Gli studi
Nel 1987 pubblicai a stampa uno studio (1) sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini o ricerca di nuove fonti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. In questo saggio, cercherò di fare il punto sulle fortificazioni costruite nel basso Cilento. Uno studio organico e sistematico sulle antiche torri costiere costruite preesistenti e costruite, sulle origini delle torri costiere e fortificazioni preesistenti a quelle fatte costruire in epoca Vicereale, non è stato mai fatto. Oggi, disponiamo di molti documenti, fonti e notizie storiche sulle origini delle Torri cavallare e costiere, quelle fatte costruire dai Vicerè Spagnoli lungo le coste del Regno di Napoli ma, al contrario, per quelle a loro preesistenti, le torri costruite e sorte in epoca medievale, poco si sa e poco è stato scritto. In questo saggio citerò le scarne e disaggregate notizie storiche sulle antiche fortificazioni e torri costruite sulle nostre terre, prima di quelle Vicereali.
Le origini – ‘Torri Normanne’ nella tradizione orale popolare
Sin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X–XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Furono i Normanni che sulle nostre coste costruirono torri e castelli. Infatti, nella tradizione orale popolare, le Torri costiere di avvistamento, che oggi vediamo, quelle ancora esistenti, vengono dette “Torri Normanne”. Ma dal punto di vista storiografico, la citazione popolare delle “Torri Normanne”, di cui si è conservata la memoria, non è l’unica fonte esistente. Troviamo citazioni di castelli e “Castellari“, fortificazioni costiere, costruite all’epoca della dominazione Normanna di Roberto il Guiscardo, anche nei ‘Chronicon’ del tempo come quello del cronista d’epoca Normanna, Goffredo Malaterra. Castelli e fortificazioni, in epoca Longobarda, si consolidarono anche nell’immediato retroterra in alcuni centri come Rivello, Lagonegro e Lauria, nel Vallo di Diano a Teggiano. Sulla fascia costiera, troviamo i sistemi difensivi della Molpa, Policastro (‘Polis Castrum’ = Città fortificata), fino a spingersi verso i centri dell’attuale Basilicata con Castrocucco e poi Tortora e Scalea. Sergio Attanasio (…), nel suo ‘Il sistema delle torri costiere della penisola Sorrentina’, pubblicato nel …….., in proposito scriveva che: “Da un censimento delle fortificazioni costiere, compiuto nel 1748, il litorale campano, dal versante domiziano a quello Cilentano, risultava dotato di ben 136 torri che, tuttavia non riuscirono a scongiurare lutti e rovine alle popolazioni dei centri della costa, più esposte alle incursioni dei Turchi.”. La relazione a cui si riferiva Sergio Attanasio (…), era quella redatta dal Prof. Cisternino (…), per conto del Governo Napoleonico e le torri costruite erano quelle costiere fatte costruire sulle coste del Regno di Napoli dai Vicerè Spagnoli nel XVI secolo: ‘Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino’. Del programma spagnolo e delle torri costruite agli inizi del 1500, soprattutto quelle costruite sui nostri litorali, si sono occupati studiosi come il Pasanisi (…), il Vassalluzzo (…), il Faglia (…), il Santoro (…), il Guzzo (…), ecc…Ma, come vedremo, sulle nostre coste e lungo i nostri litorali, non vi sono solo torri costruite nel secolo XVI, ma, molte di quelle oggi visibili e tante non ancora del tutto censite, erano preesistenti al programma Vicereale e risalgono addirittura all’epoca Normanna. Di queste torri, non ancora del tutto censite, pochi o niente è stato scritto. Inoltre, poco è stato indagato su alcune torri e quelle già preesistenti all’epoca Vicereale, ovvero quelle torri, ancora oggi in parte visibili, ma che all’epoca Vicereale non furono costruite ex novo ma che furono interessate dal programma vicereale solo per rifacimenti o rafforzamenti. Sempre l’Attanasio (…), a p. 248, in proposito scriveva che: “Già in epoca angioina, esisteva un sistema di segnalazioni e difesa del territorio realizzato con la creazione di torri di guardia costiera. Alcune di esse sopravvivono ancora oggi, sono infatti riconoscibili per la la loro forma cilindrica.“. Ma, come vedremo, il sistema di segnalazioni e difesa del territorio costituito da torri costiere, costruite lungo i litorali, esisteva già dallepoca della dominazione Sveva, che poi in seguito, fu mantenuto e rafforzato dai francesi Angioini. Accessi a documenti d’epoca Sveva, ancor prima dell’epoca Angioina, si trovano citati nel Pasanisi (…), che come la studiosa Anna Andreucci (…), nel suo ‘Il sistema nelle torri costiere di difesa’, a p. 221, nella sua nota (12), postillava che: “Onofrio Pasanisi, con il suo scritto già citato, pubblicato nel 1926, nel volume di ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa, è il primo studioso che si è interessato all’argomento ed è lettura obbligata per chiunque si accinga ad analoghe ricerche.”. Infatti, il Pasanisi (…), di cui parlerò, oltre a precisare la data dell’inizio del programma di costruzioni delle torri costiere fatte realizzare dai Vicerè spagnoli, sarà il primo a citare alcuni interessanti documenti d’epoca Sveva, in cui si parlava di torri costiere o di sistema di difesa realizzati in epoca anteriori a quella Angioina. Come vedremo e, come scrive la studiosa Teresa Colletta (…), nel suo ‘La riorganizzazione militare del territorio meridionale durante il viceregno’, senza però fornirci documenti o riferimenti bibliografici, scriveva che: “Il sistema difensivo fu affidato per secoli in particolar modo dopo l’unificazione con i normanni (1066) e successivamente con lo spostamento da Palermo a Napoli della capitale con gli angioini, nel 1266, ad una nutrita serie di impianti militari costituiti da una fitta rete di torri di avvistamento e di guardia sulle coste in diretto collegamento visivo con una costellazione di castelli, rocce, forti nei punti di maggiore interesse strategico a capo di valli e a protezione di borghi di città.”. Dunque, la Colletta (…), come altri, senza fornirci alcun riferimento bibliografico, fanno risalire il sistema di fortificazioni e di torri all’epoca Normanna. Non a caso le nostre Torri, nella tradizione orale popolare vengono chiamate “Torri Normanne”. Non è facile stabilire l’origine di questa o di queste Torri, ma di certo possiamo dire che questa Torre, figura nella carta di probabile epoca Aragonese da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (Fig….), di cui parleremo. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, nel suo “Cap. XIII – L’età degli Svevi (1189-1266)”, senza fornire alcun riferimento bibliografico e rimandando ad un “Catalogo 5, Acciaroli, 2001”, parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti al tempo di Federico II di Svevia, perchè erano state costruite precedentemente dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca (…), scriveva che: “Nel 1233 Federico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Sebbene avessimo trovato testimonianze dirette nella scarna documentazione Angioina ed Aragonese, oggi possiamo affermare che alcune torri già esistevano lungo la costa del Golfo di Policastro, come attestano alcune carte corografiche inedite da me scoperte. L’unico studioso che si sia occupato delle Torri costiere costruite anteriormente a quelle fatte costruire dai Vicerè Spagnoli, verso la fine del ‘500, è stato il Pasanisi (…) che però non fa luce su alcune Torri costiere – di cui abbiamo testimonianza – preesistenti lungo il litorale costiero del Golfo di Policastro. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, a p. 77, continuando il suo racconto, scriveva pure che: “Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90). Già nell’831, con l’avvenuta conquista del porto di Palermo, venivano ad essere facilitate le incursioni sulle coste del continente. A nulla valsero l’impegno di Ludovico II, lo sforzo di papa Giovanni VIII per la realizzazione di una lega antisaracena: le coste, soprattutto, venivano flagellate ad ondate da incursioni islamiche, ora di Sicilia, ora d’africa, avvantaggiate dagli stanziamenti fortificati, installati sullo stesso continente (91).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Orazio Campagna (…), sulla scorta del Pochettino (…), nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Nel 1975, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel capitolo da lui dedicato alle “Fortificazioni e loro scopo”, sulla scorta di Nicola Cilento (…), credeva che le fortificazioni costruite sulle nostre terre, fossero il frutto della “minaccia dei barbareshi che aveva posto le popolazioni delle nostre contrade cilentane sotto continuo incubo, ragion per cui esse avvertirono il bisogno di difendersi per mezzo di fortificazioni. Sorsero così – scrive il Cilento – torri e castelli, quei castelli medievali che la trasfigurazione romantica innalzò a lieto ritrovo di cavalieri e di trovatori, ma che nella miseria di quei tempi furono soltanto nude e grigie fortezze, triste rifugio di rozzi uomini armati”.”