Nel 1060 Sòphronios, il monaco che donò alcune sue proprietà di ‘Skaronitoi’ al monastero di San Nicola di Donnoso in Calabria

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcuni monasteri italo-greci (basiliani), sorti nel ‘basso Cilento’, come ad esempio quello di San Pietro de Marcanito (a Scario) ed il monaco ‘Sòphronios’ della famiglia dei ‘Phortounatoi’ in un Atto di donazione dell’anno 1060-1061 (epoca Normanna) e, il nome di persona ‘Scarano’, molto diffuso nel basso Cilento, tra Camerota e Scario. Il nome del monaco ‘Sòphronios’ è interessante per la vicinanza a Sapri.

Monte Bulgheria

(Fig…) Il Monte Bulgheria visto da Policastro Bussentino

In questo saggio parlerò di una mia personale recente scoperta. Si tratta della citazione di alcuni monaci basiliani, come, il monaco ‘Sòphronios’ della famiglia dei ‘Phortounatoi’ , che viene citato in un atto di donazione dell’anno 1060-1061 (epoca Normanna), che aveva delle proprietà nella zona di Scario, nel basso Cilento, e che quindi molto probabilmente provenisse proprio da queste zone.  In un documento dell’anno 1060-1061, pubblicato dal Guillou, nel 1967 (…), vengono citati alcuni nomi di persona ed alcuni toponimi locali di estremo interesse per la nostra zona, come ad esempio questo ‘Sophronios’ oppure ‘Olitha’, à ‘Bounikosa’, ‘Skaronitoi’, ‘Markanito’.

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(Fig…) Donazione del 1060-1061 del monaco ‘Sòphronios’ al monastero di San Nicola de Donnoso, tratta dal Guillou (…), p. 59, tratta dal Codice Vaticano Latino 13489, f. 13, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Le carte greche provenienti da alcuni fondi dell’archivio della famiglia Aldobrandini

