Nel 1065, il monastero di ‘San Pietro di Marcaneto’ o “de Marcani” a Scario e collegato a quello di Majerà

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca, prettamente filologico e storiografico cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie intorno alle donazioni dei Principi Longobardi ad alcuni monasteri e cenobi italo-greci del basso Cilento, come il cenobio basiliano poi Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti “extra moenia” in territorio Calabrese, come ad esempio il monastero di “San Pietro de Marcani o di Marcaneto”, che dopo l’anno mille divenne grancia dell’Abbazia, affiliata carbonense, di S. Giovanni a Piro.Credo vi sia un legame tra l’antichissimo monastero di “S. Pietro de Marcani” poi in seguito diventato “a Carbone” a Majerà ed un toponimo o un luogo detto “Marcaneto” a Scario.

Monte Bulgheria

(Fig…) Il Monte Bulgheria visto da Policastro Bussentino

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Andrebbero pure ulteriormente indagate le sparse e frammentarie notizie e documenti intorno ai Calogerati del ‘Basso Cilento’, come ad esempio quelli di S. Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro. Per l’origine di alcuni centri del ‘basso Cilento’ e di alcuni Monasteri, sorti, alcuni dei quali, quasi tutti ormai scomparsi, ci aiuta lo studio delle poche fonti storiche fino a noi giunte, in originali (pochissime) o trascritte nei primi del secolo XIX, che lavorarono negli archivi Angioini prima della loro distruzione. Sebbene, le poche testimonianze, Atti e donazioni pervenuteci, soprattutto quelli sul patrimonio immobiliare e fondiario dei detti Monasteri, frutto delle passate donazioni e privilegi, sono ancora oggetto di studio e ci riservano a volte rare sorprese. In questo saggio parlerò di una mia personale recente scoperta. Si tratta della citazione di alcuni nomi di luoghi, che dimostrerebbero l’esistenza all’epoca della venuta dei Normanni, di alcuni monasteri italo-greci, nella nostra area ed in particolare la citazione del monastero di ‘San Pietro di Marcaneto’, citato in un documento d’epoca Normanna proveniente da un monastero Calabrese. Si tratta dell’atto di fondazione del 1065, in cui Roberto il Guiscardo, donava il monastero di San Pietro di Marcaneto ad un monastero in Calabria. Si tratta di una pergamena manoscritta in latino, datata al 31 marzo 1065 (di cui parleremo), scoperta nel 1954 da Bartoloni e pubblicata da Alessadro Pratesi nel 1958. Un documento d’epoca Normanna, al tempo della conquista delle nostre terre e della Calabria da parte del normanno Roberto il Guiscardo (anno 1065), un atto di donazione in cui vengono donati dal Guiscardo alcuni monasteri tra cui quello di S. Pietro di Marcaneto.

Il 31 marzo 1065, Roberto il Guiscardo dona le due abbazie, S. Pietro “quae dicitur Marcanito”, e S. Nicola “de abbate Clemente” al monastero di Santa Maria della Matina in Calabria

Nell’antichissimo documento, figurano e sono citati due monasteri di monaci basiliani, i monasteri di ‘Santo Pietro de Marcanito’ e quello di ‘San Nicola dell’abate Clemente’. Nell’anno 1065 (?) o 1066, Roberto il Guiscardo e la sua seconda moglie, la principessa Longobarda Sichelgaita, donavano “et in Valle que Mercuri nuncupatur, abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito, ecc…”, al monastero benedettino di nuova fondazione Santa Maria della Matina in Calabria.

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Una semiconferma delle ipotesi di Pietro Ebner (…), circa l’origine di alcuni monasteri nel basso Cilento, è suffragata anche dallo studioso Silvano Borsari che nel cap. II ‘La diffusione del monachesimo bizantino’, nel suo ‘Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanne’, del 1963, prima che avesse scritto l’Ebner (…), a pp. 69-70, scriveva in proposito: “Non vi è nessuna fonte diplomatica anteriore alla metà dell’XI secolo che ricordi i monasteri greci della zona del Mercurion; ma, derogando ai limiti cronologici precedentemente stabiliti, si deve citare un documento del 1065, con cui Roberto il Guiscardo dona al monastero benedettino di nuova fondazione di S. Maria de Matina, tra l’altro “in valle que Mercuri nuncupatur”, due abbazie, S. Pietro “quae dicitur Marcanito”, e S. Nicola “de abbate Clemente”, che senza il minimo dubbio, rimontano ad epoca anteriore alla conquista normanna (183).”. Silvano Borsari (…), nella sua nota (183) di p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in Rivista di storia della chiesa in Italia, XIII (1959), pp. 59-61.”. La citazione del Borsari (…), circa l’antichissimo documento dell’anno 1065, che, come scrive egli stesso “…che senza il minimo dubbio, rimontano ad epoca anteriore alla conquista normanna”, è di notevole importanza per le nostre terre, sia per il periodo storico a cui esso si riferisce, forse il più antico documento mai rinvenuto, e sia perchè in esso vengono citati alcuni monasteri, sorti precedentemente nella nostra zona ma sconosciuti e di cui ora non resta nulla. Mi riferisco in particolare al Monastero di Santo Pietro di Marcaneto, probabilmente sorto a Scario, presso la località Marcaneto. Il Pratesi (…), a p. IX, ci spiega della carta latina, documento n. 1, la donazione del 1065, che si compone come vediamo di due parti: la Notizia (1) della dedicazione della chiesa abbaziale e del Diploma di Roberto il Guiscardo e della moglie Sichelgaita rilasciato in quella occasione:

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(Figg….) Pratesi Alessandro (…), pp. 3-4-5, pergamena (Documento n. 1 – Praeceptum) del 31 marzo 1065 (?), Atto di dedicazione al Monastero di Santa Maria della Matina in Calabria

Nel 1967, André Guillou (…), nel suo ‘Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1′, pubblicò 4 atti o documenti greci provenienti dagli archivi della nobile famiglia Aldobrandini, non pubblicati nel 1958 dal Pratesi (…). Il Guillou (…), nel 1967, dopo 10 anni dalla pubblicazione del Pratesi (…), nel suo Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), ecc..’, a p. 4, così scriveva delle 4 pergamene da lui pubblicate e del Monastero della Matina (da cui esse provenivano), citato nella donazione del Guiscardo del 1065, riferendosi pure al monastero di San Nicola di Donnoso: Le quatre documents grecs conserves font revivre davant nos yeux la coissance des domaines du monastere jusqu’en 1060-1061, date du dernier acte (1). Ce sont les archives latines de Santa Maria della Matina (au nord-est de S. Marco Argentano) que nous devons interroger pour connaitre la suite de l’histoire. Le plus ancien documents conserve dans ce fonds relate qu’Arnolf, archeveque de Cosenza, Odon, eveque de Rapolla, et Laurent, eveque de Malvito, en presence du duc de Calabre et de Sicile, et comte de Pouille, Robert, et de sa femme Sichelgaite, ainsi que de l’abbe Adelard, qui a edifie le monastere de la Matina, dedient l’eglise à la Vierge, et enumere les biens concedes au convent par la princes normands, et parmi ceux-ci “In valle quae Mercuri nuncupatur abbatiam Sancti Petri quae dicitur Marcanito, et ecclesiam Sancti Eliae et Sancti Zachariae cum omnibus pertinentiis earum, cum vineis, terris et silvis, et ecclesiam Sancti Nicolai de Digna cum vineis, terris et silvis et marino portu, abbatiam Sancti Nicolai de abbate Clemente cum vineis, terris et silvis et omnibus sibi pertinentibus, et ecclesiam Sancte Venere cum casale in quo est ipsa ecclesia, cum vineis et terris et silvis (2).” che, tradotto significa: “I quattro documenti greci conservati rilanciano sotto i nostri occhi la coesione dei domini del monastero fino al 1060-1061, data dell’ultimo atto (1). Questi sono gli archivi latini di Santa Maria della Matina (nord est di S. Marco Argentano) che dobbiamo interrogarci per conoscere il resto della storia. I documenti più antichi di questa raccolta riguardano Arnolfo, arcivescovo di Cosenza, Odone, vescovo di Rapolla, e Lorenzo, vescovo di Malvito, alla presenza del duca di Calabria e della Sicilia, e il conte di Puglia, Roberto (il Guiscardo), e la sua donna Sichelgaita, così come l’abate Adelardo, che costruì il monastero di Matina, dedicò la chiesa alla Vergine, e annoverò la proprietà che concede il convento dai principi normanni, e tra questi: “In valle quae Mercuri nuncupatur abbatiam Sancti Petri quae dicitur Marcanito, et ecclesiam Sancti Eliae et Sancti Zachariae cum omnibus pertinentiis earum, cum vineis, terris et silvis, et ecclesiam Sancti Nicolai de Digna cum vineis, terris et silvis et marino portu, abbatiam Sancti Nicolai de abbate Clemente cum vineis, terris et silvis et omnibus sibi pertinentibus, et ecclesiam Sancte Venere cum casale in quo est ipsa ecclesia, cum vineis et terris et silvis (2).”. Dunque, pure il Guillou (…), 10 anni dopo, citava la pergamena pubblicata dal Pratesi (…), atto di donazione del 1065, in cui il Guiscardo donava il monastero di San Pietro di Marcaneto al monastero di nuova fondazione di Santa Maria della Matina. Il contenuto dell’incipit al documento, tradotto dal latino è il seguente: Nella valle il Mercurio chiamato l’Abbazia di San Pietro, che si chiama Marcanito e chiesa di S. Elia e S. Zaccaria con tutti i suoi villaggi, vigneti, terre e boschi, e la chiesa di San Nicola de Digna, vigneti, terre e foreste e porto marino, ed un’Abbazia S. abate Nicola Clemente di vigneti e boschi e tutti i paesi appartenenti alla chiesa di Santa Venere dove è venuto alla chiesa con vigneto e la terra e le foreste (2).”. Il Guillou (…), a p. 4, nella sua nota (2), postillava che: “(2) A. Pratesi, op. cit., p. 5. Je note que L.-R. Menager, dans ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’. 13, 1959, p. 57-61, veut que cette notice soit authentique.”, che tradotto significa: A. Pratesi, op. cit., p. 5. Prendo atto che L.-R. Menager, in “Rivista di storia della chiesa in Italia”. 13, 1959, p. 57-61, vuole che questo documento sia autentico.”. Il Guillou (…), nel suo capitolo “Actes de Saint-Nicolas de Donnoso” (Gli Atti di San Nicola de Donnoso), a p. 4, parlando proprio dell’atto di donazione dell’anno 1065, scriveva che: L’acte peut etre date du 31 mars 1065, mais semble plus suspect, tout comme le privilege, tres voisin par sa teneur, qui aurait ete delivre au monastere par le duc Robert Guiscard, lui-meme (3), et confirme par son fils en juillet 1100 (4). On ignore donc, faute de pouvoir reconstituer la naissance de ces falsifications, quand Saint-Nicolas de Donnoso est entrè dans les domaines de l’abbaye benedictine, mais on aura observe la coincidence entre la date du premier privilege normand (1065). On ne doit pas en dire plus.” che, tradotto significa che: L’atto può essere datato 31 marzo 1065, ma sembra più sospetto, come il privilegio, molto simile nel contenuto, che sarebbe stato rilasciato al monastero dal duca Roberto il Guiscardo stesso (3), e confermato dal suo figlio nel luglio del 1100 (4). Non è quindi chiaro, dal momento che la nascita di queste falsificazioni non può essere ricostruita, quando l’abbazia di San Nicola de Donnoso entrò nei domini dell’abbazia benedettina (di Santa Maria della Matina), ma la coincidenza sarà stata osservata tra la data del primo privilegio normanno (1065). Non dobbiamo dire altro.”. Il Guillou, dunque, a p. 4, nella sua nota (3), postillava che: “(3) A. Pratesi, op. cit., p. 9.”. Il Guillou, nella sua nota (4), postillava che: “(4) A. Pratesi, op. cit., p. 19.”. Nelle immagini che seguono, mostriamo le pagine 6-7-8-9-10-11-12, tratte dal testo di Alessandro Pratesi (…), che li traeva dall’Holtzmann (…), nel suo ‘Das Privileg Alexandre II’, pp. 74-76, dove si illustra il testo trascritto della pergamena (Documento n. 2) del 31 marzo 1065 (?), Atto di dedicazione al Monastero di Santa Maria della Matina in Calabria:

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(Figg….) Pratesi Alessandro (…), pp. 6-7-8-9-10-11-12, pergamena (Documento n. 2) del 31 marzo 1065 (?), Atto di dedicazione al Monastero di Santa Maria della Matina in Calabria

Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 97, scriveva in proposito che: “Tuttavia anche i monasteri di “S. Nicola di Donnoso” e di S. Pietro, “que dicitur Marcanito” (80), nel 1065, avevano perduto la loro autonomia, difatti nella “notitia” di dedica risultano il possesso dell’abbazia di S. Maria della matina, per concessione di Roberto e Sichelgaita. Alla funzione di “dedica” erano presenti l’arcivescovo di Cosenza Arnolfo (81), il vescovo di Rapolla Oddone e il vescovo di Malvito Lorenzo, oltre all’abate Adelardo, fondatore del nuovo complesso monastico della Matina (82). Il contributo di santità e di civiltà, che l’Eparchia monastica mercuriense aveva dato all’Occidente mediterraneo, era finito per sempre: i suoi monasteri distrutti dalla violenza del nuovo conquistatore; i più ligi al cesaro-papismo di Costantinopoli sacrificati al principio di supremazia universale della Curia romana (83).”. Il Campagna (…), nelle sue note (80-82), postillava che le notizie erano tratte dal Guillou (…) e dal Pratesi (…), mentre nella nota (81), postillava che: “(81) Acceso fautore della supremazia della chiesa romana sulla greca, nel 1063 aveva posseduto il sinodo di Bari, in qualità di Vicario pontificio.”. Il Campagna, nella sua nota (83), postillava che la notizia era tratta da: “(83) G. De Pouille , La geste de Robert Guiscard, Palermo, 1961; W. Holtzmann, Il papato, i Normanni e la chiesa greca, in “AC”, XIII (1963).”. Alessandro Pratesi (…), che nel 1958, nel suo ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini’, pubblicava queste carte latine, conservate nel fondo dell’Archivio della famiglia Aldobrandini e provenienti dal monastero di Santa Maria della Matina in Calabria, nella sua ‘Introduzione’ al testo, a pp. VII-VIII-IX-X-XI-XII, scriveva che:

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Come possiamo leggere, il Pratesi (…), a p. VII, oltre a parlare delle sue carte latine pubblicate, cita anche quelle greche provenienti dallo stesso fondo, molto più antiche e di cui ci occupiamo in un altro nostro saggio ivi pubblicato. Si tratta proprio dell’edizione di Silvio Giuseppe Mercati, Ciro Giannelli e, Andrè Guillou, Saint-Jean-Théristès (1054-1264), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 5, del 1980, pubblicata in Città del Vaticano che, Raul Manselli (…), a p. 268 nel suo saggio recensivo ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi’, cita quando scriveva che: “Ci auguriamo che venga ben presto l’edizione dei documenti greci, che il Pratesi annuncia ad opera di Ciro Giannelli e Silvio Giuseppe Mercati e che costituirà un unico organismo con queste carte latine.”. Il Pratesi, prosegue il suo racconto introduttivo alla scoperta delle carte latine, di cui ci occupiamo in questo saggio e, scrive sul cenobio di S. Maria della Matina:

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A questo punto, il Pratesi (…), a p. IX, ci spiega della carta latina, documento n. 1, la donazione del 1065, che si compone come vediamo di due parti: “la Notizia (1) della dedicazione della chiesa abbaziale e del Diploma di Roberto il Guiscardo e della moglie Sichelgaita rilasciato in quella occasione (2):

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(Figg….) Alessandro Pratesi (…), ‘Introduzione’ al testo, a pp. VII-VIII-IX-X-XI-XII-XIII

L’importanza di tale patrimonio documentario è straordinaria e offre, come sottolineava Pratesi (…), al momento dell’edizione, materiale di primo piano a studiosi delle più diverse discipline: una miniera ricchissima che si è dimostrata tale anche nella direzione specifica che a noi qui interessa. L’Abbazia di Santa Maria della Matina, fu edificata nel XI secolo per volere del normanno Roberto il Guiscardo e sua moglie Sichelgaita, fu consacrata a Santa Maria nel 1065 alla presenza della coppia ducale. Il monastero matinense, dotato di vaste proprietà e privilegi, favorito dai papi e dai signori normanni, accrebbe rapidamente il suo prestigio oltre San Marco Argentano in Calabria. Il 31 marzo, la chiesa fu, per ordine di papa Alessandro II, dedicata a Santa Maria; la relativa cerimonia fu officiata da Arnolfo arcivescovo di Cosenza e dai vescovi Oddone di Rapolla e da Lorenzo di Malvito alla presenza di Roberto e Sichelgaita e dell’abate del monastero Abelardo. All’abbazia fu donato dal Guiscardo parte del territorio prima facente parte della diocesi di Malvito, il cui vescovo fu ricompensato con la somma di trenta schifani d’oro; oltre a ciò fu riccamente dotata dai normanni ed ebbe vari privilegi sia da papi che da re, che la resero ricca e potente. Il documento, secondo il Borsari ed il Pratesi, con cui Roberto il Guiscardo dona al monastero benedettino di nuova fondazione di S. Maria de Matina, tra l’altro “in valle que Mercuri nuncupatur”, due abbazie, S. Pietro “quae dicitur Marcanito”, e “S. Nicola de abbate Clemente”. A quali Abbazie si riferiva l’antico documento membranaceo (pergamena) citato dal Borsari? Il Borsari, sulla scorta del Pratesi (…), parlava di due Abbazie: 1- l’Abbazia di S. Pietro “quae dicitur Marcanito”, e 2 –  S. Nicola “de abbate Clemente”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 313, nella nota (56) postillava che: “A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, (Studi e Testi, 197), Città del Vaticano, 1958, pp. 5; 9. E’ per lo meno strano come nel ricchissimo indice di questo volume (p. 528), il Pratesi, dopo tanti studi al riguardo, (v. in questo volume ‘Il Mercurion’), erroneamente situi il Mercurion nella valle del Crati; tanto più strano perchè il documento del 1065 da lui edito specifica che il monastero di S. Pietro, ricordato, ed altri erano situati “in valle que Mercuri nuncupatur”. Ora anche se attualmente il fiume Lao non è più detto Mercurion o Mercuri per tutto il suo corso, come nel medioevo, mantiene sempre la sua denominazione ufficiale di Mercure almeno nel suo primo tratto: e cioè dalle sue sorgenti fino allo scalo ferroviario di Laino Borgo (v. Carta d’Italia del T.C.I. al 25.000).”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, proseguendo il suo racconto, a p. 208, riguardo il monastero o “Abbazia di San Nicola dell’Abbate Clemente”, aveva scritto che: “Mentre poi appare possibile che la chiesa di S. Giovanni, la quale comparisce solo nelle due carte del 1114 e del 1122, si identifichi con il Cenobio di S. Giovanni di Mercurio sia perchè siamo certi trattarsi in questo caso di un monastero e sia perchè in quest’ultimo, come si è detto, viene donato circa un trentennio prima alla Badia di Cava dal signore di Avena, per una ragione simile non si può pensare ad una identità tra l’abbazia di S. Nicola detta dell’abate Clemente e l’altra di S. Nicola di Tremoli. anch’essa come si è visto, donata presso a poco nel medesimo momento alla stessa Badia di Cava.”. Dunque, il Cappelli (…), riguardo il monastero di “San Nicola dell’Abbate Clemente”, citato nella carta di donazione del 1065, scriveva che “non si può pensare ad una identità tra l’abbazia di S. Nicola detta dell’abate Clemente e l’altra di S. Nicola di Tremoli”. L’Abbazia di S. Pietro “quae dicitur Marcanito”, in una località detta ‘Marcaneto’ (posta sulla costa di Scario, risalendo verso San Giovanni a Piro) e, l’Abbazia di S. Nicola “de abbate Clemente”, forse l’Abbazia di S. Nicola a Bosco, o viceversa, visto che la località “Marcanito” o ‘Marcaneto’ è una località indicata a Scario. I documenti pubblicati dal Pratesi (…), coprono un arco di circa due secoli, dal 1065, anno a cui risale la carta dedicationis’ della chiesa della Matina a Maria Vergine. Il Borsari, sulla scorta del Pratesi (…), scriveva che queste due abbazie nel ‘Mercurion’, nell’anno 1065, furono donate da Roberto il Guiscardo, al Monastero benedettino di nuova fondazione di S. Maria de Matina’, un monastero in Calabria. Il Guillou (…), nel suo capitolo “Actes de Saint-Nicolas de Donnoso” (Gli Atti di San Nicola de Donnoso), a p. 4, parlando proprio dell’Atto di donazione dell’anno 1065, scriveva che: L’atto può essere datato 31 marzo 1065, ma sembra più sospetto, come il privilegio, molto simile nel contenuto, che sarebbe stato rilasciato al monastero dal duca Roberto il Guiscardo stesso (3), e confermato dal suo figlio nel luglio del 1100 (4). Non è quindi chiaro, dal momento che la nascita di queste falsificazioni non può essere ricostruita, quando l’abbazia di San Nicola de Donnoso entrò nei domini dell’abbazia benedettina (di Santa Maria della Matina), ma la coincidenza sarà stata osservata tra la data del primo privilegio normanno (1065). Non dobbiamo dire altro.”. Il Guillou, dunque, a p. 4, nella sua nota (3), postillava che: “(3) A. Pratesi, op. cit., p. 9.”. Il Guillou, nella sua nota (4), postillava che: “(4) A. Pratesi, op. cit., p. 19.”. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 93, scriveva in proposito che: “Da “Carte Latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (71), nella “dedicatio” della chiesa di S. Maria della Matina (72), 1065, e in un “Diploma” di Roberto il Guiscardo, relativo alla stessa chiesa, 1065, per altro pergamene considerate “falsificazioni in forma di originali”, ” in valle que Mercuri nuncupatur” (73), oltre alle chiese di S. Elia e di S. Zaccaria – vi è compresa la chiesa di S. Nicola di Digna o Dina, da ubicare presso S. Nicola Arcella, e, quindi, a notevole distanza dalla valle di Mercurio – abbiamo notizie du due importanti monasteri, quello di S. Pietro “que dicitur Marcanito”, e di S. Nicola o dell’abate Clemente (Moulétzes).”. Il Campagna (…), nella sua nota (73), postillava che: “(73) Edrisi nel “Kitab-Rugiàr”, vol. VIII, (Atti della Real Accademia dei lincei, a. 1876-1877), afferma che il Wadì laniah (fiume Lao) aveva le sorgenti al M.rkùrì e sfociava presso d.squàlìah (Scalea).”. Il Campagna (…), a p. 96, continuando il suo racconto, scriveva in proposito che: “Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l'”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). Il Monastero di S. Nicola, o dell’abate Clemente, fu edificato in contrada “Donnasita”, ai piedi di Serra Bonangelo, in posizione amena e ferace, con una fonte perenne nei pressi. Attualmente la contrada è abitata da poche famiglie, che vivono di agricoltura e di pastorizia.”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Oreste Campagna (…), a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, scriveva in proposito che: “Sappiamo dalla Historia di S. Saba che nell’area dell’Eparchia mercuriense vi era il monastero di S. Pietro, detto dei “Marcani”, dove il Santo operò un miracolo ridando la parola e l’udito ad un monaco colpito da un fulmine (131). Lo stesso monastero viene ricordato nella “Dedica” di S. Maria della Matina e nel relativo “Diploma” di Roberto il Guiscardo del 1065, entrambi “falsificazioni” di un originale perduto. Dalle pergamene risulta che l’abbazia era ubicata “in valle que Mercurii nuncupatur” (132). Prima che l’abbazia di S. Pietro divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”. I ruderi, andati distrutti da qualche anno, evidenziano le caratteristiche della struttura muraria romana. Del vasto complesso monastico, ora, rimane la sola chiesetta dedicata all’Apostolo (134). Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi . Si tratta della Vita di S. Saba da Collesano, raccontata in un manoscritto agiografo di Oreste, Patriarca di Gerusalemme, pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, di cui parlerò. Il Campagna, nella sua nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appere interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna, nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Il Campagna (…), continuando il suo racconto a p. 97, scriveva che: “Il monastero fu fondato dall’Abate Clemente, in favore del quale vennero stipulati gli atti di compra-vendita del 1031 e del 1036; venne emessa ingiunzione dallo stratego di Lucania (78) nel 1042 per una controversia fra eredi, e stipulato un atto di donazione pro-anima nel 1060-1061 (79). Tuttavia anche i monasteri di “S. Nicola di Donnoso” e di S. Pietro, “que dicitur Marcanito” (80), nel 1065, avevano perduto la loro autonomia, difatti nella “notitia” di dedica risultano il possesso dell’abbazia di S. Maria della matina, per concessione di Roberto e Sichelgaita. Alla funzione di “dedica” erano presenti l’arcivescovo di Cosenza Arnolfo (81), il vescovo di Rapolla Oddone e il vescovo di Malvito Lorenzo, oltre all’abate Adelardo, fondatore del nuovo complesso monastico della Matina (82). Il contributo di santità e di civiltà, che l’Eparchia monastica mercuriense aveva dato all’Occidente mediterraneo, era finito per sempre: i suoi monasteri distrutti dalla violenza del nuovo conquistatore; i più ligi al cesaro-papismo di Costantinopoli sacrificati al principio di supremazia universale della Curia romana (83).”. Il Campagna (…), a p. 97, nella sua nota (78), postillava che: Ευσταθιος Σκεπειδης, στρατηγος Αουκανιας, in A. Guillou, Saint-Nicolas de Donnoso, op. cit.”. Il Campagna, nella sua nota (80), postillava che la notizia era tratta dal Guillou e dal Pratesi. Il Campagna, nella sua nota (81), postillava che: “(81) Acceso fautore della supremazia della chiesa romana su quella greca, nel 1063 aveva presieduto il sinodo di Bari, in qualità di Vicario pontificio.”. Il Campagna, nella sua nota (82), postillava che: “(82) A. Pratesi”., mentre nella nota (83), postillava che la notizia era tratta dal G. De Pouille, Le Geste de Robert Guiscard, Palermo, 1961; W. Holtzmann, Il Papato, i Normanni e la chiesa greca, in “AC”, XIII (1963)”. Il Campagna (…), a p. 97, continuando il suo racconto sui monateri, scriveva che: In un Diploma del 1100, il duca Ruggero, figlio del duca Roberto, nel riconfermare i possessi della valle del Mercurio all’Abbazia di S. Maria della Matina, non menzionava più monasteri ma semplici chiesette, già parte di complessi abbaziali greci ed ormai convertite al rito latino: S. Pietro, S. Nicola, S. Giovanni (84). Gli stessi possessi mercuriensi vennero confermati all’Abbazia della Matina dal duca Guglielmo nel 1114, e da Boemondo e Costanza nel gennaio 1122. La controversia del luglio 1152 presso la curia giurisdizionale di Scalea per il possesso d’una vigna in contrada “Chiarito” (85) conferma l’egemonia, ancora in atto, esercitata dall’Abbazia di S. Maria della Matina nella “Regione mercuriense”. Il Campagna (…), a p. 97, nella sua nota (84), postillava che la notizia era tratta dal Pratesi (…) e, nella sua nota (85), postillava che la notizia era stata tratta dal Pratesi (…). Sempre il Campagna, parlando dei monasteri citati nelle carte latine pubblicate dal Pratesi (…), a p. 106, scriveva che: “Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113) . Urbano II, il 21 settembre 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114).”. Sempre il Campagna, parlando della decadenza della regione mercuriense, dopo l’anno mille, scrive che: “Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.

Nell’VIII secolo, la colonizzazione di alcuni luoghi del basso Cilento di monaci e famiglie provenienti dall’Oriente

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, sulla scorta di Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platina (…), ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1573 (vedi sua nota (47)), a p. 16 (vedi p. 73, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che intorno al XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati, una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona, una volta sede Vescovile, ecc…. Dunque, il Laudisio, nel suo interessante passo della sua ‘Sinopsi’ racconta che intorno agli inizi dell’XI secolo, scriveva “proprio in quegli anni”, riferendosi al periodo dei primi Normanni di Roberto il Guiscardo, “moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47)”,……giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota”. Dunque, il Laudisio sulla scorta del Platina (…), scriveva che nel XI secolo, molti monaci orientali giunsero nelle nostre terre della Diocesi di Policastro cacciati dalla Calabria e dalla Puglia da Roberto il Guiscardo. Questi “moltissimi monaci orientali”, scrive il Laudisio, si rifugiarono nei monasteri italo-greci di S. Giovanni a Piro e di S. Cono di Camerota. Questi monasteri già esistevano nell’XI secolo e, scrive sempre il Laudisio che questi monasteri italo-greci erano “costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc..”. Dunque, come scrisse il Laudisio, questi monasteri (italo-greci) erano costituiti da una comunità di monaci si distinguevano “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Il Visconti, che cura l’edizione recente della ‘Synopsis’, postillava che la notizia fosse tratta dal Platina (…), ma abbiamo visto che il Platina (…), ci parla di Roberto il Guiscardo ma, non dice nulla sull’origine dei piccoli centri di Vibonati, Morigerati e Battaglia. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chies un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(37) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, ecc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Cosa sono le ‘massae’ di Calabria ? Inoltre, Pietro Ebner a p. 18, in proposito scriveva pure che: “Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc….Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei Vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali nonchè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “gravance, injiure, servitute, vergoigne” (39).”. Pietro Ebner (….), a p….., nella sua nota (39) postillava che: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis”. Si tratta del testo: Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese / a cura di Vincenzo De Bartholomaeis. Rigardo il fenomeno migratorio di intere “massae”, monaci e famiglie Calabresi che dalla Calabria si spostarono verso le nostre terre del basso Cilento, ai tempi dei primi Normanni (X secolo), Ebner citava alcuni toponimi simili al termine “massae”, come Massicelle, Massa, ecc.. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio il Campagna ci parla del fenomeno migratorio che dalla Calabria interessò diversi nuclei familiari che si spostarono nei piccoli centri del basso Cilento. Il Campagna scriveva che  I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Il Cappelli scriveva che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale.”. Ma, il Cappelli dice di più. Il Cappelli scriveva che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri.

Dall’anno ‘827 (IX sec.) fino al X secolo, l’invasione Araba della Sicilia e la migrazione di famiglie di monaci dalla Sicilia in Calabria

Già a partire dal VII sec. la Sicilia subì diversi tentativi di conquista da parte degli Arabi. Posta nel cuore del Mediterraneo, l’isola costituiva una piazzaforte strategica di fondamentale importanza per il controllo delle rotte mediterranee e l’impero musulmano si trovava agli inizi di quella straordinaria fase di espansione che ne avrebbe esteso il dominio su tutte le coste settentrionali dell’Africa e su gran parte della penisola iberica. L’ennesima invasione araba ebbe inizio ufficialmente nell’827 con lo sbarco presso Mazara del Vallo delle truppe berbere guidate dal grande giurisperito di origini persiane, Asad ibn al-Furat. Nell’831 cadde Palermo nuova capitale del dominio arabo sull’isola. Caddero quindi Messina e Ragusa, mentre Castrogiovanni, l’attuale Enna, fu conquistata soltanto nell’859. Ci vollero oltre dieci anni per sottomettere le popolazioni di Val di Mazzara e di Val Demone, ultimo territorio a cadere in mano musulmana. Siracusa fu presa ancora più tardi, nell’878, mentre l’assedio di Taormina iniziò nel 902. Rometta fu l’ultima roccaforte a cedere all’assalto musulmano nel 965. La conquista della Sicilia e le continue incursioni arabe sulla terraferma innescarono un consistente flusso migratorio che si sviluppò progressivamente lungo tutto l’arco del X sec. fino oltre la prima metà del secolo successivo. In una prima fase furono interessate tutta la Calabria e la Basilicata sud-occidentale. In seguito la presenza di comunità greche si estenderà anche all’interno dei domini longobardi, dove le attività di contadini, artigiani, preti e monaci greci sono ben attestate dalla documentazione d’archivio di molti importanti enti benedettini, soprattutto quelli di Montecassino, Cava dei Tirreni e Montevergine. Le vicende di questi personaggi, originari per la maggior parte della Sicilia orientale, ci offrono una testimonianza vivida e suggestiva di questo momento storico. Ma quest’ondata migratoria è descritta anche da un’altra fonte, quella dell’agiografia monastica, ovvero il racconto delle vite di alcuni santi monaci in fuga. Le agiografie tramandano frammenti di una storia comune, di cui i santi monaci sono protagonisti, ma non unici attori. Cristoforo che raggiunge la Calabria con i figli e la moglie; Fantino che invita i genitori e fratelli a raggiungerlo nella “spopolata Lucania”. Luca di Demenna che invita la sorella e nipoti a raggiungerlo nella Valle dell’Agri per fondare un nuovo monastero. Saba, figlio di Cristoforo, che, dopo aver lasciato a suo fratello Macario la guida dei monasteri da lui fondati alle pendici del Pollino, raggiunge Luca di Demenna che è in fin di vita, e si prende cura della sua sepoltura. Vitale da Castronuovo che decide di raggiungere la Valle dell’Agri per praticare l’ascesi in una grotta non lontano dal monastero fondato ad Armento dallo stesso Luca. Nilo da Rossano che lascia spesso il suo eremo per raggiungere Fantino suo maestro e guida, e lo stesso Fantino che si reca in visita presso la grotta dove Nilo pratica l’ascesi. Nei racconti di queste Vite straordinarie traspare la vicenda corale della migrazione, il processo di ricostruzione dei legami familiari spezzati dalla fuga, e la sapiente ricucitura di una rete di solidarietà che ancora oggi caratterizza le comunità di emigrati nelle terre d’arrivo. In ogni caso, a partire dai secoli VII-VIII, sembra sia stato proprio il monachesimo a favorire l’incremento della popolazione greca, soprattutto in Sicilia e Calabria, più limitatamente in Campania e in Puglia dove la graduale e continua integrazione longobarda finì per dare a queste terre una fisionomia marcatamente latina. Già nel corso del VII secolo è attestata in Sicilia la presenza di un certo numero di igumeni (in greco bizantino: “abati”), e quindi di monasteri greci. Sembra inoltre che Calabria e Sicilia durante l’VIII secolo siano state meta di immigrazioni di profughi orientali, vittime dell’iconoclastia, come dimostra il fatto che, tra il Consiglio di Nicea del 787 e quello di Costantinopoli dell’869, i monaci di Calabria erano tutti greci. Le invasioni persiane o arabe o anche le persecuzioni che nel secolo VII seguirono il monotelismo, corrente filosofico-religiosa che vedeva nel Cristo due nature ma un’unica volontà (thélelema), potrebbero aver causato immigrazioni di elementi di lingua greca e di religione ortodossa, provenienti dalle estreme province orientali dell’Impero come Siria, Palestina o Egitto. Più tardi, nel 731, la decisione attribuita all’imperatore Leone III di aggregare le diocesi di Calabria e di Sicilia al patriarcato di Costantinopoli, staccandole dalla dipendenza e dal controllo della Chiesa di Roma, dovette dare certamente nuovi impulsi all’elemento greco e quindi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina in quelle regioni, attraverso i frequenti spostamenti di monaci e prelati da Oriente verso Occidente. La conquista islamica della Sicilia avvenne tra l’827 con lo sbarco a Mazara del Vallo, e il 902, anche se l’ultima città bizantina del thema di Sikelia a cadere fu, il 5 maggio 965, Rometta, che aveva continuato a resistere da sola. Malgrado la Sicilia avesse subito incursioni da parte dei musulmani fin dalla metà del VII secolo, esse erano finalizzate al saccheggio e non minacciarono mai il controllo bizantino. L’opportunità per gli emiri aghlabidi di Ifriqiya giunse nell’827, quando il comandante della flotta bizantina isolana, Eufemio, si rivoltò. Sconfitto dalle forze lealiste e cacciato dall’isola, Eufemio cercò l’aiuto degli Aghlabidi, che inviarono un esercito a invadere la Sicilia con il pretesto di aiutarlo. Eufemio venne tuttavia prontamente messo da parte. Un assalto iniziale alla capitale Siracusa, fallì, ma i musulmani furono in grado di respingere il conseguente contrattacco bizantino e a impadronirsi di alcune fortezze. Con l’arrivo di rinforzi dall’Africa e da al-Andalus, nell’831 espugnarono Palermo, che divenne la capitale della nuova provincia musulmana. Il governo bizantino inviò alcune spedizioni per respingere gli invasori, ma impegnato nel conflitto contro gli Abbasidi sulla frontiera orientale e contro i Saraceni di Creta nel Mar Egeo, fu incapace di trovare forze sufficienti per scacciare i musulmani, i quali per i successivi tre decenni saccheggiarono i possedimenti bizantini trovando un’opposizione quasi nulla. La fortezza di Enna al centro dell’isola fu il principale baluardo bizantino contro l’invasione musulmana, fino alla sua caduta nell’859. I musulmani aumentarono poi la loro pressione sulla parte orientale dell’isola, e, dopo un lungo assedio, espugnarono Siracusa nell’878. I Bizantini mantennero il controllo di alcune fortezze nel quadrante nordorientale ancora per qualche decennio, e i loro tentativi di riconquista continuarono fino all’XI secolo, anche se furono incapaci di sfidare seriamente il controllo musulmano. Lo stesso periodo, 885–886, vide inoltre i notevoli successi conseguiti in Italia meridionale contro i musulmani dal generale bizantino Niceforo Foca il vecchio. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “……………………………….”.

Origini dell’antico monastero italo-greco di “S. Pietro di Marcaneto” poi in seguito detto di “S. Pietro a Carbonaro” a Majerà

Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. A S. Pietro marcanito, nella seconda metà del X secolo, un monaco greco, colpito da un fulmine, riebbe la parola, grazie all’intercessione di Saba da Collesano (36). Fu conquistata da Roberto il Guiscardo, difatti, nel 1065, lo stesso la donò, fra le altre conquiste, alla neo-abbazia benedettina di S. Maria della Matina, “…abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito…” (37). E’ ovvio che l’abbazia basiliana di S. Pietro, messa alle dipendenze di S. Maria della Matina, dovette conformarsi al rito latino, o cessare del tutto come istituzione monastica. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti.  Il Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (36) postillava che: “(36) E’ detto …………………..presso Orestes Patriarca Hierosolymitanus de Historia et laudibus, etc., op. cit., XXVI, pag. 151.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A. Pratesi, Carte latine, etc., op. cit., pgg. 5-9.”. Dunque, secondo gli antichi documenti questo monastero italo-greco di Majerà, S. Pietro di Marcaneto fu donato da Roberto il Guiscardo alla vicina Abbazia di Santa Maria della Matina. Ho scritto un saggio ivi su questo blog sul Monastero di S. Pietro di Marcaneto. Orazio Campagna (…) che, nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 96, scriveva che: “Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l'”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”. Lo studioso calabro Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, riferendosi a Majerà e del vicino Casale di S. Maria e il suo territorio, conquistato dai normanni, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Majerà, se si accettua il riferimento, per altro incerto, al monastero melchita di Màkaros, del 1060-1061 (1), è il Diploma del duca Ruggero del luglio 1100, nel quale viene menzionata, fra le altre donazioni al monastero benedettino di S. Maria della Matina, l’”ecclesiam Sancte Marie in territorio castelli quod dicitur Machera. Dal documento si rileva che la chiesa di S. Maria o sopravvisse alle conquiste normanne o fu opera normanna, e, pertanto, dagli stessi messa alle dipendenze di S. Maria della Matina; che doveva disporre di rendite da platee, già monastiche; che il nome ebraico di “Grotta”, M’arà, già del Casale, grecizzato in “Machera” era passato ad indicare il castello e il nucleo che intorno ad esso si andava costruendo. La donazione venne confermata nel maggio del 1114 in un Diploma del duca Guglielmo e in un altro Diploma del Principe Boemondo del 1122. I documenti sono riportati dal Pratesi (16).”. Il Campagna, a p. 16, nella sua nota (16) postillava che: “(16) A. Pratesi, Carte latine, etc., cit., alle pag. 18-19, 23-25, 30-32.”. Sempre il Campagna a p. 29 ancora sul monastero di S. Pietro a Marcaneto a Majerà (?) aggiungeva che: “Era sorta fra i nuclei greci e romani. I resti dell’abbazia, da qualche anno del tutto scomparsi, della chiesetta, nell’ansia del nuovo, è stata completamente deturpata l’antica struttura, evidenziando l’opus mixtun e l’uso del materiale romano sottratto a precedenti costruzioni. Ecc…”. Il Campagna a p. 30 riguardo questa abbazia scriveva che: “Anche presso questa Abbazia, come presso le altre della costa, vi è il toponimo Foresta, che ricorda antiche donazioni di zona boscosa e coltivata, o meno probabilmene, l’estraneità dei Basiliani, in tempi mutati, e nella lingua e nel rito (46). A sud della Foresta si apre la grotta di S. Angelo: S. Michele, l’Angelo per antonomasia. Presso S. Pietro e S. Anario vi è Prato. Un “locus” dallo stesso nome è più volte menzionato in “Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (47), e, nelle stesse “Carte”, localizzato presso S. Marco Argentano (48). Il nostro, ricco di resti greci e latini, conquistato dal Guiscardo, avrà tratto il nome dalla omonima località argentanese.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (40) postillava che: “(46) Il nome, già usato nella toponomastica normanna, indica un vasto territorio, boschivo e coltivato. Nella Platea dei beni e rendite, etc., la Foresta viene delimitata, e la grancia di S. Pietro disponeva che “dal dì di tutti i Santi insino alla Vigilia di Natale, s’intende chiusa, et chi ci và a pascolare, o dannifica per d.to tempo paga alla d.to Chiesa di pena carlini quindeci per ciaschduna volta…”.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (47) postillava che: “(47) A. Pratesi, cit.”. Il Campagna a p. 30 in proposito aggiungeva che: “L’inventario del 1695-96 eseguito per conto della Cappella romana del S. Presepe, presso S. Maria Maggiore, riporta “una Chiesa con Cortile, et mura di due Cammare seu Celle al p.te dirute, et la d.ta Chiesa che si stà rinnovando è sotto il titolo di S. Pietro a Carbonaro” (38). Ecc…”. Dunque, il Campagna (….), a p. 30, sulla scorta del manoscritto del Vanni (….) scriveva che il monastero di S. Pietro di Marcaneto, nell’inventario del 1695-96 (“Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, redatta dal notaio Domenico Magliano, di cui ho pubblicato gli inediti), eseguito per conto della Cappella del SS. Presepe presso la Basilica di S. Maria Maggiore di Roma, a cui era stato annesso con bolla papale da Papa Sisto V, riporta la descrizione del luogo ecc..e poi dice sempre il Campagna che il monastero di S. Pietro di Marcaneto a Majerà non era più sotto questo titolo ma riportava il nuovo titolo di San Pietro a Carbonaro. Il Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Giovanni a Piro” (fol. 139-141, recto et verso), inventario ms. del 1695-96, estratto dall’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino.”. Sempre il Campagna a p. 30 prosegue scrivendo che: “Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Ecc…“. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebr monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Sempre il Campagna a p. 30 parlando sempre della nuova intitolazione latinizzata di monastero di “S. Pietro a Carbonara”, in proposito scriveva che: “Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Sempre il Campagna a p. 30, nella sua nota (41) postillava che: “Nell’accezzione esatta, e non “Mezzacarbone”, toponimo con cui la contrada è erroneamente conosciuta.”. Sempre il Campagna a p. 30 aggiungeva che: “Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Ecc…”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”.

