantunque si stesse organizzando un partito di reazione, capitanato da tre fanatici borbonici di Vibonati, di Polla e di Diano, pure nessun pregiudizio vi sarebbe stato a temere etc…(2).”. Bilotti, a p. 71, nella npota (2) postillava: “(2) De Monte, Id. – Lettera di V. Padula al comitato, febbraio, 1857.”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti. Fusco a p. 283, nella nota (53) ostillava: “(53) Sui Perazzo di Torraca cfr. F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81.”. Fusco, a p. 284, nella nota (55) postillava: “(54) Sui Gallotti di Morigerati, cfr. L. Cassese: La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 79 e F. Fusco: Caselle in Pittari. Economia ecc.., cit., I, p. 81. Il potere dispotico di questa famiglia (Diomede, Gaetano, Francesco, Nicola) era tale che il sottointendente Giuseppe Calvosa ordinò due inchieste sul loro conto affidando la prima al giudice regio di Sanza Vincenzo Leoncavallo e la seconda al sindaco (e consigliere distrettuale) Donato Orlando da Caselle. Uno dei Gallotti, il decurione Francesco, fu rinchiuso nel convento dei Minori Osservanti di Sanza perchè espiasse le colpe!”. Il testo di Felice Fusco, Caselle in Pittari Economia e Società fra Otto e Novecento, vol. I, a p. 81. Fusco, a p. 284, nella nota (60) postillava: “(60) ASS., Gabbinetto dell’Intendenza, ivi, b. 197, vol. I, c. 75 ss.”. Fusco, a p. 284, nella nota (61) postillava: “(61) L. Cassese, La Spedizione di Sapri, ecc.., cit., p. 80, n. 71.”.
Nel 28 settembre 1859, il trasferimento nel Circondario di Vibonati (dal circondario di Padula), del giudice Regio Francesco Saverio CAJAZZO al posto del giudice Regio Francesco Calore
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, nella nota (16) postillava: “(16) Destinato a Padula con nota del 13.2.1858. (ASS., Intendenza Gabinetto, b. 58, f. 5).”. Policicchio, a p. 125, nella nota (17) postillava: “(17) ASS., Intendenza Gabinetto, b. 44, f. 1.).”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 127, in proposito scriveva: “Mentre l’inchiesta era ancora in corso il Cajazzo fu trasferito da Padula a Vibonati con Rescritto del 28 settembre 1859 (24). Etc…”. Policicchio, a p. 127, nella nota (24) postillava: “(24) Con unica nota del Ministero di Grazia e Giustizia il Re autorizzava il trasferimento dei seguenti Giudici di 2° classe: Francesco Catone da Vibonati a Padula; Francesco Saverio Cajazzo da Padula a Vibonati; Francesco Grisolia da Laviano a Postiglione; Andrea d’Alessio da Postiglione a Pisciotta; Luigi Ricciardelli da Pisciotta a Diano; Giovanni Oliva da Diano a Laviano. (ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 65, f. 22).”. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 385, in proposito scriveva: “…i Municipi ebbero il carico di far conoscere alle superiori autorità sia la buona che la cattiva condotta degli impiegati e i Decurionati furono invitati a manifestarsi. In altre parole, iniziò la caccia ai compromessi col precedente regime e si chiese che venissero poste in luce tutte le qualità personali, negative o positive che fossero, dei pubblici incaricati. Sul conto del Magistrato locale, il Decurionato espose: “(….) il Giudice D. Francesco Saverio Chiazza, preposto al governo ed all’amministrazione della giustizia in questo Circondario, quando il dispotismo Borbonico era tuttavia nel suo apogeo, manifestò chiara la sua opinione politica quale si addice ad un uomo ben noto, istruito, e che sente il vero amor di Patria etc…” (28).” Policicchio, a p. 385, nella nota (28) postillava: “(28) ACV, B.3 F.1., Delibera Decurionale del 22 ottobre 1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 120-121, riferendosi al Giudice di Vibonati, Francesco Catone, in proposito scriveva che: “Ad aumentare la tensione esistente nel Golfo, per i suoi antecedenti più recenti, si unì, contribuendovi molto, l’incapacità a saper valutare soprattutto i problemi provenienti dal mare, del Giudice di Vibonati, Francesco Catone. Il Circondario di Vibonati era di un interesse particolare, esso richiedeva un giudice abile ed energico con accorgimenti e ponderazione non comuni. Al complesso e delicato lavoro, il 13 aprile 1859, si aggiunse un temporale. Il cattivo tempo costrinse molti legni mercantili ad ancorarsi nella baia di Scario, non seppe capire che ciò era dovuto alle intemperie, uno di loro, battente bandiera austriaca, non volle dichiarare il carico e allarmò il Regno. Il 20 aprile, poi, il Giudice di Maratea gli segnalava un vapore ad elica senza bandiera e, in proposito, il Sottointendente di Sala espose: “(….) mi è gradito rassegnarle, che il Regio Giudice di Vibonati si è fatto ad emettere tali e tante disposizioni, e ad agire con tale carattere di pubblicità che ha recato un allarme nel Circondario, e nella più parte de’ comuni del Distretto, senza che fosse lasciato vedere fin qui, ed anco etc…io chiedo con calore la destinazione di altro Giudice nel Circondario di Vibonati. Le raccomando perciò questo bisogno, etc…”. Dal Ministero di Polizia fu disposto “onde venga spedito in quel Circondario un Magistrato più idoneo”(3). Verrà trasferito con Rescritto del 28 settembre 1859.“. Policicchio, a p. 121, nella nota (3) postillava: “(3) ASS., Intendenza, Gabinetto, b. 107, f. 6.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 121, in proposito scriveva che: “Dal ministero di Polizia fu disposto “onde venga spedito in quel Circondario un Magistrato più idoneo”(3). Verrà trasferito con Rescritto del 28 settembre 1859.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto anche Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”.
Nel 12 ottobre 1859, Pietro LA CORTE di Sapri
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 120-121, riferendosi al Giudice di Vibonati, Francesco Catone, in proposito scriveva che: “Pietro La Corte, di Sapri, sarto, la sera del 12 ottobre 1859 inventò d’aver visto nell’abitato una trentina di persone armate a delinquere e la notizia produsse inquietitudine tra la gente. Poiché il sarto era appartenente a famiglia di compromessi politici fu disposto essere fornito di elementi sovversivi e subito scattò l’attenzione della guardia urbana senza che approdasse ad alcun esito. Le autorità civili proposero una diecina di giorni di carcere da essere d’esempio anche per gli altri attendibili in politica (4).”. Policicchio, a p. 121, nella nota (4) postillava: “(4) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 44, f. 19.”.
Nel 25 giugno 1860, l’Atto Sovrano (la Costituzione) di Francesco II di Borbone, Re del Regno delle Due Sicilie

Da Wikipedia leggiamo che in conseguenza dello sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia e della sua rapida avanzata fece alcune concessioni liberali, in ciò consigliato dal suo primo ministro Carlo Filangieri, richiamando in vigore lo Statuto costituzionale (già concesso da Ferdinando II brevemente nel 1848) con atto sovrano del 25 giugno 1860. Intanto, Cavour dava ordine al generale Cialdini di partire alla volta di Napoli con l’esercito piemontese per impossessarsi del Regno delle Due Sicilie e ordinava all’ammiraglio Persano di seguire da lontano l’impresa di Garibaldi. Lorenzo Predome (….), nel suo,I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 74, in proposito scriveva: “La II° Guerra dell’Indipendenza d’Italia (1859) portò l’annessione della Lombardia al Piemonte; le popolazioni della Toscana, della Romagna, delle Marche, con plebiscito, proclamarono l’annessione delle proprie regioni al regno d’Italia con a capo Vittorio Emanuele II. Mancava il regno delle Due Sicilie che era ancora feudo del Borbone. Giuseppe Garibaldi ruppe ogni indugio e col tacito consenso del Ministro Cavour, e invitato dai patrioti siciliani, il 5 maggio 1860, …salpò da Quarto (Genova) e sbarcò in Sicilia a Marsala con le sue Camicie Rosse.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 153, in proposito scriveva: “L’annunzio della costituzione, espressione di un cambiamento politico avvenuto, fu festeggiato con ogni sorta di dimostrazioni. A Napoli si ebbero commozioni e deliri di gioia da una parte, smarrimento e paura dall’altra, ed è facile immaginare quello che accadde altrove. Ognuno interpretò quella concessione a modo suo: i proprietari vi scorsero la diminuzione dei tributi; gli intellettuali, la libertà politica; i contadini delle province, la spartizione dei pubblici demani, gli ambiziosi, il potere; ciascuno un proprio vantaggio personale (3). Ne sultarono i proprietari, i quali speravano che il Parlamento avrebbe ridotto l’imposta fondiaria che loro sembrava gravosissima, che più larghi aiuti avrebbero avuto dalla bonifica dei terreni, che avrebbe ridotto il dazio di esportazione sull’olio e sui cereali, che maggiore autonomia avrebbe concesso ai Consigli Comunali – Ducurionati – e ai Consigli provinciali e distrettuali in loro mani. Il ceto medio, costituito in massima parte di legali, medici, maestri, letterari, salutò nella costituzione la speranza di nuovi, più lauti uffizi e di più alte cariche, vide in essa, cessata la censura della polizia e del clero, l’arbitrio e la trapotenza della polizia, la premessa di una vita intellettuale più larga e più libera, più sicura la libertà individuale, riconosciuta e rispettata la libertà di pensiero e di parola.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a pp. 179-180 e ssg., in proposito scriveva: “Un moto insurrezionale come quello di cui Sapri fu l’episodio più doloroso, dovea di necessità produrre gravissimi effetti. Se si riusciva, la faccia del mondo si mutava; se no, la tirannide si consolidava, ma le parti politiche si ricomponevano.”.
Nel 1860, il rientro di molti patrioti esiliati dai Re di Napoli
Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 100 e ssg., in proposito scriveva che: “Le truppe napoletane avevano arrestato, oltre ai membri della colonna Pisacane, circa centotrenta salernitani, ma con scarsissimi appigli giuridici. Alla fine la maggioranza fu rilasciata e sottoposta in genere a misure di polizia (52). La vicenda dei dodici principali imputati, tra cui Michele Magnoni, si concluse solo dopo due anni di prigione, scontati senza che fosse mai emessa una condanna, perché la Magistratura non aveva trovato le prove. Salito al trono Francesco II si cercò una soluzione per un caso che ancora sollevava polemiche e critiche internazionali. Così si decise di spedire in esilio i più pericolosi: Matina, Magnoni, Padula ed Antonio Santelmo e mandare gli altri in un’isola a domicilio forzoso (53).”. Pinto, a p. 101, continuando il suo racconto scriveva che: “10. Michele Magnoni trentenne raggiungeva a Genova per condividere quell’esperienza dell’esilio che avevano conosciuto tanti suoi conterranei, a partire da quel Vinciprova che era stato uno dei suoi capi nel ’48 ai fratelli Del Mastro con cui aveva tante assonanze nella propria militanza radicale. Con loro e i vecchi colleghi di galera Padula e Santelmo si trovò tra i Mille. Sei mesi dopo la decisione regia, infatti, tornavano nel Regno, con i primi due vapori di Garibaldi e con altri salernitani in cui c’erano altri reduci del ’48. E si apriva un altro capitolo per conoscere la storia profonda del Risorgimento meridionale.”. Su Wikipedia leggiamo che dopo la concessione della costituzione da parte di Francesco II nel giugno 1860, il comitato riprese vigore, sotto la direzione di Silvio Spaventa e con d’Afflitto tra i suoi membri più attivi. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 387, in proposito scriveva che: “I moderati meridionali, essendo restii a qualunque rivoluzione, si accontentavano della costituzione borbonica. E questo orientamento politico retrivo si verificava a Salerno come nelle altre province del Mezzogiorno, tra le quali Potenza, dove di fronte alla corrente progressiva capeggiata da Giacinto Albini, vi era quella dei costituzionalisti, in massima parte formata da grossi proprietari terrieri, che era rappresentata da Nicola Alianelli. Ond’è che giustamente Michele Lacava, concordando col pensiero del de Meo, nota “che gli uomini del 1848 presero parte secondaria nella rivoluzione del 1860; le persecuzioni, le galere, avevano in essi fatto venir meno la fede dell’avvenire della Patria. La rivoluzione del 1860 fu in gran parte opera della gioventù che non aveva precedenti positivi. E la parte moderata del Comitato potentino fece del tutto per far mostrare Potenza fredda e fino ad un punto anche avversa alla rivoluzione”(19). La lotta operta e sorda fra le due tendenze non fece che indebolire la compagine del Comitato napoletano il quale di fronte agli avvenimenti che incalzavano si mostrava indeciso e tentennante: questa indecisione si ripercuoteva con tristi effetti nelle province.”. Cassese, a p. 388, nella nota (19) postillava: “(19) Vedi Lacava, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, Napoli, A. Morano, 1865.”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 4 e ss., in proposito scriveva: “I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nella “Prefazione”, scriveva: “Ai primi del 1860, gli esuli siciliani del 1849, R. Pilo, G. La Masa, F. Crispi, tentarono di convincere Garibaldi a mettersi a capo di una impresa extra legale, della liberazione della Sicilia, e riuscirono ancche a persuadere il re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, di consentire che la spedizione fosse preparata in territorio piemontese. Così, non ostante le esitazioni di Garibaldi, desideroso di non allungare la lista dei tentativi mazziniani falliti, e l’opposizione del Cavour, che non si sentiva di compromettere l’opera fino allora perseguita, l’impresa venne deliberata. Un migliaio di volontari, in parte reduci dalla guerra del 1859, in parte stranieri, irregolari della lunga lotta che da anni si combatteva in Europa, per il trionfo dei principi della libertà e della nazionalità, la mattina del 5 maggio 1860, s’imbarcavano clandestinamente a Quarto, non lntano da Genova, e sei girni dopo sbarcavano sulla costa occidentale della Sicilia, a Marsala…..Il successo ridonò al governo piemontese e al Cavour l’ardire di cui poco prima essi avevano mancato: non soltanto i volontari accorrono numerosi, ma la loro partenza è favorita, organizzata dal governo di Torino. Rinforzato da questi aiuti, due mesi più tardi, Garibaldi, dopo aver spezzato tutte le resistenze borboniche, valicava lo Stretto e metteva piede sulla parte continentale del paese. Da questo momento ha principio l’incredibile collasso interno del regno, che farà di questa seconda fase dell’impresa quasi una passeggiata militare.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 202 e ssg., in proposito scriveva: “…qui riappare sulla scena Giacinto Albini già noto ai lettori di queste memorie. Egli, perseguitato dalla Polizia , avea dovuto rimaner latitante come una belva inseguita dal cacciatore. Ai pericoli politici si erano aggiunti quelli naturali: intendo del tremuoto del 1857 che rovind mezza Basilicata (1). L’ Albini, come dissi, arrecava alla causa liberale il concorso d’un paziente e non interrotto lavoro che sì egli come i suoi amici aveano fatto in Basilicata fin dal 1850. La sventura di Sapri se avea interrotto i lavori e sperperato i lavoratori della Basilicata, non avea nè distrutto i primi, nè scorati i secondi. Centro principale del lavorio politico era stato il paese di Montemurro patria de’ due fratelli Albini, Giacinto e Niccola. Da colà si era proceduto a rannodare rapporti con la provincia di Bari la quale non era stata mai sorda alle voci che le venivano, sia da Napoli sia dalla * Basilicata. Queste due province perciò erano collegate strettamente fra loro, talchè il concorso dell’ Albini non limitavasi alla sua Provincia, ma estendevasi al Barese del quale conoscea per attenenze politiche i patrioti più operosi. Il tremuoto del 16 decembre 1857 distrusse Montemurro riducendolo ad un mucchio di rovine. Per questo, il lavoro politico, il centro di cospirazione fu trasferito a Corleto paese dove erano alcuni parenti dell’Albini , fra cui Carmine Senise, operoso patriota nel quale il lettore avrà occasione d’ imbattersi più d’una volta nel corso di questa narrazione.“.
NICOLA MIGNOGNA

Su Nicola Mignogna ha scritto Giuseppe Pupino-Carbonelli (….), nel suo, Nicola Mignogna nella Storia dell’Unità d’Italia – con lettere indeite etc.., Napoli, tip. Morano, 1889 ed in particolare Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 117, in proposito scriveva che: “A Genova continuò la sua attività nelle file del movimento mazziniano: ebbe parte nella Spedizione di Carlo Pisacane e nei fatti di Genova del giugno 1857. Nel 1860 fu tra i Mille. Fallito il tentativo di invadere il territorio dello Stato Pontificio, venne distaccato da Giuseppe Garibaldi in Basilicata con l’incarico di controllare l’attività del movimento liberale lucano che, organizzato da Giacinto Albini, aveva incondizionatamente aderito al programma del Comitato dell’Ordine. Nonostante la sua ativa partecipazione alla insurrezione lucana, la sua missione non raggiunse lo scopo per cui egli era stato inviato in Basilicata: i posti di maggiore responsabilità vennero affidati dall’Albini ad esponenti del Comitato dell’Ordine. Nel settembre del 1860 si riunì all’esercito garibaldino e si distinse nella battaglia di Maddaloni. Fervente repubblicano, aderì ai Comitati di Provvedimento a Garibaldi per Roma e Venezia. Nel 1862 ebbe da Garibaldi l’incarico di organizzare i radicali lucani e di spianare l’avanzata delle truppe garibaldine provenienti dalla Calabria e dirette a Roma. Morì povero a Giugliano in Campania il 31 dicembre 1870. Della monografia del P. C. interessa direttamente la Basilicata quanto si riferisce ai contrasti tra le varie correnti liberali ed al periodo in cui, tra l’agosto ed il settembre del 1860, il Mignogna fu prodittatore con l’Albini (pp. 175 ss.). “. Si veda pure Giuseppe Lazzaro (….), ed il suo “Memorie sulla rivoluzione dell’Italia Meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860”, Napoli, 1897. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 188, in proposito scriveva: “…La lettera partì pochi giorni dopo, e in questo modo, iniziatore il Mignogna e intermediario il Rizzo, furono stretti fra Napoli e Genova rapporti che, svolgendosi, misero capo, come dirò più tardi, alle relazioni tra il Comitato ordine ed Agostino Bertani. La iniziativa del Mignogna, per gli effetti avuti, potè dirsi provvidenziale, imperocchè potè dare all’Hudson l’ occasione di raccogliere nuovamente gli amici, e ritornare all’opera. Oltre a ciò , una corrispondenza regolare con Genova, e con uomo come il Mignogna, potea dare al gruppo napolitano de’ mezzi che, insignificanti colà, erano efficacissimi a Napoli.”. Su Nicola Mignogna si veda pure Alessandro Criscuolo, Nicola Mignogna. «L’uomo puro» di Garibaldi. Attraverso gli scritti di Alessandro Criscuolo, a cura di D. Sellitti, Edita Casa Editrice & Libraria, 2012. Su Wikipedia leggiamo che Nicolò Cataldo Mignogna (Taranto, 28 dicembre 1808 – Giugliano in Campania, 31 gennaio 1870) è stato un patriota e politico italiano. Fu uno dei 1089 componenti della Spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi. Nel 1836 si iscrisse alla Giovine Italia e partecipò ai moti del 1848. Poiché era stata trovata una corrispondenza cifrata nella sua abitazione, nel 1855 fu processato e condannato all’esilio perpetuo dal Regno delle Due Sicilie. Si recò allora a Genova, dove conobbe Giuseppe Garibaldi che lo nominò tesoriere della spedizione dei Mille. A Talamone fu aggregato alla III Compagnia di Giuseppe La Masa e si imbarcò sul Lombardo. Fece amicizia con Emilio Petruccelli, con cui il 5 agosto convocò il comitato d’azione. Il 15 agosto il comitato emise un comunicato che invitava tutti i liberali a convergere a Potenza dove, grazie ad una rivolta civile, fu costituito il governo prodittatoriale nelle persone di Giacinto Albini e di Mignogna. Il 4 settembre 1860 Garibaldi giunse a Fortino di Lagonegro dove fu accolto da Mignogna e da Pietro Lacava, i quali posero gli omaggi del governo lucano e gli consegnarono a nome del popolo seimila ducati, devoluti ai soldati borbonici disertori. Nel 1862 Mignogna seguì Garibaldi in Aspromonte divenendo tesoriere dei Mille nella campagna comandata da Benedetto Cairoli. Visse la vecchiaia sostenuto da cittadini tarantini anonimi. Rifiutò la candidatura alla Camera dei deputati, ma accettò di far parte del Consiglio Comunale di Napoli dove venne eletto nel 1862 e riconfermato nel 1865. Si ritirò poi dalla vita politica e si trasferì a Giugliano, dove prese in affitto una porzione del lago di Patria per sfruttarlo per la pesca. Morì il 31 gennaio 1870 a Giugliano. Sulla Treccani on-line, Giuseppe Paladino ha scritto che strinse in amicizia con il Settembrini. Partecipò alle dimostrazioni di Napoli per la concessione della costituzione, e combatté sulle barricate il 15 maggio 1848. Con la reazione s’iscrisse alla setta degli Unitarî, e fu arrestato con il Settembrini il 23 giugno 1849. Ma, non essendosi raccolte prove a suo carico, il M., che si era finto ebete, venne rilasciato. Nel 1855, su denunzia di un tale Pierro, fu di nuovo arrestato, processato e, l’anno dopo, ebbe bando perpetuo dal regno. Si recò a Genova, dove continuò a cospirare, tenendosi in relazione con il Mazzini e con il Fabrizi. Nel 1860 si unì ai Mille, nella compagnia Cairoli, fino a Palermo. Di là tornò a Genova e in Piemonte, per incarico di Garibaldi, allo scopo di trovare nuove forze. Ne ripartì nell’agosto e partecipò alla sollevazione della Basilicata (Lucania), accompagnando di poi il dittatore a Napoli e combattendo contro i borbonici sul Volturno. Quando Garibaldi fu costretto a partire, il Mignogna, rifiutato ogni uffizio e grado, tornò a fare l’agitatore. Unitosi con il generale a Caprera, nel 1862, lo accompagnò a Palermo e poi in Calabria. Dopo Aspromonte, si rifugiò a Napoli, e vi rimase nascosto sino all’amnistia. Continuò poi a tenersi in rapporto col Mazzini, sempre organizzando i comitati d’azione. Nell’agosto 1863 fu eletto consigliere comunale di Napoli, rinunziando alla candidatura a deputato. Malandato in salute, non poté partecipare alla campagna del’66 e a quella garibaldina del ’67: si adoperò tuttavia a raccogliere armi al confine pontificio meridionale. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XV, a pp. 831-832, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Il Mignogna era stato uno dei Mille, e Garibaldi lo aveva inviato sul continente per effrettarvi l’insurrezione, con Giuseppe Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. Questi restarono in Calabria, dove furono utilissimi all’insurrezione: Pace e Damis, nel circondario di Castrovillari; Bianchi in quello di Cosenza, e Stocco in provincia di Catanzaro, dove pure si era costituito un comitato insurrezionale il 24 agosto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per la nomina dei prodittatori. Il maggior pericolo per la dinastia lo rappresentava il comitato dell’Ordine, che aveva più seguito e più credito a molti mezzi ed era in diretta relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli e singolarmente col Visconti Venosta, col Mezzacapo, col Ribotty, col Finzi e con Villamarina; e, dopo il 3 agosto, col Persano.”. Su Wikipedia leggiamo che dopo la concessione della costituzione da parte di Francesco II nel giugno 1860, il comitato riprese vigore, sotto la direzione di Silvio Spaventa e con d’Afflitto tra i suoi membri più attivi.
I MAGNONI di Rutino

(Fig. n….) – Ritratto fotografico di Michele Magnoni di Rutino
Nell’agosto del 1860, i fratelli MAGNONI di Rutino: MICHELE, LUCIO, SALVATORE, NICOLA e DOMENICO
Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: “A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato ed allo scopo di vincere le loro titubanze si reca per primo a casa dei Gallotti ove trova solo i fratelli Emanuele ed il sacerdote don Filomeno, il quale avverte il Pisacane che il padre e gli altri due fratelli, Salvatore e Raffaele si trovano al Fortino.”. A Sapri, Carlo Pisacane avrebbe dovuto incontrare Matteo Giordano e quegli uomini che il comitato napoletano gli aveva indicato. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri e, a p. 186, in proposito scriveva che: “Pisacane inoltre sapeva che al suo arrivo a Sapri si sarebbe dovuto trovare il sarto Matteo Giordano da Omignano, persona indicata dai corrispondenti, da cui avrebbe dovuto far capo, perchè fidatissimo dipendente della famiglia Magnone (2); ma d’altronde l’opera attivissima degli attendibili politici di antica data, cioè D. Raffaele La Corte, D. Angelo Tinelli, D. Giovanni Gallotti, e sovra tutti l’instancabile arciprete D. Nicola Timpanelli (3) nessuna traccia di sè aveva lasciata ?. “. Bilotti, a p. 186, nella nota (2) postillava: “(2) Stato degli imputati assenti, redatto dal sottointendente di Sala a 16 giugno 1860.”. Bilotti, a p. 204, in proposito scriveva pure che: “…e, quindi scrisse ad Albini, a Libertini ed a Magnoni, il quale ultimo, specialmente, avrebbe dovuto a mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo far trovare a Sapri, all’arrivo della Spedizione, uomini ed armi come aveva fatto, benchè inutilmente, in occasione del progettato e non effettuato sbarco del giorno 13 (1).”. Bilotti, a p. 204, nella nota (1) postillava: “(1) De Monte – Cronaca.”. Il Bilotti, a p. 205, in proposito scriveva ancora che: “Il Magnoni assicurò d’avere immediatamente scritto al nipote quanto occorreva, ma comunicò ancora che in Salerno vi era stato in quella giornata grande movimento di truppe dirette nel Cilento ed in Calabria dove “correva voce fosse avvenuto uno sbarco”. Il testo citato dal Bilotti è quello di Luigi De Monte (….), ovvero “Cronache del comitato segreto di Napoli su la Spedizione di Sapri”. Nel 1975, già il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando dello sbarco di Pisacane a Sapri, a p. 62, in proposito scriveva che: “Non soltanto gli emissari di Magnone dovevano incontrarlo a Sapri, ma anche gli “attendibili” (sospetti politici) specialmente il sarto Matteo Giordano, e il possidente Giovanni Gallotti che dovevano sollevare la città, e ingrossare le file con numerosi amici.”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, a p. 328, in proposito scriveva che: “E pure Sanza come la maggior parte dei comuni della provincia di Salerno, aveva anch’essa avuto i suoi liberali, principalissimi tra i quali, D. Terenzio, D. Luigi e D. Rocco Barzellona (1).”. Su don Terenzio, Bilotti, a p. 328, nella nota (1) postillava: “(1) Il primo già settario fin dal 1820, avea ricettato nei suoi casini di Torre di Panno e Sirippi Costabile Carducci, quando nel 1848 fu nel Cilento, e di lì lo aveva fatto accompagnare in Calabria e poco dopo lo aveva richiamato per tentare nuove rivolte, quando quel patriotta caduto nelle mani degli urbani di Sapri, fu fatto assassinare dal famigerato prete Peluso. Il Barzellona era stato in attiva corrispondenza col su parente D. Leonino Vinciprova da Omignano etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 100 e ssg., in proposito scriveva che: “Le truppe napoletane avevano arrestato, oltre ai membri della colonna Pisacane, circa centotrenta salernitani, ma con scarsissimi appigli giuridici. Alla fine la maggioranza fu rilasciata e sottoposta in genere a misure di polizia (52). La vicenda dei dodici principali imputati, tra cui Michele Magnoni, si concluse solo dopo due anni di prigione, scontati senza che fosse mai emessa una condanna, perché la Magistratura non aveva trovato le prove. Salito al trono Francesco II si cercò una soluzione per un caso che ancora sollevava polemiche e critiche internazionali. Così si decise di spedire in esilio i più pericolosi: Matina, Magnoni, Padula ed Antonio Santelmo e mandare gli altri in un’isola a domicilio forzoso (53).”. Pinto, a p. 101, continuando il suo racconto scriveva che: “10. Michele Magnoni trentenne raggiungeva a Genova per condividere quell’esperienza dell’esilio che avevano conosciuto tanti suoi conterranei, a partire da quel Vinciprova che era stato uno dei suoi capi nel ’48 ai fratelli Del Mastro con cui aveva tante assonanze nella propria militanza radicale. Con loro e i vecchi colleghi di galera Padula e Santelmo si trovò tra i Mille. Sei mesi dopo la decisione regia, infatti, tornavano nel Regno, con i primi due vapori di Garibaldi e con altri salernitani in cui c’erano altri reduci del ’48. E si apriva un altro capitolo per conoscere la storia profonda del Risorgimento meridionale.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 375-376, in proposito scriveva che: “Intanto il nuovo Intendente, avuto sentore delle pericolose trame che si ordivano, si può dire, sotto i suoi occhi e proprio nel carcere centrale, stimò opportuno troncarle proponendo al governo che, Matina, Padula, Magnoni e Santelmo venissero dimessi dal carcere e mandati in esilio. Difatti questi nello ottobre del ’59 furono fatti partire per Genova; e così il povero Morelli credette di aver riacquistata la pace perduta. Rimasero, però, ancora in carcere i fratelli Salvatore e Lucio Magnoni, i quali, rimasti per il momento isolati, assumeranno di lì a pochi mesi il controllo rivoluzionario a cui già aveva posto mano il loro congiunto. Liberati dal carcere nel settembre del ’59 (3), furono inviati a domicilio forzoso a Mercato Sanseverino, ma il Ministro Ajossa, che conosceva bene la provincia, ritenendo che codesto paese fosse poco adatto, perchè “attendibilissimo”, ne mosse rimprovero all’Intendente, ingiungedogli di trasferili a Positano, dove nell’ottobre furono altresì confinati La Francesca e d. Raffaele Naddeo.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 100 e ssg., in proposito scriveva che: “Le truppe napoletane avevano arrestato, oltre ai membri della colonna Pisacane, circa centotrenta salernitani, ma con scarsissimi appigli giuridici. Alla fine la maggioranza fu rilasciata e sottoposta in genere a misure di polizia (52). La vicenda dei dodici principali imputati, tra cui Michele Magnoni, si concluse solo dopo due anni di prigione, scontati senza che fosse mai emessa una condanna, perché la Magistratura non aveva trovato le prove. Salito al trono Francesco II si cercò una soluzione per un caso che ancora sollevava polemiche e critiche internazionali. Così si decise di spedire in esilio i più pericolosi: Matina, Magnoni, Padula ed Antonio Santelmo e mandare gli altri in un’isola a domicilio forzoso (53). Nel frattempo anche i fratelli Lucio e Michele Magnoni avevano conosciuto di nuovo il carcere. Lo stesso per un fratello minore, Domenico, che viveva a Cava e probabilmente non era implicato e fu assolto (54). Più drammatica la vicenda del padre, ormai plurinquisito dalla Magistratura borbonica. Fu trattenuto in carcere fino alla fine del ’59 e poi inviato in domicilio forzoso a Salerno fino all’aprile del ’60 (55). I fratelli furono confinati prima a Mercato San Severino e poi, visto che lì continuavano ad operare, a Positano, che all’epoca era molto meno appetibile di ora. Anche lì mantennero le file del partito, in relazione con Beniamino Marciano che stava riorganizzando il comitato a Salerno. Alcune lettere scritte da Positano, conservate nell’Archivio di famiglia, sono un documento prezioso per quella confusa fase che precedeva la Spedizione garibaldina (56). Il fratello Nicola, l’unico libero a Rutino, era segnalato dal Sottointendente di Vallo come il più pericoloso del circondario. Lo stesso funzionario però doveva prendere atto che la rete di solidarietà intorno era sempre efficacissima perché nessuno ha voluto sottoscrivere una dichiarazione che lo confermava (57).”. Pinto, a p. 101, continuando il suo racconto scriveva che: “10. Michele Magnoni trentenne raggiungeva a Genova per condividere quell’esperienza dell’esilio che avevano conosciuto tanti suoi conterranei, a partire da quel Vinciprova che era stato uno dei suoi capi nel ’48 ai fratelli Del Mastro con cui aveva tante assonanze nella propria militanza radicale. Con loro e i vecchi colleghi di galera Padula e Santelmo si trovò tra i Mille. Sei mesi dopo la decisione regia, infatti, tornavano nel Regno, con i primi due vapori di Garibaldi e con altri salernitani in cui c’erano altri reduci del ’48. E si apriva un altro capitolo per conoscere la storia profonda del Risorgimento meridionale. Magnoni fu inquadrato nelle prime formazioni che ordinò Garibaldi a Orbetello (58). Dopo Calatafimi, come ufficiale di artiglieria, fu aggregato al distaccamento di Vincenzo Orsini, con cui restò fino alla fine della campagna di Sicilia. Mentre Garibaldi entrava a Palermo, Magnoni fu coinvolto nella manovra diversiva del colonnello siciliano che si diresse verso Corleone con i feriti e l’artiglieria e fu attaccato furiosamente dai borbonici e gli svizzeri del colonnello Von Mechel. All’inizio di giugno partecipò alla fondazione dell’Esercito Meridionale e poi alla conclusione della campagna nella Sicilia occidentale. Nel frattempo il suo vecchio compagno Matina era tornato nel continente per preparare l’insurrezione. L’attività politica era diventata quasi palese dopo l’amnistia e l’Atto Sovrano di concessione della Costituzione. A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59)”. Pinto, a p. 102, nella nota (58) postillava che: “(58) R. CORSELLI, La campagna del 1860 in Sicilia, in Il Generale Giuseppe Garibaldi, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma 2007, pp. 162-63: P. PIERI, Storia militare del Risorgimento italiano cit, pp. 653-5. Secondo De Crescenzo, Magnoni ebbe un litigio con Bixio in nave, ma non ci sono dati che lo confermano, G.. DE CRESCENZO, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane cit., p. 58.”. Pinto, a p. 102, nella nota (59) postillava che: “(59) Matteo Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 81, in proposito scriveva che: “Michele era il più conosciuto della famiglia…E’ possibile ricostruire la prima parte della sua attività politica,….Le Fonti sono quelle conservate nell’Archivio di Stato di Salerno per i processi tra il ’48 e il ’59, il materiale del Comitato Segreto di Napoli e l’Archivio Privato degli Eredi.”. Dunque, l’Archivio Privato Magnoni è un archivio in mano agli Eredi della famiglia Magnoni. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara. Esiste una discreta documentazione utile a comprendere il ruolo dei Magnoni e il rituale rivoluzionario. All’inizio di luglio queste formazioni paramilitari diventarono operative, guidate da Giovan Battista Riccio e dai principali quadri del radicalismo salernitano, Filippo Patella, Leonino Vinciprova, Ovidio Serino. Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: “(21) L. CASSESE, La borghesia salernitana nei moti del ’48, cit., pp. 182-3.”. Infatti, nel testo citato, Leopoldo Cassese, elenca e ci parla delle famiglie borghesi e benestanti del Cilento che diedero maggior prova di patriottismo soprattutto a partire dai moti rivoluzionari del ’48. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Molti di questi documenti, come le Ordinanze di Lucio Magnoni, fraello di Michele e di Salvatore, furo pubblicate dall’Alfieri D’Evandro. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a p. 63, in proposito scriveva che: “Michele Magnoni di Rutino…Dal suo paese nativo si adoperava a procurare al Comitato numerosi proseliti. Michele Magnoni arrestato nel novembre del 1856 con il padre suo, Luigi, e con il fratello minore Nicola, per mezzo di suo nipote Ferdinando Vairo manteneva attiva corrispondenza con il Comitato di Napoli e con i liberali del Cilento. L’opera del Comitato di Napoli condusse alla sventurata ma gloriosa Spedizione di Sapri, a le stragi di Padula e di Sanza, al famoso processo di Salerno contro il Nicotera ed i suoi compagni. In tale processo vennero complicati ben cento sedici persone della Provincia di Salerno (3). Etc…”. Mazziotti, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Bilotti, La Spedizione di Sapri, p. 451.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, quest’ultimo autorizzato da Garibaldi con disposizione del 2 agosto da Messina a recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione, etc…(3)…”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Matteo Mazziotti scrisse anche “Ricordi di famiglia (1780-1860)”. , dove ci parla del padre e della sua attività rivoluzionaria al servizio della libertà. In questo testo, Mazziotti scrive delle notizie intorno alla consegna nel Cilento di armi e di Alexandre Dumas padre. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 107 e ssg., in proposito scriveva che: “I Magnoni, come gran parte dei loro colleghi che abbiamo visto nel Cilento, era classe dirigente locale, socialmente affermata e radicata, già prima del ’60. Molte volte erano sindaci e ufficiali della Guardia Nazionale, in ogni caso dotati di un consenso sociale tale da assegnargli una funzione primaria di opinion leader territoriale. Se questo discorso si può allargare ad una più vasta area del Mezzogiorno si può ricercare quella cultura profonda, quella popolarità del nazionalismo italiano che ha fatto recentemente scrivere a Banti e Ginsborg di un movimento di massa (73). Da questo punto di partenza si può allargare il quesito al periodo successivo, proprio perché nella biografia dei Magnoni vi sono tanti elementi costitutivi della futura narrazione del Risorgimento e quindi dell’identità dell’Italia liberale: la tradizione familiare, la cospirazione, il processo, la latitanza, il carcere, l’esilio, il volontariato, insieme alle ritualità rivoluzionarie, al martirologio patriottico, ai temi romantici, ai simboli, alle metafore rivoluzionarie e alle figure che diventeranno le icone della nazione Unità. E così si può ripartire da un ultimo tema per la nuova ricerca.”. Pinto, a p. 107, nella nota (73) postillava: “(73) A.M. Banti, P. Gingsborg, Per una nuova storia del Risorgimento, in Storia d’Italia, Il Risorgimento, Annali 22, a cura di A. Banti e P. Ginsborg , Einaudi, Torino, 2007.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regispaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: “che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo.

(Fig. n….) – Ritratto fotografico di Michele Magnoni di Rutino
Nel 5 e 6 maggio 1860, da Quarto alla Sicilia, Michele MAGNONI ed il litigio con Bixio sul piroscafo “Lombardo” nel viaggio per la Sicilia
Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, continuando il suo racconto scriveva che: “10. Michele Magnoni….Magnoni fu inquadrato nelle prime formazioni che ordinò Garibaldi a Orbetello (58).”. Pinto, a p. 102, nella nota (58) postillava che: “(58) Secondo De Crescenzo, Magnoni ebbe un litigio con Bixio in nave, ma non ci sono dati che lo confermano, G.. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane cit., p. 58.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84, in proposito scriveva che:“Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, ..etc…”., e a p. 58, in proposito scriveva che: “Della traversata da Quarto alla Sicilia nulla ho rintracciato che possa riguardare direttamente i nostri, salvo un incidente che riflette il Magnoni e che sarà opportuno raccontare se non altro per intercalare al racconto qualche episodio. Questi che al momento della partenza era sul ‘Lombardo’ come gli altri nostri, ora si trova sull’altro piroscafo. Come mai ? Ecco cosa era avvenuto. Improvvisamente s’erano uditi dei gridi, seguiti da animate discussioni, che avevano fatto accorrere molti volontari sul ponte del piroscafo. Il Bixio aveva iniziato col Magnoni una polemica su cose di politica (se non fosse stato opportuno salpare col divieto di Cavour e se fosse conveniente annettere subito la Sicilia al regno di Vittorio Emanuele) che ad un certo momento non era andata più a genio al focoso patriota cilentano. Il Bixio, che neppure era di temperamento troppo placido, non aveva sopportato qualche scatto dell’altro. Certo è che il Magnoni, da quel momento, non aveva voluto essere più alla dipendenza di Bixio ed indispettito era passato a quella diretta di Garibaldi (2). E lungo il tragitto il Magnoni ebbe occasione di spiegare ai compagni le sue vedute politiche.”. De Crescenzo, nella nota (2) si dilunga sul Bixio ed il suo carattere focoso ma non cita nessun riferimento bibliografico dell’accaduto. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 384, in proposito scriveva che: “Intanto il 4 aprile Palermo insorge; tutta la provincia di Salerno è come elettrizzata dalla notizia e si prepara ad agire. Si apprende che Giovanni Matina, l’instancabile cospiratore e garibaldino, era giunto da Genova a Napoli; ed allora il Comitato salernitano inviò sollecitamente a lui Antonio Carrano ed Antonio de Meo per prospettare lo stato della provincia e per ottenere istruzioni. Questi il 1° maggio s’incontrarono col Matina, il quale comunicò loro il seguente telegramma giunto da Genova: “Oggi partiremo per il continente e con noi verrà Garibaldi”. Seguiva un proscritto: “Si è sospesa per oggi la partenza”(15). Gli emissari, tornati a Salerno, deliberarono con i compagni del Comitato popolare di dar comunicazione del telegramma al barone Giovanni Bottiglieri e a Matteo Luciani per indurli a far causa col Comitato e a serrare le fila in vista dei prossimi rivolgimenti. I due influenti rappresentanti della borghesia mettono in dubbio l’autenticità del documento, si mostrano restii a dare la loro collaborazione etc…Passò così in vani tentativi di progetti e di intesa tutto il mese di maggio.“. Cassese, a p. 384, nella nota (15) postillava: “(15) Vedi dichiarazione del de Meo in op. cit., p. 63”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”.
Nel 6 e 8 maggio 1860, vapori francesi (?) a largo di Camerota e di Maratea che al passaggio spararono colpi di cannone
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 121-122 scriveva pure che: “Il 18 aprile 1860, la massima autorità cilentana, lamentava: “Vengo informato che il servizio della Guardia Urbana anche nel Circondario di Camerota etc…”. Mentre Garibaldi con i “Mille” era salpato da Quarto, il telegrafo di ‘Monte di Luca’ vicino Camerota, alle ore 17 del 6 maggio 1860 segnalò “un vapore francese per Libeccio in miglia 10 facendo rotta verso Scirocco”(5). Lo stesso telegrafo, un ora dopo, segnalava che: “il medesimo vapore à cambiato direzione alla volta di Levante”. Infine ancorò nel Golfo di Policastro. Il movimento del natante fece nascere sospetti e allarmi. Dalla Direzione di Polizia in Napoli, all’Intendente di Salerno, giunse un dispaccio cifrato (6) che l’Ufficiale interprete così decifrò: “Etc…”. Più tardi, dal posto telegrafico di Maratea venne segnalato che la mattina dell’otto maggio, nel golfo di Policastro, comparvero due vapori di guerra senza sapere a quale nazione appartenessero perché a troppa distanza dalla costa e che, senza conoscerne il motivo, si sentirono dei colpi di cannone. La stessa notizia riferita anche da Camerota, venne subito rimbalzata dal Sottointendente di Vallo (8).”. Policicchio, a p. 121, nella nota (5) postillava: “(5) A.S.S., Intendenza, Gabinetto, b. 109, f. 30”. Policicchio, a p. 122, nella nota (8) postillava: “(8) Nel mattino degli 8 detto (maggio 1860) verso le ore 13 comparvero nel golfo di Policastro due vapori da guerra, senza sapersi a quale nazione si appartenevano perché in distanza dalla terra. Indi si intesero de’ colpi di cannoni senza conoscerne l’oggetto”.

GIOVANNI NICOTERA, la Spedizione di Sapri e l’epopea Garibaldina
Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “Il 9 settembre 1828, in quel di Catanzaro, a San Biase, nasceva Giovanni Nicotera, da Felice e Giuseppina Musolino e in tenera età , alla scuola di quel grande, che fu Luigi Settembrini , apprese ad amare la patria, e per la sua libertà cospirò poi con Domenico Romeo, Pietro Mazzoni , Gaetano Buffa e moltissimi altri e preparò il moto rivoluzionario del 1848. Dopo la reazione etc…..Caduta la repubblica i pochi superstiti calcarono la via dell’esilio e Giovanni Nicotera andò dapprima a Torino, di poi a Genova e a Nizza, quindi nuovamente a Torino, ove conobbe molte celebrità politiche, scientifiche e letterarie, tra cui il Mazzini, che sempre l’ebbe caro, e il Pisacane, coi quali a Genova concertò la spedizione di Sapri, in cui vi ebbe tanta parte e per la quale dannato a morte fu graziato e mandato alla Favignana a popolare la fossa di S. Catarina, che poi gli venne aperta dalla rivoluzione del 1860, e raggiunse Garibaldi, etc…”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 222, in proposito scriveva che: “…Le sante ossa dei De Luca, dei De Mattia, dei De Dominicis e dei Carducci fremettero certo di sdegno. Pisacane e Nicotera si accorsero dell ‘ inganno in cui erano caduti, poichè non vi rinvennero appoggio alcuno, che anzi venne loro consigliato da alcuni padulesi di partirsene subito, perchè a Sala era riunita una forza imponente e già si disponevano per altrove.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nel 1857, Giuseppe Mazzini, sospettando che a Napoli, in previsione della morte di Ferdiando II, gravemente malato, si affermi un movimento di restaurazione murattiana, tendente a riportare sul trono il figlio dell’infelice Re di Napoli, fucilato a Pizzo Calabro, cerca di prevenire il pericolo e, venuto segretamente a Genova, organizza una spedizione nel regno borbonico e ne affida il comando a Carlo Pisacane (20).”. Di Capua, a p. 34, nella nota (20) postillava che: “(20) Patriota, martire e scrittore (Napoli 1818 – Sanza 1857). Ufficiale dell’esercito borbonico, lasciò il servizi ed emigrò in Francia per dedicarsi alla causa italiana. Capo di S. M. dell’esercito repubblcano a Roma nel 1849 durante la Repubblica Romana, orientò il suo pensiero politico verso il socialismo. Partito il 24 giugno da Genova, si arrestò all’isola di Ponza ove liberò circa 300 detenuti che andarono ad ingrossare la sua schiera. Il 29 giugno sbarcò a Sapri e si inoltrò verso l’interno. Giunto a Padula fu affrontato da truppe borboniche e da contadini ostili. Nello scontro l’improvvisata formazione venne facilmente sopraffatta e dispersa. Pisacane, allora, con pochi superstiti, si ritirò verso Sanza e, vista ormai perduta ogni speranza, morti o caduti prigionieri quasi tutti i suoi compagni in quell’ultimo combattimento si uccise.”. Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892).”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIV-XV, in proposito scriveva che: “La Provincia prese un grande interesse a quel processo che fu un vero dramma politico, del quale il fiero Nicotera fu l’eroe. Egli assunse tutta la responsabilità dell’impresa, e sottraendo la difesa ad un gioco da curiali la trasportò intera nel campo politico, e sostenne la dignità degl’accusati con tanto ardore e tanta logica da spaventare i suoi giudici. Per lui la sganna de’ rei si tramutò in tribuna dall’alto della quale fulminò gli oppressori della sua patria, il processo divenne una vera propaganda, le udienze folte di popolo che quasi sentia discutersi colà la sua causa, e la provincia si ebbe nuovo eccitamento ne’ suoi liberi spiriti. Sarebbe ua vera ingratitudine, ed un falsare la storia il voler negare al Nicotera una gran parte nelle cagioni del nuovo ordinamento, ed io sarei per dire che egli soccumbendo vinse assai meglio che se avesse trionfato…..Matina inspirante, le pratiche acquistarono maggiore efficacia e dopo qualche anno per impulso del Comitato napoletano un altro se ne fondava a Salerno.”. Riguardo poi ai Gallotti, è interessante ciò che emerse nel famoso Processo al Nicotera. Leopoldo Cassese (….), nel suo “Luci e ombre nel processo per la Spedizione di Sapri”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 291, riferendosi a Giovanni Nicotera, in proposito scriveva che: “Anche in questo costituto tenne parola delle trame dei Murattiani, ma sempre tacendo i nomi di coloro che vivono nell’interno del regno. Confermò poi i diversi proclami da lui sotoscritti, sebbene gli sarebbe stato facile negarli a causa della ferita alla mano dritta che gl’impediva di scrivere, e quindi fare il confronto del carattere, come pure la missione che si era dato appena giunto a Sapri di arrestare e fucilare il capourbano Peluso, che è precisamente quello che assassinò l’infelice Carducci. In una parola, dai suoi costituti nulla rilevasi che possa menomamente far male, né agli uomini del suo partito, né al suo principio politico, né infine agli stessi Murattiani che sono nel Regno.”. Cassese, a p. 272 si chiedeva: “…quale fu l’atteggiamento di Nicotera durante il processo di Salerno e in che misura egli contribuì, per motivi di carattere soggettivo ed ideologico, alla formazione di quella spessa incrostazione di equivoci che ancora oggi fa apparire poco chiare certe linee di quel grande avvenimento?…..(p. 273) A redere più concitato ed enigmatico lo svolgimento del processo contribuì in misura esorbitante Giovanni Nicotera, che dopo la morte di Carlo Pisacane e di Giovanbattista Falcone, era rimasto il padrone incontrastato della scena, l’attore che sa di svolgere un ruolo di grande impegno in tutta l’azione drammatica. Figura sconcertante quella di Nicotera, figura apparentemente complessa, contraddittoria fino all’esasperazione, e perciò tra le più discusse e criticate, nella vita privata e in quella di uomo politico, patriota, cittadino, ministro. Il suo temperamento essenzialmente teatrale, la sua indole impulsiva, che lo spinse talvolta a gesti inconsulti, il suo esarato amor proprio che lo portava a ritenersi infallibile, la paura quasi infantile di essere mal giudicato e di non far bella figura, che esasperava la sua suscettibilità: etc…(p. 277) Giovanni Nicotera, a sua volta, si scagliava dal carcere contro la “indifferenza” di Salerno che definiva “ingeneroso e corrottisimo paese” (poco dopo, però, secondo il suo solito mutò parere), senza rendersi conto che i tempi erano ormai mutati e che l’impresa di Sapri aveva segnato il limite ultimo della crisi del mazzinianesimo. Ma Nicotera non era un uomo tanto riflessivo da meditare sulle cause profonde del fallimento della spedizione; Nicotera, irascibile ed impulsivo, s’intestardì nel credere fermamente che la spedizione aveva avuto esito infelice perché vi era stato chi aveva tradito la causa per fiacchezza d’animo, per leggerezza, per incapacità e per paura. Per lui Fanelli, Dragoni, Pateras, cioè i capi del Comitato napoletano, si erano resi colpevoli di tradimento; avevano tradito etc…”. Cassese, a p. 279 racconta l’episodio accaduto con il duello con Petruccelli della Gattina. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva pure: “Pur nell’esplicito riconoscimento della grandezza morale del sacrificio di Pisacane, la critica al partito mazziniano, come vede, è fatta apertamente. La reazione quindi fu immediata: Mazzini stesso e Nicotera, in due lettere inviate al “Popolo d’Italia”, rigettarono ogni colpa del fallimento della Spedizione sui componenti del Comitato napoletano. Ma in difesa di questi insorse subito Nicola Fabrizi, che con Fanelli e Dragone era stato in stretti rapporti epistolari con Malta etc…”. Cassese, a p. 281, in proposito scriveva che: “Quello contro cui si appuntò maggiormente l’ira di Nicotera fu il povero Fanelli. In quello stesso anno, 1864, incontrandosi con lui per le vie di Napoli, lo aggredì insultandolo con l’epiteto di traditore. La conseguenza fu una sfida a duello, che non ebbe luogo per intercessione di amici comuni…, ma poco dopo Nicotera, con la stessa impulsività con cui l’aveva aggredito, si riconciliò con lui e volle poi nel 1871 presentarlo lui stesso agli elettori di un collegio del salernitano, quello di Torchiara, dove fu eletto in competizione col barone Francesco Antonio Mazziotti. L’anno successivo fu la volta di Diego Tajani. Questi, come si sa, fu il difensore di Nicotera al processo di Salerno e riscosse lodi e ringraziamenti per la difesa che fece di lui e degli altri imputati. Ma Nicotera, tuttavia, serbava contro il Tajani un sordo rancore, che esplose in un attacco violento sul “Popolo d’Italia”, dove egli stesso accusò colui che lo aveva difeso con perizia e coraggio, di essere stato murattista, di essere stato pavido etc…(p. 283) Subito dopo aver assunto la carica di Ministro dell’Interno, Nicotera fu fatto segno ad un attacco giornalistico di particolare violenza. La “Gazzetta d’Italia” di Firenze, nel n. 307 del 1° novembre ’76, pubblicò un articolo intitolato ‘L’erose di Sapri. Autobiografia di Giovanni Nicotera’, in cui veniva raccontata la partecipazione di Nicotera alla Spedizione e, in base ad alcuni interrogatori, veniva descritto il suo atteggiamento durante il processo di Salerno etc…..”, il 2 Novembre il il giornale fu sequestrato ed il giornalista Sebastiano Visconti fu messo sotto processo. Forse l’assenza di documenti attestanti l’opera di alcuni in quel periodo storico (ad esempio, al Comune di Sapri, mancano le Delibere Decurionali di quegli anni – il testo che raccoglie un gran numero di Delibere esistente e recentemente rilegato, arriva fino al 1844), potrebbe trovare riscontro in cio che Leopoldo Cassese, a p. 285 riscontrava quando scrive: “E’ passato un secolo dal processo per la spedizione di Sapri, e la storia, col sussidio dei documenti – primissimi quelli pubblicati nel 1877 da Luigi De Monte nella sua ‘Cronaca del Comitato Segreto di Napoli’ – ha dato in gran parte ragione a Francesco Spirito. Il quale, ad esempio, a Firenze denunziò coraggiosamente che il barone Nicotera, ministro dell’Interno, aveva arbitrariamente richiamato presso di sé quei documenti del processo che erano stati richiesti dal Tribunale di Firenze. Questa accusa parve allora offensiva ed infondata, ma ora noi possiamo affermare che era esatta: il Ministro dell’Interno, in dispregio dei regolamenti archivistici e della correttezza politica, volle esaminare, prima che fossero trasmessi a Firenze, tutti gli atti processuali di Salerno e tutti quegli altri del Ministero di grazia e giustizia conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, che furono chiesti con dispaccio telegrafico (14).”. Cassese, a p. 287, riferendosi al primo interrogatorio del 2 luglio 1857 che il Nicotera subì subito dopo l’eccidio di Sanza, in proposito scriveva pure che: “In questo interrogatorio Nicotera, dopo avere enfaticamente parlato della sua partecipazione ai moti del ’48 e agli avvenimenti della Repubblica Romana, disse tutto quello che sapeva della preparazione della Spedizione, dell’esistenza di un Comitato a Napoli, dei rapporti di Pisacane con i suoi componenti, dell’andata dello stesso Pisacane colà per assicurarsi dell’organizzazione nella capitale e nelle provincie, riconobbe tutti i documenti che gli furono esibiti e soprattutto si diffuse nel dare notizie circostanziate sul partito murattista e sulle sue mene in Napoli, rivelando i nomi dei suoi più attivi componenti. Diede poi i precisi connotati dei due giovani di Padula, i fratelli Santelmo, per consiglio dei quali la colonna dei rivoltosi si era diretta in quella cittadina….La descrizione dei due giovani di Padula portò all’arresto dei fratelli Santelmo, i quali il 13 agosto furono messi a confronto con Nicotera, ma costui, già pentito di aver detto troppo, finse di non riconoscerli. Tre anni dopo, come abbiamo visto, accusò uno dei due fratelli di tradimento……(p. 287) In un successivo interrogatorio diede ancora altri particolari sul partito murattista, aggiungendo che ne facevano parte anche Conforti e Mazziotti; ribadì che a Napoli vi era un Comitato nazionale e rivelò che il suo pensiero si faceva chiamare col nome di battaglia Wilson. Ora noi sappiamo che sotto quel nome si celava Giuseppe Fanelli. Etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “In una di queste “valli” ad esempio, dopo il ’60, ebbe vita e si sviluppò un altro ‘mito’ di Sapri; non quello ‘aureo’, legato a Pisacane, proiettato verso un futuro socialmente più giusto; ma un ‘mito’, per dir così, di stagno, immediato – legato all’eroe di Sapri’, a Giovanni Nicotera – che fu quasi una deformazione e una caricatura dell’altro. Questo mito, tanto minore, suggeriva non una rivoluzione sociale, ma una rivoluzione ‘meridionale’, confusa, velleitaria e ambiguamente polivalente…..Dietro Nicotera c’era, infatti, una gran parte della democrazia meridionale, tanto che, ad un certo momento, l’uomo e il partito si identificarono; e le ambiguità dell’uno, necessariamente, rimandano ai disorientamenti dell’altro. Non è impossibile, del resto, risalire alle origini di quelle comuni debolezze, che hanno le loro radici, non a caso a Sapri. Intrecciate, infatti, con quelle vicende eroiche, vi furono anche vicende più oscure, che una storia “per cime” non considera, ma che pure bisogna tenere in conto: come la condotta del Comitato di Napoli alla vigilia della spedizione di Sapri, e il comportamento, durante il processo di Salerno, di Nicotera. Vicende oscure, in molti sensi, anche perchè sono diventate un vero e proprio ‘mistero’ storiografico.”. Capone, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Infatti il Nicotera si orientò, dopo alcuni sbandamenti rivoluzionari, verso una prassi sempre più realistica, e moderata: staccatosi dal mazzinianesimo, accettò la monarchia, e tenne a battesimo, nel Mezzogiorno, la Sinistra ‘storica’, incanalando l’opposizione meridionale nell’alveo costituzionale. Fino a che, nel ’76, divenuto ministro dell’Interno, ribaltò completamente l suo ‘mito’, facendo pressioni per farsi nominare dal re barone di Sapri. Giustamente, per tanto, si levarono, fin dal ’65, altri uomini a rivendicare a buon diritto per sé la vera eredità morale di Nicotera, che “non basta offrire un semplice tributo di venerazione ai nostri martiri…facciamo nostro il suo programma e giuriamo di compierlo”. Essi già guardavano al futuro e per esso custodivano il vero ‘mito’ di Sapri. Ma fra questo ‘mito’ vero, che corona le “cime” della storia, ed il mito di “valle” nicoterino, vi era la complessa vicenda della democrazia meridionale, di una forza politica, cioè, sostanzialmente debole, che si avviava, fra errori e incertezze, ad una necessaria revisione dei suoi programmi, e, sullo sfondo, tutto il problema dell’inserimento del Mezzogiorno nello Stato unitario.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri. Nel ’60 egli incontrò a Calatafimi Giuseppe Fanelli, di ritorno da Smirne dove si era rifugiato dopo i fatti di Sapri, e i due si sarebbero picchiati se non fossero intervenuti Garibaldi e Matina a dividerli; poi a Palermo aggredì Antonio Santelmo dandogli del traditore (1); nello stesso anno fece pubblicar dal Popolo d’Italia una sua lettera contro Fanelli e Teodoro Pateras, in cui affermava di voler “provare, fra non molto, in una memoria documentata intorno ai fatti del 1857 che l’esecuzione di solenne promesse fatte a Pisacane da Pateras e Fanelli fu cagione principale della sua morte e di grave disonore per il paese”(2). La annunziata memoria di accusa effettivamente fu scritta, ed ebbe come principale bersaglio il Fanelli. Nicotera lo incolpò di aver promesso una vasta cospirazione in Basilicata ed a Salerno, di aver dato per conclusi gli accordi con i relegati di Ponza, con il barone Gallotti a Sapri, con l’Albini in Basilicata, con coloro che dovevano far scoppiare la sommossa a Napoli; di non aver tenuto fede agli accordi presi con Pisacane a Napoli. Nicotera sostenne infine che il ritardo di un giorno del telegramma di conferma non poteva giustificare la condotta del Comitato, e così concludeva: “Indi risulta che Fanelli evidentemente mentì sempre e mancò a tutti gli impegni presi, ed ora alla menzogna accoppia la calunnia asserendo che Pisacane operò diversamente quello che si era stabilito”(3).”. Capone, a p. 12, nella nota (3) postillava: “(3) “Accusa di Giovanni Nicotera al Comitato”, senza data, di pugno del Dragone in M.R.R., b. 346, f. 53, 12, pubblicata da A. Romano, in appendice all’Epistolario di C. Pisacane da lui curato, op. cit., pp. 527-530.”. Capone, a p. 12, continuava: “Tale pubblica presa di posizione di Nicotera il quale apriva un processo morale agli organizzatori napoletani della spedizione di Sapri, sollevò nel partito democratico meridionale il più grave smarrimento e tutto una serie di reciproche accuse e di autodifese che durarono assai a lungo, fino al ’65, cioè fino a quando il successo elettorale della Sinistra a Napoli non giunse a far tacere la spinosa questione nell’interesse di tutti. Ma, sotto la spinta di tante recriminazioni, allora, iniziò pure, prima strettamente intrecciato alle polemiche politiche e personali, poi col passar del tempo sempre più svincolato da esse, un più serio processo di accertamento storico della verità, che fu portato avanti da uomini politici e da storici che cominciarono a raccogliere memorie e documenti su quei fatti. Tale processo storico, iniziato in quegli anni, dura tuttora; e non metterebbe conto di ricordarne le principali tappe se il giudizio su quegli avvenimenti non fosse rimasto, ancora oggi, assai dubbio e non avesse messo capo a conclusioni assai discordi e talora contraddittorie.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, a pp. 78-79, in proposito scriveva: “Le drastiche parole, con le quali Nicotera annunciò le sue dimissioni, non mancarono di sorprendere quanti ritenevano che il programma di Garibaldi fosse l’unico capace di portare a compimento l’unità italiana; perciò, nel settembre del ’60, Mazzini stesso sentì il bisogno di giustificare Nicotera: “questo uomo – egli scrisse – uscito dalla prigione e cercando pur sempre una via di giovare al paese, trova il paese mutato, affascinato da un ideale non suo”(67). Poteva sembrare, questo, un tentativo di addossare al Nicotera delle responsabilità che andavano per lo meno ripartite (68), ma non c’è dubbio che Mazzini esprimeva sul Nicotera un giudizio molto esatto. L’esperienza di Sapri, la sua dolorosa prigionia dopo il ’57, avevano vincolato Nicotera ad una memoria, quella di Sapri, che ora, nel ’60, era superata dagli eventi. Tra il ’57 ed il ’60, vi fu infatti un mutamento completo dell’equilibrio delle forze politiche in gioco, e non valutare ciò era un errore di prospettiva, generoso, ma che poteva essere anche fonte di numerose illusioni (69). Come quelle che lo stesso Nicotera, che rimase a lungo legato al ‘mito’ di Sapri, coltivò dopo il ’60, fino a che quel ‘mito’ non si andò via via consumento, a contatto con la dura prosa dei molti e difficili problemi del nostro Stato unitario.”.
Nel 3 giugno 1860, GIOVANNI NICOTERA, la sua liberazione dal carcere della Favignana
Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “….dannato a morte fu graziato e mandato alla Favignana a popolare la fossa di S. Catarina, che poi gli venne aperta dalla rivoluzione del 1860, e raggiunse Garibaldi, ……etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Dunque, Mack Smith scriveva che il barone Giovanni Nicotera, “fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica”, ovvero che era stato imprigionato nelle carceri di Favignana per essere stato compagno di Carlo Pisacane nell’impresa della Spedizione di Sapri. Infatti, Giovanni Nicòtera (Sambiase, 9 settembre 1828 – Vico Equense, 13 giugno 1894) è stato un politico e patriota italiano. Aderì alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini; combatté a Napoli il 15 maggio 1848 e quindi insieme a Garibaldi durante la Repubblica Romana nel 1849. Dopo la caduta di Roma si rifugiò in Piemonte, dove organizzò la fallita spedizione di Sapri con Carlo Pisacane nel 1857. Nicotera, gravemente ferito e arrestato, fu portato in catene a Salerno, dove venne processato e condannato a morte. La pena fu tramutata in ergastolo. Prigioniero a Favignana, fu liberato nel 1860 per l’intervento di Garibaldi. Dalla Treccani on-line apprendiamo che incarcerato dapprima a Castel Capuano, scontò tre anni di carcere nell’isola di Favignana e fu liberato al momento della spedizione garibaldina del 1860, alla quale si unì. Giulio Pons, sulla rete scrive che a Favignana c’è una via intitolata a Giovanni Nicotera. Fu liberato dai Garibaldini nel 1860. Colà rimase fino alla liberazione siciliana del maggio 1860, e, non appena rimessosi dei disagi sofferti, chiese di combattere a fianco di Garibaldi. Mario Menghini (….), sulle pagine della Treccani on-line scriveva che Giovanni Nicotera ferito in più parti del corpo, fu portato prigioniero a Salerno e condannato a morte con sentenza del 19 luglio 1858, poi graziato della vita e relegato in un’orrida prigione a Santa Caterina, presso Favignana. Colà rimase fino alla liberazione siciliana del maggio 1860, e, non appena rimessosi dei disagi sofferti, chiese di combattere a fianco di Garibaldi. Chiamato a Genova dal Mazzini, gli fu affidato il comando di quel corpo di volontari adunati a Castel Pucci, presso Firenze, che avrebbe dovuto segretamente invadere gli Stati Pontifici. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 59-60, riferendosi a Garibaldi a Marsala, in proposito scriveva: “Passando per l’isola di Favignana, nella cui rocca ridotta ad ergastolo erano rinchiusi molti patrioti della spedizione di Sapri, si vuole che Garibaldi avesse esclamato: Lassù sta il povero Nicotera! Il Nicotera raccontò più tardi che quel giorno aveva avvistato i due piroscafi: sulle prime non aveva potuto immaginare chi ci fosse a bordo, ma quando udì il canone capì tutto e subito gli corse il pensiero il nome di Garibaldi. Mentre i vapori erano in corsa per l’isola del Fuoco, etc…(p. 60). Il primo suo pensiero è quello di andare alle carceri dove libera due o tre prigionieri politici. Un cittadino di Marsala, Antonino Parrinello, gli si avvicinò, porgendogli in segreto un biglietto di Nicotera, che dal carcere gli chiedeva di partecipare alla spedizione. Garibaldi, nel leggere, si turbò perchè sentì- dice un biografo di Bixio – come alitargli il viso uno sprazzo della grand’anima di Pisacane (4); poi su un pezzo di carta rispose: ‘Garibaldi fa sapere a Nicotera che fra giorni o lo libererà o sarà morto’. Dopo pochi dì, entrato a Palermo, si ricorderà della promessa e manderà a Favignana (5 giugno) due dei partiti da Quarto, che libereranno non solo il Nicotera ma altri settantadue prigionieri politici.”. E’ da notare che qui, De Crescenzo dice che Nicotera fu fatto liberare a Favignana il 5 giugno, mentre nella nota scriverà il 3 giugno 1860. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea Garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 160, nella nota (41) postillava: “(41) Il Nicotera era stato liberato il 3 giugno dalle carceri della Favignana con altri 127 prigionieri, e subito s’era dato ad organizzare un comitato liberale e la Guardia Nazionale. Ora era stato mandato a preparare la nuova spedizione di volontari in Toscana. Riprenderà le armi nel ’66 e parteciperà alla campagna del Trentino, poi alla battaglia di Mentana. Nel 1876-77 e nel 1891-92 sarà ministro dell’Interno, poi si ritirerà dalla politica militante.”. Su Nicotera ha scritto Matteo Mauro (….), nel suo “Biografia di Giovanni Nicotera”, dove, a p. 4, in proposito scriveva che: “Egli nacque il 9 settembre 1828 in San Biase, provincia di Catanzaro da Felice Nicotera e Giuseppina Musolino, sorella all’illustre patriota Benedetto; studiò nel collegio di Catanzaro ed ebbe a maestro Luigi Settembrini. A 14 anni era già iscritto alla Giovane Italia; a 19 perseguitato pei moti liberali di Reggio Calabria dovette mantenersi latitante fino al gennaio del 1848, nel qual tempo Ferdinando II diede la Costituzione; allora fu nominato Comandante della Guardia Nazionale del suo paese. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Il Nicotera partì subitamente per Palermo ed il generale Garibaldi vivamente si commosse nel rivedere il valoroso suo compagno di Roma del 1848, e lo invitò a rimanere nel suo Stato Maggiore, ma egli preferi prender parte più attiva nella rivoluzione, percio ebbe dal Garibaldi incarico di recarsi in Toscana per formare una legione di volontari e di entrare con questa nell’ Umbria e nelle Marche,….”. Da Wikipedia leggiamo che a Giovanni Nicotera la pena fu tramutata in ergastolo. Prigioniero a Favignana, fu liberato nel 1860 per l’intervento di Garibaldi. Infatti, nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Calmata la gioia, il Nicotera arma i politici coi fucili degli urbani, stabilisce una guardia per custodire i condannati di reati comuni, fa loro togliere la catena , e tutti li riunisce nel gran cortile del forte e promette di ottenere per essi, dal generale Garibaldi, una diminuzione di pena, purché non commettano disordini. Indi si reca subito a Trapani dal Fardella, rappresentante il generale Garibaldi, in quella provincia; lo informa del suo operato ed ottenuta promessa di un invio di soldati alla Favignana per surrogare i politici, ritorna immediatamente al forte ; grande fu la sua sorpresa di trovare liberi tutti i prigionieri; il Fardella aveva ordinato per telegrafo che fossero scarcerati ; allora il Nicotera gli mandò i 1400 condannati di cui si formò un reggimento. Il Nicotera parti subitamente per Palermo ed il generale Garibaldi vivamente si commosse nel rivedere il valoroso suo compagno di Roma del 1848 , e lo invitò a rimanere nel suo Stato Maggiore etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a pp. 63 e ssg., in proposito scriveva: “Il Nicotera “il fido compagno di Pisacane, il cavalleresco accusato, l’indomabile prigioniero, l’uomo d’azione per eccellenza, l’uomo che attira sopra di sé la grazia del Borbone, nega gridare “viva il Re”(1), fu liberato dal carcere il 3 giugno 1860, giorno in cui le truppe borboniche abbandonarono la Favignana, e immediatamente si diresse a Palermo (2). Garibaldi subito gli offrì il comando di una brigata; ma egli – riferisce la White Mario – “francamente accennò che prima di decidersi sul fare, voleva “vedere Pippo”; che come soldato avrebbe combattuto tacendo sul programma ma che non ancora sapeva risolversi ad assumere un comando”(3). In realtà fu subito chiaro che egli non avrebbe collaborato col Generale “a meno che Garibaldi acconsentisse a toglier via dal suo programma il “Viva Vittorio Emanuele”(4). Poiché Garibaldi, naturalmente, non accettò l’impossibile ‘ultimatum’ di Nicotera, egli abbandonò la Sicilia e si preparò a militare alle dipendenze dirette di Mazzini (5), schierandosi subito, politicamente, fra i repubblicani più intransigenti.”. Capone, a p. 64, nella nota (6) postillava: “(6) v. L.A. Pagano, La spedizione di Sapri e la prigionia di G. Nicotera, op. cit., p….”. L.A. Pagano è l’autore di un articolo del 1934 intitolato «La spedizione di Sapri e la prigionia di G. Nicotera nelle carte della polizia borbonica di Sicilia», pubblicato sulla Rassegna storica del Risorgimento. Questo studio analizza la spedizione guidata da Carlo Pisacane nel 1857, concentrandosi sulla prigionia del patriota Giovanni Nicotera. La spedizione, con l’obiettivo di innescare una rivolta nel Regno delle Due Sicilie, fallì e culminò nel massacro di Padula, con conseguente cattura e prigionia per diversi partecipanti, tra cui Nicotera. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a pp. 179-180 e ssg., in proposito scriveva: “Il Nicotera ferito al braccio, ferito alla mano, colpito alle spalle, da un colpo di scure al capo cadde nel suo sangue rimanendo esanime per un pezzo, e poi fatto prigione , e quindi, dopo una processura, condannato nel capo, e poi tramutata la pena in ergastolo fatto espiare non dove la legge dicea, ma dove la ferocia voleva, cioè nel fosso di S. Caterina in un’ isola di Sicilia, fosso profondo dove surge l’acqua , dove chiunque vi fu gettato, non v’era vissuto e dove pure il Nicotera vi rimase per anni, liberato poi dalla Rivoluzione nel 1860. Un moto insurrezionale come quello di cui Sapri fu l’episodio più doloroso, dovea di necessità produrre gravissimi effetti. Se si riusciva, la faccia del mondo si mutava; se no, la tirannide si consolidava, ma le parti politiche si ricomponevano.”.
Nel giugno 1860, a Calatafimi, Giovanni NICOTERA aggredì Giuseppe Fanelli
Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “Fin dall’indomani della sua liberazione dalla Favignana, Giovanni Nicotera manifestò pubblicamente e clamorosamente il suo desiderio di vendetta nei confronti di coloro che egli riteneva responsabili del fallimento della spedizione di Sapri. Nel ’60 egli incontrò a Calatafimi Giuseppe Fanelli, di ritorno da Smirne dove si era rifugiato dopo i fatti di Sapri, e i due si sarebbero picchiati se non fossero intervenuti Garibaldi e Matina a dividerli; poi a Palermo aggredì Antonio Santelmo dandogli del traditore (1); nello stesso anno fece pubblicare dal Popolo d’Italia una sua lettera contro Fanelli e Teodoro Pateras, in cui affermava di voler “provare, fra non molto, in una memoria documentata intorno ai fatti del 1857 che l’esecuzione di solenne promesse fatte a Pisacane da Pateras e Fanelli fu cagione principale della sua morte e di grave disonore per il paese”(2).”. Dunque, Alfredo Capone scrive che Giovanni Nicotera, nel 1860 incontrò a Calatafimi Giuseppe Fanelli che era rientrato da Smirne dove si era rifugiato. Capone, a p. 11, nella nota (1) postillava: “(1) L. Cassese, Luci e ombre nel processo per la Spedizione di Sapri, in L’attività del Centro culturale, Pubblicazioni dell’Archivio di Stato di Salerno, 1958, p. 64. Sull’episodio di Calatafimi, v. P. Palumbo, L’on. Brunetti e i suoi tempi, Lecce, 1915, p. 254.”. All’arrivo a Palermo, Garibaldi mandò due suoi fidi dei Mille nell’isola di Favignana che liberarono anche Giovanni Nicotera, unico sopravvissuto della spedizione di Sapri di Carlo Pisacane. Nicotera, prima di partire per Genova dove doveva incontrare Mazzini e Bertani, restò in Sicilia al seguito di aribaldi. In Sicilia, a Calatafimi, ebbe uno screzio con Giuseppe Fanelli che, nel frattempo era era arrivato da Smirne, dve si era rifugiato per i fatti di Sapri. Capone, sulla scorta di Palumbo (…), scrive che Nicotera avrebbe picchiato Fanelli se non fossero intervenuti Matina e Garibaldi. Sappiamo che la battaglia di Calatafimi è del 15 maggio 1860. Fanelli partecipò alla Spedizione dei Mille. Dalla Treccani on-line leggiamo che a dar fuoco alle polveri di una astiosissima polemica che accusava il Fanelli di aver abbandonato a se stesso il Pisacane e i suoi compagni fu uno dei protagonisti della spedizione, G. Nicotera, appena liberato dal carcere di Favignana; il F., che subito dopo l’eccidio di Sapri si era rifugiato a Londra portando tutte le carte del Comitato (e riuscendo a convincere il Mazzini di non aver tradito), era tornato in Italia per unirsi alla spedizione dei Mille nel comprensibile tentativo di riscattare quella che comunque era una brutta pagina. Sembra che compisse qualche gesto di valore a Calatafimi, ma ciò non gli risparmiò l’ira del Nicotera, che, dopo aver tentato di aggredirlo fisicamente (e il Fanelli fu costretto a separarsi da Garibaldi e ad aggregarsi a V. G. Orsini nella digressione su Corleone), avviò una vera opera di demolizione morale della sua figura, presentandolo sulla stampa come colui che non aveva tenuto fede ad alcuno degli impegni presi col Pisacane.
Nel 22 giugno 1860, Giovanni NICOTERA, la partenza da Palermo per Genova e poi per Firenze con l’incarico di Garibaldi e Bertani di formare un esercito di volontari per l’invasione dello Stato Pontificio: i volontari di CASTEL PUCCI
Mario Menghini (….), sulle pagine della Treccani on-line scriveva che Giovanni Nicotera ferito in più parti del corpo, fu portato prigioniero a Salerno e condannato a morte con sentenza del 19 luglio 1858, poi graziato della vita e relegato in un’orrida prigione a Santa Caterina, presso Favignana. Colà rimase fino alla liberazione siciliana del maggio 1860, e, non appena rimessosi dei disagi sofferti, chiese di combattere a fianco di Garibaldi. Chiamato a Genova dal Mazzini, gli fu affidato il comando di quel corpo di volontarî adunati a Castel Pucci, presso Firenze, che avrebbe dovuto segretamente invadere gli Stati Pontifici. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d ‘ una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’ altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a pp. 63 e ssg., in proposito scriveva: “Poiché Garibaldi, naturalmente, non accettò l’impossibile ‘ultimatum’ di Nicotera, egli abbandonò la Sicilia e si preparò a militare alle dipendenze dirette di Mazzini (5), schierandosi subito, politicamente, fra i repubblicani più intransigenti. Questo stato d’animo estremistico del Nicotera, del resto, non è diffcile da spiegare, ed è ovviamente in relazione con la parte da lui avuta nella spedizione di Sapri. Ma si ha l’impressione che ciò che fu veramente decisivo per il Nicotera, e che fu all’origine del suo radicalismo politico nel ’60, fu l’esperienza soprattutto umana della tragica avventura di Sapri, la visione dello spaventoso eccidio che la concluse, e a cui egli a stento sfuggì….”. Capone, a p. 64, continuava: “Si spiega quindi, il rifiuto di Nicotera di aderire nel giugno al progamma “Italia e Vittorio Emanuele”, si spie la sua fervida malizia mazziniana, la sua partecipazione alla spedizine nello Stato Pontificio; anche perchè – ed è ciò che per lui doveva essere più importante – il progamma del Mazzini era: “Al Centro, al Centro, mirando al Sud” (7); un Sud che, naturamente, significava anche Sapri, cioè “rivoluzione” meidionale e repubblica.”. Capone, a p. 64, nella nota (6) postillava: “(6) v. L.A. Pagano, La spedizione di Sapri e la prigionia di G. Nicotera, op. cit., p….”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a pp. 65 e ssg., in proposito scriveva: “Il 22 giugno Nicotera difatti giunse a Genova (9) e subito si mise in contatto con Mazzini. Questi, conosciutolo, di persona, ne concepì grande stima come uomo d’azione” e lo raccomandò a Bertani con una lettera entusiasta: “Vedrai oggi a mezzogiorno Nicotera, lo apprezzerai da per te. Bada ch’è uomo eccezionale, e di stoffa militare insurrezionale. Garibaldi gli offriva nientemeno che il comando della brigata invadente la Calabria. Me lo scrive Crispi”(10). Dopo l’incontro con Bertani, Nicotera fu destinato ad una missione di particolare importanza: il comando dei volontari di Toscana che, coadiuvando la spedizione di Golfo degli Aranci, dovevano – secondo i piani del Bertani – invadere lo Stato Pontificio. Nicotera, difatti partì subito per Firenze indirizato al Dolfi al quale Bertani lo presentò con un biglietto in cui, fra l’altro, si garantiva la genuinità della repentina conversione di Nicotera al programma garibaldino: “Il Nicotera accetta il programma del generale Garibaldi e ne vuole la più energica etc…”(11).”. Capone, a p. 65, nella nota (10) postillava: “(10) Crispi, ……
Capone, a p. 65, nella nota (11) postillava: “(11) J. White Mario, op, cit., p. 34.”. Capone, a p. 65, nella nota (12) postillava: “(12) Mazzini ad Andrea Giannelli, 9 luglio, in S.E.I., vol. LXVIII, Epistolario, vol. XL., op. cit., p. 133”. Capone, a p. 66, in proposito scriveva che: “A Firenze, Nicotera, che si trovò a capo di 1500 volontari (13) si incontrò subito con Ricasoli da cui egli si aspettava non solo tolleranza, ma un concreto aiuto, cioè fucili e vestiario per la truppa, che Ricasoli effettivamente concesse (14).”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, a pp. 66 e ssg., in proposito scriveva: “Così Nicotera si trovò inserito, con un ruolo di un certo rilievo, in un complesso gioco politico nel quale, coperti dalla formula “Italia e Vittorio Emaanuele”, ciascuno, Cavour compreso, seguiva in realtà un proprio piano.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Etc…”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “…raggiunse Garibaldi, il quale lo destinò ad altra impresa più gloriosa e non scevra di pericolo; l’invasione del territorio della Chiesa, per congiungere Roma al rimanente dell’Italia. Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Il Nicotera partì subitamente per Palermo ed il generale Garibaldi vivamente si commosse nel rivedere il valoroso suo compagno di Roma del 1848, e lo invitò a rimanere nel suo Stato Maggiore, ma egli preferi prender parte più attiva nella rivoluzione, percio ebbe dal Garibaldi incarico di recarsi in Toscana per formare una legione di volontari e di entrare con questa nell’ Umbria e nelle Marche, appena egli sarebbe sbarcato sul continente, e gli diede credenziali pel Bertani e pel Mazzini ch’erano in Genova. Iniziatosi il nuovo movimento col motto: Italia e Vittorio Emanuele, il vero partito repubblicano vi si associó lealmente con tutte le sue forze , perchè persuaso che solo con la monarchia si poteva conseguire l’unità e l’indipendenza d’ Italia; per la qualcosa senza più fare questione di forma di governo , il Mazzini confermò questi leali intendimenti con la sua pubblica dichiarazione: nè apostati, nè ribelli. Il Nicotera , presi i concerti con questi eminenti patriotti, si recò a Milano ove sposò la signorina Poerio, e riparti subito per Firenze….Etc…”. Il barone Bettino Ricasoli, soprannominato il Barone di ferro (Ricàsoli [riˈkazoli]; Firenze, 9 marzo 1809 – San Regolo, 23 ottobre 1880), è stato un nobile e politico italiano, sindaco di Firenze e secondo presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia dopo il Conte di Cavour. Ricasoli fu poi nominato dal governo piemontese governatore provvisorio della Toscana, spesso scontrandosi con la politica governativa ufficiale, volta a mantenere gli equilibri internazionali per riprendere il processo unitario per via diplomatica. Infatti il governatore toscano diede ospitalità a Giuseppe Mazzini, su cui pendeva ancora la condanna a morte per la tentata sollevazione di Genova del 1857, inviò armi a Viterbo e nelle Marche per fomentarvi la rivolta contro Pio IX e, dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli nel settembre del 1860, scrisse una lettera imperiosa a Cavour e al governo per chiedere di mobilitare l’esercito per affiancare i volontari garibaldini. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione….Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6° degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Il testo di Gualtiero Castellini, Pagine garibaldine (1848-1866). Dalle Memorie del Maggiore Nicostrato Castellini, Torino, Ed. Fratelli Bocca, 1909, ci parla di questi eroi garibaldini. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II; Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Treveljan, a p. 380 parlando delle spedizioni e delle spese, aggiunge ancora alcune informazioni e scriveva che: “Ma le spedizioni dell’agosto (del Pianciani e del Nicotera) furono allestite, spesate e spedite quasi interamente dal Comitato Centrale del Bertani e dai partiti più avanzati che comprarono i vapori ‘Queen of England, Indipendence, Ferret e Badger’ usati per il trasporto delle armi e perciò non introdotti nella lista da noi data.”. Il gruppo di Nicotera si componeva di 2.000 volontari che avrebbero dovuto congiungersi con i 6.000 di Pianciani, che a loro volta avrebbero dovuto sbarcare nel nord del Lazio, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, formando una spedizione per un totale di circa 9.000 volontari per puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Rimanevano ancora i 2000 volontari del Nicotera in Toscana, etc…”. Treveljan aggiungeva che: “Garibaldi pur reclamando le forze del Pianciani per se stesso onde poter trasferirsi di là dello Stretto, era sempre disposto a consentire che il Nicotera invadesse il territorio papale e scrisse a quell’effetto (3), etc….”. Dunque, quando Garibaldi era arrivato a Golfo Aranci col Bertani lasciò Nicotera con le sue truppe. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Bertani, II, 170”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”. Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 336-337, in proposito aggiunge che: “…riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860. Io organizzai una Brigata e con assenso del governatore Ricasoli la radunai nel Castel Pucci presso Firenze. Feci convenzione col Ricasoli etc…Qualche giorno dopo io fui arrestato in piazza del Duomo a Firenze e trattenuto alcune ore. Ma l’attitudne dei volontari fece riconfermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: “aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci, aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche ; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia , ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo; ma aspettandosi la venia da Torino, si spillo la cosa; il battaglione fu mutato, e in Viterbo si fecero arresti . La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare, volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Dunque, secondo il De Sivo, i volontari garibaldini organizzati a Castel Pucci dal Nicotera ammontavano a 2300 uomini. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lota che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Tutto il lavorio di Bertani e di Mazzini per attuare una forte spedizione nell’Umbria fu sempre, a tempo opportuno, avvedutamente devolto ai fini del Governo. Quando parve a Cavour che il Ricasoli tentennasse lo fece chiamare dal Re (30 luglio 1860) e poco dopo (8 agosto) scriveva al marchese Gualterio: “Il Ministero ha impedito questa spedizione e prese efficaci misure perchè altra non si compia”(1).”. Arzano, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Arzano, continuando il suo rcconto, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, etc…”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, a pp. 66 e ssg., in proposito scriveva: “Così Nicotera si trovò inserito, con un ruolo di un certo rilievo, in un complesso gioco politico nel quale, coperti dalla formula “Italia e Vittorio Emaanuele”, ciascuno, Cavour compreso, seguiva in realtà un proprio piano. La spedizione nello Stato pontificio era il tavolo sul quale tale gioco si svolgeva, e tutti si rendevano conto che la posta era assai alta perchè dalla effettuazione della spedizione e dal programma di chi la guidava poteva dipendere la possibilità di egemonizzare politicamente il Centro-Sud o programma cavouriano, su un programma monarchico-democratico, o, al limite, repubblicano (16). Il Cavour vedeva sostanzialmente giusto, quando scriveva: “…non si tratta di una questione di persone, ma di due sistemi che si affrontano. Garibaldi non ha alcuna idea politica precisa. Egli sogna una specie di dittatura popolare, senza parlamento e con poca libertà. I suoi adepti, Bertani ed altri, accettano la sua dittatura come un mezzo per arrivare alla Costituente e dalla Costituente alla Repubblica”(17).”. Capone, a p. 66, nella nota (16) postillava: “(16) Sulle intenzioni di Mazzini, G. Berti (op. cit., p. 737) così scrisse: “Resterà a fianco di Bertani per implorare che non tutti gli uomini, che non tutti i mezzi siano inviati in Sicilia…affermando che Garibaldi doveva essere aiutato indirettamente compiendo al Centro un’altra spedizione indipendente dalla sua che era quanto dire: fare saltare in aria il già malcerto accordo fra Garibaldi e la monarchia piemontese”; Bertani, da parte sua, non respinse Mazzini, ma lo “neutralizzò senza rompere con lui”. Capone, a p. 66, nella nota (17) postillava: “(17) E. Passerin d’Entreves, L’ultima battaglia politica di Cavour, Torino, 1956, p. 30”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 259-260, in proposito scriveva che: “Incominciò il Cavour con l’opporsi……
GIOVANNI NICOTERA e la 5° Brigata “TOSCANA”, poi in seguito chiamata di “CASTEL PUCCI”
Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Nicotera, inviato da Garibaldi da Genova in Toscana, formò un corpo di volontari per tentare di invadere lo Stato Pontificio, tuttavia esso fu costretto al disarmo e allo scioglimento da Ricasoli e Cavour. Il gruppo di Nicotera si componeva di 2.000 volontari che avrebbero dovuto congiungersi con i 6.000 di Pianciani, che a loro volta avrebbero dovuto sbarcare nel nord del Lazio, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, formando una spedizione per un totale di circa 9.000 volontari per puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Da Wikipedia leggiamo che la spedizione si componeva del gruppo Pianciani di 6.000 uomini, che avrebbe dovuto sbarcare nel nord del Lazio e muovere verso l’Umbria, dove doveva congiungersi con altri 2.000 uomini di Nicotera provenienti dalla Toscana, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, il totale di circa 9.000 volontari avrebbe poi dovuto puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. I finanziamenti per le Spedizioni garibaldine partite nei mesi di giugno e luglio 1860 provenivano in gran parte dai fondi della cavourriana Società Nazionale e dal Fondo per il milione di fucili, mentre le spedizioni del mese di agosto vennero finanziate dai Comitati di Bertani. In particolare il governo del re erogò segretamente centinaia di migliaia di lire per acquistare i vapori ed equipaggiare le Spedizioni di Medici e Cosenz, mentre i Comitati di Bertani inviavano molte delle loro migliori reclute, oltre ai volontari che venivano reclutati dai cavourriani. Alla fine di agosto 1860 il Cavour interruppe le partenze, perché si apprestava ad invadere i territori papali di Marche e Umbria e a dirigersi verso sud, congiungendosi con Garibaldi e invadere il territorio borbonico. Riguardo le truppe organizzate a Castel Pucci dal Nicotera, con la collaborazione del governatore della Toscana Ricasoli, ha scritto Alberto Dallolio (….), nel suo “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, ed. Zanichelli, Bologna, 1910. Dallolio (….), a p. 169, in proposito scriveva che: “I volontari bolognesi andavano a far parte della 4° Brigata comandata dal colonnello Pianciani: la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Restavano le ultime due Brigate nell’Italia centrale – la ‘Toscana’ e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa, non solo per evitare grossi guai, ma perché ormai Cavour s’era deciso a compier egli stesso quell’impresa. Il Nicotera s’era presentato l’8 luglio al Comitato Bertani di Firenze, insieme col dottor Achille Sacchi, munito d’una lettera del Bertani stesso da cui appariva incaricato “di provvedere a quanto occorre per l’invasione delle finitime provincie delle Marche e dell’Umbria”. Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”.Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a pp. 259-260 e ssg., in proposito scriveva che: “Così la 1° Brigata era chiamata ‘Genova’, la 2° ‘Parma’, la 3° Milano, la 4° Bologna, la 5° Toscana, e l’ultima, la 6° Abruzzi. Le prime quattro dovevano imbarcarsi a Genova, ove erano concentrate; le prime due, ch’erano in Toscana, avrebbero invaso gli Stati pontifici ed attirato le truppe papali comandate da Lamoricière. Tale compito era affidato specialmente alla Brigata Abruzzi che sarebbe entrata nelle Marche al comando di Caucci. La brigata ‘Toscana’ comandata dal Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia. Le prime 4 agli ordini rispettivamente dei colonnelli Eberhardt, Tharrena, Cantini e Puppi, sarebbero sbarcate sulla costa pontificia presso Montalto.”. Dunque, l’Agrati scriveva che: “La brigata ‘Toscana’ comandata dal Nicotera, avrebbe invasa l’Umbria ed assalita Perugia.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: “Quando alle altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarrebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e Farini combinato ogni cosa al riguardo.”. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a pp. 27-28-29-30, in proposito scriveva che: “Questo progetto, maturato in segreto dagli uomini della fazione estremista, era stato comunicato a Garibaldi, secondo quanto ho motivo di credere, solo all’ultimo momento.”. Dunque, Maxime Du Champ scriveva del progetto mazziniano di invadere gli Stati Papali. Giuseppe Bandi (…), nel suo “I Mille”, (con prefazione di Stefano Canzio), ed. Vie Nuove, 19…., a p. 161, in proposito scriveva della Spedizione Pianciani: “Un proposito siffatto piaceva grandemente a Giuseppe Mazzini, il quale fu sollecito ad offrirsi a Garibaldi come aiutatore nella impresa. Garibaldi accettò la cooperazione di Mazzini, senza pensare lì per lì al rischio in cui si metteva col pigliare a chius’occhi un tal cooperatore; e dette incarico a Giovanni Nicotera di recarsi subito (come già narrai) in Toscana, per mettere insieme una legione di volontari. Mentre il Nicotera facea gente in Toscana, altri corpi di volontari si formavano altrove, sotto il comando supremo del conte Luigi Pianciani, il quale facendo calcolo d’avere sotto i suoi ordini ottomila uomini e anche più, si disponeva ad assalire lo Stato del papa, per terra e per mare. Etc…”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 6, il Rustow nelle sue memorie scriveva che: “L’esercito venne diviso in 6 piccole brigate, alle quali si diede il nome dei paesi dov’erano state formate, o di quelli che avevano fornito il maggior contingente per la loro formazione….Così la 1° Brigata si chiamò Genova; la 2° Parma; la 3° Milano; la 4° Bologna; la 5° Toscana; la 6° degli Abruzzi. Il colonnello Pianciani ne aveva il comando in capo; io fui capo dello Stato Maggiore e Comandante in secondo.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 125-126, in proposito scriveva che: “…il Dittatore avvisava a tutt’i mezzi per aumentare le sue forze di terra e di mare allo scopo di eseguire il suo sbarco in Calabria, una spedizione così detta di Terranova (1) già concertata dallo stesso Garibaldi, allestita da Bertani e comandata dal colonnello Conte Luigi Pianciani, trovavasi pronta a partire da Genova e Livorno per invadere gli Stati del Papa e suscitarvi la rivolta; essa componevasi di sei brigate: Intendenza, Ambulanza, Cacciatori, Guide, Genio, Artiglieria, in tutto 8940 uomini compresi gli uffiziali; tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Carlo Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano ai soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre machie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Pecorini-Manzoni, a p. 126, nella nota (1) postillava: “(1) Significava la nuova terra da aggiungersi alle già fatte italiane.”. Dunque, il Pecorini Manzoni scriveva che: “…tra i comandanti di brigata eravi Giovanni Nicotera giovane arditissimo, arrischiato fino alla temerità, patriota ardente, compagno di Carlo Pisacane nella spedizione di Sapri, dove ferito gravemente cadde in mano ai soldati di re Ferdinando, che per timore di aggiungere altre machie di sangue alla sua corona, lo mandò alla galera a vita.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: “aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168 scriveva che: “la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: della 6° da formarsi nelle Romagne era stato nominato comandante il colonnello Caucci Molara, commilitone di Garibaldi nella difesa di Roma.”. Dunque, la 5° Brigata si stava organizzando in Toscana al comando di Giovanni Nicotera. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a p. 168, in proposito scriveva: “la 5° si stava organizzando in Toscana dal Nicotera: della 6° da formarsi nelle Romagne era stato nominato comandante il colonnello Caucci Molara, commilitone di Garibaldi nella difesa di Roma.”. Dunque, la 5° Brigata si stava organizzando in Toscana al comando di Giovanni Nicotera. Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 227, in proposito scriveva che: “Caduta la repubblica i pochi superstiti calcarono la via dell’esilio e Giovanni Nicotera andò dapprima a Torino, di poi a Genova e a Nizza , quindi nuovamente a Torino, ove conobbe molte celebrità politiche, scientifiche e letterarie, tra cui il Mazzini, che sempre l’ebbe caro, e il Pisacane, coi quali a Genova concertò la spedizione di Sapri, in cui vi ebbe tanta parte e per la quale dannato a morte fu graziato e mandato alla Favignana a popolare la fossa di S. Catarina, che poi gli venne aperta dalla rivoluzione del 1860, e raggiunse Garibaldi, il quale lo destinò ad altra impresa più gloriosa e non scevra di pericolo; l’invasione del territorio della Chiesa, per congiungere Roma al rimanente dell’Italia. Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.“. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d’una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’ altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.”. Guerzoni, continuando il suo racconto, a p. 155 scriveva: “Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all ‘ ideata impresa. Etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 341, in proposito scriveva che: “Il solo capo repubblicano attivo in Sicilia era stato Nicotera, il quale venne privato del comando proprio per tale motivo.”. Dunque, Mack Smith in questo passaggio è chiarissimo e cioè egli scrive che fu tolto il comando dei volontari che egli aveva organizzato e riunito in Toscana perché egli era repubblicano e avverso alle idee di Cavour. Denis Mack Smith (….), nel suo“Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “…; mentre Garibaldi molto scontento sia di Cavour sia di Bertani, dové ritornare al suo primitivo progetto di avanzare da Messina attraverso la Calabria. Bertani, dal canto suo, si affrettò a condurre il rimanente dei suoi uomini a sud, per unirsi a Garibaldi.”., poi aggiunge che: “Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera. Il governatore della Toscana.”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo III: “Nicotera a Castel Pucci”, a p. 66, in proposito scriveva che: “A Firenze, Nicotera, che si trovò a capo di 1500 volontari (13) si incontrò subito con Ricasoli da cui egli si aspettava non solo tolleranza, ma un concreto aiuto, cioè fucili e vestiario per la truppa, che Ricasoli effettivamente concesse (14).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 334, in proposito scriveva che: “Giuseppe Dolfi, uno dei capi del partito avanzato fiorentino, l’aveva introdotto dal Ricasoli il 14 e da questi il Nicotera aveva avuto accoglienze oltremodo lusinghiere e benevole così che non solo ne aveva ottenuto tolleranza, ma aiuto. Egli stesso scrive al Bertani che già nei primi giorni il Ricasoli gli ha fornito fucili e vestiario. E perché si veda quali intelligenze vi fossero col nemico, riporto queste parole del Nicotera: “Mi si assicura che fra due o tre giorni verrà un aiutante di campo di Pianell, il quale ci darà tutti i piani e le corrispondenze col generale pontificio Lamoricière.”.Persino gli aiutanti del ministro della Guerra borbonico erano spie!. Il Ricasoli aveva anche autorizzata l’invasione del Pontificio, etc…”. Denis Mack Smith (….), nel suo“Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera.”. Denis Mack Smith (….), nel suo“Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: “aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Osvaldo Perini (….), nel suo“La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci , aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso ; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz , poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche ; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia, ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia ; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano , e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo ; ma aspettandosi la venia da Torino , si spillo la cosa; il battaglione fu mutato , e in Viterbo si fecero arresti . La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni ; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna ; e lasciato un Antonnini a reclutare , volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti ; dove gli rinfacciò : « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 1-2 scriveva che: “1. Le passioni che dominarono gli eventi politici e guerreschi del 1860, la lota che, palese in parte ed occulta il più, fu allora impegnata non tanto fra Mazzini e Cavour, quanto fra i loro più intransigenti seguaci (2); la patriottica cospirazione, vera od apparente (3), fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, etc…”. Arzano, a p. 1, nella nota (2) postillava: “(2) Se Fanti, Farini, Lafarina, Montezemolo, Cordova erano definiti più cavouriani di Cavour (cfr. Curatulo, 403, Pallavicini a Garibaldi), Nicotera, Mario, Brusco, Pianciani, ecc…erano creduti anche più mazziniani di Mazzini. Come per i retrivi era un rivoluzionario Cavour, così pei mazziniani intransigenti Garibaldi non era che un docile monarchico. (Cfr. Bandi, 25; Chiala, IV, CLI). Fortunatamente l’uno e l’altro ponendo a dura prova i legami che li univano ai loro partiti ruscirono a comporre in fascio la maggior somma di forze italiane.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo“Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1)….Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow racconta che a Milazzo, in attesa di nuove disposizioni faceva esercitare il suo piccolo esercito e scrive che però non vi erano i volontari della prima Brigata Genova. Poi agiunge che nelle pagine seguenti parlerà della 5° e 6° Brigata che erano rimaste in Toscana. Rustow si riferiva alla metà del mese di Agosto mentre era arrivato a Milazzo. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 156, in proposito aggiungeva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; etc…”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow stesso coll’ equipaggio del Bizantino era già nella mattina del 18 a Milazzo, dove giunsero nei giorni seguenti anche il resto delle truppe; così che nel giorno 21 vi aveva già riuniti 4000 uomini circa. Avendo Tharrena chiesto il suo congedo, il maggiore Spinazzi ebbe il comando di quella brigata…..Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni , facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow scriveva che avendo “Tharrena”, che comandava la Brigata Parma, avendo chiesto le sue dimissioni dal comando della stessa, il comando fu affidato al maggiore SPINAZZI. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VII: “La decisione sarda di invadere il Pontificio”, ecc…, a p. 263, in proposito scriveva che: “Questo per le truppe delle 4 Brigate, ch’erano a Genova e dintorni. Quando alle altre due, ch’erano stanziate parte con Nicotera a Castel Pucci (Firenze) e parte con Caucci in Romagna, si sarrebbero accordate con Ricasoli, il quale era stato il 31 luglio e il 1° agosto a Torino e aveva con Cavour e Farini combinato ogni cosa al riguardo.”.
Nel 14 agosto 1860, a Castel Pucci, in Toscana, le truppe organizzate dal barone Giovanni NICOTERA e la lettera di Garibaldi, arrivato a Golfo Aranci e indirizzata a Nicotera a Castel Pucci
Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow racconta che nelle pagine seguenti parlerà della 5° e 6° Brigata che erano rimaste in Toscana. Rustow si riferiva alla metà del mese di Agosto mentre era arrivato a Milazzo. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Rottura di Cavour con Garibaldi”, a p. 283, riferendosi ai mesi autunnali, in proposito scriveva che: “In Toscana i volontari di Nicotera, che avevano ricevuto il permesso ed anche l’incoraggiamento per concentravisi prima di tale mutamento di politica (3), furono dispersi, nonostante le violente proteste di Ricasoli.”. Carlo Agrati sulla faccenda che vide il Governo Piemontese, Cavour e Ricasoli e Nicotera con forti contrasti, ha scritto a pp. 333 e ssg. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 334, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “…, mentre assegnava il quartiere di Castel Pucci ai volontari che s’andavano arruolando; cosicché si poteva ben dire che se Cavour teneva a Salvare le apparenze, il Ricasoli non si preoccupava neanche di quelle;….Ma ecco da Torino il veto Reale…..Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Per tal modo tutte le forze raccolte dal Bertani a danno del Papa, più di 8000 uomini in tutto, finirono con l’andare ad accrescere le file di Garibaldi, rendendogli servizi indispensabili nell’opera di occupazione e poi di difesa di Napoli. Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a fare osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni in massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. Mil., II, 179; F.O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. La Dobelli, a p. 155, in proposito aggiungeva: “Si può dire ch’essi fossero gli ultimi volontari che gli pervenissero dal nord giacchè, il 13 agosto, Cavour, allarmato dalla incessante minaccia dei partiti estremi circa l’invasione del territorio papale, e ormai fermo nella determinazione di effettuar l’invasione lui stesso, aveva proibito che si continuasse l’arruolamento e la spedizione dei volontari sotto qualsiasi pretesto, non solo, ma si era accinto a far osservare il suo decreto alla lettera con gran meraviglia di tutto il mondo diplomatico europeo. Perciò le partenze di spedizioni di massa dal porto di Genova cessarono, e soltanto qualche centinaia di individui forniti di passaporti governativi raggiunsero separatamente il mezzogiorno (2).”. Dobelli, a p. 155, nella nota (2) postillava: “(2) Pittaluga, 159-161; Mem. Stor. milit., II, 179; F. O. Sard., n. 332, Brown all’Hudson, 27 agosto 1860.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Rimanevano ancora i 2000 volontari del Nicotera in Toscana, e di essi nessuna menzione specifica s’era fatta nell’accordo convenuto fra il Bertani e il Farini a Genova, etc…”. Treveljan aggiungeva che: “Garibaldi pur reclamando le forze del Pianciani per se stesso onde poter trasferirsi di là dello Stretto, era sempre disposto a consentire che il Nicotera invadesse il territorio papale e scrisse a quell’effetto (3), etc….”. Dunque, quando Garibaldi era arrivato a Golfo Aranci col Bertani lasciò Nicotera con le sue truppe. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. In questo passaggio però, il Castellini scriveva che quando Garibaldi e Bertani, arrivano il 12 agosto 1860, a Golfo Aranci in Sardegna, “Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi),….”. La notizia è strana e non mi ritornano le date in quanto, il 12 agosto 1860, Garibaldi si partì per andare in Sardegna a prelevare i volontari organizzati dal Bertani e dal Pianciani, ma i volontari di Castel Pucci, si trovavano ancora in Toscana e non erano scesi in Sicilia. Infatti, Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che, Garibaldi, dalla Sardegna dove si era recato con Bertani: “Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta.”. Dunque, il Bertani, che era con Garibaldi in Sardegna, erano andati insieme in incognito, scrive e testimonia che Garibaldi: “scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc.”. Anche Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 330-331, in proposito scriveva che: “Appena giunto a Golfo degli Aranci, Garibaldi aveva scritto al Nicotera ch’egli andava con le altre Brigate in Sicilia e che le forze di cui esso Nicotera disponeva erano più che sufficienti per l’impresa negli Stati papali. Il che, prova che già era tornato al primitivo progetto.”. Carlo Agrati, scriveva che Garibaldi scrisse a Nicotera appena arrivato con Bertani a Golfo Aranci in Sardegna, dove non aveva trovato tutti riuniti i corpi organizzati e comandati dal Pianciani. Infatti, lo stesso Castellini ritorna sull’argomento e contraddicendosi, riferendosi ai volontari della Brigata di Nicotera (Castel Pucci) scriveva: “Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. E’ questo che avvenne. La Brigata e i volontari del Nicotera arriveranno in Sicilia solo verso metà Settembre 1860, come vedremo innanzi. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio credo vi sia un errore di trascrizione, perchè è scritto che “Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, etc…”, ma si tratta di settembre 1860 non dei primi di agosto. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. Giacinto De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti; dove gli rinfacciò: « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 157, in proposito scriveva che: “II…fa prima un’ escursione a Caprera, saluto del Leone alla diletta sua tana, e tornatone, ordina senz’altro che tutta la squadriglia lo segua a Cagliari e di là prosegua per Palermo, dove egli stesso nel mattino del 17 approda. Nè a Palermo perde il tempo. La brigata Eberhardt era già stata avviata sul Torino a raggiungere il Bixio a Taormina; ora s’imbarca egli stesso scortato dal battaglione Chiassi sul Franklin: fa egli pure il giro dell’Isola; arriva il 19 mattina a Taormina; comanda al Bixio, che aveva sospirato quel comando per lunghi giorni, d’imbarcare tutta la gente raccolta , circa quattromila uomini, su due vapori venuti da Palermo; udito però che le navi hanno bisogno di urgenti raddobbi, si fa per alcuni istanti carpentiere e si mette egli stesso coll’ ascia e col martello a tappare falle e piantar chiavarde, e quando tutto è lesto, pigiati in quei due piroscafi, pieni di avaríe e di magagne, quei quattromila uomini, nella notte del 19 sferra da Taormina; corre tutta quella notte, non visto, non sospettato, nella direzione di greco, e ai primi albori del 20 afferra presso Melito, tra Capo dell’ Armi e Capo Spartivento, l’ estrema spiaggia calabrese.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 333, in proposito scriveva che: “Dal canto suo il Nicotera, in un ordine del giorno ai suoi, grida: “Viva l’Italia, viva la libertà, viva Garibaldi!” ma neppur egli accenna al Re. Dal che, si vede subito come il Pianciani e gli altri intendano quella lealtà, con la quale, secondo vanno strombazzando, avrebbero accettata la monarchia di Vittorio Emanuele e quanto giustificata sia la diffidenza del Cavour a loro riguardo. Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 336-337, in proposito aggiunge che: “…riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860. Io organizzai una Brigata e con assenso del governatore Ricasoli la radunai nel Castel Pucci presso Firenze. Feci convenzione col Ricasoli etc…Qualche giorno dopo io fui arrestato in piazza del Duomo a Firenze e trattenuto alcune ore. Ma l’attitudine dei volontari fece riconfermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Etc…”.
Nel luglio 1860, Garibaldi dalla Sicilia invia in Calabria ed in Basilicata uomini suoi fidati
Alessandro Serra (….), nel suo, L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 323, in proposito scriveva: “Giusta sua promessa, nel luglio Garibaldi mandò in Calabria alcuni ufficiali calabresi, cioè gli uomini che dovevano rendersi conto della situazione e collaborare attivamente con i comitati. Così a S. Demetrio Corone ritornò Raffaele Mauro, fratello di Domenico, tutti e due dei Mille, tutti e due perseguitati…etc…”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XV, a pp. 831-832, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Il Mignogna era stato uno dei Mille, e Garibaldi lo aveva inviato sul continente per effrettarvi l’insurrezione, con Giuseppe Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. Questi restarono in Calabria, dove furono utilissimi all’insurrezione: Pace e Damis, nel circondario di Castrovillari; Bianchi in quello di Cosenza, e Stocco in provincia di Catanzaro, dove pure si era costituito un comitato insurrezionale il 24 agosto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per la nomina dei prodittatori. Il maggior pericolo per la dinastia lo rappresentava il comitato dell’Ordine, che aveva più seguito e più credito a molti mezzi ed era in diretta relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli e singolarmente col Visconti Venosta, col Mezzacapo, col Ribotty, col Finzi e con Villamarina; e, dopo il 3 agosto, col Persano.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 5 e il 6 maggio i Mille di Garibaldi partivano alla volta della Sicilia. Fra di essi vi erano cinque cilentani, audaci patrioti che si erano distinti nei moti del 1848 ed erano riusciti a sfuggire alla polizia borbonica: Filippo Patella, prete di Agropoli; Leonino Vinciprova, di Celso; Paolo e Michele Del Mastro, di Ortodonico; Michele Magoni, di Rutino. Avuta ragione dei forti contingenti borbonici, sia per defezione di parte di questi sia per l’appoggio della popolazione, a Calatafimi (15 maggio), a Palermo (27 maggio) ove perse la vita Michele Del Mastro, e a Milazzo (20 luglio), i Mille, ormai rinforzati da migliaia di volontari, passarono lo stretto dii Messina. Garibaldi allora pianificò l’avanzata spedendo in ogni regione noti patrioti che si erano distinti in precedenti moti insurrezionali; nel Cilento inviò Michele Magnoni e Leonino Vinciprova. Il 4 settembre si imbarcò a Maratea e raggiunse Sapri, da dove il pomeriggio si diresse al passo del Fortino di Casaletto Spartano e da qui penetrò etc….Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; mentre un forte contingente di volontari e di ex guardie urbane, al comando di Leonino Vinciprova, attese nella marina di Acciaroli armi e munizioni che dovevano arrivare da Salerno. Incaricato di questa missione era Alessandro Dumas (padre), il grande romanziere francese che, con altri stranieri, aveva seguito Garibaldi, attratto dal fascino di questo eroe-avventuriero. Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari. La comandava Cristofaro Muratori, il nto scrittore, che scese a terra e si diresse a Celso, ove nel palazzo dei Mazziotti indisse una riunione dei Sindaci dei Comuni vicini e proclamò decaduto Ferdinando II. Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”.