Giovanni Russo (…), recentemente, nel 2013, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’, nella sua ‘Premessa’ al testo, a pp. 9-10, scriveva in proposito che: “Nel 1967 lo storico francese André Guillou pubblicò quattro documenti che aveva rinvenuto presso la Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. Lat. 13.489) fra questi i codici del fondo detto di Santa Maria della Mattina. Essi costituivano, e costituiscono tutt’ora, le uniche testimonianze pergamenacee degli archivi di uno degli innumerevoli monasteri calabro-greci che costellavano l’antica Eparchia monastica del mercurion: San Nicola di Donnoso, a 6 km a sud di Orsomarso. Si tratta di due atti di vendita datati 1031 e 1036, di una sentenza emessa dallo Stratego di Lucania nel 1042 e di un atto di donazione del 1060-1061. Le carte, inizialmente custodite presso il monastero greco di San Nicola di Donnoso, furono trasferite presso l’abbazia benedettina di Santa Maria della Mattina, non lontano dal centro urbano di San Marco Argentano, e infine archiviate presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, probabilmente dopo essere transitate per l’abbazia di Cava dè Tirreni, in Provincia di Salerno, di cui il monastero della Matina costituiva una dipendenza. In effetti. In effetti se questi documenti non fossero stati conservati, non si avrebbero altre notizie circa l’esistenza di una struttura monastica intitolata a San Nicola di Donnoso e del catigumeno Clemente, il quale aveva costituito gran parte del proprio cospicuo patrimonio con metodi più o meno leciti. Altrettanto ignoti sarebbero rimasti gli altri monasteri citati, presenti sul territorio, e gli igumeni chiamati a comporre l’assemblea che affiancava lo Stratego di Lucania, Eustazios Skepides, nel processo contro il catigumeno Clemente per il possesso di una vigna. Anche il monastero di San Nicola di Donnoso, che da poco aveva costituito un patrimonio invidiabile, subì la stessa sorte e nel corso dell’XI secolo passò, come detto, alle dipendenze e nelle disponibilità del monastero benedettino della Matina.”. Sebbene il Russo (…), a differenza dei suoi predecessori che pure non tutto hanno ben del tutto chiarito su queste vicende, egli si sforzasse di localizzare i nomi, l’origine dei nomi e dei personaggi e i monasteri citati in questi antichissimi e unici documenti, abbiamo voluto introdurre con queste sue parole, uno dei maggiori ritrovamenti documentari della storia del mezzogiorno d’Italia e delle nostre terre. Nel 1967, André Guillou (…), nel suo ‘Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1′, pubblicò 4 atti o documenti greci provenienti dagli archivi della nobile famiglia Aldobrandini, non pubblicati nel 1958 dal Pratesi (…). Queste carte o pergamene manoscritte in greco, sebbene provengano dagli archivi di alcuni monasteri in Calabria, esse rivestono un’importanza rilevandissima per le nostre zone. Forse è proprio l’edizione di Silvio Giuseppe Mercati, Ciro Giannelli e, Andrè Guillou, Saint-Jean-Théristès (1054-1264), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 5, del 1980, pubblicata in Città del Vaticano che, Raul Manselli (…), a p. 268 nel suo saggio recensivo ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi’, cita quando scriveva che: “Ci auguriamo che venga ben presto l’edizione dei documenti greci, che il Pratesi annuncia ad opera di Ciro Giannelli e Silvio Giuseppe Mercati e che costituirà un unico organismo con queste carte latine.”. Riguardo gli antichi documenti greci, pubblicati per la prima volta dal Guillou (…), che pubblicava le carte greche provenienti dall’Archivio della nobile famiglia Aldobrandini, una delle maggiori famiglie della nobiltà romana, Gastone Breccia (…), a p. 31, parlando dell’“Archivum Basilianum”, redatto dal Menniti (…), ai primi del ‘700, per ricostruire e raccogliere tutti i documenti esistenti all’epoca, salvati (pergamene greche), provenienti dai maggiori monasteri bizantini e benedettini, scriveva in proposito: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in hisown archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54). Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56), relative le prime al Patir, le seconde provenienti dall’abbazia di S. Maria della Matina e dai monasteri ad essa sottoposti.”. Il Breccia, nella sua nota (56), postillava: “Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 13489) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).”. Purtroppo, da una recente ricerca effettuata, il codice Vaticano Latino 13489, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, che contiene alcune carte greche e latine, pubblicate dal Guillou (…), non è consultabile on line a causa della sua mancata digitalizzazione. Il Breccia (…), sulla scorta del Guillou (…), scriveva che i documenti e le pergamene greche provenienti dall’abbazia di Santa Maria della Matina nel Cosentino, tratte e riordinate dal fondo dell’Archivio Aldobrandini: “In quest’ultimo caso non si può parlare di fondi „sottratti” alla raccolta mennitiana perché i monasteri italo-greci in questione (S. Nicola presso Verbicaro, in Lucania, e S. Elia nella valle del Crati) dipendevano fin dal XII secolo da abbazie di ordini latini (57).. Sempre il Breccia (…), a p. 32, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Cfr. G u i l l o u (cit. n. 56) Byzantion 36 (1966) p. 305.”. Dunque il Breccia, sulla scorta del Guillou (…), sosteneva che le carte greche provenienti dal monastero italo-greco di Santa Maria della Matina (inclusa la pergamena del 1065, pubblicata dal Pratesi e citata dal Borsari e dal Cappelli), essendo quel monastero ed i suoi monasteri annessi come quelli di S. Nicola a Verbicaro e quello di SS. Elia e Anastasio del Carbone, nella valle del Crati, confluirono negli archivi e fondi delle nobili di alcune nobili famiglie romane, perchè non soggette ad abbazie italo-greche ma soggette ad abbazie benedettine: In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili.” (che furono pubblicate da Getrude Robinson (…)) e, poi aggiungere Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Andrè Guillou (…), nel 1967, pubblicò 4 documenti greci nel suo Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, e nel suo ‘Avant-Propos’ (premessa), a p. 1, scriveva che: “Le dossier d’archives que je commente ici fait partie du fonds Aldobrandini conservè à la Biblioteque Apostolique Vaticane (Vat. lat. , n° 13489), dont Alessandro Pratesi a pubblie les documents latins (1). La presence de documents grecs dans ce fonds avait ete signalee par Franco Bartoloni à Silvio Guiseppe Mercati et à Ciro Giannelli, qui se mirent au long travail preliminaire de la transcription, sans pouvoir le mener à terme, surpris souvent par l’ecriture e la langue des notaires, eux que n’inquietanit aucune paleographiquie de livre. Leur intention etait de publier ensemble tous documents grecs du fonds Aldobrandini au nombre de 55; ils n’ont pu meme achever la mise au net des transcriptions: le pieux depot que m’a confie le R.P. Alphonse Raes, Prefet de la biblioteque des Papes, avec mission de mener à terme la pubblication, contenait une ebauche si differente dans ses principes de l’edition des actes grecs byzantins de la pratique telle que les specialistes l’entendent aujourd’hui, que j’ai dù renoncer à l’utiliser, deplorant tant d’efforts vains de nos deux regrettes amis, auxquels je veux rendre ici un affectueux hommage. C’est pour faire honneur à leur memoire, que j’ai tenu à editer, selon la methode plusieurs fois exposèe et dejà experimentee (2), comme premier fascicule de mon ‘Corpus des actes grecs d’Itlalie du Sud et de Sicile, le dossier d’archives grecques le plus ancien du fonds Aldobrandini, et l’un des plus importants pour l’histoire du kàtepanat byzantin d’Italie, celui de Saint-Nicolas de Donnoso, fidèle au principe de la reconstitution des fonds anciens seule à pouvoir satisfaire les historiens de la civilitation byzantine, au point où en sont nos connaissances en la matière (3).”, che tradotto significa: “La cartella di archivio che ho commentato qui fa parte del fondo Aldobrandini ancora conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. Lat., n° 13489), che Alessandro Pratesi ha pubblicato documenti latini (1). La presenza di documenti greci in questo fondo è stato segnalato da Franco Bartoloni Silvio Giuseppe Mercati e Ciro Giannelli, che ha avuto inizio durante il lavoro preliminare di trascrizione, in grado di completare il termine, spesso sorpreso scrivendo e lingua notai, che non sono preoccupati per qualsiasi libro a matita. La loro intenzione era di pubblicare insieme tutti i documenti greci del fondo Aldobrandini, in numero di 55; non riuscirono nemmeno a completare le trascrizioni: il pio giacimento confidato da Padre Alphonse Raes, Prefetto della Biblioteca Papale, con la missione di portare a termine la pubblicazione, conteneva un profilo così diverso nei suoi articoli. I principi dell’edizione degli Atti greci bizantini della pratica come lo sentono oggi gli specialisti, che ho dovuto rinunciare a usarlo, deplorando così tanti vani sforzi dei nostri due rimpianti amici, ai quali voglio tornare ecco un omaggio affettuoso. È per onorare la loro memoria, che ho insistito sul montaggio, secondo il metodo più volte esposto e già testato (2), come il primo opuscolo del mio ‘Corpus degli Atti greci dell’Italia meridionale e della Sicilia’, il più antico archivio greco della collezione Aldobrandini, e uno dei più importanti per la storia del catepanato bizantino d’Italia, quello di Saint-Nicolas de Donnoso, fedele al principio della ricostituzione dell’antico essere in grado di soddisfare gli storici della civiltà bizantina, al punto che la nostra conoscenza del soggetto è (3).”. Nel 1967, Andrè Guillou (…), nel suo ‘Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1′, nella sua nota (3), postillava che: “Les fonds Aldobrandini comprend cinq autres fonds grecs: S. Maria di Camigliano, S. Maria della Matina, S. Elias, S. Maria della Sambucina et S. Angelo de Frigilo; voir A. Guillou, art., cit., dans Byzantion, 36, 1966, p. 308-310 (Inventaire signaletique).”, che tradotto è: “La collezione Aldobrandini comprende altre cinque collezioni greche: S. Maria di Camigliano, S. Maria della Matina, S. Elia, S. Maria della Sambucina e S. Angelo de Frigilo; vedi A. Guillou, art., cit., in Byzantion, 36, 1966, p.308-310 (inventario dei segnali).”. Il Guillou (…),  p. 4, proseguendo il suo racconto scriveva che: Le quatre documents grecs conserves font revivre davant nos yeux la coissance des domaines du monastere jusqu’en 1060-1061, date du dernier acte (1). Ce sont les archives latines de Santa Maria della Matina (au nord-est de S. Marco Argentano) que nous devons interroger pour connaitre la suite de l’histoire. Le plus ancien documents conserve dans ce fonds relate qu’Arnolf, archeveque de Cosenza, Odon, eveque de Rapolla, et Laurent, eveque de Malvito, en presence du duc de Calabre et de Sicile, et comte de Pouille, Robert, et de sa femme Sichelgaite, ainsi que de l’abbe Adelard, qui a edifie le monastere de la Matina, dedient l’eglise à la Vierge, et enumere les biens concedes au convent par la princes normands, et parmi ceux-ci “In valle quae Mercuri nuncupatur abbatiam Sancti Petri quae dicitur Marcanito, et ecclesiam Sancti Eliae et Sancti Zachariae cum omnibus pertinentiis earum, cum vineis, terris et silvis, et ecclesiam Sancti Nicolai de Digna cum vineis, terris et silvis et marino portu, abbatiam Sancti Nicolai de abbate Clemente cum vineis, terris et silvis et omnibus sibi pertinentibus, et ecclesiam Sancte Venere cum casale in quo est ipsa ecclesia, cum vineis et terris et silvis (2).” che, tradotto significa: “I quattro documenti greci conservati rilanciano sotto i nostri occhi la coesione dei domini del monastero fino al 1060-1061, data dell’ultimo atto (1). Questi sono gli archivi latini di Santa Maria della Matina (nord est di S. Marco Argentano) che dobbiamo interrogarci per conoscere il resto della storia. I documenti più antichi di questa raccolta riguardano Arnolfo, arcivescovo di Cosenza, Odone, vescovo di Rapolla, e Lorenzo, vescovo di Malvito, alla presenza del duca di Calabria e della Sicilia, e il conte di Puglia, Roberto (il Guiscardo), e la sua donna Sichelgaita, così come l’abate Adelardo, che costruì il monastero di Matina, dedicò la chiesa alla Vergine, e annoverò la proprietà che concede il convento dai principi normanni, e tra questi: “In valle quae Mercuri nuncupatur abbatiam Sancti Petri quae dicitur Marcanito, et ecclesiam Sancti Eliae et Sancti Zachariae cum omnibus pertinentiis earum, cum vineis, terris et silvis, et ecclesiam Sancti Nicolai de Digna cum vineis, terris et silvis et marino portu, abbatiam Sancti Nicolai de abbate Clemente cum vineis, terris et silvis et omnibus sibi pertinentibus, et ecclesiam Sancte Venere cum casale in quo est ipsa ecclesia, cum vineis et terris et silvis (2).”. Il contenuto dell’incipit al documento, tradotto dal latino è il seguente: Nella valle il Mercurio chiamato l’Abbazia di San Pietro, che si chiama Marcanito e chiesa di S. Elia e S. Zaccaria con tutti i suoi villaggi, vigneti, terre e boschi, e la chiesa di San Nicola de Digna, vigneti, terre e foreste e porto marino, ed un’Abbazia S. abate Nicola Clemente di vigneti e boschi e tutti i paesi appartenenti alla chiesa di Santa Venere dove è venuto alla chiesa con vigneto e la terra e le foreste (2).”. Il Guillou (…), a p. 4, nella sua nota (2), postillava che: “(2) A. Pratesi, op. cit., p. 5. Je note que L.-R. Menager, dans ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’. 13, 1959, p. 57-61, veut que cette notice soit authentique.”, che tradotto significa: A. Pratesi, op. cit., p. 5. Prendo atto che L.-R. Menager, in “Rivista di storia della chiesa in Italia”. 13, 1959, p. 57-61, vuole che questo documento sia autentico.”. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 93, scriveva in proposito che: “Da “Carte Latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (71), ecc… – abbiamo notizie di due importanti monasteri, quello di S. Pietro “que dicitur Marcanito”, e di S. Nicola o dell’abate Clemente (Moulétzes).”. Riguardo la localizzazione di questo antichissimo monastero (anch’esso citato nella “dedicazione” del 1065, di Roberto il Guiscardo), Oreste Campagna (…), a p. 96, continuando il suo racconto, scriveva in proposito che: Il Monastero di S. Nicola, o dell’abate Clemente, fu edificato in contrada “Donnasita”, ai piedi di Serra Bonangelo, in posizione amena e ferace, con una fonte perenne nei pressi. Attualmente la contrada è abitata da poche famiglie, che vivono di agricoltura e di pastorizia.”. Il Campagna, a p. 97, continuando il suo racconto sul monastero di S. Nicola, o dell’Abate Clemente (…), scriveva che: “Il monastero fu fondato dall’Abate Clemente, in favore del quale vennero stipulati gli atti di compra-vendita del 1031 e del 1036; venne emessa ingiunzione dallo stratego di Lucania (78) nel 1042 per una controversia fra eredi, e stipulato un atto di donazione pro-anima nel 1060-1061 (79).”. Il Campagna (…), a p. 97, nella sua nota (78), postillava che: Ευσταθιος Σκεπειδης, στρατηγος Αουκανιας, in A. Guillou, Saint-Nicolas de Donnoso, op. cit.”. Il Campagna, nella sua nota (79), postillava che: “(79) A. Guillou, Saint-Nicolas, etc., cit.; A. Pratesi, Carte latine, etc., cit.”. Il Campagna, continuava a p. 97, scrivendo che: “Tuttavia anche i monasteri di “S. Nicola di Donnoso” e di S. Pietro, “que dicitur Marcanito” (80), nel 1065, avevano perduto la loro autonomia, difatti nella “notitia” di dedica risultano il possesso dell’abbazia di S. Maria della matina, per concessione di Roberto e Sichelgaita. Alla funzione di “dedica” erano presenti l’arcivescovo di Cosenza Arnolfo (81), il vescovo di Rapolla Oddone e il vescovo di Malvito Lorenzo, oltre all’abate Adelardo, fondatore del nuovo complesso monastico della Matina (82). Il contributo di santità e di civiltà, che l’Eparchia monastica mercuriense aveva dato all’Occidente mediterraneo, era finito per sempre: i suoi monasteri distrutti dalla violenza del nuovo conquistatore; i più ligi al cesaro-papismo di Costantinopoli sacrificati al principio di supremazia universale della Curia romana (83).”. Il Campagna (…), nelle sue note (80-82), postillava che le notizie erano tratte dal Guillou (…) e dal Pratesi (…), mentre nella nota (81), postillava che: “(81) Acceso fautore della supremazia della chiesa romana sulla greca, nel 1063 aveva posseduto il sinodo di Bari, in qualità di Vicario pontificio.”. Il Campagna, nella sua nota (83), postillava che la notizia era tratta da: “(83) G. De Pouille , La geste de Robert Guiscard, Palermo, 1961; W. Holtzmann, Il papato, i Normanni e la chiesa greca, in “AC”, XIII (1963).” Recentemente Guglielmo Colombero, nel recensire il testo di Giovanni Russo Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scriveva che: “Così, nella Premessa del suo libro, Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo, Giovanni Russo descrive la diaspora dei preziosi manoscritti che i monaci calabro-greci avevano fino ad allora custodito fra le mura del monastero di San Nicola di Donnoso, a pochi chilometri da Orsomarso, paese del cosentino ecc..”: “Al seguito dei Normanni era giunta nel Sud dell’Italia una moltitudine di monaci e abati che soppiantarono le istituzioni greche, lasciando che queste intraprendessero un irrimediabile processo di decadimento e precipitassero nel più completo abbandono. I monasteri mercuriensi finirono sotto la giurisdizione delle neo-istituzioni benedettine, le quali fecero subito man bassa dei loro possedimenti terrieri e si spartirono i codici miniati che sino ad allora avevano rappresentato il tratto distintivo e il motivo di vanto delle biblioteche monasteriali greche. Un’infinità di codici furono così venduti, a pochissimo prezzo, a collezionisti privati senza scrupoli o, addirittura, senza cultura». Secondo il Colombero: Il secondo saggio di Russo sul Mercurion prende il via dal ritrovamento, presso la Biblioteca apostolica vaticana, di quattro codici medievali inerenti il fondo detto di Santa Maria della Matina. Il merito del ritrovamento, nel 1967, è dello storico francese André Guillou: si tratta di due atti di vendita, di una sentenza e di una donazione, datati fra il 1031 e il 1061.”. Ancora il Colombaro, sempre sulla scorta del Russo, scrive che: “Il monastero di San Nicola di Donnoso, annota Russo, «registrò un progressivo incremento dei propri beni fondiari, al punto da non risentire degli effetti delle depredazioni normanne, né della grande carestia del 1058. È questo un aspetto di non secondaria importanza che rafforza maggiormente la convinzione della potenza, anche economica, del monastero di San Nicola di Donnoso e della brama di venirne in possesso da parte dei Normanni e delle organizzazioni religiose latine. Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». Il Guillou (…), nel suo capitolo “Actes de Saint-Nicolas de Donnoso” (Gli Atti di San Nicola de Donnoso), a p. 5, parlando del Monastero di Santa Maria della Matina e del monastero di San Nicola de Donnoso, sulla scorta del Pratesi (…), scriveva che: “Et l’on est sur qu’au XII° siecle les archives de Saint-Nicolas etaient classees dans le fonds de la Matina, puisque “l’archiviste” benedictin, qui a porte une mention au verso d’un acte latin de son depot datable de 1096-1121 (6), est le meme qui a inscrit au verso l’acte n° 4 du dossier grec ‘Carta de Sancto Nicolao de Donnoso’ (1), nous permettant ainsi d’identifier le monastere. Les archives de Saint-Nicolas suivirent ensuite le sort de celles de la Matina. En 1410, l’abbaye, sur l’ordre du pape Gregoire XII, est remise en commende à Pierre de Venise, cardinal de Naples, puis aux Aldobrandini, qui donnerent au XVI° et au XVIII° siecle deux nonces apostoliques pres du Royaume de Naples et ramenerent à Rome les precieux documents, qui furent recemment confies à la biblioteque des Papes (2).”, che tradotto significa: E uno è sicuro che nel XII secolo gli archivi di San Nicola furono classificati nella collezione della Matina, poiché l’”archivista” Benedettino, che ha una menzione sul retro di un atto latino del suo deposito databile dal 1096-1121 (6), è lo stesso che incise sul retro l’atto n. 4 dell’atto greco “Carta de Sancto Nicolao de Donnoso” (1), permettendoci così di identificare il monastero. Gli archivi di San Nicola seguirono il destino di quelli di Matina. Nel 1410, l’abbazia, su ordine di papa Gregorio XII, fu consegnata a Pietro di Venezia, cardinale di Napoli, poi agli Aldobrandini, che cedettero al sedicesimo e al diciottesimo secolo due nunzi apostolici al Regno diNapoli e riportò a Roma i preziosi documenti, che furono recentemente confidati alla biblioteca papale (2).”. Il Guillou, a p. 5, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Vedi p. 52 et 53.”e poi nella sua nota (2), postillava che: “(2) Vedi Fr. Bartoloni, Le antiche carte dell’abbazia della Sambucina, dans ‘Atti del I Congresso storico Calabrese (Cosenza, 1954), Rome, 1957, Appendice, p. 561-567; A. Pratesi, op. cit., p. VII et suiv.; A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Mattina, dans, ‘Byzantion’, 36, 1966, p. 305.”.