L’antico monastero italo-greco di “San Pietro Marcanito” o de “Marcani”  a Majerà

Orazio Campagna (….), studioso di Majerà, nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, ci parla della storia di questo antichissimo monastero di cui abbiamo documenti risalenti all’anno 1000. Il Campagna in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. A S. Pietro marcanito, nella seconda metà del X secolo, un monaco greco, colpito da un fulmine, riebbe la parola, grazie all’intercessione di Saba da Collesano (36). Fu conquistata da Roberto il Guiscardo, difatti, nel 1065, lo stesso la donò, fra le altre conquiste, alla neo-abbazia benedettina di S. Maria della Matina, “…abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito…” (37). E’ ovvio che l’abbazia basiliana di S. Pietro, messa alle dipendenze di S. Maria della Matina, dovette conformarsi al rito latino, o cessare del tutto come istituzione monastica. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Il Campagna postillava dell’origine del toponimo “Marcani” che a suo dire è una abbroviazione fonetica la cui derivazione proviene da due popolazioni Orientali e Armene. Il Campagna postillava che “Marcani” è un toponimo che deriva da “Mardi” e da “Ircani” che egli vuole due tribù delle coste del Mar Caspio, vicine alla Georgia ed all’Armenia. Forse proprio quelle popolazioni che nel VII o VIII secolo si spostarono verso la Calabria e successivamente verso il basso Cilento per colonizzarle e riempirle di asceteri e Cenobi basiliani. Del resto la presenza di tribù Bulgare il nostro basso Cilento è pieno di riferimenti. E’ comunque un’ipotesi da non scartare ed eventualmente da approfondire. L’Ircania era un’antica satrapia persiana localizzata nei territori degli odierni Golestan, Mazandaran, Gilan e parte del Turkmenistan, a sud del Mar Caspio. I Greci erano soliti chiamare il Mar Caspio “Mare Ircanio”. Il nome Ircania deriva dal greco “Hyrcania”, nome con cui i Greci chiamavano questa satrapia. Hyrcania deriva a sua volta dall’antico persiano Verkâna. Verkā significa “lupo” in antico persiano e di conseguenza, “Hyrcania” significa “Terra dei Lupi“. L’Ircania si trovava in Asia. Confinava a nord con il Mar Caspio, che era chiamato in antichità Oceano ircano, e con i monti Alborz a sud e a ovest. Il paese aveva un clima subtropicale ed era molto fertile. I Persiani la consideravano una delle “buone terre e buoni paesi” che il loro supremo dio Ahura Mazdā aveva creato di persona. A nordest, l’Ircania confinava con le steppe dell’Asia Centrale, dove tribù di nomadi avevano vissuto per secoli. Il Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (36) postillava che: “(36) E’ detto …………………..presso Orestes Patriarca Hierosolymitanus de Historia et laudibus, etc., op. cit., XXVI, pag. 151.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A. Pratesi, Carte latine, etc., op. cit., pgg. 5-9.”. Dunque, secondo gli antichi documenti questo monastero italo-greco di Majerà, S. Pietro di Marcaneto fu donato da Roberto il Guiscardo alla vicina Abbazia di Santa Maria della Matina. Ho ivi scritto un saggio su questo blog sul Monastero di S. Pietro di Marcaneto. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a pp. 93-96, continuando il suo racconto, scriveva in proposito che: “Da “Carte Latine di abbazie calabresi, provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (71), nella “dedicatio” ecc…ecc.. – abbiamo notizie di due importanti monasteri, quello di S. Pietro “que dicitur Marcanito”, e di S. Nicola o dell’abate Clemente (Moulét-zes).”. Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l’”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”. Lo studioso calabro Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, riferendosi a Majerà e del vicino Casale di S. Maria e il suo territorio, conquistato dai normanni, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Majerà, se si accettua il riferimento, per altro incerto, al monastero melchita di Màkaros, del 1060-1061 (1), è il Diploma del duca Ruggero del luglio 1100, nel quale viene menzionata, fra le altre donazioni al monastero benedettino di S. Maria della Matina, l’”ecclesiam Sancte Marie in territorio castelli quod dicitur Machera. Dal documento si rileva che la chiesa di S. Maria o sopravvisse alle conquiste normanne o fu opera normanna, e, pertanto, dagli stessi messa alle dipendenze di S. Maria della Matina; che doveva disporre di rendite da platee, già monastiche; che il nome ebraico di “Grotta”, M’arà, già del Casale, grecizzato in “Machera” era passato ad indicare il castello e il nucleo che intorno ad esso si andava costruendo. La donazione venne confermata nel maggio del 1114 in un Diploma del duca Guglielmo e in un altro Diploma del Principe Boemondo del 1122. I documenti sono riportati dal Pratesi (16).”. Il Campagna, a p. 16, nella sua nota (16) postillava che: “(16) A. Pratesi, Carte latine, etc., cit., alle pag. 18-19, 23-25, 30-32.”. Sempre il Campagna a pp. 29-30 ancora sul monastero di “S. Pietro a Marcanito” a Majerà aggiungeva che: “Era sorta fra i nuclei greci e romani. I resti dell’abbazia, da qualche anno del tutto scomparsi, della chiesetta, nell’ansia del nuovo, è stata completamente deturpata l’antica struttura, evidenziando l’opus mixtum e l’uso del materiale romano sottratto a precedenti costruzioni. Ecc….”. Il Campagna (….), a p. 30 scrivendo che: “L’inventario del 1695-96 eseguito per conto della Cappella romana del S. Presepe, presso S. Maria Maggiore, riporta “una Chiesa con Cortile, et mura di due Cammare seu Celle al p.te dirute, et la d.ta Chiesa che si stà rinnovando è sotto il titolo di S. Pietro a Carbonaro” (38). Ecc…”. Dunque, il Campagna (….), a p. 30, sulla scorta del manoscritto del Vanni (….) scriveva che il monastero di S. Pietro di Marcaneto, nell’inventario del 1695-96 (“Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, redatta dal notaio Domenico Magliano, di cui ho pubblicato gli inediti), eseguito per conto della Cappella del SS. Presepe presso la Basilica di S. Maria Maggiore di Roma, a cui era stato annesso con bolla papale da Papa Sisto V, riporta la descrizione del luogo ecc..e poi dice sempre il Campagna che il monastero di S. Pietro di Marcaneto a Majerà non era più sotto questo titolo ma riportava il nuovo titolo di San Pietro a Carbonaro. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a pp. 147-150-151 ecc.. parlando della “Regione mercuriense” ed in particolare della Terra di Majerà, in proposito scriveva che: “Completamente autonoma dalla Terra di Majerà fu l’abbazia basiliana di “S. PIETRO A’ CARBONARA”. Non ci è dato conoscere la data di fondazione, ma, certamente, per essere ubicata nei pressi di “Romano”, di “S. Anario”, “Schiavo” e “Prato” (128), non lontano da “Ftia”, “Campora” e “Pirgolo” (129), località dove la presenza greca e romana ha lasciato tracce indelebili, ma soprattutto per essere su una delle più trafficate vie istimiche per le coste joniche, da “Bocca Palombaro”, e quindi a breve distanza dalla “Badia” di S. Sosti (130), per le stesse strutture murarie, di quel poco che resta, dove sono rilevanti gli avanzi romani, l’abbazia di “S. Pietro a’ Carbonara” fu fra le più arcaiche della costa. Miracolosamente sopravvisuuta alle scorrerie normanne, o ricostruita dopo il consolidamento delle conquiste, godette a lungo il beneficio di “platea”. Sappiamo dall’Historia di S. Saba che nell’area dell’Eparchia mercuriense vi era il monastero di S. Pietro, detto dei “Marcani”, dove il Santo operò un miracolo, ridando la parola e l’udito ad un monaco colpito da un fulmine (131). Lo stesso monastero viene ricordato nella “Dedica” di S. Maria della Matina e nel relativo “Diploma” di Roberto il Guiscardo del 1065, entrambi “falsificazioni” di un originale perduto. Dalle pergamene risulta che l’abbazia era ubicata “in valle que Mercurii nuncupatur” (132). Prima che l’abbazia divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”. I ruderi, andati distrutti da qualche anno, evidenziano le caratteristiche della struttura muraria romana. Del vasto complesso monastico, ora, rimane la sola chiesetta dedicata all’Apostolo (134). Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna (….), a p. 147, nella sua nota (128) postillava che: “(128) Nella “Notizia Dedicationis” del 1065 e in successivi documenti relativi a S. Marai della Matina, A. Pratesi, op. cit., viene menzionato un “vico” o “casale” del “Prato”. Non è facile stabilire se trattasi di “Prato” presso S. Pietro, tuttavia la nostra località ha resti arcaici, di cui molti romani, soprattutto sulla costa ai confini con contrada “Campora”, campus-erat. Sull’autonomia di S. Pietro a Carbonara da Majerà, F. A. Vanni, ms. cit.. L’Autore, oltre ai documenti notarili in proprio possesso, fa riferimento alla delimitazione della Platea del 1545-46, ad opera di Sebastiano della Valle.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a pp. 147-150-151 ecc.. parlando della “Regione mercuriense” ed in particolare della Terra di Majerà, in proposito scriveva che: “Prima che l’abbazia divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”.”. Il Campagna (….), a p. 150, nella sua nota (133) postillava che: “(133) L’Archimandritato carbonense, fondato nel 1167-68, disponeva d’un territorio vastissimo, da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere, in B. Cappelli, ‘Il monachesimo basiliano di S. Maria de Pactano’, in “BBGG”, n.s. XXIV (1970).”.

Le carte latine provenienti da alcuni fondi dell’archivio della famiglia Aldobrandini

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Nel 1958, Alessandro Pratesi (…), pubblicò le carte greco-latine dell’archivio della nobile famiglia romana Aldobrandini (…). Si tratta di 190 carte, provenienti da alcuni monasteri della Calabria, alcune delle quali confermavano alcune interessanti ipotesi circa l’origine di alcuni antichissimi cenobi e monasteri basiliani del basso Cilento, come ad esempio quello di cui stiamo parlando nel nostro saggio. I documenti sono stati scritti in Calabria di età normanno-sveva, sono quelli pubblicati nel 1958 da Alessandro Pratesi nella collana Studi e testi della Biblioteca Apostolica Vaticana (…). Si tratta di 190 carte, le più antiche tra quelle latine provenienti dall’Archivio della casa dei principi Aldobrandini, e sono conservate presso l’Archivio Segreto Vaticano e nella Biblioteca Apostolica. Si riferiscono tutte alle tre abbazie calabresi di S. Maria della Matina, di S. Maria della Sambucina e di Sant’Angelo de Frigillo. Raul Manselli (…), nel suo saggio recensivo alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, a p. 269, riferendosi alle carte greche scoperte , riordinate e pubblicate dal Pratesi nel 1958, scriveva in proposito: “La luce più viva viene però dai tre monasteri , donde provengono i tre gruppi di carte qui riunite, Santa Maria della Matina, Santa Maria della Sambucina e Sant’Angelo ‘de Frigillo’. Non esito a dire che oggi è possibile fare di questi tre monasteri la storia che finora mancava (1).”. Il Manselli (…), a p. 267, scriveva sulle carte scoperte dal Pratesi (…), che “Proprio perciò mi sembra che opportunamente il Pratesi abbia isolate dal complesso dell’Archivio Aldobrandini queste carte calabresi, che vi si erano confuse con altre provenienti e da Benevento e da altrove (si veda l”Introduzione’ alle pp. XV-XII), senza una qualsiasi organicità e solo perchè le vicende dei vari organismi, di cui le carte erano espressione, avevano messo capo alla famiglia Aldobrandini. Ricondotti infatti alla loro originaria provenienza, i documenti pubblicati dal Pratesi acquistano una portata ed un respiro maggiore, che non disseminati insieme ad altri di altre località, anzi di altre regioni.”. Il Manselli, nella sua nota (1) a p. 269, postillava che: “(1) Non vorrei sembrare ingiusto dimenticando l’opera di Giuseppe Marchese, La Badia di Sambucina, (Saggio storico sul movimento cistercense nel mezzogiorno d’Italia, Lecce, 1932), che ha avuto il merito di voler dare un primo profilo storico della celebre abbazia.”, dove però Manselli, avvertiva il lettore di alcuni errori del Marchese. Il Manselli (…), a p. 270, parlando del Monastero di S. Maria della Mattina e delle carte pubblicate dal Pratesi (…), scriveva in proposito all’opera del Marchese (…), che: “Il Pratesi, nella sua introduzione, non si sottrae, ovviamente, all’esigenza di dare una prima impostazione alla storia dei tre monasteri. Specialmente ardua la questione dell’origine di Santa Maria della Matina, di questo celebre monastero, i cui documenti più antichi sono stati sottoposti ad una critica assai severa ed attenta da W. Holtzmann e poi, appunto, dal Pratesi. Il risultato di questo esame è che i documenti più antichi difficilmente possono essere autentici, anzi lo stesso R. L. Menager, che si sforza (nell’art. cit.) di difendere l’autenticità del documento di fondazione e di quelli immediatamente successivi, finisce poi con l’inficiare l’autenticità di altri, tra cui quello rilasciato dal Principe Boemondo d’Antiochia e da sua madre Costanza, che pure è, nei suoi caratteri esterni, assolutamente ineccepibile.”.

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Riguardo l’antico documento del 1065, pubblicato per la prima volta dal Pratesi (…), che pubblicava le carte provenienti dall’Archivio della nobile famiglia Aldobrandini, una delle maggiori famiglie della nobiltà romana, Gastone Breccia (…), a p. 31, parlando dell’“Archivum Basilianum”, redatto dal Menniti (…), ai primi del ‘700, per ricostruire e raccogliere tutti i documenti esistenti all’epoca, salvati (pergamene greche), provenienti dai maggiori monasteri bizantini e benedettini, scriveva in proposito: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in hisown archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54). Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56), relative le prime al Patir, le seconde provenienti dall’abbazia di S. Maria della Matina e dai monasteri ad essa sottoposti.”. Il Breccia, nella sua nota (56), postillava: “Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 13489) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).”. Purtroppo, da una recente ricerca effettuata, il codice Vaticano Latino 13489, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, che contiene alcune carte greche e latine, pubblicate dal Guillou (…), non è consultabile on line a causa della sua mancata digitalizzazione. Il Breccia (…), sulla scorta del Guillou (…), scriveva che i documenti e le pergamene greche provenienti dall’abbazia di Santa Maria della Matina nel Cosentino, tratte e riordinate dal fondo dell’Archivio Aldobrandini: “In quest’ultimo caso non si può parlare di fondi „sottratti” alla raccolta mennitiana perché i monasteri italo-greci in questione (S. Nicola presso Verbicaro, in Lucania, e S. Elia nella valle del Crati) dipendevano fin dal XII secolo da abbazie di ordini latini (57).. Sempre il Breccia (…), a p. 32, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Cfr. G u i l l o u (cit. n. 56) Byzantion 36 (1966) p. 305.”. Dunque il Breccia, sulla scorta del Guillou (…), sosteneva che le carte greche provenienti dal monastero italo-greco di Santa Maria della Matina (inclusa la pergamena del 1065, pubblicata dal Pratesi e citata dal Borsari e dal Cappelli), essendo quel monastero ed i suoi monasteri annessi come quelli di S. Nicola a Verbicaro e quello di SS. Elia e Anastasio del Carbone, nella valle del Crati, confluirono negli archivi e fondi delle nobili di alcune nobili famiglie romane, perchè non soggette ad abbazie italo-greche ma soggette ad abbazie benedettine: In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili.” (che furono pubblicate da Getrude Robinson (…)) e, poi aggiungere Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Andrè Guillou (…), nel suo Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1‘, nel suo ‘Avant-Propos’ (premessa), a p. 1, scriveva che: “Le dossier d’archives que je commente ici fait partie du fonds Aldobrandini conservè à la Biblioteque Apostolique Vaticane (Vat. lat. , n° 13489), dont Alessandro Pratesi a pubblie les documents latins (1). La presence de documents grecs dans ce fonds avait ete signalee par Franco Bartoloni à Silvio Guiseppe Mercati et à Ciro Giannelli, qui se mirent au long travail preliminaire de la transcription, sans pouvoir le mener à terme, surpris souvent par l’ecriture e la langue des notaires, eux que n’inquietanit aucune paleographiquie de livre. Leur intention etait de publier ensemble tous documents grecs du fonds Aldobrandini au nombre de 55; ils n’ont pu meme achever la mise au net des transcriptions: le pieux depot que m’a confie le R.P. Alphonse Raes, Prefet de la biblioteque des Papes, avec mission de mener à terme la pubblication, contenait une ebauche si differente dans ses principes de l’edition des actes grecs byzantins de la pratique telle que les specialistes l’entendent aujourd’hui, que j’ai dù renoncer à l’utiliser, deplorant tant d’efforts vains de nos deux regrettes amis, auxquels je veux rendre ici un affectueux hommage. C’est pour faire honneur à leur memoire, que j’ai tenu à editer, selon la methode plusieurs fois exposèe et dejà experimentee (2), comme premier fascicule de mon ‘Corpus des actes grecs d’Itlalie du Sud et de Sicile, le dossier d’archives grecques le plus ancien du fonds Aldobrandini, et l’un des plus importants pour l’histoire du kàtepanat byzantin d’Italie, celui de Saint-Nicolas de Donnoso, fidèle au principe de la reconstitution des fonds anciens seule à pouvoir satisfaire les historiens de la civilitation byzantine, au point où en sont nos connaissances en la matière (3).”, che tradotto significa: “La cartella di archivio che ho commentato qui fa parte del fondo Aldobrandini ancora conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. Lat., n° 13489), che Alessandro Pratesi ha pubblicato documenti latini (1). La presenza di documenti greci in questo fondo è stato segnalato da Franco Bartoloni Silvio Giuseppe Mercati e Ciro Giannelli, che ha avuto inizio durante il lavoro preliminare di trascrizione, in grado di completare il termine, spesso sorpreso scrivendo e lingua notai, che non sono preoccupati per qualsiasi libro a matita. La loro intenzione era di pubblicare insieme tutti i documenti greci del fondo Aldobrandini, in numero di 55; non riuscirono nemmeno a completare le trascrizioni: il pio giacimento confidato da Padre Alphonse Raes, Prefetto della Biblioteca Papale, con la missione di portare a termine la pubblicazione, conteneva un profilo così diverso nei suoi articoli. I principi dell’edizione degli Atti greci bizantini della pratica come lo sentono oggi gli specialisti, che ho dovuto rinunciare a usarlo, deplorando così tanti vani sforzi dei nostri due rimpianti amici, ai quali voglio tornare ecco un omaggio affettuoso. È per onorare la loro memoria, che ho insistito sul montaggio, secondo il metodo più volte esposto e già testato (2), come il primo opuscolo del mio ‘Corpus degli Atti greci dell’Italia meridionale e della Sicilia’, il più antico archivio greco della collezione Aldobrandini, e uno dei più importanti per la storia del catepanato bizantino d’Italia, quello di Saint-Nicolas de Donnoso, fedele al principio della ricostituzione dell’antico essere in grado di soddisfare gli storici della civiltà bizantina, al punto che la nostra conoscenza del soggetto è (3).”. Nel 1967, Andrè Guillou (…), nel suo ‘Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1′, nella sua nota (3), postillava che: “Les fonds Aldobrandini comprend cinq autres fonds grecs: S. Maria di Camigliano, S. Maria della Matina, S. Elias, S. Maria della Sambucina et S. Angelo de Frigilo; voir A. Guillou, art., cit., dans Byzantion, 36, 1966, p. 308-310 (Inventaire signaletique).”, che tradotto è: “La collezione Aldobrandini comprende altre cinque collezioni greche: S. Maria di Camigliano, S. Maria della Matina, S. Elia, S. Maria della Sambucina e S. Angelo de Frigilo; vedi A. Guillou, art., cit., in Byzantion, 36, 1966, p. 308-310 (inventario dei segnali).”.

Nel luglio dell’anno 1100, Ruggero Borsa conferma le donazioni di suo padre Roberto il Guiscardo al monastero di S. Maria della Matina

Cerchiamo di capire qualche cosa in più sull’antico documento del 1065 e di quelli successivi, del 1114 e 1122, citati dal Borsari e dal Cappelli, in quanto in altri due documenti vengono riconfrmati i beni donati alll’Abbazia della Matina. Raul Manselli (…), nel suo saggio recensivo alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, a p. 270, parlando del Monastero di S. Maria della Mattina e delle carte pubblicate dal Pratesi (…) e, sull’autencità di queste carte, scriveva in proposito che: Il risultato di questo esame è che i documenti più antichi difficilmente possono essere autentici, anzi lo stesso R. L. Menager, che si sforza (nell’art. cit.) di difendere l’autenticità del documento di fondazione e di quelli immediatamente successivi, finisce poi con l’inficiare l’autenticità di altri, tra cui quello rilasciato dal Principe Boemondo d’Antiochia e da sua madre Costanza, che pure è, nei suoi caratteri esterni, assolutamente ineccepibile.”. Alessandro Pratesi (…), nel 1958, nel suo Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, a p. 18 e ssg, pubblicava l’altra antichisima pergamena datata “1100 luglio”, (documento n. 5), dove nel luglio dell’anno 1100, Ruggero Borsa confermava le donazioni di suo padre Roberto il Guiscardo al monastero di S. Maria della Matina, e dove si citava di nuovo il Monastero di S. Pietro di Marcaneto, di cui non si conosce bene l’esatta ubicazione e che io segnalo essere un monastero sorto in epoca Longobarda ai piedi del Monte Bulgheria, nell’omonima contrada detta di “Marcaneto” a Scario (SA), una frazione di San Giovanni a Piro, dove sorgeva il celebre cenobio basiliano di S. Giovanni. Dunque, il Pratesi (…), a p. 18, in proposito scriveva che: ” 5. ROGGERII DUCIS I DIPLOMA – 1100 luglio. Ruggero duca, figlio di Roberto duca, avendo i genitori acquistato da Lorenzo di Malvito il terreno ove è sorto l’edificio di S. Maria della Matina, da loro medesimi offerto alla Chiesa Romana e ad Alessandro (II) papa, conferma al monastero, di cui è abate Tommaso, tutti i possessi e i diritti e concede i casali di S. Maria della Matina, di S. Venera e del Turboli, la popolazione rurale del casale P r a t u m, varie chiese elencate, nonchè immunità e diritti.”. Ma come possiamo vedere nell’antica pergamena si concede e si conferma la cessione del Monastero di S. Pietro di Marcaneto. Il Pratesi, per questo documento cita “Cfr. Holtzmann, ‘Das Privileg Alexanders II., pp. 81, 86.”.

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(Figg….) Pratesi A. (…), pp. 18-19-20-21

Il Pratesi (…), sempre riguardo questo documento, a p. 18, postillava che: “Circa l’era del ducato pugliese di Ruggero Borsa, decorrente dal settembre 1085, cfr. Chalandon, ‘Histoir de la domination normande, I, p. 287. Non credo sufficiente a ritenere sospetto il documento la circostanza che lo scrittore sia sconosciuto, ancorchè nei diplomi di Ruggero Borsa iferentesi a questo periodo l’ufficio di ‘notarius ducis’ risulti costantemente ricoperto da Grimoaldo: la perdita dell’originale e la mancanza di uno studio adeguato sulla diplomatica ducale normanna rendono peraltro impossibile un giudizio definitivo. Quanto al contenuto cf. docc. nn. 2 sg., per il primo dei quali fu utilizzato il testo del presente diploma, da cui dipende il doc. n. 7.”.

Nel secolo XI-XII, gli ‘Scullando’, signori di Aieta

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI” a p. 219, parlando dei signori di Aieta, gli “Scullando”, in proposito scriveva che: Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio. Questa chiesa che viene ricordata come sita sulla montagna, ma sempre nel castello di Aieta si trovava certamente nello stesso circuito delle mura dell’antica sede di Aieta posta più in alto del borgo attuale e secondo la tradizione abbandonata perchè in un luogo troppo malagevole e battuto dalle tempeste (4). Il monte su cui sorgeva la primitiva Aieta fu detto poi nel dialetto locale Itavetere (Aita vetere) e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Il Cappelli proseguendo il suo racconto parla della zona di ‘Tremoli’ e dell’omonimo monastero e del monastero di S. Zaccaria. Il Cappelli, a p. 221, aggiunge pure che “La chiesa di S. Zaccaria, cui si riferisce il documento preso in esame, che sorgeva alquanto lontano dal Mercurion dove si trovava anche un’altra chiesa, che neanche può essere la nostra, intitolata ai SS. Elia e Zaccaria che comparisce tra i beni donati nel 1065 da Roberto duca di Calabria e Sicilia alla chiesa di S. Maria della Matina all’atto della sua fondazione (8). Le notizie invece date dal documento e cioè come presso la chiesa che li elevava sotto Aieta e vicino al mare si apriva una grotta, potrebbero a pria vista far supporre che S. Zaccaria si trovasse presso l’abitato di Praia a Mare in vicinanza dell’attuale notissimo Santuario-grotta della Madonna (9) che che molto pobabilmente fu nell’alto medioevo abitato da monaci basiliani.”.

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(Fig…) Mattei-Cerasoli (…), pp. 177-178

Nel 1114, Guglielmo I d’Altavilla (Guglielmo I di Puglia), figlio del duca Ruggero I d’Altavilla (Ruggero Borsa), e nel 1122, Boemondo II d’Antiochia,  confermano le donazioni del 1065 del Guiscardo

Il Cappelli (…), sempre a p. 224, nella sua nota (2), postillava che: “(2) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, 1865, p. 250.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Lomonaco, op. cit.,  p. 11.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, (Studi e Testi, 197), pp. 5 e 9. E’ da notare come assai erroneamente il Pratesi (op. cit., p. 528) ancora ubichi il Mercurion nella Valle del Crati.”. Sul Trinchera (…), i due documenti sono distinti e, l’altro citato dal Cappelli (…), è a p. 250, mentre quello citato dal Fusco è a p. 545. I personaggi citati nell’antica pergamena, secondo il Cappelli (…), sono un certo “Normanno“, signore di Aieta, e la moglie “Adelizia” e il figliastro Roberto figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque, scrive il Cappelli che, il signore di Aieta, detto ‘Normanno’, sposatosi con Adelizia, vedova di Goffredo di Aieta, assunse il nuovo nome di Scullando, o Rogkerius Sculland (i), come lo chiama Gertrude Robinson (…), che scriveva che: “(5) Un Rogkerius Scelland(i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Matina.”. Il Cappelli, scrive che questo signore di Aieta, appare in un documento del 1144, del monastero di SS. Elia e Anastasio del Carbone, insieme ad altri dignitari Normanni, insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Robinson Gertrude, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, I. History, Orientalia Christiana, voll. XI.5, num. 44, Rome, 1928. II. Cartulary, Orientalia Christiana, stà in “Orientalia cristiana”, (1929) Roma, vol. XV-2, XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un Rogkerius Scelland(i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Matina.”. Dunque, il Cappelli (…), parlando dei signori di Aieta, gli ‘Scullando’, citava una pergamena del 1144, pubblicata da Gertrude Robinson (…), nella quale si dice a p. 35 del vol. XIX-1 che il dignitario lo chiama “Robert Scullantes”, insieme a “Robert of Lago Negro”, “Gonfred of Castro Cucco” “Otto Scullantes” “Gulielmus of Marathes”, ecc..ecc… che, a mio parere, sono tutti i signori di luoghi che facevano parte della restaurata Diocesi Paleocastrense, citati ed elencati nella nota carta del 1070, di cui ho ivi parlato in un altro mio saggio.

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(Fig…) Robinson Gertrude (…), vol. XIX-1, pp. 30-31 e ssg. (Archivio Storico Attanasio)

Riguardo questo documento, in cui compare un signore di Aieta ‘Scullando’, Biagio Cappelli (…), oltre a parlarci della carta di donazione dell’anno 1065 (già citata pure dal Borsari), citava ancora altri due documenti, tra cui uno dell’anno 1114: Tale donazione avvenuta nel 1065 al momento dell’impianto della chiesa da parte di Roberto duca di Calabria e Sicilia, e poi, per una buona parte dei beni, riconfermata nel 1114 e nel 1122 rispettivamente da Guglielmo figlio del duca Ruggero e dal principe Boemondo, elenca le abbazie di S. Pietro de Marcanito e di S. Nicola dell’abbate Clemente, nonchè le chiese di S. Nicola de Digna, di S. Giovanni, dei SS. Zaccaria e di S. Venere con l’omonimo casale in cui essa si trova.”Dunque, il Cappelli (…), a p. 207, oltre a citare l’antica donazione dell’anno 1065, cita anche gli altri due documenti del 1114 e del 1122. Cerchiamo di capire qualche cosa in più sull’antico documento del 1065 e di quelli successivi, del 1114 e 1122, citati dal Borsari e dal Cappelli, in quanto in altri due documenti vengono riconfrmati i beni donati alll’Abbazia della Matina. Il Guillou (…), nel suo capitolo “Actes de Saint-Nicolas de Donnoso” (Gli Atti di San Nicola de Donnoso), a p. 4, parlando proprio dell’Atto di donazione dell’anno 1065, sulla scorta del Pratesi (…), scriveva che: “En tout cas, c’est avant mai 1114, que le monastere grec est passè entre les mains du monastere latin, puisqu’à cette date le duc Guillaume, fils du duc Roger, en confirme à celui-ci la proprieté (5).”, che tradotto significa: In ogni caso, fu prima del maggio 1114 che il monastero greco passò nelle mani del monastero latino, poiché in quella data il duca Guglielmo, figlio del duca Ruggero, gli confermò la proprietà (5).”. Il Guillou, nella sua nota (5), a p. 4, postillava che “(5) A. Pratesi, op. cit., p. 25.”. Il documento del 1114, è quello in cui Guglielmo I d’Altavilla (Guglielmo di Puglia), figlio di Ruggero Borsa, riconferma buona parte dei beni donati al Guiscardo e da Sichelgaita al Monastero di S. Maria della Matina.

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(Figg….) Pratesi Alessandro (…), pp. 23-24-25-26, pergamena (Documento n. 7) del maggio 1114, Guglielmo I detto il Malo, figlio del Duca Ruggero I d’Altavilla, Conte di Sicilia, riconferma le precedenti donazioni dello zio Roberto il Guiscardo al Monastero di Santa Maria della Matina in Calabria.

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Il Cappelli (…), parlando della ‘Carta di Aieta’ a p. 220, cita un altro documento dell’anno 1144, pubblicato da Gertrude Robynson (…), e nella sua nota (5), scrive che: Un ‘Rogkerius Scelland(i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Il Cappelli (…), dunque, sosteneva che il personaggio Normanno, Rogkerius Scelland (i), appare tra i presenti sia nell’atto di donazione dell’anno 1144 della Carta di Aieta e appare anche nell’atto di donazione di Boemondo dell’anno 1122, alla chiesa di S. Maria della Mattina. Dunque, secondo il Cappelli, il dignitario Normanno, Ruggero Scillando, figurava in due cerimonie di donazione, quella del 1122 e quella del 1144. In fatti, il Cappelli, parlandoci della ‘Carta di Aieta’, cita il dignitario Normanno, “…, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come pare possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχουλλαντ (ςσ) che insieme ad un ωτοοσ σχονλλανιησ appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone, insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5).”. Il Cappelli (…), nella sua nota (5), a p. 224, postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greeck Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in ‘Orientalia Christiana’, Roma, 1928-30, vol. XI-5; XV-2; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland(i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. E’ proprio nella sua nota (5), di p. 224, che Biagio Cappelli, chiarisce il senso di quanto avesse scritto a pp. 207-208 e p. 308, sull’antico documento di donazione dell’anno 1065, e che alcuni beni “…e poi, per una buona parte dei beni, riconfermata nel 1114 e nel 1122 rispettivamente da Guglielmo figlio del duca Ruggero e dal principe Boemondo..”. Il Cappelli, dunque, parlando dell’altro “documento greco del 1144, del monastero del Carbone”, nella sua nota (5) a p. 224, riconferma che in esso “un ‘Rogkerius Scelland(i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Il Cappelli, dice che la notizia del documento greco del monastero del Carbone del 1144, in cui appare ‘Rockerius Scelland (i)’,  che appare e partecipa alla funzione dell’atto di donazione del 1065 (…), è tratta dal Robinson (…), che nel 1928-30, nel suo  ‘History and Cartulary of the Greeck Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, scrisse interessanti notizie sui Normanni e sui ‘Marchisio’ citati in un altro antico documento pubblicato dal Trinchera (…), che ci parla di un monaco di Vibonati a cui fu concesso di costruire una cappella a ‘Scido’, e su cui abbiamo ivi dedicato un nostro saggio. Il Cappelli, dunque scriveva che nel documento del 1114, ‘Guglielmo figlio del duca Ruggero’, riconfermava buona parte dei beni donati dallo zio Roberto il Guiscardo al Monastero di S. Maria della Mattina in Calabria. Il Cappelli, scrivendo del documento del 1144, a p. 220  “…appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone, insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, e postillava che la notizia era tratta da Gertrude Robinson (…), che dal 1928 al 1930, pubblicò diversi documenti d’epoca Normanna, provenienti dagli archivi del Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone. Sempre a proposito della penetrazione di monaci basiliani nella nostra area, il Troccoli (…), nel suo capitolo II: ‘I tre insediamenti basiliani nell’antica Lucania e la zona di influenza del Santuario di Montesacro’, parlando del ‘Latinianon’, a p. 47, scriveva che: “Il nome gli proveniva certamente dalla città scomparsa di ‘Latiniano’, la cui esistenza è attestata nel 1041 (6) e che deve essere localizzata nella valle del Sinni.. Il Troccoli, nella sua nota (6), postillava sull’antico documento del 1041: “Il nome di Latiniano lo troviamo in una carta greca del 1041 proveniente dal celebre monastero dei SS. Elia e Anastasio del Carbone. In detto documento si parla di un certo Cristogene di Latiniano (Cfr. Orientalia Christiana – Fasc. XV., 2 pag. 140-144, 1938)”. Il Troccoli, riguardo alla sua nota (6) sull’antico documento del 1041, cita solo la rivista ‘Orientalia Cristiana, ma non dice chi era l’autore del testo. Sulla rivista ‘Orientalia Christiana’, tra il 1928 ed il 1938, ha scritto Gertrude Robinson (…), che pubblicò tantissimi documenti d’epoca bizantina, provenienti dai maggiori Monaseri italo-greci dell’Italia Meridionale.  Infatti, Vera von Falkenhausen (…), nel suo saggio ‘Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina’, a p. 61, parlando del Monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone, scriveva in proposito: “Il Monastero di S. Elia di Carbone non esiste più; non si conosce neanche la collocazione esatta del primo complesso edilizio medioevale. Sono invece conservate molte pergamene dall’XI secolo fino all’epoca moderna (2) e diversi codici greci scritti o almeno utilizzati nell’abbazia (3). Esistono inoltre vari testi agiografici relativi a santi monaci vissuti nella zona tra i fiumi Agri e Sinni, testi che descrivono efficacemente l’ambiente monastico della Basilica medioevale, anche se il monastero del Carbone non vi è più menzionato (4).”. Dunque, Vera von Falkenhausen (…), nelle sua nota (2), postillando, fa una disamina degli antichi documenti provenienti dal monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone, e cita tutti gli autori che li hanno pubblicati: “(2) Per il periodo che in questa sede ci interessa, i documenti – ora per la maggior parte conservati nell’Archivio Doria Pamphili a Roma – sono stati pubblicati da P. E. Santoro, ‘Historia monasterii Carbonensis ordinis sanctii Basilii, Romae, 1601; F. Ughelli, Italia Sacra, vol. VII (2), Venetiis, 1721, coll. 71-80; R. Cotroneo, Pergamene greche del secolo XIII, in ‘Rivista storica Calabrese’ X (1902), pp. 35-43; G. Robinson, History and Cartulary of the Greeck Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, I, in ‘Orientalia Christiana’, Roma, 1928-30, vol. XI (1928) pp. 271-348; II, 1, ibid. XV (1929), pp. 121-275; II, 2, ibid. XIX (1930), pp. 7-197; G. Breccia, Archivum Basilianum, Pietro Menniti e il destino degli archivi monastici italo-greci, stà nella rivista ‘Quellen…ecc..’, LXXI (1991), pp. 71-77. Alcuni documenti ormai perduti sono citati o brevemente parafrasati nel settecentesco ‘Chronicon Carbonense’ dell’abbate generale dell’ordine dei Basiliani Pietro Menniti (Archivio Vaticano, Fondo Basil., I, fol. 62 ss.).”. Ferdinando Ughelli (…), nel 1721 (edizione Coleti), nella sua ‘Italia Sacra’. parlando della ‘Anglonenses Episcopi‘, nel vol. VII della II edizione, 1721, a pp. 71-80, elencava alcuni atti e titoli di donazione dei re Normanni ad alcuni monasteri tra cui quello dei SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), di cui abbiamo scritto per gli atti di donazione del 1144.

Ughelli, vol. VII, II ed., pp. 71 e s.PNG

Scrive sempre la Falkenhausen, a p. 62 (…) che: “Come aree di insediamento degli immigrati, le fonti bizantine del periodo menzionato in particolare …….di Merkurion (la Valle del Lao), Aieto, di ‘Latinianon’ e di Lagonegrese (5).”. La Falkenhausen (…), nella sua nota (5), postillava che: “(5) Historia et laudes, cit., pp. 14,17,21 s., 24,27-29,35,39 s.”. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Come scrive correttamente la Falkenhausen (…), molti antichi documenti provenienti dagli archivi del Monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), furono pubblicati nel 1601 da Paolo Emilio Santoro (…), nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, che come ha scritto Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’, a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Infatti, rileggendo il testo di Marcello Spena, ‘Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio’, troviamo moltissimi documenti d’epoca normanna, come ad esempio il documento citato da Biagio Cappelli, a p. 273, nella sua nota (39) che scrive: “in un documento del 1077, pubblicato da P.E. Santoro ecc…, di Marcello Spena, 1831, pp. 42 ss. (quasi uguale a quello pubblicato con la data del 1074 da G. Robinson, op. cit. XV-2, pp. 176 ss.).” Per capire come mai molti documenti antichi provenissero proprio dal Monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone, oggi scomparso, Hubert Houben (…), nel suo saggio ‘L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’, a p. 118, scriveva in proposito: “I confini geografici della Lucania storica, emergono bene dal diploma di re Guglielmo II di Sicilia del 1168, con il quale tutti i monasteri greci della Lucania furono sottoposti alla giurisdizione dell’archimandita di Carbone, ecc…”. L’Huben, poi continua sul Cilento: “Per la parte settentrionale della Lucania, disponiamo del menzionato studio di Vitolo sugli insediamenti nel Vallo di Diano e di alcune recenti osservazioni di Pietro Ebner e di Graham A. Loud sull’espansione cavense nel Cilento (47). In quest’ultima zona, Cava aveva già acquisito possedimenti negli ultimi anni precedenti la conquista normanna, ma successivamente questi aumentarono grazie alle numerose donazioni dei Normanni. Nel Cilento, che era la prima regione ad essere coinvolta dall’espansione cavense, se si prescinde dagli immediati dintorni dell’abbazia, nel 1083, Cava disponeva già di otto monasteri e chiese con duecentododici uomini dipendenti da questi (48).”. Houben (…), nella sua nota (47), postillava: “(47) P. Ebner, ‘Chiesa baroni e popoli …’; Loud, The Abbey of Cava, its Property and Benefactors in the Norman Era, in Anglo-Norman Studies IX, Proceedings of the Battle Conference 1986, a cura di R.A. Brown, 1987, pp. 143-175, qui pp. 147-148.”. Houben (…), nella sua nota (48), postillava: “L.R. Menager, ‘Recueil des actes ducs normands d’Italie (1046-1127), I: Les premiers ducs (1046-1087), Bari 1981 (Società di Storia patria per la puglia, Documenti e monografie 45), nr. 43, pp. 136-141.”