Nel 17 luglio 1860, a Palermo l’arrivo dei volontari garibaldini del colonnello Gaetano SACCHI
Da Wikiedia leggiamo che le file si ingrossarono nella battaglia di Milazzo, mentre il 16 luglio un’altra colonna, tra cui molti mantovani, partì da Genova, al comando di Gaetano Sacchi. Via, via giunsero nel meridione altri contingenti. Nell’armata garibaldina erano presenti numerosi altri volontari partiti da Genova e in parte da Livorno. Wikipidia rimanda alla nota (4) e scrive: “Sul viaggio degli 800 partiti sul Washington vedi la lettera del garibaldino Ignazio Invernizzi.“. Da Wikipedia leggiamo che il colonnello Gaetano Sacchi, nella guerra del 1859 si arruolò nei Cacciatori delle Alpi, con il grado di maggiore. Passato nell’esercito regolare piemontese come comandante del 46º reggimento di linea, non poté seguire Garibaldi con i Mille nella spedizione in Sicilia, ma guidò la quarta spedizione di 2.000 volontari (tra i quali 200 bresciani) a sostegno delle truppe garibaldine. Comandante della “Brigata Sacchi”, prese parte ai combattimenti di Caiazzo, alla battaglia del Volturno e all’assedio di Capua. Della “Brigata Sacchi” abbiamo le memorie del colonnello Gaetano Sacchi pubblicate da Renato Sòriga. Relazione sui fatti d’arme della Brigata Sacchi nella Campagna del 1860 dal 19 luglio 1860 al 12 febbraio 1861, pubblicato in Bollettino della Società pavese di Storia Patria, Volume XIII, Mattei & C. Editori, Pavia, 1913. I volontari della Brigata Sacchi furono a Sapri, dove si imbarcarono per Napoli, il giorno 10 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: “Il colonnello Sacchi che noi abbiamo lasciato al Comando del 46º Fanteria, infrenato dalla volontà di Garibaldi e da una serie di considerazioni politiche e militari, sbuffava come il generoso cavallo di battaglia al suono della tromba, quando udiva i racconti dei miracoli dei suoi amici in Sicilia. Attorno a lui fremeva una nobile schiera di giovani animati dai più generosi sentimenti di patriottismo, di abnegazione, di virtù civili e militari; la più parte di questi giovani appartenenti alle provincie Venete e vincolati per 18 mesi al servizio militare. L’indirizzo del Generale Garibaldi a tutte le forze degl ‘ Italiani bastò a rompere le dighe che conteneano quei generosi; i riguardi politici tacquero, e il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali, e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul Torino la sera del 14 luglio. Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionato del 46° per attendere all ‘ imbarco di altra gente appartenente alla spedizione. Tre giorni dopo arrivavano a Palermo dove Sacchi organizzò subito una brigata di 4 battaglioni, e li addestrò nelle manovre coadiuvato dai suoi bravi compagni. Non potè partire subito per poter raggiungere Garibaldi perchè gli mancavano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto. Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 118, in proposito aggiungeva: “La notte del 24 al 30 luglio, il brigadiere Sacchi partì da Palermo per Messina con 5 sole compagnie per mancanza di trasporti; lasciò ivi il maggiore Pellegrini con l’ordine di raggiungerlo al più presto. Sbarcato al Faro gli fu dato stringere la mano a Garibaldi; e presentargli la sua truppa: il Dittatore gli comunicò che la sua Brigata era chiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che egli aveva stabilito di lasciarla al di lui esclusivo comando per dipendere direttamente dal Quartier generale principale: Sacchi gli fu grato di tanta deferenza. Questo corpo fu accantonato al Faro superiore, paese di Montagna, salubre ed abitato da gente cordiale. Sette giorni dopo arrivava al Faro superiore il maggiore Pellegrini col rimanente della Brigata, meno il maggiore Chiassi che dal Pro-Dittatore Depretis era stato inviato con due compagnie a Monreale per ristabilirvi l’ordine turbato da alcuni briganti e reazionarî. Restituito l’ordine il Chiassi tornò a Palermo, da dove imbarcate sul Franklin le sue due compagnie, volse per l’estremo oriente dell’Isola, circuendo il lato ovest e sud per le coste di Trapani, Marsala, Girgenti, Siracusa, Catania, e pervenne in Giardini proprio in un felice momento per unire le sue forze a quelle di Bixio, rinforzare con queste la spedizione in Calabria e fornire il Franklin allo imbarco già preparato.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo“Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ ideata impresa…..Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che, sul finire del mese di Luglio e ai primi di Agosto, dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Fra le carte del Comitato etc…Un quarto “Repertorio al ruolo generale dei volontari spediti dal Comitato di provvedimento di Bologna al generale Garibaldi” ha un riepilogo dal quale risulta un numero di 1060, ma 229 di essi sono indicati come duplicati, cosicchè il numero esatto rimarrebbe di 831. Finalmente nel rendiconto finale si parla di 1208 volontari. Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, si può concludere che l’ultima delle cifre indicate rappresenta esattamente il lavoro del Comitato, che fornì per tal modo circa 1200 volontari.”.
Il COMITATO DELL’ORDINE
Immacolata Venturi (….), nel suo “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 42 e ssg., in proposito scriveva che: “La disfatta di Sanza fu un durissimo e fatale colpo per i progetti di stampo mazziniano. La rivoluzione mazziniana non poteva essere vincente. Il mancato supporto delle popolazioni locali era solo una delle cause. Di fatto la politica internazionale era ancora troppo lontana dal voler supportare una soluzione “italiana”, tanto più rivoluzionaria. Perciò, piuttosto che puntare ancora su improbabili insorgenze popolari come quella di Pisacane, per il biennio successivo si cominciò a pianificare un’insurrezione “dall’interno”(77). Ove possibile, si pensò di organizzare in maniera più capillare una rete di comitati locali, modellata su quella dei Circoli Costituzionali del 1848. Un momento di sbandamento e di blocco si ebbe dopo che, nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 1857, un terremoto di grande portata travolse la zona occidentale della Basilicata. Le operazioni delle forze liberali ripresero a fatica e nella più totale precarietà, dato che il sisma aveva reso difficili le ordinarie operazioni della vita cittadina e il poco solido apparato economico stentava a ripartire (78). A ciò si unì una recrudescenza delle azioni di polizia, che portarono a rastrellamenti, fino a toccare Lecce. Insomma, tramontò definitivamente la speranza di una rivoluzione democratica, mazziniana e repubblicana (79); ma non tramontò l’idea di una Italia unita. Infatti, le aspirazioni liberali non si arrestarono, esprimendosi, anzi, nei modi e nelle forme di una “cospirazione alla luce del giorno”, con innalzamento di bandiere tricolori e altro. Un rapporto redatto dalla polizia borbonica serve a dare un’idea del mondo cospirativo. Il Comitato di Napoli (rinominatosi, nell’aprile del 1860, “Comitato Napoletano della Società Nazionale Italiana”) continuava a insistere sul ruolo della Basilicata come motore dell’insurrezione “preventiva” (81). Gli si unì la “Società Nazionale” facente capo a Lafarina a Torino e, a Genova, ad Agostino Bertani. Il Comitato di Napoli diventò “Comitato dell’Ordine” (82), che – si legge in Racioppi – etc…Il Comitato dell’Ordine, perciò, si terrà in diretta ed esclusiva corrispondenza con me qual delegato del General Garibaldi.” (83). L’unione tra i vari comitati non fu sempre pacifica, soprattutto nei rapporti tra Genova e la Basilicata, anche perché si era piuttosto restii, da parte dei basilicatesi, ad uno sbarco di Garibaldi sul continente, in quanto etc…Si aggiungeva che l’arrivo di Giuseppe Libertini da Genova diede l’avvio ad un “Comitato di Azione” nel quale entrarono Filippo Agresti (84), Luigi Zuppetti, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giovanni Matina e Giuseppe Ricciardi. Questo dualismo, per fortuna, aveva comunque, come punto d’incontro, l’organizzazione di una rete “preventiva” sul territorio basilicatese, onde evitare schieramenti di borbonici nell’area “cerniera” di Auletta (85).”. Venturi, a p. 42, nella nota (77) postillava: “(77) G. Pécout, Il lungo Risorgimento. La nascita dell’Italia contemporanea (1770-1922), Milano, Bruno Mondadori, 2011”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XV, a pp. 831-832, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Erano giorni di esaltazione e di generale trepidazione insieme. Spaventa aveva assunto la direzione effettiva del comitato dell’Ordine, che si ricostituì con Pier Silvestro Leopardi, per presidente, Gennaro Bellelli per segretario, e con un Consiglio Direttivo, formato da Rodolfo d’Afflitto, Andrea Colonna, Pisanelli, Caracciolo etc….Spaventa, che spingeva, quasi sfidando il governo, il lavoro diretto a far insorgere le provincie continentali, soprattutto la Basilicata e la Calabria, prima che Garibaldi sbarcasse sul continente, o almeno prima che arrivasse a Napoli, secondo il desiderio e i consigli di Cavour. Il Comitato mandò Gennaro De Filippo a Messina, per assicurare il Dittatore che sul continente tutto si disponeva secondo il suo desiderio di quei giorni: fare cioè insorgere le provincie, prima del suo sbarco in Calabria. Il comitato d’Azione venne su quando il comitato dell’Ordine, rifatto il 9 luglio, dopo il ritorno degli esuli, assunse un contegno decisamente cavourriano, onde per reazione si accentuò garibaldino, con una tinta di mazziniano e di municipale. Lo fondarono e ne furono la maggiore forza Giuseppe Libertini, Giuseppe Ricciardi, Filippo Agresti, Nicola Mignogna, nonché Giacinto Albini e Giuseppe Lazzaro: però i due comitati si trovarono d’accordo nel promuovere l’insurrezione nelle provincie prima dello sbarco di Garibaldi; e poiché la provincia, la quale si assicurava meglio apparecchiata ad insorgere, e dalla quale si chiedevano capi militari e civili, era la Basilicata, il comitato dell’Ordine fece partire per Corleto, dove aveva sede un comitato insurrezionale, il colonnello Boldoni e Pietro Lacava, ai quali si unirono il Mignogna e l’Albini del comitato d’Azione. Il Mignogna era stato uno dei Mille, e Garibaldi lo aveva inviato sul continente per effrettarvi l’insurrezione, con Giuseppe Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. Questi restarono in Calabria, dove furono utilissimi all’insurrezione: Pace e Damis, nel circondario di Castrovillari; Bianchi in quello di Cosenza, e Stocco in provincia di Catanzaro, dove pure si era costituito un comitato insurrezionale il 24 agosto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per la nomina dei prodittatori. Il maggior pericolo per la dinastia lo rappresentava il comitato dell’Ordine, che aveva più seguito e più credito a molti mezzi ed era in diretta relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli e singolarmente col Visconti Venosta, col Mezzacapo, col Ribotty, col Finzi e con Villamarina; e, dopo il 3 agosto, col Persano.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: “VI. Fin dal tempo dell’approdo di Garibaldi a Marsala un’attiva corrispondenza si era scambiata tra il Comitato di Napoli ed i nuclei liberali delle provincie per preparare in queste una insurrezione. Si venne all’intesa che essa sarebbe stata iniziata, alla notizia dello sbarco di Garibaldi sul continente, da parte della Basilicata. le altre provincie avrebbero seguito il movimento. “La provincia di Salerno” dicevano le istruzioni “dovrà lanciare i suoi alle spalle delle truppe, che per avventura muovessero su Potenza e Calabria” (1)….”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La cronistoria del dott. Michele Lacava narra diffusamente il lungo lavorio, che precedette questi accordi.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 375, in proposito scriveva che: “Si vanno già delineando le due correnti politiche che vedremo in atto al principio del ’60, e che ora si saggiano, si scrutano e si studiano nella ricerca affannosa di un programma di azione immediata da svolgere in comune con intenti chiaramente unitari. Questi intenti per lo meno, fin dal ’59, la parte popolare avanzata li aveva già saldamente radicati nell’animo. Si può dire lo stesso della borghesia cittadina e rurale del Salernitano ? E’ quel che vedremo in seguito.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 377-378, in proposito scriveva che: “Abbiamo visto quali furono i primi tentativi e come da Napoli si lavorasse alacremente per costituire dei comitati provinciali; ma tutto codesto lavoro doveva rimanere infruttuoso sia a causa delle immediate reazioni della polizia, sia perchè mancava un elemento dirigente attivo che sapesse coordinare avvedutamente gli sforzi. Ma che cos’era e che cosa rappresentava il Comitato napoletano detto dell’Ordine ? Sentiamolo dalla bocca del De Cesare, storico diligente e minuzioso: “Le notizie politiche messe fuori dal Comitato dell’Ordine, che rapppresentò la prima organizzazione delle forze liberali, e fuse insieme i vecchi elementi repubblicani, piuttosto scarsi, e gli elementi moderati monarchici, più numerosi e autorevoli, e i quali non vedevano salute che nel Piemonte, erano comunicate nello stabilimento musicale di Teodoro Cottrau, ai frequentatori di esso, ed a Giuseppe Gravina, e tanto bastava perchè in poco tempo tutta Napoli ne fosse piena….Una delle ragioni del successo di quel Comitato fu il nome, felicemente escogitato dal giovane studente Giuseppe Lombardi di San Gregorio Magno, uno dei più operosi, anzi dei più temerari nelle cospirazioni di quel tempo. Il Comitato dell’Ordine si cominciò a riunire sulla fine del 1857 in casa di Giuseppe Lazzaro e ne fecero parte Gennaro de Filippo, Camillo Caracciolo, Giacinto Albini, Francesco de Siervo, il detto Lombardi e pochi altri…..Com’era chiaro, il Comitato aveva due anime, le quali più tardi lo porteranno fatalmente a scindersi: una avanzata, progressista e repubblicana, che traeva ispirazione dal verbo, mazziniano; l’altra moderata, conservatrice, monarchica, che era sotto l’influsso della politica piemontese e savoiarda. Queste due opposte correnti politiche per il momento camminano sulla stessa strada e collaborano attivamente fra loro secondo il principio concordemente accettato dell’unità a tutti i costi. La stessa situazione, dove più, dove meno chiaramente, si rispecchia nelle province, nelle quali il Comitato è riuscito a formarsi. A dare energico impulso per la costituzione del Comitato nel Salernitano giunse opportuno nel novembre del ’59 un ardito emissario del Comitato napoletano: Beniamino Marciano (6)…Il Marciano giunse a Salerno il 16 novembre per impartire insegnamento nelle pubbliche scuole.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 382, in proposito scriveva che: “Fu così che, nel febbraio del ’60, fu costituito finalmente il Comitato salernitano, del quale fecero parte il Marciano, Vincenzo Trucillo, gli avvocati Nicola Ferretti, Pietro del Mercato e Antonio de Meo, l’architetto Francesco de Pasquale, gli operai Matteo Rossi e Michele Casola.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 383-384, in proposito scriveva che: “Il Comitato popolare, malgrado la fiera opposizione borghese, continuava per la sua strada. Era stata già creata una fitta rete di abili corrispondenti, i quali, specialmente nella zona sud, avevano formato attivi centri rivoluzionari: Antonio Carrano operava a Diano, Lorenzo Curzio a S. Angelo Fasanella, la famiglia Magnone nel Cilento, Francesco Gagliardi a Montesano, Vincenzo Castagna a Campagna, Francesco Cristaino a Sicignano, a così via (13).”. Cassese, a p. 384, nella nota (13) postillava: “(13) Vedi dichiarazione del de Meo, in op. cit. pag. 65.”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo di tutta l’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i quali, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione”(22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Su Wikipedia leggiamo che Rodolfo D’Afflitto, la sua carriera ha inizio nel 1834, dopo aver studiato legge ed amministrazione dopo una carriera nella burocrazia borbonica, fu arrestato nel 1859 come cospiratore liberale nel Comitato dell’Ordine, ma fu subito rilasciato. Dopo la concessione della costituzione da parte di Francesco II nel giugno 1860, il comitato riprese vigore, sotto la direzione di Silvio Spaventa e con d’Afflitto tra i suoi membri più attivi. Il comitato si impegnò prima ad ottenere un pronunciamento dell’esercito a favore dell’annessione al Piemonte e poi – dopo il fallito colloquio del D. con il generale De Sauget – a provocare l’insurrezione del continente prima dell’arrivo di Garibaldi, per impedire una svolta rivoluzionaria. Anche questa seconda iniziativa non ebbe l’effetto desiderato, provocando solo una parziale insurrezione in Basilicata. Sul Comitato Napoletano di cui Silvio Spaventa era uno dei membri più attivi, su Wikipedia leggiamo che il piroscafo Stewart, che doveva condurlo insieme ad altri 68 condannati politici in America, in seguito all’ammutinamento organizzato dal figlio di Luigi Settembrini (Raffaele Settembrini) ufficiale della marina mercantile britannica, lo condusse in Irlanda (6 marzo 1859) presso Queenstown, nella Baia di Cork; da qui raggiunse Londra e quindi Torino, dove entrò in contatto con Cavour divenendo uno dei fedeli seguaci e uno dei principali fautori della sua politica. Venne inviato nuovamente a Napoli da Cavour e dai Savoia nel luglio 1860 per preparare all’annessione di quei territori meridionali a quello che poi sarebbe divenuto Regno d’Italia: si adoperò, senza successo, perché questa avvenisse il prima possibile, senza attendere l’arrivo a Napoli di Garibaldi, il quale poi, assunto il titolo di Dittatore, lo espulse (il 25 settembre 1860). Tornò a Napoli ad ottobre, assumendo la carica di ministro di Polizia nel governo luogotenenziale (dal novembre 1860 al luglio 1861), fronteggiando energicamente la difficile situazione napoletana (fino a subire un clamoroso attentato, cui riuscì a sfuggire), anche con l’aiuto del corregionale barone Rodrigo Nolli. Restò in carica anche sotto i luogotenenti Luigi Carlo Farini, Eugenio Emanuele di Savoia-Villafranca e Gustavo Ponza di San Martino. La madre, Anna Maria Croce era prozia del celebre filosofo Benedetto Croce. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 387, in proposito scriveva che: “I moderati meridionali, essendo restii a qualunque rivoluzione, si accontentavano della costituzione borbonica. E questo orientamento politico retrivo si verificava a Salerno come nelle altre province del Mezzogiorno, tra le quali Potenza, dove di fronte alla corrente progressiva capeggiata da Giacinto Albini, vi era quella dei costituzionalisti, in massima parte formata da grossi proprietari terrieri, che era rappresentata da Nicola Alianelli. Ond’è che giustamente Michele Lacava, concordando col pensiero del de Meo, nota “che gli uomini del 1848 presero parte secondaria nella rivoluzione del 1860; le persecuzioni, le galere, avevano in essi fatto venir meno la fede dell’avvenire della Patria. La rivoluzione del 1860 fu in gran parte opera della goiventù che non aveva precedenti positivi. E la parte moderata del Comitato potentino fece del tutto per far mostrare Potenza fredda e fino ad un punto anche avversa alla rivoluzione”(19). La lotta operta e sorda fra le due tendenze non fece che indebolire la compagine del Comitato napoletano il quale di fronte agli avvenimenti che incalzavano si mostrava indeciso e tentennante: questa indecisione si ripercuoteva con tristi effetti nelle province.”. Cassese, a p. 388, nella nota (19) postillava: “(19) Vedi Lacava, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, Napoli, A. Morano, 1865.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, a p….., in proposito scriveva che: “…………”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitani: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Etc…”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 885, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Il comitato centrale dell’Ordine, fondato a Napoli come si è detto con programma politico pari a quello della Società Nazionale, diramò le sue file nelle provincie, ma con scarso successo; e solo trovò qualche seguito in Calabria e in Puglia, e più propriamente nelle Provincie di Cosenza e di Bari. Di quel primo nucleo di lberali di Terra di Bari, chiamatosi anch’esso comitato dell’Ordine, fecero parte alcuni vecchi mazziniani e carbonari; ne fu capo cvisibile Pietro Tisci, e sede la città di Trani, dove il Tisci, etc…”. Giuseppe Garibaldi, ebbe negli anni avvenire diverse amarezze causate da inevitabili dissapori con il Cavour e con i suoi partigiani. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione , nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre. Quello che più mi urtava nei maneggi di cotesto partito era di trovarne le traccie in certi individui che mi erano cari, e di cui mai avrei dubitato. Gli uomini incorruttibili erano dominati coll’ ipocrita ma terribile pretesto della necessità ! La necessità d’esser codardi ! La necessità di ravvolgersi nel fango davanti ad un simulacro di effimera potenza, e non sentire, non capire la robusta, imponente, maschia volontà d’un popolo che, volendo essere ad ogni costo, si dispone a frangere cotesti simulacri e disperderli nel letamaio da dove scaturirono. Cotesto partito, composto di compri giornali , di grassi proconsoli e di parassiti d’ ogni genere, sempre pronto a servire, con ogni specie d’abbassamento e di prostituzione , chi lo paga, e pronto sempre a tradire il padrone quando questi minaccia di crollare, quel partito, dico, mi fa l’effetto dei vermi sul cadavere: il loro numero ne segna il grado di putridume ! In ragion diretta del numero di questi vermi, si può valutare la corruzione d’ un popolo. Io ebbi a soffrire delle mortificazioni da quei signori che la facevan da protettori dopo le nostre vittorie e che ci avrebbero dato il calcio dell’ asino , come lo diedero a Francesco II, se si fosse stati sconfitti, le quali mortificazioni io certo non avrei tollerato, se si fosse d’altro trattato che della causa santa dell ‘ Italia. Per esempio, giungono due battaglioni dell’ esercito sardo non dimandati, con lo scopo reale di non lasciar fuggire la preda della ricca Partenope ed assicurarla, ma col pretesto di mettersi ai miei ordini, se richiesti. Io li chiedo, e mi si risponde che devesi ottenere il beneplacito dell’ ambasciatore ; questi, consultato, risponde che si deve chiedere il permesso a Torino. Ed i miei prodi compagni frattanto si battevano e vincevano sul Volturno, non solamente senza il concorso di un solo soldato dell’ esercito regolare, ma privi dei contingenti che la gioventù generosa di tutta Italia voleva inviarci , e che Cavour e Farini trattenevano od imprigionavano. I pochi giorni passati in Napoli, dopo l’accoglienza gentile fattami da quel popolo generoso, furono piuttosto di nausea, appunto per le mene e sollecitudini di quei tali cagnotti delle monarchie, che altro non sono in sostanza che sacerdoti del ventre, Aspiranti immorali e ridicoli, che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello, colpevole solo d’esser nato sui gradini d’un trono, e per sostituirlo del modo che tutti sanno. Tutti sanno le trame d’una tentata insurrezione, che doveva aver luogo prima dell’arrivo dei Mille per toglier loro il merito di cacciar il Borbone, e farsene poi belli costoro presso l’Italia, con poca fatica e merito. Ciò poteva benissimo eseguirsi se coi grossi stipendi la monarchia sapesse infondere ne’ suoi agenti un po ‘ più di coraggio, e meno amor della pelle. Non ebbero il coraggio d’una rivoluzione i fautori sabaudi, ed era allora tanto facile di edificare sulle fondamenta altrui, maestri come sono in tali appropriazioni; ma ne ebbero molto per intrigare, tramare, sovvertire l’ ordine pubblico, e mentre nulla avean contribuito alla gloriosa spedizione, quando poco rimaneva da fare ed era divenuto il compimento facile, la smargiassavano da protettori ed alleati nostri, sbarcando truppe dell’esercito sardo in Napoli (per assicurare la gran preda, s ‘ intende), e giunsero al punto di protezionismo da inviarci due compagnie dello stesso esercito il giorno dopo la battaglia del Volturno, il 2 ottobre. Sempre il calcio dell’ asino !”. Su Wikipedia leggiamo che Pietro Lacava (Corleto Perticara, 26 ottobre 1835 – Roma, 26 dicembre 1912) è stato un politico italiano. Figlio di Domenico Giuseppe e Brigida Francolino, fu studente a Napoli e Latronico, dove frequentò i corsi di giurisprudenza dell’Arcieri. In questo ambito accademico conobbe ed ebbe rapporti con Giacinto Albini, con cui era legato da vincoli di parentela, e, nonostante la dichiarata fede borbonica della sua famiglia, divenne uno dei più attivi esponenti del movimento liberale. Nel 1857 fu, con Giuseppe Albini e Giuseppe Lazzaro, fra i fondatori del Comitato dell’ordine, che aveva come programma l’unità italiana sotto la monarchia sabauda. In veste di segretario del Comitato, organizzò l’importante dimostrazione degli studenti universitari del 6 aprile 1860 che si tenne a Napoli in largo di S. Francesco da Paola (oggi piazza del Plebiscito). A tale manifestazione parteciparono molti giovani lucani, fra cui il fratello di Pietro, Michele Lacava, Aurelio Casale di Spinoso, Graziano e Gerardo Marinelli di Abriola, Michele Del Monte di Moliterno. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 4 e ss., in proposito scriveva: “Questo atteggiamento creò due correnti nel regno napoletano: una più scarsa di simpatia verso il Piemonte, l’altra più numerosa di odio contro il Borbone, che, specialmente dopo che la Francia e l’Inghilterra ebbero richiamati dalla capitale i loro rappresentanti, fu giudicato ostacolo quasi unico contro il civile progresso. Così quando il Mazzini nel 1856 lanciò il suo appello, che chiamava tutti gli uomini liberi a raccogliersi sotto il vessillo dell’Unità, a Napoli si formò il ‘Centro Promotore del sud Peninsulare’…..E quando Carlo Pisacane ideò la sua spedizione nell’Italia Meridionale, il comitato napoletano aveva fatto assegnamento sulla Lucania, più che sul Cilento. L’impresa Pisacane ebbe una conclusione dolorosa e triste, che portò il dolore e lo sconforto nelle provincie meridionali, affievolendone lo spirito di organizzazione. Ma un nuovo avvenimento riaccese gli animi repressi: la seconda Guerra d’Indipendenza. Un nuovo partito, ispirato da Cavour e diretto da Lafarina, sorgeva intanto a Torino. Il programma del nuovo partito era come si sa: ‘Indipendenza, Unione, Casa Savoia’. La nuova associazione risvegliò gli antichi mazziniani di Napoli. Essi riordinarono le file del vecchio centro, che mutò nome. Si chiamò ‘Comitato Centrale dell’Ordine’ e fondò un suo organo clandestino: ‘Il Corriere di Napoli’. Ad Albini, che era uno dei componenti il Comitato di Napoli, fu affidata la cura di tutte le provincie meridionali, e specialmente della Provincia di Potenza. Egli chiamò in vita l’antica organizzazione del 1857, per quanto inattiva ancora in piedi, perchè contro di essa la reazione non aveva incrudelito come era avvenuto nel Cilento, per opera dell’intendente Rosica, uomo temperato e mite e che non aveva neanche creduto alle accuse mosse dall’intendente di Salerno. Nell’agosto del 1859 il Comitato dell’Ordine di Napoli aveva dato disposizioni per la rivolta…..(p. 6) L’insurezione si voleva subito durante l’agosto, ma non se ne fece nulla e non fu un male. A Napoli intanto incominciano i dissidi politici. Il Comitato dell’Ordine, che prima faceva capo al partito Laarina, quando nel suo seno entrò il Matina, si orientò risolutamente verso Genova e il Bertani. Il Comitato, però per quanto formato da uomini di diverse mentalità politiche, operò in principio concordemente. I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “I democratici cercavano intanto di organizzarsi intorno a Garibaldi, sia quando questi era a capo dei volontari nell’Italia centrale (98), sia quando nel novembre lasciò il comando. Il risentimento verso Farini e Fanti preparò il suo ritiro dalla ‘Società Nazionale e lo rese disponibile per diventare lo esponente degli antichi repubblicani che, dopo aver aderito lealmente alla guerra regia, si rendevano conto dell’impossibilità di agire senza l’appoggio della monarchia sabauda e cercavano faticosamente di formulare un programma per assumere una posizione precisa nella vita politica italiana (99).”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a p. 53, in proposito scriveva che: “Dal dicembre ’58 i democratici avevano accettato la subordinazione ai moderati ed il ruolo di fiancheggiatori dello Stato sabaudo e non potevano mutare il loro atteggiamento nel bel mezzo di una impresa difficilissima, che richiedeva la mobilitazione di tutte le energia: lo improvviso irrigidimento di Bertani provocò la dissoluzione politica del gruppo che si era raccolto intorno a Garibaldi nel gennaio del ’59.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura i chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 30, in proposito scriveva: “Ma le innumerevoli condanne al carcere e all’esilio non valsero a far finire le cospirazioni. Esse, invece, ebbero proprio allora un potentissimo impulso per opera di Giacinto Albini, giustamente definito da Crispi “il Mazzini della Lucania”. Vedremo in seguito che, nella sua immensa opera di propaganda, Giacinto Albini ebbe grandi collaboratori, fra cui, in prima linea, il fratello Nicola, Carmine Senise e Pietro Lacava. Qui ci limitiamo a dire che dopo la guerra in Crimea e soprattutto dopo il fallimento della spedizione di Sapri, i cospiratori lucani abbandonarono definitivamente il programma mazziniano ed accettarono la formula, alla quale aveva già aderito Giuseppe Garibaldi: “Italia e Vittorio Emanuele. Nel 1860, la Lucania dette un contributo veramente decisivo al trionfo completo della leggendaria spedizione dei Mille.“.
IL COMITATO D’AZIONE
Raffaele De Cesare (….), nel suo“La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XV, a pp. 831-832, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Il comitato d’Azione venne su quando il comitato dell’Ordine, rifatto il 9 luglio, dopo il ritorno degli esuli, assunse un contegno decisamente cavourriano, onde per reazione si accentuò garibaldino, con una tinta di mazziniano e di municipale. Lo fondarono e ne furono la maggiore forza Giuseppe Libertini, Giuseppe Ricciardi, Filippo Agresti, Nicola Mignogna, nonché Giacinto Albini e Giuseppe Lazzaro: però i due comitati si trovarono d’accordo nel promuovere l’insurrezione nelle provincie prima dello sbarco di Garibaldi; e poiché la provincia, la quale si assicurava meglio apparecchiata ad insorgere, e dalla quale si chiedevano capi militari e civili, era la Basilicata, il comitato dell’Ordine fece partire per Corleto, dove aveva sede un comitato insurrezionale, il colonnello Boldoni e Pietro Lacava, ai quali si unirono il Mignogna e l’Albini del comitato d’Azione. Il Mignogna era stato uno dei Mille, e Garibaldi lo aveva inviato sul continente per effrettarvi l’insurrezione, con Giuseppe Pace, Domenico Damis, Ferdinando Bianchi e Francesco Stocco. Questi restarono in Calabria, dove furono utilissimi all’insurrezione: Pace e Damis, nel circondario di Castrovillari; Bianchi in quello di Cosenza, e Stocco in provincia di Catanzaro, dove pure si era costituito un comitato insurrezionale il 24 agosto, che proclamò la rivoluzione, e il 26 indisse il plebiscito per la nomina dei prodittatori. Il maggior pericolo per la dinastia lo rappresentava il comitato dell’Ordine, che aveva più seguito e più credito a molti mezzi ed era in diretta relazione con Cavour, coi suoi agenti di Napoli e singolarmente col Visconti Venosta, col Mezzacapo, col Ribotty, col Finzi e con Villamarina; e, dopo il 3 agosto, col Persano.”. Immacolata Venturi (….), nel suo “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 42 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Comitato di Napoli (rinominatosi, nell’aprile del 1860, “Comitato Napoletano della Società Nazionale Italiana”) continuava a insistere sul ruolo della Basilicata come motore dell’insurrezione “preventiva” (81). Gli si unì la “Società Nazionale” facente capo a Lafarina a Torino e, a Genova, ad Agostino Bertani. Il Comitato di Napoli diventò “Comitato dell’Ordine” (82), che – si legge in Racioppi – etc…Il Comitato dell’Ordine, perciò, si terrà in diretta ed esclusiva corrispondenza con me qual delegato del General Garibaldi.” (83). L’unione tra i vari comitati non fu sempre pacifica, soprattutto nei rapporti tra Genova e la Basilicata, anche perché si era piuttosto restii, da parte dei basilicatesi, ad uno sbarco di Garibaldi sul continente, in quanto etc…Si aggiungeva che l’arrivo di Giuseppe Libertini da Genova diede l’avvio ad un “Comitato di Azione” nel quale entrarono Filippo Agresti (84), Luigi Zuppetti, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giovanni Matina e Giuseppe Ricciardi. Questo dualismo, per fortuna, aveva comunque, come punto d’incontro, l’organizzazione di una rete “preventiva” sul territorio basilicatese, onde evitare schieramenti di borbonici nell’area “cerniera” di Auletta (85).”. Venturi, a p. 42, nella nota (77) postillava: “(77) G. Pécout, Il lungo Risorgimento. La nascita dell’Italia contemporanea (1770-1922), Milano, Bruno Mondadori, 2011”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 377-378, in proposito scriveva che: “….Sentiamolo dalla bocca del De Cesare, storico diligente e minuzioso: “…..Com’era chiaro, il Comitato aveva due anime, le quali più tardi lo porteranno fatalmente a scindersi: una avanzata, progressista e repubblicana, che traeva ispirazione dal verbo, mazziniano; l’altra moderata, conservatrice, monarchica, che era sotto l’influsso della politica piemontese e savoiarda. Queste due opposte correnti politiche per il momento camminano sulla stessa strada e collaborano attivamente fra loro secondo il principio concordemente accettato dell’unità a tutti i costi. La stessa situazione, dove più, dove meno chiaramente, si rispecchia nelle province, nelle quali il Comitato è riuscito a formarsi. A dare energico impulso per la costituzione del Comitato nel Salernitano giunse opportuno nel novembre del ’59 un ardito emissario del Comitato napoletano: Beniamino Marciano (6)…Il Marciano giunse a Salerno il 16 novembre per impartire insegnamento nelle pubbliche scuole.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 382, in proposito scriveva che: “Fu così che, nel febbraio del ’60, fu costituito finalmente il Comitato salernitano, del quale fecero parte il Marciano, Vincenzo Trucillo, gli avvocati Nicola Ferretti, Pietro del Mercato e Antonio de Meo, l’architetto Francesco de Pasquale, gli operai Matteo Rossi e Michele Casola.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 383-384, in proposito scriveva che: “Il Comitato popolare, malgrado la fiera opposizione borghese, continuava per la sua strada. Era stata già creata una fitta rete di abili corrispondenti, i quali, specialmente nella zona sud, avevano formato attivi centri rivoluzionari: Antonio Carrano operava a Diano, Lorenzo Curzio a S. Angelo Fasanella, la famiglia Magnone nel Cilento, Francesco Gagliardi a Montesano, Vincenzo Castagna a Campagna, Francesco Cristaino a Sicignano, a così via (13).”. Cassese, a p. 384, nella nota (13) postillava: “(13) Vedi dichiarazione del de Meo, in op. cit. pag. 65.”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo di tutta l’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i quali, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione”(22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 102, in proposito scriveva che: “A Napoli in competizione con il Comitato d’ordine, il gruppo radicale aveva costituito un Comitato d’Azione, dove c’erano oltre a Matina, Libertini, Mignogna, Agresti e Zuppetti. Per loro la sollevazione nel sud del salernitano serviva a bloccare le comunicazioni con la Calabria ed ad aprire la strada a Garibaldi ma anche a segnare un punto di vantaggio dei radicali nella competizione per la leadership con i moderati del Comitato d’ordine (60). Era questo il naturale riferimento politico ed organizzativo dei Magnoni.”. Pinto, a p. 102, nella nota (60) postillava: “(60) Roberto Parrella, Consenso sociale e partecipazione politica all’iniziativa garibaldina, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno cit.. Vedi anche R. PARRELLA, Notabili a salerno prima e dopo l’unità, E-doxa, Roma, 2003.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XIV-XV, in proposito scriveva che: “Sarebbe una vera ingratitudine, ed un falsare la storia il voler negare al Nicotera una gran parte nelle cagioni del nuovo ordinamento, ed io sarei per dire che egli soccumbendo vinse assai meglio che se avesse trionfato…..Matina inspirante, le pratiche acquistarono maggiore efficacia e dopo qualche anno per impulso del Comitato napoletano un altro se ne fondava a Salerno. La storia della provincia deve ricordare con affetto i nomi di coloro che si fecero centro periglioso de’ nuovi e segreti movimenti. Beniamino Marciani, Antonio De Meo, Pietro Del Mercato, Nicola Ferretti e Francesco De Pasquale; nè dimenticherà di voi, etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 386-387, in proposito scriveva che: “Fu così che sorse, al principio di giugno, un Comitato nettamente borghese, inizialmente agnostico sul piano politico. “Era, scrive il già citato de Meo, un Comitato senza programma, senza simbolo di fede, e senza essere riconosciuto che dai soli componenti: il motto che lo rappresentava rivelava la ingiustizia di un esercizio, a solo intento di fare una cosa nuova onde far vedere che Salerno era indipendente da Napoli” (17). La formazione del nuovo Comitato, di cui erano a capo Sergio Pacifico, Modestino Faiella e Giovanni Luciani, segnò definitivamente il distacco fra le due correnti, e significò che la borghesia salernitana non intendeva contribuire col suo danaro – insistentemente richiesto dai popolari – ad alimentare una rivoluzione etc…Allora, dichiara il de Meo, ci persuademmo che tutti i nostri sforzi erano infruttuosi etc…Questi rilievi del de Meo sono di un’esattezza puntuale.”. Cassese, a p. 384, nella nota (15) postillava: “(15) Vedi dichiarazione del de Meo in op. cit., p. 63”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 387, in proposito scriveva che: “I moderati meridionali, essendo restii a qualunque rivoluzione, si accontentavano della costituzione borbonica. E questo orientamento politico retrivo si verificava a Salerno come nelle altre province del Mezzogiorno, tra le quali Potenza, dove di fronte alla corrente progressiva capeggiata da Giacinto Albini, vi era quella dei costituzionalisti, in massima parte formata da grossi proprietari terrieri, che era rappresentata da Nicola Alianelli. Ond’è che giustamente Michele Lacava, concordando col pensiero del de Meo, nota “che gli uomini del 1848 presero parte secondaria nella rivoluzione del 1860; le persecuzioni, le galere, avevano in essi fatto venir meno la fede dell’avvenire della Patria. La rivoluzione del 1860 fu in gran parte opera della goiventù che non aveva precedenti positivi. E la parte moderata del Comitato potentino fece del tutto per far mostrare Potenza fredda e fino ad un punto anche avversa alla rivoluzione”(19). La lotta operta e sorda fra le due tendenze non fece che indebolire la compagine del Comitato napoletano il quale di fronte agli avvenimenti che incalzavano si mostrava indeciso e tentennante: questa indecisione si ripercuoteva con tristi effetti nelle province.”. Cassese, a p. 388, nella nota (19) postillava: “(19) Vedi Lacava, Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero, Napoli, A. Morano, 1865.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, a p….., in proposito scriveva che: “……”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitani: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Etc…”. Raffaele De Cesare (….), nel suo“La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 885, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Il comitato centrale dell’Ordine, fondato a Napoli come si è detto con programma politico pari a quello della Società Nazionale, diramò le sue file nelle provincie, ma con scarso successo; e solo trovò qualche seguito in Calabria e in Puglia, e più propriamente nelle Provincie di Cosenza e di Bari. Di quel primo nucleo di lberali di Terra di Bari, chiamatosi anch’esso comitato dell’Ordine, fecero parte alcuni vecchi mazziniani e carbonari; ne fu capo cvisibile Pietro Tisci, e sede la città di Trani, dove il Tisci, etc…”. Giovanni Di Capua (….), nel suo Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a pp. 42-43, in proposito scriveva che: “Dopo il 1860, al movimento di ispirazione mazziniana che conteneva un programma repubblicano e rivoluzionario, da attuare secondo i princìpi della ‘Giovane Italia’, fu dato il nome di Partito d’Azione. Composto da elementi molto diversi per origine e intenzioni, che andavano dai mazziniani ortodossi a uomini insofferenti di ogni disciplina e a democratici radicali venati di socialismo, l’atttività del Partito d’Azione si esplicò nella preparazione e nell’appoggio dato alle imprese di Garibaldi, che si conclusero infelicemente all’Aspromonte (1862) e a Mentana (1867).”. Ruggero Moscati (….), nel suo “La Fine del Regno di Napoli – Documenti borbonici del 1859-60, Le Monnier, Firenze, 1960, a p……, in proposito scriveva che: “……….”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 6, in proposito scriveva: “A Napoli intanto incominciano i dissidi politici. Il Comitato dell’Ordine, che prima faceva capo al partito Lafarina, quando nel suo seno entrò il Matina, si orientò risolutamente verso Genova e il Bertani. Il Comitato, però per quanto formato da uomini di diverse mentalità politiche, operò in principio concordemente. I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’. Il loro programma era unitario ed ebbe la formula: unità, sovranità nazionale, con Vittorio Emanuele a Roma.”. Su Giuseppe Libertini, su Wikipedia leggiamo che con il colpo di Stato di Ferdinando II, che revocava la costituzione concessa mesi prima, gli eventi precipitarono e Libertini si trovò dinanzi alla scelta obbligata di sciogliere il comitato e darsi all’esilio. Nei primi anni cinquanta dell’Ottocento si chiudevano infatti i processi relativi ai fatti e agli sconvolgimenti di quegli anni, dai quali Libertini ed i suoi principali collaboratori uscirono con gravi condanne detentive. Libertini riparò dunque a Corfù e di lì a Londra, dove entrò in un rapporto di stretta collaborazione con Mazzini. Nel frangente unitario, assieme agli altri repubblicani mazziniani, tra cui anche Vincenzo Abati, egli dovette accodarsi alla soluzione monarchica, già tracciata dalla Società Nazionale e accettata dallo stesso Garibaldi. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Giuseppe Lazzaro (….), nel suo, Memorie sulla rivoluzione nell’Italia meridionale dal 1848 al 7 settembre 1860, Napoli, 1867, nel capitolo….”Sapri”, a p. 208 e ssg., in proposito scriveva: “E’ però da notare che nella Provincia di Salerno quel dualismo tra autorevoli, e giovani, era molto più pronunciato che a Napoli stesso.”.
Nell’agosto del 1860, i dissidi fra Mazziniani (Repubblicani e radicali) e Cavouriani (liberali ex attendibili e moderati), i dissidi fra i due Comitati dell’Ordine e dell’Azione
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 389, in proposito scriveva che: “Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazione dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitan: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito, e sfidando le ire degli avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Il quale, sbarcato il 20 agosto in Calabria, marciava speditamente verso la Capitale.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: “Il capo morale dell’insurrezione salernitana nel ’60 fu certamente Giovanni Matina. Egli, come s’è detto, con decreto del 23 agosto emanato dal Comitato d’Azione, fu ominato “Alto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna”. Per il distretto di Vallo fu nominato allo stesso ufficio Lucio Magnoni. Il documento a favore del Matina dice che la nomina “importa imperio assoluto, in talune emergenze, anche sul potere militare; ed avrà (il Commissario) il potere di nominare altri impiegati civili. Egli (continua il documento) corrisponderà direttamente col Comitato Unitario di Napoli (26). Questo documento è molto importante, sia per l’ampiezza dei poteri conferiti al Matina, sia anche perché gli si riconosceva assoluta autonomia rispetto non solo all’altro Comitato, quello dell’ordine, di Salerno, ma anche nei riguardi degli analoghi Comitati delle provincie contermini.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 389, in proposito scriveva che: “In che consisteva il disaccordo fra i due Comitati? “La disunione, scrisse il 29 agosto C. Di Persano al Cavour, che persiste fra i due Comitati dell’Ordine e dell’Azione, il primo dei quali vuole l’insurrezione subito a fine di obbligare il Re ad andarsene senza l’intervento del generale Garibaldi, mentre il secondo fa invece ogni suo possibile per ritardarla, bramoso che non abbia luogo se non per mezzo di lui, e che succeda fragorosa e tutta in suo nome, mi persuade, Eccellenza, che la via propria da seguirsi sarebbe un perfetto accordo col Generale….” (23). Si trattava, dunque, di fare una rivoluzione preventiva che diminuisse il prestigio, o che lo contenesse entro limiti modesti, del partito d’Azione e di Garibaldi per evitare che venissero poste certe istanze repubblicane che avrebbero potuto cambiare la linea strutturale dell’edificio nazionale disegnato dalla mente geniale di Cavour. La battaglia fu aspra ed accanita in tutti i maggiori centri del Regno; e fu combattuta con tutte le armi dell’astuzia borghese.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitani: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Etc…”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a pp. 461-462, in proposito scriveva che: “All’alba del sei Garibaldi fu in Auletta, dove ricevè Giacinto Albini, l’altro prodittatore di Basilicata, e lo nominò governatore della stessa provincia, con pieni poteri. E in quella guisa che, il giorno innanzi, a Casalnuovo, aveva nominato Bertani segretario generale della dittatura, da Auletta scrisse ai due comitati di Napoli, come invito alla concordia, queste parole: “Ai signori Giuseppe Libertini, Raffaele Conforti, Giuseppe Pisanelli, Filippo Agresti, Camillo Caracciolo di Bella, Giuseppe Ricciardı e Andrea Colonna : Per il bene della causa dell’unità italiana, vi prego di riunirvi a comporre il comitato unitario nazionale. Attendo ogni aiuto dal vostro illuminato e ardente patriottismo„ . Libertini, Agresti e Ricciardi appartenevano al comitato di Azione ; Pisanelli, Caracciolo e Colonna, al comitato dell’Ordine, e Raffaele Conforti a nessuno dei due , ma aveva la fiducia di entrambi.”. Giuseppe Garibaldi, ebbe negli anni avvenire diverse amarezze causate da inevitabili dissapori con il Cavour e con i suoi partigiani. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione, nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre. Quello che più mi urtava nei maneggi di cotesto partito era di trovarne le traccie in certi individui che mi erano cari, e di cui mai avrei dubitato. Gli uomini incorruttibili erano dominati coll’ ipocrita ma terribile pretesto della necessità ! La necessità d’esser codardi ! La necessità di ravvolgersi nel fango davanti ad un simulacro di effimera potenza, e non sentire, non capire la robusta, imponente, maschia volontà d’un popolo che, volendo essere ad ogni costo, si dispone a frangere cotesti simulacri e disperderli nel letamaio da dove scaturirono. Cotesto partito, composto di compri giornali , di grassi proconsoli e di parassiti d’ ogni genere, sempre pronto a servire, con ogni specie d’abbassamento e di prostituzione , chi lo paga, e pronto sempre a tradire il padrone quando questi minaccia di crollare, quel partito, dico, mi fa l’effetto dei vermi sul cadavere : il loro numero ne segna il grado di putridume ! In ragion diretta del numero di questi vermi, si può valutare la corruzione d’ un popolo. Io ebbi a soffrire delle mortificazioni da quei signori che la facevan da protettori dopo le nostre vittorie e che ci avrebbero dato il calcio dell’ asino , come lo diedero a Francesco II, se si fosse stati sconfitti, le quali mortificazioni io certo non avrei tollerato, se si fosse d’altro trattato che della causa santa dell ‘ Italia. Per esempio, giungono due battaglioni dell’ esercito sardo non dimandati, con lo scopo reale di non lasciar fuggire la preda della ricca Partenope ed assicurarla, ma col pretesto di mettersi ai miei ordini, se richiesti. Io li chiedo, e mi si risponde che devesi ottenere il beneplacito dell’ ambasciatore ; questi, consultato, risponde che si deve chiedere il permesso a Torino. Ed i miei prodi compagni frattanto si battevano e vincevano sul Volturno, non solamente senza il concorso di un solo soldato dell’ esercito regolare, ma privi dei contingenti che la gioventù generosa di tutta Italia voleva inviarci , e che Cavour e Farini trattenevano od imprigionavano. I pochi giorni passati in Napoli, dopo l’accoglienza gentile fattami da quel popolo generoso, furono piuttosto di nausea, appunto per le mene e sollecitudini di quei tali cagnotti delle monarchie, che altro non sono in sostanza che sacerdoti del ventre, Aspiranti immorali e ridicoli, che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello, colpevole solo d’esser nato sui gradini d’un trono, e per sostituirlo del modo che tutti sanno. Tutti sanno le trame d’una tentata insurrezione, che doveva aver luogo prima dell’arrivo dei Mille per toglier loro il merito di cacciar il Borbone, e farsene poi belli costoro presso l’Italia, con poca fatica e merito. Ciò poteva benissimo eseguirsi se coi grossi stipendi la monarchia sapesse infondere ne’ suoi agenti un po ‘ più di coraggio, e meno amor della pelle . Non ebbero il coraggio d’una rivoluzione i fautori sabaudi, ed era allora tanto facile di edificare sulle fondamenta altrui, maestri come sono in tali appropriazioni; ma ne ebbero molto per intrigare, tramare, sovvertire l’ ordine pubblico, e mentre nulla avean contribuito alla gloriosa spedizione, quando poco rimaneva da fare ed era divenuto il compimento facile, la smargiassavano da protettori ed alleati nostri, sbarcando truppe dell’esercito sardo in Napoli (per assicurare la gran preda, s’intende), e giunsero al punto di protezionismo da inviarci due compagnie dello stesso esercito il giorno dopo la battaglia del Volturno, il 2 ottobre. Sempre il calcio dell’ asino !”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 6, in proposito scriveva: “I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Su Giuseppe Libertini, su Wikipedia leggiamo che con il colpo di Stato di Ferdinando II, che revocava la costituzione concessa mesi prima, gli eventi precipitarono e Libertini si trovò dinanzi alla scelta obbligata di sciogliere il comitato e darsi all’esilio. Nei primi anni cinquanta dell’Ottocento si chiudevano infatti i processi relativi ai fatti e agli sconvolgimenti di quegli anni, dai quali Libertini ed i suoi principali collaboratori uscirono con gravi condanne detentive. Libertini riparò dunque a Corfù e di lì a Londra, dove entrò in un rapporto di stretta collaborazione con Mazzini. Nel frangente unitario, assieme agli altri repubblicani mazziniani, tra cui anche Vincenzo Abati, egli dovette accodarsi alla soluzione monarchica, già tracciata dalla Società Nazionale e accettata dallo stesso Garibaldi. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a p. 53, in proposito scriveva che: “Dal dicembre ’58 i democratici avevano accettato la subordinazione ai moderati ed il ruolo di fiancheggiatori dello Stato sabaudo e non potevano mutare il loro atteggiamento nel bel mezzo di una impresa difficilissima, che richiedeva la mobilitazione di tutte le energia: lo improvviso irrigidimento di Bertani provocò la dissoluzione politica del gruppo che si era raccolto intorno a Garibaldi nel gennaio del ’59.”. Alfonso Scirocco (….), nel suo “I democratici italiani da Sapri a Porta Pia”, a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Ma nel ’60 ancor più che nel ’59, Mazzini era privo di mezzi, non trovava collaborazione e sul piano pratico la sua intensa attività non otteneva risultati (47). Allo stato della documentazione non ci sembra quindi di potere affermare, come fa il Romano, che nel ’60 la lotta politica ebbe dimensioni trilaterale e si fondò sui rapporti reciprocamente condizionanti Mazzin-Garibaldi-Cavour (48), se non nel senso che Mazzini fu lo sprone all’intransigenza bertaniana e lo stimolò dialettico della politica cavouriana.”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 73, in proposito scriveva: “Il Comitato Centrale della Società Nazionale Unitaria, aveva la sua sede a Napoli. Ogni Comitato era diviso in due sezioi: una di consulenza e l’altra di azione. Il concetto della Società era prevalentemente repubblicano, ma il dissidio fra moderati e radicali sembrava insanabile, perchè questi volevano seguire la via tracciata dal Mazzini, mentre gli altri si adattarono volentieri a desiderare l’Unità d’Italia con a capo Vittorio Emanuele II°. Essi erano stati influenzati dall’azione dei molti giovani, già profughi nel Piemonte, che diffusero e patrocinarono quanto avevano appreso durante il loro esilio nel Piemonte. I moderati, infatti, consolidarono la loro posizione chiamando a raccolta i galantuomini, la nuova borghesia, i proprietari agricoltori, per svolgere una energica azione per la Unità d’Italia, trascurando tutta la gran massa proletaria che in prosieguo divenne turbolente e astiosa contro i governi che si succedettero dal 1860 al 1865.”. Predome cita il testo di Saverio Cilibrizzi (….) ed suo “I grandi lucani nella storia della nuova Italia”, Conte Editore, Napoli. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p….., in proposito scriveva: “Ma le innumerevoli condanne al carcere e all’esilio non valsero a far finire le cospirazioni. Esse, invece, ebbero proprio allora un potentissimo impulso per opera di Giacinto Albini, giustamente definito da Crispi “il Mazzini della Lucania”. Vedremo in seguito che, nella sua immensa opera di propaganda, Giacinto Albini ebbe grandi collaboratori, fra cui, in prima linea, il fratello Nicola, Carmine Senise e Pietro Lacava. Qui ci limitiamo a dire che dopo la guerra in Crimea e soprattutto dopo il fallimento della spedizione di Sapri, i cospiratori lucani abbandonarono definitivamente il programma mazziniano ed accettarono la formula, alla quale aveva già aderito Giuseppe Garibaldi: “Italia e Vittorio Emanuele. Nel 1860, la Lucania dette un contributo veramente decisivo al trionfo completo della leggendaria spedizione dei Mille. Prima di metter in risalto questa eccezionale cooperazione, è opportuno accennare ad un interessante episodio, di cui fu protagonista un lucano.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 79, in proposito scriveva che: “Ad aumentare il marasma morale e sociale contribuì in modo notevolissimo la piccola borghesia che tiranneggiava le popolazioni di tutti i comuni rurali mediante il monopolio delle cariche amministrative e giudiziarie. Quasi sempre il sindaco, il capourbano, il supplente giudiziario, il cancelliere comunale, l’esattore ed il parroco uscivano da una o due famiglie ora alleate ed ora ostili, in ogni caso pronte ai più impensati compromessi quando si trattava di difendere comuni interessi. Senza allontanarci dal circondario di Sanza, rileviamo come imperava “il dispotismo dela famiglia dei sedicenti Baroni Gallotti, la quale – riferisce il sottintendente – memore delle grandezze e poteri de’ passati feudatari, vorrebbe esercitarvi un pieno dispotismo”. Intriganti, corrotti, immorali, i Gallotti tiranneggiavano il comune di Morigerati. …”. Inoltre, sempre il Cassese, sugli attendibili del periodo pre-unitario scriveva: “Da questa borghesia turbolenta, faccendiera e senza scrupoli, pronta ad ogni predominio che le consentiva un pacifico sfruttmento delle popolazioni rurali, non c’era da attendersi se non uno sfacciato doppio gioco, una calcolata condotta che le permetteva al momento giusto di dimostrare di essere stata fedele al governo, oppure vantare il proprio liberalismo.”. Cassese, a p. 80, nella nota (71) postillava: “(71) Parecchi documenti provano codesto atteggiamento di molti attendibili….Carmine Perazzo di Torraca, poi, che nel ’48 era stato ufficiale della G.N., chiese ed ottene di essere cancellato dalle liste, ed egual premio ebbe d. Giuseppe De Petrinis di Sala “in modo lodevole in cui si è comportato – scrisse Ajossa al sottintendente di Sala il 2 settembre ’57 – all’occasione del noto avvenimento di Sapri” (Gab. dell’Intendenza, B. 77, vol. II, c. 2). Giusto tre anni dopo il De Petrinis, diventato maggiore delle truppe garibaldine, ebbe l’onore di ospitare Giuseppe Garibaldi quando giunse a Sala il 5 settembre. Cfr. M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860, in Arch. Stor. Sal., I (1921), p. 136.”.
Nel 1860, le condizioni del basso CILENTO, del VALLO di DIANO e del LAGONEGRESE
Silvia Sinscalchi (….), nel suo “Il Cilento tra immaginario collettivo e realtà geografica”, in “Il viaggio di C.T. Ramage attraverso il Cilento nella prima metà del XIX secolo”, a pp. 223-224, in proposito scriveva che: “Ritenuta un mondo a sé, con «usanze e consuetudini di stampo primitivo, “la terra dei tristi”, secondo la definizione della polizia borbonica, ossia “terra di assassini e di briganti, dove la violenza era legge comunque, la vendetta privata principio indiscusso”»(26), la «vasta montuosa, ed amena regione del Cilento»(27)(fig. 1) incuteva timore con il suo misterioso topo-coronimo (di uso tardo ma di antica origine)(28), i dubbi conini (29), i paesaggi selvaggi, i centri abbarbicati su cime irte e scoscese, le marine spesso deserte30. I viaggiatori del tempo non oltrepassavano Paestum (già di per sé diicilmente raggiungibile (31), «perché il cammino era insicuro, infestato dai briganti, denso di pericoli»(32), come avvertivano Macfarlane e, ancora, diversi anni dopo, Lenormant, che considerava «i luoghi al di là di Paestum come terre ove prima di penetrare era ragionevole far testamento»(33).”. Francois Lenormant (….), nel 1883, nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie”, vol. II, a pp. 235-236 e ssg., parlando del Cilento impervio e suggestivo, nel 1883, in proposito scriveva che: “Un napoletano condannato a questa spedizione farebbe testamento prima di intraprenderla. La situazione è così grave che mi ci sono voluti diversi anni per ottenere le informazioni necessarie per organizzare un’escursione. Nelle guide turistiche non ho trovato alcuna informazione sull’argomento e ho cercato informazioni invano a Napoli e a Sallanches. Anche in quest’ultima città, nessuna delle società di noleggio che di solito forniscono carrozze agli stranieri era a conoscenza dei percorsi, delle distanze e delle posizioni reclinate possibili nel Cilento, e non aveva un cocchiere che si prendesse la briga di imbarcarsi a casaccio. È al signor La Cava che devo la mia capacità di esaudire questo desiderio a lungo accarezzato, di fare un viaggio lì, purtroppo troppo breve, ma che mi riprometto di ripetere un’altra volta, più completamente, spingendomi fino a Policastro e Sapri, per visitare, dopo Velia, i siti delle antiche città di Molpa, Pisso e Scidro. Ho degli amici a Rotino, ed è stato tramite loro che è riuscito a conoscere la conformazione del nostro piccolo paese. Per il turista che volesse andarci nello stato attuale e senza tale assistenza, è Eboli che deve andare. Solo lì troverà indicazioni precise e potrà accordarsi con un trasportatore. Infatti, in attesa che il Cilento venga attraversato dalla ferrovia, il primo tratto della linea Napoli-Reggio lungo il Mar Tirreno, quasi ultimato e che sarà presto aperto fino a Ogliastro, è la stazione di Eboli a servire le comunicazioni di questa regione con Salerno, Napoli e il resto d’Italia. I cocchieri della città sono quindi abituati ad andarci. Ci sono persino carrozze che, in diversi punti del percorso, forniscono il servizio postale per Vallo e da lì a Policastro, e se non vi dispiace la folla, con i contadini, si possono affittare posti a sedere a un prezzo bassissimo, proprio come in una diligenza. Ciò che ha reso il Cilento finora un paese inesplorato e inavvicinabile, come isolato dal resto del mondo e in cui i viaggiatori non penetrano, è la formidabile reputazione ancora legata al suo nome. Il solo sentirlo fa sì che la gente si faccia il segno della croce a Napoli e a Salerno. Suscita pensieri di pericolo da parte dei briganti che ispirano una sorta di terrore. Andare nel Cilento, per molti, sembra entrare in un covo di ladri.Si potrebbe facilmente credere che non sia possibile farlo senza prendere la precauzione di pagare un anticipo di ricatto. In effetti, questa regione fu per lungo tempo il covo e il rifugio delle bande che infestavano la pianura da Salerno a Paestum e la Valle Panoramica sulla strada per Potenza. Era da qui che i briganti scendevano a derubare contadini e passanti, ed era lì che si rifugiavano dopo il delitto, non appena si vedevano inseguiti. I contadini della zona, tuttavia, non erano gente benestante. Mi dicono che erano più inclini al brigantaggio di altri, e tra le bande che presero il Cilento come loro quartier generale, c’erano molte persone provenienti da altrove. Ma le gole e i boschi di questa regione offrivano loro eccezionali opportunità di nascondersi, al riparo da ogni perquisizione. Divisi in piccoli villaggi che non avrebbero potuto radunare un numero sufficiente di uomini per difendersi, gli abitanti erano in balia delle bande che si insediavano nei loro pressi;di conseguenza, si impegnavano a vivere in armonia con loro, fornendo loro vettovaglie e aiutandoli a nascondersi, invece di denunciarli. I proprietari terrieri si occupavano di queste bande e pagavano loro un tributo regolamentato da rispettare. Il risultato di questo fenomeno fu che la sicurezza era piuttosto elevata, nonostante la presenza di briganti, nel paese stesso, mentre le regioni circostanti erano soggette a devastazioni di cui erano il punto di partenza e, per così dire, il fulcro. L’accesso era reso molto difficoltoso anche dall’infestazione delle strade. Ma in realtà, c’era forse più pericolo andando da Salerno o da Paestum che da lì verso il Cilento. Attualmente, lì come ovunque, è in corso l’energica repressione portata avanti dal governo italiano da diversi anni, segnata da vere e proprie campagne militari contro le bande, ha completamente sradicato il brigantaggio.La sorveglianza attiva mira a renderne impossibile la ripresa. Non nascondo che l’abbondanza di gendarmeria, le cui brigate si possono vedere installate in quasi ogni villaggio del distretto di Vallo, e le pattuglie che controllano le strade, suggeriscono che se queste misure precauzionali fossero allentate, ci sarebbe ancora motivo di temere di vedere il vecchio stato di cose tornare. Ma i gendarmi sono lì, e la vista dei loro cappelli a tricorno, così come i loro volti onesti, è sufficiente a rassicurare anche i più timidi. Un tour del terribile Cilento è ormai sicuro come un’escursione alla periferia di Napoli; anche lì, chi sogna avventure pericolose deve rinunciare a incontrarle.Nel nostro secolo di ferrovie e governi costituzionali, viaggiare sta diventando decisamente prosaico ovunque.”. Su Francois Lenormant ha scritto Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a pp. 35-36, in proposito scriveva: “E’ necessario ora accennare alle condizioni fisiche, economiche, culturali, igieniche e demografiche di quella singolare regione del Mezzogiorno. Un insigne storico ed archeologogo francese, Francesco Lenormant, dopo aver visitato la Basilicata, la definì “la più selvaggia forse delle province d’Italia”. La superficie della regione è di 9987 chilometri quadrati, di cui soltanto l’ottava parte è pianeggiante. Il resto del suolo è costituito da montagne e da colline. L’Appennino Lucano abbraccia: il gruppo vulcanico del Volture, che alto 185 metri, etc…”. Cilibrizzi (…), a p. 36, continuando il suo racconto sulla Basilicata scriveva: “In primo luogo, la regione, per le sue catene di montagne, per le sue colline, per le sue vie dirupate e per la mancanza di porti sul mare, è, in gran parte, tagliata fuori da ogni commercio. Umberto Zanotti – Bianco, nell’interessantissimo libro, intitolato “La Basilicata”, ha giustamente scritto: “I suoi 88 chilometri di costiera ionica, talora coperti di dune, talora fertile e, sempre fortemente malarica, e i suoi 22 chilometri di scoscendimenti nella litoranea tirrenica, ove si annida l’unico suo porto, Maratea, la rendono ancora oggi quasi inaccessiblie per via di mare. All’epoca dell’unificazione, priva assolutamente di ferrovie, con soli 400 chilometri di strade rotabili, con 91 paesi senza comunicazioni, con le vallate dell’Ofanto, del Bradano, del Basento, dell’Agri e del Sinni senza argini, senza ponte alcuno, la Basilicata poteva dirsi veramente tagliata fuori dal commercio europeo”. E quasi non bastasse questo gravissimo isolamento naturale, la Basilicata è flagellata dalla malaria, dalle frane e dai frequenti terremoti. La malaria fece le sue vittime. Secondo un’inchiesta fatta nel 1887 dal dott. Giovanni Pica, solamente 9 Comuni della Basilicata, su 125, erano immuni dalla malaria. La maggiore diffusione della malaria si ha nella zona pianeggiante, lungo il confine con le puglie e lungo la riviera ionica.”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, a p. 89, in proposito scriveva: “Il regno di Napoli, che per primo si era posto sulla strada delle costruzioni ferroviarie con la costruzione della linea Napoli-Portici, inaugurata nel 1839, e prolungata qualche anno dopo fino a Nocera e Salerno, e la Napoli-Caserta nel 1840 non fece nessun passo avanti. Il regno era ferroviariamente isolato a nord di Caserta fino a Firenze e a sud di Salerno fino alla Sicilia, dove non solo non si era costruito un solo chilometro di ferrovia, ma appena si era formulato qualche progetto (101). Le comunicazioni marittime non furono in condizioni migliori. La marina mercantile del regno era rimasta molto danneggiata dalle precedenti convenzioni stipulate con l’Inghilterra, la Francia e la Spagna. E, soltanto dopo le tariffe del 1823-1824, i nuovi trattati commerciali stipulati nel 1845, ed altre favorevoli circostanze, era riuscita a risollevarsi dalla depressione in cui era precipitata (102).”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a pp. 15-16, in proposito scriveva: “I garibaldini restarono impressionati dalle condizioni in cui versavano i paesi attraversati, a causa delle ferite inferte dal terribile terremoto che si verificò nella notte tra il 16 ed il 17 dicembre del 1857. E’ opportuno ricordare, in proposito due testimonianze: l’inglese Charles Stuart Forbes, comandante della marina inglese al seguito di Garibaldi, scrive: “….I paesi sono sparsi sui lati delle montagne ed il bestiame appare trascinante lungo le rive del Negro, che attraversa la valle, ricca di testimonianze classiche e antiche e, sono spiacente aggiungere, recenti rovine perchè questo fu l’epicentro del terremoto del dicembre del 1857. Si deve immaginare che interi villaggi, specialmente sul lato orientale dove sono stati abbattuti come un pacco di carte, causando non solo rovine, ma la morte di migliaia”. Da parte sua Stefano Canzio, sergente della Compagnia dei 43 carabinieri genovesi, futuro genero di Garibaldi, molto colpito da quel triste spettacolo, scrive: “Lungo la strada da Sala ad Auletta non si vedono che case distrutte dal terremoto del 16 dicembre 1857. Polla è interamente rovinata.”. Antonio Allocati (….), nell’Introduzione al testo a sua cura, dell’Archivio di Stato di Napoli, Il Mezzogiorno verso l’Unità d’Italia 1734-1860 – catalogo della mostra documentaria, Napoli, L’Arte Tipografica, 1860, a pp. XXVII ecc.., in proposito scriveva: “Furono sviluppate la rete stradale e la marina mercantile, fu riorganizzato il servizio postale, furono poste linee telegrafiche tra l Calabria e la Sicilia, furono valorizzati agricoltura e commercio. Ma tutto ciò non bastava. Il regime era politicamente in crisi. Il regno posto “tra l’acqua salata e l’acqua benedetta”, come con altri intenti soleva dire Ferdinando, non poteva espandersi, e, senza aspirazioni, si condannava ad una immobilità fatale. Invece il paese era ben vivo ed insofferente di una politica cieca e incapace di vedere quali fossero le vie da batte per il bene della nazione. Le rivolte dei contadini dal ’48 in poi furono continue. Essi invano avevano atteso la Costituzione la diminuzione dei balzelli e la rivendicazione dei demani pubblici usurpati. Quando nel ’60 i garibaldini cominciarono a vincere in Sicilia, i contadini insorsero da per tutto in Calabria, nel Cilento, nell’avellinese, sempre mossi dal desiderio della terra. Nel salernitano, a Sassano, si formò un’associazione clandestina di resistenza e di mutuo soccorso. Neanche il popolo delle città rimaneva quieto: gli operai, i disoccupati, i nullatenenti chiedevano miglioramenti. Eppure il commercio si sviluppava, la marina napoletana si spingeva in porti lontani, favorita dai trattati commerciali. Ma quell’attività arricchiva soltanto la nuova borghesia industriale e commerciale, che si costituiva accanto a quella terriera, già favorita dalle leggi del Decennio. Etc…Per tutte queste cause Garibaldi trovò un ambiente maturo alla rivoluzione. Scomparsa la feudalità, il popolo si divideva sostanzialmente in due classi: capitalisti e proprietari da una parte, operai e contadini dall’altra. L’evoluzione economica del paese favoriva la prima a scapito della seconda. Ma nessuna delle due classi era contenta della politica borbonica: capitalisti e proprietari, ‘ ‘galantuomini’, volevano una partecipazione attiva alla politica; gli operai migliori salari e i contadini le terre sospirate da decenni. I primi si riuniscono in società più o meno segrete, i secondi si abbandonano ad incomposti moti di ribellione, che si intensificano verso la fine del regno. Nella crisi politica, economica e sociale che da vari anni travagliava il paese fu possibile ai garibaldini annientare la resistenza dell’esercito napoletano, che pure aveva un’ufficialità e uno stato maggiore ben preparati. Il 7 settembre del 1860 Garibaldi entrava in Napoli. Il regime borbonico finiva.”.
Nel 1860, l’esercito borbonico e l’impietosa analisi di Morisani
Cesare Morisani (….), nel suo, Ricordi storici. I fatti delle Calabrie nel luglio ed agosto 1860, Reggio, Tip. Caruso, 1872, a pp. 169-170 e ssg., in proposito scriveva che: “L’ accelerata fine di Ferdinando dette le redini del governo in mano del giovane re Francesco, che si trovò accerchiato di traditori, e inmomenti di forti commozioni politiche . – > Sciagurato il re, dice a ragione Cesare Cantù, che > arriva quand’ è sullo scocco una rivoluzione ,> ch’egli non cagiond , ma che non può reprimere, nè sa guidare. >> La costituzione cacciò dal potere gli uomini devoti alla dinastia , per farli sostituire da quelli, che aveano lavorato, e aspiravano al trionfo della rivoluzione, indettati da un Liborio Romano, negazione d’ogni onestà , traditore d’un Re, che s’affidava ai suoi consigli . L’esercito, unico ostacolo al progredire della rivoluzione avea a capo il ministro Francesco Salvatore Pianell intelligente e capace. Di fronte al nemico non avrebbe calpestata la sua riputazione militare per dare la vittoria all’avversario, che proclamava la libertà, lo dimostrò nel 1848, quand’egli siciliano, capo d’un battaglione si distinse nel combattere a Messina i suoi compatriotti. Fu egli, che aderì alle combinazioni diplomatiche pel ritiro delle regie truppe dalla Sicilia fu egli , che mise in difficile posizione le milizie napoletane in Calabria , richiamando gli uffiziali zelanti del loro dovere in sostituzione di altri vigliacchi, inetti, o traditori, e tanto era certo del trionfo di Garibaldi , che non ostante le ripetute sue dichiarazioni , non volle mai venire in Calabria ad assumere il comando di quelle milizie, egli ambizioso di gloria militare. Fu egli che dissuase il Sovrano dalla resistenza a Salerno d’ onde fece ritirare le truppe per darvi adito a Garibaldi, e quando i suoi compagni si raggranellavano dietro il Volturno intorno al giovane Re, egli ministro e generale lasciava il re, da cui tanti beneficî avea ottenuti, e i suoi commilitoni per correre a Torino, ed inchinarsi al Conte di Cavour, onde ottenere quel grado, a cui la munificenza del Re Francesco l’ avea elevato, e a far parte d’un esercito, che veniva a combattere la bandiera, ch’egli dovea difendere, il Re, a cui avea giurato fede. Con questi uomini al potere Garibaldi, che individuava la rivoluzione dovea trionfare. Egli s’è trovato a fronte di gente corrotta, inetta per comprendere il proprio dovere, la sua missione, avvilita dalla pubblica opinione, che non seppe signoreggiare colla virtù dell’ abnegazione, o la costanza dei sagrifizi. La macchina governativa era guasta, la tolleranza degli abusi non puniti, portò la rovina, che l’esercito calcolatamente tradito, non seppe evitare. Giammai il regno di Napoli ricorda soldati così fedeli alla bandiera, così tenaci nella guerra, ma tali soldati non ebbero un uomo, che avesse saputo guidarli alla vittoria, o morire, e perciò il regno cadde. Ritucci fu titubante non ebbe fiducia nè in se, nè nella truppa , che comandava, volea ordinarla ed agguerrirla pria di avventurarsi ad un fatto decisivo.”.
Nei primi di agosto 1860, a Palermo, l’arrivo dei volontari garibaldini della ex spedizione di CASTELPUCCI, il cui comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, il quale da Palermo si spostò al Faro
Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi“Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Mentre il barone Ricasoli, sempre governatore di Toscana, ubbidendo alla sua rigida, ma schietta natura, scioglieva senz’altro la brigata di Castelpucci, sostenendo per alcune ore lo stesso Nicotera, il Farini deliberava appigliarsi piuttosto al sistema dei temporeggiamenti e degli artificii, e recatosi a Genova si studiò persuadere il Bertani stesso a rinunciare all’ ideata impresa…..Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 112, in proposito scriveva che: “…..ed i partigiani del riscatto d’Italia apprestavano le loro forze per accorrere al trionfo della loro causa……il colonnello Sacchi potè senza tema di disordini nel Reggimento, chiedere la dimissione dal servizio con altri uffiziali , e riunire in Genova 2000 e più uomini, che forniti di tutto il necessario sì di armi che di vestiario ed altro occorrente, si imbarcavano con lui sul Torino la sera del 14 luglio…..”. Il Pecorini, a p. 112, riferendosi al 17 luglio 1860, aggiungeva che: “Egli lasciava in Genova l’attivo ed energico Pellegrini pure capitano dimissionato del 46° per attendere all’imbarco di altra gente appartenente alla spedizione. Tre giorni dopo arrivavano a Palermo dove Sacchi organizzò subito una brigata di 4 battaglioni, e li addestrò nelle manovre coadiuvato dai suoi bravi compagni. Non potè partire subito per poter raggiungere Garibaldi perchè gli mancavano le armi caricate su altro bastimento non ancora giunto. Dopo qualche giorno Pellegrini lo raggiunse con altri 400 uomini.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo“Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Alberto Dallolio (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille nelle memorie Bolognesi”, Bologna, ed. Zanichelli, 1910, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Fra le carte del Comitato etc…Un quarto “Repertorio al ruolo generale dei volontari spediti dal Comitato di provvedimento di Bologna al generale Garibaldi” ha un riepilogo dal quale risulta un numero di 1060, ma 229 di essi sono indicati come duplicati, cosicchè il numero esatto rimarrebbe di 831. Finalmente nel rendiconto finale si parla di 1208 volontari. Tuttavia, se si consideri che in questo numero finale di 1208 sono certamente compresi i volontari della spedizione Sacchi, mandati a Genova il 17 luglio, a richiesta del Cressini e d’accordo, come abbiamo veduto, con la Società Nazionale, dei quali non conosciamo il numero, ma che, avrebbero dovuto essere 300, si può concludere che l’ultima delle cifre indicate rappresenta esattamente il lavoro del Comitato, che fornì per tal modo circa 1200 volontari.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 118, in proposito aggiungeva: “La notte del 24 al 30 luglio, il brigadiere Sacchi partì da Palermo per Messina con 5 sole compagnie per mancanza di trasporti; lasciò ivi il maggiore Pellegrini con l’ordine di raggiungerlo al più presto. Sbarcato al Faro gli fu dato stringere la mano a Garibaldi; e presentargli la sua truppa: il Dittatore gli comunicò che la sua Brigata era chiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che egli aveva stabilito di lasciarla al di lui esclusivo comando per dipendere direttamente dal Quartier generale principale: Sacchi gli fu grato di tanta deferenza. Questo corpo fu accantonato al Faro superiore, paese di Montagna, salubre ed abitato da gente cordiale. Sette giorni dopo arrivava al Faro superiore il maggiore Pellegrini col rimanente della Brigata, meno il maggiore Chiassi che dal Pro-Dittatore Depretis era stato inviato con due compagnie a Monreale per ristabilirvi l’ordine turbato da alcuni briganti e reazionarî. Restituito l’ordine il Chiassi tornò a Palermo, da dove imbarcate sul Franklin le sue due compagnie, volse per l’estremo oriente dell’Isola, circuendo il lato ovest e sud per le coste di Trapani, Marsala, Girgenti, Siracusa, Catania, e pervenne in Giardini proprio in un felice momento per unire le sue forze a quelle di Bixio, rinforzare con queste la spedizione in Calabria e fornire il Franklin allo imbarco già preparato.”.
Nei primi di agosto i primi tentativi di passaggio nelle Calabrie
Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 139, in pproposito scriveva che: “Oltre a tutte le suddette manchevolezze e debolezze delle truppe regie, aiutò Garibaldi, durante tutta la sua avanzata in Calabria, un altro fattore, il più efficace a rendere le truppe incapaci di lottare e neutralizzare dappertutto l’azione: l’insurrezione scoppiata in ogni punto del territorio calabrese non appena il primo soldato garibaldino ebbe posto piede sulla terraferma. A ciò aggiungevasi un secondo fattore: che il basso clero, in Calabria come già in Sicilia, si pose alla testa della insurrezione. Dappertutto le popolazioni, scacciate le autorità, istituivano governi provvisori e inalberavano il tricolore; in ogni villaggio il popolo si sollevava e accorreva ai punti di adunata. In pochi giorni, oltre 20.000 Calabresi, si movevano e prendevano le armi, anche se queste non erano che vecchi fucili e pesanti schioppi. Il barone Stocco, che organizzò l’insurrezione a San Pietro, chiedendogli Garibaldi quanti uomini fosse in grado di armare, rispose – ed era verissimo: tanti, quanti fossero i fucili. Furono subito portati 10.000 fucili da Messina a Nicastro. La confusione e lo scoraggiamento nell’esercito napoletano aumentavano di giorno in giorno, con l’avanzata di Garibaldi e col dilagare dell’insurrezione. A San Pietro, 7000 uomini delle truppe napoletane fuggirono dinanzi agli avamposti dell’esercito garibaldino. Etc..”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 207 e ssg., in proposito scriveva che: “Sgombra per la capitolazione di Messina del 28 di luglio l’ultima spanna di siciliana terra, il General Garibaldi e sul Faro per venirne in terra ferma a compimento di sua operosa epopea. Numerate sue schiere ai primi giorni di agosto, gli pare non potesse fare a fidanza che non soli ottomila uomini atti a venirne, con fortuna di animo pronto, a nuove venture; oltre a quattromila, o nuovi del tutto, o quasi nuovi ai cimenti di guerra, giovanotti siciliani (1). Pochi e deboli forze, chi faccia ragione, che restava ormai da affrontare tutto il nerbo del napoletano esercito; il quale avea già raccolti in tre corpi trentamila uomini nelle sole Calabrie, e potuto avrebbe contrapporgli in un solo punto ben cinquantamila soldati. Era pertanto evidente necessità del Dittatore così di accrescere il nerbo de’ suoi combattenti, come di svigorirne l’avversario mercè di parziali sollevamenti, che ne arrestassero i passi o sparpagliassero le forze. A questo secondo intento, oltre alle molte promesse che gli venivano dai comitati di terra ferma, egli dava a quanti di suoi soldati nel richiedessero, licenza o mandato di venirne in patria a capitanarvi o infocolarvi le insurrezioni; e al 6 dell’agosto fece sbarcare alle spiagge calabresi di Cannitello, di Altafiumana e di Bianco, manipoli di suoi soldati, condotti da un giovane e ardimentoso capo, il Missori; etc…”.
Nell’8 agosto 1860, al Faro, il primo tentativo di passare alle Calabrie, la compagnia di SACCHI e Musolino
Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 118, in proposito aggiungeva: “La notte del 24 al 30 luglio, il brigadiere Sacchi partì da Palermo per Messina con 5 sole compagnie per mancanza di trasporti; lasciò ivi il maggiore Pellegrini con l’ordine di raggiungerlo al più presto. Sbarcato al Faro gli fu dato stringere la mano a Garibaldi; e presentargli la sua truppa: il Dittatore gli comunicò che la sua Brigata era chiesta da Medici, da Türr, da Cosenz, ma che egli aveva stabilito di lasciarla al di lui esclusivo comando per dipendere direttamente dal Quartier generale principale: Sacchi gli fu grato di tanta deferenza. Questo corpo fu accantonato al Faro superiore, paese di Montagna, salubre ed abitato da gente cordiale. Sette giorni dopo arrivava al Faro superiore il maggiore Pellegrini col rimanente della Brigata, meno il maggiore Chiassi che dal Pro- Dittatore Depretis era stato inviato con due compagnie a Monreale per ristabilirvi l’ ordine turbato da alcuni briganti e reazionarî. Restituito l’ordine il Chiassi tornò a Palermo, da dove imbarcate sul Franklin le sue due compagnie, volse per l’estremo oriente dell’Isola, circuendo il lato ovest e sud per le coste di Trapani, Marsala, Girgenti, Siracusa, Catania, e pervenne in Giardini proprio in un felice momento per unire le sue forze a quelle di Bixio, rinforzare con queste la spedizione in Calabria e fornire il Franklin allo imbarco già preparato.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 120, in proposito scriveva: “Il giorno 8 agosto il Generale Garibaldi comunicava a Sacchi l’intenzione di far passare l’istessa notte una mano di soldati in Calabria onde sorprendere il Forte Cavallo , la di cui possessione avrebbe agevolato il passaggio delle sue forze, impedendo e molestando la crociera dei bastimenti da guerra borbonici. Sacchi colse questa occasione per chiedergli che soldati della sua Brigata facessero parte di quella spedizione: essi anelavano di trovar l’occasione di potersi distinguere al pari dei loro compagni che li precedettero in Sicilia, ed egli non la lasciava sfuggire. Una compagnia di 100 e più uomini scelti fra i migliori di tutte le compagnie, fu destinata a quell’arrischiata impresa. Il capitano Racchetti fu preposto al comando, gli ufficiali Corti e Perelli a coadiuvarlo; tutti tre giovani distinti e superiori ad ogni elogio sotto tutt’i rapporti. Alle 5 della sera dell’ 8 agosto al Faro superiore si raccoglieva la Compagnia, e si distribuiva a ciascuno 60 cartuccie ed una coperta di lana , poichè sebbene il caldo fosse eccessivo nel giorno in quei luoghi , assai umida e fredda è la notte; Questa compagnia sorpassava 130 uomini, ma non più che 100 poterono toccare la spiaggia delle Calabrie….”.
Nel 10 agosto 1860, le armi inviate dal Governo Piemontese ai rivoluzionari della Calabria dello STOCCO
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: “Il ‘Comitato d’Azione’ di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5) “Abbiamo certezza etc…“. Mazziotti, a p. 69, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Mazziotti cita il testo di Michele Lacava, fratello di Pietro che, scrisse “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava, Napoli, ed………., 1895. Dunque, Mazziotti riporta la lettera di Giacinto Albini dell’agosto 1860 che scriveva a……… L’Albini, nell’agosto del 1860 scriveva: “Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento (1). Da un’ora all’altra 1000 tra calibri siculi e napoletani approderanno in Calabria. Rispondete immantinente. Poscia Garibaldi con poderoso esercito etc…Spero trovarmi presto tra voi. Addio”.”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La Cronistoria di Michele Lacava narra del lungo lavorio che precedette questi accordi.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Dunque, Mazziotti postillava che il Lacava a p. 390 riportava una lettera di Giacinto Albini. Sulle armi consegnate ai Calabresi, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: “VI. Nel Diario di Persano si legge in data 10 agosto 1860 che sul legno Dora vi erano tremila fucili, di cui 2000 dovevano essere consegnati sulla spiaggia di Salerno a Francesco Stocco (2).“. Dunque, Mazziotti, a p. 68, in proposito scriveva che: “VI. Nel Diario di Persano si legge in data 10 agosto 1860 che sul legno Dora vi erano tremila fucili, di cui 2000 dovevano essere consegnati sulla spiaggia di Salerno a Francesco Stocco (2). Il giorno 12 la Dora tornò “dopo avere sbarcato felicemente le armi per la Calabria”(3).”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (2) postillava: “(2-3) Persano, opera citata, pag. 130 e 134”. Sulle armi sbarcate in Calabria nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: “VI. Nel Diario di Persano si legge… Il giorno 12 la Dora tornò “dopo avere sbarcato felicemente le armi per la Calabria” (3). Il 23 agosto lo stesso Persano scrive “Mando il Tanaro a sbarcare il resto delle armi su la spiaggia di Salerno”, ma essendo avvenuta una avaria gli sostituì il Governolo. Questo legno tornò il 26, ma nel Diario non è detto se avesse, e su quale spiaggia avesse sbarcato le armi. “La spedizione del Dora” scrive il Nisco per lo sbarco delle armi non fu completamente felice: quelle sbarcate a Mondragone furono catturate dai gendarmi e dai doganieri ivi stanziati: le altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata e in Calabria etc…(4).”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (3) postillava: “(2-3) Persano, opera citata, pag. 130 e 134”. Mazziotti, cita il “Diario” dell’Ammiraglio Persano, Carlo Pellion di Persano, ammiraglio della marina Piemontese inviato da Cavour a Napoli. Si tratta dell’opera di Pellion Carlo, conte di Persano “Diario privato-politico-militare dell’Ammiraglio C. di Persano nella campagna navale degli anni 1860-1861”, Torino, 1870. Mazziotti, a p. 70, in proposito scriveva ancora che: “Il Nisco narra un importante episodio. Egli scrive: “……”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (4) postillava: “(4) Nisco, Francesco 2°, pag. 97.”. Mazziotti, a p. 70, nella nota (1) postillava: “(1) Nisco, op. cit., p. 97.”. Si tratta dell’opera di Nicola Nisco (….), e del suo “Francesco II Re”, pubblicato a Napoli, nel 1883 per i tipi di Morano. Infatti, Nicola Nisco (….), nel suo “Francesco II Re”, a pp. 96-97, in proposito scriveva che: “Ripigliando la narrazione nello svolgimento rivoluzionario, trascrivo dal Diario di Persano quando egli nota sotto la data del 10 agosto intorno allo sbarco dei fucili da me portati col piroscafo la ‘Dora’. “Di questi fucili mille dovevano essere sbarcati a Mondragone, di poco a nord dalle foci del Volturno; gli altri si dovevano depositare alla spiaggia di Salerno e rimetterli a Francesco Stocco. Un capitano mercantile di nome Domenico Antonio Ventura, ha preso imbarco sulla Dora per servire da pilota ed indicare il punto di approdo. Tutto questo venne combinato di accordo col Nisco, il quale trovò a presentommi il capitano Ventura per tale bisogno”. La spedizione del Dora per lo sbarco delle armi non fu completamente felice; quelle sbarcate a Mondragone etc…; altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata ed in Calabria etc…La Dora nella sua rotta (per il trasporto delle armi) mi lasciava a Salerno. Ivi andai a trattare con alcuni capi del regio esercito ai quali aveva fatto prevenzione un generale mio amico. Ivi andai a trattare con alcuni capi del regio esercito ai quali avea fatto prevenzione un generale mio amico. Loro schiettamente dissi di non avere missione di indurli a tradimento, solamente di trovar modo a serbare l’esercito a l’Italia qualora fossero persuasi della inutilità della resistenza. Etc…”.
Nell’agosto 1860, l’ESERCITO MERIDIONALE costituito da Giuseppe Garibaldi per lo sbarco in Calabria: la 15° Divisione (ex spedizione Pianciani ed altri) e la 16° Divisione affidata a Bixio
Da Wikipedia leggiamo che L’Esercito meridionale fu la forza armata che si costituì in seguito alla Spedizione dei Mille. Tale denominazione ufficiale fu data da Giuseppe Garibaldi. Questo esercito, composto da volontari italiani e anche stranieri, raggiunse circa 50.000 uomini. Gli ufficiali indossavano l’uniforme di colore rosso, e quindi tutti i combattenti, come i Mille, furono definiti “camicie rosse”. Venne disciolto prima della proclamazione del Regno d’Italia. Quando Garibaldi sbarcò a Marsala nel maggio 1860, la colonna di volontari italiani settentrionali era composta da I Mille (tra i quali 45 siciliani). A loro si aggregarono subito quasi 200 volontari siciliani. Quando il generale proclamò la Dittatura garibaldina della Sicilia a Salemi, ancora altri siciliani si arruolarono, guidati dai fratelli Sant’Anna. Il 14 maggio arrivarono 500 volontari siciliani, dalle campagne di Erice, al comando di Giuseppe Coppola e del medico Rocco La Russa e combatterono già nella battaglia di Calatafimi. Quando arrivarono a Palermo i picciotti erano 3.000 e al termine della battaglia erano arrivati a 6.602. Dopo la presa di Palermo (30 maggio), i Mille si erano ridotti a 600 unità, ma a giugno cominciarono ad arrivare via mare anche i rinforzi dall’Italia del nord: i primi furono quelli della spedizione Agnetta, arrivati a Marsala il 1 giugno; seguirono i 2.500 uomini al comando di Giacomo Medici; altri volontari, poi aggregati alla divisione di Enrico Cosenz, furono gli 800 partiti da Genova col vapore “Washington” il 2 luglio 1860 e sbarcati il 5 luglio a Palermo. Le file si ingrossarono nella battaglia di Milazzo, mentre il 16 luglio un’altra colonna, tra cui molti mantovani, partì da Genova, al comando di Gaetano Sacchi. Via, via giunsero nel meridione altri contingenti. Nell’armata garibaldina erano presenti numerosi altri volontari partiti da Genova e in parte da Livorno. Durante l’avanzata delle camicie rosse sempre più combattenti di tutte le province meridionali si aggregarono progressivamente all’armata. Da Wikipedia leggiamo che gli sbarchi dei rinforzi alla spedizione dei Mille avvennero nel 1860 durante la spedizione dei Mille. Dopo il primo sbarco, avvenuto a Marsala, che fu utile alla realizzazione di una testa di ponte, nel corso dei mesi successivi vennero effettuati in Sicilia numerosi altri sbarchi: infatti nel periodo da giugno a settembre 1860 giunsero un totale di circa 21.000 volontari, che assieme agli altri volontari arruolati nel Sud Italia contribuirono a formare il cd. Esercito Meridionale. Le partenze vennero quindi interrotte da Cavour, perché lo stesso aveva deciso di procedere alla occupazione dello Stato Pontificio. Il primo sbarco avvenne a Marsala: vennero effettuati in Sicilia numerosi altri sbarchi nel periodo da giugno a settembre 1860, per un totale di circa 21.000 volontari, che assieme agli altri volontari arruolati nel Sud Italia contribuirono a formare l’Esercito Meridionale. Le partenze delle navi di volontari venivano effettuate quasi sempre da Genova ed in alcuni casi da Livorno, effettuando scalo intermedio in Sardegna. Oltre allo storico Trevelyan, che ha redatto il sottoindicato riepilogo, gli sbarchi successivi sono descritti da vari autori, tra i quali Osvaldo Perini, il quale descrive in dettaglio anche la vicenda della cattura da parte della Marina Borbonica delle due navi della Spedizione Corte (Utile e Charles and Jane) con a bordo circa 930 volontari (vedi: La cattura del Gruppo Corte). Il Medici, coadiuvato dal maggiore Clemente Corte e da Daniele Cressini fondò un Ufficio militare, per arruolare altri volontari, da tutte le classi della società, da inviare in Sicilia con le relative dotazioni militari, ricorrendo ai comitati patriottici e a tutti i simpatizzanti, riuscendo a raccogliere circa 15.000 volontari. Il Perini illustra anche come il Comitato politico di Milano ed il Comitato politico di Ferrara, quest’ultimo condotto da Paolo Da Zara di Padova, contribuirono a raccogliere molti volontari e che il Comitato per l’Emigrazione Veneta di Milano, condotto da Pietro Correr aveva da solo raccolto oltre 8.000 volontari tra i quali anche un elevato numero di trentini e veneziani appartenenti in gran parte alle province ancora occupate dall’Austria. Si tratta del testo di Osvaldo Perini (…), e del suo, La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia, Editore F. Candiani, 1861. Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Subito dopo la capitolazione dei regi, Garibaldi provvide alle necessità del governo dell’isola. Organizzò la Guardia nazionale in cinque legioni per il servizio d’ordine pubblico nella capitale e sciolse quelle squadre siciliane che non riteneva sicure per l’ordine pubblico. Ma suo maggior pensiero fu quello di costituirsi un piccolo esercito organizzato, formò pertanto, considerandola a suo avviso, come una appendice dell’esercito sardo, una Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr.”. Con un decreto del 2 luglio il governo dittatoriale di Garibaldi, “Comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia”, emanava “l’organico dell’Esercito siciliano”, composto da due divisioni, XV e XVI, comandate rispettivamente da Stefano Turr e da Giuseppe Paternò, per complessive cinque brigate. Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr.”. Con un ulteriore decreto del giorno successivo si emanava l’organico della “Marina militare siciliana”. Il 14 luglio fu istituito il Corpo dei Carabinieri di Sicilia. Con un ulteriore decreto del giorno successivo si emanava l’organico della “Marina militare siciliana”. Il 14 luglio fu istituito il Corpo dei Carabinieri di Sicilia. Giuseppe Paternò nel 1860 partecipò attivamente alla campagna meridionale di Giuseppe Garibaldi: il 2 luglio, con decreto dittatoriale n° 79 fu nominato tenente generale e comandante la XVIª Divisione dell’esercito meridionale, mentre il 30 agosto ricoprì l’incarico di segretario di Stato della Guerra del governo dittatoriale. Quando i garibaldini dal 19 agosto sbarcarono in Calabria, affluirono nell’esercito volontari calabresi e, giunti in Basilicata, si aggregarono a Garibaldi 2.000 uomini della Brigata Lucana e l’Esercito da siciliano, fu denominato meridionale. Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Luigi Susani (….), nel suo “Giuseppe Garibaldi e l’epopea dei “Mille” (1860)”, a pp. 26-28, riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Divisione alla quale, per l’appunto, diede il numero 15° Divisione (perchè 14 erano le divisioni dell’esercito sardo) e la affidò al comando del Generale ungherese (promuovendolo con ciò di grado) Stefano Turr.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 97 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma per continuare la marcia sul Continente, era necessario gettare le basi per la organizzazione di un Esercito Meridionale. L’espediente dei “Cacciatori di Sicilia” non dette buoni risultati, e il Corpo fu sciolto. Fu sciolto anche perchè da Genova sbarcarono il 17 giugno ben 4000 volontari al comando del Gen. Medici del Vascello, e qualche giorno dopo, altri 2000 volontari toccarono il suolo di Sicilia, al comando del Gen. Cosenz: ufficiali garibaldini entrambi, rimasti a Genova per l’arruolamento di uomini e l’acquisto di armi. E così, l’8 luglio, ai piedi del Monte S. Pellegrino, Garibaldi potè passare in rassegna i primi battaglioni del nuovo esercito liberatore.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Questo esercito doveva subito costituirsi in una divisione composta di due brigate, ciascuna delle quali di quattro battaglioni. Il comando della divisione e della 2° brigata fu assunto dal Turr e quello della 1° brigata da Bixio. Capo di Stato maggiore fu nominato il maggiore Spangaro. La sua forza iniziale non superava i mille uomini, ma doveva ben presto essere aumentata dai contingenti di altre due spedizioni che si preparavano a Cornigliano ed a Sestri, la prima di 900 uomini guidati da Clemente Corte, sbarcata il giorno 8 sul clipper americano ‘Charles and Iane e la seconda imbarcata il 10 sui piroscafi ‘Washington, Oregon e Franklin’ al comando di Medici e forte di altri 2500 volontari. Un piccolo rinforzo era intanto giunto da Genova, guidato da Carmelo Agnetta, esule siciliano, che con 60 uomini e un migliaio di fucili era sbarcato a Marsala, aveva percorso la via battuta dai Mille ed era arrivato il giorno 7 a Palermo. Altri 1500 fucili aveva pure mandato il Fabrizi da Malta.”. Cesari, a p. 138, in proposito scriveva: “La spedizione Medici…..Col suo arrivo si formarono pertanto fra il 20 e il 22 giugno tre colonne, la prima guidata da Medici, destinata ad avviarsi per il litorale, obiettivo Messina, la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti. Tutte, compiute il loro itinerario dovevano concentrarsi alla punta del Faro.”. Cesari, a p. 141, in proposito scriveva che: “Il Cosenz, nominato allora generale, fu da Garibaldi incaricato di formare subito coi suoi 1500 uomini e con altri che vi si aggiunsero, una divisione, che dopo quella di Turr (15°) assunse in conformità dell’ordine del giorno precisato la numerazione di 16°, in continuazione cioè a quelle dell’esercito regolare. Per il momento questa divisione si compose di una sola brigata su due reggimenti, più una compagnia di carabinieri genovesi. Il comando del 1° reggimento fu dato al colonnello Fazioli e quello del 2° al colonnello Filippo Borghesi.”. Questa descrizione riguarda le compagnie in stanza in Sicilia che andarono all’attacco. Cesari nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 212 e ssg., in proposito scriveva che: “Nelle Calabrie i regii, oltre al presidio di questa città, avevano le due divisioni Briganti e Melendez, in dodicimila uomini, che tenevano il paese tra Gallico e Punta del Pezzo; più innanzi, a Monteleone, era il maresciallo Vial con altrettanti; altri rinforzi approdavano a Paola; ed in Cosenza trentacinquemila uomini della brigata Caldarelli. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada’ accorrenti sulle terre nostre. Sembra su’ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su’ Siciliani benchè l’ossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria, non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fe’ pensiero su’ novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittar nel Romanesco, statuì andar egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello stretto’ e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove’ s’organava il corpo di spedizione, coll’ aiuto de’legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino per rispondere a voce a quel re sull’ assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’1 2 agosto.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: “L’avanzata di Garibaldi in Calabria fu una passeggiata militare. L’esercito garibaldino in Sicilia constava, il 18 agosto, quando ebbe luogo lo sbarco sulla costa calabrese (1), di 25.000 uomini di truppe regolari. Di questi 25.000 uomini, 18.000 erano concentrati a Messina e dintorni, mentre la colonna Bixio teneva in osservazione i presidi di Augusta e di Siracusa. Il complesso delle forze era ripartito in quattro Divisioni, sotto il comando dei generali Turr, Cosenz, Medici e Pianciani (1) .la cavalleria contava 500 uomini, l’artiglieria 450, il genio 120. La flotta si componeva di una pirocorvetta di undici vapori da trasporto, l’artiglieria di 17 fra obici da montagna e cannoni da campagna. Quasi tutto l’esercito era armato di carabine Enfield; 40.000 fucili si trovavano a Messina, pronti ad essere trasportati in Calabria. L’esercito comprendeva una compagnia ungherese di 50 uomini, una svizzera di 120, una francese di 17, una inglese di 25. Il colonnello Peard comandava un’ottima compagnia di fucilieri con carabine e revolver. Egli è quell’inglese di cui giornali tedeschi conservatori, che scrivono al soldo dell’Austria, durante la campagna del ’59 raccontarono la sciocca favola ch’egli si era aggregato ai Cacciatori delle Alpi etc…Mister Peard è un gentleman della Cornovaglia, persona rispettabile sotto ogni riguardo, e per giunta uomo di cuore, d’ingegno e di carattere. Ha vissuto a lungo in Italia e conosce bene le cose italiane…..Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi. Il figlio di Garibaldi, Menotti Garibaldi, comandava l’artiglieria, comprendente quattro obici da montagna, e un’ottima Compagnia di bersaglieri. La spedizione era comandata da Bixio e da Garibaldi…..”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Garibaldi scomparve appunto il giorno 12, senza che nulla di positivo si sapesse. Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 443, in proposito scriveva che: “Così il Rustow narra l’episodio doloroso: “A Paola c’era il Governolo etc…”.”, e aggiunge che Rustow raccontava che: “A Paola c’era il Governolo già carico della mia Brigata, quando Bixio pretese d’imbarcare anche le sue. D’Aste (il comandante della nave) gli mandò il guardiamarina Puliga a dire che non c’era più posto. Bixio infuriato venne subito con Puliga a bordo, gridando: “Le farò vedere io se non c’è più posto” “Salendo a bordo buttò in mare un bavarese che si salvò per miracolo: poi preso un fucile per la canna si fece largo a colpi di calcio, senza ritegno, sempre ripetendo al Puliga: “Vede se non c’è posto? Vede come si fa?” Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”. A parte che sui due testi tradotti in italiano dal Rustow non ho trovato traccia di ciò che scrive l’Agrati ma poi a me pare strano che Rustow possa citare, come testimone oculare, questo episodio che risale al 9 settembre 1860, quando lui e le sue truppe, la brigata Milano ed altri, si trovavano verso Capua. Bixio riuscirà a partire da Paola, diretto a Napoli, solo il giorno 10 settembre 1860. Tuttavia, la citazione di Agrati è interessante perché fa parlare a Rustow che ci parla del omandante della nave Governolo, D’Aste, ci parla del guardiamarina Puliga, che salì a bordo del Governolo, ci parla dei bavaresi che erano presenti, Eber e Wolfe, etc….Su Puliga, su Wikipedia leggiamo che Carlo Alberto Quigini Puliga partecipò alla campagna navale del 1860-1861 imbarcato dapprima sulla corvetta a ruote Governolo, e poi sulla pirofregata Vittorio Emanuele, venendo decorato con una medaglia d’argento al valor militare per essersi distinto nei combattimenti sul Garigliano e a Mola di Gaeta. Il 1 settembre 1860 venne promosso sottotenente di vascello, e luogotenente di vascello di seconda classe il 1 ottobre 1862. Dunque egli faceva parte della marina Piemontese, forse inviato a Paola e a Sapri dal Persano. Sempre su Wikipedia leggiamo che il “Governolo” è stata una pirofregata di II rango a ruote della Regia Marina, già della Marina del Regno di Sardegna. Dopo aver fatto la spola insieme ad altre fregate e vapori sardi, il Governolo fu assegnata poi alla squadra comandata dall’ammiraglio Persano, la Governolo partì da Napoli il 13 (per altre fonti 11) settembre 1860 per prendere parte all’assedio di Ancona. Riguardo il “Wolf” citato da Rustow (….), che dice: “…Ma i nostri bavaresi riavutisi lo presero per le braccia e per le gambe e stavano per gettarlo in mare, quando Eber e Wolf e altri accorsero e li trattennero.”. Dunque, Wolf era uno dei tanti volontari Bavaresi. Da Wikipedia si apprende che Erano presenti anche volontari stranieri, affluiti in tempi diversi. Risultano impiegati in combattimento il 1-2 ottobre, circa 200 cavalleggeri ungheresi e altri 200 fanti ungheresi. In precedenza furono impiegati 50 francesi di De Flotte caduto in Calabria. Erano presenti anche un centinaio di disertori borbonici stranieri comandati da Wolfe gruppi di britannici (19), la presenza di soldati stranieri borbonici era molto più alta, infatti al comando di Von Mechel erano 3.000 soldati, oltre ad alcune compagnie svizzere chiamate Schweizertruppen. Il 15 ottobre le navi Emperor e Melazzo sbarcano a Napoli la Legione Britannica, chiamata anche Garibaldi Excursionists composta di circa 600 volontari successivamente impiegati in alcuni combattimenti. La notizia del Wolf proviene dal Treveljan. In Sicilia parecchie migliaia di siciliani si arruolarono inquadrati in reggimenti e addestrati da ufficiali del luogo, del nord Italia e inglesi.. Era presente il tedesco Wilhelm Friedrich Rüstow, capo di stato maggiore di Divisione di Garibaldi, che scrisse un libro sulla Spedizione,tra i britannici erano presenti: Hugh Forbes, ingegnere e linguista inglese che aveva già combattuto con Garibaldi nel 1849, Percy Wyndham, l’irlandese artigliere Dick Dowling e per breve tempo gli americani Catham Roberdeau Wheat e Charles Carrol Hicks, che tornarono in America per combattere con i confederati, John Whitehead Peard, il “garibaldino-inglese” “sosia” di Garibaldi, con busto al Gianicolo di Roma e il carismatico inglese colonnello John William Dunne, che in Sicilia era soprannominato “milordo” dai coraggiosi ragazzi siciliani di strada arruolati nel suo reggimento, da non confondersi con la Legione Britannica, sbarcata solo successivamente a Napoli, nel reggimento di Dunne solo una parte degli ufficiali erano britannici e i soldati tutti sicilianI, Dunne fu ferito a Capua. Durante la battaglia del Volturno si distinte lo scozzese capitano Cowper di Aberdeen, che comandava una batteria di artiglieri e diversi altri scozzesi facevano parte dei volontari, anche per la grande popolarità di Garibaldi in Scozia, dove molti vedevano in lui il Wallace italiano.. Hugh Forbes, un ufficiale dell’esercito britannico, ha scritto questo manuale per addestrare i volontari patriottici nell’arte della guerra. Forbes descrive le tattiche utilizzate dall’esercito regolare e come le stesse possono essere adattate per la guerra irregolare. Questo manuale è stato scritto nel XIX secolo ma rimane attuale oggi, perché molti dei consigli di Forbes sono ancora validi per chiunque desideri addestrarsi alla guerra di guerriglia. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, e riferendosi al 6 settembre 1860 in proposito scriveva che: “Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”.
GIOVANNI ACERBI INTENDENTE GENERALE DELL’ESERCITO
Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 183 e ssg., in proposito scriveva che: “Egli nota essersi separato a Paola da Acerbi, intendente generale, che doveva condurre a Cosenza parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia.”. Dunque, la White ricorda che Bertani scriveva nel suo taccuino che Bertani, lasciò Paola dove si separò dall’Intende generale “Acerbi”, il quale aveva avuto il compito di condurre a Cosenza, al quartiere Generale parecchi convogli di denaro giunti dalla Sicilia. Giovanni Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l’onor del nome, macchiato da uno del casato che aveva venduto l’ingegno e le lettere all’Austria, prima ch’egli nascesse. Da Wikipedia leggiamo che Giovanni Battista Acerbi, a Genova collaborò con Mazzini alla preparazione del moto milanese del 1853. Nel 1859 partecipò alla guerra d’indipendenza nel Corpo dei Cacciatori delle Alpi, capitanato da Giuseppe Garibaldi, col grado di Sottotenente e ne seguì le imprese. Nel 1860 fu uno dei Mille e assunse le funzioni, con Ippolito Nievo come vice, d’intendente generale della spedizione garibaldina. Poiché la spedizione doveva avere un’Intendenza, questa fu formata sul serio, benché in verità, la cassa di guerra non contenesse che trentamila povere lire. E vi fu messo a capo Giovanni Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l’onor del nome, macchiato da uno del casato che aveva venduto l’ingegno e le lettere all’Austria, prima ch’egli nascesse. Da Wikipedia leggiamo che nel 1859 partecipò alla guerra d’indipendenza nel Corpo dei Cacciatori delle Alpi, capitanato da Giuseppe Garibaldi, col grado di Sottotenente e ne seguì le imprese. Nel 1860 fu uno dei Mille e assunse le funzioni, con Ippolito Nievo come vice, d’intendente generale della spedizione garibaldina. Giulio Cesare Abba (….), nel suo “Storia dei Mille” scriveva: “Poiché la spedizione doveva avere un’Intendenza, questa fu formata sul serio, benché in verità, la cassa di guerra non contenesse che trentamila povere lire. E vi fu messo a capo Giovanni Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l’onor del nome, macchiato da uno del casato che aveva venduto l’ingegno e le lettere all’Austria, prima ch’egli nascesse.”. Da Wikipedia, alla voce “Esercito Meridionale” leggiamo che Garibaldi organizzò complessivamente i volontari dell’Esercito meridionale in quattro divisioni, ognuna composta da due o tre brigate. Così la XV Divisione fu posta al comando dell’ungherese Stefano Turr, la XVI di Giuseppe Paternò, poi sostituito al comando da Enrico Cosenz, la XVII di Giacomo Medici, la XVIII di Nino Bixio. Dunque, Giovanni Cenni fu nominato Intendente Generale del Corpo d’armata dell’Esercito Meridionale di Garibaldi in Calabria.
| ELENCO dei Corpi che componevano l’Armata dell’Italia Meridionale sciolta l’11 Novembre 1860 | |||||||
| Stato Maggiore Generale | Capo | Luog. Tenente Gen. Sirtori | |||||
| Quartier Generale | Capo | Colonnello Cenni | |||||
| Int.a Generale dell’Armata | Intendente Generale | Acerbi | |||||
La BRIGATA EBER
Achille Ragazzoni (….), nel suo, “Un Garibaldino dimenticato – Camillo Zancani da Egna (1820-1888)”, Centro di Studi Atesini, Bolzano, 1988, a pp. 33-34, riportava una lettera dello Zancani, indirizzata a Vettore Ricci (la lettera è conservata al Museo del Risorgimento, Trento Archivio E/15, fascicolo 3, c. 13) ed, in proposito scriveva: “5- 1860 settembre 3, Cosenza….Signor Dottor Vettore Ricci, Milano, etc…Care Sorelle ed Amici!…etc…Fu nominato Governatore Generale delle 3 Province di Cosenza, Catanzaro e Reggio il fratello del Generale Morelli, homo di un gran onore. Garibaldi già dal primo del Corrente partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri. Lui poi con Cosenz trovasi nella Basilicata a Sinistra di Potenza con un corpo di 50/m(ille) tutti Calabresi, e nazionali Napoletani, che vennero attruppati in parte dal Colonnello Boldoni compaesano. Etc…”. In questa lettera, Zancani rivela che a Paola vi erano le brigate Eber che Garibaldi mandò a Sapri. Zancani, il 3 settembre 1860 scriveva da Cosenza che Garibaldi il 1° settembre 1860: “…..partiva col suo Stato Maggiore e guide alla volta di Paola a disporre delle truppe di Beltrami sbarcate in Numero di 8 Mille, così pure delle brigate Ebber che mandò a Sapri.”. Notizia che è inesatta perchè non sarà Garibaldi che andrà a Paola ma sarà Turr, su ordine di Garibaldi ad andare a Paola, dove ivi era Rustow con le truppe del Bertani. Inoltre, però Zancani scrive di “le brigate Ebber” che Garibaldi “mandò” a Sapri. Nandor Eber comandava la Legione Ungherese. Da Wikipedia leggiamo che tra i corpi stranieri dell’Esercito Meridionale costituito in Sicilia da Garibaldi vi era la Legione Ungherese. Tra gli ufficiali stranieri erano presenti anche gli esuli ungheresi István Türr, al quale è stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma, Nándor Éber, Carlo Eberhardt, Lajos Tüköry caduto a Palermo e il polacco Aleksander Izenschmid de Milbitz. È stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma anche al “garibaldino-finlandese” Herman Liikanen. Nándor Éber (nato Eberl Ferdinandus Balthasar Bartholomeus) (Budapest, 23 maggio 1825 – Budapest, 27 febbraio 1885) è stato un giornalista e militare ungherese naturalizzato britannico, prese parte alla spedizione dei Mille. Ferdinand Eber giunse in Sicilia come corrispondente del “Times” per cui lavorava dall’epoca della guerra in Crimea. Dopo aver fornito a Garibaldi informazioni utili sullo schieramento borbonico all’interno della città di Palermo, il 16 maggio 1860, partecipò alla formazione della legione ungherese. Questa inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere 500 volontari. La Brigata, denominata “Eber”, racchiuse tutti i combattenti stranieri e fu guidata da Eber con il grado di colonnello brigadiere e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Passata al comando di Stefano Turr, divenuto in quei mesi governatore di Napoli, fu utilizzata per reprimere focolai di rivolta in provincia di Avellino, fino al Plebiscito. La legione ungherese era un’unità militare di cavalleria creata da Giuseppe Garibaldi, parte dell’esercito meridionale garibaldino, attivo tra il 1860 e il 1867 Era così detto poiché composta da esuli e soldati magiari che avevano già combattuto al fianco delle altre formazioni garibaldine durante il periodo del Risorgimento, come Stefano Turr. Costituita in Sicilia, nella città di Palermo il 16 luglio 1860, inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere un folto gruppo di 500 volontari comandati dal colonnello brigadiere Nándor Éber (1825-1885) (per questo chiamati anche Brigata “Eber“, che in realtà racchiuderà tutti i combattenti stranieri), corrispondente del quotidiano The Times con la cittadinanza inglese e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 147-148, in proprosito scriveva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Le quattro brigate, Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attaccate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito, oltre i signori accennati ieri, il colonnello Teleky e Maxime du Camp. Io poi appena che ci riuniremo ti darò una brigata continentale per la formazione della tua divisione. Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Arrivederci a presto. Cosenza, 31 agosto 1860. Tuo affez. Turr.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 138, in proposito scriveva: “La spedizione Medici…..Col suo arrivo si formarono pertanto fra il 20 e il 22 giugno tre colonne, la prima guidata da Medici, destinata ad avviarsi per il litorale, obiettivo Messina, la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti. Tutte, compiute il loro itinerario dovevano concentrarsi alla punta del Faro.”. Dunque, il Cesari, a p. 138 scriveva che: “….la seconda guidata da Turr, composta dalla 2° brigata Eber della sua divisione, diretta a Misilmeri, Caltanisetta e Catania, la terza, comandata da Bixio e composta dalla 1° brigata, diretta a Corleone e a Girgenti.”. Dunque, il Cesari scriveva che la Brigata Eber era la 2à Brigata che faceva parte della Divisione Turr.
GIUSEPPE SIRTORI
Da Wikipedia leggiamo che il generale Giuseppe Sirtori, fu Capo di Stato Maggiore di Giuseppe Garibaldi lungo l’intera spedizione dei Mille e ultimo comandante dell’Esercito meridionale. La sua movimentata esistenza racchiude l’intero spettro delle possibili evoluzioni politiche del lungo Risorgimento italiano. Nel marzo 1860, venne eletto deputato al parlamento di Torino del nuovo Regno di Sardegna per il collegio di Missaglia, allora Provincia di Como e, per procurarsi un abito adeguato, fu costretto a chiedere aiuto ad uno dei fratelli ai quali poteva, finalmente, riavvicinarsi. Fu allora che il generale Garibaldi, il quale andava preparando la spedizione dei Mille, lo volle accanto a sé e lo imbarcò nella prima spedizione, partita da Quarto la sera del 5 maggio. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille””, a p. 191, in proposito scriveva: “Giuseppe Sirtori all’inizio della campagna dei Mille aveva quasi 47 anni, uomo fatto quindi ed ormai anche vecchio per certe imprese e per nutrire soverchie illusioni…Come vedremo, egli era tenuto al corrente degli avvenimenti di Sicilia e di Genova da Giovanni Acerbi, che fu poi capo dell’Intendenza dell’armata garibaldina dal principio alla fine della campagna…..Il Sirtori fu per il primo promosso maggior generale, ond’egli fu il più anziano dei generali garibaldini, innanzi a Turr, Bixio, Carini, La Masa, Orsini ed altri i cui nomi figurano scritti da Garibaldi stesso su un foglio conservato tra le carte Sirtori su cui questo è classificato “primo fra i Mille”.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: “Proseguendo nel racconto degli avvenimenti. Appena entrato in Palermo, Garibaldi pose mano alla instaurazione del nuovo ordine di cose nell’isola redenta. Il Sirtori fu per il primo promosso maggior generale, ond’egli fu il più anziano dei generali garibaldini, innanzi al Turr, Bixio, Carini, La Masa, Ordini ed altri i cui nomi figurano scritti da Garibaldi stesso su un foglio conservato tra le carte Sirtori su cui questi è classificato “primo fra i Mille”. Nel proseguimento della campagna, ripresa con l’arrivo della spedizione Medici, Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova. Una terza volta il Sirtori fu Prodittatore in Napoli il 14 settembre, ma egli già a Tarsia il 1° settembre aveva avuto il supremo comando dal Dittatore, che di là si avviò a tutta celerità sulla capitale, ove la situazione s’intorbidiva. Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardega, venivano obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedevano Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poiché da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonché di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, cui Garibaldi, tornato dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare.”.
MAXIME DU CHAMP, colonnello dell’Esercito Meridionale e nello Stato Maggiore del generale Turr
Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, riferendosi a dopo Capua, a p. 213, in proposito scriveva: “La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; Erano infine aggregati allo Stato Maggiore: Du Camp Massimo celebre scrittore francese, il quale scriveva nella ‘Revue de deux mondes’ e nel ‘Debats sempre in favore dell’Italia ancor prima della guerra del 1859, etc…”. Dunque, secondo il Pecorini-Manzoni, il celebre romanziere francese, Maxime Du Champ, fece parte dello Stato Maggiore della Divisione Turr. Maxime du Champ (….), nel suo “Expedition des Deux-Siciles” riportava le testimonianze, le lettere di garibaldini. Da Wikipedia, Da Wikipedia leggiamo che: figlio di un noto chirurgo, studiò legge e si dedicò alla pittura negli anni giovanili. Giornalista e grande viaggiatore, per i suoi scritti e le foto dei suoi viaggi si può considerare il primo inviato speciale dei suoi tempi. Volontario nella spedizione dei Mille, lasciò la sua testimonianza nella sua opera: L’expédition des Deux Siciles, (tra i pochi suoi scritti, ad oggi, tradotti in italiano). Questa sua testimonianza è preziosa perché è l’unica che ci è pervenuta dal continente mentre altri scrittori ne hanno scritto in modo parziale. Da Wikipedia leggiamo che Maxime Du Champ fu giornalista e grande viaggiatore, per i suoi scritti e le foto dei suoi viaggi si può considerare il primo inviato speciale dei suoi tempi. Volontario nella spedizione dei Mille, lasciò la sua testimonianza nella sua opera: L’expédition des Deux Siciles, (tra i pochi suoi scritti, ad oggi, tradotti in italiano). Questa sua testimonianza è preziosa perché è l’unica che ci è pervenuta dal continente mentre altri scrittori ne hanno scritto in modo parziale. Maxime Du Champ scriveva e pubblicò il suo Diario sulla marcia delle Calabrie. Egli, con il suo battaglione arrivò a Lauria, passò vicino Trecchina ed arrivò a Lagonegro. Dal racconto di Du Champ non sono scritte le date ma, da alcune citazioni, ad esempio di dispaccio si può intuire la data che riguardava ad esempio la permanenza a Lagonegro. Di sicuro la sua brigata si trovava a Lagonegro il 7 settembre 1860 perchè arrivò un dispaccio che Garibaldi era a Napoli. Quale fosse la brigata a cui apparteneva il Du Champ, si evince da alcune sue parole. Du Camp parte il 13 agosto 1860 da Genova, dove si è unito a un gruppo di patrioti ungheresi che gli saranno compagni durante tutta la spedizione, tra cui Téléki e Türr che lo nominerà suo colonnello . Egli arriva dunque in Sicilia proprio nel momento in cui, conquistata la maggior parte dell’isola, i Garibaldini si apprestano a sbarcare in Calabria. La sua partecipazione all’impresa dei Mille si svolge prevalentemente sul continente, secondo un itinerario che lo condurrà da Pizzo, Scilla, Cannitello a Bagnara Calabra, quindi Palmi, Mileto, Maida, Soveria, Marcellinara, Catanzaro, Tiriolo, Rogliano, Cosenza, Castrovillari,Castelluccio, Lauria, Lagonegro, Eboli, Salerno, fino a Napoli che raggiunge il 9 settembre, due giorni dopo l’ingresso trionfale di Garibaldi in città, e poi Caserta, il Volturno e Capua. Malgrado il titolo e seppur divisa in tre parti: La Sicile, Les Calabres, Naples et les avant-postes de Capoue, la seconda parte dell’Expédition che consta di ben otto capitoli (circa 150 pagine nell’edizione del 1861) ne costituisce il nucleo principale e per certi versi, come vedremo, il più originale. Giulio Adamoli, nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a pp. 143-144, in proposito scriveva che: “De’ molti stranieri che capitavano al nostro quartiere perchè amici del Turr e dell’Eber, rammento ancora il conte Teleky etc..; il parigino Maxime Du Camp, alto, bruno, innamorato della nostra Italia e della camicia rossa che indossava; come l’indossava un turco autentico, Kadir bey, buon diavolo, grande amico di Turr, ….l’inglese Austin Dohnage, etc…; ma Eber non sapendo dove impiegarli, li aveva dispensati dal servizio, etc…”. Du Champ, a p. 208 in proposito scriveva che: “Durante quattro mesi passati nello stato maggiore del generale Turr, stato maggiore in cui gli elementi italiani, inglesi, ungheresi e francesi erano mescolati in proporzioni disuguali, non ho assistito ad una sola disputa; etc…”. Dunque, il Du Champ componeva lo Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale al comando del generale Turr. Insieme a Du Champ facevano parte dello Stato Maggiore anche Pietro Spangaro e Ferdinando Eber (Nandor, Ferdinando). Guido Macera (….), nella sua “Introduzione”, al testo-tradotto in italiano di Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 10, in proposito scriveva che: “….e soprattutto nell’Expedition des deux Siciles, a proposito della quale il vecchio Grand dictionaire universel del Larousse dà la seguente notizia ed il seguente giudizio: “Nous le tretrouvons ensuire à Palerme, puis à Naples, dans l’état-major du général Turr, avec le rang nominatif de colonel, payant de sa personne à la journée du ler octobre. A son retour, il publia l’Expedition, un de se beaux livres, etc…”, che tradotto significa: “Lo troviamo poi a Palermo, poi a Napoli, nello stato maggiore del generale Turr, col grado nominale di colonnello, a pagare di persona la giornata del 1° ottobre. Al suo ritorno pubblicò la Spedizione, uno dei suoi bellissimi libri, ecc…”. Dunque, sendo il dizionaro Larousse, Maxime Du Champ è a Palermo e a Napoli nello stato maggiore del generale Turr, con il grado nominale di colonnello. Infatti, seguendo il suo racconto, sebbene non sia molto chiaro il suo grado, è pacifico che egli si trovasse al seguito degli altri ufficiali, come Pietro Spangaro dello Stato Maggiore del generale Turr. Guido Macera (….), nella sua “Introduzione”, al testo-tradotto in italiano di Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 7, in proposito scriveva che: “Non solo fra i memorialisti garibaldini il Du Champ fu l’unico che percorresse tutto intero l’itinerario “continentale” della spedizione, lasciando un ritratto in forte rilievo del paese più segreto del Mezzogiorno e cioè della Calabria, quale allora poteva apparire agli occhi di un viaggiatore, per così dire, professionale; laddove, ad esempio, l’Abba fu imbarcato a Messina insieme con quel “centinaio di feriti o malati che se ne vanno a casa per un pò di giorni”, ed a sua volta il Bandi si spine soltanto fino a Paola, dove salì a bordo dell’Elettrico, avendo “udito l’annunzio del miracoloso ingresso del dittatore in Napoli” e siccome gli “tardava raggiungerlo per ripigliare presso di lui il posto che aveva lasciato per accompagnarsi col colonnello Melenchini.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 184, in proposito scriveva che: “Passano i nostri poco numerosi cavalieri agli ordini di Caselli, poi due brigate, quella di Sacchi e quella di Bixio.”. Du Champ, a p. 144 scriveva che egli ed il colonnello Sàndor Teleky dovettero ripartire per Bagnara, allo scopo di far accelerare la marcia della brigata Eber. Dunque, Du Champ che si trovava a Monteleone partì con il colonnello Teleky per Bagnara Calabra. Du Champ, a p. 77, scriveva che: “Al levar delle mense, il tenente colonnello Spangaro (1) fece un brindisi al generale Turr; …L’eccellente banda della brigata Eber (2) etc…”. Essi si trovavano a Messina, dopo un ricevimento dato dal generale Turr. Du Champ, o chi curava il testo tradotto, a p. 77, nella nota (1) postillava: “(1) * Pietro Spangaro (Venezia 1823 – Milano 1894). Nella spedizione dei Mille si segnalò più volte come buon comandante sul terreno e per personale bravura. Molto si legò a lui il Ducamp, come si vedrà nel corso del libro.”. Du Champ, a p. 77, nella nota (2) postillava: “(2) *Ferdinando Eber, compagno del Turr nella guerra rivoluzionaria d’Ungheria. Divenuto d’un tratto – scrive il Bandi – da corrispondente del Dayli News comandante di brigata. E tuttavia la sua azione di comando doveva rivelarsi preziosa nella decisione della battaglia del Volturno.”. Nel 22 agosto 1860, il Du Champ ed il suo battaglione si trovava ancora in albergo a Messuna ed il 23 gli arriva il dispaccio della resa di Melendez e Briganti. Du Champ scrive che il 24 agosto doveva tenersi pronto per il passaggio in Calabria. Lui ed un altro doveva accompanare Turr che aveva già oltrepassato lo stretto di Messina, escluso la brigata Eber. Si trovavano con Turr a Punta del Pizzo. Lì, a p. 126 accadde: “Allora il colonnello Spangaro etc…”. Passa Bagnara, Milazzo, Monteleone. Du Champ, a p. 144, scriveva che: “..ed il colonnello Teleky ed io dovemmo ripartire per Bagnara, allo scopo di far accelerare la marcia della brigata Eber; quanto al generale Turr, restava naturalmente accanto a Garibaldi.”. Arrivati a Bagnara, a p. 146, scriveva che: “Passammo sopra i soldati coricati ed addormentati sulla sabbia, comunicammo al generale Eber gli ordini di cui eravamo portatori, ed alle quattro, allo spuntar del giorno, la comitiva si rimise in marcia.”. La brigata Eber si rimise in marcia da Bagnara. A Palmi presero alloggio nel quartier generale con Turr, in una grande casa. Garibaldi era ripartito da Palmi. Du Champ rimessosi in marcia arriva a Rosarno. Arrivano a Mileto, e a Monteleone, intorno al 27 agosto 1860. A p. 170, dove scriveva: “Le stelle già brillavano da un pò quando arrivò la brigata Eber; veniva ad accamparsi nella città, al posto delle truppe del generale Cosenz, le quali partivano da Monteleone.”. Da Monteleone passarono a Pizzo. Passarono per Palmi, Rosarno, Laureana, il fiume Mesima, Villa San Giovanni, Mileto, Monteleone, Pizzo, il fiume Lamato, Maida, Nicastro, Marcellinara il 1° settembre 1860, Tiriolo, Soveria (da non confondere con la Soveria dietro Cosenza), Catanzaro, Cosenza, Soveria, Rogliano, Cosenza, Palmi, dove si imbarcano per raggiungere Sapri. Du Champ, a p. 232 scriveva: “Riuscimmo finalmente a scovare due muli e a lasciare Cosenza. Tutte le brigate che arrivavano nella città ricevevano l’ordine di recarsi senza indugio a Palmi, dove le si faceva imbarcare per Sapri; di là venivano dirette su Salerno. I nostri bravi muli, “quei cari amori”, come li chiavava Spangaro.”. Da Cosenza arrivano a Tarsia, Spezzano, Morano Calabro, Rotonda, Castelluccio, verso le due del mattino del giorno ?. Uscendo da Castelluccio si trovarono in Basilicata. A Lauria la ruota del calesse o “vettura” si sfascia completamente. Dopo Lauria incontrano Trecchina, il fiume Noce, ed arrivano a Lagonegro, dove essi bivaccano fino al 7 settembre 1860 quando, Garibaldi era entrato in Napoli, alle “undici”. Da Lagonegro si fermarono a Sala Consilina e poi ad Auletta, dove giorni dopo la marcia proseguì. Maxime Du Champ (….), descrisse il suo viaggio e la sua marcia attraverso le Calabrie, dopo lo sbarco sul Continente di Garibaldi e dell’Esercito Meridionale. In particolare Du Champ descrive la sosta a Lauria e poi a Lagonegro dandoci notizie molto interessanti. Fu a Lagonegro di sicuro il 7 settembre 1860. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 262, in proposito scriveva che: “Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”. Maxime Du Champ (….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 266, in proposito scriveva che: “Noi (1) facemmo del nostro meglio per sfuggire ovazioni che ci fermavano ad ogni passo, ed io, stanco di essere abbracciato, tirato etc…”. Du Champ, a p. 266, nella nota (1) postillava: “(1) * Noi….cioè il gruppetto composto dal colonnello Spangaro, da Sander Teleky e dal Du Champ.”.
Il generale ENRICO COSENZ
Al momento della spedizione dei Mille, chiese all’esercito piemontese la dispensa dal servizio, per seguire Garibaldi col grado di colonnello brigadiere. Giunse in Sicilia con la terza spedizione di rinforzo (dopo la prima di Garibaldi e la seconda di Giacomo Medici), con 800 volontari partiti da Genova il 2 luglio 1860 e sbarcati il 5 luglio a Palermo. Portava con sé anche Pilade Bronzetti e il giovane Giorgio Spezia, futuro illustre scienziato. Alla battaglia di Milazzo, dove ebbe una parte determinante nel fermare l’attacco borbonico sulla sinistra e nel contrattaccare sino a chiudere il nemico nelle antiche mura, rimase ferito al collo. Dal Faro, con una flottiglia, il Cosenz prese terra sul continente a Villa S. Giovanni, tagliò la ritirata al borbonico generale Briganti e lo costrinse a capitolare. Il 23 agosto, sbarcato in Calabria, guidò la colonna che permise di circondare e costringere alla resa due brigate borboniche a Villa San Giovanni e Piale. Il 30 agosto ripeté la manovra, costringendo alla resa i 10.000 soldati borbonici del generale Giuseppe Ghio all’altipiano di Soveria Mannelli. Con il grado di maggiore generale comandante di divisione, entrò a Napoli al seguito di Garibaldi. Lì venne nominato segretario della guerra del governo luogotenenziale e prese parte all’organizzazione del plebiscito. Dopo lo sbarco a Sapri, il 3 Settembre 1860, insieme a Garibaldi arrivò a Napoli dove assunse la carica di ministro della Guerra del governo dittatoriale in difficile momento.