Il monastero di San Nicola di Donnoso

Il Guillou (…), nel suo ‘Donnees Historiques du Dossier‘ (i dati storici del dossier), a p. 13, ci parla del Monastero di San Nicola di Donnoso “b) Le monastère Saint-Nicolas comptait en 1042 plus de quatre moine, puisque quatre assistent au proces qui est fait à la leur couvent (Nil, Leon, Jonas, Nicodème); la kathigoumene Klèmes est à la tete du convent des 1030 (1) et y est encore en 1060-1061 (2), il est mort avant 1065 (3). Et l’on connait les noms de cinq superieurs d’autres couventes grecs: Kyriakos, Kathigoumene du Père (Patir, pres de Rossano), Marc, kathigoumene de l’Apotre-André, et Leon, kathigoumene de Mauronès, en 1042, Georges, hihoumène de Saint-Ange, Nikon, higoumene de Kyr-Macaros, en 1060-1061.” che tradotto è b) Il monastero di San Nicola contava nel 1042 più di quattro monaci, poiché quattro assistettero al processo che si fa nel loro convento (Nilo, Leone, Jonas, Nicodemo); il categumeno Klemes è alla testa del convento del 1030 (1) ed è ancora lì nel 1060-1061 (2), morì prima del 1065 (3). E conosciamo i nomi di cinque superiori di altri conventi greci: Kyriakos (Ciriàco), categumeno del monastero del Patir (Patir, vicino a Rossano), Marco, categumeno di Apotre-André, e Leone, categumeno di Mauronès, nel 1042, Georges , igumeno di S. Angelo, Nikon, igumeno del monastero di Kyr-Macaros, nel 1060-1061.”. Il Guillou, nella sua nota (1), postillava che: “(1) V. acte I, l. 9-10, p. 22, 24”, nella sua nota (2), postillava “V. acte 4, l. 30, p. 48”, nella sua nota (3), postillava “Puisque, à cette date, deux actes appellant le monastere ‘abbatia S. Nicolai de abbate Clemente'”, ovvero che “Poiché, a questa data, due atti chiamavano il monastero abbazia S. Nicolai abbate Clemente.”. Il Guillou, a pp. 4-5, scriveva che: “Et l’on est sur qy’au XII° siecle les arcives de Saint-Nicolas etaient classes dans le fonds de la Matina, puisque “l’archiviste”” benedectin, qui a porte une mention au verso d’un acte latin de son depot datable de 1096-1121 (6), est le meme qui a inscrit au verso de l’acte n° 4 du dossier grec ‘Carta de Sancto Nicolao de Donnoso (1), nous permettant ainsi d’identifier le monastere. Les archives de Saint-Nicolas souvirent ensuite le sort de celles de la Matina. En 1410, l’abbaye, sur l’ordre du Pape Gregoire XII, est remise en commende à Pierre de Venise, ecc..”, che tradotto è E uno è sicuro che nel XII secolo gli archivi del monastero di San Nicola de Donnoso furono inclusi nella collezione del monastero Matina, dal momento che l'”archivista” benedettino, che ha una menzione sul retro di un suo atto latino depot databile 1096-1121 (6), è lo stesso che si trova sul retro dell’atto 4 dell’atto greco “Carta de Sancto Nicolao de Donnoso” (1), permettendoci così di identificare il monastero. San Nicola poi ricorda il destino di quelli della Matina. Nel 1410, l’abbazia, su ordine di Papa Gregorio XII, viene consegnata a Pietro di Venezia, ecc ..”. Sempre il Guillou (…), poi a p. 7, ci parla della regione del Mercurion, e sulla scorta del Cappelli, scriveva che: “Merkourion, habitat dont j’ignore l’origine (3), a donné son nom à une region geographique dite “Vallee” ou “territoire” du Merkourion (4), dont on ne peut determiner l’extension réelle, faute d’avoir identifié les monasteres de S. Pierre-Marcanito, SS. Elias et Zacharias, S. Nicolas ‘de Digna’ et S. Vénéra enumeres dans la region (5).”, che tradotto è: Merkourion, un habitat di cui non conosco l’origine (3), ha dato il nome a un’area geografica chiamata “Vallee” o “territorio” di Merkourion (4), la cui vera estensione non può essere determinata a causa della mancanza di identificazione dei monasteri di S. Pietro-Marcanito, SS. Elias e Zacharias, S. Nicolas ‘de Digna’ e S. Venera enumerati nella regione (5).”. Il Guillou (…), nella sua nota (3), postillava che: “citava la bibliografia sul Mercurion, come il St. Binon ecc..”, nella sua nota (4), postillava “(4) Pratesi, op. cit. p. 5 (31 marzo 1065?), 19 (luglio 1100)”, nella sua nota (5), postillava  “(6) Guillou, art, cit., dans ‘Byzantion, 35, 1965, le carte tra le pagine 128 e 129.”. Il Guillou, a p. 11, scriveva sul monastero di San Nicola di Donnoso: “Il ressort clairement de ces quelques documents que, depuis le debut du XI° siecle, date possible de sa fondation, jusqu’en 1060-1061, le domaine foncier de Saint-Nicolas s’est progressivement étendu, aux depens de quelques proprietes familiares, et il ne semble pas avoir ressenti les effets des depredations normandes, ni ceux de la grande secheresse de 1058 (1). Il est essentiel de noter que c’est ainsi armé, ecc..”, che tradotto è È chiaro da questi pochi documenti che dall’inizio del XI secolo, la possibile data della sua fondazione, fino al 1060-1061, la tenuta di San Nicola si è gradualmente estesa, a scapito di alcune proprietà familiari, e non sembra aver sentito gli effetti delle depredazioni della Normandia, né della grande siccità del 1058 (1). È essenziale notare che questo è così armato ecc…”. Il Guillou, nella sua nota (1), postillava che “gli atti di depredazione sono segnalati dai cronisti dell’epoca), citando Ferdinand Chalandon (…) ed altri come Domenico Martire (…), ecc..

Le carte greche pubblicate da Andrè Guillou

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Nel 1967, Andrè Guillou (…), nel suo ‘Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1′, pubblica 4 donazioni, 4 carte greche provenienti da un fondo dell’Archivio della famiglia Aldobrandini (…) a Roma, che fu scoperto da alcuni collaboratori del Pratesi (…), che nel 1958, li pubblicò. La pubblicazione del 1967, André Guillou, pubblica le carte greche tratte dal fondo dell’abbazia di Santa Maria de Donnoso. Il Guillou (…), nel suo ‘Donnees Historiques du Dossier‘ (i dati storici del dossier), a p. 3, introduce e presenta il suo saggio sui documenti greci provenienti dal fondo dell’archivio Aldobrandini: “Les donnees historiques du dossier seront quatre rubriques: les archives de Saint-Nicolas de Donnoso, geographie historique (le sol et ses habitants), histoire economique (la proprietè forciere), la societe.”, che tradotto significa: I dati storici del fondo sono quattro rubriche: gli archivi di Saint-Nicolas de Donnoso, la geografia storica (il suolo ei suoi abitanti), la storia economica (la proprietà forestale), la società.”. Il Guillou (…), nel suo capitolo “I. Les Archives de Saint-Nicolas de Donnoso” (I. Gli Archivi di San Nicola de Donnoso), a pp. 3-4, precisa che: Les quatre documents que je ici constituent les seuls vestiges des archives du monastère grec S. Nicolas de Donnoso, au sud d’Orsomarso en Calabre: deux actes de ventre (1031, 1036), un jugement du stratege de lucanie (1042) et une donation (1060-1061). Ils sont conserves a la Biblioteque Apostolique Vaticane dans le Vat. Lat. 13.489 dans le fonds dit de S. Maria della Matina. L’histoire du convent peut etre seulement esquissèe, car les sources nous manquent; tel est le sort, jusqu’à present, des anciens monasteres grecs d’Italie du Sud et de Sicile.“, che tradotto significa: “I quattro documenti che ho qui gli unici resti delle archivi del monastero greco di San Nicola di Donnoso, a sud di Orsomarso in Calabria: due atti di vendita (1031, 1036), un giudizio stratega di Lucania (1042) e una donazione (1060-1061) sono tenute nella Biblioteca Apostolica Vaticana in Vat. Lat. 13489 nel fondo detto di S. Maria della Matina la storia del convento può essere abbozzato solo perché le fonti mancano …; Questo è il destino, fino a quel momento, degli antichi monasteri greci nel sud Italia e di Sicilia.. Dunque, nel 1967, André Guillou (…), pubblica 4 documenti provenienti dal fondo del monastero di S. Maria della Matina in Calabria, che però provengono dagli archivi del monastero di San Nicola de Donnoso a sud di Orsomarso in Calabria e sono tutti conservati nel Codice Vaicano latino 13489, conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma, che purtroppo non è tra quelli digitalizzati e dunque non consultabili on-line.  Si tratta di 4 Atti di compravendita d’epoca Normanna, 4 pergamene scritte in greco. Il primo, ed il secondo documento, sono due atti di vendita, rispettivamente datati 1031 e 1036; il terzo documento è una Sentenza “un giudizio dello stratega di Lucania”, del 1042, ed il quarto documento è un atto di donazione del 1060-1061. Gastone Breccia (…), a p. 31, parlando dell’“Archivum Basilianum”, redatto dal Menniti (…), ai primi del ‘700, per ricostruire e raccogliere tutti i documenti esistenti all’epoca, salvati (pergamene greche), provenienti dai maggiori monasteri bizantini e benedettini, scriveva in proposito: Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56), relative le prime al Patir, le seconde provenienti dall’abbazia di S. Maria della Matina e dai monasteri ad essa sottoposti.. Dunque, trattandosi i documenti pubblicati dal Guillou, di documenti provenienti dagli archivi del monastero di Santa Maria della Matina in Calabria ma provenienti dal fondo del monastero di San Nicola de Dannoso, questo ultimo monastero doveva essere uno dei monasteri sottosposti a quello di S. Maria della Matina. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 97, continuando il suo racconto sul monastero di S. Nicola, o dell’Abate Clemente (…), scriveva che: “Il monastero fu fondato dall’Abate Clemente, in favore del quale vennero stipulati gli atti di compra-vendita del 1031 e del 1036; venne emessa ingiunzione dallo stratego di Lucania (78) nel 1042 per una controversia fra eredi, e stipulato un atto di donazione pro-anima nel 1060-1061 (79).”. Il Campagna (…), a p. 97, nella sua nota (78), postillava che: Ευσταθιος Σκεπειδης, στρατηγος Αουκανιας, in A. Guillou, Saint-Nicolas de Donnoso, op. cit.”. Il Campagna, nella sua nota (79), postillava che: “(79) A. Guillou, Saint-Nicolas, etc., cit.; A. Pratesi, Carte latine, etc., cit.”. Il Guillou (…), a p. 11, scrive che: “Il reste, evidemment, que la chronologie des faits economiques est la suivant:”, ovvero: Resta, naturalmente, che la cronologia dei fatti economici è la seguente:”

I documenti del 1031 e del 1036, pubblicati dal Guillou

Il documento datato anno 1031 è il documento n. 1, mentre il documento del 1036 è il documento n. 2 e sono stati pubblicati da André Guillou (…), nel suo saggio. Come gli altri 4 documenti, è una pergamena scritta in greco. Acquisto di terreni da parte del Monastero di San Nicola di Donnoso. Come scrive Orazio Campagna (…), a p. 97: “Il monastero fu fondato dall’Abate Clemente, in favore del quale vennero stipulati gli atti di compra-vendita del 1031 e del 1036; ecc..”.

Il documento del 1042

Il documento datato anno 1042 è il documento n. 3, pubblicato da André Guillou (…), nel suo saggio. Come gli altri 4 documenti, è una pergamena scritta in greco. Come scrive Orazio Campagna (…), a p. 97: “Il monastero fu fondato dall’Abate Clemente, in favore del quale vennero stipulati gli atti di compra-vendita del 1031 e del 1036; venne emessa ingiunzione dallo stratego di Lucania (78) nel 1042 per una controversia fra eredi, ecc…”. Il Campagna (…), a p. 97, nella sua nota (78), postillava che: Ευσταθιος Σκεπειδης, στρατηγος Αουκανιας, in A. Guillou, Saint-Nicolas de Donnoso, op. cit.”. Il terzo documento è una Sentenza “un giudizio dello stratega di Lucania”, dell’anno 1042. Un Sentenza a favore della proprietà del monastero di San Nicola di Donnoso. Delle quattro pergamene rinvenute da Guillou (…), la più significativa è senza dubbio la sentenza emessa nel novembre del 1042 dallo Strategós (il governatore bizantino) di Lucania, Eustazios Skepides, a seguito di una controversia fra l’abate di San Nicola di Donnoso, Klemes (il Clemente nei documenti latini), e i suoi due nipoti sulla proprietà di alcuni vigneti: Il dubbio che Klemes (Clemente) avesse fatto carte false per impossessarsi di una parte dell’eredità familiare non abbandonò mai i suoi nipoti, generò qualche perplessità anche nel giudicante e, probabilmente, affascinava, come ipotesi, anche Guillou”. Avidità e corruzione, dunque, sembrano serpeggiare anche sotto la patina dell’ascetismo cristiano dei monaci greco-calabri. Il Guillou, a p. 10, ci parla dell’Abbate Clemente, e scrive che: “Proprietè monastique. L’origine monastique des documents commentes fait que nous sommes particulierement bien informies sur la vie de la proprieté monastique, ici celle de Saint-Nicolas de Donnoso. La base du domaine est costituee par la patrimoine familial du fondateur, le moine Klemes, fils d’une famille de proprietaires locaux. Le couvent fait-il subsister certains parents du fondateur, en tout cas il est proprietaire debiens familiaux demeures dans l’indivision avec des membres de la famille; il achete des terres, il en recoit en donation, pour assurer le salut eternel des donateurs: champs cultives, bois, patures, vignes (……), telle est la nature de ses possessions. Il accapare meme indument, au prix de falsifications de titres de proprietes, et l’autorité des higoumenes des monasteres voisins couvre les malversation (6).”, che tradotto è: Proprietà monastica. L’origine monastica dei documenti commentati significa che siamo particolarmente ben informati sulla vita della proprietà monastica, qui quella di Saint-Nicolas de Donnoso. La base della tenuta è costruita dal patrimonio familiare del fondatore, il monaco Klemes, figlio di una famiglia di proprietari locali. Il convento fa sussistere alcuni dei genitori del fondatore, in ogni caso è il proprietario di una casa di famiglia nell’indivisione con i membri della famiglia; compra terra, la riceve come donazione, per assicurare l’eterna salvezza dei donatori: campi coltivati, boschi, pascoli, viti (……), tale è la natura dei suoi possedimenti. Occupa persino indebitamente, a prezzo di falsificazioni di titoli di proprietà, e l’autorità dei monaci igumeni dei monasteri vicini copre la malversazione (6).”.