Nel secolo XII, Matteo Scullando, signore di Aieta, in una pergamena

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, di cui si parla nell’intero capitolo dal titolo: “Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI” a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1). “Ego Normannus et uxor mea Adelizia et Robertus privignus meus et filii mei et pro anima Goffredi de Aita et omnium parentorum suorum atque meorum dono et concedo onnipotenti Deo monasterium sancti Nicolai de Tremulo cum pertinentiis suis et ecclesiam totam vineam, que est circa eam, una cum cripta que est circa eam et tota terra que est da Falconara usque ad Mali canale”. Seguono le firme e la formula di donazione alla Badia di Cava.”. Il documento…, è di una certa importanza perchè ci fa conoscere il nome di un altro monastero della regione del Mercurion e ci ofre parecchi dati per l’ubicazione precisa di una chiesa posta sulla marina di Aieta. E tutti questi riferimenti topografici penso poter stabilire ancora più precisamente per avere una diretta conoscenza dell’intera zona indicata. Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di  Αετος (Aieta = Aquila) che avevano nel loro stemma un’aquila; fatto che molto probabilmente significa come quella famiglia fosse originaria del luogo dalla cui denominazione greca aveva derivato la sua arma. Giovanni diede nel 1198 alcuni fondi presso Petricella e 15 villani al monastero basiliano di S. Elia profeta sito presso il mare alle pendici dei monti di Aieta, nei pressi dell’odierna Praia a Mare, che appare circondata da cenobi di rito greco i quali tutti contribuirono  alla persistenza della grecità  nella zona intorno alla terra che svela nel nome la sua stessa origine bizantina (3). Matteo restaurò la chiesa di S. Michele Arcangelo cui aggiunse un ospizio.”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”. Mattei-Cerasoli (…), a pp. 177-178, pubblicava il documento citato dal Cappelli (…) ed in proposito scriveva che: “S. Nicola di Tremulo – Sec. XI-XII. Normanno (di Aieta?) colla moglie Adelizia, il figliastro Roberto e figli donano al monastero Cavense il monastero di S. Nicola di Tremolo e la chiesa di S. Zaccaria di Aieta. – Arch. di Cava, Arca, CXV n. 86.”. Il Cappelli, parla anche di un “Matteo Scullando” che insieme a Ruggiero (1171), sono ricordati in diversi documenti e carte greche (2): “Alla fine del sec. XII alcune carte greche (2) ricordano Ruggiero (1171), Giovanni e Matteo Scullando signori di  Αετος (Aieta = Aquila) che avevano nel loro stemma un’aquila”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Martire Domenico, La Calabria Sacra e profana, Cosenza, 1877, I, pp. 317 e 319; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii juniorum a Sicilia…(illustravit da J. Cozza-Luzi), Romae, 1893, p. 51. Tra i documenti pubblicati da Francesco Trinchera, op. cit., 15 provengono da Aieta; Vedi Lomonaco, Monografia sul Santuario di Nostra Donna della Grotta di Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta etc., Napoli, 1958, p. 16.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di storia dalle origini al settecento’, edito nel 1996, a p. 41, parlando di Caselle in Pittari (SA), cita l’antica donazione di cui aveva già parlato Biagio Cappelli ed in proposito scriveva che: “Allo stato attuale delle ricerche è possibile operare soltanto un confronto con alcuni dati, davvero sorprendenti, desumibili da una pergamena accolta nel ‘Syllabus’ di Francesco Trinchera (75) e databile negli ultimi anni del XII secolo o nei primi del XIII (76). Nella non lontana ‘Terra’ di Aieta (Αετοσ nelle pergamene), nei pressi di Tortora, il Signore del tempo, Matteo (ματδαιοσ = Matthaeus, Deo grazia, dominus et possessor castri AETAE), del fu Riccardo e di Clementa, ‘pro animae salute et vita aeterna (…………………), fa ricostruire la Chiesa dell’Arcangelo Michele ‘supra montem’ (………….) dotandola di vari ‘praedia’ (fondi), fra cui quello di ‘Pittari’ (……………….). Dal contesto par di capire che ………., come Caselle, sia un toponimo. Ecc…”. Il Fusco (…), dunque, dell’antica pergamena, cita Matteo del fu Riccardo e di Clementa. Il Fusco, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Trinchera, Syllabus Graecorum Membranarum, Neapoli, Typis, ecc., p. 545.”Il Fusco, nella sua nota (76), postillava che: “(76) La pergamena (in Appendix, Pars àltera, doc. VII), pur priva dell’indicazione dell’anno e dell’Indizione, è databile con buona approssimazione in quanto vengono in aiuto altre due (cfr. rispettivamente doc. CCXLIII a p. 328 seg. e doc. CCXLVI alle pp. 333 – 5), datate 1198.”. Il Fusco (…), nella sua nota (77), postillava sull’etimo di Pittari nel documento di Aieta e postillava in proposito che: “(77) “Aetòs…..pittari = Aieta….Matteo, signore di Aieta….per la salvezza dell’anima e la vita eterna…la chiesa del santo stratega Michele sul monte…il fondo di Pittari.”. Il documento pubblicato dal Trinchera (…), in Appendice e a p. 547, riportava a tergo la seguente postilla del Trinchera: “Ex membrana Archivi Neapolitani, n.° 484” :

Trinchera, Aieta, p. 545

(Fig….), Trinchera Francesco (…), ‘Syllabus etc’, p. 545

Nel 1122, Boemondo d’Antiochia,  conferma le donazioni del 1065 di Roberto il Guiscardo al Monastero di S. Maria della Matina, compreso il monastero di San Pietro de Marcanito

Scrive sempre il Cappelli (…), che esiste anche un altro documento del 1122, in cui Boemondo d’Antiochia, conferma al monastero di S. Maria della Matina, le precedenti donazioni del 1065 del Guiscardo e, in cui vengono elencate le abbazie di San Pietro de Marcanito e di San Nicola dell’Abbate Clemente, nonchè altre chiese come quella di  S. Nicola de Digna, di S. Giovanni, dei SS. Zaccaria e di S. Venere.

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(Figg….) Pratesi Alessandro (…), pp. 30-31-32-33, pergamena (documento n. 9) del gennaio 1122, Boemondo d’Antiochia, riconferma le precedenti donazioni dello zio Roberto il Guiscardo al Monastero di ‘Santa Maria della Matina’ in Calabria, compreso i suoi possedimenti a Scario.

L’abbazia o il monastero di “Sancti Petri que dicitur Marcanito”, “in Valle que Mercurii nuncupatur” (nella valle chiamata del ‘Mercurion’).

Nell’antichissimo documento, figurano e sono citati due monasteri di monaci basiliani, i monasteri di Santo Pietro de Marcanito e di San Nicola dell’abate Clemente. Nell’anno 1065 (?) o 1066, Roberto il Guiscardo e la sua seconda moglie, la principessa Longobarda Sichelgaita, donavano “et in Valle que Mercuri nuncupatur, abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito, ecc…”, al monastero benedettino di nuova fondazione Santa Maria della Matina in Calabria.

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Alessandro Pratesi (…), nel suo ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, a pp. IX-X, nella sua ‘Introduzione’ al testo che pubblicò nel 1958, parlandoci delle due carte latine manoscritte ritrovate e pubblicate, quelle datate al 31 marzo 1065, in proposito alla lista dei beni donati dal Guiscardo al monastero calabro di S. Maria della Matina, scriveva che: “Proprio tale lista offre al sospetto di falso i primi indizi, trovandovi sottoposte al monastero nascente le due abbazie, non identificabili, di S. Pietro “que dicitur Marcanito” localizzata “in valle que Mercuri nuncupatur”, e di S. Nicola “de abbate Clemente”: scartata come poco probabile, una volontaria sottomissione alla comunità monastica che solo allora si stava formando, rifiutata, perchè non sorretta da alcun elemento, l’ipotesi che si trattasse di abbazie abbandonate, la loro dipendenza da S. Maria della Matina potrebbe spiegarsi soltanto nel caso che esse fossero a loro volta soggette all’autorità ducale per diritto di proprietà.”. Il Pratesi, a p. X, riferendosi poi alle ue abbazie (S. Pietro di Marcaneto e di S. Nicola dell’abbate Clemente), citati nell’antico documento, non sapendo cosa dire circa la loro ubicazione, scriveva in proposito che: “Rimane però incomprensibile il motivo per cui nei successivi diplomi di Ruggero Borsa (1), del figlio di lui Guglielmo duca (2) e di Boemondo II (3), dove, confermandosi le donazioni di Roberto il Guiscardo, vengono ricordati quasi tutti i possedimenti che figurano nella n o t i z i a, siano state omesse proprio le due abbazie.”. Il Pratesi, dunque, non solo non riesce ad identificare le due abbazie citate tra i beni donati dal Guiscardo al monastero benedettino Calabrese, ma sostiene che questi due beni non vengono in seguito citati tra i beni confermati nei tre successivi diplomi. Secondo il Pratesi (…), a p. X, le due abbazie di S. Pietro di Marcaneto e di S. Nicola dell’abbate Clemente, non vengono elencati tra i beni confermati al monastero di S. Maria della Matina nei tre diplomi: di Ruggero Borsa (1), del duca Guglielmo (2), figlio di Ruggero Borsa e nel diploma di Boemondo II d’Antiochia (3). Il Pratesi, nella sua nota (1), postillava che si trattava del documento n. 5, nella sua nota (2), postillava che si riferiva al documento n. 7 e, nella sua nota (3), postillava che si riferiva al documento n. 9. Il documento n. 5, è il diploma rilasciato al monastero di S. Maria della Matina, nel luglio 1100, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo. Il documento n. 7 è l’atto di donazione o diploma rilasciato al monastero nel maggio 1114 dal duca Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa. Il documento n. 9, pubblicato dal Pratesi (…), è il diploma del gennaio 1122, rilasciato dal Principe Boemondo II d’Antiochia al monastero di S. Maria della Matina, che abbiamo ivi riportato. In questi tre diplomi, vengono riconfermati i precedenti beni donati da Roberto il Guiscardo al monastero di Santa Maria della Matina nel 1065. In effetti, ciò che scrive il Pratesi, che per lui rimane incomprensibile il motivo per cui nei successivi diplomi a quello del Guiscardo del 1065, non vengono citati e quindi riconfermati al monastero di S. Maria della Matina, le donazioni delle due Abbazie di S. Pietro di Marcaneto e di S. Nicola dell’Abbate Clemente, non è proprio del tutto esatto. Infatti, nel primo documento citato dal Pratesi, quello successivo al 1065, del Guiscardo, il documento n. 5, il Diploma di Ruggero Borsa, datato gennaio 1110, è scritto:

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Nel documento n. 5, pubblicato dal Pratesi, del luglio 1100, il Diploma di Ruggero Borsa, come pure in quelli successivi ivi pubblicati, leggiamo: “.., ecclesiam Sanctae Petri et ecclesiam Sancti Nicolai et ecclesiam Sancti Iohannis in territorio quod dicitur Meccurii (a).”. Il Pratesi, nella sua nota (a), postillava: “(a) così B”. Dunque i due monasteri venivano ancora elencati tra i beni donati a S. Maria della Matina, anzi si aggiungeva “Sancti Iohannis”, S. Giovanni, che dovrebbe essere il monastero vicino di San Giovanni a Piro. Tutti e tre i monasteri citati nel documento n. 5 del 1100, vengono detti “in territorio quod dicitur Meccurii”, ovvero il territorio chiamato ‘Mercurio’. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, ci parla del Monastero citato nell’antico documento del 1065, e ci parla di ‘Marcani’, scrivendo di vedere la voce ‘S. Pietro de Marcanito’. Il Cappelli, parla del Monastero di ‘San Pietro de Marcanito’ nel suo cap. IV ‘Voci del Mercurion’, a p. 207, 208, 308 e, congetturando sull’ubicazione del ‘Mercurion‘, tante volte citato negli antichi documenti greci, citava anche l’antico documento del 1065 e i due Monasteri citati dal Borsari (…). A p. 207, scriveva in proposito che: Altri monasteri e chiese siti nella valle denominata del Mercurio o addirittura indicati presso il castello omonimo compariscono donati alla chiesa di S. Maria della Mattina. Fondazione benedettina sorta nei pingui campi a levante di S. Marco Argentano sul corso del Follone (32). Tale donazione avvenuta nel 1065 al momento dell’impianto della chiesa da parte di Roberto duca di Calabria e Sicilia, e poi, per una buona parte dei beni, riconfermata nel 1114 e nel 1122 rispettivamente da Guglielmo figlio del duca Ruggero e dal principe Boemondo, elenca le abbazie di S. Pietro de Marcanito e di S. Nicola dell’abbate Clemente, nonchè le chiese di S. Nicola de Digna, di S. Giovanni, dei SS. Zaccaria e di S. Venere con l’omonimo casale in cui essa si trova.”. Il Cappelli, a p. 215, nella sua nota (32), a proposito dell’antico documento di donazione del 1065, postillava che: “(32) C. Caruso, ‘L’Arte e la fede nel sec. XII, Cosenza, 1929, pp. 74 ss.; P. Orsi, ‘S. Marco Argentano, in ‘Brutium’, a. VI (1926), (n. 10-11-12), estratto pp. 9 ss.; A. Pratesi, ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, Studi e Testi, 197, Città del Vaticano, 1958, pp. 5; 9; 25; 32.”. Il Cappelli, proseguendo il suo racconto, scrive che: “Mentre poi appare possibile che la chiesa di S. Giovanni, la quale comparisce solo nelle due carte del 1114 e del 1122, si identifichi con il Cenobio di S. Giovanni di Mercurio sia perchè siamo certi trattarsi in questo caso di un monastero e sia perchè in quest’ultimo, come si è detto, viene donato circa un trentennio prima alla Badia di Cava dal signore di Avena, per una ragione simile non si può pensare ad una identità tra l’abbazia di S. Nicola detta dell’abate Clemente e l’altra di S. Nicola di Tremoli, anch’essa come si è visto, donata presso a poco nel medesimo momento alla stessa Badia di Cava.”. Il Cappelli, parlando della carta (pergamena) dell’anno 1065, citata dal Borsari (…), a p. 208, scrive ancora che: “ritengo da tempo, me lo fanno pensare le altre fondazioni donate a S. Maria della Mattina le quali, nelle loro stesse denominazioni o nei particolari che le accompagnano nella carta di donazione, inducono fondatamente a pensare per esse delle ubicazioni proprio nei territori di Scalea e di Aieta ed anche più a settentrione di quest’ultima località.”. Sempre il Cappelli (…), a p. 208, riguardo la localizzazione del monastero di S. Pietro di Marcaneto, scriveva che: “Così per l’abbazia di S. Pietro detta “de Marcaneto“ il cui appellativo mi sembra possa corrispondere a quel monastero nella Vita di S. Saba di Collesano (34) denominato “dei Marcani”. Il quale da un accostamento ideale agli altri due cenobi denominati dei Taorminesi e dei Siracusani ricordati dallo stesso prezioso testo (35) sembra sia sorto non lontano da questi ultimi. E tali monasteri si trovavano proprio nella zona sopra indicata se dal primo di essi il beato Saba si avvia, in una delle sue tante peregrinazioni, a visitare i cenobi della non lontana regione di Lagonegro (36) e se l’altro che rimane non lontano dal Monastero di S. Michele Arcangelo (37), sorgesse nel cuore del mercurion, è da identificare con il cenobio poi detto S. Pietro de Seracusa a Scalea (38): dove quella che penso sia la sua superstite chiesa domina ancora la più antica parte del borgo.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (34), postillava che: “(34) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, cit., p. 41”. Poi il Cappelli, nelle sue successive note (35-36-37-38), trae queste notizie da (35) idem, p. 29, 45, 46; nella nota (36), p. 46; nella nota (37), pp. 28-39; nella nota (38) A. Rocchi, De Coenobio Cryptoferratensi, etc, Tusculi, 1893, p. 97. Dunque, il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita di S. Saba di Collesano’ (…), sosteneva che l’appellativo di “de Marcaneto”, dato al Monastero di San Pietro, è simile a “dei Marcani”, citato dall’agiografo di S. Saba (Oreste, Patriarca di Gerusalemme), nella sua ‘Vita’, il quale, secondo il Cappelli, sia sorto non lontano da altri due Cenobi basiliani citati nell’opera agiografica di S. Saba, ovvero il cenobio di dei “Taorminesi’ ed il cenobio dei ‘Siracusani’, che sempre secondo il Cappelli, tali monasteri si trovavano proprio nella zona sopra indicata se dal primo di essi il beato Saba si avvia, in una delle sue tante peregrinazioni, a visitare i cenobi della non lontana regione di Lagonegro. Riguardo il monastero detto ‘dei Siracusani’, il Cappelli, scriveva che “rimane non lontano dal Monastero di S. Michele Arcangelo (37), sorgesse nel cuore del mercurion, è da identificare con il cenobio poi detto S. Pietro de Seracusa a Scalea (38): dove quella che penso sia la sua superstite chiesa domina ancora la più antica parte del borgo.”. Il monastero di ‘S. Pietro de Seracusa’ a Scalea, è citato a p. 97 del testo di padre Agostino Rocchi (…) che nel 1893, pubblicava il ‘De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii’, dove ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, ovvero, descrive la storia di tutti i monasteri dati in commenda al Cardinale Bessarione ed all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Il Rocchi (…), a p. 97, cita il latino il monastero “S. Nicolai De Saracusa (sic) in oppid. Scaleae”, che in italiano sarebbe S. Nicola di Saracusa a Scalea. Il Cappelli (…), cita le pp.  28-29-39-45-46. Vediamo quale cita i due monasteri. Il Cozza-Luzi (…), a p. 29, cita il monastero di S. Michele Arcangelo, a p. 29, cita il monastero “congretationem Syracurorum”, a p. 39, cita i monasteri della regione di “Lacum-nigrum”, a p. 46, cita “…ab asceterio Tauromenitarum ad illud Laci-nigri transeunti ecc..”.

Scalee

(Fig….) “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata. I possedimenti dell’Abbazia in “In tenimento Scalee” (Archivio Storico Attanasio).

Il miracolo di S. Saba ed il monastero di ‘S. Pietro de Marcani’

Biagio Cappelli (…), a p. 208, riguardo la localizzazione del monastero di S. Pietro di Marcaneto, scriveva che: “Così per l’abbazia di S. Pietro detta “de Marcaneto“ il cui appellativo mi sembra possa corrispondere a quel monastero nella Vita di S. Saba di Collesano (34) denominato “dei Marcani”. Il quale da un accostamento ideale agli altri due cenobi denominati dei Taorminesi e dei Siracusani ricordati dallo stesso prezioso testo (35) sembra sia sorto non lontano da questi ultimi. E tali monasteri si trovavano proprio nella zona sopra indicata se dal primo di essi il beato Saba si avvia, in una delle sue tante peregrinazioni, a visitare i cenobi della non lontana regione di Lagonegro (36) e se l’altro che rimane non lontano dal Monastero di S. Michele Arcangelo (37), sorgesse nel cuore del mercurion, è da identificare con il cenobio poi detto S. Pietro de Seracusa a Scalea (38): dove quella che penso sia la sua superstite chiesa domina ancora la più antica parte del borgo.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (34), postillava che: “(34) Historia et laudes SS. Sabae et Macarii etc, cit., p. 41”L’episodio del miracolo di S. Saba da Collesano, citato da Oreste Campagna, dove si cita anche il monastero di S. Pietro “de Marcani”, viene raccontato anche da Domenico Martire (…), nella sua “Calabria sacra e profana”. Oreste Campagna (…), a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, scriveva in proposito che: “Sappiamo dalla Historia di S. Saba che nell’area dell’Eparchia mercuriense vi era il monastero di S. Pietro, detto dei “Marcani”, dove il Santo operò un miracolo ridando la parola e l’udito ad un monaco colpito da un fulmine (131). Vera Falkenhausen, a p. 62 (…), scriveva che: “Come aree di insediamento degli immigrati, le fonti bizantine del periodo menzionato in particolare …….di Merkurion (la Valle del Lao), Aieto, di ‘Latinianon’ e di Lagonegrese (5).”. La Falkenhausen (…), nella sua nota (5), postillava che: “(5) Historia et laudes, cit., pp. 14,17,21 s., 24,27-29,35,39 s.”. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), a p. 208, riteneva che “l’abbazia di S. Pietro detta “de Marcaneto”, il cui appellativo di ‘Marcaneto’, possa individuarsi, essendo somigliante, a quel monastero nella Vita di S. Saba di Collesano (34) denominato “dei Marcani”, ovvero gli sembrava somigliare all’appellativo del monastero citato nella ‘Vita di S. Saba’ di Collesano (…). Infatti, a sostenere questa sua tesi, il Cappelli, scrive che i due monasteri dei Taorminesi e dei Siracusani, anch’essi citati nella ‘Vita di S. Saba di Collesano’ (che S. Saba, visitò i Cenobi della vicina regione di Lagonegro – si veda l’opera agiografica ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii’), fossero vicini al Monastero ‘de Mareani’. Quando il Cappelli (…), a p. 208, riguardo la localizzazione del monastero di S. Pietro di Marcaneto, scriveva che: “Così per l’abbazia di S. Pietro detta “de Marcaneto” il cui appellativo mi sembra possa corrispondere a quel monastero nella Vita di S. Saba di Collesano (34) denominato “dei Marcani”, nella sua nota (34) postillava: “(34) Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii, ecc..’, cit., p. 41.”, cioè il Cappelli, citava l’opera agiografica della vita dei due santi SS. Saba e S. Macario che scrisse Oreste Patriarca di Gerusalemme e che fu pubblicata da Cozza – Luzi Giuseppe, ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’.L’opera agiografica sulla vita dei due fratelli santi, S. Saba e S. Macario, fu scritta dal patriarca di Gerusalemme Oreste (vedi Cozza J.-Luzzi, ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Siclia autore Oreste Patriarcha Hierosolymitano’). Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’.

Cozza-Luzi, p. 41

(Fig…) ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ed. Cozza-Luzi (…), p. 41

Giuseppe Cozza-Luzi (…), pubblicò l’interessante manoscritto agiografo di Oreste, patriarca di Gerusalemme, che raccontava la vita di San Saba di Collesano, e a p. 41, la traduzione in latino del testo in greco, ci dice che: “Monachus quidam asceterii Marcanorum fulmine crudeliter tactus, loquela et auditu amisso, ad thaumarturgum accessit. Qui pio corde commotus, tantamque misertus calamitem, illacrymatus est. Instante nocte in somniis ei visus est senex divinus panem in templo benedicens, illique manducandum praebens. Id cum factum esset, sibi visus est aegroto et loqui et audire. Interea experrectus, enixe Deum exorare non cessabat, ut eventum visionis illius compleretur.”, che tradotto significa: Un monaco del monastero dei ‘Marcani’, colpito dal brutale tocco di un fulmine, la parola e la perdita di udito, il taumaturgo aggiunto. E il cuore pio è stato mosso a compassione, così grande calamità, versando lacrime è. È stato visto da lui in un sogno, nella notte, un uomo anziano, in questo momento è nel tempio del pane divino, e benedetto, e mangiare: e per lui la strada. Quando avevano fatto era, di parlare e di ascoltare da lui, ed è stato visto per i malati. Nel frattempo, ormai svegli, e non cessare di pregare Dio con serietà, in modo che il risultato della visione di questo per voi.”. Il Cozza-Luzi (…), traduce la parola scritta in greco: ‘Μαρχανων’ che tradotto dal greco all’italiano è ‘Marchanono come traduce il Cozza ‘Marcanorum’. L’etimo della parola riguarda sicuramente un sito ascetico in quanto è preceduto da ‘asceterii‘, e ritengo che assomigli molto al toponimo di ‘Marcaneto’, una località presso Scario, frazione di San Giovanni a Piro. Il Cappelli, riteneva che nella ‘Vita di S. Saba’ di Collesano (…), fosse denominato “dei Marcani””, dunque riteneva che la scritta in greco ‘Μαρχανων’, si dovesse tradurre ‘dei Marcani. Il Martire (…), da p. 313 e s., nel suo “Calabria sacra e profana”, nel n. 38 “S. Saba di Colossai”, in particolare a p. 319, ci parla di S. Saba e del monastero di S. Pietro de Marcani, a p. 318, rifrendosi a S. Saba nel periodo in cui: “Ritornate le molestie e invasioni dei Saraceni nella meschina Calabria, il Re dei Romani (13) diè loro addosso con formidabile esercito; e allora Saba passò a stanziare in una spelonca sopra le montagne di Amalfi (14), e in certo Oratorio fabbricato da un sacerdote ch’era solito celebrarvi. ecc..”. Il Martire (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) ‘Il Re de Romani’, vorrà dire Ottone Imperatore dei Romani, quando nel 969, mandato Ottone II, suo figlio, e con esso due capitani Gunterio e Sigifrido, e anche Landolfo principe di Capua, costoro di primo slancio cacciarono dalle Calabria e dalle Puglie i Saraceni, ecc…” e nella sua nota (14), postillava che:  “(14) ‘Sopra le montagne d’Amalfi’ – Ivi sarà stato un Monastero antico, e forse vi sarà al presente la Commenda. Se pure non sia quello presentemente abitato dai frati Cappuccini, mentovato dal P. Agreste nella Vita di S. Basilio, fol. 262.”. Dunque, il Martire (…), a p. 319, continua il suo racconto e scrive che:

martire-p.-319.png

(Fig…) Domenico Martire (…), Calabria sacra e profana, I, pp. 318-319

Riprendendo le citazioni del Cappelli (…), sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…), a p. 47, che nel 1986, scriveva: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Ma più che a questi l’influenza bizantina nella zona fu dovuta all’azione efficace ed energica di S. Saba che nel Mercurion ecc…Dal Monastero di S. Lorenzo e dalla vicina Episcopia S. Saba iniziava l’opera di espansione del monachesimo basiliano che doveva poi allargarsi alle coste tirreniche dell’attuale basso Salernitano. Il Santo spesso si allontanava dal suo Monastero di S. Lorenzo per ispezionare i vari cenobi disseminati nel territorio di Lagonegro e di Monte Bulgheria. L’azione ispettiva di S. Saba venne ereditata, alla sua morte, dal fratello San Macario e alla morte di questi dal monaco Luca. A quest’ultimo si attribuiscono i monasteri di SS. Elia ed Anastasio di Carbone e il monastero di S. Giuliano nell’alta valle dell’Agri.”. Poi il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Vera Falkenhausen, a p. 62 (…), scrive in proposito agli insediamenti basiliani nella nostra regione che: “Come aree di insediamento degli immigrati, le fonti bizantine del periodo menzionato in particolare …….di Merkurion (la Valle del Lao), Aieto, di ‘Latinianon’ e di Lagonegrese (5).”. La Falkenhausen (…), nella sua nota (5), postillava che: “(5) Historia et laudes, cit., pp. 14,17,21 s., 24,27-29,35,39 s.”. Sul Monastero dei SS. Elia e Anastasii di Carbone (PZ), che come ci informa il Troccoli (…), fu retto dal monaco Luca, dopo la morte di S. Macario (fratello di S. Saba), come scrive correttamente la Falkenhausen (…), molti antichi documenti provenienti dagli archivi del Monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), furono pubblicati nel 1601 da Paolo Emilio Santoro (…), nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, che come ha scritto Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 132, ne parla alla voce ‘Carbone’ , in questo paesino della Lucania, “nel mandamento di Latronico dal quale è lontano 12 chm. nel circondario di Lagonegro. Vera in origine solo il Monastero di S. Elia dell’ordine di S. Basilio, edificato nella seconda metà del VI secolo come si ha dal Santoro che ne descrive la storia,……, poichè (la sua terra) il detto monastero l’ebbe in feudo dai principi Normanni, e sono annoverati nel registro del 1178 due baroni, Giovanni e Riccardo di Carbone. L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Interessantissima è la ricostruzione storica che fa Paolo Emilio Santoro (…), che possiamo leggere nella traduzione di Marcello Spena (…), parlando della storia del Monastero del Carbone, ci narra di S. Nilo da Rossano e di S. Luca e di S. Bartolomeo da Rossano, poi ci parla dei Normanni, del Guiscardo ecc.. In questo testo, si parla delle donazioni dei principi normanni, di Tancredi di Lecce e di Enrico VI (Arrigo). Sui monasteri dell’area di Lagonegro e su S. Macario Abate, ha scritto pure l’Avv. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della Città di Lagonegro’, che a pp. 88-89-90 che, sulla scorta di un opuscolo del padre Molinari, un asceta del luogo, ci parla di due Conventi di Padri Cappuccini, che avevano antichissime origini risalenti ai santi Saba e Macario e, scrive che questo Convento, fu prima dei padri Benedettini ecc.. Il Pesce, scrive che “In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana, ha desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, vissuto tra la fine dell’8° ed i principi del 9° secolo, appartenne ad un ordine monastico detto dei Solitari, ecc..”. Il Cappelli (…), poi aggiungeva pure un’altra sua osservazione, e cioè scriveva che alcuni monasteri elencati nella carta di donazione dell’anno 1065, e credo si riferisca proprio ai due Monasteri in questione, oltre a quello di S. Giovanni a Piro, fossero ubicati a settentrione del territorio di Scalea e di Aieta (località vicina a Maratea) e, poi a p. 308, aggiungeva: “penserei identificare il monastero dei Siracusani con quello di S. Nicola de Saracusa che conosciamo sito a Scalea (55) potrebbe quello dei Mareani essere tutt’una cosa con l’abbazia “Sancti Petri que dicitur Mareanito”, “che comparisce sita nella valle del Mercure nella carta di fondazione di S. Maria della Mattina del 1065 (56).”. Il Cappelli (…), a p. 313, nelle sue note (55) postillava: “(55) V. il mio saggio, in questo volume, ‘Il Monachesimo basiliano e la grecità medioevale nel mezzogiorno d’Italia’.”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci dal Laudisio (…), secondo cui, i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341). Non sappiamo se fra questi beni vi fosse anche il monastero scomparso di San Pietro di Marcaneto a Scario. La notizia potrebbe essere connessa con quanto asseriva il Cappelli (…) che a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Dunque il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc.. (39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, e cioè….ecc…”. Nell’elenco che nel 1877, a p. 151, riporta Domenico Martire (…), dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma:……”, a cui abbiamo dedicato ivi un nostro saggio, e poi aggiunge che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemente 8° alla detta Basilica, cioè: …..ecc…. (come si può vedere nell’immagine) e: “Altri Monasteri mentovati nella vita di S. Sabba.”, al n. 25, cita il “Monastero de’ Marcari”. Il Martire (…), quando scrive di “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3″, si riferisce a Pietro Marcellino Di Luccia (3), che, nel 1700, scrisse ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’.  Secondo il Martire (…), Pietro Marcellino Di Luccia (3), nel suo cap. III, scrive che tra i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, vi sono alcuni monasteri, chiamate Badie, che furono unite da papa Clemente VIII alla Cappella del Presepe in Roma. Fra queste badie vi erano quelle elencate dal Martire (…), dal n. 18 al n. 31 che è il Monastero di S. Pietro di Camerota, forse il monastero di S. Pietro di Licusati. Il Martire, cita il “Monastero dei Marcari” al n. 25. Dunque, riguardo l’ubicazione di questi monasteri, Domenico Martire (…), che elencava anche quello “dei Marcari”, che io credo debba trattarsi del monastero di S. Pietro di Marcaneto a Scario, diceva essere commemorato nella ‘Vita di San Saba’, l’opera agiografica della vita del Santo di cui abbiamo già parlato. L’accostamento del Monastero di San Pietro di Marcaneto, che fa il Cappelli (…), risulta essere molto credibile, rispetto ad altre congetture, credendo che esso fosse da localizzare nell’area vicino ai due Monasteri detti dei ‘Taorminesi’ e dei ‘Siracusani’, citati entrambi i monasteri citati nell’opera agiografica di S. Saba da Collesano, in quanto, se facciamo riferimento ad un altro monastero sorto ed esistente nell’area, secondo la ‘Vita del Santo’, il monastero di ‘Kyr-Macaros’, citato in un atto di donazione dell’anno ……., e pubblicato dal Guillou (…). Giovanni Russo (…), recentemente, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion’, a p. 95, scriveva che: “Congiungendo i vari elementi di cui sino ad ora ho parlato, si potrebbe pensare all’Historia et laudes SS. Sabae et Macarii (144), nella quale si narra di un oratorio intitolato proprio a San Filippo, sebbene esso venga dislocato nella regione di Lagonegro, nei pressi del quale doveva trovarsi anche un monastero denominato Kyr Makaros. Di questo monastero parla anche l’atto di donazione del monaco Sofronio e fra i testimoni in calce al documento compare il nome di Nikon, catigumeno di Kir Makaros (145).”. Dunque, il Russo, sulla scorta del Cappelli e del Guillou (…), nella sua nota (145), postillava che: “(145) A. Guillou, op. cit., p. 60”. Dunque, le ipotesi che avanzava il Cappelli, circa la localizzazione in questo territorio di alcuni monasteri italo-greci o basiliani, di chiara fondazione pre-benedettina, cioè sorti prima dell’anno mille, e poi in seguito scomparsi, fossero da localizzarsi proprio nel nostro territorio del basso Cilento e non nella Calabria, dove, a differenza di ciò che credono alcuni – alcuni monaci da quì trasferitisi, andarono a fondare il nucleo fondande di alcuni monasteri italo-greci e poi benedettini in epoca Normanna in Calabria. Le ipotesi del Cappelli, sono state poi in seguito avvalate dalle carte latine e quelle più antiche di atti e donazioni ritrovate nell’Archivio Aldobrandini, che furono pubblicate dal Pratesi (…) e poi dal Guillou (…). Una di queste carte greche è proprio l’atto di donazione del monaco Sofronio dove fra i testimoni presenti alla cerimonia e firmatari del documento vi è il catigumeno (abbate) Nikon del monastero di Kyr-Macarios che il Cappelli, riteneva fondato dal fratello di S. Saba, S. Macario. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia, e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc..” e, prosegue con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse il suo ‘Trattato Istorico-legale ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 262, parlando di Policastro, cita S. Giovanni a Piro e scriveva che: “S. Giovanni a Piro ebbe origini da un cenobio basiliano, fondato alla fine del X secolo da monaci greco-epiroti (108). Nullius dioeceseos, fu fiorentissimo fino a quando restò autonomo o aggregato, con numerosi altri monasteri e grangie, all’Archimandritato carbonense (109). Nel 1462 era Commenda; nel 1587 passò alle dipendende della Cappella del S. Presepe in Roma….La Badia di S. Pietro a Carbonara di Majerà (112) fu annessa a quella di S. Giovanni a Piro, e tutte e due, nel 1587, assegnate alla Cappella del S. Presepe o Cappella Sistina da papa Sisto V, con la bolla n. 58 (113). Negli anni 1650, 1696 e 1728 i beni di S. Pietro a Carbonara di Majerà furono inventariati da una delegazione del vescovo di Policastro, su commissione del collegio canonico del S. Presepe (114). E’ probabile che la subordinazione di S. Pietro a Carbonara di Majerà a S. Giovanni a Piro abbia determinato il processo per usurpazione del 1574 dell’igumeno De Vio di S. Giovanni a Piro contro De Scielzo di S. Pietro di Majerà (115).”. Il Campagna (…), nella sua nota (109), postillava che le notizie erano tratte dal Martire (…), dal Cappelli (…), da Robinson (…) e dal Spena (…), che scrissero sul Monastero di Carbone (…). Il Campagna, nella sua nota (112), postillava che la notizia era tratta da “(112) G. Mercati, ‘Per la storia dei manoscritti greci’, etc, stà in Studi e Testi 68, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s.”. Il Campagna, nelle sue note (113 e 114), postillava che la notizia era tratta da “(113) F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms., cit.”. Il Campagna, nella sua nota (115), postillava che: “(115) G. Cataldo, Notizie soriche, etc., op. cit.”. Infatti, Biagio Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, sulla scorta del Di Luccia (…) e del Palazzo (…), ne parla a pp. 43-44. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, scriveva in proposito che: “Sappiamo dalla Historia di S. Saba che nell’area dell’Eparchia mercuriense vi era il monastero di S. Pietro, detto dei “Marcani”, dove il Santo operò un miracolo ridando la parola e l’udito ad un monaco colpito da un fulmine (131). Lo stesso monastero viene ricordato nella “Dedica” di S. Maria della Matina e nel relativo “Diploma” di Roberto il Guiscardo del 1065, entrambi “falsificazioni” di un originale perduto. Dalle pergamene risulta che l’abbazia era ubicata “in valle que Mercurii nuncupatur” (132). Prima che l’abbazia di S. Pietro divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”. I ruderi, andati distrutti da qualche anno, evidenziano le caratteristiche della struttura muraria romana. Del vasto complesso monastico, ora, rimane la sola chiesetta dedicata all’Apostolo (134). Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”. Il Campagna, nella sua nota (131), postillava che: “(131) Cozza-Luzi”, nella nota (132), cita il Pratesi (…), nella nota (133), cita il Cappelli (…). Appare interessante la sua nota (134), dove postillava che: “Sul versante meridionale di S. Pietro a’ Carbonara, non lontano dalla grotta di S. Angelo, si possono notare i resti con affreschi d’un altra chiesetta, che mi è stato detto essere di “S. Pietro Alcam” (Alcamo?), forse parte d’un complesso abbaziale, ora abitazione del Sig. Giuseppe Russo.”. Il Campagna (…), nelle sue note (135 e 136), cita il manoscritto di F.A. Vanni: “Presso F.A. Vanni, ms., op. cit.” e poi scrive che: “Vanni, ms. cit.; G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, etc., cit.: “Abbatia S.ti Petri in Carbonara cuius possessores sunt cappellani et capitulum presepe S.te Mariae Majoris de Urbe”. P.M. Di Luccia, L’Abbazia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Riguardo il testo di Mercati (…), citato dal Campagna (…), si tratta di Mercati G. (…), ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935. Riguardo la citazione del manoscritto di F.A. Vanni (…), il Campagna (…), nella sua nota (98) a p. 104, postillava che: “F.A. Vanni, Cronica di Majerà, ms. del 1750, riportato da L. Pagano in Selva Bruzia, ms., presso la Biblioteca Civica di Cosenza.”. Il manoscritto ‘Selva Bruzia’ è un testo di Leopoldo Pagano, intitolato ‘Selva Calabra’ e conservato alla Biblioteca Civica di Cosenza, vol. X, pp. 5384-5394 (leggiamo da una citazione in ‘Historica’). E’ singolare che il Campagna (…), volesse ubicare il monastero di S. Pietro dei ‘Marcani’, a quello del monastero di S. Pietro a’ Carbonara, e cita un manoscritto redatto da F. A. Vanni (…), in ‘Cronica di Majerà’, ms, 1750, cit. (vedi nota 184 a p. 161 del Campagna) e, una platea dei beni redatta nel 1545-1546 da Sebastiano della Valle (…). Per la “platea dei beni del 1545-1546″, redatta da Sebastiano della Valle (…), citata dal Campagna (…), contenuta in un manoscritto di F.A. Vanni (…), si veda Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’. Riguardo Sebastiano della Valle (…), Giuseppe Galasso (…), nel suo ‘Economia e società nella Calabria del Cinquecento’, parlando dei Carafa e dei Sanseverino, a p. 292, in proposito scriveva che: “Lo stesso Sebastiano della Valle operò in seguito la reintegrazione dello stato del Duca di Montalto, nel 1550 (60); e quasi contemporaneamente viene operata la reintegra nelle terre ecc..”. Il Galasso (…), a p. 292, nella sua nota (60) postillava che: “(60) ASN. Processi antichi. Pandetta nuovissima, n. 71/ 56.990.”. Il Campagna (…), a p. 151, scriveva in proposito che: “E’ vero che l’abbazia di S. Pietro sopravvisse alla latinizzazione, ma fu sopravvivenza asfittica (138).”. Il Capagna (…), a p. 151, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Già nel 1574, per questioni di usurpazioni, D. Girolamo De Vio, abate di San Giovanni a Piro, intentò un processo contro D. Giovanni De Scielzo di S. Pietro a’ Carbonara. La sentenza, sfavorevole allo Scielzo, fu emessa dal rev. D. Raimondo Corso, e resa esecutiva in Lauria dal notaio Angelo De Juvenibus, della Curia vescovile di Policastro. Divenuti i Carafa, padroni di Majerà, anche l’abbazia di S. Pietro veniva considerata “nullus dioceseos”, e pertanto sottoposta alle mire dell’Episcopato e del Conte. P.M. Di Luccia; F. Palazzo; Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96, ms. Doc. Episc. Policastro Bussentino.”. La “Platea dei beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695-96”, è un documento conservato all’Archivio Diocesano di Policastro ed è stato ivi da noi pubblicato per la prima volta. Il Campagna (…), a p. 151, riferendosi all’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara, scriveva che: “Dall’inventario, eseguito alla morte di Vittoria di Loria, “Corte” di Majerà 22 settembre 1598, fra i “beni liberi” della Terra di Majerà risultava l’abbazia di S. Pietro a’ Carbonara.  Nel 1650 il Vescovo di Policastro, su incarico del Capitolo di S. Maria Maggiore, la visitò e ne redasse l’inventario; lo stesso fu rinnovato nel 1696; per l’occasione furono soppressi alcuni jus, che avevano garantito l’autonomia nei secoli.”, di cui vediamo la pagina da noi pubblicata in un altro nostro studio ivi, dove si elencano i beni che riguardano le “Località extra”, appartenuti al monastero ed all’Abbazia di San Giovanni a San Giovanni a Piro, in questo caso quelli di ‘Majerà’, in Provincia di Cosenza.