La XVIII Divisione o DIVISIONE BIXIO
Dunque, la XVIII Divisione era la Divisione affidata al comandante generale Nino BIXIO, il cui Capo di Stato Maggiore era il Luogotenente Colonnello Ghezzi. A questa divisione appartenevano le 2 Brigate: la 1° comandata dal colonnello Bezza e la 2° comandata dal colonnello Balzani. Inoltre vi era un’altra Divisione Aggregata alla Bixio il cui comandante era il Generale Avezzana.
| 18.a Divisione Comandante Luogot. Gen. Bixio Stato Maggiore di Divisione Capo Luogot. Colonn. Ghezzi 1.a Brigata Comandante Colonn. Bezza 2.a Brigata Comandante Colonn. Balzani Divisione Aggregata Comandante Luogot. Gen. Avezzana | ||
Promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a pp. 61-62, nella nota (1) postillava: “(1) Il battaglione di Menotti Garibaldi apparteneva alla neo formata 18a divisione Bixio.”. Alla Divisione comandata da Bixio, la 18° dipendeva un battaglione a cui apparteneva Menotti Garibaldi, uno dei figli del generale Giuseppe.
LA BASILICATA INSORGE: INIZIA L’INSURREZIONE
Nel 13 agosto 1860, a Tramutola, l’inizio dell’Insurrezione Lucana
Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Il 13 agosto 1860 a Tramutola, alla presenza del colonnello Boldoni (1), che sarà poi a Potenza nominato Capo militare dell’insurrezione, di Giacinto Albini e di Nicola Mignogna, che saranno i Capi del Governo Prodittatoriale di Basilicata, fu dichiarato decaduto il governo borbonico e proclamato solennemente il governo insurrezionale; etc…”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 92, in proposito scriveva che: “L’insurrezione lucana, iniziata cinque giorni prima che Garibaldi toccasse il suolo della Calabria, ha un importanza veramente eccezionale nella storia del Risorgimento Italiano. Estendendo la rivoluzione nelle Puglie, nel Cilento, nel Vallo di Diano, nell’Avellinese e nella Calabria, suscitando insomma la ribellione in due terzi del Reame borbonico e proclamando l’Unità d’Italia nel nome di Vittorio Emanuele e di Garibaldi, la rivoluzione lucana, con a capo il Boldoni, uomo di fiducia del Cavour, e il Mignogna garibaldino, conciliava la finalità monarchica unitaria del governo piemontese con la finalità rivoluzionaria, a sfondo repubblicano e mazziniano, del Partito d’Azione (2). La dichiarazione di Tramutola del 13 agosto e la proclamazione dell’Unità d’Italia, fatta a Corleto il 16, segnarono di fatto la fine del governo borbonico e tolsero, nello stesso tempo, dubbi e preoccupazioni che l’azione vittoriosa dei Siciliani potesse concludersi con la tradizionale richiesta della indipendenza e dell’autonomia dell’Isola. Il concentramento delle forze rivoluzionarie nel Lagonegrese occidentale, dal punto di vista tattico e militare, diede il massimo contributo alla celere riuscita dell’impresa garibaldina; tutte le forze borboniche dislocate in Calabria si videro tagliata la strada della ritirata e, poste da Cosenza a Lagonegro tra i due fuochi delle schiere garibaldine vittoriose nell’estrema Calabria etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 9-10 e ssg., in proposito scriveva che: “A buon diritto alla Basilicata s’è dato il gran vanto di essere stata la prima, fra le provincie del continente, ad insorgere contro la Dinastia Borbonica ed a proclamare l’unità e l’indipendenza d’Italia nel 16 agosto in Corleto, centro del movimento e del Comitato insurrezionale, e nel 18 agosto in Potenza, prima ancora che Garibaldi, nel 20 agosto, avesse passato lo Stretto. Etc…”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a pp. 22-23-24, in proposito scriveva che: “Il 10 agosto il colonnello Boldoni, dell’esercito Sardo, venne nominato comandante delle forze insurrezionali di Basilicata. Il giorno 13 il Boldoni, Giacinto Albini e Nicola Mignogna, ufficiale garibaldino, a Tramutola, dopo aver arringato il popolo, proclamarono il governo insurrezional. Nei giorni 14 e 15 da Corleto partirono gli ordini, si dichiarò decaduto il governo borbonico ed inaugurato quello di Vittorio Emanuele, dittatore Garibaldi, prodittatori Albini, Mignogna, Boldoni, Comandante le forze. In Tricarico la sera del 15 il Lavecchia e il can. D. Giuseppe D’Emilio inaugurarono il nuovo governo; ….L’Abbadessa di S. Chiara, nobile Pomarici, piantò sulla torre la bandiera tricolore. Vennero arrestati sette gendarmi. Il colonnello Boldoni emanò gli ordini ai capi di Tricarico, Genzano ed Avigliano di muovere il 18 agosto su Potenza. Le sue truppe furono adunate a Corleto, e lungo la strada per Potenza….Installato il governo provvisorio, tutti i municipi accettarono il nuovo governo e giurarono fedeltà a Vittorio Emanuele ed a Garibaldi: fecero a gara per offrire denari. (p. 23). La colonna di Corleto si portò a Balvano, a Muro, e a Picerno; la colonna di Potenza si portò ad Auletta; quella di Tricarico, al comando del Lavecchia, a Lagonegro; etc…Il colonnello Boldoni formò il suo stato maggiore con a capo Carmine Senise, e tra gli ufficiali fu nominato Grassi Giuseppe e il farmacista Mona Gerardo.”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 274, in proposito scriveva: “Il partito insurrezionale istituì in tutta la Calabria la guardia nazionale, ne mobilizzò una porzione , raccolse quei corpi mobilizzati in campi e fece i suoi preparativi, da una parte per opporsi ad un ritorno offensivo. di Caldarelli, dall’altra per rendere più difficile che si potesse la ritirata che volevano intraprendere le truppe regie ancora concentrate nella Calabria meridionale. Nella Basilicata il colonnello Camillo Boldoni aveva, fino dal 17 agosto, radunati sul monte Cerreto da 500 a 600 uomini annunziando che il giorno dopo sarebbe marciato su Potenza.”.
Nel 16 agosto 1860, in CORLETO PERTICARA si proclamò l’Unità e l’Indipendenza, la Brigata Lucana ecc…
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 9-10 e ssg., in proposito scriveva che: “A buon diritto alla Basilicata s’è dato il gran vanto di essere stata la prima, fra le provincie del continente, ad insorgere contro la Dinastia Borbonica ed a proclamare l’unità e l’indipendenza d’Italia nel 16 agosto in Corleto, centro del movimento e del Comitato insurrezionale, e nel 18 agosto in Potenza, prima ancora che Garibaldi, nel 20 agosto, avesse passato lo Stretto. Il Comitato di Corleto, di cui erano anima Carmine Senise e Giacinto Albini, alla dipendenza diretta ed immediata del Comitato Centrale dell’Ordine di Napoli, con larghe diramazioni per tutti i paesi della provincia aveva mantenuto qua e là desto il sacro fuoco della libertà negli ani antecedenti. La Basilicata, nei suoi 124 Comuni, era stata opportunamente suddivisa in 10 gruppi o ‘Sottocentri’, di cui tre, residenti a Rotonda, a Castelsaraceno ed a Senise, comprendevano il Distretto di Lagonegro, e d’essi erano rispettivamente capi e residenti i signori Berardino Fasanella, Vito Cascini e Giovanni Costanza. Il nostro Comune, assieme con Rivello, Nemoli, Trecchina, Maratea, Lauria, i due Castelluccio, Viggianello, S. Severino, facevano parte del Sottocentro di Rotonda; e bisogna pur riconoscere che se Lagonegro non fu, in quel glorioso periodo, focolare di congiure e centro d’un sottocomitato rivoluzionario, ciò non dipese da mancanza di spiriti liberali e di desiderio d’innovazioni, ma bensì dalla severa e sospettosa sorveglianza e persecuzione esercitata dalla Polizia etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 13-14-15, in proposito scriveva che: “Da Corleto il benemerito Comitato insurrezionale si recò a Potenza, dove convennero pure, per accordi presi, i varii drappelli dei Comitati insorti, e dove, dopo un conflitto sanguinoso tra il popolo e la Gendarmeria, nel 18 Agosto, fu costituito, in nome di Vittorio Emanuele e del Dittatore Giuseppe Garibaldi, un Governo Prodittatoriale, di cui facevano parte due illustri patriotti, Nicola Mignogna di Taranto, uno dei Mille, mandato dal Generale Garibaldi, e Giacinto Albini di Montemurro, anima dell’insurrezione lucana, mentre il comando militare rimase affidato al Colonnello Camillo Boldoni, che ebbe a capo di Stato Carmine Senise (1). Costituito così il governo della Provincia ‘per dirigere la grande insurrezione lucana’, l’Intendente Nitti depose volontariamente il potere, perchè esso era ‘in opposizione all’unanime ed irresistibile movimento dell’intera provincia’, e andò via. Primo atto del Comitato Centrale di Potenza fu l’ordine d’installarsi in tutti i Comuni della Provincia una ‘Giunta insurrezionale o Sottocomitato, composto di tre cittadini ‘noti per fede patriottica ed energia’. In Lagonegro la Giunta fu costituita dall’Avv: Aniello Picardi, venuto da Potenza appositamente, e fu composta da lui, dal Farmacista Gennaro Aldinio e da Antonio Ricciardi. Il Presidente Picardi manteneva la corrispondenza che tuttora si conserva, coi Comitati di Potenza, di Castrovillari, di Rotonda e di Cosenza, e seppe bene attendere alle esigenze del delicato uffizio, nè l’affetto filiale mi consente di dir di lui più oltre….”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 491 e ssg., in proposito scriveva che: “LI. – Garibaldi rapidamente avanzava, ma l’insurrezione tuttavia precorrevalo. Le Calabrie non solo, ma la Terra d’Otranto e di Bari, la Basilicata e gli Abruzzi erano simultaneamente sconvolti dal turbine rivoluzionario. Etc… Gli insorti ordinati in guerriglie pullulavano ovunque e si moltiplicavano in progressione infinita: e verso la fine di agosto l’autorità del governo Borbonico non estendevasi al di là delle mura della sua capitale, o dei limiti dei suoi militari accampamenti.”. In “Gli avvenimenti d’Italia del 1860 – etc…”, vol. I, a p. 160, in proposito è scritto che: “Ai primi di settembre, oltre alle provincie Calabresi era in movimento la Basilicata ed una parte del Pricipato Ulteriore. A Potenza e nella provincia di Salerno erano instituiti Governi provvisorii. Certo Giovanni Mutina aveva sollevato il distretto di Campagna ed assunto il titolo di prodittatore. Fatto questo movimento, tutta la provincia era insorta, meno il distretto di Salerno.”. Immacolata Venturi (….), nel suo “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 42 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra il 30 settembre e il 21 ottobre, il tricolore veniva innalzato a Viggiano, Grottole, Cirigliano, Corleto, Tricarico, Rotonda, Pietrapertosa, Lauria, Castelmezzano, Grassano, Pomarico. Quella che probabilmente appariva alla polizia una coincidenza, era, invece, una precisa strategia, una sorta di “prova generale”, con significative propaggini nelle aree di passaggio tra Calabria, Campania e Puglia (80).”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a pp. 22-23-24, in proposito scriveva che: “Il 10 agosto il colonnello Boldoni, dell’esercito Sardo, venne nominato comandante delle forze insurrezionali di Basilicata. Il giorno 13 il Boldoni, Giacinto Albini e Nicola Mignogna, ufficiale garibaldino, a Trmutola, dopo aver arringato il popolo, proclamarono il governo insurrezional. Nei giorni 14 e 15 da Corleto partirono gli ordini, si dichiarò decaduto il governo borbonico ed inaugurato quello di Vittorio Emanuele, dittatore Garibaldi, prodittatori Albini, Mignogna, Boldoni, Comandante le forze. In Tricarico la sera del 15 il Lavecchia e il can. D. Giuseppe D’Emilio inaugurarono il nuovo governo; ….L’Abbadessa di S. Chiara, nobile Pomarici, piantò sulla torre la bandiera tricolore. Vennero arrestati sette gendarmi. Il colonnello Boldoni emanò gli ordini ai capi di Tricarico, Genzano ed Avigliano di muovere il 18 agosto su Potenza. Le sue truppe furono adunate a Corleto, e lungo la strada per Potenza….Installato il governo provvisorio, tutti i municipi accettarono il nuovo governo e giurarono fedeltà a Vittorio Emanuele ed a Garibaldi: fecero a gara per offrire denari. (p. 23). La colonna di Corleto si portò a Balvano, a Muro, e a Picerno; la colonna di Potenza si portò ad Auletta; quella di Tricarico, al comando del Lavecchia, a Lagonegro; etc…Il colonnello Boldoni formò il suo stato maggiore con a capo Carmine Senise, e tra gli ufficiali fu nominato Grassi Giuseppe e il farmacista Mona Gerardo.”. Su Corleto Perticara, in quei frangenti ha scritto Immacolata Venturi (….), nel suo “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016. Sull’insurrezione dei Lucani e della Brigata Lucana ha scritto anche Michele Lacava che insieme al fratello Pietro fu particolarmente attivo prima e dopo il Plebiscito. Si tratta del testo di Michele Lacava (….) e del suo “Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860”, Napoli, 1895; Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 140 e ssg., riferendosi a Boldoni, in proposito scriveva che: “Eletto da questa parte all’impresa di Basilicata, non pria che fossero nel carro della ferrovia egli conobbe Nicolò Mignogna; e non pria che a Corleto seppe aver lui uno special mandato, e forse la confidenza, del General Garibaldi. E Nicolò Mignogna, di Taranto, vecchio apostolo della libertà, esperto tramatore di congiure a pro di essa; e di essa provato amante ai travagli della carcere frequente e dell’esiglio, era in Genova vissuto tra coloro, che, non reputando l’amor della patria siccome cianciera virtù da accademia, estimano quella esser più patriottica politica che sia men pigra agl’impazienti. Ito in Sicilia uno dei Mille, fu poscia in Napoli in quel gruppo di uomini, animosi e operativi, che in quel momento di focosa contraddizione al comitato dell’Ordine rifatto, costituirono il comitato dell’Azione. Questo, e le antecedenti brighe che vennero al Boldoni dal suo comando dei volontari, di Piacenza, non metteano sentimenti di mutua soddisfazione tra essi, etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitani: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava.”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a pp. 878-880, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Prima ancora che Garibaldi e Bixio, nella notte sopra il 20 agosto, sbarcassero a Melito; e Cosenz e Assanti, all’alba del 22 scendessero a Favazzina tra Scilla e Bagnara, la rivoluzione era matura nelle popolazioni calabresi e lucane. Il comitato insurrezionale di Basilicata, il quale avea sede a Corleto, giunti che furono colà il Boldoni, mandato da Cavour, Albini, Mignogna e Lacava, proclamò la sera del 16 agosto, in casa Senise, la rivoluzione, al grido di “Garibaldi dittatore, Italia e Vittorio Emanuele”; affidò il comando delle forze insurrezionali al Boldoni, e nominò capo dello stato maggiore Carmine Senise, oggi senatore e già prefetto di Napoli. Da casa Senise uscì il drappello rivoluzionario, preceduto dalla bandiera tricolore, con la croce di Savoia, che le signorine di quella famiglia avevano cucita con le loro mani. Anima della insurrezione era Giacinto Albini di montemurro, il quale, intermediario tra il comitato dell’Ordine e i liberali della provincia, era stato, a capo della decennale cospirazione. Il Comitato di Corleto del quale faceva parte anche Domenico de Pietro, aveva larghe diramazioni in tutta la provincia; avendo fino all’anno innanzi, istituito de’ sottocomitati rivoluzionari, con uno o più capi. A Saponara, Giulio Gilberti e il padre Serafino da Centola; etc…Di tutti i componenti non ricordo i nomi ma sono tutti registrati nella ‘Cronistoria’ di Michele Lacava, miniera di notizie e documenti di quel tempo, e nel libro di Racioppi sui moti di Basilicata. E dicasi altrettanto di parecchie altre provincie del continente, nelle quali, dove più, dove meno, esistevano Comitati dell’Ordine, che contavano affiliati tra le diverse classi dei cittadini, principalmente della borghesia agiata. I comandanti delle guardie nazionali vi erano ascritti, generalmente; e ascritti quasi tutti gli studenti, e quanti erano giovani dai sedici ai trenta anni; né mancavano preti, frati e seminaristi; ed in tutti era una gara nel raccogliere danaro e armi, e nell’apparecchiarsi a insorgere.”. Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 897, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Abbiamo veduto chi fossero i capi dell’insurrezione in Puglia e in Basilicata, ma in Calabria i capi erano addirittura milionari, come i Morelli, i Compagna, gli Stocco, i Guzzolini, i Quintieri, i Labonia, i Barracco. O erano a capo dei comitati o li sovvenivano. La rivoluzione si compiva in nome dell’idea morale; e i ricordi storici e le poesia patriottiche infiammavano di ardore lirico quei cospiratori e quei soldati. Altri giovani di civili e ricche famiglie correvano in Sicilia sotto mentito nome.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 449, in proposito scriveva che: “I capi delle bande insurrezionali, militari improvvisati, erano, quasi tutti, come ho detto, giovani di notevole posizione sociale, circondati dalla pubblica stima…..Non erano bande di straccioni, perchè la borghesia più eletta vi dava largo contingente. La rivoluzione si compiva in nome dell’ idea morale ; e i ricordi storici, e le poesie patriottiche infiammavano di ardore lirico quei cospiratori e quei soldati……Da Reggio a Napoli non fu più tirato un colpo di fucile; e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia, e poi precedendo questa, con poche guide e cavalieri, e con Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava lo Stato disciolto , e a lui si arrendevano generali, abbandonati dai proprii soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata, con documenti nuovi e importanti, in un libro , dedicato alla famiglia Morelli, che tanta parte ebbe in quegli avvenimenti.”. De Cesare, a p. 449, nella nota (I) postillava: “(1) R. De Cesare, op. cit.”. Si tratta del testo: “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, Roma, ed. Forzani, 1889. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 86-87, in proposito scriveva che: “Il 13 agosto 1860 a Tramutola, alla presenza del colonnello Boldoni (1), che sarà poi a Potenza nominato Capo militare dell’insurrezione, di Giacinto Albini e di Nicola Mignogna, che saranno i Capi del Governo Prodittatoriale di Basilicata, fu dichiarato decaduto il governo borbonico e proclamato solennemente il governo insurrezionale; a Corleto Perticara, da tempo centro di cospirazione della Basilicata e dove fin dai principi di luglio era di fatto cessata l’amministrazione borbonica, la sera del 16 agosto, fra l’entusiasmo e il delirio del popolo, con luminarie e fuochi pirotecnici, fu proclamata l’Unità d’Italia dal Comitato rivoluzionario. Il sacerdote Salvatore Guerrieri dal pulpito, invece di fare il panegirico del Santo protettore, stigmatizzò l’opera dello spergiuro e tirannico re borbonico e incitò i fedeli alla insurrezione e alla lotta. A Trecchina, dove da tempo era sorto un Comitato rivoluzionario prima carbonaro e poi mazziniano e di cui facevano parte Gennaro Schettini, l’av. Francesco Schettini, il 10 agosto 1860 il sacerdote Raffaele Schettini rivolse ai popoli dell’Italia meridionale, “ai fratelli di tante memorie”, ai fratelli di tanti dolori e di tante speranze, un’ode per incitare i Camani e i Lucani, i Pugliesi, i Sanniti a prendere le armi per mettere in fuga l’odiato tiranno.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 92, in proposito scriveva che: “L’insurrezione lucana, iniziata cinque giorni prima che Garibaldi toccasse il suolo della Calabria, ha un importanza veramente eccezionale nella storia del Risorgimento Italiano. Estendendo la rivoluzione nelle Puglie, nel Cilento, nel Vallo di Diano, nell’Avellinese e nella Calabria, suscitando insomma la ribellione in due terzi del Reame borbonico e proclamando l’Unità d’Italia nel nome di Vittorio Emanuele e di Garibaldi, la rivoluzione lucana, con a capo il Boldoni, uomo di fiducia del Cavour, e il Mignogna garibaldino, conciliava la finalità monarchica unitaria del governo piemontese con la finalità rivoluzionaria, a sfondo repubblicano e mazziniano, del Partito d’Azione (2). La dichiarazione di Tramutola del 13 agosto e la proclamazione dell’Unità d’Italia, fatta a Corleto il 16, segnarono di fatto la fine del governo borbonico e tolsero, nello stesso tempo, dubbi e preoccupazioni che l’azione vittoriosa dei Siciliani potesse concludersi con la tradizionale richiesta della indipendenza e dell’autonomia dell’Isola. Il concentramento delle forze rivoluzionarie nel Lagonegrese occidentale, dal punto di vista tattico e militare, diede il massimo contributo alla celere riuscita dell’impresa garibaldina; tutte le forze borboniche dislocate in Calabria si videro tagliata la strada della ritirata e, poste da Cosenza a Lagonegro tra i due fuochi delle schiere garibaldine vittoriose nell’estrema Calabria etc…”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 169 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “In una solenne commemorazione, fatta a Roma il 13 marzo 1884, Giacomo Racioppi disse: “Ieri si è chiusa a Potenza una tomba, su cui la storia di una nobile provincia scriverà un nome, che resterà, segno di reverenza e di affetto, fra quelli dei più benemeriti cooperatori della libertà e grandezza della Patria. E’ il nome di Giacinto Albini….Nel 1860, comincia quella grande epopea che dallo scoglio di Quarto e dallo sbarco a Marsala si svolge di pari passo, di meraviglia in meraviglia; ma non dimenticabile episodio della grande epopea è il levarsi in armi di tutto un popolo, che dalle valli del Bradano, del Basento, dell’Agri e del Sinni converge unanime a Potenza, innalza la bandiera del riscatto e dell’unità, e apparecchia la via al liberatore, che è ancora di là dallo Stretto siculo.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a pp. 75-76, in proposito scriveva che: “…l’insurrezione lucana dell’agosto 1860 va considerata come significativa risultante di un’accurata pianifcazione nazionale e meridionale, attuata con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione, sia pure in chiave moderata, al processo unitario, in modo tale da poterlo far percepire, proporio secondo gli indirizzi del Cavour, come “atto spontaneo” e venuto dalle popolazioni meridionali, non casualmente prima dello sbarco di Garibaldi in Calabria. Essa fu, anche per questo, abilmente affidata, con differenziate funzioni, a Giacinto Albini, Nicola Mignogna e Camillo Boldoni, uomini di sicura affidabilità, tutti passati a funzioni isituzionali all’interno della Prodittatura e del nuovo Stato. Si vuol dire che l’insurrezione lucana fu abilmente guidata per farla confluire nell’alveo cavouriano, lasciando fuori le istanze “socialiste” e “comuniste” di Garibaldi e dei radicali.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 274, in proposito scriveva: “Il partito insurrezionale istituì in tutta la Calabria la guardia nazionale, ne mobilizzò una porzione , raccolse quei corpi mobilizzati in campi e fece i suoi preparativi, da una parte per opporsi ad un ritorno offensivo. di Caldarelli , dall’altra per rendere più difficile che si potesse la ritirata che volevano intraprendere le truppe regie ancora concentrate nella Calabria meridionale. Nella Basilicata il colonnello Camillo Boldoni aveva, fino dal 17 agosto, radunati sul monte Cerreto da 500 a 600 uomini annunziando che il giorno dopo sarebbe marciato su Potenza.”.
Nel 18 agosto 1860, la proclamazione del GOVERNO Provvisorio Lucano o PRODITTATORIALE Lucano
Il 18 agosto 1860 in Basilicata fu proclamato il governo di casa Savoia e fu istituito un governo provvisorio, detto Governo prodittatoriale lucano o anche Governo provvisorio dell’insurrezione lucana. Il governo, composto da notabili lucani che avevano partecipato all’insurrezione, fu presieduto da 2 prodittatori: il tarantino Nicola Mignogna e il lucano Giacinto Albini. Durò dal 19 agosto al 6 settembre 1860. Il 7 settembre, infatti, Garibaldi nominò come governatore della provincia il patriota Giacinto Albini. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 397-398 e ssg., in proposito scriveva che: “Cavour naturalmente soffiava sul fuoco con la speranza, cui s’è già accennato, di suscitare in Napoli una rivoluzione militare o popolare prima che arrivasse Garibaldi. Aveva sollecitato il Villamarina a metter d’accordo i due Comitati dell’Ordine e dell’Azione, e quello c’era riuscito almeno per quanto riguardava le provincie. Si era infatti stabilito di agire da principio in Basilicata dov’era stato mandato il colonnello Camillo Boldoni, già valoroso combattente a Venezia. Nicola Mignogna dei Mille, mazziniano di principi e là delegato di Garibaldi, aveva già preparato il terreno. Il 17 agosto era insorta Corleto, il 18 Potenza. Questa città era presidiata da 300 gendarmi, comandati dal capitano Castagna; il quale, all’intimazione di gridare: “Viva Garibaldi!” rispose facendo gridare ai suoi: “Viva il Re!” e ordinando il fuoco sulla folla. Questa, allora, inferocita dà addosso ai gendarmi, ne uccide 7, e ne fa prigionieri 36, mette in fuga gli altri e saccheggia la caserma. E’ il segnale dell’insurrezione in tutta la provincia. Il Mignogna e il Boldoni proclamano il 19 il Governo provvisorio; l’uno assume la carica di Prodittatore, l’altro il Comandante delle truppe. Ciò avveniva mentre Garibaldi passava lo Stretto. Quando poi si seppe della presa di Reggio e della sua avanzata nelle Calabrie, l’esempio di Potenza fu rapidamente seguito da tutte le altre città, e l’incendio divampò alimentato da Cavour e da Garibaldi, che in una cosa sola erano d’accordo: nel cacciare i Borboni.”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 13, in proposito scriveva: “Maggiore della Guardia Nazionale fu nominato Emilio Petruccelli, mazziniano tornato proprio in quei giorni dalla galera, condannato nel processo per i moti del ’48…..Il 20 fu publicato un decreto con cui veniva sospesa a Potenza la riscossione etc…..Questo provvedimento fu un provvedimento demagogico, speccialmente quella sul macinato, che era stato sempre, e sarà per parecchi anni, anche dopo il nuovo regime, causa di malumore e rivolte popolari. Fu voluto dagli elementi estremisti, che avevano avuta la prevalenza nei moti, specialmente di Potenza e nella prodittatura: ma dopo poco si fu costretti a ritirarlo innanzi al depauperamento delle finanze comunali. Il Brienza uno dei segretari della Prodittatura, reduce come il Petruccelli dalla galera, scrive che la sera del 24 agosto giunse a Potenza Giacomo Racioppi con una lettera riservata diretta all’Albini, in cui si diceva che il partito dell’Ordine voleva al potere uomini autorevoli della provincia. La notizia del Brienza è data con un tono di amarezza e di sdegno. Sia vera o no la lettera, certo il Racioppi, moderato ed esperto di dottrina da quel momento avrà una parte, apparentemente secondaria, ma importantissima nella vita della Prodittatura e nel periodo successivo dei ‘governatori con poteri illimitati’ dell’Albini dello Stampacchia e del Gemelli. Durante questo periodo instabile e senza una vera autorità, il Racioppi, come segretario generale, dette una certa organicità all’amministrazione della Provincia con la sua sagacia e la sua dottrina. Dal giorno 24 s’iniziò nel governo della Prodittatura una operazione di riorganizzazione finanziaria amministrativa e sociale degna di essere esaminata e illustrata.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 90, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto si mossero dal Lagonegrese verso Potenza, dove giunsero verso il 20 agosto, la colonna del Sottocentro di Senise, comandata da Aquilante Persiani e comprendente oltre trecento patrioti dei Comuni compresi nel sottocentro, e quella del sottocentro di Castelsaraceno, comandata da Luigi Chiurazzi.”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a p. 13, in proposito scriveva: “Il Brienza uno dei segretari della Prodittatura, reduce come il Petruccelli dalla galera, scrive che la sera del 24 agosto giunse a Potenza Giacomo Racioppi con una lettera riservata diretta all’Albini, in cui si diceva che il partito dell’Ordine voleva al potere uomini autorevoli della provincia. La notizia del Brienza è data con un tono di amarezza e di sdegno. Sia vera o no la lettera, certo il Racioppi, moderato ed esperto di dottrina da quel momento avrà una parte, apparentemente secondaria, ma importantissima nella vita della Prodittatura e nel periodo successivo dei ‘governatori con poteri illimitati’ dell’Albini dello Stampacchia e del Gemelli. Durante questo periodo instabile e senza una vera autorità, il Racioppi, come segretario generale, dette una certa organicità all’amministrazione della Provincia con la sua sagacia e la sua dottrina. Dal giorno 24 s’iniziò nel governo della Prodittatura una operazione di riorganizzazione finanziaria amministrativa e sociale degna di essere esaminata e illustrata.”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 47 e ssg., in proposito scriveva: “Il proclama redatto il 15 agosto da Rocco Brienza (2), il saluto del nuovo intendente della provincia (3) e quello di Nicola Mignogna (4), i proclami di Camillo Boldoni, capo militare delle forze insurrezionali (5), quello di Domenico Asselta del 25 agosto (6) e quello del Masci (7) il quale, in ogni occasione, aveva precedentemente manifestato la propria devozione al Borbone (8), l’appello rivolto dalla Giunta Centrale di amministrazione costituita dal Governo prodittatoriale il 25 agosto (9), il discorso del canonico Giambrocono (10) e quello di Giuseppe Tancredi (11), l’appello del Golini (12) e la lettera di Vincenzo Sarli (13), mostrano chiaramente quei contrasti che, latenti, esistonoin seno al movimento liberale lucano nell’agosto del 1860 (14).”. Pedio, a p. 47, nella nota (1) postillava: “(1)………………………”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva pure che: “I documenti raccolti dagli eredi di Giacinto Albini e che erano stati, in parte, consultati da Giacomo Racioppi, vengono pubblicati ed illustrati da Michele Lacava nella sua ‘Cronistoria’. Questa ampia raccolta di documenti, cui attingeranno tutti coloro che tratteranno del 1860 in Basilicata, deve essere, però, consultata con molta cautela. I documenti relativi al periodo precedente al 1860 pubblicati dal Lacava, in gran parte dispersi, destano, infatti, sospetti sulla loro autenticità: notizie date per certe non trovano riscontro in atti ufficiali; patrioti che, secondo il Lacava, avrebbero seguito Garibaldi e fatto parte dell’Esercito Meridionale (1), non sono compresi nell’elenco della Società di Solferino e San Martino (2), l’atteggiamento ultraradicale che, secondo alcuni documenti pubblicati dal Lacava, avrebbero assunto in determinati momenti Giacinto Albini ed i suoi più diretti collaboratori, non trova conferma in altri documenti del tempo che, a differenza di quelli pubblicati nella ‘Cronistoria’ del Lacava, è possibile consultare nei loro originali. Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (2) postillava: “(2) Elenco dei soldati italiani della provincia di Potenza che hanno fatto una o più delle sette compagnie dal 1848 al 1870 per l’Indipendenza Italiana, Padova, Soc. Solferino e S. Martino.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a p. 52, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”. Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a p. 84, in proposito scriveva: “Per ogni capoluogo di distretto (chiamati poi circondari) fu nominato un commissario che povvide all’esecuzione e all’adempimento di tutte le disposizioni emanate dal Comitato provinciale. I Commissari furono per il distretto di Lagonegro: Giuseppe Mango di Lagonegro stesso; ….”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a pp. 75-76, in proposito scriveva che: “…l’insurrezione lucana dell’agosto 1860 va considerata come significativa risultante di un’accurata pianifcazione nazionale e meridionale, attuata con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione, sia pure in chiave moderata, al processo unitario, in modo tale da poterlo far percepire, proporio secondo gli indirizzi del Cavour, come “atto spontaneo” e venuto dalle popolazioni meridionali, non casualmente prima dello sbarco di Garibaldi in Calabria. Essa fu, anche per questo, abilmente affidata, con differenziate funzioni, a Giacinto Albini, Nicola Mignogna e Camillo Boldoni, uomini di sicura affidabilità, tutti passati a funzioni isituzionali all’interno della Prodittatura e del nuovo Stato. Si vuol dire che l’insurrezione lucana fu abilmente guidata per farla confluire nell’alveo cavouriano, lasciando fuori le istanze “socialiste” e “comuniste” di Garibaldi e dei radicali.”. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 164 e ssg., parlando di Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “Nel 1860 la Basilicata insorse, dando il segnale della riscossa alle vicine regioni. Si è già detto che il 18 agosto di quell’anno, venne proclamato a Potenza il Governo prodittatoriale, i cui componenti furono Giacinto Albini e Nicola Mignogna. Pochi giorni dopo, venne istituita la Giunta insurrezionale, con sette uffici. A Giacomo Racioppi – ch’era subito accorso a Potenza – fu affidata la direzione del quarto ufficio, che doveva occuparsi dell’amministrazione provinciale e comunale e degli affari demaniali. Il 6 settembre 1860, cessò il Governo prodittatoriale,…..”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 43 e ssg., in proposito scriveva: “Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata durante il Risorgimento, ed, in particolare, di quelli svoltisi nel decennio 1850-1860, vien data dopo l’avvento della sinistra la potere. Etc..”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), soli in grado di porre un freno ai tumulti, e in Garibaldi vedono l’unico uomo che in quel momento possa far rispettare la proprietà e mettere fine ai disordini.”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) A Potenza, il 19 agosto, si era formato un governo prodittatoriale (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc…, cit., p. 120; A. Romano-Manebrini, Documenti sulla rivoluzione di Napoli, ecc.., cit., p. 60). Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; e la narrazione di A. de Meo, in A. Alfieri d’Evandro, Della insurrezione nazionale del Salernitano, ecc..ecc.., cit., pp. 58-66). Ad Altamura, il 30 Agosto, è proclamato il governo provvisorio (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc.ecc.., cit., pp. 168-169).”. Demarco, a p. 183, nella nota (93) postillava: “(93) Dal preambolo dell’ordine del giorno del gen. T. De Dominicis, Vallo, 4 settembre 1860 (Il Garibaldi, n. 14, 6 settembre 1860, p. 54; v. anche la corrispondenza da Altamura ne ‘La opinione nazionale’, n. I, n. 34, 4 settembre 1860, p. 136).”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), etc…”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; “. Infatti, Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”.

PIETRO LACAVA e GIACINTO ALBINI
Su Pietro Lacava, poi Ministro e fratello di Michele Lacava (….), ha scritto Tommaso Pedio (….), nel suo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a pp. 113-114, parlando degli scritti pubblicati a stampa nel 1860, ed in particolare quelli attribuiti a Giacomo Racioppi, a pp. 116-117, in proposito scriveva: “487. Giacomo Racioppi, Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860, Napoli, Morelli, 1867…..Esaurita in breve tempo, venne ripubblicata, ad iniziativa di Giustino Fortunato, nel 1909 (Bari, Laterza) con prefazione di Pietro Lacava. L’introduzione alla II ed. è una memoria apologetica del Lacava il quale fu segretario del Governo Prodittatoriale Lucano e vice governatore del distetto di Lagonegro.”. Su Wikipedia leggiamo che Pietro Lacava (Corleto Perticara, 26 ottobre 1835 – Roma, 26 dicembre 1912) è stato un politico italiano. Figlio di Domenico Giuseppe e Brigida Francolino, fu studente a Napoli e Latronico, dove frequentò i corsi di giurisprudenza dell’Arcieri. In questo ambito accademico conobbe ed ebbe rapporti con Giacinto Albini, con cui era legato da vincoli di parentela, e, nonostante la dichiarata fede borbonica della sua famiglia, divenne uno dei più attivi esponenti del movimento liberale. Nel 1857 fu, con Giuseppe Albini e Giuseppe Lazzaro, fra i fondatori del Comitato dell’ordine, che aveva come programma l’unità italiana sotto la monarchia sabauda. In veste di segretario del Comitato, organizzò l’importante dimostrazione degli studenti universitari del 6 aprile 1860 che si tenne a Napoli in largo di S. Francesco da Paola (oggi piazza del Plebiscito). A tale manifestazione parteciparono molti giovani lucani, fra cui il fratello di Pietro, Michele Lacava, Aurelio Casale di Spinoso, Graziano e Gerardo Marinelli di Abriola, Michele Del Monte di Moliterno. Il 21 giugno 1860 fece parte del Comitato Centrale Lucano di Corleto Perticara e il 19 agosto, in seguito alla insurrezione della Basilicata, fu nominato segretario del Governo Protodittatoriale Lucano. Saverio Cilibrizzi (….), nel suo, I grandi Lucani nella storia della nuova Italia (da Mario Pagano etc…), ed. Conte, Napoli, a p. 30, in proposito scriveva: “Ma le innumerevoli condanne al carcere e all’esilio non valsero a far finire le cospirazioni. Esse, invece, ebbero proprio allora un potentissimo impulso per opera di Giacinto Albini, giustamente definito da Crispi “il Mazzini della Lucania”. Vedremo in seguito che, nella sua immensa opera di propaganda, Giacinto Albini ebbe grandi collaboratori, fra cui, in prima linea, il fratello Nicola, Carmine Senise e Pietro Lacava. Qui ci limitiamo a dire che dopo la guerra in Crimea e soprattutto dopo il fallimento della spedizione di Sapri, i cospiratori lucani abbandonarono definitivamente il programma mazziniano ed accettarono la formula, alla quale aveva già aderito Giuseppe Garibaldi: “Italia e Vittorio Emanuele. Nel 1860, la Lucania dette un contributo veramente decisivo al trionfo completo della leggendaria spedizione dei Mille.”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, a pp. 6-7, in proposito scriveva: “Giacinto Albini, anima di apostolo e di idealista, ma insieme uomo di azione, non artecipò a questi dissidi. Egli non aveva che un solo scopo: cacciare i borboni da Napoli e dare all’Italia l’unità. A questo concetto, mantenne legata l’organizzazione della sua provincia. Ebbe così contatto con i due comitati di Napoli, e chiese aiuto a tutti e due: al Comitato dell’Ordine e al Comitato d’Azione, che, dopo i successi di Garibaldi in Sicilia, aveva preso il sopravvento. Il primo gli offrì, come dirigente supremo militare, il colonnello Boldoni che aveva dato prove dl suo patriottismo a Venezia e in Lombardia, tremila ducati e cooperazione sollecita delle provincie limitofe. Il Comitato d’Azione gli aveva offerto uomini, danaro e munizioni. “Noi saremo, concludeva con ua lettera al Senise Giacinto Albini, per chi ci darà armi, danaro ed ha stesso nostro programma: Unità, Vittorio Emanuele, Garibaldi”. Con questi aiuti, con queste promesse, con queste aspirazioni, egli ritorna in Lucania e, senza indugi, prepara l’opinione pubblica e organizza l’insurrezione……il 24 Maggio del 1860, richiamò in vita la costituzione del 1848, sperando con questo atto di dare tranquillità al regno. Da questo momento si inizia in Lucania il movimento insurrezionale, preparato da Giacinto Albini e sviluppato da lui e da Mignogna, rappresentante del Partito di Azione di Napoli e uomo di fiducia di Garibaldi.”.
Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata per l’Unità d’Italia nel 1860
Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 43 e ssg., in proposito scriveva: “Una diversa interpretazione dei fatti svoltisi in Basilicata durante il Risorgimento, ed, in particolare, di quelli svoltisi nel decennio 1850-1860, vien data dopo l’avvento della sinistra la potere. Dopo la pubblicazione dei documenti editi dal De Monte (6), allo scopo di dimostrare che gli artefici della insurrezione lucana avevano militato in quella stessa corrente da cui traevano origine i nuovi uomini politici italiani, si afferma, e ci si convince, che in Basilicata, prima del 1860, avesse svolto notevole attività il movimento mazziniano che avrebbe fatto capo a Giacinto Albini, e che i più noti patrioti avessero militato nella corrente democratica (1). Tale travisamento della realtà storica è stata opera non solo dei parlamentari lucani interessati a vantare tradizioni liberali, ma anche, e soprattutto, di Decio Albini, il quale, dimenticando che la corrente liberale alla quale aveva aderito Giacinto Albini prima del 1860 ed i Lacava soltanto dalla primavera di quell’anno, era stata restia ad accettare un programma radicale ed, in particolare, quello mazziniano, in una breve monografia altera la verità storica e, anzicchè limitarsi ad illustrare quelli che erano stati realmente i contatti avuti dal padre prima con il Comitato facente capo al Fabrizi e poi con il Comitato dell’Ordine dal quale, nel 1860, era stato delegato ad organizzare, a dirigere e ad arginare la insurrezione in Basilicata allo scopo di impedire un eventuale sopravvento dei radicali che facevano capo al Comitato d’Azione (2), afferma che il padre ed i suoi più vicini collaboratori avevano aderito al movimento mazziniano (3). E questa tesi viene sostenuta da Pietro Lacava, il quale, nell’illustrare l’attività svolta dai liberali lucani nel decennio che precedette il 1860 (4), contribuisce ad avvalorare la leggenda di un Giacinto Albini mazziniano (5). (p. 45) Affermatisi questa convinzione, che noi riteniamo, quanto meno, esagerata, si susseguono una serie di opuscoli e di articoli (1), i cui autori, omettono ogni indagine, che avrebbe facilmente dimostrato quale programma politico fosse stato accettato da coloro che erano stati i maggiori artefici del movimento insurrezionale del 1860 in Basilicata, si limitano a parafrasare gli scritti di Decio Albini, il quale continua a ripetersi in una serie di pubblicazioni il cui contenuto non trova riscontro nelle fonti e nei documenti del tempo (2). Inoltre, ritenendo affiliazioni mazziniane quelle numerose vendite carbonare che, con la denominazione di ‘Giovine Italia’, avevano svolto la loro attività in Basilicata nel 1847-49 (3), l’Albini definisce mazziniani quei patrioti lucani dei quali compila brevi cenni biografici per il ‘Dizionario del Risorgimento Nazionale’ del Rosi (4).”. Pedio, a p. 43, nella nota (6) postillava: “(6) Luigi De Monte, Cronaca del Comitato Segreto di Napoli sulla spedizione di Sapri, Napoli, Stamp. del Fibreno, 1877”. Pedio, a p. 44, nella nota (1) postillava: “(1) A dimostrare quale fosse realmente prima del 1860 l’atteggiamento della corrente facente capo a Giacinto Albini, è la ‘Corrispondenza lucana’ cit., pubblicata dal ‘Corriere Mercantile’, organo della corrente liberale che aveva accettato e sosteneva la politica del Cavour. Cfr. anche la voce Lucani (caciatori e volontari) redatta da C. Rocca per il Dizionario del Risorgimento Nazionale, I, p. 591.”. Pedio, a p. 44, nella nota (2) postillava: “(2) Del Pedio, oltre l’intoduzione ai ‘rocessi e documenti cit., pp. 11 ss. ed Uomini e martiri cit., p. 297, cfr. l’articolo su Giacinto Albini redatta per il Dizionario biografico degli Italiani. “. Pedio, a p. 44, nella nota (3) postillava: “(3) Decio Albini, La pedizione di Sapri e la provinci di Basilicata, Roma, Terme Diocleziane, 1891 “. Pedio, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) Pietro Lacava, Prefazione alla ed. del 1909 della Storia dei moti del Racioppi.”. Pedio, a p. 44, nella nota (5) postillava: “(5) Che Giacinto Albini abbia avuto rapporti con il Comitato mazziniano operante in Napoli nel 1857 è indiscusso. Ma ciò non significa che abbia accettato quel programma. Attraverso i documenti pubblicati dal De Monte si è portati a ritenere che, durante tutto il 1857, l’Albini sarebbe vissuto in Basilicata in continuo contatto con il Comitato mazziniano di Napoli. Al contrario, documenti ufficiali del tempo provano che Giacinto Albini, incluso tra gli attendibili politici, aveva ottenuto di fissare la propria residenza in Napoli dove era sottoposto a sorveglianza di polizia e, di conseguenza, nella impossibilità di visitare i paesi della Basilicata. Infatti, quando nel maggio del 1857 si sospettò che l’Albini avesse rapporti con i liberali di Anzi e di Pietrapertosa, l’intendente della provincia di Basilicata si rivolse a Napoli, perché si procedesse all’arresto dell’Albini (cfr. ASP., Intendenza Baslicata, 7/57). Ciò, naturalmente, non esclude che Giacinto Albini abbia potuto svolgere questa attività settaria quale comprovata dai documenti pubblicati dal De Monte. Ma, contrariamente alla tesi unanimemente accolta e mai posta in dubbio (cfr. per tutti N. Rosselli, op. cit., pp. 320 ss.), noi escludiamo che Giacinto Albini abbia potuto acettare il programma mazziniano. E ad avvalorare questa nostra ipotesi sono le relazioni redatte dall’Albini nella sua qualità di governatore della Basilicata nel 1860. I documenti da noi consultati smentiscono, d’altra parte, una attività svolta in Basilicata in relazione alla spedizione di Carlo Pisacane, avvalorata, invece, dai documenti pubblicati dal De Monte nel 1877 e da quelli, forniti in copia, nel 1887, dalla vedova di Luigi Dragone a Decio Albini e pubblicati in un opuscolo commemorativo etc…..A porre un dubbio sull’attività attribuita a Giacinto Albini nel 1857 dai suoi biografi è lo sesso Racioppi , in quella sua breve nota sui fati di Sapri pubblicata, nella sua edizione definitiva, in appendice alla edizione del 1909 della sua Storia dei moti p. 393 s.). D’altra parte, anche se non si vuol tenere conto di queste nostre affermazioni, un fatto è certo: nessun tentativo per cercare di accorere in aiuto di Carlo Pisacane da parte dei liberali lucani, nessuna manifestazione di soliderarietà agli eroi di Sapri nei vari centri abitati della Basilicata. Cfr. in proposito Pedio, L’insurezione lucana nell’agosto del 1860, ed. fuori commercio, Napoli, XVIII febbraio 1960. “. Pedio, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. da ultimo Decio Albini, La cospirazione mazziniana nella Lucania (1849-1860) in Lucania gens, a. II (Roma, 1923), V, pp. 6 ss. Sulla attività svolta dai liberali lucani nel 1857 cfr. anche quanto scrive Giuseppe Solimene su Mauro D’Elia da Lavello in ‘La spedizione di Sapri di C. Pisacane: I primi albori del socialismo in Lucania in ‘Pensiero ed Arte’, a. XII, n. 12 (Bari, dicembre 1956), pp. 5 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (3) postillava: “(3) Oltre Pedio, Processi e documenti, cit., cfr. dello stesso autore: Evoluzione politica della borghesia, cit., pp. 468 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (4) postillava: “(4) A dimostrare l’infondatezza delle affermazioni dell’Albini e di coloro che a lui si sono uniformati, sono i documenti del tempo esistenti nell’Archivio di Stato di Potenza (Cfr. Pedio, Processi e documenti, cit.) Cfr. in proposito anche G. Mondaini, I moti politici cit., pp. 264 ss. e Pedio, Di una società segret e delle sue diramazioni in Basilicata e in Terra d’Otranto in Archivi d’Italia e Rassegna Internazionale degli Archivi, s. II, a. X (1943), fasc. 3-4, pp. 73 ss.”. Pedio, a p. 45, nella nota (5) postillava: “(5) Tale argomento è stato ampiamente trattato, oltre che dal Racioppi nella Storia dei moti cit., anche nella Cronaca potentina del Riviello cit., pp. 157 ss. Oltre Pedio, La reazione borbonica in Basilicata dopo il 1848 in Atti XXVII Congresso Nazionale Istituto Storia del Risorgimento, cit., pp. 539 ss., cfr. anche Matteo Mazziotti, La reazione Borbonica nel Regno di Napoli, Soc. Ed. Albrighi e Segati, 1912; Alfredo Ricci, etc…”. Tommaso Pedio (….), nella sua “Introduzione”, al suo testo, La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico – con Presentazione del Prof. Ernesto Pontieri, vol. I-II, Potenza, 1962, a pp. 47 e ssg., in proposito scriveva: “Il proclama redatto il 15 agosto da Rocco Brienza (2), il saluto del nuovo intendente della provincia (3) e quello di Nicola Mignogna (4), i proclami di Camillo Boldoni, capo militare delle forze insurrezionali (5), quello di Domenico Asselta del 25 agosto (6) e quello del Masci (7) il quale, in ogni occasione, aveva precedentemente manifestato la propria devozione al Borbone (8), l’appello rivolto dalla Giunta Centrale di amministrazione costituita dal Governo prodittatoriale il 25 agosto (9), il discorso del canonico Giambrocono (10) e quello di Giuseppe Tancredi (11), l’appello del Golini (12) e la lettera di Vincenzo Sarli (13), mostrano chiaramente quei contrasti che, latenti, esistonoin seno al movimento liberale lucano nell’agosto del 1860 (14).”. Pedio, a p. 46, in proposito scriveva che: “…mentre, invece, è da prendersi in considerazione il sospetto avanzato da questo autore che molti degli studiosi lucani di storia patria si siano lasciati trascinare ad esagerare e, financo, ad alterare i fatti svoltisi nella nostra regione durante l’età del Risorgimento (4).”. Pedio, a p. 46, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. in proposito Pedio, Radicali cit., p. 5.”. Pedio, a p. 46, in proposito scriveva che: “11) Nonostante una ricca bibliografia sui fatti svoltisi in Basilicata nel 1860, ben poco è stato scritto sui contrasti esistenti tra le diverse correnti politiche operanti in quell’anno nei paesi lucani.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “Estromessi dalla vita pubblica gli elementi radicali del movimento liberale, che pure avevano partecipato attivamente alla preparazione ed alla insurrezione lucana, destituiti dall’impiego i magistrati e tutti quei funzionari notoriamente borbonici (3), il nuovo Governo della Provincia della Basilicata è costretto, di fatto, a cedere i suoi poteri agli emissari piemontesi, che, pur mantenendo nella carica Giacinto Albini ed i suoi collaboratori, esercitano una azione diretta ad annullare ogni iniziativa che appaia, direttamente o indirettamente, in contrasto con il programma piemontese, che si propone l’annessione delle provincie meridionali senza tener conto delle aspirazioni delle diverse correnti liberali, che pure avevano attivamente operato per la insurrezione contro la dinastia dei Borboni (4).”. Pedio, a p. 48, nella nota (4) postillava: “(4) Sulla attività svolta dal governo prodittatoriale oltre la raccolta dei ‘Decreti e provvedimenti emanati dal Governo Prodittatoriale’ Lucano, Potenza, settembre 1860, ripubblicati nella Storia dei moti del Racioppi e riportati integralmente tra i documenti pubblicati dal Lacava nella sua Cronistoria cit., Renato Parrella, L’inventario generale e il registro dei proclami e decreti del Governo Prodittatoriale Lucano 19 agosto – 26 settembre 1860 in ASCL, a. XXV (1956) pp. 231 ss. Contro l’atteggiamento assunto dal governo prodittatoriale e l’ostracismo dato agli uomini del partito d’Azione in Basilicata cfr. Emilio Petruccelli, Relazione sui fatti avvenuti nella Città di Potenza il 18 agosto 1860, Potenza, Santanello, 1861.”. Pedio, a p. 48, in proposito scriveva che: “…il considerare antiliberale chi non condivide, in ogni suo punto, il programma piemontese; il ripristino di tutti i funzionari borbonici che erano stati esonerati dall’impiego dal Governo prodittatoriale (1); la condanna di ogni iniziativa diretta a mutare l’ordine economico e sociale; le aspirazioni dei fautori dei Borboni, non espresse dalle nuove autorità che cercano di attirare costoro alla politica piemontese, sono le cause di quei tentativi di manifestazioni contro i ricchi liberali che si verificano in occasione delle operazioni del plebiscito del 21 ottobre (2).”. Pedio, a p. 49, nella nota (1) postillava: “(1) P. Ciccotti, Al signor Consigliere di luogotenenza al Dicastero di Grazia e Giustizia, Potenza, Santanello, 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (2) postillava: “(2) Sui fatti svoltisi in Basilicata nell’ottobre del 1860 cfr. Alessandro Smilari, Cenno storico delle reazioni del 21 ottobre 1860 nel Circondario di Lagonegro, Cosenza, 1862; Roberto Marotta, Relazione etc…; Pietro Lacava, Ai militi che sedarono la reazione di Carbone e di Castelsaraceno, Lagonegro, 1860 ed, oltre Racioppi, Storia dei moti cit., pp. 238 ss. e Guida, op. cit., pp. 105 ss., cfr. da ultimo, Pedio, La borghesia lucana, cit., cap. VIII e IX.”. Pedio, a p. 49, in proposito scriveva che: “Alle prime brevissime cronache, che hanno tutte un valore molto relativo, segue, nel 1867, la ‘Storia dei moti’ di Giacomo Racioppi. nonostante in questa monografia venga trascurato l’operato e l’atteggiamento assunto dalla corrente radicale nella preparazione e nella insurrezione lucana, e posta in risalto soltanto l’attività svolta dalla corrente moderata che, facente capo a Giacinto Albini, aveva indirizzando i liberali lucani verso il programma piemontese (3), la ‘Storia dei moti’ del Racioppi costituisce, ancora oggi, la fonte cui si attengono coloro che vogliono conoscere i fatti svoltisi in Basilicata nel 1860.”. Pedio, a p. 49, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. in proposito Rocco Brienza, Ai miei fratelli di sventura, Potenza, Santanello, 1868”. Pedio, a p. 50, in proposito scriveva pure che: “I documenti raccolti dagli eredi di Giacinto Albini e che erano stati, in parte, consultati da Giacomo Racioppi, vengono pubblicati ed illustrati da Michele Lacava nella sua ‘Cronistoria’. Questa ampia raccolta di documenti, cui attingeranno tutti coloro che tratteranno del 1860 in Basilicata, deve essere, però, consultata con molta cautela. I documenti relativi al periodo precedente al 1860 pubblicati dal Lacava, in gran parte dispersi, destano, infatti, sospetti sulla loro autenticità: notizie date per certe non trovano riscontro in atti ufficiali; patrioti che, secondo il Lacava, avrebbero seguito Garibaldi e fatto parte dell’Esercito Meridionale (1), non sono compresi nell’elenco della Società di Solferino e San Martino (2), l’atteggiamento ultraradicale che, secondo alcuni documenti pubblicati dal Lacava, avrebbero assunto in determinati momenti Giacinto Albini ed i suoi più diretti collaboratori, non trova conferma in altri documenti del tempo che, a differenza di quelli pubblicati nella ‘Cronistoria’ del Lacava, è possibile consultare nei loro originali. Il volere, inoltre, dimostrare l’appartenenza di Giacinto Albini e degli uomini a lui più vicini al movimento mazziniano, giustifica quella che potrebbe essere soltanto una nostra supposizione, che, ripetiamo, è avvalorata non solo da documenti illustranti questo periodo di storia lucana e che ancora si conservano nei loro originali, ma anche da quanto aveva scritto il Racioppi nel 1867. Nessuno, però, ha avanzato alcun dubbio sulla autenticità di tali documenti e tutti, nel soffermarsi sui fatti svoltisi in Basilicata, si sono pedissequamente uniformati a questa fonte. E se le esagerazioni in cui erano incorsi i vari scrittori lucani posteriori al Racioppi vengono rilevate in un breve articolo di Tripepi (3), tutti coloro che trattano questo periodo di storia lucana continuano ad interpretare i fatti richiamandosi ai giudizi dati dal Lacava e dall’Albini su uomini che, stando alla realtà dei fatti, avevano militato nelle correnti moderate e non già in quelle radicali e repubblicane che facevano capo al movimento mazziniano.”. Pedio, a p. 50, nella nota (2) postillava: “(2) Elenco dei soldati italiani della provincia di Potenza che hanno fatto una o più delle sette compagnie dal 1848 al 1870 per l’Indipendenza Italiana, Padova, Soc. Solferino e S. Martino.”. Pedio, a p. 50, nella nota (3) postillava: “(3) Tripepi, Per una data patriottica, in Il Lucano, Potenza, 13-14 marzo 1906”. Pedio, a p. 52, in proposito scriveva che: “….non svolgendo alcuna ricerca diretta sui documenti del tempo che avrebbero dimostrato come molti dei patrioti di Tricarico, definiti mazziniani dall’Albini, avevano aderito, prima del 1859, al movimento murattiano. Soltanto nel 1934 la pubblicazione di una lettera di Carlo De Cesare a Pasquale Ciccotti richiama l’attenzione degli studiosi del Risorgimento lucano sulla attività svolta in Basilicata nel 1860 da uomini di sentimenti liberali non facenti parte della cerchia di Giacinto Albini (1) e, successivamente, un breve saggio di Edoardo Pedio sulla prodittatura lucana, pur accennando alle diverse correnti liberali in Basilicata nel 1860, etc…”.
Nell’agosto 1860, il generale PIANELL, Ministro della Guerra ed i contrasti con altri generali
Sempre da Wikipedia leggiamo che, in seguito alla nomina di Ministro della Guerra borbonico, ebbe notevoli contrasti con alcuni generali. A corte, intanto, le insinuazioni di Francesco di Borbone, conte di Trapani che accusavano Pianell di avere relazioni con i comitati rivoluzionari non impedirono a quest’ultimo di proseguire il suo lavoro e formare le brigate e le divisioni del nuovo esercito continentale. Per il comando in capo, Pianell decise per il generale Giambattista Vial, in considerazione del fatto che era giovane e istruito, non era stato coinvolto nei fatti di Sicilia, ispirava fiducia al re e non era osteggiato dalla truppa. Soprattutto era uno dei pochi disponibili. Vial accettò volentieri l’incarico, ma non tutti i comandanti erano entusiasti. Il generale Bartolo Marra Il 2 agosto telegrafò lamentando la mancanza di istruzioni e carte topografiche e qualche giorno dopo mandò un telegramma nel quale, con espressioni irrispettose, si considerò esonerato dal comando. L’avvenimento fece molto scalpore; Pianell dovette rimproverare il generale e questi rispose ancora in modo insolente, fin quando, l’8 agosto, venne richiamato a Napoli e messo agli arresti a Castel Sant’Elmo. In quegli stessi giorni, l’ex collega di Pianell Mariano d’Ayala inviato da Cavour per favorire la causa italiana, propose al Ministro della Guerra di passare con l’esercito borbonico al Piemonte, ottenendone un rifiuto.
Nel 17-18-19 agosto 1860, Garibaldi da Palermo riparte per Messina, per il Faro e poi a Taormina e a GIARDINI, sulla costa orientale della Sicilia
Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia, cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 171 e ssg., riferendosi a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Raggiunge Bixio a Giardino, dove da bravo calafato coll’ascia e martello rattoppò gli sdruci del Torino e del Franklin capaci appena di imbarcare duemila uomini; vi pigia dentro tremila trecentosessanta uomini sotto gli ordini di Bixio, tra questi la prima brigata della legione dispersa, e salpa nella notte del 19 dirigendosi a nord- est.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Turr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1° Brigata (Bixio) della 15° Divisione Turr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Garibaldi diede ordine a Turr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontari della dimessa spedizione Bertani-Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista. Appena il generale Turr arrivò sul fronte della truppa, questa si diede a gridare: “Andiamo a Roma!….Vogliamo Roma!…” Aperte le righe il Generale passava lentamente la rivista, quindi disse: “In Sicilia comanda il Dittatore Garibaldi, la truppa marcia secondo i suoi ordini, ed a chi ciò non piacesse, non ha altro a fare che abbandonare l’Isola.” E queste parole bastarono a temperare l’ardore negli animi di quella generosa gioventù….Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria. Il Corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin e sul Torino, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta di 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000. Con questa nuova operazione si chiudeva l’impresa della spedizione di Sicilia, ed i Mille di Marsala raccoglievano la prima corona del loro trionfo sulla dominazione dei Borboni in una parte del reame.”. Pecorini, a p. 132, in proposito scriveva pure che: “Capo Secondo. Dal 20 agosto al 7 settembre. La notte del 19 Garibaldi con Bixio salpò dirigendosi a nord-est verso il Capo delle Armi; all’alba del 20 i due vapori accostarono verso terra, ma il ‘Torino’ sia per disaccortezza, sia per malizia del capitano investì nell’arena e vi rimase. Il Disbarco fu eseguito immediatamente etc…”. Dunque, secondo il Pecorini (che scriveva sulla scorta del racconto di Rustow), a Giardini diede ordine a Turr di recarsi a Milazzo a prendere i volontari dell’ex Spedizione Bertani-Pianciani. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Infatti partì, e il 18 arrivò a Milazzo, ma non trovò più il Generale; trovò invece le tre brigate comprendenti circa 4500 uomini comandate dal Rustow. Etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “…..passammo alla Maddalena per far carbone, di lì a Cagliari, a Palermo, a Milazzo, e tornammo a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria. Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: “In quel frattempo Garibaldi, che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Raggiunge Bixio a Giardino, etc…“. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, a pp. 342, in proposito scriveva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, etc…il 22 agosto il Dittatore s’era imbarcato per Messina…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 332, riferendosi a Pianciani, in proposito scriveva che: “Il 16 giunge a Palermo, ……scende a terra sperando di parlare con Garibaldi che è giunto prima di lui.”. Dunque, anche Garibaldi giunse a Palermo il 16 agosto 1860. Agrati, a p. 332 scrive che Pianciani incontrerà Garibaldi a Palermo il 17 agosto 1860. Quando riparte Garibaldi da Palermo ? Rustow partirà da Palermo e giunge a Milazzo con le truppe il giorno 18 agosto 1860. Agrati, a p. 342, in proposito aggiungeva che: “Ma torniamo a Garibaldi. L’abbiamo visto giungere nella sera del 16 agosto a Palermo, da cui mancava da un mese: il Bertani l’aveva lasciato in Sardegna. Passata la notte nella sua cameretta di Palazzo Reale, sopra Porta nuova, il mattino del 17 s’era recato a visitare istituzioni, conventi, quartieri, percorrendo in carrozza scoperta le vie che portavano ancora ben visibili le tracce dello spietato bombardamento nemico, fra lo stupore e il crescente entusiasmo della popolazione etc….Poi verso mezzodì – alle 11 ant. dice il ‘Diritto’ in una corrispondenza pubblicata il 22 agosto – il Dittatore s’era imbarcato per Messina, ed era giunto al Faro il mattino successivo.”. Agrati, a pp. 342-343 scriveva che: “Al Faro Garibaldi si trattenne pochissimo, che salì con Sirtori nella Torre e che si stette mezz’ora in tutto, poi si rimise in cammino per Messina risalendo a bordo del Washington…..In questa corrispondenza, pubblicata dall’Unità Italiana il 25 agosto e datata da Messina il 19, si dice che Garibaldi espresse allora la sua intenzione di passare lo Stretto col Bixio, mentre, come vedremo, egli si decise a ciò soltanto quando giunse a Taormina. Il corrispondente, quindi sarebbe stato profeta, ma quella data del 19, cioè a passaggio avvenuto, lascia dubitare che già lo scrivente fosse informato della partenza da Giardini, e infatti come proscritto della lettera stessa si dice che “Garibaldi è sbarcato felicemente a Giarre”, pur osservando che Giarre è in Sicilia e non in Calabria e che in tal caso lo Stretto non lo avrebbe passato. Prima ancora del mezzodì del 18, Garibaldi arriva a Messina. Ansioso di raggiungere le truppe che il Sirtori gli aveva detto concentrate a Giardini, ai piedi di Taormina, prosegue subito. Ma, poiché la via del mare non gli pare abbastanza sicura per le navi napoletane in crociera, prende una carrozza a tre cavalli e s’avvia di gran trotto per la bellissima strada costiera. Era pomeriggio avanzato quando giunse a Giardini. Lo dice il Canzio, che si trovava con lui: “18 agosto – Alle 4 pom. Garibaldi arriva a Giardini. Nella rada vi è il Torino e il Franklin etc…”. A questo punto del racconto l’Agrati scrive della lodi che Garibaldi, nelle sue “Memorie” fece a Sirtori per la felice organizzazione delle truppe di Bixio che fece trovare pronte a Garibaldi a Giardini. (si veda pp. 342 etc.. o p. 345). Carlo Agrati (….), nel suo, “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”.”, ed. Laterza, Bari, 1940, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a pp. 197-198 e ssg., in proposito scriveva che: “Garibaldi per tre volte cedette a Sirtori il governo dello Stato nominandolo Prodittatore, nella sua assenza. La prima fu alla vigilia della battaglia di Milazzo del 20 luglio, quando Garibaldi accorse in aiuto del Medici: la seconda fu al Faro il 12 di agosto quand’egli con Bertani ne partì per la Sardegna a raggiungere a Golfo Aranci la spedizione cosiddetta di Terranova. Una terza volta il Sirtori fu Prodittatore in Napoli il 14 settembre, ma egli già a Tarsia il 1° settembre aveva avuto il supremo comando dal Dittatore, che di là si avviò a tutta celerità sulla capitale, ove la situazione s’intorbidiva. Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivano obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedevano Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poiché da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgentissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilitàto di chiedere, nonché di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, cui Garibaldi, tornato dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a p. 199, proseguendo il suo racconto scriveva pure che Bertani evitò l’arresto di Depretis, ordinato dal Sirtori, perchè egli non si fermò a Palermo con le truppe dell’ex spedizione Pianciani: “Ma il Bertani non si fermò a Palermo allora, e fu ventura che si evitasse così un grave e doloroso incidente: il rapido succedersi degli eventi impedì poi che l’ordine venisse mai eseguito. Nella rapida avanzata dei vari corpi garibaldini sulla capitale del Regno borbonico, il Sirtori, cui Garibaldi, come abbiamo visto, aveva ceduto il comando supremo ebbe indubbiamente la parte principale. Il coordinare i movimenti delle molteplici e sparse unità, il provvedere alle loro necessità materiali e ai mezzi del loro trasporto, e non di rado quelli stessi necessari alle truppe nemiche, travolte e fuggenti nel massimo scompiglio, tutto l’insieme insomma delle misure richieste dalle due armate, etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 130, aggiungeva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Türr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1ª Brigata (Bixio) della 15ª Divisione Türr si preparava allo imbarco unitamente con altre truppe. Etc…”.
LO SBARCO DI GARIBALDI SUL CONTINENTE
Nel 19 agosto 1860, il passaggio dei Garibaldini di Cosenz e di Bixio sulle coste della Calabria
Da Wikipedia leggiamo che il 19 agosto 1860, eludendo la sorveglianza delle poche navi della marina borbonica, Garibaldi passò lo Stretto di Messina e sbarcò a sud di Reggio Calabria. Volendo sfruttare la superiorità numerica, Pianell e Francesco II ordinarono di concentrare gli attacchi sui nemici sbarcati; ma Vial, fin dal primo momento, perse i contatti con i suoi generali, i quali, d’altra parte, invece di tenere riunite le truppe le sfiancarono in marce inconcludenti. Nino Bixio, promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Sulla spiaggia melitese di Rumbolo il 19 agosto 1860 avvenne lo sbarco dei Mille di Giuseppe Garibaldi che, dopo aver occupato la Sicilia, puntavano alla conquista delle terre del regno borbonico “al di qua del Faro”. Lo sbarco a Melito Porto Salvo è un episodio della spedizione dei Mille che segnò l’inizio delle operazioni dell’Esercito meridionale garibaldino sulla parte continentale del Regno delle Due Sicilie. Fu effettuato, nella notte tra il 18 e il 19 agosto 1860, da Giuseppe Garibaldi e da 3.500 camicie rosse con l’obbiettivo di attraversare lo stretto di Messina e risalire la penisola italiana. Nella zona dello sbarco si opponevano ai garibaldini circa 16.000 effettivi dell’esercito borbonico schierati a difesa della costa calabra[1]. Va ricordato che lo sbarco sulla costa calabra fu reso possibile anche dalla mancata attuazione del blocco navale europeo, invocato da Francesco II e non attuato per decisione britannica, anche per l’intervento di Giacomo Filippo Lacaita, rifugiato politico in Inghilterra, il quale ebbe una parte importante nell’influenzare il ministro britannico Lord Russell sulla non ingerenza negli affari italiani. La notte tra il 18 e il 19 agosto 1860 Giuseppe Garibaldi e circa 3200/3500 Camicie Rosse, a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin, partì da Naxos seguendo una rotta di attraversamento dello stretto più lunga e indiretta al fine di eludere il pattugliamento della flotta borbonica. Garibaldi era sul Franklin con 1200 uomini, mentre Bixio con circa altri 3000 uomini era imbarcato sul piroscafo Torino. Altri sbarchi avvennero il 21, tra Favazzina e Scilla, ad opera di Enrico Cosenz. Con la presa di Melito Porto Salvo, i volontari garibaldini, dopo essersi organizzati logisticamente, anche grazie al successivo sbarco di ulteriori contingenti, partirono alla conquista di Reggio. Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 62, in proposito scriveva che: “….; era il Faro, eravamo arrivati. Le ancore svolsero bruscamente le catene, e ci ancorammo nella parte più riparata di quello stretto. Innanzi a noi s’elevava la Sicilia, “all’ombra dell’Etna”; sulla nostra sinistra, Messina brillava etc…Alle nostre spalle si profilava la Calabria con le sue immense montagne scoscese, in cima alle quali bruciavano fuochi etc…(p. 63) Garibaldi sbarcò al Faro, poi lo vedemmo da lontano passare in carrozza sulla strada che costeggia il mare e raggiungere Messina. Egli si recava, senza riposarsi, a Taormina, per ispezionare la prima brigata che doveva tentare lo sbarco in terraferma. A stento riuscimmo a procurarci una barca che, spinta da tre rematori, ci consdusse assai rapidamente a Messina.”. Giovanni De Castro (….), nel suo “Giuseppe Sirtori”, Milano, ed. Dumolard, Milano, 1892, a p. 219, in proposito scriveva che: “I due piroscafi giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’imbarcarono la divisione Bixio, e la tragittarono felicemente a Milito in Calabria….Lo stesso giorno del mio arrivo a Faro, io m’imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo a Giardini per imbarcarmi col ‘Franklin’, e passare lo scopo; il 19 agosto Garibaldi toccava il suolo Calabrese e il giorno dopo prendeva a viva forza Reggio. Proseguì il trionfo sino a Napoli.”. Queste le uniche parole del De Castro sulla traversata delle Calabrie. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “…Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte; a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica; il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffabile.”. Dobelli, a p. 155, nella nota (3) postillava: “(3) Appendice B.”. Fu per questi motivi che Garibaldi si organizzò anche una piccola flotta di navi che gli permettessero il veloce e sicuro sbarco sulle coste della Calabria. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte dell’impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere, del napoletano naviglio, passaggio del Faro.”. Giacomo Racioppi (…), “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, (edizione Laterza, 1909), a pp. 209-210, in proposito scriveva: “La spedizione adunque, che di Terranova veniva in Sicilia a mezzo l’agosto, numerando un ottomila uomini incirca, diè abilità al Dittatore di sospingersi alla seconda parte della impresa, che incominciava dal non agevole, per le molte crociere del napoletano naviglio, passaggio del Faro. Aveva egli radunato a Torre di Faro, in comando del Generale Orsini, trentacinque pezzi d’artiglieria, e censassanta barche e ponti volanti opportuni a traghettare uomini e cavalli; e quivi fatto allestimenti, che vi attraessero l’attenzione dell’inimico. Ma sopra cinque o sei altri punti delle coste orientali siciliane avea raccolte le truppe pronte al passaggio: era a Milazzo sul Tirreno la divisione Rustow; a Torre di Faro la divisione Cosenz e Medici; a Taormina, vero punto d’imbarco, le brigate Bixio ed Eberhard, in tutto un diciassette mila uomini. Il 19 agosto venne il Generale Garibaldi a Taormina; e la sera di quel giorno, sui piroscafi il ‘Torino’ ed il ‘Franklin’, fece imbarcare la divisione Bixio-Eberhard; che numerò allora sulle due navi 3360 uomini. “Il Generale (trascrivo le parole della prima relazione del generale Bixio) s’imbarca sul ‘Franklin’ etc…”. Racioppi scriveva che Garibaldi, sulla costa Siciliana e sullo Stretto di Messina, a Milazzo aveva radunato la divisione Rustow, che poi sarà quella che verrà a Paola e poi a Sapri. Garibaldi aveva fatto radunare a Torre del Faro, la divisione Cosenz e Medici e a Taormina, le brigate di Nino Bixio ed Eberhard che fece imbarcare il 19 agosto 1860. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 700, in proposito scriveva che: “Garibaldi sbarcò nella notte del 19 al 20 agosto sulla spiaggia di Melito, e la mattina del 20 s’incamminò verso Reggio. Bixio che si era imbarcato con lui a Taormina, e con lui era disceso a Melito, entrò il 21 a Reggio.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 130-131, in proposito scriveva che: “Frattanto Garibaldi la mattina del 19 arrivando col generale Turr a Messina si portavano insieme a Giardini, ove la 1° Brigata (Bixio) della 15° Divisione Turr si preparava allo imbarco unitamente con l’altre truppe. Garibaldi diede ordine a Turr, che pure voleva partire per Calabria, di ritornare a Messina, onde con Sirtori, Cosenz e Medici preparare lo sbarco degli altri uomini sul continente, e prima di ogni altra cosa recarsi a Milazzo per attaccare alla sua Divisione i volontari della dimessa spedizione Bertani-Pianciani, onde non si sparpagliassero, cosa non improbabile, stante il disgusto che tuttavia provavano per essere stata mutata la loro destinazione su Roma per la quale erano fanatizzati. Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria; quindi si recò a Milazzo; ivi giunto il colonnello Rustow mise in ordine la truppa, Bertani intervenne alla rivista.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 131, in proposito scriveva che: “Diede quindi ordine a Rustow di partire con tutti per Torre di Faro, ed egli recavasi lo stesso giorno a Messina, e prepararsi al passaggio in Calabria.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 128, in proposito scriveva che: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 409, in proposito scriveva che: “Nella notte sul 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 161, in proposito scriveva che: “Intanto il generale Cosenz imbarcava al Faro la compagnia francese De Flotte e la brigata Assanti, circa 1200 uomini, coi quali riusciva nella notte dal 21 al 22 di prendere terra a Favazzina, ricacciando a fucilate etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 165, in proposito scriveva che: “Spedita questa avanguardia, lo stesso Garibaldi ordinava alla brigata Eber di muovere verso Palmi, alle brigate Milano e Spinazzi di occupare Tropea ed alle truppe del Cosenz di raggiungere Tiriolo, dove egli aveva messo il suo quartiere generale, per incalzare di là, alle spalle, la colonna borbonica di Ghio. Questa infatti trovava a Soveria i calabresi, i quali però per dispaccio di Sartori, male interpretato nel senso di lasciar passare la colonna Ghio etc….Nello stesso giorno la brigata Puppi saliva essa pure da Scilla a Monteleone e Garibaldi in vettura raggiungeva Rogliano per passarvi in rivista altre bande di nuova formazione organizzate da Donato Morelli. Dopo di che, continuava per Cosenza per unirsi quivi col Turr, il quale, raccolte le truppe dell’ex colonna Pianciani doveva condurle per mare a Policastro.”. Quì rilevo l’errore di scrivere che Turr doveva condurre le truppe a Policastro mentre si trata di condurle a Sapri nel golfo di Policastro. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 76, in proposito scriveva che: “Con Decreto del 14 nominò Sirtori, Turr e Orsini al grado di Maggiore Generale, e Bixio a Colonnello Brigadiere.”. Carlo Pecorini-Mazoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 129, in proposito scriveva che: “La 15° Divisione Turr della forza complessiva di 4261 uomini (Doc. 41) occupava etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 129, in proprosito scriveva che: “Il Dittatore non aveva soltanto lavorato per organizzare un esercito, egli aveva fatto in poco tempo la sua marina che, oltre un gran numero di piccole barche, si componeva del ‘Tukory’, del ‘Waschington’, il ‘Franklin’, l’Oregon, la ‘Città di Torino’, il Fernet, l’Annita, l’Indipendance’.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 130-131, in proprosito scriveva che: “Turr ritornò a Messina, informò Sirtori, Medici e Cosenz che il Dittatore partiva con Bixio per sbarcare in Calabria;….Il corpo della spedizione di Bixio a Giardini imbarcavasi il 19 sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’, e componevasi: 1° Brigata (Bixio) Divisione Turr, composta da 800 volontari che erano partiti con Bixio da Palermo; 700 siciliani da lui reclutati lungo le marce; la Brigata Eberhardt 2000 uomini, due Compagnie del battaglione Chiassi (Brigata Sacchi) 300. – In tutto 3500 imbarcati sopra due vapori che appena bastavano a 2000.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 140-141, in proprosito scriveva che: “Intanto tra il 24 ed il 25 agosto la brigata Eber della divisione Turr, aveva affrettato il suo sbarco sopra battelli a vapore a Bagnara, meno il battaglione La Porta e la sezione ungherese etc….le brigate Puppi, Milano e Spinazzi (divisione Turr) etc…La brigata Bixio (divisione Turr) etc…”. Pecorini, a p. 141, in proposito scriveva: “Il 28 alle 6 ant. la brigata Eber partiva da Mileto per Monteleone, ed arrivava alla tappa alle 9 ant. ove accampava a piè del monte. Alle 6 pom. muoveva per Pizzo, ove giungeva alle 10 pom. ed ivi riceveva ordine di proseguire il cammino e di accamparsi al Piano dei sorrisi (Maida) ove arrivava dopo un’ora di marcia. Etc…Questo stesso giorno arrivavano in Messina le brigate Puppi, Milano e Spinazzi che soffermavano a Gesso e partivano subito per Torre di Faro….Lo stesso giorno 29 giungevano a Torre di Faro le brigate Puppi, Milano e Spinazzi in attesa d’imbarco per passare in Calabria. Le brigate Milano e Spinazzi in questo stesso giorno sbarcarono a Tropea; la brigata Sacchi etc…arriva il 28 a Pizzo.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 146-147, in proprosito scriveva che: “Da Rogliano il generale Turr manda a Bixio la seguente lettera: “Al signor generale Bixio, Comandante la I° brigata della 15° Divisione. “Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, etc…Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”. Il Pecorini, a p. 147, in proposito scriveva che: “….due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione sbarcarono a Paola, etc…”. Pecorini-Manzoni, a p. 147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il Dittatore con Cosenz e Turr proseguì per Cosenza, dove pervenne l’avviso che due brigate della dimessa spedizione Pianciani, le quali fin da quando stavano a Milazzo erano state incorporate alla 15° divisione, sbarcarono a Paola, onde Garibaldi vi spedì immediatamente Turr, con ordine se è possibile d’imbarcarle per il golfo di Policastro, oppure di prendere la via di terra, per trovarsi al più presto sulla strada per Lagonegro, ed avanzare sopra Salerno.”. Pecorini, a pp. 147-148 aggiungeva che: “Pria di partire da Cosenza, Turr scrisse a Bixio: “Caro Bixio, Le quattro brigate Eberhardt, Puppi, Milano, Spinazzi della dimessa spedizione Pianciani e Bertani sono attacate alla mia divisione. Oggi riceverai l’ordine del Dittatore di formare la 18° Divisione sotto i tuoi ordini. La brigata Eber cogli ungheresi resteranno nella mia divisione, mandami subito oltre i signori accennati ieri, il colonnello Telky e Maxime du Camps….Parto oggi stesso per Paola, dove sono arrivate due delle suddette brigate, e farò di tutto per trovare imbarco, e spingermi per il golfo di Policastro, ed ivi sbarcare. Cosenza, 31 agosto 1860.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 148, in proprosito scriveva che: “Il sollecito e bene organizzato trasporto per mare delle truppe Garibaldine è dovuto tutto all’opera zelante ed intelligente degli ufficiali superiori della marina militare di Garibaldi, Piola, Anguissola, Castiglia, Sandri, Maldini ed altri.”. Il colonnello polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a p. 301, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “1° settembre….In quel giorno era noto a Salerno lo sbarco presso Sapri; le truppe ivi sbarcate si computavano perlomeno a 4000 uomini e secondo i calcoli più alti fino a 15,000. Caldarelli si diceva a Salerno…”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Nel corso dell’anno dunque, Garibaldi aveva ricevuto dal nord circa 20000 uomini (3) e al momento della traversata dello Stretto ne aveva già raccolti sotto i suoi ordini la massima parte, a questi eran poi da aggiungersi anche i volontari siciliani. Così egli si trovava a poter tener testa alle truppe di terraferma anche per numero; ma gl’incombeva per prima cosa di compierne il trasporto di là dallo Stretto sfuggendo alla vigilanza della flotta nemica, il che fino allora pareva dovesse essere, secondo i calcoli ordinari, ineffettuabile.”. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 909, in proposito scriveva che: “La mattina del 4 settembre, intanto, dopo la notizia dello sbarco della colonna Rustow a Sapri, la quale si diceva forte di quattromila uomini, mentre in realtà era assai di men numerosa, ad unanimità, deliberò di potersi resistere etc…“. Il De Cesare, a p. 898, in proposito scriveva pure: “Da Reggio a Napoli non fu tirato un colpo di fucile, e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia e poi procedendo questa, con poche guide e cavalieri e con Enrico Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava dunque lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali abbandonati dai propri soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata da me con documenti inediti e interessanti in un altro mio libro (8).”. De Cesare, a p. 1139, nella nota (8) postillava: “(8) Una famiglia di patrioti”. Carlo Agrati (….), nel suo “Giuseppe Sirtori “Il primo dei Mille”, a cura di Adolfo Omodeo”, a pp. 197-198, in proposito scriveva che: “Fu durante l’assenza di Garibaldi, e precisamente il 14 agosto, che il Sirtori dovette prendere una decisione della massima importanza a proposito delle truppe numerose della spedizione allestita dal Bertani, le quali di mano in mano che giungevano in Sardegna, venivan obbligate da un vapore sardo a ripartire immediatamente per Palermo. In questa città risiedeva Agostino Depretis, prodittatore della Sicilia, il quale non sapeva quali provvedimenti adottare per quella gente armata ed organizzata, che egli non si attendeva poichè da nessuna parte era stato avvisato del suo arrivo, senza contare ch’egli era nell’impossibilità assoluta di fornir loro viveri ed alloggi. Onde sollecitava dal Dittatore e dal Quartier Generale dell’esercito urgnitissime istruzioni e immediati provvedimenti. Nell’impossibilità di chiedere, nonchè di ottenere istruzioni dal Dittatore lontano, il Sirtori si trovò costretto a provvedere di sua iniziativa, e rispose al Depretis ordinandogli di far subito ripartire da Palermo quelle truppe per i porti dello Stretto di Messina, decidendo così quel passaggio sul continente, a cui Garibaldi, tornando dalla Sardegna, fu appena in tempo a partecipare. Tale passaggio naturalmente era già stato tra loro discusso ed anche combinato, almeno nelle sue linee generali, ma non era stato precisato nei suoi dettagli n’è s’era stabilita la data della sua attuazione. Spetta quindi senza alcun dubbio al Sirtori l’averlo ordinato per la notte del 19 agosto: spetta cioè a lui esclusivamente il merito di avere, sotto la propria responsabilità, appiccato l’incendio della rivolta in Calabria, iniziando così la conquista del continente e determinando il crollo completo della monarchia borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue Memorie autobiografiche riconosce al suo Capo di Stato Maggiore tutto il merito della sua rapida decisione: “…Il generale Sirtori aveva già disposto in mia assenza che due piroscafi nostri facessero il giro di Sicilia, giungendo a Taormina. Fu codesta una savia e felice risoluzione.”.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493 e ssg., in proposito scriveva che: “LV. – La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente trasportate da Palermo a Paola, a Scalea, a Policastro od a Sapri, sfilava con la massima autorità e secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per se considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Turr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato, l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 207 e ssg., in proposito scriveva che: “Sgombra per la capitolazione di Messina del 28 di luglio l’ultima spanna di siciliana terra, il General Garibaldi e sul Faro per venirne in terra ferma a compimento di sua operosa epopea. Numerate sue schiere ai primi giorni di agosto, gli pare non potesse fare a fidanza che non soli ottomila uomini atti a venirne, con fortuna di animo pronto, a nuove venture; oltre a quattromila, o nuovi del tutto, o quasi nuovi ai cimenti di guerra, giovanotti siciliani (1). Pochi e deboli forze, chi faccia ragione, che restava ormai da affrontare tutto il nerbo del napoletano esercito; il quale avea già raccolti in tre corpi trentamila uomini nelle sole Calabrie, e potuto avrebbe contrapporgli in un solo punto ben cinquantamila soldati. Era pertanto evidente necessità del Dittatore così di accrescere il nerbo de’ suoi combattenti, come di svigorirne l’avversario mercè di parziali sollevamenti, che ne arrestassero i passi o sparpagliassero le forze. A questo secondo intento, oltre alle molte promesse che gli venivano dai comitati di terra ferma, egli dava a quanti di suoi soldati nel richiedessero, licenza o mandato di venirne in patria a capitanarvi o infocolarvi le insurrezioni; e al 6 dell’agosto fece sbarcare alle spiagge calabresi di Cannitello, di Altafiumana e di Bianco, manipoli di suoi soldati, condotti da un giovane e ardimentoso capo, il Missori; etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 385, in proposito scriveva che: “Mentre a Milazzo cadeva eroicamente Vincenzo Padula di Padula e a Palermo moriva combattendo Michele del Mastro di Agropoli, ed un altro pugno di eroici salernitani – Giuseppe Pessolani, Ovidio Serino, Antonio Santelmo, Leonino Vinciprova, Michele Magnoni, Francesco Paolo del Mastro e Filippo Patella – seguiva la bandiera folgorante dell’Eroe nazionale; mentre i patrioti rimasti in provincia, uniti intorno al Comitato popolare, approdavano, come si è detto, armi ed armati, gli elementi borghesi etc…”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 373 e ssg., in proposito scriveva che: “Occupammo dunque lo Stretto di Messina dal Faro a quella città ; frattanto le colonne Bixio ed Eber (1) ci raggiungevano per le vie di Girgenti e Caltanissetta, e si formava una quarta divisione Cosenz. Dimodochè ci trovammo ben presto con una forza imponente per noi assuefatti ad averne ben pоса. Nello Stretto di Messina. Giunti allo Stretto bisognava passarlo . Sicilia reintegrata nella grande famiglia italiana era certo un bellissimo acquisto ! Ma che ? Dovevamo noi, per compiacere alla diplomazia, lasciare incompleta, monca, la patria nostra ? E le Calabrie e Napoli che ci aspettavano a braccia aperte ? Ed il resto d’ Italia ancora servo dello straniero o del prete? Bisognava dunque passare lo Stretto, a dispetto della vigilanza somma dei Borbonici, e di chi per loro ! Un giorno si potè per mezzo d’ un Calabrese, parteggiante nostro, aprire intelligenza con alcuni militari del presidio della fortezza d’ Alta Fiumara, molto importante punto della costa orientale dello Stretto. Incaricai i colonnelli Missori e Musolino di passare con dugento uomini nella notte, e procurare d’ impadronirsi del forte suddetto . Ma sia per difetto d’accordi, per paura della guida, o per altri motivi, l’impresa fallì ! La gente sbarcata s’incontrò con una pattuglia nemica, che fu sconfitta, ma che dette l’allarme, sicchè i nostri furono obbligati di prendere la montagna. Il preludio dell’ impresa non era favorevole, e convenne abbandonare il progetto di passare lo Stretto a Faro , cercando di eseguire il passaggio in altra parte….Etc… (p. 374)…a Punta di Faro, ove il generale Sirtori avea già disposto due piroscafi nostri, il Torino ed il Franklin, perchè facessero il giro della Sicilia da settentrione ad occidente e ostro sino nella parte orientale dell’ isola a Taormina. Fu cotesta una savia e felice risoluzione. I due piroscafi suddetti giunsero a Giardini, porto di Taormina, v’ imbarcarono la divisione Bixio, e la passarono felicemente a Melito in Calabria . Dovendo la spedizione de’ due piroscafi colla divisione Bixio partire da Giardini per la Calabria, lo stesso giorno del mio arrivo a Faro io m’ imbarcai per Messina, vi presi una vettura, e giunsi a tempo per imbarcarmi col Franklin, e passare anch’ io in Calabria.”. Garibaldi, a p. 373, nella nota (1) postillava: “(1) Il generale Turr era passato sul continente per motivi di salute, ed avea lasciato il comando della brigata Eber.”. Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a p. 375, in proposito scriveva che: “Giova qui narrare un incidente curioso successo a Giardini prima della nostra partenza per Calabria. Giunto in quel punto della costa orientale siciliana vi trovai il generale Bixio occupato ad imbarcare parte della sua gente e la brigata Eberard a bordo dei due piroscafi Torino e Franklin . Il magnifico Torino aveva già molta gente a bordo ed era in buonissimo stato. Il Franklin all’incontro andava a picco, era quasi pieno d’acqua, ed il macchinista protestava che non poteva far viaggio in tale stato. Da ciò Bixio si trovava molto contrariato , e si disponeva a partire col Torino solo. Io però , essendo stato a bordo del Franklin , ordinai a quasi tutti gli ufficiali di bordo di gettarsi in mare, sommergersi e cercare se potevano trovare la falla (1). Mandai nello stesso tempo sulla costa per avere degli escrementi di animali erbivori, e con quelli fare della purina. Così riuscimmo a stagnare alquanto il legno ; il macchinista si abbonì, e sapendosi che io – stesso andrei col Franklin, si cominciò ad imbarcare il resto della gente, sicchè verso le dieci pomeridiane navigammo verso la costa di Calabria, ove si giunse felicemente..”. Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a p. 375, in proposito scriveva che: “CAPITOLO XII. Sul continente napoletano. Circa alla fine d’agosto 1860, e verso le 3 antimeridiane d’una bella giornata approdammo sulla spiaggia di Melito. All’alba era tutta la gente in terra con armi e bagagli, e senza l’arenamento del Torino, che non potè uscire malgrado gli sforzi fatti dal Franklin per tirarlo fuori, potevasi in quello stesso giorno procedere verso Reggio. Alle 3 pomeridiane comparvero tre vapori borbonici capitanati dal Fulminante, e cominciarono a cannoneggiare gente, vapore ed ogni cosa. Provarono anche di metter fuori il Torino, ma non potendovi riuscire lo incendiarono . Il Franklin era partito e fu salvo . Verso le 3 della mattina del giorno seguente ebbe luogo lo sbarco, e noi marciammo su Reggio. Passammo il Capo dell ‘ Armi per lo stradale e meriggiammo vicino ad un villaggio che si trova tra quel Capo e la bella sorella di Messina. La squadra nemica osservava i nostri movimenti. Verso sera riprendemmo la marcia su Reggio, e giunti ad una certa distanza dalla città obliquammo a destra per sentieri remoti, evitando così gli avamposti nemici che ci aspettavano sullo stradale. Il colonnello Antonino Plutino e vari patriotti reggiani erano con noi, dimodochè avevamo delle buone guide. Facemmo varie fermate durante la notte per lasciare riposare la gente e per riunirla, ed alle 2 della mattina assaltammo Reggio.”. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche”, Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 381-382 e ssg., in proposito scriveva che: “In Napoli più che a Palermo aveva il cavourismo lavorato indefessamente, e vi trovai non piccoli ostacoli. Corroborato poi dalla notizia che l’esercito sardo invadeva lo Stato pontificio, esso diventava insolente. Quel partito, basato sulla corruzione, nulla avea lasciato d’intentato. Esso s’era prima lusingato di fermarci al di là dello Stretto, e circoscrivere l’ azione nostra alla sola Sicilia. Perciò aveva chiamato in sussidio il magnanimo padrone, e già un vascello della marina militare francese era comparso nel Faro ; ma ci valse immensamente il veto di lord John Russel, che in nome d’ Albione imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre.”. Garibaldi, in questo passaggio parla dei maneggi del partito di Cavour e scriveva che Cavour, contrariato per l’eventuale passaggio dalla Sicilia al Continente, fece di tutto per impedirlo tanto da chiamare in “sussidio” Napoleone III e la marina militare francese che comparse al Faro, ma in tale occasione lord John Russel “…imponeva al sire di Francia di non mischiarsi nelle cose nostre.”. Da Wikipedia leggiamo che intanto, mentre Garibaldi avanzava, erano stati ideati progetti per fermarlo, tramite un attentato alla sua vita, come risulta dal testo delle lettere scritte dal marchese di Villamarina al comandante d’Aste e dall’ammiraglio Persano allo stesso Garibaldi, nelle quali si rappresentava il pericolo di un tentativo di omicidio nei confronti del generale nizzardo, da parte di un finto disertore borbonico di nome Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica e del bandito Giosafatte Tallarino accompagnato da altri sicari inviati al medesimo scopo. Gli agenti di Cavour offrirono il loro aiuto a Finzi, Visconti Venosta, Nisco, Mariano D’Ayala e Alessandro Nunziante per tentare una rivolta anti-borbonica e Persano lì arrivato con la flotta fece sbarcare anche una formazione di bersaglieri, ma l’esercito rimase fedele alle consegne ricevute, non coinvolgendo la città di Napoli in combattimenti; d’altra parte i mazziniani non agevolavano l’opera di Cavour e i cittadini della capitale attendevano l’arrivo di Garibaldi, senza peraltro impegnarsi e rischiare di persona. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL. Da Milazzo a Napoli. Dopo aver battuto a Milazzo le migliori truppe del Borbone e obbligata la guarnigione il 23 luglio a capitolare, Garibaldi s’era rapidamente portato in Messina. Egli era ormai padrone di tutta la Sicilia, tranne Messina, Augusta e Siracusa . Il generale Medici non tardò ad impossessarsi di Messina che non resistette. La punta del Faro e la costa fra il Faro e la città vennero fortificati. Ormai non si pensava più che a passare lo stretto, e, a tale scopo, a riunire forze sufficienti per abbattere gli ostacoli accumulati sulle coste di Calabria e per ispazzar via le truppe agglomeratevi. Garibaldi per un momento vagheggiò l’idea di comparire innanzi a Napoli e tentare uno di quei colpi di mano dei quali aveva il genio, ma l’abbandonò e lo sbarco ebbe luogo a Melito. Etc…”. Emile Maison (….), nel suo, Journal d’un volontaire de Garibaldi, Paris, 1861. Il testo è molto interessante in quanto riporta alcune lettere di alcuni volontari della nostra zona. Nell’opera il Maison, a pp. 60-61 e ssg. trascriveva una lettera del 3 settembre 1860 da Paola e scriveva: “Les Calabrais s’enrôlent en foule sous son drapeau. Tous ces pittoresques Calabrais , avec leur chapeau haut de forme , leur veste de velours , leur culotte courte , leurs sandales et leurs grandes guêtres , leur long fusil sur l’épaule et leur giberne en bandoulière , sont admirables à voir . Ils portent en eux un certain caractère de fierté et de grandeur qui leur sied à merveille ¹ . Et les brigands , me demandera- t- on , puisqu’il s’agit des Calabres , où sont – ils ? que font-ils ? Hélas ! j’ai le regret d’annoncer qu’il n’en existe plus dans cette chère Calabre depuis la proclamation du gouvernement de Victor -Emmanuel . En ma qualité de coureur d’aventures , j’en ai cherché , et mes recherches ont été vaines ; je n’ai rencontré que des gens….”, che tradotto significa: “I calabresi si stanno arruolando in massa sotto la sua bandiera. Tutti questi pittoreschi calabresi, con i loro cilindri, le loro giacche di velluto, i loro calzoni corti, i loro sandali e le loro ampie ghette, i loro lunghi fucili in spalla e le loro gilet a tracolla, sono ammirevoli da vedere. Portano dentro di sé un certo carattere di orgoglio e grandezza che si addice loro perfettamente. (1) E i briganti, mi si chiederà, visto che stiamo parlando dei calabresi, dove sono? Cosa stanno facendo? Ahimè! Mi dispiace annunciare che non ne sono rimasti in questa cara Calabria dopo la proclamazione del governo di Vittorio Emanuele. Nella mia qualità di messaggero d’avventure, ne ho cercati alcuni, e le mie ricerche sono state vane; ho solo incontrato persone offrendomi ospitalità con la proverbiale generosità degli highlander scozzesi di Scribe. Notai anche, tra le donne, figure magnifiche, veri volti da Madonna; sembravano creati appositamente per ispirare poeti e artisti…..Lascio Paola a mezzogiorno e salgo a bordo del Benvenuto, che è diretto a Napoli, dopo una sosta a Palermo. Due francesi, Félix Piette de Montfoucault e Alcime Cazeaux, sono con me. Per un’ora marciamo in concerto con il Calatafimi. Sta trasportando a Napoli il reggimento napoletano che ho incontrato ieri. La sua banda ci saluta più volte con l’Inno di Garibaldi. La incoraggio con i nostri più fragorosi applausi. Nel frattempo, un gruppo di focene ci delizia con un balletto nautico pieno di affascinante originalità.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 347, in proposito scriveva che: “Nella notte del 19 agosto, Garibaldi passò in Calabria con le truppe del Bixio. Questi, nella sua nota Relazione al Sirtori – esistente nell’originale all’Ambrosiana – equivoca di un giorno e dice la traversata avvenuta la notte seguente. Il suo equivoco ha tratto molti in inganno e tra questi il Guerzoni, il quale purtroppo afferma parecchie altre cose con eccessiva leggerezza, come quando dice che Garibaldi dal Faro sarebbe andato a Napoli, prima che a Golfo Aranci: cosa questa affatto immaginaria. Non v’è accordo neppure sulnumero dei volontari imbarcati sul ‘Franklin’ e sul ‘Torino’: il Forbes li dice 3 mila sul Torino e 1200 sul Franklin, il Guerzoni 4 mila, e 4500 il Rustow complessivamente; il Treveljan, in base al rapporto Bixio, dà il numero di 3360, di poco superiore a quello che risulta dal quadro ufficiale in Archivio Sirtori di 3267 (1). Mentre si faceva l’imbarco, Garibaldi scrisse al Sirtori la seguente lettera: “Taormina 18 agosto 1860. Generale etc…..G. Garibaldi”.”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro. Frattanto Garibaldi, che nella mattina dei 17 agosto aveva già lasciato Palermo per recarsi nella costa orientale della Sicilia , cominciò le sue operazioni per passare nelle Calabrie.”.
Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Garibaldi allora pianificò l’avanzata spedendo in ogni regione noti patrioti che si erano distinti in precedenti moti insurrezionali; nel Cilento inviò Michele Magnoni e Leonino Vinciprova.
Nel 1860, la flotta inglese presidiava la Sicilia e lo stretto di Messina
Lorenzo Predome (….), nel suo, I Lucani nella lotta per la libertà e per l’Unità d’Italia, ed. Resta, Bari, 1966, a pp. 76-77, in proposito scriveva: “Francesco II spaventatissimo delle notizie del continuo avanzare di Garibaldi in Sicilia, volle tentare quanto aveva fatto il padre nel periodo della rivoluzione in Sicilia del 1848, cioè di ottenere dai Governi francesi ed inglesi l’uso delle flotte per circondare l’isola e evitare che il moto siciliano si propagasse nella Calabria, e fu accontentato. Francesco II° credette di rivolgersi al governo di londra chiedendo quanto era stato fatto dal padre nel 1848. Per opera di un grande pugliese, Giacomo Lacaita di Manduria (Taranto) che viveva a Londra, fu sventato ogni tentativo presso il governo inglese di aderire alla richiesta di Francesco II°. E Garibaldi proseguì, indisturbato, nella sua azione di liberare il Regno delle Due Sicilie dal Borbone.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 364, in proposito scriveva che: “Nella notte stessa in cui Garibaldi entrava in Reggio, il Cosenz riusciva a sbarcarein Calabria anch’esso, con 1200 uomini dei suoi. Come sappiamo, dopo il passggio della piccola colonna Musolino, s’eran fatti arecchi tentativi di portarle soccorsi con altri sbarchi al nord dello Stretto, ma la vigilanza borbonica li aveva tutti impediti. Nella sera del 20 s’era deciso di rinnovare il tentativo ancora col Cosenz, il quale aveva radunato un gran numero di barche al Faro e verso sera aveva fatto imbarcare su di esse esattamente 1268 uomini (1).Questi telegrammi dicono chiaro come e quando precisamente avvenne la partenza: “Faro 21 agosto, ore 6 e 45 ant.. Il generale Orsini al generale Sirtori, Messina – Cosenz è partito senza artiglieria etc..”.”.