. Pur concordando in parte a queste affermazioni, ritengo che nel basso Cilento, fortezze e castelli, non siano nati solo a causa della piaga dei saraceni, che pure vi è stata. Non è facile però, documentare e ricostruire la storia delle fortificazioni sorte sul territorio del baso Cilento in epoche anteriori a quella bizantino-Longobarda. Castelli, fortificazioni e rocche fortificate, sorsero ovunque sul nostro territorio ed ancora se ne vedono le vestigia: Cuccaro, Molpa, Camerota, San Severino di Centola, Roccagloriosa, Castel Ruggero, Policastro, il ‘Castellaro’ a Capitello, già all’epoca dell’invasione di Belisario, facevano parte di un organico, anche se per taluni aspetti, frammentario, sistema difensivo. L’indagine geo-storica sulle antichissime fortezze costruite sul nostro territorio, si può condurre anche attraverso la scarna documentazione testuale, come il ‘Libro di Re Ruggero’, scritto dal cartografo arabo el-Idrisi, nel 1154 ed il ‘Catalogus Baronum’ scritto sempre all’epoca di Guglielmo I d’Altavilla, re del Regno di Sicilia. L’indagine geo-storica, si può condurre anche attraveroso la ricca documentazione cartografica, di cui però, le più antiche mappe o carte portolaniche conosciute risalgono ai primi anni del XIII secolo, come la ‘Carta Pisana’ ed il ‘Compasso da Navigare’, dove, i centri citati, i cui toponimi figurano scritti in greco o in arabo. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.“. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), sulla scorta di Pietro Giannone (…), riferendosi alle città di Velia e di Rivello, cita alcune notizie riguardo la dominazione bizantina e poi Longobarda e, in proposito scriveva che: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati.”. Secondo il Laudisio, gli abitanti dell’antica città di Velia, posta sul promontorio di Palinuro e distrutta nel 915, si rifugiarono in un antichissimo castello longobardo a Rivello e quì vi fondarono la nuova Revelia. Il Laudisio (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), credeva l’antica città di Velia, sorta sul promontorio di Palinuro (forse confondendola con l’antica città della Molpa). Secondo il Laudisio (…), dopo la distruzione saracena dell’anno 915 (anno che cita pure il Volpe (…)), gli abitanti superstiti di Velia (Molpa?), si rifugiarono nel castello di Rivello “che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi”. Dunque, secondo il Laudisio (…), il castello di Rivello, fu fortificato nel VI secolo dai Longobardi al tempo di Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. La notizia di un castello fortificato dai Longobardi nel VI secolo, è di enorme importanza per queste terre. Onofrio Pasanisi (…), che nel 1926, pubblicò l’interessante saggio ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’. Il Pasanisi, a p. 429, nella sua nota (5), in proposito scriveva che: “Sino a tutto la prima metà del sec. XVI le torri furono di varie forme (per lo più cilindriche) e quelle fabbricate nella prima metà di detto secolo dalle università e dai privati furono anche di notevole ampiezza, perchè erette non solo per la difesa, ma come luogo di rifugio in caso d’improvvisa irruzione…..Quelle invece costruite dalla R. Corte furono tutte quadranglari (for per maggiore comodità della difesa: le ariglierie infatti erano piazzate su quasi tuti i lati), e generalmente di ugale misura, eccetto quelle poste alle foci dei fiumi (Sele, Tronto, ecc.), o ad imdiato contatto con la marina, (torri di sbaramento. Poi vi erano anche le torri ‘gardiole‘: edificate in alto, servivano per sclusivo scopo di segnalazione coi paesi situai dietro i monti.”. Onofrio Pasanisi (…), che nel 1926, pubblicò l’interessante saggio ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’. Il Pasanisi, a p. 440, in proposito scriveva che: “Alla fine del secolo XVI ed ai principi del seguente la costruzione generale delle torri marittime ordinata sin dal 1563 non era ancora finita, nè sappiamo quando ebbe effettivamente termine (1). Nel 1748, ad opera forse compiuta, tutto il regno comprendeva 379 torri (2); nel 1827 ne sopravanzarono 359, cadenti moltissime, altre occupate dai privati (3).”. Il Pasanisi (…, a p. 440, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3) Il R. Rescritto 21 febb. 1827 disciplinò l’uso di esse, cedendo parte ad alcune amministazioni (della guerra, dei telegrafi, ecc..) ed alienando, assieme a terreno adiacente, il resto. F. Dias ‘R. R. Rescritti, Napoli, 1846, vol. 6, pag. 25. Ne sono a tutt’oggi scomparse moltissime,, sia crollate, e sia convertite ad uso di abitazioni. Altre – poche di numero – rimangono ancora; in piedi alcune, dirute o semi – dirute le rimanenti; è facile tutavia distinguere il tipo e precisarne l’epoca; quadrangolari quelle costuite dalla R. Corte, di varie forme come ho già detto, le altre. Vi sono torri sveve, angioine, aragonesi, post a guardia del litorale contro i pirati d’ogni luogo e di tutte le età. Sarebbe necessario salvare con qualche provvedimento di governo quante ancora ne restano di queste vetuste torri.”. Sempre il Pasanisi (…), a p. 441, ci parla delle origini delle torri marittime ed in proposito nella sua nota (1), postillava che: “(1) Torri come mezzo di difesa e di vedetta contro repentini assalti della costa furono in uso da noi, come in tutti i paesi marittimi, sin dalla più remota antichità. Plutarco, ecc..ecc…Nei sec. X e XI quando tutto il Mediterraneo era un luogo saraceno, torri erano da per tutto, sulle balze, sui promontori, lungo le marine; molte furono tramandate alle età successive (es. la torre del Garigliano citata). Spesso attorno ad esse sorsero con l’andar del tempo addirittura delle città – (vedi ciò che dice il Chiarito circa l’origine di ‘Turris octava’ – Torre del Greco – l’ottava torre da Napoli sul lido del mare, in Giustiniani, Diz. Geografico, Napoli, 1805, ed ivi, ecc..ecc….Ma fu dai tempi degli Svevi, e degli Angioini, specialmente, che venne costituito per mezzo di esse tutto un sistema completo e permanente di difesa e segnalazione (fumo durante il giorno, fari nella notte, secondo il numero delle navi). Tutto il regno era circondato da torri; ordini circolari erano stati dati ai giustizieri circa la riparazione e la guardia di esse. (Syllabus membr. ad R. Siclae Arch., pert., vol. I, fol. 244, 262 ecc…Reg. Ang. , vol. 6, fol. 172 e specialmente Minieri-Riccio, Diario Angioino, pag. 12; ‘Nuovi studi’, ecc.., pag. 10; ‘Regno di Carlo I d’Angiò dal 12-I-1273 al 31-XII-1273, pag. 4 ecc..).”. Dunque, in questa nota (1) a p. 441, il Pasanisi, precisa i suoi riferimenti bibliografici riguardo la documentazione del periodo Svevo-Angioino, ma si tratta tutti documenti che riguardano la documentazione Angioina. Il Pasanisi (…), per l’epoca Angioina, per Carlo I d’Angiò, dall’anno 1266 al 1285, cita il testo del 1824, ‘Syllabus membranarum ad Regiae Siclae Archivum Pertinentium’, di cui parlerò. Il Pasanisi, cita pure i testi di Minieri-Riccio (…), sui Registri della Cancelleria Angioina raccolti all’Archivio di Stato di Napoli. Ma, il documento più antico che cita il Pasanisi (…), che riguarda le nostre coste e che risale all’epoca Federiciana, della dominazione di Federico II di Svevia, è il documento di cui parla a p. 433, nella sua nota (1) dove, in proposito postillava che: “(1) In un documento riportato dal Camera (Memorie storico-diplomatiche ecc.., vol. I, pag. 14 in nota)), dell’anno 1277, si dà ordine all’università di Camerota e S. Giovanni a Piro di porre guardie nella torre detta ‘Amforisca‘. Ora capo Imfreschi si trova precisamente fra Camerota e S. Giovanni a Piro. Penso per conseguenza che Infreschi non sia altro che una corruzione dell’antico nome latino ‘Amforisca’ dato alla contrada, che derivava tale denominazione del fatto che in quel luogo, come ancora oggi, si estraeva l’argilla per la fabbricazione dei vasi di terra cotta, la cui industria è tutt’ora fiorente in alcuni vicini paesi. In detto documento trovo inoltre menzione delle torri di ‘Tresino’ (Castellabate); di ‘Licosa’ (idem); di ‘Castellammare della Bruca’ (in territorio); di ‘Palinuro’ (idem), nelle istesse località cioè dove vennero edificate nel secolo XVI quelle della R. Corte.”. Il Pasanisi (…), a p. 433, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Percett. prov., Fascio 119 – Inc. “Conto di Gio. Ant. Nave R. Percettore della prov. di Principato Citra per gli anni 1569-70″, fol. 180 e sgg., 194 e seg., ed ivi per i nomi dei partitari, cessionari, soprastanti ecc..”. Alle cose sin quì riportate dal Pasanisi, dove lui stesso, parlando della torre di ‘Amforisca’, dice “dei tempi Angioini”, confermano che le torri elencate nel documento del 1277, riportato in nota dallo stesso Pasanisi (…), alcune di esse erano già preesistenti al programma della R. Corte. Il Pasanisi, scrive che alcune di queste torri, fossero d’epoca Angioina, ma io credo fossero già preesistenti all’epoca Federiciana. Il Pasanisi (…), a p. 433, nella sua nota (1), cita un documento del 1277, tratto dal testo di Matteo Camera (…), ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi’, vol. I, pag. 14. Questo documento del 1277, citato dal Pasanisi (…), parlerò innanzi. Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, stà dentro sei miglia dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grangia di S. Lorenzo della Padula dè Padri Certosini, & una Torre antichissima. Hora si possiede dalla famiglia di Stefano Napolitana, quale è antica, e nobile conforme ne Regij Archivui si vede. Ritroviamo per prima nel registro di Carlo II. nell’anno 1299, lit. A. fol. 147. Pietro di Stefano honorato dal detto Re cò titolo di Nobilis vir, e Miles cocesso in quei tempi à personaggi di grandissima stima, ecc…”.