                                                                MAYERA’ (CALABRIA)

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(Fig….) Pag. 139 della ‘Platea dei beni ecc..’ – possedimenti a Mayerà (Calabria)(…)

L’atto di donazione di Sofronio, è una delle carte greche pubblicate dal Guillou (…) e, come abbiamo visto, ci collega al monastero di San Nicola di Donnoso in Calabria, da cui quelle carte e quei personaggi provengono, ma da cui ci fanno intravvedere anche e soprattutto la loro origine che a nostro avviso era della nostra zona, come vedremo. Il Cappelli, nella sua nota (56), a p. 313, parlando dell’origine della carta di fondazione dell’anno 1065 (…), in cui vengono citati i due nostri Monasteri, postillava che: “(56) A. Pratesi, ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, Studi e Testi, 197, Città del Vaticano, 1958, pp. 5; 9. E’ per lo meno strano come nel ricchissimo indice di questo volume (p. 528), il Pratesi, dopo tanti studi al riguardo, (v. in questo studio ‘Il Mercurion’), erroneamente situi il Mercurion nella valle del Crati; tanto più strano perchè il documento del 1065 da lui edito specifica che il monastero di S. Pietro, ricordato, ed altri erano situati “in valle que Mercuri nuncupatur”.”. Il Cappelli, con quanto scritto, confermava ciò che diceva il Borsari (…), circa i due monasteri di “Sancti Petri que dicitur Mareanito” ed il Monastero di “San Nicola dell’abbate Clemente”, che nell’anno 1065, furono donati da Roberto il Guiscardo al nuovo monastero di S. Maria de Mattina in Calabria e, li collocava proprio nella nostra area. Inoltre il Cappelli, dava ulteriori notizie sulla carta di donazione dell’anno 1065 (…). Anzi, il Cappelli, citava anche “l’abbazia “Sancti Petri que dicitur Mareanito”,” che comparisce sita nella valle del Mercure nella carta di fondazione di S. Maria della Mattina del 1065 (56).. Secondo il Cappelli (…), nella carta di donazione del 1065, viene citata l’abbazia di “Sancti Petri que dicitur Mareanito.”. Il Guillou (…), nel suo capitolo “I. Les Archives de Saint-Nicolas de Donnoso” (I. Gli Archivi di San Nicola de Donnoso), a p. 4, scriveva che: “Ce sont les archives latines de Santa Maria della Mattina (au nord-ovest de S. Marco Argentano) que nous devons interroger pour connaitre la suite de l’histoire. Le plus ancien document conservé dans ce fonds relate qu’Arnolf, archeveque de Cosenza, Odon, eveque de Rapolla, et Laurent, eveque de Malvito, en presence du duc de Calabre et de Sicile, et comte de Pouille, Robert, et de sa femme Sichelgaite, ainsi que de l’abbé Abélard, qui a edifié le monastere de la Matina, dedient l’église à la Vierge, et énumère les biens les biens concedes au convent par les princes normands, et parmi ceux-ci In valle quae Mercuri nuncupatur abbatiam Sancti Petri quae dicitur Marcanito, et ecclesiam Sancti Eliae et Sancti Zachariae cum omnibus pertinentiis earum, cum vineis, terris et silvis, et ecclesiam Sancti Nicolai de Digna cum vineis, terris et silvis et marino portu, abbatiam Sancti Nicolai de abbate Clemente cum vineis, terris et silvis et omnibus sibi pertinentibus, et ecclesiam Sancte Venere cum casale in quo est ipsa ecclesia, cum vineis et terris et silvis (2).”, che tradotto significa: Questi sono gli archivi latini di Santa Maria della Mattina (a nord-est di S. Marco Argentano) che dobbiamo interrogarci per conoscere il resto della storia. Il documento più antico conservato in questa raccolta riferisce che Arnolfo, arcivescovo di Cosenza, Odone, vescovo di Rapolla, e Lorenzo, vescovo di Malvito, alla presenza del duca di Calabria e della Sicilia, e il conte di Puglia, Roberto (il Guiscardo), e la sua donna Sichelgaita, così come l’abbate Abelardo, che costruì il monastero di Matina, dedicò la chiesa alla Vergine e elenca i beni che la merce concessa al convento dai principi normanni, e tra questi “In valle quae Mercuri nuncupatur abbatiam Sancti Petri quae dicitur Marcanito, et ecclesiam Sancti Eliae et Sancti Zachariae cum omnibus pertinentiis earum, cum vineis, terris et silvis, et ecclesiam Sancti Nicolai de Digna cum vineis, terris et silvis et marino portu, abbatiam Sancti Nicolai de abbate Clemente cum vineis, terris et silvis et omnibus sibi pertinentibus, et ecclesiam Sancte Venere cum casale in quo est ipsa ecclesia, cum vineis et terris et silvis (2).“, che tradotto dal latino vuole dire i seguenti beniNella valle il Mercurio chiamato l’Abbazia di San Pietro, che si chiama Marcanito e chiesa di S. Elia e S. Zaccaria con tutti i suoi villaggi, vigneti, terre e boschi, e la chiesa di San Nicola de Digna, vigneti, terre e foreste e porto marino, ed un’Abbazia S. abate Nicola Clemente di vigneti e boschi e tutti i paesi appartenenti alla chiesa di Santa Venere dove è venuto alla chiesa con vigneto e la terra e le foreste (2).”. Il Guillou (…), a p. 4, parlando proprio del documento dell’anno 1065, pubblicato dal Pratesi (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) A. Pratesi, op. cit., p. 5. Je note que L.-R. Menager, dans ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’. 13, 1959, p. 57-61, veut que cette notice soit authentique.”, che tradotto significa: A. Pratesi, op. cit., p. 5. Prendo atto che L.-R. Menager, in “Rivista di storia della chiesa in Italia”. 13, 1959, p. 57-61, vuole che questo documento sia autentico.”. Sappiamo che il monastero di San Pietro de Marcaneto, nel 1458, non fu toccato dalla visita apostolica dell’archimandita del Monatero del Patirion (Patir), Atanasio Calceopilo, forse perchè esso era aggregato ad altro Cenobio o Monastero come quello di San Pietro di Licusati o quello di San Giovanni a Piro, ma andrebbe ulteriormente indagata l’eventuale citazione del Monastero o della Badia di San Pietro di Marcaneto a Scario, sul Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

La contrada di ‘Marcaneto’ a Scario

Nell’antica pergamena, il documento n. 2, del 31 marzo 1065 (?), pubblicato dal Pratesi (…), a p. 9, si può leggere che sono citati dei nomi di persona, alcuni dei quali ritroviamo ancora nel basso Cilento ed in particolare a Scario, come ad esempio “Nicholaus (y) Scaranus” e, “Ursinus Flos et (s)”. Il Pratesi (…), a p. 9, nella sua nota (y), postillava che: “(y) F Nichola F” Nicola” e, nella nota (s), postillava che: “(s) Fii om. et”. Non sappiamo chi fosse questo Nicola Scarano, ma di sicuro sappiamo che nel basso Cilento vi sono diversi Scarano. In proposito al cognome degli ‘Scarano’, molto diffuso nel basso Cilento ed in particolare tra Scario e Camerota, vediamo cosa dice in proposito Andree Guillou (…), nel suo ‘Les archives grecques de S. Maria della Matina’ : ………………………………………………Recentemente, Giovanni Russo, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), a pp. 90-93, accennava al termine “Markanites”, indicato nell’indice come toponimo di luogo. Russo (…), a p. 90, scrive che: “Sofronio, inoltre, condivide con lo zio Kannatas altri piccoli terreni, di cui uno con una vigna incolta al villaggio ‘(chorion’) degli Skaronitoi, un altro con un piccolo giardino vicino nei pressi di Phournos, un piccolo lotto a Elaphoun e altri terreni. L’elenco si completa con degli altri apprezzamenti al di là di un torrente, al di sotto del pereto e l’ultimo vicino a Markanites e a Spertos. Anche il nome del piccolo agglomerato urbano di Skaroniti lascia qualche traccia nella locale toponomastica. Guillou suppone debba trattarsi della località Scherani in Orsomarso, al di sotto del castello di Raiona, sull’altopiano di Gaccale, ecc..”. Il Russo (…), poi continua il suo racconto e, a p. 93, ifrendosi ad un documento pubblicato dal Guillou (…), di cui ci siamo occupati in un altro nostro saggio, ivi pubblicato, scrive che: “Il documento esaminato racconta anche della comproprietà di altri terreni fra Sofronio e i propri figli: alcuni nella zona dell’Arcistratego , altri al di sotto del pereto oltre un torrente, e altri ancora vicino Markanites e a Spertos. Per ciò che concerne l’idenificazione dell’Arcistratego, Guillou condivide le tesi tracciate da Biagio Cappelli, il quale, sulla base di un collegamento del tutto ideologico, pone l’asceterio di San Michele Arcangelo alle spalle del Kastron del Mercurio, sulle alture della Serra Bonangelo e, pertanto, nei pressi del monastero di San Nicola di Donnoso (138). Lo storico francese ritiene verosimile questa proposta (139), ma non tiene conto del fatto che Cappelli faccia riferimento esclusivamente all’asceterio (140) e non all’omonimo monastero di San Michele, che immagina, invece, nei pressi del monastero di San Pietro dè Marcaniti, la cui ubicazione è fissata dallo storico moranese intorno a Scalea (141).”. Il Russo, nella sua analisi sulla probabile localizzazione dell’Abbazia di ‘San Pietro di Marcanito’, cita ciò che credeva il Guillou (…) che sulla scorta del Cappelli (…), fa alcuni errori di valutazione. In primo luogo, come abbiamo già visto, il Cappelli (…), a pp. 207-208, non localizza affatto l’abbazia di ‘San Pietro di Marcanito’ nei pressi di Scalea. Biagio Cappelli (…), scriveva a p. 208 che: “Così per l’abbazia di S. Pietro detta “de Marcaneto“ il cui appellativo mi sembra possa corrispondere a quel monastero nella Vita di S. Saba di Collesano (34) denominato “dei Marcani”. Il Cappelli, riguardo alla localizzazione dell’abbazia o monastero di ‘S. Pietro di Marcanito’, dice chiaramente che esso sia sorto non lontano dai due monasteri dei Taorminesi e dei Siracusani:  Il quale da un accostamento ideale agli altri due cenobi denominati dei Taorminesi e dei Siracusani ricordati dallo stesso prezioso testo (35) sembra sia sorto non lontano da questi ultimi. E tali monasteri si trovavano proprio nella zona sopra indicata se dal primo di essi il beato Saba si avvia, in una delle sue tante peregrinazioni, a visitare i cenobi della non lontana regione di Lagonegro (36) e se l’altro che rimane non lontano dal Monastero di S. Michele Arcangelo (37), sorgesse nel cuore del mercurion, è da identificare con il cenobio poi detto S. Pietro de Seracusa a Scalea (38). Il Cappelli, non dice che l’Abbazia di ‘San Pietro di Marcanito’, fosse da identificare con quello di Scalea ma pone il monastero detto “dei Siracusani” (menzionato nell’opera agiografica di S. Saba da Collesano), non lontano dal monastero di San Michele Arcangelo, nel cuore del Mercurion, da identificare, questo monastero, con il “cenobio di S. Pietro de Seracusa a Scalea (38).” e, il Cappelli, nella sua nota (38), postillava che: “(38) A. Rocchi, De Coenobio Cryptoferratensi, op. cit. Tusculi, 1893, p. 97.”, che ci parla dei cenobi basiliani passati alla commenda dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Il monastero di ‘S. Pietro de Seracusa’ a Scalea, è citato a p. 97 del testo di padre Agostino Rocchi (…) che nel 1893, pubblicava il ‘De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii’, cita in latino il monastero “S. Nicolai De Saracusa (sic) in oppid. Scaleae”, che in italiano sarebbe S. Nicola di Saracusa a Scalea. Insomma, il Russo, vuole per forza localizzare l’abbazia di San Pietro di Marcaneto, nella zona dell’Argentario, ma come già il Cappelli (…), ipotizzava, questa antichissima abbazia doveva trovarsi nella nostra zona. Dall’indagine toponomastica del toponimo di luogo “Markanitos”, credo che questa abbazia debba localizzarsi in una contrada a Scario che ancora oggi viene chiamata “Marcaneto”. Il Russo, inoltre, scriveva sulla scorta del Guillou (…), che nel 1967, pubblicò 4 carte greche, di cui ci siamo occupati in un altro nostro saggio. Il Russo, a p. 90, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Cappelli, op. cit. p. 204”, poi a p. 93, nella sua nota (139), postillava che: “(139) Guillou, op. cit., p. 54”. Nel documento del 1060-1061, pubblicato dal Guillou (…)(documento n. 4), si cita un possedimento a “Markanites”. Il Guillou (…), a pp. 53-54, parlando dell’atto di donazione (documento 4) del 1060-1061,

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scriveva su Marcaneto che: “Analiyse. – Signon (l. 1-2). Dispositif: Le moine Sophronios Phortonatos, fils de Nicolas Phortonatos, fils de Sergonas, parvenu à une grande vieillesse, pour ne pas etre surpris par la mort et n’ayant rien d’autre à donner pour le salut de son àme que sa fortune faite des terres qui lui viennent de l’exploitation (……………)(1) paternelle, divise sa part et celle de sceur Maria (l. 2-13); il a des terrains au lieu-dit Phortonatos (1) pres Kordelles, un autre lot pres de Kalokyres de Doura (2), et la vigne qui s’y trouve, d’autres terrains à Olitha qu’il possede avec son oncle Kannatas et qui remontent du fleuve (3) et vont jusqu’à la limite (σμνορον) des terres de son cousin Sergonas, puis le bien qu’il a recu en échange du kathigumene Klèmès Moulétzès, dautres terrains à Ploupposon (4) au lieu-dit Bounikosa (5) qu’il possède avec ses cousin Phortounatoi, une part revenant à ces dernier, l’autre à lui-meme en commun avec son oncle Kannatas, d’autres petits terrains l’un avec une vigne en friche qu’il possède avec son oncle Kannatas au village (χωριον) des Skaronitoi (6), l’autre avec un petit jardin voisin de son oncle Kannatas pres de Phournos (7), un petit lot à Elaphoun (8), d’autres terrains qu’il possede avec ses fils à l’Archistratège (9), d’autres qu’il possède aussi avec ses fils, au delà du ruisseau au-dessous des poiriers, un autre près de Markanitès et de Spertos, qu’il possede avec son oncle Kannatas (l. 13-27); bref il portage tout avec sa sceur Maria et donne ce qui lui revient à l’eglise S. Nicolas (10), au kathigoumène Klèmès et ecc..”,  che tradotto significa: “Analisi – Signon. Dispositivo (L. 1-2): Il monaco Sophronios Phortonatos figlio di Nicolas Phortonatos figlio di Sergonas, ha raggiunto un età molto vecchia, di non essere sorpreso dalla morte e non avendo nulla da un altro da dare per il bene della sua anima che la sua fortuna fatta dalle terre che gli vengono dallo sfruttamento (……………) (1) paterno, divide la sua parte e quella di Suor Maria (1: 2-13), ha terra in un posto chiamato Phortonatos (1) vicino a Kordelles, un altro lotto vicino a Kalokyres de Doura (2), e la vigna lì, altra terra a Olitha che possiede con suo zio e Kannatas risale dal fiume (3) e andare fino alla terra limite (σμνορον) Sergonas suo cugino e il bene che ha ricevuto in cambio dal catigumeno (abbate) Klemes (Clemente) Moulétzès, altri terreni a Ploupposon (4) in un luogo chiamato Bounikosa (5) che possiede con suo cugino Phortounatoi, una quota di questi ultimi, l’altro a se stesso in comune con lo zio Kannatas, altro piccolo terreno in uno con una vigna incolta che possiede con lo zio nel villaggio Kannatas (χωριον = villaggio) di Skaronitoi (6), l’altra con un piccolo giardino accanto allo zio Kannatas vicino Phournos (7), un piccolo lotto a Elaphoun (8), altre terre che possiede con i suoi figli presso l’Archistratege (9), altre che possiede anche con i suoi figli, oltre il torrente, sotto gli alberi di pero, un altro vicino a Markanitès e Spertos, che possiede con suo zio Kannatas (l. 13-27); in breve, porta tutto con sua sorella Maria e dà ciò che appartiene alla chiesa di S. Nicola (10), del catigumeno (abbate) Klemes (Clemente) e ecc..”.

Nel documento del 1060-1061, pubblicato dal Guillou (…)(documento n. 4), si cita un possedimento a “Markanites”. Nel documento pubblicato dal Guillou (…), di cui ci siamo occupati in un altro nostro saggio e che riguarda un atto di donazione al monastero di San Nicola di Donnoso in Calabria, leggiamo che il monaco “Sophronios Phortonatos”, possedeva dei terreni e delle vigne nella “terra di Olitha”, nel villaggio di “Skaronitoi” e a “Markanites”. Tutti e tre questi toponimi, sono citati nella toponomastica di Scario. Il Guillou, riguardo al toponimo o nome di luogo o  “villaggio Kannats di Skaronitoi”, nella sua nota (6), postillava che: “Le mot derive de ‘scaroni’, ‘scarani’, (scamares), brigands (v. Du Cange, Glossarium mediae et infirmae latinitatis, s. v. ‘scarani’); le toponyme sera identifié avec le lieu-dit Gli Scherani (= coupe-jarret), à 4 Km. au sud-est d’Orsomarso.”, che tradotto significa: “La parola deriva da ‘scaroni’, ‘scarani’, (scamares), briganti (v. Du Cange, Glossarium mediae e infirmae latinitatis, sv ‘scarani’), il nome del luogo sarà identificato con il luogo chiamato Gli Scherani (= taglio -carro), 4 Km. a sud-est di Orsomarso. “. Dunque, il Guillou, ritiene che questo monaco e i suoi familiari, provengano da una piccola frazione di Orsomarso. Il Guillou (…), a p. 56, parlando proprio del documento dell’anno 1060-1061, scriveva che: “3) Le fait economique exprime par notre document est important car il raconte quelques aspects de la vie d’une υποστασις familiale, celle des Phortonatoi (qui ont laissé leur nom à un hameau situé au nord-est d’Orsomarso), entre le milieu du X° et le milieu du XI° siecle. Les membres de cette famille connus du document sont:”, che significa: “3) Il fatto economico espresso nel nostro documento è importante perché racconta alcuni aspetti della vita di una famiglia υποστασις (ipostasi), quella dei Phortonatoi (che hanno lasciato il loro nome in una frazione situata a nord-est di Orsomarso), tra la metà del X ° e la metà dell’XI secolo. I membri di questa famiglia noti dal documento sono: “

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(Fig….) I membri della famiglia dei ‘Phortonatoi’, citati nel documento del 1060-1061, a p. 56 del Guillou (…).

Il Guillou (…), nella sua nota (4), postillava: “V, acte I, et p. 19”, nella sua nota (5), postillava “V. acte 2, et p. 29”, nella sua nota (6), postillava “V. acte 3, et p. 42”, nella sua nota (7), postillava “V. acte 4, et p. 56”. Il Guillou, sempre a p. 56, continuava scrivendo che: “Cette amputation consiste à transmettre à S. Nicolas les droits du moine Sòphronios, c’est-à-dire que pour les terrains d’Olitha, de Bounikosa et la vigne en friche des Skaronitoi, le monastere partage ses droits de proprieté avec l’oncle Kannatas, sans enfants et, certainement, tres agé. Ces droits se sont donc simplifies rapidement au profit du monastere, qui est aussi, comme l’etaient Sophronios et Kannatas, proprietaire dans le χωριον des Skaronitoi; le fait est important de la presence depuis plus d’un demi-siecle de gros proprietaires laics ou ecclesiastiques dans la situation drammatique, chaos politique (1) et, surtout, crise économique (2), contemporaine de la donation de Sophronios.”, che tradotto significa:  Questa amputazione consiste nel trasmettere al monastero di San Nicola i diritti del monaco Sòphronios, cioè che per le terre di Olitha, Bounikosa e la vigna incolta dello Skaronitoi, il monastero condivide i suoi diritti di proprietà con ‘zio Kannatas’ (Cannata), senza figli e sicuramente molto vecchio. Questi diritti furono così rapidamente semplificati a vantaggio del monastero, che è anche, come lo furono Sophronios e Kannatas, proprietario nel χωριον (villaggio) Skaronitoi; il fatto è importante della presenza per oltre mezzo secolo di grandi proprietari laici o ecclesiastici nella situazione drastica, nel caos politico (1) e, soprattutto, nella crisi economica (2), contemporaneamente alla donazione di Sophronios.”.

L’etimo di ‘Markanites’ e di ‘Scaronitoi’

Recentemente, Giovanni Russo, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), a pp. 90-91, credeva che: “Il villaggio di Skaroniti esisteva sicuramente, ma al suo posto oggi permangono pochi resti murari, ruderi silenziosi, ma ancora leggibili, che impreziosiscono questa zona al cui interno vi sono ben due sorgenti, entrambe intitolate a Sant’Elia, come il monastero che vi sorgeva accanto, il quale le ha lasciato tracce indelebili di sé nel testamento del suo igumeno Daniele (134). Neppure Guillou, nutre dubbi in merito, mentre riconduce il termine ‘Scaroni’ o ‘scarani’, apparentato con il francese ‘scameres’ e il latin ‘scamares o ‘scamatores’, il cui significato è “predatori, briganti”, come sembra confermare il ‘Glossarium mediae et infimae latinitatis’ di Charles Du Cange, alla voce ‘scarani (135). Deriva da ciò l’identificazione del toponimo con la località Scherani a 4 km. a sud-est di Orsomarso, il cui nome significherebbe, letteralmente, “taglia garretti”, ossia tagliagole. Diverso destino spettò a Phournos, il cui toponimo è di origine oscura.”. Il Russo, nella sua nota (134), postillava che: “(134) F. Bulgarella, L’Eparchia di Mercurio, op. cit., p. 85, e a p. 91, nella sua nota (135), postillava che: “(135) Charles Du Cange, ‘Glossarium mediae et infimae latinitatis’, Niort, L. Favre 1883-1887, vedi pure nota del Guillou che lo cita”. Sul toponimo, ha scritto anche Gerard Rohlfs (…), nel suo ‘Mundarten und Griechentum des Cilento’, dove alla parola ‘Skario’, a p. 83 scrive che: “Il suffisso per la formazione di etnici – otu < – ωτης (cfr. LGII, p. 584) stranamente non partecipa alla dittongazione. Si dice ‘Skarioti (R) “gli abitanti di Scario“, Laurioti (V) “abitanti di Lauria” (3). Questa constatazione concorda con osservazioni fatte anche in altre aree. Anche in provincia di Cosenza infatti si dice ‘Skaliyotu’ (Scalea), Mantiotu (Amantea), sebbene qui ò davanti a -ù e ì si dittonghi.”, poi il Rohlfs, nella sua nota (3), postillava che: “Si dice però ‘Asyuoti (A) per indicare gli abitanti di Ascea.”. Sempre il Rohlfs, a p. 108, alla parola ‘Scario’, scrive: “Piccolo centro di pescatori presso Policastro, gr. εσχαριον (escaroin) “apparecchio per varare le navi”. Sempre Rohlfs (…), a p. 112, scriveva in proposito che: “Oltre a questi elementi lessicali, nella zona nostra sono rimasti in uso due suffissi greci. Sulla desinenza – …… per la formazione di etnonimi (Skarioti, Laurioti, Asiuoti) si è discusso sopra a p. 42.”. Il Palazzo (…), proprio sulla scorta di Rohlfs, di cui è stato uno dei suoi intervistati nella zona, parlando di Scario, sull’etimo della parola di Scario, scriveva le stesse cose. E’ interessante notare come Wikipedia, scriva di Bosco: “Anticamente chiamato “Villa San Pietro”. Andrebbe ulteriormente indagata l’origine del toponimo di ‘Mareanito’, indicato nella carta del 1065. L’indagine toponomastica, condotta sul luogo, o attraverso lo studio della cartografia esistente, ci permette di aggiungere qualche tassello alla intricata questione. Guardando la carta d’origine Aragonese, quella illustrata in fig….., la Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, una delle più antiche e dettagliate esistenti, notiamo che, nei pressi di Bosco e di Scario, il toponimo di ‘Marcaneto’, non compare e non compaiono toponimi che possano rassomigliare a ‘S. Pietro de Mareanito’. In questa carta, però, nei pressi della costa dell’attuale Scario, troviamo dei toponimi riportati in alcuni documenti che riguardano ad esempio l’abbazia di S. Giovanni a Piro. In questa carta, ritroviamo citati i toponimi di “Sirsto” , subito dopo Policastro all’altezza dell’attuale cimitero di Scario e della foce del fiume Bussento), poi si vede segnato un “Casale dell’Olia“ (alcuni come il Di Luccia (…), scrivono ‘Casale dell’Oliva’, come l’omonima Torre cavallara), corrispondente all’attuale ‘Marcaneto’ e nei suoi pressi si vede disegnato un fiume ed una Torre (forse la Torre dell’Oliva, che però non è contrassegnata con un nome specifico), “S. Maurisio”, “la Molara”, “la Scaletta” e “S. Pantaleone” (corrispondente ad una località posta fra S. Giovanni a Piro e Bosco). Nella carta in questione, la costa dell’attuale Scario, viene chiamato “Prom. S.to Maurisio”, ovvero il ‘Promontorio di S. Maurizio’, che nelle attuali carte nautiche non appare. Alcune delle località indicate nella Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘ (Fig…), sono citate nel ‘Trattato’ del Di Luccia (…), che nell’indice, chiama Scario: “La marina di S. Gio.” e che vengono citate in un documento del 1583, trascritto dal Di Luccia che a p. 113, ne parla e descrive i confini dell’attuale Scario:

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Pietro Ebner (…), a p. 493, parlando di S. Giovanni a Piro, scriveva che “Secondo il Di luccia (p. 129) nell’agosto del 1533 Policastro fu assalita dal corsaro turco “il Giudio”, agli ordini di Khair-ed-Din (Ariadeno) Barbarossa. Il corsaro sbarcò “con 12 galee alla Marina dell’Oliva” che assunse poi il nome di Scario, uccidendo e facendo schiavi “ottanta persone tra morti e vivi”. Scrive sempre Ebner su Scario a p. 494, vol. II del suo ‘Chiesa ecc..’, che: “Domenica 10 luglio 1552 il corsaro turco Dragut sbarcò pure alla Marina dell’Oliva con 123 galee (28) “ac ferro, et igni dederunt Policastrum” assalendo nello stesso tempo Vibonati, S. Giovanni a Piro, Bosco, Torre Orsaia, Rocca Gloriosa (…) Quod occisi quot fuere captivi”. Ebner, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Laudisio cit., p. 44. Da un protocollo del notaio Antonio d’Onofrio conservato nell’Archivio parrocchiale di Sanza. Il notaio attribuisce l’incursione a “Dragut rais”. Scario, nel 1552, veniva chiamata ‘Marina dell’Oliva’ e, secondo l’Ebner (…), sulla scorta del Laudisio e del Di Luccia (…), solo dopo quelle incursioni si chiamò Scario. Interessante ci appare la citazione del toponimo di “S.to Pantaleone”, nella Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, che indica una località posta sotto il casale di Bosco, nelle terre tra Bosco e S. Giovanni a Piro, forse proprio la località di Marcaneto. E’ questa un’area dove sono sorti in passato diversi cenobi italo-greci, poi in seguito diventati monasteri benedettini. Nella ‘carta del Cilento’, pubblicata nel………..da La Greca (…), che io ritengo essere proprio quella riportata in patria da…………….., si possono notare e meglio leggere alcuni toponimi della zona interessata dal presente saggio. In questa carta, che io credo sia più recente rispetto all’altra da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli (…), si può notare che alcuni toponimi vengono riportati cambiati.

Bosco, carta del Cilento

(Fig….) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (2), inedita e da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, nel 1975 e di cui trassi copia nel 1981. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio)

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(Fig….) La “Carta del Cilento”, pubblicata da Amedeo La Greca e dal Valerio (…)

Il documento, secondo il Borsari ed il Pratesi, con cui Roberto il Guiscardo dona al monastero benedettino di nuova fondazione di S. Maria de Matina, tra l’altro “in valle que Mercuri nuncupatur”, due abbazie, S. Pietro “quae dicitur Marcanito”, e “S. Nicola de abbate Clemente”. A quali Abbazie si riferiva l’antico documento membranaceo (pergamena) citato dal Borsari? Il Borsari, sulla scorta del Pratesi (…), parlava di due Abbazie: 1- l’Abbazia di S. Pietro “quae dicitur Marcanito”, e 2 –  S. Nicola “de abbate Clemente”. L’Abbazia di S. Pietro “quae dicitur Marcanito”, in una località detta ‘Marcaneto’ (posta sulla costa di Scario, risalendo verso San Giovanni a Piro) e, l’Abbazia di S. Nicola “de abbate Clemente”, forse l’Abbazia di S. Nicola a Bosco, o viceversa, visto che la località “Marcanito” o ‘Marcaneto’ è una località indicata a Scario. Nei pressi di Scario, a ridosso del Monte Bulgheria e tra Bosco e San Giovanni a Piro, vi è una località chiamata ‘Marcaneto’. I due toponimi, ‘Mareanito’ e ‘Marcaneto’, hanno la stessa origine ed etimologia. Credo che il toponimo ‘de Mareanito’, indichi la località che solo da qualche secolo appare nelle carte topografiche, lungo la costa in prossimità di Scario ed alle pendici del Monte Bulgheria. Marcaneto, è una località posta lungo la costa di Scario, ai piedi del casale di San Giovanni a Piro e che scende fino a Scario. Nella carta “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), del 1613, illustrata in Fig…., delineata verso il 1590-1594, sebbene vengano indicate le diverse Torri costiere costruite ed esistenti lungo il tratto di costa in questione, la sua scala metrica è toppo piccola per indicare i toponimi fin quì citati. La località di ‘Marcaneto’, viene citata dallo studioso locale Franco Cariello, nel suo (…) San Giovanni a Piro, Chiese, Cappelle e Confraternite (…), a p. 138, cita una ‘Cappella di San Giuseppe a Marcaneto’e dice che:

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(Fig….) Cariello Franco (….), p. 138, vedi nota (72), ivi.

Il Cariello (…), ci parla di una cappella, dedicata a San Giuseppe, sita in località ‘Marcaneto’, tra la costa di Scario e San Giovanni a Piro. Il Cariello, ci informa che questa cappella, nel 1698, fu visitata dal Vescovo di Policastro, Mons. Maradei ed esisteva anche nel 1725, in occasione della visita episcopale di Mons. De Robertis. Il Cariello (…), riportando un passo del Verbale della visita episcopale di Mons. Maradei, scrive che: “Visitò la ‘Cappella di San Giuseppe’ nel luogo dove viene detto Marcaneto, eretta dal defunto magnifico Capitano Giuseppe Ursaya, nella quale a devozione dei nominati Uraya vengono celebrate messe, ed è bene ornata.”. Poi sempre il Cariello, scrive che: “la cappella…situata vicino al mare di patronato della famiglia Ursaia.”. Il Cariello, forse sulla scorta del Di Luccia (…), ci informa che “Tutta la zona di Marcaneto era di proprietà della famiglia Ursaja, che in quella località gestiva “due trappeti, due case rurali ed un casilino per animali”. Il Cariello, nella sua nota (72), postillava che le notizie erano tratte da “(72) Archivio di Stato Salerno- Settore Intendenza”. Il Cariello, scrive sempre che “Fino alla metà del secolo scorso, addossata al casale di proprietà di Giuseppe D’Angelo a Marcaneto, ancora si poteva notare l’antica cappella fondata tre secoli prima dal capitano Ursaia.”. Della nobile famiglia Ursaia o Ursaja o Ursja o Vrsaya (come scrive il Di Luccia) ne ha parlato anche il Di Luccia (…), nel suo ‘Trattato’ sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro, a pp. 47, 129, 144, 184. Il Di Luccia, nel suo cap. V, nella ‘Descrizione Toporafica della terra di S. Giovanni e sue Famiglie’, a p. 129, parla degli Ursaja e scrive che: “……………………………………”. Sulla famiglia e i membri dei Ursaya a Scario, a Marcaneto e a S. Giovanni a Piro, ci riferisce Ebner (…), che nel suo vol. II, a p. 493, parlando di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “Nello stesso anno 1503, venne nominato abate commendatario il napoletano Antonio Terracina, abate anche delle badie di S. Pietro di Licusati e di San Nicola di Bosco, il quale delegò all’amministrazione delle badie un locale, Gerolamo Surfaia (26), il quale assunse così poteri quasi vicariali. Seguì sempre come abate commendatario, Antonio del Baucio (1520) che amministrò la badia a mezzo il vicario G. Surfaya. Il Di Luccia (p. 47) trascrive la “Instruccione et ordinatione date a vui Donno Ieronimo Surfaya per nui Antonio Terracina Apostolico Protonotario et Commendatore de l’Abbatia de S. Ioanne a Piro e S. Pietro de Lycusate” per cui il predetto doveva tenere corte in la Iustitia tanto clericale come laicale; vendere “loglie che sono al presente in Abbatia de S. Io:…volimo” che eseguiate le volontà testamentarie di certo Francesco di cui manca il cognome; ecc..”. Ebner, nella sua nota (26), postillava che: “(26) Di Luccia, p. 25.”. Giuseppe Antonini (…), nel cap. X della Parte II , della sua prima edizione della ‘Lucania’, a p. 414, parlando di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “Nacquero in questa Terra F. Girolamo Orsaja, che nel 1675 fu assunto all’Arcivescovado di Rossano, e Domenico Orsaja, che Lettore della Sapienza di Roma, ecc..”, ma della località di ‘Marcaneto’ non si parla. Sulle origini della località ‘Marcaneto’, si dovrà ancora ulteriormente indagare. Per la storia del luogo, si potrebbe fare riferimento alle fortificazioni eseguite lungo la costa durante la Guerra del Vespro, oppure alla costruzione delle cosiddette Torri Normanne. Amedeo La Greca (13), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata costruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II. La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Ecco perchè le torri costiere presenti sul nostro litorale, vengono chiamate dalla tradizione popolare orale “Torri Normanne”. Nella carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (…), vediamo che lungo la costa in questione, possiamo leggere alcuni nomi di Torri marittime già esistenti ed alcune invece costruite dai Vicerè spagnoli. Si può leggere: “la Torre di Cala moresca, la Torre la Scaletta, la Torre Capo le Vigne, la Torre lo Scario S. Giovanni a Piro, Torre dell’Oliva, ecc..”.

(Fig….) “Principato Citra” di Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590- -1594), cm. 36 x 51, riprodotta e tratta da Mazzetti E., Cartografia del Mezzogiorno d’Italia, ESI, Napoli, tav. XVII.

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(Fig….) Particolare tratto dalla carta nautica “Golfo di Policastro“, senza indicazione di scala, a colori, (1° quarto sec. XIX), cm. 30 x 178, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (…), inedita e da me scoperta.

Pier Luigi Cavalcanti (…), nel suo portolano ‘Guida del Pilota ecc..‘, a p. 44, scriveva della costa che si estende lungo le pendici del Monte Bulgheria, da Marina di Camerota verso Policastro:

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Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, torri e borghi della costa Cilentana’, a pp. 183-184, a proposito di Scario, scriveva che:

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Onofrio Pasanisi, nel 1934, nel suo ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro’ (…), parlando delle Torri marittime costruite in epoca vicereale Spagnola, nel basso Cilento, scriveva sulle incursioni barbaresche che subirono alcuni paesi prossimi alla costa, con notevoli danni e distruzioni. Il Pasanisi a pp. 277-278, scriveva in proposito che:

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Il Giustiniani (…), invece, nel suo vol. VII, a p. 228, parlando di Policastro, scrive una interessante notizia circa un suo vicino porto (forse proprio quello di Scario) e della grancia di S. Lorenzo di Padula, che doveva trovarsi nei pressi dell’attuale cimitero di Scario.

Il toponimo “Mercuri”, nella ‘Bolla di Alfano I’, del 1079

La seconda ricostituzione della sede Episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. Il Cappelli (…), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), citava la nota ‘Bolla di Alfano I’, e in proposito scriveva che: mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (…), si citavano: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), ecc..

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(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

Biagio Moliterni (….), nel suo recente studio, ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, edito nel 2013, a p. 17, in proposito scriveva che: “Un altro punto non del tutto chiaro della lettera di Alfano I riguarda l’ambito territoriale entro cui era circoscritta la diocesi di Policastro. Rimangono infatti di incerta determinazione alcune delle località ad essa aggregate, i cui toponimi sono oggi scomparsi.”. Il Moliterni (…), continuando il suo racconto sulla ‘Bolla di Alfano I, a p. 18, scriveva che: “Nessun dubbio, infine, esiste sui nomi delle altre località, che, sparse tra le attuali provincie di Salerno, Potenza e Cosenza, possono essere identificate con …….Mercurio (59), ecc..”. Il Moliterni, a p. 19, nella sua nota (59), postillava che: “(59) ‘Mercuri’, in ‘a’, in ‘l’ e in ‘v’. Il toponimo manca in ‘b’, molto probabilmente per un errore el copista. Infatti, poichè la prima facciata di ‘b’ termina con l’identificazione della “Regione Abbate Marcu”, e la successiva incomincia con la parola “Orsimarcu”, vale a dire Orsomarso, non è affatto da escludere che l’anonimo amanuense, nel voltare pagina, abbia omesso di trascrivere, per una svista, la parola “Mercuri” che stava nel mezzo, così come si legge nelle altre versioni della lettera. La località di Mercurio, ricordata in vari documenti dei primi secoli del secondo millennio, è solitamente identificata con i ruderi affioranti sulla collinetta che sorge alla confluenza tra i fiumi Argentino e Mercure-Lao, a cinque chilometri dall’abitato di Orsomarso, ed è considerata l’erede del più antico Castello di Mercurio, o Castromercurio, il ‘Kastellion’ per antonomasia, che fu capoluogo dell’omonima eparchia bizantina menzionata nei testi agiografici del X-XI secolo. O. Tocci, ‘La Calabria nord-occidentale dai Goti ai Normanni. Insediamenti e vie di comunicazioni. Cosenza, 1989, pp. 81-84, nega tale corrispondenza e riconosce nel sito orsomarsese il solo castello o casale di Mercurio ricordato dalle fonti più tarde, e non il più antico e omonimo centro bizantino, che, a suo giudizio, sarebbe sorto in una ancora sconosciuta località dell’interno. A supporto di questa sua ipotesi, lo studioso richiama la documentazione raccolta da Jole Mazzoleni, ‘Gli atti perduti della Cancelleria angioina. I. Il Regno di Carlo I, Roma, 1939, vol. I, p. 57, n. 151, e p. 89, n. 456, dalle quali emerge che, già nel 1269, la Cancelleria angioina fu costretta a precisare che ai fratelli Lisergisiis era stato concesso il casale di Mercurio e non il castello omonimo, di cui rimaneva feudatario Ferruccio Vulcano. Più recentemente, G. Russo, ‘La valle dei monasteri. Il Mercurion e l’Argentino’, Paludi, 2011, pp. 136 e 145-151, ha creduto di riconoscere i resti del ‘Kastellion’ nell’attuale palazzo baronale di Orsomarso.”.