Nel 21 agosto 1860, Nino BIXIO conquistò Reggio Calabria
Nino Bixio fu promosso Maggior generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Il 21 agosto la città venne attaccata; Garibaldi con le forze di Missori si avvicinò dalle colline orientali. Intervenendo dall’alto riuscì a tagliare la ritirata agli avamposti borbonici: Reggio era finalmente presa. Rimasero nella regione forze borboniche che tentarono di marciare sulla città ma furono respinte. Nel frattempo Cosenz sbarcò con un migliaio di volontari tra Scilla e Bagnara e si addentrò verso l’Aspromonte per evitare di essere preso tra i presidi delle due fortezze. A Nino Bixio, promosso Maggiore Generale, venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Da Wikipedia leggiamo che i napoletani avevano radunato in Calabria circa quindicimila soldati agli ordini del generale Vial. Garibaldi aveva per tempo inviato in Calabria autorevoli esponenti della cospirazione antiborbonica come Plutino, Stocco, Pace per preparare insurrezioni, mentre aveva inviato Mignogna in Basilicata. Già l’8 agosto un piccolo contingente di garibaldini agli ordini di Benedetto Musolino e Giuseppe Missori era riuscito a sbarcare in Calabria. Il numero insufficiente li costrinse a rifugiarsi nell’interno. Mentre le forze borboniche attendevano lo sbarco garibaldino a Reggio o nei suoi dintorni, Garibaldi prescelse un tragitto alquanto più lungo, partendo da Taormina, con lo sbarco a Melito (30 chilometri da Reggio) il 19 agosto, sulla spiaggia ionica.. e il 22 agosto su quella tirrenica di Palmi. A Reggio le forze regie si attestano nella piccola piazza del duomo in attesa dei garibaldini che il 21 agosto penetrarono in città ingaggiando battaglia mettendo in fuga e sbaragliando i borbonici e respingendo anche gli scarsi rinforzi inviati dal generale Briganti. Le unità della Marina ormeggiate nel porto presero il largo senza partecipare alla battaglia per non colpire la popolazione. Il 22 si arrese anche la guarnigione nel castello. Dopo pochi giorni il generale Briganti fu addirittura ucciso dai suoi stessi soldati in un episodio ancora da chiarire. Il giorno 21 era sbarcato sulla costa tirrenica, tra Favazzina e Scilla, un altro contingente di garibaldini comandati da Cosenz. Il comando in Calabria fu affidato al generale Vial, che non godeva di buona reputazione nel mondo militare: assente sul campo di battaglia avrebbe fatto carriera grazie alla reputazione del padre generale. In effetti Vial subì passivamente gli eventi e non seguì le indicazioni del generale Pianell e fu a sua volta fu mal coadiuvato dai generali Melendez e Briganti che non seguirono le sue. Ma questi disaccordi non erano l’unica debolezza del regio esercito: ormai né soldati, né ufficiali sentivano più la forza del proprio dovere, l’ambiente era ostile e la forza degli avversari era spesso sopravvalutata. Il giorno 21 era sbarcato sulla costa tirrenica, tra Favazzina e Scilla, un altro contingente di garibaldini comandati da Cosenz. Questa parte, la parte che riguarda la marcia e la navigazione delle truppe garibaldine dalle spiaggie di Calabria fino a Salerno è stata poco trattata dagli storici. Michele Lacava, nel suo “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava”, del 1895, nel cap. VII: “Viaggio del Generale Garibaldi a traverso la Lucania – Il Fortino di Lagonegro”, a p. 700, in proposito scriveva che: “Garibaldi sbarcò nella notte del 19 al 20 agosto sulla spiaggia di Melito, e la mattina del 20 s’incamminò verso Reggio. Bixio che si era imbarcato con lui a Taormina, e con lui era disceso a Melito, entrò il 21 a Reggio.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 411, nella nota (1) postillava: “(1) Memorie inedite di G. Drezza.”. Si tratta del testo di Giuseppe Dezza (…), di cui ha scritto Franco Catalano (….), nel suo, “Memorie autobiografiche e carteggio: (1848-1875) / Giuseppe Dezza”. Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Dezza (Melegnano, 23 febbraio1830 – Milano, 14 maggio1898) è stato un generale, politico e patriotaitaliano. Volontario appena diciottenne nelle Cinque giornate di Milano, sottotenente nei Cacciatori delle Alpi, colonnello dei I Mille e del Regio Esercito, dove arrivò al grado di tenente generale. Successivamente fu anche deputato e senatore. La sua figura ripercorre il Risorgimento italiano dal 1848 fino ai primi decenni del nuovo Stato unitario, passando per le guerre d’indipendenza e la Spedizione dei Mille. Essendo ingegnere, venne incaricato di provvedere ad alcuni lavori di fortificazione presso Olcenengo. Qui fece conoscenza di Nino Bixio, che fu colpito dalla competenza nel lavoro e dalla fermezza nei modi del Dezza, che allora era un soldato semplice. Da questo momento nacque con il Bixio un lungo rapporto di amicizia e di fiducia, che si rafforzò negli anni successivi. Dopo l’Insurrezione di Palermo (1860) venne nominato maggiore e gli venne affidato il comando del 1º Battaglione, essendo Bixio ferito. In seguito ad un’altra riorganizzazione delle truppe garibaldine, venne nominato tenente colonnello della 1ª Brigata della 10ª Divisione (con lo stesso Bixio al comando). Con lui sbarcò a Melito. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 134, in proprosito scriveva che: “Bixio nello stesso giorno che stipulava col generale Gallotti la convenzione di resa (Docum. 44, 45) mediante la quale cedevano in mano di Garibaldi 8 pezzi da compagna, due di grosso calibro, sei di trenta, 14 mortai, altri pezzi grossi e 5000 fucili con le relative munizioni, quindi trasmetteva a Sirtori Capo dello Stato Maggiore Generale, un interessante rapporto intorno etc…(Doc. 46.).”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 19, in proposito scriveva che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada’ accorrenti sulle terre nostre. Sembra su’ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su’ Siciliani benchè l’ossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria, non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fe’ pensiero su’ novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittar nel Romanesco, statuì andar egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello stretto’ e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove’ s’organava il corpo di spedizione, coll’ aiuto de’legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino per rispondere a voce a quel re sull’ assalir la Calabria, s’imbarcò sul Washington a’1 2 agosto.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Francesco Crispi (….), nel suo “Crispi – Per un antico parlamentare col suo diario della spedizione dei Mille, Roma, ed. Edoardo Perino Tipografo, 1890, a p. 194, in proposito scriveva che: “…XL…Presa d’assalto Reggio , ebbe innanzi a sè provincie ricche d’onde poteva ritrarre, ogni maniera di risorse. Senza perdere un momento il dittatore procedette per la via più spiccia. La sua marcia attraverso le Calabrie fu un trionfo; dappertutto era acclamato liberatore. Le guarnigioni deponevano le armi innanzi ai soldati del popolo. Le provincie, le città, i borghi si davano a lui. Etc…”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: “L’avanzata di Garibaldi in Calabria fu una passeggiata militare. L’esercito garibaldino in Sicilia constava, il 18 agosto, quando ebbe luogo lo sbarco sulla costa calabrese (1), di 25.000 uomini di truppe regolari. Di questi 25.000 uomini, 18.000 erano concentrati a Messina e dintorni, mentre la colonna Bixio teneva in osservazione i presidi di Augusta e di Siracusa. Il complesso delle forze era ripartito in quattro Divisioni, sotto il comando dei generali Turr, Cosenz, Medici e Pianciani (1) .la cavalleria contava 500 uomini, l’artiglieria 450, il genio 120. La flotta si componeva di una pirocorvetta di undici vapori da trasporto, l’artiglieria di 17 fra obici da montagna e cannoni da campagna. Quasi tutto l’esercito era armato di carabine Enfield; 40.000 fucili si trovavano a Messina, pronti ad essere trasportati in Calabria. L’esercito comprendeva una compagnia ungherese di 50 uomini, una svizzera di 120, una francese di 17, una inglese di 25. Il colonnello Peard comandava un’ottima compagnia di fucilieri con carabine e revolver. Egli è quell’inglese di cui giornali tedeschi conservatori, che scrivono al soldo dell’Austria, durante la campagna del ’59 raccontarono la sciocca favola ch’egli si era aggregato ai Cacciatori delle Alpi etc…Mister Peard è un gentleman della Cornovaglia, persona rispettabile sotto ogni riguardo, e per giunta uomo di cuore, d’ingegno e di carattere. Ha vissuto a lungo in Italia e conosce bene le cose italiane…..Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi. Il figlio di Garibaldi, Menotti Garibaldi, comandava l’artiglieria, comprendente quattro obici da montagna, e un’ottima Compagnia di bersaglieri. La spedizione era comandata da Bixio e da Garibaldi. A molti, in Germania, è riuscito inconcepibile come mai la flotta napoletana non impedisse lo sbarco in Calabria delle truppe garibaldine, strillando al tradimento e all’inettitudine degli uffiiciali al comando della flotta. Niente di tutto ciò. Lo sbarco a Marsala fu attribuito a un’intesa con navi inglesi. Ho narrato nel capitolo precedente come fu possibile lo sbarco a Marsala. Lo sbarco in Calabria non fu impedito dai vapori napoletani semplicemente perché questi furono tratti in inganno da una diversione a Messina. Colà, per più giorni, si erano vistosamente imbarcate truppe e materiali da guerra, apprestando le navi all’approdo. Poi, mentre i vapori napoletani sorvegliavano Reggio, una sera buia e tempestosa, la spedizione si avviò lungo il piede dell’Etna, approdando in un tratto scosceso della costa calabra, dove non ci si aspettava uno sbarco. La traversata, in quella direzione, era di sole 15 miglia inglesi. Com è noto, uno dei trasporti garibaldini, il ‘Torino’, approdando si arenò. La nave fu incendiata dal ‘Fulminante’ e da altri due vapori napoletani, sopraggiunti appena compiuto lo sbarco. Le truppe garibaldine marciarono sùbito su Reggio, distante sole 15 miglia inglesi dal luogo dello sbarco. L’esercito regio di Calabria contava da 20 a 30 mila uomini (1), di cui il grosso trovavasi a Monteleone. Dodicimila uomini erano scaglionati a semicerchio lungo la costa, fin verso Reggio. In questo esercito regnava del pari convincimento che Garibaldi sarebbe approdato a Reggio, e allo sbarco a Reggio ci si era preparati.”. Il dott. C. Bizzozero (….)(nel testo è scritto “G. Bizzozero”), nella sua versione tradotta del testo “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow – con 7 carte e piani”, Milano, ed. Civelli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva: “In quel frattempo Garibaldi , che la mattina del 17 agosto aveva già abbandonato Palermo, e si era recato sulle coste orientali della Sicilia, cominciò le sue operazioni per il passaggio in Calabria.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 271-272, in proposito scriveva: “…..indubitabile che ai grandi successi di Garibaldi concorreva il contegno ignominioso dei napoletani. Se i generali ed uffiziali napoletani fossero stati brava gente, i rapidi successi di Garibaldi erano assolutamente impossibili. Ma è un grosso errore il credere che Garibaldi abbia operato col danaro per guadagnarsi dei traditori . Garibaldi non aveva danaro, e le perpetue strettezze pecuniarie dell’esercito meridionale non cessarono che dopo la presa di Napoli. È possibile che una volta od un’altra qualche furfante napoletano si risolvesse a prontamente capitolare, calcolando di poter usufruire a proprio vantaggio la cassa del reggimento o della brigata , ma anche questa cosa non può essersi verificata che di rado, poichè neppure le regie casse di guerra non erano troppo provviste. La causa principale dei rapidi successi di Garibaldi era senza questione lo stato di sfacelo in cui si trovava il paese, la mancanza di fede nella durata dello stato attuale , radicata appunto nel ceto colto civile e militare del paese, e la confusione che ne derivava. Erano le precise condizioni della Prussia nel 1806. Quegli stessi giovinastri che poche settimane prima impertinenti maltrattavano i loro soldati col più spaventevole arbitrio e sulla piazza d’armi avrebbero mangiati tutti gli eserciti del mondo , erano là imbambolati, appena la disciplina esterna più non bastasse , e si facesse appello all’uomo ed al merito personale.”. Rustow proseguendo il suo racconto, a pp. 272-273, in proposito scriveva: “Il 24 agosto Garibaldi fece passare presso Scilla sul continente napoletano tutta la sua armata attiva , compresa anche la divisione Rüstow, la quale trovavasi tuttavia a Milazzo. Giunte alla costa, le truppe si ordinarono in modo che le ultime arrivate si mettessero alla testa; innanzi a tutte le brigate Eber e Sacchi , indi la divisione Cosenz , la divisione Medici e la divisione Bixio….Prima di narrare la marcia di Garibaldi attraverso le Calabrie, la Basilicata ed il Principato, per Napoli, è necessario intrattenerci alquanto dell’ insurrezione in queste provincie, la quale precorse l’esercito meridionale , indi vedere come a fronte degli avvenimenti si contenessero il re Francesco II, la sua corte ed il suo ministero. III. L’insurrezione nel continente napoletano. Contemporaneamente allo sbarco delle prime truppe di Garibaldi sul continente l’insurrezione destossi in tutto il territorio del re Francesco . L’armata di Garibaldi non è anzi tutto che il punto d’appoggio di questa insurrezione, che la precorre . È impossibile tenerle dietro in tutte le sue particolarità ; è però necessario informare in qualche modo il lettore del modo in cui si diffuse.”.
Nel 23 agosto 1860, a Reggio, il generale borbonico Carlo GALLOTTI
L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; etc…”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 19, in proposito scriveva che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; etc…”. George Macaulay Treveljan (….), nel suo “Garibaldi and the making of Italy”, nel 1911, a pp. 128, in proposito scriveva che: “Old General Gallotti, in command at Reggio, was the most complete dotard of them all. When informed of the landing at Melito, he said that Garibaldi ha taken to the mountains and that Reggio could not by attacked from that side, etc…”, che tradotto è: “Il vecchio generale Gallotti, al comando a Reggio, era il più completo rimbambito di tutti. Quando fu informato dello sbarco a Melito, disse che Garibaldi si era ritirato in montagna e che Reggio non poteva essere attaccata da quella parte, ecc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 160, parlando della battaglia di Reggio e del generale borbonico Gallotti, in proposito scriveva che: “Presidiava la città stessa il 14° di linea, un battaglione cacciatori e una batteria da campo. Questa truppa era agli ordini del generale Gallotti. Il reggimento era comandato dal colonnello Dusmet, fedele e valoroso soldato, che appena avuta notizia dello sbarco di Melito era uscito da Reggio e si era collocato in avamposti sul predetto torrente. Qui avvenne a mezzogiorno del 20, il primo urto; i borbonici indietreggiarono un istante ma ripresa etc…Calata la sera i garibaldini tornarono all’assalto, respinsero le sentinelle e nonostante la resistenza opposta dalle truppe del Dusmet riuscirono a sopraffarle obligandole a ritirarsi nel castello. In questa mischia il Dusmet, mortalmente ferito al ventre, spirò fra le braccia del figlio, sottufficiale del 14° di linea. Il Gallotti non prese alcuna disposizione e le truppe senza un capo si videro perdute. Il generale Bixio, egli pure ferito, assumeva il comando della piazza, mentre dal castello si alzava la bandiera bianca.”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 132, in proprosito scriveva che: “Il castello di Reggio era comandato dal generale Gallotti vecchio residuo dell’esercito di S. M. Siciliana durante il primo Impero, uomo irresoluto ed incapace di vigorosi partiti. Nella città comandava le truppe il colonnello Dusmet etc…”. Da Wikipedia leggiamo che la battaglia di Piazza Duomo fu combattuta nell’omonima piazza di Reggio Calabria il 21 agosto 1860. L’episodio vide contrapposti i garibaldini della spedizione dei Mille all’Esercito delle Due Sicilie e si concluse con la sconfitta delle forze borboniche. Nei giorni precedenti la battaglia, vi erano stati vari sbarchi di forze garibaldine sulle coste calabre, l’ultimo (e più importante) fu lo sbarco a Melito, avvenuto il 19 agosto, con cui Giuseppe Garibaldi (accompagnato da un cospicuo contingente dell’Esercito meridionale) passò dalla Sicilia alla Calabria e si riunì alle forze precedentemente sbarcate. Nel frattempo, a Reggio, il generale Gallotti spedì dei messaggi al generale Briganti informandolo dell’avvenuto sbarco; la risposta fu di inviare tutte le forze disponibili contro Garibaldi. Contemporaneamente il maresciallo Vial, comandante in capo delle truppe in Calabria, ordinava al Briganti di muoversi verso Reggio e al Melendez di sostenerlo; mentre in città era di presidio il 14º reggimento, con al comando il colonnello Antonio Dusmet e si poteva inoltre contare sulla favorevole posizione del Castello, ben fortificato ed armato. Il 20 mattina, il Gallotti ordinò, quindi, al Dusmet di muovere verso il torrente Sant’Agata per attendervi l’arrivo di Garibaldi, ma, dopo alcune ore, le forze del Dusmet furono spostate al Calopinace; questo in quanto si era saputo che le colonne garibaldine avevano preso la via dei monti; successivamente gli uomini del Dusmet venivano nuovamente spostati in piazza Duomo, lasciando una sola compagnia di presidio presso il Sant’Agata e il Gallotti chiedeva intanto al generale Fergola di inviare dalla fortezza di Messina, ancora in mano ai napoletani, quanti più rinforzi fosse possibile. Anche se il parere dei militari di stanza a Messina fu positivo, questi non poterono intervenire in quanto sprovvisti di imbarcazioni. Il Dusmet, che aveva ricevuto dal Gallotti il divieto di attestarsi nel Castello (posizione preferibile rispetto alla piazza del Duomo, poco difendibile militarmente per i numerosi accessi che presentava), disponeva, quindi, le proprie forze nel miglior modo possibile e andava a dormire nel portone di palazzo Ramirez, sito nei pressi del Duomo ed in seguito (non vedendo giungere alcun rinforzo) si recò di persona presso il telegrafo elettrico per segnalare al Re Francesco II la situazione in cui si trovava. Alle ore 16, il generale Gallotti, vista la ritirata del Briganti e l’allontanamento dalla rada delle navi borboniche, firmò la resa del Castello, con l’onore delle armi, che comportò la consegna dello stesso con le sue artiglierie, gli animali da tiro e i materiali e le munizioni ivi presenti ai garibaldini, mentre i soldati borbonici, i loro famigliari e gli impiegati che desiderarono seguirli, furono liberi di andarsene e attendere l’imbarco per Napoli presso l’ospedale militare; parimenti i prigionieri presenti furono liberati.
Nel 23 agosto 1860, a Castrovillari, la missione fallita di LA CECILIA
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 222, in proposito scriveva che: “….quei giorni, che era lo scorcio di agosto, fu per caso disvelato un intrigo, che avendo avuto un qualche eco nelle cronache del giorno, occorre di ricordare in queste carte. Dalla Giunta-insurrezionale di Rotonda fu sostenuto prigione, ch’ei tornava in Calabria, il Signor Giovanni La Cecilia, nome famoso in tutte le ambagi delle agitazioni e congiure italiche lungo gli utimi trent’anni della storia nostra. Il ministero napoletano, come colui che travolto dall’onda, si aggrappa a qual si mostri sterpo o fuscello, onde spera salvezza, mandò costui in missione segreta appo il General Garibaldi, e se missione diplomatica o di polizia, fu dubbio; ma che l’una mascherasse l’altra gli è certo. Ei recava, fu detto, al general vincitore proposta di tai patti quali non avrebbe che aggrditi chi la figura di Garibaldi misurasse allo stampo dei condottieri del XV secolo, ai filibustieri del XVII. Promettevagli il napoletano governo libero passaggio lungo le boreali piagge del Regno per assaltare l’Umbria e le Marche; permesso a favori di iscrivere nelRegno suoi volontari; a liberar la Venezia il napoletano naviglio e l’esercito: e, più grossa esca all’amo di un filibustiere, tre milioni ducati contanti: – in compenso il General Garibaldi non combatterebe il re di Napoli in terra ferma. Con tali istruzioni che era la parte in maschera dello intrigo, …..partì La Cecilia di Napoli il 22 agosto. Il giorno appresso giunto a Castrovillari, vide il paese in armi, seppe il Dittatore aver vinto a Piale, il regio esercito sbandarsi; non gli fu permesso di venirne oltre, o non stimò profiquo; scrisse al Generale, e non ebbe risposta. “Mi avvidi allora – egli diceva al Ministero degli Esteri) che la missione ricevuta non potea più compiersi, sia pel rapido avanzarsi del General Garibaldi, sia per la compiuta rivoluzione nelle Calabrie. Non era più in me arrestare il torrente, od anche volendolo, non lo avrei potuto….etc…(2)…..Venuto di Rotonda in Potenza, qui si rimase non so se libero ospite, o prigioniero in parola: finchè, entrando in Napoli il Dittatore, non fu càsso per tutti ogni ricordo del passato.”. Racioppi, a p. 223, nella nota (2) postillava: “(2) Lettera di G. La Cecilia a S. E. il Ministro degli affari Esteri, da Potenza il 1° settembre 1860 – sul Giornale Uffiziale di Napoli del 10 settembre.”. Alessandro Serra (….), nel suo,L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a p. 324, in proposito scriveva: “Il governo napoletano, intanto in adempimento all’atto sovrano, bandiva le elezioni dei deputati che per gli avvenimenti successivi andarono a monte. Inoltre, per ridestare lo zelo verso la dinastia, mandò emissari nelle provincie del Regno. A Cosenza fu mandato Salvatore Cognetti Giampaolo, che il nuovo intendente, il Giliberti, accolse freddamente e che il comitato provinciale fece tornare indietro sotto buona scorta. Ugual sorte ebbe Giovanni La Cecilia che, giunto a Castrovillari il 23agosto, fu fatto tornare indietro dal Pace. Peggior sorte ebbe invece Lazzaro Manes, pericoloso emissario sin dal ’48. Per le noie recate 12 anni prima, a Spezzano Albanese fu arrestato con l’intenzione di passarlo per le armi. Lo salvò Cosenza, che ordinò il ritorno a Napoli sotto scorta. Ma giunto a Castelluccio, fu ucciso con due colpi sparati a bruciapelo, nel corpo di guardia, da uno di lungro che precedentemente aveva ricevuto uno schiaffo.”.
Nel 26 agosto 1860, Garibaldi arriva a Nicotera
Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 388-389, in proposito scriveva che: “Mentre così crolla tutta l’organizzazione brobonica, civile e militare, Garibaldi avanza rapidamente, trascinandosi dietro i suoi e spingendosi innanzi le torme dei vinti, tra i quali il panico, l’indisciplina, la dissoluzione non conoscon più limiti. Il 26 agosto il Dittatore è a Nicotera e di là scrive al Sirtori, senza sapere neppure con precisione dove si trovi: “Nicotera, 26 agosto 1860. Al Generale Sirtori a Mileto o strada da Rosarno a Mileto – Ebbi conferenza col Capo dello Stato Maggiore del maresciallo Vial e abbiam disposto il seguente: – Noi occuperemo Mileto domani etc…”. Il Sirtori riceve questa lettera nella notte stessa sul 27 al suo arrivo in Mileto e s’affretta a rispondere. Dice che il nemico si dirige al Pizzo dove s’imbarcherà e che Cosenz è partito da Rosarno la sera avanti con la sua 1° Brigata. Si imbarca pure a Torre di Faro il Bertani con circa 1500 uomini diretti al Pizzo. Il generale Milbitz, con la sua 2° Brigata della Divisione Cosenz, giunge a Nicotera il 27, sbarca e prosegue per Mileto…..Bertani sbarca a Tropea, poiché i capitani dei vapori spaventati dalla presenza di una nave che credono una fregata napoletana, l’han messo a terra là, invece che al Pizzo, dove si dirige pe via ordinaria.”.
Nel 27 agosto 1860, a Lagonegro, le truppe di volontari della colonna Tricarico comandate da Francesco Paolo LAVECCHIA (su nomina di Boldoni) e le truppe borboniche
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “Le varie colonne o compagnie della Brigata Lucana, che era formata di tutte le truppe volontarie accorse da ogni parte sotto il vessillo della redenzione al comando del Colonnello Boldoni. La colonna di Tricarico, composta dai volontari di Tricarico, Montepeloso, Albano, Cassano, Tolve, Campomaggiore, S. Chirico Nuovo e altri, e comandata da Francesco Paolo Lavecchia, fervente patriotta di Tricarico, ebbe ordine di recarsi a Lagonegro, e poi di proseguire per le Calabrie per raggiungere ed appoggiare le truppe del Generale Garibaldi provenienti dal Mezzogiorno. Infatti, questa Colonna, partita da Potenza ed ingrossata, lungo il cammino, da altri volontari di Calvello, Viggianello e Moliterno, giunse in agonegro con oltre 300 militi, nel 27 Agosto, ed entrava nella piazza grande dalla via S. Antuono, mentre dalla via opposta delle Calabrie giungevano le prime truppe borboniche in ritirata dal Mezzogiorno. Ambedue le fazioni s’accamparono nella piazza a debita distanza fra loro, ed era davvero quello uno spettacolo memorando: da una parte giovani baldi e audaci, accesi da un entusiasmo febbrile per la causa della libertà, vestiti in mille guise borghesi, ed armati alla meglio di schioppi, di pistoloni, di colubrine, di sciabole, di spiedi, di ronche, di bastoni animati; e dal l’altra parte le truppe regolari dell’esercito borbonico, bene equipaggiate ed armate, ma avvilite e depresse dalle dedizioni e capitolazioni volontarie più che dalle sconfitte in campo di battaglia.”. Rocco Sanseverino (….), nel suo “Tricarico nella rivoluzione Lucana del 1860”, Trani, ed. Paganelli, 1928, a p. 23, in proposito scriveva che: “La colonna di Corleto si portò a Balvano, a Muro, e a Picerno; la colonna di Potenza si portò ad Auletta; quella di Tricarico, al comando del Lavecchia, a Lagonegro; etc…Il colonnello Boldoni formò il suo stato maggiore con a capo Carmine Senise, e tra gli ufficiali fu nominato Grassi Giuseppe e il farmacista Mona Gerardo.”. Sull’insurrezione dei Lucani e della Brigata Lucana ha scritto anche Michele Lacava che insieme al fratello Pietro fu particolarmente attivo prima e dopo il Plebiscito. Si tratta del testo di Michele Lacava (….) e del suo “Cronistoria documentata della rivoluzione di Basilicata del 1860”, Napoli, 1895; Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, a p….., in proposito scriveva che: “……”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 94 in proposito scriveva: “Nelle sue operazioni la colonna Lavecchia (1) etc….” e, a p. 94, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lavecchia, durante la sua permanenza a Lagonegro, fece il 30 agosto proclamare anche nel Comune di Rivello la Giunta insurrezionale, in sostituzione della Municipalità borbonica.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 95 in proposito scriveva: “Il 29 agoto lo stesso Carmine Senise scriveva al Comandante Lavecchia in Lagonegro: “Signore Perchè il Generale Garibaldi si trova a Monteleone, e prosegua avanti con continuata vittoria, è suo volere che imponente numero delle nostre forze si scaglionase nella linea limitofa alla Calabria Citeriore già costituita a Governo Provvisorio etc…..Quartier Generale di Potenza, il dì 29 agosto 1860 – Il Capo di Stato Maggiore Carmine Senise.”.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a pp. 75-76, in proposito scriveva che: “…l’insurrezione lucana dell’agosto 1860 va considerata come significativa risultante di un’accurata pianifcazione nazionale e meridionale, attuata con l’obiettivo di imprimere un’accelerazione, sia pure in chiave moderata, al processo unitario, in modo tale da poterlo far percepire, proprio secondo gli indirizzi del Cavour, come “atto spontaneo” e venuto dalle popolazioni meridionali, non casualmente prima dello sbarco di Garibaldi in Calabria. Essa fu, anche per questo, abilmente affidata, con differenziate funzioni, a Giacinto Albini, Nicola Mignogna e Camillo Boldoni, uomini di sicura affidabilità, tutti passati a funzioni istituzionali all’interno della Prodittatura e del nuovo Stato. Si vuol dire che l’insurrezione lucana fu abilmente guidata per farla confluire nell’alveo cavouriano, lasciando fuori le istanze “socialiste” e “comuniste” di Garibaldi e dei radicali.”.
Nel settembre e ottobre 1860, i volontari Garibaldini di Lagonegro
L’Avv. Carlo Pesce, ricorda alcuni volontari Garibaldini di Lagonegro che si fecero onore combattendo nella Brigata Lucana. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 57-58, in proposito scriveva che: “Fu appunto in questo combattimento del 2 Ottobre, presso Caserta, che il giovanetto Michele Cosentino fu gravemente ferito, per cui, dopo aver partecipato ai genitori la gloriosa e triste sorte toccatagli, e chiesto perdono del dispiacere ad essi recato per la sua improvvisa partenza, morì dopo pochi giorni nell’ospedale del campo in Maddaloni. Di lì a poco, nell’anno stesso, quale triste fatalità! morirono pure la madre Rosa Aldinio, e poscia il padre Francesco, forse per le gravi amarezze provate pel generoso trascorso e per l’immatura morte del diletto figliuolo!. ‘A Lui non ombre pose, non pietra, non parola’ la Patria, ed il suo nome fu tosto coperto dall’oblio, ma fu rievocato nel discorso dell’On. Giustino Fortunato nel 20 Settembre 1898, per l’inaugurazione delle lapidi commemorative nella sala del Consiglio Provinciale di Basilicata, nelle quali è segnato pure il nome del nostro concittadino assieme con quello di Cristoforo Grossi, vittime ambedue degli stessi generosi sensi di libertà (1).”. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 57, in proposito scriveva che: “Gennaro Mitidieri, nato nel 17 Novembre 1843, aveva meno di 17 anni. D’elevato ingegno e di spirito irrequieto, indossava l’abito talare di seminarista, quando, uscito pei trambusti della rivoluzione dal Seminario di Policastro, dove studiava, rimase anche egli attratto dal fascino della camicia rossa, che permutò per la bruna zimarra, e s’arrolò liberamente nelle schiere garibaldine, dove conseguì il grado d’Alfiere. Prese egli parte al combattimento sotto le mura di Capua del 30 Ottobre, ed ivi riportò non lieve ferita alla gamba sinistra per una scheggia di bomba lanciata dalla fortezza. Curato nell’Ospedale degli Incurabili di Napoli, il seminarista guarì a stento dopo lunga malattia, ed in premio pel coraggio dimostrato sul campo di battaglia e sul letto dell’ospedale, ottenne dal Generale Pallavicino un posto gratuito nel rinomato Collegio Medico napolitano, dove attese egregiamente agli studii, ma in seguito, consunto da crudo morbo, morì in patria nel 1864 a soli 20 anni, mentre faceva sperare tanto bene di sè.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella.
A SOVERIA MANELLI
Nel 28 agosto 1860, a Soveria, Garibaldi ricevè la lettera di Alexandre DUMAS padre portatagli da SALVATI e ORIGONI
Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 804, riferendosi alla lettera del Dumas a Garibaldi, in proposito scriveva che: “…› lo dispongo adunque di Salerno, e di otto a diecimila uomini nei dintorni. Se Medici, Menotti, Türr o qualsiasi altro vi vuol disbarcare, io disbarcherò il primo come parlamentario, e di li ad un’ora i soldati e la città saranno vostri. Invece di Salerno voi potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo. Ecco ciò che io feci di più. Ricevei per intermediario di uno dei loro ufficiali promessa dai bersaglieri del re di non tirare sul popolo; un giovine di nome Bolognetti è l’intermediario fra essi e me. Etc…”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 805, riferendosi alla lettera del Dumas a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Egli ha dalla sua parte il popolo e i dodicimila uomini della Guardia nazionale ; oppure , se voi operate uno sbarco, sia nel golfo di Policastro, sia in quello di Salerno, egli spaventerà talmente il re che il re partirà. Allora di buon grado o di malgrado lo proclameranno prodittatore e voi non avrete da far altro che venire. Datemi su questo punto vostre istruzioni. Il signor Salvati, membro del Comitato garibaldino, parte con Orrigoni per raggiungervi, parlategli di tutto, eccetto di quelle preposizioni di Romano ; esse sono fra quattro persone soltanto, voi, egli, Muratori, ed io. Non rispondete dunque che a me in riguardo a don Liborio Romano.”. Dunque, l’Oddo, nel riportare il testo della lettera di Alexandre Dumas a Garibaldi scriveva che Salvati e Orrigoni partirono per portare la lettera a Garibaldi che si trovava in marcia verso Napoli ma ancora si trovava nei pressi di Soveria Manelli. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 822, riferendosi alla lettera del Dumas a Garibaldi, in proposito scriveva che: “Fu a Soveria- Manelli che Garibaldi ricevette la lettera di Alessandro Dumas. Portatore della lettera era Salvati, che, partito dal golfo di Napoli col Franklin , approdava a San Lucedo presso Paola . La rivoluzione quivi era già fatta; la bandiera tricolore con lo scudo di Casa Savoia vi sventolava. Il comitato del paese si recò a bordo del Franklin , diede notizie delle Calabrie e ne ebbe di Napoli dallo stesso Salvati . Nessuno però sapeva precisamente dove Garibaldi si fosse . Il Franklin continuò il suo viaggio sino al Pizzo. Là Salvati seppe come Garibaldi fosse a Catanzaro; senza perder tempo vi si recò , ma Garibaldi era già partito per Maida e per Tiriolo ; Salvati gli corse dietro ; non lo raggiunse però che a Soveria – Manelli, dopo la resa del generale Ghio; gli consegnò la lettera. Garibaldi la lesse, e tosto diede ordine allo stesso Salvati di ritornare immantinente in Napoli per dire a Liborio Romano che mantenesse il popolo in quei buoni sentimenti in che pareva di essere, che lo preparasse all’insurrezione, ma che non gli lasciasse far nulla di decisivo prima dell’arrivo di lui . Sopratutto ripetè due volte queste raccomandazioni : Che non vi sia rivoluzione armata per le vie di Napoli ; ciò costò troppo caro a Palermo . Indi soggiunse : L’uomo che vorrei vedere alla testa di Napoli è Cosenz . Dite ciò a Dumas ed a Romano ; a quest’ultimo raccomandate che faccia il possibile affinchè il re parta ; ma nessuna sommossa senza di me ; ciò sarebbe troppo pericoloso. Diede una carta di passo a Salvati, e tre cavalli per ritornare a Pizzo . Da Pizzo Salvati recossi in Messina per trovar modo di ritornare celeremente nelle acque di Napoli.”. Emma Bice Dobelli (….), nel suo “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, del 1913, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi and the formation of Italy”, a p. 190, in proposito scriveva che: “Nel bel mezzo di queste scene di confusione e di trionfo che si svolgevano nella squallida strada di Soveria, arrivò un corriere per Garibaldi con una lettera di Alessandro Dumas, da poco arrivato a Napoli sulla sua goletta. Egli scriveva per informare Garibaldi d’un colloquio che aveva avuto colà con Liborio Romano, allora Ministro del Re e il personaggio di gran lunga più influente d’ogni altro in Napoli (2). “Liborio – diceva la lettera – è pronto a mettersi a vostra disposizione con due altri suoi colleghi di Gabinetto, al primo tentativo reazionario del Re. Al verificarsi di un tal tentativo egli si riterrebbe prosciolto dal suo giuramento di fedeltà, e si propone di lasciar Napoli con gli altri due Ministri e di presentarsi a voi proclamando il Re deposto e voi riconosciuto Dittatore” (3). Garibaldi fece dar di volta al corriere, incaricandolo di dire a Liborio che i napoletani dovevano tenersi pronti ad insorgere in qualsiasi momento etc…”. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 20-23”. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda paarte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 395, in proposito scriveva che: “Passata la notte in Soveria Garibaldi, al mattino del dì seguente con la sua avanzata con celerità ancor maggiore perché un certo Salvati, venuto per mare da Napoli al Pizzo, dopo lungo cammino l’ha raggiunto nella notte, e gli ha rimesso una lettera di Alessandro Dumas. In essa il romanziere francese gli dice che Liborio Romano s’è recato la sera del 23 agosto a bordo della sua goletta ‘Emma’, da poco giunta nel porto di Napoli, per comunicargli ch’egli, Don Liborio, è “pronto a mettersi agli ordini di Garibaldi al minimo tentativo reazionario del Re” ritenendosi sciolto in tal caso da ogni giuramento di fedeltà….Etc…Come nuova prova di tale vanagloria e della grande importanza ch’egli voleva assumere, tolgo dall’Archivio Sirtori questa lettera che pochi giorni dopo egli dirigeva a Garibaldi: “Napoli 28 agosto 1860. Buono e caro amico – La Signora P….vi metterà al corrente della situazione e di ciò che io posso a Napoli. Se voi lo credete conveniente, inviate questi ordini: – che Liborio Romano dia le sue dimissioni (da ministro) e sia proclamato prodittatore e che si abbiano alla tal ora del tal giorno un movimento e dei colpi di fucile. Io ci sarò etc…Il latore vi dirà di diffidare di Villamarina e dell’ammiraglio Sardo: tutto ciò è La Farina e Cavour…Io vi supplico: evitate Salerno se lo potete. Una battaglia è inutile etc…Del resto datemi vostri ordini e poteri per Romano o per chiunque altro.”.”. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 decise di realizzare Il grande viaggio di Ulisse e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Fu testimone oculare della battaglia di Calatafimi, che descrisse ne I garibaldini, pubblicato nel 1861. Dumas, che era stato il contatto tra Garibaldi ed il ministro dell’interno del neocostituito governo liberale Liborio Romano, era al fianco di Garibaldi nel giorno del suo ingresso a Napoli: oltre che amico e ammiratore dello stesso Garibaldi, Dumas era come lui membro della massoneria,[7] essendo stato iniziato nel 1862 nella Loggia napoletana “Fede italica” con Luigi Zuppetta. L’opera letteraria in cui il Dumas più di tutte ha descritto i Mille è “Les Garibaldiens”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: “Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco che fu Sapri. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Inoltre, come si è visto dal racconto dei testimoni diretti come Agostino Bertani che era al seguito di Garibaldi, la comitiva e la barca che li portò a Sapri non proveniva da “Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre).”, come scrive Ebner, (il 2 settembre forse salpò da Scalea, ma il 3 settembre imbarcò la comitiva a Castrocucco dove viaggiò per mare fino alla spiaggia di Sapri. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 101 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo il colloquio, il Dumas inviò a Garibaldi una lettera, importante soprattutto per le informazioni su quanto operò nella zona di Salerno. Essa era compilata in questi termini: “Amico, Io devo scrivervi a lungo e parlarvi di seri affari; leggete con attenzione. Malgrado il desiderio di raggiungervi, io rimango a Napoli, ove credo essere utile alla nostra causa. Ecco senza chiamar precisamente i napoletani etc….Liborio Romano etc…”(52). Letta la lettera, Garibaldi ordinò al latore di ritornare subito a Napoli per far dire al Romano di mantenere il popolo in quei buoni sentimenti etc…”. De Crescenzo, a p. 104, nella nota (52) postillava: “(52) Questa lettera fu consegnata al Dittatore a Soveria Mannelli da Salvati, che, mosso dal golfo di Napoli sul Franklin, era approdato a S. Lucido presso la città di Paola.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo” (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Ebner scriveva che dopo lo sbarco a Sapri dispose che le colonne di Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano marciassero per il Vallo di Diano. Agrati scrive che la lettera si trova conservata nell’Archivio Sirtori. Da Wikipedia leggiamo che a Soveria Manelli, Il 30 agosto 1860 un corpo dell’esercito borbonico di 12 000 uomini, comandato dal generale Ghio, si arrese alle truppe garibaldine di Stocco, in seguito all’azione diplomatica svolta da Ferdinando Bianchi ed Eugenio Tano e sotto la minaccia dell’imminente arrivo dei volontari guidati dal maggiore Pasquale Mileti. I motivi alla base della resa delle truppe borboniche non sono del tutto noti; le conseguenze furono tuttavia determinanti per l’occupazione del Sud. Giuseppe Garibaldi (….), nel suo “Memorie autobiografiche” (quindicesima tiratura), Firenze, Barbèra, 1888, a pp. 379-380 e ssg., in proposito scriveva che: “La nostra marcia lungo le Calabrie fu un vero e splendido trionfo, progredendo celeremente tra marziali e fervidissime popolazioni, una gran parte delle quali già in armi contro l’oppressore borbonico. A Soveria mise giù le armi la divisione Vial, forte di circa ottomila uomini, dandoci un materiale immenso in cannoni, moschetti e munizioni. La brigata Caldarelli capitolò colla colonna calabrese di Morelli a Cosenza. Infine dopo una corsa celere di pochi giorni da Reggio a Napoli, precedendo sempre le mie colonne che non potevan raggiungermi per quanto procedessero a marcie forzate, io giunsi nella bella Partenope.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “V. Da quel giorno lo sfacelo continuò colla celerità spaventosa d’ una putrefazione. Padrone delle due rive del Faro e di lungo tratto della sponda tirrena , raccolti ormai nelle Calabrie da venti a venticinquemila uomini, e libero di farli avanzare per terra e per mare secondo i casi e le opportunità ; acclamato, festeggiato, portato sulle braccia dalle popolazioni accorrenti in armi sui suoi passi, Garibaldi s’innoltrava verso Napoli colla rapidità d’una folgore e la maestà d’un trionfo. Bellum ambulando perfecerunt, fu detto dei Cesariani nella Gallia, e così poteva dirsi di Garibaldi. La sua non era una guerra, era una passeggiata militare. La rivoluzione non lo scortava soltanto , lo precedeva. Fino dal 17 agosto, prima ancora dello sbarco di Garibaldi a Melito, Poterza cacciava i pochi Gendarmi che la custodivano, e tutta la Basilicata si vendicava in libertà. All’ annunzio della vittoria di Reggio tutte le Calabrie insorgevano; Cosenza costringeva il generale Caldarelli a capitolare con una brigata intera ed a ritirarsi a Salerno col patto di non più guerreggiare contro Garibaldi; a Foggia le truppe facevan causa comune col popolo; a Bari altrettanto: sicchè il generale Flores, comandante militare delle Puglie, era costretto a riparare cogli avanzi dei fedeli nel Principato, fuga da un incendio in un precipizio. Il generale Viale posto con dodicimila uomini a guardia della Termopile di Monteleone, minacciato da una sedizione pari a quella che aveva forzato il Briganti, non osando attendere Garibaldi, batteva in precipitosa ritirata, abbandonando agl’ invasori una delle chiavi della Calabria. Succedutogli nel comando il generale Ghio, egli pure continuò la ritirata ; ma pervenuto a Soveria-Manelli, tra Tiriolo e Cosenza, fosse stanchezza della lunga corsa, fosse disperato proposito, pensò di prendervi campo e di attendere di piè fermo l’ instancabile persecutore. Fu la sua rovina. Quando egli arrivava a Soveria, le alture, che da oriente e da settentrione la dominano, erano già occupate dalle bande calabresi dello Stocco, ed egli si trovava già prima di combattere quasi aggirate. Garibaldi frattanto lo incalzava di fronte, e vista l’infelice posizione del suo nemico, non gli lasciò un istante di posa. Egli che faceva quella guerra correndo le poste, precedendo di sette giorni la sua stessa avanguardia, esploratore degli esploratori, era giunto in…..”.
Nel 29 agosto 1860, a Potenza, la nomina del Commissario Giuseppe MANGO
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “Nel 29 Agosto il Governo prodittatoriale di Potenza nominò pure un Commissario Civile’ per ciascun Distetto della Provincia con tutte le attribuzioni dei passati Sottointendenti, anzi coi pieni poteri ‘per le nomine delle cariche municipali e dei gradi delle Guardie Nazionali, in sostituzione di coloro che o non godessero la pubblica fiducia o non avessero accettato il nuovo ordine di cose’. Pel Circondario di Lagonegro fu nominato il nostro illustre cittadino Avv. Giuseppe Mango, il quale già in Potenza aveva preso parte onorata ed attiva nell’insurrezione lucana. Il Mango giunse in Lagonegro nel 30 Agosto, e prese stanza nel palazzo della Sottointendenza, donde spiegò tutta la sua operosità, pridenza ed energia in qui momenti difficili e pericolosi a prò della causa liberale, e raccogliere attorno a sè i varii partiti, di che la storia gli tributa lode (1).”. Pesce, a pp. 17-18, nella nota (1) postillava che: “(1) L’Avvocato Cav. Giuseppe Mango, nato in Lagonegro nel 1816, d’eletto….”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 96 in proposito scriveva: “Il Governo Prodittatoriale di Potenza nominava anche per il distretto di Lagonegro un Commissario civile, funzionante da Sotto Intendente, con precisi poteri per le nomine ale cariche municipali e agli incarichi nella Guardia Nazionale di ogni Comune. Fu nominato l’avv. Mango di Lagonegro che si trovava in Potenza per aver preso parte all’insurrezione findai primi giorni. Il Segretario del Governo Pro-dittatoriale, Pietro Lacava, ne dava immediatamente comunicazione al Comandante militare Lavecchia.”. Immacolata Venturi (….), nel suo, “L’insurrezione lucana del 1860 fra storia e storiografia”, ed. Villani, 2016, a p. 73, in proposito scriveva che: “Ad Auletta, il 6, Albini, Mignogna ed una Deputazione nominata in seno all’ex decurionato potentino presentarono a Garibaldi i risultati, anche economici, dell’insurrezione ed il nizzardo emise il decreto per cui “Il Signor Giacinto Albini è nominato Governatore della Provincia di Basilicata con poteri illimitati”.(147)”. Dal Governo prodittatoriale si passava, così, al governo dei poteri illimitati. Giacinto Albini, ben conscio, come scrisse anche in diverse circolari, che il governo dell’emergenza era terminato, eliminò le giunte insurrezionali con un decreto del 29 agosto. Con questo “pose in prestito” alla rivoluzione gli avanzi di cassa delle finanze comunali e nominò, secondo le leggi amministrative borboniche, il segretario nazionale della provincia nella persona di Giacomo Racioppi. Infine dispose la formazione di un corpo di milizie, il “Battaglione Lucano”, composto da 540 uomini, divisi in tre compagnie, ognuna delle quali di 180 armati (148).”. Venturi, a p. 73, nella nota (147) postillava: “(147) ASP, Governo Prodittatoriale Lucano, b. IV, fasc. 41, f. 16.”. Venturi, a p. 74, nella nota (148) postillava: “(148) R. Riviello, Cronaca Potentina, …., op. cit., p. 243.”.
Nel ……agosto 1860, a Cannitello e poi a Bagnara, il generale Turr ed il suo stato maggiore
Maxime Du Champ (….), nel suo“La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 124, in proposito scriveva che: “Cannitello, piccolo borgo situato tra Punta del Pizzo e Scilla. Ci aspettavano alcuni ufficiali e guidati da loro ci recammo alla casa parrocchiale, che era stata preparata per il generale Turr ed il suo stato maggiore. Lo spavento regnava nella casa, si sarebbe detto si trattasse dell’arrivo del diavolo….(p. 126) Allora il colonnello Spangaro – tra i cuori più generosi che abbia mai conosciuto – etc…(p. 130). Alle sette il generale Turr era in sella, seguito da alcuni uomini dello squadrone delle guide. Sulle nostre teste l’azzurro infinito del cielo si stendeva senza nubi…etc…(p. 131). Passammo accanto al fortino di Torre Cavallo, …..etc…la famosa fortezza di Scilla…..(p. 135) Al piccolo villaggio di Favazzine il piroscafo si ferma e pare accenni a voler sbarcare le truppe; il generale invia l’ordine di proseguire fino a Bagnara; …Dopo Bagnara…etc…(p. 138). Garibaldi non era più a Bagnara, che aveva lasciato alcune ore prima del nostro arrivo; vi trovavamo invece il colonnello Frapolli, lo stesso con cui eravamo partiti da Genova…..(pp. 138-139). Dopo aver parlato quella stessa mattina con Garibaldi, egli si preparava a ritornare in Sicilia per accellerare l’invio di truppe e dirigerle per mare non più a Reggio e su Scilla, ma molto più a nord, in previsione di una resistenza determinata, per lanciarle a Paola, dietro Cosenza, i maniera da tagliare la ritirata ai Napoletani, e su Sapri, per operare un movimento che potesse minacciare Salerno. Era il mezzo, escogitato assai bene dal Frapolli stesso, d’isolare gli uni dagli altri e di ridurre al nulla i diversi corpi regii che ancora occupavano in forze la strada di Napoli, e che potevano condenderci seriamente il passaggio nel caso poco probabile che al nostro avvicinarsi non si fosse sollevato tutto il paese. Frapolli partì solo sulla piccola imbarcazione per raggiungere Milazzo, e noi salimmo in carrozza per andare a raggiungere Garibaldi; etc…”. Dunque, Du Champ ci parla dell’arrivo di Turr a Bagnara calabra dove trovarono il colonnello Ludovico Frapolli (….), il quale aveva conversato con Garibaldi che da poco aveva lasciato Bagnara. Frapolli era in procinto d’imbarcarsi per la Sicilia, per andare a Milazzo e raccontava il piano di Garibaldi di non portare le trupe del Turr a Reggio e a Scilla ma di portarle a Sapri. Da Wikipedia leggiamo che Ludovico Frapolli, fu in Ingegniere, patriota. Partecipò a tutte le imprese garibaldine dal 1860 al 1871, dopo lunghi anni di esilio. Il colonnello Lodovico Frapolli non è una figura secondaria, ma Carlo Agrati (…..), nel suo, “Da Palermo al Volturno”.”, ed. Laterza, Bari, nel capitolo: “La campagna del 1860”, ecc…, a p. 431, parlando dell’arrivo a Salerno, in proposito scriveva che: “Non c’era invece il Peard arrivato il dì prima, né Lodovico Frapolli, che aveva preceduto gli altri di qualche ora per prendere possesso dell’ufficio telegrafico.”.
Nel 30 agosto 1860, in Calabria le truppe borboniche di GHIO e di CALDARELLI si arresero a Garibaldi
Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 449, in proposito scriveva che: “Da Reggio a Napoli non fu più tirato un colpo di fucile; e Garibaldi, dapprima con la sua avanguardia, e poi precedendo questa, con poche guide e cavalieri, e con Cosenz sempre vicino, da lui nominato ministro della guerra, proseguiva la sua marcia, acclamato come il Dio della vittoria. Trovava lo Stato disciolto, e a lui si arrendevano generali, abbandonati dai proprii soldati. Quella campagna, o per dir meglio, quella marcia trionfale, attraverso le Calabrie, è stata narrata, con documenti nuovi e importanti, in un libro , dedicato alla famiglia Morelli, che tanta parte ebbe in quegli avvenimenti.”. De Cesare, a p. 449, nella nota (I) postillava: “(1) R. De Cesare, op. cit.”. Si tratta del testo: “Una famiglia di patriotti – Ricordi di due rivoluzioni in Calabria”, Roma, ed. Forzani, 1889. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 449, in proposito scriveva che: “Arresi Melendez e Briganti ; ucciso quest’ultimo dai suoi soldati, perchè sospettato di tradimento ; capitolato Vial, e imbarcatosi a Pizzo per Napoli; capitolato Caldarelli col comitato di Cosenza; sbandato Ghio con diecimila uomini a Soveria Mannelli, oramai la strada sino a Salerno era sgombra da soldati; sgombra veramente no, anzi ingombra di soldati paurosi o inermi, che salutavano, con terrore, i vincitori, al loro apparire. Lo sbandamento di Soveria fu l’episodio decisivo di quella campagna, per cui si affermò il trionfo della rivoluzione sul continente, e ispirò a Garibaldi il celebre telegramma, da lui dettato a Donato Morelli, la mattina del 31 agosto, nella casa rustica di Acrifoglio: “Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a 10 000 soldati, comandati dal generale Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila fucili, trecento cavalli , un numero poco minore di muli, e immenso materiale da guerra. Trasmettete a Napoli, e dovunque, la lieta novella „ . De Cesare, a pp. 443-444, in proposito aggiungeva: “Dopo lo sbandamento di Ghio, e la dissoluzione di tutto l’esercito in Calabria, il ministero perdette addirittura la testa.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 107 e ssg., in proposito scriveva che: “Con una tattica sorprendente, basata sull’audacia, Garibaldi fu in grado d’imporre, in soli pochi giorni, la sua volontà al borbonico Generale Ghio – persecutore inesorabile di Pisacane – riuscendo ad ottenere la sua resa, nonostante una forza borbonica composta da ventimila uomini. E così, dal 18 al 30 agosto, in terra calabrese, tra uno scontro e l’altro, oltre 40.000 soldati di Francesco II° abbandonarono i loro ufficiali. Dopo pochi giorni da quella resa, ovunque venne conosciuto il testo del famoso telegramma dettato da Garibaldi: “Dite al mondo che ieri, 30 agosto, coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a 10.000 soldati comandati dal Generale Ghio. Il trofeo della resa fu di 12 cannoni, 10 mila fucili, 300 cavalli, un numero poco minore di muli e immenso materiale da guerra. Trasmettete in Napoli ed ovunque la lieta novella”. Il 1° settembre il contenuto del telegramma già era conosciuto dagli ufficiali borbonici dei presidii di Napoli e di Salerno, ed aveva prodotto in tutti il suo effetto psicologico. Giustamente, si pensava che la storia, più che i cannoni, vince la guerra. E la storia, nel Regno di Napoli, aveva pagine veramente tormentate!”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “I fausti avvenimenti delle Calabrie si succedevano con prodigiosa rapidità: dopo lo sbarco di Garibaldi sulla spiaggia di Melito nella notte dal 19 al 20 Agosto, la piazza ed il Castello di Reggio, comandati dal vecchio Generale Gallotti, si arresero nel giorno 23; nei giorni seguenti capitolarono le divisioni del generale Brigante, e Melendez con 9000 uomini; il Maresciallo Vial, che comandava un esercito di 12000 soldati nella forte posizione di Monteleone, non potendo resistere alla marea rivoluzionaria, partì per Napoli, lasciando il comando all’esercito avvilito e disfatto del generale Ghio; nel 27 agosto capitolava col Comitato insurrezionale di Cosenza il generale Caldarelli, che comandava 3500 soldati; e finalmente nel giorno 30 l’esercito di Ghio, forte di 10,000 soldati, accerchiato a Soveria Manelli da un manipolo di truppe garibaldine, alle quali oramai non si poteva più opporre resistenza, preferì arrendersi e sbandarsi confusamente qua e là etc….”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: “…mentre la brigata Caldarelli, composta dal reggimento carabinieri, di una batteria e di due squadroni di lancieri che trovavasi di presidio in Cosenza, capitolava dichiarando di non più combattere contro Garibaldi e di ritirarsi in un determinato numero di tappe, a Salerno, col suo bagaglio, lasciando i viveri, le armi e le munizioni al nemico. Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”. Della capitolazione del generale borbonico Ghio ci ha lasciato testimonianza Alberto Mario (….), marito della giornalista Jessie White, nel suo “La Camicia rossa”, Milano, ed. Sonzogno, 1875. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 179, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Il generale all’alba del 30, non avendo seco che ventiquattro guide , le manda ad intimare a Ghio, l’assassino di Pisacane, la resa a discrezione. Prima di mezzogiorno costui dovette licenziare il suo esercito, consegnar armi, artiglieria e cavalli; e in meno d ‘ un’ora quel campo era di Garibaldi. Pisacane era vendicato a metà. Garibaldi, lasciando Stocco pro- dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre , e incontrandosi con Bertani lo abbracciò etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva una lettera senza data che: “…il Ghio, il quale lasciò nelle mani di Garibaldi diecimila fucili, dodici cannoni da campagna, seicento cavalli e muli ed un immenso materiale da guerra. Ottenuto ciò, Garibaldi inviava a Sala Consilina, al prodittatore Giovanni Matina, questa significativa comunicazione, dettata il 30 agosto 1860 a Donato Morelli, uno dei capi degli insorti Calabresi: “State fermi ed organizzate le vostre rivoluzioni. Non c’è bisogno di venire al mio incontro: verrò io da voi. Dite al mondo intero che coi miei prodi calabresi ho fatto abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal generale Ghio….Trasmettete a Napoli e dovunque la lieta novella. Io parto per Rogliano. Agropoli, ore otto del mattino. Etc…Giuseppe Garibaldi”. Credo che però De Crescenzo abbia commesso l’errore di scrivere “Agropoli” e non “Agrifogli”. De Crescenzo pubblicherà in “Appendice A*” la il dispaccio inviato a Giovanni Matina che aveva assunto la prodittatura a Sala Consilina, e a p. 237, nella nota (*) postillerà: (*) Gli originali di queste lettere si conservano nell’Archivio Storico del Museo Nazionale di S. Martino a Napoli.”. Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva che: “Ecco un manifesto del comitato dell’azione: A Sala il dittatore Garibaldi al prodittatore Giovanni Matina (risposta). « State fermi ed organizzate le vostre rivoluzioni . Non fa bisogno venire al mio incontro ; verrò io da voi . Dite al mondo intero che con i miei bravi Calabresi ho fatto abbassare le armi a 10, 000 soldati comandati dal generale Ghio. I trofei della vittoria furono 12 cannoni, 10 mila fucili, 300 cavalli, alcuni muli ed un immenso materiale da guerra. Io parto per Rogliano. Agrifogli, le otto antimeridiane ! ».”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 311, in proposito scriveva: “Durante il combattimento di Villa s. Giovanni e Piale, il general Viale erasi avanzato con una parte delle sue truppe da Monteleone a Bagnara ed aveva dato ordine allo stesso brigadiere Ruiz di attaccare i garibaldini Costui erasi rifiutato d’intraprendere quell’ attacco colla sua piccola truppa. Viale ritirossi quindi a Monteleone, e si mise a letto ammalato e dimandò la sua dimissione, molto più ch’ egli vide in quale stato si erano dispersi i due corpi di Briganti e Melendez, ed aveva inteso che i rinforzi ch’ egli aspettava, furono al loro sbarco a Paola impediti da quegli abitanti a proseguire la loro marcia. L’ammutinamento andava prendendo sempre più piede nelle truppe e manifestavasi in una subordinazione che confinava col più deciso disprezzo verso gli ufficiali.”.
Nel 30 agosto 1860, a Lagonegro giunse il telegramma di FRA GIOVANNI ? con la notizia della capitolazione del generale borbonico GHIO
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 21, in proposito scriveva che: “La notizia della resa del generale Ghio giunse nel giorno stesso, nel 30 Agosto, per telegramma, spedito da un Fra Giovanni (?): “Vittoria – Garibaldi, vinte le truppe del Generale Ghio, le ha disarmate e fatte capitolare in Agrifoglio vicino Tiriolo”.”. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 392, in proposito scriveva pure che: “….e finalmente nel giorno 30 l’esercito di Ghio, forte di 10,000 soldati, accerchiato a Soveria Manelli da un manipolo di truppe garibaldine, alle quali oramai non si poteva più opporre resistenza, preferì arrendersi e sbandarsi confusamente qua e là etc….”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: “Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”. Della capitolazione del generale borbonico Ghio ci ha lasciato testimonianza Alberto Mario (….), marito della giornalista Jessie White, nel suo “La Camicia rossa”, Milano, ed. Sonzogno, 1875. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 179, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Il generale all’alba del 30, non avendo seco che ventiquattro guide, le manda ad intimare a Ghio, l’assassino di Pisacane, la resa a discrezione. Prima di mezzogiorno costui dovette licenziare il suo esercito, consegnar armi, artiglieria e cavalli ; e in meno d ‘ un’ora quel campo era di Garibaldi. Pisacane era vendicato a metà. Garibaldi, lasciando Stocco pro- dittatore con pieni poteri a Soveria, procedè oltre , e incontrandosi con Bertani lo abbracciò etc…”.
INSORGONO IL CILENTO ED IL SALERNITANO
ALEXANDRE DUMAS, padre, l’Impresa dei Mille, la sua goletta Emma

(Fig. n….) – Ritratto fotografico di Alexandre Dumas eseguito da Felix Nadar
L’impresa dei Mille, oltre che essere narrata nelle memorie di Giuseppe Cesare Abba (Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei mille ), fu seguita da reporters eccezionali come Friedrich Engels e Alexandre Dumas, padre (1803 – 1870). L’entusiastico reportage giornalistico di quest’ultimo ebbe una grande eco e fu pubblicato in volume col titolo Les Garibaldiens (1861). Questo libro è da considerare il risultato letterario di una parentesi marziale dell’autore, noto essenzialmente per drammi romantici in prosa come Henri III et sa cour (1829), Antony (1831), La Tour de Nesle (1832), e per romanzi storici popolari famosissimi come Les Trois Mousquetaires (1844) e Le Comte de Montecristo (1841-1845). Da Wikipedia leggiamo che Alexandre Dumas, spesso chiamato Alexandre Dumas padre per distinguerlo dal figlio omonimo (Villers-Cotterêts, 24 luglio 1802 – Neuville-lès-Dieppe, 5 dicembre 1870), è stato uno scrittore e drammaturgo francese. Maestro del romanzo storico e del teatro romantico, ebbe un figlio omonimo, Alexandre Dumas, anch’egli scrittore. È famoso soprattutto per i capolavori Il conte di Montecristo e la trilogia dei moschettieri formata da I tre moschettieri, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne. Nel 1860 decise di realizzare Il grande viaggio di Ulisse e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Fu testimone oculare della battaglia di Calatafimi, che descrisse ne I garibaldini, pubblicato nel 1861. Dumas, che era stato il contatto tra Garibaldi ed il ministro dell’interno del neocostituito governo liberale Liborio Romano, era al fianco di Garibaldi nel giorno del suo ingresso a Napoli: oltre che amico e ammiratore dello stesso Garibaldi, Dumas era come lui membro della massoneria, essendo stato iniziato nel 1862 nella Loggia napoletana “Fede italica” con Luigi Zuppetta. Nel 20 agosto quando nella baia di Salerno approda lo yacht Emma di Alessandro Dumas, inviato a Salerno da Garibaldi per conoscere la preparazione politica e militare degli insorti. Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 decise di realizzare “Il grande viaggio di Ulisse” e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda parte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “VI. …..goletta Emma del celebre romanziere Alessandro Dumas padre, racconta l’Oddo (3). Questa il 18 agosto era approdata nel golfo di Salerno. Il Curatolo descrive così l’autore dei tre moschettieri: “Un omaccione tutto vestito di bianco, dalla folta capigliatura di creolo ricoperta da un largo cappello di paglia, adorno di una penna azzurra, di una bianca e di una rossa”(4). Etc…”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva pure che: “XI…..il romanziere francese Dumas padre, con un suo piccolo legno di trasporto, la goletta Emma’, così denominata dalla leggiadra fanciulla che lo seguiva e che indossava un abito da marinaio per bizzarria estetica del compagno (32).“. De Crescenzo, a p. 94, nella nota (33) postillava di Giacomo Oddo, “I Mille di Marsala”, 1863, e che l’autore fosse il fratello Giuseppe Oddo, uno della Spedizione che aveva 54 anni. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Alessandro Dumas (padre), il grande romanziere francese che, con altri stranieri, aveva seguito Garibaldi, attratto dal fascino di questo eroe-avventuriero. Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari.”.
Nel 18 agosto 1860, a Salerno, ALEXANDRE DUMAS, padre, l’Impresa dei Mille, la sua goletta Emma portò aiuti e armi ai rivoluzionari Cilentani
Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 decise di realizzare “Il grande viaggio di Ulisse” e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda parte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, sulla scorta del De Cesare, a p. 265, in proposito scriveva che: “Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 riporta da G. Oddo, I Mille di Marsala, 1866, p. 794, la notizia dello sbarco di A. Dumas ad Acciaroli.”. Ed invece, come abbiamo visto per Garibaldi non è importato poco il luogo prescelto per il suo sbarco che fu Sapri. Garibaldi seguì il suo intuito ed istinto e scelse di sbarcare a Sapri, dove peraltro aveva ordinato a Turr di fare sbarcare le altre truppe garibaldine. Tuttavia devo precisare che il Dumas, padre, aveva indicato semplicemente le coste del basso Cilento. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 792, in proposito scriveva che: “I nostri lettori ricordano Alessandro Dumas; noi lo lasciammo in Sicilia, testimone oculare della battaglia di Milazzo. Garibaldi apprezzò le offerte del celebre scrittore francese e le accettò. Dumas parti per la Francia, fece acquisto di munizioni e di armi, ritornò in Messina pochi di prima del disbarco di Melito, consegnò tutto al generale Medici, e la sera del 16 agosto ripartì. Il di 18 alle cinque dopo mezzogiorno gittava l’ancora nel golfo di Salerno. Suo primo pensiero fu di mettersi in relazione con alcuni pescatori di quelle spiagge per aver notizie , ma quelli nulla sapevano , solo gli fecero conoscere che la guarnigione borbonica in Salerno ascendeva solamente ad ottocento uomini . Dumas aspettava la notizia del disbarco , questa non venne; si decise partire per Napoli, un vento di ponente lo fece ritornare nelle acque di Salerno. I salernitani videro l’arrivo di quel legno, e vollero saperne più addentro. Il francese dottor Weylandt montò una barchetta, e venne sul legno di Dumas; i due connazionali si abbracciarono e si scambiaron le notizie che ciascuno portava. Aspettavansi da un momento all’altro in Salerno le regie truppe che dovevano passare nella Basilicata a reprimervi quella rivoluzione etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “VI. Nel circondario di Pollica, si attendevano, per insorgere, armi ed un capo militare promessi dai Comitati, ma in vana attesa trascorsero varii giorni. Dovevano giungere ad Acciaroli, marina di quel Comune, per mezzo della goletta Emma del celebre romanziere Alessandro Dumas padre, racconta l’Oddo (3). Questa il 18 agosto era approdata nel golfo di Salerno. Il Curatolo descrive così l’autore dei tre moschettieri: “Un omaccione tutto vestito di bianco, dalla folta capigliatura di creolo ricoperta da un largo cappello di paglia, adorno di una penna azzurra, di una bianca e di una rossa”(4). A bordo della goletta andò il suo compatriota dott. Weylandt, il quale gli comunicò che si aspettavano a Salerno soldati regi per recarsi in Basilicata a reprimere la rivoluzione. Il Dumas, per mezzo del suo connazionale, fornì sessanta fucili a due colpi e venticinque carabine ai montanari dei paesi per cui dovevano passare le truppe, per impedire tale passaggio. Difatti, continua l’Oddo, a Salerno il generale Scotti con cinquemila svizzeri non potette passare. La sera a bordo dell’Emma vi fu una festa, cui intervennero signore salernitane. Il giorno dopo la goletta partì per Napoli.”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 94-95, in proposito scriveva pure che: “XI. Ma chi avrebbe dato loro le armi, le munizioni ad un buon capo militare per muovere il popolo del circondario di Pollica ? Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni. I comitati avevano assicurato che li avrebbe portati alla marina di Acciaroli il romanziere francese Dumas padre, con un suo piccolo legno di trasporto, la goletta Emma’, così denominata dalla leggiadra fanciulla che lo seguiva e che indossava un abito da marinaio per bizzarria estetica del compagno (32). La goletta aveva gittato l’ancora nel golfo di Salerno alle 5 pomeridiane del 18 agosto. “Il primo pensiero degli uomini della goletta – racconta l’Oddo (33) – fu quello di mettersi in relazione con alcuni delle spiagge per aver notizie, ma quelli risposero di poter solamente informarlo che la guarnigione borbonica in Salerno ascendeva ad ottocento uomini (34). Il Dumas aspettava la notizia del disbarco, ma questa non venne; allora decise a partire per Napoli, senonchè un vento di ponente lo fece ritornare nelle acque di Salerno. I Salernitani essendosi accorti dell’arrivo di quel legno, vollero saperne di più addietro”.”. De Crescenzo, a p. 94, nella nota (32) postillava che: “(32) Il Dumas era andato in Sicila per assistere alla battaglia di Milazzo; poi, avendo promesso armi e munizioni a Garibaldi, si era recato in Francia per acquistarle. Con esse ritornò in Sicilia ed a Messina, pochi giorni prima dello sbarco di Melito, le consegnò al Medici. Ripartì la sera del 16 Agosto.”. Dunque, Dumas il 16 agosto 1860 partì dalla Sicilia con la sua goletta Emma ed il 18 arrivò nella rada di Salerno. “La goletta aveva gittato l’ancora nel golfo di Salerno alle 5 pomeridiane del 18 agosto.”. De Crescenzo, a p. 94, nella nota (33) postillava di Giacomo Oddo, “I Mille di Marsala”, 1863, e che l’autore fosse il fratello Giuseppe Oddo, uno della Spedizione che aveva 54 anni. De Crescenzo, a p. 95 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Quel passaggio in terra lucana avrebbe potuto essere impedito dai montanari, i quali erano padroni delle vie che attraverso Eboli menavano da Vietri a Potenza. E siccome essi erano senz’armi e senza munizioni, il Dumas li provvide di sessanta fucili a due colpi e di venticinque (35) carabine per scongiurare il passaggio, e pregò il dottor Wejlandt di fargli conoscere i loro capi. Il connazionale accettò la proposta, scese di nuovo a terra e, dopo qualche oretta, ritornò seguito da alcuni montanari incaricati dai compagni di accettare le armi.”. De Crescenzo, a p. 95, nella nota (35) postillava: “(35) Così riferisce il Mazziotti, ma in una cronaca del tempo, lasciata dall’avvocato Gaetano Mottola, soldato della 4° Compagnia della Guardia Nazionale agli ordini di Rocco Positano, si legge che il Dumas portò “degli schioppi semplici con daga alla punta e due colpi a discreto prezzo e fucili a due colpi leggerissimi a sette piastre l’uno per venderli”. Evidentemente il Mazziotti dovette ignorare la cronaca in parola.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; mentre un forte contingente di volontari e di ex guardie urbane, al comando di Leonino Vinciprova, attese nella marina di Acciaroli armi e munizioni che dovevano arrivare da Salerno. Incaricato di questa missione era Alessandro Dumas (padre), il grande romanziere francese che, con altri stranieri, aveva seguito Garibaldi, attratto dal fascino di questo eroe-avventuriero. Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari.”. Dunque, il La Greca (….) a p. 272, in proposito scriveva che: “….mentre un forte contingente di volontari e di ex guardie urbane, al comando di Leonino Vinciprova, attese nella marina di Acciaroli armi e munizioni che dovevano arrivare da Salerno. Incaricato di questa missione era Alessandro Dumas (padre), il grande romanziere francese che, con altri stranieri, aveva seguito Garibaldi, attratto dal fascino di questo eroe-avventuriero. Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari.”. Dunque le armi che il Lacava e il Vinciprova attendevano arrivarono ad Acciaroli solo il 5 settembre 1860. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 95-96, in proposito scriveva pure che: “Il giorno seguente, alle 11 antimeridiane precise, la goletta si mosse dirigendosi verso Napoli, dove giunse circa la mezzanotte (39). XII. Solamente il 5 settembre 1860, alla vigilia dell’ingresso trionfale del Dittatore a Salerno, la videro fermarsi, verso le due p.m. e poco lontano dalla rada di Acciaroli – marina del comune di Pollica – Leonino Vinciprova e Pietro Lacava, mandati da Garibaldi insieme con Vincenzo Carbonelli – audace cospiratore di Secondigliano- e col ferreo Mignogna, ad attendere le armi promesse ed a provocare l’insurrezione nel Napoletano e, per conseguenza nel Salernitano. Chi avrebbe potuto preparare il terreno politico nelle nostre zone se non il Vinciprova che conosceva addentro uomini e cose, avendo partecipato, credente convinto nell’unità della patria, a tutti i moti liberali della sua provincia ?. Il patriota cilentano “rivoluzionario di cuore e di fatti”, come lo chiama l’Oddo, montò una barchetta….etc…”. Il racconto prosegue per il 5 settembre 1860.
L’invio di ARMI ed aiuti PIEMONTESI ai rivoltosi del Cilento e della Basilicata
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 68-69, in proposito scriveva che: “VI. Fin dal tempo dell’approdo di Garibaldi a Marsala un’attiva corrispondenza si era scambiata tra il Comitato di Napoli ed i nuclei liberali delle provincie per preparare in queste una insurrezione. Si venne all’intesa che essa sarebbe stata iniziata, alla notizia dello sbarco di Garibaldi sul continente, da parte della Basilicata. le altre provincie avrebbero seguito il movimento. “La provincia di Salerno” dicevano le istruzioni “dovrà lanciare i suoi alle spalle delle truppe, che per avventura muovessero su Potenza e Calabria” (1)…. Il Governo di Torino ed il Comitato di Azione di Genova promettevano invio di armi. Nel Diario di Persano si legge in data 10 agosto 1860 che sul legno Dora vi erano tremila fucili, di cui 2000 dovevano essere consegnati sulla spiaggia di Salerno a Francesco Stocco (2). Il giorno 12 la Dora tornò “dopo avere sbarcato felicemente le armi per la Calabria” (3). Il 23 agosto lo stesso Persano scrive “Mando il Tanaro a sbarcare il resto delle armi su la spiaggia di Salerno”, ma essendo avvenuta una avaria gli sostituì il Governolo. Questo legno tornò il 26, ma nel Diario non è detto se avesse, e su quale spiaggia avesse sbarcato le armi. “La spedizione del Dora” scrive il Nisco per lo sbarco delle armi non fu completamente felice: quelle sbarcate a Mondragone furono catturate dai gendarmi e dai doganieri ivi stanziati: le altre sbarcate sulla spiaggia salernitana furono trasportate opportunamente nella Basilicata e in Calabria etc…(4). Il ‘Comitato d’Azione’ di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5) “Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento (1) Da un’ora all’altra 1000 tra calibri siculi e napoletani approderanno in Calabria etc…”. Alla ricerca di queste armi il Lacava partiva il giorno 7 agosto per il Cilento e il suo viaggio è narrato in un Diario pubblicato nella detta Cronistoria della insurrezione lucana. niuna notizia di armi!…Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis. La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis. Comando del primo corpo d’insurrezione del distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 …Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodoro De Dominicis (2)…etc…”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La Cronistoria del Dott. Michele Lacava narra del lungo lavorio, che precedette questi accordi.“. Mazziotti, a p. 68, nella nota (2) postillava: “(2-3) Persano, opera citata, pag. 130 e 134”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (4) postillava: “(4) Nisco, Francesco 2°, pag. 97.”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava, opera citata, non è chiara a chi sia diretta.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (1) postillava: “(1) Il Mazziotti come ho narrato nel libro ‘Ricordi di famiglia’, dovette il 15 agosto recarsi a Torino a conferire col conte di Cavour per incarico ricevuto dal marchese Villamarina ministro del Piemonte in Napoli.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente il governo provvisorio di Basilicata ed il Matina chiedeva conto di quelle armi”. Sempre il Mazziotti, a p. 70, in proposito scriveva: “Al cittadino Leonino Vinciprova in Omignano….Nell’elegante catalogo della ‘Mostra di ricordi storici del Risorgimento meridionale d’Italia’, a p. 319 si legge che Odoardo Moreno, già alunno di Tribunale in provincia di Salerno, imprigionato nel febbraio del 1860 e poi scarcerato per decisione della Gran Corte Criminale di Salerno, provvide alle armi occorrenti (per la sollevazione del Cilento) trasportandole con gran rischio della vita, in due volte alla spiaggia di Ascea sui piroscafi sardi il “Tanaro” ed il “Governolo”. Si trattava adunque delle armi spedite dal Cavour non di quelle promesse dal Comitato di Genova.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”. Dell’invio delle armi piemontesi, degli aiuti ne parlo per il 30 agosto 1860.
Nel …….. 1860 (?), l’invio di armi per i rivoltosi del Cilento e del Salernitano che il DE DOMINICIS non volle consegnare al VINCIPROVA (?)
Da Wikipedia leggiamo che nel 1860 decise di realizzare “Il grande viaggio di Ulisse” e iniziò una crociera nel Mediterraneo; saputo però che Giuseppe Garibaldi era partito per la Spedizione dei Mille, lo raggiunse per mare, fornendogli, con i soldi messi da parte per il suo viaggio, armi, munizioni e camicie rosse. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda parte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”. Vi sono notizie e testimonianze circa queste armi che la goletta Emma di Alexandre Dumas portò ad Acciaroli. Di queste armi – di cui ci parla anche l’Oddo (….), ne ho parlato nel precedente paragrafo. Ma, vi sono pure altre notizie – di cui ci parla dettagliatamente il Mazziotti – che vi sono state delle armi e munizioni attese nel circondario di Pollica che, erano state promesse dal Comitato Unitario d’Ordine di Napoli. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 129-130, in proposito scriveva che: “VI. Nel circondario di Pollica, si attendevano, per insorgere, armi ed un capo militare promessi dai Comitati, ma in vana attesa trascorsero varii giorni. Dovevano giungere ad Acciaroli, marina di quel Comune, per mezzo della goletta Emma del celebre romanziere Alessandro Dumas padre, racconta l’Oddo (3).”. Secondo il Mazziotti, le armi promesse dai due Comitati ai rivoltosi del Salernitano dovevano giungere ad Acciaroli tramite il romanziere francese Dumas. Ma, come abbiamo visto, le armi che consegnò Dumas sono altre. Delle armi consegnate dal Dumas ne parla anche il monaco Oddo (…) che citava anche una Cronaca del MURATORI, un personaggio di cui parlerò in seguito. Mazziotti, a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”. Ma, vi sono pure altre notizie – di cui ci parla dettagliatamente il Mazziotti – che vi sono state delle armi e munizioni attese nel circondario di Pollica che, erano state promesse dal Comitato Unitario d’Ordine di Napoli. Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 94-95, in proposito scriveva pure che: “XI. Ma chi avrebbe dato loro le armi, le munizioni ad un buon capo militare per muovere il popolo del circondario di Pollica ? Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni. I comitati avevano assicurato che li avrebbe portati alla marina di Acciaroli il romanziere francese Dumas padre, con un suo piccolo legno di trasporto, la goletta Emma’, etc…”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che: “Le armi, è vero, erano state già promesse dal Piemonte, ma l’attesa di esse era stata vana per diversi giorni.”. Dunque, le armi che dovevano arrivare dal Piemonte e che erano state promesse dai Comitati arrivarono – come vedremo in seguito – solo il 5 settembre 1860, e quindi l’attesa fu vana per diversi giorni. Sulle armi che dovevano arrivare dal Piemonte, Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari ………si diressero verso Sala Consilina; mentre un forte contingente di volontari e di ex guardie urbane, al comando di Leonino Vinciprova, attese nella marina di Acciaroli armi e munizioni che dovevano arrivare da Salerno.”. Anche in questo caso, il La Greca (….) connette le armi del Piemonte con quelle promesse dal Dumas e scriveva: “Incaricato di questa missione era Alessandro Dumas (padre), il grande romanziere francese che, con altri stranieri, aveva seguito Garibaldi, attratto dal fascino di questo eroe-avventuriero. Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari.”. Dunque le armi che il LACAVA e il VINCIPROVA attendevano arrivarono ad Acciaroli solo il 5 settembre 1860. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 95-96, in proposito scriveva pure che: “XII. Solamente il 5 settembre 1860, alla vigilia dell’ingresso trionfale del Dittatore a Salerno, la videro fermarsi, verso le due p.m. e poco lontano dalla rada di Acciaroli – marina del comune di Pollica – Leonino Vinciprova e Pietro Lacava, mandati da Garibaldi insieme con Vincenzo Carbonelli – audace cospiratore di Secondigliano- e col ferreo Mignogna, ad attendere le armi promesse ed a provocare l’insurrezione nel Napoletano e, per conseguenza nel Salernitano.”. Dunque, il tutto si rimanda alla consegna di un buon carico di armi che avverà solo il 5 settembre 1860. Ma, a questo punto mi chiedo, cosa significano le parole di Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”. Il Del Duca (….) scriveva correttamente la notizia secondo cui: “….l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”. Dunque, da questa notizia – che peraltro è riportata anche da altri autori – scaturiscono anche altre notizie e cioè che armi arrivarono ad ACCIAROLI ANCHE IL 1° SETTEMBRE oltre a quelle di cui abbiamo parlato del 18 agosto 1860 che DUMAS aveva consegnato ai “montanari” di Wejlandt.
Nel 7 agosto 1860, PIETRO LACAVA si mise alla ricerca delle armi inviate dal Governo Piemontese

(Fig. n….) Ritratto fotografico di Pietro LACAVA
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: “Il ‘Comitato d’Azione’ di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5) “Abbiamo certezza etc…“. Mazziotti, a p. 69, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Mazziotti cita il testo di Michele Lacava, fratello di Pietro che, scrisse “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava, Napoli, ed………., 1895. Dunque, Mazziotti riporta la lettera di Giacinto Albini dell’agosto 1860 che scriveva a……… L’Albini, nell’agosto del 1860 scriveva: “Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento (1). Da un’ora all’altra 1000 tra calibri siculi e napoletani approderanno in Calabria. Rispondete immantinente. Poscia Garibaldi con poderoso esercito etc…Spero trovarmi presto tra voi. Addio”.”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La Cronistoria di Michele Lacava narra del lungo lavorio che precedette questi accordi.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Dunque, Mazziotti postillava che il Lacava a p. 390 riportava una lettera di Giacinto Albini. Inoltre, Mazziotti, a p. 69, in proposito “Alla ricerca di queste armi il Lacava partiva il giorno 7 agosto per il Cilento e il suo viaggio è narrato in un Diario pubblicato nella detta Cronistoria della insurrezione lucana. Muovendo da Salerno si fermò a S. Antuono e poi di là per S. Mango andò ad Omignano, ove doveva incontrarsi con Leonino Vinciprova, che aveva avuto dal Comitato incarico di ricevere le armi. Il Lacava, essendo partito il Vinciprova, conferì con il fratello di lui Raffaele, e con i cugini Pierluigi e Pasquale Vasaturo, e di là andò a Cannicchio a casa di Giuseppe Pisani. Niuna notizia di armi!. Il Lacava andò a Celso dove si trattenne in casa Mazziotti etc..”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (1) postillava: “(1) Il Mazziotti come ho narrato nel libro ‘Ricordi di famiglia’, dovette il 15 agosto recarsi a Torino a conferire col conte di Cavour per incarico ricevuto dal marchese Villamarina ministro del Piemonte in Napoli.”. Mazziotti, riguardo la lettera di Giacinto Albini riportata dal Lacava, a p. 68, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava, opera citata, non è chiara a chi sia diretta.”. Riguardo il Vinciprova, Matteo Mazziotti scrisse anche “Ricordi di famiglia (1780-1860)”. , dove ci parla del padre e della sua attività rivoluzionaria al servizio della libertà. In questo testo, Mazziotti scrive delle notizie intorno alla consegna nel Cilento di armi e di Alexandre Dumas padre. Michele Lacava (….), fratello di Pietro, nel suo “Cronistoria documentata della Rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cspirazioni che la precedettero perl Michele Lacava”, Napoli, Morano, 1895, a p. 390, in proposito pubblicò alcune lettere, tra cui: “XLII. Agosto 60. Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2 mila saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotta è partito pel Cilento . Da un’ora all’altra 1000 tra Calabri e Siculi e Napolitani approderanno in Calabria per dare il 1 ° impulso alla rivolta. Rispondete immantinenti. Poscia Garibaldi con poderoso esercito. Gli Abruzzi e le Marche appiccheranno all’altro capo contemporaneamente. Spero trovarmi presto tra voi. G. Albini.”, e, sempre a p. 390 presentava un’altra lettera di Carmine Senise: “….Carmine Senise a Francesco Paolo Lavecchia. Corleto 8 Agosto 1860. Caro Ciccio Paolo. Scrivo da Corleto ove mi trovo da ieri sera, donde ripartirò quest’oggi. Con rincrescimento ho appreso essere costà surte delle gare fra voi . Per l ‘ amore di Dio non diamo questi brutti esempi. I tempi che corrono richieggono massimo accordo fra tutti, ed eccessiva prudenza e tolleranza in coloro i quali sono alla direzione delle cose. Sento che vorrebbesi stabilire costà altro Comitato : ciò non sarà mai e per rispetto agli uomini vecchi, e per principio di vedere armonizzati i municipii in un solo nucleoforte e compatto: nell’aspettativa, cioè, de ‘ capi militari, delle armi e di Garibaldi. Affrettate la spedizione della statistica del vostro centro, che pretendesi in cifra. Credo spedirti altro modulo di statistica generale con la indicazione degli altri paesi di cotesto centro, in linea de’ quali segnerete le cifre che vi daranno le loro statistiche municipali.”, e, sempre a pp. 390 presentava un’altra lettera del Senise: “Carmine Senise a F. P. Lavecchia. 12 Agosto 1860. Carissimo, M’interessa oltremodo che tu non rimanessi l ‘ ultimo fra tanti ad adempiere all’invio delle statistiche….Dimani a sera viene Giacinto con i capi; le armi le avremo fra due o tre giorni: sono già partite le persone per rilevar gli uni e le altre. Prima dei venti ci troveremo in campo, perchè Garibaldi così vuole.”. Tommaso Pedio (….), nel suo La Basilicata nel Risorgimento politico Italiano (1700-1870) – Saggio di un Dizionario bio-bibliografico, a p. 123 cita il testo di De Crescenzo e scriveva: “555) Alfredo De Crescenzo Alfredo, Lo sbarco garibaldino ad Acciaroli nel 1860, in Numero unico per l’Anniversario della fondazione della Lega Navale a Salerno, Salerno, 1938. Acciaroli è una frazione del comune di Pollica, nel Cilento, e l’unico approdo, prima della Licosa, che offre una certa sicurezza sulla costa cilentana. Gli uomini che sbarcarono avevano il compito di proteggere la marcia delle colonne che, attraverso il lagonegrese, sarebbero passate per il Vallo di Diano dirette a Salerno. Lo sbarco, contrariamente a quel che assume il d. C., non avvenne nel porto di Acciaroli, ma in località tra Lupini e la Torre del Caleo, dove sbocca un sentiero che conduce a Cannicchio, piccolo centro abitato a meno di un chilometro dall’abitato di Celso, patria dei Mazziotti. Dalla famiglia Piantieri di Cannicchio si conserva una lettera inedita di Garibaldi con la quale si ringraziavano i componenti di quella famiglia che, insieme ai Pisani, altra famiglia di Cannicchio imparentata con i Carducci di Capaccio, avevano accolto le avanguardie garibaldine nelle loro case guidandole, successivamente, attraverso i paesi interni del Cilento verso la pianura di Eboli. Sul passaggio delle colonne garibaldine attraverso i paesi lucani, oltre Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1913, pp. 393 ss. e Guida, il Lagonegrese nel secolo XIX, Napoli, 1961, pp. 98 ss., cfr. Carlo Pecorini Manzoni, Storia della 15a Divisione Turr (cit. al n. 477), pp. 148 ss.”. Pedio citava il testo di Carlo Pesce (….) ed il suo “Storia della Città di Lagonegro”, Napoli, 1913 ed indica la p. 393, dove il Pesce, ci parla della marcia di Garibaldi e delle sue truppe verso Napoli ma non riferisce nulla sulle armi spedite dal Piemonte. Stessa cosa per il testo di Guida e del testo tradotto del generale Turr. Su Pietro Lacava, Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 138 e ssg., in proposito scriveva che: “…………”. Riguardo Pietro Lacava, il Can. Raffaele Raele (….), nel suo La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buenos Aires, 1944, a p. 34, in proposito scriveva che: “Oltre di essi abbiamo visto dei Ministri; nel 1858 il concittadino Avvocato Generale Cesare Gallotti, venuto per affari personali, quando era Direttore del Ministero di Giustizia, nel 1890 i Ministri Finali e Lacava, il quale nel 1860 era stato Sottogovernatore in Lagonegro, nel 1902 il Presidente dei Ministri Zanardelli. questi tre ebbero ospitalità nel Palazzo della Sottoprefettura.”.
Nel 27 agosto 1860, a Paola, SALVATI, latore di una lettera di Alexandre DUMAS sbarcò per portare la lettera a Garibaldi che gli verrà consegnata a Soveria
Alexandre Dumas (….), che era stato il contatto tra Garibaldi ed il ministro dell’interno del neocostituito governo liberale Liborio Romano, era al fianco di Garibaldi nel giorno del suo ingresso a Napoli. L’opera letteraria in cui il Dumas più di tutte ha descritto i Mille è “Les Garibaldiens”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 129, nella nota (3) postillava: “(3) Giacomo Oddo, I Mille di Marsala, 1866, pag. 192”. Mazziotti, a p. 129, nella nota (4) postillava: “(4) Curatolo, A. Dumas nel 1860, articolo del Tempo del 19 giugno 1919.”. Mazziotti, a p. 130, nella nota (1) postillava: “(1) Oddo, opera citata, pag. 794 – Del Muratori dà molte notizie un opuscolo di Luigi Minervini – Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, pag. 21 Trani, Tipografia Cannone, 1861.”. Giacomo Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala”, nel 1866, a p. 794, in proposito scriveva che: “…………..”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 481, in proposito scriveva che: “….fu per intiero annientato dalle poché fucilate di Reggio, dalle operazioni strategiche d’Alta Fiumara e Soveria e dalla rapida marcia del condottiero italiano. XXX. Nella storia non riscontrasi esempio d’una campagna inaugurata con si favorevoli auspicii e come questa eseguita a passo di corsa o di carica. Ventidue tappe comuni separano Reggio da Napoli: ei volontari le percorsero in soli sedici giorni, tre dei quali furono dati al riposo nelle stazioni di Marcellinara e Cosenza. Garibaldi avanzavasi con tanta celerità che nessuno e nemmeno i suoi generali sapevano dove con precisione cercarlo. Egli passava pel turbine delle insurrezioni, acclamato e favorito dai popoli e protetto dal proprio suo nome: davanti i suoi passi sparivan gli ostacoli e i nemici și disfacevano al suo avvicinarsi. La fama delle sue gesta riempiva le intiere provincie e gli era sufficiente salvaguardia contro le insidie o gli scoperti conati della vinta fazione borbonica. La fervida fantasia meridionale, ispirata ad un cielo di fuoco, attribuiva alla sua persona poteri eccedenti ogni limite umano: la sua comparsa quanto le prodigiose vittorie da lui riportate, gli uni riempivano di superstizioso terrore e di amore entusiasta e rispetto gli altri. Nessuno avrebbe osato attentare alla vita di lui, difesa, come là supponevasi, da un’egida fatale e divina che il rendea invulnerabile. Più ancora la mente del volgo, ristretta alle idee di religione o fanatismo, associava il nome di Garibaldi alla interminabile gerarchia dei santi , profeti ed arcangeli etc…”. Emma Bice Dobelli (….), nel suo “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, del 1913, traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….) e del suo “Garibaldi and the formation of Italy”, nel Cap. VII, a p. 190, in proposito scriveva che: “Nel bel mezzo di queste scene di confusione e di trionfo che si svolgevano nella squallida strada di Soveria, arrivò un corriere per Garibaldi con una lettera di Alessandro Dumas, da poco arrivato a Napoli sulla sua goletta. Egli scriveva per informare Garibaldi d’un colloquio che aveva avuto colà con Liborio Romano, allora Ministro del Re e il personaggio di gran lunga più influente d’ogni altro in Napoli (2). “Liborio – diceva la lettera – è pronto a mettersi a vostra disposizione con due altri suoi colleghi di Gabinetto, al primo tentativo reazionario del Re. Al verificarsi di un tal tentativo egli si riterrebbe prosciolto dal suo giuramento di fedeltà, e si propone di lasciar Napoli con gli altri due Ministri e di presentarsi a voi proclamando il Re deposto e voi riconosciuto Dittatore” (3). Garibaldi fece dar di volta al corriere, incaricandolo di dire a Liborio che i napoletani dovevano tenersi pronti ad insorgere in qualsiasi momento etc…”. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (2) postillava: “(2) Vedasi addietro, pag. 20-23”. Treveljan, a p. 190 (Dobelli), nella nota (3) postillava: “(3) Dumas, 285-288, 295, 308-311, 315. Il colloquio fra il Dumas e il Liborio ebbe luogo il 23 agosto.”. Treveljan, citando il Dumas, si riferiva all’opera di Alexandre Dumas padre, e a p. 426 scriveva: “Dumas = Dumas (padre) – Les Garibaldiens, 1861. La seconda paarte del libro tratta delle peripezie e degli intrighi dell’autore durante la sua fermata in Sicilia e Napoli, giugno-ottobre 1860.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a pp. 394-395, in proposito scriveva che: “Passata la notte in Soveria Garibaldi, al mattino del dì seguente con la sua avanzata con celerità ancor maggiore perché un certo Salvati, venuto per mare da Napoli al Pizzo, dopo lungo cammino l’ha raggiunto nella notte, e gli ha rimesso una lettera di Alessandro Dumas. In essa il romanziere francese gli dice che Liborio Romano s’è recato la sera del 23 agosto a bordo della sua goletta ‘Emma’, da poco giunta nel porto di Napoli, per comunicargli ch’egli, Don Liborio, è “pronto a mettersi agli ordini di Garibaldi al minimo tentativo reazionario del Re” ritenendosi sciolto in tal caso da ogni giuramento di fedeltà….Etc…Come nuova prova di tale vanagloria e della grande importanza ch’egli voleva assumere, tolgo dall’Archivio Sirtori questa lettera che pochi giorni dopo egli dirigeva a Garibaldi: “Napoli 28 agosto 1860. Buono e caro amico – La Signora P….vi metterà al corrente della situazione e di ciò che io posso a Napoli. Se voi lo credete conveniente, inviate questi ordini: – che Liborio Romano dia le sue dimissioni (da ministro) e sia proclamato prodittatore e che si abbiano alla tal ora del tal giorno un movimento e dei colpi di fucile. Io ci sarò etc…Il latore vi dirà di diffidare di Villamarina e dell’ammiraglio Sardo: tutto ciò è La Farina e Cavour…Io vi supplico: evitate Salerno se lo potete. Una battaglia è inutile etc…Del resto datemi vostri ordini e poteri per Romano o per chiunque altro.”.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 100, in proposito scriveva che: “XIV. E’ necessario, prima di chiudere questo capitolo, fare un passo indietro, per conoscere quali relazioni passassero fra il romanziere francese e Liborio Romano, ministro del re di Napoli (48). E’ facile comprendere che, senza una precedente intesa col Romano, il Dumas non avrebbe potuto agire nelle nostre contrade nel modo che abbiamo narrato. Tale intesa durava da qualche tempo; però i due erano ancora divenuti ad un abboccamento. Il 22 agosto etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 101-102, in proposito scriveva che: “Dopo il colloquio, il Dumas inviò a Garibaldi una lettera, importante soprattutto per le informazioni su quanto operò nella zona di Salerno. Essa era compilata in questi termini: “Amico, Io devo scrivervi a lungo e parlarvi di seri affari; leggete con attenzione. Malgrado il desiderio di raggiungervi, io rimango a Napoli, ove credo essere utile alla nostra causa. Ecco senza chiamar precisamente i napoletani etc….Liborio Romano etc…”(52). Letta la lettera, Garibaldi ordinò al latore di ritornare subito a Napoli per far dire al Romano di mantenere il popolo in quei buoni sentimenti etc…”. De Crescenzo, a p. 104, nella nota (52) postillava: “(52) Questa lettera fu consegnata al Dittatore a Soveria Manelli da Salvati, che, mosso dal golfo di Napoli sul Franklin, era approdato a S. Lucido presso la città di Paola.”. De Crescenzo, riassume il senso della lettera scritta da Dumas a Garibaldi, da pp. 102 e ssg. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 103-104 , riassumento la lettera che il Dumas scrisse a Garibaldi e a lui pervenuta intorno al 27 agosto, scriveva: “Liborio Romano o si ritirerà a bordo della nave ammiraglia inglese o verrà a raggiungervi; una volta a bordo della fregata inglese o presso di voi, egli proclamerà la decadenza del re e vi riconoscerà per dittatore. Egli ha dalla sua parte il popolo ed i diecimila uomini della guardia nazionale, oppure, se voi operate uno sbarco, sia nel golfo di Policastro, sia in quello di Salerno, egli spaventerà talmente il re che il re partirà.”.
L’INSURREZIONE ARMATA NEL CILENTO
Nel 27 agosto 1860, a Sant’Angelo a Fasanella, Giovanni MATINA, Lorenzo CURZIO e Luigi FABRIZI e l’inizio dell’insurrezione nel Cilento
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”. Questo documento è stato pubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p……, in proposito scriveva che: “………….”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 80, in proposito scriveva che: “III. Ricevuta comunicazione della nomina a Napoli, dove già aveva penato per due mesi nel castello dell’Ovo (13). Il Matina partì presto alla volta di Salerno. Gli teneva compagnia il fratello del grande patriota Nicola Fabrizi, Luigi, giovane ardimentoso, che già s’era fatto notare tra i proseliti del Menotti, nonchè nella difesa di Roma e nella guerra di Crimea. Essi arrivarono a Salerno le sera dello stesso giorno 23 agosto e si recarono da un noto ed operoso patriota, animatore di masse, Nicola Ferretti, che da tempo aveva aperto la sua abitazione (14) a sedute politiche, alle quali convenivano quanti etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito scriveva che: “La sera del 18 agosto arrivò a Salerno anche Luigi Fabrizi, che il Comitato Centrale di Napoli aveva destinato come comandante supremo della rivoluzione in provincia. Egli alloggiò anche in casa Ferretti e la De Pace lo mise al corrente di tutto.”. Forse quì vi è un errore perchè De Crescenzo prima scrive che arrivarono a Salerno il 23 agosto e poi scrive il 18 agosto il Fabrizi. Forse si tratta del 28 agosto. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito scriveva che: “In tale intesa e con diversi volontari, ai quali apparteneva anche Giovanni Guglielmi, il 25 agosto lasciarono Salerno il Fabrizi il Matina il Curzio ed il De Meo. La presidenza del comitato salernitano fu lasciata alla De Pace, la quale seppe dirigere con ammirevole competenza tutto il movimento, finchè la sera del 6 settembre non giunse Garibaldi coi suoi.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunquee uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del disstretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Il colonnello Fabrizi, comandante dell’omonima sua Brigata, scrivendo il 13 gennaio 1861 al Ministro lamentandosi per lo scioglimento dei corpi dei garibaldini, compreso il suo, dell’Esercito Meridionale racconta ciò che fece nel Vallo di Diano, ad Eboli, al Fortino, a Sala, prima che ad egli ed ai suoi uomini gli fosse stato rodinato di andare a combattere a Maddaloni etc…Fabrizi spiega che a Padula, presso la Certosa di S. Lorenzo, dove gli uomini di Garibaldi riuscirono a relegare parte dei soldati borbonici del generale Caldarelli, egli aveva dislocato, oltre 1500 soldati della sua Brigata. Dalla Treccani on line leggiamo che Luigi Fabrizi, nacque a Modena il 3 febbr. 1812, ultimo di quattro figli, da Ambrogio, avvocato, e da Barbara Piretti. Passata l’epoca delle rivoluzioni, il Fabrizi si stabilì a Genova e si legò ad elementi come Rosalino Pilo, Carlo Pisacane e Francesco Abignente. Nell’agosto del 1860, galvanizzato dai primi successi di Garibaldi, che nel recente passato aveva mostrato di tenerlo in una certa considerazione, il Fabrizi non esitò a partire per il Sud. Da Napoli si portò con Giovanni Matina nella zona di Salerno, che alla vigilia dell’arrivo del Garibaldi riuscì a fare insorgere senza però sentirsi poi in grado di assumere il comando militare della provincia che pure gli era stato offerto. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: “I liberali Cilentani, guidati da Matina, avevano scelto come in passato quest’area non solo per il radicamento politico delle idee liberali, ma anche per motivi strategici. Il Cilento infatti era confinante con la Lucania, già in rivolta, e la Calabria, da dove avanzava Garibaldi, controllava l’unica grande strada d’accesso alla capitale, ed era facilmente difendibile poichè presentava una morfologia fatta da montagne e colline. L’area a nord della provincia invece, era del tutto impraticabile poichè era lì che si stava concentrando il grosso dell’esercito borbonico, circa 40.000 uomini che probabilmente avrebbero sconfitto i garibaldini (216). Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare armi nel Cilento……Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia è tutta in fermento, massimamente il distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari sono concentrate a Salerno”(217). L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefaro Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che: “In virtù dei poteri conferitimi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi etc….”(218).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″.
Giovanni MATINA capo dell’insurrezione nel Cilento
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo dutl’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i quali, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione” (22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate. A disporle all’azione aveva molto giovato l’opera incessante di Giovanni Matina da Teggiano, anima ardente di cospiratore. Egli espulso dal Regno, era riuscito a tornare clandestinamente da Genova a Napoli ed a mettersi in corrispondenza con i principali nuclei liberali della provincia. Sorpreso ed imprigionato nel Castello dell’Ovo dalla polizia ne uscì per effetto del decreto di aministia che seguì la concessione dello statuto del 21 giugno 1860. Nel manoscritto citato nell’avvetenza a questa narrazione, leggo che Matina si recò allora a Palermo, previo accordi con il Comitato Unitario, per conferire e ricevere ordini da Garibaldi, e fece ritorno in Napoli verso la metà di Luglio. Il Comitato dell’Ordine diede il 10 agosto al Matina “autorità di promuovere l’insurrezione nei distretti di Sala e Campagna a favore della causa unitaria italiana in accordo col movimento di Basilicata: e a tale oggetto il Comitato provinciale metteva a disposizione le somme necessarie per l’iniziativa e prosiego (1). Prometteva inoltro il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il sig. Stefano Passero e per l’indirizzo militare il colonnello Materazzo (2)….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti proseguendo il suo racconto a p. 125 scriveva: “Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una Relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano l’insurrezione nella provincia di Salerno”(5).”. Il Mazziotti si riferisce ad un manoscritto di De Meo, forse Ettore Di Meo (?). Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Durante la campagna di Sicilia, l’instancabile Giovanni Matina, per incarico del ‘Comitato napoletano dell’Ordine’ si era recato a Palermo per ricevere ordini e istruzioni da Garibaldi. Tornato a Napoli, nella mattinata del 10 agosto il Comitato gli dava “autorità di promuovere l’insurrezione” a Sala e Campagna, assicurandogli il concorso di altri liberali della provincia, quali Stefano Passero nella Valle di Novi che teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori. Il Matina, però, nel dissenso “tra le due Braccia del Comitato, Ordine e Azione”, preferì seguire l’azione dell’Unitario, che il 23 lo nominò Alto Commissario politico non solo di Sala e Campagna, ma anche di Salerno. Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: “10. Michele Magnoni….Nel frattempo il suo vecchio compagno Matina era tornato nel continente per preparare l’insurrezione. L’attività politica era diventata quasi palese dopo l’amnistia e l’Atto Sovrano di concessione della Costituzione. A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59). Il fratello di Michele, Lucio, il primo agosto fu indicato come referente politico del Comitato d’Azione nel Cilento (61). Il 2 agosto Michele fu inviato da Garibaldi nel Continente ad attrezzare la rivolta cilentana (62). Con lui c’erano i salernitani superstiti dei Mille: Vinciprova, Del Mastro e Santelmo (63). Nelle settimane successive le vittorie in Calabria facevano crescere la tensione tanto verso l’insurrezione quanto verso i cavouriani del Comitato d’ordine. Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64). Giovanni Matina era responsabile del resto della provincia insieme a Luigi Fabrizi capo militare (65).“. Pinto, a p. 101, nela nota (59) postillava che: “(59) Matteo Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nela nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (62) postillava che: “(62) Giuseppe Garibaldi a Michele Magnoni, Messina 2 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nella nota (65) postillava: “(65) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione nazionale del salernitano del 1860, Stamperia del Vaglio, Napoli, 1861.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 102, continuando il suo racconto scriveva che: “Nelle settimane successive le vittorie in Calabria facevano crescere la tensione tanto verso l’insurrezione quanto verso i cavouriani del Comitato d’ordine. Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64). Giovanni Matina era responsabile del resto della provincia insieme a Luigi Fabrizi capo militare (65).”. Pinto, a p. 102, nella nota (64) postillava: “(64) 64 Il Comitato Unitario Nazionale a Luigi Magnoni, Napoli 10, 22 e 23 agosto, APM.”. Pinto, a p. 102, nella nota (65) postillava: “(65) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione nazionale del salernitano del 1860, Stamperia del Vaglio, Napoli, 1861.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo C. Chizzolini di Capitello, ma egli errava perchè non si tratta di Capitello, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. In “Gli avvenimenti d’Italia del 1860 – etc…”, vol. I, a p. 160, in proposito è scritto che: “Ai primi di settembre, oltre alle provincie Calabresi era in movimento la Basilicata ed una parte del Pricipato Ulteriore. A Potenza e nella provincia di Salerno erano instituiti Governi provvisorii. Certo Giovanni Mutina aveva sollevato il distretto di Campagna ed assunto il titolo di prodittatore. Fatto questo movimento, tutta la provincia era insorta, meno il distretto di Salerno.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ma, tornato di soppiatto da Genova l’esiliato Matina, cooperanti con esso lui l’avvocato De Meo e il professore Marciani, un nucleo operativo si costituì prestamente tra’ i più generosi e arrisicati giovani; i quali in breve tempo sparsero i loro influssi tra’ molti e vivaci popolani e artieri e trafficanti della città, e per le loro terre della provincia: poscia i risollevati spiriti dopo le prime vittorie di Sicilia consentirono che un altro centro di azione moderata uomini di credito per intelligenza e dovizie. Trai due centri, allora e poi, non fecero disfatta gli screzii, i rancori e le offese; le quali crebbero poscia per la provincia, come crebbero nella città capo dello Stato, secondo che la vittoria si facea più prossima e secura. Era nei concerti, che il moto si manifestasse sincrono nelle provincie orientali del Regno; però nelle Calabrie e alla Basilicata avesse a precedere, ma a tener dietro il Salernitano; come quello che avea già grande nerbo di truppe regie a guarnigione e ad offesa. In nome del general Garibaldi venne, sull’entrare di Agosto, il signor Lucio Magnone a fine di promuovere lo insorgimento del Salernitano, allora che di simili ufficii erano commessi dal generale a quanti ne sollecitassero il mandato appo lui per le altre provincie; ma la parte viva, pronta, a levarsi sull’armi, teneva ai cenni del signor Matina; e lui aspettavano. Quando i capi dell’impresa di Basilicata partirono di Napoli, si accontarono col comitato del Salernitano, che questo, pronto che era ai cimenti, avrebbe seguito senz’altro indugio che di un giorno, il fatto di quella. Ma insediato il governo di Potenza, il Salernitano non si levò con quella precisa celerità che gli animi concitati speravano: onde ai tanti messi si aggiunse il signor Nicola Albini, che ebbe ufficio di Commissario del governo prodittatoriale Lucano a quel di Salerno. E il colonnello Boldoni, a sospingere la cosa con efficaci sussidii, fece muovere sui confini di Sala con cinquecento uomini armati il signor Francesco Pomarici; ma l’ombrantesi alterigia di municipio protestò di questo, in passando i confini, intervento nell’autonomia propria: e fu mestieri non venire innanzi perchè si canzasse il pericolo di zuffe intestina. Finalmente il giorno 30 dell’agosto il moto del Salernitano ebbe principio. Cagione vera d’indugio alla parte occidentale della provincia era la presenza infino ad Eboli di regie truppe e di mercenarii bavaresi; le quali non pria del 26 agosto si ritrassero, ad intenti di difesa, sulla linea di Avellino: cagione d’indugio alla prte occidentale e meriggia della provincia era lo arrivo del signor Matina; il quale indugiava per provvedere pecunia, capi militari, e le armi promesse; ( e queste non prima dell’agosto spirante furono disbarcate alla marina di Acciarole): cagione suprema di tutto fu un nuovo screzio tra le due braccia del comitato napoletano, Ordine ed Azione. Trovo che il Comitato dell’Ordine ed Unità Nazionale, addi 10 agosto, conferiva al signor Giovanni Matina “autorità di promuovere la insurrezione nel distretto di Sala e Campagna in favore della causa nazionale unitaria italiana in accordo del movimento di Basilicata; e a tale oggetto (soggiunge l’atto del mandato) il comitato provinciale metterebbe a disposizione di lui le somme necessarie per la iniziativa e prosieguo”. Prometteva inoltre il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il signor Stefano Passero; e per lo indirizzo militare dello insieme il Colonnello Materazzo. Il Matina invece non accettò che lo indirizzo, gli uomini, e i sussidi del ‘Comitato Unitario’; dal quale il 23 di agosto, fu nominato “Alto Commissario politico e civile dei distretti di Salerno, Sala e Campagna (1)”; doppoichè pel distretto di Vallo avea dato nome ed ufficio medesimo a Lucio Magnone. Venne con esso loro a reggere lo indirizzo militare il signor Luigi Fabrizii di Modena; il quale uscito di famiglia celebratamente devota a libertà, avea con tre fratelli esulato d’Italia dopo i casi di lombardia, del Veneto e di Roma nel 1848; poscia di capitano nella legione Anglo-italica in Crimea.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 91, in proposito scriveva che: “E nominava, inoltre, come capo militare dell’insurrezione del Salernitano, il cittadino Luigi Fabrizi di Modena, che, sebbene malfermo di salute, accettò volentieri l’incarico (31).”. De Crescenzo, a p. 91, nella nota (31) postillava: “(31) Era medico del generale Nicola (1805-1885) e del celebre medico “anima di patriota, sangue freddo e buon soldato” come lo definì uno storico. Aveva partecipato etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del generale Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 140 e ssg., riferendosi a Boldoni, in proposito scriveva che: “Eletto da questa parte all’impresa di Basilicata, non pria che fossero nel carro della ferrovia egli conobbe Nicolò Mignogna; e non pria che a Corleto seppe aver lui uno special mandato, e forse la confidenza, del General Garibaldi. E Nicolò Mignogna, di Taranto, vecchio apostolo della libertà, esperto tramatore di congiure a pro di essa; e di essa provato amante ai travagli della carcere frequente e dell’esiglio, era in Genova vissuto tra coloro, che, non reputando l’amor della patria siccome cianciera virtù da accademia, estimano quella esser più patriottica politica che sia men pigra agl’impazienti. Ito in Sicilia uno dei Mille, fu poscia in Napoli in quel gruppo di uomini, animosi e operativi, che in quel momento di focosa contraddizione al comitato dell’Ordine rifatto, costituirono il comitato dell’Azione. Questo, e le antecedenti brighe che vennero al Boldoni dal suo comando dei volontari, di Piacenza, non metteano sentimenti di mutua soddisfazione tra essi, etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 383-384, in proposito scriveva che: “Il Comitato popolare, malgrado la fiera opposizione borghese, continuava per la sua strada. Era stata già creata una fitta rete di abili corrispondenti, i quali, specialmente nella zona sud, avevano formato attivi centri rivoluzionari: Antonio Carrano operava a Diano, Lorenzo Curzio a S. Angelo Fasanella, la famiglia Magnone nel Cilento, Francesco Gagliardi a Montesano, Vincenzo Castagna a Campagna, Francesco Cristaino a Sicignano, a così via (13).”. Cassese, a p. 384, nella nota (13) postillava: “(13) Vedi dichiarazione del de Meo, in op. cit. pag. 65.”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo dutta l’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i qauli, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione”(22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, a p….., in proposito scriveva che: “……”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitan: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Etc….”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 163, in proposito scriveva che: “Il Quadro cambiò definitivamente con la concessione dell’Atto Sovrano del 25 giugno 1860. Di fronte all’avanzata garibaldina infatti, Francesco II, con la speranza di arrestare la rivoluzione, ripristinò la Costituzione del 1848, concesse un’amnistia per tutti i reati politici richiamand gi esuli, riprendendo, su suggerimento di Napoleone III, le trattative per un’alleanza con il Piemonte. La notizia giunta, nella provincia Citeriore, destò grande gioia ed aspettative. Già dalle settimane successive, i patrioti cominciarono a tornare dai terrtori d’esilio a centinaia e, insieme a quelli che uscirono dal carcere, poterono spendere l’autorevolezza di oltre un decennio di lotte politiche pagate a caro prezzo, riprendendo i contatti con i rivoltosi del luogo, e ridando slancio dinamico all’iniziativa politica nei distretti. Soprattutto Giovanni Matina, etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 158-159, in proposito scriveva che: “Nel Cilento il nome e la fama di Garibaldi cominciò a diffondersi ancora prima che venisse accesa la scintilla della rivolta. La notizia dello sbarco di Garibadi a Marsala e le successive vittorie in Sicilia, alle quali contribuiron anche cinque Cilentani tra i mille, nonchè l’opera deifratelli Magnoni a capo del Comitato del Cilento e il medico Passaro di Vallo, che organizzava diversi gruppi da reclutare nelle file garialdine, avevano destato un vivo entusiasmo dando nuovo vigore alle forze rivoluzionarie di tutta la provincia etc…..Non si riesce a comprenere alla lettura delle fonti archivistiche, se sia stata l’abilità della popolazione e dlittedibili nel dissimulare la situazione o il disorientamento della polizia e dei funzionari pubblici, ta di fatto che proprio quando in Sicilia si proseguiva la rivolta, dal distretto di Vallo venivano inviate relazioni confortanti, nonostante che la penuria agricola ed economica rendesse il popolo irrequieto. Il Sottointendente di Vallo, in un suo rapporto sullo spirito pubblico scriveva: “Posso infine etc….”(206).”. Del Duca, a p. 159, nella nota (206) postillava: “A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, 1860, Relazione del Sottointendente di Vallo sullo spirito pubblico nel distretto di Vallo, busta 82, fascicolo 9.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 158, in proposito scriveva che: “La notizia infatti dello sbarco di Garibaldi a Marsala e le successive vittorie in Sicilia, alle quali contribuirono anche cinque cilentani tra i mille, nonchè l’opera dei fratelli Magnoni a capo del Comitato del Cilento e il medico Passaro di Vallo, che organizzava diversi gruppi da reclutare nelle file garibaldine, avevano destato un vivo entusiasmo dando nuovo vigore alle forze rivoluzionarie di tutta la provincia che ormai, ritenevano i tempi maturi per passare dalle strategie alle azioni.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Etc…”. Edoardo Pedio (….), nel suo, La prodittatura lucana nel 1860 in “Atti congresso di Bologna del R. Istituto Storia del Risorgimento”, Napoli, Miceli, 1939, XVII, pp. 317 ss., a p. 3, in proposito scriveva: “Per intendere come si giunse e come funzionò la Prodittatura Lucana, è utile dare uno sguardo generale e riassuntivo a tutto quel movimento liberale, che si era svolto in quella regione dal 1848 in poi. Gli eventi di quell’anno e quelli che seguirono, cacciarono anche là molte persone nelle galere, altre ne spinsero in esilio, ne spaventarono e paralizzarono altre; mentre d’altra parte sorgeva un elemento giovane e nuovo, che, prima ignoto o appartato, ripigliava quel movimento in conformità della sua educazione e delle condizioni generali. Avvenuta l’insurrezione del 18 Agosto 1860, tutto il paese, com’è facile immaginare, si trovò innanzi a nuovi compiti, soprattutto a compiti reali ed anche urgenti…..In questa azione si trovarono a cooperare con le loro passioni, coi loro presupposti, con i loro precedenti sopravanzati al 1848, patrioti allora liberati dalle galere, reduci dall’esilio ed elementi nuovi,con tutte le modalità e varietà, che sogliono presentare questi avvenimenti; …..(p. 4) Questo atteggiamento creò due correnti nel regno napoletano: una più scarsa di simpatia verso il Piemonte, l’altra più numerosa di odio contro il Borbone, che, specialmente dopo che la Francia e l’Inghilterra ebbero richiamati dalla capitale i loro raprresentanti, fu giudicato ostacolo quasi unico contro il civile progresso. Così quando il Mazzini nel 1856 lanciò il suo appello, che chiamava tutti gli uomini liberi a raccogliersi sotto il vessillo dell’Unità, a Napoli si formò il ‘Centro Promotore del sud Peninsulare’…..E quando Carlo Pisacane ideò la sua spedizione nell’Italia Meridionale, il comitato napoletano aveva fatto assegnamento sulla Lucania, più che sul Cilento. L’impresa Pisacane ebbe una conclusione dolorosa e triste, che portò il dolore e lo sconforto nelle provincie meridionali, affievolendone lo spirito di organizzazione. Ma un nuovo avvenimento riaccese gli animi repressi: la seconda Guerra d’Indipendenza. Un nuovo partito, ispirato da Cavour e diretto da Lafarina, sorgeva intanto a Torino. Il programma del nuovo partito era come si sa: ‘Indipendenza, Unione, Casa Savoia’. La nuova associazione risvegliò gli antichi mazziniani di Napoli. Essi riordinarono le file del vecchio centro, che mutò nome. Si chiamò ‘Comitato Centrale dell’Ordine’ e fondò un suo organo clandestino: ‘Il Corriere di Napoli’. Ad Albini, che era uno dei componenti il Comitato di Napoli, fu affidata la cura di tutte le provincie meridionali, e specialmente della Provincia di Potenza. Egli chiamò in vita l’antica organizzazione del 1857, per quanto inattiva ancora in piedi, perchè contro di essa la reazione non aveva incrudelito come era avvenuto nel Cilento, per opera dell’intendente Rosica, uomo temperato e mite e che non aveva neanche creduto alle accuse mosse dall’intendente di Salerno. Nell’agosto del 1859 il Comitato dell’Ordine di Napoli aveva dato disposizioni per la rivolta…..(p. 6) L’insurezione si voleva subito durante l’agosto, ma non se ne fece nulla e non fu un male. A Napoli intanto incominciano i dissidi politici. Il Comitato dell’Ordine, che prima faceva capo al partito Laarina, quando nel suo seno entrò il Matina, si orientò risolutamente verso Genova e il Bertani. Il Comitato, però per quanto formato da uomini di diverse mentalità politiche, operò in principio concordemente. I dissidi sorsero dopo, specialmente quando l’amnistia concessa da Francesco II aveva fatto tornare gli esuli napoletani da Torino, interpreti e difensori della politica di Cavour. Questi esuli erano tornati tra gli applausi del popolo, circondati dall’aureola del martirio, e illuminati dallo splendore dell’ingegno, temprato dall’esperienza e dai duri anni dell’esilio. La loro azione fu a Napoli efficacissima, e il Comitato dell’Ordine non senza una certa diffidenza, dovette subirne l’influenza. Si formò un nuovo Direttorio con prevalenza di cavourriani. I rancori rimasero celati in principio, ma si manifestarono in aperto contrasto, quando giunnse da Genova Giuseppe Libertini, con la missione di ostacolare ad ogni costo l’indirizzo piemontese. Così intorno a lui si formò un ‘Comitato d’Azione’.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura i chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”.