(Fig…) Caselle in Pittari – torre medievale
Le ‘Sicche’ e le coste in epoca bizantina e Longobarda

(Fig…) Castello di Castrocucco di Maratea (PZ)
Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando delle coste longobarde nell’antica Lucania, a p. 245,riferisce un interessante notizia circa le “Sicche” (ricordiamo la “Bibo ad Siccam” o ‘Sicam’, di Cicerone) e, riferendosi a Castrocucco in proposito scriveva che: “Da nuclei di marinai, stabili a “Sicca”, e da profughi dalla città sul “Palestro”, espugnata, probabilmente, da invasori longobardi, seguiti da altrettanto feroci incursioni saracene, ecc..ecc..”.
Nel 1154, ‘Atrabis’ o ‘Petrosa’ (o Sapri ?), nel ‘Libro di Re Ruggero’ (‘Kitàb-Rugiar’)
Ho ritenuto di indagare ulteriormente su questa vicenda in quanto credo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Sapri, o un luogo vicino ad esso. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (….), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche il porto di Sapri. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro “Pixous-Policastro” (….), che parlando del Volpe (…) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Sapri. Secondo la traduzione del testo in arabo di al-Idrisi, del 1154, i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’:

(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi
Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’, nel 1876-77, a p. 97, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, a p. 97, parlando del “3° Compartimento del V clima”, scrivevano la presente traduzione di pag. 81 del testo arabo di al-Idrisi:

“Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.”. Poi aggiunge: ” Da questo Capo a qast.r.k.lì (Castrocucco) tredici miglia” .