Oreste Campagna, situa il monastero di “S. Pietro di Marcaneto” a Papasidero e a Majerà (Calabria)

Interessante è l’ipotesi di Orazio Campagna (…) che, nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 96, scriveva che: “Il primo ebbe origini più remote, difatti viene anche menzionato nella Vita di S. Saba di Collesano per un miracolo che il Santo vi operò (74). Dovrebbe essere identificato col monastero di S. Pietro, in territorio di Majerà, edificato sui resti di colonia romana e divenuto, successivamente, filiazione carbonense insieme col monastero di S. Pietro, di cui il 6 maggio 1149 papa Eugenio III confermava il possesso alla Badia di Cava, veniva ubicato “apud Didascaleam” insieme con l'”ecclesiam S. Marie de ospitali”, ma veniva identificato con S. Pietro “de Grasso”, presso Papasidero (75). ecc…”. Il Campagna, a p. 96, nella sua nota (74), postillava che la notizia di S. Saba era tratta dal “Cozza-Luzi, Historia et laudes, etc., op.cit.; da D. Martire, La Calabria sacra e profana, I, op. cit. pag. 306 e s.”. Il Campagna, nella sua nota (75), postillava che: “(75) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX, luglio-dicembre, 1976; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando delle “Cap. IX – Comunità costiere a nord del Lao”, parlando di Scalea e di Papasidero in Calabria,  parla del monastero di S. Pietro de Grasso e scriveva che: “Nel 1130-1137 l’antipapa Anacleto II riconfermava all’abate Simeone di Cava “omnia iura et possessiones” in Calabria, di cui “apud Scaleam monasterium S. Petri et ecclecia S. Marie cum hospitali” (18), possessi riconosciuti al monastero cavense da papa Eugenio III, nel 1149.”. Il Campagna, nella sua nota (18), postillava che: “(18) F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I, pag. 72. Sul monastero di S. Pietro, S. Napolitano, Ricordi dell’ascetismo bizantino in Papasidero, estr. da “BBGG”, n.s., vol. XXX (1976), pag. 128 e sgg.; C. Manco, Alla scoperta della chiesa benedettina di “S. Pietro de Grasso”, Scalea, 1978. Il 28 marzo Clemente III ne confermò il possesso alla Badia di Cava, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit.”. Il Campagna (…), a p. 201, parlando.”. Lo studioso calabro Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, pubblicato nel 1985, riferendosi a Majerà e del vicino Casale di S. Maria e il suo territorio, conquistato dai normanni, a p. 16, in proposito scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Majerà, se si accettua il riferimento, per altro incerto, al monastero melchita di Màkaros, del 1060-1061 (1), è il Diploma del duca Ruggero del luglio 1100, nel quale viene menzionata, fra le altre donazioni al monastero benedettino di S. Maria della Matina, l’”ecclesiam Sancte Marie in territorio castelli quod dicitur Machera. Dal documento si rileva che la chiesa di S. Maria o sopravvisse alle conquiste normanne o fu opera normanna, e, pertanto, dagli stessi messa alle dipendenze di S. Maria della Matina; che doveva disporre di rendite da platee, già monastiche; che il nome ebraico di “Grotta”, M’arà, già del Casale, grecizzato in “Machera” era passato ad indicare il castello e il nucleo che intorno ad esso si andava costruendo. La donazione venne confermata nel maggio del 1114 in un Diploma del duca Guglielmo e in un altro Diploma del Principe Boemondo del 1122. I documenti sono riportati dal Pratesi (16).”. Il Campagna, a p. 16, nella sua nota (16) postillava che: “(16) A. Pratesi, Carte latine, etc., cit., alle pag. 18-19, 23-25, 30-32.”. Sempre il Campagna nel suo ‘Storia di Majerà’, a pp. 29-30, in proposito scriveva che: “Nota fu l’Abbazia di S. Pietro dei Marcani (35), fra le tante della “Regione mercuriense”. A S. Pietro marcanito, nella seconda metà del X secolo, un monaco greco, colpito da un fulmine, riebbe la parola, grazie all’intercessione di Saba da Collesano (36). Fu conquistata da Roberto il Guiscardo, difatti, nel 1065, lo stesso la donò, fra le altre conquiste, alla neo-abbazia benedettina di S. Maria della Matina, “…abbatiam Sancti Petri que dicitur Marcanito…” (37). E’ ovvio che l’abbazia basiliana di S. Pietro, messa alle dipendenze di S. Maria della Matina, dovette conformarsi al rito latino, o cessare del tutto come istituzione monastica. Era sorta fra i nuclei greci e romani. I resti dell’abbazia, da qualche anno del tutto scomparsi, della chiesetta, nell’ansia del nuovo, è stata completamente deturpata l’antica struttura, evidenziando l’opus mixtun e l’uso del materiale romano sottratto a precedenti costruzioni. L’inventario del 1695-96 eseguito per conto della Cappella romana del S. Presepe, presso S. Maria Maggiore, riporta “una Chiesa con Cortile, et mura di due Cammare seu Celle al p.te dirute, et la d.ta Chiesa che si stà rinnovando è sotto il titolo di S. Pietro a Carbonaro” (38). Dopo la crisi, seguita alle prime conquiste normanne, le nostre istituzioni basiliane godettero d’una notevole fioritura, grazie all’egemonia esercitata su di esse dall’Archimandritato di Carbone (39), così che S. Pietro “marcanito” divenne “a’ Carbonara”. Amministrava una vasta platea, che comprendeva gran parte dell’attuale territorio di Majerà (40). Confinava col territorio di Buonvicino, di Belvedere, di Cirella, e a settentrione, dopo contrada Massacarbone, con quello della stessa Majerà (41). Nel 1587, in qualità di grancia, era alle dipendenze della Cappella del S. Presepe, unita, o in subordinazione, all’abbazia di S. Giovanni a Piro (42). Così afferma il Vanni, anche se l’unione doveva essere avvenuta già da qualche decennio, difatti nel 1574 l’abate del monastero di S. Giovanni, D. Girolamo de Vio, aveva promosso un giudizio per usurpazione contro D. Giovanni Scielzo, della “Terra di Cirella”. Il processo che si celebrò in Lauria, si concluse sfarevolmente per il de Scielzo (43). Negli Inventari del Feudo, fino al 1599, quando dopo la morte di Vittoria di Loria, ne vennero eseguiti due, un per gli eredi Carafa, Giulia e Maria, e l’altro per la figlia di secondo letto, Olivia Bologna, i beni della grancia di S. Pietro erano stati considerati “liberi” (44). Nel 1650 e nel 1695-96 il Capitolo di S. Maria Maggiore, e, nel 1728, Benedetto XIII facevano inventariare i beni del monastero tramite rappresentanti di S. Giovanni a Piro e della Curia vescovile di Policastro. Nel 1724 ne era abate frà Antonio Magurno, forse l’ultimo abate, difati nel 1750 la chiesa era affidata al sacerdote D. Lorenzo Pignata (45). Anche presso questa Abbazia, come presso le altre della costa, vi è il toponimo Foresta, che ricorda antiche donazioni di zona boscosa e coltivata, o meno probabilmene, l’estraneità dei Basiliani, in tempi mutati, e nella lingua e nel rito (46). A sud della Foresta si apre la grotta di S. Angelo: S. Michele, l’Angelo per antonomasia. Presso S. Pietro e S. Anario vi è Prato. Un “locus” dallo stesso nome è più volte menzionato in “Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (47), e, nelle stesse “Carte”, localizzato presso S. Marco Argentano (48). Il nostro, ricco di resti greci e latini, conquistato dal Guiscardo, avrà tratto il nome dalla omonima località argentanese.. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (35) postillava che: “(35) E’ probabile che “Marcani” sia nome composto, da Mardi e Ircani, abbreviato in Marcani per motivi fonetici. Sia i Mardi che gli Ircani erano tribù delle coste del mar Caspio, non lontano da Georgia e Armenia. Presenze Armene sono attestate a Maratea, e messe in relazione con le persecuzioni iconoclastiche, in “La Regione Mercuriense”, etc.,  op. cit.,  pag. 250.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (36) postillava che: “(36) E’ detto …………………..presso Oreste Patriarca Hierosolymitanusde Historia et laudibus, etc., op. cit., XXVI, pag. 151.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 29, nella sua nota (37) postillava che: “(37) A. Pratesi, Carte latine, etc., op. cit., pgg. 5-9.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38)Platea dei beni e delle rendite della Badia di S. Giovanni a Piro” (fol. 139-141, recto et verso), inventario ms. del 1695-96, estratto dall’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Il monastero di SS. Elia ed Anastasio, posto presso Latinianon, nella “Regione superiore”, “superiore” rispetto ai Mercuriensi, fu fondato da S. Luca di Armento. Archimandritato, disponeva di un territorio vastissimo, che andava da Salerno a Metaponto, da Trebisacce a Belvedere. Sul celebr monastero, G. Robynson M.A., History and cartulary of the Greek etc…; Le Liber Visitationis” di Athanase Chalkèopoulos (1457-1458) par M.-H. Laurent et A. Guillou, op. cit., 1960; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano di S. Maria di Pactano, in “BBGG”, n.s., XXIV (1970).”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Dalla Platea di Sebastiano della Valle, presso F.A. Vanni, cit.,”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 30, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Vanni, cit.,  ne fissa la data al 28 agosto 1587, con la Bolla n. 58 di papa Sisto V. Riferimenti in G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci, Città del Vaticano, 1935, pag. 213, nota 3.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il processo è riportato in sintesi da P.M. Di Luccia, l’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc…, pagg. 72-75, e da F. Palazzo, Il cenobio basilano di S. Giovanni a Piro, Bosco, Scario, ed. Di Giacomo, Salerno, 1960, in libera traduzione, alle pagg. 225-228.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (44) postillava che: “(44) F.A. Vanni, cit. Non sappiamo quanto sia stata determinante, proprio in quegli anni, la presenza dei Carafa di Policastro, nella terra di Majerà.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (45) postillava che: “(45) F.A. Vanni, cit.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (406postillava che: “(46)Il nome, già usato nella toponomastica normanna, indica un vasto territorio, boschivo e coltivato. Nella Platea dei beni e rendite, etc., la Foresta viene delimitata, e la grancia di S. Pietro disponeva che “dal dì di tutti i Santi insino alla Vigilia di Natale, s’intende chiusa, et chi ci và a pascolare, o dannifica per d.to tempo paga alla d.to Chiesa di pena carlini quindeci per ciaschduna volta…”.”. Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà, a p. 31, nella sua nota (47) postillava che: “(47)A. Pratesi, cit.”.

I Loria

Sempre il Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà, ci informa che: “Da un documento del 12 giugno 1453, citato anche dal Vanni (8), risulta che Roggiero di Loria, figlio di Zardullo, aveva fatto donazione del feudo del fratello Alfonso. Fu così chei Loria entrarono nella storia della Terra di Majerà e ne determinarono le sorti per, circa, un secolo e mezzo (9).”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Dal Quinternione primo della R. Camera, fol. 264, e fol. 265, R. Assenso ad una Supplica al re Alfonso I, scritta dal notaio Pietro Bono di Maratea, “Cronica di Majerà” cit.”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (9) postillava che: “(9) La famiglia aveva tratto il predicato dal feudo di Lauria. Divenne di Loria con l’uso umanistico di latinizzare nomi, cognomi e predicati. Pare che fosse di origine normanna, messasi alle dipendenze del Principato di Salerno. Venne identificata con i De Cloirat di Normandia. Ebbe feudi che andavano da Lagonegro a Lauria,e fin sulle coste del Golfo di Policastro. Il rappresentante più illustre fu Ruggiero di Lauria, 1245-1304, eroico ammiraglio al servizio di Pietro III d’Aragona. Come già scritto, Riccardo di Lauria, figlio dell’Ammiraglio, aveva sposato Pippa Sambiasi, figlia di Ruggiero e Costanza Isabella Sangineto, signore di Majerà. Con Vittoria e Geronimo la famiglia decadde, “non possedendo altro, che la Terra di Majerà”, Vanni, op. cit.”.

La chiesa di “San Giovanni di Marcaneto” a Tortorella

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 677-668, parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Altre notizie si apprendono dal Laudisio (13). Il vescovo Giovanni Antonio Santonio di Taranto, eletto vescovo di Policastro nel 1610, oltre a invocare tre sinodi, ricostruì il seminario in base al decreto Tridentino di Riforma cap. 18, Sess. XXIII, atribuendogli anche il beneficio semplice di S. Giovanni di Marcaneto di Tortorella.”. Ebner (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) Laudisio, cit., p. 98 sg., 81 e 111.”. Infatti, il Laudisio (… v. versione del Visconti), a p. 81, scriveva in proposito del vescovo Santonio di Taranto, vescovo di Policastro: “Fece riattare il seminario costruito dai suoi predecessori in ottemperanza alla prescrizione del Concilio di Trento (decreto di Riforma, cap. 18, sess. XXIII), ma che per tanti anni non aveva funzionato, e in forza del citato decreto attribuì in perpetuo a tale seminario i benefici * semplici di S. Nicola di Marsico Vetere, quelli di S. Giovanni di Marcaneto di Tortorella e quelli di S. Marco di Vibonati.”. Per beneficio (*), si intende il diritto che i vescovi concessero al clero di certe chiese, di trattenere per se alcune rendite. Dunque, secondo il Laudisio (…), a Tortorella vi era la chiesa di San Giovanni di Marcaneto. Andrebbe ulteriormente indagata una notizia citata da Ebner (…), tratta dal Tancredi (…). Pietro Ebner (…), a p. 678, dove parla ancora di Tortorella, apprendiamo che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi Casali, dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del Palazzo marchesale), del palazzo del barone Gallotti, ecc…”. Ebner (…), nella sua nota (20), postillava che: “(20) Tancredi L., Il Golfo, cit.,  p. 72 sgg.”, mentre nella sua nota (21), postillava che: “(21) Casaletto Spartano ecc..ecc..”. La notizia citata da Ebner (…), nella sua nota (20), di p. 678, vol. II, era tratta da un testo del sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, scrisse ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’. Il Tancredi (…), come vedremo, non parla di Tortorella ne di Casaletto Spartano ma, a p. 72, nel suo capitolo “Il Porto di Vibona”, parlando di Vibona e del suo porto (Sapri), sulla scorta della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, nel 1975 e di cui trassi copia nel 1981 (…, v. Fig…..), credeva che l’antica città scomparsa di Vibona, di cui parlava Livio (…), fosse stata costruita sulle colline di Sapri e, scriveva che: “Vibona subì una prima distruzione nei primi decenni del sec. X, ad opera dei Saraceni di Agropoli e Camerota (6). A quel tempo risalgono le prime costruzioni di Vibonati, luogo di rifugio dei Vibonesi.”. Il Tancredi (…), a p. 72, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli F., op. cit., p. 36.”. Il Tancredi, nella sua nota (6), si riferiva al testo di Filippo Cirelli (…), che nel 1853, scrisse ‘Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato 1853-1860: Calabria’. Sempre l’Ebner (…), a p. 679, parlando della chiesa di Tortorella, scriveva che il 17 settembre 1597, mons. Spinelli, dopo aver ascoltata la messa a Torraca, proseguì e visitò le chiese di Tortorella e, nei verbali della “Visitatio Episcopalis”, si legge: “S. Giovanni “maccaneti”.”. Leggo in un blog, sulla rete che “Fuori abitato erano aperte al culto le cappelle dedicate a San Vito, San Nicola farnetani, Santa Maria dei Martiri, Santa Sofia, San Giacomo della Croce, Santa Maria dell’Annunciazione, San Nicola mazanetese, San Giovanni maccaneti.“, ed ancora pure che “I ruderi della chiesa di San Giovanni di Marcaneto insieme alle suggestive vestigia del campanile si trovano nella contrada San Teodoro, nel Comune di Tortorella”. Dunque, fuori l’abitato di Tortorella, nella contrada San Teodoro, vi era una chiesa o una cappella dedicata a San Giovanni di Marcaneto o di Maccaneti. Cosa significasse il termine Maccaniti, non saprei dirlo, certo è che questo toponimo (nome di luogo), o questo termine, è simile al toponimo di Marcaneto a Scario, frazione del Comune di San Giovanni a Piro.

Alcuni documenti dell’anno 1000, attestano la preesistenza di monaci italo-greci

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. Il Cappelli, inoltre, scrive anche che la notizia secondo cui l’origine di alcuni paesi dell’entroterra del basso Cilento, fosse dovuta all’emigrazione di popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da monaci italo-greci ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008″, il monaco italo-greco Giovanni del monastero di S. Arcangelo de Cilento (…), ecc..ecc.., overo il Cappelli (…), a p. 23, cita un documento del 1008, tratto dal Codice Cavense “Codex Diplomaticus Cavensis”, di cui parleremo. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando delle origini di alcuni paesi del basso Cilento, scriveva in proposito che essi si erano popolati grazie a: popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transumato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”.

L’abbazia di Santa Maria della Matina

Come abbiamo scritto, la pergamena del 1065, pubblicata dal Pratesi (…) e citata dal Borsari (…) e dal Cappelli (…), ci parla di una donazione di due nostri monasteri all’Abbazia di nuova fondazione di S. Maria della Matina. Costruita su un altopiano boscoso presso il corso del fiume Follone, S. Maria della Matina, il primo dei monasteri in questione, sorgeva a poca distanza da S. Marco Argentano, alla cui diocesi venne annessa allorché, intorno alla metà del secolo XII, questa città fu eretta a sede arcivescovile inglobando quella più antica di Malvito. L’abbazia di S. Maria di Matina, in Calabria, fu fondata da Roberto il Guiscardo e dalla moglie Sichelgaita (2° moglie) su richiesta di papa Niccolò II intorno al 1065, quale monastero benedettino. L’Abbazia di Santa Maria della Matina sorge a quattro chilometri dal paese Calabro di San Marco Argentano, in prossimità del fiume Fullone. Raul Manselli (…), nel suo saggio recensivo alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, a p. 270, scriveva in proposito: “In realtà, fra tanti motivi di perplessità, i documenti che rimangono superiori ad ogni dubbio attestano tuttavia che all’inizio del secolo XII, l’abbazia di Santa Maria della Matina era già ricca e potente ed oggetto dell’attenzione premurosa dei principi normanni, che dovevano perciò considerarla un’importante pedina della penetrazione latina in Calabria, in contrasto con la permanenza del clero e dal rito greco.”. L’Abbazia è posta nella Diocesi di S. Marco Argentano. Il nome comunemente usato rimaseMatina’, talvolta con delle aggiunte quali de Matina Sambucina o dictum sambucina Matina’. A 4 km da San Marco Argentano ed in prossimità del fiume Fullone si trovava l’Abbazia della Matina, comunemente conosciuta come la “Matina”. La dedicazione della chiesa abbaziale a Santa Maria avvenne il 3 marzo 1065. Secondo fonti storiche Roberto il Guiscardo acquisì il territorio abbaziale per trenta schifani d’oro; una leggenda narra dell’esistenza di un cunicolo sotterraneo che collegava l’Abbazia alla Torre normanna. Si racconta che questo cunicolo servisse ai normanni per sfuggire ai nemici. Dalla sua fondazione fino al 1221 vi dimorarono i Benedettini poi, un anno dopo, vi subentrarono i Cistercensi. Fondata e ampiamente dotata da Roberto il Guiscardo e dalla moglie Sichelgaita, S. Maria della Matina raggiunse, sotto il regime dell’Ordine benedettino, grande prestigio. Raul Manselli (…), nel suo saggio recensivo alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi’, a p. 269, nella sua nota (1) a p. 269, citava il lavoro di Giuseppe Marchese, che nel 1938, scrisse ‘La Badia di Sambucina’, un saggio sull’Abbazia della Sambucina. Il Marchese, dunque, non poteva conoscere le carte bizantine e latine pubblicate solo nel 1958 dal Pratesi. Il Manselli (…), nella sua nota (1) a p. 269, citava l’opera di Giuseppe Marchese (…) “La Badia di Sambucina, (Saggio storico sul movimento cistercense nel mezzogiorno d’Italia, Lecce, 1932), che ha avuto il merito di voler dare un primo profilo storico della celebre abbazia.”, dove però Manselli, avvertiva il lettore di alcuni errori del Marchese. Il Marchese (…), a p. 53 (edizione ‘Promessa’), scriveva in proposito che: “Il Conte Goffredo, il fondatore della Badia di S. Maria della Sambucina, destinata forse ai benedettini neri, che si erano propagati in Calabria e possedevano il Monastero di S. Maria della Mattina poco lontano da Luzzi, a S. Marco (1), ecc..”. Nel 1932, Giuseppe Marchese (…), nel suo ‘La badia di Sambucina: saggio storico sul movimento cistercense nel Mezzogiorno d’Italia’, parlando dei monasteri sottoposti all’Abbazia di Sambucina, scrive delle interessanti notizie sul monastero o Abbazia della Matina. Il Marchese (…), postillava: “(1) Convento che, come vedremo, rovinato, fu affiliato alla Sambucina nel 1180 con Bolla di Alessandro III e nel 1185 fu restaurato dai Cistercensi.”. Il Marchese (…), a pp. 205-206, scriveva dell’“Abbazia di S. Maria della Mattina (1)”, scriveva che: “Questa Abbazia trovasi a 8 km. da S. Marco Argentano e a 2 km. dalla stazione ferroviaria S. Marco Rogiano, in una proprietà del barone Valentoni. (Vedi Fig. 39). Fondata nel 1086 dai Normanni, e propriamente a devozione e a conforto di Sigelgaita, fu data ai Benedettini neri e posta sotto la giurisdizione di Montecassino. Dopo parecchi anni – essendo stata fortemente sconquassata dal terremoto del 1117 e poichè sempre più deperiva – fu affidata alla Sambucina per ordine del Pontefice Alessandro III. Il 9 giugno 1184 rimase gravemente lesionata dal terremoto. Poco dopo Re Tancredi, Conte di Lecce, figlio naturale di Ruggiero, pregò i sambucinesi di rifarla “moduli cistercensi” per offrirla all’Abbate Gioacchino.”. Il Marchese (…), a p. 205, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Per altre notizie vedi: Salvatore Cristoforo, ‘Cronistoria di San Marco Argentano’ e gli articoli di Paolo Orsi comparsi sul ‘Brutium’ negli anni…”. Il Marchese, proseguendo il suo racconto sull’Abbazia di S. Maria della Mattina, a p. 206, scriveva che: “Ma, rimessa a nuovo, Gioacchino rifiutò una seconda volta e molto cortesemente riprese il Re: “Absit Rex, ego ducam oviculas meas in interiora deserti”. La storia dell’Abbazia della Mattina è strettamente collegata, più di tutte le altre filiali, alla Sambucina. Dalle ricerche eseguite e dai documenti consultati risulta che nel 1232 il Capitolo di Cistercio non la lasciò autonoma neanche nella scelta dell’abate, perchè il Monasterò era giudicato “Valde ineptum circa correptionem comunitalis” (1). Posto ciò, a quale Badia venne aggregata? Il documento da noi prodotto taglia corto a tutte le artificiose congetture (2) sinora emesse da autorevoli storici e annalisti dell’ordine cistercense, fra cui il Jongelinus che le dette per madre Chiaravalle di Francia che l’attribuì a Casamari, fondando le sue asserzioni su alcuni passi non chiari dello statuto XI decretato l’anno 1235 dal Capitolo Generale di Citeaux. Che non sia così è attestato da un altro documento: una scheda dell’abate commendatario di Sambucina del 1490, da cui si ricava: “Dicitur quod monastero S. Maria de Sabocinae antiquibus unitum fuit monasterium Mattinae et modo dismembratum, ad vitam Joannis olim abbatis de Sambocinae, qui de eo investitus fuit. (3).”. Il Marchese, aggiungeva che “Il Papa Urbano II, nel 1092, allochè la Mattina era governata da altra Regola, trovandosi in questa fiorente abbazia, volle arricchirla, fin d’allora, di reliquie di santi e di privilegi. Questi ultimi, vennero più tardi confermati da altri Pontefici e ampliati da parecchi regnanti. Dell’antico monastero, ridotto a fattoria, rimangono naturalmente, pochissime opere d’arte. Di notevole vi è un vano di stile gotico ecc..”. Il Marchese, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Vedi Annali Cistercensi.”. Il Marchese, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Vedi: Bolla di Celestino III e privilegio di Federico II  riportati fra i nostri documenti.”. Nella sua nota (3), il Marchese, postillava che: “(3) Archivio Vaticano: Schede censuarie.”. Sulla filiazione dell’abbazia, il cui titolo fu variato dai Cistercensi in “Santa Maria della Sambucina” gli storici sono oggi quasi tutti concordi nel confutare le tesi predominanti dimostrando, come aveva fatto a suo tempo Giuseppe Marchese (…) che la Sambucina non è figlia di Casamari, bensì di Clairvaux, essendo stata istituita quando San Bernardo era ancora in vita. L’Abbazia di Santa Maria della Matina, fu edificata nel XI secolo per volere del normanno Roberto il Guiscardo e sua moglie Sichelgaita, fu consacrata a Santa Maria nel 1065 alla presenza della coppia ducale. Il monastero matinense, dotato di vaste proprietà e privilegi, favorito dai papi e dai signori normanni, accrebbe rapidamente il suo prestigio oltre San Marco Argentano. Il 31 marzo, la chiesa fu, per ordine di papa Alessandro II, dedicata a Santa Maria; la relativa cerimonia fu officiata da Arnolfo arcivescovo di Cosenza e dai vescovi Oddone di Rapolla e da Lorenzo di Malvito alla presenza di Roberto e Sichelgaita e dell’abate del monastero Abelardo. All’abbazia fu donato dal Guiscardo parte del territorio prima facente parte della diocesi di Malvito, il cui vescovo fu ricompensato con la somma di trenta schifani d’oro; oltre a ciò fu riccamente dotata dai normanni ed ebbe vari privilegi sia da papi che da re, che la resero ricca e potente. Già Alessandro II aveva posto l’abbazia sotto la diretta autorità papale, cosicché Matina compare nella parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, ‘Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio (…), dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (12161227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…). Morto il papa Niccolò II il 27 luglio 1061, per suggestione del potente arcidiacono Ildebrando, mentre l’abate Desiderio di Montecassino procurava l’aiuto armato del normanno Riccardo, principe di Capua e conte di Aversa, i cardinali vescovi si riunivano fuori delle mura di Roma (30 sett.) ed eleggevano papa Anselmo (Alessandro II). Il documento del 1065, si inserisce all’interno dei fatti che vedevano papa Alessandro II, alleato dei Normanni, prima e dopo il ‘Concilio di Melfi. Il 18 novembre 1092 papa Urbano II, promotore della prima crociata, visitò l’abbazia. Le speculazioni della letteratura cistercense più antica, ossia che Matina fosse cistercense dal 1180, vengono ripetute acriticamente dal Bedini, ma sono contraddette da documenti di archivio della famiglia Aldobrandini. Nell’ottobre del 1221, su richiesta dell’abate di Sambucina e con il permesso di papa Onorio III ed dei vescovi locali competenti (Andrea di San Marco Argentano e Luca di Cosenza), ‘la Matina’ diventa ufficialmente un monastero cistercense dipendente da Sambucina. L’atto diventa effettivo nel febbraio del 1122 con il consenso dell’imperatore Federico II e, dopo il completamento nel giugno 1222, viene confermato dal papa. Si veda E. Conti, ‘L’abbazia della Matina’, in ‘Archivio storico per la Calabria e la Lucania’, a. XXXV, 1967, pp. 11-30, oppure Loretta De Cicco, Santa Maria della Matina: una fondazione cistercense, 2007, Soveria Mannelli, ed. Rubettino. L’abbazia di Santa Maria della Matina, sorgeva nei pressi di San Marco Argentano. L’Abbazia dell’ordine di San Benedetto, fondata verso il 1060 e immediatamente posta sotto la protezione della Santa Sede. Oltre ai benedettini della Matina, la diocesi comprendeva altre due abbazie, quella di San Sozonte e quella comunemente conosciuta come il cenobio di Buonvicino, fondato da san Ciriaco. Alla fine del settecento v’erano inoltre diciotto monasteri, fra cui quello dei Frati neri di San Marco Argentano, fondato da Pietro Cathin, discepolo di san Francesco (….). L’Abbazia della Matina, apparteneva alla diocesi di San Marco che fu eretta dai Normanni, che avevano fatto della città longobarda il centro delle loro operazioni militari per la conquista della valle del Crati (1048-1085). Divenne cattedrale della diocesi la chiesa di San Nicola, già nota fin dal 1087, quando, assieme alle sue pertinenze, era stata concessa dal duca Ruggero Borsa al vescovo di Malvito Gualtiero I. Riguardo l’epoca di fondazione dell’attuale Diocesi di San Marco Argentano-Scalea, vi sono due ipotesi. La prima tesi, avallata da uno storico locale, Francesco Russo (…), è ancora oggi sostenuta da Luigi Gazzaneo, archivista della diocesi (…), e dall’autore della voce sulla diocesi nell’opera collettiva Le diocesi d’Italia. Dai loro studi emerge che la diocesi di San Marco è stata eretta da Roberto il Guiscardo dopo il 1065 e prima della sua morte, avvenuta nel 1085; primo vescovo documentato è Godoino, ‘Argentanae urbis archiepiscopus’, che fu presente a Bari alla traslazione delle reliquie di san Nicola di Mira nel 1087; solo in seguito, verso la fine del XII secolo o forse all’inizio del XIII secolo, la diocesi di Malvito, i cui vescovi sarebbero ancora documentati per tutto il corso del XII secolo, fu soppressa ed il suo territorio annesso a quello di San Marco. La seconda tesi è quella tradizionale, già sostenuta dal Barrio nel 1570 (…), ripresa dall’Ughelli, nel ‘600 (…), ribadita all’inizio del ‘900 da Paul Fabre (…) e Jules Gay (…), ed infine sostenuta più recentemente da Emanuele Conti nelle pagine della rivista Archivio storico per la Calabria e la Lucania, da Paul Fridolin Kehr (…), e dall’autore della voce sulla diocesi di Malvito nell’opera ‘Le diocesi d’Italia’. Secondo questi autori la diocesi di San Marco Argentano è erede della diocesi di Malvito (10).

Ughelli,vol. IX, f. 243

La Diocesi di Malvito a sua volta è erede della diocesi di Cirella, documentata nel sinodo di Roma del 649 dove compare un Romanus Cerellae’. Alcuni autori ritengono che Cirella sarebbe la località dove i vescovi di Blanda trasferirono la loro sede dopo la distruzione della loro città. Non è più oggi sostenibile la tesi secondo cui la Diocesi di San Marco Argentano, sarebbe l’erede dell’antica diocesi di Tempsa, come in passato hanno creduto Lanzoni e Cappelletti. La Diocesi di Malvito, è menzionata, tra le suffraganee salernitane, in una bolla di papa Giovanni XV del 989, che delimitava la provincia ecclesiastica di Salerno recentemente creata; questa suffraganeità è confermata diverse volte dai papi successivi fino al 1058. Di Malvito si conoscono i nomi di alcuni vescovi: Lorenzo nel 1065, Gualtiero I nel 1087, Pietro nel 1122 e Gualtiero II nel 1144, che avrebbe in seguito trasferito la sede a San Marco, ponendo fine alla diocesi di Malvito (…). Nel 1600, Giovanni Fiore, nella sua ‘Calabria illustrata’, a p. 104, parlando del paese Calabro di S. Marco Argentano, si accenna alla donazione del Guiscardo dell’anno 1065 o 1066. Fiore scriveva che: “IV. Che poi compassionando le sue rovine Roberto il Guiscardo, le ordinò il ristoro, per detto del Collenuccio, presso Marafioti: Gabriele Barrio, così ne descrive il Territorio: 

Fiore, p. 104.PNG

(Fig…) Fiore G., Calabria illastrata, p. 104, si parla del paese di S. Marco Argentano

Infatti, il Marafioti (…), nella sua ‘Croniche ed antichità di Calabria’, del 1601, a p. 275, scrivendo del casale calabrese di S. Marco Argentano, diceva:

Marafioti, p. 275

e citava Pandolfo Collenuccio (…), che Libro II del suo ‘Historie del Regno di Napoli’, a p…., scriveva che:

Collenuccio, vol. I, p. 51

Il monastero di ‘S. Nicola o dell’Abate Clemente’

Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 93, scriveva in proposito che: “Da “Carte Latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (71), ecc… – abbiamo notizie di due importanti monasteri, quello di S. Pietro “que dicitur Marcanito”, e di S. Nicola o dell’abate Clemente (Moulétzes).”. Riguardo la localizzazione di questo antichissimo monastero (anch’esso citato nella “dedicazione” del 1065, di Roberto il Guiscardo), Oreste Campagna (…), a p. 96, continuando il suo racconto, scriveva in proposito che: Il Monastero di S. Nicola, o dell’abate Clemente, fu edificato in contrada “Donnasita”, ai piedi di Serra Bonangelo, in posizione amena e ferace, con una fonte perenne nei pressi. Attualmente la contrada è abitata da poche famiglie, che vivono di agricoltura e di pastorizia.”. Il Campagna, a p. 97, continuando il suo racconto sul monastero di S. Nicola, o dell’Abate Clemente (…), scriveva che: “Il monastero fu fondato dall’Abate Clemente, in favore del quale vennero stipulati gli atti di compra-vendita del 1031 e del 1036; venne emessa ingiunzione dallo stratego di Lucania (78) nel 1042 per una controversia fra eredi, e stipulato un atto di donazione pro-anima nel 1060-1061 (79).”. Il Campagna (…), a p. 97, nella sua nota (78), postillava che: Ευσταθιος Σκεπειδης, στρατηγος Αουκανιας, in A. Guillou, Saint-Nicolas de Donnoso, op. cit.”. Il Campagna, nella sua nota (79), postillava che: “(79) A. Guillou, Saint-Nicolas, etc., cit.; A. Pratesi, Carte latine, etc., cit.”. Il Campagna, continuava a p. 97, scrivendo che: “Tuttavia anche i monasteri di “S. Nicola di Donnoso” e di S. Pietro, “que dicitur Marcanito” (80), nel 1065, avevano perduto la loro autonomia, difatti nella “notitia” di dedica risultano il possesso dell’abbazia di S. Maria della matina, per concessione di Roberto e Sichelgaita. Alla funzione di “dedica” erano presenti l’arcivescovo di Cosenza Arnolfo (81), il vescovo di Rapolla Oddone e il vescovo di Malvito Lorenzo, oltre all’abate Adelardo, fondatore del nuovo complesso monastico della Matina (82). Il contributo di santità e di civiltà, che l’Eparchia monastica mercuriense aveva dato all’Occidente mediterraneo, era finito per sempre: i suoi monasteri distrutti dalla violenza del nuovo conquistatore; i più ligi al cesaro-papismo di Costantinopoli sacrificati al principio di supremazia universale della Curia romana (83).”. Il Campagna (…), nelle sue note (80-82), postillava che le notizie erano tratte dal Guillou (…) e dal Pratesi (…), mentre nella nota (81), postillava che: “(81) Acceso fautore della supremazia della chiesa romana sulla greca, nel 1063 aveva posseduto il sinodo di Bari, in qualità di Vicario pontificio.”. Il Campagna, nella sua nota (83), postillava che la notizia era tratta da: “(83) G. De Pouille , La geste de Robert Guiscard, Palermo, 1961; W. Holtzmann, Il papato, i Normanni e la chiesa greca, in “AC”, XIII (1963).”Recentemente Guglielmo Colombero, nel recensire il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scriveva che: Così, nella Premessa del suo libro, Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo (Ferrari editore, pp. 120, € 15,00), Giovanni Russo descrive la diaspora dei preziosi manoscritti che i monaci calabro-greci avevano fino ad allora custodito fra le mura del monastero di San Nicola di Donnoso, a pochi chilometri da Orsomarso, paese del cosentino in cui l’autore è nato 54 anni fa e che non ha mai dimenticato. Egli, infatti, è rimasto sempre molto legato al suo luogo d’origine, nonostante il suo trasferimento a Firenze nel 1981, luogo in cui ha conseguito la laurea in Lingue e Letterature straniere e dove tuttora vive e lavora. Sulla scia di ‘La valle dei monasteri’. Il Mercurion e l’Argentino, pubblicato sempre da Ferrari nel 2011, in questo nuovo volume Russo prosegue il suo appassionato (e appassionante) itinerario di ricerca delle scarse testimonianze rimaste dell’antica eparchia monastica del Mercurion. Nella stesura di questo testo, come era già successo per il precedente, l’autore è stato supportato, per la splendida parte iconografica, da Pietro Rotondaro.”: “Al seguito dei Normanni era giunta nel Sud dell’Italia una moltitudine di monaci e abati che soppiantarono le istituzioni greche, lasciando che queste intraprendessero un irrimediabile processo di decadimento e precipitassero nel più completo abbandono. I monasteri mercuriensi finirono sotto la giurisdizione delle neo-istituzioni benedettine, le quali fecero subito man bassa dei loro possedimenti terrieri e si spartirono i codici miniati che sino ad allora avevano rappresentato il tratto distintivo e il motivo di vanto delle biblioteche monasteriali greche. Un’infinità di codici furono così venduti, a pochissimo prezzo, a collezionisti privati senza scrupoli o, addirittura, senza cultura». Secondo il Colombero: Il secondo saggio di Russo sul Mercurion prende il via dal ritrovamento, presso la Biblioteca apostolica vaticana, di quattro codici medievali inerenti il fondo detto di Santa Maria della Matina. Il merito del ritrovamento, nel 1967, è dello storico francese André Guillou: si tratta di due atti di vendita, di una sentenza e di una donazione, datati fra il 1031 e il 1061. Grazie alle indicazioni toponomastiche contenute nei codici, Russo e Rotondaro hanno intrapreso un viaggio nelle valli dei fiumi Lao e Argentino, localizzando gli ipotetici siti dei monasteri scomparsi, e con pazienza da amanuensi hanno ricostruito una mappa immaginaria del perduto Mercurion.”. Ancora il Colombaro, sempre sulla scorta del Russo, scrive che:  “Il monastero di San Nicola di Donnoso, annota Russo, «registrò un progressivo incremento dei propri beni fondiari, al punto da non risentire degli effetti delle depredazioni normanne, né della grande carestia del 1058. È questo un aspetto di non secondaria importanza che rafforza maggiormente la convinzione della potenza, anche economica, del monastero di San Nicola di Donnoso e della brama di venirne in possesso da parte dei Normanni e delle organizzazioni religiose latine. Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». Il Guillou (…), nel suo capitolo “Actes de Saint-Nicolas de Donnoso” (Gli Atti di San Nicola de Donnoso), a p. 5, parlando del Monastero di Santa Maria della Matina e del monastero di San Nicola de Donnoso, sulla scorta del Pratesi (…), scriveva che: “Et l’on est sur qu’au XII° siecle les archives de Saint-Nicolas etaient classees dans le fonds de la Matina, puisque “l’archiviste” benedictin, qui a porte une mention au verso d’un acte latin de son depot datable de 1096-1121 (6), est le meme qui a inscrit au verso l’acte n° 4 du dossier grec ‘Carta de Sancto Nicolao de Donnoso’ (1), nous permettant ainsi d’identifier le monastere. Les archives de Saint-Nicolas suivirent ensuite le sort de celles de la Matina. En 1410, l’abbaye, sur l’ordre du pape Gregoire XII, est remise en commende à Pierre de Venise, cardinal de Naples, puis aux Aldobrandini, qui donnerent au XVI° et au XVIII° siecle deux nonces apostoliques pres du Royaume de Naples et ramenerent à Rome les precieux documents, qui furent recemment confies à la biblioteque des Papes (2).”, che tradotto significa: E uno è sicuro che nel XII secolo gli archivi di San Nicola furono classificati nella collezione della Matina, poiché l’”archivista” Benedettino, che ha una menzione sul retro di un atto latino del suo deposito databile dal 1096-1121 (6), è lo stesso che incise sul retro l’atto n. 4 dell’atto greco “Carta de Sancto Nicolao de Donnoso” (1), permettendoci così di identificare il monastero. Gli archivi di San Nicola seguirono il destino di quelli di Matina. Nel 1410, l’abbazia, su ordine di papa Gregorio XII, fu consegnata a Pietro di Venezia, cardinale di Napoli, poi agli Aldobrandini, che cedettero al sedicesimo e al diciottesimo secolo due nunzi apostolici al Regno di Napoli e riportò a Roma i preziosi documenti, che furono recentemente confidati alla biblioteca papale (2).”. Il Guillou, a p. 5, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Vedi p. 52 et 53.” e poi nella sua nota (2), postillava che: “(2) Vedi Fr. Bartoloni, Le antiche carte dell’abbazia della Sambucina, dans ‘Atti del I Congresso storico Calabrese (Cosenza, 1954), Rome, 1957, Appendice, p. 561-567; A. Pratesi, op. cit., p. VII et suiv.; A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Mattina, dans, ‘Byzantion’, 36, 1966, p. 305.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio).

(2) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio)

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

La Greca e Vladimiro

(Fig….) La Greca F. e Valerio V., Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano, Le Terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 2013

Di Luccia

(3) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas (Archivio Storico Attanasio).

(…) Fariello A., L’Abbadia di San Giovanni a Piro del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, riveduta e tradotta da Aniello Fariello (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna, p. 155 (citato da Ebner), (Archivio Storico Attanasio).

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Guzzo A., Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997, pp. 53 e s.

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(…) Cariello Franco, San Giovanni a Piro, Chiese, Cappelle e Confraternite, ed. Tipografia MDD, Sapri, 2010

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(…) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2, 1 e 16; si veda pure: Borsari S., Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanne, Napoli, Sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1963 (Archivio Storico Attanasio), si veda cap. II, pp. 69-70, nota (183), parla di un documento del 1065.

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(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, (Archivio Storico Attanasio);  si veda pure: Cappelli B., I Basiliani nel Cilento superiore, in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, XVI, 1962 pp. 9-21, oppure dello stesso autore e saggio: in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, vol. XXIV, 1970. pp…….

(…) Il documento del 1065 sulla donazione del Guiscardo all’Abbazia di S. Maria della Matina. Silvano Borsari (…), si veda cap. II, pp. 69-70, nota (183), parla di un documento del 1065. Il Borsari (…), nella sua nota (183) a p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in Rivista di storia della chiesa in Italia, XIII (1959), pp. 59-61.”. Si veda: Pratesi Alessandro, ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, Città del Vaticano, 1958, pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine; si veda pure l’edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489). Biagio Cappelli (…), nella sua nota (56), a p. 313, parlando dell’origine della carta di fondazione dell’anno 1065 (…), in cui vengono citati i due nostri Monasteri, postillava che: “(56) A. Pratesi, ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, Studi e Testi, 197, Città del Vaticano, 1958, pp. 5; 9. E’ per lo meno strano come nel ricchissimo indice di questo volume (p. 528), il Pratesi, dopo tanti studi al riguardo, (v. in questo studio ‘Il Mercurion’), erroneamente situi il Mercurion nella valle del Crati; tanto più strano perchè il documento del 1065 da lui edito specifica che il monastero di S. Pietro, ricordato, ed altri erano situati “in valle que Mercuri nuncupatur”.”. Il Cappelli, a p. 215, nella sua nota (32), a proposito dell’antico documento di donazione del 1065, postillava che: “(32) C. Caruso, ‘L’Arte e la fede nel sec. XII, Cosenza, 1929, pp. 74 ss.; P. Orsi, ‘S. Marco Argentano, in ‘Brutium’, a. VI (1926), (n. 10-11-12), estratto pp. 9 ss.; A. Pratesi, ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini’, Studi e Testi, 197, Città del Vaticano, 1958, pp. 5; 9; 25; 32.”. Riguardo l’antico documento del 1065, pubblicato per la prima volta dal Pratesi (…), che pubblicava le carte provenienti dall’Archivio della nobile famiglia Aldobrandini, una delle maggiori famiglie della nobiltà romana, Gastone Breccia (…), a p. 31, parlando dell’“Archivum Basiliarum”, redatto dal Menniti (…), ai primi del ‘700, per ricostruire e raccogliere tutti i documenti esistenti all’epoca, salvati, provenienti dai maggiori monasteri bizantini e benedettini, scriveva in proposito: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), „seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in hisown archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54). Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56), relative le prime al Patir, le seconde provenienti dall’abbazia di S. Maria della Matina e dai monasteri ad essa sottoposti. In quest’ultimo caso non si può parlare di fondi „sottratti” alla raccolta mennitiana perché i monasteri italo-greci in questione (S. Nicola presso Verbicaro, in Lucania, e S. Elia nella valle del Crati) dipendevano fin dal XII secolo da abbazie di ordini latini (57).. Il Breccia, nella sua nota (56), postillava: “Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 13489) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).”. Raul Manselli (…), nel suo saggio recensivo alle ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, a p. 269, scriveva in proposito: “La luce più viva viene però dai tre monasteri , donde provengono i tre gruppi di carte qui riunite, Santa Maria della Matina, Santa Maria della Sambucina e Sant’Angelo ‘de Frigillo’. Non esito a dire che oggi è possibile fare di questi tre monasteri la storia che finora mancava (1).”. Il Manselli, nella sua nota (1) a p. 269, postillava che: “(1) Non vorrei sembrare ingiusto dimenticando l’opera di Giuseppe Marchese, La Badia di Sambucina, (Saggio storico sul movimento cistercense nel mezzogiorno d’Italia, Lecce, 1932), che ha avuto il merito di voler dare un primo profilo storico della celebre abbazia.“, dove però Manselli, avvertiva il lettore di alcuni evidenti errori paleografici. Sempre il Manselli (…), a p. 270, parlando del Monastero di S. Maria della Mattina e delle carte pubblicate dal Pratesi (…), scriveva in proposito che: “Il Pratesi, nella sua introduzione, non si sottrae, ovviamente, all’esigenza di dare una prima impostazione alla storia dei tre monasteri. Specialmente ardua la questione dell’origine di Santa Maria della Matina, di questo celebre monastero, i cui documenti più antichi sono stati sottoposti ad una critica assai severa ed attenta da W. Holtzmann e poi, appunto, dal Pratesi. Il risultato di questo esame è che i documenti più antichi difficilmente possono essere autentici, anzi lo stesso R. L. Menager, che si sforza (nell’art. cit.) di difendere l’autenticità del documento di fondazione e di quelli immediatamente successivi, finisce poi con l’inficiare l’autenticità di altri, tra cui quello rilasciato dal Principe Boemondo d’Antiochia e da sua madre Costanza, che pure è, nei suoi caratteri esterni, assolutamente ineccepibile.”.