(Fig. n….) – Ritratto dipinto di Giovanni Matina
Nel 23 agosto 1860, Giovanni MATINA è nominato Alto Commisario politico e civile dei distretti di Salerno, Sala e Campagna
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ma, tornato di soppiatto da Genova l’esiliato Matina, cooperanti con esso lui l’avvocato De Meo e il professore Marciani, un nucleo operativo si costituì prestamente tra’ i più generosi e arrisicati giovani; i quali in breve tempo sparsero i loro influssi tra’ molti e vivaci popolani e artieri e trafficanti della città, e per le loro terre della provincia: poscia i risollevati spiriti dopo le prime vittorie di Sicilia consentirono che un altro centro di azione moderata uomini di credito per intelligenza e dovizie. Tra i due centri, allora e poi, non fecero disfatta gli screzii, i rancori e le offese; le quali crebbero poscia per la provincia, come crebbero nella città capo dello Stato, secondo che la vittoria si facea più prossima e secura. Era nei concerti, che il moto si manifestasse sincrono nelle provincie orientali del Regno; però nelle Calabrie e alla Basilicata avesse a precedere, ma a tener dietro il Salernitano; come quello che avea già grande nerbo di truppe regie a guarnigione e ad offesa. In nome del general Garibaldi venne, sull’entrare di Agosto, il signor Lucio Magnone a fine di promuovere lo insorgimento del Salernitano, allora che di simili ufficii erano commessi dal generale a quanti ne sollecitassero il mandato appo lui per le altre provincie; ma la parte viva, pronta, a levarsi sull’armi, teneva ai cenni del signor Matina; e lui aspettavano. Quando i capi dell’impresa di Basilicata partirono di Napoli, si accontarono col comitato del Salernitano, che questo, pronto che era ai cimenti, avrebbe seguito senz’altro indugio che di un giorno, il fatto di quella. Ma insediato il governo di Potenza, il Salernitano non si levò con quella precisa celerità che gli animi concitati speravano: onde ai tanti messi si aggiunse il signor Nicola Albini, che ebbe ufficio di Commissario del governo prodittatoriale Lucano a quel di Salerno. E il colonnello Boldoni, a sospingere la cosa con efficaci sussidii, fece muovere sui confini di Sala con cinquecento uomini armati il signor Francesco Pomarici; ma l’ombrantesi alterigia di municipio protestò di questo, in passando i confini, intervento nell’autonomia propria: e fu mestieri non venire innanzi perchè si canzasse il pericolo di zuffe intestina. Finalmente il giorno 30 dell’agosto il moto del Salernitano ebbe principio. Cagione vera d’indugio alla parte occidentale della provincia era la presenza infino ad Eboli di regie truppe e di mercenarii bavaresi; le quali non pria del 26 agosto si ritrassero, ad intenti di difesa, sulla linea di Avellino: cagione d’indugio alla prte occidentale e meriggia della provincia era lo arrivo del signor Matina; il quale indugiava per provvedere pecunia, capi militari, e le armi promesse; (e queste non prima dell’agosto spirante furono disbarcate alla marina di Acciarole): cagione suprema di tutto fu un nuovo screzio tra le due braccia del comitato napoletano, Ordine ed Azione. Trovo che il Comitato dell’Ordine ed Unità Nazionale, addi 10 agosto, conferiva al signor Giovanni Matina “autorità di promuovere la insurrezione nel distretto di Sala e Campagna in favore della causa nazionale unitaria italiana in accordo del movimento di Basilicata; e a tale oggetto (soggiunge l’atto del mandato) il comitato provinciale metterebbe a disposizione di lui le somme necessarie per la iniziativa e prosieguo”. Prometteva inoltre il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il signor Stefano Passero; e per lo indirizzo militare dello insieme il Colonnello Materazzo. Il Matina invece non accettò che lo indirizzo, gli uomini, e i sussidi del ‘Comitato Unitario’; dal quale il 23 di agosto, fu nominato “Alto Commissario politico e civile dei distretti di Salerno, Sala e Campagna (1)”; doppoichè pel distretto di Vallo avea dato nome ed ufficio medesimo a Lucio Magnone. Venne con esso loro a reggere lo indirizzo militare il signor Luigi Fabrizii di Modena; il quale uscito di famiglia celebratamente devota a libertà, avea con tre fratelli esulato d’Italia dopo i casi di lombardia, del Veneto e di Roma nel 1848; poscia di capitano nella legione Anglo-italica in Crimea.”. Racioppi, a p. 192, nella nota (1) postillava: “(1) “Il che importa (soggiunge il documento) imperio assoluto, in talune emergenze, anche sul potere militare; ed avrà potere di nominare altr impiegati civili. Egli corrisponderà direttamente col comitato Unitario in Napoli”. – Questo documento si dice dato in nome del Dittator Garibaldi e del suo rappresentante Agostino “Bertani”. Questo documento di nomina del Matina si trova pubblicato nel testo di Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 379, in proposito scriveva che: “Scoppia in Potenza la rivoluzione: si ricevono danari da Napoli: il 25 agosto si parte per Sala da Marciani a raggiungere Matina e Fabrizi a Diano; il 28 comincia la rivoluzione: si stabilisce a Sala un governo provvisorio prodittatoriale: Matina Prodittatore, Alfieri d’Evandro segretario”(10).”. Cassese, a p. 381, nella nota (10) postillava: “(10) Dichiarazione del de Meo in Alfieri d’Evandro, op. cit., p. 59 e ssg.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 388-389, in proposito scriveva che: “In mezzo a tanto sfacelo di tutta l’impalcatura statale napoletana, gli emigrati, in gran parte, con a capo Silvio Spaventa s’impadronirono del Comitato dell’Ordine dandogli un deciso indirizzo piemontese e collegandolo alla Società Nazionale del La Farina direttamente ispirata dal Conte di Cavour. L’ala sinistra del Comitato dinanzi a codesta virata di bordo s’impennò e giunse ad accusare i nuovi dirigenti di essere “individui, i quali, vendutisi all’egemonia piemontese, volevano attraversare lo sbarco di Garibaldi sul continente, ed impedire lo sviluppo della rivoluzione”(22). Di contraccolpo, gli elementi dissidenti, che traevano ispirazioni dal Bertani, uomo di Garibaldi, e dal Comitato di Genova, si staccarono definitivamente per creare il Comitato d’Azione, al quale presero parte Giuseppe Libertini, Filippo Agresti, Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Vincenzo Carbonelli, Giuseppe Ricciardi, il salernitano Giovanni Matina ed altri.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitan: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito, e sfidando le ire degli avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Il quale, sbarcato il 20 agosto in Calabria, marciava speditamente verso la Capitale.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro, 1861, a p….., in proposito scriveva che: “……”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: “Il capo morale dell’insurrezione salernitana nel ’60 fu certamente Giovanni Matina. Egli, come s’è detto, con decreto del 23 agosto emanato dal Comitato d’Azione, fu nominato “Alto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna”. Per il distretto di Vallo fu nominato allo stesso ufficio Lucio Magnoni. Il documento a favore del Matina dice che la nomina “importa imperio assoluto, in talune emergenze, anche sul potere militare; ed avrà (il Commissario) il potere di nominare altri impiegati civili. Egli (continua il documento) corrisponderà direttamente col Comitato Unitario di Napoli (26). Questo documento è molto importante, sia per l’ampiezza dei poteri conferiti al Matina, sia anche perché gli si riconosceva assoluta autonomia rispetto non solo all’altro Comitato, quello dell’ordine, di Salerno, ma anche nei riguardi degli analoghi Comitati delle provincie contermini.”. Raffaele De Cesare (….), nel suo“La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, 1909, ripubblicato nel ………, nel cap. XVII, a p. 898, ci parla dei Comitati napoletani e scriveva che: “Da Reggio a Napoli non fu più tirato un colpo di fucile etc….”. Marc Monnier (…..), nel suo“Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona (….), nel suo, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati ; le giunte insurrezionali funzionano dovunque; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de ‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000 , e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che “I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: “I liberali Cilentani, guidati da Matina, avevano scelto come in passato quest’area non solo per il radicamento politico delle idee liberali, ma anche per motivi strategici. Il Cilento infatti era confinante con la Lucania, già in rivolta, e la Calabria, da dove avanzava Garibaldi, controllava l’unica grande strada d’accesso alla capitale, ed era facilmente difendibile poichè presentava una morfologia fatta da montagne e colline. L’area a nord della provincia invece, era del tutto impraticabile poichè era lì che si stava concentrando il grosso dell’esercito borbonico, circa 40.000 uomini che probabilmente avrebbero sconfitto i garibaldini (216). Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare armi nel Cilento……Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia è tutta in fermento, massimamente il distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari sono concentrate a Salerno”(217). L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefaro Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che: “In virtù dei poteri conferitimi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi etc….”(218).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Alle 16 di quello stesso giorno, il comandante dei “Mille” ripartì, dirigendosi alla volta di Auletta ove era atteso. Lo accompagnava, in carrozza, Giovanni Matina, il quale – nominato Governatore della Provincia – doveva raggiungere il capoluogo. Etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 159 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad Auletta, Garibaldi giunse sul far della sera, accompagnato dalla Giunta insurrezionale etc…(p. 160). Nella “galleria” di Casa Mari, Garibaldi ricevè i rappresentanti di alcuni comitati rivoluzionari di Basilicata, tra cui il Prodittatore Giacinto Albini di Marsiconuovo, conosciuto quale principale cospiratore della generosa terra di Lucania. L’Albini, proprio in Auletta, venne nominato Governatore di detta regione, con pieni poteri, e quale ‘Prodittatore’, già in data 24 agosto, aveva emanato la seguente ordinanza: “Chiunque, sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte!”.”.
Nel 27 agosto 1860, Francesco Saverio CAJAZZO, giudice regio di Vibonati proclamò l’insurrezione nel Golfo di Policastro
Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Con l’arrivo di Garibaldi nel Vallo di Diano molti volontari accorsero dal Golfo di Policastro e dal Cilento per arrolarsi tra le camicie rosse. Grazie ad un’indagine di qualche anno fa del giornalista Romolo Amicarella (71) è possibile conoscere i nomi di quasi tutti quei volontari comune per comune. Nel golfo di Policastro e nella Valle del Bussento pare siano stati rispettivamente il giudice regio di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo e il barone Giovani Gallotti da Sapri (poi promosso maggiore) ad arrolare e ad organizzare i volontari. Da Caselle partirono Carlo Navazio di Alessio, Antonio Marsicano di Giuseppe, etc…”. Fusco, a p. 354, nella nota (71) postillava: “(71) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza italiana della provincia di Salerno (campagne dal 1848 al 1870), Lodi, Ellebi, s. d.”. Fusco, a p. 354, nella nota (73) postillava: “(73) R. Amicarella, Combattenti per l’indipendenza, cit., p. 112”. Si tratta di Romolo Amicarella. E’ probabile che la carica di maggiore riguardi l’Esercito Meridionale. Sul giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo, ha scritto Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in AA.VV. “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, a cura di Luigi Russo, ed. Plectica), a p. 280, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto l’insurrezione venne proclamata anche nel Golfo di Policastro, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati. Il Decurionato di Torraca, riunitosi il 14 ottobre 1860, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il Circondario, rendere pubblica lode al Giudice per aver saputo, col suo contegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici col rischio di perdere la carica; per avere bene avviato lo spirito pubblico alle nuove idee; infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, teso a conseguire l’acclamazione di Garibaldi per l’unità d’Italia.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre seguente, Pietro Paolo Perazzo, sindaco di Torraca, in apertura della seduta decurionale, manifestò esser doveroso, da parte di tutto il circondario, rendere pubblico omaggio di lode al Giudice per aver saputo, col suo impegno indipendente e giusto, garantire gli attendibili politici resistendo alle mali arti dei denunzianti e alle diverse pressioni etc…; e infine per il ruolo svolto, nel Distretto e fuori, al fine di tenere l’acclamazione di Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi a favore dell’unità d’Italia. Il Decurionato…gli riconobbe i fatti esposti dal Sindaco.”. Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Il capo brigata della gendarmeria di Padula, etc…”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “ACTRC (Archivio Comunale di Torraca, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati. Socrate Falcone di Policastro. Luigi Barzelloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 125, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo prima di essere trasferito a Vibonati prestò servizio a Padula (16) e, ancor prima, a Melito. A Padula non visse una esperienza positiva. Etc…”.
I volontari garibaldini del Cilento
Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191, in proposito scriveva che: “E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò che quanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel secolo XIX – Considerazioni storiche ed economico-sociali nel centenario dell’Impresa dei Mille”, Istituto Meridionale di Cultura, Portici, Arti Grafiche, 1961, a p. 83, in proposito scriveva che: “La spedizione di Sapri era così finita per incomprensione di popolo, per tradimento di uomini responsabili, per un non giustificato comportamento dei responsabili di certi orientamenti politici, per concezioni dottrinarie e forse anche per un eccessivo entusiasmo dei capi della spedizione. Nel regno borbonico ancora una volta era fallita la rivoluzione, ma per coloro che vegliavano sui destini della Patria avvenire e sognavano la libertà del popolo italiano nell’unità dell’Italia lo sbarco di Sapri e il combattimento di Padula furono esempio luminoso di fede e di dedizione al dovere, compiuto da una schiera insigne di patrioti.”. Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 385, in proposito scriveva che: “Mentre a Milazzo cadeva eroicamente Vincenzo Padula di Padula e a Palermo moriva combattendo Michele del Mastro di Agropoli, ed un altro pugno di eroici salernitani – Giuseppe Pessolani, Ovidio Serino, Antonio Santelmo, Leonino Vinciprova, Michele Magnoni, Francesco Paolo del Mastro e Filippo Patella – seguiva la bandiera folgorante dell’Eroe nazionale; mentre i patrioti rimasti in provincia, uniti intorno al Comitato popolare, approdavano, come si è detto, armi ed armati, gli elementi borghesi etc…”. Giovanni Giociano (….), in storie Camerotane, Edizione dell’Ippogrifo, Sarno, 1985, a p. 133, in proposito scriveva che: “Il Cilento è già insorto, quando Garibaldi arriva a Sapri il 3 settembre 1860. Da Lentiscosa partono tre giovani Sabato Marotta, Gaetano D’Onofrio e Antonio Cernicchiaro, e si uniscono ai garibaldini, mentre i galantuomini non si espongono: etc..”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo “C. Chizzolini di Capitello”, ma egli errava perchè non si tratta di “Capitello”, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel secolo XIX – Considerazioni storiche ed economico-sociali nel centenario dell’Impresa dei Mille”, Istituto Meridionale di Cultura, Portici, Arti Grafiche, 1961, a p. 87, in proposito scriveva che: “Colonne di patrioti, intanto, da tutti i Comuni della regione si erano messe in marcia e si dirigevano celermente o verso Corleto o verso Potenza. In quasi tutti i Comuni della Basilicata verso la metà di Agosto le municipalità borboniche erano state sostituite con le municipalità rivoluzionarie e ovunque con il tricolore di Italia erano stati esposti i ritratti di Vittorio Emanuele e di Giuseppe Garibaldi. A Trecchina, dove già da tempo era sorto un Comitato rivoluzionario prima carbonaro e poi mazziniano e di cui facevano parte Gennaro Schettini, l’avv. Domenico Vita, il notaio Federico Schettini, l’avv. Francesco Schettini, il 10 agosto 1860 il sacerdote Raffaele Schettini rivolse ai popoli dell’Italia meridionale, “ai fratelli di tante memorie”, ai fratelli di tanti dolori e di tante speranze, un’ode per incitare i Campani e i Lucani, i Pugliesi e i Sanniti a prendere le armi per mettere in fuga l’odiato tiranno.”. Guida, a p. 89, in proposito aggiungeva: “Movimenti insurrezionali si ebbero in quasi tutti i paesi del Lagonegrese, dove da tempo operavano Sottocentri dei Comitati rivoluzionari. Nei vari Comuni erano stati poi costituiti Comitati Municipali, composti di professionisti, di sacerdoti e di operai. A Trecchina troviamo: Presidente il sacerdote Raffaele Schettini e membri il sac. Vincenzo Maimone, il notaio Federico Schettini, l’avv. Domenico Vita, l’avv. Francesco Schettini, Giuseppe Alagia, Angelo Vitarella e Giuseppe Larocca….A Lauria etc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 5 e il 6 maggio i Mille di Garibaldi partivano alla volta della Sicilia. Fra di essi vi erano cinque cilentani, audaci patrioti che si erano distinti nei moti del 1848 ed erano riusciti a sfuggire alla polizia borbonica: Filippo Patella, prete di Agropoli; Leonino Vinciprova, di Celso; Paolo e Michele Del Mastro, di Ortodonico; Michele Magoni, di Rutino. Avuta ragione dei forti contingenti borbonici, sia per defezione di parte di questi sia per l’appoggio della popolazione, a Calatafimi (15 maggio), a Palermo (27 maggio) ove perse la vita Michele Del Mastro, e a Milazzo (20 luglio), i Mille, ormai rinforzati da migliaia di volontari, passarono lo stretto dii Messina. Garibaldi allora pianificò l’avanzata spedendo in ogni regione noti patrioti che si erano distinti in precedenti moti insurrezionali; nel Cilento inviò Michele Magnoni e Leonino Vinciprova. Il 4 settembre si imbarcò a Maratea e raggiunse Sapri, da dove il pomeriggio si diresse al passo del Fortino di Casaletto Spartano e da qui penetrò etc….Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; mentre un forte contingente di volontari e di ex guardie urbane, al comando di Leonino Vinciprova, attese nella marina di Acciaroli armi e munizioni che dovevano arrivare da Salerno. Incaricato di questa missione era Alessandro Dumas (padre), il grande romanziere francese che, con altri stranieri, aveva seguito Garibaldi, attratto dal fascino di questo eroe-avventuriero. Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari. La comandava Cristofaro Muratori, il noto scrittore, che scese a terra e si diresse a Celso, ove nel palazzo dei Mazziotti indisse una riunione dei Sindaci dei Comuni vicini e proclamò decaduto Ferdinando II. Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”.
Nel 1° agosto 1860, il Comitato d’Azione o Unitario nominò LUCIO MAGNONI come referente per il Cilento
Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: “10…A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59). Il fratello di Michele, Lucio, il primo agosto fu indicato come referente politico del Comitato d’Azione nel Cilento (61). ….Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64).”. Pinto, a p. 101, nela nota (59) postillava che: “(59) M. Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nela nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (64) postillava che: “(64) Il Comitato Unitario Nazionale a Luigi Magnoni, Napoli 10, 22 e 23 agosto, APM.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Etc…(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni).”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), etc…”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; “. Infatti, Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”.
Nel 2 agosto 1860, a Messina, Garibaldi autorizzò Michele MAGNONI a dare inizio all’insurrezione nel Cilento
Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Etc…(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”. Infatti, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “L’esempio di Campagna seguiva anche Rutino. Garibaldi aveva disposto, fin dal 2 agosto, con un onorevole foglio, interamente scritto e firmato dalla sua invincibile mano, che Michele Magnoni lo precedesse nel Salernitano per attizzare il fuoco e promuovervi la rivolta. “Andate, rivoluzionate, perchè la diplomazia non vuole farvi passare lo stretto; altrettanto faranno le Calabrie, e quando un popolo armato vi chiamerà allora lo stretto sarà passato, si vuole o no”. Così gli scriveva il Dittatore in una lettera privata. La delicata ed onorifica missione affidatagli prova come in lui avesse intravista la favilla suscitatrice di quel grande incendio, che veramente si determinò in provincia. Ed ecco il testo dell’incarico: “Comando Generale dell’Esercito Nazionale in Sicilia. Messina 2 agosto 1860. E’ autorizzato da me il Sotto-tenente di Artiglieria Michele Magnoni di recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione in favore della causa nazionale. Garibaldi”. (21).”. Gennaro De Crescenzo, a p. 84, nella nota (21) postillava: “(21) L’originale di tale incarico, come gli estratti dei documenti esistenti nel Grande Archivio di Napoli, le notizie attestate dal Municipio di Rutino, il discorso del Mirabelli, i giornali del 1860, sono stati messi a mia disposizione da Teresita Magnoni, discendente dai patrioti.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che il documento originale dell’inarico dato da Garibaldi a Michele Magnoni si trova conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli (ex Grande Archivio). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: “10….Nel frattempo il suo vecchio compagno Matina era tornato nel continente per preparare l’insurrezione. L’attività politica era diventata quasi palese dopo l’amnistia e l’Atto Sovrano di concessione della Costituzione. A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59). Il fratello di Michele, Lucio, il primo agosto fu indicato come referente politico del Comitato d’Azione nel Cilento (61). Il 2 agosto Michele fu inviato da Garibaldi nel Continente ad attrezzare la rivolta cilentana (62). Con lui c’erano i salernitani superstiti dei Mille: Vinciprova, Del Mastro e Santelmo (63). Nelle settimane successive le vittorie in Calabria facevano crescere la tensione tanto verso l’insurrezione quanto verso i cavouriani del Comitato d’ordine. Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64).”. Pinto, a p. 101, nela nota (59) postillava che: “(59) M. Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nela nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (62) postillava che: “(62) Giuseppe Garibaldi a Michele Magnoni, Messina 2 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (64) postillava che: “(64) Il Comitato Unitario Nazionale a Luigi Magnoni, Napoli 10, 22 e 23 agosto, APM.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Tra i volontari – quasi tutti “Cacciatori delle Alpi” – si trovavano pure nove salernitani, già cospiratori e incarcerati quali ‘attendibili’: Antonio Santelmo da Padula; C. Chizzolini da Capitello; Michele e Francesco Del Mastro da Ortodonico; Michele Magnoni da Rutino; Vincenzo Padula da Padula; Filippo Patella da Agropoli; Giuseppe Maria Pessolano da Atena Lucana; Leonino Vinciprova da Salerno. Due dei salernitani s’immolarono: Michele Del Mastro cadde nella battaglia di Palermo, e Vincenzo Padula cadde fulminato da una scarica di mitraglia a Milazzo. Di lui così scrive il patriota Antonio Alfieri d’Evandro: “Avrai, un dì, con gli altri, la gratitudine di una nazione, che è la tomba più bella, e l’apoteosi della immortalità”.”. Dunque, il Romagnano annoverava tra i “Mille” della Spedizione di Giuseppe Garibaldi anche il conterraneo C. Chizzolini di Capitello, ma egli errava perchè non si tratta di “Capitello”, paese rivierasco vicino Sapri ma si tratta di Camillo Chizzolini di Campitello di Marcaria (Mantova), figlio del conte Carlo e di Candida Baguzzi e studente di medicina al quarto anno, partecipò nel 1860 alla Spedizione dei Mille di Garibaldi. Si laureò in medicina. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Ma, tornato di soppiatto da Genova l’esiliato Matina, cooperanti con esso lui l’avvocato De Meo e il professore Marciani, un nucleo operativo si costituì prestamente tra’ i più generosi e arrisicati giovani; i quali in breve tempo sparsero i loro influssi tra’ molti e vivaci popolani e artieri e trafficanti della città, e per le loro terre della provincia: poscia i risollevati spiriti dopo le prime vittorie di Sicilia consentirono che un altro centro di azione moderata uomini di credito per intelligenza e dovizie. Trai due centri, allora e poi, non fecero disfatta gli screzii, i rancori e le offese; le quali crebbero poscia per la provincia, come crebbero nella città capo dello Stato, secondo che la vittoria si facea più prossima e secura. Era nei concerti, che il moto si manifestasse sincrono nelle provincie orientali del Regno; però nelle Calabrie e alla Basilicata avesse a precedere, ma a tener dietro il Salernitano; come quello che avea già grande nerbo di truppe regie a guarnigione e ad offesa. In nome del general Garibaldi venne, sull’entrare di Agosto, il signor Lucio Magnone a fine di promuovere lo insorgimento del Salernitano, allora che di simili ufficii erano commessi dal generale a quanti ne sollecitassero il mandato appo lui per le altre provincie; ma la parte viva, pronta, a levarsi sull’armi, teneva ai cenni del signor Matina; e lui aspettavano. Quando i capi dell’impresa di Basilicata partirono di Napoli, si accontarono col comitato del Salernitano, che questo, pronto che era ai cimenti, avrebbe seguito senz’altro indugio che di un giorno, il fatto di quella. Ma insediato il governo di Potenza, il Salernitano non si levò con quella precisa celerità che gli animi concitati speravano: onde ai tanti messi si aggiunse il signor Nicola Albini, che ebbe ufficio di Commissario del governo prodittatoriale Lucano a quel di Salerno. E il colonnello Boldoni, a sospingere la cosa con efficaci sussidii, fece muovere sui confini di Sala con cinquecento uomini armati il signor Francesco Pomarici; ma l’ombrantesi alterigia di municipio protestò di questo, in passando i confini, intervento nell’autonomia propria: e fu mestieri non venire innanzi perchè si canzasse il pericolo di zuffe intestina. Finalmente il giorno 30 dell’agosto il moto del Salernitano ebbe principio. Cagione vera d’indugio alla parte occidentale della provincia era la presenza infino ad Eboli di regie truppe e di mercenarii bavaresi; le quali non pria del 26 agosto si ritrassero, ad intenti di difesa, sulla linea di Avellino: cagione d’indugio alla prte occidentale e meriggia della provincia era lo arrivo del signor Matina; il quale indugiava per provvedere pecunia, capi militari, e le armi promesse; ( e queste non prima dell’agosto spirante furono disbarcate alla marina di Acciarole): cagione suprema di tutto fu un nuovo screzio tra le due braccia del comitato napoletano, Ordine ed Azione. Trovo che il Comitato dell’Ordine ed Unità Nazionale, addi 10 agosto, conferiva al signor Giovanni Matina “autorità di promuovere la insurrezione nel distretto di Sala e Campagna in favore della causa nazionale unitaria italiana in accordo del movimento di Basilicata; e a tale oggetto (soggiunge l’atto del mandato) il comitato provinciale metterebbe a disposizione di lui le somme necessarie per la iniziativa e prosieguo”. Prometteva inoltre il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il signor Stefano Passero; e per lo indirizzo militare dello insieme il Colonnello Materazzo.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 383-384, in proposito scriveva che: “Il Comitato popolare, malgrado la fiera opposizione borghese, continuava per la sua strada. Era stata già creata una fitta rete di abili corrispondenti, i quali, specialmente nella zona sud, avevano formato attivi centri rivoluzionari: Antonio Carrano operava a Diano, Lorenzo Curzio a S. Angelo Fasanella, la famiglia Magnone nel Cilento, Francesco Gagliardi a Montesano, Vincenzo Castagna a Campagna, Francesco Cristaino a Sicignano, a così via (13).”. Cassese, a p. 384, nella nota (13) postillava: “(13) Vedi dichiarazione del de Meo, in op. cit. pag. 65.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 384, in proposito scriveva che: “Intanto il 4 aprile Palermo insorge; tutta la provincia di Salerno è come elettrizzata dalla notizia e si prepara ad agire. Si apprende che Giovanni Matina, l’instancabile cospiratore e garibaldino, era giunto da Genova a Napoli; ed allora il Comitato salernitano inviò sollecitamente alui Antonio Carrano ed Antonio de Meo per prospettare lo stato della provincia e per ottenere istruzioni. Questi il 1° maggio s’incontrarono col Matina, il quale comunicò loro il seguente telegramma giunto da Genova: “Oggi partiremo per il continente e con noi verrà Garibaldi”. Seguiva un proscritto: “Si è sospesa per oggi la partenza”(15). Gli emissari, tornati a Salerno, deliberarono con i compagni del Comitato popolare di dar comunicazione del telegramma al barone Giovanni Bottiglieri e a Matteo Luciani per indurli a far causa col Comitato e a serrare le fila in vista dei prossimi rivolgimenti. I due influenti rappresentanti della borghesia mettono in dubbio l’autenticità del documento, si mostrano restii a dare la loro collaborazione etc…Passò così in vani tentativi di progetti e di intesa tutto il mese di maggio.“. Cassese, a p. 384, nella nota (15) postillava: “(15) Vedi dichiarazione del de Meo in op. cit., p. 63”. Cassese si riferisce all’opera di Alfieri d’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p…., in proposito scriveva che: “…………”. Domenico Demarco (….), nel suo “Il crollo del Regno delle Due Sicilie – I. La struttura sociale”, Napoli, 1860, l’autore, nell’ “4. Epilogo”, a pp. 183-184, in proposito scriveva: “I proprietari non possono più invocare dal governo in dissoluzione e mentre l’esercito borbonico si sfascia l’appoggio della forza pubblica, per difendere la vita e le proprietà. Perciò di fronte alla rivolta dei contadini essi affrettano il crollo del regno favorendo la formazione di governi provvisori (92), soli in grado di porre un freno ai tumulti, e in Garibaldi vedono l’unico uomo che in quel momento possa far rispettare la proprietà e mettere fine ai disordini. Etc..”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) A Potenza, il 19 agosto, si era formato un governo prodittatoriale (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc…, cit., p. 120; A. Romano-Manebrini, Documenti sulla rivoluzione di Napoli, ecc.., cit., p. 60). Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; e la narrazione di A. de Meo, in A. Alfieri d’Evandro, Della insurrezione nazionale del Salernitano, ecc..ecc.., cit., pp. 58-66). Ad Altamura, il 30 Agosto, è proclamato il governo provvisorio (G. Racioppi, Storia dei moti, ecc.ecc.., cit., pp. 168-169).”. Demarco, a p. 183, nella nota (92) postillava: “(92) Il Cilento e la provincia di Salerno erano insorti da più giorni (M. Menghini, La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli, Torino, 1907, p. 312; “. Infatti, Mario Menghini (….), nel suo “La spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”, a p. 312, in proposito scriveva: “Il Cilento e tutta la provincia di Salerno era da più giorni insorta. Bisogna dire il vero, il centro da cui erano partiti ordini, danari, capi militari per la rivoluzione di tutto il regno, era stato Napoli. Il Comitato dell’ordine aveva discusso troppo, è vero, ma non era stato ozioso; tutti si erano adoperati a convertire l’esercito, e far insorgere le provincie ; il lavoro non era stato mai interrotto.”.
Nel 23 e 24 agosto 1860, il Comitato napoletano nominò LUCIO MAGNONI, Alto Commissario Politico e Civile per il Distretto di Vallo. Il fratello SALVATORE MAGNONI Comandante del corpo di insurrezione per il Distretto di Vallo

(Fig. n….) – Lucio Magnoni di Rutino
Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Alfieri d’Evandro scriveva che MICHELE MAGNONI, il 2 agosto 1860 a Messina ricevette direttamente da Garibaldi l’incarico di scendere nel Cilento e promuovere l’insurrezione armata contro i Borboni. Arrivato nel Cilento, MICHELE MAGNONI ottenne dal Comitato Unitario d’Azione la nomina dei due suoi fratelli, LUCIO e SALVATORE, che si misero subito a lavoro. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (4) postillava: “(4) Lacava – Opera già citata, pag. 510”. Mazziotti proseguendo il suo racconto a p. 125 scriveva: “Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una Relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano l’insurrezione nella provincia di Salerno”(5).”. Il Mazziotti si riferisce ad un manoscritto di De Meo, forse Ettore Di Meo (?). Mazziotti, a p. 125, nella nota (5) postillava: “(5) Pubblicata dall’Alfieri di Evandro, opuscolo citato pag. 77.”. Mazziotti scriveva che Lucio Magnoni fu nominato dal Comitato d’Azione la nomina a Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, per il Distretto di Vallo e, per il fratello Salvatore la nomina a comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Mazziotti scriveva pure che: “Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Dunque, Mazziotti mette in evidenza i dissidi fra i due Comitati Napoletani. Per il Distretto di Vallo della Lucania il Comitato dell’Ordine aveva nominato Stefano Passero, mentre il Comitato d’Azione aveva nominato Lucio Magnoni. Mazziotti però aggiunge che nonostante i dissidi fra i due Comitati, “il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano etc…”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: “10….A centinaia tornarono dall’esilio, dal carcere o dal confino e nessuno ringraziò il povero Francesco II perché si gettarono quasi tutti nell’indefessa organizzazione dell’insurrezione o dell’annessione. E tra questi, oltre a Matina ancora arrestato e di nuovo libero, c’erano anche Lucio e Salvatore Magnoni, che non erano più relegati e poterono ricominciare liberamente la battaglia politica (59). Il fratello di Michele, Lucio, il primo agosto fu indicato come referente politico del Comitato d’Azione nel Cilento (61). Il 2 agosto Michele fu inviato da Garibaldi nel Continente ad attrezzare la rivolta cilentana (62). Con lui c’erano i salernitani superstiti dei Mille: Vinciprova, Del Mastro e Santelmo (63). Nelle settimane successive le vittorie in Calabria facevano crescere la tensione tanto verso l’insurrezione quanto verso i cavouriani del Comitato d’ordine. Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64).”. Pinto, a p. 101, nela nota (59) postillava che: “(59) M. Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nela nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 81, in proposito scriveva che: “Michele era il più conosciuto della famiglia…E’ possibile ricostruire la prima parte della sua attività politica,….Le Fonti sono quelle conservate nell’Archivio di Stato di Salerno per i processi tra il ’48 e il ’59, il materiale del Comitato Segreto di Napoli e l’Archivio Privato degli Eredi.”. Dunque, l’Archivio Privato Magnoni è un archivio in mano agli Eredi della famiglia Magnoni. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara. Esiste una discreta documentazione utile a comprendere il ruolo dei Magnoni e il rituale rivoluzionario. All’inizio di luglio queste formazioni paramilitari diventarono operative, guidate da Giovan Battista Riccio e dai principali quadri del radicalismo salernitano, Filippo Patella, Leonino Vinciprova, Ovidio Serino. Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 88, in proposito scriveva che: “(21) Leopoldo Cassese, La borghesia salernitana nei moti del ’48, cit., pp. 182-3.”. Infatti, nel testo citato, Leopoldo Cassese, elenca e ci parla delle famiglie borghesi e benestanti del Cilento che diedero maggior prova di patriottismo soprattutto a partire dai moti rivoluzionari del ’48. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Molti di questi documenti, come le Ordinanze di Lucio Magnoni, fraello di Michele e di Salvatore, furo pubblicate dall’Alfieri D’Evandro. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: “I liberali Cilentani, guidati da Matina, avevano scelto come in passato quest’area non solo per il radicamento politico delle idee liberali, ma anche per motivi strategici. Il Cilento infatti era confinante con la Lucania, già in rivolta, e la Calabria, da dove avanzava Garibaldi, controllava l’unica grande strada d’accesso alla capitale, ed era facilmente difendibile poichè presentava una morfologia fatta da montagne e colline. L’area a nord della provincia invece, era del tutto impraticabile poichè era lì che si stava concentrando il grosso dell’esercito borbonico, circa 40.000 uomini che probabilmente avrebbero sconfitto i garibaldini (216). Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare armi nel Cilento……Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia è tutta in fermento, massimamente il distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari sono concentrate a Salerno”(217). L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefaro Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che: “In virtù dei poteri conferitimi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi etc….”(218).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″.
Nel 27 agosto 1860, a Rutino, i fratelli MAGNONI: LUCIO, MICHELE e SALVATORE proclamavano l’Insurrezione armata nel Cilento
Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi alla Relazione di Lucio Magnoni (….), in proposito scriveva che: “Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro” (92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti proseguendo il suo racconto a p. 125 scriveva: “Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una Relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano l’insurrezione nella provincia di Salerno”(5).”. Il Mazziotti si riferisce ad un manoscritto di De Meo, forse Ettore Di Meo (?). Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, quest’ultimo autorizzato da Garibaldi con disposizione del 2 agosto da Messina a recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione, la iniziarono il 27 agosto a Rutino formando una compatta colonna con gli insorti venuti da Castellabate al comando di Carlo De Angelis, da Laurana sotto la guida di Giudo Del Mercato e di Ignazio Cagnano, da Stella Cilento con Raffaele Zammarelli, da Sessa con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice, etc…L’intera colonna era al comando di Salvatore Magnoni. Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Etc…”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 311, in proposito scriveva: “Subito che il governo insurrezionale della Basilicata si vide al sicuro, impiegò tutte le sue forze per importare col mezzo di agenti l’insurrezione anche nel Principato ed estenderla anche nella Terra di Lavoro e negli Abruzzi. Dal 15 agosto in poi insorsero Eboli, la Šala, il distretto di Cilento nel Principato citeriore. I regii lasciarono tranquillamente succedere tutto ciò , ma non però quando videro che la rivoluzione cominciava ad agitarsi anche nel Principato ulteriore.”. Molti di questi documenti, come le Ordinanze di Lucio Magnoni, fraello di Michele e di Salvatore, furo pubblicate dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Dunque, il Segretario della Prodittatura di Sala Consilina, Antonio Alfieri d’Evandro (….) scriveva che uno dei capi della rivolta cilentana, TEODOSIO DE DOMINICIS, “era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 68, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che Lucio Magnoni: “E nel frattempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo: AI SIGNORI, Presidente e Componenti il Comitato Nazionale in Napoli. Signori….la conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..Rutino il primo settembre 1860. Lucio Magnoni.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “…furono attivissimi etc…In quella Stefano Passero aveva proclamata l’insurrezione in Vallo, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli.”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’Appendice, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Il d’Evandro, a pp. 68-69, in proposito scriveva pure: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni. VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a pp. 132-133 e ssg., in proposito scriveva che: “Da Rutino, era partito Salvatore Magnoni a capo di molti volontari del Cilento; e i patrioti Stefano Passaro di Vallo della Lucania e Ferrara di San Biase, seguiti da alcuni manipoli di ardimentosi, avevano preso l’uno la via di Gioi, Laurino, Piaggine; l’altro quella di Cuccaro, Laurito, Rofrano e Sanza, per convergere poi, nel “Vallo di Diano”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo Stefano Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, Salvatore Magnoni, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, per aggiungere nuova esca all’azione, per gettare lievito più forte e fecondo alla meta. Infatti, egli esercita un’influenza non minore dello slancio del suo cuore e, raccolti lungo il cammino altri uomini ifervorati, va ad accrescere le intrepide schiere vallesi. Ma chi avrebbe dato le armi etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, a p. 137 e ssg., in proposito scriveva che: “Venne affrettata anche la riorganizzazione della Guardia Nazionale alla quale Lucio Magnoni indirizò un proclama, esortendo tutti a mettersi sotto il comando della “spada gloriosa” di Garibaldi, etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, parla dei volontari e cospiratori che parteciparono alle prime operazioni prodromiche nel Cilento, nel cap. XII, a pp. 116 e ssg. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83). Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro” (84)“. Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il campo cilentano fu ordinato a Torchiara…..Tra gli ufficiali più impegnati troviamo il padre dei Magnoni, Luigi con i figli Salvatore e Lucio e il giovanissimo Michele. Giuseppe Pessolani e il lucano Caputo con una grossa colonna partita dal Vallo di Diano arrivarono a Rutino e poi tornarono a Sala mentre i Cilentani si dirigevano verso il capoluogo del Distretto (21).”. Pinto, a p. 103, in proposito scriveva che: “Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66)”. Pinto, a p. 103, nella nota (66) postillava: “(66) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104 e ssg., in proposito scriveva che: “11. Nel giro di due settimane tutto il vecchio triangolo rivoluzionario era in rivolta. Il 15 agosto fu proclamata l’insurrezione in Basilicata, il 26 agosto a Catanzaro, il 27 a Cosenza. Il 23 agosto il Comitato d’Azione decise di iniziare la fase operativa nel salernitano. I rivoluzionari ormai ovunque controllavano la Guardia Nazionale, l’unica istituzione dotata di un minimo di armamento e di munizioni. Questa fu immediatamente mobilitata e divenne come nelle altre occasioni lo strumento per l’organizzazione di volontari. Nell’archivio dei Magnoni c’è un’interessante documentazione su come fu resa operativa la Guardia Nazionale. In genere una parte servì per formare colonne di volontari, il resto per garantire il servizio di guarnigione (66). Si temeva sempre qualche reazione e tra i primi ordini c’era quello di disarmare ogni potenziale partigiano borbonico. Nel complesso costituirono almeno tre grossi gruppi di volontari dal distretto di Campagna, da quello di Sala e dagli Alburni, mentre più complesso fu il ciclo operativo dei cilentani. Qui furono organizzati più distaccamenti di volontari che percorsero il territorio, compiendo un’azione a metà tra la dimostrazione di forza militare e l’affermazione di una leadership politica. I Magnoni ne furono protagonisti gestendo con delicatezza e successo la competizione con i cavouriani. Ancora una volta siamo di fronte ad un fenomeno interessante per comprendere il radicamento di una memoria rivoluzionaria e di una tradizione politica. Nel Cilento furono arruolati circa tremila volontari divisi su 4 colonne, cifre su cui concordano storici come Pieri ed eruditi locali (le cronache dell’epoca danno un numero naturalmente molto maggiore) (67). La lezione del ’48 era chiara e la disciplina l’unico modo per tenere insieme le formazioni. I Magnoni convocarono il loro campo nel loro fortino storico, a Rutino il 27 agosto, il giorno in cui iniziava la rivoluzione. Là, con i militi delle Guardie Nazionali, convennero i vecchi professionisti delle ribellioni cimentane. De Angelis di Castellabate, Del Mercato di Laureana, Zammarelli e lo stesso Michele Magnoni erano nominati comandanti delle compagnie. Erano tutti reduci delle rivolte risorgimentali, spesso figli o nipoti di uccisi e condannati. Il capitano Vairo di Torchiara fu indicato commissario politico e Ignazio Cagnano Quartier Mastro generale. Ora colonne armate alla meno peggio, con vestiti e simboli di ogni tipo, accompagnate dalle bande dei paesi con improbabili camice rosse attraversarono il Cilento come tante altre volte ma stavolta come avanguardia dell’Esercito Meridionale. Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni Rutino, 1 agosto 1860, APM.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 165, in proposito scriveva che: “I liberali Cilentani, guidati da Matina, avevano scelto come in passato quest’area non solo per il radicamento politico delle idee liberali, ma anche per motivi strategici. Il Cilento infatti era confinante con la Lucania, già in rivolta, e la Calabria, da dove avanzava Garibaldi, controllava l’unica grande strada d’accesso alla capitale, ed era facilmente difendibile poichè presentava una morfologia fatta da montagne e colline. L’area a nord della provincia invece, era del tutto impraticabile poichè era lì che si stava concentrando il grosso dell’esercito borbonico, circa 40.000 uomini che probabilmente avrebbero sconfitto i garibaldini (216). Finalmente il movimento incominciò a prendere forza anche nella provincia di Salerno. Il 23 agosto, Giovanni Matina venne nominato dal Comitato Centrale, Alto Commissario politico e civile peri distretti di Salerno e di Sala, e Salvatore Magnoni, ricevette il comando di un corpo d’insurrezione nel distretto di Vallo in qualità di Alto Commissario per l’insurrezione nel Cilento, mentre una nave piemontese avrebbe dovuto sbarcare armi nel Cilento……Il 27 agosto insorgeva il distretto di Vallo, mentre il 30 Sala Consilina. Il quotidiano “Il Lampo” il 27 agosto assicurava “da fonti veritiere, che la provincia è tutta in fermento, massimamente il distretto di Vallo, mentre tutte le forze militari sono concentrate a Salerno”(217). L’insurrezione nel distretto di Vallo veniva guidata dai fratelli Magnoni e da Stefaro Passaro, mentre Lucio Magnoni, Commissario Delegato esponeva al Comitato Unitario Nazionale che: “In virtù dei poteri conferitimi da codesto Consiglio in nome del Dittatore Garibaldi etc….”(218).”. Del Duca, a p. 165, nella nota (216) postillava: “(216) C. Pinto, La “Nazione Armata”, in ‘Garibaldi il mito e l’antimito, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, p. 118.”. Del Duca, a p. 166, nella nota (217) postillava: “(217) A.S.S. Giornali, Notizie circa il fenomeno della provincia di Principato Citeriore per l’imminente scoppio della rivoluzione, “Il Lampo”, n. 26, Napoli, 27 agosto 1860″.
Nel 27 agosto 1860, MICHELE MAGNONI, insieme ad un centinaio di giovani Cilentani proclamò la insurrezione armata a Rutino