Il documento del 1060-1061

Il documento datato anno 1060-1061 è il quarto dei 4 documenti pubblicati da André Guillou (…), nel suo saggio. Come gli altri 4 documenti, è una pergamena scritta in greco. Una Donazione della proprietà al monastero di San Nicola di Donnoso. Come scrive Orazio Campagna (…), a p. 97: “Il monastero fu fondato dall’Abate Clemente, in favore del quale vennero stipulati gli atti di compra-vendita del 1031 e del 1036; venne emessa ingiunzione dallo stratego di Lucania (78) nel 1042 per una controversia fra eredi, e stipulato un atto di donazione pro-anima nel 1060-1061 (79).”. Il Campagna, nella sua nota (79), postillava che: “(79) A. Guillou, Saint-Nicolas, etc., cit.; A. Pratesi, Carte latine, etc., cit.”. Il Guillou (…), a p. 11, scrive che: “Il reste, evidemment, que la chronologie des faits economiques est la suivant:”, ovvero: Resta, naturalmente, che la cronologia dei fatti economici è la seguente:”

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(Fig…) Donazione del 1060-1061 del monaco Sòphronios al monastero di San Nicola de Donnoso, tratta dal Guillou (…), p. 52, tratta dal codice Vaticano Latino 13489, f. 13 verso, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana

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(Fig…) Donazione del 1060-1061 del monacoSòphronios’ al monastero di San Nicola de Donnoso, tratta dal Guillou (…), p. 59, tratta dal codice Vaticano Latino 13489, f. 13, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana

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(Fig…) Donazione del 1060-1061 del monacoSòphronios’ al monastero di San Nicola de Donnoso, trascrizione del testo greco, tratta dal Guillou (…), pp. 57-58-60-61, tratta dal codice Vaticano Latino 13489, f. 13, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana.

I personaggi citati nelle 4 pergamene pubblicate dal Guillou

Andrè Guillou (…), nel suo capitolo “I. Les Archives de Saint-Nicolas de Donnoso” (I. Gli Archivi di San Nicola de Donnoso), a p. 13, scrive sulle 4 famiglie citate nei 4 atti da lui pubblicati, riguardanti il monastero di San Nicola de Donnoso e provenienti dal fondo del monastero di Santa Maria della Matina: “c) Quatre ‘familles’ livrent leur composition: Jean Sangarès a eu deux enfants, dont un est devenu pretre, l’autre, Kalokyres, s’est marie et a eu trois fils, dont l’un s’est fait moine (4); le pretre Leon Atzidon a eu deux fils, dont l’un s’est fait pretre et a eu au moins un fils Jean, pretre et notaire, et deux filles (5); Nicolas Moulétzès a eu quatre enfants, Eugenia qui a eu deux fils, un moine et un pretre, Klemès, le kathigoumène de Saint-Nicolas, Jean, et Nicétas qui a eu deux fils, dont l’un s’est fait moine (6); Sergonas Phortounatos a eu quatre enfants, Nicolas, qui a eu lui-meme une fille, Maria, et un fils, le moine Sòphronios, N. qui a eu au moins deux enfants, Kannatas, qui ne semble pas avoir eu de descendance et N. qui a eu au moins un fils, Sargònas (7). Des arbres genealogique esquisses, on retire l’impression qu’entre l’an mil et 1050 la famille de trois à quare enfants pouvait etre une moyenne; que, d’autre part, à chaque gènération les familles donnaient un petre ou un moine à l’Eglise.”, che tradotto significa: “c) Quattro ‘famiglie’ rivelano la loro composizione: Giovanni Sangarès ebbe due figli, uno è diventato un prete, l’altro Kalokyres, era sposato e aveva tre figli, uno è diventato un monaco (4); il sacerdote Leone Atzidon avuto due figli, uno è diventato un sacerdote e aveva almeno un figlio Giovanni, parroco e notaio, e due figlie (5); Nicola Moulétzès aveva quattro figli, Eugenia aveva due figli, un monaco e un sacerdote, Klemes (Clemente) il categumeno di San Nicola de Donnoso, Giovanni, e Niceta che aveva due figli, uno è diventato un monaco (6); Sergonas Phortounatos ebbe quattro figli, Nicola, che si aveva una figlia, Maria, e un figlio, il monaco Sophronios, N. che ha avuto almeno due figli, Kannatas (Cannata), che non sembra avendo prole e N che aveva almeno un figlio, Sargònas (7). Dagli abbozzati alberi genealogici, si rimuove l’impressione che tra l’anno 1000 e il 1050 la famiglia di tre o quattro figli potrebbe essere una media; che, d’altra parte, ad ogni generazione le famiglie davano un sacerdote o un monaco alla Chiesa.”. Sempre il Guillou (…), a p. 56, parlando proprio del documento dell’anno 1060-1061, scriveva che: “3) Le fait economique exprime par notre document est important car il raconte quelques aspects de la vie d’une υποστασις familiale, celle des Phortonatoi (qui ont laissé leur nom à un hameau situé au nord-est d’Orsomarso), entre le milieu du X° et le milieu du XI° siecle. Les membres de cette famille connus du document sont:”, che significa: “3) Il fatto economico espresso nel nostro documento è importante perché racconta alcuni aspetti della vita di una famiglia υποστασις (ipostasi), quella dei Phortonatoi (che hanno lasciato il loro nome in una frazione situata a nord-est di Orsomarso), tra la metà del X ° e la metà dell’XI secolo. I membri di questa famiglia noti dal documento sono: “

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(Fig….) I membri della famiglia dei ‘Phortonatoi’, citati nel documento del 1060-1061, a p. 56 del Guillou (…).

Il Guillou (…), nella sua nota (4), postillava: “V, acte I, et p. 19”, nella sua nota (5), postillava “V. acte 2, et p. 29”, nella sua nota (6), postillava “V. acte 3, et p. 42”, nella sua nota (7), postillava “V. acte 4, et p. 56”. Il Guillou, sempre a p. 56, continua scrivendo un passo interessantissimo: “Cette amputation consiste à transmettre à S. Nicolas les droits du moine Sòphronios, c’est-à-dire que pour les terrains d’Olitha, de Bounikosa et la vigne en friche des Skaronitoi, le monastere partage ses droits de proprieté avec l’oncle Kannatas, sans enfants et, certainement, tres agé. Ces droits se sont donc simplifies rapidement au profit du monastere, qui est aussi, comme l’etaient Sophronios et Kannatas, proprietaire dans le χωριον des Skaronitoi; le fait est important de la presence depuis plus d’un demi-siecle de gros proprietaires laics ou ecclesiastiques dans la situation drammatique, chaos politique (1) et, surtout, crise économique (2), contemporaine de la donation de Sophronios.”, che tradotto significa:  Questa amputazione consiste nel trasmettere al monastero di San Nicola i diritti del monaco Sòphronios, cioè che per le terre di Olitha, Bounikosa e la vigna incolta dello Skaronitoi, il monastero condivide i suoi diritti di proprietà con ‘zio Kannatas’ (Cannata), senza figli e sicuramente molto vecchio. Questi diritti furono così rapidamente semplificati a vantaggio del monastero, che è anche, come lo furono Sophronios e Kannatas, proprietario nel χωριον (senza) Skaronitoi; il fatto è importante della presenza per oltre mezzo secolo di grandi proprietari laici o ecclesiastici nella situazione drastica, nel caos politico (1) e, soprattutto, nella crisi economica (2), contemporaneamente alla donazione di Sophronios.”.

Il catigumeno Klemés (Clemente) Mouletzès, abate del monastero di S. Maria della Matina e forse abate del monastero di S. Nicola di Donnoso