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(…) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, (Studi e Testi, 197), pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine. Il Borsari (…), nella sua nota (183) a p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 59-61.“; si veda pure l’ddizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).

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(…) Manselli Raul, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, saggio recensivo a cura di, estratto dall’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, Anno XXVIII, 1959, fasc. III-IV, Arti Grafiche A. Chicca, Roma, Tivoli,  (Archivio Storico Attanasio), pp. 269 e ss.

(…) Menager Leon Robert, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in rivista di ‘Storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 55-70. Il Pratesi (…), ritiene che il Menager abbia dimostrato l’autenticità di un documento del 1065, proveniente dall’Archivio Aldobrandini; si veda pure dello stesso autore: L.R. Menager, ‘Recueil des actes ducs normands d’Italie (1046-1127), I: Les premiers ducs (1046-1087)’, Bari 1981 (Società di Storia patria per la puglia, Documenti e monografie 45), nr. 43, pp. 136-141.

(…) S. G. Mercati – C . Giannelli – A . Guillou, Saint-Jean-Théristès (1054-1264), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 5, Città del  Vaticano 1980, pp. 15-16. L’inventario del 1607 è stato pubblicato da V. Capialbi (…). Forse è proprio questa l’edizione citata da Raul Manselli (…), quando nel suo saggio recensivo ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi’, a p. 268, scriveva che: “Ci auguriamo che venga ben presto l’edizione dei documenti greci, che il Pratesi annuncia ad opera di Ciro Giannelli e Silvio Giuseppe Mercati e che costituirà un unico organismo con queste carte latine.”

(…) Mercati Giovanni, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, di varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216 (?)

(…) Capalbi Vito, Appendice sopra alcune biblioteche di Calabria, Arch. storico per la Calabria e la Lucania, 10 (1940) pp. 128-136 e 250-256, p. 136: i documenti allora presenti nell’archivio del S. Giovanni erano così divisi: 83 pergamene greche (di cui 3 “piombate”); 41 pergamene latine (di cui 25 “piombate”); 4 pergamene “quali non si ponno discernere”; 9 bolle pontificie.

(…) M.-H. L a u r e n t – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).

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(…) Guillou A., Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; si veda pure: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89) (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Guillou Andrè, La Lucanie byzantine. Etude de géographie historique, in ‘Byzantion’ vol. XXXV, n° 1 (1965), pp. 119-149, in part. p. 133.

Manoscritto: Vat.lat.13489 Non digitalizzato Citazioni bibliografiche: 1)

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  • 4)
    Panebianco, Venturino, 1907-1980 Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il Thema bizantino di Lucania, In RSC 1980
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    Lucà, Santo Teodoro sacerdote, copista del Reg.Gr.Pii.II.35. Appunti su scribi e committenti di manoscritti greci, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 2001
  • 6)
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  • 7)
    Degni, Paola Sullo stile di Reggio: l’apporto delle testimonianze documentarie, In Archivio storico per la Calabria e la Lucania 2002
  • 8)
    Degni, Paola Le sottoscrizioni testimoniali nei documenti italogreci: uno studio sull’alfabetismo nella Sicilia normanna, In Bizantinistica. Rivista di studi bizantini e slavi 2002
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    Houben, Hubert, 1953- Die “Passio SS. Senatoris, Viatoris, Cassiodori et Dominatae”. Ein Beispiel für griechisch-lateinische Übersetzertätigkeit in Montecassino im 11. Jahrhundert, In Litterae Medii Aevi. Festschrift für Johanne Autenrieth zu ihrem 65. Geburtstag, 1988
  • 10)
    Degni, Paola Le scritture dei notai italogreci nella Sicilia di età normanna e sveva, In Nea Rhōmē 2006

(…) Orsi Paolo, ‘S. Marco Argentano, in ‘Brutium’, a. VI (1926), (n. 10-11-12), estratto pp. 9 ss.

(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio Storico Attanasio).

(…) Guillame P., L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371

(….) Loud A. Graham, The Abbey of Cava, its Property and Benefactors in the Norman Era, in Anglo-Norman Studies IX, Proceedings of the Battle Conference 1986, a cura di R.A. Brown, 1987, pp. 143-175, qui pp. 147-148.

Rocchi

(…) Rocchi A., Vita di S. Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, Roma, ed. Desclee-Lefebre, 1904, p….; Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio). Nella sua nota (2), la Follieri (…), ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514.”.

(…) Il fondo delle carte greche del Fondo della Famiglia Aldobrandini. Riguardo l’Archivio della nobile Famiglia Aldobrandini, una delle maggiori famiglie della nobiltà romana. L’archivio, dichiarato di notevole interesse storico il 10 luglio 1967, nella sua attuale connotazione risente della vicende familiari e dei relativi spostamenti delle carte. Nella seconda metà del sec. XIX fu redatto da Francesco Antonio Vannarelli un inventario con indice, che descrive analiticamente il contenuto di unità denominate “Tomi”. Non esistendo un ordinamento, la famiglia incaricò, all’inizio del sec. XX, Francesco Comparetti di schedare e riordinare l’archivio. Il Comparetti effettuò una schedatura analitica di quasi tutti i documenti descritti dal Vannarelli, ricostituendo artificiosamente delle serie per materia e riordinando cronologicamente la documentazione all’interno delle serie. Nel 1997 Paola Giannini della Soprintendenza archivistica per il Lazio ha proceduto ad un riscontro dello schedario con la documentazione esistente redigendo un inventario. Si veda: Vignodelli Rubrichi R., Il fondo Aldobrandini dell’Archivio Doria Landi Pamphilj, in “Archivio della Società romana di storia patria“, 1969 (92), ser. 3, vol. 23, pp. 15-40; Menager L.R., ‘Les documents calabrais du fonds Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux Xie – XIIe siècles’, in “Rivista di Storia della Chiesa in Italia”, 1959 (13), pp. 55-70; Vignodelli Rubrichi R., Il fondo detto “L’Archiviolo” dell’archivio Doria Landi Pamphilj in Roma, Roma, Società Romana di Storia Patria, 1972 (Miscellanea della Società Romana di Storia Patria, XXII). Gastone Breccia (…), a p. 31, scriveva che: “Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56) relative le prime al Patir, le seconde provenienti dall’abbazia di S. Maria della Matina e dai monasteri ad essa sottoposti. In quest’ultimo caso non si può parlare di fondi „sottratti” alla raccolta mennitiana perché i monasteri italo-greci in questione (S. Nicola presso Verbicaro, in Lucania, e S. Elia nella valle del Crati) dipendevano fin dal XII secolo da abbazie di ordini latini (57).”. Il Breccia, nella sua nota (56), postillava: “Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 13489) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).”.

(…) Marchese G., ‘La badia di Sambucina: saggio storico sul movimento cistercense nel Mezzogiorno d’Italia’, Lecce 1932 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Holtzmann W., nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone; ha dovuto occuparsene con André Guillou (scuola francese di Roma) che si sarebbe occupato degli atti greci (…). Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Scrive il Breccia in una sua nota: “W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188.”.

(…) L’abbazia fu fondata da Roberto il Guiscardo e dalla moglie Sichelgaita di Salerno su richiesta di papa Niccolò II intorno al 1065, quale monastero benedettino. Il 31 marzo, la chiesa fu, per ordine di papa Alessandro II, dedicata a Santa Maria; la relativa cerimonia fu officiata da Arnolfo arcivescovo di Cosenza e dai vescovi Oddone di Rapolla e da Lorenzo di Malvito alla presenza di Roberto e Sichelgaita e dell’abate del monastero Abelardo. All’abbazia fu donato dal Guiscardo parte del territorio prima facente parte della diocesi di Malvito, il cui vescovo fu ricompensato con la somma di trenta schifani d’oro; oltre a ciò fu riccamente dotata dai normanni ed ebbe vari privilegi sia da papi che da re, che la resero ricca e potente. Il 18 novembre 1092 papa Urbano II, promotore della prima crociata, visitò l’abbazia. Già Alessandro II aveva posto l’abbazia sotto la diretta autorità papale, cosicché Matina compare nella parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. La fondazione imperiale conobbe una decadenza che la fine del XII secolo non interruppe. Gioacchino da Fiore rifiutò con decisione la proposta del re Tancredi di Sicilia di trasferire a Matina, da Fiore, il proprio monastero, essendo l’antica abbazia «allora in stato di grave declino». Le speculazioni della letteratura cistercense più antica, ossia che Matina fosse cistercense dal 1180, vengono ripetute acriticamente dal Bedini. L’ipotesi più accreditata è che l’abbazia venne fondata intorno al 1087 da una comunità di benedettini con a capo Sigismondo (primo abate del convento) e intorno al 1141 venne concessa ai cistercensi divenendo così una figlia di Clairvaux, a sua volta fondata nel 1115 da Bernardo di Chiaravalle. La Sambucina venne poi autorizzata dal Papa a fondare ovunque nel territorio case filiali, divenendo così “madre” di altre abbazie. Intorno al 1173, vi soggiornò Gioacchino da Fiore, teologo e fondatore dell’ordine Florense. Ma, queste ipotesi, sono contraddette da documenti di archivio della famiglia Aldobrandini. Da qualche parte leggiamo che, secondo il Fiore G., “Sant’Angelo di Frigillo in Mesuraca fu chiesa semplice fondata l’anno 500, come appare da una sua antichissima iscrizione” (1). Sulla scorta delle carte dell’Archivio Aldobrandini (…), apprendiamo che il Monastero greco fu poi latinizzato dai cistercensi della Sambucina (2). Era situato in diocesi di Santa Severina a due miglia da Mesoraca “sulla cima del monte in amena valle”, nelle vicinanze dell’incrocio di due vie pubbliche. Durante l’occupazione aragonese fu dato dal papa in commenda assieme a due altri monasteri dello stesso ordine cistercense: uno detto di S. Maria della Matina, che era situato in diocesi di Bisignano, e l’altro detto di S. Maria della Sambucina, in diocesi di S. Marco. Il capo della commenda era il monastero della Matina e gli altri due erano dette grange. Dunque, S. Maria della Matina e S. Maria di Sambucina erano due diversi monasteri. Nell’ottobre del 1221, su richiesta dell’abate di Sambucina e con il permesso di papa Onorio III ed dei vescovi locali competenti (Andrea di San Marco Argentano e Luca di Cosenza), la Matina diventa ufficialmente un monastero cistercense dipendente da Sambucina. L’atto diventa effettivo nel febbraio del 1222 con il consenso dell’imperatore Federico II e, dopo il completamento nel giugno 1222, viene confermato dal papa. Il nome comunemente usato rimase Matina, talvolta con delle aggiunte quali de Matina Sambucina o dictum sambucina Matina’. Consacrata nel 1065 alla presenza del duca normanno Roberto il Guiscardo, l’Abbazia dedicata a Santa Maria della Matina racchiude peculiarità del monastero benedettino cui più tardi nel tempo si sono aggiunti elementi architettonici dell’era cistercense. Fu diretta per un periodo dall’abate Ursus, che ricorre nella storia della nascita del Priorato di Sion che fortemente volle l’istituzione dei Cavalieri Templari. Secondo la leggenda, dall’Abbazia della Matina partirono verso Gerusalemme gli stessi monaci che concorsero a fondare l’antico Ordine di Sion con a capo Goffredo di Buglione, protetti da sua madre Matilde di Toscana. Papa Urbano II, che ben conosceva la signora, inviò Arnolfo di San Lucido a predicare nell’antica San Marco la prima crociata. Sembra che anche questi fosse tra i fondatori dell’Ordine di Sion. È il 31 marzo 1065. Alla presenza del Duca Roberto, della sua seconda moglie — Sikelgaita di Salerno — e di alcuni alti esponenti religiosi, si officia la dedicazione della chiesa abbaziale di S. Maria de La Matina: una solenne consacrazione che sta per segnare un posto nella storia. Voluta e realizzata dal Guiscardo, favorita dai papi e dai signori normanni, dotata di enormi ricchezze e privilegi (tra questi, il beneficio di sottostare unicamente alla giurisdizione del Santo Padre), accresce rapidamente in prestigio e potere. Nel 1092 ospita papa Urbano II, promotore della Prima Crociata: al suo appello risponderà anche Boemondo, primogenito del Duca, che partirà per la Terra Santa e la conquista di Antiochia. L’abbazia è benedettina dalla fondazione al 1222, anno in cui subentrano i Cistercensi: fatto salvo che per alcune esigue tracce del primo insediamento (ad esempio, la monofora a tutto sesto del Parlatorio), è proprio a questo periodo che risalgono le attuali testimonianze monumentali — tra cui la magnifica Aula Capitolare — considerate tra le più raffinate architetture cistercensi in Italia.

(…) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (7). Questo grecista britannico ha dato in ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritato creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, ‘Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia’, V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). La Robinson (…), nelle sue pubblicazioni del 1930, aggiunge tre atti riguardanti Carbone trovati altrove: c. 79-80: Tancredi (riportato a Rocco Pirro). C. 86-90: atto del maggio 1320 dagli archivi del vescovato di Anglona. Una sigillatura di Boemia II è ancora riprodotta in t. IX (diocesi di Taranto), c. 128-129: è conservato presso l’Archivio Doria Pamphlili (…) ed è stato pubblicato nel raro testo di Santoro (…). Gastone Breccia, in un suo pregevole studio (…), scriveva a pp. 30-31: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in his own archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54) Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Dunque sempre il Breccia, nelle sue note 54-55-56, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana vol. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200); la citazione è tratta dal vol. 11, 5, p. 318. Cfr. W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188. Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 131+89) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).”.

(…) Robinson Gertrude, History and Cartulary of the Greeck Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in ‘Orientalia Christiana’, Roma, 1928-30, vol. XI-5; XV-2; XIX-1; pp. 30 ss., riguardo il documento del 1144, citato dal Cappelli (…), mentre per le carte greche dell’Archivio Aldobrandini, si veda il testo citato dal Breccia nelle sue note 54-55-56 che, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana vol. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200).”. La rivista ‘Orientalia Christiana’ è pubblicata dal Centro Francescano di Studi Orientali al Cairo in Egitto. La ricerca costituisce ora l’attività principale del centro. I lavori degli addetti al centro e dei loro collaboratori vengono pubblicati o nel periodico Studia Orientalia Christiana Collectanea (SOC), più brevemente SOC Collectanea, che ora si trova al suo trentasettesimo volume, o nella serie Monografie. Collectanea viene pubblicata dal 1956 e contiene contributi in italiano, francese, arabo, copto ed è distribuita da Brepols International (i numeri precedenti il 2007 sono disponibili presso la Libreria Terra Santa di Milano, tel. 02 34 91 566- libreria@edizioniterrasanta.it o contattando il distributore: http://www.brepols.net).

(…) Il ‘Liber censuum’ Nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (12161227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: ‘Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata’, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli ecc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Campagna Orazio, Storia di Majerà, ed. Brenner, Cosenza, 1985 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, Arte, Storia e Religiosità, ed. Zaccara, Lagonegro (PZ), 2016 (Archivio Storico Attanasio).

(42) D’Amico V., I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campobasso, 1933, p. 44.

(…) Carlone Carmine, I Regesti dei documenti della Certosa di Padula (1070-1400), a cura di Carmine Carlone, ed. Carlone, Salerno, 1996 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Guillame P., L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371

(…) Platina, ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platina, ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1573.

(…) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(…) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600.

(…) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(…) Malaterra G., De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in ‘Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori‘, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte II. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002, p. 156 e s. Il Malaterra parla di Policastro nel Libro II, Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un ca-stello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo Vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (9). Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. 

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Roc-co, ed. L. De Bonis, 1880 (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Getani, nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro‘ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra (12).

(…) Abbate Paolo, Cenobi italo-greci e paesi del Basso Cilento, ed. ……., ……………, 1999; si veda un estratto sul Cenobio di S. Giovanni a Piro, pubblicato da Fariello (…).

(…) Schiavone Clara – Buonomo Emilio, Sulle Tracce dei Monaci Italo-Greci nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, 1999.

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Cotroneo R., Pergamene greche del secolo XIII, in ‘Rivista storica Calabrese’ X (1902), pp. 35-43.

(…) Lizier A., L’Economia rurale nell’età prenormanna nell’Italia meridionale, Palermo, 1917 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Lacava Ziparo F., Dominazione bizantina e civiltà basiliana nella Calabria prenormanna, Reggio Calabria

(…) Troccoli C., Montesacro antichissimo santuario basiliano, ed. Laurenziana, Napoli, 1986 (Archivio Storico Attanasio).

(…) von Falkenhausen Vera, Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina, stà in “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, Atti e Memorie del Convegno Internazionale di Studio promosso dall’Università di Basilicata, Potenza-Carbone, 26-27 giugno 1992, Potenza, 16,  ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: von Falkenhausen Vera, La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini, Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978, p. 31.

(…) Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile15. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa corpus, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabre. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (30). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e Taranto zona) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Tutte le offerte infatti una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale.

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(….) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913, pp. 88-89-90 e sgg. (Archivio Storico Attanasio).

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Martire Domenico

(…) Martire D., La Calabria Sacra e Profana, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, pp. 150 e s.

Tancredi Luigi

(…) Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, parlando dell’antica città di Avenia, cita il documento notarile (…) (vedi nota 4 di p. 23), al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695″ (1), p. 73 e s. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Russo Giovanni, Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo, ed. Ferrari, Rossano Calabro, 2013, v. pp. 90-93 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Rohlfs G., ‘Mundarten und Griechentum des Cilento’ (Dialetti e grecità nel Cilento), stà in “Zeitschrift fur Romanische Philologie”, 57 (1937), pp. 421-461 (ristampa anastatica a cura dell’Università della Basilicata, ‘Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento’ di Gerhard Rohlfs, ed. Congedo, si veda su Scario, pp. 83, 112 ecc..(Archivio Storico Attanasio).

(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p…..

(…) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.

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(…) Pasanisi O., La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926; dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio).

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(….) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio), p….

(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; vedi pure Vassalluzzo M., Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p. 39; vedi pure Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.
(4) ibidem, Parc. Prov. Fascio 119, fol. 138.

(…) (Fig….) Carta geografica di “Principato Citra” delineata da Mario Cartaro (coll. C. A. Stelliola), 1613 (delineazione 1590-1594), cm.36 x 51, riprodotta da Mazzetti E., op. cit., (19), vol. II, tav. XVII.

(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato 1853-1860: Calabria, Napoli, ed. ….., 1853, v. p. 36

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(…) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in ‘Archivio storico per la Calabria e la Lucania’, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (Archivio Storico Attanasio). Recentemente Biagio Moliterni, sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(28)(Fig…..).

(…) Savaglio A., ‘I Sanseverino e il feudo di Terranova. La platea di Sebastiano della Valle del 1544’, ed. Orizzonti Meridionali, 2014 (Archivio Storico Attanasio)

Nel 1060 Sòphronios, il monaco che donò alcune sue proprietà di ‘Skaronitoi’ al monastero di San Nicola di Donnoso in Calabria

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcuni monasteri italo-greci (basiliani), sorti nel ‘basso Cilento’, come ad esempio quello di San Pietro de Marcanito (a Scario) ed il monaco ‘Sòphronios’ della famiglia dei ‘Phortounatoi’ in un Atto di donazione dell’anno 1060-1061 (epoca Normanna) e, il nome di persona ‘Scarano’, molto diffuso nel basso Cilento, tra Camerota e Scario. Il nome del monaco ‘Sòphronios’ è interessante per la vicinanza a Sapri.

Monte Bulgheria

(Fig…) Il Monte Bulgheria visto da Policastro Bussentino

In questo saggio parlerò di una mia personale recente scoperta. Si tratta della citazione di alcuni monaci basiliani, come, il monaco ‘Sòphronios’ della famiglia dei ‘Phortounatoi’ , che viene citato in un atto di donazione dell’anno 1060-1061 (epoca Normanna), che aveva delle proprietà nella zona di Scario, nel basso Cilento, e che quindi molto probabilmente provenisse proprio da queste zone.  In un documento dell’anno 1060-1061, pubblicato dal Guillou, nel 1967 (…), vengono citati alcuni nomi di persona ed alcuni toponimi locali di estremo interesse per la nostra zona, come ad esempio questo ‘Sophronios’ oppure ‘Olitha’, à ‘Bounikosa’, ‘Skaronitoi’, ‘Markanito’.

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(Fig…) Donazione del 1060-1061 del monaco ‘Sòphronios’ al monastero di San Nicola de Donnoso, tratta dal Guillou (…), p. 59, tratta dal Codice Vaticano Latino 13489, f. 13, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana

Le carte greche provenienti da alcuni fondi dell’archivio della famiglia Aldobrandini

Giovanni Russo (…), recentemente, nel 2013, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’, nella sua ‘Premessa’ al testo, a pp. 9-10, scriveva in proposito che: “Nel 1967 lo storico francese André Guillou pubblicò quattro documenti che aveva rinvenuto presso la Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. Lat. 13.489) fra questi i codici del fondo detto di Santa Maria della Mattina. Essi costituivano, e costituiscono tutt’ora, le uniche testimonianze pergamenacee degli archivi di uno degli innumerevoli monasteri calabro-greci che costellavano l’antica Eparchia monastica del mercurion: San Nicola di Donnoso, a 6 km a sud di Orsomarso. Si tratta di due atti di vendita datati 1031 e 1036, di una sentenza emessa dallo Stratego di Lucania nel 1042 e di un atto di donazione del 1060-1061. Le carte, inizialmente custodite presso il monastero greco di San Nicola di Donnoso, furono trasferite presso l’abbazia benedettina di Santa Maria della Mattina, non lontano dal centro urbano di San Marco Argentano, e infine archiviate presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, probabilmente dopo essere transitate per l’abbazia di Cava dè Tirreni, in Provincia di Salerno, di cui il monastero della Matina costituiva una dipendenza. In effetti. In effetti se questi documenti non fossero stati conservati, non si avrebbero altre notizie circa l’esistenza di una struttura monastica intitolata a San Nicola di Donnoso e del catigumeno Clemente, il quale aveva costituito gran parte del proprio cospicuo patrimonio con metodi più o meno leciti. Altrettanto ignoti sarebbero rimasti gli altri monasteri citati, presenti sul territorio, e gli igumeni chiamati a comporre l’assemblea che affiancava lo Stratego di Lucania, Eustazios Skepides, nel processo contro il catigumeno Clemente per il possesso di una vigna. Anche il monastero di San Nicola di Donnoso, che da poco aveva costituito un patrimonio invidiabile, subì la stessa sorte e nel corso dell’XI secolo passò, come detto, alle dipendenze e nelle disponibilità del monastero benedettino della Matina.”. Sebbene il Russo (…), a differenza dei suoi predecessori che pure non tutto hanno ben del tutto chiarito su queste vicende, egli si sforzasse di localizzare i nomi, l’origine dei nomi e dei personaggi e i monasteri citati in questi antichissimi e unici documenti, abbiamo voluto introdurre con queste sue parole, uno dei maggiori ritrovamenti documentari della storia del mezzogiorno d’Italia e delle nostre terre. Nel 1967, André Guillou (…), nel suo ‘Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1′, pubblicò 4 atti o documenti greci provenienti dagli archivi della nobile famiglia Aldobrandini, non pubblicati nel 1958 dal Pratesi (…). Queste carte o pergamene manoscritte in greco, sebbene provengano dagli archivi di alcuni monasteri in Calabria, esse rivestono un’importanza rilevandissima per le nostre zone. Forse è proprio l’edizione di Silvio Giuseppe Mercati, Ciro Giannelli e, Andrè Guillou, Saint-Jean-Théristès (1054-1264), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 5, del 1980, pubblicata in Città del Vaticano che, Raul Manselli (…), a p. 268 nel suo saggio recensivo ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi’, cita quando scriveva che: “Ci auguriamo che venga ben presto l’edizione dei documenti greci, che il Pratesi annuncia ad opera di Ciro Giannelli e Silvio Giuseppe Mercati e che costituirà un unico organismo con queste carte latine.”. Riguardo gli antichi documenti greci, pubblicati per la prima volta dal Guillou (…), che pubblicava le carte greche provenienti dall’Archivio della nobile famiglia Aldobrandini, una delle maggiori famiglie della nobiltà romana, Gastone Breccia (…), a p. 31, parlando dell’“Archivum Basilianum”, redatto dal Menniti (…), ai primi del ‘700, per ricostruire e raccogliere tutti i documenti esistenti all’epoca, salvati (pergamene greche), provenienti dai maggiori monasteri bizantini e benedettini, scriveva in proposito: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in hisown archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54). Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56), relative le prime al Patir, le seconde provenienti dall’abbazia di S. Maria della Matina e dai monasteri ad essa sottoposti.”. Il Breccia, nella sua nota (56), postillava: “Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 13489) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).”. Purtroppo, da una recente ricerca effettuata, il codice Vaticano Latino 13489, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, che contiene alcune carte greche e latine, pubblicate dal Guillou (…), non è consultabile on line a causa della sua mancata digitalizzazione. Il Breccia (…), sulla scorta del Guillou (…), scriveva che i documenti e le pergamene greche provenienti dall’abbazia di Santa Maria della Matina nel Cosentino, tratte e riordinate dal fondo dell’Archivio Aldobrandini: “In quest’ultimo caso non si può parlare di fondi „sottratti” alla raccolta mennitiana perché i monasteri italo-greci in questione (S. Nicola presso Verbicaro, in Lucania, e S. Elia nella valle del Crati) dipendevano fin dal XII secolo da abbazie di ordini latini (57).. Sempre il Breccia (…), a p. 32, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Cfr. G u i l l o u (cit. n. 56) Byzantion 36 (1966) p. 305.”. Dunque il Breccia, sulla scorta del Guillou (…), sosteneva che le carte greche provenienti dal monastero italo-greco di Santa Maria della Matina (inclusa la pergamena del 1065, pubblicata dal Pratesi e citata dal Borsari e dal Cappelli), essendo quel monastero ed i suoi monasteri annessi come quelli di S. Nicola a Verbicaro e quello di SS. Elia e Anastasio del Carbone, nella valle del Crati, confluirono negli archivi e fondi delle nobili di alcune nobili famiglie romane, perchè non soggette ad abbazie italo-greche ma soggette ad abbazie benedettine: In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili.” (che furono pubblicate da Getrude Robinson (…)) e, poi aggiungere Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Andrè Guillou (…), nel 1967, pubblicò 4 documenti greci nel suo Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, e nel suo ‘Avant-Propos’ (premessa), a p. 1, scriveva che: “Le dossier d’archives que je commente ici fait partie du fonds Aldobrandini conservè à la Biblioteque Apostolique Vaticane (Vat. lat. , n° 13489), dont Alessandro Pratesi a pubblie les documents latins (1). La presence de documents grecs dans ce fonds avait ete signalee par Franco Bartoloni à Silvio Guiseppe Mercati et à Ciro Giannelli, qui se mirent au long travail preliminaire de la transcription, sans pouvoir le mener à terme, surpris souvent par l’ecriture e la langue des notaires, eux que n’inquietanit aucune paleographiquie de livre. Leur intention etait de publier ensemble tous documents grecs du fonds Aldobrandini au nombre de 55; ils n’ont pu meme achever la mise au net des transcriptions: le pieux depot que m’a confie le R.P. Alphonse Raes, Prefet de la biblioteque des Papes, avec mission de mener à terme la pubblication, contenait une ebauche si differente dans ses principes de l’edition des actes grecs byzantins de la pratique telle que les specialistes l’entendent aujourd’hui, que j’ai dù renoncer à l’utiliser, deplorant tant d’efforts vains de nos deux regrettes amis, auxquels je veux rendre ici un affectueux hommage. C’est pour faire honneur à leur memoire, que j’ai tenu à editer, selon la methode plusieurs fois exposèe et dejà experimentee (2), comme premier fascicule de mon ‘Corpus des actes grecs d’Itlalie du Sud et de Sicile, le dossier d’archives grecques le plus ancien du fonds Aldobrandini, et l’un des plus importants pour l’histoire du kàtepanat byzantin d’Italie, celui de Saint-Nicolas de Donnoso, fidèle au principe de la reconstitution des fonds anciens seule à pouvoir satisfaire les historiens de la civilitation byzantine, au point où en sont nos connaissances en la matière (3).”, che tradotto significa: “La cartella di archivio che ho commentato qui fa parte del fondo Aldobrandini ancora conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. Lat., n° 13489), che Alessandro Pratesi ha pubblicato documenti latini (1). La presenza di documenti greci in questo fondo è stato segnalato da Franco Bartoloni Silvio Giuseppe Mercati e Ciro Giannelli, che ha avuto inizio durante il lavoro preliminare di trascrizione, in grado di completare il termine, spesso sorpreso scrivendo e lingua notai, che non sono preoccupati per qualsiasi libro a matita. La loro intenzione era di pubblicare insieme tutti i documenti greci del fondo Aldobrandini, in numero di 55; non riuscirono nemmeno a completare le trascrizioni: il pio giacimento confidato da Padre Alphonse Raes, Prefetto della Biblioteca Papale, con la missione di portare a termine la pubblicazione, conteneva un profilo così diverso nei suoi articoli. I principi dell’edizione degli Atti greci bizantini della pratica come lo sentono oggi gli specialisti, che ho dovuto rinunciare a usarlo, deplorando così tanti vani sforzi dei nostri due rimpianti amici, ai quali voglio tornare ecco un omaggio affettuoso. È per onorare la loro memoria, che ho insistito sul montaggio, secondo il metodo più volte esposto e già testato (2), come il primo opuscolo del mio ‘Corpus degli Atti greci dell’Italia meridionale e della Sicilia’, il più antico archivio greco della collezione Aldobrandini, e uno dei più importanti per la storia del catepanato bizantino d’Italia, quello di Saint-Nicolas de Donnoso, fedele al principio della ricostituzione dell’antico essere in grado di soddisfare gli storici della civiltà bizantina, al punto che la nostra conoscenza del soggetto è (3).”. Nel 1967, Andrè Guillou (…), nel suo ‘Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1′, nella sua nota (3), postillava che: “Les fonds Aldobrandini comprend cinq autres fonds grecs: S. Maria di Camigliano, S. Maria della Matina, S. Elias, S. Maria della Sambucina et S. Angelo de Frigilo; voir A. Guillou, art., cit., dans Byzantion, 36, 1966, p. 308-310 (Inventaire signaletique).”, che tradotto è: “La collezione Aldobrandini comprende altre cinque collezioni greche: S. Maria di Camigliano, S. Maria della Matina, S. Elia, S. Maria della Sambucina e S. Angelo de Frigilo; vedi A. Guillou, art., cit., in Byzantion, 36, 1966, p.308-310 (inventario dei segnali).”. Il Guillou (…),  p. 4, proseguendo il suo racconto scriveva che: Le quatre documents grecs conserves font revivre davant nos yeux la coissance des domaines du monastere jusqu’en 1060-1061, date du dernier acte (1). Ce sont les archives latines de Santa Maria della Matina (au nord-est de S. Marco Argentano) que nous devons interroger pour connaitre la suite de l’histoire. Le plus ancien documents conserve dans ce fonds relate qu’Arnolf, archeveque de Cosenza, Odon, eveque de Rapolla, et Laurent, eveque de Malvito, en presence du duc de Calabre et de Sicile, et comte de Pouille, Robert, et de sa femme Sichelgaite, ainsi que de l’abbe Adelard, qui a edifie le monastere de la Matina, dedient l’eglise à la Vierge, et enumere les biens concedes au convent par la princes normands, et parmi ceux-ci “In valle quae Mercuri nuncupatur abbatiam Sancti Petri quae dicitur Marcanito, et ecclesiam Sancti Eliae et Sancti Zachariae cum omnibus pertinentiis earum, cum vineis, terris et silvis, et ecclesiam Sancti Nicolai de Digna cum vineis, terris et silvis et marino portu, abbatiam Sancti Nicolai de abbate Clemente cum vineis, terris et silvis et omnibus sibi pertinentibus, et ecclesiam Sancte Venere cum casale in quo est ipsa ecclesia, cum vineis et terris et silvis (2).” che, tradotto significa: “I quattro documenti greci conservati rilanciano sotto i nostri occhi la coesione dei domini del monastero fino al 1060-1061, data dell’ultimo atto (1). Questi sono gli archivi latini di Santa Maria della Matina (nord est di S. Marco Argentano) che dobbiamo interrogarci per conoscere il resto della storia. I documenti più antichi di questa raccolta riguardano Arnolfo, arcivescovo di Cosenza, Odone, vescovo di Rapolla, e Lorenzo, vescovo di Malvito, alla presenza del duca di Calabria e della Sicilia, e il conte di Puglia, Roberto (il Guiscardo), e la sua donna Sichelgaita, così come l’abate Adelardo, che costruì il monastero di Matina, dedicò la chiesa alla Vergine, e annoverò la proprietà che concede il convento dai principi normanni, e tra questi: “In valle quae Mercuri nuncupatur abbatiam Sancti Petri quae dicitur Marcanito, et ecclesiam Sancti Eliae et Sancti Zachariae cum omnibus pertinentiis earum, cum vineis, terris et silvis, et ecclesiam Sancti Nicolai de Digna cum vineis, terris et silvis et marino portu, abbatiam Sancti Nicolai de abbate Clemente cum vineis, terris et silvis et omnibus sibi pertinentibus, et ecclesiam Sancte Venere cum casale in quo est ipsa ecclesia, cum vineis et terris et silvis (2).”. Il contenuto dell’incipit al documento, tradotto dal latino è il seguente: Nella valle il Mercurio chiamato l’Abbazia di San Pietro, che si chiama Marcanito e chiesa di S. Elia e S. Zaccaria con tutti i suoi villaggi, vigneti, terre e boschi, e la chiesa di San Nicola de Digna, vigneti, terre e foreste e porto marino, ed un’Abbazia S. abate Nicola Clemente di vigneti e boschi e tutti i paesi appartenenti alla chiesa di Santa Venere dove è venuto alla chiesa con vigneto e la terra e le foreste (2).”. Il Guillou (…), a p. 4, nella sua nota (2), postillava che: “(2) A. Pratesi, op. cit., p. 5. Je note que L.-R. Menager, dans ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’. 13, 1959, p. 57-61, veut que cette notice soit authentique.”, che tradotto significa: A. Pratesi, op. cit., p. 5. Prendo atto che L.-R. Menager, in “Rivista di storia della chiesa in Italia”. 13, 1959, p. 57-61, vuole che questo documento sia autentico.”. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 93, scriveva in proposito che: “Da “Carte Latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (71), ecc… – abbiamo notizie di due importanti monasteri, quello di S. Pietro “que dicitur Marcanito”, e di S. Nicola o dell’abate Clemente (Moulétzes).”. Riguardo la localizzazione di questo antichissimo monastero (anch’esso citato nella “dedicazione” del 1065, di Roberto il Guiscardo), Oreste Campagna (…), a p. 96, continuando il suo racconto, scriveva in proposito che: Il Monastero di S. Nicola, o dell’abate Clemente, fu edificato in contrada “Donnasita”, ai piedi di Serra Bonangelo, in posizione amena e ferace, con una fonte perenne nei pressi. Attualmente la contrada è abitata da poche famiglie, che vivono di agricoltura e di pastorizia.”. Il Campagna, a p. 97, continuando il suo racconto sul monastero di S. Nicola, o dell’Abate Clemente (…), scriveva che: “Il monastero fu fondato dall’Abate Clemente, in favore del quale vennero stipulati gli atti di compra-vendita del 1031 e del 1036; venne emessa ingiunzione dallo stratego di Lucania (78) nel 1042 per una controversia fra eredi, e stipulato un atto di donazione pro-anima nel 1060-1061 (79).”. Il Campagna (…), a p. 97, nella sua nota (78), postillava che: Ευσταθιος Σκεπειδης, στρατηγος Αουκανιας, in A. Guillou, Saint-Nicolas de Donnoso, op. cit.”. Il Campagna, nella sua nota (79), postillava che: “(79) A. Guillou, Saint-Nicolas, etc., cit.; A. Pratesi, Carte latine, etc., cit.”. Il Campagna, continuava a p. 97, scrivendo che: “Tuttavia anche i monasteri di “S. Nicola di Donnoso” e di S. Pietro, “que dicitur Marcanito” (80), nel 1065, avevano perduto la loro autonomia, difatti nella “notitia” di dedica risultano il possesso dell’abbazia di S. Maria della matina, per concessione di Roberto e Sichelgaita. Alla funzione di “dedica” erano presenti l’arcivescovo di Cosenza Arnolfo (81), il vescovo di Rapolla Oddone e il vescovo di Malvito Lorenzo, oltre all’abate Adelardo, fondatore del nuovo complesso monastico della Matina (82). Il contributo di santità e di civiltà, che l’Eparchia monastica mercuriense aveva dato all’Occidente mediterraneo, era finito per sempre: i suoi monasteri distrutti dalla violenza del nuovo conquistatore; i più ligi al cesaro-papismo di Costantinopoli sacrificati al principio di supremazia universale della Curia romana (83).”. Il Campagna (…), nelle sue note (80-82), postillava che le notizie erano tratte dal Guillou (…) e dal Pratesi (…), mentre nella nota (81), postillava che: “(81) Acceso fautore della supremazia della chiesa romana sulla greca, nel 1063 aveva posseduto il sinodo di Bari, in qualità di Vicario pontificio.”. Il Campagna, nella sua nota (83), postillava che la notizia era tratta da: “(83) G. De Pouille , La geste de Robert Guiscard, Palermo, 1961; W. Holtzmann, Il papato, i Normanni e la chiesa greca, in “AC”, XIII (1963).” Recentemente Guglielmo Colombero, nel recensire il testo di Giovanni Russo Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scriveva che: “Così, nella Premessa del suo libro, Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo, Giovanni Russo descrive la diaspora dei preziosi manoscritti che i monaci calabro-greci avevano fino ad allora custodito fra le mura del monastero di San Nicola di Donnoso, a pochi chilometri da Orsomarso, paese del cosentino ecc..”: “Al seguito dei Normanni era giunta nel Sud dell’Italia una moltitudine di monaci e abati che soppiantarono le istituzioni greche, lasciando che queste intraprendessero un irrimediabile processo di decadimento e precipitassero nel più completo abbandono. I monasteri mercuriensi finirono sotto la giurisdizione delle neo-istituzioni benedettine, le quali fecero subito man bassa dei loro possedimenti terrieri e si spartirono i codici miniati che sino ad allora avevano rappresentato il tratto distintivo e il motivo di vanto delle biblioteche monasteriali greche. Un’infinità di codici furono così venduti, a pochissimo prezzo, a collezionisti privati senza scrupoli o, addirittura, senza cultura». Secondo il Colombero: Il secondo saggio di Russo sul Mercurion prende il via dal ritrovamento, presso la Biblioteca apostolica vaticana, di quattro codici medievali inerenti il fondo detto di Santa Maria della Matina. Il merito del ritrovamento, nel 1967, è dello storico francese André Guillou: si tratta di due atti di vendita, di una sentenza e di una donazione, datati fra il 1031 e il 1061.”. Ancora il Colombaro, sempre sulla scorta del Russo, scrive che: “Il monastero di San Nicola di Donnoso, annota Russo, «registrò un progressivo incremento dei propri beni fondiari, al punto da non risentire degli effetti delle depredazioni normanne, né della grande carestia del 1058. È questo un aspetto di non secondaria importanza che rafforza maggiormente la convinzione della potenza, anche economica, del monastero di San Nicola di Donnoso e della brama di venirne in possesso da parte dei Normanni e delle organizzazioni religiose latine. Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». Il Guillou (…), nel suo capitolo “Actes de Saint-Nicolas de Donnoso” (Gli Atti di San Nicola de Donnoso), a p. 5, parlando del Monastero di Santa Maria della Matina e del monastero di San Nicola de Donnoso, sulla scorta del Pratesi (…), scriveva che: “Et l’on est sur qu’au XII° siecle les archives de Saint-Nicolas etaient classees dans le fonds de la Matina, puisque “l’archiviste” benedictin, qui a porte une mention au verso d’un acte latin de son depot datable de 1096-1121 (6), est le meme qui a inscrit au verso l’acte n° 4 du dossier grec ‘Carta de Sancto Nicolao de Donnoso’ (1), nous permettant ainsi d’identifier le monastere. Les archives de Saint-Nicolas suivirent ensuite le sort de celles de la Matina. En 1410, l’abbaye, sur l’ordre du pape Gregoire XII, est remise en commende à Pierre de Venise, cardinal de Naples, puis aux Aldobrandini, qui donnerent au XVI° et au XVIII° siecle deux nonces apostoliques pres du Royaume de Naples et ramenerent à Rome les precieux documents, qui furent recemment confies à la biblioteque des Papes (2).”, che tradotto significa: E uno è sicuro che nel XII secolo gli archivi di San Nicola furono classificati nella collezione della Matina, poiché l’”archivista” Benedettino, che ha una menzione sul retro di un atto latino del suo deposito databile dal 1096-1121 (6), è lo stesso che incise sul retro l’atto n. 4 dell’atto greco “Carta de Sancto Nicolao de Donnoso” (1), permettendoci così di identificare il monastero. Gli archivi di San Nicola seguirono il destino di quelli di Matina. Nel 1410, l’abbazia, su ordine di papa Gregorio XII, fu consegnata a Pietro di Venezia, cardinale di Napoli, poi agli Aldobrandini, che cedettero al sedicesimo e al diciottesimo secolo due nunzi apostolici al Regno diNapoli e riportò a Roma i preziosi documenti, che furono recentemente confidati alla biblioteca papale (2).”. Il Guillou, a p. 5, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Vedi p. 52 et 53.”e poi nella sua nota (2), postillava che: “(2) Vedi Fr. Bartoloni, Le antiche carte dell’abbazia della Sambucina, dans ‘Atti del I Congresso storico Calabrese (Cosenza, 1954), Rome, 1957, Appendice, p. 561-567; A. Pratesi, op. cit., p. VII et suiv.; A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Mattina, dans, ‘Byzantion’, 36, 1966, p. 305.”.