(Fig. n….) – Ritratto fotografico di Michele Magnoni
Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Alfieri d’Evandro scriveva che MICHELE MAGNONI, il 2 agosto 1860 a Messina ricevette direttamente da Garibaldi l’incarico di scendere nel Cilento e promuovere l’insurrezione armata contro i Borboni. Arrivato nel Cilento, MICHELE MAGNONI ottenne dal Comitato Unitario d’Azione la nomina dei due suoi fratelli, LUCIO e SALVATORE, che si misero subito a lavoro. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti scriveva che Lucio Magnoni fu nominato dal Comitato d’Azione la nomina a Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, per il Distretto di Vallo e, per il fratello Salvatore la nomina a comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Mazziotti scriveva pure che: “Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “Infatti, lieto dell’incarico e fiducioso nel risultato, insieme coi fratelli Lucio e Salvatore abbandonò al Faro di Messina lo Stato Maggiore dell’Orsini, si mosse con le schiere liberatrici e fra le acclamazioni delle turbe arrivò al suo paese, proclamandovi la rivolta il 27 agosto e ponendosi alla testa di circa cento giovani appartenenti a famiglie di Salerno e dei paesi vicini, convenuti a Rutino: erano venuti con Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara. Essi, dopo aver formata una ben serrata schiera, si misiero alla dipendenza di Salvatore Magnoni.”. Dunque, il De Crescenzo scriveva che Michele Magnoni, forte dell’incarico ricevuto a Messina da Garibaldi, ritornato nel suo Cilento, si unì con gli altri due fratelli (Lucio e Salvatore) che il 27 agosto 1860, a Rutino proclamò la Insurrezione Armata. A Rutino, il 27 agosto 1860 arrivarono diversi giovani volontari che appartenevano alle buone famiglie del Salernitano. Essi erano circa 100 giovani. Michele MAGNONI, nel convegno che si diedero a Rutino, si mise alla testa di questi giovani volontari cilentani. Però il De Crescenzo, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, riferendosi a Pietro Giordano, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea.”. De Crescenzo scriveva che la schiera di “circa ottanta giovani di Vallo”, forse i 100 giovani salernitani di cui aveva già parlato, si unirono alla colonna di Pietro GIORDANO e si diressero ad Ascea. Dunque, si posero sotto il comando di Michele Magnoni ma ad Ascea si misero sotto il comando di Pietro Giordano. De Crescenzo, a p. a pp. 86, nella nota (23) postillava: “(23) Aveva quarantaquattro anni, essendo nato il 1816. M. nel 1889.”. De Crescenzo, a p. 84-85 aveva scritto che i circa 100 giovani delle famiglie salernitane erano “Carlo De Angelis da Castellabate, con Enrico del Mercato ed Ignazio Cagnano da Laureana, con Raffaele Zammarrelli da Stella Cilento (22), con Raffaele Coccoli e Francesco Del Giudice da Sessa, con Andrea De Cutiis da Cicerale, con Ferdinando Vairo da Torchiara.”. De Crescenzo, a p. 85, nella nota (22) postillava: “(22) Raffaele Zammarrellira stato attivo organizzatore nel mandamento di Pollica”. Dunque, nella schiera dei volontari salernitani comandati da Michele Magnoni, vi erano CARLO DE ANGELIS (di Castellabate), ENRICO DEL MERCATO, IGNAZIO CAGNANO (da Laureana), RAFFAELE ZAMMARELLI (di Torchiara). Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; etc…”.
Nel 28 agosto 1860, a Ceraso, Pietro GIORDANO proclamava l’isurrezione
Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano, di Ceraso; etc…“. Dunque, secondo il Pizzolorusso, PIETRO GIORDANO comandava un battaglione della Guardia Nazionale (rivoltosi cilentani) che si erano aggregati ai circa 3000 insorti cilentani che erano agli ordini di TEODOSIO DE DOMINICIS. Secondo il Pizzolorusso, il De Dominicis era il “nipote del giustiziato del 1828”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.“. De Crescenzo, a p. a pp. 86, nella nota (23) postillava: “(23) Aveva quarantaquattro anni, essendo nato il 1816. M. nel 1889.”. Inoltre, sempre sul Giordano, il De Crescenzo (….), a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, riferendosi a Pietro Giordano, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea.”. De Crescenzo scriveva che la schiera di “circa ottanta giovani di Vallo”, forse i 100 giovani salernitani di cui aveva già parlato, si unirono alla colonna di Pietro GIORDANO e si diressero ad Ascea. Dunque, si posero sotto il comando di Michele Magnoni ma ad Ascea si misero sotto il comando di Pietro Giordano. De Crescenzo, a p. a pp. 86, nella nota (23) postillava: “(23) Aveva quarantaquattro anni, essendo nato il 1816. M. nel 1889.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”.
Nel 30 agosto 1860, ad Ascea, le armi inviate dal governo piemontese ritirate dal De Dominicis ed in parte distribuite alla sua colonna e condivise pure dal De Dominicis con la colonna di Michele Magnoni
Sappiamo che il Governo Piemontese aveva inviato delle armi nel Cilento ed abbiamo contezza di tutto ciò attraverso una lettera di Giacinto Albini ed anche dalla testimonianza diretta di Pietro Lacava che il 7 settembre si recò nel Cilento, viaggio di cui ho già detto. Pare che queste armi furono ritirate ad Ascea dalla colonna del De Dominicis. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a pp. 104-105 e ssg., in proposito scriveva che: “11. Nonostante le posizioni politiche evidentemente differenti i rivoltosi erano più o meno restati uniti, anche se non mancarono tensioni. La più grave riguardò la divisione delle armi sbarcate sulla costa cilentana da una nave piemontese. De Dominicis, moderato, non volle dividerle con Vinciprova, non riconoscendogli il grado. Ma poi si accordò con Magnoni per l’autorevolezza indiscussa e le divisero tra le due colonne (69). Nessuno tra i radicali del Principato, quasi tutti ex mazziniani, mise in discussione il programma Italia e Vittorio Emanuele II. Il primo settembre Magnoni era nominato presidente della giunta provvisoria del Cilento e subito De Dominicis lo riconosceva (70).”. Pinto, a p. 105, nella nota (69) postillava: “(69) Matteo Mazziotti, L’insurrezione salernitana nel 1860 cit., pp. 68-72.”. Pinto, a p. 105, nella nota (70) postillava: “(70) Giovanni Matina a Lucio Magnoni, Sala 1 settembre 1860, e Teodosio De Dominicis a Lucio Magnoni, Centola 1 settembre 1860, in APM.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VI. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra le grida entusiastiche della popolazione di ‘Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! Viva il dittatore Garibaldi!. Etc…”. Del ritiro di queste armi, in seguito ritirate dal De Dominicis ne parla anche Pietro Ebner. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 94, in proposito scriveva che: “XI. Mentre le colonne insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo Stefano Passero, si muovevano per convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, Salvatore Magnoni, alla testa di numerosi e bravi insorti cilentani, partiva da Rutino, in compagnia del fratello Lucio, alto commissario civile e militare, per aggiungere nuova esca all’azione, per gettare lievito più forte e fecondo alla meta. Infatti, egli esercita un’influenza non minore dello slancio del suo cuore e, raccolti lungo il cammino altri uomini ifervorati, va ad accrescere le intrepide schiere vallesi. Ma chi avrebbe dato le armi…..
Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 68, in proposito scriveva che: “Il ‘Comitato d’Azione’ di Genova aveva promesso di inviare nella provincia di Salerno, facendoli sbarcare in una delle marine del Cilento un buon numero di fucili. Nell’agosto del 1860 Giacinto Albini scriveva questa lettera: (5) “Abbiamo certezza etc…“. Mazziotti, a p. 69, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Mazziotti cita il testo di Michele Lacava, fratello di Pietro che, scrisse “Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero pel dott. Michele Lacava, Napoli, ed………., 1895. Dunque, Mazziotti riporta la lettera di Giacinto Albini dell’agosto 1860 che scriveva a……… L’Albini, nell’agosto del 1860 scriveva: “Abbiamo certezza di avere uno sbarco di 4000 fucili nel Cilento, 2000 saranno per Basilicata. Il Barone Mazziotti è partito per il Cilento (1). Da un’ora all’altra 1000 tra calibri siculi e napoletani approderanno in Calabria. Rispondete immantinente. Poscia Garibaldi con poderoso esercito etc…Spero trovarmi presto tra voi. Addio”.”. Mazziotti, a p. 68, nella nota (1) postillava: “(1) La Cronistoria di Michele Lacava narra del lungo lavorio che precedette questi accordi.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (5) postillava: “(5) Lacava – opera citata, pag. 390. Non è chiaro a chi sia diretta.”. Dunque, Mazziotti postillava che il Lacava a p. 390 riportava una lettera di Giacinto Albini. Inoltre, Mazziotti, a p. 69, in proposito “Alla ricerca di queste armi il Lacava partiva il giorno 7 agosto per il Cilento etc…”.Mazziotti, a p. 69, nella nota (1) postillava: “(1) Il Mazziotti come ho narrato nel libro ‘Ricordi di famiglia’, dovette il 15 agosto recarsi a Torino a conferire col conte di Cavour per incarico ricevuto dal marchese Villamarina ministro del Piemonte in Napoli.”. Dunque, sappiamo che, il Comitato centrale di Napoli inviò armi nel Cilento e pare che esse, in una spiaggia del Cilento furono sbarcati 500 fucili che, pare, siano stati ritirati Teodoro de Dominicis ma, egli, riconoscendo l’autorità di Michele Magnoni, ne avesse condiviso con lui, sette casse. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 69, in proposito scriveva che: “VI…Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis. La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis che qui trascrivo: Etc..”. Dunque, Mazziotti scriveva che aveva saputo dal “marchese Atenolfi”, suo amico, che le armi furono sbarcate alla “punta del Fico” presso il villaggio di Pioppi nel comune di Pollica.Mazziotti, a pp. 69-70 pubblicava la nota del De Dominicis da lui indirizzata al “Cittadino Leonino Vinciprova in Omignano”. Mazziotti riporta a pp. 69-70 la “Nota” del De Dominicis al Vinciprova. Si tratta di una lettera che il De Dominicis scrisse a Lucio Magnoni, il 1° settembre dal campo di Centola che era stata da lui occupata. La lettera del de Dominicis si trova conservata ed è stata esposta nella Mostra del Risorgimento. Dunque, il De Dominicis, che tutti scrivono essere Teodosio Junior, scriveva al Comitato della Basilicata il 1° settembre 1860 da Centola dove era arrivato con la sua colonna e con Gennaro Pagano. Dunque, è da questa lettera del de Dominicis che si apprende che egli era a Centola il 1° settembre 1860. Mazziotti, a pp. 69-70, aggiungeva pure che: “La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis che qui trascrivo: “Comando del primo corpo d’Insurrezione in Distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 (2). Signore. E’ vero che dal Comitato centrale di Napoli mi son giunti avanti ieri cinquecento fucili; ma il Comitato avendoli messi liberamente a mia disposizione e senza obbligo di farne ripartizione, così ho creduto spedirne sette casse al mio collega cittadino Salvatore Magnoni, unico che riconosco a mio uguale nel Distretto, il resto ne ho disposto per armare una porzione della innumerevole gente che mi seguiva inerme; posso assicurvi che la mia colonna è forte tanto che non vi sono fucili che bastino. Per conseguenza di ciò potete assicurare da mia parte il Governo Prodittoriale di Basilicata, che il Commissario Civile Cittadino Matina che ad onta etc…Firmato…Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. La lettera invata dal De Dominicis, è firmata “Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. Mazziotti, a p. 69, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente il governo provvisorio di Basilicata e il Matina chiedevano conto di quelle armi.”. Di queste armi inviate, pare che il Governo provvisorio di Basilicata avesse chiesto conto al de Dominicis, il quale, il 1° settembre 1860 risponde con una lettera scrivendo al Governo provvisorio di Basilicata. Riguardo il Vinciprova, Matteo Mazziotti scrisse anche “Ricordi di famiglia (1780-1860)”. , dove ci parla del padre e della sua attività rivoluzionaria al servizio della libertà. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Etc…”.
Nel 30 agosto 1860, l’adunata di Vallo della Lucania e le colonne formatisi
Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, a pp. 88, in proposito scriveva che: “Salutare effetto produssero queste parole, giacchè tutta la gente adunata sentì come un nuovo impulso e, con armi con capi con insegne e bandiere, si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara. Di fronte a talle movimento il sottintendente di Vallo, tale Giuseppe Giannelli nocerese, protestò e credette opportuno dare le dimissioni. Un bollettino del tempo riferisce: “Non è stata che una passeggiata militare tra unanime acclamazioni. Le donne ed i fanciulli seguivano il corteo gridando: Viva Vittorio Emmanuele” Viva Garibaldi! La musica militare suonava a festa; etc…”.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Nella notte tra il 5 e il 6 maggio i Mille di Garibaldi partivano alla volta della Sicilia. Fra di essi vi erano cinque cilentani, audaci patrioti che si erano distinti nei moti del 1848 ed erano riusciti a sfuggire alla polizia borbonica: Filippo Patella, prete di Agropoli; Leonino Vinciprova, di Celso; Paolo e Michele Del Mastro, di Ortodonico; Michele Magoni, di Rutino. Avuta ragione dei forti contingenti borbonici, sia per defezione di parte di questi sia per l’appoggio della popolazione, a Calatafimi (15 maggio), a Palermo (27 maggio) ove perse la vita Michele Del Mastro, e a Milazzo (20 luglio), i Mille, ormai rinforzati da migliaia di volontari, passarono lo stretto dii Messina. Garibaldi allora pianificò l’avanzata spedendo in ogni regione noti patrioti che si erano distinti in precedenti moti insurrezionali; nel Cilento inviò Michele Magnoni e Leonino Vinciprova. Il 4 settembre si imbarcò a Maratea e raggiunse Sapri, da dove il pomeriggio si diresse al passo del Fortino di Casaletto Spartano e da qui penetrò etc….Da tutti i paesi del Cilento intanto si radunavano volontari sotto la guida di vecchi indomiti liberali, quali Teodosio De Dominicis, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli, Raffaele Coccoli, Francesco Del Giudice, Andrea De Ciuttiis, Ferdinando Vairo. Questi reparti marciarono verso sud per unirsi a Garibaldi; altri provenienti dai paesi nei dintorni di Vallo, guidati da Raffaele Passarelli, Alessandro Pinto, Cesare Valiante, Giovanni Tipoldi si diressero verso Sala Consilina; mentre un forte contingente di volontari e di ex guardie urbane, al comando di Leonino Vinciprova, attese nella marina di Acciaroli armi e munizioni che dovevano arrivare da Salerno. Incaricato di questa missione era Alessandro Dumas (padre), il grande romanziere francese che, con altri stranieri, aveva seguito Garibaldi, attratto dal fascino di questo eroe-avventuriero. Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari. La comandava Cristofaro Muratori, il noto scrittore, che scese a terra e si diresse a Celso, ove nel palazzo dei Mazziotti indisse una riunione dei Sindaci dei Comuni vicini e proclamò decaduto Ferdinando II. Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”.
Nel 30 agosto 1860, MICHELE MAGNONI con la sua colonna di insorti cilentani andò ad Ascea
Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila (qui c’è un errore perchè dovevano essere tremila) uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra le grida entusiastiche della popolazione di ‘Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! Viva il dittatore Garibaldi!. Etc…”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il ppolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: “che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del disstretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”.
Nel 30 agosto 1860, MICHELE MAGNONI, da Rutino marciò fino ad Ascea e lì si ricongiunse con i 3000 di TEODOSIO DE DOMINICIS
Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 84-85, riferendosi a MICHELE MAGNONI, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la Guardia Nazionale del Distretto di Vallo, il De Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra le grida entusiastiche della popolazione di Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! Viva il Dittatore Garibaldi !.”. De Crescenzo scriveva che MICHELE MAGNONI, da Rutino va ad occupare Ascea. Michele era alla testa di circa un centinaio di Giovani cilentani e salernitani. A questo punto però spunta TEODOSIO DE DOMINICIS. Infatti De Crescenzo scriveva che Michele Magnoni che era alla testa di circa 100 giovani salernitani arrivò ad Ascea. Ad Ascea – scrive il De Crescenzo – “le schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis.”. Dunque, De Crescenzo oette che nel frattempo il De Dominicis era pure esso arrivato ad Acea ed ad Ascea si unì ai volontari di Michele Magnoni. De Crescenzo scriveva che, il De Dominicis aveva marciato da Vallo a Pisciotta con circa “trentamila” (forse vi è un errore perchè erano tremila) uomini. Il De Dominicis, a Vallo della Lucania aveva armato la Guardia nazionale del Distretto su ordine del Magnoni. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina.”. Dunque, Racioppi scriveva che alle colonne di Michele Magnoni e di Teodosio De Dominicis che si portarono nel Golfo di Policastro, si unì anche la colonna di STEFANO PASSARO. La colonna del Passaro, marciò da Vallo ed arrivò a Pisciotta dove si unì con le colonne del Magnoni e del Dominicis. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo.”.
Nel 30 agosto 1860, la colonna di insorti cilentani di TEODOSIO DE DOMINICIS
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito aggiungeva che: “All’adunanza, invece, in casa Rinaldi intervennero tra gli altri Francesco Alario di Moio della Civitella, il barone Bottiglieri, Lorenzo Curzio di Sant’Angelo a Fasanella, Teodosio De Dominicis di Ascea, Lucio Magnoni, Stefano Passero ed un tal Pagano di Pisciotta, nomi noti all’intera provincia, che da tempo avevano educata la loro terra a sentimenti ed a liete speranze (15).”. De Crescenzo, a p. 81, nella nota (15) postillava: “(15) Preponderava in Provincia, come è facile comprendere, un elemento liberale capitanato da famiglie ricche nobili ed influenti.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Dunque, il Segretario della Prodittatura di Sala Consilina, Antonio Alfieri d’Evandro (….) scriveva che uno dei capi della rivolta cilentana, TEODOSIO DE DOMINICIS, “era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano”.
Nel 30 agosto 1860, ad Ascea, una colonna di PIETRO GIORDANO si univa a quella di TEODOSIO DE DOMINICIS
Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni. Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso policastro, Vibonati e Sapri. Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Dunque, Ferruccio Policicchio (….) scriveva che i capi colonna TEODOSIO DE DOMNICIS di Ascea e BASILIO IANNICELLI di Ceraso furono aiutati da GENNARO PAGANO e LUIGI GIORDANO. Riguardo l’opera rivoluzionaria di Teodosio De Dominicis, hanno scritto diversi autori e storici. Infatti, Antonio Afieri D’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “…furono attivissimi etc…In quella Stefano Passero aveva proclamata l’insurrezione in Vallo, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc….”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”, a p. 67 pubblicava il seguente documento Relazione/Rapporto di SALVATORE MAGNONI (fratello di lucio e di Michele (….) riportava le credenziali del fratello SALVATORE MAGNONI rilasciate il 24 agosto 1860 dal “Comitato Unitario Nazionale” (Comitato napoletano) che lo nominava: “Comandante di un corpo d’insurrezione Salernitana nel Distretto di Vallo”. D’Evandro trascrive il Rapporto del Magnoni (Salvatore) e scriveva: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, etc…”, poi aggiunge che: “…e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro.”. Dunque, il Salvatore Magnoni in questo documento scrive che congiuntosi con “DE DOMINICIS, PAGANO e GIORDANO”. Oltre a queste notizie Salvatore Magnoni aggiungeva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII. A Pisciotta, il patriota Gennaro Pagano usciva all’alba del 28 dal suo nascondiglio dove s’era rifugiato in attesa di eventi e, inalberando una bandiera tricolore, chiamava i paesani alla rivoluzione.”. De Crescenzo scriveva che il 28 agosto 1860, avendo saputo dell’adunata di Vallo della Lucania, GENNARO PAGANO usciva dal suo nascondiglio – in cui era nascosto a causa della condanna a morte che pendeva sul suo capo – e chiamava i paesani alla rivoluzione. Cosa accadde a Pisciotta ?. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, pubblicava il seguente documento Relazione/Rapporto datato 1° settembre 1860 di LUCIO MAGNONI (fratello di Michele e Salvatore) indirizzandolo al “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli.”. Magnoni scriveva nel rapporto che: “….martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Dunque, Lucio Magnoni, il 1° settembre 1860 scriveva che il fratello MICHELE MAGNONI e TEODOSIO DE DOMINICIS partivano da Vallo della Lucania partivano per Ascea. Ad Ascea essi “messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, etc…”. Dunque Magnoni scriveva che, ad Ascea armate le masse insurrezionali e le Guardie Nazionali essi muovevano verso Pisciotta e da Pisciotta – forse unitisi al PAGANO andarono ad occupare i paesi di Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa, dove pernottò. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 68, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che Lucio Magnoni: “E nel frattempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo: AI SIGNORI, Presidente e Componenti il Comitato Nazionale in Napoli. Signori….la conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..Rutino il primo settembre 1860. Lucio Magnoni.”. Matteo Mazziotti (….), ed il suo “La reazione borbonica nel Regno di Napoli (Episodi dal 1849 al 1860)”, editrice Dante Alighieri, Albrighi – Segati e C., 1912, Mazziotti, a pp. 157-158, in proposito scriveva pure che: “Il Mercadante fu escarcerato il 15 aprile 1858: Cristofaro Falcone scontò anche egli la relegazione a Ventotene, ove morì il 1854 di colera come narrerò in seguito.”. Pietro Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, etc…”. Riguardo l’opera rivoluzionaria di Teodosio De Dominicis, hanno scritto diversi autori e storici. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc…“. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle.”. Fusco, a p. 148, in proposito scriveva pure che: “Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84)“. Dunque, Fusco scriveva che la truppa al comando del De Dominicis era composta da circa 1500 volontari cilentani, a cui si aggiunsero, a breve distanza le truppe comandate da Salvatore Magnoni che mossero da Caselle in Pittari per andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Etc..”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: “che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunquee uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del disstretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”.
I FATTI DI PALINURO
Nel 30 agosto 1860, un battaglione della colonna del DE DOMINICIS al comando di PIETRO GIORDANO andò a Palinuro
Forse GENNARO PAGANO partecipò ad un altro episodio accaduto in quei giorni a Palinuro. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, anche sulla scorta del Policicchio, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto, furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto , infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo. Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano , di Ceraso ; tolse quell ‘ avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore Pietro Giordano ed agli ordini di Teodosio De Dominicis decisero di recarsi e dove essi commemorarono i martiri dei moti del ’28, i fratelli Capozzoli che furono trucidati a Palinuro il 29 giugno 1829. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano, di Ceraso; etc…“. Dunque, secondo il Pizzolorusso, PIETRO GIORDANO comandava un battaglione della Guardia Nazionale (rivoltosi cilentani) che si erano aggregati ai circa 3000 insorti cilentani che erano agli ordini di TEODOSIO DE DOMINICIS. Secondo il Pizzolorusso, il De Dominicis era il “nipote del giustiziato del 1828”. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191, in proposito scriveva che: “E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò che quanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”.
Nel 30 (?) agosto 1860, STEFANO PASSARO di Novi Velia
Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191, in proposito scriveva che: “E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò che quanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”. Dunque, riguardo STEFANO PASSERO, il Nisco, a p. 194, in proposito scriveva che: “….si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”, ovvero il Procuratore Scura ordinò l’accusa e la condanna di CRISTOFARO FALCONE di Policastro, del figlio e di altri: STEFANO PASSERO e Ulisse de Dominicis (….) per essersi dato “convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”. Dunque, Stefano PASSERO di Vallo (o di Novi) era stato implicato nei moti del ’48 tanto da partecipare anche alla vendetta per l’uccisione – da parte dei Pelusiani di Sapri – di Costabile Carducci. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Etc…”. Dunque, Giacomo Racioppi scriveva che Stefano Passaro o Passero, lo stesso giorno che Lucio Magnoni – il 27 agosto – sollevò il popolo di Rutino, il Passero “…fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina”. Dunque, il Passero organizzò molti volontari cilentani che provenivano da alcuni casali cilentani vicini a Novi Velia suo paese natio. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara.”. Nel 1860 organizzò una colonna di insorti cilentani che parteciparono alla rivoluzione garibaldina. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione degli accordi presi con il Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini, tra cui Cristofaro Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Cannalonga, di Castelnuovo, di Moio, di Stio e di Sacco. Il sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli di Nocera, non volle aderire al movimento ma rassegnò i suoi poteri. Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Sempre il Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva: “V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto e a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al di sotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottointendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III….Il Comitato dell’Ordine….il Comitato provinciale metteva a disposizione le somme necessarie per l’iniziativa e prosiego (1). Prometteva inoltro il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il sig. Stefano Passero e per l’indirizzo militare il colonnello Materazzo (2)….”. Mazziotti, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti scriveva che “Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto….(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Alfieri d’Evandro scriveva che MICHELE MAGNONI, il 2 agosto 1860 a Messina ricevette direttamente da Garibaldi l’incarico di scendere nel Cilento e promuovere l’insurrezione armata contro i Borboni. Arrivato nel Cilento, MICHELE MAGNONI ottenne dal Comitato Unitario d’Azione la nomina dei due suoi fratelli, LUCIO e SALVATORE, che si misero subito a lavoro. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III. Nella provincia di Salerno le file erano ben formate….Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (4) postillava: “(4) Lacava – Opera già citata, pag. 510”. Mazziotti proseguendo il suo racconto a p. 125 scriveva: “Il Matina mosse da Napoli per Salerno il 23 agosto stesso, accompagnato da Luigi Fabrizi, scelto, disse egli stesso in una Relazione al Ministro della Guerra “dai capi che preparavano l’insurrezione nella provincia di Salerno”(5).”. Il Mazziotti si riferisce ad un manoscritto di De Meo, forse Ettore Di Meo (?). Mazziotti, a p. 125, nella nota (5) postillava: “(5) Pubblicata dall’Alfieri di Evandro, opuscolo citato pag. 77.”. Mazziotti scriveva che Lucio Magnoni fu nominato dal Comitato d’Azione la nomina a Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, per il Distretto di Vallo e, per il fratello Salvatore la nomina a comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo. Mazziotti scriveva pure che: “Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Dunque, Mazziotti mette in evidenza i dissidi fra i due Comitati Napoletani. Per il Distretto di Vallo della Lucania il Comitato dell’Ordine aveva nominato Stefano Passero, mentre il Comitato d’Azione aveva nominato Lucio Magnoni. Mazziotti però aggiunge che nonostante i dissidi fra i due Comitati, “il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72-73, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: “A 23 Agosto 1860 il Comitato dell’Ordine, comunicava a Comitato provinciale di Salerno, il seguente Ordine. “Il Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nella qualità di “promotore etc…” In forza e per effetto di questo mandato il Signor Stefano Passero riuniva in casa tutti i notabili di Vallo e manifestava ad essi l’ordine soprascritto e i diversi proclami ricevuti dal comitato medesimo, annunziava aver dal Comitato Provinciale ricevuto D. 500 per iniziare il movimento insurrezionale, dietro di che si passava alla creazione di tre Commissioni, come rilevasi dal seguente 1° Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale, pubblicato al 30 agosto 1860 dal Comitato Centrale dell’ordine. “Noi Stefano Passero etc…Il Comandante in capo della insurrezione dell’Alto Cilento Stefano Passero.”. Dalla prima commissione furono raccolte armi, che vennero distribuite ai volontarii che seguivano il Comandante Passero…..Il 28 Agosto 1860 affluivano sulla piazza di Vallo le guardie nazionali de’ Comuni di Novi, Cannalonga, etc..Molti volontari di essi comuni ingrossavano le file degl’insorti del Distretto; il municipio provvedendo a quanto occorreva alla insorta colonna che fu largamente pagata dal Comandante Passero. Altrettanto avveniva in Stio, in Laurino, in Piaggine, e in Sano. Arrivata la colonna del sig. Passero nel Vallo di Diano, forte di circa mille uomini, colà trovava l’insurrezione avvanzata, etc…”. Dunque, il D’Evandro scriveva che Stefano PASSARO aveva creato tre commissioni. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito aggiungeva che: “All’adunanza, invece, in casa Rinaldi intervennero tra gli altri Francesco Alario di Moio della Civitella, il barone Bottiglieri, Lorenzo Curzio di Sant’Angelo a Fasanella, Teodosio De Dominicis di Ascea, Lucio Magnoni, Stefano Passero ed un tal Pagano di Pisciotta, nomi noti all’intera provincia, che da tempo avevano educata la loro terra a sentimenti ed a liete speranze (15).”. De Crescenzo, a p. 81, nella nota (15) postillava: “(15) Preponderava in Provincia, come è facile comprendere, un elemento liberale capitanato da famiglie ricche nobili ed influenti.”. Dunque, il giorno ……………….1860 vi fu una riunione in casa Rinaldi a ……..dove partecipò anche “Stefano Passero”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 87-88, in proposito scriveva che: “VIII. Anche a Vallo si organizzavano senza indugio le squadre, per opera di Raffaele Passarelli (24), di Alessandro Pinto, di Cesare Valiante e di Giovanni Tipoldi, ufficiale della sanità militare. Ma colui che sopratutto non era rimasto inerte fu Stefano passero. Costui, nello stesso giorno in cui Ascea insorgeva, rapido come la folgore, in virtù dei poteri conferitegli dal Comitato centrale, ruinì molte guardie nazionali di quale centro e dei comuni vicini, quali Novi Cannalonga Castelnuovo Moio Stio e Sacco, organizzò una prima commissione per raccogliere armi e munizioni d’ogni specie, una seconda per raccogliere offerte ed una terza destinata a provvedere alla pubblica sicurezza.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, a pp. 88, in proposito scriveva che: “Salutare effetto produssero queste parole, giacchè tutta la gente adunata sentì come un nuovo impulso e, con armi con capi con insegne e bandiere, si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara. Di fronte a talle movimento il sottintendente di Vallo, tale Giuseppe Giannelli nocerese, protestò e credette opportuno dare le dimissioni. Un bollettino del tempo riferisce: “Non è stata che una passeggiata militare tra unanime acclamazioni. Le donne ed i fanciulli seguivano il corteo gridando: Viva Vittorio Emmanuele” Viva Garibaldi! La musica militare suonava a festa; etc…”.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”. D’Evandro, a p. 7-8 pubblicò il doc. n. 9 bis. Si tratta della Relazione/Rapporto che Lucio Magnoni inviò al Comitato Napoletano. Il documento del Magnoni è datato “Rutino, primo settembre 1860”. Lucio Magnoni scriveva al Comitato delle colonne comandate e condotte da Vallo della Lucania dai suoi fratelli Salvatore e di Michele. Poi aggiunge che: “La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa.”. Dunque, il Magnoni scrivendo al Comitato napoletano il 1° settembre 1860 da Rutino, e riferendosi al giorno 31 agosto 1860, in proposito scriveva che Stefano Passaro di Vallo e Cristofaro Ferrara si “muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali”. Magnoni scriveva pure che la colonna di Stefano PASSARO, “…battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano.”. Sulla Relazione/Rapporto del Magnoni inviata al Comitato Napoletano, Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68).“. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’Appendice, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Il d’Evandro, a pp. 68-69, in proposito scriveva pure: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, ….La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “…furono attivissimi etc…In quella Stefano Passero aveva proclamata l’insurrezione in Vallo, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano….“. L’Alfieri D’Evandro, riferendosi a Teodosio de Dominicis scrive chiaramente che “…L’amico nostro, ….avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.“. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis.”. Detto questo, il D’Evandro aggiunge sulla Relazione – mancante – del De Dominicis che: “L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: “che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V….Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano etc…”. Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, etc…”. Dunque, secondo il Macchiaroli, già nel luglio 1860, le schiere garibaldine operavano nel Vallo di Diano ma, egli si riferiva alle colonne di insorti cilentani. Macchiaroli scrive sulla scorta di Felice Venosta (…) e del suo “Carlo Pisacane”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Durante la campagna di Sicilia, l’instancabile Giovanni Matina, per incarico del ‘Comitato napoletano dell’Ordine’ si era recato a Palermo per ricevere ordini e istruzioni da Garibaldi. Tornato a Napoli, nella mattinata del 10 agosto il Comitato gli dava “autorità di promuovere l’insurrezione” a Sala e Campagna, assicurandogli il concorso di altri liberali della provincia, quali Stefano Passero nella Valle di Novi che teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori. Il Matina, però, nel dissenso “tra le due Braccia del Comitato, Ordine e Azione”, preferì seguire l’azione dell’Unitario, che il 23 lo nominò Alto Commissario politico non solo di Sala e Campagna, ma anche di Salerno. Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Ebner, a p. 265, in proposito scriveva pure che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Moio, Stio e Sacco.”. Ebner, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) Il 23 agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno che il “Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” facendogli tenere 500 ducati. Va ricordato che nel distretto di Vallo erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce. A sèguito del mandato ricevuto il Passero pubblicava (v. “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale”, 30 agosto 1860, in D’Evandro, Docum. n. 5) l’ordine seguente: “Noi Stefano Passero // in virtù dei poteri conferitimi dal Comitato Centrale dell’Ordine e dell’Unità Nazionale, di accordo co’ cittadini di Vallo dichiariamo iniziata l’insurrezione…..// Il Comandante in capo della insurrezione dell’alto Cilento // Stefano Passero.”.”. Dunque secondo la relazione di Stefano Passero, pubblicata dall’Alfieri D’Evandro, il 30 agosto 1860, Stefano Passero, a Vallo (?) proclamò l’inizio dell’insurrezione armata. Ebner scrive che Passero pubblicò la sua Relazione e l’Ordine impartito sul “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale” che, a sua volta, fu ripubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 73, nell’“Appendice”, Documento n. 5. Il documento citato fi pubblicato sul “Bullettino” dal Comitato Centrale dell’Ordine. Altre notizie interessanti su quei movimenti insurrezionali provengono dai documenti pubblicati dall’Alfieri D’Evandro. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 78, in proposito scriveva che: “…come quello costituito nel Vallo di Novi per merito di Stefano Passero, uomo poco oltre i quarant’anni, deciso ed energico, già condannato alla decapitazione dal re Ferdinando per le sue ideee liberali e costretto perciò a latitare, per cinque anni, da un paese all’altro.”. Sempre il De Crescenzo, a pp. 79-80, in proposito aggiungeva pure che: “D’altra parte, il secondo comitato (Comitato dell’ordine) aveva pensato di affidare al Passero il compito di provocare la sommossa a Vallo. Ma sia il Magnoni che il Passero seppero tanto abilmente comportarsi che, pur dando il loro energico e fattivo contributo, scongiurarono ogni malumore tra i Comitati.”. Ancora, il De Crescenzo, a p. 81, in proposito aggiungeva che: “All’adunanza, invece, in casa Rinaldi intervennero tra gli altri Francesco Alario di Moio della Civitella, il barone Bottiglieri, Lorenzo Curzio di Sant’Angelo a Fasanella, Teodosio De Dominicis di Ascea, Lucio Magnoni, Stefano Passero ed un tal Pagano di Pisciotta, nomi noti all’intera provincia, che da tempo avevano educata la loro terra a sentimenti ed a liete speranze (15).”. De Crescenzo, a p. 81, nella nota (15) postillava: “(15) Preponderava in Provincia, come è facile comprendere, un elemento liberale capitanato da famiglie ricche nobili ed influenti.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 87-88, in proposito scriveva che: “VIII. Anche a Vallo si organizzavano senza indugio le squadre, per opera di Raffaele Passarelli (24), di Alessandro Pinto, di Cesare Valiante e di Giovanni Tipoldi, ufficiale della sanità militare. Ma colui che sopratutto non era rimasto inerte fu Stefano passero. Costui, nello stesso giorno in cui Ascea insorgeva, rapido come la folgore, in virtù dei poteri conferitegli dal Comitato centrale, ruinì molte guardie nazionali di quale centro e dei comuni vicini, quali Novi Cannalonga Castelnuovo Moio Stio e Sacco, organizzò una prima commissione per raccogliere armi e munizioni d’ogni specie, una seconda per raccogliere offerte ed una terza destinata a provvedere alla pubblica sicurezza.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88, riferendosi al discorso di Lucio Magnoni, nell’adunata a Vallo della Lucania, in proposito scriveva che: “VIII. Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di Viva il re Vittorio Emmanuele ! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioi Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò verso Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che a Vallo della Lucania, dopo il discorso di Lucio Magnoni si formarono due colonne di insorti cilentani. Una colonna vi era a capo Stefano Passaro, e l’altra vi era il Ferrara. La colonna del Passero, secondo il De Crescenzo “…si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioi Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; etc..”. Forse alla colonna di Stefano Passaro si unirono alcuni volontari cilentani. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “….i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Devo ulteriormente indagare queste figure di volontari cilentani. Si tratta di BASILIO IANNICELLI da Ceraso, Socrate FALCONE di Policastro etc… Forse questa colonna, arrivata a Palinuro partecipò ad un’operazione simbolica ma importante per ravvivare e vendicare gli animi feriti. Di questo episodio ho parlato a proposito della colonna di Pietro GIORDANO. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “…………………………..”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”.
Nel 30 agosto 1860, la colonna di insorti cilentani comandata da STEFANO PASSERO
Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a p. 268, in proposito scriveva che: “Ecco d’altronde le notizie della guerra , tirate dagli ultimi bollettini (numero 17 a 21 ) del comitato dell’ ordine. Il 30 agosto Stefano Passaro, in virtù de ‘ poteri che gli sono stati conferiti dal comitato centrale, ha dichiarato l’ insurrezione cominciata nella Lucania occidentale. Ha organizzato una commissione per raccogliere armi e munizioni d’ogni specie , una commissione per riunire offerte volontarie, ed una commissione destinata a provvedere alla sicurezza pubblica.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Durante la campagna di Sicilia, l’instancabile Giovanni Matina, per incarico del ‘Comitato napoletano dell’Ordine’ si era recato a Palermo per ricevere ordini e istruzioni da Garibaldi. Tornato a Napoli, nella mattinata del 10 agosto il Comitato gli dava “autorità di promuovere l’insurrezione” a Sala e Campagna, assicurandogli il concorso di altri liberali della provincia, quali Stefano Passero nella Valle di Novi che teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori. Il Matina, però, nel dissenso “tra le due Braccia del Comitato, Ordine e Azione”, preferì seguire l’azione dell’Unitario, che il 23 lo nominò Alto Commissario politico non solo di Sala e Campagna, ma anche di Salerno. Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Ebner, a p. 265, in proposito scriveva pure che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Moio, Stio e Sacco.”. Ebner, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) Il 23 agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno che il “Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” facendogli tenere 500 ducati. Va ricordato che nel distretto di Vallo erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce. A sèguito del mandato ricevuto il Passero pubblicava (v. “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale”, 30 agosto 1860, in D’Evandro, Docum. n. 5) l’ordine seguente: “Noi Stefano Passero // in virtù dei poteri conferitimi dal Comitato Centrale dell’Ordine e dell’Unità Nazionale, di accordo co’ cittadini di Vallo dichiariamo iniziata l’insurrezione…..// Il Comandante in capo della insurrezione dell’alto Cilento // Stefano Passero.”.”. Dunque secondo la relazione di Stefano Passero, pubblicata dall’Alfieri D’Evandro, il 30 agosto 1860, Stefano Passero, a Vallo (?) proclamò l’inizio dell’insurrezione armata. Ebner scrive che Passero pubblicò la sua Relazione e l’Ordine impartito sul “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale” che, a sua volta, fu ripubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 73, nell’“Appendice”, Documento n. 5. Il documento citato fu pubblicato sul “Bullettino etc…” dal Comitato Centrale dell’Ordine. Tuttavia, sebbene molte relazioni furono pubblicate dall’Alfieri D’Evandro, è doveroso aggiungere ciò che scriveva Pietro Ebner, a p. 266, dove, riferendosi al rapporto che il 30 agosto 1860 il Sottointendente inviò a Salerno, scriveva che: “Nel rapporto, tuttavia, non è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne da Rutino e Vallo convergenti verso Valle del Tanagro e della marcia di Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna Giordano partita da Ceraso. Evidentemente il liberale sottointendente Giannelli comunicò solo quanto non poteva fare a meno di dire, cioè quel che aveva visto di persona. Etc…”. Altre notizie interessanti su quei movimenti insurrezionali provengono dai documenti pubblicati dall’Alfieri D’Evandro. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) Il 23 agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno che il “Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” facendogli tenere 500 ducati. Va ricordato che nel distretto di Vallo erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce.”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che, nel Distretto di Vallo, il “Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” (il cui promotore e Direttore accreditato dal Comitato Centrale dell’Ordine, era Stefano Paasero), gli fece tenere 500 ducati ed “erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce.”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72-73, nell’“Appendice”, in proposito aveva scritto: “A 23 Agosto 1860 il Comitato dell’Ordine, comunicava a Comitato provinciale di Salerno, il seguente Ordine. “Il Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nella qualità di “promotore etc…”.”. Il D’Evandro, continuando il suo racconto scriveva pure che: “In forza e per effetto di questo mandato il Signor Stefano Passero riuniva in casa tutti i notabili di Vallo e manifestava ad essi l’ordine soprascritto e i diversi proclami ricevuti dal comitato medesimo, annunziava aver dal Comitato Provinciale ricevuto D. 500 per iniziare il movimento insurrezionale, dietro di che si passava alla creazione di tre Commissioni, come rilevasi dal seguente 1° Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale, pubblicato al 30 agosto 1860 dal Comitato Centrale dell’ordine. “Noi Stefano Passero etc…Il Comandante in capo della insurrezione dell’Alto Cilento Stefano Passero.”.”. Dunque, tra il 23 ed il 28 agosto 1860, Stefano Passero istituì tre Commissioni. Il D’Evandro scriveva che: “Dalla prima commissione furono raccolte armi, che vennero distribuite ai volontarii che seguivano il Comandante Passero…..”. D’Evandro continuando la sua relazione scriveva: “Il 28 Agosto 1860 affluivano sulla piazza di Vallo le guardie nazionali de’ Comuni di Novi, Cannalonga, etc…”, e poi aggiungeva: “Molti volontari di essi comuni ingrossavano le file degl’insorti del Distretto; il municipio provvedendo a quanto occorreva alla insorta colonna che fu largamente pagata dal Comandante Passero. Altrettanto avveniva in Stio, in Laurino, in Piaggine, e in Sano. Etc…”. Dunque, D’Evandro scriveva che nel Distretto di Vallo della Lucania, il Municipio di Vallo della Lucania provvedè a quanto occorresse alla colonna di Stefaro Passero, ed aggiunge che le spese vive per l’occorrente “fu largamente pagata dal Comandante Passero”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72-73, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: “Arrivata la colonna del sig. Passero nel Vallo di Diano, forte di circa mille uomini, colà trovava l’insurrezione avvanzata, etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, dalla relazione-rapporto di Lucio Magnoni, in proposito scriveva che: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Infatti, sulla scorta di tali documenti, nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; etc…(1)”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva: “V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto e a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al di sotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottointendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 87 e ssg., in proposito scriveva che: “VIII. Anche a Vallo si organizzarono senza indugio le squadre, per opera di Raffaele Passarelli (24), di Alessandro Pinto, di Cesare Valiante e di Giovanni Tipoldi, ufficiale della sanità militare. Ma colui che soprattutto non era rimasto inerte fu Stefano Passero. Costui, nello stesso giorno in cui Ascea insorgeva, rapido come la folgore, in virtù dei poteri conferitigli dal Comitato centrale, riunì molte guardie nazionali di quel centro e dei comuni vicini, quali Novi Cannalonga Castelnuovo Moio Stio e Sacco, organizzò una prima commissione per raccogliere le armi e munizioni d’ogni specie, una seconda per raccogliere offerte ed una terza destinata a provvedere alla pubblica sicurezza.”. De Crescenzo, a p. 88, in proposito scriveva pure: “….tutta la gente si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara. Di fronte a tale movimento il sottointendente di Vallo, tale Giuseppe Giannelli nocerese, protestò e credette opportuno dare le dimissioni. Un bollettino del tempo riferisce: “Non è stata che una passeggiata militare tra unanime acclamazioni etc…”. Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare, fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane. Etc…“. Dunque, come scrive il De Crescenzo, si formarono due colonne: una al comando di Stefano Passero e l’altra al comando di Cristororo Ferrara. Le due colonne a questo punto presero due strade diverse. La colonna di Stefano Passero, si diresse “….al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala.”. Dunque, la colonna d’insorti, circa mille uomini, comandati da Stefano Passero si diresse per la via di Policastro verso i paesi di Gioia, Laurino, Piaggine, Sacco e Diano. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.“. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V….Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano etc…”. Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, etc…”. Dunque, secondo il Macchiaroli, già nel luglio 1860, le schiere garibaldine operavano nel Vallo di Diano ma, egli si riferiva alle colonne di insorti cilentani. Macchiaroli scrive sulla scorta di Felice Venosta (…) e del suo “Carlo Pisacane”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 158, in proposito scriveva che: “La notizia infatti dello sbarco di Garibaldi a Marsala e le successive vittorie in Sicilia, alle quali contribuirono anche cinque cilentani tra i mille, nonchè l’opera dei fratelli Magnoni a capo del Comitato del Cilento e il medico Passaro di Vallo, che organizzava diversi gruppi da reclutare nelle file garibaldine, avevano destato un vivo entusiasmo dando nuovo vigore alle forze rivoluzionarie di tutta la provincia che ormai, ritenevano i tempi maturi per passare dalle strategie alle azioni.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Etc…”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto , furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto , infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo. Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano , di Ceraso ; tolse quell ‘ avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore Pietro Giordano ed agli ordini di Teodosio De Dominicis decisero di recarsi e dove essi commemorarono i martiri dei moti del ’28, i fratelli Capozzoli che furono trucidati a Palinuro il 29 giugno 1829.
Nel 30 agosto 1860, a Sala, proveniente da Sanza dove si era fortificata, arrivò la colonna di insorti cilentani di Stefano PASSERO o PASSARO
Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72-73, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: “Arrivata la colonna del sig. Passero nel Vallo di Diano, forte di circa mille uomini, colà trovava l’insurrezione avvanzata, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 88-89 e ssg., in proposito scriveva che: “VIII. Questo nucleo di armati, superiore agli altri – circa tremila insorti – non attese il Fabrizi ed i volontari precedentemente giunti nel Vallo di Diano (26), perchè, incoraggiato dalle vittorie di Garibaldi, aveva stimato bene di entrare subito a Sala. Vi entrò difatti a mezzogiorno del 30 agosto, insieme ad una trentina di soldati di Garibaldi, comandati da Fabrizio da Nupone, gridando etc…”. Il De Crescenzo scriveva che la colonna del Passero arrivava a Sala. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (26) postillava: “(26) Il Vallo di Diano era stato scelto a luogo di convegno generale per la sua posizione geografica.”. Sempre il De Crescenzo, a p. 94, in proposito scriveva pure che: “XI. Mentre le colonn insurrezionali di Vallo, l’anima delle quali era, come già dicemmo, il Passero, si muovevano pr convergere verso i paesi che già avevano preparate le loro forze, etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto , furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto , infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo. Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano , di Ceraso ; tolse quell ‘ avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore Pietro Giordano ed agli ordini di Teodosio De Dominicis decisero di recarsi e dove essi commemorarono i martiri dei moti del ’28, i fratelli Capozzoli che furono trucidati a Palinuro il 29 giugno 1829.
Nel 28 agosto 1860, la colonna di Cristofaro FERRARA di S. Biase (frazione di Ceraso)
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione degli accordi presi con il Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini, tra cui Cristofaro Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Cannalonga, di Castelnuovo, di Moio, di Stio e di Sacco. Il sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli di Nocera, non volle aderire al movimento ma rassegnò i suoi poteri. Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Sempre il Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva: “V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto e a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al di sotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottointendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III….Il Comitato dell’Ordine….il Comitato provinciale metteva a disposizione le somme necessarie per l’iniziativa e prosiego (1). Prometteva inoltro il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il sig. Stefano Passero e per l’indirizzo militare il colonnello Materazzo (2)….”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72-73, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: “A 23 Agosto 1860 il Comitato dell’Ordine, comunicava a Comitato provinciale di Salerno, il seguente Ordine. “Il Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nella qualità di “promotore etc…” In forza e per effetto di questo mandato il Signor Stefano Passero riuniva in casa tutti i notabili di Vallo e manifestava ad essi l’ordine soprascritto e i diversi proclami ricevuti dal comitato medesimo, annunziava aver dal Comitato Provinciale ricevuto D. 500 per iniziare il movimento insurrezionale, dietro di che si passava alla creazione di tre Commissioni, come rilevasi dal seguente 1° Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale, pubblicato al 30 agosto 1860 dal Comitato Centrale dell’ordine. “Noi Stefano Passero etc…Il Comandante in capo della insurrezione dell’Alto Cilento Stefano Passero.”. Dalla prima commissione furono raccolte armi, che vennero distribuite ai volontarii che seguivano il Comandante Passero…..Il 28 Agosto 1860 affluivano sulla piazza di Vallo le guardie nazionali de’ Comuni di Novi, Cannalonga, etc..Molti volontari di essi comuni ingrossavano le file degl’insorti del Distretto; il municipio provvedendo a quanto occorreva alla insorta colonna che fu largamente pagata dal Comandante Passero. Altrettanto avveniva in Stio, in Laurino, in Piaggine, e in Sano. Arrivata la colonna del sig. Passero nel Vallo di Diano, forte di circa mille uomini, colà trovava l’insurrezione avvanzata, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 87-88, in proposito scriveva che: “VIII. Anche a Vallo si organizzavano senza indugio le squadre, per opera di Raffaele Passarelli (24), di Alessandro Pinto, di Cesare Valiante e di Giovanni Tipoldi, ufficiale della sanità militare. Ma colui che sopratutto non era rimasto inerte fu Stefano Passero. Costui, nello stesso giorno in cui Ascea insorgeva, rapido come la folgore, in virtù dei poteri conferitegli dal Comitato centrale, ruinì molte guardie nazionali di quale centro e dei comuni vicini, quali Novi Cannalonga Castelnuovo Moio Stio e Sacco, organizzò una prima commissione per raccogliere armi e munizioni d’ogni specie, una seconda per raccogliere offerte ed una terza destinata a provvedere alla pubblica sicurezza.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, a pp. 88, in proposito scriveva che: “Salutare effetto produssero queste parole, giacchè tutta la gente adunata sentì come un nuovo impulso e, con armi con capi con insegne e bandiere, si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara. Di fronte a talle movimento il sottintendente di Vallo, tale Giuseppe Giannelli nocerese, protestò e credette opportuno dare le dimissioni. Un bollettino del tempo riferisce: “Non è stata che una passeggiata militare tra unanime acclamazioni. Le donne ed i fanciulli seguivano il corteo gridando: Viva Vittorio Emmanuele” Viva Garibaldi! La musica militare suonava a festa; etc…”.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”. D’Evandro, a p. 7-8 pubblicò il doc. n. 9 bis. Si tratta della Relazione/Rapporto che Lucio Magnoni inviò al Comitato Napoletano. Il documento del Magnoni è datato “Rutino, primo settembre 1860”. Lucio Magnoni scriveva al Comitato delle colonne comandate e condotte da Vallo della Lucania dai suoi fratelli Salvatore e di Michele. Poi aggiunge che: “La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa.”. Dunque, il Magnoni scrivendo al Comitato napoletano il 1° settembre 1860 da Rutino, e riferendosi al giorno 31 agosto 1860, in proposito scriveva che Stefano Passaro di Vallo e Cristofaro Ferrara si “muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali”. Magnoni scriveva pure che la colonna di Cristofaro FERRARA, “…l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore.“. Sulla Relazione/Rapporto del Magnoni inviata al Comitato Napoletano, Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Durante la campagna di Sicilia, l’instancabile Giovanni Matina, per incarico del ‘Comitato napoletano dell’Ordine’ si era recato a Palermo per ricevere ordini e istruzioni da Garibaldi. Tornato a Napoli, nella mattinata del 10 agosto il Comitato gli dava “autorità di promuovere l’insurrezione” a Sala e Campagna, assicurandogli il concorso di altri liberali della provincia, quali Stefano Passero nella Valle di Novi che teneva le file (91) di un’altra rete di cospiratori. Il Matina, però, nel dissenso “tra le due Braccia del Comitato, Ordine e Azione”, preferì seguire l’azione dell’Unitario, che il 23 lo nominò Alto Commissario politico non solo di Sala e Campagna, ma anche di Salerno. Stefano Passero rimase però sempre nel Comitato dell’Ordine, come vedremo.”. Ebner, a p. 265, in proposito scriveva pure che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Moio, Stio e Sacco.”. Ebner, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) Il 23 agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno che il “Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” facendogli tenere 500 ducati. Va ricordato che nel distretto di Vallo erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce. A sèguito del mandato ricevuto il Passero pubblicava (v. “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale”, 30 agosto 1860, in D’Evandro, Docum. n. 5) l’ordine seguente: “Noi Stefano Passero // in virtù dei poteri conferitimi dal Comitato Centrale dell’Ordine e dell’Unità Nazionale, di accordo co’ cittadini di Vallo dichiariamo iniziata l’insurrezione…..// Il Comandante in capo della insurrezione dell’alto Cilento // Stefano Passero.”.”. Dunque secondo la relazione di Stefano PASSARO, pubblicata dall’Alfieri D’Evandro, il 30 agosto 1860, Stefano Passero, a Vallo (?) proclamò l’inizio dell’insurrezione armata. Ebner scrive che Passero pubblicò la sua Relazione e l’Ordine impartito sul “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale” che, a sua volta, fu ripubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 73, nell’“Appendice”, Documento n. 5. Il documento citato fi pubblicato sul “Bullettino” dal Comitato Centrale dell’Ordine. Altre notizie interessanti su quei movimenti insurrezionali provengono dai documenti pubblicati dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’Appendice, in proposito scriveva che: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Il d’Evandro, a pp. 68-69, in proposito scriveva pure: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, ….La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Detto questo, il D’Evandro aggiunge sulla Relazione – mancante – del De Dominicis che: “L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….”. Sul testo suo, l’Alfieri d’Evandro non potè pubblicare il resoconto del de Dominicis, in quanto, egli scrive: “che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, etc…”. Dunque, pare che il resoconto delle operazioni svolte dal de Dominicis non si trovasse perchè, il d’Evandro scrive che il de Dominicis era infermo. Leopoldo Cassese (….), nel 1969, nel suo “La spedizione di Sapri”, a p. 73, nella nota (60) postillava che: “(60) V….Nel 1860 le schiere garibaldine, giunte nel Vallo di Diano etc…”. Stefano Macchiaroli nel 1868, nel suo “Diano e l’omonima sua valle”, Napoli, G. Rondinella, 1868, pp. 72-73 sg, in proposito scriveva che: “Finalmente nel luglio del detto anno del 1860 la colonna Cilentana, che plaudente operava con Giuseppe Garibaldi il nuovo ordine di cose, etc…”. Dunque, secondo il Macchiaroli, già nel luglio 1860, le schiere garibaldine operavano nel Vallo di Diano ma, egli si riferiva alle colonne di insorti cilentani. Macchiaroli scrive sulla scorta di Felice Venosta (…) e del suo “Carlo Pisacane”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 87-88, in proposito scriveva che: “VIII. Anche a Vallo si organizzavano senza indugio le squadre, per opera di Raffaele Passarelli (24), di Alessandro Pinto, di Cesare Valiante e di Giovanni Tipoldi, ufficiale della sanità militare. Ma colui che sopratutto non era rimasto inerte fu Stefano passero. Costui, nello stesso giorno in cui Ascea insorgeva, rapido come la folgore, in virtù dei poteri conferitegli dal Comitato centrale, ruinì molte guardie nazionali di quale centro e dei comuni vicini, quali Novi Cannalonga Castelnuovo Moio Stio e Sacco, organizzò una prima commissione per raccogliere armi e munizioni d’ogni specie, una seconda per raccogliere offerte ed una terza destinata a provvedere alla pubblica sicurezza.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88, riferendosi al discorso di Lucio Magnoni, nell’adunata a Vallo della Lucania, in proposito scriveva che: “VIII. Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di Viva il re Vittorio Emmanuele ! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioi Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò verso Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che a Vallo della Lucania, dopo il discorso di Lucio Magnoni si formarono due colonne di insorti cilentani. Una colonna vi era a capo Stefano Passaro, e l’altra vi era il Ferrara. La colonna del Passero, secondo il De Crescenzo “…si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioi Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; etc..”. Forse alla colonna di Stefano Passaro si unirono alcuni volontari cilentani. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “….i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Devo ulteriormente indagare queste figure di volontari cilentani. Si tratta di BASILIO IANNICELLI da Ceraso, Socrate FALCONE di Policastro etc… Forse questa colonna, arrivata a Palinuro partecipò ad un’operazione simbolica ma importante per ravvivare e vendicare gli animi feriti. Di questo episodio ho parlato a proposito della colonna di Pietro GIORDANO. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “…………………………..”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rivoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.“. Felice Fusco, postillava che nella colonna di insorti Cilentani di Cristofaro Ferrara vi era un amico personale di Giovanni Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905), figlio di Vincenzo Pacelli e amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Il Fusco cita il testo di Giovanni Di Capua (….) ed il suo “Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985. Dunque, Fusco, sulla scorta del Di Capua, scriveva che nella colonna del Ferrara vi erano Onofro Pacelli, figlio di Vincenzo Pacelli di Ricigliano e amico di Giovanni Passannante e di Giovanni Nicotera. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Garibaldi, ….Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”.
Nel 30 agosto 1860, la colonna di insorti cilentani di Cristofaro FERRARA di S. Biase
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Iviimprigionò Sabino Laveglia, il triste capourbano che aveva guidato la popolazione di Sanza contro Carlo Pisacane. Sembra che una mano di insorti avesse fucilato il Laveglia nello stesso locale della prigione. Dai Registri dello Stato Civile risulta morto il 7 settembre. Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Dunque, la colonna di Cristoforo Ferrara di S. Biase, riunitasi a Vallo in sieme ad altre colonne di insorti si divise e prese la strada che portava ai piccoli paesini di Cuccaro, Laurito, Rofrano e quindi a Sanza, dove essi si accamparono fortificandosi. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva pure che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Moio, Stio e Sacco.”. Ebner, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) A sèguito del mandato ricevuto il Passero pubblicava (v. “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale”, 30 agosto 1860, in D’Evandro, Docum. n. 5) l’ordine seguente: “Noi Stefano Passero // in virtù dei poteri conferitimi dal Comitato Centrale dell’Ordine e dell’Unità Nazionale, di accordo co’ cittadini di Vallo dichiariamo iniziata l’insurrezione…..// Il Comandante in capo della insurrezione dell’alto Cilento // Stefano Passero.”.”. Dunque, secondo la relazione di Stefano Passero, pubblicata dall’Alfieri D’Evandro, il 30 agosto 1860, Stefano Passero, a Vallo (?) proclamò l’inizio dell’insurrezione armata. Ebner scrive che Passero pubblicò la sua Relazione e l’Ordine impartito sul “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale” che, a sua volta, fu ripubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 73, nell’“Appendice”, Documento n. 5. Il documento citato fu pubblicato sul “Bullettino etc…” dal Comitato Centrale dell’Ordine. Tuttavia, sebbene molte relazioni furono pubblicate dall’Alfieri D’Evandro, è doveroso aggiungere ciò che scriveva Pietro Ebner, a p. 266, dove, riferendosi al rapporto che il 30 agosto 1860 il Sottointendente inviò a Salerno, scriveva che: “Nel rapporto, tuttavia, non è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne da Rutino e Vallo convergenti verso Valle del Tanagro e della marcia di Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna Giordano partita da Ceraso. Evidentemente il liberale sottointendente Giannelli comunicò solo quanto non poteva fare a meno di dire, cioè quel che aveva visto di persona. Etc…”. Altre notizie interessanti su quei movimenti insurrezionali provengono dai documenti pubblicati dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88 e ssg., in proposito scriveva che: “VIII…tutta la gente si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara. Di fronte a tale movimento il sottointendente di Vallo, tale Giuseppe Giannelli nocerese, protestò e credette opportuno dare le dimissioni. Un bollettino del tempo riferisce: “Non è stata che una passeggiata militare tra unanime acclamazioni etc…”. Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare, fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane. Etc…”. Dunque, come scrive il De Crescenzo, si formarono due colonne: una al comando di Stefano Passero e l’altra al comando di Cristororo Ferrara. Le due colonne a questo punto presero due strade diverse. La colonna del Ferrara si diresse a Sanza, dove si fortificò e si rese responsabile della vendetta sui responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “….mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.”. Felice Fusco, postillava che nella colonna di insorti Cilentani di Cristofaro Ferrara vi era un amico personale di Giovanni Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905), figlio di Vincenzo Pacelli e amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Il Fusco cita il testo di Giovanni Di Capua (….) ed il suo “Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985. Dunque, Fusco, sulla scorta del Di Capua, scriveva che nella colonna del Ferrara vi erano Onofro Pacelli, figlio di Vincenzo Pacelli di Ricigliano e amico di Giovanni Passannante e di Giovanni Nicotera. Un’altra notizia che riguarda la colonna di insorti cilentani comandata da Cristoforo Ferrara è quella del passaggio a Policastro dove fu incendiata la casa del Cav. Pecorelli, borbonico di fama. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Garibaldi, ….Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane.”. La notizia del passaggio di Cristoforo Ferrara da Policastro vi è una relazione del De Dominicis, inedita e non pubblicata nell’opuscolo di Alfieri D’Evandro, che riporta Anna Sole e conservato presso l’Archivio Privato della famiglia Magnoni. Anna Sole (….), ed il suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, in proposito scriveva che: “Gran riposo in Capitello, 4 settembre 1860. Ordine del giorno del Comando del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo” (Archivio privato Magnoni). Il Generale Comandante Teodosio de Dominiciis si rivolge ai soldati dicendo che quando è andato “a visitare l’illustre Eroe d’Italia in Vibonati” è stato il più bel giorno della sua vita ed elogiando “le qualità eroiche e generose dell’invitto Guerriero” che vanno al di là di quel che si dice di lui.”. Questo documento proviene dall’Archivio Magnoni. Dunque, secondo questo documento, in cui si scrive l’“Ordine del giorno del 1° Corpo d’insurrezione del distretto di Vallo”, datato 4 settembre 1860, da Capitello e conservato nell’Archivio privato Magnoni, il comandante del corpo, Teodosio De Dominiciis, si rivolge ai volontari cilentani della sua colonna e gli dice che quando lui è andato a visitare Garibaldi a Vibonati “…è stato il più bel giorno della sua vita”. Dunque, secondo questo documento il De Dominicis si era recato a Vibonati dove aveva incontrato Garibaldi. Inoltre, Sole, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini. Il Ferrara conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Sole, aggiunge che secondo il documento, nell’adunata a Capitello, vi era anche Cristoforo Ferrara che, “conclude incitando i soldati e inneggiando a “Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi”.”. Dunque, secondo questo documento conservato nell’APM, Anna Sole scriveva che Cristoforo Ferrara era presente all’adunata a Capitello di giorno 4 settembre 1860, insieme alla colonna del De Dominicis, il quale, sempre secondo questo documento era già stato a visitare Garibaldi a Vibonati. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860.
La colonna di insorti Cilentani con alla testa Cristofaro FERRARA di S. Biase
Le notizie storiche che ho accennato riguardano soprattutto la colonna di Cristofaro FERRARA di S. Biase, di cui accennerò. Il suo paese natio era S. Biase, una frazione di Ceraso – piccolo casale del Cilento. Nei primi giorni di settembre 1860, a Vallo della Lucania si formarono alcune colonne di insorti Cilentani che poi, si portarono su ordine di Lucio Magnoni (….), si portarono verso il Golfo di Policastro. Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – linee di una storia dalle origini alla seconda metà del Novecento”, 2002, a p, 286, in proposito scriveva: “Cristoforo Ferrara di S. Biase, frazione di Ceraso, apparteneva ad una nota famiglia di liberali cilentani. Già distintosi nei moti del ’48 quando aveva fatto parte del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante e Teodosio De Dominicis (319), ne l’65 fu eletto deputato nel Collegio di Vallo a spese del moderato Pasquale Atenolfi.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, riferendosi all’adunata di Vallo della Lucania in proposito scriveva che: “Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza….(1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Dunque, la colonna di Cristoforo Ferrara di S. Biase, riunitasi a Vallo in sieme ad altre colonne di insorti si divise e prese la strada che portava ai piccoli paesini di Cuccaro, Laurito, Rofrano e quindi a Sanza, dove essi si accamparono fortificandosi. A Vallo si formarono due colonne, una era quella capeggiata da Stefano PASSERO, e l’altra era capeggiata da CRISTOFARO FERRARA, di S. Biase. Sempre il Mazziotti, scriveva in proposito che: “Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Sempre il Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva: “V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto e a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al di sotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottointendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva pure che: “In esecuzione degli accordi intervenuti con il Comitato napoletano dell’Ordine, dal quale aveva avuto pieni poteri per la sua rete (94), Stefano Passero, d’intesa con Cristoforo Ferrara di S. Biase e altri notabili di Vallo, promosse un’adunanza delle guardie nazionali di Novi, Cannalonga, Moio, Stio e Sacco.”. Ebner, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) A sèguito del mandato ricevuto il Passero pubblicava (v. “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale”, 30 agosto 1860, in D’Evandro, Docum. n. 5) l’ordine seguente: “Noi Stefano Passero // in virtù dei poteri conferitimi dal Comitato Centrale dell’Ordine e dell’Unità Nazionale, di accordo co’ cittadini di Vallo dichiariamo iniziata l’insurrezione…..// Il Comandante in capo della insurrezione dell’alto Cilento // Stefano Passero.”.”. Dunque, secondo la relazione di Stefano Passero, pubblicata dall’Alfieri D’Evandro, il 30 agosto 1860, Stefano Passero, a Vallo (?) proclamò l’inizio dell’insurrezione armata. Ebner scrive che Passero pubblicò la sua Relazione e l’Ordine impartito sul “Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale” che, a sua volta, fu ripubblicato da Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 73, nell’“Appendice”, Documento n. 5. Il documento citato fu pubblicato sul “Bullettino etc…” dal Comitato Centrale dell’Ordine. Tuttavia, sebbene molte relazioni furono pubblicate dall’Alfieri D’Evandro, è doveroso aggiungere ciò che scriveva Pietro Ebner, a p. 266, dove, riferendosi al rapporto che il 30 agosto 1860 il Sottointendente inviò a Salerno, scriveva che: “Nel rapporto, tuttavia, non è cenno dei raduni, in corso nell’interno, in attesa delle colonne da Rutino e Vallo convergenti verso Valle del Tanagro e della marcia di Rutino verso Sapri. Ed è strano, tanto più che molti giovani di Vallo già si erano uniti alla colonna Giordano partita da Ceraso. Evidentemente il liberale sottointendente Giannelli comunicò solo quanto non poteva fare a meno di dire, cioè quel che aveva visto di persona. Etc…”. Altre notizie interessanti su quei movimenti insurrezionali provengono dai documenti pubblicati dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, in proposito scriveva che: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88 e ssg., in proposito scriveva che: “VIII…tutta la gente si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara. Di fronte a tale movimento il sottointendente di Vallo, tale Giuseppe Giannelli nocerese, protestò e credette opportuno dare le dimissioni. Un bollettino del tempo riferisce: “Non è stata che una passeggiata militare tra unanime acclamazioni etc…”. Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare, fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane. Etc…”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Dunque, come scrive il De Crescenzo, si formarono due colonne: una al comando di Stefano Passero e l’altra al comando di Cristororo Ferrara. Le due colonne a questo punto presero due strade diverse. La colonna del Ferrara si diresse a Sanza, dove si fortificò e si rese responsabile della vendetta sui responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 85, riferendosi all’adunata tenutasi a Vallo della Lucania il 30 agosto 1860, in proposito scriveva pure: “Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il De Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: Soldati, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88, riferendosi all’adunata tenutasi a Vallo della Lucania il 30 agosto 1860, in proposito scriveva pure: “Salutare effetto produssero queste parole, giacché tutta la gente adunata sentì come un impulso e, con armi con capi con insegne e bandiere, si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara…..Uscendo da Vallo la colonna contava più di mille uomini….Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di ‘Viva il re Vittorio Emmanuele ! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioia Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò per Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare, fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane. Etc…“. Dunque, come scrive il De Crescenzo, si formarono due colonne: una al comando di Stefano Passero e l’altra al comando di Cristororo Ferrara. Le due colonne a questo punto presero due strade diverse. La colonna del Ferrara si diresse a Sanza, dove si fortificò e si rese responsabile della vendetta sui responsabili dell’eccidio dei Trecento di Carlo Pisacane. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 76, nel “Sommario”, in proposito scriveva pure: “VIII. La rivoluzione a Vallo: Stefano Passero a Cristofaro Ferrara principali organizzatori delle colonne dei volontari. Etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Su Cristofaro Ferrara ha scritto anche Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85). Ferrara, già combattente dei moti del ’48 e membro del governo provvisorio vallese insieme con Ottavio Valiante, Teodosio De Dominicis e Raffaele Passarelli (86), intese vendicare l’uccisione di Pisacane e dei suoi rivoltosi (87).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) Cfr. Il Lampo del 3 settembre; F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., cit., p. 279. Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.“. Felice Fusco, postillava che nella colonna di insorti Cilentani di Cristofaro FERRARA vi era un amico personale di Giovanni Nicotera, il riciglianese Onofrio PACELLI (1831-1905), figlio di Vincenzo Pacelli e amico pure di Giovanni PASSANNANTE che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Il Fusco cita il testo di Giovanni Di Capua (….) ed il suo “Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985. Dunque, Fusco, sulla scorta del Di Capua, scriveva che nella colonna del Ferrara vi erano Onofro Pacelli, figlio di Vincenzo Pacelli, di Ricigliano e amico di Giovanni Passannante e di Giovanni Nicotera. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 355, nella nota (87) postillava: “(87) M. Mazziotti, L’insurrezione salernitana del 1860, in “Archivio Storico della Provincia di Salerno”, I (1921), p. 128: “Vennero formate due colonne: una prima comandata da Stefano Passero etc..; la seconda guidata da Cristoforo Ferrara di S. Biase muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Etc…”. Sulla colonna del FERRARA di S. Biase, Gennaro De Crescenzo (….), nel suo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Salerno, Linotip. S. Jannone, 1960, a pp. 116-117, parlando di Casalbuono, in proposito scriveva che: “E decretò inoltre lo scioglimento della banda d’insorti comandata dal De Dominicis, che s’era mossa dal Cilento ed era arrivata a Sanza.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 234, in proposito scriveva che: “Partitosi, il 14 luglio assume il ministero dell’interno, e Garibaldi resosi padrone della Sicilia, passa il Faro il 20 agosto, e ordina a Rustow di congiungersi in Paola al Generale Turr, ed egli imbarcatosi per Sapri li raggiunse il giorno 3 settembre ed ordina al primo d’ inoltrarsi con una brigata verso Vibonati e avanzarsi sulla via consolare. Rustow esegui perfettamente tali ordini, tagliò la via al generale Caldarelli, che secondo la convenzione di Cosenza si recava a Salerno, e l’ indusse a deporre le armi; ed entrò la sera trionfante in Sala Consilina, pervenendo la dimane ad Eboli, ove fu raggiunto da Garibaldi, che con molta esultanza fu accolto dal…..”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.“. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”.
ONOFRIO PACELLI, riciglianese, nella colonna di insorti Cilentani con alla testa Cristofaro FERRARA di S. Biase
Le notizie storiche che ho accennato riguardano soprattutto la colonna di Cristofaro FERRARA di S. Biase, di cui accennerò. Il suo paese natio era S. Biase, una frazione di Ceraso – piccolo casale del Cilento. Nei primi giorni di settembre 1860, a Vallo della Lucania si formarono alcune colonne di insorti Cilentani che poi, si portarono su ordine di Lucio Magnoni (….), si portarono verso il Golfo di Policastro. Pare che nella colonna di insorti Cilentani vi fosse un amico personale di Nicotera, il riciglianese ONOFRIO PACELLI. Su Onofrio Pacelli ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 148 spiegava che la colonna d’insorti Cilentani che si recarono a Sanza era: “…l’altra capitanata da Cristofaro Ferrara da San Biase (frazione di Ceraso) che, attraverso Cuccaro, Laurito e Rofrano, si accampò a Sanza (85).”. Fusco, a p. 355, nella nota (85) postillava: “(85) ….Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.“. Fusco scriveva che: “(85)…Nella colonna di Ferrara c’era un amico personale di Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905) di Vincenzo, amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Cfr. G. Di Capua, Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985, p. 35.“. Felice Fusco postillava che nella colonna di insorti Cilentani di Cristofaro Ferrara vi era un amico personale di Giovanni Nicotera, il riciglianese Onofrio Pacelli (1831-1905), figlio di Vincenzo Pacelli e amico pure di Giovanni Passannante che nel 1878 attentò alla vita di Umberto I. Il Fusco cita il testo di Giovanni Di Capua (….) ed il suo “Onofrio Pacelli. Contributo alla storia del Risorgimento italiano”, Salerno, Cantelmi, 1985. Dunque, Fusco, sulla scorta del Di Capua, scriveva che nella colonna del Ferrara vi erano Onofro Pacelli, figlio di Vincenzo Pacelli, di Ricigliano e amico di Giovanni Passannante e di Giovanni Nicotera. Fusco cita il libro su Pacelli (…) di Giovanni Di Capua (….), e del suo “Contributo alla Storia del Risorgimento italiano”, ed. Cantelmi, Salerno, 1985, che posseggo. In questo testo Di Capua delinea la storia della vita dell’insigne patriota di Ricigliano. Giovanni Di Capua (….), nel suo “Onofrio Pacelli – Contributo alla storia del Risorgimento nel Salernitano”, a cura del Comune di Ricigliano, Ed. Cantelmi, Salerno, 1985, a p. 35, in proposito scriveva che: “A quella infelice spedizione prese parte, come comandante in seconda, anche Giovanni Nicotera (21) che, in seguito, divenne amico personale di Onofrio Pacelli. Nicotera, che durante il processo tenne un atteggiamento non sempre irreprensibile, fu eletto Deputato di Salerno sin dal 1861 e conservò il mandato sino alla morte. Oratore focoso, abile capo partito della Sinistra, presto vi emerse e, quando questa raggiunse il potere, divenne Ministro dell’Interno col Depretis (marzo 1876 – dic. 1877) e col Rudinì (febbr. 1891 – maggio 1892). Nel 1860, costituitisi i Comitati Rivoluzionari per preparare l’arrivo di Garibaldi nel territorio della Provincia di Salerno, Onofrio Pacelli ne fece parte e fu a Sanza, con Magnoni (22) di Rutino, per punire i trucidatori di Pisacane.”. Di Capua, a p. 35, nella nota (22) postillava: “(22) v. G. De Crescenzo, Dizionario salernitano etc.., cit., alla voce MAGNONI, pp. 246-247.”. E’ probabile che Pacelli partecipò all’adunata del 30 agosto 1860 di Vallo della Lucania dove Stefano Passero e Cristofaro Ferrara di S. Biase, in accordo con il Comitato Centrale dell’Ordine (Comitato insurrezionale napoletano). Dunque, secondo il Di Capua, che scriveva la notizia sulla scorta di Gennaro De Crescenzo, Onofrio Pacelli, insieme a Magnoni (forse Salvatore) di Rutino, si era recato a Sanza per punire i responsabili dell’uccisione di Pisacane e di Giovan Battista Falcone. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 88, riferendosi all’adunata tenutasi a Vallo della Lucania il 30 agosto 1860, in proposito scriveva pure: “Salutare effetto produssero queste parole, giacché tutta la gente adunata sentì come un impulso e, con armi con capi con insegne e bandiere, si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara.”. E’ probabile che Onofrio Pacelli si unì alla colonna di Cristofaro Ferrara. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”.
Nel 30 agosto 1860, Gennaro PAGANO di Pisciotta e gli insorti cilentani di Pisciotta e dei paesi vicini
Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito aggiungeva che: “All’adunanza, invece, in casa Rinaldi intervennero tra gli altri Francesco Alario di Moio della Civitella, il barone Bottiglieri, Lorenzo Curzio di Sant’Angelo a Fasanella, Teodosio De Dominicis di Ascea, Lucio Magnoni, Stefano Passero ed un tal Pagano di Pisciotta, nomi noti all’intera provincia, che da tempo avevano educata la loro terra a sentimenti ed a liete speranze (15).”. De Crescenzo, a p. 81, nella nota (15) postillava: “(15) Preponderava in Provincia, come è facile comprendere, un elemento liberale capitanato da famiglie ricche nobili ed influenti.”. Dunque, il giorno ……………….1860 vi fu una riunione in casa RINALDI a ……..dove partecipò anche “un tal Pagano di Pisciotta”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila (qui c’è un errore perchè dovevano essere tremila) uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra le grida entusiastiche della popolazione di ‘Viva Vittorio Emanuele re d’Italia! Viva il dittatore Garibaldi!. Etc…”. Dunque De Crescenzo scriveva che Michele Magnoni da Vallo della Lucania si diresse verso Sapri e passò ad Ascea. Scrive pure che con Michele vi erano circa 3000 insorti e vi era pure Teodosio De Dominicis che arrivò con i suoi a Pisciotta. Che cosa era accaduto ?. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”, a p. 67 pubblicava il seguente documento Relazione/Rapporto di SALVATORE MAGNONI (fratello di lucio e di Michele (….) riportava le credenziali del fratello SALVATORE MAGNONI rilasciate il 24 agosto 1860 dal “Comitato Unitario Nazionale” (Comitato napoletano) che lo nominava: “Comandante di un corpo d’insurrezione Salernitana nel Distretto di Vallo”. D’Evandro trascrive il Rapporto del Magnoni (Salvatore) e scriveva: “Recatoci sopra luogo, e preso concerti con tutt’i capi del movimento, il giorno 27 Agosto in Rutino si proclamava da noi l’insurrezione Nazionale, etc…”, poi aggiunge che: “…e congiundendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro.”. Dunque, il Salvatore Magnoni in questo documento scrive che congiuntosi con “DE DOMINICIS, PAGANO e GIORDANO”. Oltre a queste notizie Salvatore Magnoni aggiungeva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII. A Pisciotta, il patriota Gennaro Pagano usciva all’alba del 28 dal suo nascondiglio dove s’era rifugiato in attesa di eventi e, inalberando una bandiera tricolore, chiamava i paesani alla rivoluzione.”. De Crescenzo scriveva che il 28 agosto 1860, avendo saputo dell’adunata di Vallo della Lucania, GENNARO PAGANO usciva dal suo nascondiglio – in cui era nascosto a causa della condanna a morte che pendeva sul suo capo – e chiamava i paesani alla rivoluzione. Cosa accadde a Pisciotta ?. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Etc…”. Dunque, il Segretario della Prodittatura di Sala Consilina, Antonio Alfieri d’Evandro (….) scriveva che uno dei capi della rivolta cilentana, TEODOSIO DE DOMINICIS, “era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, pubblicava il seguente documento Relazione/Rapporto datato 1° settembre 1860 di LUCIO MAGNONI (fratello di Michele e Salvatore) indirizzandolo al “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli.”. Magnoni scriveva nel rapporto che: “….martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza.”. Dunque, Lucio Magnoni, il 1° settembre 1860 scriveva che il fratello MICHELE MAGNONI e TEODOSIO DE DOMINICIS partivano da Vallo della Lucania partivano per Ascea. Ad Ascea essi “messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, etc…”. Dunque Magnoni scriveva che, ad Ascea armate le masse insurrezionali e le Guardie Nazionali essi muovevano verso Pisciotta e da Pisciotta – forse unitisi al PAGANO andarono ad occupare i paesi di Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa, dove pernottò. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Nello stesso tempo, il giorno 28 agosto in piena intelligenza con Lucio Magnoni, Teodosio De Dominicis, dell’antica e patriottica famiglia d’Ascea, proclamava la rivolta nel suo comune ed organizzava masse d’Insorti. In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Nello stesso dì, Pietro Giordano (23), deciso a tutto affrontare, proclamava la rivoluzione a Ceraso, sua patria, spiegando zelo infaticabile ed operosità prodigiosa. A lui si rannodava, nello stesso giorno, una schiera di circa ottanta giovani vallesi, che si diressero ad Ascea. Poco dopo, il Giordano, alla testa degli insorti, si recò anche lui ad Ascea aggregandosi a Teodosio de Dominicis incaricato dai due Comitati di Napoli di un comando superiore sulla colonna, come quello affidato a Salvatore Magnoni.”. Dunque, ad Ascea, le due colonne, quella del GIORDANO e quella del DE DOMINICIS, “Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, etc…”. Dunque, le due colonne si diressero a Pisciotta dove incontrarono la massa di rivoltosi organizzati dal Pagano. A Pisciotta, la colonna – unica al comando di TEODOSIO DE DOMINICIS “furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.“. Dunque, la colonna del GIORDANO “si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse”, e la colonna del De Dominicis “dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.“. Dunque, secondo il De Crescenzo, le due colonne si riunirono di nuovo a Capitello dove incontrarono Garibaldi. Mi chiedo a quale colonna si unì il Pagano ?. Sappiamo solo che i rivoltosi organizzati dal Pagano provenivano da pisciotta e dai paesi vicini. Tuttavia, si può dire che la colonna dei rivoltosi del Pagano si riunirono a Pisciotta e da lì proseguirono con le due colonne del GIORDANO e del DE DOMINICIS. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso policastro, Vibonati e Sapri. Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Dunque, Ferruccio Policicchio (….) scriveva che i capi colonna TEODOSIO DE DOMNICIS di Ascea e BASILIO IANNICELLI di Ceraso furono aiutati da GENNARO PAGANO e LUIGI GIORDANO. Riguardo l’opera rivoluzionaria di Teodosio De Dominicis, hanno scritto diversi autori e storici. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita poi da Rutino, e rinforzatasi lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, riferendosi a Michele Magnoni, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro” (92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc…“.
Filippo PATELLA di Agropoli, patriota cilentano
Catello Nastro (….), nel suo “Cilento storie e leggende”, ed. Arti Grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1984, a pp. 173-174, in proposito scriveva che: “Anche nella battaglia di Palermo il Petella si distinse assieme agli altri amici che avevano seguito Garibaldi: il Padula, il Serino, il Pessolani, Francesco Paolo Del Mastro. Nella storica battaglia della presa di Calatafimi Filippo Patella combatté a fianco di Nino Bixio per quattro ore di continuo. Per questo suo atto di eroismo gli fu conferita la medaglia al valor militare. Giuseppe Garibaldi riconobbe il valore dei cilentani e l’apporto che essi potevano dare alla causa della patria. Il 2 agosto del 1860, da Messina, aveva incaricato Michele Magnoni di Rutino, sottotenente di artiglieria, presso lo stato maggiore al Faro di Messina, di recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi la insurrezione in favore della causa nazionale. Il Magnoni si portò a Rutino ove giunsero altri rivoltosi provenienti da tutti i paesi del Cilento: Orria, Perito, Cireale, Torchiara, Prignano, Ogliastro, Lustra. Il 27 agosto il Cilento insorgeva ancora una volta: ad Agropoli, in casa Torre, si dovevano gettare le basi della rivolta. Grande doveva essere la gioia di Filippo PATELLA e degli altri cilentani al seguito della spedizione dei Mille, quando, occupata la Sicilia, attraversando lo stretto di Messina, conquistata la Calabria e la Basilicata, l’esercito di Garibaldi si avvicinava al Cilento. Il 3 settembre 1860, alle tre e mezzo Garibaldi giunge a Sapri; i Sapresi accorrono sulla spiaggia per salutare il condottiero. Il giorno precedente già erano sbarcati a Sapri il generale Rustow e le brigate Milano e Spinazzi. Garibaldi ordinò alla prima, composta da 900 uomini, di portarsi a Vibonati e di poi proseguire per Padula, a breve distanza seguiva la la brigata Puppi e la brigata Spinazzi. Tutte queste forze furono concentrate a Sapri per portarsi poi in avanti con rapidità ed aiutare Garibaldi: si trattava di oltre 1.500 soldati. Non appena nel Cilento si sparse la voce dell’arrivo di Garibaldi ci fu un grosso fermento: a Rutino giunsero le colonne di Costabile Forziati di Castellabate, di Nicola Amoresano di Ortodonico, di Maffia di Serramezzana, di Francesco Coco di Perdifumo, di Cocozza di Vatolla (ed anche in questo caso troviamo imegnati nella lotta due preti: don Giovanni Cocozza e don Nicola Carpinelli). Tutte queste forze, agli ordini di Carlo De Angelis, si mossero per Gioi Cilento ove giunsero il 1° settembre. Da qui proseguirono per Stio, Laurino, Piaggine e poi giunsero nl Vallo di Diano ove si incontrarono con la colonna di Stefano Passero che proveniva da Vallo. Si proseguì per S. Pietro, poi per Polla; l’indomani ripresero il cammino toccando Auletta, Postiglione, Serre, infine Eboli e Salerno ove attesero Giuseppe Garibaldi. Lode e gloria ai martiri ed ai patrioti cilentani che attesero Garibaldi nella loro terra, maggiormente lode e gloria a Filippo Patella eroe garibaldino agropolese, che partecipò alla spedizione dei Mille fin dallo scoglio di Quarto. Un altro Garibaldino, Giuseppe Cesare Abba di Giuseppe, nato a Cairo, in provincia di Savona, nel suo libro “Da Quarto la Volturno – noterelle di uno dei Mille” ci attesta la presenza di molti ecclesiastici tra le file di Garibaldi.”.
Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del generale Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunquee uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del distretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto Stefano Passero, in esecuzione degli accordi presi con il Comitato dell’Ordine, con i liberali di Vallo e di alcuni comuni vicini, tra cui Cristofaro Ferrara di S. Biase, promosse una adunanza numerosa di guardie nazionali di Novi, di Cannalonga, di Castelnuovo, di Moio, di Stio e di Sacco. Il sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli di Nocera, non volle aderire al movimento ma rassegnò i suoi poteri. Vennero formate due colonne: una prima comandata dal Passero, prese la via di Gioi, Laurino, Piaggine, Sacco, Diano e Sala; la seconda guidata dal Ferrara muoveva per Cuccaro, Laurito, Rofrano ed accampava a Sanza. Una relazione del Sottointendente di Vallo Giuseppe Giannelli all’Intendente Giannattasio narra il movimento avvenuto in Vallo e la partenza delle colonne al grido di viva Vittorio Emanuele (1).”. Mazziotti, a p. 128, nella nota (1) postillava: “(1) De Cesare, La fine di un Regno.”. Sempre il Mazziotti, a p. 128, in proposito scriveva: “V. La colonna partita da Bellosguardo raggiunse giorno 30 Sala Consilina capoluogo del distretto e a breve distanza vi pervennero altre colonne. Su la strada provinciale, che passa al di sotto della città, trovarono Giuseppe De Petrinis maggiore della guardia nazionale ed il sottointendente Luigi Guerritore, il quale scongiurò il Matina, che seguiva la colonna etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. II, gennaio 1921), a pp. 124-125 , in proposito scriveva che: “III….Il Comitato dell’Ordine….il Comitato provinciale metteva a disposizione le somme necessarie per l’iniziativa e prosiego (1). Prometteva inoltro il concorso di cospicui cittadini in altre parti della provincia; nel Vallo di Novi il sig. Stefano Passero e per l’indirizzo militare il colonnello Materazzo (2)….”. Mazziotti, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Il Matina, nel dissenso tra i due Comitati preferì seguire quello Unitario, il quale nominò il 23 agosto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna avendo dato per altro distretto eguali poteri a Lucio Magnoni (4). Nominava in pari tempo Salvatore Magnoni comandante di un corpo di insurrezione nel distretto di Vallo.”. Mazziotti, a p. 124, nella nota (1 e 2) postillava: “(1-2) Racioppi, op. cit. pag. 192. Il col. Materazzo, poi generale, era stato uno dei valorosi difensori di Venezia nel 48.”. Mazziotti scriveva che “Il Comitato Centrale dell’Ordine aveva invece destinato a promuovere l’insurrezione nel distretto di Vallo Stefano Passero; ma il patriottismo dei due egregi uomini evitò ogni conflitto ed entrambi cooperarono nobilmente al santissimo scopo.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 87-88, in proposito scriveva che: “VIII. Anche a Vallo si organizzavano senza indugio le squadre, per opera di Raffaele Passarelli (24), di Alessandro Pinto, di Cesare Valiante e di Giovanni Tipoldi, ufficiale della sanità militare. Ma colui che sopratutto non era rimasto inerte fu Stefano Passero. Costui, nello stesso giorno in cui Ascea insorgeva, rapido come la folgore, in virtù dei poteri conferitegli dal Comitato centrale, ruinì molte guardie nazionali di quale centro e dei comuni vicini, quali Novi Cannalonga Castelnuovo Moio Stio e Sacco, organizzò una prima commissione per raccogliere armi e munizioni d’ogni specie, una seconda per raccogliere offerte ed una terza destinata a provvedere alla pubblica sicurezza.”. Nicola Nisco (….), nel suo “Ferdinando II ed il suo Regno per Nicola Nisco”, nel 1884, a p. 191, in proposito scriveva che: “E per meglio far conoscere quale animo ebbe Ferdinando II, nei primi anni del suo regno chiamato Tito, ricorderò che quanti erano in Napoli ed ancora son vivi si debbono rammentare, fossero pure a quella corte devoti, il prete Peluso al fine del luglio del 1848 e negli ultimi tristissimi che successero seduto sotto il portone della reggia in mezzo agli uffiziali della guardia e passeggiare nella piazza gaiamente col generale Torchiarolo, capitano della guardia del corpo. Il procuratore generale Scura che aveva ordinato il processo contro il Peluso e chiesto di sottoporlo ad accusa venne destituito; (p. 194). Per compiere poi l’oltraggio alla pubblica moralità e l’eccesso del regio potere, si ordinava l’accusa e poscia la condanna di Cristofaro Falcone, del di lui figlio e di altri, per essere andati due giorni dopo il terribile dramma di Acquafredda nella marina di Sapri, a ricercare il Carducci, e per aver tenuto col Passero e con Ulisse de Dominicis convegno a Vibonati ‘per liberare il Carducci che supponevano tenuto in ostaggio dai reazionarii di Sapri’.”.
Nel 30 agosto 1860, l’ingresso e l’occupazione dei rivoltosi cilentani in SALA CONSILINA
Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 88 e sgg., riferendosi alle colonne di insorti Cilentani dell’adunata di Vallo della Lucania del 30 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Questo nucleo di armati, superiore agli altri – circa tremila insorti – non attese il Fabrizi ed i volontari precedentemente giunti nel vallo di Diano (26), perchè, incoraggiato dalle vittorie di Garibaldi, aveva stimato bene di entrare subito a Sala. Vi entrò infatti a mezzogiorno del 30 agosto 1860, insieme ad unna trentina di soldati di Garibaldi, comandati da Fabrizio da Nupone, gridando: Viva l’Italia! Viva Vittorio Emmanuele ! Viva Garibaldi !..”. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (26) postillava: “(26) Il vallo di Diano era stato scelto a lugo di convegno generale per la sua posizione topografica.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che le colonne di insorti Cilentani che complessivamente erano circa tremila uomini e che entrarono in Sala Consilina il 30 agosto 1860, entrarono in Sala insieme a una trentina di soldati di Garibaldi comandati da “FABRIZIO DA NUPONE”. Ma a quale nucleo di armati si riferiva il De Crescenzo ? Quali colonne arrivarono prima a Sala e l’occuparono? De Crescenzo si riferiva al nucleo di armati (di rivoltosi cilentani) che si erano dati appuntamento a Vallo della Lucania e a pp. 88, in proposito scriveva che: “Salutare effetto produssero queste parole, giacchè tutta la gente adunata sentì come un nuovo impulso e, con armi con capi con insegne e bandiere, si schierò nella piazza maggiore di Vallo (30 agosto). In questa fiammata d’entusiasmo il Passero trovò un valido aiuto nel fervido ed audace cospiratore di S. Biase: Cristofaro Ferrara.”. Sempre riferendosi al nucleo di armati riunitisi a Vallo della Lucania il 30 agosto 1860, De Crescenzo, a p. 88 scriveva pure che essi, prima di portarsi a Sala Consilina: “VIII. Di quell’adunata d’insorti si formarono due colonne: l’una con a capo il Passero, l’altra col Ferrara. La colonna del Passero al grido di Viva il re Vittorio Emmanuele ! si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioi Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; quella del Ferrara invece si avviò verso Cuccaro Laurito Rofrano e si fortificò a Sanza, dove sorprese ed imprigionò e, pare fucilasse in carcere l’infame capo urbano Sabino Laveglia, che tre anni prima aveva sollevato i sanzesi contro Pisacane.”. Dunque, De Crescenzo scriveva che a Vallo della Lucania, dopo il discorso di Lucio Magnoni si formarono due colonne di insorti cilentani. Una colonna vi era a capo Stefano Passaro, e l’altra vi era il Ferrara. La colonna del Passero, secondo il De Crescenzo “…si diresse, per la via di Policastro e del Fortino, verso Gioi Laurino Piaggine Sacco e Diano coll’intento di arrivare a Sala; etc..”. Forse alla colonna di Stefano Passaro si unirono alcuni volontari cilentani. Prima di arrivare a SALA CONSILINA cosa avvenne ? Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 89-90 e sgg., riferendosi alle colonne di insorti Cilentani dell’adunata di Vallo della Lucania del 30 agosto 1860, in proposito scriveva che: “IX. Il maggiore della guardia nazionale Giuseppe De Petrinis ed il sottointendente Luigi Guerritore s’incontrarono con le colonne sulla strada provinciale. Il Matina, che seguiva la colonna, fu dal Guerritore consigliato di non provocare in quel luogo la sommossa, perche avrebbe potuto pregiudicare Sala. Ma il Matina si recò presto dal sottointendente, il quale rassegnò nelle sue mani i poteri civili e militari, che nutriva anch’egli sentimenti liberali. Consegnò quindi il potere al colonnello Matina, commissario civile e militare della provincia, che assunse il titolo di prodittatore del Salernitano (28) con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale (29).”. De Crescenzo, a p. 90, nella nota (28) postillava: “(28) Il Matina ebbe a coadiuvatori Francesco La Francesca, l’insigne giurista Antonio Giudice, Angelo Andrea De Sanctis e l’avvocato Origlia Alfonso.”. De Crescenzo continuando il suo racconto scriveva pure: “Altre colonne di volontari, facendo eco ai fratelli, arrivavano poco dopo in quella città. In seguito – 25 giugno 1911 – a ricordo di coloro che da Vallo e dalla regione Cilentana avevano seguito entusiasti il biondo Condottiero (27) fu apposta sul portale del Municipio una lapide commemorativa con questa iscrizione: “AGLI EROI CILENTANI E LUCANI etc…”. De Crescenzo, a p. 89, nella nota (27) postillava: “(27) Tra i Cilentani che efficacemente cooperarono a favorire il movimento unitario si ricorda anche Antonio Luigi Pinto di Casalicchio (1806-1884), già carbonaro, imprigionato nelle carceri di Salerno e di Vallo.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 168-169, in proposito scriveva che: “All’alba del 30, centinaia di volontari si portarono entusiasti a Sala, dove Giovanni Matina, alla testa di 3000 insorti, proclamava la dittatura assumento il titolo di prodittatore della provincia di Salerno e vi insediò un governo provvisorio insurrezionale a cui si sottomisero le massime autorità regie. Si stabiliva inoltre, “che tutti i funzionari conservino provvisoriamente i propri posti, e che le somme provenienti da tutte le contribuzioni dovranno essere versate presso un Cassiere Centrale”(223).”. Del Duca, a p. 168, nella nota (223) postillava: “(223) A.S.S., Giornali, Dichiarazione del Prodittatore della Provincia di Salerno e del Capo Militare delle forze insurrezionali, “Il Lampo”, n. 32, Napoli 4 settembre 1860.”. Del Duca, a pp. 168-169, in proposito scriveva: “Il Sottointendente di Sala infatti, in un verbale così riportava: “L’anno 1860, il 30 agosto, in Sala nella casa della Sottointendenza. Il Sottointendente del Distretto D. Luigi Guerritore, alla presenza di 3000 uomini armati, capitanati dal benemerito cittadino Giovanni Matina, etc… (224).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.”. Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”.
Nel 30 agosto 1860, il GOVERNO PRODITTATORIALE di SALA CONSILINA ed i suoi Atti deliberativi
Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 30 agosto, nel quale egli spiegò tutta la sua energica attività, dopo aver assunta la prodittatura nel Salernitano, nominò il Fabrizi capo militare dell’insurrezione col grado di colonnello. Credette così di aver assicurata al moto anche l’autonomia militare. Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”. Alcuni documenti sono stati pubblicati da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 194, dopo aver descritto per intero il documento pubblicato dall’Evandro, continua scrivendo: ” – Art. 4.° Nominiamo a nostro segretario interino il cittadino signor Antonio Alfieri d’Evandro. – Sala 30 agosto 1860″. Il municipio di Sala fa subitamente “atto di adesione” alle nuove potestà; così gli altri uffiziali dello Stato. Il nuovo governo ordinò per i suoi commissarii in ciascuno comune le Giunte-insurrezionali; e pel proprio organismo una “Giunta centrale d’insurrezione” come la disse; la quale per vero non ebbe balia che di “occuparsi sotto gli ordini e dipendenza immediata del Prodittatore del disbrigo degli affari correnti e di dettaglio, qualunque essi siano, eccetto le cose di guerra (1)”; e cotesti affari distribuì in quattro “dicasteri”. Ordinò con provvisione singolarissima ai cominciamenti di libero Stato il disarmamento di tutti coloro, cui non fosse licenza della polizia (al certo non potrebbe intendersi che la borbonica) di portare le armi….etc….”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati vennero tra pubbliche acclamazioni in quella città; e tosto il Sottointendente “rassegnò il potere (dice l’atto che fu scritto) nelle mani del popolo insorto, e per esso del cittadino Colonnello Giovanni Matina, commissario civile e militare della provincia, che assume il titolo di prodittatore con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale”. Il Fabrizii era di avviso, che questo moto si fosse raccolto sotto unico indirizzo, sì civile sì militare, al moto che ormai potea dirsi ordinato nella prossima Basilicata: ma al consiglio avrebbero fatto incaglio i municipali spiriti, e fecero. Però il Mattina assume la Prodittatura del Salernitano, e manifesta nel primo suo atto: “La provincia di Salerno etc….”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunquee uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Etc…”. Riguardo la Circolare citata dal Fusco, Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai commissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). L’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, “b. 1, f. 5”, rapporto del 12 settembre 1860, contiene il rapporto del 22 settembre 1860. Storia archivistica: Il fondo era già conservato nell’antico Archivio provinciale a cui era pervenuto dalla Prefettura di Salerno a partire dal 1873 e poi ancora all’inizio del sec. XX. Un ulteriore versamento risale al 1940 e l’ultimo, relativo al Cemento armato, al marzo 2013. Ad oggi è parzialmente riordinato e consultabile sulla base di inventari, per le serie sistemate, e di elenchi di versamento per le serie ancora in corso di ordinamento. Le carte del Gabinetto della Prefettura di Salerno sono giunte all’Archivio di Stato di Salerno per versamenti, il primo effettuato all’inizio del secolo e il secondo nel 1940. La documentazione è stata inventariata nel 1954. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 89, in proposito aggiungeva che: “IX…..Ma il Matina si recò presto dal sottointendente, il quale rassegnò nelle sue mani i poteri civili e militari, che nutriva anch’egli sentimenti liberali. Consegnò quindi il potere al colonnello Matina, commissario civile e militare della provincia, che assunse il titolo di prodittatore del Salernitano (28) con facoltà di nominare il governo provvisorio insurrezionale (29).”. De Crescenzo, a p. 90, nella nota (28) postillava: “(28) Il Matina ebbe a coadiuvatori Francesco La Francesca, l’insigne giurista Antonio Giudice, Angelo Andrea De Sanctis e l’avvocato Origlia Alfonso.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 90, riferendosi al Matina, in proposito scriveva che: “IX. Il primo suo atto nell’assumere l’ufficio fu il seguente, che proclamò il 30 agosto 1860 da Sala, dal balcone della sottointendenza, tra l’entusiasmo della folla. “La provincia di Salerno è in stato d’insurrezione e proclama, conforme alla volontà del popolo, la decadenza della dinastia dei Borboni e il regno di Vittorio Emmanuele col generale Garibaldi dittatore. E in virtù dei poteri concessi proclama: 1) Un governo provvisorio è installato (30); da esso esclusivamente dipenderanno tutte le autorità civili e militari della provincia etc…”. De Crescenzo, a p. 93, in proposito aggiungeva che: “X. Il giorno dopo ordinò che si costituisse a Sala il governo insurrezionale, affinchè presto estendesse e consolidasse il movimento, onde facilitare la strada al compimento dell’impresa. Detto, fatto, Il governo ebbe a componenti uomini di forte tempra e di provati sentimenti come Arcangelo Ferri di Sassano e Luigi Trezza di Diano. Per formare poi le giunte insurrezionali municipali etc…”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “In virtù della circolare del primo settembre emanata dal governo provvisorio salese (“Cittadino sindaco. Essendosi felicemente inaugurata una nuova era…..convocherà immediatamente il Decurionato e lo farà deliberare per l’atto di adesione al Governo Unitario Nazionale…)(103) i decurionati dei vari borghi dei due distretti si affrettarono a votare l’atto formale di adesione al governo di Vittorio Emanuele II. Etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (103) postillava: “(103) Cfr. Il Lampo, Napoli, Bullettino 484 del 5 settembre 1860, n. 34; P. Russo, Un brandello ecc.., cit., p. 42 e n. 87”. Fusco, oltre a citare il giornale “Il Lampo”, di cui alcuni esemplari sono conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, citava anche il testo di Pasquale Russo (….) e del suo “Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta”, ed. Grafespress, Castelcivita (SA), 2000, bibliograficamente ben aggiornato e informato. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 168-169, in proposito scriveva che: “All’alba del 30, centinaia di volontari si portarono entusiasti a Sala, dove Giovanni Matina, alla testa di 3000 insorti, proclamava la dittatura assumento il titolo di prodittatore della provincia di Salerno e vi insediò un governo provvisorio insurrezionale a cui si sottomisero le massime autorità regie. Si stabiliva inoltre, “che tutti i funzionari conservino provvisoriamente i propri posti, e che le somme provenienti da tutte le contribuzioni dovranno essere versate presso un Cassiere Centrale”(223).”. Del Duca, a p. 168, nella nota (223) postillava: “(223) A.S.S., Giornali, Dichiarazione del Prodittatore della Provincia di Salerno e del Capo Militare delle forze insurrezionali, “Il Lampo”, n. 32, Napoli 4 settembre 1860.”. Del Duca, a pp. 168-169, in proposito scriveva: “Il Sottointendente di Sala infatti, in un verbale così riportava: “L’anno 1860, il 30 agosto, in Sala nella casa della Sottointendenza. Il Sottointendente del Distretto D. Luigi Guerritore, alla presenza di 3000 uomini armati, capitanati dal benemerito cittadino Giovanni Matina, e proclamanti lo stato insurrezionale, l’Unità d’Italia con Re Vittorio Emmanuele ed il Generale Garibaldi Dittatore, e la piena decadenza della dinastia dei Borboni, dichiara di rassegnare il suo potere nelle mani del popolo insorto e per esso del cittadino Giovanni Matina nominato Commissario Civile della Provincia, che assume il titolo di Prodittatore con facoltà di nominare il Governo provvisorio insurrezionale aggregandosi quei cittadini che nel suo patriottismo crederà opportuno”(224). Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuovo governo e numerose le manifestazioni di giubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro”(225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.”. Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante del Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Con la fine del governo della dittatura si chiuse la fase rivoluzionaria e iniziò quella legalitaria e agli uomini della rivoluzione succedettero quelli della moderazione e dell’ordine mentre, la rivoluzione non aveva toccato neanche minimamente la struttura sociale: le vecchie clientele continuavano a seguire i loro padroni, ed i loro capi. I moderati vinsero la partita finale in quanto riuscirono ad imporre la tattica cavourriana di imporre la sua soluzione unitaria moderato-sabauda mentre gli uomini delle file democratiche che avevano trascorso la vita in esilio e nelle galere borboniche, che avevano acceso e guidato la rivoluzione, vennero ben presto posti sotto lo stretto controllo della polizia come elementi pericolosi per quello Stato che essi stessi contribuirono ad edificare.”. Renato Dentoni Litta (….), nel suo “Echi garibaldini nell’Archivio di Stato di Salerno”, nel testo “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a pp. 298-299, in proposito scriveva che: “Primo governatore della Provincia di Salerno fu Giovanni Matina, irruente liberale originario di Teggiano, etc…L’attività di questi primi giorni del governatorato fu certamente convulsa, come testimoniano alcuni dei primi documenti che recano ancora il sigillo borbonico frettolosamente annullato con un tratto di penna. Dalla loro lettura si evince un’evidente opera di controllo ed epurazione dai ranghi degli uffici provinciali di tutte le persone ritenute non degne o di scarsa fiducia in quanto eccessivamente legati al precedente governo. Si trattava di una preoccupazione importante che fu tenuta in massima considerazione anche successivamente, etc…”.
Nel 30 agosto 1860, a Sala, il colonnello MATINA nominò colonnello e capo militare dell’insurrezione nel Salernitano il cittadino Luigi FABRIZI di Modena
Nell’agosto del 1860, galvanizzato dai primi successi di Garibaldi, che nel recente passato aveva mostrato di tenerlo in una certa considerazione, il Fabrizi non esitò a partire per il Sud. Da Napoli si portò con Giovanni Matina nella zona di Salerno, che alla vigilia dell’arrivo del Garibaldi riuscì a fare insorgere senza però sentirsi poi in grado di assumere il comando militare della provincia che pure gli era stato offerto. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 379, in proposito scriveva che: “Scoppia in Potenza la rivoluzione: si ricevono danari da Napoli: il 25 agosto si parte per Sala da Marciani a raggiungere Matina e Fabrizi a Diano; il 28 comincia la rivoluzione: si stabilisce a Sala un governo provvisorio prodittatoriale: Matina Prodittatore, Alfieri d’Evandro segretario”(10).”. Cassese, a p. 381, nella nota (10) postillava: “(10) Dichiarazione del de Meo in Alfieri d’Evandro, op. cit., p. 59 e ssg.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 190 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che: “Venne con esso loro a reggere lo indirizzo militare il signor Luigi Fabrizii di Modena; il quale uscito di famiglia celebratamente devota a libertà, avea con tre fratelli esulato d’Italia dopo i casi di lombardia, del Veneto e di Roma nel 1848; poscia di capitano nella legione Anglo-italica in Crimea.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a p. 192 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Matina invece non accettò che lo indirizzo, gli uomini, e i sussidi del ‘Comitato Unitario’; dal quale il 23 di agosto, fu nominato “Alto Commissario politico e civile dei distretti di Salerno, Sala e Campagna (1)”; doppoichè pel distretto di Vallo avea dato nome ed ufficio medesimo a Lucio Magnone. Venne con esso loro a reggere lo indirizzo militare il signor Luigi Fabrizii di Modena; il quale uscito di famiglia celebratamente devota a libertà, avea con tre fratelli esulato d’Italia dopo i casi di lombardia, del Veneto e di Roma nel 1848; poscia di capitano nella legione Anglo-italica in Crimea.”. Dalla Treccani on line leggiamo che Luigi Fabrizi, nacque a Modena il 3 febbr. 1812, ultimo di quattro figli, da Ambrogio, avvocato, e da Barbara Piretti. Passata l’epoca delle rivoluzioni, il Fabrizi si stabilì a Genova e si legò ad elementi come Rosalino Pilo, Carlo Pisacane e Francesco Abignente. Giacomo Racioppi (…), nel suo “Storia dei moti di Basilicata e delle Provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi con prefazione di Pietro Lacava”, a pp. 192-193 e ssg., in proposito scriveva che: “Pertanto il 27 di agosto Giovanni Matina, Lorenzo Curzio ed altri nove animosi dettero pubblico incorniciamento alla impresa nella piccola terra di Sant’Angelo a Fasanella; ove erano raccolti gl’insorgenti de’ prossimi paesi di Sicignano, di Postiglione e di Galdo; i quali raggiunti che furono da quelli di Roscigno, di Ottati e di Corleto-celentana, sboccarono il giorno 29 nel vallo di Diano. Quello stesso giorno Claudio Guerrile gridava per Buccino e circostanti terre del distretto di Campagna la insurrezione; e ingrossando di passo in passo sue file toccava alla posta il giorno convenuto. Nel giorno medesimo mentre Lucio Magnone leva il popolo in Rotino e raccoglie gl’insorgenti de’ contigui paesi, Stefano Passaro fa prendere le armi alle milizie della città e del distretto di Vallo, e le guida per la vie di Policastro e del Fortino all’obiettivo di tutti, che era Sala-Consilina. Ma questo terzo e più grosso contingente di armati non aspettarono i primi arrivati nel Vallo di Diano ed il Fabrizii: imperocchè per le ormai propalate vittorie del general Garibaldi nelle Calabrie, perduti dell’animo i rari sostegni del vecchio governo, e bollenti i popoli di novità, stimarono essere ormai non di preriglio, ma di piacente e festosa mostra lo entrare nella città di Sala. Laonde il mattino del giorno 30 con mille uomini armati etc…”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunque uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati condannati ‘per qualsivolglia ragione’, fuorchè chi gli fosse per reazione; così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curcio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo in Fasanella, e poi un Claudio Guerdile, nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel di Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del disstretto, fè comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; che la podestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a pp. XI-XII, in proposito scriveva che: “Notatosi il bisogno di un capo Militare si gittarono gli occhi su Luigi Fabrizii da Modena. Matina lo invitò al rischioso ballo e tuttocchè infermiccio, valendo più in lui l’amore all’Italia che alla vita n’ebbe del sì. Egli fratello del Generale Nicola e del celebre Medico era degno delle domestiche tradizioni. Giovane ancora il 1831 lo vide combattere in Casa Menotti, indi congiuratore e profugo, nel 1848 etc…”. Dunque, il d’Evando nei sui Cenni generali cita il colonnello Luigi Fabrizi di Modena che fu incaricato da Giovanni Matina di comandare l’omonima Brigata. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVI, in proposito scriveva che: “…s’installò una giunta e fecesi rotta il 28 per Vallo di Diano dove le armi erano state già trasportate per cura dall’operoso Carrano, e che per la sua postura topografica erasi scelto a lungo di convegno generale degl’insorti. Il Vallo è un largo e lungo bacino tutto circondato dai monti che lo rendono inaccessibile e difendibilissimo, con due varchi l’uno a Campestrino ove la strada per un ponte gittato su due burroni sale sui monti e che quindi bastano poche compagnie di uomini a difendere dall’alto delle rocce, aventi a ridosso la magnifica posizione dello Scorzo ove può accampare un armata, e dall’opposto lato della valle i posti del Fortino che corrono tra monti e soli vi danno accesso, ove del pari bastano de’ posti asserragliati per battere un armata che vi si voglia aprire il varco: il passo di Campestrino guarda a Salerno e quello del Fortino alle Calabrie, la valle è fertile abitata da popolazioni rischiose e sparsa di grosse città e di popolose borgate. Come ognun vede adunque la posizione non poteva essere meglio scelta.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli.”. Dunque, il d’Evandro scriveva che il colonnello Luigi Fabrizi, dopo avere accolto la nomina del Matina, raccolse nel Vallo di Diano tutte le forze insurrezionali provenienti dal Cilento e dalla Basilicata. Fabrizi fece occupare le gole di Campestrino e del Fortino e stabilì il suo quartiere generale allo Scorzo. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a p. 77, in proposito scriveva che: “N.° 7. Comando della Brigata Fabrizii. Napoli li 13 Gennaio 1861. Generale ministro. La giustizia reclama la di Lei attenzione sulle circostanze che pongono il corpo da me comandato nel dritto uguale agli altri corpi attivi nella guerra Meridionale…..A Campestrino collocai 300 uomini come punto di appoggio avendo fatto occupare fortemente Caggiano. A S. Lorenzo di Padula stanziai altri 1500 uomini, i quali avevano la loro vanguardia a Casalnuovo, e Fortino, onde contrastare la ritirata dei Regii, respinti dal Generale Garibaldi. Collocai il mio Quartier Generale ad Auletta. Queste forze permisero al Generale Garibaldi di portarsi in Napoli il giorno 7 Settembre: quantunque staccato dalle proporie forze vincitrici in Calabria. Il giorno 8, 1500 uomini delle mie truppe passarono nella Provincia di Avellino, e vi domarono la reazione. Il giorno 12 e seguenti domai le reazioni di Scafati, di Angri, e di Castellammare. Etc…”. Il colonnello Fabrizi, comandante dell’omonima sua Brigata, scrivendo il 13 gennaio 1861 al Ministro lamentandosi per lo scioglimento dei corpi dei garibaldini, compreso il suo, dell’Esercito Meridionale racconta ciò che fece nel Vallo di Diano, ad Eboli, al Fortino, a Sala, prima che ad egli ed ai suoi uomini gli fosse stato rodinato di andare a combattere a Maddaloni etc…Fabrizi spiega che a Padula, presso la Certosa di S. Lorenzo, dove gli uomini di Garibaldi riuscirono a relegare parte dei soldati borbonici del generale Caldarelli, egli aveva dislocato, oltre 1500 soldati della sua Brigata. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 390-391, in proposito scriveva che: “Il 16 agosto del 1860 il Comitato di Corleto proclamò l’insurrezione in Basilicata secondo l’impegno assunto col Comitato dell’Ordine di Napoli. Il giorno successivo anche tutto il Salernitano avrebbe dovuto inalberare la bandiera della insurrezione, ma ciò non avvenne, dando luogo ad aspre rampogne e ad accuse di gretto spirito di municipalismo e di invidia a carico dei patrioti salernitan: accuse ripetute ancora nelle solenni pagine della storia del Racioppi e in quelle della “Cronistoria” del Lacava. Ma quale fondatezza avevano codeste accuse? E quale ragione ebbero i Salernitani per non insorgere in tempo dovuto? A promuovere l’insurrezione nella nostra Provincia fu incaricato l’ardente Giovanni Matina, il quale, come abbiamo visto, faceva parte del Comitato d’Azione o Unitario. Senonché egli ebbe contemporaneamente l’incarico da entrambi i Comitati (25); ma, nell’alternativa, egli non volle smentire la sua devozione a Garibaldi e preferì accettare disciplinatamente l’indirizzo, gli uomini ed i sussidi del Comitato Unitario o d’Azione. Conseguentemente egli era tenuto a seguire la linea politica tracciata dal suo Comitato, che era quella di attendere Garibaldi perché gli apparisse il vero ed unico artefice della rivoluzione. Di qui il ritardo dell’insurrezione nel Salernitano, ritardo che trova giustificazione non nell’avidia municipalista, come vogliono il Racioppi ed il Lacava, ma in un orientamento politico volontariamente accettato con assoluta dedizione patriottica. Il Matina, fedele al suo partito e sfidando le ire dei suoi avversari, volle sincronizzare la sua azione con quella del Generale. Il quale, sbarcato il 20 agosto in Calabria, marciava speditamente verso la Capitale. Il 30 agosto, proprio quando Garibaldi si approssimava alla provincia di Salerno, Giovanni Matina con Luigi Fabrizi, appartenente alla storia famiglia modenese, e con altri compagni di fede, iniziava l’insurrezione a Sala, dove furono concentrati tremila insorti del Vallo di Diano. Allora, dato il segnale, tutta la provincia fu in fiamme, tranne il Capoluogo, ancora per poco sotto il controllo delle truppe borboniche che di giorno in giorno, in numero sempre più crescente, abbandonavano le armi.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: “Il capo morale dell’insurrezione salernitana nel ’60 fu certamente Giovanni Matina. Egli, come s’è detto, con decreto del 23 agosto emanato dal Comitato d’Azione, fu ominato “Alto Commissario politico e civile nei distretti di Salerno, Sala e Campagna”. Per il distretto di Vallo fu nominato allo stesso ufficio Lucio Magnoni. Il documento a favore del Matina dice che la nomina “importa imperio assoluto, in talune emergenze, anche sul potere militare; ed avrà (il Commissario) il potere di nominare altri impiegati civili. Egli (continua il documento) corrisponderà direttamente col Comitato Unitario di Napoli (26). Questo documento è molto importante, sia per l’ampiezza dei poteri conferiti al Matina, sia anche perché gli si riconosceva assoluta autonomia rispetto non solo all’altro Comitato, quello dell’ordine, di Salerno, ma anche nei riguardi degli analoghi Comitati delle provincie contermini. Sicchè quando, subito dopo la proclamazione dell’insurrezione, avvenuta in Sala il 30 agosto, il Fabrizi avanzò il parere che il moto fosse coordinato, secondo un unico indirizzo, tanto civile che militare, a quello della vicina Basilicata, il Matina vi si oppose, non tanto per i “minicipali spiriti”, come vuole il Racioppi (27), quanto perché egli, attenendosi fedelmente alla lettera del decreto, intendeva di neutralizzare in certo senso e sminuire nel corso degli avvenimenti l’importanza politica del Comitato di Potenza, dando al moto nel Salernitano un indirizzo diverso da quello. In altri termini il Matina sperava di poter togliere l’iniziativa politica al Comitato potentino e di incanalare le forze nella provincia di Salerno – la quale, essendo prossima alla Capitale, poteva assolvere un ruolo decisivo – , verso il partito più spregiudicato e più audace. Lo stesso giorno 30 agosto, nel quale egli spiegò tutta la sua energica attività, dopo aver assunta la prodittatura nel Salernitano, nominò il Fabrizi capo militare dell’insurrezione col grado di colonnello. Credette così di aver assicurata al moto anche l’autonomia militare. Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 393, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 30 agosto, nel quale egli spiegò tutta la sua energica attività, dopo aver assunta la prodittatura nel Salernitano, nominò il Fabrizi capo militare dell’insurrezione col grado di colonnello. Credette così di aver assicurata al moto anche l’autonomia militare.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a p. 395, riferendosi al dispaccio di Garibaldi al Matina del 31 agosto, in proposito scriveva che: “Evidentemente il piano del Prodittatore cominciava a far delle falle, perché, in conseguenza delle istruzioni ricevute, e probabilmente per altre pressioni, egli dovette cedere anche al Fabrizi col quale aveva avuto, come s’è visto, un’iniziale contrasto d’opinione. Difatti, il parere del Capo militare, che si dovesse stringere contatto con le forze rivoluzionarie della vicina Basilicata, dove operava il colonnello Camillo Boldoni, prevalse nettamente dopo due o tre giorni. E peciò il Fabrizi si affrettò ad emanare il seguente ordine del giorno: “La rivoluzione deve tendere ad unificarsi: quindi etc..” (32). La corrente politica, che faceva capo al Comitato dell’Ordine, aveva in tal modo vinto nettamente ed il prodittatore Matina dovette sacrificare le sue convinzioni di partito ai supremi interessi della patria. Con questa vittoria incominciò nel Salernitano la fase della grande manovra avvolgente da parte della borghesia moderata, che sarà indi a poco perfezionata mediante quel compromesso con le forze regie piemontesi, che sembrò scaturire per forza naturale da ragioni oggettive, mentre invece fu un congegno politco abilmente achtettato in difesa dei privilegi di classe. Anche il volontarismo, che fu il nerbo della rivoluzione del Risorgimento, cominciò ad accusare i primi colpi, fino a che dovrà capitolare difronte alle forze disciplinate dell’esercito regolare piemontese…..In conseguenza del nuovo orientamento il colonnello Fabrizi nominò capo di stato maggiore Lorenzo Curzio, mentre Antonio Alfieri d’Evandro fu nominato delegato civile e militare del distretto di Sala da Giovanni Matina. Questi a sua volta, il 5 settembre, fu nominato da Garibaldi, che era già giunto a Sala, governatore della Provincia di Salerno “con poteri illimitati”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Questi onori semi-divini furono tributati però per alcuni giorni ad un personaggio che non era il vero Garibaldi, giacchè fra Sala Consilina e Eboli, le popolazioni presero “l’inglese di Garibaldi”, il Peard, per Garibaldi stesso. Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Un singolare equivoco accadeva intanto. In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta. La popolazione scambiando quell’inglese per Garibaldi, etc…Il dì successivo la piccola brigata, accompagnata dalla banda etcc…salì al comune di Postiglione (2-3). Etc…”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 156 e ssg., in proposito scriveva che: “Come si vede, Garibaldi faceva da battistada a tutti, ma quel giorno – diretto ad Auletta – seppe che il suo vecchio Aiutante in Campo Colonnello Fabrizi, alla testa del Battaglione “Tanagro”, che faceva parte della sua Brigata, era già a ‘Campostrino’, e sarebbe andato oltre, mantenendosi in avanguardia per la sicurezza del Generale. Il “Vallo di Diano”, dopo Sala Consilina, andava sempre più restringendosi. Sotto la montagna, alla sinistra dl Tanagro etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito scriveva che: “La sera del 18 agosto arrivò a Salerno anche Luigi Fabrizi, che il Comitato Centrale di Napoli aveva destinato come comandante supremo della rivoluzione in provincia. Egli alloggiò anche in casa Ferretti e la De Pace lo mise al corrente di tutto.”. Forse quì vi è un errore perchè De Crescenzo prima scrive che arrivarono a Salerno il 23 agosto e poi scrive il 18 agosto il Fabrizi. Forse si tratta del 28 agosto. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 81, in proposito scriveva che: “In tale intesa e con diversi volontari, ai quali apparteneva anche Giovanni Guglielmi, il 25 agosto lasciarono Salerno il Fabrizi il Matina il Curzio ed il De Meo. La presidenza del comitato salernitano fu lasciata alla De Pace, la quale seppe dirigere con ammirevole competenza tutto il movimento, finchè la sera del 6 settembre non giunse Garibaldi coi suoi.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 91, riferendosi al Matina, in proposito scriveva che: “E nominava, inoltre, come capo militare dell’insurrezione del Salernitano, il cittadino Luigi Fabrizi di Modena, che, sebbene malfermo di salute, accettò volentieri l’incarico 31).”. De Crescenzo, a p. 91, nella nota (31) postillava: “(31) Era fratello del generale Nicola (1805-1885) e del celebre medico “anima patriota, sangue freddo e buon soldato” come lo definì uno storico. Aveva partecipato a tutte le precedenti battaglie dell’indipendenza, dalle quali aveva riportato lodi e manzioni onorevoli. Difatti, nel 1831, come altrove dicemmo, aveva combattuto in casa di Ciro Menotti, etc…”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 80, in proposito scriveva che: “III. Ricevuta comunicazione della nomina a Napoli, dove già aveva penato per due mesi nel castello dell’Ovo (13). Il Matina partì presto alla volta di Salerno. Gli teneva compagnia il fratello del grande patriota Nicola Fabrizi, Luigi, giovane ardimentoso, che già s’era fatto notare tra i proseliti del Menotti, nonchè nella difesa di Roma e nella guerra di Crimea. Essi arrivarono a Salerno le sera dello stesso giorno 23 agosto e si recarono da un noto ed operoso patriota, animatore di masse, Nicola Ferretti, che da tempo aveva aperto la sua abitazione (14) a sedute politiche, alle quali convenivano quanti etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 170 e ssg., in proposito scriveva che: “In quello stesso pomeriggio, Garibaldi stava per giungere a Salerno. Era partito all’alba da Auletta, preceduto dal Battaglione “Tanagro” della colonna Fabrizi, che aveva schierato avamposti di sicurezza – come scrisse il suo Comandante – alla “Duchessa” di Postiglione, e raccolto la riserva alla “Taverna dell’Olmo”…..(p. 170) Sullo Scorzo, altro schieramento di volontari in armi; ma su tutto il percorso, anche là dove non sorgevano case, si allineavano, sui ciglioni dei poderi, creature semplici, ansiose di vedere l’Eroe da vicino etc…”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 184 e ssg., in proposito scriveva che: “La brigata Fabrizi – formata buona parte da salernitani – venne inquadrata nella XVI Divisione, comandata da Nino Bixio. Il 1° e il 3 ottobre, prese parte ai combattimenti che si svolsero sul Volturno, e propriamente sulle alture di San Salvatore ed ai Ponti della Valle, estrema destra dello schieramento garibaldino. Per gli atti di valore compiuti, venne decorato al Valor Militare il Maggiore Galloppo, comandante del Battaglione “Tanagro”, ed è da ricordare anche che sotto ‘Capua’ si batterono coraggiosamente i patrioti salernitani Michele Matina, Lorenzo Curzio, Pasquale Cerruti, e il Capitano Trotta. E quando Fabrizi – che riportò ferita in combattimento – prese congedo dalla Brigata, così, tra l’altro si espresse in un significativo ordine del giorno: “………..”. Ed al Ministro della Guerra, più tardi, Fabrizi così scrisse: “……………….”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “A Salerno invece, giunse il 10 agosto Giovanni Matina, reduce dall’esilio, con l’incarico di promuovere l’insurrezione nel distretto di Salerno, Sala e Campagna, mentre per il distretto di Vallo il Comitato d’Azione incaricò Lucio Magnone. Era ormai tutto pronto e si attendevano solo le armi per insorgere ma, invano, i due comitati napoletano e salernitano tentarono di raggiungere un accordo, avvolti da screzi, rancori ed offese. Il 24 agosto Stefano Passero, che era incaricato dal Comitato dell’Ordine di Napoli di preparare l’insurrezione nel Vallo di Novi, informò in una lettera da Napoli il liberale Nicola Pagano circa uno sbarco di fucili nella marina di Ascea: “Cittadino fratello, a fine di promuovere la rivoluzione, con brevetto di ieri, venni accreditato presso il comitato provinciale di Salerno, da questo centrale dell’Ordine. In conseguenza non dubito che dietro un brevissimo ma pronto abboccamento, vi imbarcherete sul vapore regio “Tanaro” onde andare a sbarcare alla marina di Ascea numero ottocento fucili militari con le analoghe provvigioni. Vi prevengo che, semmai i 400 gendarmi, i quali trovansi in Vallo, etc…(184)”. Del Duca, a p. 145, nella nota (185) postillava: “(185) A.S.S., Gabinetto di Prefettura, 1860, Sbarco di fucili alla marina di Ascea, busta 1, fascicolo 1.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbarcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione. Ad insurrezione conclusa, il movimento moderato si diresse contro il Matina, nominato Governatore della Provincia che era stata l’anima della rivoluzione, allo scopo di screditare con le più svariate accuse, gli uomini della rivoluzione e nel complesso tutta la spedizione garibaldina in funzione dell’esaltazione monarchico-cavourriana che offriva la possibilità di ritornare al tradizionale conservatorismo del ceto dirigente meridionale. Etc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Appunti di Storia del Cilento”, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, a p. 272, in proposito scriveva che: “Effettivamente il 5 settembre la goletta Emma giunse al largo di Acciaroli, accolta da manifestazioni di giubilo dai popolani venuti anche dai paesi collinari. La comandava Cristofaro Muratori, il nto scrittore, che scese a terra e si diresse a Celso, ove nel palazzo dei Mazziotti indisse una riunione dei Sindaci dei Comuni vicini e proclamò decaduto Ferdinando II. Il giorno dopo in molti si mossero per marciare alla volta di Sala Consilina. Qui tutti i volontari del Cilento furono organizzati in cinque battaglioni comandati rispettivamente dai maggiori Trotta, Carlo De Angelis, Enrico Del Mercato, Raffaele Zammarrelli e Francesco Galloppi, che formarono una brigata al comando del colonnello Luigi Fabrizi e inquadrata nella XVI divisione comandata da Nino Bixio, che si distinse nella battaglia del Volturno (1° ottobre).”.
LUIGI FABRIZI, incaricato da Giovanni Matina
Dalla Treccani on-line leggiamo che Luigi Fabrizi, nell’agosto del 1860, galvanizzato dai primi successi di Garibaldi, che nel recente passato aveva mostrato di tenerlo in una certa considerazione, il Fabrizi non esitò a partire per il Sud. Da Napoli si portò con Giovanni Matina nella zona di Salerno, che alla vigilia dell’arrivo del Garibaldi riuscì a fare insorgere senza però sentirsi poi in grado di assumere il comando militare della provincia che pure gli era stato offerto. Non rinunziò tuttavia ad organizzare una colonna di siciliani e a prendere le redini di una brigata di 1.500 uomini che, inserita nella divisione Bixio, il 1º ottobre al Volturno fu schierata di riserva, a San Salvatore nei pressi di Maddaloni, alle spalle della brigata Eberhard, e dopo la repentina ritirata di quest’ultima ne occupò disciplinatamente le posizioni. Il 28 e il 29 ott. 1860 il F. si trovò ancora ad affrontare le truppe borboniche: la seconda volta, combattendo davanti a Capua “completamente allo scoperto” (come avrebbe scritto l’8 novembre al fratello Nicola in una lettera conservata in Roma, Arch. centr. dello Stato, Carte Fabrizi, scatola 2), fu raggiunto da un colpo di mitraglia che gli frantumò il braccio destro in tre punti. Una lunghissima convalescenza, resa più sofferta dal mancato accoglimento di ogni sua richiesta di concessione del comando di una piazza, non bastò a restituirgli l’uso del braccio. Ebbe inizio allora una estenuante lotta con la burocrazia per il riconoscimento dei servizi prestati: alla fine, ritiratosi a Castelnuovo in Garfagnana dopo essere stato collocato a riposo col grado di colonnello, il F. ottenne una medaglia d’argento e, a partire dal 16 maggio 1863, una pensione che non teneva conto, come egli aveva chiesto, della sua partecipazione alle guerre nazionali dal 1831 in poi. Colto da una crisi cardiaca mentre si trovava a Pisa presso il figlio, il F. morì il 28 febbr. 1865. Si veda E. Casanova, La Brigata Fabrizi da Salerno a Capua, in Bollett. d. Uff. storico, V (1930), pp. 170-180.
Nel 30 agosto 1860, Garibaldi dettò a Donato MORELLI l’ordine per il prodittatore Giovanni Matina di non muoversi e di organizzare la loro rivoluzione
Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 109 e ssg., in proposito scriveva una lettera senza data che: “…il Ghio, il quale lasciò nelle mani di Garibaldi diecimila fucili, dodici cannoni da campagna, seicento cavalli e muli ed un immenso materiale da guerra. Ottenuto ciò, Garibaldi inviava a Sala Consilina, al prodittatore Giovanni Matina, questa significativa comunicazione, dettata il 30 agosto 1860 a Donato Morelli, uno dei capi degli insorti Calabresi: “State fermi ed organizzate le vostre rivoluzioni. Non c’è bisogno di venire al mio incontro: verrò io da voi. Dite al mondo intero che coi miei prodi calabresi ho fatto abbassare le armi a diecimila soldati comandati dal generale Ghio….Trasmettete a Napoli e dovunque la lieta novella. Io parto per Rogliano. Agropoli, ore otto del mattino. Etc…Giuseppe Garibaldi”. Credo che però De Crescenzo abbia commesso l’errore di scrivere “Agropoli” e non “Agrifogli”. De Crescenzo pubblicherà in “Appendice A*” la il dispaccio inviato a Giovanni Matina che aveva assunto la prodittatura a Sala Consilina, e a p. 237, nella nota (*) postillerà: (*) Gli originali di queste lettere si conservano nell’Archivio Storico del Museo Nazionale di S. Martino a Napoli.”. Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a p. 270, in proposito scriveva che: “Ecco un manifesto del comitato dell’azione: A Sala il dittatore Garibaldi al prodittatore Giovanni Matina (risposta). « State fermi ed organizzate le vostre rivoluzioni. Non fa bisogno venire al mio incontro ; verrò io da voi . Dite al mondo intero che con i miei bravi Calabresi ho fatto abbassare le armi a 10,000 soldati comandati dal generale Ghio. I trofei della vittoria furono 12 cannoni, 10 mila fucili, 300 cavalli, alcuni muli ed un immenso materiale da guerra. Io parto per Rogliano. Agrifogli, le otto antimeridiane ! ».”. Giuseppe D’Amico (….), nel suo “Vicende e figure del Vallo di Diano nel periodo postunitario”, a p. 15, in proposito scriveva: “Intanto, Giunte insurrezionali venivano create in tutti i comuni. Quindi, telegrafò a Garibaldi ritenendo utile unirsi a lui, ma il Generale gli fece sapere che era più opportuno organizzare la rivoluzione in loco.”.
Nel 31 agosto 1860, la formazione delle GIUNTE INSURREZIONALI istituite per ogni Municipio dalla GIUNTA CENTRALE D’INSURREZIONE diretta da Giovanni Matina, del Governo di Sala
Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati ; le giunte insurrezionali funzionano dovunque ; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de ‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000 , e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che “I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, riferendosi a Giovanni Matina, in proposito scriveva che: “Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”. Alcuni documenti sono stati pubblicati da Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 194, dopo aver descritto per intero il documento pubblicato dall’Evandro, continua scrivendo: ” – Art. 4.° Nominiamo a nostro segretario interino il cittadino signor Antonio Alfieri d’Evandro. – Sala 30 agosto 1860″. Il municipio di Sala fa subitamente “atto di adesione” alle nuove potestà; così gli altri uffiziali dello Stato. Il nuovo governo ordinò per i suoi commissarii in ciascuno comune le Giunte-insurrezionali; e pel proprio organismo una “Giunta centrale d’insurrezione” come la disse; la quale per vero non ebbe balia che di “occuparsi sotto gli ordini e dipendenza immediata del Prodittatore del disbrigo degli affari correnti e di dettaglio, qualunque essi siano, eccetto le cose di guerra (1)”; e cotesti affari distribuì in quattro “dicasteri”. Ordinò con provvisione singolarissima ai cominciamenti di libero Stato il disarmamento di tutti coloro, cui non fosse licenza della polizia (al certo non potrebbe intendersi che la borbonica) di portare le armi….etc….”. Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai commissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a p. 93, riferendosi al Matina, in proposito scriveva che: “Per formare poi le giunte insurrezionali municipali in tutta la provincia, nominò com commissari organizzatori per il distretto di Sala – coll’ordine di mettersi subito in missione con i pieni poteri e di eleggere a membri delle giunte i cittadini più noti per energia rivoluzionaria, per principi unitari e probità personale – i signori Aniello Ioca di Roscigno e Nicola De Onestis di Diano; per il distretto di Campagna destinava Giacomo Perrotta di Campagna stesso e Pasquale Bosco di Buccino; infine Andrea Curzio era assegnato al Vallo di S. Angelo, suo luogo natio. Il De Onestis il Ferri il Trezza e Domenico Falcone di Sala costituirono infine la Giunta centrale di governo il 4 settembre 1860.”. Domenico Romagnano (….), nel suo “Garibaldi nel Salernitano”, nel cap. XIV, a p. 155 e ssg., in proposito scriveva che: “Quasi tutte le Giunte Insurrezionali furono presentate in Sala al Dittatore, il quale indossava la divisa garibaldina ed un cappello a larghe falde. E fu nominato Delegato Civile e Militare A. Alfieri d’Evandro, venuto nel “Vallo” da Napoli con molti volontari, ed al quale venne affidato l’incarico di vettovagliare l’esercito che sarebbe giunto, nei giorni di poi, diretto a Napoli.”. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 155, in proposito scriveva che: “In virtù della circolare del primo settembre emanata dal governo provvisorio salese (“Cittadino sindaco. Essendosi felicemente inaugurata una nuova era…..convocherà immediatamente il Decurionato e lo farà deliberare per l’atto di adesione al Governo Unitario Nazionale…)(103) i decurionati dei vari borghi dei due distretti si affrettarono a votare l’atto formale di adesione al governo di Vittorio Emanuele II. Etc…”. Fusco, a p. 358, nella nota (103) postillava: “(103) Cfr. Il Lampo, Napoli, Bullettino 484 del 5 settembre 1860, n. 34; P. Russo, Un brandello ecc.., cit., p. 42 e n. 87”. Fusco, oltre a citare il giornale “Il Lampo”, di cui alcuni esemplari sono conservati presso l’Archivio di Stato di Salerno, citava anche il testo di Pasquale Russo (….) e del suo “Un brandello dell’impresa dei Mille. Dal Fortino ad Auletta”, ed. Grafespress, Castelcivita (SA), 2000, bibliograficamente ben aggiornato e informato. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 168-169, in proposito scriveva che: “Si stabiliva inoltre, “che tutti i funzionari conservino provvisoriamente i propri posti, e che le somme provenienti da tutte le contribuzioni dovranno essere versate presso un Cassiere Centrale”(223).”. Del Duca, a p. 168, nella nota (223) postillava: “(223) A.S.S., Giornali, Dichiarazione del Prodittatore della Provincia di Salerno e del Capo Militare delle forze insurrezionali, “Il Lampo”, n. 32, Napoli 4 settembre 1860.”. Del Duca, a pp. 168-169, in proposito scriveva: “….Giovanni Matina nominato Commissario Civile della Provincia, che assume il titolo di Prodittatore con facoltà di nominare il Governo provvisorio insurrezionale aggregandosi quei cittadini che nel suo patriottismo crederà opportuno”(224). Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuovo governo e numerose le manifestazioni di giubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro”(225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.”. Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”.
Nell’agosto del 1860, i COMITATI MUNICIPALI (giunte Decurionali) dei Comuni del Governo provvisorio Prodittatoriale
Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 89, in proposito scriveva che: “Nei vari Comuni erano stati poi costituiti Comitati Municipali, composti di professionisti, di sacerdoti e di operai. A Trecchina troviamo: Presidente il sacerdote Raffaele Schettini e membri il sac. Vincenzo Maimone, il notaio Federico Schettini, l’avv. Domenico Vita, l’avv. Federico Schettini, Giuseppe Alagia, Angelo Vitarella e Giuseppe Larocca. A Lauria: l’avv. Francesco Maria Gallo, presidente e il sac. Nicola Imbellone, il dott. Biase Giordano, il sac. Francesco Lamboglia, Tommaso Ferrara, Angelo Raffaele Imbellone, Biase Antonio Pansardi, il sac. Nicola Palmieri, il dott. Alfonso Reale, l’avv. Giovanni Girardi, l’avv. Pietro Ielpo, l’avv. Nicolangelo Viceconti, l’Arciprete Nicola Carlunni, l’agrimensore Pietro Caino, il dott. Luigi Sarubbi e altri. A Lagonegro: l’avv. Aniello Picardi, il farmcista Gennaro Aldinio e Antonio Picardi.”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 87-88, in proposito scriveva che: “Questo governo, che sedeva in permanenza nell’antica sede dell’Intendenza, proclamò legittimo lo stato di insurrezione della regione, affidò il comando dell’esercizio patriottico al benemerito colonnello Camillo Boldoni, che nominò Capo di Stato Maggiore Carmine Senise, e dispose che in tutti i Municipi della Provincia fosse immediatamente costituita una Giunta insurrezionale “composta di tre individui, noti per fede patriottica ed energia”(1). Tale Giunta municipale – ordinava il Governo Pro-dittatoriale – “ha tutti i poteri necessari: 1) per fare eseguire tutte le disposizioni, che emaneranno dal Governo Pro-dittatoriale; 2) per mantenere l’ordine interno; 3) per rispondere ai bisogni dell’insurrezione con moizzare immantinenti un terzo della Guardia Nazionale, con aprire liste di volontari, formare una cassa del pubblico denaro, ed altre offerte spontanee; e con provvedere che il Municipio tenga a disposizione della Patria uomini, armi e munizioni”(2). Il Sottocentro di Rotonda, diretto da Bernardino Fasanelli, Emanuele Priante, Gerolamo Iorio, etc…comprendeva i comuni di Rotonda, Lagonegro (3), Rivello, Nemoli, Trecchina, Maratea, Castelluccio, Superiore Cadtelluccio Inferiore, Viggianello e Sanseverino; etc….“. Guida, a p. 88, nella nota (1) postillava: “(1) A Lagonegro la Giunta insurrezionale fu costituita dall’avv. Aniello Picardi, dal farmacista Gennaro Aldinio e da Antonio Picardi. La Giunta simise subito in corrispondenza coi Comitati di Cosenza, di Castrovillari, di Rotonda e di Potenza.”. Guida, a p. 88, nella nota (2) postillava: “(2) Lacava M., Cronistoria etc…, pag. 499.”. Guida, a p. 88, nella nota (3) postillava: “(3) Non era stato possibile costituire un Sottocentro a Lagonegro perchè in questa cittadina avevano sede la Sotto Intendenza e il Commissariato Borbonici e severa e sospettosa era la sorveglianza della gendarmeria.”. Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque ; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de ‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che “I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola.
Nel 30 agosto 1860, a Lagonegro giunse l’avv. Giuseppe MANGO da poco nominato Commissario Civile e la costituzione della GIUNTA INSURREZIONALE di Lagonegro (PZ)
L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 16-17, in proposito scriveva che: “Nel 29 Agosto il Governo prodittatoriale di Potenza nominò pure un Commissario Civile’ per ciascun Distretto della Provincia con tutte le attribuzioni dei passati Sottointendenti, anzi coi pieni poteri ‘per le nomine delle cariche municipali e dei gradi delle Guardie Nazionali, in sostituzione di coloro che o non godessero la pubblica fiducia o non avessero accettato il nuovo ordine di cose’. Pel Circondario di Lagonegro fu nominato il nostro illustre cittadino Avv. Giuseppe Mango, il quale già in Potenza aveva preso parte onorata ed attiva nell’insurrezione lucana. Il Mango giunse in Lagonegro nel 30 Agosto, e prese stanza nel palazzo della Sottointendenza, donde spiegò tutta la sua operosità, pridenza ed energia in qui momenti difficili e pericolosi a prò della causa liberale, e raccogliere attorno a sè i varii partiti, di che la storia gli tributa lode (1).”. Pesce, a pp. 17-18, nella nota (1) postillava che: “(1) L’Avvocato Cav. Giuseppe Mango, nato in Lagonegro nel 1816, d’eletto……….”. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIXI secolo – Considerazioni storiche etc…”, a pp. 100-101, in proposito scriveva: “Sullo spiazzo del Fortino attendevano Garibaldi tutti i componenti il Comitato insurrezionale di Lagonegro, tra cui il presidente Aniello Picardi, il Commissario Civile avv. Giuseppe Mango, i fratelli Aldinio, Nicola Alagia, Antonio Ladaga e la Guardia Nazionale al completo; giunsero poi il Pro-dittatore della Basilicata Nicola Mignogna e il segretario del Governo Provvisorio Pietro Lacava che in nome della Basilicata e di tutti gli insorti diedero il benvenuto al Dittatore e gli consegnarono la somma di seimila ducati (1). Garibaldi strinse la mano al Mignogna e gli disse: “Bravo Mignogna, Voi avete ben meritato della Patria”. Riguardo l’avv. Giuseppe Mango, Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, ed. Gutemberg, 2011, a p. 143, in proposito scriveva che: “Intanto al Commissario Civile di Potenza, Giuseppe Mango (27), venuto appositamente da Lagonegro, il 5 settembre giunse l’ordine di far preparare 25 mila razioni di viveri per le truppe di artiglieria prossime a passare (28)”. Policicchio, a p. 143, nella nota (28) postillava: “(28) C. Pesce, Lagonegro nella rivoluzione del 1860, Tip. Lucana, Lagonegro, 1911, p. 49.”.
La GIUNTA INSURREZIONALE di Vibonati


Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol. II, a p. 381, in proposito scriveva che: “Il Decurionato certificò il suo passaggio così verbalizzando: (….) Visto che nella forma Costituzionale etc…” (19).”. Policicchio, a p. 381, nella nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata all’istituto Governo Pro-dittatoriale della Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. La notizia dunque la si apprende da un verbale del Decurionato di Torraca. La notizia, in seguito fu ripresa dal Fusco. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Vibonati nel secolo decimonono”, vol .II, a pp. 380-381, in proposito scriveva che: “Il Generale, a Vibonati, lasciò una ‘Giunta Comunale Insurrezionale’ in commissione permanente composta dal Sindaco e da Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale. I due, insieme al giudice Francesco Saverio Chiazza, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito disposto con decreti dittatoriale dell’8 e 12 ottobre 1860.”. Credo che vi sia stato un errore di trascrizione perchè si tratta di Francesco Saverio Cajazza o Cajazzo. Dunque, il generale Garibaldi lasciò il governo del paese di Vibonati ai tre uomini di fede: il Sindaco, il barone Giuseppe Giffoni, Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale ed al giudice Regio del Circondario di Vibonati, Francesco Saverio Cajazzo. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 145, in proposito scriveva che: “I primi decreti del governo provvisorio furono emanati subito, nei primi giorni di settembre: nomina dei commissari organizzatori dei singoli circondari (per quelli di Sanza, Padula, Sapri e Vibonati fu nominato Vincenzo Del Vecchio (48) e capoluoghi di distretto (per Sala etc…”. Fusco, a p. 351, nella nota (48) postillava: “(48) Per questione di omonimia non si sa se sia l’ex decurione salese (cfr. n. 46) o, più probabilmente, il possidente vibonatese che ospitò Garibaldi tra il 3 e il 4 settembre.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a p. 173, sulla scorta di Ferruccio Policicchio (….) , in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi venne ospitato dal liberale Nicola Del Vecchio, incontrando il Regio Giudice di Vibonati Francesco Saverio Cajazzo, che aveva organizzato l’insurrezione nel Golfo, a cui rivolse parole di ringraziamento “a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”, e affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e dello stesso Giudice Cajazzo, scelti per la loro fede patriottica (236).”. Del Duca, a p. 174, nella nota (236) postillava: “(236) A. Sole, Catalogo della Mostra documentaria ‘Garibaldi e Salerno. Documenti e testimonianze, in Garibaldi il mito e l’antimito, cit., pag. 242.”. Ferruccio Policicchio (….) ed al suo “Vibonati nel secolo Decimonono”, vol. II, dove, a p. 381, nel nota (19) postillava: “(19) ACV, B.3 F.1, Delibera Decurionale del 4 settembre 1860 inoltrata al’istituito Governo Pro-dittatoriale dell Provincia di Sala. Giuseppe Giffoni Barone (Sindaco), Carmine Giffoni, Francesco Colimodio, Raffaele Colimodio, Vincenzo Pugliese Lacorte, Francesco Pugliesi, Domenico Giffoni, Tommaso Curzio, Fabrizio Pifano, Giuseppe Pugliesi, Nicola del Vecchio (Decurioni).”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a pp. 174-175, in proposito scriveva che: “Come il Decurionato di Vibonati, altri Decurionati al passaggio di Garibaldi dichiararono decaduta la dinastia borbonica, riconoscendo ancor prima che un plebiscito lo legittimasse, l’annessione immediata al Piemonte e proclamarono l’Unità d’Italia sotto la corona sabauda.”. Del Duca, a p. 175, nella nota (238) postillava: “(238) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno’, cit., pagg. 290-291.”.
In seguito al 1857, Giovanni GIFFONI di Vibonati, perseguitato dalle autorità borboniche
Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 208-209, in proposito scriveva che: “Un ricorso per risentimento, a nome Saverio Polito, accusava D. Giovanni Giffoni di Vibonati d’essere stato il “gran fabbro” dello sbarco di Pisacane. Egli, che esercitava la professione di cancelliere presso il Giudicato circondariale, nel 1848, si rese operoso nei processi politici, quindi, ben conosciuto dalle autorità (29). Consapevole dei malevoli sentimenti contro di lui nutriti per aver raccolto molta e profonda avversione, temendo effetti di reazione vendicativa a suo danno, quando sbarcò il “bel Capitano”, atterrito, il mattino del 29 giugno, si rifugiò a Camerota. ‘Raccoglieva larga messe di odiosità tra i suoi conterranei appunto per essersi reso operoso strumento in una processura politica qui compilata parecchi anni addietro a carico di molti individui; odiosità in cui incorsero seco lui per la stessa causa anche tre fratelli Perazzo nipoti di quel sacerdote D. Biase Perazzo, nella cui casa sarebbesi voluto trasformare in una settaria fucina, e non per questo la sua famiglia fu sempre ritenuta di sentimenti elevati al Real trono.”. Il sottointendente ritenne falsa la firma improntata al nome di Saverio Polito “per il niun risultato che si hanno avuto con le più efficaci investigazioni da me spiegate all’oggetto” e considero la denuncia “un complesso di abominevoli calunnie. La condotta del Giffoni in fatto di politica non soffre acciacco veruno”(30).”. Policicchio, a p. 208, nella nota (29) postillava che: “(29) Con missiva del 12 gennaio 1858 da Positano fu trasferito a Sanza.”. Policicchio, a p. 208, nella nota (30) postillava che: “(30) ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 31, f. 42.”.
Nel 30-31 agosto 1860, i Municipi e le Giunte Insurrezionali deliberarono e sostennero le SPESE vive per il mantenimento della truppa dei volontari garibaldini
Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Trieste, 1868, Vol. II, a pp. 172-173, in proposito scriveva che: “Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottointendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto’ la podestà, e dichiarava ‘mettere nelle mani del colonnello Matina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari’ (ch’egli stesso non aveva!). Codesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi ‘capo dell’insurrezione’, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le armi nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii ‘organizzatori’ delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un’ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi marziali, e stessa pena a qualunquee uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnoni, uno di tal commissarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli ‘arrolamenti d’armati’.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La lotta per l’Unità Nazionale nel Salernitano”, in “Scritti di Storia Meridionale”, a pp. 392-392, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno 30 agosto, nel quale egli spiegò tutta la sua energica attività, dopo aver assunta la prodittatura nel Salernitano, nominò il Fabrizi capo militare dell’insurrezione col grado di colonnello. Credette così di aver assicurata al moto anche l’autonomia militare. Il prodittatore, dopo avere installato il governo provvisorio con poteri assoluti su tutte le autorità civili e militari della provincia, ordinò che tutti i funzionari rimanessero al loro posto, corrispondendo direttamente col governo provvisorio; nominò suo segretario e capo di stato maggiore il cittadino Alfieri d’Evandro e creò un cassiere centrale in persona del capitano Antonio Carraro (28). Con successivi decreti del 1° e del 4 settembre creò una “Giunta Centrale d’insurrezione”, divisa in quattro dicasteri, e le Giunte insurrezionali in ogni comune.”. Stessa cosa avvenne nel Distretto di Vallo. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, nella nota (94) postillava: “(94) Il 23 agosto 1860 il Comitato Centrale dell’Ordine comunicava al Comitato provinciale di Salerno che il “Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nelle qualità di promotore o direttore del Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” facendogli tenere 500 ducati. Va ricordato che nel distretto di Vallo erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce.”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che, nel Distretto di Vallo, il “Movimento insurrezionale nel Distretto di Vallo” (il cui promotore e Direttore accreditato dal Comitato Centrale dell’Ordine, era Stefano Paasero), gli fece tenere 500 ducati ed “erano stati già raccolti nel 1859 d. 471, dei quali 300 vennero rimessi al Comitato provinciale e 171 conservati a Vallo per fare cartucce.”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 72-73, nell’“Appendice”, in proposito aveva scritto: “A 23 Agosto 1860 il Comitato dell’Ordine, comunicava a Comitato provinciale di Salerno, il seguente Ordine. “Il Capitano della Guardia Nazionale Sig. Stefano Passero di Vallo è accreditato presso il Comitato Provinciale di Salerno nella qualità di “promotore etc…”.”. Il D’Evandro, continuando il suo racconto scriveva pure che: “In forza e per effetto di questo mandato il Signor Stefano Passero riuniva in casa tutti i notabili di Vallo e manifestava ad essi l’ordine soprascritto e i diversi proclami ricevuti dal comitato medesimo, annunziava aver dal Comitato Provinciale ricevuto D. 500 per iniziare il movimento insurrezionale, dietro di che si passava alla creazione di tre Commissioni, come rilevasi dal seguente 1° Bullettino rivoluzionario della Lucania occidentale, pubblicato al 30 agosto 1860 dal Comitato Centrale dell’ordine. “Noi Stefano Passero etc…Il Comandante in capo della insurrezione dell’Alto Cilento Stefano Passero.”.”. Dunque, tra il 23 ed il 28 agosto 1860, Stefano Passero istituì tre Commissioni. Il D’Evandro scriveva che: “Dalla prima commissione furono raccolte armi, che vennero distribuite ai volontarii che seguivano il Comandante Passero…..”. D’Evandro continuando la sua relazione scriveva: “Il 28 Agosto 1860 affluivano sulla piazza di Vallo le guardie nazionali de’ Comuni di Novi, Cannalonga, etc…”, e poi aggiungeva: “Molti volontari di essi comuni ingrossavano le file degl’insorti del Distretto; il municipio provvedendo a quanto occorreva alla insorta colonna che fu largamente pagata dal Comandante Passero. Altrettanto avveniva in Stio, in Laurino, in Piaggine, e in Sano. Etc…”. Dunque, D’Evandro scriveva che nel Distretto di Vallo della Lucania, il Municipio di Vallo della Lucania provvedè a quanto occorresse alla colonna di Stefaro Passero, ed aggiunge che le spese vive per l’occorrente “fu largamente pagata dal Comandante Passero”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83). Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84)“. Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 17773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 153, dedica un’intero capitolo alle spese sostenute dai Municipi: “Capitolo Nono – Costi della Spedizione”, ed in proposito scriveva che: “I comandanti delle truppe insurrezionali, nei loro molteplici dislocamenti, presero dalle casse dei municipi, a volte anche con difficoltà, il denaro stimato bisognevole per le quotidiane forniture a uomini e animali, o per le paghe agli arruolati. Ovunque, quindi, il passaggio delle truppe collegate alla causa garibaldina produsse innumerevoli spese alle diverse tesorerie comunali.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 153, in proposito scriveva che: “Il Comune di Scalea, “pel passaggio della fanteria e cavalleria dell’Esercito Meridionale del Generale Garibaldi”, secondo lo stato delle spese sostenute e presentato dal Sindaco, ascese a ducati tredici e grana venticinque. Il Decurionato propose di prelevare la somma dal fondo dalle ‘imprevedute’ (3).”. Policicchio, a p. 153, nella nota (3) postillava: “(3) ACSCL, Registro raccolta dele Delibere Decurionali, delibera del 18.9.1860, p. 111. Anche C. Manco, Scalea prima e dopo, s.c.e., 1969, p. 78; C. Cosenza, Le deliberazioni Decurionali (1830-1861) s.c.e. e data, p. 88; G. Celico, Santi e Briganti, Diamante, 2002, p. 298.”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 78, in proposito scriveva che: “La gente delusa fu, in parte compensata, pochi giorni dopo, dalla visita di molti garibaldini. Una delibera comunale del 18 ottobre 1860 omologò le spese per il soggiorno dei garibaldini. Il nuovo consiglio comunale legalmente costituito, formato da G. de Cesare, Francesco Cupido, Giovanni Cupido, Emanuele Pepe, deliberò, nel 1861, d’intitolare il monte pecuniario che portava il nome di Ferdinando di Borbone a Giuseppe Garibaldi. Omologò inoltre le spese dei festeggiamenti per la proclamazione del regno d’Italia. Conferì la cittadinanza onoraria ad Alessandro Dumas padre che aveva a Scalea amici e ammiratori. Donato Cupido fu liberato e mandato a combattere il colera a Lagonegro.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 154, in proposito scriveva che: “Ai primi di settembre, dopo gli imbarchi effettuati a Paola, per mantenere l’ordine pubblico, nella città vi rimasero alcuni militi al comando del primo Tenente Ercole Posteraro. Questi, in arretrato di otto giorni, cominciò dal 17 settembre, a reclamare il pagamento giornaliero degli individui al suo comando. Il 19 settembre, il sindaco, al Governatore di Cosenza, così giustificava: “Da due giorni Ercole Posteraro con 45 individui si trova quì, io gli ho fatto passare le razioni di viveri e glie le continuerò sino chè vi staranno. Ho creduto non passar loro il denaro perchè debbo mantenere la Guardia Nazionale mobilitata, se l’autorità sua dispone diversamente.”. Il reclamo nasceva dal fatto che i militi erano prossimi a imbarcarsi e, per evitare inconvenienti, fu ordinato: “(….) disporrà che dalle somme esistenti in suo potere siano pagate le giornate che si reclamano, previo aggiusto colla relativa contabilità e che mo trasmetterà insieme al bono corrispondente.”(4).”. Policicchio, a p. 154, nella nota (4) postillava: “(4) ASC, Governo di Calabria Citra, b. 1, f. 2.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, dopo aver parlato dell’occupazione di alcuni paesi del basso Cilento, tra cui Roccagloriosa da parte della colonna del De Dominicis, in proposito scriveva che: “Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (15) postillava: “(15) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Altri personaggi che meritano menzione ed elogi in quel periodo rivoluzionario furono Giuseppe Giffoni di Vibonati, Socrate Falcone di Policastro, Luigi Barselloni e Giuseppe Curcio di Sanza.”. Dunque, la notizia dataci dal Policicchio proviene dall’Archivio Comunale di Torraca. Si tratta della Delibera decurionale del 6 novembre 1860. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 285-286, in proposito scriveva che: “A Vibonati Garibaldi…..Di sicuro al suo cospetto ebbe il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente”(36). Affidò il governo di Vibonati al Sindaco Giuseppe Giffoni Barone, a Vincenzo Pugliese, capitano della Guardia Nazionale, e allo stesso giudice Cajazzo, scelti per fede patriottica che, tra l’altro, ebbero anche il compito di gestire il Plebiscito.”. Policicchio, a p. 286, nella nota (36) postillava: “(36) Archivio Comunale di Torraca, verbale Decurionale del 14.10.1860”. Dunque, Policicchio scriveva che Garibaldi, a Vibonati incontrò, scrive lui, “sicuramente”, “….il Regio Giudice Francesco Saverio Cajazzo, preparatore dell’insurrezione nel Golfo, cui rivolse queste parole: “vi ringrazio a nome del popolo, la Patria vi sarà riconoscente.”. Paola Margarita (….), nel suo “1.2. Il 1860 nelle cronache del giornale “Il Lampo”.” (sta nel “Catalogo della mostra documentaria. Documenti e tetimonianze”, nel libro “Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008) e, a p. 186 riporta il seguente documento del 31 agosto 1860, a Sala: “Sala, 31 agosto 1860. Il Prodittatore Giovanni Matina dichiara legittimo lo stato d’insurrezione della provincia (ASS, Giornali, “Il Lampo”, suppl. al n. 32, Napoli 4 settembre 1860). “Il Prodittatore Matina, installata la Prodittatura, dichiara legittimo lo Stato Insurrezionale della Provincia e ordina che tutti gli atti di governo sia per l’amministrazione civile che giudiziaria portino l’intestazione “Vittorio Emmanuele Re d’Italia e il Generale Giuseppe Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie”. Ordina, inoltre, che si affidi il comando dell’esercito al colonnello Luigi Fabrizi, che sia installata una Giunta Insurrezionale in tutti i Municipi della Provincia composta da tre individui noti per la fede patriottica, scelti dai commissari a ciò delegati. La giunta municipale così composta avrà pieni poteri per far eseguire tutte le disposizioni che emanerà il governo, per mantenere l’ordine interno, per l’apertura di liste di volontari e per formare una cassa del pubblico danaro.”. Questi provvedimenti e Atti emanati dal Governo provvisorio del Matina verrano pubblicati anche in Alfieri d’Evandro (….). L’Archivio di Stato di Salerno, Prefettura, Gabinetto, “b. 1, f. 5”, rapporto del 12 settembre 1860, contiene il rapporto del 22 settembre 1860. Storia archivistica: Il fondo era già conservato nell’antico Archivio provinciale a cui era pervenuto dalla Prefettura di Salerno a partire dal 1873 e poi ancora all’inizio del sec. XX. Un ulteriore versamento risale al 1940 e l’ultimo, relativo al Cemento armato, al marzo 2013. Ad oggi è parzialmente riordinato e consultabile sulla base di inventari, per le serie sistemate, e di elenchi di versamento per le serie ancora in corso di ordinamento. Le carte del Gabinetto della Prefettura di Salerno sono giunte all’Archivio di Stato di Salerno per versamenti, il primo effettuato all’inizio del secolo e il secondo nel 1940. La documentazione è stata inventariata nel 1954. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, ed. Gaia, Saggi, 2011, a pp. 168-169, in proposito scriveva che: “Si stabiliva inoltre, “che tutti i funzionari conservino provvisoriamente i propri posti, e che le somme provenienti da tutte le contribuzioni dovranno essere versate presso un Cassiere Centrale”(223).”. Del Duca, a p. 168, nella nota (223) postillava: “(223) A.S.S., Giornali, Dichiarazione del Prodittatore della Provincia di Salerno e del Capo Militare delle forze insurrezionali, “Il Lampo”, n. 32, Napoli 4 settembre 1860.”. Del Duca, a pp. 168-169, in proposito scriveva: “….Giovanni Matina nominato Commissario Civile della Provincia, che assume il titolo di Prodittatore con facoltà di nominare il Governo provvisorio insurrezionale aggregandosi quei cittadini che nel suo patriottismo crederà opportuno”(224). Unanimi furono le adesioni dei comuni della provincia al nuovo governo e numerose le manifestazioni di giubilo della popolazione come avvenne a Torre Orsaia, dove “universale del Circondario fu l’esultanza per il nuovo governo e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi per averli liberati dal più cieco dispotismo che per tanti anni aveva gravato su di loro”(225).”. Del Duca, a p. 169, nella nota (224) postillava: “(224) F. Policicchio, Le camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., nota n° 14 pag. 275.”. Del Duca, a p. 169, nella nota (225) postillava: “(225) A.S.S., Gabinetto, Intendenza, Affari Generali, Rapporto del capitano della Guardia Nazionale, busta 1, fascicolo 5.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 154, in proposito scriveva che: “In Basilicata, dal 18 agosto al 28 settembre, dall’esattore fondiario di Trecchina, Episcopia e altri Comuni, cumulativamente, furono prelevati 39 ducati. E ancora, dalle pubbliche casse di S. Chirico, Episcopia, Calvera, Lauria e Lagonegro, in uno, furono prelevati 462 ducati (5).”. Policicchio, a p. 154, nella nota (5) postillava: “(5) G. Racioppi, Storia dei moti di Basilicata ecc.., cit., p. 348.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 154, in proposito scriveva che: “Con il carico di organizzare le giunte municipali secondo il volere del nuovo Governo provvisorio della Provincia salernitana istituito a Sala, nel Golfo, fu inviato Vincenzo Vecchio che con sé portò alcune Guardie Nazionali. Per la loro diaria, in quell’occasione, il comune di Vibonati sopportò la spesa di ducati sette e grana 80 la cui somma fu prelevata dal capitolo delle “imprevedute”(6). Il denaro speso dal Comune di Vibonati per le varie somministrazioni alle colonne in movimento pose in lite, per oltre dieci anni, Cassiere e Amministratori. Il Governo provvisorio del Principato Citra riconobbe la somma di 487,80 ducati; il Cassiere Luigi Brandi, invece, pretendeva il riconoscimento di 844,70 ducati. Dopo lungo esame dei conti e prolungate discussioni, il Consiglio, considerando mendace e contraddittorio il reclamo prodotto dal Cassiere, il 20 agostro 1872 deliberò: (7): “1° Che la effettiva somma somministrata nel 1860 per trasporti militari alle colonne dell’esercito meridionale, comandate dal Dittatore Garibaldi dall’ex Tesoriere di questo Comune signor Luigi Brandi fu di ducati 487:80 e non già di ducati 844:60, come sostiene nel reclamo presentato al Signor Prefetto della Provincia. Etc…(8).”.”. Policicchio, a p. 155, nella nota (7) postillava: “(7) ACVBN, , Ivi, b. 3, f. 2, Delibera del 20 agosto 1872.”. Policicchio, a p. 155, nella nota (8) postillava: “(8) La somma veniva provata dalla seguente inconfutabile missiva inviata al Sindaco: “Salerno 22 9vembre 1860 n. 75= Governo del Principato Citeriore = Signore, con il suo rapporto del 15 volgente mese mi sono pervenute le contabilità per la diaria amministrata a varie colonne dell’esercito meridionale Italiano del prode Dittatore Garibaldi, dell’ammontare di Dti. 487:80; eetc…= Pel Governatore Il Segretario Generale Calende”.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Il Decurionato di Torraca, chiamato a deliberare sulle spese sostenute dal Comune per l’insurrezione, verbalizzò il seguente (9): “Motivo di spesa: 1- Alla colonna insurrezionale di Magnoni per mano del Giudice di Vibonati sig. Cajazzo, fra docati cento offerti da altri comuni. Torraca ha sborsato Dti. 24 e Gr. 00.; 2- Piombo rotoli 50 somministrato al Giudice Cajazzo per munizione delle guardie mobili prima della venuta di Garibaldi: Dt. 8, e Gr. 80; 3 – Vitto ai soldati garibaldini passati in detaglio da questo comune: Dti. 13, e Gr. 00; A due corrieri spediti a Sala uno all’arrivo di Tur a Sapri ed un altro per il ricapito di un plico al Dittatore: Dti. 1 e Gr. 30; 4- Biada per vetture dei garibaldini rimasti a pernottare in questo comune: Dti. 1, e Gr. 90; 5 – Fieno e paglia: Dti., 1 e, Gr. 10; 6 – Vettura a Giuseppe Nicola Cesarini fino a Casalnuovo due giorni: Dti. 1, e Gr. 00; Ad Antonio Bifano fino a Sala due muli due giorni: Dti. 2, e Gr. 40.; ……“. Policicchio, a p. 155, nella nota (9) postillava: “(9) ACTRC, Registro raccolta delibere Decurionali, delibera del 6.11.1860, p. 199, 199v. Dalla trascrizione del Verbale si evince che lo scritturale non seppe scrivere il nome del generale Turr.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 156, in proposito scriveva che: “Il Maggiore Michele Pagano, il 1° settembre 1860, al Sindaco di Torre Orsaja, ordinò quattromila razioni di pane e carne per le colonne insurrezionali. Nei dintorni si aggirava la colonna comandata da Teodosio De Dominicis che si divise tra i Comuni del circondario. A Torre Orsaja giunsero in seicento, inclusi i vetturini al seguito. Furono forniti di pane, carne e biada. Dodici tomoli di grano furono prelevati dal Monte Frumentario e inoltre: “furono necessari cantari due e rotoli quaranta di carne vaccina che furono pagati in ragione di grana 13 a rotolo, quindi il suo importo è dt. 31,20. Tomoli 11 di biada alla ragione di carlini dieci il tomolo, il cui importo è di dt. 11,00. Ancora 50 moggi di fieno che furono comprati per grana due l’uno, e quindi per questo oggetto si ha l’esito di un docato”. La spesa complessiva, facendo rimanere quella del grano a carico del Monte Frumentario (10), fu di ducati 43,20: “inoltre lo stesso Maggiore Pagano in data degli undici corrente da Eboli ordinava pagare dt. 21,60 a’ mulattieri di questo Comune che per otto giorni starono con sei vetture al seguito della colonna”. Il seguente 23 settembre, il Decurionato discusse l’argomento e, per le ristrette finanze, decise: “che invece di dt. 21,60 ordinati pagarsi ai vetturini di questo Comune, gli si diano docati 9,60, poichè loro è sufficiente una piastra al giorno per sei vetture, avendo questi ricevuto il foraggio ed i vetturini le spese cibarie. Il collegio trova giusto regolare l’esito di Dt. 43,20 per carne e biada e fieno e perciò delibera che questa somma venga accoppiata a quella di Dt. 9,60 che in uno si ha la spesa totale di Dt. 52,80 sia prelevata dall’art. 47 addetta alla spesa de’ detenuti delle prigioni di questo Circondario”(11).”. Policicchio, a p. 156, nella nota (10) postillava: “(10) Questa decisione, il 28 dicembre, dal Governatore non venne approvata perché il grano del Monte Frumentario era il sollievo dei poveri e la spesa delle razioni doveva formarsi a totale del Comune.”. Policicchio, a p. 157, nella nota (11) postillava: “(11) ACTRO, Registro raccolta delibere Decurionali di Torre Orsaja., pp. 64, 64v.”. Policicchio, a p. 157, in proposito scriveva pure: “In ottobre passarono da Torre Orsaja due sergenti piemontesi che, girando “per affari di servizio”, obbligarono i comuni a far loro somministrazioni. Il Decurionato dovette loro sborsare 7,20 ducati più uno per i vetturini che da Torre li portarono a Policastro e da qui a Santa Marina. A fine dicembre due ufficiali francesi si misero a girare il Cilento con l’intento di reclutare uomini per la Legione francese che si stava organizzando in Napoli (12). La carrozza servita per loro uso costò al comune di Vallo 16 duati (13).”. Policicchio, a p. 157, nella nota (12) postillava: “(12) Un figlio di Tortorella, Nicola Polito di Giuseppe e Giovanna Abramo, nato il due aprile 1797, soldato della 14° divisione, perse la vita a Parigi, nell’ospedale militare, il 17 febbraio 1861.”. Policicchio, a p. 157, nella nota (13) postillava: “(13) ACVLL, Serie V, vol. 21, contabilità anno 1860, cc. 65, 65.”. Policicchio, a p. 157, in proposito scriveva pure: “Il 7 ottobre 1860 si trovarono a transitare da Laurito il Sergente Giovanni Severo col Caporal Maggiore Pietro Bertoni della 6° Compagnia della Brigata Cacciatori delle Alpi, i quali, dal Cassiere comunale prelevarono ducati tre e grana 60, per vettovaglie e spese di viaggio, senza lasciar buoni di ricevuta. Il Sindaco, Antonio Speranza, prontamente scrisse al Governatore per farsi autorizzare l’esborso e domandò come comportarsi qualora si fossero verificati simili casi (14).”. Policicchio, a p. 157, nella nota (14) postillava: “(14) ASS., Governatorato, b. 4, f. 130”. Policicchio, a p. 157, in proposito scriveva pure: “Nei primi giorni d’aprile 1861 ancora vi erano residui dell’Esercito Meridionale. A Camerota vi giunse un garibaldino di nome Ambrogio Biella di Milano, di professione orologiaio. Trovato il posto incantevole e libero dall’ormai sciolto Esercito garibaldino, vi rimase ad esercitare la sua arte. Ma il 14 aprile ebbe una rissa con alcuni della Gurdia Nazionale del luogo, riportò una ferita che dai medici fu giudicata mortale. Il milite era privo di mezzi e dal Comune venne aiutato per non farlo morire facendogli somministrare tutto ciò che gli veniva prescritto dai medici. Etc..”. Policicchio, a p. 157, nella nota (15) postillava: “(15) ASS., Governatorato, b. 4 f. 118”. Policicchio, a pp. 160-161, in proposito scriveva pure: “Secondo il conto materiale ‘fuori stato’, ossia non previsto in bilancio, dell’anno 1860 del Comune di Roccagloriosa, reso dal cassiere Giuseppe Caruso (20), furono spesi 114,26 ducati di cui 109,46 “per razioni e foraggi somministrate alla colonna insurrezionale comandata dal sig.’ De Dominicis, ed approvata dal sig’ Governatore” ed ancora ducati 4,80 “a due Garibaldini dello Stato Maggiore, in virtù di bono rilasciato e spedito all’Intendente giusta la sua richiesta”(21).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (21) postillava: “(21) ASS., Governatorato, b. 12, f. 499.”. Policicchio, a p. 161, in proposito scriveva pure: “Il Sindaco di S. Giovanni a Piro dovette somministrare al Colonnello Oriano Temes e al suo seguito, sei vetture per recarsi a Vallo. Del che ne fu rilasciato relativo “bono” di undici ducati e 40 grana (22). Nel medesimo Comune si presentarono il primo sergente dei carabinieri Salvatore Amispergh; Nicola Santoro, terzo sergente, Gaetano Curcio ed Eduardo Biscaglia caporali, tutti dello stesso corpo, i quali dichirarono che: “…partivano da Paola il giorno 18 corrente mese di marzo (1861) alle ore 23 imbarcati sul vapore denominato Torrente come conduttori di sessanta soldati sbandati…etc…(23).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (23) postillava: “(23) ACSGP, Registroraccolta delibere Decurionali anni 1861-1871, delibera del 20.3.1861, p. 185v.”. Policicchio, a p. 161, in proposito scriveva pure: “E siccome le spese straordinarie assorbite dalle truppe insurrezionali sostenute dal Comune ammontano a oltre 300 ducati, per l’importo dei detti 24 ducati il cassiere dovette ricorrere ad un prestito. Per tale motivo: “è inabilitato a poter fra fronte ad altri pagamenti e deve ricusare qualunque mandato”(24).”. Policicchio, a p. 161, nella nota (24) postillava: “(24) Ivi, delibera del 5 Aprile e 3 maggio 1861, pp. 187-188v.”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a pp. 292-293, in proposito scriveva che: “Anche il Sindaco di S. Giovanni a Piro dovette somministrare al colonnello Oriano Temes e al suo seguito, sei “vetture” per recarsi a Vallo. Del che ne fu rilasciato buono di 11 ducati e grana 40 (51). Nel medesimo Comune si presentarono il primo sergente dei carabinieri Salvatore Amispergh; Nicola Santoro, terzo sergente, Gaetano Curcio ed Eduardo Biscaglia caporali, tutti dello stesso corpo, i quali: “partivano da Paola il giorno 18 corrente mese di marzo (1861) alle ore 23 imbarcati sul vapore denominato Torrente come conduttori di di cento sessanta soldati sbandati, per i quali ebbero colà le rispettive diarie per una sola giornata etc…”(52).”. Policicchio, a p. 292, nella nota (51) postillava: “(51) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, delibera del 16-3-1861, p. 186.”. Policicchio, a p. 293, nella nota (52) postillava: “(52) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, p. 185v., delibera del 20-3-1861.”. Policicchio, a p. 293, in proposito scriveva pure: “Per soddisfare il deliberato e reperire i 24 ducati, il cassiere dovette ricorrere ad un prestito. Le spese straordinarie assorbite dalle truppe insurrezionali e sostenute dal Comune ammontavano a oltre 300 ducati e, per tale motivo, il cassiere “è inabilitato” a poter far fronte ad altri pagamenti e deve ricusare qualunque mandato”(53).”. Policicchio, a p. 293, nella nota (53) postillava: “(53) Archivio Comunale di S. Giovanni a Piro, Registro Raccolta delle Delibere Decurionali anni 1851-1871, p. 186, delibera del 5-4 e 3-5-1861”. Ferruccio Policicchio (…) che, nel suo “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 293, in proposito scriveva che: “Il denaro speso dal Comune di Vibonati per le varie somministrazioni alle colonne in movimento pose in lite, per oltre dieci anni, Cassiere e Amministratori. Mentre il Governo provvisorio del Principato Citra riconobbe la somma di 487,80 ducati, il Cassere Luigi Brandi, invece, pretendeva il riconoscimento della spesa per 844,60 ducati. Dopo un lungo esame dei conti e proluungate discussioni, il Consiglio Comunale, considerando mendace e contraddittorio il reclamo prodotto dal Cassiere, il 20 agosto 1872 deliberò (54): “1° Che la effettiva somma somministrata nel 1860 per trasporti militari alle colonne dell’esercito meridionale, comandate dal Dittatore Garibaldi dall’ex Tesoriere di questo Comune signor Luigi Brandi fu di ducati 487:80 e non già di ducati 844:60, come sostiene nel reclamo presentato al Signor Prefetto della Provincia. Etc…”.

Nel 31 agosto 1860, a Cosenza, John Peard, C.S. Forbes, Gallenga e Fabrizi furono incaricati da Garibaldi di allontanarsi per ispezionare gli apprestamenti militari e riferirgli prima del suo arrivo in quei luoghi
Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 203, in proposito scriveva che: “Durante questa sua strana avventura il Peard era in compagnia del Gallenga, corrispondente del ‘Times’, di C. S. Forbes, comandante della Marina inglese e del Fabrizi, tutti e tre incaricati dal Dittatore di precederlo, per ispezionare le posizioni militari. La brigatella attraversate le file del Caldarelli prima che si sbandassero, nella sua qualità di non combattente, aveva seguita la strada maestra per tutto il tragitto di Cosenza in poi, guadagnando cinquanta miglia di vantaggio su Garibaldi che aveva dovuto fare il giro della costa. Nel pomeriggio del 3 settembre, mentre Garibaldi filava a vele spiegate nella baia di Sapri, il Peard entrava ad Auletta in mezzo alle grida del “più frenetico entusiasmo”, come egli notò nel suo Diario.”. Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Ms. Peard, Journal, 3 settembre”. Dobelli, a p. 439, di Peard scriveva: “Peard = Treveljan (G.M.) – War-Journals of Garibaldi’s Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. Peard per il 1860 nel ‘Cornhill Magazine, giugno 1908. Vedasi anche un altro articolo di Miss Frances M. Peard apparso nella stessa rivista nell’agosto 1903 sotto il titolo: ‘Garibaldi’s Englishman.”. Riguardo il manoscritto di John Witehead Peard, sulla rete si può leggere al link https://findingaids.lib.umich.edu/catalog/umich-wcl-M-4344.1pea, dove troviamo diverse notizie interessanti sulla guerra in Italia nel 1860. Questo manoscritto (36 pagine) è composto da lettere che John Whitehead Peard scrisse a un corrispondente non identificato sulle sue attività in Italia tra maggio e novembre 1860. Peard parlò del suo servizio militare sotto Giuseppe Garibaldi e Giacomo Medici in Sicilia e a Napoli durante le guerre di unificazione italiana, compresi i suoi viaggi e le sue esperienze durante la battaglia di Milazzo. Fece riferimento a movimenti di truppe e notizie militari, a volte coinvolgendo le forze napoletane e dello Stato Pontificio, così come le unità di Garibaldi. Peard descrisse le visite a diverse città, tra cui Genova, che ammirava molto, e Cefalù. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 455-456, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “In carrozza con Garibaldi e Cosenz partiamo alle tre antimeridiane…..Alle dodici dopo una lunga ed erta salita giungemmo a Tarsia. Venne la guardia nazionale, chi armato, chi no. Si mangia al cospetto di tanta gente, tutti silenziosi cogli occhi fissi su Garibaldi. Ci si ferma a Spezzano Albanese ove parlano greco. Entusiasmo, gridi, salti di gioia. A Castrovillari in casa Pace capita Peard detto l’Inglese di Garibaldi. 2 settembre domenica. Si parte alle cinque: ovazioni al Morana. Distici latini. Distribuzione di 284 ducati ai soldati napoletani: la guardia nazionale ci segue; il figlio del capo urbano arrestato. Il capo degli insorti di Potenza annuncia essere pronti duemila volontari. Nuova guardia nazionale ben vestita, ben armata di fucili da caccia. Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno. Mi prega di stendergli un indirizzo. Manda Trecchi e Nullo a portarlo. Giunse pertanto una lettera di Cardarelli in cui dice a Garibaldi: “Questa vostra truppa si profferisce ai suoi ordini”. Si ascoltano i lamenti degli ufficiali, che non hanno assicurata la loro posizione. Allora si pensa di mandare Bernieri e Trecchi portatori di un’altra lettera in cui si promette la conservazione del grado e si dispongono le cose per altre trattative. L’incarico dato ai nostri è di tenere la relazione continua con noi, mirando a non lasciare entrare quella truppa e quei cannoni a Salerno, e partono alle sei.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 135, in proposito scriveva che: “In Calabria il Dittatore aveva incaricato l’inglese Peard, C. S. Forbes comandante della marina inglese ed il Fabrizi di precederlo per esaminare le posizioni militari importanti e riferirgli. Costoro accompagnati anche da Galenga corrispondente del ‘Times’, riuscirono a passare attraverso le file del Caldarelli prima che si sbandassero e a proseguire fino ad Auletta (2-3).”. Mazziotti, a p. 135, nella nota (2-3) postillava: “(2-3) Treveljan, – opera citata, pag. 202-207.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 416, in proposito scriveva che: “Sappiamo che con Garibaldi v’erano il Peard e altri cui i privati mezzi permettevan di seguire la veloce andatura della sua carrozza. Quando Garibaldi aveva deviato per Sapri, il Peard con alcuni compagni avevano proseguito per la strada maestra giungendo a Sala prima degli altri. Eran partiti di là quasi subito ed il Forbes, che vi era arrivato poco dopo, s’era sentito dire con sua meraviglia come Garibaldi fosse passato da Sala forse mezz’ora prima. I cittadini di Sala etc…”. Dunque, Treveljan cita John Whitehead Peard, Charles Stuart Forbes, comandante della Marina Inglese, Gallenga, corrispondente del Times, e del generale Fabrizi, i quali ricevettero l’ordine da Garibaldi di portarsi aventi verso le truppe del Caldarelli e perlustrare la situazione prima del suo passaggio. Da Wikipedia leggiamo che Antonio Gallenga (Parma, 4 novembre 1810 – Llandogo, 16 dicembre 1895) è stato un giornalista, scrittore e patriota italiano. Fu poi eletto alla Camera del Regno di Sardegna nella VII Legislatura e nell’VIII Legislatura (quest’ultima era la prima del Regno d’Italia, 18 febbraio 1861 – 7 settembre 1865). In seguito continuò a lavorare come giornalista per il Times di Londra, del quale fu corrispondente per vent’anni. Seguì la seconda guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille, la guerra di secessione americana, la guerra austro-prussiana del 1866 e la guerra franco-prussiana del 1870-71. Da Wikipedia leggiamo che John Whitehead Peard (Fowey, luglio 1811 – Trenython, 21 novembre 1880) è stato un avvocato e militare britannico. Conosciuto come “il garibaldino inglese” o “l’inglese di Garibaldi”, divenne famoso durante la spedizione dei Mille per la sua somiglianza fisica con l’Eroe dei due mondi, tanto da venire spesso acclamato dalla folla che lo confondeva con Garibaldi. L’equivoco fu sfruttato contro le forze borboniche dagli stessi garibaldini che, inviando falsi messaggi telegrafici, confondevano il nemico circa la reale posizione di Garibaldi. Peard era anche conosciuto per essere il “sosia” di Garibaldi e durante l’avanzata garibaldina accadeva a volte che Peard fosse scambiato per lo stesso generale, venendo acclamato dalle folle ad Auletta, Postiglione, Eboli e Salerno, dove quasi nessuno lo riconosceva, nonostante Peard fosse più alto di Garibaldi ed avesse la barba più lunga. La presenza di Peard, creduto Garibaldi, trasse anche in errore i comandi borbonici, che furono sviati dai falsi messaggi telegrafici inviati da Eboli da parte dello stesso Peard e dai garibaldini Fabrizi e Gallenga: tali messaggi inducevano a credere che i garibaldini fossero presenti in gran numero e i che i borbonici del generale Cardarelli stessero passando dalla loro parte. I falsi messaggi telegrafici e la supposta presenza del vero Garibaldi a Eboli furono così convincenti che i borbonici decisero di ritirarsi da Salerno, dove il Peard come al solito fece poi il suo ingresso trionfale, senza essere riconosciuto, tranne da un ufficiale che gli mormorò all’orecchio la sua vera identità. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne riparti il primo settembre , accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri, il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli ; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che , più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Alle 20 giunse a Cosenza…..Investì Donato Morelli dei pieni poteri, sbrigò pratiche e non cenò. Intanto a Cosenza, per altra via, era giunto anche il Bertani. Proveniva da Paola, dove aveva lasciato i suoi 1.500 uomini, coi quali per via di mare era partito da Pizzo. Garibaldi lo volle con sé, per cui affidò al Turr i volontari del Bertani che vennero aggregati alla divisione del generoso ungherese. Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là Garibaldi scriveva di suo pugno al suo Capo di Stato maggiore: “Tarsia etc…”.
Nel 31 agosto 1860, a Rutino, Lucio MAGNONI, ordinava di mettersi in marcia nei paesi del Cilento
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale. Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3).”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele, quest’ultimo autorizzato da Garibaldi con disposizione del 2 agosto da Messina a recarsi nella provincia di Salerno per promuovervi l’insurrezione, etc…(3)…”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 101, in proposito scriveva che: “10…Lucio Magnoni era nominato dal Comitato d’Azione Alto commissario militare e civile e inviato a promuovere la rivolta nel Cilento (64).“. Pinto, a p. 101, nella nota (59) postillava che: “(59) M. Mazziotti, La reazione borbonica nel Regno di Napoli cit., p. 353-4.”. Pinto, a p. 102, nella nota (61) postillava che: “(61) Il comitato d’Azione al sig. Commissario Civile e Militare Michele Magnoni, Napoli 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 103, nela nota (64) postillava che: “(64) Il Comitato Unitario Nazionale a Luigi Magnoni, Napoli 10, 22 e 23 agosto, APM.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regi spaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto , furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto , infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo. Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano , di Ceraso ; tolse quell ‘ avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore Pietro Giordano ed agli ordini di Teodosio De Dominicis decisero di recarsi e dove essi commemorarono i martiri dei moti del ’28, i fratelli Capozzoli che furono trucidati a Palinuro il 29 giugno 1829. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 170, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni, Commissario Delegato del Comitato Unitario Nazionale invece, a seguito degli ordini di Garibaldi, disponeva che parte della Guardia Nazionale del Distretto di Vallo fosse “mobilizzata e messa sul piede di guerra”, mentre l’altra parte sarebbe rimasta “a guardia dei comuni sotto il comando di un cittadino scelto dal Capitano per tutelare l’ordine pubblico”, disponendo inoltre, “la fucilazione per tutti coloro che attenteranno all’ordine pubblico, alla proprietà, all’onore delle famiglie ed alla loro sicurezza, vietando ogni arruolamento d’armata senza ordine espresso del capo militare”(229).”. Del Duca, a p. 170, nella nota (229) postillava: “(229) A.S.S. Giornali, Pubblicazione di dispacci “Il Lampo”, Napoli, 3 settembre 1860, Ivi, Mobilitazione e messa sul piede di guerra della Guardia Nazionale del distretto di Vallo”. Il dispaccio di Magnoni venne pubblicato anche dall’Alfieri d’Evandro.
Nel 31 agosto 1860, Giovanni MATINA nomina i Commissari Organizzatori distrettuali per i distretti di Sala
Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Appendice”, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “N.° 9 Il Pro-Dittatore della Provincia di Salerno…Dispone…2. Dovendosi installare uguali Giunte Municipali in tutta la Provincia, destiniamo a questo incarico i Commissari organizzatori distrettuali, i quali saranno membri componenti di dritto delle Giunte de’ Municipii di loro residenza. Essi si metteranno immediatamente in missione con pieni poteri, trascegliendo per far parte delle Giunte i cittadini più noti per energia rivoluzionaria, per principii unitarii e probità personale. 2. Nominiamo all’ufficio di Commissarii Organizzatori distrettuali per lo distretto di Sala i Cittadini: D. Andrea Curzio di Sant’Angelo. Sala 31 Agosto 1860. Pel Dittatore Garibaldi. – Il Pro-Dittatore – G. Matina etc…”. Dunque, con questo decreto il Matina nominava il cittadino Andrea Curzio tra i Commissari Organizzatori distrettuale di Sala.
Nel 1° settembre 1860, MICHELE MAGNONI veniva nominato …….e subito il De Dominicis lo riconosceva
Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 105, in proposito scriveva che: “Il primo settembre Magnoni era nominato presidente della giunta provvisoria del Cilento e subito De Dominicis lo riconosceva (70).”. Pinto, a p. 105, nella nota (70) postillava: “(70) Giovanni Matina a Lucio Magnoni, Sala 1 settembre 1860, e Teodosio De Dominicis a Lucio Magnoni, Centola 1 settembre 1860, in APM.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Erano circa mille e cinquecento uomini ; cioè tutta la brigata Milano ed una parte della brigata Parma ; il resto di questa e tutta la brigata Bologna dovevan fare lo stesso viaggio al più presto possibile. Con quei mille e cinquecento uomini, Türr, la mattina del 2 settembre, disbarcava a Sapri. In questo modo l’avanguardia trovossi quasi di cinque tappe avanti il grosso dell’esercito che marciava da Soveria-Manelli sopra Cosenza per la strada consolare…..Etc….Il giorno 3 , Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare. A Rustow fu dato ordine di partire la stessa sera con la brigata Milano, la sola veramente completa , per Vibonate. Forte di novecento uomini questa brigata la notte del 3 arrivava a Vibonate, donde spingevasi rapidamente più avanti al di là di Padula. La brigata borbonica , comandata dal generale Caldarelli , e che , come di sopra narrammo, dopo aver capitolato coi rivoluzionari di Cosenza, ritiravasi sopra Salerno, giusto a Padula venne ad incontrarsi con Garibaldi. I volontari di Stocco le erano alle spalle , la brigata Milano era poco distante . Garibaldi intimò la resa a Caldarelli, e questi venne a capitolazione . Ecco altri quattromila uomini disarmati e dispersi. Ecco ai nomi dei generali vinti , Gallotti, Mellendez, Briganti , Viale, Ghio, aggiunto quello di Caldarelli ; ecco nuovi fortunati avvenimenti per la rivoluzione , tristissime infauste notizie per Francesco II.”. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”.
Nel 1° settembre 1860, a Centola occupata, il quartiere generale di TEODORO DE DOMINICIS e della sua colonna
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 127, in proposito scriveva che: “Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere Guardie Nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti giorno 3 occuparono Torre Orsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo Altieri, pag. 69.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, (pubblicato in Archivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno I, fasc. I, gennaio 1921), a p. 69, in proposito scriveva che: “VI…Il compianto Marchese Atenolfi mi riferiva che le armi furono sbarcate alla punta detta del Fico, presso il villaggio di Pioppi nel Comune di Pollica e quindi trasportate ad Ascea dove li ritirò Teodoro De Dominicis. La notizia trova perfetto riscontro in una nota scritta dallo stesso De Dominicis che qui trascrivo: “Comando del primo corpo d’Insurrezione del distretto di Vallo. Quartier generale in Centola, 1° settembre 1860 (2). Signore. E’ vero che dal Comitato centrale di Napoli mi son giunti avanti ieri cinquecento fucili; ma il Comitato avendoli messi liberamente a mia disposizione e senza obbligo di farne ripartizione, così ho creduto spedirne sete casse al mio collega cittadino Salvatore Magnoni, unico che riconosco a mio uguale nel Distretto, il resto ne ho disposto per armare una porzione della innumerevole gente che mi seguiva inerme; posso assicurvi che la mia colonna è forte tanto che non vi sono fucili che bastino. Per conseguenza di ciò potete assicurare da mia parte il Governo Prodittoriale di Basilicata, che il Commissario Civile Cittadino Matina che ad onta etc…Firmato…Il Comandante il primo corpo d’insurrezione Teodosio De Dominicis.”. Dunque, il De Dominicis, che tutti scrivono essere Teodosio Junior, scriveva al Comitato della Basilicata il 1° settembre 1860 da Centola dove era arrivato con la sua colonna e con Gennaro Pagano. Dunque, è da questa lettera del de Dominicis che si apprende che egli era a Centola il 1° settembre 1860. Mazziotti, a p. 69, nella nota (2) postillava: “(2) Evidentemente il governo provvisorio di Basilicata e il Matina chiedevano conto di quelle armi.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro di Cuccaro, Laurino, Rofrano, pe fortificarsi a Sansa. Domani poi muoveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore…..Rutino primo Settembre 1860.”. Marc Monnier (…..), nel suo“Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de ‘ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000 , e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che “I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, ecc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”. Infatti, Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I Martiri per la libertà italiana della Provincia di Salerno”, a p. 118, in proposito scriveva: “Il 29 giugno 1829, condotti a Palinuro sotto il telegrafo, che un anno prima avevano distrutto , furono fucilati, e le loro teste staccate dal busto , infisse sopra pali, furono ivi esposte ad atroce spettacolo. Venuta l’era di libertà, il 1860, il battaglione della guardia nazionale, agli ordini di Teodosio de Dominicis, nipote al giustiziato del 1828, comandato dal maggiore Pietro Giordano , di Ceraso ; tolse quell ‘ avvanzo di ossame, che ricordava la barbarie è la ferocia dei despoti, e celebrati solenni onori funebri, li uni ai loro corpi sotterra.”. Dunque, il Pizzolorusso ci segnala questo episodio dell’insurrezione nel basso Cilento ed in particolare a Palinuro dove il battaglione della Guardia Nazionale comandata dal maggiore Pietro Giordano ed agli ordini di Teodosio De Dominicis decisero di recarsi e dove essi commemorarono i martiri dei moti del ’28, i fratelli Capozzoli che furono trucidati a Palinuro il 29 giugno 1829. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 147, in proposito scriveva che: “Il contrasto tra democratici e moderati nel salernitano avanzò in connessione con la situazione generale e col più vasto antagonismo tra Cavour e Garibaldi, a tal punto che l’1 settembre 1860 il De Dominicis, Comandante el Primo corpo insurrezionale nel distretto di Vallo e in stretti rapporti con il Comitato dell’Ordine, rifiutò di consegnare le armi sbrcate ad Acciaroli per la rivoluzione, a Leonino Vinciprova, del Comitato d’Azione.”.
Nel 31 agosto 1860, dal porto di Livorno, la partenza per la Sicilia dei volontari di Castel Pucci, di Giovanni NICOTERA e ACHILLE SACCHI, che furono scortati da navi da guerra Sarde (“Colombo”) fino in Sicilia
Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Rottura di Cavour con Garibaldi”, a pp. 282-283, riferendosi ai mesi autunnali, in proposito scriveva che: “Cavour si era preparato per tale eventualità almeno fin dalla metà d’agosto; e il primo indubitabile passo da lui compiuto in tal senso era costituito dalla circolare del 13 agosto, che vietava l’arruolamento di volontari. Etc…(p. 283). In Toscana i volontari di Nicotera, che avevano ricevuto il permesso ed anche l’incoraggiamento per concentravisi prima di tale mutamento di politica (3), furono dispersi, nonostante le violente proteste di Ricasoli. La forzata dispersione dei volontari genovesi già avvenuta in precedenza in quel mese era stata effettuata a causa dell’avversione della Francia a violazioni del territorio pontificio; invece, lo scioglimento dei volontari radunatisi in Toscana era conseguente alla risoluzione di Cavour di invadere lui stesso quel territorio. L’aiuto dei volontari gli sarebbe stato utile; ma c’erano ragioni politiche perché l’esercito regio ed il governo del re dovessero riservare per sé soli quel tanto di prestigio che sarebbe derivato da quest’ardita impresa. Per abbindolare Nicotera sino a convincerlo a recarsi ai primi di settembre nella remota Sicilia, occorsero insieme tatto, fermezza ed astuzia (4); e si riuscì così appena in tempo a compiere questa delicata mossa (5).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (3) postillava che: “(3) Ricasoli a Cavour, 23 agosto (B. Ricasoli, Lettere, a cura di Tabarrini, V, p. 213); Ricasoli a Farini, 26 agosto (BR ASF, b, T, f. P).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (4) postillava: “(4) Protesta di Nicotera al governatore di Livorno, 31 agosto (BP, ASF, b. A, f. P).”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, in proposito scriveva che: “Rimanevano ancora i 2000 volontari del Nicotera in Toscana, e di essi nessuna menzione specifica s’era fatta nell’accordo convenuto fra il Bertani e il Farini a Genova, etc…”. Treveljan aggiungeva che: “Garibaldi pur reclamando le forze del Pianciani per se stesso onde poter trasferirsi di là dello Stretto, era sempre disposto a consentire che il Nicotera invadesse il territorio papale e scrisse a quell’effetto (3), etc….”. Dunque, quando Garibaldi era arrivato a Golfo Aranci col Bertani lasciò Nicotera con le sue truppe. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Bertani, II, 170”. Treveljan, a pp. 154-155 aggiungeva pure che: “….ma Cavour, contrario alla mossa, inviò istruzioni a Ricasoli, governatore della Toscana, perchè lo impedisse. Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1).”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Riguardo la citazione di “Mignona”, il Treveljan, a p. 436 scriveva: “Mignona = Carbonelli (G. Pupino) – Nicola Mignona. Napoli, 1889.”. Si tratta di Carbonelli Pupino G., Nicola Mignogna e non “Mignona” come scriveva il Treveljan. Nicola Mignogna fu nominato da Garibaldi tesoriere della Spedizione dei Mille. Dunque, contrariamente alle speranze di Garibaldi ed alle convinzioni del Nicotera che era in Toscana, con il suo corpo di volontari, che era quasi pronto per l’insurrezione armata contro gli Stati papalini, ebbe uno scontro con Ricasoli, governatore della Toscana, che lo indusse a partire per la Sicilia. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 283, in proposito scriveva che: “Per abbindolare Nicotera sino a convincerlo a recarsi ai primi di settembre nella remota Sicilia, occorsero insieme tatto, fermezza ed astuzia (4); e si riuscì così appena in tempo a compiere questa delicata mossa (5).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (4) postillava: “(4) Protesta di Nicotera al governatore di Livorno, 31 agosto (BP, ASF, b. A, f. P).”. Dallolio, a p. 210, nella nota (1) postillava: “(1) Come il Ricasoli impedisse la spedizione del Nicotera nello Stato Pontificio è noto. Meno noto è il piano di insurrezione preparato dal Bertani, che il Comandini pubblica (op. cit.) come documento di capitale importanza. Il Piano fu mandato segretamente dal Bertani allo Stanzani, ed è fra le carte del Comitato di provvedimento.”. In questo passaggio, Dallolio accenna allo stop che Cavour impresse all’invasione dello Stato Pontificio, influenzando il suo governatore della Toscana, Ricasoli che fece arrestare Nicotera. Agostino Bertani, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 444-445 e ssg. e ssg., in proposito scriveva che, Garibaldi, dalla Sardegna dove si era recato con Bertani: “Poi di propria ispirazione scrive a Nicotera consigliandolo di passare la frontiera tosco-romana e di agire subito etc…Queste istruzioni chiariscono di nuovo come Garibaldi non avesse mai abbandonata l’idea prediletta.”. Sempre la White, sulla scorta del Diario del Bertani, aggiunge che, Bertani, arrivato di nuovo in Sicilia: “Bertani, giunto che fu a Palermo, radunati con Rustow, secondo gli ordini di Garibaldi, quattomila cinquecento volontari a Milazzo, poi che aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo facendola anzi scortare da Livorno, e aveva letta la circolare di Farini che proibiva assolutamente altri arruolamenti di volontari sul continente, visto che il generale aveva spedito la brigata Eberhard a Trapani, studiava ogni mezzo per raggiungerlo. Etc…”. Bertani, a Milazzo, intendo a ricongiungersi con Garibaldi, da poco sbarcato in Calabria, con il contingente delle truppe ex Spedizione Pianciani (circa 4000 uomini affidati da Garibaldi, al colonnello Rustow), “….aveva saputo della violenza usata da Ricasoli per costringere la quinta brigata a sbarcare a Palermo dfacendola anzi scortare da Livorno” e, aveva letto la circolare di Farini (indotta da Cavour) del blocco degli arruolamenti di volontari. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 335-336, riferendosi a Ricasoli, governatore della Toscana, in proposito scriveva che: “Comunque, ecco il 31 agosto la famosa circolare del Farini ai governatori e prefetti ed intendenti, che parve ed era realmente una minaccia e una sfida: “…Il Governo etc…”. Inutile dire gli strilli e le ire dei mazziniani contro queste parole del Farini, che si vollero non a torto dirette anche contro Garibaldi; certo, lo erano contro il Bertani e il Nicotera ed erano un chiaro monito per il Ricasoli, il quale aveva dovuto mutar contegno nei suoi rapporti coi volontari ed opporsi alla progettata invasione da parte loro degli Stati della Chiesa. Non mi pare il caso di ripetere le trattative, già narrate per disteso da altri, che si svolsero allora tra il Governatore della Toscana e il Nicotera; però, per quanto nota, credo bene riportare la Convenzione cui infine si era addivenuti: “Firenze 24 agosto 1860. Convenzione fra Bettino Ricasoli, Governatore di Toscana, e Giovanni Nicotera, Colonnello comandante della 5° Brigata dell’Esercito Nazionale: 1° Nicotera si obbliga ad imbarcarsi con la colonna di stanza a Castel Pucci su vapori provveduti da Ricasoli e a non toccare le coste né Toscane né quelle Romane se prima non avrà messo piede su territorio napoletano; etc…”. Sempre a p. 336, Agrati aggiungeva la “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860”. Il barone Bettino Ricasoli, soprannominato il Barone di ferro (Ricàsoli [riˈkazoli]; Firenze, 9 marzo 1809 – San Regolo, 23 ottobre 1880), è stato un nobile e politico italiano, sindaco di Firenze e secondo presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia dopo il Conte di Cavour. Ricasoli fu poi nominato dal governo piemontese governatore provvisorio della Toscana, spesso scontrandosi con la politica governativa ufficiale, volta a mantenere gli equilibri internazionali per riprendere il processo unitario per via diplomatica. Infatti il governatore toscano diede ospitalità a Giuseppe Mazzini, su cui pendeva ancora la condanna a morte per la tentata sollevazione di Genova del 1857, inviò armi a Viterbo e nelle Marche per fomentarvi la rivolta contro Pio IX e, dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli nel settembre del 1860, scrisse una lettera imperiosa a Cavour e al governo per chiedere di mobilitare l’esercito per affiancare i volontari garibaldini. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, riferendosi ai 2000 volontari di Nicotera in Toscana ed a Garibaldi, che: “Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Bertani, II, 170”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 336, in proposito aggiunge che: “…tra il Governatore della Toscana e il Nicotera; però, per quanto nota, la convenzione a cui si era pervenuti: “Firenze, 24 agosto 1860. Convenzione fra Bettino Ricasoli, Governatore della Toscana, e Giovanni Nicotera, Colonnello comandante della 5° Brigata dell’Esercito Nazionale: 1° Nicotera si obbliga ad imbarcarsi con la sua colonna di stanza a Castel Pucci su vapori provveduti da Ricasoli etc…”. Treveljan (traduzione di Dobelli) scriveva che Ricasoli ottenne che il barone Giovanni Nicotera partisse alla volta della Sicilia, dove portò le sue truppe della “5° brigata Toscana” (nate per invadere lo Stato Pontificio), e le fece sbarcare a Palermo, dove, come vedremo, saputo delle dimissioni del Pianciani, anch’egli si dimise dal programma garibaldino. Il piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Depretis e Garibaldi”, a p. 283, in proposito scriveva che: “Per abbindolare Nicotera sino a convincerlo a recarsi ai primi di settembre nella remota Sicilia, occorsero insieme tatto, fermezza ed astuzia (4); e si riuscì così appena in tempo a compiere questa delicata mossa (5).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (4) postillava: “(4) Protesta di Nicotera al governatore di Livorno, 31 agosto (BP, ASF, b. A, f. P).”. Dunque, qui si dice chiaramente che ai primi di settembre del 1860, Giovanni Nicotera arriva a Palermo col suo contingente. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 336-337, in proposito aggiunge che: “…riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860. Io organizzai una Brigata e con assenso del governatore Ricasoli la radunai nel Castel Pucci presso Firenze. Feci convenzione col Ricasoli etc…Qualche giorno dopo io fui arrestato in piazza del Duomo a Firenze e trattenuto alcune ore. Ma l’attitudne dei volontari fece riconfermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 337, dopo aver accennato alla Convenzione tra il Nicotera ed il Ricasoli, in proposito scriveva che: “…riporto invece la protesta del Nicotera che mostra come essa fu dal Ricasoli osservata: “Protesta di Giovanni Nicotera del 31 agosto 1860. Io organizzai una Brigata e con assenso del governatore Ricasoli etc…,, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Il ‘Rhone’ era carico di armi, il ‘Provence’ e il S. Nicola (a vela) erano piccolissimi. A bordo il sottoscritto seppe che erano diretti a Palermo, etc…Il 31 agosto; quando il ‘Colombo’ dalla marina sarda si avvicina con una cannoniera e da terra ci puntano addosso i cannoni etc…per farli imabarcare sul ‘Febo’ per Palermo etc…”.Riguardo il Pianciani ed il Ricasoli, Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 333, in proposito scriveva che: “Dal canto suo il Nicotera, in un ordine del giorno ai suoi, grida: “Viva l’Italia, viva la libertà, viva Garibaldi!” ma neppur egli accenna al Re. Dal che, si vede subito come il Pianciani e gli altri intendano quella lealtà, con la quale, secondo vanno strombazzando, avrebbero accettata la monarchia di Vittorio Emanuele e quanto giustificata sia la diffidenza del Cavour a loro riguardo. Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”. Antonio Pizzolorusso (….), nel suo “I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno dall’anno 1820 al 1857 con appendice intorno al moto rivoluzionario del 1860 per Antonio Pizzolorusso, Salerno, Tipografia Nazionale, 1885, si veda l’ed. Ripostes, a p. 226, in proposito scriveva che: “…e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedì, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a p. 361, in proposito scriveva che: “Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti ; dove gli rinfacciò : « Mi prometteste : Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Dunque, Gaetano Sacchi era maggiore della Brigata del Nicotera che dovette portarsi a Palermo per volere di Cavour e del Governatore della Toscana Ricasoli. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Dunque, secondo il De Sivo, i volontari garibaldini organizzati a Castel Pucci dal Nicotera ammontavano a 2300 uomini. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Tutto il lavorio di Bertani e di Mazzini per attuare una forte spedizione nell’Umbria fu sempre, a tempo opportuno, avvedutamente devolto ai fini del Governo. Quando parve a Cavour che il Ricasoli tentennasse lo fece chiamare dal Re (30 luglio 1860) e poco dopo (8 agosto) scriveva al marchese Gualterio: “Il Ministero ha impedito questa spedizione e prese efficaci misure perchè altra non si compia”(1).”. Arzano, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Arzano, continuando il suo rcconto, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III.”. Su Gaetano Sacchi ha scritto anche Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 74 e ssg., in proposito scriveva che: “Il 20 agosto, infatti, il Farini inviò al tentennante Ricasoli l’ultimatum di sciogliere entro tre giorni, i olontari di Castel Pucci, prendendo spunto da un incauto ordine del giorno di Nicotera, da lui comunicato alla truppa, nel quale si parlava della sua, come di una brigata di “un Essercito nazionale” etc…(50).”. Capone, a p. 74, nella nota (50) postillava: “(50) Vedine il testo ne l’Unità italiana del 22 agosto; cfr. pure l’opuscolo pubblicato anonimo (ma di P. Cironi) Nicotera a Castel Pucci, narrazione della giornata del 28 agosto dalle 6 di mattina a mezzanotte, s.a.e.l., e la lettera di Farini del 20 agosto, a Ricasoli, in ‘Carteggi di B. Ricasoli, op. cit. vol. cit., pp. 230-31”. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nella Prefazione al testo, a p. 7 scriveva: “Legato fisicamente alla memoria di Sapri, Nicotera credette di poterla far rivivere durante il tentativo di spedizione nello Stato pontificio, dopo la sua liberazione, e la ripropose nella Napoli degli anni ’60. E lo fece clamorosamente, con tutte le sue crudezze del suo temperamento e le ambiguità della sua milizia politica, sollevando, in taluni, sospetti di opportunismo, e, in altri, aperta ostilità politica. Etc…”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 75 e ssg., in proposito scriveva che: “Ricasoli, allora, il 24 agosto, stipulò col Nicotera una convenzione secondo cui i volontari, provvisti di 40.000 franchi, si sarebbero imbarcati su due vapori, assieme a cavalli e fucili; ma Nicotera si impegnava a non sbarcare le sue truppe né in territorio toscano né romano, bensì in territorio napoletano; tuttavia non in Sicilia (62). Si trattava di un accordo che in realtà lasciava al Nicotera e ai suoi volontari la possibilità di contravvenirlo con grande facilità. Ed infatti Mazzini non rinunziò al tentativo di organizzare un colpo di mano ritenendo possibile, come già aveva progettato nel luglio (53), di far dirottare le navi coi volontari verso il litorale pontificio. Nicotera, naturalmente appoggiò quest’ultimo tentativo mazziniano, sperando fra l’alto che sarebbero giunti in Toscana da Palermo cinquecento garibaldini per unirsi ai suoi volontari di Castel Pucci (54), e fidando nell’opera del livornese Botta, che intanto coadiuvato dal Nencioni, cercava di raccogliere in extremis altri volontari (55). Ma questo tentativo mazziniano era destinato ad un sicuro fallimento.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a pp. 76-77 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Governo, come è noto, il 28 agosto fece arrestare Nicotera il quale, rilasciato lo stesso giorno, accettò di imbarcarsi con i suoi volontari, credendo che fosse tuttora valida la convenzione stipulata col Ricasoli il 24, e ciò, egli scrisse poi, in base alle assicurazioni dello stesso Ricasoli (59). Ciò diede nuova esca alle speranze di Mazzini che credette ancora possibile un miracolo, cioè un colpo di mano e una diversione delle navi verso lo Stato Pontificio. Egli infatti, all’alba del 29 agosto scriveva allo Stansfeld: “Nicotera partirà questa sera etc…”(60). Ma la realtà era tutta diversa da come Mazzini aveva sperato. Nicotera infatti si trovò di fronte l’ordine preciso di frazionare le truppe dei volontari che sarebbero partiti in convogli successivi per la Sicilia (61). Inutilmente Nicotera inviò al Governatore di Livorno una lettera di protesta etc…Quindi- egli scriveva – Mi si assicura che sarò scortato da un legno da guerra sardo il quale ha la missione d’impedirmi il disbarco ove io creda di doverlo eseguire…..(63). Ma a porre fine alle proteste di Nicotera, il giorno 31, si avvicinò minacciosamente alle navi con i volontari, la nave da guerra sarda “Colombo”; contemporaneamente un commissario di polizia intimò a Nicotera di imbarcarsi immediatamente in direzione di Palermo, pena l’arresto. Nicotera dovette così rinunciare ai suoi propositi ed obbedire. Però prima di abbandonare il porto di Livorno inviò dal ‘Provence’, sul quale fu fatto imbarcare, un memoriale di protesta al governatore di Livorno etc…”. Capone, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) Annibaldi Biscossi a Ricasoli, 2 settembre, in ‘Carteggi di B. Ricasoli, op. cit., vol. cit., pp. 315-320, dove è una relazione dettagliata dell’imbarco e della prudenza dei volontari di Nicotera da Livorno; Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il dì seguente il Nicotera venne catturato da un capitano dei carabinieri e all’ ufficio di polizia gli venne intimato di recarsi subito a sciogliere la legione ; egli protesto e si rifiuto di obbedire; intanto i volontari conosciuto il fatto, minacciavano di prendere le armi per liberare il loro comandante. Il Dolfi ne informò il Ricasoli e stabilirono la scarcerazione del Nicotera e di farlo imbarcare coi 1500 legionari per Palermo. Egli benchè dolente di questa determinazione, pure accetto; le armi di tutti vennero incassate e spedite a Livorno ed ivi imbarcate coi volontari su due vapori francesi, ma poco dopo furono circondati da varie navi da guerra sarde che avevano aperti glisportelli dei cannoni: il Nicotera credette fosse un equivoco, ma tosto vide comparire su d’una lancia un capitano dei carabinieri, ed un ispettore di pubblica sicurezza, il quale, cinto di sciarpa, gl’intimò la cattura. Egli protesto e dichiarò non muoversi e non cedere neppure alla forza, e scrisse al prefetto esser tutti pronti a morire facendosi mandare a picco coi due vapori se non si lasciassero salpare subito, giusta le promesse avute ; l’energica lettera persuase il prefetto a lasciarli partire.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Mario Menghini scriveva che Giovanni Nicotera raggiunse subito dopo Garibaldi a Napoli. Nel testo di tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 337-338, in proposito scriveva: “……”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”.
Nel 1° settembre 1860, partenza da Livorno per Palermo dove arriva la brigata “Castel Pucci” formata da Giovanni NICOTERA, poi in seguito denominata “SPANGARO”
Nicotera, dopo aver energicamente protestato con Ricasoli, il I settembre 1860 parte per Palermo ed infatti, Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Treveljan scriveva che essi partirono da Livorno ed in Toscana il Nicotera ebbe lo scontro con il Ricasoli che voleva dirigerli verso Garibaldi in Sicilia. Infatti, il Ricasoli, in quella occasione, su mandato del Cavour, fece arrestare Nicotera. Treveljan non dice altro sulla “brigata Castel Pucci” del Nicotera. Treveljan non dice nulla di questa brigata nel prosieguo delle operazioni. Dobelli cita il testo “Memorie Storiche e Militari” del Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Storico, vol. II; Pittaluga Giovanni, La Diversione – note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904. Treveljan, a p. 380 parlando delle spedizioni e delle spese, aggiunge ancora alcune informazioni e scriveva che: “Ma le spedizioni dell’agosto (del Pianciani e del Nicotera) furono allestite, spesate e spedite quasi interamente dal Comitato Centrale del Bertani e dai partiti più avanzati che comprarono i vapori ‘Queen of England, Indipendence, Ferret e Badger’ usati per il trasporto delle armi e perciò non introdotti nella lista da noi data.”. Il 1° settembre 1860, il barone Giovanni Nicotera, dovendo cedere alle insistenti pressioni del governatore della Toscana Ricasoli e di Cavour, che così voleva, arrivò in Sicilia e sbarcò a Palermo con le sue truppe della “5° Brigata Toscana”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, a pp. 154-155, riferendosi ai 2000 volontari di Nicotera in Toscana ed a Garibaldi, che: “Dopo un’aspra contesa caratterizzata da reciproca mancanza di rispetto, fra il Nicotera e il Ricasoli, quest’ultimo la vinse e ottenne con la forza che l’ultimo residuo dei volontari partisse alla volta della Sicilia (1).”. Dobelli (Treveljan), a p. 154, nella nota (3) postillava: “(3) Bertani, II, 170”. Treveljan, a p. 155, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, 313 e seg. (documenti M e N); Ricasoli, V, 171-224 passim.; Nicotera trascendeva nell’espressione del suo credo repubblicato anche più in là di quel che piacesse al Mazzini; vedi Mignona, 193. Appendice B.”. Infatti, Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 336, in proposito aggiunge che: “…tra il Governatore della Toscana e il Nicotera; però, per quanto nota, la convenzione a cui si era pervenuti: “Firenze, 24 agosto 1860. Convenzione fra Bettino Ricasoli, Governatore della Toscana, e Giovanni Nicotera, Colonnello comandante della 5° Brigata dell’Esercito Nazionale: 1° Nicotera si obbliga ad imbarcarsi con la sua colonna di stanza a Castel Pucci su vapori provveduti da Ricasoli etc…”. Treveljan (traduzione di Dobelli) scriveva che Ricasoli ottenne che il barone Giovanni Nicotera partisse alla volta della Sicilia, dove portò le sue truppe della “5° brigata Toscana” (nate per invadere lo Stato Pontificio), e le fece sbarcare a Palermo, dove, come vedremo, saputo delle dimissioni del Pianciani, anch’egli si dimise dal programma garibaldino. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Rottura di Cavour con Garibaldi”, a p. 283, riferendosi ai mesi autunnali, in proposito scriveva che: “Per abbindolare Nicotera sino a convincerlo a recarsi ai primi di settembre nella remota Sicilia, occorsero insieme tatto, fermezza ed astuzia (4); e si riuscì così appena in tempo a compiere questa delicata mossa (5).”. Mack Smith, a p. 283, nella nota (4) postillava: “(4) Protesta di Nicotera al governatore di Livorno, 31 agosto (BP, ASF, b. A, f. P).”. Dunque, qui si dice chiaramente che ai primi di settembre del 1860, Giovanni Nicotera arriva a Palermo col suo contingente. Mack Smith, a p. 283, nella nota (5) postillava: “(5) Secondo il rapporto fatto dal governatore di Livorno, tutti i volontari partirono tra il I° e il 7 settembre. Poco prima era giunta la notizia che 145 volontari inglesi s erano impadroniti dell’isola di Montecristo come primo passo per uno sbarco sulla costa pontificia; Ricasoli a Cavour, 27 agosto (BR ASF, f. Z).”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera….poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Dunque, Mack Smith scriveva che: “Ai primi di settembre la causa radicale venne rinsaldata dall’arrivo a Palermo della spedizione di Nicotera.“. Il piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Dunque, qui si dice chiaramente che ai primi di settembre del 1860, Giovanni Nicotera arriva a Palermo col suo contingente. Mack Smith, a p. 283, nella nota (5) postillava: “(5) Secondo il rapporto fatto dal governatore di Livorno, tutti i volontari partirono tra il I° e il 7 settembre. Poco prima era giunta la notizia che 145 volontari inglesi s’erano impadroniti dell’isola di Montecristo come primo passo per uno sbarco sulla costa pontificia; Ricasoli a Cavour, 27 agosto (BR ASF, f. Z).”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 336-337, dalla Protesta del Nicotera verso il Ricasoli, il 31 agosto 1860, Nicotera scriveva: “…Ma l’attitudine dei volontari fece riconfermare la Convenzione, sborsare i 30 mila franchi e la Brigata partì da Castel Pucci il 29 agosto per Livorno, ove si imbarcano 2 mila uomini soli perchè i vapori non bastano, e 400 restano a terra. Il ‘Rhòne’ era carico di marmi, il ‘Provence’ e il S. Nicola (a vela) erano piccolissimi. A bordo il sottoscritto seppe che erano diretti a Palermo, che vi erano viveri per un giorno solo, che nessuna condizione aveva tenuta il Ricasoli. Si stà soffrendo ed aspettando sino al 31 agosto; quando il ‘Colombo’ della marina sarda si avvicina con una cannoniera e da terra ci puntano addosso i cannoni della batteria del Molo e sappiamo molta truppa in città, vietato sbarcare, il popolo aizzato contro di noi. Poi venne un commissario di polizia con un ufficiale dei carabinieri e mi intima di imbarcare a sera i volontari che ci stanno sul ‘Febo’ e sul General Garibaldi’. Il resto sarà imbarcato domani e tutti saranno scortati a Palermo. Se resisto, o sciogliere il corpo o essere considerato ribelle. Dichiaro che cedo alla forza, considerando questo Governo al pari dell’austriaco e del borbonico, e mi dichiaro coi miei prigionieri del Governo sardo”. “. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Treveljan scriveva che essi partirono da Livorno ed in Toscana il Nicotera ebbe lo scontro con il Ricasoli che voleva dirigerli verso Garibaldi in Sicilia. Infatti, il Ricasoli, in quella occasione, su mandato del Cavour, fece arrestare Nicotera. Treveljan non dice nulla di questa brigata nel prosieguo delle operazioni. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Il gruppo di Nicotera si componeva di 2.000 volontari che avrebbero dovuto congiungersi con i 6.000 di Pianciani, che a loro volta avrebbero dovuto sbarcare nel nord del Lazio, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, formando una spedizione per un totale di circa 9.000 volontari per puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a pp. 236-237, in proposito scriveva che: “A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente il permesso di proseguire per ricongiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi. Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1). Sarebbe stato arduo ritenere che la sua presenza in Sicilia per quei pochi giorni abbia potuto esser d’aiuto a Depretis nella sua attività di conciliatore; ed il partito cavouriano considerò questo un segno che i repubblicani avrebbero potuto da un momento all’altro gettar la maschera e ripudiare la loro malcerta fedeltà al trono.”. Mack Smith aggiunge pure che: “Ma Nicotera era troppo aspro, troppo estremista, e dava troppo poco affidamento perché gli altri rivoluzionari potessero fidarsi gran che di lui; così, per tutto il resto dell’anno, egli ebbe scarsa influenza nel Mezzogiorno.”. Ed infatti, Mack Smith, p. …. aggiunge che il 12 settembre 1860, dopo una diecina di giorni di permanenza a Palermo, Nicotera arrivò a Napoli per andare da Garibaldi e Mazzini che si era ivi stabilito. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 455, in proposito aggiunge che: “Intanto, il Pianciani, il Nicotera sulle bandiere della loro spedizione quello scudo non ce l’avevan neanche messo. Si deve riconoscere che per costoro Cavour aveva piena ragione di diffidare. Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare due errori di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro” e, inoltre, l’altro errore stà nella notizia che Maraldi dà dell’arrivo della Brigata Castel Pucci a Palermo, non è tra il 1° e 3 agosto ma si tratta del mese di settembre. La brigata organizzata dal Nicotera in Toscana, a Castel Pucci partì da Livorno il 31 costrettavi dalla nave da guerra Sarda “Colombo”. Lo scrive lo stesso Nicotera. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. Giacinto De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a p. 361, in proposito scriveva che: “Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti ; dove gli rinfacciò : « Mi prometteste : Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Dunque, secondo il De Sivo, i volontari garibaldini organizzati a Castel Pucci dal Nicotera ammontavano a 2300 uomini. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Tutto il lavorio di Bertani e di Mazzini per attuare una forte spedizione nell’Umbria fu sempre, a tempo opportuno, avvedutamente devolto ai fini del Governo. Quando parve a Cavour che il Ricasoli tentennasse lo fece chiamare dal Re (30 luglio 1860) e poco dopo (8 agosto) scriveva al marchese Gualterio: “Il Ministero ha impedito questa spedizione e prese efficaci misure perchè altra non si compia”(1).”. Arzano, a p. 10, nella nota (1) postillava: “(1) Chiala, III, 317, IV-CCLXII”. Arzano, continuando il suo rcconto, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III. 6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour di sollecitare l’annessione; onde, scorso poco più di un mese in una laboriosa opera amministrativa, credette giunto il tempo di chiedere a Garibaldi autorità di proclamare la unione della Sicilia al regno di Vittorio Emanuele, facendola tosto confermare per mezzo di un plebiscito.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”.
Nel 1° settembre 1860, a Palermo, l’arrivo e le dimissioni di Giovanni NICOTERA dal comando della sua brigata “Toscana” poi denominata “Castel Pucci” poi ancora denominata Brigata SPANGARO
Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a pp. 336-337, dalla Protesta del Nicotera verso il Ricasoli, il 31 agosto 1860, Nicotera scriveva: “Il resto sarà imbarcato domani e tutti saranno scortati a Palermo. Se resisto, o sciogliere il corpo o essere considerato ribelle. Dichiaro che cedo alla forza, considerando questo Governo al pari dell’austriaco e del borbonico, e mi dichiaro coi miei prigionieri del Governo sardo”. “. Infatti, Giovanni Nicotera, partì da Livorno il 1° settembre ed arrivò a Palermo con la sua “5° brigata Toscana”, ma, non si unì al programma garibaldino e si dimise. Già era arrivato il colonnello Pianciani con le ex Spedizione organizzata dal Bertani di stanza al Golfo degli Aranci e già, arrivato a Palermo, Pianciani, dop un colloquio con Garibaldi si era dimesso. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, Pecorini scriveva che il conte Luigi Pianciani e Giovanni Nicotera, a Palermo, in seguito al colloquio con Garibaldi decisero di dimettersi dalla Spedizione e lasciarono le truppe a Garibaldi. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a pp. 236-237, in proposito scriveva che: “A Palermo….Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Mack Smith, a p. 237, nella nota (1) postillava che: “(1) Mazzini a Caroline Stansfeld, il 12 settembre (Epistolario, XLI, p. 67); “La Gazzetta del Popolo” (Torino), 24 settembre, riporta la lettera del 13 settembre di Nicotera a “Il Lampo” (Milano), in cui egli afermava che mai aveva né mai avrebbe gridato “Viva il Re!”. Dunque, Mack Smith scrive che Giovanni Nicotera arrivato a Palermo, anzi spedito dalla Toscana in Sicilia dal Ricasoli, resosi conto della mutazione del programma garibaldino e Bertaniano di invadere lo Stato Pontificio, “si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Sempre Mack Smith scriveva a p. 256 che il barone Giovanni Nicotera arriverà a Napoli il 12 settembre 1860. Dunque, il barone Giovanni Nicotera, dai primi di settembre 1860 che era da poco arrivato a Palermo partirà da lì dopo 10 giorni. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp. 333, in proposito scriveva che: “Dal canto suo il Nicotera, in un ordine del giorno ai suoi, grida: “Viva l’Italia, viva la libertà, viva Garibaldi!” ma neppur egli accenna al Re. Dal che, si vede subito come il Pianciani e gli altri intendano quella lealtà, con la quale, secondo vanno strombazzando, avrebbero accettata la monarchia di Vittorio Emanuele e quanto giustificata sia la diffidenza del Cavour a loro riguardo. Il Pianciani abbandonò la Sicilia il 20 agosto e andò in Toscana, donde, come ospite pericoloso, lo espulse il Ricasoli dopo pochi giorni, il 2 settembre. A Palermo, il suo posto era stato preso dal Rustow, che quindi aveva assunto il comando della Divisione, battezzata allora dal Bertani stesso, di Terranova.”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 455, in proposito aggiunge che: “Intanto, il Pianciani, il Nicotera sulle bandiere della loro spedizione quello scudo non ce l’avevan neanche messo. Si deve riconoscere che per costoro Cavour aveva piena ragione di diffidare. Etc…”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo II, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo l’arrivo del Nicotera a Palermo, – riferisce un giornalista democratico – “Nicotera, e molti altri ufficiali di Stato maggiore della compagnia hanno dato le dimissioni….Nicotera lottò quanto poté quì per ottenere dal pro-dittatore facoltà e mezzi per compiere il suo disegno per cui il nostro corpo venne organizzato….Sulle prime pareva che ci fosse maniera di riuscire nell’intento; ma negli ultimi due giorni ogni cosa andò a rovescio, lo stesso Nicotera, ad impedire lo sfacelo completo di questa colonna, invitò ufficialmente i militi a scegliere il partito di tornare a casa o quello di raggiungere Garibaldi”(65).”. Capone, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Articolo dell’Unità Italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”. Capone, a p. 78, in proposito scriveva: “Nicotera stesso, per il momento, rinunziò all’azione; ma non senza aver prima scritto un’accorata lettera a Garibaldi da cui si sentiva come tradito, dove esprimeva l’amarezza per questa sua nuova sconfitta, e ribadiva la sua intransigenza ‘rivoluzionaria’: “voi stesso, Generale, prima per lettera mi raccomandaste caldamente di agire nelle Marche e nell’Umbria etc….”(66)…”. Capone, a p. 78, nella nota (66) postillava: “(65) Articolo dell’unità italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37”. Capone, a p. 78, nella nota (68) postillava: “(68) Nicotera a Garibaldi, il 6 settembre 1860, n. M.R.P., b. 432, g. 24, doc. 2.”. Capone, a pp. 78-79, in proposito scriveva: “Le drastiche parole, con le quali Nicotera annunciò le sue dimissioni, non mancarono di sorprendere quanti ritenevano che il programma di Garibaldi fosse l’unico capace di portare a compimento l’unità italiana; perciò, nel settembre del ’60, Mazzini stesso sentì il bisogo di giustificare Nicotera: “questo uomo – egli scrisse – uscito dalla prigione e cercando pur sempre una via di giovare al paese, trova il paese mutato, affascinato da un ideale non suo”(67).”. Capone, a p. 79, nella nota (67) postillava: “(67) L’Unità italiana, 11 settembre 1860.”. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le casse e invece di armi vi trovò medicinali e bende ; quindi appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato ; “. Alfredo Capone (….), nel suo, Giovanni Nicotera e il “mito” di Sapri, Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano, Ottobre, Roma, 1967, nel capitolo I: “Il fallimento della spedizione di Sapri”, a pp. 11-12, in proposito scriveva: “…..a Palermo aggredì Antonio Santelmo dandogli del traditore (1); nello stesso anno fece pubblicare dal Popolo d’Italia una sua lettera contro Fanelli e Teodoro Pateras, in cui affermava di voler “provare, fra non molto, in una memoria documentata intorno ai fatti del 1857 che l’esecuzione di solenne promesse fatte a Pisacane da Pateras e Fanelli fu cagione principale della sua morte e di grave disonore per il paese”(2).”. Alfredo Capone (….), nel capitolo “II. Etc…”, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 77, nella nota (61) postillava: “(61) Nicotera infatti, giunto a Napoli, denunciò pubblicamente la complicità del Ricasoli; cfr. “Il Garibaldi” di Napoli del 19 settembre 1860.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Dunque, il Cesari scriveva che: “..e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) etc….“. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: “Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”.
Nel 1° settembre 1860, a Palermo, l’arrivo di una parte della “Brigata Castel Pucci” (Brigata Nicotera)
Da Wikipedia leggiamo che il gruppo di Nicotera si componeva di 2.000 volontari che avrebbero dovuto congiungersi con i 6.000 di Pianciani, che a loro volta avrebbero dovuto sbarcare nel nord del Lazio, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, formando una spedizione per un totale di circa 9.000 volontari per puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 332-333, in proposito scriveva che: “Lo scopo del Governo sardo era raggiunto. La spedizione Bertani-Pianciani era affatto sconvolta. Parte con l’Eberhardt a Taormina, parte a Palermo, e parte col Rustow sulla punta settentrionale dell’Isola. Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Dunque, Agrati scriveva che: “Restava le ultime due Brigate dell’Italia centrale – la ‘Toscane e l’Abruzzi – alle quali bisognava impedire d’invadere gli Stati della Chiesa.”. Agrati scriveva che dopo lo sbarco delle truppe dell’ex spedizione Bertani-Pianciani, la spedizione detta di Terranova era stata scompagginata, come voleva il Governo Piemontese ma restava le ultime due Brigate dell’Italia Centrale: la Brigata “Toscana” (credo quella organizzata dal Nicotera e Ricasoli a “Castel Pucci”) e la Brigata Albruzzi (forse Albuzzi). Con un decreto del 2 luglio il governo dittatoriale di Garibaldi, “Comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia”, emanava “l’organico dell’Esercito siciliano”, composto da due divisioni, XV e XVI, comandate rispettivamente da Stefano Turr e da Giuseppe Paternò, per complessive cinque brigate. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Ai primi di settembre la causa radicale venne rinsaldata dall’arrivo a Palermo della spedizione di Nicotera. Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto. A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi.”. Ma, come si è visto, Nicotera si dimise da capo della sua spedizione e quindi i suoi volontari (quelli della brigata Nicotera di Castel Pucci), una volta fatta la loro personale scelta di garsi alle forze garibaldine, potettero proseguire. Ma prima di proseguire essi furono inquadrati in una nuova brigata: la Brigata Spangaro. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno, il 10 poi entrava in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 152, in proposito scriveva che: “Erano in tutto 5 o 6 mila uomini ordinati su quattro brigate, agli ordini dei colonnelli Eberhard, Tarrena, Gandini e Puppi. Una brigata si era formata in Toscana e in Romagna, pronta ad avanzare nel continente al comando di Nicotera.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: “Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario nella cosiddetta Brigata “Spangaro”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 454, nella nota (1) postillava: “(1) Già Nicotera. Quinta Brigata della Spedizione di Terranova.”. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Infatti, anche Rustow ne parla. Dunque, questa porzione della Spangaro di cui parla Pittaluga non è quella che arrivò direttamente a Napoli, il giorno 9. Forse quella porzione della Spangaro prima del 9 fece tappa a Paola. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli, dove arriverà il giorno 9 settembre 1860. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 379, in proposito scriveva che: “1-3 settembre (da Livorno) – Bastimenti: Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola; Numero approssimativo dei partenti: osservazioni: 2000 (Include la brigata “Castel Pucci” del Nicotera, che dette origine al litigio di quest’ultimo con il Ricasoli; Fonti: Turr, Div. 409; Pianciani, doc. lett. N. Protesta del Col. Giov. Nicotera; Ricasoli, 213-223.”. Dunque, in questo specchietto, il Treveljan citava le truppe della “Spedizione di Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera in Toscana, che scrive che essi partirono con un contingente di 2000 uomini solo ai primi di settembre 1860 da Livorno. Treveljan scriveva che essi partirono da Livorno ed in Toscana il Nicotera ebbe lo scontro con il Ricasoli che voleva dirigerli verso Garibaldi in Sicilia. Infatti, il Ricasoli, in quella occasione, su mandato del Cavour, fece arrestare Nicotera. Treveljan non dice nulla di questa brigata nel prosieguo delle operazioni. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: “Infatti anche la brigata di Castel Pucci, comandata da Nicotera, dovette accontentarsi di far vela, pur essa, per la Sicilia non senza che il Nicotera ed il Sacchi subissero prima un arresto ammonitorio. E di tali fatti danno ragguaglio anche le lettere tratte dall’archivio Lanza che, come inedite, abbiamo creduto riferire integralmente ai n. I, II, III.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Dunque, il Cesari scriveva che: “..e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) etc….“. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: “Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”.
Dal 1° al 3 settembre 1860, da Livorno a Palermo, l’arrivo dei volontari della 5° Brigata “TOSCANA”, ex “Castel Pucci” organizzata da Giovanni Nicotera che a Palermo si dimise. In seguito la Brigata passò al comando del colonnello PIETRO SPANGARO
Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a pp. 154-155-156, in proposito scriveva che: “II. In sullo scorcio di giugno Agostino Bertani spronato dal Mazzini, ma assenziente Garibaldi, aveva posto mano all’ ordinamento d ‘ una spedizione destinata ad invadere gli Stati pontificii, e se la fortuna secondava a spingersi anche nel Regno. Il corpo (novemila uomini al più), commesso al comando supremo di Luigi Pianciani, uomo più politico che guerresco, era diviso pomposamente in sei brigate: una delle quali, agli ordini di Giovanni Nicotera, veniva ordinandosi a Castelpucci poco lunge da Firenze e doveva da quel lato penetrare nell’Umbria fino a Perugia; un’ altra si raccoglieva nelle Romagne ed aveva per obbiettivo le Marche; mentre le altre quattro erano già radunate tra Genova e la Spezia col disegno di sbarcare sulla costa pontificia in vicinanza di Montalto e là per Viterbo rannodarsi alle altre colonne.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Bisognava, quindi, fermare tutti i movimenti insurrezionali, che agivano fuori dell’orbita di queste direttive del Governo. Già fino dal 30 luglio, prima che fosse diramata la circolare, il Barone Ricasoli era stato chiamato a Torino dal Cavour, che gli comunicò doversi impedire alla brigata Nicotera la progettata invasione nell’Umbria. Il Ricasoli, ritornato a Firenze, eseguì l’ordine scrupolosamente, scongiurando nello stesso tempo, con la massima energia, un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno etc…”. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Dunque, Rustow racconta che a Milazzo, in attesa di nuove disposizioni faceva esercitare il suo piccolo esercito e scrive che però non vi erano i volontari della prima Brigata Genova. Poi agiunge che nelle pagine seguenti parlerà della 5° e 6° Brigata che erano rimaste in Toscana. Rustow si riferiva alla metà del mese di Agosto mentre era arrivato a Milazzo. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: “aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 106, in proposito scriveva che: “La diversione, pensata e propugnata dal Mazzini, da Garibaldi, preparata con tanta tenacia dal Bertani, che vide con non poca amarezza attraversati e scompigliati i suoi piani (2), si compiva così sotto altra forma dal Governo, ma con gli stessi intenti e gli stessi risultati conseguiti da quegli ardenti patrioti: l’unificazione dell’Italia muovendo le leve dal centro e dal sud.”. Antonio Pizzolorusso (…..), nel suo, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, Salerno, Tip. Nazionale, 1885, a p. 227, in proposito scriveva che: “Per la qual cosa d’accordo col Pianciani, si gitta in Toscana e quivi col Ricasoli, governatore dopo la fuga del gran duca, assoldò gente, alla quale venne assegnato il locale di Castel Pucci e aspettò che Garibaldi gli ordinasse di marciare avanti, ma questo ordine non venne e il giorno in cui Nicotera e i suoi, impazienti di scontrarsi col nemico; salpavano dal porto di Livorno, il governo glielo impedi, furono costretti sciogliersi e per altre vie raggiungere Garibaldi a Capua ed aver quivi la somma ventura di salvare le truppe del generale Stocco completamente circondate dai regi.“. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Andò prima a Cagliari, poi a Palermo, per riunire a s’e le brigate Puppi, Gandini, Eberhardt, Tharrena, agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, assenziente poi Garibaldi, per invadere lo Stato pontificio. Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “Costretta dal Governo italiano a non oltrepassare la frontiera, fu in Toscana nuovamente imbarcata e venne — per varie vie — in Sicilia.”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 156, in proposito aggiungeva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; etc…”. Troviamo nelle parole del Guerzoni delle incongruenze e date che non tornano. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, nel capitolo VIII scriveva: “Pianciani e Nicotera – La spedizione Bertani divisa e sconvolta”, ecc…, a pp……., in proposito scriveva che: “…Bertani, che lasciato al suo posto a Genova Alessandro Antongini milanese, era arrivato a Palermo la sera del 10 agosto come già sappiamo. Alcuni, e fra questi il pur tanto accurato Comandini, lo fanno arrivare il dì dopo.”. Poi, a p. 325 riferendosi al Bertani aggiunge che: “Non avrebbe certo accettato di toccare la Sicilia e avrebbe evitato così i malumori e le proteste, di cui s’erano fatti interpreti il Nicotera, Achille Sacchi, e lo stesso Mazzini, il quale etc….Il Bertani, impressionato da tali avvertimenti, nell’atto di partire aveva messo in guardia il Pianciani, e aveva creduto bastasse, con queste parole: “Colonnello – I volontari tutti uniti aspetteranno nel Golfo Aranci. Voi arriverete ultimo con lo Stato Maggiore. etc…”.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a p. 82, in proposito scriveva che: “Affidato al Pianciani il Comando in capo, si dava al barone Nicotera il comando dei volontari arruolati in Toscana. Era noto che il Nicotera, verso la fine di giugno, aveva avuto l’offerta del comando di una brigata per passare lo Stretto ed invadere la Calabria, ma aveva preferito di restare per prendere parte alla spedizione dell’Italia Centrale. L’8 luglio il Bertani presentava il Nicotera al Comitato di Firenze così (2): “Il Nicotera accetta il programma etc…”. Il Nicotera ed i membri del Comitato Toscano furono da principio assecondati anche dal Governatore Bettino Ricasoli nel loro proposito di attuare il loro piano insurrezionale.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a pp. 190-191, in proposito scriveva che: “Fino a quel momento Ricasoli era riuscito a conservare a Firenze un considerevole grado di autonomia regionale, attestato dal fatto che aveva permesso, e financo incoraggiato, che venisse organizzato, a cura del barone Nicotera, un corpo di volontari di poco inferiore a quello appena partito da Genova, col proposito di collaborare con Bertani per marciare insieme su Roma. Il mutamento dell’atteggiamento di Cavour verso i volontari non fu quindi minimamente approvato o compreso dal suo collega di Firenze, il quale, nonostante le frenetiche note inviategli sia da Cavour sia da Farini, non volle, o forse non poté, scovare Mazzini per arrestarlo; né, d’altronde, venne sciolto il corpo volontario di Nicotera.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile. Nel 1860, l’opposizione di Cavour che si manifestò inaspettatamente in modo così brutale andava al di là della sua capacità di sopportazione: in una lettera del 4 agosto, che Ricasoli intercettò secondo il suo solito, scriveva che avrebbe condotto innanzi il piano d’invasione del territorio romano anche a costo di combattere contro l’esercito piemontese (4): affermazione questa che non torna punto a suo credito. Tuttavia, nonostante queste esplosioni, continuò ad esser protetto da Ricasoli, poiché questi due baroni, uno monarchico-conservatore e l’altro democratico e repubblicano, si trovavano più volte a pensar e ad agire nello stesso senso.”. Mack Smith,a p. 192, nella nota (4) postillava che: “(4) Nicotera e Bertani, 4 agosto (copia in BR ASF, b. T, f. P); nelle due buste G e T ci sono le lettere e documenti diplomatici diretti al cardinale Antonelli, etc…, alcuni originali di lettere di Nicotera e Guerrazzi che Ricasoli deve avere addirittura confiscate, e copie di telegrammi di Elliot a Russell, tutti intercettati in Toscana.”. Denis Mack Smith scriveva pure che il barone Giovanni Nicotera, che liberato su interessamento di Garibaldi subito si recò a Genova dove: “aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a p. 539, in proposito scriveva che: “Più tardi il colonnello Luigi Pianciani, destinato a comandare l’infelice e famosa spedizione di Terranuova, vide egli pure abortito il suo tentativo, ed uguale fortuna toccava in Toscana al barone Nicotera che doveva assaltare Perugia e sollevare le Marche contro il governo del Papa.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi; e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoriuscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’iora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Castelpucci , aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’ uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso ; che come indisciplinatissimi se n’era con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz , poi dall’Ulloa, e ne corsero pratiche ; ma questi si nego d’andar contro. il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia , ritornò a casa tranquillo . Il Nicotera volea sorprendere Perugia ; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano , e far disertare i papalini; ‘ e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo ; ma aspettandosi la venia da Torino , si spillo la cosa; il battaglione fu mutato , e in Viterbo si fecero arresti . La venia ministeriale arrivò dopo. Molto contavano sulle diserzioni ; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo…….(p. 340) Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna ; e lasciato un Antonnini a reclutare , volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 340, in proposito scriveva che: “Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’ Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, riporta aneddoticamente una sua prsonale controstoria dei fatti accaduti in quegli anni. De Sivo, nel vol. III, nel capitolo XXIII, ci parla della marcia di Garibaldi in Calabria e in Basilicata. De Sivo, a pp. 360-361, in proposito scriveva che: “Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2300 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’ avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse : « La nostra bandiera ha i colori « della nazione ; essa vi deve porre lo stemma. » Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’ aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacchi uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi dì stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti; dove gli rinfacciò: « Mi prometteste: Se Torino si oppone mi « torrò la maschera, e verrò con voi ; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso’? » Fu svelato appresso ei fremesse, perchè non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”.
Nel 1° settembre 1860, a Palermo, l’arrivo di Giovanni NICOTERA e le sue dimissioni
Nicotera, giunto in Sicilia, durante la prodittatura del Depretis, nero di rabbia si dimise e voleva raggiungere Garibaldi che marciava verso Napoli ma, Depretis gli rifiutò la richiesta di imbarcarsi per Napoli per raggiungere Garibaldi a cui aveva indirizzato una sua accorata lettera per la delusione di aver dovuto portare i volontari di Castel Pucci a Palermo e di non aver aderito al programma garibaldino a favore del Re. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le casse e invece di armi vi trovò medicinali e bende ; quindi appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; “. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “Ai primi di settembre la causa radicale venne rinsaldata dall’arrivo a Palermo della spedizione di Nicotera. Il barone Nicotera era più mazziniano dello stesso Mazzini, e fino allo scoppio della rivoluzione di Sicilia era rimasto confinato in una prigione borbonica; poi, aveva costituito in Toscana un corpo volontario, ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto. A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi. Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1). Sarebbe stato arduo ritenere che la sua presenza in Sicilia per quei pochi giorni abbia potuto esser d’aiuto a Depretis nella sua attività di conciliatore, ed il partito cavouriano considerò questo un segno che i repubblicani avessero potuto da un momento all’altro gettar la maschera e ripudiare la loro malcerta fedeltà al trono. Ma Nicotera era troppo aspro, troppo estremista, e dava troppo poco affidamento perché gli altri capi rivoluzionari potessero fidarsi gran che di lui; così, per tutto il resto dell’anno, egli ebbe scarsa influenza nel Mezzogiorno.”. Dunque, è interessante il passaggio del Mack Smith che dice: “A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a pp. 236-237, in proposito scriveva che: “A Palermo….Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Mack Smith, a p. 237, nella nota (1) postillava che: “(1) Mazzini a Caroline Stansfeld, il 12 settembre (Epistolario, XLI, p. 67); “La Gazzetta del Popolo” (Torino), 24 settembre, riporta la lettera del 13 settembre di Nicotera a “Il Lampo” (Milano), in cui egli afermava che mai aveva né mai avrebbe gridato “Viva il Re!”. Dunque, Mack Smith scrive che Giovanni Nicotera arrivato a Palermo, anzi spedito dalla Toscana in Sicilia dal Ricasoli, resosi conto della mutazione del programma garibaldino e Bertaniano di invadere lo Stato Pontificio, “si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro.”. Alfredo Capone (….), nel capitolo II, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo l’arrivo del Nicotera a Palermo, – riferisce un giornalista democratico – “Nicotera, e molti altri ufficiali di Stato maggiore della compagnia hanno dato le dimissioni….Nicotera lottò quanto poté quì per ottenere dal pro-dittatore facoltà e mezzi per compiere il suo disegno per cui il nostro corpo venne organizzato….Sulle prime pareva che ci fosse maniera di riuscire nell’intento; ma negli ultimi due giorni ogni cosa andò a rovescio, lo stesso Nicotera, ad impedire lo sfacelo completo di questa colonna, invitò ufficialmente i militi a scegliere il partito di tornare a casa o quello di raggiungere Garibaldi”(65).”. Capone, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Articolo dell’Unità Italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”.Inoltre, si sa che in quel periodo, ai primi di settembre, in Sicilia, erno sorte serie difficoltà tra i ministri del governo prodittatoriale di Sicilia del Depretis, Crispi, l’Amari etc…e sorsero anche violenti scontri nella città di Palermo dovuti alla questione dell’annessione della Sicilia al Piemonte, che, come vedremo in seguito, Garibaldi non volle concedere a Depretis e a Piola al Fortino di Casaletto.
Nei primi giorni di settembre 1860, Giovanni NICOTERA in Sicilia ed il diniego di DEPRETIS di potersi imbarcare per Napoli e poter fare visita a Mazzini e a Garibaldi
Nicotera, giunto in Sicilia, durante la prodittatura del Depretis, nero di rabbia si dimise e voleva raggiungere Garibaldi che marciava verso Napoli ma, Depretis gli rifiutò la richiesta di imbarcarsi per Napoli per raggiungere Garibaldi a cui aveva indirizzato una sua accorata lettera per la delusione di aver dovuto portare i volontari di Castel Pucci a Palermo e di non aver aderito al programma garibaldino a favore del Re. Nella “Biogafia di Giovanni Nicotera”, Nocera Inferiore, Tip. Editrice della Veuviana, 1886, a p. 45, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, durante il viaggio volle verificare le casse e invece di armi vi trovò medicinali e bende ; quindi appena giunto a Palermo chiese invano a quel governo prodittatoriale l’armamento necessario per recarsi alla frontiera pontificia, giusta gli ordini del Garibaldi; allora domandò l’imbarco per Napoli, ove era il generale, ma anche ciò gli venne rifiutato; “. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Sconfitta di Cavour a Napoli”, a p. 192, in proposito scriveva che: “Giovanni Nicotera era uno dei più arrabbiati radicali, ancor meno disposto di Mazzini a compromessi sulla questione della repubblica, sebbene avesse momentaneamente accettato il programma di Garibaldi; si considerava assolutamente indipendente nel suo comando sui volontari in Toscana e riteneva di non doverne rispondere a nessuno, nemmeno a Garibaldi, ed anche più tardi, diventato una delle più eminenti figure nel governo del Regno d’Italia, doveva farsi notare per il temperamento autoritario e intrattabile.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a p. 236, in proposito scriveva che: “…..ma Cavour l’aveva catturato e spedito in Sicilia come in una specie di lazzaretto. A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi. Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1). Sarebbe stato arduo ritenere che la sua presenza in Sicilia per quei pochi giorni abbia potuto esser d’aiuto a Depretis nella sua attività di conciliatore, ed il partito cavouriano considerò questo un segno che i repubblicani avessero potuto da un momento all’altro gettar la maschera e ripudiare la loro malcerta fedeltà al trono. Ma Nicotera era troppo aspro, troppo estremista, e dava troppo poco affidamento perché gli altri capi rivoluzionari potessero fidarsi gran che di lui; così, per tutto il resto dell’anno, egli ebbe scarsa influenza nel Mezzogiorno.”. Dunque, è interessante il passaggio del Mack Smith che dice: “A Palermo poi Depretis rifiutò a tale contingente di proseguire per congiungersi a Garibaldi, finché i più accesi repubblicani fra i suoi ufficiali non si fossero dimessi.”. Denis Mack Smith (….), nel suo “Cavour e Garibaldi nel 1860” (il titolo originale Cavour and Garibaldi nel 1860), ristampato da Einaudi, Torino, nel 1958, nel capitolo “Cavour costringe Depretis a una scelta”, a pp. 236-237, in proposito scriveva che: “A Palermo….Nicotera fu tanto irritato da tale trattamento che, in contrasto con i desideri di Mazzini, si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Mack Smith, a p. 237, nella nota (1) postillava che: “(1) Mazzini a Caroline Stansfeld, il 12 settembre (Epistolario, XLI, p. 67); “La Gazzetta del Popolo” (Torino), 24 settembre, riporta la lettera del 13 settembre di Nicotera a “Il Lampo” (Milano), in cui egli afermava che mai aveva né mai avrebbe gridato “Viva il Re!”. Dunque, Mack Smith scrive che Giovanni Nicotera arrivato a Palermo, anzi spedito dalla Toscana in Sicilia dal Ricasoli, resosi conto della mutazione del programma garibaldino e Bertaniano di invadere lo Stato Pontificio, “si rifiutò di aderire al programma garibaldino di adesione alla monarchia (1).”. Aristide Arzano (….), nel suo, Il dissidio fra Garibaldi e Depretis sull’annessione della Sicilia, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913, a p. 10 scriveva che: “6. Ciononostante, Agostino Depretis, mandato sul finir di luglio, per desiderio di Garibaldi, prodittatore nell’isola (2), ebbe il preciso incarico dal Re e da Cavour etc…”. In quel momento, a Palermo vi era la prodittatura di Agostino Depretis e quando ai primi di settembre Nicotera arrivò, con i suoi volontari della sua brigata di Castel Pucci, ivi condotti dalle navi piemontesi, negò al contingente del Nicotera di aggregarsi ai volontari garibaldini che si imbarcavano per la Calabria. Dunque, Nicotera, essendosi dimesso dal programma garibaldino, dovette restare in Sicilia da cui ripartì solo l’11 settembre. Alfredo Capone (….), nel capitolo II, nel suo testo, L’opposizione meridionale nell’età della Destra, ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1970, a p. 78 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo l’arrivo del Nicotera a Palermo, – riferisce un giornalista democratico – “Nicotera, e molti altri ufficiali di Stato maggiore della compagnia hanno dato le dimissioni….Nicotera lottò quanto poté quì per ottenere dal pro-dittatore facoltà e mezzi per compiere il suo disegno per cui il nostro corpo venne organizzato….Sulle prime pareva che ci fosse maniera di riuscire nell’intento; ma negli ultimi due giorni ogni cosa andò a rovescio, lo stesso Nicotera, ad impedire lo sfacelo completo di questa colonna, invitò ufficialmente i militi a scegliere il partito di tornare a casa o quello di raggiungere Garibaldi”(65).”. Capone, a p. 78, nella nota (65) postillava: “(65) Articolo dell’Unità Italiana di Genova, del 13 settembre 1860, riportata in G. Mazzini, Epistolario, vol. XLI, pp. 68-69. Sugli avvenimenti di Palermo – prodittatore Depretis – nella prima decade di settembre, v. D. Mack Smith, op. cit., pp. 236-37.”. Inoltre, si sa che in quel periodo, ai primi di settembre, in Sicilia, erno sorte serie difficoltà tra i ministri del governo prodittatoriale di Sicilia del Depretis, Crispi, l’Amari etc…e sorsero anche violenti scontri nella città di Palermo dovuti alla questione dell’annessione della Sicilia al Piemonte, che, come vedremo in seguito, Garibaldi non volle concedere a Depretis e a Piola al Fortino di Casaletto. Giovanni Nicotera partirà dalla Sicilia, insieme al pro-Dittatore Depretis solo il giorno 11 settembre 1860. Dunque, Nicotera resterà in Sicilia, “relegato in un lazzaretto”, come scrive lo Smith, per una diecina di giorni, senza minimamente poter influire sui suoi volontari, quelli della ex spedizione di Castel Pucci, la 5° Brigata Toscana, il cui comando passò a Pietro Spangaro. Una volta dimessosi dalla sua spedizione, il suo comandante, Giovanni Nicotera, i suoi volontari fecero la scelta se aderire al programma garibaldino e di aggregarsi a Garibaldi e quindi, il corpo dei volontari di Nicotera, quelli che aderirono, restarono al comando del nuovo comandante, il colonnello Spangaro. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a p. 300, in proposito scriveva: “Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia, e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.“. Dunque, il Cesari scriveva che: “..e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) etc….“. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: “Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo ; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”.
PIETRO SPANGARO
Il colonnello Pietro Spangaro, era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione con a capo il Colonnello Wilhelm Rustow e luogotenente Alessandri. Sulla Treccani on-line leggiamo che la figura di Spangaro lasciò traccia in molte memorie garibaldine: ne scrisse tra gli altri Giulio Adamoli (1892), che ricordava come tutti lo amassero «per la grande bontà […] e perché esercitava le funzioni del suo ufficio con passione e con cognizione, avendo compiuto la sua educazione militare nel collegio di Neustadt» (p. 120). Veterano delle lotte risorgimentali, ai giovani volontari «più che da superiore, […] faceva da padre» (p. 126). Sul colonnello Pietro Spangaro abbiamo un’altra notizia. Da Wikipedia leggiamo che Pietro Spangaro (Venezia, 28 gennaio 1813 – Milano, 14 novembre 1894) è stato un militare, patriota e ufficiale italiano. Fu un ardente patriota che partecipò alla spedizione dei Mille garibaldina. Lo ritroveremo con il grado di colonnello in prima fila nella decisiva battaglia del Volturno, dopo aver seguito il generale Garibaldi a Marsala e a Calatafimi. Lo ritroviamo poi nel 1850 in Egitto, dove fece una discreta fortuna con una ditta commerciale da lui creata. Non partecipò alla seconda guerra di indipendenza, ma nella primavera del 1860 tornò in Italia per partecipare alla spedizione dei Mille. I suoi uomini lo adoravano per i suoi modi di fare semplici e schietti. Ex ufficiale austriaco, aveva disertato per combattere a fianco degli insorti Veneziani, capeggiati da Daniele Manin, è difficile ricostruire bene la sua biografia, poiché si intreccia con quella dell’omonimo cugino, Pietro Spangaro anch’egli figlio di un Giovanni Battista Spangaro, e volontario nella spedizione dei Mille. Pur partecipando alla spedizione dei Mille non figura negli elenchi ufficiali in quanto la sua biografia si sovrappone a quella del più anziano e noto colonnello Pietro Spangaro, suo omonimo e parente (era cugino del padre). La ricostruzione della sua biografia è dunque difficile a causa di questa omonimia con un parente molto più anziano e autorevole, in vista nella schiera dei Mille. L’altro Spangaro arrivò infatti al grado di Colonnello e al Volturno comandò una brigata. Pur partecipando alla spedizione dei Mille non figura negli elenchi ufficiali in quanto la sua biografia si sovrappone a quella del più anziano e noto colonnello Pietro Spangaro, suo omonimo e parente (era cugino del padre). La ricostruzione della sua biografia è dunque difficile a causa di questa omonimia con un parente molto più anziano e autorevole, in vista nella schiera dei Mille. L’altro Spangaro arrivò infatti al grado di Colonnello e al Volturno comandò una brigata. Fu aggregato alla 1^ compagnia (N. Bixio) come semplice volontario. Ma una volta sbarcati, tenuto conto della sua esperienza, fu presto nominato capitano. Si distinse a Calatafimi e a Palermo e fu nominato maggiore assegnato allo Stato Maggiore e poi tenente colonnello e colonnello e presidente del tribunale militare della sua divisione. Secondo Maxime du Camp, che era con lui in Calabria durante la spedizione dei Mille e che gli dedicò alcune pagine nel suo volume “La spedizione delle due Sicilie”, era soprannominato “Colonnello Dunque”, perché iniziava i propri discorsi con quella parola. Alla spedizione dei Mille partecipò anche un suo omonimo, Pietro Spangaro nato nel 1836, figlio del cugino Giovanni Battista. Questa compresenza innescò equivoci sulle rispettive biografie, di cui talvolta si tramandarono dati inesatti, come la presunta adesione di Pietro a imprese garibaldine successive, cui prese parte invece il suo più giovane omonimo che tuttavia a causa degli equivoci non fu mai incluso negli elenchi dei Mille. Per l’autorevolezza dimostrata, l’11 giugno venne nominato tenente colonnello e presidente del tribunale militare della 15ª divisione Türr. Riguardo il luogotenente dello Stato Maggiore di Divisione, “tenente colonnello Alessandri”, ha scritto Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: “Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario nella cosiddetta Brigata “Spangaro”. Adamoli, nel suo racconto Diario scriveva che “….quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui.”. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Carlo Pecorini-Manzoni, nel suo “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 213, riferendosi al 27 settembre 1860, in proposito scriveva: “La 15° Divisione quando fu compiuta la sua organizzazione, presentava il seguente quadro: Comando generale e Stato Maggiore:……..; Ufficiali superiori a disposizione:……; Stato Maggiore: Capitano di Stato Maggiore Pecorini Carlo etc…; ….Comando della Brigata Spangaro: Colonnello Brigatiere Spangaro; Capo di Stato Maggiore Capitano Baganti.”. Pecorini, a p. 454, nel Documento 80, in proposito scriveva che: “Documento 80. ESERCITO MERIDIONALE 15° Divisione Turr. Situazione Numerica della Forza della Suddetta Divisione al giorno 6 ottobre 1860: Corpo: Stato Maggiore della Divisione: Capo di Stato Maggiore, Colonnello Brigatiere Rustow; Genio: Capitano Tessera; Corpo Sanitario: Medico Divisionale Ziliani; Intendenza Militare: Intendente Ghiglione; Tribunale Militare: Avv. Fiscale, Bissoni Luigi; BRIGATA SPANGARO (1): Stato Maggiore: Battaglione Bersaglieri: Maggiore Farinelli; 1° Battaglione Bersaglieri: Maggiore Morici; 2° Battaglione Cacciatori: Maggiore Castellazzo; 3° Battaglione Cacciatori: Maggiore Baganti; 4° Battaglione di fanteria in form.: Maggiore Chiari”. Pecorini, a p. 454, nella nota (1) postillava: “(1) Già Nicotera. Quinta Brigata della Spedizione di Terranova.”. Sappiamo pure che i volontari dell’ex Spedizione di Castel Pucci partirono da Livorno e arrivarono a Palermo dal 1° settembre al 3 di settembre 1860. Nicotera arrivò a Palermo il 3 settembre 1860 e quindi presumibilmente anche il Sacchi. Dunque, Nicotera e Sacchi arrivarono a Palermo quando Garibaldi era già a Sapri ?. Dunque, la Brigata Spangaro fu costituita dopo l’arrivo dei volontari dell’ex spedizione di Castel Pucci. Il colonnello Pietro Spangaro, era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione con a capo il Colonnello Wilhelm Rustow e luogotenente Alessandri. I 2000 volontari che Nicotera e Sacchi portarono a Palermo cosa fecero una volta arrivati a Palermo ?. Sappiamo che la Brigata Sacchi e la Brigata Spangaro fecero parte della 15° Divisione, di cui il suo comando fu affidato a Nino Bixio. Essi arrivarono a Palermo quando Turr era già in viaggio da Sapri per Lagonegro ?. Se Nicotera e Sacchi partirono da Livorno verso i primi di Settembre ed arrivarono dal 1° al 3 settembre come si spiega che Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 146-147, in proposito scriveva che: “Da Rogliano il generale Turr mandava a Bixio la seguente lettera: “Al Sig. generale Bixio Comandante la I° brigata della 15° divisione. Tiriolo o Soveria. Dietro ordine del Generale Dittatore, il generale Bixio assumerà momentaneamente il comando delle truppe della 15° divisione che sono in marcia sulla Consolare, e prenderà posto tra Rogliano e Cosenza, dove lascierà passare tutti gli altri corpi, e quindi si metterà in marcia alla coda dell’esercito. Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza. Manderà pure a Cosenza i miei cavalli ed il suo bagaglio. Rogliano, il 31 agosto 1860. Firmato Turr.”.”. Dunque, il generale Turr, il 31 agosto 1860 scrivendo da Rogliano a Nino Bixio gli ordinava “Spedirà subito a Cosenza il tenente colonnello Spangaro, il maggiore Bricoli ed il sig. Caranti; questi signori si serviranno di carrozza.”. Dunque, dalla lettera che il generale Turr scrisse il 31 agosto 1860 da Rogliano al generale Nino Bixio (dove Turr chiede a Bixio di mandargli il tenente colonnello Spangaro) deduciamo che il tenente colonnello Spangaro era sbarcato in Calabria con le truppe comandate da Nino Bixio. Nino Bixio, comandava la I Brigata della 15° Divisione. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre finalmente le brigate della divisione Eber, Spangaro (anteriormente Nicotera) e Milano, furono sollevate dagli avanposti e chiamate a Caserta.”. Dunque, il Rustow scriveva che la brigata Spangaro, in precedenza era detta “brigata Nicotera”. Secondo Maxime Du Camp, che era con lui in Calabria durante la spedizione dei Mille, era soprannominato Colonnello “dunque”, perché iniziava sempre le sue frasi con quella parola. Secondo Maxime du Camp, che era con lui in Calabria durante la spedizione dei Mille e che gli dedicò alcune pagine nel suo volume “La spedizione delle due Sicilie”, era soprannominato “Colonnello Dunque”, perché iniziava i propri discorsi con quella parola. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 220, diceva di Spangaro: “Spangaro,…E’ un uomo molto alto e robusto, con un bel viso dalla barba rossiccia, sempre pronto al riso, eccellente ed infaticabile soldato.”. Du Champ, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti.”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 208 in proposito scriveva che: “Durante quattro mesi passati nello stato maggiore del generale Turr, stato maggiore in cui gli elementi italiani, inglesi, ungheresi e francesi erano mescolati in proporzioni disuguali, non ho assistito ad una sola disputa; etc…”. Dunque, il Du Champ componeva lo Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale al comando del generale Turr. Insieme a Du Champ facevano parte dello Stato Maggiore anche Pietro Spangaro e Ferdinando Eber (Nandor, Ferdinando). Di Eber, Du Champ, a p. 208 scriveva: “Eber (Nandor, Ferdinando) tuttavia, non era, per essere precisi, niente altro che uno scrittore; ma ogni Ungherese nasce ussaro. Era uno di quegli eccellenti corrispondenti che il ‘Times’ invia attraverso il mondo intero: così ha fatto le guerre e ha compiuto lunghi viaggi che lo hanno reso un cosmopolita.”. Sulla Treccani on-line leggiamo che per l’autorevolezza dimostrata, l’11 giugno venne nominato tenente colonnello e presidente del tribunale militare della 15ª divisione Türr. Alla vigilia della battaglia del Volturno divenne colonnello brigadiere comandante la I brigata della 15ª divisione e fu valente protagonista in quegli scontri decisivi di inizio ottobre. Su quelle vicende militari redasse per Istvan Türr un lungo e dettagliato rapporto compilato il 10 ottobre 1860 a S. Angelo in Formis, nei pressi di Caserta. La figura di Spangaro lasciò traccia in molte memorie garibaldine: ne scrisse tra gli altri Giulio Adamoli (1892), che ricordava come tutti lo amassero «per la grande bontà […] e perché esercitava le funzioni del suo ufficio con passione e con cognizione, avendo compiuto la sua educazione militare nel collegio di Neustadt» (p. 120). Veterano delle lotte risorgimentali, ai giovani volontari «più che da superiore, […] faceva da padre» (p. 126). La Treccani si riferisce a Giulio Adamoli (….), ed il suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “…..un conflitto fra i volontari di Castel Pucci e la truppa, minacciato dal Nicotera. Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia. Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta di Agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 agosto tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”. Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Secondo Maxime Du Camp, che era con lui in Calabria durante la spedizione dei Mille, era soprannominato Colonnello “dunque”, perché iniziava sempre le sue frasi con quella parola. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 220, diceva di Spangaro: “Spangaro,…E’ un uomo molto alto e robusto, con un bel viso dalla barba rossiccia, sempre pronto al riso, eccellente ed infaticabile soldato.”. Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a p. 43, in proposito scriveva che: “Il 14 ottobre finalmente le brigate della divisione Eber, Spangaro (anteriormente Nicotera) e Milano, furono sollevate dagli avanposti e chiamate a Caserta.”. Dunque, il Rustow scriveva che la brigata Spangaro, in precedenza era detta “brigata Nicotera”. Du Champ, a p. 260, in proposito scriveva che: “Ci fermammo a Sala…. – Dormiremo a Napoli, ci disse Spangaro, in marcia ! – Risalimmo nella nostra carrozza, che, l’ho detto ? non era altro che una giardiniera, con sedili scoperti.”. Dunque, Du Champ, a Sala Consilina, sulla strada consolare dovette rimettersi in carrozza e la truppa in marcia al comando del colonnello Pietro Spargaro. Sappiamo che una parte della brigata Spangaro arriverà l’8 settembre 1860 e ripartirà da Sapri per Napoli. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 208 in proposito scriveva che: “Durante quattro mesi passati nello stato maggiore del generale Turr, stato maggiore in cui gli elementi italiani, inglesi, ungheresi e francesi erano mescolati in proporzioni disuguali, non ho assistito ad una sola disputa; etc…”. Dunque, il Du Champ componeva lo Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale al comando del generale Turr. Insieme a Du Champ facevano parte dello Stato Maggiore anche Pietro Spangaro e Ferdinando Eber (Nandor, Ferdinando). Di Eber, Du Champ, a p. 208 scriveva: “Eber (Nandor, Ferdinando) tuttavia, non era, per essere precisi, niente altro che uno scrittore; ma ogni Ungherese nasce ussaro. Era uno di quegli eccellenti corrispondenti che il ‘Times’ invia attraverso il mondo intero: così ha fatto le guerre e ha compiuto lunghi viaggi che lo hanno reso un cosmopolita.”. Su Pietro Spangaro, Federico Donaver (….), nel suo “La Spedizione dei Mille”, a p. 85, nella nota (1) postillava: “(1) Pietro Spangaro, veneto, già ufficiale, ma che seguì la spedizione come semplice volontario, racconta un po’ diversamente la cosa in una lettera scritta l’8 maggio da Talamone al prof. Amari. Dice che si nascosero sopra un bastimento in riparatura…..”. Carteggio Amari già oit. voi. II, pag. 80.”. Dunque, secondo Donaver, Spangaro, al momento dello sbarco a Marsala, egli era uno dei semplici volontari che seguì la Spedizione dei Mille. Si veda pure G. Pecorini Manzoni, Storia dellla 15ª Divisione Türr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, Firenze 1876, pp. 460-465; G. Adamoli, Da San Martino a Mentana. Ricordi di un volontario, Milano 1892, pp. 119 s., 126, 136, 146, 163; A. D’Ancona, Carteggio di Michele Amari, II, Torino 1896, pp. 80-82; G. Castellini, Eroi garibaldini, Bologna 1911, I, Da Rio Grande a Palermo (1837-1860), p. 223, II, Da Palermo a Digione (1860-1870), pp. 5-7, 28, 51, 53, 109, 120; P. Scharini, I Mille nell’esercito, in Memorie storiche militari, X (1911), 5, p. 604; Id., S. P., in Dizionario del Risorgimento nazionale dalle origini a Roma capitale. Fatti e persone, a cura di M. Rosi, IV, Milano 1937, p. 322; E. Michel, Esuli italiani in Egitto, Pisa 1958, ad ind.; M. Lenna, Un garibaldino dimenticato, Pordenone 2017. Secondo il dizionaro Larousse, Maxime Du Champ è a Palermo e a Napoli nello stato maggiore del generale Turr, con il grado nominale di colonnello. Infatti, seguendo il suo racconto, sebbene non sia molto chiaro il suo grado, è pacifico che egli si trovasse al seguito degli altri ufficiali, come Pietro Spangaro dello Stato Maggiore del generale Turr. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, a p. 77, scriveva che: “Al levar delle mense, il tenente colonnello Spangaro (1) fece un brindisi al generale Turr; …L’eccellente banda della brigata Eber (2) etc…”. Essi si trovavano a Messina, dopo un ricevimento dato dal generale Turr. Du Champ, o chi curava il testo tradotto, a p. 77, nella nota (1) postillava: “(1) * Pietro Spangaro (Venezia 1823 – Milano 1894). Nella spedizione dei Mille si segnalò più volte come buon comandante sul terreno e per personale bravura. Molto si legò a lui il Ducamp, come si vedrà nel corso del libro.”. Du Champ, a p. 77, nella nota (2) postillava: “(2) *Ferdinando Eber, compagno del Turr nella guerra rivoluzionaria d’Ungheria. Divenuto d’un tratto – scrive il Bandi – da corrispondente del Dayli News comandante di brigata. E tuttavia la sua azione di comando doveva rivelarsi preziosa nella decisione della battaglia del Volturno.”. In particolare Du Champ descrive la sosta a Lauria e poi a Lagonegro dandoci notizie molto interessanti. Fu a Lagonegro di sicuro il 7 settembre 1860. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 262, in proposito scriveva che: “Alle otto del mattino, domenica 9 settembre, entravamo a Napoli, quattordici giorni dopo il nostro sbarco in Calabria.”. Maxime Du Champ(….), nel suo “La Spedizione delle due Sicilie”, introduzione di Guido Macera, editore Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, nel capitolo VIII, a p. 266, in proposito scriveva che: “Noi (1) facemmo del nostro meglio per sfuggire ovazioni che ci fermavano ad ogni passo, ed io, stanco di essere abbracciato, tirato etc…”. Du Champ, a p. 266, nella nota (1) postillava: “(1) * Noi….cioè il gruppetto composto dal colonnello Spangaro, da Sander Teleky e dal Du Champ.”.
Nei primi giorni di settembre, la nomina del colonnello PIETRO SPANGARO al comando dell’ex brigata Nicotera di CASTELPUCCI in sostituzione del dimissionario Nicotera: la Brigata SPANGARO (forse il 5° reggimento granatieri)
Arrivati a Palermo, i volontari della ex spedizione di Castel Pucci, organizzati in Toscana da Giovanni Nicotera sotto l’egida di Ricasoli, essendo lui dimissionario, passarono al comando del colonnello Pietro SPANGARO. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 103-104, in proposito scriveva che: “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro. La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. In questo passaggio devo segnalare un errore di trascrizione perchè non si tratta del colonnello “Sprangaro” ma del colonnello “Spangaro”. Inoltre credo che siano errate anche anche le due date perchè non si tratta del mese di agosto ma del 1 e 3 settembre 1860. Infatti credo che Giuseppe Maraldi avrebbe dovuto scrivere “Dal 1° al 3 settembre tutta la 5° brigata, disarmata e scortata dai bersaglieri, venne fatta imbarcare a Livorno per la Sicilia.”. Maraldi scriveva pure che arrivati in Sicilia, a Palermo, i volontari della ex Castel Pucci, Giovanni “Il Nicotera, giunto a Palermo con la sua spedizione, si dimise, ed il comando passò per ordine superiore al colonnello Sprangaro”. Dunque, il Maraldi scriveva che “La brigata da Palermo andò a Sapri per mare, poi a Salerno e il 10 settembre entrava in Napoli e partecipava alla battaglia del Volturno ove si distinse.”. Il colonnello Pietro Spangaro, era comandante della 1° Brigata dello Stato Maggiore di Divisione con a capo il Colonnello Wilhelm Rustow e luogotenente Alessandri. Forse quando il Nicotera arrivò lo Spangaro era già a Palermo. Arrivato a Palermo, Nicotera presentò le sue dimissioni a Garibaldi e rinuncia al programma garibaldino di sbarcare in Calabria ed il comando passa a Spangaro. Riguardo il luogotenente dello Stato Maggiore di Divisione, “tenente colonnello Alessandri”, ha scritto Giulio Adamoli (….), nel suo “Da San Martino a Mentana – Ricordi di un volontario”, Milano, ed. Treves, 1861, a p. 146 parlando della divisione Pianciani ed alla sostituzione con lo Spangaro, scriveva che: “Una modificazione, che ci toccò assai più da vicino e riuscì per noi penosissima, venne a noi da quella stessa spedizione Pianciani, quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui. Dimenticammo, facendo a Spangaro i nostri addii affettuosi, le impazienze pei molti atti di ufficio che ci obbligava a scrivere, etc…Egli invece, reso padrone di se, guidò arditamente la sua nuova brigata, cui fece buonissima figura. Al posto di capo di stato maggiore della brigata venne destinato, in seguito ai buoni uffici dello stesso Spangaro, un intimo compagno suo dell’Accademia etc.., il tenente colonnello Alessandri, etc…”. Dunque, l’Adamoli scriveva nelle sue memorie che ad un certo punto Pietro Spangaro, che era stato il suo capo di stato maggiore della sua Brigata andò a rimpiazzare il Nicotera dimissinario all’arrivo a Palermo insieme al Pianciani della sua Brigata “Toscana” che si chiamò Brigata “Spangaro”. Adamoli, nelle sue Memorie scriveva che “….quando ci portò via lo Spangaro, andato al comando di una brigata in luogo di Giovanni Nicotera, dimissionario anche lui.”. Adamoli racconta che il colonnello Pietro Spangaro venne nominato comandante dell’“ex spedizione Nicotera”, che da quel momento venne chiamata “brigata Spangaro”. Il generale Giuseppe Pittaluga (…), nel suo “La Diversione – Note garibaldine sulla campagna del 1860”, Roma, editrice Italiana, 1904, a p. 165, in proposito scriveva che: “Partita il I° e 3 settembre da Livorno, la brigata di Castel Pucci giunse a Palermo il 3 ed il 5; persistendo Nicotera nelle dimissioni, passò per ordini superiori sotto il comando del colonnello Spangaro. E, strana combinazione ! quella brigata partiva subito da Palermo per mare il giorno 7 diretta a …..Sapri ! Il 9 era a Salerno, il 10 era in Napoli. Si distinse poi sul Volturno.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “Pianciani condotti i suoi volontari in Palermo, una volta mutato il programma rassegnò le sue dimissioni e con lui Nicotera ed altri – Le brigate di questa Divisione che approdarono in Sicilia si denominarono così: Eberhardt, Tharena (poi Spinzazzi), Milano, Puppi, Nicotera (poi Spangaro).”. Dunque, in questo passaggio, il Pecorini-Manzoni scriveva che una volta in Sicilia, a Palermo, le truppe della ex spedizione Pianciani, vennero denominate: “Tharena” (poi chiamata Spinazzi), “Milano”, comandata dal Rustow, “Puppi” (poi in seguito chiamata “Sacchi”), la “Nicotera” (poi in seguito chiamata “Spangaro”). Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. II, a pp. 361-362, in proposito aggiungeva pure che: “Gli scrittori garibaldini enumerano le milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina ; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord -est ; le divisioni Cosenze Medici e la brigata Eber: presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora e il Rustow con 4000 a Melazzo…Da tale enumerazione sembrano i soli contati trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da Quarantamila.”. Dunque, secondo il De Sivo, i volontari garibaldini organizzati a Castel Pucci dal Nicotera ammontavano a 2300 uomini. Dunque, da De Sivo si trae la notizia che i volontari portati a Palermo da Nicotera erano 2300 e non erano con Bixio ma erano rimasti a Palermo e sbarcarono in Calabria solo più tardi. La brigata Spangaro si trattenne a Palermo fino al 7 settembre 1860, e solo il 7, dal porto di Palermo ne ripartì per giungere a Sapri il 7 alle 19 di pomeriggio e l’8 settembre. Il 7 settembre 1860 partì da Palermo solo una porzione della Spangaro che da Sapri, arrivò a Salerno via mare l’8 settembre 1860, come vedremo innanzi. Nel testo tradotto “La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow – prima traduzione italiana sull’originale stampato a Zurigo”, ed. Cecchini, Venezia, 1861, a pp. 297-298, in proposito scriveva: “Rüstow si diede ora premura di organizzare quelle truppe a Milazzo, provvedendole di armi e munizioni, facendole esercitare, al quale oggetto non avevasi potuto fino allora approfittare d’alcun giorno, salvo per la prima brigata in Genova. Parleremo in seguito della quinta e sesta brigata rimaste nella Media Italia , e che in seguito al nuovo indirizzo preso dalle cose erano state divise dalle prime quattro.”. Sulla 5° Brigata ex Castelpucci, su Wikipedia, alla voce “Sbarchi successivi al primo sbarco di Marsala” (notizie tratte da Treveljan), si legge che secondo la tabella, le seguenti presenze, avvenute con imbarchi formalmente regolari, il 26 agosto si aggiunse la partenza della nave Orwell con circa 500 volontari, ma tale partenza fu irregolare e la nave dovette quindi essere restituita. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, a p. 514 “Allegato II- Riassunto tabelle di marcia”, in proposito scriveva che: “BRIGATA SPANGARO: Luglio alla Villa di Castel Pucci in Formazione, 29 Agosto Livorno, 30 agosto Livorno, 31 agosto Livorno, 1 settembre Partenza, 2 settembre sul mare, 3 Settembre Palermo, 4-5-6 Partenza da Palermo, 8 settembre Sapri., 9 settembre Salerno, 10-11 Napoli etc…”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a pp. 170-171, parlando delle “marce e traversate di mare”, nella nota (1) descrive quelle della Brigata Spangaro ed in proposito scriveva che: “La Brigata Spangaro s’imbarcava il giorno 30 agosto in Livorno per Palermo…..Lo stesso giorno 3 (3 settembre 1860)…Nel medesimo giorno 3 (3 settembre 1860) la Brigata Spangaro sbarcava a Palermo……In questo stesso giorno (si riferisce al 5 settembre 1860), ….sbarcava a Palermo una frazione della Brigata Spangaro, la quale veniva passata in rivista dal comandante di Piazza…Il 7 una porzione della Brigata Spangaro imbarcavasi a Palermo per Sapri dove arrivava alle 7 pom., e trovava ordine di continuare per Napoli, se nonchè per mancanza di carbone doveva a di 8 sbarcare a Salerno. Ivi si fermava qualche ora, e poi ripartiva per Nocera, da dove con la ferrovia arrivava a Napoli la mattina del 9. Il giorno 8 il resto della stessa Brigata partiva da Palermo direttamente per Napoli, e vi arrivava la mattina del 9, che riunita a Largo S. Francesco di Paola, veniva passata in rivista dal Generale Dittatore, quindi si acquartierava.”. Dunque, riepilogando la marcia della Brigata Spangaro secondo ciò che scriveva il Pecorini-Manzoni, la “Brigata Spangaro”, si imbarcava a Livorno il giorno 30 agosto 1860 ed il 3 settembre 1860 sbarcava a Palermo. Il 5 settembre 1860, dopo due giorni, sbarcava a Palermo una porzione della Brigata Spangaro che veniva passata in rivista dal Comandante di Piazza. Giorno 7 settembre 1860, una porzione della Brigata Spangaro riparte da Palermo, viaggia per mare e sbarca a Sapri il giorno 7 settembre 1860 alle ore 19,00. Riparte da Sapri, diretta a Napoli, ma giorno 8 dovette sbarcare a Salerno. Arriverà a Napoli il giorno 9 settembre 1860. Il giorno 8 settembre 1860, un’altra porzione della Brigata Spangaro si imbarca per Napoli dove arrivava il giorno 9 settembre 1860. Giuseppe Guerzoni (….), nel suo “Garibaldi di Giuseppe Guerzoni”, anzi “Garibaldi” ed. Pantheon, con prefazione di Emilio Curatulo, ed. G. Barbera, Firenze, 1926, nal capitolo IX “Dal Faro al Volturno (1860)”, scrive degli avvenimenti che a noi interessano e, a p. 155 scriveva: “Al finire del luglio la sciolta brigata di Castelpucci, passata al comando di Gaetano Sacchi, sbarcava tranquillamente a Palermo, e passava tosto ad ingrossare le schiere del Faro: poco dopo Agostino Bertani arrivava a Messina ad annunziare al Dittatore l’avvenuto compromesso; ai 13 di agosto il Farini pubblicava un bando inutilmente provocatore etc…”. Dunque, Guerzoni scriveva che dopo lo scioglimento della Brigata di Castelpucci, organizzata da Nicotera, alla fine di luglio, questa fu dirottata a Palermo ed il suo comando fu affidato al colonnello GAETANO SACCHI, di cui ho già parlato. Sacchi era andato a Palermo con altri volontari, di cui ho già parlato e dunque, la sua colona si ingrossò ulteriormente. Gualtiero Castellini (…), nel suo “Pagine Garibaldine (1848-1866). Dalle memorie del Maggiore Nicostrato Castellini; con lettere inedite di G. Mazzini etc..”, a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) …..agli ordini del conte Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), avevano costituito la famosa spedizione organizzata dal Mazzini, etc…”. Dunque, Sacchi era già sceso in Sicilia, molto tempo prima che arrivasse Pianciani. Dunque, Gualtiero Castellini (…), a p. 52, nella nota (1) postillava: “(1) Luigi Pianciani che, insieme con quella del Nicotera (già scesa in Sicilia al comando del Sacchi), etc…”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, nel capitolo VIII ci parla del “concentramento dei volontari alla Punta del Faro e della Spedizione Pianciani”, etc.., e a p. 151, in proposito scriveva: “La compagnia Sacchi non era comandata dal colonnello dello stesso nome, ma era chiamata così perchè formata dagli elementi più scelti della brigata che Garibaldi aveva affidato al Sacchi stesso, dopo che questi aveva lasciato il comando del 46° fanteria e date le sue dimissioni dall’esercito regolare per raggiungere la spedizione dei volontari in Sicilia.”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 155, in proposito scriveva: “….nelle giornate del 14 e del 16 agosto, le quattro brigate scesero a Palermo. Quivi però il Pianciani e il Tarrena si dimisero, e il comando della brigata Tarrena fu affidato al maggiore Spinazzi. Rustow, preso il posto del Pianciani, ebbe ordini da Garibaldi di portarli a Milazzo con tre brigate, mentre quella di Eberhard, imbarcata sul vapore ‘Franklin’, fu inviata alla costa meridionale dell’isola per unirsi alla colonna di Bixio. Essa dovette fare tutto il giro della Sicilia, perchè Bixio, si era portato a Taormina. Così il Rustow giungeva a Milazzo dove furono riuniti circa 3500 uomini, e Bixio con le forze dell’Eberhard, con 400 Siciliani reclutati durante la traversata dell’isola e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) veniva ad avere ai suoi ordini una forza complessiva che si può calcolare in altri 3500 combattenti.”. Dunque, il Cesari scriveva che: “..e con due compagnie del battaglione Chiassi (brigata Sacchi) etc….”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a p. 341, in proposito scriveva che: “Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi i] Medici con 2500, poi il Cosenz cori 1600, e il Sacchi con 4500.”. Gustav Rasch (….), nel cap. IX “La campagna garibaldina nel Napoletano”, nel suo, Garibaldi e Napoli nel 1860: note di un viaggiatore prussiano – introduzione, traduzione e note di Luigi Emery, ed. Laterza, Bari, 1938, a p. 135, in pproposito scriveva che: “Il corpo di spedizione, che due vapori portarono sul continente nella notte del 18 agosto, comprendeva 4200 uomini (1), parte della Brigata Bixio, parte della Brigata Eberhardt e 1000 uomini comandati dal Sacchi.”. Giacinto De Sivo (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Verona, 1866, vol. III, a pp. 361-362, in proposito scriveva che: “§. 14. Numerazione de’ Garibaldini. Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie così: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est ; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber Eresso Messina a Torre di Faro con ottomila ; la brigata Sacchi di 1500 presso Spadafora, e ‘1 Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva ; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2300 del Nicotera, parrebbero da quarantamila.”. Carlo Pecorini-Manzoni (….), “Storia della 15° divisione Turr nella campagna del 1860 in Sicilia e Napoli”, che a p. 130, riferendosi all’8 agosto 1860, in proposito scriveva che: “Lo stesso giorno la Brigata Sacchi riceveva ordine di portarsi a Spadafora per attendere i mezzi di trasporto, partiva nella stessa notte il 1° Reggimento, ma nella giornata del 17 si sospendeva la marcia del rimanente della Brigata. Il giorno 18 sbarcavano a Palermo le Brigate Puppi e Milano, le quali nello istesso giorno imbarcavansi per Milazzo.”.
Nel 1° settembre 1860, a Tarsia, Garibaldi, Cosenz e Bertani
Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 455, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “In carrozza con Garibaldi e Cosenz partiamo alle tre antimeridiane. Alla ‘Bettola Nuova’ soldati napoletani. Si scese in carrozza più volte, passeggiando per il bel paese. Si passa il fiume a guado. Si ha sete e non c’è più niente da bere. Si ha fame e non c’è da mangiare (privilegio di tutti i compagni del generale). Arriviamo in un piccolo paese. Deputazioni e ovazioni. Finalmente il sindaco ci dà da mangiare. Si cambiano i cavalli. I napoletani alla ‘Taverna Nuova’. La gente si precipita, ferma le ruote della carrozza: “Calibardo, qual è Calibardo ? Fateci vedere Calibardo”. Alle dodici dopo una lunga ed erta salita giungemmo a Tarsia. Venne la guardia nazionale, chi armato, chi no. Si mangia al cospetto di tanta gente, tutti silenziosi cogli occhi fissi su Garibaldi. Ci si ferma a Spezzano Albanese ove parlano greco. Entusiasmo, gridi, salti di gioia. A Castrovillari in casa Pace capita Peard detto l’Inglese di Garibaldi. 2 settembre domenica. Etc…”. Secondo la White, ciò aveva annotato nel suo taccuino il Bertani. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: “XLVIII. Da Spezzano il Dittatore passava a Cammarata ed a Castrovillari , percorrendo la vasta e maremmosa pianura dove un tempo sorgeva la superba ed opulentissima Sibari e che ora i fiumi Crati e Coscile hanno ricoperto colla melma delle loro alluvioni. Dell’immensa e popolosa città, la fama della cui dissoluta mollezza si a lungo. riempi l’universo , oggimai non rimane più traccia essa giace sepolta sotto un fortissimo strato di vegetazione tropicale , in un cielo insalubre : le maestose sue torri , i monumenti , i trofei , ed i suoi trecento mila abitanti scomparvero : ed ora la più tremenda solitudine regna sul teatro di tanta opulenza : hanno fine in tal modo le pompe e le umane grandezze ! – XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria. Etc..,”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 410, in proposito scriveva che: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozza. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia.”. Carlo Agrati (….), nel suo, “Da Palermo al Volturno”, ed. Mondadori, Milano, 1937, a pp. 410-411, in proposito scriveva che: “…Spezzano Albanese….Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 settembre. Poi, all’alba, in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte. Sirtori è in Cosenza col Quartier generale: Medici, Bixio, Eber, tutti i generali garibaldini seguono velocemente sulle strade della Calabria.”. Agrati cita il Canzio ed in particolare il suo “Diario”, che fu pubblicato da Mario Menghini (….), nel suo “La Spedizione garibaldina di Sicilia e di Napoli”. Sul suo Diario, sulla Treccani on-line leggiamo che sulla campagna ebbe l’incarico di inviare delle corrispondenze informative al Movimento di Genova: sembra anche che abbia tenuto un diario, che, rimasto segreto, secondo il Morando, sarebbe stato consegnato dalla vedova a L. D. Vassallo e da questo a G. D’Annunzio. Si veda Morando F.E., Ritratto di Stefano Canzio, in camicia rossa. Nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’egli a Turr replica l’ordine, già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che: “ventimila ragioni per oggi e tremila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti, …etc… e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz,….etc…Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartier generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso.” 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il Capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “Bertani eseguì l’ordine e dopo mille peripezie il 29 agosto sbarcava a Tropea e da qui proseguiva con le truppe, d’accordo col Rustow per Pizzo, ove trovò un ordine del Sirtori di avanzare a marcie forzate per raggiungere il Quartiere Generale, che da S. Pietro del Tiriolo proseguiva verso Cosenza. Il Bertani si avviò in persona, e a Rotonda raggiunse il Generale che, dice la Mario, lo abbracciò, poi diede ordine al Generale Turr di andare a raggiungere la legione e portarla al più presto sulla via di Lagonegro, ed al Bertani disse (2): “Voi restereco meco, ho bisogno di voi”.”. Maraldi, a p. 99, nella nota (1) postillava: “(1) Pianciani, op. cit.”. Maraldi, a p. 101, nella nota (2) postillava:“(2) J. W. Mario, op. cit., 172, 173, 174.”. Dunque, il Maraldi è tra quelli che scriveva che il Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda (come scrisse il Treveljan) e non a Cosenza. Riprendendo il discorso, però, il Maraldi, scrive che Bertani raggiunse Garibaldi al Tiriolo, contraddicendo ciò che aveva scritto a p. 101. Infatti, Giuseppe Maraldi (….), nel suo, “La Spedizione dei Mille e l’opera di Agostino Bertani”, nel cap. “Segretario del Dittatore”, a pp. 107-108, in proposito scriveva che: “Ripigliamo il viaggio del Bertani dopo il suo sbarco in Calabria. Raggiunto a Tiriolo il Dittatore, fu, come si è detto, da questi ricevuto a braccia aperte: “Siete la provvidenza, gli disse. La gente della vostra legione sbarcò meco prima in Calabria. Con questi altri andremo a Napoli”. Fu allora che il Bertani abbandonò del tutto l’idea della diversione, ed ubbidendo ai voleri del Duce, lo seguì fedelmente fino a Napoli e divenne poi il suo collaboratore. Gioverebbe trascrivere dal suo vivace, interessante diario, la narrazione che egli fa del percorso da Cosenza, a Spezzano, a Castrovillari, lungo le tappe della trionfale marcia di Garibaldi.”. Dunque, Maraldi scriveva che Agostino Bertani raggiunse Garibaldi a Rotonda ed in seguito a p. 101 scrive che Bertani aveva raggiunto Garibaldi al Tiriolo, in Provincia di Catanzaro e molto distante sia da Paola che da Rotonda e Cosenza. Raffaele De Cesare (Memor) (….), ed il suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, ed. Città di Castello, 1900, parte II, a p. 461, in proposito scriveva che: “Passò la notte a Cosenza, e ne riparti il primo settembre, accompagnato da non più di trenta persone, fra cavalieri e guide. Erano, tra gli altri, il Cosenz, che non lo lasciò più, sino a Napoli; Thürr, Corte, Caldesi, Avezzana, Musolino, Nullo, Mordini, Missori, Serafini, e due giornalisti e volontarii, Carlo Arrivabene e Antonio Gallenga, corrispondenti di giornali inglesi. Attraversando il resto della Calabria, sino al primo paese di Basilicata, che fu Rotonda, trovò la rivoluzione compiuta, da per tutto. Nessuno dei tanti scrittori, che , più o meno confusamente, descrissero quella marcia, la descrisse, con maggior vivacità di colorito, di Giacomo Racioppi, nel libro sopra ricordato. Il due settembre, Garibaldi giunse a Rotonda, etc…”. Carlo Agrati (….), nel suo Da Palermo al Volturno, ed. Mondadori, Verona, 1937, a p. 410, in proposito scriveva: “Il Bertani rimase con Garibaldi e con lui partì il 1° di settembre, in una carrozza aperta seguita dagli aiutanti del Generale, dal Peard e da pochi altri cui i mezzi personali permettevano di tener loro dietro con cavalcature o carrozze. Era passato il mezzodì, quando, finita la paludosa valle del Crati, giungevano tutti a Tarsia. Di là etc…”. Agrati, a p. 410, aggiungeva pure che: “Ripresa la marcia nel pomeriggio, il Dittatore entrava in Spezzano Albanese, ove l’attendeva una dimostrazione così entusiastica da quasi impallidire quella stessa di Monteleone. Ma egli vi si trattenne assai poco e a sera giungeva in Castrovillari e vi passava la notte sul 2 di settembre. Poi, all’alba in viaggio di nuovo. Il Canzio con altri era stato lasciato a Tarsia e seguiva in ritardo. Egli nota nel suo Diario: “1° settembre – Siamo a Tarsia. Il Generale ci precede e parte per Castrovillari. Ieri giunse Bertani sbarcato a Paola con 4 mila uomini. Si imbarca per Sapri.”. Notizie queste, come sappiamo inesatte.”. Agrati scriveva che le notizie tratte dal Diario del Canzio, rimasto a Tarsia, il 1° settembre, dopo la partenza di Garibaldi da Tarsia, sono inesatte. In effetti è inesatto quando scrive che Bertani ritorna a Paola per portare i volontari a Sapri. Sarà Turr a farlo su ordine di Garibaldi. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 327-328, in proposito scriveva che: “Il giorno seguente, di buon mattino, dettò per il generale Corsini in Soveria questo telegramma: “Consegni al Governo prodittatoriale della Calabria Citeriore 10 mila fucili, 400 mila cartucce e capsule in proporzione”. Indi, dopo aver lasciato a Cosenza il Sirtori col suo Quartier Generale, si avventurò attraverso la Calabria citeriore. Era il 1° settembre 1860. Il Dittatore viaggiava in carrozza aperta in compagnia del Bertani, del generale Cosenz e del Canzio. Era seguito dai suoi aiuntanti, dal colonnello inglese Peard e da quei pochi che disponevano di cavalli. Per più ore costeggiò la valle del Crati, la quale – fin su le colline che risalgono dall’una all’altra sponda – era allora una boscaglia fitta, paludosa, malsana, desolata di giorno, covo di lupi e di briganti di note. Verso le tredici, dopo circa sette ore di cammino, giunse al cimitero di Tarsia. Etc…”. Alessandro Serra (….), nel suo L’itinerario di Garibaldi da Cosenza a Marina di Tortora durante la Spedizione dei Mille, in Atti del 2° Congresso di Storia Calabrese, Catanzaro 25-27; Cosenza 28 aprile-1. maggio 1960, ed. Fiorentino, Napoli, 1961, a pp. 328-329, in proposito scriveva che: “…..Verso le quattro di pomeriggio, lasciato il Canzio a Tarsia, Garibaldi risaliva in carrozza e dopo più di u’ora di cammino, giungeva a Spezzano Albanese, etc….”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale Orsini etc…Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”.