Il Guillou, nella sua nota (1), postillava che faceva riferimento al Gay (…), per l’epoca del Guiscardo e delle sue conquiste e politiche in Calabria e nella Valle del Crati, mentre nella sua nota (2), postillava sulla tremenda situazione politica e di crisi economica e carestie che attanagliava a quell’epoca l’intera Calabria da poco conquistata dai Normanni di Roberto il Guiscardo. Sulla crisi in quel periodo e sulle ragioni che indussero il Guiscardo a tradurrre intere popolazioni verso la Calabria, per renderla più florida ed aiutare le già umili popolazioni da poco conquistate, il Guillou, fa riferimento a se stesso, mentre noi abbiamo ivi dedicato un saggio. Il Guillou (…), nel suo capitolo “I. Les Archives de Saint-Nicolas de Donnoso” (I. Gli Archivi di San Nicola de Donnoso), a pp. 3-4, specifica che: L’appellation donnee au monastere par la fausse notice de la dedicace de la Santa Maria della Mattina, abbatia Sancti Nicolai de Abbate Clemente (1), autorise à penser que la kathigoumene Klèmès (= Clement) Mouletzès, beneficiaire de la vente contenue dans le premier document du dossier (3 janvier 1031)(2) et dont on append ensuite (3) qu’il est bien à la tète de Saint-Nicolas de Donnoso, a ete le fondateur du convent.”, che, tradotto significa: L’appellativo dato al monastero dalla falsa forma della dedicazione del Santa Maria della Mattina ‘abbatia Sancti Nicolai Abbate Clemente’ (1) autorizza a pensare che il categumeno Klemes (= Clemente) Mouletzès, destinatario di vendita contenuto nel primo Atto di donazione (3 gennaio 1031) (2) e poi l’insegna (3) che lui è il capo di San Nicola di Donnoso, fu il fondatore del convento (4).”. Il Guillou (…), a p. 3, nella sua nota (1), postillava che: “(1) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Arcivio Aldobrandini (Studie e Testi, 197), Citè du Vatican 1958, p. 5.”. Il Guillou (…), sulla scorta del documento dell’anno 1065, pubblicato a p. 5 dal Pratesi (…), il documento n. 1, datato anno 1065, riteneva che il categumeno ‘Klemes = Clemente Mouletzes’, citato e presente alla cerimonia di donazione all’abbazia di S. Maria della Matina (l’atto di donazione del 1065, pubblicato a p. 5 dal Pratesi (…)), dovrebbe essere stato il personaggio citato anche negli altri documenti da lui pubblicati. Secondo il Guillou (…), il categumeno Clemente (Klemes) Mouletzés, dovrebbe essere l’abbate Clemente del monastero di San Nicola de Donnoso. Il Guillou, scriveva che secondo il Pratesi (…), che: il nome dato al monastero dalla falsa forma della dedicazione del Santa Maria della Mattina ‘abbatia Sancti Nicolai Abbate Clemente (1)” (la dedica al monastero), autorizzasse a pensare che il kathigoumene Klemes (= Clemente) Mouletzès, destinatario di vendita contenuto nel primo Atto di donazione (3 gennaio 1031) (2) e poi insegna (3)…”, fosse a capo e fondatore del convento (il Guillou lo chiama convento), di Santa Maria della Matina. Dunque, il Guillou (…), anche sulla scorta del documento pubblicato dal Pratesi (…), si riferiva ai due documenti, quello del 3 gennaio 1031 (2) e quello dell’insegna (3). Il Guillou, riguardo al documento del 3 gennaio 1031, nella nota (2), postillava che: “(2) Vedi texte n. ° 1”. Il Guillou, riguardo all’insegna, nella nota (3), postilla: “(3) Vedi texte n° 3”. Il Guillou (…), nel suo racconto, prosegue a p. 4: “En 1042 (4), nous constatons que Klemes a perdu son pere Nicolas et son frere Nicetas qui a laisse deux enfants en age d’heriter, Nicolas et Klemes, qu’il a encore un frere en vie, Jean; nous savons aussi que sa sceur Eugenia, qui est morte, s’est mariee il y a bien longtemps, puisque le jugement du stratege de Lucanie note que, de nombreuses annees apres son mariage, les freres de celle-ci ont recu de leur pere leur part d’eritage. Si Klemes peut donc avoir soxante à soixante-cinq ans environ en 1042 (il est encore en vie en 1060-1061), il aurait fonde son monastere vers le debut du siecle, peut-etre apres la mort de son pere, Nicolas, et lui aurait donne pour protectour le saint patron de celui qui lui avait fourni les moyens d’asseoir sa fondation. Le quatre documents grecs conserves font revivre davant nos yeux la coissance des domaines du monastere jusqu’en 1060-1061, date du dernier acte (1). Ce sont les archives latines de Santa Maria della Matina (au nord-est de S. Marco Argentano) que nous devons interroger pour connaitre la suite de l’histoire. Le plus ancien documents conserve dans ce fonds relate qu’Arnolf, archeveque de Cosenza, Odon, eveque de Rapolla, et Laurent, eveque de Malvito, en presence du duc de Calabre et de Sicile, et comte de Pouille, Robert, et de sa femme Sichelgaite, ainsi que de l’abbe Adelard, qui a edifie le monastere de la Matina, dedient l’eglise à la Vierge, et enumere les biens concedes au convent par la princes normands, et parmi ceux-ci “In valle quae Mercuri nuncupatur abbatiam Sancti Petri quae dicitur Marcanito, et ecclesiam Sancti Eliae et Sancti Zachariae cum omnibus pertinentiis earum, cum vineis, terris et silvis, et ecclesiam Sancti Nicolai de Digna cum vineis, terris et silvis et marino portu, abbatiam Sancti Nicolai de abbate Clemente cum vineis, terris et silvis et omnibus sibi pertinentibus, et ecclesiam Sancte Venere cum casale in quo est ipsa ecclesia, cum vineis et terris et silvis (2).” che, tradotto significa: “Nel documento del 1042 (4), scopriamo che Clemente perse suo padre Nicola e suo fratello Niceta che ereditò due bambini, Nicola e Clemente, che ha ancora un fratello vivo, Giovanni; sappiamo anche che sua sorella Eugenia, che morì, fu sposata molto tempo fa, dal momento che il giudizio sulla stratificazione di Lucanie rileva che molti anni dopo il suo matrimonio, i suoi fratelli ricevettero dal loro padre la loro parte di eridità. Se Clemente può essere così incinta a circa sessantacinque anni nel 1042 (è ancora vivo nel 1060-1061), avrebbe fondato il suo monastero all’inizio del secolo, forse dopo la morte di suo padre, Nicola, e avrebbe dato per proteggere il santo patrono di colui che gli aveva fornito i mezzi per stabilire la sua fondazione. I quattro documenti greci conservati rilanciano sotto i nostri occhi la coesione dei domini del monastero fino al 1060-1061, data dell’ultimo atto (1). Questi sono gli archivi latini di Santa Maria della Matina (nord est di S. Marco Argentano) che dobbiamo interrogarci per conoscere il resto della storia. I documenti più antichi di questa raccolta riguardano Arnolfo, arcivescovo di Cosenza, Odone, vescovo di Rapolla, e Lorenzo, vescovo di Malvito, alla presenza del duca di Calabria e della Sicilia, e il conte di Puglia, Roberto (il Guiscardo), e la sua donna Sichelgaita, così come l’abate Adelardo, che costruì il monastero di Matina, dedicò la chiesa alla Vergine, e annoverò la proprietà che concede il convento dai principi normanni, e tra questi: “In valle quae Mercuri nuncupatur abbatiam Sancti Petri quae dicitur Marcanito, et ecclesiam Sancti Eliae et Sancti Zachariae cum omnibus pertinentiis earum, cum vineis, terris et silvis, et ecclesiam Sancti Nicolai de Digna cum vineis, terris et silvis et marino portu, abbatiam Sancti Nicolai de abbate Clemente cum vineis, terris et silvis et omnibus sibi pertinentibus, et ecclesiam Sancte Venere cum casale in quo est ipsa ecclesia, cum vineis et terris et silvis (2).”. Il contenuto dell’incipit al documento, tradotto dal latino è il seguente: Nella valle il Mercurio chiamato l’Abbazia di San Pietro, che si chiama Marcanito e chiesa di S. Elia e S. Zaccaria con tutti i suoi villaggi, vigneti, terre e boschi, e la chiesa di San Nicola de Digna, vigneti, terre e foreste e porto marino, ed un’Abbazia S. abate Nicola Clemente di vigneti e boschi e tutti i paesi appartenenti alla chiesa di Santa Venere dove è venuto alla chiesa con vigneto e la terra e le foreste (2).”. Il Guillou (…), a p. 4, nella sua nota (2), postillava che: “(2) A. Pratesi, op. cit., p. 5. Je note que L.-R. Menager, dans ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’. 13, 1959, p. 57-61, veut que cette notice soit authentique.”, che tradotto significa: A. Pratesi, op. cit., p. 5. Prendo atto che L.-R. Menager, in “Rivista di storia della chiesa in Italia”. 13, 1959, p. 57-61, vuole che questo documento sia autentico.”. Il Guillou (…), nel suo racconto, prosegue a p. 9: “Histoire economique: la proprieté forciere. Domaine de l’Etat. La representant de l’Empereur dans le theme de Lucanie, le stratege, remet à des particuliers, en 1042, mille pieds de vignes situes probablement dans la region de Merkourion (1); il fait donc supporter qu’il y avait la des biens de l’Etat, sans doute exploites par des pareques d’Etat (2).”, che tradotto significa: Storia economica: la proprietà forzata. Dominio dello stato. Il rappresentante dell’Imperatore nel tema della Lucania, lo stratega, dà agli individui, nel 1042, un migliaio di metri di vigne probabilmente situati nella regione di Merkourion (1); egli fa quindi valere che esisteva la proprietà dello Stato, indubbiamente sfruttata dagli agenti di stato (2).”. Il Guillou, a p. 9, prosegue, scrivendo che: “L’une d’entre elles permet d’apprecier avec une quasi certitude pouquoi elle a ete faite: les heritiers de Jean Sangarès cèdent des terres au monastere Saint-Nicolas pour la somme de 9 ‘taria’, mais ne recoivent que 7 ‘taria’, car ils laissent 2 ‘taria’ au covent pour que les defunts de la famille soient commemores à l’office liturgique (7); preuve d’un manque de liquidites. Le but pieux de certaines donation (8) est seul parfois evident; c’est le cas du moine Sòphronios de la famille des Phortounatoi qui remet tout son patrimoine à son monastère, avant de mourir, comme l’y contraigment du reste les regles du droit canon byzantin.”, che significa: Uno di essi consente di apprezzare con una certa sicurezza il motivo per cui è stato creato: gli eredi di Jean Sangarès cedono terre al monastero di Saint-Nicolas per la somma di 9 taria, ma ricevono solo 7 tariaperché lasciano 2 taria nel covento in modo che i defunti della famiglia siano commemori nell’ufficio liturgico (7); prova di una mancanza di liquidità. Il pio obiettivo di certi doni (8) è solo a volte ovvio; è il caso del monaco Sòphronios della famiglia di Phortounatoi che dà tutto il suo patrimonio al suo monastero, prima di morire, in quanto contrasta con il resto delle regole del diritto canonico bizantino.”. Il Guillou, a p. 9, ci parla dell’origine dei nomi contenuti nelle carte provenienti dal monastero di S. Nicola di Donnoso a Donnasito, e scrive che “Sur les quelque 80 noms ou prenoms de personnes mentionnes dans les arcives de Saint-Nicolas, trois soulement sont d’origine latine (Kordelles, de ‘corda’, Akouvatos, d’accuvatus, Gardiles, de guardia), tous les autres sont grecs (Sophronios, Nikon, Nicephore, ecc..ecc..”, che tradotto è Degli 80 nomi delle persone menzionate nelle arcate di Saint-Nicolas, tre sono di origine latina (Kordelles, ‘Corda’, Akouvatos, Accuvatus, Gardiles, Guardia), tutti gli altri sono greci (Sophronios, Nikon, Nicephore, ecc…ecc…”. Dunque, secondo il Guillou, il termine ‘Sophronios’ (della famiglia dei ‘Phortounatoi’), è di chiara derivazione greca. La Falkenhausen, a p. 62 (…) che: “Come aree di insediamento degli immigrati, le fonti bizantine del periodo menzionato in particolare …….di Merkurion (la Valle del Lao), Aieto, di ‘Latinianon’ e di Lagonegrese (5).”. La Falkenhausen (…), nella sua nota (5), postillava che: “(5) Historia et laudes, cit., pp. 14,17,21 s., 24,27-29,35,39 s.”. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Come scrive correttamente la Falkenhausen (…), molti antichi documenti provenienti dagli archivi del Monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), furono pubblicati nel 1601 da Paolo Emilio Santoro (…), nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, che come ha scritto Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’, a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Infatti, rileggendo il testo di Marcello Spena, ‘Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio’, troviamo moltissimi documenti d’epoca normanna, come ad esempio il documento citato da Biagio Cappelli, a p. 273, nella sua nota (39) che scrive: “in un documento del 1077, pubblicato da P.E. Santoro ecc…, di Marcello Spena, 1831, pp. 42 ss. (quasi uguale a quello pubblicato con la data del 1074 da G. Robinson, op. cit. XV-2, pp. 176 ss.).” Per capire come mai molti documenti antichi provenissero proprio dal Monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone, oggi scomparso, Hubert Houben (…), nel suo saggio ‘L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’, a p. 118, scriveva in proposito: “I confini geografici della Lucania storica, emergono bene dal diploma di re Guglielmo II di Sicilia del 1168, con il quale tutti i monasteri greci della Lucania furono sottoposti alla giurisdizione dell’archimandita di Carbone, ecc…”. L’Huben (…), poi continua sul Cilento: “Per la parte settentrionale della Lucania, disponiamo del menzionato studio di Vitolo sugli insediamenti nel Vallo di Diano e di alcune recenti osservazioni di Pietro Ebner e di Graham A. Loud sull’espansione cavense nel Cilento (47). In quest’ultima zona, Cava aveva già acquisito possedimenti negli ultimi anni precedenti la conquista normanna, ma successivamente questi aumentarono grazie alle numerose donazioni dei Normanni. Nel Cilento, che era la prima regione ad essere coinvolta dall’espansione cavense, se si prescinde dagli immediati dintorni dell’abbazia, nel 1083, Cava disponeva già di otto monasteri e chiese con duecentododici uomini dipendenti da questi (48).”. Houben (…), nella sua nota (47), postillava: “(47) P. Ebner, ‘Chiesa baroni e popoli …’; Loud, The Abbey of Cava, its Property and Benefactors in the Norman Era, in Anglo-Norman Studies IX, Proceedings of the Battle Conference 1986, a cura di R.A. Brown, 1987, pp. 143-175, qui pp. 147-148.”. Houben (…), nella sua nota (48), postillava: “L.R. Menager, ‘Recueil des actes ducs normands d’Italie (1046-1127), I: Les premiers ducs (1046-1087), Bari 1981 (Società di Storia patria per la puglia, Documenti e monografie 45), nr. 43, pp. 136-141.”

La contrada di ‘Marcaneto’ a Scario

Nell’antica pergamena, il documento n. 2, del 31 marzo 1065 (?), pubblicato dal Pratesi (…), a p. 9, si può leggere che sono citati dei nomi di persona, alcuni dei quali ritroviamo ancora nel basso Cilento ed in particolare a Scario, come ad esempio “Nicholaus (y) Scaranus” e, “Ursinus Flos et (s)”. Il Pratesi (…), a p. 9, nella sua nota (y), postillava che: “(y) F Nichola F” Nicola” e, nella nota (s), postillava che: “(s) Fii om. et”. Non sappiamo chi fosse questo Nicola Scarano, ma di sicuro sappiamo che nel basso Cilento vi sono diversi Scarano. In proposito al cognome degli ‘Scarano’, molto diffuso nel basso Cilento ed in particolare tra Scario e Camerota, vediamo cosa dice in proposito Andree Guillou (…), nel suo ‘Les archives grecques de S. Maria della Matina’ : …………………………………………….