Il monastero di San Nicola di Donnoso

Il Guillou (…), nel suo ‘Donnees Historiques du Dossier‘ (i dati storici del dossier), a p. 13, ci parla del Monastero di San Nicola di Donnoso “b) Le monastère Saint-Nicolas comptait en 1042 plus de quatre moine, puisque quatre assistent au proces qui est fait à la leur couvent (Nil, Leon, Jonas, Nicodème); la kathigoumene Klèmes est à la tete du convent des 1030 (1) et y est encore en 1060-1061 (2), il est mort avant 1065 (3). Et l’on connait les noms de cinq superieurs d’autres couventes grecs: Kyriakos, Kathigoumene du Père (Patir, pres de Rossano), Marc, kathigoumene de l’Apotre-André, et Leon, kathigoumene de Mauronès, en 1042, Georges, hihoumène de Saint-Ange, Nikon, higoumene de Kyr-Macaros, en 1060-1061.” che tradotto è b) Il monastero di San Nicola contava nel 1042 più di quattro monaci, poiché quattro assistettero al processo che si fa nel loro convento (Nilo, Leone, Jonas, Nicodemo); il categumeno Klemes è alla testa del convento del 1030 (1) ed è ancora lì nel 1060-1061 (2), morì prima del 1065 (3). E conosciamo i nomi di cinque superiori di altri conventi greci: Kyriakos (Ciriàco), categumeno del monastero del Patir (Patir, vicino a Rossano), Marco, categumeno di Apotre-André, e Leone, categumeno di Mauronès, nel 1042, Georges , igumeno di S. Angelo, Nikon, igumeno del monastero di Kyr-Macaros, nel 1060-1061.”. Il Guillou, nella sua nota (1), postillava che: “(1) V. acte I, l. 9-10, p. 22, 24”, nella sua nota (2), postillava “V. acte 4, l. 30, p. 48”, nella sua nota (3), postillava “Puisque, à cette date, deux actes appellant le monastere ‘abbatia S. Nicolai de abbate Clemente'”, ovvero che “Poiché, a questa data, due atti chiamavano il monastero abbazia S. Nicolai abbate Clemente.”. Il Guillou, a pp. 4-5, scriveva che: “Et l’on est sur qy’au XII° siecle les arcives de Saint-Nicolas etaient classes dans le fonds de la Matina, puisque “l’archiviste”” benedectin, qui a porte une mention au verso d’un acte latin de son depot datable de 1096-1121 (6), est le meme qui a inscrit au verso de l’acte n° 4 du dossier grec ‘Carta de Sancto Nicolao de Donnoso (1), nous permettant ainsi d’identifier le monastere. Les archives de Saint-Nicolas souvirent ensuite le sort de celles de la Matina. En 1410, l’abbaye, sur l’ordre du Pape Gregoire XII, est remise en commende à Pierre de Venise, ecc..”, che tradotto è E uno è sicuro che nel XII secolo gli archivi del monastero di San Nicola de Donnoso furono inclusi nella collezione del monastero Matina, dal momento che l'”archivista” benedettino, che ha una menzione sul retro di un suo atto latino depot databile 1096-1121 (6), è lo stesso che si trova sul retro dell’atto 4 dell’atto greco “Carta de Sancto Nicolao de Donnoso” (1), permettendoci così di identificare il monastero. San Nicola poi ricorda il destino di quelli della Matina. Nel 1410, l’abbazia, su ordine di Papa Gregorio XII, viene consegnata a Pietro di Venezia, ecc ..”. Sempre il Guillou (…), poi a p. 7, ci parla della regione del Mercurion, e sulla scorta del Cappelli, scriveva che: “Merkourion, habitat dont j’ignore l’origine (3), a donné son nom à une region geographique dite “Vallee” ou “territoire” du Merkourion (4), dont on ne peut determiner l’extension réelle, faute d’avoir identifié les monasteres de S. Pierre-Marcanito, SS. Elias et Zacharias, S. Nicolas ‘de Digna’ et S. Vénéra enumeres dans la region (5).”, che tradotto è: Merkourion, un habitat di cui non conosco l’origine (3), ha dato il nome a un’area geografica chiamata “Vallee” o “territorio” di Merkourion (4), la cui vera estensione non può essere determinata a causa della mancanza di identificazione dei monasteri di S. Pietro-Marcanito, SS. Elias e Zacharias, S. Nicolas ‘de Digna’ e S. Venera enumerati nella regione (5).”. Il Guillou (…), nella sua nota (3), postillava che: “citava la bibliografia sul Mercurion, come il St. Binon ecc..”, nella sua nota (4), postillava “(4) Pratesi, op. cit. p. 5 (31 marzo 1065?), 19 (luglio 1100)”, nella sua nota (5), postillava  “(6) Guillou, art, cit., dans ‘Byzantion, 35, 1965, le carte tra le pagine 128 e 129.”. Il Guillou, a p. 11, scriveva sul monastero di San Nicola di Donnoso: “Il ressort clairement de ces quelques documents que, depuis le debut du XI° siecle, date possible de sa fondation, jusqu’en 1060-1061, le domaine foncier de Saint-Nicolas s’est progressivement étendu, aux depens de quelques proprietes familiares, et il ne semble pas avoir ressenti les effets des depredations normandes, ni ceux de la grande secheresse de 1058 (1). Il est essentiel de noter que c’est ainsi armé, ecc..”, che tradotto è È chiaro da questi pochi documenti che dall’inizio del XI secolo, la possibile data della sua fondazione, fino al 1060-1061, la tenuta di San Nicola si è gradualmente estesa, a scapito di alcune proprietà familiari, e non sembra aver sentito gli effetti delle depredazioni della Normandia, né della grande siccità del 1058 (1). È essenziale notare che questo è così armato ecc…”. Il Guillou, nella sua nota (1), postillava che “gli atti di depredazione sono segnalati dai cronisti dell’epoca), citando Ferdinand Chalandon (…) ed altri come Domenico Martire (…), ecc..

Le carte greche pubblicate da Andrè Guillou

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Nel 1967, Andrè Guillou (…), nel suo ‘Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1′, pubblica 4 donazioni, 4 carte greche provenienti da un fondo dell’Archivio della famiglia Aldobrandini (…) a Roma, che fu scoperto da alcuni collaboratori del Pratesi (…), che nel 1958, li pubblicò. La pubblicazione del 1967, André Guillou, pubblica le carte greche tratte dal fondo dell’abbazia di Santa Maria de Donnoso. Il Guillou (…), nel suo ‘Donnees Historiques du Dossier‘ (i dati storici del dossier), a p. 3, introduce e presenta il suo saggio sui documenti greci provenienti dal fondo dell’archivio Aldobrandini: “Les donnees historiques du dossier seront quatre rubriques: les archives de Saint-Nicolas de Donnoso, geographie historique (le sol et ses habitants), histoire economique (la proprietè forciere), la societe.”, che tradotto significa: I dati storici del fondo sono quattro rubriche: gli archivi di Saint-Nicolas de Donnoso, la geografia storica (il suolo ei suoi abitanti), la storia economica (la proprietà forestale), la società.”. Il Guillou (…), nel suo capitolo “I. Les Archives de Saint-Nicolas de Donnoso” (I. Gli Archivi di San Nicola de Donnoso), a pp. 3-4, precisa che: Les quatre documents que je ici constituent les seuls vestiges des archives du monastère grec S. Nicolas de Donnoso, au sud d’Orsomarso en Calabre: deux actes de ventre (1031, 1036), un jugement du stratege de lucanie (1042) et une donation (1060-1061). Ils sont conserves a la Biblioteque Apostolique Vaticane dans le Vat. Lat. 13.489 dans le fonds dit de S. Maria della Matina. L’histoire du convent peut etre seulement esquissèe, car les sources nous manquent; tel est le sort, jusqu’à present, des anciens monasteres grecs d’Italie du Sud et de Sicile.“, che tradotto significa: “I quattro documenti che ho qui gli unici resti delle archivi del monastero greco di San Nicola di Donnoso, a sud di Orsomarso in Calabria: due atti di vendita (1031, 1036), un giudizio stratega di Lucania (1042) e una donazione (1060-1061) sono tenute nella Biblioteca Apostolica Vaticana in Vat. Lat. 13489 nel fondo detto di S. Maria della Matina la storia del convento può essere abbozzato solo perché le fonti mancano …; Questo è il destino, fino a quel momento, degli antichi monasteri greci nel sud Italia e di Sicilia.. Dunque, nel 1967, André Guillou (…), pubblica 4 documenti provenienti dal fondo del monastero di S. Maria della Matina in Calabria, che però provengono dagli archivi del monastero di San Nicola de Donnoso a sud di Orsomarso in Calabria e sono tutti conservati nel Codice Vaicano latino 13489, conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma, che purtroppo non è tra quelli digitalizzati e dunque non consultabili on-line.  Si tratta di 4 Atti di compravendita d’epoca Normanna, 4 pergamene scritte in greco. Il primo, ed il secondo documento, sono due atti di vendita, rispettivamente datati 1031 e 1036; il terzo documento è una Sentenza “un giudizio dello stratega di Lucania”, del 1042, ed il quarto documento è un atto di donazione del 1060-1061. Gastone Breccia (…), a p. 31, parlando dell’“Archivum Basilianum”, redatto dal Menniti (…), ai primi del ‘700, per ricostruire e raccogliere tutti i documenti esistenti all’epoca, salvati (pergamene greche), provenienti dai maggiori monasteri bizantini e benedettini, scriveva in proposito: Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56), relative le prime al Patir, le seconde provenienti dall’abbazia di S. Maria della Matina e dai monasteri ad essa sottoposti.. Dunque, trattandosi i documenti pubblicati dal Guillou, di documenti provenienti dagli archivi del monastero di Santa Maria della Matina in Calabria ma provenienti dal fondo del monastero di San Nicola de Dannoso, questo ultimo monastero doveva essere uno dei monasteri sottosposti a quello di S. Maria della Matina. Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 97, continuando il suo racconto sul monastero di S. Nicola, o dell’Abate Clemente (…), scriveva che: “Il monastero fu fondato dall’Abate Clemente, in favore del quale vennero stipulati gli atti di compra-vendita del 1031 e del 1036; venne emessa ingiunzione dallo stratego di Lucania (78) nel 1042 per una controversia fra eredi, e stipulato un atto di donazione pro-anima nel 1060-1061 (79).”. Il Campagna (…), a p. 97, nella sua nota (78), postillava che: Ευσταθιος Σκεπειδης, στρατηγος Αουκανιας, in A. Guillou, Saint-Nicolas de Donnoso, op. cit.”. Il Campagna, nella sua nota (79), postillava che: “(79) A. Guillou, Saint-Nicolas, etc., cit.; A. Pratesi, Carte latine, etc., cit.”. Il Guillou (…), a p. 11, scrive che: “Il reste, evidemment, que la chronologie des faits economiques est la suivant:”, ovvero: Resta, naturalmente, che la cronologia dei fatti economici è la seguente:”

I documenti del 1031 e del 1036, pubblicati dal Guillou

Il documento datato anno 1031 è il documento n. 1, mentre il documento del 1036 è il documento n. 2 e sono stati pubblicati da André Guillou (…), nel suo saggio. Come gli altri 4 documenti, è una pergamena scritta in greco. Acquisto di terreni da parte del Monastero di San Nicola di Donnoso. Come scrive Orazio Campagna (…), a p. 97: “Il monastero fu fondato dall’Abate Clemente, in favore del quale vennero stipulati gli atti di compra-vendita del 1031 e del 1036; ecc..”.

Il documento del 1042

Il documento datato anno 1042 è il documento n. 3, pubblicato da André Guillou (…), nel suo saggio. Come gli altri 4 documenti, è una pergamena scritta in greco. Come scrive Orazio Campagna (…), a p. 97: “Il monastero fu fondato dall’Abate Clemente, in favore del quale vennero stipulati gli atti di compra-vendita del 1031 e del 1036; venne emessa ingiunzione dallo stratego di Lucania (78) nel 1042 per una controversia fra eredi, ecc…”. Il Campagna (…), a p. 97, nella sua nota (78), postillava che: Ευσταθιος Σκεπειδης, στρατηγος Αουκανιας, in A. Guillou, Saint-Nicolas de Donnoso, op. cit.”. Il terzo documento è una Sentenza “un giudizio dello stratega di Lucania”, dell’anno 1042. Un Sentenza a favore della proprietà del monastero di San Nicola di Donnoso. Delle quattro pergamene rinvenute da Guillou (…), la più significativa è senza dubbio la sentenza emessa nel novembre del 1042 dallo Strategós (il governatore bizantino) di Lucania, Eustazios Skepides, a seguito di una controversia fra l’abate di San Nicola di Donnoso, Klemes (il Clemente nei documenti latini), e i suoi due nipoti sulla proprietà di alcuni vigneti: Il dubbio che Klemes (Clemente) avesse fatto carte false per impossessarsi di una parte dell’eredità familiare non abbandonò mai i suoi nipoti, generò qualche perplessità anche nel giudicante e, probabilmente, affascinava, come ipotesi, anche Guillou”. Avidità e corruzione, dunque, sembrano serpeggiare anche sotto la patina dell’ascetismo cristiano dei monaci greco-calabri. Il Guillou, a p. 10, ci parla dell’Abbate Clemente, e scrive che: “Proprietè monastique. L’origine monastique des documents commentes fait que nous sommes particulierement bien informies sur la vie de la proprieté monastique, ici celle de Saint-Nicolas de Donnoso. La base du domaine est costituee par la patrimoine familial du fondateur, le moine Klemes, fils d’une famille de proprietaires locaux. Le couvent fait-il subsister certains parents du fondateur, en tout cas il est proprietaire debiens familiaux demeures dans l’indivision avec des membres de la famille; il achete des terres, il en recoit en donation, pour assurer le salut eternel des donateurs: champs cultives, bois, patures, vignes (……), telle est la nature de ses possessions. Il accapare meme indument, au prix de falsifications de titres de proprietes, et l’autorité des higoumenes des monasteres voisins couvre les malversation (6).”, che tradotto è: Proprietà monastica. L’origine monastica dei documenti commentati significa che siamo particolarmente ben informati sulla vita della proprietà monastica, qui quella di Saint-Nicolas de Donnoso. La base della tenuta è costruita dal patrimonio familiare del fondatore, il monaco Klemes, figlio di una famiglia di proprietari locali. Il convento fa sussistere alcuni dei genitori del fondatore, in ogni caso è il proprietario di una casa di famiglia nell’indivisione con i membri della famiglia; compra terra, la riceve come donazione, per assicurare l’eterna salvezza dei donatori: campi coltivati, boschi, pascoli, viti (……), tale è la natura dei suoi possedimenti. Occupa persino indebitamente, a prezzo di falsificazioni di titoli di proprietà, e l’autorità dei monaci igumeni dei monasteri vicini copre la malversazione (6).”.

Il documento del 1060-1061

Il documento datato anno 1060-1061 è il quarto dei 4 documenti pubblicati da André Guillou (…), nel suo saggio. Come gli altri 4 documenti, è una pergamena scritta in greco. Una Donazione della proprietà al monastero di San Nicola di Donnoso. Come scrive Orazio Campagna (…), a p. 97: “Il monastero fu fondato dall’Abate Clemente, in favore del quale vennero stipulati gli atti di compra-vendita del 1031 e del 1036; venne emessa ingiunzione dallo stratego di Lucania (78) nel 1042 per una controversia fra eredi, e stipulato un atto di donazione pro-anima nel 1060-1061 (79).”. Il Campagna, nella sua nota (79), postillava che: “(79) A. Guillou, Saint-Nicolas, etc., cit.; A. Pratesi, Carte latine, etc., cit.”. Il Guillou (…), a p. 11, scrive che: “Il reste, evidemment, que la chronologie des faits economiques est la suivant:”, ovvero: Resta, naturalmente, che la cronologia dei fatti economici è la seguente:”

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(Fig…) Donazione del 1060-1061 del monaco Sòphronios al monastero di San Nicola de Donnoso, tratta dal Guillou (…), p. 52, tratta dal codice Vaticano Latino 13489, f. 13 verso, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana

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(Fig…) Donazione del 1060-1061 del monacoSòphronios’ al monastero di San Nicola de Donnoso, tratta dal Guillou (…), p. 59, tratta dal codice Vaticano Latino 13489, f. 13, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana

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(Fig…) Donazione del 1060-1061 del monacoSòphronios’ al monastero di San Nicola de Donnoso, trascrizione del testo greco, tratta dal Guillou (…), pp. 57-58-60-61, tratta dal codice Vaticano Latino 13489, f. 13, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana.

I personaggi citati nelle 4 pergamene pubblicate dal Guillou

Andrè Guillou (…), nel suo capitolo “I. Les Archives de Saint-Nicolas de Donnoso” (I. Gli Archivi di San Nicola de Donnoso), a p. 13, scrive sulle 4 famiglie citate nei 4 atti da lui pubblicati, riguardanti il monastero di San Nicola de Donnoso e provenienti dal fondo del monastero di Santa Maria della Matina: “c) Quatre ‘familles’ livrent leur composition: Jean Sangarès a eu deux enfants, dont un est devenu pretre, l’autre, Kalokyres, s’est marie et a eu trois fils, dont l’un s’est fait moine (4); le pretre Leon Atzidon a eu deux fils, dont l’un s’est fait pretre et a eu au moins un fils Jean, pretre et notaire, et deux filles (5); Nicolas Moulétzès a eu quatre enfants, Eugenia qui a eu deux fils, un moine et un pretre, Klemès, le kathigoumène de Saint-Nicolas, Jean, et Nicétas qui a eu deux fils, dont l’un s’est fait moine (6); Sergonas Phortounatos a eu quatre enfants, Nicolas, qui a eu lui-meme une fille, Maria, et un fils, le moine Sòphronios, N. qui a eu au moins deux enfants, Kannatas, qui ne semble pas avoir eu de descendance et N. qui a eu au moins un fils, Sargònas (7). Des arbres genealogique esquisses, on retire l’impression qu’entre l’an mil et 1050 la famille de trois à quare enfants pouvait etre une moyenne; que, d’autre part, à chaque gènération les familles donnaient un petre ou un moine à l’Eglise.”, che tradotto significa: “c) Quattro ‘famiglie’ rivelano la loro composizione: Giovanni Sangarès ebbe due figli, uno è diventato un prete, l’altro Kalokyres, era sposato e aveva tre figli, uno è diventato un monaco (4); il sacerdote Leone Atzidon avuto due figli, uno è diventato un sacerdote e aveva almeno un figlio Giovanni, parroco e notaio, e due figlie (5); Nicola Moulétzès aveva quattro figli, Eugenia aveva due figli, un monaco e un sacerdote, Klemes (Clemente) il categumeno di San Nicola de Donnoso, Giovanni, e Niceta che aveva due figli, uno è diventato un monaco (6); Sergonas Phortounatos ebbe quattro figli, Nicola, che si aveva una figlia, Maria, e un figlio, il monaco Sophronios, N. che ha avuto almeno due figli, Kannatas (Cannata), che non sembra avendo prole e N che aveva almeno un figlio, Sargònas (7). Dagli abbozzati alberi genealogici, si rimuove l’impressione che tra l’anno 1000 e il 1050 la famiglia di tre o quattro figli potrebbe essere una media; che, d’altra parte, ad ogni generazione le famiglie davano un sacerdote o un monaco alla Chiesa.”. Sempre il Guillou (…), a p. 56, parlando proprio del documento dell’anno 1060-1061, scriveva che: “3) Le fait economique exprime par notre document est important car il raconte quelques aspects de la vie d’une υποστασις familiale, celle des Phortonatoi (qui ont laissé leur nom à un hameau situé au nord-est d’Orsomarso), entre le milieu du X° et le milieu du XI° siecle. Les membres de cette famille connus du document sont:”, che significa: “3) Il fatto economico espresso nel nostro documento è importante perché racconta alcuni aspetti della vita di una famiglia υποστασις (ipostasi), quella dei Phortonatoi (che hanno lasciato il loro nome in una frazione situata a nord-est di Orsomarso), tra la metà del X ° e la metà dell’XI secolo. I membri di questa famiglia noti dal documento sono: “

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(Fig….) I membri della famiglia dei ‘Phortonatoi’, citati nel documento del 1060-1061, a p. 56 del Guillou (…).

Il Guillou (…), nella sua nota (4), postillava: “V, acte I, et p. 19”, nella sua nota (5), postillava “V. acte 2, et p. 29”, nella sua nota (6), postillava “V. acte 3, et p. 42”, nella sua nota (7), postillava “V. acte 4, et p. 56”. Il Guillou, sempre a p. 56, continua scrivendo un passo interessantissimo: “Cette amputation consiste à transmettre à S. Nicolas les droits du moine Sòphronios, c’est-à-dire que pour les terrains d’Olitha, de Bounikosa et la vigne en friche des Skaronitoi, le monastere partage ses droits de proprieté avec l’oncle Kannatas, sans enfants et, certainement, tres agé. Ces droits se sont donc simplifies rapidement au profit du monastere, qui est aussi, comme l’etaient Sophronios et Kannatas, proprietaire dans le χωριον des Skaronitoi; le fait est important de la presence depuis plus d’un demi-siecle de gros proprietaires laics ou ecclesiastiques dans la situation drammatique, chaos politique (1) et, surtout, crise économique (2), contemporaine de la donation de Sophronios.”, che tradotto significa:  Questa amputazione consiste nel trasmettere al monastero di San Nicola i diritti del monaco Sòphronios, cioè che per le terre di Olitha, Bounikosa e la vigna incolta dello Skaronitoi, il monastero condivide i suoi diritti di proprietà con ‘zio Kannatas’ (Cannata), senza figli e sicuramente molto vecchio. Questi diritti furono così rapidamente semplificati a vantaggio del monastero, che è anche, come lo furono Sophronios e Kannatas, proprietario nel χωριον (senza) Skaronitoi; il fatto è importante della presenza per oltre mezzo secolo di grandi proprietari laici o ecclesiastici nella situazione drastica, nel caos politico (1) e, soprattutto, nella crisi economica (2), contemporaneamente alla donazione di Sophronios.”.

Il catigumeno Klemés (Clemente) Mouletzès, abate del monastero di S. Maria della Matina e forse abate del monastero di S. Nicola di Donnoso

Il Guillou, nella sua nota (1), postillava che faceva riferimento al Gay (…), per l’epoca del Guiscardo e delle sue conquiste e politiche in Calabria e nella Valle del Crati, mentre nella sua nota (2), postillava sulla tremenda situazione politica e di crisi economica e carestie che attanagliava a quell’epoca l’intera Calabria da poco conquistata dai Normanni di Roberto il Guiscardo. Sulla crisi in quel periodo e sulle ragioni che indussero il Guiscardo a tradurrre intere popolazioni verso la Calabria, per renderla più florida ed aiutare le già umili popolazioni da poco conquistate, il Guillou, fa riferimento a se stesso, mentre noi abbiamo ivi dedicato un saggio. Il Guillou (…), nel suo capitolo “I. Les Archives de Saint-Nicolas de Donnoso” (I. Gli Archivi di San Nicola de Donnoso), a pp. 3-4, specifica che: L’appellation donnee au monastere par la fausse notice de la dedicace de la Santa Maria della Mattina, abbatia Sancti Nicolai de Abbate Clemente (1), autorise à penser que la kathigoumene Klèmès (= Clement) Mouletzès, beneficiaire de la vente contenue dans le premier document du dossier (3 janvier 1031)(2) et dont on append ensuite (3) qu’il est bien à la tète de Saint-Nicolas de Donnoso, a ete le fondateur du convent.”, che, tradotto significa: L’appellativo dato al monastero dalla falsa forma della dedicazione del Santa Maria della Mattina ‘abbatia Sancti Nicolai Abbate Clemente’ (1) autorizza a pensare che il categumeno Klemes (= Clemente) Mouletzès, destinatario di vendita contenuto nel primo Atto di donazione (3 gennaio 1031) (2) e poi l’insegna (3) che lui è il capo di San Nicola di Donnoso, fu il fondatore del convento (4).”. Il Guillou (…), a p. 3, nella sua nota (1), postillava che: “(1) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Arcivio Aldobrandini (Studie e Testi, 197), Citè du Vatican 1958, p. 5.”. Il Guillou (…), sulla scorta del documento dell’anno 1065, pubblicato a p. 5 dal Pratesi (…), il documento n. 1, datato anno 1065, riteneva che il categumeno ‘Klemes = Clemente Mouletzes’, citato e presente alla cerimonia di donazione all’abbazia di S. Maria della Matina (l’atto di donazione del 1065, pubblicato a p. 5 dal Pratesi (…)), dovrebbe essere stato il personaggio citato anche negli altri documenti da lui pubblicati. Secondo il Guillou (…), il categumeno Clemente (Klemes) Mouletzés, dovrebbe essere l’abbate Clemente del monastero di San Nicola de Donnoso. Il Guillou, scriveva che secondo il Pratesi (…), che: il nome dato al monastero dalla falsa forma della dedicazione del Santa Maria della Mattina ‘abbatia Sancti Nicolai Abbate Clemente (1)” (la dedica al monastero), autorizzasse a pensare che il kathigoumene Klemes (= Clemente) Mouletzès, destinatario di vendita contenuto nel primo Atto di donazione (3 gennaio 1031) (2) e poi insegna (3)…”, fosse a capo e fondatore del convento (il Guillou lo chiama convento), di Santa Maria della Matina. Dunque, il Guillou (…), anche sulla scorta del documento pubblicato dal Pratesi (…), si riferiva ai due documenti, quello del 3 gennaio 1031 (2) e quello dell’insegna (3). Il Guillou, riguardo al documento del 3 gennaio 1031, nella nota (2), postillava che: “(2) Vedi texte n. ° 1”. Il Guillou, riguardo all’insegna, nella nota (3), postilla: “(3) Vedi texte n° 3”. Il Guillou (…), nel suo racconto, prosegue a p. 4: “En 1042 (4), nous constatons que Klemes a perdu son pere Nicolas et son frere Nicetas qui a laisse deux enfants en age d’heriter, Nicolas et Klemes, qu’il a encore un frere en vie, Jean; nous savons aussi que sa sceur Eugenia, qui est morte, s’est mariee il y a bien longtemps, puisque le jugement du stratege de Lucanie note que, de nombreuses annees apres son mariage, les freres de celle-ci ont recu de leur pere leur part d’eritage. Si Klemes peut donc avoir soxante à soixante-cinq ans environ en 1042 (il est encore en vie en 1060-1061), il aurait fonde son monastere vers le debut du siecle, peut-etre apres la mort de son pere, Nicolas, et lui aurait donne pour protectour le saint patron de celui qui lui avait fourni les moyens d’asseoir sa fondation. Le quatre documents grecs conserves font revivre davant nos yeux la coissance des domaines du monastere jusqu’en 1060-1061, date du dernier acte (1). Ce sont les archives latines de Santa Maria della Matina (au nord-est de S. Marco Argentano) que nous devons interroger pour connaitre la suite de l’histoire. Le plus ancien documents conserve dans ce fonds relate qu’Arnolf, archeveque de Cosenza, Odon, eveque de Rapolla, et Laurent, eveque de Malvito, en presence du duc de Calabre et de Sicile, et comte de Pouille, Robert, et de sa femme Sichelgaite, ainsi que de l’abbe Adelard, qui a edifie le monastere de la Matina, dedient l’eglise à la Vierge, et enumere les biens concedes au convent par la princes normands, et parmi ceux-ci “In valle quae Mercuri nuncupatur abbatiam Sancti Petri quae dicitur Marcanito, et ecclesiam Sancti Eliae et Sancti Zachariae cum omnibus pertinentiis earum, cum vineis, terris et silvis, et ecclesiam Sancti Nicolai de Digna cum vineis, terris et silvis et marino portu, abbatiam Sancti Nicolai de abbate Clemente cum vineis, terris et silvis et omnibus sibi pertinentibus, et ecclesiam Sancte Venere cum casale in quo est ipsa ecclesia, cum vineis et terris et silvis (2).” che, tradotto significa: “Nel documento del 1042 (4), scopriamo che Clemente perse suo padre Nicola e suo fratello Niceta che ereditò due bambini, Nicola e Clemente, che ha ancora un fratello vivo, Giovanni; sappiamo anche che sua sorella Eugenia, che morì, fu sposata molto tempo fa, dal momento che il giudizio sulla stratificazione di Lucanie rileva che molti anni dopo il suo matrimonio, i suoi fratelli ricevettero dal loro padre la loro parte di eridità. Se Clemente può essere così incinta a circa sessantacinque anni nel 1042 (è ancora vivo nel 1060-1061), avrebbe fondato il suo monastero all’inizio del secolo, forse dopo la morte di suo padre, Nicola, e avrebbe dato per proteggere il santo patrono di colui che gli aveva fornito i mezzi per stabilire la sua fondazione. I quattro documenti greci conservati rilanciano sotto i nostri occhi la coesione dei domini del monastero fino al 1060-1061, data dell’ultimo atto (1). Questi sono gli archivi latini di Santa Maria della Matina (nord est di S. Marco Argentano) che dobbiamo interrogarci per conoscere il resto della storia. I documenti più antichi di questa raccolta riguardano Arnolfo, arcivescovo di Cosenza, Odone, vescovo di Rapolla, e Lorenzo, vescovo di Malvito, alla presenza del duca di Calabria e della Sicilia, e il conte di Puglia, Roberto (il Guiscardo), e la sua donna Sichelgaita, così come l’abate Adelardo, che costruì il monastero di Matina, dedicò la chiesa alla Vergine, e annoverò la proprietà che concede il convento dai principi normanni, e tra questi: “In valle quae Mercuri nuncupatur abbatiam Sancti Petri quae dicitur Marcanito, et ecclesiam Sancti Eliae et Sancti Zachariae cum omnibus pertinentiis earum, cum vineis, terris et silvis, et ecclesiam Sancti Nicolai de Digna cum vineis, terris et silvis et marino portu, abbatiam Sancti Nicolai de abbate Clemente cum vineis, terris et silvis et omnibus sibi pertinentibus, et ecclesiam Sancte Venere cum casale in quo est ipsa ecclesia, cum vineis et terris et silvis (2).”. Il contenuto dell’incipit al documento, tradotto dal latino è il seguente: Nella valle il Mercurio chiamato l’Abbazia di San Pietro, che si chiama Marcanito e chiesa di S. Elia e S. Zaccaria con tutti i suoi villaggi, vigneti, terre e boschi, e la chiesa di San Nicola de Digna, vigneti, terre e foreste e porto marino, ed un’Abbazia S. abate Nicola Clemente di vigneti e boschi e tutti i paesi appartenenti alla chiesa di Santa Venere dove è venuto alla chiesa con vigneto e la terra e le foreste (2).”. Il Guillou (…), a p. 4, nella sua nota (2), postillava che: “(2) A. Pratesi, op. cit., p. 5. Je note que L.-R. Menager, dans ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’. 13, 1959, p. 57-61, veut que cette notice soit authentique.”, che tradotto significa: A. Pratesi, op. cit., p. 5. Prendo atto che L.-R. Menager, in “Rivista di storia della chiesa in Italia”. 13, 1959, p. 57-61, vuole che questo documento sia autentico.”. Il Guillou (…), nel suo racconto, prosegue a p. 9: “Histoire economique: la proprieté forciere. Domaine de l’Etat. La representant de l’Empereur dans le theme de Lucanie, le stratege, remet à des particuliers, en 1042, mille pieds de vignes situes probablement dans la region de Merkourion (1); il fait donc supporter qu’il y avait la des biens de l’Etat, sans doute exploites par des pareques d’Etat (2).”, che tradotto significa: Storia economica: la proprietà forzata. Dominio dello stato. Il rappresentante dell’Imperatore nel tema della Lucania, lo stratega, dà agli individui, nel 1042, un migliaio di metri di vigne probabilmente situati nella regione di Merkourion (1); egli fa quindi valere che esisteva la proprietà dello Stato, indubbiamente sfruttata dagli agenti di stato (2).”. Il Guillou, a p. 9, prosegue, scrivendo che: “L’une d’entre elles permet d’apprecier avec une quasi certitude pouquoi elle a ete faite: les heritiers de Jean Sangarès cèdent des terres au monastere Saint-Nicolas pour la somme de 9 ‘taria’, mais ne recoivent que 7 ‘taria’, car ils laissent 2 ‘taria’ au covent pour que les defunts de la famille soient commemores à l’office liturgique (7); preuve d’un manque de liquidites. Le but pieux de certaines donation (8) est seul parfois evident; c’est le cas du moine Sòphronios de la famille des Phortounatoi qui remet tout son patrimoine à son monastère, avant de mourir, comme l’y contraigment du reste les regles du droit canon byzantin.”, che significa: Uno di essi consente di apprezzare con una certa sicurezza il motivo per cui è stato creato: gli eredi di Jean Sangarès cedono terre al monastero di Saint-Nicolas per la somma di 9 taria, ma ricevono solo 7 tariaperché lasciano 2 taria nel covento in modo che i defunti della famiglia siano commemori nell’ufficio liturgico (7); prova di una mancanza di liquidità. Il pio obiettivo di certi doni (8) è solo a volte ovvio; è il caso del monaco Sòphronios della famiglia di Phortounatoi che dà tutto il suo patrimonio al suo monastero, prima di morire, in quanto contrasta con il resto delle regole del diritto canonico bizantino.”. Il Guillou, a p. 9, ci parla dell’origine dei nomi contenuti nelle carte provenienti dal monastero di S. Nicola di Donnoso a Donnasito, e scrive che “Sur les quelque 80 noms ou prenoms de personnes mentionnes dans les arcives de Saint-Nicolas, trois soulement sont d’origine latine (Kordelles, de ‘corda’, Akouvatos, d’accuvatus, Gardiles, de guardia), tous les autres sont grecs (Sophronios, Nikon, Nicephore, ecc..ecc..”, che tradotto è Degli 80 nomi delle persone menzionate nelle arcate di Saint-Nicolas, tre sono di origine latina (Kordelles, ‘Corda’, Akouvatos, Accuvatus, Gardiles, Guardia), tutti gli altri sono greci (Sophronios, Nikon, Nicephore, ecc…ecc…”. Dunque, secondo il Guillou, il termine ‘Sophronios’ (della famiglia dei ‘Phortounatoi’), è di chiara derivazione greca. La Falkenhausen, a p. 62 (…) che: “Come aree di insediamento degli immigrati, le fonti bizantine del periodo menzionato in particolare …….di Merkurion (la Valle del Lao), Aieto, di ‘Latinianon’ e di Lagonegrese (5).”. La Falkenhausen (…), nella sua nota (5), postillava che: “(5) Historia et laudes, cit., pp. 14,17,21 s., 24,27-29,35,39 s.”. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Come scrive correttamente la Falkenhausen (…), molti antichi documenti provenienti dagli archivi del Monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), furono pubblicati nel 1601 da Paolo Emilio Santoro (…), nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, che come ha scritto Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’, a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. Infatti, rileggendo il testo di Marcello Spena, ‘Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio’, troviamo moltissimi documenti d’epoca normanna, come ad esempio il documento citato da Biagio Cappelli, a p. 273, nella sua nota (39) che scrive: “in un documento del 1077, pubblicato da P.E. Santoro ecc…, di Marcello Spena, 1831, pp. 42 ss. (quasi uguale a quello pubblicato con la data del 1074 da G. Robinson, op. cit. XV-2, pp. 176 ss.).” Per capire come mai molti documenti antichi provenissero proprio dal Monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone, oggi scomparso, Hubert Houben (…), nel suo saggio ‘L’espansione del monachesimo latino in Lucania dopo l’avvento dei Normanni’, a p. 118, scriveva in proposito: “I confini geografici della Lucania storica, emergono bene dal diploma di re Guglielmo II di Sicilia del 1168, con il quale tutti i monasteri greci della Lucania furono sottoposti alla giurisdizione dell’archimandita di Carbone, ecc…”. L’Huben (…), poi continua sul Cilento: “Per la parte settentrionale della Lucania, disponiamo del menzionato studio di Vitolo sugli insediamenti nel Vallo di Diano e di alcune recenti osservazioni di Pietro Ebner e di Graham A. Loud sull’espansione cavense nel Cilento (47). In quest’ultima zona, Cava aveva già acquisito possedimenti negli ultimi anni precedenti la conquista normanna, ma successivamente questi aumentarono grazie alle numerose donazioni dei Normanni. Nel Cilento, che era la prima regione ad essere coinvolta dall’espansione cavense, se si prescinde dagli immediati dintorni dell’abbazia, nel 1083, Cava disponeva già di otto monasteri e chiese con duecentododici uomini dipendenti da questi (48).”. Houben (…), nella sua nota (47), postillava: “(47) P. Ebner, ‘Chiesa baroni e popoli …’; Loud, The Abbey of Cava, its Property and Benefactors in the Norman Era, in Anglo-Norman Studies IX, Proceedings of the Battle Conference 1986, a cura di R.A. Brown, 1987, pp. 143-175, qui pp. 147-148.”. Houben (…), nella sua nota (48), postillava: “L.R. Menager, ‘Recueil des actes ducs normands d’Italie (1046-1127), I: Les premiers ducs (1046-1087), Bari 1981 (Società di Storia patria per la puglia, Documenti e monografie 45), nr. 43, pp. 136-141.”

La contrada di ‘Marcaneto’ a Scario

Nell’antica pergamena, il documento n. 2, del 31 marzo 1065 (?), pubblicato dal Pratesi (…), a p. 9, si può leggere che sono citati dei nomi di persona, alcuni dei quali ritroviamo ancora nel basso Cilento ed in particolare a Scario, come ad esempio “Nicholaus (y) Scaranus” e, “Ursinus Flos et (s)”. Il Pratesi (…), a p. 9, nella sua nota (y), postillava che: “(y) F Nichola F” Nicola” e, nella nota (s), postillava che: “(s) Fii om. et”. Non sappiamo chi fosse questo Nicola Scarano, ma di sicuro sappiamo che nel basso Cilento vi sono diversi Scarano. In proposito al cognome degli ‘Scarano’, molto diffuso nel basso Cilento ed in particolare tra Scario e Camerota, vediamo cosa dice in proposito Andree Guillou (…), nel suo ‘Les archives grecques de S. Maria della Matina’ : …………………………………………….