Nella nota (2), Amari e Schiapparelli (…), postillavano che: “Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”. Dunque, secondo i due studiosi e tradutori del Libro di Re Ruggero del 1154, al-Idrisi, la parola araba b.t.r.s., corrisponde al toponimo del porto di Sapri, mentre il ‘Capo di Policastro’, corrisponde al ‘Capo Bianco’. Amari e Schiapparelli, scrivevano “Da Policastro ad ‘.tr.b.s (2) (Petrosa), conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.”. Dunque, quale dei due termini indica il toponimo di Petrosa? Il toponimo Petrosa, è indicato con il termine o la parola araba di ‘.tr.b.s. , oppure è indicato con il termine e le due parole di marsà ràs b.li qas’t.rù ? La citazione del toponimo ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, toponimi che indicano due località vicinissime, in epoca Aragonese, ci fa pensare – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo ‘.tr.b.s (‘Petrosa’) – noi crediamo – stia ad indicare il toponimo della Torre costiera di difesa dell’omonima località nei pressi di Villammare, conosciuta dal geografo arabo di Re Normanno Ruggero d’Altavilla, nel XII secolo e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – “Da Policastro a Petrosa (2) (Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. La citazione del toponimo di ‘Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “(2) Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.”, sebbene i due studiosi abbiano bene individuato la costa, quella Saprese appunto, io credo che, il testo in arabo scritto dal geografo di Re Ruggero, al-Idrisi che, nel 1154, descriveva i luoghi sulla nostra costa, sia da riferire alla località “Petrosa”, nei pressi della località costiera di Villammare, dove oggi si può vedere l’omonima Torre marittima di avvistamento e di difesa, detta della Petrosa. La presenza del toponimo di ‘Petrasia’ e, di una Torre della ‘Petrosa’, vicinissime, in epoca aragonese, ci fa pensare che il toponimo ‘Petrosa’ – secondo la traduzione del testo in arabo dei due studiosi Amari e Schiapparelli, del Libro di Re Ruggero del 1154 – non indichi un toponimo o nome di luogo di un Porto o di uno scalo marittimo – in questo caso Sapri – ma, il toponimo ‘.tr.b.s (Petrosa) – noi crediamo – stia ad indicare i toponimi di alcune Torri costiere di difesa conosciute dagli Arabi al tempo del Re Normanno Ruggero e, che la distanza indicata dal geofrafo al-Idrisi (Edrisi) – “Da Policastro a Petrosa (2) (Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri)… conosciuta col nome di marsà ràs b.li qas’t.rù (Porto del Capo Policastro) sei miglia.” – si riferisse alla distanza tra due Torri di avvistamento, di cui gli Arabi dovevano ben guardarsi nel caso di attacco. Infatti, la citazione del geografo del toponimo di ‘Capo Bianco’, quando più avanti – nella nota (2), Amari e Schiapparelli scrivono: “(2) Metatesi di b.tr.s. Il porto del quale quì è parola, corrisponde all’attuale porto di Sapri ed il Capo Policastro al Capo Bianco.” credo, si riferiscano alla località ad oriente di Sapri, dove alla fine del 1500, fu costruita la ‘Torre di Capobianco‘, altra Torre cavallara di avvistamento, costruita per la difesa delle coste in epoca Vicereale. Alcuni autori coevi come la traduzione del Rizzitano (…), del testo di Edrisi – scritto in arabo – che hanno integrato vecchie traduzioni del Joubert (…) del 1840, affermano che il toponimo arabo ‘.tr.b.s, sia “Atrabis”. Amari (2), credeva che il toponimo arabo ‘.tr.b.s , fosse ‘Petrosa’. (Atrabis o Petrosa)? Bisognerà indagare ulteriormente sull’antico manoscritto e sulla pagina in questione che cita il toponimo arabo ‘.tr.b.s . Sapri era citato con il toponimo in arabo ‘.tr.b.s (prima) e poi, invece, nella nota (2), scrivono b.tr.s (??). Amari e Schiapparelli, a pagina XV, spiegano il sistema adottato nella traduzione del testo in arabo, nella trascrizione dei toponimi “si è tenuto il sistema di far corrispondere ad ogni lettera araba una sola del nostro alfabeto, modificando con punti o con altri segni quelle lettere che devono rappresentare lettere diverse dalle nostre nella pronuncia.”. Dunque, stando a quanto scrivevano i due studiosi italiani (…), per Sapri, dovrebbe corrispondere una parola in arabo composta da otto lettere ‘. tr . b . s e secondo loro dovrebbe corrispondere alla parola arabo اخرلص che però non conosciamo perchè non abbiamo letto il testo originale di al-Idrisi. Dove sono i punti, non sappiamo quali lettere in arabo sono state scritte da al-Idrisi. Possiamo solo dire che siano otto lettere. I punti nella traduzione dei due studiosi sono 4, quindi quattro lettere che non conosciamo. Nella sua nota (2) Amari non parla di ‘.tr.b.s ma parla di: b.tr.s. Amari, prima scrive ‘.tr.b.s (Petrosa) e poi scrive b.tr.s. Bisognerà meglio studiare la pagina tratta dal manoscritto originale del “Libro di Re Ruggero”, trascritto in alcuni codici antichi come quello conservato alla Biblioteca Nazionale di Francia e verificare i punti sostituiti da Amari a quali lettere arabe corrispondono, così da avere la trascrizione integrale del toponimo di Sapri citato in arabo. Tuttavia, studiando la traduzione che ne fece il Joubert (…), nel 1840, si può leggere il toponimo arabo ‘.tr.b.s, “Atrabis”. Tuttavia, qualunque sia il toponimo citato dal geografo al-Idrisi nel suo Libro di Re Ruggero, certo è che se la notizia fosse confermata da ulteriori indagini, il toponimo di Sapri o il porto di Sapri, o il porto di Capo Policastro, era conosciuto nel 1154 e forse ancora prima della stesura del libro scritto in arabo.
L’epoca Sveva
Riguardo l’epoca Sveva e dell’Imperatore Federico II di Svevia, Lucio Santoro (…), nel suo Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli, stampato nel 1982, nella sua nota (14) a p. 31, così postillava in proposito che: “14. Dopo la morte di Guglielmo II, l’imperatore Enrico VI venne in Italia per prendere possesso del Regno spettante alla moglie Costanza ed anche per combattere gli oppositori appartenenti all’altro ramo della casa regnante normanna. Le lotte che avvennero nell’Italia meridionale in quel tempo sono documentate dal ‘Carme’ di Pietro da Eboli, che illustrò nel suo poema le varie fasi della guerra, e dall”Epistola’ di Ugo Falcando a Pietro tesoriere della chiesa di Palermo. Cfr. G.B. Siracusa, ‘Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli secondo il cod. 120 della Biblioteca Civica di Berna, Roma, 1906. Le fonti sono ambedue di grandissima importanza, soprattutto come efficace rappresentazione dello stato politico e morale esistente nel regno nell’atto in cui la dinastia normanna si estingueva e quella sveva si apprestava a succederle. Gli eventi del periodo federiciano sono narrati da Riccardo di S. Germano. La sua ‘Cronaca’ è stata pubblicata per la prima volta in F. Ughelli, ‘Italia sacra, Romae 1664, è successivamente, in E. Gattola, ‘Ad historiam Abbatiae cassinensis accessiones, Venetiis 1734, pp. 770 sgg.”.
Le Torri costiere esistevano già in epoca Sveva al tempo dell’Imperatore Federico II
Fin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X–XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata costruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II. Ecco perchè le torri costiere presenti sul nostro litorale, vengono chiamate dalla tradizione popolare orale “Torri Normanne”. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Come ho già scritto, il sistema di segnalazioni e difesa del territorio costituito da torri costiere, costruite lungo i litorali, esisteva già dallepoca della dominazione Sveva, che poi in seguito, fu mantenuto e rafforzato dai francesi Angioini. Accessi a documenti d’epoca Sveva, ancor prima dell’epoca Angioina, si trovano citati nel Pasanisi (…), che come la studiosa Anna Andreucci (…), nel suo ‘Il sistema nelle torri costiere di difesa’, a p. 221, nella sua nota (12), postillava che: “Onofrio Pasanisi, con il suo scritto già citato, pubblicato nel 1926, nel volume di ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa, è il primo studioso che si è interessato all’argomento ed è lettura obbligata per chiunque si accinga ad analoghe ricerche.”. Infatti, il Pasanisi (…), di cui parlerò, oltre a precisare la data dell’inizio del programma di costruzioni delle torri costiere fatte realizzare dai Vicerè spagnoli, sarà il primo a citare alcuni interessanti documenti d’epoca Sveva, in cui si parlava di torri costiere o di sistema di difesa realizzati in epoca anteriori a quella Angioina. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 176, sulla scorta degli studi del Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 176, scriveva che: “Nel 1233 Federico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia (come scrisse l’Ebner). Nel 1991, invece, Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, sulla scorta di Matteo Camera (…), op. cit., scriverà il contrario di ciò che scriveva il La Greca (…). Il Guzzo (…), a pp. 20-21, in proposito all’epoca Federiciana, scriveva che: “Una feroce campagna contro i Saraceni condusse anche Federico II di Svevia. L’imperatore, volendoli estirpare dalla Sicilia nel timore che potessero unirsi ai loro vicini amici africani, li debellò e, nel 1223, riuscì a confinarne circa ventimila a Lucera, in Capitanata. Ma una volta assoggettati al suo dominio, Federico II, pensò bene di utilizzare le spiccate virtù guerriere nelle lotte che travagliarono la sua permanenza in Italia. I Saraceni vennero così a costituire il miglior nerbo dell’esercito imperiale e, come scrisse il Camera, furono il “braccio diritto” di Federico II, guadagnandosene, per le brillanti qualità militari e la costante devozione, ogni sorta di garanzie e di privilegi. (18).”. Il Guzzo, a p. 21, nella sua nota (18), postillava che: “(18) M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, 1841, vol. I.”. Dopo la “Congiura di Capaccio” nel 1242, episodio in cui alcuni Baroni del Regno, primi tra questi, al solito, i Sanseverino, decidono di ribellarsi all’Imperatore Federico II di Svevia, che era stato scomunicato dal papa, e dopo il suo epilogo che avvenne a Capaccio in cui tutti i congiurati vennero sterminati, compreso Tommaso e Guglielmo Sanseverino. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, parlando dell’Imperatore Svevo Federico II e, soprattutto al periodo successivo alla ‘Congiura di Capaccio’ ed alla crudele repressione che ne seguì, in proposito scriveva che: “Cercò poi di estromettere i feudatari dai castelli costruiti dopo il 1189, per cui non potevano avere avuto alcuna concessione e ne dispose l’obbligo di manutenzione, a cui dovevano partecipare i villaggi vicini e lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra alcuni dei principali castelli che ruotavano attorno alla proprietà regia vi era quello di Camerota e quello di Policastro, che ricadeva nelle pertinenze del fueudo di Camerota, vi era anche quello di Roccagloriosa (distrutto dai Francesi nel 1806), alla cui manutenzione dovevano collaborare anche tutti gli uomini liberi del feudo di Castellammare della Bruca (Velia).”. Amedeo La Greca, a p. 176, parlando delle fortificazioni ai tempi di Federico II, riferiva notizie intorno al castello di Laurino. Pietro Ebner (…) scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del Castello di Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 156, come mostra l’immagine). L’Ebner (…) scriveva che: “Un documento di Federico II informa che alle opere di manutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro, Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (4).”, di cui si parla nei documenti pubblicati dal Carucci (…). Molti documenti dell’epoca Federiciana, riguardanti le nostre terre e l’ex Principato Longobardo di Salerno, furono pubblicate da Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, che, nel volume I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), pubblicava molti documenti d’epoca Federiciana. Tuttavia, per citare alcuni documenti d’epoca Federiciana, riguardanti le nostre coste, ho tratto alcune interessanti notizie da Onofrio Pasanisi (…), che nel 1926, pubblicò l’interessante saggio ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’. Il Pasanisi (…, a p. 440, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3) Ne sono a tutt’oggi scomparse moltissime, sia crollate, e sia convertite ad uso di abitazioni. Altre – poche di numero – rimangono ancora; in piedi alcune, dirute o semi – dirute le rimanenti; è facile tutavia distinguere il tipo e precisarne l’epoca; quadrangolari quelle costuite dalla R. Corte, di varie forme come ho già detto, le altre. Vi sono torri sveve, angioine, aragonesi, post a guardia del litorale contro i pirati d’ogni luogo e di tutte le età.”.
Nel 1235, Federico II ordina la ristrutturazione di alcune Torri costiere
Fin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X–XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 176, scriveva che: “Nel 1233 Federico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), non postillava nulla al riguardo, e non forniva alcun riferimento bibliografico. E’ molto probabile che il La Greca (…), si riferisca ad un documento di cui parlava anche Pietro Ebner (…) che, nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – ecc..’, che a p. 111, parlando dell’epoca sveva e di Federico II, nella sua nota (13), postillava in proposito che: “(13) Nell’istrumento che riguarda le torri di Tresino, Licosa, Palinuro, Ascea e San Giovanni a Piro , è riportata la lettera imperiale a “dompni Thome de Montenigro imperialis iusticiarum Principatus et Terrae beneventane”. L’istrumento (l’Atto) (ABC, L., 23: Tresino augusti 1235, VIII) è stato pubblicato tra i “Documenti” in appendice a ‘Castelli torri e borghi della costa cilentana (Salerno 1969, p. 203) di Mario Vassalluzzo.”. Infatti, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), a pp. 215-216-217, in “VI Documenti”, in Appendice, pubblicava l’interessantissimo documento risalente all’anno 1235, epoca Federiciana: “Documento n. 1”, però il Vassalluzzo scrive: “Istrumento riguardante le torri di Tresino, Licosa, Palinuro, Ascea e S. Giovanni a Piro (anno 1235).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 218, in proposito riportava i nomi dei sottoscrittori dell’Atto ed in proposito scriveva che: ” + Signum Iohannuzi Marchisani, qui presens fuit (1).”. Il Vassalluzzo, a p. 218, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Archivio Cavense, Arca L, n. 23.”. Dunque, il documento dell’anno 1235, citato da Ebner (…) e, pubblicato integralmente dal Vassalluzzo, si riferisce all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia, prima della nota ‘Congiura dei Baroni’ o ‘Congiura di Capaccio’, del 1242. Il Vassalluzzo (…), parlando dei Saraceni sulle nostre coste, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “Altre scorrerie essi faranno sulla costa, al tempo di Federico II (12), di Carlo d’Angiò (13), degli Aragonesi (14) e degli Spagnoli (15).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 32, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Archivio Cavense, Arca L, n. 23″, (che è la collocazione del documento del 1235, da lui pubblicato).”. Sempre il Vassalluzzo (…), a p. 32, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Santoro L., Le torri costiere della Campania, in Napoli Nobilissima, anno 1967, vol. VI, pag. 38.”. Dunque, l’antico documento del 1235, tratto dagli Archivi dell’Abbazia Benedettina di SS. Trinità di Cava de Tirreni, che Ebner (…), a p. 111, nella sua nota (13), postilava e citava la Lettera Imperiale “dompni Thome de Montenigro imperialis iusticiarum Principatus et Terrae beneventane”, tratta da “(ABC, L., 23: Tresino augusti 1235, VIII)”, di Federico II di Svevia, “Tresino, Casale cilentano, dell’agosto 1235, VIII indizione”, ci parla dell’incursione dei Saraceni che fecero nell’anno…….e che indussero l’Imperatore Federico II di Svevia a rinforzare delle Torri costiere già preesistenti all’epoca di Federico II: la Torre di Tresino; Torre di che riguarda le torri di Tresino, Torre di Licosa, Torre di Palinuro, Torre di Ascea e, Torre di San Giovanni a Piro, sulla costa di Scario. Sempre dal Vassalluzzo (…), ci vengono alcune interessanti notizie storiche sulle torri e sul periodo Federiciano. Il Vassalluzzo (…), a p. 71, in proposito alla Torre di Tresino scriveva che: “La Torre di Tresino, posta come collegamento tra quella di S. Francesco e l’altra di Licosa, mediante la Torre di ‘Pagliarolo’, ecc….Ecco perchè la troviamo nelle carte del XIII secolo, alla cui custodia e manutenzione erano tenuti l’Abate di Cava ed il Vescovo di Capaccio (31). Nel 1277, però sotto il regno degli Angioini, essa appartiene alle Università di Agropoli. Infatti è a questa Università che il re Carlo, tramite il Giustiziere del Principato Citra, si rivolge perchè si preoccupi della custodia della torre e delle segnalazioni necessarie (32)……Tresino, però è famosa perchè ha dato i natali ad un grande santo benedettino, S. Costabile, IV abate di Cava, che morì nel 1124, dopo aver dato grande impulso al Cenobio Cavense ed un centro importantissimo al Cilento nel Castello dell’Abate. A Tresino, già nell’anno 1187, era un approdo detto “Stayno”, in attività ancora al tempo degli Angioini, ed era uno dei tanti porti che il Monastero di Cavense aveva sulla costa (34).”. Il Vassalluzzo, a p. 72, nella sua nota (31), postillava che: “(31) il documento n. 1”. Il Vassalluzzo, a p. 72, nella sua nota (33), postillava che: “(32) Camera, op. cit. vol. I, p. 15.”. Il Vassalluzzo (…), pubblicò il documento a pp. 215-216-217:

(Fig…) Documento n. 1 – Documento del 1235 (epoca Sveva) tratto dal Vassalluzzo (…), p. 215
Si tratta del documento di cui ci parlava anche il Pasanisi (…). Nella sua edizione del 1876, nel suo Cap. II, nella sua nota (6), a pp. 14-15, il Camera riporta una ‘provvisores’ di re Carlo I d’Angiò del 1277, ed in proposito scriveva che: “(6) In un’altra provvisione dello stesso re Carlo, indirizzata al Giustiziere di Principato, ecc…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 73, nella sua nota (34), riguardo Tresino, postillava che: “(34) Ventimiglia D., Il Castello dell’Abate e i suoi casali, pag. 93.”. Ciò che scrive il Vassalluzzo, riguardo l’epoca Federiciana ed alcuni casali cilentani, e le Torri costiere, è stato riassunto dal Guzzo (…), a pp. 239-240, dove in proposito scriveva che: “Ma già molto prima dell’arrivo degli Spagnoli, a difesa delle nostre coste erano sorti castelli, torri e fortificazioni varie. La maggior opera in tal senso era stata svolta dai monaci benedettini della Badia della Trinità di Cava. Questo Cenobio, eretto nell’anno 1111 da Alferio Pappacarbone, ben presto, per le concessioni munifiche dei vari principi, accrebbe il suo prestigio che, iniziato con San Leone di Lucca, abate di Cava, al tempo del grande Pietro Pappacarbone, ….nacque una potente organizzazione monastica con i suoi borghi, le sue fortezze ed i suoi porti, i suoi casali rustici, le sue culture, le sue industrie e la sua regolamentazione economica e civile (4).”. Il Guzzo (…), a p. 240, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di San Matteo Evangelista, Roma, 1958, p. 53.”.
Nel 1230-1231, Federico II ordina la ristrutturazione di alcuni castelli
Forse il La Greca (…), si riferiva ad un documento di qualche anno anteriore, ma sempre d’epoca Federiciana, risalente all’anno 1230-1231 (?). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 108, riferendosi all’Imperatore Svevo Federico II e, all’anno 1230-1231 (?), in proposito scriveva che: “Non meraviglia, quindi, se tentò di estromettere i faudatari dai loro castelli costruiti dopo il 1189 nei punti più strategici creando “provisores” (5) e disponendo che alla manutenzione dei castelli medesimi (rifacimenti, ecc..) partecipassero, con i villaggi vicini, anche quelli lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra i castelli elencati, vi è quello di Laurino e quello di Policastro, ecc..”. L’Ebner, a p. 109, scriveva ancora che: “Nei documenti imperiali sono elencate le altre baronie tenute a concorrere alla manutenzione dei vari castelli con riferimento a un solo feudatario, “domini Gisulfi de Magina”, segno evidente di prestigio e di rapporti più autorevoli con l’Imperatore.”. Ebner, a p. 108, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Degli altri castelli ivi elencati (pp. 157-159) è ancora notizia delle baronie tenute a provvedervi: Castrum Policastri: baronie Camerote; Castrum Rocce de Gloriosa: homines tocius baronie Castris Maris – Castellammare della Bruca e cioè Velia -; Castrum Capuacci: baroniam ecc…”. L’Ebner (…) scriveva che: “Un documento di Federico II informa che alle opere di manutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro, Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (…).”, di cui si parla nei documenti pubblicati dal Carucci (…). Parlando del Castello e della fortezza di Policastro, Pietro Ebner, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, riferendosi all’Imperatore Federico II di Svevia, scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del castello di Policastro (32).”. Ebner, a p. 336, nella sua nota (32), postillava che: “(32) Fidericus (…) Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscoli provisoribus castrorum, li costituisce provisores dei castrorum nostrum di Principato, Terra di Lavoro e Terra Beneventana (…) Castrum Policastri, ecc…”, e faceva riferimento al Carucci, vol. I, p. 89. Devo precisare però che il documento pubblicato a p. 89 del vol. I dal Carucci, riguarda la facenda del medico di Federico II e non dice nulla sui ‘provisores’ nominati per il “Castrum Policastri”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero il vol. I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, a pp. 156-157-158, pubblicava il documento del 1230-1231, citato dai due studiosi Natella e Peduto e da Pietro Ebner (…): “LXXVIII. 1230-1231 (?) Federico II, nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato ecc..”.