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(Fig….) Pratesi Alessandro (…), p. 9, pergamena (Documento n. 2) del 31 marzo 1065 (?), Atto di dedicazione al Monastero di Santa Maria della Matina in Calabria

Recentemente, Giovanni Russo, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), a pp. 90-93, accennava al termine “Markanites”, indicato nell’indice come toponimo di luogo. Russo (…), a p. 90, scrive che: “Sofronio, inoltre, condivide con lo zio Kannatas altri piccoli terreni, di cui uno con una vigna incolta al villaggio ‘(chorion’) degli Skaronitoi, un altro con un piccolo giardino vicino nei pressi di Phournos, un piccolo lotto a Elaphoun e altri terreni. L’elenco si completa con degli altri apprezzamenti al di là di un torrente, al di sotto del pereto e l’ultimo vicino a Markanites e a Spertos. Anche il nome del piccolo agglomerato urbano di Skaroniti lascia qualche traccia nella locale toponomastica. Guillou suppone debba trattarsi della località Scherani in Orsomarso, al di sotto del castello di Raiona, sull’altopiano di Gaccale, ecc..”. Il Russo (…), poi continua il suo racconto e, a p. 93, ifrendosi ad un documento pubblicato dal Guillou (…), di cui ci siamo occupati in un altro nostro saggio, ivi pubblicato, scrive che: “Il documento esaminato racconta anche della comproprietà di altri terreni fra Sofronio e i propri figli: alcuni nella zona dell’Arcistratego , altri al di sotto del pereto oltre un torrente, e altri ancora vicino Markanites e a Spertos. Per ciò che concerne l’idenificazione dell’Arcistratego, Guillou condivide le tesi tracciate da Biagio Cappelli, il quale, sulla base di un collegamento del tutto ideologico, pone l’asceterio di San Michele Arcangelo alle spalle del Kastron del Mercurio, sulle alture della Serra Bonangelo e, pertanto, nei pressi del monastero di San Nicola di Donnoso (138). Lo storico francese ritiene verosimile questa proposta (139), ma non tiene conto del fatto che Cappelli faccia riferimento esclusivamente all’asceterio (140) e non all’omonimo monastero di San Michele, che immagina, invece, nei pressi del monastero di San Pietro dè Marcaniti, la cui ubicazione è fissata dallo storico moranese intorno a Scalea (141).”. Il Russo, nella sua analisi sulla probabile localizzazione dell’Abbazia di ‘San Pietro di Marcanito’, cita ciò che credeva il Guillou (…) che sulla scorta del Cappelli (…), fa alcuni errori di valutazione. In primo luogo, come abbiamo già visto, il Cappelli (…), a pp. 207-208, non localizza affatto l’abbazia di ‘San Pietro di Marcanito’ nei pressi di Scalea. Biagio Cappelli (…), scriveva a p. 208 che: “Così per l’abbazia di S. Pietro detta “de Marcaneto“ il cui appellativo mi sembra possa corrispondere a quel monastero nella Vita di S. Saba di Collesano (34) denominato “dei Marcani”. Il Cappelli, riguardo alla localizzazione dell’abbazia o monastero di ‘S. Pietro di Marcanito’, dice chiaramente che esso sia sorto non lontano dai due monasteri dei Taorminesi e dei Siracusani:  Il quale da un accostamento ideale agli altri due cenobi denominati dei Taorminesi e dei Siracusani ricordati dallo stesso prezioso testo (35) sembra sia sorto non lontano da questi ultimi. E tali monasteri si trovavano proprio nella zona sopra indicata se dal primo di essi il beato Saba si avvia, in una delle sue tante peregrinazioni, a visitare i cenobi della non lontana regione di Lagonegro (36) e se l’altro che rimane non lontano dal Monastero di S. Michele Arcangelo (37), sorgesse nel cuore del mercurion, è da identificare con il cenobio poi detto S. Pietro de Seracusa a Scalea (38)”. Il Cappelli, non dice che l’Abbazia di ‘San Pietro di Marcanito’, fosse da identificare con quello di Scalea ma pone il monastero detto “dei Siracusani” (menzionato nell’opera agiografica di S. Saba da Collesano), non lontano dal monastero di San Michele Arcangelo, nel cuore del Mercurion, da identificare, questo monastero, con il “cenobio di S. Pietro de Seracusa a Scalea (38).” e, il Cappelli, nella sua nota (38), postillava che: “(38) A. Rocchi, De Coenobio Cryptoferratensi, op. cit. Tusculi, 1893, p. 97.”, che ci parla dei cenobi basiliani passati alla commenda dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Il monastero di ‘S. Pietro de Seracusa’ a Scalea, è citato a p. 97 del testo di padre Agostino Rocchi (…) che nel 1893, pubblicava il ‘De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii’, cita in latino il monastero “S. Nicolai De Saracusa (sic) in oppid. Scaleae”, che in italiano sarebbe S. Nicola di Saracusa a Scalea. Insomma, il Russo, vuole per forza localizzare l’abbazia di San Pietro di Marcaneto, nella zona dell’Argentario, ma come già il Cappelli (…), ipotizzava, questa antichissima abbazia doveva trovarsi nella nostra zona. Dall’indagine toponomastica del toponimo di luogo “Markanitos”, credo che questa abbazia debba localizzarsi in una contrada a Scario che ancora oggi viene chiamata “Marcaneto”. Il Russo, inoltre, scriveva sulla scorta del Guillou (…), che nel 1967, pubblicò 4 carte greche, di cui ci siamo occupati in un altro nostro saggio. Il Russo, a p. 90, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Cappelli, op. cit. p. 204”, poi a p. 93, nella sua nota (139), postillava che: “(139) Guillou, op. cit., p. 54”. Nel documento del 1060-1061, pubblicato dal Guillou (…)(documento n. 4), si cita un possedimento a “Markanites”. Il Guillou (…), a pp. 53-54, parlando dell’atto di donazione (documento 4) del 1060-1061,

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scriveva su Marcaneto che: “Analiyse. – Signon (l. 1-2). Dispositif: Le moine Sophronios Phortonatos, fils de Nicolas Phortonatos, fils de Sergonas, parvenu à une grande vieillesse, pour ne pas etre surpris par la mort et n’ayant rien d’autre à donner pour le salut de son àme que sa fortune faite des terres qui lui viennent de l’exploitation (……………)(1) paternelle, divise sa part et celle de sceur Maria (l. 2-13); il a des terrains au lieu-dit Phortonatos (1) pres Kordelles, un autre lot pres de Kalokyres de Doura (2), et la vigne qui s’y trouve, d’autres terrains à Olitha qu’il possede avec son oncle Kannatas et qui remontent du fleuve (3) et vont jusqu’à la limite (σμνορον) des terres de son cousin Sergonas, puis le bien qu’il a recu en échange du kathigumene Klèmès Moulétzès, dautres terrains à Ploupposon (4) au lieu-dit Bounikosa (5) qu’il possède avec ses cousin Phortounatoi, une part revenant à ces dernier, l’autre à lui-meme en commun avec son oncle Kannatas, d’autres petits terrains l’un avec une vigne en friche qu’il possède avec son oncle Kannatas au village (χωριον) des Skaronitoi (6), l’autre avec un petit jardin voisin de son oncle Kannatas pres de Phournos (7), un petit lot à Elaphoun (8), d’autres terrains qu’il possede avec ses fils à l’Archistratège (9), d’autres qu’il possède aussi avec ses fils, au delà du ruisseau au-dessous des poiriers, un autre près de Markanitès et de Spertos, qu’il possede avec son oncle Kannatas (l. 13-27); bref il portage tout avec sa sceur Maria et donne ce qui lui revient à l’eglise S. Nicolas (10), au kathigoumène Klèmès et ecc..”,  che tradotto significa: “Analisi – Signon. Dispositivo (L. 1-2): Il monaco Sophronios Phortonatos (Sofronio Portonato), figlio di Nicolas Phortonatos figlio di Sergonas, ha raggiunto un età molto vecchia, di non essere sorpreso dalla morte e non avendo nulla da un altro da dare per il bene della sua anima che la sua fortuna fatta dalle terre che gli vengono dallo sfruttamento (……………) (1) paterno, divide la sua parte e quella di Suor Maria (1: 2-13), ha terra in un posto chiamato Phortonatos (1) vicino a Kordelles, un altro lotto vicino a Kalokyres de Doura (2), e la vigna lì, altra terra a Olitha che possiede con suo zio e Kannatas risale dal fiume (3) e andare fino alla terra limite (σμνορον) Sergonas suo cugino e il bene che ha ricevuto in cambio dal catigumeno (abbate) Klemes (Clemente) Moulétzès, altri terreni a Ploupposon (4) in un luogo chiamato Bounikosa (5) che possiede con suo cugino Phortounatoi, una quota di questi ultimi, l’altro a se stesso in comune con lo zio Kannatas, altro piccolo terreno in uno con una vigna incolta che possiede con lo zio nel villaggio Kannatas (χωριον = villaggio) di Skaronitoi (6), l’altra con un piccolo giardino accanto allo zio Kannatas vicino Phournos (7), un piccolo lotto a Elaphoun (8), altre terre che possiede con i suoi figli presso l’Archistratege (9), altre che possiede anche con i suoi figli, oltre il torrente, sotto gli alberi di pero, un altro vicino a Markanitès e Spertos, che possiede con suo zio Kannatas (l. 13-27); in breve, porta tutto con sua sorella Maria e dà ciò che appartiene alla chiesa di S. Nicola (10), del catigumeno (abbate) Klemes (Clemente) e ecc..”. Dunque, il Guillou, ritiene che questo monaco e i suoi familiari, provengano da una piccola frazione di Orsomarso. Il Guillou (…), a p. 56, parlando proprio del documento dell’anno 1060-1061, scriveva che: “3) Le fait economique exprime par notre document est important car il raconte quelques aspects de la vie d’une υποστασις familiale, celle des Phortonatoi (qui ont laissé leur nom à un hameau situé au nord-est d’Orsomarso), entre le milieu du X° et le milieu du XI° siecle. Les membres de cette famille connus du document sont:”, che significa: “3) Il fatto economico espresso nel nostro documento è importante perché racconta alcuni aspetti della vita di una famiglia υποστασις (ipostasi), quella dei Phortonatoi (che hanno lasciato il loro nome in una frazione situata a nord-est di Orsomarso), tra la metà del X ° e la metà dell’XI secolo. I membri di questa famiglia noti dal documento sono: “

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(Fig….) I membri della famiglia dei ‘Phortonatoi’, citati nel documento del 1060-1061, a p. 56 del Guillou (…).