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(Fig….) Pratesi Alessandro (…), p. 9, pergamena (Documento n. 2) del 31 marzo 1065 (?), Atto di dedicazione al Monastero di Santa Maria della Matina in Calabria

Recentemente, Giovanni Russo, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), a pp. 90-93, accennava al termine “Markanites”, indicato nell’indice come toponimo di luogo. Russo (…), a p. 90, scrive che: “Sofronio, inoltre, condivide con lo zio Kannatas altri piccoli terreni, di cui uno con una vigna incolta al villaggio ‘(chorion’) degli Skaronitoi, un altro con un piccolo giardino vicino nei pressi di Phournos, un piccolo lotto a Elaphoun e altri terreni. L’elenco si completa con degli altri apprezzamenti al di là di un torrente, al di sotto del pereto e l’ultimo vicino a Markanites e a Spertos. Anche il nome del piccolo agglomerato urbano di Skaroniti lascia qualche traccia nella locale toponomastica. Guillou suppone debba trattarsi della località Scherani in Orsomarso, al di sotto del castello di Raiona, sull’altopiano di Gaccale, ecc..”. Il Russo (…), poi continua il suo racconto e, a p. 93, ifrendosi ad un documento pubblicato dal Guillou (…), di cui ci siamo occupati in un altro nostro saggio, ivi pubblicato, scrive che: “Il documento esaminato racconta anche della comproprietà di altri terreni fra Sofronio e i propri figli: alcuni nella zona dell’Arcistratego , altri al di sotto del pereto oltre un torrente, e altri ancora vicino Markanites e a Spertos. Per ciò che concerne l’idenificazione dell’Arcistratego, Guillou condivide le tesi tracciate da Biagio Cappelli, il quale, sulla base di un collegamento del tutto ideologico, pone l’asceterio di San Michele Arcangelo alle spalle del Kastron del Mercurio, sulle alture della Serra Bonangelo e, pertanto, nei pressi del monastero di San Nicola di Donnoso (138). Lo storico francese ritiene verosimile questa proposta (139), ma non tiene conto del fatto che Cappelli faccia riferimento esclusivamente all’asceterio (140) e non all’omonimo monastero di San Michele, che immagina, invece, nei pressi del monastero di San Pietro dè Marcaniti, la cui ubicazione è fissata dallo storico moranese intorno a Scalea (141).”. Il Russo, nella sua analisi sulla probabile localizzazione dell’Abbazia di ‘San Pietro di Marcanito’, cita ciò che credeva il Guillou (…) che sulla scorta del Cappelli (…), fa alcuni errori di valutazione. In primo luogo, come abbiamo già visto, il Cappelli (…), a pp. 207-208, non localizza affatto l’abbazia di ‘San Pietro di Marcanito’ nei pressi di Scalea. Biagio Cappelli (…), scriveva a p. 208 che: “Così per l’abbazia di S. Pietro detta “de Marcaneto“ il cui appellativo mi sembra possa corrispondere a quel monastero nella Vita di S. Saba di Collesano (34) denominato “dei Marcani”. Il Cappelli, riguardo alla localizzazione dell’abbazia o monastero di ‘S. Pietro di Marcanito’, dice chiaramente che esso sia sorto non lontano dai due monasteri dei Taorminesi e dei Siracusani:  Il quale da un accostamento ideale agli altri due cenobi denominati dei Taorminesi e dei Siracusani ricordati dallo stesso prezioso testo (35) sembra sia sorto non lontano da questi ultimi. E tali monasteri si trovavano proprio nella zona sopra indicata se dal primo di essi il beato Saba si avvia, in una delle sue tante peregrinazioni, a visitare i cenobi della non lontana regione di Lagonegro (36) e se l’altro che rimane non lontano dal Monastero di S. Michele Arcangelo (37), sorgesse nel cuore del mercurion, è da identificare con il cenobio poi detto S. Pietro de Seracusa a Scalea (38)”. Il Cappelli, non dice che l’Abbazia di ‘San Pietro di Marcanito’, fosse da identificare con quello di Scalea ma pone il monastero detto “dei Siracusani” (menzionato nell’opera agiografica di S. Saba da Collesano), non lontano dal monastero di San Michele Arcangelo, nel cuore del Mercurion, da identificare, questo monastero, con il “cenobio di S. Pietro de Seracusa a Scalea (38).” e, il Cappelli, nella sua nota (38), postillava che: “(38) A. Rocchi, De Coenobio Cryptoferratensi, op. cit. Tusculi, 1893, p. 97.”, che ci parla dei cenobi basiliani passati alla commenda dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Il monastero di ‘S. Pietro de Seracusa’ a Scalea, è citato a p. 97 del testo di padre Agostino Rocchi (…) che nel 1893, pubblicava il ‘De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii’, cita in latino il monastero “S. Nicolai De Saracusa (sic) in oppid. Scaleae”, che in italiano sarebbe S. Nicola di Saracusa a Scalea. Insomma, il Russo, vuole per forza localizzare l’abbazia di San Pietro di Marcaneto, nella zona dell’Argentario, ma come già il Cappelli (…), ipotizzava, questa antichissima abbazia doveva trovarsi nella nostra zona. Dall’indagine toponomastica del toponimo di luogo “Markanitos”, credo che questa abbazia debba localizzarsi in una contrada a Scario che ancora oggi viene chiamata “Marcaneto”. Il Russo, inoltre, scriveva sulla scorta del Guillou (…), che nel 1967, pubblicò 4 carte greche, di cui ci siamo occupati in un altro nostro saggio. Il Russo, a p. 90, nella sua nota (138), postillava che: “(138) Cappelli, op. cit. p. 204”, poi a p. 93, nella sua nota (139), postillava che: “(139) Guillou, op. cit., p. 54”. Nel documento del 1060-1061, pubblicato dal Guillou (…)(documento n. 4), si cita un possedimento a “Markanites”. Il Guillou (…), a pp. 53-54, parlando dell’atto di donazione (documento 4) del 1060-1061,

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scriveva su Marcaneto che: “Analiyse. – Signon (l. 1-2). Dispositif: Le moine Sophronios Phortonatos, fils de Nicolas Phortonatos, fils de Sergonas, parvenu à une grande vieillesse, pour ne pas etre surpris par la mort et n’ayant rien d’autre à donner pour le salut de son àme que sa fortune faite des terres qui lui viennent de l’exploitation (……………)(1) paternelle, divise sa part et celle de sceur Maria (l. 2-13); il a des terrains au lieu-dit Phortonatos (1) pres Kordelles, un autre lot pres de Kalokyres de Doura (2), et la vigne qui s’y trouve, d’autres terrains à Olitha qu’il possede avec son oncle Kannatas et qui remontent du fleuve (3) et vont jusqu’à la limite (σμνορον) des terres de son cousin Sergonas, puis le bien qu’il a recu en échange du kathigumene Klèmès Moulétzès, dautres terrains à Ploupposon (4) au lieu-dit Bounikosa (5) qu’il possède avec ses cousin Phortounatoi, une part revenant à ces dernier, l’autre à lui-meme en commun avec son oncle Kannatas, d’autres petits terrains l’un avec une vigne en friche qu’il possède avec son oncle Kannatas au village (χωριον) des Skaronitoi (6), l’autre avec un petit jardin voisin de son oncle Kannatas pres de Phournos (7), un petit lot à Elaphoun (8), d’autres terrains qu’il possede avec ses fils à l’Archistratège (9), d’autres qu’il possède aussi avec ses fils, au delà du ruisseau au-dessous des poiriers, un autre près de Markanitès et de Spertos, qu’il possede avec son oncle Kannatas (l. 13-27); bref il portage tout avec sa sceur Maria et donne ce qui lui revient à l’eglise S. Nicolas (10), au kathigoumène Klèmès et ecc..”,  che tradotto significa: “Analisi – Signon. Dispositivo (L. 1-2): Il monaco Sophronios Phortonatos (Sofronio Portonato), figlio di Nicolas Phortonatos figlio di Sergonas, ha raggiunto un età molto vecchia, di non essere sorpreso dalla morte e non avendo nulla da un altro da dare per il bene della sua anima che la sua fortuna fatta dalle terre che gli vengono dallo sfruttamento (……………) (1) paterno, divide la sua parte e quella di Suor Maria (1: 2-13), ha terra in un posto chiamato Phortonatos (1) vicino a Kordelles, un altro lotto vicino a Kalokyres de Doura (2), e la vigna lì, altra terra a Olitha che possiede con suo zio e Kannatas risale dal fiume (3) e andare fino alla terra limite (σμνορον) Sergonas suo cugino e il bene che ha ricevuto in cambio dal catigumeno (abbate) Klemes (Clemente) Moulétzès, altri terreni a Ploupposon (4) in un luogo chiamato Bounikosa (5) che possiede con suo cugino Phortounatoi, una quota di questi ultimi, l’altro a se stesso in comune con lo zio Kannatas, altro piccolo terreno in uno con una vigna incolta che possiede con lo zio nel villaggio Kannatas (χωριον = villaggio) di Skaronitoi (6), l’altra con un piccolo giardino accanto allo zio Kannatas vicino Phournos (7), un piccolo lotto a Elaphoun (8), altre terre che possiede con i suoi figli presso l’Archistratege (9), altre che possiede anche con i suoi figli, oltre il torrente, sotto gli alberi di pero, un altro vicino a Markanitès e Spertos, che possiede con suo zio Kannatas (l. 13-27); in breve, porta tutto con sua sorella Maria e dà ciò che appartiene alla chiesa di S. Nicola (10), del catigumeno (abbate) Klemes (Clemente) e ecc..”. Dunque, il Guillou, ritiene che questo monaco e i suoi familiari, provengano da una piccola frazione di Orsomarso. Il Guillou (…), a p. 56, parlando proprio del documento dell’anno 1060-1061, scriveva che: “3) Le fait economique exprime par notre document est important car il raconte quelques aspects de la vie d’une υποστασις familiale, celle des Phortonatoi (qui ont laissé leur nom à un hameau situé au nord-est d’Orsomarso), entre le milieu du X° et le milieu du XI° siecle. Les membres de cette famille connus du document sont:”, che significa: “3) Il fatto economico espresso nel nostro documento è importante perché racconta alcuni aspetti della vita di una famiglia υποστασις (ipostasi), quella dei Phortonatoi (che hanno lasciato il loro nome in una frazione situata a nord-est di Orsomarso), tra la metà del X ° e la metà dell’XI secolo. I membri di questa famiglia noti dal documento sono: “

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(Fig….) I membri della famiglia dei ‘Phortonatoi’, citati nel documento del 1060-1061, a p. 56 del Guillou (…).

Il Guillou (…), nella sua nota (4), postillava: “V, acte I, et p. 19”, nella sua nota (5), postillava “V. acte 2, et p. 29”, nella sua nota (6), postillava “V. acte 3, et p. 42”, nella sua nota (7), postillava “V. acte 4, et p. 56”. Il Guillou, sempre a p. 56, continuava scrivendo che: “Cette amputation consiste à transmettre à S. Nicolas les droits du moine Sòphronios, c’est-à-dire que pour les terrains d’Olitha, de Bounikosa et la vigne en friche des Skaronitoi, le monastere partage ses droits de proprieté avec l’oncle Kannatas, sans enfants et, certainement, tres agé. Ces droits se sont donc simplifies rapidement au profit du monastere, qui est aussi, comme l’etaient Sophronios et Kannatas, proprietaire dans le χωριον des Skaronitoi; le fait est important de la presence depuis plus d’un demi-siecle de gros proprietaires laics ou ecclesiastiques dans la situation drammatique, chaos politique (1) et, surtout, crise économique (2), contemporaine de la donation de Sophronios.”, che tradotto significa:  Questa amputazione consiste nel trasmettere al monastero di San Nicola i diritti del monaco Sòphronios, cioè che per le terre di Olitha, Bounikosa e la vigna incolta dello Skaronitoi, il monastero condivide i suoi diritti di proprietà con ‘zio Kannatas’ (Cannata), senza figli e sicuramente molto vecchio. Questi diritti furono così rapidamente semplificati a vantaggio del monastero, che è anche, come lo furono Sophronios e Kannatas, proprietario nel χωριον (villaggio) Skaronitoi; il fatto è importante della presenza per oltre mezzo secolo di grandi proprietari laici o ecclesiastici nella situazione drastica, nel caos politico (1) e, soprattutto, nella crisi economica (2), contemporaneamente alla donazione di Sophronios.”. Dunque, riguardo l’ubicazione di questi monasteri, Domenico Martire (…), che elencava anche quello “dei Marcari”, che io credo debba trattarsi del monastero di S. Pietro di Marcaneto a Scario, diceva essere commemorato nella ‘Vita di San Saba’, l’opera agiografica della vita del Santo di cui abbiamo già parlato. L’accostamento del Monastero di San Pietro di Marcaneto, che fa il Cappelli (…), risulta essere molto credibile, rispetto ad altre congetture, credendo che esso fosse da localizzare nell’area vicino ai due Monasteri detti dei ‘Taorminesi’ e dei ‘Siracusani’, citati entrambi i monasteri citati nellopera agiografica di S. Saba da Collesano, in quanto, se facciamo riferimento ad un altro monastero sorto ed esistente nell’area, secondo la ‘Vita del Santo’, il monastero di ‘Kyr-Macaros’, citato in un atto di donazione dell’anno ……., e pubblicato dal Guillou (…). Giovanni Russo (…), recentemente, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion’, a p. 95, scriveva che: “Congiungendo i vari elementi di cui sino ad ora ho parlato, si potrebbe pensare all’Historia et laudes SS. Sabae et Macarii (144), nella quale si narra di un oratorio intitolato proprio a San Filippo, sebbene esso venga dislocato nella regione di Lagonegro, nei pressi del quale doveva trovarsi anche un monastero denominato Kyr Makaros. Di questo monastero parla anche l’atto di donazione del monaco Sofronio e fra i testimoni in calce al documento compare il nome di Nikon, catigumeno di Kir Makaros (145).”. Dunque, il Russo, sulla scorta del Cappelli e del Guillou (…), nella sua nota (145), postillava che: “(145) A. Guillou, op. cit., p. 60”. Dunque, le ipotesi che avanzava il Cappelli, circa la localizzazione in questo territorio di alcuni monasteri italo-greci o basiliani, di chiara fondazione pre-benedettina, cioè sorti prima dell’anno mille, e poi in seguito scomparsi, fossero da localizzarsi proprio nel nostro territorio del ‘basso Cilento’ e non nella Calabria, dove, a differenza di ciò che credono alcuni – alcuni monaci da quì trasferitisi, andarono a fondare il nucleo fondande di alcuni monasteri italo-greci e poi benedettini in epoca Normanna in Calabria. Le ipotesi del Cappelli, sono state poi in seguito avvalate dalle carte latine e quelle più antiche di atti e donazioni ritrovate nell’Archivio Aldobrandini, che furono pubblicate dal Pratesi (…) e poi dal Guillou (…). Una di queste carte greche è proprio l’atto di donazione del monaco Sofronio dove fra i testimoni presenti alla cerimonia e firmatari del documento vi è il catigumeno (abbate) ‘Nikon’ del monastero di Kyr-Macarios che il Cappelli, riteneva fondato dal fratello di S. Saba, S. Macario. I documenti parlano e noi li lasciamo parlare, lasciando una testimonianza indelebile del filo logico-storico che li lega fra loro. L’atto di donazione di Sofronio (Sophronios), è una delle carte greche pubblicate dal Guillou (…) e, come abbiamo visto, ci collega al monastero di San Nicola da Donnoso in Calabria, da cui quelle carte e quei personaggi provengono, ma da cui ci fanno intravvedere anche e soprattutto la loro origine che a nostro avviso era della nostra zona, come vedremo. Riprendendo le citazioni del Cappelli (…), sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…), a p. 47, che nel 1986, scriveva: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Ma più che a questi l’influenza bizantina nella zona fu dovuta all’azione efficace ed energica di S. Saba che nel Mercurion ecc…Dal Monastero di S. Lorenzo e dalla vicina Episcopia S. Saba iniziava l’opera di espansione del monachesimo basiliano che doveva poi allargarsi alle coste tirreniche dell’attuale basso Salernitano. Il Santo spesso si allontanava dal suo Monastero di S. Lorenzo per ispezionare i vari cenobi disseminati nel territorio di Lagonegro e di Monte Bulgheria. L’azione ispettiva di S. Saba venne ereditata, alla sua morte, dal fratello San Macario e alla morte di questi dal monaco Luca. A quest’ultimo si attribuiscono i monasteri di SS. Elia ed Anastasio di Carbone e il monastero di S. Giuliano nell’alta valle dell’Agri.”. Poi il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Vera Falkenhausen, a p. 62 (…), scrive in proposito agli insediamenti basiliani nella nostra regione che: “Come aree di insediamento degli immigrati, le fonti bizantine del periodo menzionato in particolare …….di Merkurion (la Valle del Lao), Aieto, di ‘Latinianon’ e di Lagonegrese (5).”.

L’etimo di ‘Markanites’ e di ‘Scaronitoi’

Recentemente, Giovanni Russo, nel suo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), a pp. 90-91, credeva che: “Il villaggio di Skaroniti esisteva sicuramente, ma al suo posto oggi permangono pochi resti murari, ruderi silenziosi, ma ancora leggibili, che impreziosiscono questa zona al cui interno vi sono ben due sorgenti, entrambe intitolate a Sant’Elia, come il monastero che vi sorgeva accanto, il quale le ha lasciato tracce indelebili di sé nel testamento del suo igumeno Daniele (134). Neppure Guillou, nutre dubbi in merito, mentre riconduce il termine ‘Scaroni’ o ‘scarani’, apparentato con il francese ‘scameres’ e il latin ‘scamares o ‘scamatores’, il cui significato è “predatori, briganti”, come sembra confermare il ‘Glossarium mediae et infimae latinitatis’ di Charles Du Cange, alla voce ‘scarani (135). Deriva da ciò l’identificazione del toponimo con la località Scherani a 4 km. a sud-est di Orsomarso, il cui nome significherebbe, letteralmente, “taglia garretti”, ossia tagliagole. Diverso destino spettò a Phournos, il cui toponimo è di origine oscura.”. Il Russo, nella sua nota (134), postillava che: “(134) F. Bulgarella, L’Eparchia di Mercurio, op. cit., p. 85”, e a p. 91, nella sua nota (135), postillava che: “(135) Charles Du Cange, ‘Glossarium mediae et infimae latinitatis’, Niort, L. Favre 1883-1887, vedi pure nota del Guillou che lo cita”. Sul toponimo, ha scritto anche Gerard Rohlfs (…), nel suo ‘Mundarten und Griechentum des Cilento’, dove alla parola ‘Skario’, a p. 83 scrive che: “Il suffisso per la formazione di etnici – otu < – ωτης (cfr. LGII, p. 584) stranamente non partecipa alla dittongazione. Si dice ‘Skarioti (R) “gli abitanti di Scario”, Laurioti (V) “abitanti di Lauria” (3). Questa constatazione concorda con osservazioni fatte anche in altre aree. Anche in provincia di Cosenza infatti si dice ‘Skaliyotu’ (Scalea), Mantiotu (Amantea), sebbene qui ò davanti a -ù e ì si dittonghi.”, poi il Rohlfs, nella sua nota (3), postillava che: “Si dice però ‘Asyuoti (A) per indicare gli abitanti di Ascea.”. Sempre il Rohlfs, a p. 108, alla parola ‘Scario’, scrive: “Piccolo centro di pescatori presso Policastro, gr. εσχαριον (escaroin) “apparecchio per varare le navi”. Sempre Rohlfs (…), a p. 112, scriveva in proposito che: “Oltre a questi elementi lessicali, nella zona nostra sono rimasti in uso due suffissi greci. Sulla desinenza – …… per la formazione di etnonimi (Skarioti, Laurioti, Asiuoti) si è discusso sopra a p. 42.”. Il Palazzo (…), proprio sulla scorta di Rohlfs, di cui è stato uno dei suoi intervistati nella zona, parlando di Scario, sull’etimo della parola di Scario, scriveva le stesse cose.  Nel documento del 1060-1061, pubblicato dal Guillou (…)(documento n. 4), si cita un possedimento a “Markanites”. Nel documento pubblicato dal Guillou (…), di cui ci siamo occupati in un altro nostro saggio e che riguarda un atto di donazione al monastero di San Nicola di Donnoso in Calabria, leggiamo che il monaco “Sophronios Phortonatos”, possedeva dei terreni e delle vigne nella “terra di Olitha”, nel villaggio di “Skaronitoi” e a “Markanites”. Tutti e tre questi toponimi, sono citati nella toponomastica di Scario. Il Guillou (…), a p. 54, riguardo al toponimo o nome di luogo o  “villaggio Kannats di Skaronitoi”, nella sua nota (6), postillava che: “Le mot derive de ‘scaroni’, ‘scarani’, (scamares), brigands (v. Du Cange, Glossarium mediae et infirmae latinitatis, s. v. ‘scarani’); le toponyme sera identifié avec le lieu-dit Gli Scherani (= coupe-jarret), à 4 Km. au sud-est d’Orsomarso.”, che tradotto significa: “La parola deriva da ‘scaroni’, ‘scarani’, (scamares), briganti (v. Du Cange, Glossarium mediae e infirmae latinitatis, sv ‘scarani’), il nome del luogo sarà identificato con il luogo chiamato Gli Scherani (= taglio -carro), 4 Km. a sud-est di Orsomarso. “.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; ”Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, rivista “I Corsivi”, Sa- pri, 1987, p. 9-10; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna, p. 155 (citato da Ebner), (Archivio Storico Attanasio).

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Julius, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904 e, successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491; riguardo le nostre Diocesi, si veda dello stesso autore Gay J., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2, 1 e 16; si veda pure: Borsari S., Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanne, Napoli, Sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1963 (Archivio Storico Attanasio), si veda cap. II, pp. 69-70, nota (183), parla di un documento del 1065.

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(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, (Archivio Storico Attanasio);  si veda pure: Cappelli B., I Basiliani nel Cilento superiore, in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, XVI, 1962 pp. 9-21, oppure dello stesso autore e saggio: in «Bollettino della Badia greca di Grottaferrata» ed. Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, vol. XXIV, 1970. pp….

(…) Pratesi Alessandro, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano, 1958, (Studi e Testi, 197), pp. X L – X L I, si veda per il fondo Aldobrandini delle carte latine. Il Borsari (…), nella sua nota (183) a p. 70, postillava che: “(183) A. Pratesi, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’archivio Aldobrandini (Città del Vaticano, 1958: Studi e Testi, 197), n. 1, p. 5. Il Pratesi, pp. IX-X, ritiene che questo documento sia una falsificazione, ma la sua autenticità è stata dimostrata, in modo abbastanza convincente, da L. R. Menager, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 59-61.“; si veda pure l’ddizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).

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(…) Manselli Raul, Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi, saggio recensivo a cura di, estratto dall’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, Anno XXVIII, 1959, fasc. III-IV, Arti Grafiche A. Chicca, Roma, Tivoli,  (Archivio Storico Attanasio), pp. 269 e ss.

(…) Menager Leon Robert, ‘Les documents calabrais du fond Aldobrandini et l’histoire religieuse de la Calabre aux XI-XII siecle, in ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’, XIII (1959), pp. 55-70. Il Pratesi (…), ritiene che il Menager abbia dimostrato l’autenticità di un documento del 1065, proveniente dall’Archivio Aldobrandini; si veda pure dello stesso autore: L.R. Menager, ‘Recueil des actes ducs normands d’Italie (1046-1127), I: Les premiers ducs (1046-1087)’, Bari 1981 (Società di Storia patria per la puglia, Documenti e monografie 45), nr. 43, pp. 136-141.

(…) S. G. Mercati – C . Giannelli – A . Guillou, Saint-Jean-Théristès (1054-1264), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 5, Città del  Vaticano 1980, pp. 15-16. L’inventario del 1607 è stato pubblicato da V. Capialbi (…). Forse è proprio questa l’edizione citata da Raul Manselli (…), quando nel suo saggio recensivo ‘Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini di Alessandro Pratesi’, a p. 268, scriveva che: “Ci auguriamo che venga ben presto l’edizione dei documenti greci, che il Pratesi annuncia ad opera di Ciro Giannelli e Silvio Giuseppe Mercati e che costituirà un unico organismo con queste carte latine.”

(…) Mercati Silvano Giuseppe, ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova, varie badie basiliane d’Italia e di Patmo,  (Studi e Testi 68). Città del Vaticano 1935, p. 216 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Capalbi Vito., Appendice sopra alcune biblioteche di Calabria, Arch. storico per la Calabria e la Lucania, 10 (1940) pp. 128-136 e 250-256, p. 136: i documenti allora presenti nell’archivio del S. Giovanni erano così divisi: 83 pergamene greche (di cui 3 “piombate”); 41 pergamene latine (di cui 25 “piombate”); 4 pergamene “quali non si ponno discernere”; 9 bolle pontificie.

(…) M.-H. L a u r e n t – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 13489).

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(…) Guillou A., Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; si veda pure: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89) (Archivio Storico Attanasio).

(…) Orsi Paolo, ‘S. Marco Argentano, in ‘Brutium’, a. VI (1926), (n. 10-11-12), estratto pp. 9 ss.

(…) Guillame P., L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371

(….) Loud A. Graham, The Abbey of Cava, its Property and Benefactors in the Norman Era, in Anglo-Norman Studies IX, Proceedings of the Battle Conference 1986, a cura di R.A. Brown, 1987, pp. 143-175, qui pp. 147-148.

Rocchi

(…) Rocchi A., Vita di S. Nilo Abate fondatore della Badia di Grottaferrata scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, Roma, ed. Desclee-Lefebre, 1904, p….; Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio). Nella sua nota (2), la Follieri (…), ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (…), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (…), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514.”.

(…) Marchese G., ‘La badia di Sambucina: saggio storico sul movimento cistercense nel Mezzogiorno d’Italia’, Lecce 1932 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Holtzmann W., nel 1956, Holtzmann Walther, Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone; ha dovuto occuparsene con André Guillou (scuola francese di Roma) che si sarebbe occupato degli atti greci (…). Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Scrive il Breccia in una sua nota: “W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188.”.

(…) L’abbazia fu fondata da Roberto il Guiscardo e dalla moglie Sichelgaita di Salerno su richiesta di papa Niccolò II intorno al 1065, quale monastero benedettino. Il 31 marzo, la chiesa fu, per ordine di papa Alessandro II, dedicata a Santa Maria; la relativa cerimonia fu officiata da Arnolfo arcivescovo di Cosenza e dai vescovi Oddone di Rapolla e da Lorenzo di Malvito alla presenza di Roberto e Sichelgaita e dell’abate del monastero Abelardo. All’abbazia fu donato dal Guiscardo parte del territorio prima facente parte della diocesi di Malvito, il cui vescovo fu ricompensato con la somma di trenta schifani d’oro; oltre a ciò fu riccamente dotata dai normanni ed ebbe vari privilegi sia da papi che da re, che la resero ricca e potente. Il 18 novembre 1092 papa Urbano II, promotore della prima crociata, visitò l’abbazia. Già Alessandro II aveva posto l’abbazia sotto la diretta autorità papale, cosicché Matina compare nella parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. La fondazione imperiale conobbe una decadenza che la fine del XII secolo non interruppe. Gioacchino da Fiore rifiutò con decisione la proposta del re Tancredi di Sicilia di trasferire a Matina, da Fiore, il proprio monastero, essendo l’antica abbazia «allora in stato di grave declino». Le speculazioni della letteratura cistercense più antica, ossia che Matina fosse cistercense dal 1180, vengono ripetute acriticamente dal Bedini. L’ipotesi più accreditata è che l’abbazia venne fondata intorno al 1087 da una comunità di benedettini con a capo Sigismondo (primo abate del convento) e intorno al 1141 venne concessa ai cistercensi divenendo così una figlia di Clairvaux, a sua volta fondata nel 1115 da Bernardo di Chiaravalle. La Sambucina venne poi autorizzata dal Papa a fondare ovunque nel territorio case filiali, divenendo così “madre” di altre abbazie. Intorno al 1173, vi soggiornò Gioacchino da Fiore, teologo e fondatore dell’ordine Florense. Ma, queste ipotesi, sono contraddette da documenti di archivio della famiglia Aldobrandini. Da qualche parte leggiamo che, secondo il Fiore G., “Sant’Angelo di Frigillo in Mesuraca fu chiesa semplice fondata l’anno 500, come appare da una sua antichissima iscrizione” (1). Sulla scorta delle carte dell’Archivio Aldobrandini (…), apprendiamo che il Monastero greco fu poi latinizzato dai cistercensi della Sambucina (2). Era situato in diocesi di Santa Severina a due miglia da Mesoraca “sulla cima del monte in amena valle”, nelle vicinanze dell’incrocio di due vie pubbliche. Durante l’occupazione aragonese fu dato dal papa in commenda assieme a due altri monasteri dello stesso ordine cistercense: uno detto di S. Maria della Matina, che era situato in diocesi di Bisignano, e l’altro detto di S. Maria della Sambucina, in diocesi di S. Marco. Il capo della commenda era il monastero della Matina e gli altri due erano dette grange. Dunque, S. Maria della Matina e S. Maria di Sambucina erano due diversi monasteri. Nell’ottobre del 1221, su richiesta dell’abate di Sambucina e con il permesso di papa Onorio III ed dei vescovi locali competenti (Andrea di San Marco Argentano e Luca di Cosenza), la Matina diventa ufficialmente un monastero cistercense dipendente da Sambucina. L’atto diventa effettivo nel febbraio del 1222 con il consenso dell’imperatore Federico II e, dopo il completamento nel giugno 1222, viene confermato dal papa. Il nome comunemente usato rimase Matina, talvolta con delle aggiunte quali de Matina Sambucina o dictum sambucina Matina’. Consacrata nel 1065 alla presenza del duca normanno Roberto il Guiscardo, l’Abbazia dedicata a Santa Maria della Matina racchiude peculiarità del monastero benedettino cui più tardi nel tempo si sono aggiunti elementi architettonici dell’era cistercense. Fu diretta per un periodo dall’abate Ursus, che ricorre nella storia della nascita del Priorato di Sion che fortemente volle l’istituzione dei Cavalieri Templari. Secondo la leggenda, dall’Abbazia della Matina partirono verso Gerusalemme gli stessi monaci che concorsero a fondare l’antico Ordine di Sion con a capo Goffredo di Buglione, protetti da sua madre Matilde di Toscana. Papa Urbano II, che ben conosceva la signora, inviò Arnolfo di San Lucido a predicare nell’antica San Marco la prima crociata. Sembra che anche questi fosse tra i fondatori dell’Ordine di Sion. È il 31 marzo 1065. Alla presenza del Duca Roberto, della sua seconda moglie — Sikelgaita di Salerno — e di alcuni alti esponenti religiosi, si officia la dedicazione della chiesa abbaziale di S. Maria de La Matina: una solenne consacrazione che sta per segnare un posto nella storia. Voluta e realizzata dal Guiscardo, favorita dai papi e dai signori normanni, dotata di enormi ricchezze e privilegi (tra questi, il beneficio di sottostare unicamente alla giurisdizione del Santo Padre), accresce rapidamente in prestigio e potere. Nel 1092 ospita papa Urbano II, promotore della Prima Crociata: al suo appello risponderà anche Boemondo, primogenito del Duca, che partirà per la Terra Santa e la conquista di Antiochia. L’abbazia è benedettina dalla fondazione al 1222, anno in cui subentrano i Cistercensi: fatto salvo che per alcune esigue tracce del primo insediamento (ad esempio, la monofora a tutto sesto del Parlatorio), è proprio a questo periodo che risalgono le attuali testimonianze monumentali — tra cui la magnifica Aula Capitolare — considerate tra le più raffinate architetture cistercensi in Italia.

(…) Per quanto riguarda i documenti greci, provenienti da alcuni monasteri italo-greci come quello di Carbone, oggi sono sparpagliati tra l’Archivio Doria Pamphili, la collezione “Basiliani” dell’Archivio Segreto Vaticano e vecchie edizioni di documenti scomparsi oggi. Recentemente, Adele Di Lorenzo, Jean-Marie Martin et Annick Peters-Custot (…), hanno scritto sul Monastero di Carbone (PZ), un saggio il cui estratto si trova on-line. Essi scrivono che: “…molti documenti, greci e latini, dall’XI secolo all’inizio dei tempi moderni; questi documenti (originali, copie, traduzioni) sono ora sparsi tra l’Archivio Doria Pamphili (Roma), ecc..”. Il ventesimo secolo è rappresentato per la prima volta da Gertrude Robinson (7). Questo grecista britannico ha dato in ‘Orientalia Christiana Analecta’, in tre consegne nel 1928, 1929 e 1930, la sua storia e cartulario del monastero greco di Sant’Elia e S. Anastasio di Carbone (…) (introduzione storica I, II e II atti -2, un quarto volume doveva seguire). In primo luogo, ripercorre la storia dell’abbazia e dei suoi archivi prima di dare un’edizione di 56 atti greci (tutti), 14 atti latini (o traduzioni latine di atti greci) e due atti bilingue: uno William II archimandritato creazione (n XLVI), l’altra Costanza (n LXVI), per un totale di 72 atti (…), tutte prese dall’Archivio Doria Pamphili e prima del 1200, mentre Holtzmann (…) stima che, combinando le varie fonti preservate, si raggiungerebbero cento atti per lo stesso periodo. L’Archivio Doria Pamphili, nos 53, 59, 61, 72, 76, 77, 84, 88, 89, 93, 95, 97, 99, 102, ed. Robinson 1928-1930, nos IV, X, XII, XXV, XXVII, XXVIII, XXXVI, IX, XL a, XLIV, XLIX, LII, LIV, LXIV. Alcuni documenti che riguardano il monastero di Carbone si trovano all’Archivio Doria Pamphili: fonfo ‘Basiliani 1, f° 86v.’ ed altri si trovano conservati nell’Archivio Segreto Vaticano, fondo Basiliani, t. I. Robinson 1928-1930. La parola “cartulario” è usata impropriamente per descrivere il chartrier conservato presso l’Archivio Doria Pamphili. Nell’articolo che ha dato nel 1956 alla rivista dell’Istituto Storico Germanico, Holtzmann ha pubblicato (o ripubblicato) 16 atti, di cui 15 dell’Archivio Doria Pamphili (il primo pubblicato anche da Santoro e Ughelli) e un (n. 3) trascritto da Menniti; quattro sono conservati in copie del tardo Medioevo (n. 5, 6, 7, 13). La qualità della trascrizione è ovviamente eccellente. Holtzmann ha in particolare ripubblicato la parte latina degli atti bilingui di William II e Costanza già pubblicati da Gertrude Robinson (Holtzmann n. 8 = Robinson n. XLVI, Holtzmann n. 11 = Robinson n. LXVI), la parte greca pubblicata nel stesso articolo di André Guillou. Si veda Holtzmann W. (65) nel 1956, Holtzmann Walther, ‘Kanonistische Ergänzungen zur Italia Pontificia’, V X, in: Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken 38, 1958, 67 – 175. (Enzensberger, Greci). HOLTZMANN. 1962. W. Holtzmann, Italia Pontificia …Walther Holtzmann (Istituto Storico Germanico di Roma) rilevò il dossier di documenti sul monastero di Carbone. Il Menniti era particolarmente interessato al Fondo del monastero di Carbone (PZ) – una parte del quale era stato depositato negli archivi di S. Basilio – che componeva due versioni (scritte a mano) di un ‘Chronicon Carbonense’ che dà analisi di un centinaio di atti riprodotti. Per comporlo, ha lavorato presso la biblioteca Pamphili (che ha designato sotto l’acronimo BP), ma non è noto se abbia consultato i documenti stessi o un “Notamento”, un catalogo (che Holtzmann non trovato) (…). La Robinson (…), nelle sue pubblicazioni del 1930, aggiunge tre atti riguardanti Carbone trovati altrove: c. 79-80: Tancredi (riportato a Rocco Pirro). C. 86-90: atto del maggio 1320 dagli archivi del vescovato di Anglona. Una sigillatura di Boemia II è ancora riprodotta in t. IX (diocesi di Taranto), c. 128-129: è conservato presso l’Archivio Doria Pamphlili (…) ed è stato pubblicato nel raro testo di Santoro (…). Gastone Breccia, in un suo pregevole studio (…), scriveva a pp. 30-31: “Ma senza dubbio la parte più importante della documentazione sfuggita al Menniti è costituita dalle raccolte delle grandi famiglie romane. In primo luogo il fondo del monastero del S. Elia di Carbone, tuttora nell’archivio Doria Pamphili: come scrive Gertrude Robinson, a cui si deve l’edizione della maggior parte delle pergamene greche, Giovan Battista Pamphili, dal 1630 abate commendatario del monastero e protettore dell’ordine basiliano (nonché futuro papa Innocenzo X), “seems to have taken possession of whatever archives were left, and placed them for safe keeping in his own archives. For this the students of Greek monasteries owe him a great debt, for in 1645 there was a riot in Carbone in which the townspeople seem to have attacked the Monastery, and burnt whatever documents it stili contained.” (54) Accanto al fondo del S. Elia bisogna citare le pergamene greche Chigi (55) e Albobrandini (56).”. Dunque sempre il Breccia, nelle sue note 54-55-56, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana vol. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200); la citazione è tratta dal vol. 11, 5, p. 318. Cfr. W. H o l t z m a n n , Die ältesten Urkunden des Klosters S. Maria del Patir, Byzantinische Zs. 26 (1926) pp. 328-351, che pubblica alcuni documenti dalle cartelle Chigi E VI 182-188. Sui documenti greci del fondo Aldobrandini (oggi Vat. lat. 131+89) cfr. A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310; su quelli latini cfr. P r a t e s i , Carte latine (cit. n. 11) pp. X L – X L I . Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89).”.

(…) Robinson Gertrude, History and Cartulary of the Greeck Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in ‘Orientalia Christiana’, Roma, 1928-30, vol. XI-5; XV-2; XIX-1; pp. 30 ss., riguardo il documento del 1144, citato dal Cappelli (…), mentre per le carte greche dell’Archivio Aldobrandini, si veda il testo citato dal Breccia nelle sue note 54-55-56 che, postillava: “G. R o b i n s o n , History and cartulary of the greek monastery of S. Elias and S. Anastasius of Carbone, Orientalia Christiana vol. 11, 5 (1928) pp. 269-348; voi. 15, 2 (1929) pp. 117-276; voi. 19, 1 (1930) pp. 1-200).”. La rivista ‘Orientalia Christiana’ è pubblicata dal Centro Francescano di Studi Orientali al Cairo in Egitto. La ricerca costituisce ora l’attività principale del centro. I lavori degli addetti al centro e dei loro collaboratori vengono pubblicati o nel periodico Studia Orientalia Christiana Collectanea (SOC), più brevemente SOC Collectanea, che ora si trova al suo trentasettesimo volume, o nella serie Monografie. Collectanea viene pubblicata dal 1956 e contiene contributi in italiano, francese, arabo, copto ed è distribuita da Brepols International (i numeri precedenti il 2007 sono disponibili presso la Libreria Terra Santa di Milano, tel. 02 34 91 566- libreria@edizioniterrasanta.it o contattando il distributore: www.brepols.net).

(…) Lilla Salvatore, I manoscritti vaticani greci, lineamenti di storia del fondo, Città del Vaticano, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Guillame P., L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371

(…) Manoscritto:Vat.lat.13489 Non digitalizzato Citazioni bibliografiche: 1) Buonocore, Marco, 1954- Editoria, In La Biblioteca Apostolica Vaticana luogo di ricerca al servizio degli studi. Atti del Convegno

Roma, 11-13 novembre 2010, a cura di M.Buonocore – A.M.Piazzoni (Studi e testi, 468), 2011; 2) Falkenhausen, Vera von Una ignota pergamena greca del monastero calabrese di S. Maria di Camigliano, In RSC 1980; 3)

Peri, Vittorio, 1932-2005 Il «Corpus» degli atti greci dell’Italia meridionale, In Aevum. Rassegna di scienze storiche, linguistiche e filologiche 1968
  • 4)
    Panebianco, Venturino, 1907-1980 Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il Thema bizantino di Lucania, In RSC 1980
  • 5)
    Lucà, Santo Teodoro sacerdote, copista del Reg.Gr.Pii.II.35. Appunti su scribi e committenti di manoscritti greci, In Bollettino della Badia greca di Grottaferrata 2001
  • 6)
    Breccia, Gastone, 1962- Sentenze italo greche. Gli atti greci dei tribunali normanni: persistenza ed evoluzione di una tipologia documentaria bizantina in Italia meridionale e in Sicilia (XI-XII sec.), In Archivio storico per la Calabria e la Lucania 2002
  • 7)
    Degni, Paola Sullo stile di Reggio: l’apporto delle testimonianze documentarie, In Archivio storico per la Calabria e la Lucania 2002
  • 8)
    Degni, Paola Le sottoscrizioni testimoniali nei documenti italogreci: uno studio sull’alfabetismo nella Sicilia normanna, In Bizantinistica. Rivista di studi bizantini e slavi 2002
  • 9)
    Houben, Hubert, 1953- Die “Passio SS. Senatoris, Viatoris, Cassiodori et Dominatae”. Ein Beispiel für griechisch-lateinische Übersetzertätigkeit in Montecassino im 11. Jahrhundert, In Litterae Medii Aevi. Festschrift für Johanne Autenrieth zu ihrem 65. Geburtstag, 1988
  • 10)
    Degni, Paola Le scritture dei notai italogreci nella Sicilia di età normanna e sveva, In Nea Rhōmē 2006

(…) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(…) Schiavone Clara – Buonomo Emilio, Sulle Tracce dei Monaci Italo-Greci nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, 1999.

(…) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Charles Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, Niort, L. Favre 1883-1887, p. 80

(…) Cotroneo R., Pergamene greche del secolo XIII, in ‘Rivista storica Calabrese’ X (1902), pp. 35-43.

(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano

(…) Lizier A., L’Economia rurale nell’età prenormanna nell’Italia meridionale, Palermo, 1917 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Lacava Ziparo F., Dominazione bizantina e civiltà basiliana nella Calabria prenormanna, Reggio Calabria

(…) von Falkenhausen Vera, Il Monastero dei SS. Anastasio e Elia di Carbone in epoca bizantina, stà in “Il Monastero di S. Elia di Carbone e il suo territorio dal Medioevo all’età Moderna Nel millenario della morte di S. Luca Abate“, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Antonio Lerra, Atti e Memorie del Convegno Internazionale di Studio promosso dall’Università di Basilicata, Potenza-Carbone, 26-27 giugno 1992, Potenza, 16,  ed. Congedo, Lavello (PZ), 1996, p. 61 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: von Falkenhausen Vera, La Diocesi di Tursi-Anglona terra di incontro tra greci e latini, Atti del Convegno Internazionale di Studi promosso dall’Università di Basilicata sulla Diocesi di Tursi-Anglona, 1978, p. 31.

(…) Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente , dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. La dominazione islamica della Sicilia è spesso invocata come unica causa di queste migrazioni precisamente datate, poiché l’origine siciliana e calabrese di questa popolazione di lingua greca e di rito orientale è più che probabile15. Comunque, il monachesimo bizantino riuscì a mettere radici in Lazio, Salerno e Cilento, come afferma la Falkenhausen (2014 b; Marchionibus 2004, in partcolare p. 43-53) e, anche nell’area germanica. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Dopo André Guillou (…), che ha pubblicato una parte significativa di questa corpus, Cristina Rognoni continua l’attività editoriale con la pubblicazione di atti privati ​​greci di Messina convento archimandrital di Saint-Sauveur che sono legati alla Calabre. I fondi non pubblicati sono ormai rari, ma resta il fatto che alcuni archivi sono accessibili solo nelle vecchie edizioni, che meritano di essere ripresi. Si tratta di opere greche dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de ‘Tirreni, provincia di Salerno, pubblicato nel 1865 da Francesco Trinchera (…), che sono stati oggetto di recente attenzione. Un altro fondo è stato particolarmente abusato da edizione incompleta e ha notevolmente invecchiato – ha già superato il punto di vista dell’editoria criteri scientifici, al momento della sua uscita: gli atti del monastero greco bizantina di S. Elia di Carbone, pubblicato da una sconosciuta inglese, Gertrude Robinson (30). Questa situazione dannosa per la conoscenza di un monastero e una popolazione greca immersi in un ambiente latino (il sud della Basilicata e Taranto zona) può essere riparato da una riedizione impresa ambiziosa dei documenti greci, l’XI e prodotti nel XII secolo, associato alla pubblicazione degli atti latini del fondo, un numero quasi equivalente. Tutte le offerte infatti una panoramica preziosa delle relazioni tra popolazioni greche e latine in Basilicata medievale.

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(…) Russo Giovanni, Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo, ed. Ferrari,

(…) Rohlfs G., ‘Dizionario toponomastico ed onomastico della Campania e della Calabria’, Ravenna, 1974; vedi pure Ondis L. A., Phonology of the Cilentan dialect, New York, Ohio, ristanpa di Galzerano ed., 1996.

(…) Rohlfs G., ‘Mundarten und Griechentum des Cilento’ (Dialetti e grecità nel Cilento), stà in “Zeitschrift fur Romanische Philologie”, 57 (1937), pp. 421-461 (ristampa anastatica a cura dell’Università della Basilicata, ‘Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento’ di Gerhard Rohlfs, ed. Congedo, si veda su Scario, pp. 83, 112 ecc..(Archivio Storico Attanasio)

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Campagna Orazio, Storia di Majerà, ed. Brenner, Cosenza, 1985 (Archivio Storico Attanasio)