Nel 1° settembre 1860, a Lagonegro, le truppe borboniche del generale Caldarelli
Da Wikipedia leggiamo che la battaglia di Milazzo (20 luglio 1860) con la perdita della Sicilia e il completo abbandono della Calabria in mano garibaldina (dove ci furono molti inquietanti episodi di tradimento da parte di ufficiali superiori fecero emergere chiaramente l’impressione che il governo napoletano fosse alla ricerca di una soluzione diplomatica al conflitto. Sulle concitate e confusionarie giornate ha scritto Raffaele De Cesare (….), nel suo “La fine d un Regno”, vol. II. Raffaele De Cesare, nel suo “La fine di un Regno – di Raffaele De Cesare – edizione definitiva con aggiunte, nuovi documenti etc…”, ed. Longanesi, a p. 908, in proposito scriveva che: “….seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Raffaele De Cesare (Memor) (….), nel suo “La fine di un Regno – Dal 1855 al 6 settembre 1860 con prefazione di Raffaele De Cesare”, a p. 461, in proposito scriveva che: “Il giorno 4 il dittatore si fermò all’osteria del Fortino, presso Casalnuovo, dove ricevè Mignogna e Pietro Lacava, che lo salutarono in nome del governo provvisorio di Basilicata, e gli portarono seimila ducati, in tante piastre e colonnati: somma che riuscì gradita al dittatore, e fu spesa, in gran parte, di sussidi ai soldati di Caldarelli, i quali, dopo la capitolazione di Cosenza, si ritiravano verso Napoli, e, dopo una nuova capitolazione fatta con Garibaldi, deposero le armi.”. Il generale borbonico Caldarelli e le sue truppe dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie si ritirava da Cosenza dove aveva fatto una prima capitolazione con Morelli. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi”, a p. 200 in proposito scriveva che: “Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. Michele Lacava (….), nel suo “Cronistoria della rivoluzione in Basilicata del 1860 etc…”, a p. 776, in proposito riportava la lettera di Garibaldi a Racioppi. Dunque Garibaldi, nella lettera non parlava di Lagonegro ma scriveva “Rammento che presso Lagonegro”. Non doveva trattarsi neache del Fortino del Cervaro altrimenti Garibaldi l’avrebbe scritto. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 396, in proposito scriveva pure che: “E infatti la brigata del Generale Caldarelli, composta dal reggimento Carabinieri a piedi, dalla batteria N. 8, e da due squadroni del 5° lancieri, benché nei patti della resa di Cosenza si fosse ‘obbligata di non combattere più Garibaldi, i suoi soldati e le guardie cittadine del Regno, di ritirarsi a Salerno e non prendere parte in niuna spedizione che anche indirettamente potesse nuocere alla causa dell’Unità Italiana sotto Vittorio Emanuele, si ritraeva a piccole tappe, avvilita e scontenta, lungo la strada consolare, e dolente forse dell’onta patita, non mancava di commettere, fra le popolazioni ribelli, eccessi e rappresaglie. Questa brigata, già composta di 3500 carabinieri, gendarmi, lancieri ed artiglieria di montagna, giunse in Lagonegro nella sera del 1° Settembre, tuttora ben armata, per quanto fosse stremata di numero per le diserzioni che lungo la ritirata si verificarono; ed accampatasi nell’ampia piazza, dispose in fila, sulla zona del Timpone – non senza una certa trepidazione e sorpresa dei cittadini e della Colonna Lucana – i cannoni che ancora trainava.”. Dunque, Pesce, sulla scorta del Lacava scriveva che le truppe borboniche del generle Caldarelli arrivarono a Lagonegro il 1° settembre 1860. A Lagonegro si ritrovarono sia le brigate dei volontari garibaldini che ivi bivaccarono e si accamparono insieme ai soldati del generale Lavecchia e Caldarelli che arrivavano da Cosenza. Dell’avvenimento troviamo la testimonianza di un testimone di eccezione, un giornalista al seguito di Garibaldi. Charles Stuart Forbes (….), nel suo “The campaign of Garibaldi in the two Sicilies”, a p. 215, in proposito scriveva che: “…….morning we arrived at Lauria……Garibaldi slept at Rotonda. Wandering in, out and over in the mountain peaks, and passing the like which names the town of Lagonegro, we fell in whit the Neapolitan rearguard at ten o’ clock on the point of intering the town. The main body, about 1500 strong, where in the Piazza. They had, with their General, just agreed to come over to the national army. Turr and his column had not yet arrived, but were hourly expected, having lanted at Sapri the previous evening. The mountain track between the two towns is, however, very arduous. The ‘Intendente’ invited us to breakfast, where we found Trecchi and Nullo, togeter whit Caldarelli and some of his officers…..support; but if ever men were justified in doing such a thing, they were. Somehow or another it jarred with my feelings; one could not respect them. I don’t know anything that struck me more forcibly throughout my tour than constantly hearing, “Oh, so-and-so, has behaved magnificently“ che tradotto significa: “…….la mattina arrivammo a Lauria……Garibaldi dormì alla Rotonda. Andando avanti e indietro per le vette dei monti, e oltrepassando quella che dà nome alla città di Lagonegro, ci imbattemmo nella retroguardia napoletana alle dieci, sul punto di invadere la città. Il corpo principale, forte di circa 1500 persone, si trovava nella Piazza. Avevano appena accettato, con il loro generale, di arruolarsi nell’esercito nazionale. Turr e la sua colonna non erano ancora arrivati, ma erano attesi di ora in ora, essendo stati a Sapri la sera prima. Il sentiero di montagna tra le due città è tuttavia molto arduo. L’Intendente ci invitò a colazione, dove trovammo Trecchi e Nullo, insieme a Caldarelli e ad alcuni suoi ufficiali. Etc… supporto; ma se mai gli uomini furono giustificati nel fare una cosa del genere, lo furono. In un modo o nell’altro strideva con i miei sentimenti; non si poteva rispettarli. Non c’è niente che mi abbia colpito più fortemente durante il mio tour che sentire costantemente: “Oh, così e così, si è comportato magnificamente…..etc…“. Forbes salta completamente la pausa a Sapri e va direttamente a descrivere l’arrivo ad Auletta il 5 Settembre. L’Avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 409 , in proposito scriveva pure che: “Così nei giorni seguenti continuò il passaggio delle truppe regolari ed irregolari, che nelle case private, negli edifizi pubblici e nelle chiese trovarono alloggio ed ospitalità; e spesso sotto lo stesso tetto furono accolte le truppe regie afflitte ed avvilite, e le schiere Garibaldine balde ed audaci, senza che fra le une e le altre fosse sorto conflitto o discordia. La stessa subblime idea della libertà della Patria comune fugava dall’animo dei vincitori ogni odio e rancore verso i vinti, e quasi affratellava gli uni e gli altri, ‘figli tutti d’un solo riscatto’. E qui si affaccia alla mia mente un soave ricordo infantile, appreso dalle dolci labbra della cara Mamma mia – educata ed ispirata ai sensi liberali di casa Aldinio – la quale, nel descrivermi il turbine vertiginoso di quei giorni memorandi, mi narrava che, essendo io allora lattante tra le fasce adorne di nastri e coccarde tricolori, alcuni Garibaldini, alloggiati nella nostra casa, mi sballottavavano vivamente – etc…”. Giacomo Racioppi (….), nel 1909, nel suo “Storia dei moti della basilicata e delle provincie contermini nel 1860 per Giacomo Racioppi.”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Del quale denaro una parte fece incontamente pagare al generale Caldarelli; il quale marciando fra nemici popoli aveva chiesto invano alle casse pubbliche ed ai privati di che pagare i viveri ai suoi soldati; e che tagliato fuori dalla divisione Turr sbarcata a Sapri, rinnovò capitolazione al Dittatore.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “…colonne e compagnie della Brigata Lucana, che era formata di tutte le truppe volontarie accorse da ogni parte sotto il vessillo della redenzione al comando del Colonnello Boldoni. La colonna di Tricarico, composta dai volontari di Tricarico, Montepeloso, Albano, Crassano, Tolve, Campomaggiore, S. Chirico Nuovo ed altri, e comandata da Francesco Paolo Lavecchia, fervente patriota di Tricarico, ebbe ordine di recarsi a Lagonegro, e poi di proseguire per le Calabrie per raggiungere ed appoggiare le truppe del Generale Garibaldi provenienti dal Mezzogiorno. Infatti questa colonna, partita da Potenza ed ingrossata, lungo il cammino, da altri volontari di Calvello, Viggiano e Moliterno, giunse in Lagonegro con oltre 300 militi, nel 27 Agosto, ed entrava nella piazza grande della via S. Antuono, mentre dalla via opposta delle Calabrie giungevano le prime truppe borboniche in ritirata dal Mezzogiorno. Ambedue le fazioni s’accamparono nella piazza a debita distanza fra loro, ed era davvero quello uno spettacolo memorando: da una parte giovani baldi e audaci, accesi da un entusiasmo febbrile per la causa della libertà, vestiti in mille guise borghesi, ed armati alla meglio di schioppi, di pistoloni, di colubrine, di sciabole, di spiedi, di ronche di bastoni animati; e dall’altra parte le truppe regolari dell’esercito borbonico, bene equipaggiato ed armate, ma avvilite e depresse dalle dedizioni e capitolazioni volontarie più che dalle sconfitte in campo di battaglia. Sarebbe bastata forse, in tanto contrasto, una scintilla sola per far scoppiare, fra le due opposte fazioni, un sanguinoso conflitto fratricida; ma l’autorità e la prudenza dei comandanti rispettivi, la reciproca tolleranza, e quel giusto sentimento di generosità del vincitore verso il vinto, tennero a freno ogni rancore ed ogni violenza.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 48 riferendosi alla Brigata del Generale Caldarelli, in proposito scriveva che: “In quel rincontro, come in molte altre contingenze, è uopo ricordare che la casa Aldinio fu quasi il centro del gran movimento cittadino, e vi trovarono alloggio ed ospitalità generali e capi d’ambo le fazioni, il Comandante Lavecchia ed il Generale Caldarelli, ed è fama che questi si fosse ivi incontrato con un Commissario del Dittatore ed avesse con lui rinnovata – ricevendone adeguato guidernone pei bisogni urgenti delle truppe – la capitolazione della Brigata, la quale, proseguendo la marcia per la via consolare, fu internata nella Certosa di Padula per lasciare sgombro il passaggio alle trionfanti truppe Garibaldine.”. Sempre il Pesce, a p. 406 parlando della lettera di risposta del generale Garibaldi a Giacomo Racioppi, in proposito scriveva: “…, ed il Generale rispose a Giacomo Racioppi nel 6 febbraio 1861: “Rammento che presso Lagonegro vidi i Prodittatori etc…(1).”. Il Pesce, a p. 406, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi nella ‘Cronistoria’ del Lacava i conti sommari dell’insurrezione lucana, nei quali a pag. 776 è riportata la lettera del Garibaldi.”. L’avv. Carlo Pesce (….), nel suo “Lagonegro nella rivoluzione del 1860”, a p. 20, in proposito scriveva che: “….Così al Presidente del Comitato giunse, su foglio manoscritto, il rapporto in succinto della capitolazione di Caldarelli con la designazione dell’itinerario che dovevano percorrere le sue truppe in ritirata da Cosenza fino a Salerno, e con la raccomandazione ‘di non molestarle nella marcia, e di fornirle d’alloggio, di viveri, e di quanto altro possa loro abbisognare, dietro conveniente rimborso’. La notizia della resa del Generale Ghio giunse nel giorno stesso, nel 30 Agosto, per telegramma, spedito da un Fra Giovanni (?): “Vittoria – Garibaldi, vinte le truppe del Generale Ghio, le ha disarmate e fatte capitolare in Agrifoglio vicino Tiriolo”.”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 138, in proposito scriveva che: “Percorreva la provincia di Salerno la brigata del generale Caldarelli che il 27 agosto aveva capitolato con il Comitato rivoluzionario di Cosenza. Secondo gli accordi contenuti nella capitolazione, in cui era stabilito l’itinerario che la brigata doveva percorrere, essa, traversati vari paesi della Calabria e della Basilicata, partì il 2 settembre da Lagonegro dirigendosi a S. Lorenzo di Padula, d’onde dopo una giornata di riposo (il giorno 3) avrebbe dovuto continuare per Auletta, Eboli e Salerno (1). Narra il Delli Franci che il Cardarelli minacciato di morte dai suoi soldati, dovette impetrare protezione da Garibaldi e perciò restò parecchi giorni acquartierato con armi e munizioni da guerra nel celebre monastero della Certosa di Padula (3), ora monumento Nazionale. Per evitare qualsiasi inconveniente tra i garibaldini e le truppe borboniche colà acquartierate il generale Giuseppe Lamasa, in seguito di ordine del dittatore, rimase parimenti nella Certosa, finchè il giorno 7 il dittatore gli telegrafò di raggiungerlo in Eboli.“. Mazziotti, a p. 138, nella nota (1) postillava: “(1) Manoscritto De Meo già citato. – Racioppi, op. cit, pag. 195 e relazione Fabrizi etc…”. Si tratta di un manoscritto di Giuseppe De Meo (?). Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 198, parlando di Garibaldi a Rotonda, in proposito scriveva che: “….ora davanti a lui su quella strada si ritiravano le truppe del generale Caldarelli dirette a Napoli con le armi in pugno, secondo il patto convenuto fra esse e il comitato insurrezionale di Cosenza. Procedendo in quella direzione sarebbe arrivato a Castelluccio, capitando nel bel mezzo di quelle truppe demoralizzate, le cui intenzioni erano dubbie fors’anche a loro stesse. Un momento il Caldarelli mandava a dire a Garibaldi alla Rotonda: “Questo vostro esercito, si mette tutto ai vostri comandi”; (1) il momento dopo prometteva ai suoi soldati la vittoria della causa borbonica garantita dall’intervento austriaco. Il Dittatore fu perciò persuaso dai suoi amici a non mettersi indifeso alla mercè di quegli uomini che avrebbero potuto piantargli due palle in corpo con la stessa prontezza con cui spacciavano i loro generali, ed a raggiungere Sapri con una deviazione traverso i monti e il mare. A Sapri troverebbe i 1500 uomini del Turr, arrivati da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli. Così la notte del 2 settembre il Generale e la sua piccola comitiva, fra cui il Bertani e il Cosenz, lasciarono la Rotonda e la strada maestra, montati su muli, accingendosi a traversare i monti occidentali nella direzione della costa.“. La Dobelli, a p. 198, nella nota (1) postillava: “(1) Bertani, II, 184; Ms. Peard, Journal, 2 settembre”. La Dobelli, a p. 198, sebbene non vi fosse, postillava la nota (2): “(2) Forbes, 214.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 198, parlando di Garibaldi a Rotonda, in proposito scriveva che: “A Sapri troverebbe i 1500 del Turr, arrivati allora da Paola e conducendoli con una marcia fino a Lagonegro, potrebbe occupare in forza la linea di ritirata del Caldarelli e aprire con lui negoziati in condizioni più favorevoli.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a pp. 201-202, in proposito scriveva che: “Intanto militarmente si trattava di impossessarsi del Caldarelli e dei suoi tremila uomini (3). Il 3 settembre, prima di lasciare Lagonegro, il Caldarelli aveva confermata agli emissari di Garibaldi l’intenzione sua e dei suoi uomini di disertare per la causa nazionale (1), allo stesso tempo però egli aveva continuato la ritirata su Napoli, oltrepassando il Fortino alcune ore prima che Garibaldi sboccasse per di là sulla strada. Il 5 settembre, raggiunta a Padula, là dove tre anni prima Pisacane era stato sconfitto dalle truppe del Ghio, la colonna del Caldarelli, questa passò nominalmente all’esercito garibaldino, ma più che una vera diserzione, la cosa si risolse nella dissoluzione dei regi. Tant’era la lealtà delle truppe infatti che si sarebbe trascorso di assassinare il Generale traditore della causa, se i garibaldini non l’avessero strappato dalle mani di quei forsennati (2).”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (1) postillava: “(1) Rustow, Brig. Mil., 20-22; Turr, Div. 149-150; Ire Pol., 72-77; Bertani, II, 185-186; Turr, Risposta, 16.”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 201, nella nota (3) postillava: “(3) Vedasi addietro, pag. 198”. Dobelli, nella traduzione del Treveljan, a p. 202, nella nota (1) postillava: “(1) Forbes, 215-216.”. Emma Bice Dobelli (….), nel 1913, nella sua traduzione del testo di George Macaulay Treveljan (….), “Garibaldi e la formazione dell’Italia”, nel cap. VII, “La marcia attraverso la Calabria”, a p. 200, in proposito scriveva che: “Il giorno dopo egli conduceva i 1500 uomini del Turr, quasi tutti milanesi, fuori di Sapri, portandoli per gli scoscesi viottoli dele macchie fin su uno sprone del Monte Cocuzzo e di là calandoli sulla strada di Lagonegro per la quale il Caldarelli e i suoi si avanzavano in ritirata. Etc…”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “..: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”. Nel 1928, il colonnello Cesare Cesari del Ministero della Guerra (….), nel suo “La Campagna di Garibaldi (1860)”, Roma, a p. 163, in proposito scriveva che: “…mentre la brigata Caldarelli, composta dal reggimento carabinieri, di una batteria e di due squadroni di lancieri che trovavasi di presidio in Cosenza, capitolava dichiarando di non più combattere contro Garibaldi e di ritirarsi in un determinato numero di tappe, a Salerno, col suo bagaglio, lasciando i viveri, le armi e le munizioni al nemico. Il generale Vial deciso ad abbandonare egli pure la Calabria, lasciava infine al generale Ghio il comando delle poche truppe rimaste in quella regione.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 489-490, in proposito scriveva che: “XLVIII. Da Spezzano il Dittatore passava a Cammarata ed a Castrovillari , percorrendo la vasta e maremmosa pianura dove un tempo sorgeva la superba ed opulentissima Sibari e che ora i fiumi Crati e Coscile hanno ricoperto colla melma delle loro alluvioni. Dell’immensa e popolosa città, la fama della cui dissoluta mollezza si a lungo. riempi l’universo , oggimai non rimane più traccia essa giace sepolta sotto un fortissimo strato di vegetazione tropicale , in un cielo insalubre : le maestose sue torri , i monumenti , i trofei , ed i suoi trecento mila abitanti scomparvero : ed ora la più tremenda solitudine regna sul teatro di tanta opulenza : hanno fine in tal modo le pompe e le umane grandezze ! – XLIX . Da Castrovillari Garibaldi colla solita fretta moveva a Morano e a Rotonda e quindi a Castelluccio ed a Lauria. Quest’ultima città fu interamente distrutta nelle fazioni del 1808 dal generale Manhès che vi fece appiccare l’incendio e fucilare gran parte de’ suoi abitatori. Essa era il centro delle innumerevoli bande che in quel tempo lottavano contro i Francesi per l’indipendenza del loro paese nativo, e per così dire il quartier generale dell’ opposizione a Giocchino Murat e dei maneggi della proscritta fazione borbonica. Lauria, malgrado la murattiana vendetta, risorse ben tosto dalle sue rovine: e crebbe con aspirazioni ed idee liberali ed italiche. L. Alcuni giorni prima era a Lauria sopravenuto uno strano accidente. Tre ufficiali garibaldini sbarcati in quel turno a Sapri ed inoltrandosi a diporto nell’interno del paese giunsero nelle sue vicinanze ed entrarono temerariamente in città , tuttavia presidiata dai Regii. I tre volontari , penetrati sino in piazza, s’imbatterono in un corpo di tre mila nemici che vi bivaccavano. Senza smarrirsi per questo, e non mostrando nemmeno avvedersi del pericolo in cui erano incorsi , eglino sedettero tranquillamente al caffè e si posero a parlare cogli ufficiali napoletani che venivano a vederli . Dopo qualche parola cortese scambiata da una parte e dall’altra gli ufficiali di Francesco II dichiararono essere eglino pure italiani non avrebbero mai combattuto contro i patriotti. Il nostro dovere, soggiungevano, quello sarebbe d’ impossessarci della vostre persone, e forse ne potremmo sperare una generosa ricompensa dal nostro governo : ma siccome il nostro cuore batte, egualmente che il vostro, alle idee di libertà e di patria, facciamo piena adesione alla causa da voi propugnala e ve lo proviamo lasciandovi liberi. La notte seguente quel corpo munito di cavalleria ed artiglieria volontariamente si sciolse e disperse: tali erano i sentimenti dell’armata in cui Francesco II doveva riporre l’estrema speranza della sua dinastia !”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 491 e ssg., in proposito scriveva che: “LII. Da Lauria il Dittatore dirigevasi a Bosco, e di là a Lagonegro, amena città fabbricata sulla strada ed in mezzo ad altissimi monti. Le sue truppe giornalmente ingrossavano coi numerosi disertori dell’armata borbonica e colle non meno numerose squadriglie d’insorti che mancando di capi nazionali accorrevano ad arruolarsi nei battaglioni dei volontari. Egli passava in appresso a Sala e a Polla, ove pose il campo, trovandosi in prossimità delle posizioni tenute dai Regii comandate dallo stesso monarca.”. In questo passaggio si cita il piccolo paese di “Bosco” a cui in seguito fu cambiato il nome di Nemoli. Su Nemoli e sul passaggio di Garibaldi ha scritto Biagio Ferrari (….), nel suo “……………………….”. Ma, Garibaldi non passò per Nemoli e non andò a Lagonegro, come vedremo. Furono le truppe garibaldine, i volontari dell’Esercito Meridionale di Garibaldi che passarono per Lagonegro e poi Fortino di Casalnuovo. Infatti, un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a pp. 449-450, dal Diario di Bertani, riferendosi al generale Vial, in proposito scriveva che: “Ma presso a Monte Leone si seppe che per ordine di Sirtori mal interpretato le tre brigate di costui avevano ottenuto il passo franco ed erano scapolate. Potendo Viale congiungersi colle altre due delle prima Calabrie e ingrossarsi in Basilicata, molto sangue potevano ancora spargersi prima di arrivare a Napoli, e questo Garibaldi volle ad ogni costo risparmiare. Correndo alla spensierata con Nullo e Mario (Missori era andato a Pizzo in cerca dei nostri cavalli che speravansi sbarcati), ci trovammo all’avanguardia, e in un’osteria, vuota di provvigioni etc…”. La White-Mario, a p. 450, dal Diario di Bertani, riferendosi a Garibaldi insieme alla comitiva che lo accompagnava e a San Pietro di Tiriolo, in proposito scriveva che: “Sirtori esce per vedere se i messi spediti per notizie erano tornati. Uno ne era tornato, ma senza notizie di chi che sia, ond’egli a Turr replica l’ordine, già mandato due volte in quel giorno, di condurre a marcia forzata quante truppe avesse sotto mano. Avvertito che: “ventimila ragioni per oggi e tremila per domani si troveranno da Tiriolo in avanti per le sospirate genti e le milizie degli insorti, …etc… e trasmettere a Medici, a Bixio, a Bertani ed a Milbitz,….etc…Trasmetta dunque per telegrafo e per corriere l’ordine seguente ai sopra nominati comandanti: “Ordine del dittatore di marciare a marcia forzata finchè non arrivino in prossimità del quartier generale che da San Pietro di Tiriolo s’avanza verso Cosenza, pressando il nemico da vicino e sperando di raggiungerlo oggi stesso.” 30 agosto, ore 2 del mattino, San Pietro di Tiriolo. Il Capo dello stato maggiore G. Sirtori.”. La White-Mario, a p. 453, dal Diario di Bertani, nella nota (1) postillava: “(1) Vedi ‘La Guerra d’Italia nel 1860’ e specialmente la ‘Brigata Milano, tradotta da Elisio Porro.”. Carlo Agrati (….), nel suo “Da Palermo al Volturno”, a p. 414, riferendosi al generale Garibaldi, in proposito scriveva che: “Per quanto rapida la marcia di Garibaldi, la lunga deviazione da lui fatta per Sapri non gli permise di oltrepassare la gente del Caldarelli, che era passata dal Fortino qualche ora prima ch’egli vi giungesse.”. Il generale Wilhelm (Guglielmo) Rustow (…..), nel suo “La guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da W. Rustow”, ( prima traduzione italiana del 1861), a p. 338, in proposito scrivea che: “Mentre Turr alle 3 della mattina era partito per Lagonegro onde prendere gli ordini di Garibaldi, etc…”. Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. La giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 455, trascrive il Bertani (….), che annotava nel suo taccuino (documenti consultati dalla White): “Arco trionfale a Casaletto. Si annuncia la truppa regia presso Castrocucco che dista dodici miglia. A Rotonda, paese di tremila anime, troviamo alcuni volontari, la guardia nazionale, tutti giulivi e ben disposti: scendiamo in casa di Serafino Fasanelli, da dove si manda un individuo a Sapri con ordini per Turr avvertendolo dell’arrivo. Garibaldi vuole assicurarsi che Cardarelli costretto da Donato Morelli a capitolare in Cosenza non scivoli entro Salerno.”. Ludovico Quandel-Vial (….), nel suo “Una pagina di storia, giornale degli avvenimenti politici e militari nella Calabrie dal 23 luglio al 6 settembre 1860”, Napoli, 1900, riferendosi al giorno 4 settembre, a p. 575 ed in proposito scriveva che: “1° Settembre. A Paola già trovavansi disbarcati circa 2000 garibaldini. Il Generale Garibaldi ben per tempo, da Cosenza, invia a Soveria-Mannelli al Generale Orsini etc…Poscia parte da Cosenza alla volta di Rotonda accompagnato da Bertani, dal generale Cosenz, dallo Stato Maggiore e dai Garibaldini a cavallo, precdendo l’avanguardia del suo Esercito. Le forze napolitane residue della 4° Brigata, comandate dal Generale Caldarelli, sono in marcia da Castelluccia su Lagonegro.”.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, il Sindaco: don VINCENZO PELUSO, nipote del famigerato prete e Capo Urbano all’epoca di Costabile Carducci e di Carlo Pisacane
Quando, il 2 settembre 1860 arrivò a Sapri il generale Turr, con le sue truppe giudate dal colonnello Rustow, provenienti dal porto di Paola, non si hanno notizie precise dello stato dell’Amministrazione Comunale di Sapri. Vi sono poche notizie in merito. Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 89, nell’elencare i Sindaci di Sapri, in proposito scriveva: “9) Prospero La Corte 1822; 10) Francescantonio Peluso, 1834; 11) Pasquale Autuori, 1844; 12) Vincenzo Peluso, 1852; (13) Pasquale Autuori, 1865; (14) etc….(7)”. Tancredi, a p. 89, nella nota (7) postillava: “(7) Dagli Archivi Diocesano e Comunale di Sapri.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi, a Sapri, all’epoca di Garibaldi, nel 1860, il Sindaco era Vincenzo Peluso che fu Sindaco di Sapri dal 1852 (1857, sbarco di Pisacane) al 1865, quando fu eletto Sindaco don Pasquale Autuori. Purtroppo notizie più precise in tal senso non vi sono a causa dei diversi roghi avvenuti presso il Municipio di Sapri, in occasione dei quali sono andati definitivamente persi i documenti municipali dell’epoca, in particolare le Delibere del Consiglio Decurionale. Riguardo il Comune di Sapri, sempre Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva: “Nel 1816 nel sigillo comunale sono introdotte le insegne borboniche (àncora e corona reale) con la scritta “Comune di Sapri”. L’istituzione del Comune nella struttura attuale, per i tempi cambiati, avvenne con Decreto del 6 novembre 1809 ed ebbe decorrenza dal 1° gennaio 1810.”. Dunque, il Tancredi scriveva che al tempo di Garibaldi il Sindaco di Sapri era Vincenzo Peluso. Si tratta di Vincenzo Peluso, il vecchio prete pluriomicida ?, la cui fazione era filo-borbonica. No, si trattava del nipote del famigerato prete, e nel 1857 era Capo Urbano di Sapri. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, in proposito così scrivevo che: “Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, etc…”. Dunque, all’epoca il capo degli urbani di Sapri era Vincenzo Peluso, nipote del famigerato prete Vincenzo Peluso che, nel 1848 si era macchiato dell’orrenda uccisione del patriota Costabile Carducci. Il 28 giugno 1857, secondo le cronache dell’epoca, il capo degli Urbani di Sapri Vincenzo Peluso fuggì a Sala Consilina insieme al nipote Annibale Peluso. Questo Vincenzo Peluso (nipote del prete) non si trovò a partecipare ai fatti dello sbarco di Carlo Pisacane. Resterà in carica fino al 1865 quando verrà eletto Sindaco di Sapri “13) Pasquale Autuori”. Il Bilotti (…), dedica quattro pagine allo storico sbarco ed in proposito scriveva che: Essendo assente il capo degli urbani di Sapri, Vincenzo Peluso, (nipote del prete che nel ’48 fece uccidere il Carducci), fuggito a Sala Consilina con il nipote Annibale, prese il comando degli urbani Giuseppe Gallotti, il quale, lasciata una dozzina di urbani al litorale, corse con altri undici all’oliveto del Fortino. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, invece parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al sindaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote.”. Dunque, secondo il Mallamaci, all’epoca di Pisacane il Sindaco di Sapri era Leopoldo Peluso, altro nipote del famigerato Prete Vincenzo. Dunque, all’epoca, i due nipoti del famigerato prete Vincenzo Peluso, uno era Vicenzo Peluso (omonimo dello zio prete) che era capourbano e l’altro, Leopoldo Peluso che era Sindaco di Sapri. Felice Fusco (…), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, nel cap. VII, a p. 74, in proposito scriveva che: “Il manipolo guidato da Nicotera e Falcone non ebbe miglior successo. Raggiunto il corpo della guardia urbana ne abbattè le insegne e invano cercò Vincenzo Peluso, il capourbano, per vendicare su di lui l’uccisione di Costabile Carducci (14); né ottenne armi e viveri nelle abitazioni in cui penetrò, col risultato di spaventare ancora di più gli abitanti non ancora fuggiti.“. Fusco, a p. 288, nella nota (14) postillava: “(14) Per vendicarsi dell’affronto subito quella notte il capourbano e i suoi congiunti asserirono poi di essere stati derubati di ben 113 ducati dai rivoltosi guidati da Nicotera (G. Fischetti, Cenno storico ecc.., cit., p. 39).”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, in “Appendice Documentaria”, a p. 193, aggiungeva che tra le “spieghe” del Pacifico vi era: “‘Nel fol. 5° vi sono indicati i nomi di’: Giovanni Gallotti al Fortino. Venanzio Aldini. Antonio S. Elmo.”. ‘Per le spieghe date dallo stesso Nicotera eran quelli da cui si dovea far capo nello sbarcare a Sapri’. ‘Nel fol. 5° t. si leggono le circostanze relative allo sbarco in Sapri e sono le seguenti: ‘Giunti a Sapri alle 8 di sera….Un distaccamento comandato da Nicotera per prendere il Sindaco ed avere de’ viveri ed il Capourbano Pelosi per ammazzarlo. Etc…”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a pp. 54-55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, dopo avere assalito al grido di “Viva l’Italia, Viva la Repubblica” il corpo della guardia urbana e distrutti gli stemmi (13), va a casa del capurbano d. Vincenzo Peluso con l’intenzione di vendicare con la sua uccisione la morte di Costabile Carducci (14), ma non avendolo rinvenuto, perché se ne era fuggito a Sala, appicca il fuoco alla porta di casa (15); indi, sempre al grido di “Viva la libertà”, percorre il paese penetrando qua e là nelle case per sequestrarvi armi e munizioni. Tutto ciò, invece di accendere e galvanizzare gli animi, valse ad atterrirli; sicché quando all’alba del 29 tutta la massa dei rivoltosi, con la bandiera spiegata ed emettendo grida incitanti alla rivolta, penetrò nel paese, lo trovò quasi deserto, ed i pochi rimasti fecero tutt’altro che buona accoglienza (16), nonostante le promesse di abolire tutti i pesi, cioè gabella e fondiaria.”. Cassese, a p. 55, nella nota (13) postillava: “(13) B. 197, vol. XVI”. Cassese, a p. 55, nella nota (14) postillava: “(14) Sulla infelice fine di questo coraggioso patriota, che nel ’48 fu l’anima dei moti nel Salernitano, e che cadde ad Acquafredda ad opera specialmente del prete Peluso, cfr. M. Mazziotti, Costabile Carducci ed i moti del Cilento nel 1848, voll. 2, Roma-Milano, 1909 e L. Cassese, Contadini e operai del Salernitano nei moti del Quarantotto, in “Rassegna Storica salernitana”, IX (1948), pp. I-IV.“. Cassese, a p. 55, nella nota (15) postillava: “(15) B. 197, vol. IX.”. Cassese, a p. 55, nella nota (16) postillava: “(16) B. 197, vol. VI, c. 2.”. Leopoldo Cassese (….), nel suo “La Spedizione di Sapri”, ed. Laterza, nel 1969, a p. 55, in proposito scriveva che: “Frattanto il gruppo più attivo dei rivoltosi, esteri e politici, al comando di Nicotera e di Falcone, ….si recarono poi, in tredici o quattordici, a casa del noto realista d. Giuseppe Magaldi, con l’intenzione di ucciderlo, ma non lo rinvenero (18); di là passarono, etc…”. Cassese, a p. 55, nella nota (18) postillava: “(18) B. 197, voll. VI e VII.”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 221 parlando dei Peluso a Sapri, nella nota (62) postillava: “(62) Sull’opposta sponda, a Sapri, non solo vi era la famiglia Peluso. Sedata la rivolta del Quarantotto, Giuseppe Magaldi di Michelangelo implorò “una piazza di commesso facendo presente che in Luglio del 1848 rischiò la vita per opporsi ad un’orda di Calabresi a mano armata ed in seguito del disarmo eseguito dal Colonnello Reno meritò la fiducia di essere prescelto a funzionare da Sindaco, quando fu sollecito telegraficamente partecipare al Ministro della Guerra un nuovo arrivo di Cilentani in quel luogo, ed a prestare l’opera ed i chiarimenti opportuni allo inviare della truppa comandata dal colonnello Mansi”. ASS, Intendenza, Gabinetto, b. 137, f. 71.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 68 continuava sulla lettera a Fanelli e scriveva che: “Nella lettera, della quale abbiamo già sottolineato significative affermazioni, è palpabile l’ottimistica visione del reticolo cospirativo del Vallo: circa 500 liberali sono già pronti e il numero tende a salire; …..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore. I Perazzo (53), i Palmieri e i Coletti (54) erano solo alcune delle famiglie collaborazioniste del Cilento meridionale; ad esse si possono aggiungere Campolongo a Sanza, probabilmente i Carrano a Teggiano, i Picinni Leopardi a Buonabitacolo, i Gallotti a Morigerati (55), i Santomauro a Padula (56), i Peluso e i Magaldi a Sapri, i De Stefano etc….Un’altra parte dei possidenti che finiva con l’essere collaborazionista era costituita da quegli ‘attendibili’ etc… Fu il caso degli attendibili di Polla (59), di Sanza (di cui diremo), di Sapri (60), di Carmine Perazzo di Torraca (61), etc…”. Dunque, Fusco scriveva: “…..d’un “partito opposto”, quello dei proprietari filoborbonici, che poteva operare alla luce del sole e spendere addirittura 5 carlini (la paga di 5 giornate lavorative di un bracciante) il giorno per ogni sostenitore…I Peluso e i Magaldi a Sapri, etc…(57).”. Dunque in questa lettera del Fanelli al comitato di Napoli si citavano per Sapri i Peluso e i Magaldi. Fusco, a p. 283, nella nota (57) postillava: “(57) L. Rossi, Gli statuti di Novi Velia ecc.., cit., pag. 49 – 96. Ivi altri possidenti filoborbonici.”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri”, a p. 288, nella nota (12) postillava: “(12) Fuggirono non solo i ‘realisti’ (il capourbano Vincenzo Peluso col figlio Annibale, capourbano di Ispani, fuggì a Vallo: cfr. P. E. Bilotti, La Spedizione di Sapri ecc…, cit., pag. 190; Giuseppe Magaldi; il sindaco Leopoldo Peluso; Giuseppe Gallotti che per ordine di Fischetti aveva guidato gli urbani contro i ‘rivoltosi’; ed altri ancora) e verosimilmente paurosi cittadini, ma anche gli ‘attendibili’ timorosi di compromettersi (ASS, P. s. S., Atti Istruttori, b. 197, vol. I, cc. 75 ss.).”. Paolo Emilio Bilotti (….), che, nel suo “La Spedizione di Sapri – da Genova a Sanza”, ci parla degli eventi a Sapri, nei cap. X e XI, a pp. 186-187, nella nota (3) postillava che: “(3) Oltre ai quattro indicati di sopra, i liberali di quella regione, in quell’epoca inscritti nel registro di polizia, furono i seguenti cinquantanove: ….24. Giovanni Magaldi – ect….”. Dunque, il Bilotti scriveva che tra i liberali iscritti nei registri di polizia, nel 1848 vi era Giovanni Magaldi, che, a Sapri, presumibilmente apparteneva alla fazione dei Gallotti.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri arrivarono moltissimi INSORTI CILENTANI, al comando di MICHELE MAGNONI che ivi si accamparono in attesa di Garibaldi
Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri….La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, nel documento “N° 3 bis”, in proposito scriveva che: “Il 24 lo stesso Comitato nominava mio fratello Salvatore a Comandante di un Corpo d’insurrezione, come dalla credenziale che trascrivo. Etc…All’onorevole Cittadino Salvatore Magnoni. Recatoci sopra luogo, e presi concerti con tutti i capi del movimento, il giorno 27 agosto in Rutino si proclamava da noi la insurrezione Nazionale, e congiungendoci con de Dominicis, Pagano, e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali, che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro. La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 67, in “Appendice”, in proposito scriveva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano. Etc…”. La relazione è di Lucio Magnoni, fratello di Michele. Lucio Magnoni, nella sua relazione-rapporto, (si veda Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”) scriveva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Oltre a questo documento di Lucio Magnoni, vi è un altro documento che testimonia l’arrivo delle colonne a Capitello ed è dello stesso De Dominicis. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “….L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. Etc…”. Dunque, il segretario della Prodittatura Alfieri D’Evandro scriveva che “Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. Ai Signori Presidenti e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, movevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Etc…”. Dunque, dalla Relazione di Lucio Magnoni, si evince che il Magnoni ordinò ai rivoltosi cilentani capeggiati dai suoi fratelli di “Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andar ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Etc…”. Tutte e tre le colonne si ricongiunsero a Sapri. La notizia di truppe di volontari cilentani ci è data pure dal colonnello Rustow che era rimasto a Sapri con le sue truppe (ex Divisione Pianciani), portate da Paola a Sapri insieme al generale Turr. Infatti, Rustow, nella traduzione di Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, a p. 17-18, in proposito scriveva: “La sera del 1° settembre, con 1600 uomini componenti la intiera brigata Milano, ed una parte della brigata Parma, c’imbarcammo su 6 vapori, e la mattina del 2 alle 9, entrammo nella baia di Sapri. Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo. Etc…”. Rustow scrive chiaramente che sbarcati a Sapri con le sue truppe, insieme a Turr, la mattina del giorno 2 settembre 1860, a Sapri trovarono “Alla spiaggia eravi già gran movimento, ma non di truppe napolitane, la cui presenza sarebbe stata pur possibile, ma sibbene di guardie nazionali e di popolo.”. Rustow scriveva nelle sue Memorie che sulla “spiaggia” di Sapri, il 2 settembre 1860 trovarono “gran movimento di truppe, ma non di truppe napolitane”. Rustow voleva intendere che a Sapri, il 2 settembre 1860 non vi erano truppe Regie o nemiche ma già vi erano truppe di volontari rivoluzionari. E’ molto probabile che a Sapri, in quei giorni, in previsione che si venne a sapere che a Sapri doveva arrivare Garibaldi, Michele Magnoni (lo scrive il fratello Lucio nella sua Relazione), con alcuni suoi uomini fidati si recò a Sapri per incontrare Giuseppe Garibaldi ivi atteso. Infatti, i volontari garibaldini e cilentani giudati da Michele Magnoni, stanziatisi provvisoriamente a Sapri, insieme alle truppe ivi portate dal Turr, ricevettero fucili e armi da Rustow. Infatti, Eliseo Porro (….), “La brigata Milano nella campagna dell’Italia Meridionale del 1860 del colonnello W. Rustow – versione dall’originale tedesco per Eliseo Porro”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1860, a pp. 17-18, in proposito scriveva pure che: “A Sapri c’era d’uopo attendere gli ordini del Dittatore; per accellerare il cui arrivo, Turr, il giorno 3 di buon mattino si recò a Lazongro. Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. A questo proposito, ovvero in proposito a ciò che scrive Rustow: “Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”, egli si riferisce molto probabilmente ai fucili della brigata. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano. Quivi ebbero la ventura di trovare Garibaldi il quale, arrivato pochi momenti prima a Sapri, era stato già ricevuto da Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte. Le masse insurrezionali sostavano poche ore in Capitello. VIII…etc…”. Dunque, De Crescenzo scriveva che, “Michele Magnoni, che comandava l’avanzata alla testa della sua coorte”, si incontrò, il giorno dopo, a Sapri con Garibaldi. Si perché Michele Magnoni, con i suoi rivoltosi cilentani che comandava, avendo saputo che Turr e Rustow erano sbarcati il 2 settembre 1860 a Sapri, ivi si recò con i suoi rivoltosi Cilentani. Sappiamo che il De Dominicis ed il Giordano si trovavano nei paraggi di Sapri. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Con i Mille era sbarcato a Marsala anche Michele Magnoni, al quale il generale diede poi l’incarico (Messina 2 agosto) di promuovere a Salerno “la insurrezione a favore della causa nazionale”. Giunto a Napoli e informatone il Comitato Unitario d’azione, Michele Magnoni ottenne per il fratello Lucio (23 agosto) la nomina ad “Alto Commissario Politico e Civile pel distretto di Vallo, in provincia di Salerno, il che importa imperio assoluto in talune emergenze anche sul potere militare” e per il fratello Salvatore (24 agosto) quella di Comandante del Corpo d’insurrezione sempre per lo stesso distretto. Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. L. Magnoni emise a Rutino, il 31 agosto, la seguente ordinanza valida per tutti i paesi controllati dalla sua rete: “Unità d’Italia // Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia // Il Generale Garibaldi Dittatore // etc…”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma l’invio di messi fidati a Ceraso, Ascea e Pisciotta. Sicché la colonna partita da Rutino, e rinforzata lungo la via, incontrò a Velia gli insorti di Ceraso (vi si erano uniti circa 80 giovani di Vallo) al comando di Pietro Giordano. Ad Ascea, Teodosio De Dominicis distribuì a coloro che ne mancavano, i 500 fucili rimessi dal Comitato d’azione di Genova per il Cilento, sbarcati a Pioppi e da lui ritirati. Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre). Il generale vi era stato indotto principalmente dalle insistenze di A. Dumas padre, che gli aveva scritto “invece che a Salerno potete sbarcare in tutto il Cilento, poco importa il luogo, è la terra del patriottismo”(93).”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma….Raggiunta Pisciotta, dove era in attesa Gennaro Pagano si divisero. Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale. Garibaldi aveva toccato la spiaggia nei pressi di Scalea (2 settembre), da dove era poi salpato per Sapri su una barca condotta da due soli marinai (3 settembre) (93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc..”. Ebner scriveva che: “La colonna….più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale.”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Etc…”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Matteo Mazziotti (….), nel 1902, nel suo “Memorie di Carlo De Angelis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Le altre forze insurrezionali del Cilento, comandate dal Magnoni, che avevano preso la direzione di Sapri e Sanza, vennero man mano piegando verso Nocera, donde alcune altre erano etc…”. Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel 1860”, a pp. 127-128, in proposito scriveva che: “…Questa colonna ebbe ordini dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggiero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Giovanni Pagano.”. Il sac. don Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino etc…”, testo dattiloscritto ed impaginato nel “Seminario Vescovile”, nel 1973, a pp. -76-77, in proposito scriveva che: “Dopo una breve sosta in casa del Barone Gallotti, Garibaldi proseguì per Vibonati, dove pernottò in casa della famiglia Del Vecchio. Per Policastro passarono le colonne degli uomini del Magnoni e le forze del Maggiore De Dominicis, che si unirono a Capitello all’esercito del Maggiore Giordano; tutti questi attendevano Garibaldi e proteggevano eventuali sbarchi di “camicie rosse”. Ad inflittire le file dell’esercito garibaldino accorsero giovani di S. Marina e di Scario. Camminando verso Policastro Garibaldi restò ammirato alla vista dei maestosi ulivi, molto più grandi di quelli della sua nativa riviera ligure. Nei pressi di Villammare, s’imbattè in una colonna di rivoltosi Cilentani, diretti a Sapri per punire i colpevoli dell’assassinio di Costabile Carducci; ma li distolse dal triste proposito con quell’affabilità ed energia che il caso richiedeva. I Cilentani passando per Policastro avevano incendiato il palazzo del Cav. Felice Pecorelli e, dopo l’incontro con Garibaldi, ripiegarono su Sanza, dove trucidarono il capourbano Sabino Laveglia, il responsabile dell’eccidio di Pisacane. Da Vibonati Garibaldi marciò alla volta di Napoli, passando per Torraca, il Fortino di Battaglia, Eboli e Salerno: brillanti furono le manifestazioni di accoglienza da parte delle autorità locali e del popolo, grande fu l’entusiasmo; ma le truppe borboniche, che seguivano i garibaldini, erano sbandate, avvilite e disperse. La causa della libertà ormai aveva vinto !”.
Nel 2 settembre 1860, a Sapri, RUSTOW e la sua distribuzione di 600 fucili che, furono distribuiti alla GUARDIA NAZIONALE DEI DINTORNI o ai RIVOLTOSI CILENTANI DI MICHELE MAGNONI ?
Oltre a queste informazioni, il Rustow aggiungeva che: “Io aveva intanto assai da fare ad intendermela colle guardie nazionali dei contorni che domandavano armi. Fui abbastanza fortunato per poter loro distribuire 600 fucili, dei quali per buona ventura mi trovava provvisto, né mi mancarono ringraziamenti perciò. Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. Rustow scriveva di aver consegnato 600 fucili che avevano portato da Paola e li consegnò alle “Guardie Nazionali dei contorni” che nel frattempo si erano radunate anch’esse a Sapri. A Capo di una delle “Guardie Nazionali dei contorni”, ovvero dei paesi vicini, di cui parlerò in appresso, vi erano sicuramente i Gallotti di Sapri (i figli del barone Gallotti di Casaletto). A questo proposito, il Rustow osserva che i suoi fucili (600), li rivide a Capua: “Potei osservare più tardi gli stessi fucili sotto lo mura di Capua fra le mani delle guardie nazionali mobilizzate.”. Garibaldi scrisse al Turr che a Sapri avrebbe dovuto lasciare “una solida base di uomini e mezzi.”. Il colonnello Polacco Wilhelm Rustow, nella traduzione del suo testo del dott. G. Bizzonero (….), nel suo “La Guerra Italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente da Guglielmo Rustow con 7 carte e piani – versione del dott. G. Bizzonero”, che traduceva dal russo il testo di Wilhelm (Guglielmo) Rustow, nel 1861, a pp. 299-300, riferendosi al comando ricevuto da Garibaldi di procedere per Vibonati, nelle sue memorie scriveva che: “Mentre Turr il 3 settembre di buon mattino partiva per Lagonegro onde ricevere gli ordini di Garibaldi, mentre Rustow si occupava dell’armamento della guardia nazionale dei dintorni, nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè, …etc…”. Dunque, Bizzonero scriveva che, il generale Turr, diretto verso Lagonegro, aveva portato con sè “…nella misura della provvista d’armi che aveva portate con sè….”. Rustow, nella traduzione di Bizzonero lasciava intendere che il generale Turr, lasciando Sapri si era allontanato con una buona “provvista di armi”. Il monaco domenicano Giacomo Buonafede Oddo (….), nel suo “I Mille di Marsala – Scene rivoluzionarie”, nel 1866, a p. 824, in proposito scriveva che: “Il giorno 3, Türr partiva per Lagonegro per trovarvi notizie ed ordini di Garibaldi, e Rustow occupavasi dell’armamento della Guardia nazionale del paese; quando inaspettatamente videsi apparire Garibaldi arrivato anch’esso a Sapri per via di mare.”. Marc Monnier (…..), nel suo “Garibaldi. La conquête des Deux-Siciles”, Paris, Lévy, 1861 (si veda la sua traduzione il testo di Rocco Escalona, Marc Monnier, Garibaldi e la rivoluzione delle due Sicilie, Napoli, 1861, a pp. 250-251, riferendosi a dopo il 23 agosto 1860, in proposito scriveva che: “I comuni sospetti son disarmati; le giunte insurrezionali funzionano dovunque ; 1500 vi son già arrivati a Sapri, e per mancanza di altre armi per andare al combattimento, i contadini si son fatti delle picche lunghe 15 palmi. I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre della Storia delle incursioni moderne. Si assicura dovunque che il numero de’ patriotti scesi su quel luogo si eleva a 6000, e che son comandati dal figlio di Garibaldi.”. Questa notizia non trova conferma in altri autori ma, ciò che scrive il Monnier, ovvero che “I fucili giunti da Sapri confermano la notizia dello sbarco operato in quel punto, già celebre nella Storia” è molto probabile che egli si riferisca allo sbarco dei volontari portati da Turr e da Rustow da Paola.
Nel 2 settembre 1860, a Roccagloriosa, Teodosio DE DOMINICIS arriva con i suoi volontari occupandola e pernottandovi
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni con i fratelli Salvatore e Michele,…..In tutto il distretto di Vallo per ordine del Magnoni si mobilizzava la guardia nazionale…..Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, riferendosi alla Relazione di Lucio Magnoni, in proposito pubblicava il documento e scriveva che: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza. Etc…Rutino il primo settembre 1860. Il Commissario Delegato Lucio Magnoni.”. Questo è l’estratto della Relazione di Lucio Magnoni indirizzata al Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli, citata da Mazziotti e pubblicata dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 8-9, in proposito scriveva che: “N.° 9 ter – 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo – Ordine del Giorno. Roccagloriosa 2 settembre 1860. Soldati, Abbiamo effettuata questa mattina la nostra terza marcia percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa in dove pernottiamo – Domani andremo a Torreorsaja e Castelloruggiero. – La nostra militare organizzazione progredisce, e prestamente saremo soldati disciplinati se voi vi continuate a prestare ubbidienti ai superiori ordini, e pronti ad eseguirne le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una coorte lodevole per virtù militari e patriottiche al Generale Dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze ? Non voglio credere etc….A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di 4000 Garibaldini comandati dal Generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati il momento supremo è per noi venuto, e con ogni nostro sforzo, coi palpiti del cuore aneliamo l’ora del congiungimento coi nostri valorosi fratelli Italiani. Viva l’Italia – Viva Vittorio Emanuele – Viva Garibaldi. Il Generale Comandante – Teodosio de Dominicis.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VI….Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, Abbiamo effettuata questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa, dove pernottiamo. Domani andremo a Torreorsaia e Castelruggiero. La nostra militare organizzazione progredisce e prestamente etc….A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento supremo per noi è venuto etc….”. Queste parole ravvivarono le speranze, accrebbero coraggio, disposero meglio gli animi ai fatti che stavano maturando.”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma…Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale..(93).”. Ebner, a p. 265, nella nota (93) postillava: “(93) RSS 1966, p. 62 sg. Mazziotti, cit., II, p. 130 etc…”. Ebner scriveva che dopo lo sbarco a Sapri dispose che le colonne di Teodosio de Dominicis, Gennaro Pagano e Pietro Giordano marciassero per il Vallo di Diano. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle.“. Riguardo Roccagloriosa, Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) …Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); etc…”. Dunque, Fusco scriveva che la truppa al comando del De Dominicis era composta da circa 1500 volontari cilentani, a cui si aggiunsero, a breve distanza le truppe comandate da Salvatore Magnoni che mossero da Caselle in Pittari per andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); Etc..”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto 1860 l’insurrezione, organizzata da Francesco Saverio Cajazzo, Giudice del Circondario di Vibonati, venne proclamata anche nel golfo di Policastro quando i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Etc…(14). Francesco Saverio Cajazzo, facendosene promotore, questuò fondi fra le casse comunali del circondario che poi destinò a Lucio Magnoni (15).”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52.”. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; etc…”. Ferruccio Policicchio, in “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto gli uomini di Teodosio de Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria e Roccagloriosa. In quest’ultima località, alla colonna si rivolse in questi termini: “Soldati abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle, e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare progredisce, e precisamente saremo soldati disciplinati, se voi continuate a prestare ubbidienti ai superiori ordini, pronti a eseguire le norme che vi van dettando (24).”. Policicchio, a p. 281, nella nota (24) postillava: “(24) A. Infante, Garibaldi nel Cilento, Arti grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52; G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Linotip S. Jannone, Salerno, 1960.”. Infatti, Antonio Infante (…), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, nel capitolo “Il Cilento insorge”, a p. 52, in proposito scriveva che: “Il 28….verso Pisciotta. Qui si formarono due colonne: una al comando di Giordano che operò nella fascia costiera per proteggere eventuali sbarchi garibaldini, la seconda invece al comando di De Dominicis che si diresse verso l’interno per reperire uomini e mezzi disponibili per la rivoluzione.”. Infante, a p. 52 scriveva pure che: “Una colonna imponente: circa 3 mila uomini, occupò Centola, Foria, Roccagloriosa, Poderia, Camerota, tutti al grido di “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi”. A Roccagloriosa il De Dominicis emanò il seguente ordine del giorno alla colonna: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle, e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare progredisce, e precisamente saremo soldati disciplinati, se voi continuate a prestare ubbidienti ai superiori ordini, pronti a eseguire le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una corte lodevole per virtù militari e patriottiche al Generale Dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze ? Non voglio credere, mentre fu nostro scopo, in abbandonare le volostre case, di difendere la causa nazionale, e per raggiungerlo é d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre se il vogliate. A Sapri questa mattina è sbarcata una colonna di 4 mila garibaldini comandata dal Generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento supremo è per noi venuto, etc…”. Dunque, si tratta dell’Ordine del Giorno che il de Dominicis dichiarò ai suoi volontari. Secondo l’Infante, si parla dello sbarco di Turr a Sapri che, avvenne il 2 settembre, ma questo documento, secondo Policicchio ed altri fu letto a Roccagloriosa il 28 agosto 1860. Mi chiedo se questo fosse possibile ?. Infante, a p. 52, aggiunge che: “Fu un momento di giubilo per tutti, che ascoltarono il de Dominicis – dice una cronaca del tempo.”. Pare che la cronaca del tempo, che citava l’infante sia il “Lampo”. Carmine Pinto (….), nel suo saggio “Una storia del Cilento borbonico – Michele e i fratelli Magnoni nella Rvoluzione meridionale (1848-1860)”, a p. 104, in proposito aggiungeva che: “Michele Magnoni partì dal Basso Cilento con la sua compagnia per primo, per unirsi a Teodosio De Dominicis, altro uomo di tradizione rivoluzionaria, ma cavouriano, che scendeva nel Golfo di Policastro. Insieme avrebbero dovuto ricevere Garibaldi. Il fratello lanciò il consueto ordine del giorno che annunciava l’arrivo del Generale e lo seguì con il grosso dei volontari. Tutti i suoi ordini del giorno e i manifesti, tra i toni retorici del momento, erano zeppi di richiami alla disciplina oltre che avvertimenti chiari per qualsiasi aggressione alla proprietà privata. Molte lezioni del ’48 erano apprese (68). Una formazione guidata da un altro reduce del ’48, Stefano Passaro, legato al Comitato d’Ordine, promuoveva la rivolta a Vallo della Lucania, poi attraversava l’alto Cilento per sbucare a Diano, mentre la colonna Ferrara arrivò a Sanza, dove giustiziò Laveglia e gli altri che avevano organizzato l’eccidio di Pisacane.”. Pinto, a p. 104, nella nota (68) postillava: “(68) Ordinanza del Commissario Lucio Magnoni, Rutino 1 agosto 1860, APM.”. Pinto, a p. 105, in proposito scriveva che: “12. Il 3 settembre il Generale sbarcava a Sapri seguendo le prime brigate della Divisione Turr. Trovò Michele Magnoni e De Dominicis, poi continuò per il Fortino, Sala e Auletta mentre tutte le colonne insurrezionali confluivano su Sala. I Magnoni si divisero tra chi seguì la campagna e chi restò a tenere la direzione politica del Cilento.“. Dunque, Pinto scriveva che la truppa al comando del De Dominicis era composta da circa 1500 volontari cilentani, a cui si aggiunsero, a breve distanza le truppe comandate da Salvatore Magnoni che mossero da Caselle in Pittari per andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, ecc…Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, Abbiamo effttuata questa mattina la nostra teza marcia, percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa, dove pernottiamo. Domani andrmo a Torreorsaia e Castelruggiero. La nostra militare organizzazione progredisce e prestamente saremo ai superiori ordini e pronti ad eseguirne le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una coorte lodevole per virtù militari e patriottiche al generale dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze? Non voglio credere , mentre fu nostro scopo, in abbandonare le vostre case, di difendere la causa nazionale, e per raggiungerlo è d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre che il vogliate. A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento etc…”.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.“. Silvano Del Duca (….), nel suo “Il Golfo di Policastro dai Moti Rivoluzionari del 1848 all’Unità d’Italia”, a p. 167, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto, i volontari guidati da Teodosio De Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria, Poderia e Roccagloriosa e, in quest’ultimo paese De Dominicis si rivolse alla colonna di volontari dicendo: “Soldati, abbiamo effettato questa mattina la nostra marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare etc…(220).”. Del Duca, a p. 167, nella nota (220) postillava: “(220) F. Policicchio, Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro, in ‘Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno, op. cit., p. 280”. Del Duca continuando il suo racconto, a p. 167, in proposito scriveva: “Infatti giungevano notizie dello sbarco di numerosi garibaldini a Palinuro, accolti con entusiasmo dagli abitanti e dalle Guardie Nazionali. E forse a Palinuro si mise in scena l’episodio più intenso sul piano simbolico degli avvenimenti del ’60. Arrivati al vecchio forte infatti, un battiglione di volontari della colonna guidata dal De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati dei mori del ’28 ad opera della ferocia del regime borbonico. Le teste erano state conficcate su dei pali come avvertimento perenne per i rivoluzionari del regno borbonico, e vi erano rimaste più di trent’anni, fino a quando i garibaldini le staccarono, dando loro sepoltura e commemorazione (221).”. Del Duca, a p. 168, nel nta (221) postillva: “(221) C. Pinto, La “Nazione Armata” in ‘Garibaldi il mito e l’antimito’, cit., pag. 148″. Infatti, Carmine Pinto (….), nel suo “La “Nazione Armata””, in “Garibaldi il mito e l’antimito” di Eugenia Granito e Luigi Rossi, a p. 148, in proposito scriveva: “Anche gli episodi più efferati come l’esposizione ultradecennale delle teste dei decapitati del ’28 nei loro paesi la decisero i vertici militari….Forse l’episodio più intenso oltre che più rappresentativo sul piano simbolico rispetto alla costituzione di una memoria del nazionalismo salernitano del ’60 sulle ‘ferocie’ dello Stato borbonico avenne a Palinuro. Arrivati al vecchio forte, un battaglione di volontari della colonna del De Dominicis, nipote di uno dei fucilati, rimosse i resti delle teste dei decapitati del ’28. Le teste erano state conficcate su dei pali ad eterno ammonimento per i rivoluzionari del Regno borbonio e c’erano restate, secondo la ‘leggenda nera’ del Regno delle Due Sicilie, più di trent’anni, fino a quando un capo battaglione della colonna, il maggiore Giordano, le staccò organizzandone sepoltura e commemorazione (144).”. Pinto, a p. 148, nella nota (144) postillava: “(144) A. Pizzolorusso, I martiri per la libertà italiana della provincia di Salerno, cit., p. 118.”.
Nel 2 settembre 1860, a CASELLE in PITTARI si mosse la colonna di insorti cilentani comandata da Salvatore Magnoni
Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle. In quest’ultimo borgo il decurionato fu costretto a consegnare cento ducati a De Dominicis: “Giunto in comune, il generale De Dominicis domandò tutto il denaro che si trovava in cassa, tanto che dell’esattore fondiario, quanto del Comune, onde sostenere le spese giornaliere….l’Amministrazione pensando ch’era inutile ogni ragione…con saviezza pensò di offrire al generale medesimo gratuitamente somma di docati 100, che accolse pacificamente e con ogni soddisfazione dell’amministrazione medesima, e così si salvò il residuo del denaro, che nel cennato fondo di cassa rinnovata”(83).”. Fusco, a p. 355, nella nota (83) postillava: “(83) ACC, cart. 18 A, c.s. non n.”. Fusco, a p. 148, in proposito scriveva pure che: “Le truppe (circa 1500 uomini) di de Dominicis, seguite a breve distanza da altri volontari agli ordini di Salvatore Magnone (fratello di Lucio e di Michele), da Caselle mossero verso oriente per “andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro”(84)“. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64).”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regispaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, riferendosi alla Relazione di Lucio Magnoni, in proposito pubblicava il documento e scriveva che: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza. Etc…Rutino il primo settembre 1860. Il Commissario Delegato Lucio Magnoni.”. Questo è l’estratto della Relazione di Lucio Magnoni indirizzata al Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli, citata da Mazziotti e pubblicata dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Diano dove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”.
Nel 3 settembre 1860, Michele MAGNONI e Teodosio DE DOMINICIS e le loro colonne d’insorti andarono a Torre Orsaia e Castelruggiero
Nel 1921, il senatore Matteo Mazziotti (….), nel suo “L’insurrezione Salernitana nel nel 1860”, a p. 127, in proposito scriveva che: “Il De Dominicis con essa muoveva per Pisciotta, quindi per Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, tra il giubilo di quelle popolazioni. Questa colonna ebbe ordine dal Magnoni di raccogliere guardie nazionali in tutti i comuni del Vallo di Policastro ed occupare la linea tra Sapri e Lagonegro (3). Difatti il giorno 3 occuparono Torreorsaia e Castelruggero e quindi accamparono su quella linea. A la colonna si unirono Pietro Giordano e Gennaro Pagano.”. Mazziotti, a p. 127, nella nota (3) postillava: “(3) Relazione di Lucio Magnoni. Opuscolo di Altieri, p. 69.”. Qui vi è un errore di stampa perchè il Mazziotti si riferisce al testo di Alfieri d’Evandro (….), ed il suo “L’insurrezione armata etc…”. Infatti, Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a pp. 68-69, nell’“Appendice”, riferendosi alla Relazione di Lucio Magnoni, in proposito pubblicava il documento e scriveva che: “E nel tempo stesso, diressi al Comitato in Napoli un rapporto che trascrivo. Ai Signori Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli. Signori, in vista dei poteri conferitomi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso facevo partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messe sotto le armi quella Guardia Nazionale, muovevano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerata, e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva etc…Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro…..La mattina di ieri muovevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferrara di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino, Piaggine per uscire a Diano, l’altro quella di Cuccaro, Laurino, Rofrano per fortificarsi a Sanza. Etc…Rutino il primo settembre 1860. Il Commissario Delegato Lucio Magnoni.”. Questo è l’estratto della Relazione di Lucio Magnoni indirizzata al Presidente e Componenti il Comitato Unitario Nazionale di Napoli, citata da Mazziotti e pubblicata dall’Alfieri D’Evandro. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, a p. 8, in “Documenti”, in proposito scriveva che: “N.° 9 ter – 1° Corpo d’Insurrezione del Distretto di Vallo – Ordine del Giorno. Roccagloriosa 2 settembre 1860. Soldati, Abbiamo effettuata questa mattina la nostra terza marcia percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa in dove pernottiamo – Domani andremo a Torreorsaja e Castelloruggiero. – La nostra militare organizzazione progredisce, e prestamente saremo soldati disciplinati se voi vi etc…A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di 4000 Garibaldini comandati dal Generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati il momento supremo è per noi venuto, e con ogni nostro sforzo, coi palpiti del cuore aneliamo l’ora del congiungimento coi nostri valorosi fratelli Italiani. Viva l’Italia – Viva Vittorio Emanuele – Viva Garibaldi. Il Generale Comandante – Teodosio de Dominicis.”. Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Documenti”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “N.° 9 bis. AI SIGNORI PRESIDENTI E COMPONENTI IL COMITATO UNITARIO NAZIONALE DI NAPOLI. Signori. In virtù dei poteri conferitimi etc…In conseguenza di ciò martedì scorso faceva partire mio fratello Michele col cittadino Teodosio de Dominicis per Ascea; i quali messa sotto le armi quella Guardia Nazionale, moveano verso Pisciotta con forze imponenti ed occupavano Centola, Foria, Poderia, Camerota e Rocca Gloriosa tra le grida entusiastiche di quelle popolazioni di Viva Vittorio Emmanuele Re d’Italia, Viva il Dittatore Garibaldi. Ho loro ordinato di gittarsi nel Vallo di Policastro, raccogliere tutte quelle forze ed andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. La notte di martedì a giovedì partiva pure da Rutino l’altro mio fratello Salvatore a capo di molti volontarii del Cilento e della Provincia per andare a raggiungere le suddette forze Nazionali. La mattina di ieri movevano a capo di considerevoli forze Nazionali i signori Passaro di Vallo e Ferraro di S. Biase, l’uno battendo la via di Gioi, Laurino Piaggine per riuscire a Diano, l’altro quello di Cuccaro, Laurino, Rofrano, per fortificarsi a Sansa. Domani poi moveranno dal Cilento tre battaglioni ben armati ed equipaggiati e si dirigeranno pure verso il Vallo di Dianodove si anderanno a concentrare tutte le forze di Salerno per mettersi a disposizione del Dittatore. Etc…Rutino primo Settembre 1860. Il Commissario Delegato – Lucio Magnoni etc…Per copia conforme – Il Delegato del Governo – Antonio Alfieri d’Evandro.”. Il Commissario delegato Lucio Magnoni scriveva al Comitato di Napoli da Rutino, il 1° Settembre 1860. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, ecc…Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, Abbiamo effettuata questa mattina la nostra teza marcia, percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa, dove pernottiamo. Domani andrmo a Torreorsaia e Castelruggiero. La nostra militare organizzazione progredisce e prestamente saremo ai superiori ordini e pronti ad eseguirne le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una coorte lodevole per virtù militari e patriottiche al generale dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze? Non voglio credere , mentre fu nostro scopo, in abbandonare le vostre case, di difendere la causa nazionale, e per raggiungerlo è d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre che il vogliate. A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento etc…”.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.“. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 265, in proposito scriveva che: “La relazione di Lucio Magnoni conferma….Il grosso al comando di Teodosio De Dominicis proseguì per l’interno per tagliare le vie di accesso al mare. La colonna Giordano s’incamminò lungo la costa, a proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse e una più leggera, agli ordini di Michele Magnoni, si spinse verso Sapri a copertura dello sbarco del generale…..(93).”. Pietro Ebner, (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il 27 agosto, a Rutino, “si proclamava da noi la insurrezione Nazionale e congiungendosi con De Dominicis, Pagano e Giordano, raccolte tutte le forze insurrezionali che approssimativamente ammontavano a 3000 uomini, si marciò pel Vallo di Policastro”(92).”. Ebner, a p. 264, nella nota (92) postillava: “(92) D’Evandro, cit., Docum., n. 3 bis (Relazione Lucio Magnoni). Vi è trascritto l’ordine del Dittatore, di cui è una riproduzione in G. De Crescenzo, I salernitani nell’epopea garibaldina del 1860, Salerno 1939. Etc…”. Felice Fusco (….), nel suo “Carlo Pisacane e la Spedizione di Sapri – etc…”, a p. 148, in proposito scriveva che: “Alla fine di agosto Lucio Magnone fece partire verso Sala una colonna di armati al comando del fratello Michele e di Teodosio De Dominicis. Furono occupate in successione Ascea, Pisciotta, Centola, Foria, Poderia, Camerota, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero e Caselle.“. Riguardo Roccagloriosa, Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) …Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); etc…”. Dunque, Fusco scriveva che la truppa al comando del De Dominicis era composta da circa 1500 volontari cilentani, a cui si aggiunsero, a breve distanza le truppe comandate da Salvatore Magnoni che mossero da Caselle in Pittari per andare ad occupare la linea tra Sapri e Lagonegro. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) Cfr. Il Lampo (quotidiano) del 3 settembre 1860. F. Policicchio, Le Camicie Rosse ecc.., p. 278 sg. Anche il decurionato di Roccagloriosa aveva fornito a De Dominicis “razioni e formaggi” per oltre 100 ducati (ASS, Governatorato, b. 12, f. 499); e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Anche il decurionato di Sassano dovette assicurare agli uomini di De Dominicis 3000 razioni e alloggi per tutti (P. Russo, Un brandello ecc…, cit., p. 64). Teodosio era figlio di Ulisse, morto nel 1862, a sua volta figlio di Teodosio (nato nel 1773) fatto fucilare da Del Carretto nel 1828. Nel Collegio di Vallo Teodosio fu eletto deputato al parlamento nazionale nel 1876 e nel 1880.”. Ferruccio Policicchio, in “Le Camicie Rosse nel Golfo di Policastro” (sta in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 281, in proposito scriveva che: “Il 28 agosto gli uomini di Teodosio de Dominicis occuparono Camerota, Centola, Foria e Roccagloriosa. In quest’ultima località, alla colonna si rivolse in questi termini: “Soldati, ……Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. Etc…(24).”. Policicchio, a p. 281, nella nota (24) postillava: “(24) A. Infante, Garibaldi nel Cilento, Arti grafiche del Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52; G. De Crescenzo, L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane, Linotip S. Jannone, Salerno, 1960.”. Infatti, Antonio Infante (…), nel suo “Garibaldi nel Cilento”, nel capitolo “Il Cilento insorge”, a p. 52, in proposito scriveva che: “A Roccagloriosa il De Dominicis emanò il seguente ordine del giorno alla colonna: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle, e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. La nostra organizzazione militare progredisce, e precisamente saremo soldati disciplinati, se voi continuate a prestare ubbidienti ai superiori ordini, pronti a eseguire le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una corte lodevole per virtù militari e patriottiche al Generale Dittatore Garibaldi. Etc…”. Ferruccio Policicchio (….), nel suo “Le Camicie Rosse nel golfo di Policastro”, edizioni Gutemberg, 2011, a p. 124, in proposito scriveva che: “…..i capi colonna Teodosio de Dominicis da Ascea e Basilio Iannicelli da Ceraso, aiutati da Gennaro Pagano e Luigi Giordano, si posero in marcia verso Policastro, Vibonati e Sapri. Giunti a Roccagloriosa, De Dominicis si rivolse alla colonna in questi termini: “Soldati, abbiamo effettuato questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in San Severino, Poderia, Celle e Roccagloriosa dove pernottiamo. Domani andremo a Torre Orsaia e Castel Ruggiero. Etc…”(14).“. Policicchio, a p. 124, nella nota (14) postillava: “(14) A. Alfieri D’Evandro, Della insurrezione…., cit. p. 8; G. De Crescenzo, I salernitani nell’epoca garibaldina del 1860, Jovane, Salerno, 1939; oppure A. Infante, Garibaldi nel Cilento, S. Antuono di Torchiara, 1983, p. 52. Etc…“. E’ interessante ciò che postillava Felice Fusco. Fusco, a p. 355, nella nota (84) postillava: “(84) …..e a Torre Orsaia il sindaco aveva assicurato al maggiore Michele Pagano, agli ordini del De Dominicis, 4000 razioni di pane, carne vaccina per oltre 30 ducati, biada per 11 ducati, fieno per 1 ducato (ACT = Archivio Comunale di Torre Orsaia, Registro delle deliberazioni decurionali, p. 64 sg.). Etc…“. Roberto Parrella (….), nel suo “Consenso sociale e partecipazione politica al’iniziativa garibaldina”, in “Garibaldi e garibaldini in provincia di Salerno”, ed. Plectica), a p. 22, in proposito scriveva che: “Anche a Torreorsaia, “universale” nel circondario fu l’esultanza per il nuovo governo (23) e particolarmente sentita la riconoscenza dei componenti della Guardia Nazionale nei confronti di Garibaldi “per averli liberati dal più cieco dispotismo” che per tanti anni aveva gravato su di loro (24). A Sapri per celebrare l’occasione vennero ordinati tre giorni di festa, durante i quali, oltre ai tradizionali canti organizzati in chiesa, furono sparati colpi di cannone ed eretti in piazza “toselli ornati di ricche cere” al sovrano e al dittatore, mentre fu offerto agli indigeni un “lauto banchetto” dal barone Gallotti, capitano della locale Guardia Nazionale (25).”. Parrella, a p. 22, nella nota (23) postillava: “(23) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del giudice regio, 15 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (24) postillava: “(24) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del capitano della Guardia Nazionale, 16 settembre 1860.”. Parrella, a p. 22, nella nota (25) postillava: “(25) ASS, Prefettura, Gabinetto, b. 1, f. 5, rapporto del 22 settembre 1860.”.
Nel 3 settembre 1860, la colonna d’insorti andò pure a MORIGERATI, che occupò
Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regispaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Dunque, il d’Evandro scriveva che: “Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Questa notizia dovrà essere maggiormente indagata. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, in proposito scriveva che: “VI. Michele, il giorno seguente, si diresse alla volta del mezzogiorno e toccò Ascea. Al suo apparire i liberali inalberarono la bandiera della libertà, organizzando schiere di volontari sotto la direzione di Teodosio de Dominicis. Armata per ordine del Magnoni la guardia nazionale del distretto di Vallo, il de Dominicis marciò con essa verso Pisciotta con circa trentamila uomini ed occupò altri paesi, che non tardarono a seguire l’esempio dei loro fratelli, e cioè Centola, Foria, Poderia, Camerota e Roccagloriosa, ecc…Da Roccagloriosa, dove pernottò con i suoi, il de Dominicis il 2 settembre dirigeva quest’ordine del giorno alle truppe: “Soldati, Abbiamo effttuata questa mattina la nostra terza marcia, percorrendo ed operando in Sanseverino, Poderia, Celle e Roccagloriosa, dove pernottiamo. Domani andremo a Torreorsaia e Castelruggiero. La nostra militare organizzazione progredisce e prestamente saremo ai superiori ordini e pronti ad eseguirne le norme che vi van dettando. E’ mia ambizione condurre una coorte lodevole per virtù militari e patriottiche al generale dittatore Garibaldi. Tradirete voi le mie speranze? Non voglio credere , mentre fu nostro scopo, in abbandonare le vostre case, di difendere la causa nazionale, e per raggiungerlo è d’uopo divenir soldati, e lo diverrete sempre che il vogliate. A Sapri è sbarcata questa mattina una colonna di quattromila garibaldini comandata dal generale Turr. Domani la stessa marcerà per Lagonegro. Da bravi soldati, il momento etc…”.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 85-86, riferendosi al 28 agosto 1860, dopo aver proclamato l’insurrezione a Rutino, in proposito scriveva che: “VII…Le masse dei rivoltosi, così organizzati, si recarono nella notte a Pisciotta, poi furono divise in due colonne: una al comando del Giordano si diresse verso la parte meridionale e marittima per poter proteggere eventuali sbarchi di camicie rosse; l’altra, all’immediato comando del de Dominicis, intraprese la strada interna e, dopo aver percorso diversi paesi della contrada, giungeva a Capitello (Ispani) e si riannodava di bel nuovo col Giordano.“.
Nel 3 settembre 1860, a Vallo della Lucania, LUCIO MAGNONI
Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 111-112 e ssg., in proposito scriveva che: “Lucio Magnoni, visto la necessità di un rapido movimento delle forze insurrezionali, ordinò alle colonne del distretto di Vallo di marciare per il Vallo di Diano, accompagnandole con questo ordine del giorno: “Vallo 3 settembre 1860. Compagni, Io son contento di voi. Ieri avete fatta una marcia da vecchi soldati ed ora voglio dare un compenso alle vostre fatiche, sicuro che tornerà grato più che qualunque altro premio. Eccovelo. Il genenale Turr è sbarcato con una brigata dell’invincibile armata del Dittatore sulle spiagge di Sapri. Etc…Lucio Magnoni.“. E difatti le forze, riunitesi con quelle di Diano e di Campagna ed ingrossate da molti volontari giunti da ogni parte, fugarono i quarantamila borbonici da Salerno, che erano risoluti a sgominare le schiere garibaldine, e poi li fugarono anche a Napoli (8).”. De Crescenzo, a p. 112, nella nota (8) postillava: “(8) Qualche storico invece dice, che i soldati borbonici partirono da Salerno dopo che giunse il telegramma di Garibaldi all’Intendente, inviato dal Fortino col quale desiderava trentamila razioni per i suoi soldati.”. Osvaldo Perini (….), nel suo “La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia”, Editore F. Candiani, 1861, a pp. 492-493, in proposito scriveva che: “LIII. – Contemporaneamente la decimaquinta divisione imbarcatasi, a norma delle avute istruzioni, nel piccolo porto di Paola, veleggiava con prospero vento alla volta di Sapri….La decimaquinta divisione, ingrossata dalle truppe disperse di già appartenenti al corpo di Luigi Pianciani state direttamente da Palermo trasportate a Paola, a Scaléa, a Policastro od a Sapri, sfilava colla massima secretezza e celerità sulla destra dell’esercito regio. A queste forze, già per sè considerevoli, si unirono tosto le bande insurrezionali del paese ed i numerosi distaccamenti dei Calabresi che avevano preceduto la marcia dell’ armata italiana. Con tutti questi corpi riuniti, il generale Türr, riuscendo a girare, come gli era stato ordinato l’estrema sinistra dei Regii, avrebbe potuto seriamente compromettere la loro posizione.”.
Nel 3 settembre 1860, Garibaldi diede ordini a Michele MAGNONI sulla marcia nel Vallo di Diano per gli insorti cilentani
Riguardo l’incontro di Garibaldi con Michele Magnoni, fratello di Lucio, vi è la notizia che nel corso di quell’incontro, Garibaldi lasciò detto al Magnoni le istruzioni militari per il prosieguo delle operazioni delle colonne degli insorti cilentani. Infatti, Lucio Magnoni, nella sua relazione-rapporto, (si veda Antonio Alfieri d’Evandro (…), nel 1861, nel suo “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, a p. 67, nell’“Appendice”) scriveva che: “La notte del 3 settembre mio fratello Michele con pochi uomini andò ad incontrare il Generale Garibaldi sbarcato a Sapri, e ne ricevette le disposizioni per la marcia nel Vallo di Diano.”. Quali fossero queste disposizioni non ci è dato di sapere. Anche Anna Sole (….), nel suo saggio “I garibaldini salernitani”, “3.3 Magnoni”, in “Documenti e testimonianze, in“Garibaldi, il mito e l’antimito”, a cura di E. Granito e L. Rossi, Plectica, Salerno, 2008, che, a p. 242, dopo aver riportato un documento conservato nell’Archivio Privato della famiglia Magnoni, a firma del De Dominicis, in proposito scriveva che: “Garibaldi, nel lasciare Vibonati, ha dato opportune disposizioni sulla condotta da seguire e il Comando in capo di tutte le forze insurrezionali sulla provincia, è stato preso dal Generale Cosenz mentre si attende in Sapri un terzo sbarco di Garibaldini.”. Dunque, secondo Anna Sole (….), Garibaldi, “nel lasciare Vibonati”, diede ordini a Michele Magnoni (?) “…disposizioni sulla condotta da seguire” nella marcia verso il Vallo di Diano. Gennaro De Crescenzo (….), nel suo “L’epopea garibaldina del 1860 nelle memorie salernitane”, a pp. 112 e ssg., in proposito scriveva che: “IV. Sull’imbrunire del giorno 3 Garibaldi montò a cavallo e partì per Vibonati (9), dove ospite l’intera notte della famiglia Del Vecchio. Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano, cui fu dallo stesso comunicato l’ordine dell’ulteriore movimento.”. E’ proprio questa notizia, la notizia del passaggio di Garibaldi e del suo pernottamento a Vibonati che il De Crescenzo però, a p. 112, nella nota (9) postilava: “(9) Il Treveljan riferisce invece che il Dittatore sbarcò sulla spiaggia di Sapri e vi passò la notte in una capanna di legno.”. Inoltre, De Crescenzo parlandoci di Vibonati riferisce dell’incontro con Michele Magnoni, infatti egli scrive: “Lì Michele Magnoni, ottenutane licenza, gli presentò i signori De Dominicis e Gennaro Pagano”. Dunque, secondo le informazioni del De Crescenzo, di cui non rivela la fonte, Garibaldi: 1- si reca e pernotta a Vibonati in casa Del Vecchio; 2- a Vibonati, e non a Sapri, Garibaldi incontra Michele Magnoni, Teodosio De Dominicis e Gennaro Pagano; 3 – ………………………..Un testimone di eccezione è stato Agostino Bertani che fu accanto a Garibaldi dall’inizio della Spedizione fino a Napoli. Egli, nel suo “Diario”, pubblicato dalla giornalista Jessie White Mario (….), nel suo “Agostino Bertani e i suoi tempi per Jessie White Mario”, (edizione di Firenze, 1888, Tipografia di G. Barbèra, a p. 456, dal Diario di Bertani, in proposito scriveva che: “Là sulla spiaggia, accampati in buon ordine, i volontari della legione acclamano Garibaldi e son raggianti. Egli li carezza con gli occhi e li anima colla parola. Sappiamo che gli altri corpi a marcia forzata corrono verso di noi. Martedì 4 settembre all’alba. Garibaldi a cavallo; noi seguiamo per una stretta vallata, i volontari camminano in buon ordine facendo echeggiare la montagna degli evviva al loro duce e dei loro canti. In quelle valli echeggiarono tre anni fa i colpi di fucile che disperdevano l’eroico drappello guidato da Pisacane. Si arriva ad un piccolo gruppo di case chiamato Fortino, sulla strada che da Lagonegro per Casalnuovo mette a Sala.”. Dunque, come nell’altro testo “Ire d’oltretomba”, il Bertani annotò che egli e Garibaldi partirono il 4 settembre da Sapri e si recarono direttamente al Fortino. Giuseppe Guida (….), nel suo “Il Lagonegrese nel XIX secolo – Considerazioni storiche etc…”, a p. 100, in proposito scriveva che: “La comitiva Garibaldina, a cui si era unito da Sapri anche il Turr, era preceduta dai volontari del Cilento e dai Garibaldini sbarcati a Sapri che fecero echeggiare le valli circostanti di canti patriottici e di grida: “Viva la libertà! Viva l’Unità d’Italia! Viva Garibaldi!”; erano uomini dei campi e delle botteghe, professionisti e impiegati che all’annunzio dell’arrivo del biondo Eroe avevano abbandonato il lavoro ed erano accorsi per unire fremiti di libertà a quelli degli artefici dell’unità d’Italia, per dividere con loro nel periglio i rischi e i sacrifici.”.

Villavicencio, Colombia, 26 novembre del 2025
Caro amico,
buon giorno dalla Colombia. Mio bisnonno, Niccola Bruno, saprese, emigrato in Colombia negli anni sessanta del secolo XIX, era garibaldino ed era fiero del suo berretto che non lascio’ mai.
Buona giornata
CESAR BRUNO