Il Guillou (…), nella sua nota (4), postillava: “V, acte I, et p. 19”, nella sua nota (5), postillava “V. acte 2, et p. 29”, nella sua nota (6), postillava “V. acte 3, et p. 42”, nella sua nota (7), postillava “V. acte 4, et p. 56”. Il Guillou, sempre a p. 56, continuava scrivendo che: “Cette amputation consiste à transmettre à S. Nicolas les droits du moine Sòphronios, c’est-à-dire que pour les terrains d’Olitha, de Bounikosa et la vigne en friche des Skaronitoi, le monastere partage ses droits de proprieté avec l’oncle Kannatas, sans enfants et, certainement, tres agé. Ces droits se sont donc simplifies rapidement au profit du monastere, qui est aussi, comme l’etaient Sophronios et Kannatas, proprietaire dans le χωριον des Skaronitoi; le fait est important de la presence depuis plus d’un demi-siecle de gros proprietaires laics ou ecclesiastiques dans la situation drammatique, chaos politique (1) et, surtout, crise économique (2), contemporaine de la donation de Sophronios.”, che tradotto significa:  Questa amputazione consiste nel trasmettere al monastero di San Nicola i diritti del monaco Sòphronios, cioè che per le terre di Olitha, Bounikosa e la vigna incolta dello Skaronitoi, il monastero condivide i suoi diritti di proprietà con ‘zio Kannatas’ (Cannata), senza figli e sicuramente molto vecchio. Questi diritti furono così rapidamente semplificati a vantaggio del monastero, che è anche, come lo furono Sophronios e Kannatas, proprietario nel χωριον (villaggio) Skaronitoi; il fatto è importante della presenza per oltre mezzo secolo di grandi proprietari laici o ecclesiastici nella situazione drastica, nel caos politico (1) e, soprattutto, nella crisi economica (2), contemporaneamente alla donazione di Sophronios.”. Dunque, riguardo l’ubicazione di questi monasteri, Domenico Martire (…), che elencava anche quello “dei Marcari”, che io credo debba trattarsi del monastero di S. Pietro di Marcaneto a Scario, diceva essere commemorato nella ‘Vita di San Saba’, l’opera agiografica della vita del Santo di cui abbiamo già parlato. L’accostamento del Monastero di San Pietro di Marcaneto, che fa il Cappelli (…), risulta essere molto credibile, rispetto ad altre congetture, credendo che esso fosse da localizzare nell’area vicino ai due Monasteri detti dei ‘Taorminesi’ e dei ‘Siracusani’, citati entrambi i monasteri citati nellopera agiografica di S. Saba da Collesano, in quanto, se facciamo riferimento ad un altro monastero sorto ed esistente nell’area, secondo la ‘Vita del Santo’, il monastero di ‘Kyr-Macaros’, citato in un atto di donazione dell’anno ……., e pubblicato dal Guillou (…). Giovanni Russo (…), recentemente, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion’, a p. 95, scriveva che: “Congiungendo i vari elementi di cui sino ad ora ho parlato, si potrebbe pensare all’Historia et laudes SS. Sabae et Macarii (144), nella quale si narra di un oratorio intitolato proprio a San Filippo, sebbene esso venga dislocato nella regione di Lagonegro, nei pressi del quale doveva trovarsi anche un monastero denominato Kyr Makaros. Di questo monastero parla anche l’atto di donazione del monaco Sofronio e fra i testimoni in calce al documento compare il nome di Nikon, catigumeno di Kir Makaros (145).”. Dunque, il Russo, sulla scorta del Cappelli e del Guillou (…), nella sua nota (145), postillava che: “(145) A. Guillou, op. cit., p. 60”. Dunque, le ipotesi che avanzava il Cappelli, circa la localizzazione in questo territorio di alcuni monasteri italo-greci o basiliani, di chiara fondazione pre-benedettina, cioè sorti prima dell’anno mille, e poi in seguito scomparsi, fossero da localizzarsi proprio nel nostro territorio del ‘basso Cilento’ e non nella Calabria, dove, a differenza di ciò che credono alcuni – alcuni monaci da quì trasferitisi, andarono a fondare il nucleo fondande di alcuni monasteri italo-greci e poi benedettini in epoca Normanna in Calabria. Le ipotesi del Cappelli, sono state poi in seguito avvalate dalle carte latine e quelle più antiche di atti e donazioni ritrovate nell’Archivio Aldobrandini, che furono pubblicate dal Pratesi (…) e poi dal Guillou (…). Una di queste carte greche è proprio l’atto di donazione del monaco Sofronio dove fra i testimoni presenti alla cerimonia e firmatari del documento vi è il catigumeno (abbate) ‘Nikon’ del monastero di Kyr-Macarios che il Cappelli, riteneva fondato dal fratello di S. Saba, S. Macario. I documenti parlano e noi li lasciamo parlare, lasciando una testimonianza indelebile del filo logico-storico che li lega fra loro. L’atto di donazione di Sofronio (Sophronios), è una delle carte greche pubblicate dal Guillou (…) e, come abbiamo visto, ci collega al monastero di San Nicola da Donnoso in Calabria, da cui quelle carte e quei personaggi provengono, ma da cui ci fanno intravvedere anche e soprattutto la loro origine che a nostro avviso era della nostra zona, come vedremo. Riprendendo le citazioni del Cappelli (…), sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…), a p. 47, che nel 1986, scriveva: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Ma più che a questi l’influenza bizantina nella zona fu dovuta all’azione efficace ed energica di S. Saba che nel Mercurion ecc…Dal Monastero di S. Lorenzo e dalla vicina Episcopia S. Saba iniziava l’opera di espansione del monachesimo basiliano che doveva poi allargarsi alle coste tirreniche dell’attuale basso Salernitano. Il Santo spesso si allontanava dal suo Monastero di S. Lorenzo per ispezionare i vari cenobi disseminati nel territorio di Lagonegro e di Monte Bulgheria. L’azione ispettiva di S. Saba venne ereditata, alla sua morte, dal fratello San Macario e alla morte di questi dal monaco Luca. A quest’ultimo si attribuiscono i monasteri di SS. Elia ed Anastasio di Carbone e il monastero di S. Giuliano nell’alta valle dell’Agri.”. Poi il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Vera Falkenhausen, a p. 62 (…), scrive in proposito agli insediamenti basiliani nella nostra regione che: “Come aree di insediamento degli immigrati, le fonti bizantine del periodo menzionato in particolare …….di Merkurion (la Valle del Lao), Aieto, di ‘Latinianon’ e di Lagonegrese (5).”.

L’etimo di ‘Markanites’ e di ‘Scaronitoi’

Recentemente, Giovanni Russo, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), a pp. 90-91, credeva che: “Il villaggio di Skaroniti esisteva sicuramente, ma al suo posto oggi permangono pochi resti murari, ruderi silenziosi, ma ancora leggibili, che impreziosiscono questa zona al cui interno vi sono ben due sorgenti, entrambe intitolate a Sant’Elia, come il monastero che vi sorgeva accanto, il quale le ha lasciato tracce indelebili di sé nel testamento del suo igumeno Daniele (134). Neppure Guillou, nutre dubbi in merito, mentre riconduce il termine ‘Scaroni’ o ‘scarani’, apparentato con il francese ‘scameres’ e il latin ‘scamares o ‘scamatores’, il cui significato è “predatori, briganti”, come sembra confermare il ‘Glossarium mediae et infimae latinitatis’ di Charles Du Cange, alla voce ‘scarani (135). Deriva da ciò l’identificazione del toponimo con la località Scherani a 4 km. a sud-est di Orsomarso, il cui nome significherebbe, letteralmente, “taglia garretti”, ossia tagliagole. Diverso destino spettò a Phournos, il cui toponimo è di origine oscura.”. Il Russo, nella sua nota (134), postillava che: “(134) F. Bulgarella, L’Eparchia di Mercurio, op. cit., p. 85”, e a p. 91, nella sua nota (135), postillava che: “(135) Charles Du Cange, ‘Glossarium mediae et infimae latinitatis’, Niort, L. Favre 1883-1887, vedi pure nota del Guillou che lo cita”. Sul toponimo, ha scritto anche Gerard Rohlfs (…), nel suo ‘Mundarten und Griechentum des Cilento’, dove alla parola ‘Skario’, a p. 83 scrive che: “Il suffisso per la formazione di etnici – otu < – ωτης (cfr. LGII, p. 584) stranamente non partecipa alla dittongazione. Si dice ‘Skarioti (R) “gli abitanti di Scario”, Laurioti (V) “abitanti di Lauria” (3). Questa constatazione concorda con osservazioni fatte anche in altre aree. Anche in provincia di Cosenza infatti si dice ‘Skaliyotu’ (Scalea), Mantiotu (Amantea), sebbene qui ò davanti a -ù e ì si dittonghi.”, poi il Rohlfs, nella sua nota (3), postillava che: “Si dice però ‘Asyuoti (A) per indicare gli abitanti di Ascea.”. Sempre il Rohlfs, a p. 108, alla parola ‘Scario’, scrive: “Piccolo centro di pescatori presso Policastro, gr. εσχαριον (escaroin) “apparecchio per varare le navi”. Sempre Rohlfs (…), a p. 112, scriveva in proposito che: “Oltre a questi elementi lessicali, nella zona nostra sono rimasti in uso due suffissi greci. Sulla desinenza – …… per la formazione di etnonimi (Skarioti, Laurioti, Asiuoti) si è discusso sopra a p. 42.”. Il Palazzo (…), proprio sulla scorta di Rohlfs, di cui è stato uno dei suoi intervistati nella zona, parlando di Scario, sull’etimo della parola di Scario, scriveva le stesse cose.  Nel documento del 1060-1061, pubblicato dal Guillou (…)(documento n. 4), si cita un possedimento a “Markanites”. Nel documento pubblicato dal Guillou (…), di cui ci siamo occupati in un altro nostro saggio e che riguarda un atto di donazione al monastero di San Nicola di Donnoso in Calabria, leggiamo che il monaco “Sophronios Phortonatos”, possedeva dei terreni e delle vigne nella “terra di Olitha”, nel villaggio di “Skaronitoi” e a “Markanites”. Tutti e tre questi toponimi, sono citati nella toponomastica di Scario. Il Guillou (…), a p. 54, riguardo al toponimo o nome di luogo o  “villaggio Kannats di Skaronitoi”, nella sua nota (6), postillava che: “Le mot derive de ‘scaroni’, ‘scarani’, (scamares), brigands (v. Du Cange, Glossarium mediae et infirmae latinitatis, s. v. ‘scarani’); le toponyme sera identifié avec le lieu-dit Gli Scherani (= coupe-jarret), à 4 Km. au sud-est d’Orsomarso.”, che tradotto significa: “La parola deriva da ‘scaroni’, ‘scarani’, (scamares), briganti (v. Du Cange, Glossarium mediae e infirmae latinitatis, sv ‘scarani’), il nome del luogo sarà identificato con il luogo chiamato Gli Scherani (= taglio -carro), 4 Km. a sud-est di Orsomarso. “.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna, p. 155 (citato da Ebner), (Archivio Storico Attanasio).

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Julius, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904 e, successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491; riguardo le nostre Diocesi, si veda dello stesso autore Gay J., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2, 1 e 16; si veda pure: Borsari S., Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanne, Napoli, Sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1963 (Archivio Storico Attanasio), si veda cap. II, pp. 69-70, nota (183), parla di un documento del 1065.

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(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, (Archivio Storico Attanasio);  si veda pure: Cappelli B., I Basiliani nel Cilento superiore, in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, XVI, 1962 pp. 9-21, oppure dello stesso autore e saggio: in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, vol. XXIV, 1970. pp….

(…) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, (Studi e Testi, 197), pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine. Il Borsari (…), nella sua nota (183) a p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 59-61.“; si veda pure l’ddizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).

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(…) Manselli Raul, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, saggio recensivo a cura di, estratto dall’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, Anno XXVIII, 1959, fasc. III-IV, Arti Grafiche A. Chicca, Roma, Tivoli,  (Archivio Storico Attanasio), pp. 269 e ss.

(…) Menager Leon Robert, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 55-70. Il Pratesi (…), ritiene che il Menager abbia dimostrato l’autenticità di un documento del 1065, proveniente dall’Archivio Aldobrandini; si veda pure dello stesso autore: L.R. Menager, ‘Recueil des actes ducs normands d’Italie (1046-1127), I: Les premiers ducs (1046-1087)’, Bari 1981 (Società di Storia patria per la puglia, Documenti e monografie 45), nr. 43, pp. 136-141.

(…) S. G. Mercati – C . Giannelli – A . Guillou, Saint-Jean-Théristès (1054-1264), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 5, Città del  Vaticano 1980, pp. 15-16. L’inventario del 1607 è stato pubblicato da V. Capialbi (…). Forse è proprio questa l’edizione citata da Raul Manselli (…), quando nel suo saggio recensivo ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi’, a p. 268, scriveva che: “Ci auguriamo che venga ben presto l’edizione dei documenti greci, che il Pratesi annuncia ad opera di Ciro Giannelli e Silvio Giuseppe Mercati e che costituirà un unico organismo con queste carte latine.”

(…) Mercati Silvano Giuseppe, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Capalbi Vito., Appendice sopra alcune biblioteche di Calabria, Arch. storico per la Calabria e la Lucania, 10 (1940) pp. 128-136 e 250-256, p. 136: i documenti allora presenti nell’archivio del S. Giovanni erano così divisi: 83 pergamene greche (di cui 3 “piombate”); 41 pergamene latine (di cui 25 “piombate”); 4 pergamene “quali non si ponno discernere”; 9 bolle pontificie.

(…) M.-H. L a u r e n t – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).

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(…) Guillou A., Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; si veda pure: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89) (Archivio Storico Attanasio).

(…) Orsi Paolo, ‘S. Marco Argentano, in ‘Brutium’, a. VI (1926), (n. 10-11-12), estratto pp. 9 ss.