(Fig…) Anno 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 e in Carucci, vol. I, p. 157 (Archivio Attanasio)
Il Carucci (…), sempre nel suo vol. I, a p. 157, postillava che: “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi (Dal Winkelmann, Acta Imperii, pag. 775, e da Sthamer Eduard (…), in ‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914.”. :

(Fig…) Anno 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 e in Carucci, vol. I, p. 157 (Archivio Attanasio)
Infatti, come scriveva pure Pietro Ebner (…), vol. II , p. 336, nella sua nota (32), postillava che, nel documento vi è scritto che per “Castrum Policastri, debet reparari per homines Turturelle, et per homines Sanse, per homines Turracae, per homines Rofrani item per homines Brighelli (Rivello ?) et Triclani (Trecchina), qui sunt de iustitieriatu Basilicae; item potest reparari per homines Muclarone (Morigerati, nel 1294 Moregerarum) et per homines totius baronie Camerote, que homnes terre sunt vicine Policastro in quo nulla est familia ordinata. Carucci cit. ibidem.”.


(Fig….) Documento Federiciano, tratto dal Carucci (…), vol. I, pp. 156-157
La difesa anticorsara degli Angioini

(Fig….) Torre Angioina a Novi Velia
Furono gli Angioini a pensare a un sistema permanente e completo di difesa e di segnalazione con fumo e fuochi dall’alto di torri collocate in promontori e in vista una dell’altra. Tale sistema fu realizzato solo in minima parte, anche a causa dei continui cambiamenti politici e finì per passare sotto il controllo dei feudatari e delle famiglie che intendevano proteggere i propri territori, piuttosto che le popolazioni dei centri abitati. Non è facile stabilire l’epoca di costruzione delle Torri marittime, esistenti all’epoca sulla costa Saprese ma ritengo che moltissime di esse, già esistessero e che fossero da molto tempo funzionanti. Sulle Torri cosiere costruite all’epoca di Federico II di Svevia e quelle successive costruite in epoca Angioina, al tempo della disastrosa per le nostre terre “Guerra del Vespro”, che le interessò particolarmente, poco si è scritto e, poco si è detto e si è indagato. Le nostre zone, e soprattutto le nostre coste, costituirono il primo vero baluardo nella Guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi e già prima Federico II, aveva fatto costruire sulle nostre coste diferse fortificazioni. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “In due carte quattrocentesche, dell’epoca della guerra del Vespro, si nota l’impotanza che gli Angioini annettevano a Policastro, il cui castello era stato trasferito dal feudatario alla R. Curia. Nel 1284, la città era custodita dal milite Taddeo di Firenze., al quale furono trasferiti altri 65 servienti armati.“. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (79), postillavano che: “(79) Carucci, op. cit., II, p. 147 e pp. 252-254.”, ma dell’interessante notizia delle due carte quattrocentesche, il Carucci (…), non fornisce alcun riferimento bibliografico. In particolare per il casale citato, ci conforta l’immagine Fig…. (…), della carta d’epoca aragonese – dove essi vengono citati. La carta inedita, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, riveste una particolare importanza per i nomi dei luoghi o toponimi in essa citata, inoltre essa, è forse l’unica testimonianza cartografica dei due toponimi in questione che, ritroviamo solo in questa carta. Come si può vedere, nell’immagine sopra che illustra la carta in questione, nelle campagne poste a ridosso della fascia costiera di Sapri, e dopo il centro abitato di Sapri, andando verso Acquafredda, si possono leggere alcuni nomi di luogo, dei quali non conosciamo l’origine e che oggi sono del tutto scomparsi o di cui rimangono pochi ruderi. Nella carta in questione sono segnate con il colore rosso dei piccoli centri urbani o gruppi di costruzioni, che stanno ad indicare piccoli casali o borghi. Guardando la carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, d’epoca Aragonese, dunque molto più antica del ‘Croquì’, ci accorgiamo che, all’altezza e di fronte lo scoglio dello Scialandro, che pure è segnato, vediamo riportata solo la figura colorata in rosso di una torre ma senza l’indicazione del suo nome. Nella stessa carta d’epoca aragonese, all’altezza dell’attuale Canale di Mezzanotte, vediamo indicata un’altra torre (sempre di colore rosso) che anche quì non è scritto il suo nome ma io credo fosse propio la Torre dello Scialandro. Le due torri, segnate lungo la costa ad oriente di Sapri e sul monte Ceraso, nella carta d’epoca Aragonese, indicate solo con il disegno di una torre ma senza i nomi, io credo siano proprio le torri citate da Scipione Mazzella Napolitano (…), segnalate nel suo ‘Descrittione del Regno di Napoli’, edito nel 1568.
Nel 1277, Carlo I d’Angiò
Tuttavia, per citare alcuni documenti d’epoca Federiciana, riguardanti le nostre coste, ho tratto alcune interessanti notizie da Onofrio Pasanisi (…), che nel 1926, pubblicò l’interessante saggio ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’. Il Pasanisi (…), a p. 432, in proposito diceva che: “Nulla sappiamo della venuta del Salazar negli altri due versanti del Jonio e del Tirreno (3). Solo ci risulta che in Principato Citra ed in Basilicata fu iniziata da parte di molti partitari la costruzione delle torri ordinata sin dal 1566. Torri si costruivano da ‘Castellammare della Bruca’ al ‘Monte Palinuro’ da parte di Cola Vito Fasano ed ancora le seguenti per conto di altri: ecc.., alla ‘Punta della Licosa’ (idem), nelle località di ‘Camerota’, ‘Zancale’, ‘Maresca’, Calabianca’, e ‘Farconara’ e, nel luogo istesso ove esisteva l’altra torre ‘Amforisca’ dei tempi di Angioini, al capo ‘Infreschi’ cioè (1). Sette torri inoltre del partito di mastro Scipione Fasano si costruivano “nella marina di levante” di Basilicata (2).”. Il Pasanisi, a p. 433, nella sua nota (1), in proposito postillava che: “(1) In un documento riportato dal Camera (Memorie storico-diplomatiche ecc.., vol. I, pag. 14 in nota)), dell’anno 1277, si dà ordine all’università di Camerota e S. Giovanni a Piro di porre guardie nella torre detta ‘Amforisca’. Ora capo Imfreschi si trova precisamente fra Camerota e S. Giovanni a Piro. Penso per conseguenza che Infreschi non sia altro che una corruzione dell’antico nome latino ‘Amforisca’ dato alla contrada, che derivava tale denominazione del fatto che in quel luogo, come ancora oggi, si estraeva l’argilla per la fabbricazione dei vasi di terra cotta, la cui industria è tutt’ora fiorente in alcuni vicini paesi. In detto documento trovo inoltre menzione delle torri di ‘Tresino’ (Castellabate); di ‘Licosa’ (idem); di ‘Castellammare della Bruca’ (in territorio); di ‘Palinuro’ (idem), nelle istesse località cioè dove vennero edificate nel secolo XVI quelle della R. Corte.”. Il Pasanisi (…), a p. 433, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Percett. prov., Fascio 119 – Inc. “Conto di Gio. Ant. Nave R. Percettore della prov. di Principato Citra per gli anni 1569-70″, fol. 180 e sgg., 194 e seg., ed ivi per i nomi dei partitari, cessionari, soprastanti ecc..”. Alle cose sin quì riportate dal Pasanisi, dove lui stesso, parlando della torre di ‘Amforisca’, dice “dei tempi Angioini”, confermano che le torri elencate nel documento del 1277, riportato in nota dallo stesso Pasanisi, confermano che queste torri erano già preesistenti al programma della R. Corte.”. Il Pasanisi, scrive che alcune di queste torri, fossero d’epoca Angioina, ma io credo fossero già preesistenti all’epoca Federiciana. Il Pasanisi (…), a p. 433, nella sua nota (1), cita un documento del 1277, tratto dal testo di Matteo Camera (…), ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi’, vol. I, pag. 14. Nella sua edizione del 1876, nel suo Cap. II, nella sua nota (6), a pp. 14-15, il Camera riporta una ‘provvisores’ di re Carlo I d’Angiò del 1277, ed in proposito scriveva che: “(6) In un’altra provvisione dello stesso re Carlo, indirizzata al Giustiziere di Principato, stà scritto: “Jiusticiario Principatus, licterae responsales, de custodia maritimarum et de faciendis fanis in turribus consuetis sub periculo Universitatum inter quae tatuti sunt videlicet, Universitas Cilenti in turri quae dicitur Caricla; Universitas Castri Abbatis in tutti quae dicitur Licosa; Universitas Agropoli in turri quae dicitur Tresine; Universitas Castrimari de Bruca in turri quae dicitur Issica; ecc… Università San Severini de Camerota in turri quae dicitur Palus nudus (sic!): Universitas Camerotae et S. Johannis ad Pirum in turri quae dicitur Amforisca; ecc..”. Il documento del 1277, epoca Angioina, è del “‘Sub die 19 aprilis, VI Indict. 1277′., tratto da Ex Regest. Caroli I, 1 an. 1278-1279, lit. H., fol. 93 v.”. Dei 1066, documenti inediti provenienti dall’Archivio Angioino dell’Archivio di Stato di Napoli, il Carucci (…), nel suo vol. I, del suo ‘Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo’, non vi è traccia di questo del 1277, pubblicato da Matteo Camera (…). Il documento è pubblicato dal Minieri-Riccio. Dunque, nel documento “provvisione” del 1277, in cui re Carlo I d’Angiò, scriveva al Giustiziere del Principato, si ordinava alle università (i Comuni del tempo), per esempio a quella di “Camerota e S. Giovanni a Piro di porre guardie nella torre detta ‘Amforisca”. Questo documento del 1277, conferma la mia ipotesi che alcune torri elencate da Scipione Mazzella Napolitano (…) e che risultano in alcuni documenti della Real Corte Vicereale siano stati realizzati all’epoca Vicereale, ma erano già preesistenti e furono oggetto di opere di rinforzo o di rifacimento parziale. La Torre dell’Amforisca a Camerota, è una delle tanti torri forse fatte costruire dai Normanni e poi in seguito fatte rimaneggiare dall’imperatore Federico II di Svevia, che li avocò nella Regia Curia. Forse questo è lo stesso documento di cui ci parla il sacersote Mario Vassalluzzo (…) che, a p. 71, in proposito alla Torre di Tresino scriveva che: “Nel 1277, però sotto il regno degli Angioini, essa appartiene alle Università di Agropoli. Infatti è a questa Università che il re Carlo, tramite il Giustiziere del Principato Citra, si rivolge perchè si preoccupi della custodia della torre e delle segnalazioni necessarie (32)“. Il Vassalluzzo, a p. 72, nella sua nota (33), postillava che: “(32) Camera, op. cit. vol. I, p. 15.”.
Nel 1284, Carlo I d’Angiò manda istruzioni per le Torri costiere
Sempre il Pasanisi (…), a p. 441, ci parla delle origini delle torri marittime ed in proposito nella sua nota (1), postillava che: “(1) Torri come mezzo di difesa e di vedetta contro repentini assalti della costa furono in uso da noi, come in tutti i paesi marittimi, sin dalla più remota antichità. Tutto il regno era circondato da torri; ordini circolari erano stati dati ai giustizieri circa la riparazione e la guardia di esse. (Syllabus membr. ad R. Siclae Arch., pert., vol. I, fol. 244, 262 ecc…Reg. Ang. , vol. 6, fol. 172 e specialmente Minieri-Riccio, Diario Angioino, pag. 12; ‘Nuovi studi’, ecc.., pag. 10; ‘Regno di Carlo I d’Angiò dal 12-I-1273 al 31-XII-1273, pag. 4 ecc..).”. Dunque, nella nota (1), a p. 441, il Pasanisi (…), cita il testo di Minieri-Riccio (…), che nel suo ‘Diario Angioino’, a p. 12, in proposito cita un documento Angioino del “26 Sabato”, “Febbraio Indizione 12°”, dell’anno 1277, e, così scriveva che: “26 Sabato. Il Principe ordina a tutti i Giustizieri del Regno che tanto nelle torri che in tutti i luoghi marittimi si facciano i fari per potere avvisare l’approssimarsi del nemico e dei ribelli, avendo saputo che i Siculi-Aragonesi con gran numero di vascelli si preparavano a passare contro il continente (38).”. Il Minieri-Riccio (…), a p……, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Reg. Ang. 1284, riassunto dal De Lellis, ivi fol. 93 t.”. Un documento del 2 maggio 1284, del Principe di Salerno, ci parla di Torri costiere costruite lungo le coste del Regno di Napoli, ed in particolare lungo le coste del basso Cilento, area di Policastro. Il documento del 1284, è uno dei primi documenti che attesta e dimostra che di torri costiere ve ne erano costruite ed esistenti sulla nostra costa già dall’epoca della guerra del Vespro. Il documento del 1284, fu pubblicato da Carlo Carucci (…), nel suo vol. II, del ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, edito nel 1934. Infatti, il Carucci (…), nel vol. II, a pp. 149-150-151, pubblicando l’antico documento “XLVI 1284, 2 maggio, Napoli”, egli scrive che: “Il Principe di Salerno manda al giustiziere del Principato gli ordini riguardanti i segnali che si debbono fare dalle persone addette alla custodia delle torri del litorale da Policastro a Castellammare, per far conoscere il passaggio o lavvicinarsi di navi nemiche. Le università, cui spetta, debbono tenere d’ora innanzi custodi su torri o in altri luoghi, non lungi dal mare, di notte e di giorno. Ecc…ecc…”, come possiamo leggere nel documento:



(Figg…..) Policastro all’epoca Angioina, tratta dal Carucci (…), pp. 149-150-151
Il Carucci (…), trae l’interessante documento dai Registri della Cancelleria Angioina, e a p. 150, per un altro simile documento postillava che: “Reg. ang. n. 45, fol. 85b L’11 maggio il principe manda gli stessi ordini a Ruggiero di Sangineto, Giustiziere di Terra di Lavoro e del Molise (Reg. n. 49, fol. 150a)”, che attesta che dette torri costiere vi erano anche lungo la costa pugliese. Dal documento del 2 maggio 1284, possiamo trarre la notizia che all’epoca della guerra del Vespro, sulle nostre coste, da Policastro a Castellammare di Stabia, gli Angioini, ordinavano ai Giustizieri del Regno di Napoli (per il Principato Citra era Herberto de Aurelianeis), di fare delle segnalazioni nel caso di avvistamenti di navi o convogli nemici. Spiega come segnalare eventuali convogli di navi nemiche e dice che “i segnali che si debbono fare dalle persone addette alla custodia delle torri del litorale da Policastro a Castellammare”, attestando che vi erano delle persone addette e pagate per la custodia di torri costiere. Questo documento parla espressamente di torri costiere e gli ordini ed istruzioni vengono impartiti espressamente per i custodi delle Torri costiere: i Torrieri, uomini armati pagati per la custodia di queste piccole fortificazioni costruite lungo le coste del basso Cilento. Già precedentemente e sempre all’epoca della guerra del Vespro, gli Agioini, davano notevole importanza alle fortificazioni costiere. Il Carucci (…), che trae i documenti da un Diario di Minieri-Riccio (…), a pp. 121, citava un documento precedente a quello di cui ho già parlato del “XV. 1283, 28 luglio, Nicotera”, e in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive alle persone addette alla custodia delle coste del golfo di Policastro di permettere che Ruggero di Cetraro carichi nei porti di Maratea cento salme di frumento e di orzo, e le trasporti, per mare in piccole barche, a Nicotera per i bisogni dell’esercito. Non richieggano quindi da lui diritti di uscita o di dogana, ma richieggano una sufficiente cauzione per l’impegno che esso assume di portare le cento salme anzidette all’esercito regio e non altrove.”. Il Carucci a p. 121, postillava che il documento era tratto dai Registri Angioini: “Reg. ang. n. 46, fol. 105a”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337, in proposito scriveva che: “Nel 1269,…vi è pure un ordine di recupero dall’erede del Giudice Ruggiero di Policastro; un ordine di esibizione delle decime al vescovo di Policastro (35); la nomina del bàiulo di Policastro a “prepositus” alla strada che dal ponte sul Sele andava fino a Polla e alla strada che da Policastro andava a San Giovanni a Piro e poi fino a Tropea (36). Nel 1271 è un ordine al milite Alessandro di Policastro di prendere possesso del monastero di Curacio, in territorio di Castelluccio (Calabria ?) che il re gli aveva donato (37). ecc..”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Reg. 10, f. 41 t = vl. VI, p. 132, n. 642”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (36), postillava che: “(36) Reg. 10, f. 115 t e 115 bis = vol. VI, pp. 237-238, n. 1266.”. Ebner, a p. 337, vol. II, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Reg. 1271, A., f. 111 = vol. VII, p. 205, n. 162.”. Il Guzzo (….), a p. 175, a proposito di Policastro all’epoca Angioina, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il secolo XIII e, al tempo degli Angioini, raggiunse un’importanza strategica e castrense notevolissima (Di Luccia, p. 8). Nel 1284, troviamo Policastro custodita dal milite e giudice Taddeo di Firenze, affiancato e coadiuvato da 65 soldati armati.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81). Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Sempre il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. . Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Continuando il suo racconto il Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata. Nella seconda metà del XV secolo, i Petrucci ne avevano notevolmente ampliato il territorio nel basso Cilento (85). Dopo la congiura dei Baroni e il sequestro dei beni ai congiurati (86), la contea di Policastro che era stata avocata a sè dalla Corona, fu acquistata da Giovanni Carafa della Spina (87).”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (85), postillava che: “(85) E. Perito, ‘La congiura dei baroni e il conte di Policastro’, Bari 1926.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (86), postillava che: “(86) ASN, Privilegi della Sommaria, nei voll. 18 e sgg.; E. Perito, ‘La congiura ….’, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(88) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F. A. Vanni, ‘Cronica di Majerà, ms, cit.”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’.
La torre dello Scialandro sulla costa di Sapri verso il confine con la Basilicata

(Fig….) Torre dello Scialandro visibile sulla SS. 18 Tirrenia inf., andando da Sapri verso Acquafredda e, prima di arrivare al Canale di Mezzanotte (Foto e Archivio Attanasio)

(Fig….) Torre dello Scialandro vista dal satellite Landsat- tratta da Google maps

(Fig….) Torre dello Scialandro visibile sulla SS. 18 Tirrenia inf., andando verso Acquafredda
Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 432, parlando del porto e della baia di Sapri, in proposito scriveva che: “Vien di presente la bocca del porto guardata da due Torri una chiamata di Lubertino ad oriente, l’altra detta Buondormire ad occidente.”. Dunque, nel 1745, anno della sua prima edizione, l’Antonini ci parla solo di due torri poste a guardia dell’ampia baia di Sapri, ma nessuno accenno alla Torre dello Scialandro, che alcuni confondono e la chiamano “Torre Mezzanotte”. L’Antonini (…), dopo aver parlato di Sapri e di Torraca, proseguendo il suo viaggio geo-storico verso Acquafredda, a p. 436, in proposito scriveva che: “Ritornati al mare di Sapri, ed ad oriente secondo l’intrapreso corso, camminando, trovasi vicino allo scoglio detto Scialandro, sorgere in mare un non mediocre fiume, chiamato Obertino, la di cui acqua nè giorni di calma si può bere senza che sia con quella del mare mischiata, ma nè tempi di mediocre agitazione è coverto, e econfuso, nè si vede, che ‘l solo suo gorgogliare. Or da quì fino alla marina di Maratea, che n’è sette miglia lontano, è ch’è una catena di continuati dirupatissimi scogli, si trovan varie sorgive, e ruscelli, di dolcissime acque, e da quando in quando delle grotte, ove i colombi fanno lor nidi, e l’està vi è deliziosa caccia di essi, che anche io due volte con sommo piacere ho fatta. ‘Ferrario’ fa erroneamente di dodici miglia questa distanza, e dice, che va in mare sott’acqua, poco sopra accennato, non saprei qual altro potesse essere.”. In questi passi, il barone Antonini (…), benchè ci parlasse delle numerose grotte, presenti lungo la linea di costa ad oriente di Sapri, ovvero verso Acquafredda e dicendo addirittura che egli stesso avrebbe fatto deliziosa caccia di falchetti e uccelli che ivi nidificano e si vedono in queste grotte e fuori i “dirupatissimi scogli”, non aveva visto o non si era accorto che dopo la località ‘Scifo’, dall’altra parte dello sperone roccioso, appollaiata su uno di questi, vi era la vecchia torre dello Scialandro. Antonini, pur andandoci a caccia per mare, non accenna affatto alla Torre di Scialando. Forse nel 1745, questa torre, come io credo, era stata abbandonata già dal 1566, anno questo dei primi programmi di ricostruzione di torri lungo la costa nel Regno di Napoli al tempo del governo Spagnolo. Forse da mare non la vedeva. Sull’epoca di fondazione della ‘torre dello Scialandro’, come pure di altre torri come quella della ‘Petrosa’ a Villammare, questa pure citata dal Pasanisi, o della ‘torre del Buondormire a Sapri, non abbiamo notizie documentate ma credo si tratti di torri molto più antiche risalenti all’epoca anteriore della guerra del Vespro tra Angioini ed Aragonesi. Le Torri di guardia o di avvistamento (guardiole), più piccole, con pochi uomini di guardia ed un solo cannone, erano disposte sulle alture, oppure lungo la costa, spesso in località difficilmente raggiungibili, ma in ottima posizione per sorvegliare molte miglia di mare. ogni torre era in vista delle due limitrofe, in modo da poter comunicare, sia durante il giorno (segnali di fumo) che di notte (con l’accensione di fuochi). Il numero di fuochi corrispondeva a quello delle navi in arrivo e la fumata, (nei limiti delpossibile…..) era rivolta nella direzione da cui queste provenivano. entrambi i tipi di segnalazione erano preceduti da un suono di campana. Le Torri angioine, più antiche, di forma cilindrica, con basamento a tronco di cono che rappresenta i 2/3 dell’altezza dell’intera torre ed è sormontato da una cordonatura (redondone o toro) di tufo grigio in piperno (roccia vulcanica proveniente dalle cave napoletane poste ai piedi dei Camaldoli) o materiale simile, e mura poco spesse. Avevano funzione, essenzialmente “di avvistamento”. Le torri circolari, quelle d’epoca Angioina, caddero in disuso con l’avvento della polvere a sparo. Fu l’avvento dell’artiglieria a segnare il passaggio dalla forma circolare a quella quadrata, per meglio resistere alle cannonate. Le nuove Torri, costruite con criteri più moderni, erano così in grado di assolvere a funzioni di avvistamento, riparo ed anche offesa. Talvolta, due o più Torri venivano unite da ballatoi. L’ingresso veniva aperto sul lato a monte, al piano superiore (3-6 m. di altezza) e poteva essere dotato di una scala retraibile., anziché in muratura. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo pregevole studio sui ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1975, nel capitolo III: “Le Torri costiere nel Viceregno”, a p. 45, mostrava un disegno tratto dalle Carte e stampe, conservate all’Archivio di Stato di Napoli, da cui io stesso, trassi diversi documenti inediti:

In questo disegno, si vedono le due principali tipologie di torri costiere. La torre dello Scialandro, appartenente al sistema difensivo costiero del Regno di Napoli, ma di sicuro non faceva parte del programma di costruzione promosso dal Governo Vicereale.
La ‘Cronaca’ su Pisciotta del notaio Giovanni Antonio Ferrigno
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Il Barone Antonini (…), infatti, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”.

Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Due miglia poi sul mare, è la grossa Terra di Pisciotta (I), con un Monistero di Frati Francescani….ed a’ giardini danno, malamente dal Signor Gatta allogata nel ‘Vallo di Novi’ al fol. 300 della sua ‘Lucania Illustrata’. Tutte le frutta, e l’oglio sopra tutto, che in quantità grande produce, io lo ripongo fra i più belli del Regno. Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV fu da Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..“. L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “L’Antonini (37) contesta al Gatta ecc…e le rovine di Molpa distrutta nel 1494 dai “Corsari d’Africa”. Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti.”. Riguardo la relazione del Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806.
Gli Angioini contro gli Aragonesi e gli Almugaveri
Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “Contro l’avanzata degli Almugaveri, durante la guerra del Vespro, fu preposto alla difesa della costa, da Salerno a Policastro, Tommaso Sanseverino (82).”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (82), postillava che: “(82) Gli Almugaveri o Almugavari erano soldati di fanteria, velocissimi nell’attacco, feroci contro la popolazione della costa. Erano alle dipendenze di un “adil” (duce). Inizialmente erano costituiti da arabi catalani, guasconi, aragonesi, navarresi, majorchini. Furono apprestate fortificazioni anche a S. Maria, a Capitello, a Bosco, a Camerota, e presso il monte Bulgheria. A Giacomo Sanseverino si deve la costruzione del castello, iniziata nel 1293 e terminata nel 1309, come da iscrizione sul portale. Sui Sanseverino, cfr. G. Azzarà, I Sanseverino nella storia d’Italia, in “SM”, a. V (1972), fasc. IV; Idem, I Sanseverino conti di Montesano, Padula, Sanza, Policastro, in “SM”, a. VIII (1975), fasc. III-IV, p. 335.”. Orazio Campagna (…), a p. 260, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “Durante la guerra del Vespro, nonostante ne fosse stata rinforzata la difesa anche con armi fatte pervenire anche da Melfi (84), fu occupata dagli Almugaveri, il cui presidio, però fu presto sopraffatto, e la fortezza fu liberata.”. Il Campagna (…), a p. 260, nella sua nota (84), postillava che: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit., pag. 520.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino, in seguito vedremo ciò che hanno scritto. Sempre il Carucci (…), a p. 145, pubblica un altro documento: “XLI. 1284. 21 aprile, Napoli.”, dove in proposito scrive che: “Il principe Carlo scrive al giustiziere del Principato di aver saputo che la flotta degli Aragonesi e dei ribelli Siciliani naviga lungo le coste della Calabria e forse procederà per quelle del Principato. Gli ordina di recarsi subito a Policastro, col maggiore sforzo di gente, e custodire le spiagge da Policastro in su con tanta diligenza e difenderle con tanta forza da non far soffrire alcun danno a quelle terre e rendere vane le prave intenzioni dei nemiche dei ribelli.”. Il Carucci, postillava che traeva questo documento dagli Archivi Angioini: “Reg. ang. n. 49, fol. 116.b”. Dunque, la notizia riferitaci dal Campagna (…), a p. 260, secondo cui il presidio o il Castello di Policastro, fu occucato dagli Almugaveri, non è la stessa che riporta il Carucci (…), a p. 121 e p. 145, ma è diversa, come abbiamo visto. Infatti, il Campagna, postillava che la notizia era tratta dai Registri Angioini: “(84) Reg. Ang. 48, f. 144 t.”. La notizia citata dal Campagna (…) e da Natella e Peduto, sugli Almugaveri, risale al 1287, anno in cui da poco era morto Carlo I d’Angiò e ciò nonostante, la guerra del Vespro, si fece più aspra e cruenta grazie alla sagacia del re d’Aragona e Ruggiero di Lauria che cambieranno improvvisamente il corso delle operazioni militari”. Così scriveva il Carucci (…), a p. 183, del vol. II. Il Carucci (…), a p. 184, in proposito agli Almugaveri, nel 1287, a Policastro, scriveva che: “Gli Almugaveri invadono la Basilicata, donde, con guerriglia selvaggia, penetrano nella valle del Tanagro, ove occupano Padula,; in quella del Calore, ove si rafforzano in Pantuliano (Castelcivita); occupano pure Policastro, Camerota, Castellabate, e le loro bande scorazzano per le valli del Cilento e si spingono fino a Salerno. Ruggiero di Lauria dà, nel giugno dell’87, altra sconfitta alla flotta napoletana ed entra nel porto di Napoli, ecc…”.
Un castello a Maratea
Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania, nel vol. II, a p. 321, dopo aver parlato dell’incursione Turca nel Golfo di Policastro, in proposito scriveva che: “Castelli sulle spiaggie della Basilicata non erano, se non uno a Maratea, ma tredici torri sui due mari (2); ecc..”. Il Racioppi (…), a p. 321 (ristampa), nella sua nota (2), postillava che: “(2) In Troyli, Stor. gen. vol. I, parte I, p. 47.”. Credo che il Racioppi, si riferisca alla prima edizione del Troyli, quella del 1748. Infatti, il Troyli (…), nella sua prima edizione del 1748, riportava nell’Indice generale il “Capitolo III – Delle Fortezze, Torri, e Porti, che’l nostro Regno guarniscono fol. 44.”. Infatti, il Troyli, a pp. 46-47, in proposito scriveva che:

Note bibliografiche:
(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10
(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita “Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio ‘Sezione Fotoriproduzione’ dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81, come dall’immagine di Fig…. che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che ci è pervenuta recentemente e che volentieri ripubblichiamo; la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto il Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (…). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (…) scrive: “Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’.
(…) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981
(…) Natella Pasquale, Peduto Paolo, ‘Pixous – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze (Archivio Storico Attanasio)
(…) Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988
(…) Schmiedt Giulio, ‘Antichi porti d’Italia – Gli scali Fenicio-punici – I porti della Magna Grecia’, pubblicato nella rivista dell’I.G.M. “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1975, p. 78-79 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Hisch F. – Schipa M., La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno, ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141.
(…) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, vol. I, p. 121; si veda pure dello stesso autore: Matteo Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, vol. I
(…) Orlando G., Soria di Nocera de’ Pagani, vol. I, Napoli, 1884, p. 311
(…) Amari M., Storia dei Musulmani di Sicilia, II edizione con note di Carlo Alfonso Nallino, Vol. I-II, ed. Romeo Prampolini, Catania, 1933 – XI.; si veda anche vol. I, p. 344 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore Amari Michele, La guerra del Vespro Siciliano, vol. I-II, Milano, 1875
(…) Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition (Archivio Storico Attanasio).
(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.
(…) Carucci Carlo, ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure: Carlo Carucci, Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano, in ‘ASCL’, a. II.
(…) Mazzella Napolitano Scipione, ‘Descrittione del Regno di Napoli’, Napoli, 1568, p. 87

(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio)

(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926, stà in AA.VV. ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa’, ed. I.T.E.A., Napoli, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio)
(…) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativa, ‘Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino’; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.
(….) Alfano G.M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, 1795, fol. 135, pp. 43
(…) Caffaro Antonio, Le prime fortificazioni della costa cilentana, ed. Palladio, 1989. Vedi anche: Caffaro A., Le fortificazioni primo-ottocentesche della costa Cilentana attraverso alcuni disegni inediti, ed. Palladio, Salerno, 1989. Alcuni disegni e carte simili, furono in seguito, nel 1989 (circa dieci anni dopo la mia scoperta), pubblicate da Caffaro A., op. cit. Caffaro, pubblicò alcune carte inedite del Genio Militare Napoletano che riguardavano il tratto di costa Cilentano da Agropoli fino a Palinuro.
(…) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, stà in ‘Archivio Storico per le Province Napoletane’, pubblicato a cura della ‘Società Napoletana di Storia Patria, anno XXXVIII-LXXVII, Napoli, 1959, pp. 109 e sgg. (Archivio Storico Attanasio)
(…) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001 (Archivio Storico Attanasio), p. 176
(…) Pontieri E., op. cit., 54
(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.
(…) Pochettino Giuseppe, I Longobardi nell’Italia Meridionale (570-1080), Caserta, ed. A. Guida, 1930
(…) R. Perrone-Capano, Sulla presenza degli slavi in Italia, estrat. Atti Acc. Pontaniana, n.s., XII, 1963

(…) Ebner Pietro, Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, ed. di storia e letteratura, Roma, 1973, p. 91 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Lanzoni F., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323.

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253 (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254
(…) Bréhier L., Le Mond Byzantin, les Institution de l’Empire byzantin, Paris, 1949
(…) Damiano Domenico, Maratea nella storia e nella luce della fede, ed. Missioni O.M.I. Roma, II edizione, 1965 (?) (Archivio Storico Attanasio)
(…) Fulco A., Memorie storiche di Tortora, Ed. Intercontinentalia, Napoli
(…) Fulco Aleardo Dino, Memorie storiche, op. cit; oppure si veda: Blanda, sul Paleocastro di Tortora, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 e si veda pure: Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968
(…) Jaffé- Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195)
(….) Sthamer Eduard, Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou, vol. I, II,III, Leipzig, 1914
(…) Winkelmann, Acta Imperii,

(…) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Granzotto Gianni, Carlo Magno, ed. Mondadori, Milano,

(…) Beguinot Corrado, Il Cilento – problemi urbanistici, ed. del Centro Studi per il Cilento e il Vallo di Diano,
(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; dello stesso autore si veda: ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi, collana diretta da Carlo Perogalli, Segrate, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Guzzo A., Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Guzzo A., Sulla rotta dei Saraceni – La difesa anticorsara sulla costa del Cilento, ed. Palladio, Aprile 1991 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli nel Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.
(…) Ebner P., Agricoltura e pastorizia a Velia e suo entroterra dai tempi più remoti al tramonto della feudalità, in R.S.S., anno 1965, p. 62
(…) Londolini A., Le Repubbliche del mare, Roma, 1963, p. 131
(…) Cusa S., I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.
(…) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.
(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.
(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra.
(…) Mazzoleni Jole, Regesta Chartarum Italiae – Gli Atti perduti della Cancelleria angioina, a cura di Jole Mazzoleni,
(…) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 176.
(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI, p. 38 (parla del periodo Angioino)
(….) Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione
(….) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991 (Archivio Storico Attanasio)
(…) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 176 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cavalcanti P.L., ‘Guida del Pilota per le coste e i porti del Regno delle due Sicilie’, Napoli, 1846, a p. 45, nel suo portolano, così descriveva la costa la costa che da Policastro arriva fino alla secca di S. Janni, località costiera nei pressi di Castrocucco.
(…) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972.
(…) Trinchera Francesco, Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..(Archivio Storico Attanasio)
(…) Syllabus membranarum ad Regiae Siclae Archivum Pertinentium, vol. I, parla di Carlo I d’Angiò) dal 1266 al 1285, ed. ex Regia TIpografia, Napoli, 1824 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Camera Matteo, Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, Amalfi 1999, vol. I pp. 683, vol. I, pag. 14 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di San Matteo Evangelista, Roma, 1958, p. 53.

(…) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).
(…) Beltrano Ottavio, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania, ed. Loescher, Roma, ristampa anastatica, Roma, 1970 (Archivio Storico Attanasio)
(….) Troyli P. Placido, Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, I° edizione (il Racioppi, riguardo i castelli sulla spiaggia, lo cita, vol. I, parte I, p. 47