(…) Guillame P., L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371

(….) Loud A. Graham, The Abbey of Cava, its Property and Benefactors in the Norman Era, in Anglo-Norman Studies IX, Proceedings of the Battle Conference 1986, a cura di R.A. Brown, 1987, pp. 143-175, qui pp. 147-148.

Rocchi

(…) Rocchi A., Vita di S. Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, Roma, ed. Desclee-Lefebre, 1904, p….; Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio). Nella sua nota (2), la Follieri (…), ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514.”.

(…) Marchese G., ‘La badia di Sambucina: saggio storico sul movimento cistercense nel Mezzogiorno d’Italia’, Lecce 1932 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Holtzmann W., nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone; ha dovuto occuparsene con André Guillou (scuola francese di Roma) che si sarebbe occupato degli atti greci (…). Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Scrive il Breccia in una sua nota: “W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188.”.

(…) L’abbazia fu fondata da Roberto il Guiscardo e dalla moglie Sichelgaita di Salerno su richiesta di papa Niccolò II intorno al 1065, quale monastero benedettino. Il 31 marzo, la chiesa fu, per ordine di papa Alessandro II, dedicata a Santa Maria; la relativa cerimonia fu officiata da Arnolfo arcivescovo di Cosenza e dai vescovi Oddone di Rapolla e da Lorenzo di Malvito alla presenza di Roberto e Sichelgaita e dell’abate del monastero Abelardo. All’abbazia fu donato dal Guiscardo parte del territorio prima facente parte della diocesi di Malvito, il cui vescovo fu ricompensato con la somma di trenta schifani d’oro; oltre a ciò fu riccamente dotata dai normanni ed ebbe vari privilegi sia da papi che da re, che la resero ricca e potente. Il 18 novembre 1092 papa Urbano II, promotore della prima crociata, visitò l’abbazia. Già Alessandro II aveva posto l’abbazia sotto la diretta autorità papale, cosicché Matina compare nella parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. La fondazione imperiale conobbe una decadenza che la fine del XII secolo non interruppe. Gioacchino da Fiore rifiutò con decisione la proposta del re Tancredi di Sicilia di trasferire a Matina, da Fiore, il proprio monastero, essendo l’antica abbazia «allora in stato di grave declino». Le speculazioni della letteratura cistercense più antica, ossia che Matina fosse cistercense dal 1180, vengono ripetute acriticamente dal Bedini. L’ipotesi più accreditata è che l’abbazia venne fondata intorno al 1087 da una comunità di benedettini con a capo Sigismondo (primo abate del convento) e intorno al 1141 venne concessa ai cistercensi divenendo così una figlia di Clairvaux, a sua volta fondata nel 1115 da Bernardo di Chiaravalle. La Sambucina venne poi autorizzata dal Papa a fondare ovunque nel territorio case filiali, divenendo così “madre” di altre abbazie. Intorno al 1173, vi soggiornò Gioacchino da Fiore, teologo e fondatore dell’ordine Florense. Ma, queste ipotesi, sono contraddette da documenti di archivio della famiglia Aldobrandini. Da qualche parte leggiamo che, secondo il Fiore G., “Sant’Angelo di Frigillo in Mesuraca fu chiesa semplice fondata l’anno 500, come appare da una sua antichissima iscrizione” (1). Sulla scorta delle carte dell’Archivio Aldobrandini (…), apprendiamo che il Monastero greco fu poi latinizzato dai cistercensi della Sambucina (2). Era situato in diocesi di Santa Severina a due miglia da Mesoraca “sulla cima del monte in amena valle”, nelle vicinanze dell’incrocio di due vie pubbliche. Durante l’occupazione aragonese fu dato dal papa in commenda assieme a due altri monasteri dello stesso ordine cistercense: uno detto di S. Maria della Matina, che era situato in diocesi di Bisignano, e l’altro detto di S. Maria della Sambucina, in diocesi di S. Marco. Il capo della commenda era il monastero della Matina e gli altri due erano dette grange. Dunque, S. Maria della Matina e S. Maria di Sambucina erano due diversi monasteri. Nell’ottobre del 1221, su richiesta dell’abate di Sambucina e con il permesso di papa Onorio III ed dei vescovi locali competenti (Andrea di San Marco Argentano e Luca di Cosenza), la Matina diventa ufficialmente un monastero cistercense dipendente da Sambucina. L’atto diventa effettivo nel febbraio del 1222 con il consenso dell’imperatore Federico II e, dopo il completamento nel giugno 1222, viene confermato dal papa. Il nome comunemente usato rimase Matina, talvolta con delle aggiunte quali de Matina Sambucina o dictum sambucina Matina’. Consacrata nel 1065 alla presenza del duca normanno Roberto il Guiscardo, l’Abbazia dedicata a Santa Maria della Matina racchiude peculiarità del monastero benedettino cui più tardi nel tempo si sono aggiunti elementi architettonici dell’era cistercense. Fu diretta per un periodo dall’abate Ursus, che ricorre nella storia della nascita del Priorato di Sion che fortemente volle l’istituzione dei Cavalieri Templari. Secondo la leggenda, dall’Abbazia della Matina partirono verso Gerusalemme gli stessi monaci che concorsero a fondare l’antico Ordine di Sion con a capo Goffredo di Buglione, protetti da sua madre Matilde di Toscana. Papa Urbano II, che ben conosceva la signora, inviò Arnolfo di San Lucido a predicare nell’antica San Marco la prima crociata. Sembra che anche questi fosse tra i fondatori dell’Ordine di Sion. È il 31 marzo 1065. Alla presenza del Duca Roberto, della sua seconda moglie — Sikelgaita di Salerno — e di alcuni alti esponenti religiosi, si officia la dedicazione della chiesa abbaziale di S. Maria de La Matina: una solenne consacrazione che sta per segnare un posto nella storia. Voluta e realizzata dal Guiscardo, favorita dai papi e dai signori normanni, dotata di enormi ricchezze e privilegi (tra questi, il beneficio di sottostare unicamente alla giurisdizione del Santo Padre), accresce rapidamente in prestigio e potere. Nel 1092 ospita papa Urbano II, promotore della Prima Crociata: al suo appello risponderà anche Boemondo, primogenito del Duca, che partirà per la Terra Santa e la conquista di Antiochia. L’abbazia è benedettina dalla fondazione al 1222, anno in cui subentrano i Cistercensi: fatto salvo che per alcune esigue tracce del primo insediamento (ad esempio, la monofora a tutto sesto del Parlatorio), è proprio a questo periodo che risalgono le attuali testimonianze monumentali — tra cui la magnifica Aula Capitolare — considerate tra le più raffinate architetture cistercensi in Italia.

(…) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (7). Questo grecista britannico ha dato in ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritato creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, ‘Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia’, V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). La Robinson (…), nelle sue pubblicazioni del 1930, aggiunge tre atti riguardanti Carbone trovati altrove: c. 79-80: Tancredi (riportato a Rocco Pirro). C. 86-90: atto del maggio 1320 dagli archivi del vescovato di Anglona. Una sigillatura di Boemia II è ancora riprodotta in t. IX (diocesi di Taranto), c. 128-129: è conservato presso l’Archivio Doria Pamphlili (…) ed è stato pubblicato nel raro testo di Santoro (…). Gastone Breccia, in un suo pregevole studio (…), scriveva a pp. 30-31: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in his own archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54) Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Dunque sempre il Breccia, nelle sue note 54-55-56, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana vol. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200); la citazione è tratta dal vol. 11, 5, p. 318. Cfr. W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188. Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 131+89) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).”.

(…) Robinson Gertrude, History and Cartulary of the Greeck Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in ‘Orientalia Christiana’, Roma, 1928-30, vol. XI-5; XV-2; XIX-1; pp. 30 ss., riguardo il documento del 1144, citato dal Cappelli (…), mentre per le carte greche dell’Archivio Aldobrandini, si veda il testo citato dal Breccia nelle sue note 54-55-56 che, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana vol. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200).”. La rivista ‘Orientalia Christiana’ è pubblicata dal Centro Francescano di Studi Orientali al Cairo in Egitto. La ricerca costituisce ora l’attività principale del centro. I lavori degli addetti al centro e dei loro collaboratori vengono pubblicati o nel periodico Studia Orientalia Christiana Collectanea (SOC), più brevemente SOC Collectanea, che ora si trova al suo trentasettesimo volume, o nella serie Monografie. Collectanea viene pubblicata dal 1956 e contiene contributi in italiano, francese, arabo, copto ed è distribuita da Brepols International (i numeri precedenti il 2007 sono disponibili presso la Libreria Terra Santa di Milano, tel. 02 34 91 566- libreria@edizioniterrasanta.it o contattando il distributore: www.brepols.net).

(…) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Guillame P., L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371

(…) Manoscritto:Vat.lat.13489 Non digitalizzato Citazioni bibliografiche: 1) Buonocore, Marco, 1954- Editoria, In La Biblioteca Apostolica Vaticana luogo di ricerca al servizio degli studi. Atti del Convegno

Roma, 11-13 novembre 2010, a cura di M.Buonocore – A.M.Piazzoni (Studi e testi, 468), 2011; 2) Falkenhausen, Vera von Una ignota pergamena greca del monastero calabrese di S. Maria di Camigliano, In RSC 1980; 3)

Peri, Vittorio, 1932-2005 Il «Corpus» degli atti greci dell’Italia meridionale, In Aevum. Rassegna di scienze storiche, linguistiche e filologiche 1968
  • 4)
    Panebianco, Venturino, 1907-1980 Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il Thema bizantino di Lucania, In RSC 1980
  • 5)
    Lucà, Santo Teodoro sacerdote, copista del Reg.Gr.Pii.II.35. Appunti su scribi e committenti di manoscritti greci, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 2001
  • 6)
    Breccia, Gastone, 1962- Sentenze italo greche. Gli atti greci dei tribunali normanni: persistenza ed evoluzione di una tipologia documentaria bizantina in Italia meridionale e in Sicilia (XI-XII sec.), In Archivio storico per la Calabria e la Lucania 2002
  • 7)
    Degni, Paola Sullo stile di Reggio: l’apporto delle testimonianze documentarie, In Archivio storico per la Calabria e la Lucania 2002
  • 8)
    Degni, Paola Le sottoscrizioni testimoniali nei documenti italogreci: uno studio sull’alfabetismo nella Sicilia normanna, In Bizantinistica. Rivista di studi bizantini e slavi 2002
  • 9)
    Houben, Hubert, 1953- Die “Passio SS. Senatoris, Viatoris, Cassiodori et Dominatae”. Ein Beispiel für griechisch-lateinische Übersetzertätigkeit in Montecassino im 11. Jahrhundert, In Litterae Medii Aevi. Festschrift für Johanne Autenrieth zu ihrem 65. Geburtstag, 1988
  • 10)
    Degni, Paola Le scritture dei notai italogreci nella Sicilia di età normanna e sveva, In Nea Rhōmē 2006

(…) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(…) Schiavone Clara – Buonomo Emilio, Sulle Tracce dei Monaci Italo-Greci nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, 1999.

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Charles Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, Niort, L. Favre 1883-1887, p. 80

(…) Cotroneo R., Pergamene greche del secolo XIII, in ‘Rivista storica Calabrese’ X (1902), pp. 35-43.

(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano

(…) Lizier A., L’Economia rurale nell’età prenormanna nell’Italia meridionale, Palermo, 1917 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Lacava Ziparo F., Dominazione bizantina e civiltà basiliana nella Calabria prenormanna, Reggio Calabria

(…) von Falkenhausen Vera, Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina, stà in “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, Atti e Memorie del Convegno Internazionale di Studio promosso dall’Università di Basilicata, Potenza-Carbone, 26-27 giugno 1992, Potenza, 16,  ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: von Falkenhausen Vera, La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini, Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978, p. 31.

(…) Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile15. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa corpus, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabre. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (30). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e Taranto zona) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Tutte le offerte infatti una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale.

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(…) Russo Giovanni, Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo, ed. Ferrari,

(…) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.

(…) Rohlfs G., ‘Mundarten und Griechentum des Cilento’ (Dialetti e grecità nel Cilento), stà in “Zeitschrift fur Romanische Philologie”, 57 (1937), pp. 421-461 (ristampa anastatica a cura dell’Università della Basilicata, ‘Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento’ di Gerhard Rohlfs, ed. Congedo, si veda su Scario, pp. 83, 112 ecc..(Archivio Storico Attanasio)

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Campagna Orazio, Storia di Majerà, ed. Brenner, Cosenza, 1985 (Archivio Storico Attanasio)

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